I jeans di Giuseppe Uva zuppi di sangue mischiato a dna non suo

Le prime indiscrezioni sugli esami compiuti dai periti dopo la riesumazione del corpo rafforzano i sospetti di violenze commesse contro Uva quando era trattenuto nella caserma dei carabinieri

Checchino Antonini
Liberazione 28  dicembre 2011

I jeans erano zuppi di sangue. E’ ancora Lucia, la sorella di Pino Uva, a fornire le prime indiscrezioni sulle analisi genetiche che il tribunale ha ordinato sui vestiti che aveva indosso Giuseppe la notte del giugno di tre anni fa in cui fu scovato da un paio di carabinieri mentre spostava delle transenne in una strada di Varese. Ne seguì un sanguinoso e misterioso “controllo” di polizia, di quelli che non lasciano scampo. E un transito in ospedale dove, il giorno appresso, sarebbe morto. La versione ufficiale parlò, e parla tuttora, di intossicazine da farmaci. Lucia Uva non c’ha mai creduto. Il 14 giugno del 2008 toccò a lei, in obitorio, scoprire il naso ammaccato di suo fratello e la costola sollevata e il pannolone che lo imbracava. Toccò a lei porsi i primi terrificanti dubbi incredula sulle spiegazioni di autolesionismo o di troppo di vigore nella rianimazione. «Me lo sono toccato tutto, avevo la macchinetta fotografica perché ero partita per le vacanze e ho ripreso tutto: i bernoccoli sulla nuca, un ginocchio fuori posto, il collo del piede gonfio. Gli slip erano spariti», dirà a Liberazione.
Ora ha rivelato ai giornalisti una sintesi di quanto appurato dal perito Adriano Tagliabracci dopo la riesumazione della salma, avvenuta dopo un’aspra battaglia che, nel luglio scorso, ha avuto l’esito della disposizione di una superperizia. Ad assistere Lucia e i suoi c’è Fabio Anselmo, lo stesso legale dei casi Aldrovandi, Cucchi e Ferrulli. Dunque, nei pantaloni dell’uomo c’era molto sangue, e apparteneva a Giuseppe. Vi sarebbero poi delle cellule pavimentose, materiale genetico della zona anale o dalle basse vie urinarie. E c’è anche materiale biologico che il perito avrebbe attributo ad altri soggetti, e che è in alcuni casi frammisto al sangue di Pino Uva.
Per Lucia è la prova che la famiglia ha fatto bene, in questi anni, a chiedere di indagare in tutte le direzioni anche scavando nelle ore in cui Uva fu trattenuto in caserma. I risultati nella loro completezza saranno noti nei prossimi giorni. A questi vanno poi aggiunti i risultati della tac sui resti di Giuseppe. L’unico processo in corso, però, è quello contro due medici, quello del pronto soccorso e lo psichiatra del reparto. Il gup ha rinviato a giudizio prima lo psichiatra ma dicendo che la perizia è troppo generica e indicando la responsabilità dell’altro medico per il quale s’è aperto un secondo processo il 14 luglio. Anche il procuratore generale, opponendosi all’assoluzione, ammette che ci voleva maggiore attenzione. La parte civile, i familiari di Uva credono che la causa di morte sia il politraumatismo di quella notte non la sinergia tra sedativi. Il pm, dall’inizio di questa storia, appare particolarmente ostile alla famiglia di Uva. Ha perfino insinuato che Lucia avesse manomesso il cadavere. E, tra i misteri di quella notte, restano le dichiarazioni degli amici di Pino che aveva raccontato loro di avere avuto una relazione con la moglie di un carabiniere. A diradare la nebbia potrebbero essere le parole di Alberto Biggioggero, l’amico che era con Uva quella notte di giugno. C’era la partita, quella sera. Quando finì andarono al bar di Via Dandolo e, tornando a casa,  videro le transenne che sarebbero servite per la Festa delle Ciliegie. Decisero di chiudere la strada in anticipo per fare una goliardata innocua. Erano quasi le tre. Un carabiniere di pattuglia lo riconosce, lo chiama per nome e cognome, iniziano a discutere. Arriverannno i rinforzi: due pattuglie di polizia che portano i due dai carabinieri in Via Saffi. Un’ora dopo Alberto sente gridare Pino. Invano chiede il perché poi chiama il 118, suo padre e l’avvocato. Per questo s’è salvato. «Pino lo portiamo a casa noi», gli dissero i carabinieri che ”tranquillizzano” il 118: «Sono solo due ubriachi» salvo richiamare l’ambulanza alle 5.30. Il pm non ha mai sentito Alberto.

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Per alleggerire le carceri si riempiono i commissariati, la grande idea della guardasigilli (anzi guardia-sigilli) Severino

Basta cambiare una parola: dalle celle alle “sale di custodia”. Il nuovo guardasigilli, che da ora in poi chiameremo guardia-sigilli (ci sia consentito anche a noi di giocare con le parole), pensa di risolvere l’affollamento nelle carceri con gli eufemismi. A dire il vero, a norma di ordinamento penitenziario già ora le celle non si chiamano affatto “celle” ma “camere di pernottamento”, anche se nella realtà dentro quelle stanze sbarrate si resta chiusi in media dalle 20 alle 22 ore al giorno. Ora il nuovo ministro della Giustizia Severino ha pensato che per alleggerire le carceri si dovrà ricorrere alle camere di sicurezza dei commissariati di polizia, delle caserme e stazioni dei carabinieri

Sediou Gadiaga, 37enne senegalese, deceduto il 12 dicembre 2010 nelle camere di sicuerzza della caserma Masotti dei carabinieri di Brescia

Estesa la norma sui domiciliari fino agli ultimi a 18 mesi. Fuori dalle celle forse… in 3 mila, ma solo nel corso dei prossimi 12 mesi (è solo una ottimista stima per eccesso) ma intanto il fermo di polizia viene riportato a 48 ore nei casi in cui non vi è ancora stata la convalida dell’arresto

Paolo Persichetti

Ci volevano loro, i tecnici, gli ottimati, i «dotti medici e sapienti», come recita la canzone di Edoardo Bennato, per fare una pensata del genere. Il meglio del meglio delle università padronali (Bocconi e Luiis) e confessionali (Cattolica), gli iniziati dei circoli finanziari e di potere più influenti del pianeta (Trilateral, Bilderberg) e delle agenzie di rating più tiranniche e truffaldine (Goldman Sachs) hanno ritenuto che se nelle carceri ci sono solo posti in piedi allora la soluzione la si può trovare nelle «camere di sicurezza» dei commissariati, che però essendo circondati da lugubre fama (come ancestrali luoghi di pestaggi, sevizie, maltrattamenti, dove il fermato è in balia di qualsiasi sventura e privo del men che minimo diritto che, al contrario, in carcere almeno sulla carta può avere) andavano rinominati. Dopo averci pensato un po’ l’avvocato Severino ha scovato la nuova definizione: sale di custodia. Un tocco di cosmesi carceraria, una imbellettata di fondo tinta spesso e le rughe callose di quelle fogne, dove negli ultimi tempi si sono verificate più di una tragedia, da Stefano Cucchi, Giuseppe Uva o Sediou Gadiaga, per citarne alcuni, potevano scomparire.

La scelta scellerata del governo nasce da una constatazione: nell’ultimo anno (cifre ufficiali fornite dal Dap) sono entrati nelle carceri 68.411 persone. Nello stesso periodo ne sono uscite 45mila. Ma quel che più colpisce è che la metà è uscita entro 3 giorni dall’arresto e 10 mila dopo un mese. Il carcere funziona come una sorta di porta girevole della società. Un terzo di questi è finito dentro per stupefacenti, solo 1.655 per omicidio, ben 3.463 per resistenza a pubblico ufficiale. Un dato, quest’ultimo, abnorme e allarmante poiché mette in mostra come l’autorità di polizia stessa susciti con il suo intervento il reato. Qualcosa evidentemente non funziona. Per fare fronte a questo turnover impazzito, il governo ha pensato ad un disegno di legge che trasformi la detenzione domiciliare in pena principale per i reati fino a 4 anni.
Nel frattempo si è deciso l’obbligo per le forze di polizia di trattenere gli arrestati nelle camere di sicurezza, «dove per giunta non previsto alcun sindacato ispettivo», sottolinea una contrarissima Rita Bernardini, deputata radicale e membro della commissione giustizia. Ed in effetti l’elevato numero di condanne per resistenza a pubblico ufficiale, oltre ai numerosi casi di violenze all’interno di stazioni e caserme, dovrebbero consigliare maggiore cautela. La permanenza oltremisura in mano alle forze dell’ordine oltre ad accrescere i rischi di violenze, incide negativamente sulla formulazione delle prove. Non fa bene alle indagini e al processo. Oltre all’affollamento ed alle morti, le carceri recentemente assistono ad una preoccupante recrudescenza delle “squadrette punitive”, come i casi di Regina coeli e il processo che si è aperto contro i pestaggi a Sollicciano dimostrano.

Invece di affronatare con una sacrosanta amnistia-indulto i nodi strutturali dell’affollamento carcerario smantellando le leggi liberticide che producono il sovraffollamento (tra queste la Cirielli, la Fini-Giovanardi sulle droghe e le norme che criminalizzano l’immigrazione) il governo, nel corso del consiglio dei ministri che si è tenuto venerdì scorso, ha varato una norma che amplia di 6 mesi la precedente legge Alfano sulla detenzione domiciliare, che ora passa da 12 a 18 mesi. La misura sarà adottata con un decreto, quindi avrà effetto immediato, e riguarderà una fascia molto ristretta di detenuti. Secondo le stime del ministero dovrebbero avvantaggiarsene appena 3300 sui 68 mila reclusi. Il precedente decreto aveva consentito l’uscita di 4000 persone soltanto (delle 11 mila stimate e 6-7 mila preventivate), più o meno «come svuotare con un cucchiaio il mare dell’illegalità presente nelle carceri italiane», ha commentato Rita Bernardini che ha anche annunciato la presentazione di un ordine del giorno nel quale si chiede l’impegno del governo a «prevedere scadenze certe entro le quali dimezzare i procedimenti penali esistenti» e «varare un ampio provvedimento di amnistia e indulto».
Questo allargamento di pochi mesi della detenzione domiciliare dovrebbe permettere un risparmio giornaliero stimato attorno ai 380 mila euro. Si tratta di una norma “a termine” giustificata dalle condizioni eccezionali, che però alcuni vorrebbero far entrare a regime. In effetti l’unico elemento positivo contenuto in questo provvedimento è l’applicazione estesa anche ai recidivi, nonostante abbia perso l’automatismo previsto in prima stesura che lo ha ricondotto nell’alveo delle competenze della magistratura di sorveglianza, perdendo così d’efficacia e intasando gli uffici.
Questo governo, come il precedente, si è reso conto che la legge Cirielli è diventata un tappo che, oltre ad aver aumentato in maniera geometrica le pene, esclude o ritarda l’applicazione della Gozzini ad una moltitudine di detenuti. L’assurdità è che si debba ricorrere ad una norma del genere quando senza la Cirielli l’applicazione piena delle misure alternative avrebbe consentito l’uscita dal carcere di un numero molto più alto di detenuti.

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Le torture sui militanti Br arrivano in Parlamento

Una interrogazione al ministro dell’Interno e della Giustizia è stata presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini


Paolo Persichetti
Liberazione 17 dicembre 2011

De Tormentis è in questa foto

Approdano in parlamento le torture impiegate da alcune squadre speciali del ministero dell’Interno, tra la fine fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, per fronteggiare i gruppi che praticavano la lotta armata. Su iniziativa della deputata radicale Rita Bernardini è stata depositata una interrogazione parlamentare rivolta al ministero dell’Interno e della Giustizia. Il testo prende spunto dalle rivelazioni contenute nel libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, nel quale si riportano le ammissioni del funzionario dell’Ucigos (l’attuale polizia di prevenzione), conosciuto con l’eteronimo di “professor De Tormentis”, che guidava una squadra di poliziotti provenienti dalla mobile napoletana addestrati a varie tecniche di tortura e violenze psico-fisiche, tra le quali il waterboarding, l’annegamento con acqua e sale.
In alcune interviste rilasciate al Secolo XIX nel 2007 e nel libro di Rao, l’ex commissario della Digos Salvatore Genova (oggi questore), uno degli autori delle indagini contro le Brigate rosse nei primi anni ’80, rivela l’esistenza di due gruppi – indicati col nome di alcuni cult movie (“I cinque dell’ave maria” e “I vendicatori della notte”) – che intervenivano dopo i fermi di persone sospette di appatenenza alle Br per estorcere informazioni ricorrendo a violenze e sevizie che seguivano una procedura messa a punto dal “professor De Tormentis”. Genova racconta in questo modo il trattamento riservato a Nazareno Mantovani, uno dei primi fermati durante le indagini per il rapimento del generale Nato Dozier: «Fu spogliato, disteso supino su un tavolo di legno e legato alle quattro estremità, con la testa e la parte superiore del tronco che uscivano fuori. Le persone che lo circondavano erano tutte incappucciate. Urlavano, minacciavano, annunciavano cose terribili […] uno teneva la bocca del prigioniero aperta e gli chiudeva il naso, un altro gli teneva la testa, mentre un terzo cominciò a versare in maniera sistematica, ritmica e controllata acqua e sale, attraverso una cannula inserita in gola in maniera sapiente. Mezzo litro, si fermava qualche decina di secondi per dar modo a Mantovani di non soffocare e poi ricominciava […] Mantovani non parlò. Dopo un’ora e mezzo di trattamento il professore decise di sospenderlo. Il sospetto brigatista era già svenuto due volte e c’era il rischio che ci rimettesse la pelle». Alla fine dello spettacolo – riporta Rao – un paio di uomini di Genova dissero al loro capo che se ne tornavano a casa. Non se la sentivano di assistere ad una cosa del genere.

Un articolo scritto dal “Professor De Tormentis” per una rivista massonica

L’interrogazione della parlamentare del partito radicale si avvale anche dell’inchiesta pubblicata da Liberazione l’11 dicembre scorso riportandone ampi stralci, in particolare la testimonianza e soprattutto la dettagliata descrizione del curriculum professionale, culturale e politico del personaggio, di facile identificazione, che si cela dietro il lugubre soprannome ripreso dal celebre Tractatus De Tormentis, scritto da un anonimo criminalista di scuola bolognese sul finire del 1200 (la datazione tuttavia resta incerta secondo altri studiosi), ultracitato dal Manzoni nella sua Storia della colonna infame, e nel quale si inquadra la tortura all’interno di un sistema di minuziose regole procedurali funzionali a dare corpo alla «regina delle prove»: la confessione del reo.
Nel testo si chiede se il ministro di competenza «non intenda verificare l’identità e il ruolo svolto all’epoca dei fatti dal funzionario dell’Ucigos conosciuto come “professor De Tormentis”» ed ancora se non si ritenga opportuno «promuovere, anche mediante la costituzione di una specifica commissione d’inchiesta», ogni utile approfondimento «sull’esistenza, i componenti e l’operato dei due gruppi addetti alla sevizie, ai quali fanno riferimento gli ex funzionari della polizia di Stato citati nelle interviste».
Rita Bernardini vuole anche sapere dal governo se intenda «adottare con urgenza misure volte all’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di tortura e di specifiche sanzioni al riguardo, in attuazione di quanto ratificato in sede Onu» e se non vi sia l’intenzione di «assumere iniziative, anche normative, in favore di risarcimenti per le vittime di atti di tortura o violenza da parte di funzionari dello Stato, e per i loro familiari».
L’obiettivo è quello di arrivare all’adozione urgente di provvedimenti che contrastino ogni manifestazione di violenza non giustificabile sui cittadini da parte di funzionari delle Forze di polizia nell’esercizio delle loro funzioni. Un fenomeno in netta recrudescenza come dimostrano i molti casi di cronaca recenti.

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Le torture contro i militanti della lotta armata
“De Tormentis” è venuto il momento di farsi avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica /2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Tortura: quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Destra: il terrorismo dei “lupi solitari”, le passioni tristi della crisi. Il massacro dei senegalesi di Firenze

L’analisi – Cosa c’è dietro l’azione pluriomicida di Gianluca Casseri, frequentatore di CasaPound

Il killer xenofobo non era un soggetto isolato. Casseri era iscritto come simpatizzante all’associazione CasaPound di Pistoia, come recita un comunicato ufficiale di CasaPound Italia («Il semplice fatto della sua partecipazione ad una nostra manifestazione – spiega CPI in una nota – non è assolutamente sinonimo di impegno politico in e per CPI, come il fatto che fosse iscritto da simpatizzante a Pistoia non vuol dire che partecipasse in alcun modo alle attività organizzative della sezione»). Non solo, godeva anche della stima di Gianfranco de Turris, un autorevole intellettuale della destra italiana.
Chi è de Turris?
De Turris è fondatore e segretario della Fondazione «Julius Evola», dedicata al «pensatore» d’estrema destra, con trascorsi fascisti e nazisti, teorico della gerarchia tra le razze. E’ stato vicecaporedattore dei servizi culturali al Giornale Radio della Rai, in quota a Alleanza Nazionale e poi al Pdl, è andato in pensione nel febbraio del 2009. Continua a curare una rubrica, L’Argonauta, su Radiouno Rai ogni domenica sera.
Sempre de Turris ha firmato due prefazioni encomiastiche ai libri di Casseri. L’ultimo, I Protocolli del Savio di Alessandria, pubblicato a maggio per l’editore Solfanelli, è un’invettiva contro Il cimitero di Praga di Umberto Eco e conferma l’esistenza del complotto pluto-giudaico sul mondo. Nella prefazione loda Casseri e spiega che I Protocolli dei Savi di Sion, pur essendo un documento falsificato, nondimeno dicono cose vere. I saggi di Casseri su Lovecraft sono sempre stati annunciati sui siti web più noti nell’ambito del fantastico italiano, così come il «romanzo esoterico» scritto con Enrico Rulli, La Chiave del Caos, sempre con prefazione del solito de Turris

di Guido Caldiron
Liberazione 14 dicembre 2011

Gli studiosi del terrorismo di estrema destra li chiamano “lupi solitari”: figure legate alla culture xenofobe, fasciste o anti-sistema che decidono di passare all’azione non in base a un progetto politico o “militare” che hanno costruito con altri, ma quando ritengono che sia venuto il momento dello scontro, della guerra, dell’atto esemplare. Muovendosi in un territorio emotivo che rasenta spesso la follia pura, i “lupi solitari” non sono però mai delle figure culturalmente isolate, spesso già affiliati a gruppi o formazioni estremiste, interpretano con la loro sanguinaria “discesa in campo” gli umori più terribili del proprio tempo. Di fronte alle contraddizioni e alle inquietudini delle società occidentali, di fronte al crescere del disagio sociale e identitario, si fanno interpreti dei “sentimenti tristi” della crisi: odio, rancore, razzismo. Agiscono da soli, portando alle estreme conseguenze la cultura della guerra che hanno in sé, e che è parte fondante delle ideologie come delle sottoculture del radicalismo identitario, ma si immaginano come interpreti del senso comune, dando così un nome e un volto ai fantasmi della discriminazione e della ricerca costante di un capro espiatorio che caratterizzano da tempo il cuore malato dell’Occidente.
Ciò che è accaduto ieri a Firenze e quanto è già dato di sapere sulla biografia e le idee di Gianluca Casseri, il cinquantenne simpatizzante di Casa Pound, cultore del fantastico e dell’esoterismo, descritto dalle agenzie di stampa come un individuo con «simpatie neonaziste, pagane, antisemite e razziste», che ha ucciso due venditori ambulanti senegalesi e ne ha feriti gravemente altri tre prima di togliersi la vita, sembra infatti rimandare – con le dovute proporzioni, ma con la medesima gravità – ad altre simili tragedie. Per quanto il profilo di Casseri faccia pensare al neofascismo di sempre, con tanto di formazione evoliana e rimandi alla cultura che ha prodotto I Protocolli dei Savi di Sion, la sua follia razzista può essere forse inquadrabile in una tendenza più ampia e diffusa ormai sul piano internazionale.
Era il 22 luglio di quest’anno quando Anders Behring Breivik, un norvegese di trentadue anni, faceva prima esplodere una bomba nei pressi della sede del governo, nel centro di Oslo, e attaccava quindi a colpi di mitraglietta il campeggio dei giovani del Partito Laburista sull’isola di Utoya, non lontano dalla capitale. Bilancio della giornata più tragica della storia della Norvegia del secondo dopoguerra: settantasette morti e centinaia di feriti.
Già vicino al Partito del Progresso, una formazione xenofoba arrivata a raccogliere fino a un quarto dei consensi dei norvegesi su una piattaforma politica anti-Islam e anti-immigrati, ben prima di rendersi protagonista della strage di Oslo, questo giovane benestante e direttore di un’azienda agricola biologica, aveva diffuso su internet un testo di 1500 pagine dal titolo European Declaration of Independence – 2083, in cui si presentava come un “nuovo crociato”, o un “nuovo templare”, in grado di guidare “le milizie cristiane” verso la liberazione del Vecchio Continente, ormai trasformatosi in “Eurabia”, vale a dire un’Europa nelle mani dei musulmani. Il multiculturalismo e i suoi alleati, a partire proprio dai socialdemocratici norvegesi, e l’Islam erano i nemici a cui Breivik aveva annunciato di voler muovere guerra.
Quel testo delirante, l’attentatore norvegese lo aveva anche inviato ad alcuni parlamentari, in diversi paesi europei, che evidentemente ritenava sensibili alle sue tesi. Del resto, all’indomani della strage e suscitando scandalo nel suo stesso partito, l’europarlamentare della Lega Nord Mario Borghezio aveva dichiarato: «Al netto della violenza, le idee di Breivik – il no alla società multirazziale, la critica dura alla viltà di un’Europa che pare rassegnata all’invasione islamica – sono profondamente sane e condivisibili».
La figura del “lupo solitario” è stata però evocata soprattutto dagli esperti statunitensi di terrorismo e a partire da un caso emblematico: quello del più grave attentato compiuto sul suolo americano prima dell’11 settembre.
Il 19 aprile del 1995 un camion riempito di una micidiale miscela composta da fertilizzante, benzina e gasolio, esplode sotto l’Alfred Murrah Federal Building nel centro di Oklahoma City. L’effetto è pari all’esplosione di 2mila kg di dinamite: l’edificio che ospita gli uffici di alcune agenzie federali che lavorano con l’Fbi, è distrutto. Le vittime sono 168, tra cui 19 bambini, i feriti superano i 680.
Per la strage viene processato e condannato a morte – sarà giustiziato nel 2001 in un carcere dell’Indiana – Timothy McVeigh un giovane di ventisette anni, bianco, reduce dall’Iraq, ha partecipato all’operazione “Desert storm”, e vicino al movimento estremista delle Milizie. Al momento del suo arresto, nella macchina di McVeigh la polizia trova alcune armi e una copia dei Turner Diaries un libro di fantascienza molto diffuso nel circuito del suprematismo bianco che descrive lo scoppio di una guerra razziale, e nucleare, negli Usa.
McVeigh spiegherà che «l’attentato era un gesto di rappresaglia, una ritorsione» per quanto accaduto a Waco, in Texas, nel 1993, quando l’Fbi attaccò il ranch in cui si erano asserragliati i membri di una setta religiosa causando decine di morti. «Proprio come in Cina, il nostro governo ha utilizzato i carri armati contro i suoi stessi cittadini», sosteneva il giovane attentatore, spiegando come per l’estrema destra quell’atto avesse rappresentato una vera e propria dichiarazione di guerra di Washington a tutti gli americani.

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Un fascista del terzo millennio

(Adnkronos) – Era un uomo dalla doppia vita il 50enne Gianluca Casseri, l’uomo che oggi ha ucciso due senegalesi, ferendone tre e suicidandosi durante un conflitto a fuoco con la polizia, a Firenze. Nato in provincia di Pistoia, Casseri faceva il ragioniere, ma allo stesso tempo era un appassionato scrittore con simpatie neonaziste, pagane, antisemite e razziste. Aveva fondato la rivista La Soglia, ed era membro dell’associazione culturale La Runa. Simpatizzava con CasaPound. Amava i fumetti e i film di fantascienza, e i libri di Lovecraft. Nel suo saggio «I protocolli del Savio di Alessandria» rilancia la teoria antisemita del complotto mondiale degli ebrei, e le tesi negazioniste sull’Olocausto. Tra le altre sue passioni letterarie, Nietzsche, Jung e Evola. Ha anche scritto un libro, La Chiave del Caos, in cui le solite tematiche negazioniste e razziste si intrecciano con esoterismo e magia.
Insomma un vero fascista del terzo millennio!

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Torture in Italia: Nicola Ciocia, alias professor “De Tormentis”, è venuto il momento di farti avanti

L’inchiesta – Si fa sempre più esile il velo dietro il quale si nasconde l’identità del capo (conosciuto con l’eteronimo di “De Tormentis”) della squadretta speciale della polizia (chiamata “i cinque dell’ave maria”) che tra il 1978 e i primi anni ’80 torturò i militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse per estorcere informazioni da impiegare nelle indagini


Paolo Persichetti
Liberazione 11 dicembre 2011


Professor De Tormentis», era chiamato così il funzionario dell’Ucigos (l’attuale Polizia di prevenzione) che a capo di una speciale squadretta addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding (soffocamento con acqua e sale), tra la fine degli anni ‘70 e i primissimi anni ’80 si muoveva tra questure e caserme d’Italia per estorcere informazioni  ai militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse. Di lui, e del suo violento trattamento riservato agli arrestati durante gli interrogatori di polizia, parla diffusamente Nicola Rao in un libro recentemente pubblicato per Sperling&Kupfer, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata. Rivelazioni che portano un colpo decisivo alla tesi, diffusa da magistrati come Caselli e Spataro (recentemente anche Turone) che vorrebbe la lotta armata sconfitta con le sole armi dello stato di diritto e della costituzione. In realtà alle leggi d’emergenza, alla giustizia d’eccezione e alle carceri speciali, si accompagnò anche il più classico degli strumenti tipici di uno stato di polizia: la tortura. Il velo su queste violenze si era già squarciato nel 2007, quando Salvatore Genova, uno dei protagonisti dell’antiterrorismo dei primi anni ’80, coinvolto nell’inchiesta contro le sevizie praticate ai brigatisti che avevano sequestrato il generale Dozier, cominciò a testimoniare quanto aveva visto: «Nei primi anni ’80 esistevano due gruppi – dichiara a Matteo Indice sul Secolo XIX del 17 giugno – di cui tutti sapevano: “I vendicatori della notte” e “I cinque dell’Ave Maria”. I primi operavano nella caserma di Padova, dov’erano detenuti i brigatisti fermati per Dozier (oltre a Cesare Di Lenardo c’erano Antonio Savasta, Emilia Libera, Emanuela Frascella e Giovanni Ciucci)». Per poi denunciare che «Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale. Una volta, presentandomi al mattino per un interrogatorio, Savasta mi disse: “Ma perché continuano a torturarci, se stiamo collaborando?”». Come sempre le donne subirono le sevizie più sadiche, di tipo sessuale.
Genova si salvò grazie all’immunità parlamentare intervenuta con l’elezione in parlamento come indipendente nelle liste del Psdi del piduista Pietro Longo (numero di tessera 2223). In quell’intervista Genova si libera la coscienza: «Ovunque era nota l’esistenza della “squadretta di torturatori” che si muoveva in più zone d’Italia, poiché altri Br (in particolare Ennio Di Rocco e Stefano Petrella, bloccati dalla Digos di Roma il 3 gennaio 1982) avevano già denunciato procedure identiche. Non sarebbe stato difficile individuarne nomi, cognomi e “mandanti” a quei tempi». Ma quando il giornalista Piervittorio Buffa raccontò sull’Espresso del marzo 1982 quella mattanza, “informato” dal capitano di Ps Ambrosini (che vide la porta di casa bruciata da altri poliziotti), venne arrestato per tutelare il segreto su quelle pratiche decise ad alto livello.
Chiamato in causa, una settimana dopo anche il «professor De Tormentis» fece sentire la sua voce. Il 24 giugno davanti allo stesso giornalista disseminava indizi sulla sua reale identità, quasi fosse mosso dall’inconscia volontà di venire definitivamente allo scoperto e raccontare la sua versione dei fatti su quella pagina della storia italiana rimasta in ombra, l’unica – diversamente da quanto pensa la folta schiera di dietrologi che si esercita da decenni senza successo sull’argomento – ad essere ancora carica di verità indicibili. De Tormentis non si risparmia ed ammette “i metodi forti”: «Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti».
La struttura – rivela a Nicola Rao il maestro dell’annegamento simulato – è intervenuta una prima volta nel maggio 1978 contro il tipografo delle Br, Enrico Triaca. Ma dopo la denuncia del “trattamento” da parte di Triaca la squadretta venne messa in sonno perché – gli spiegarono – non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone: «se c’è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci». All’inizio del 1982 venne richiamato in servizio. Più che un racconto quella di “De Tormentis” appare una vera e propria rivendicazione senza rimorsi: «io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per la corruzione», afferma presagendo i tempi del populismo giustizialista. «Occorreva ristabilire una forma di “auctoritas”, con ogni metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto».

De Tormentis è in questa foto

Oggi l’identità di “De Tormentis” è un segreto di Pulcinella. Lui stesso ha raccontato di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di avvocato. Accanto al questore Mangano partecipò alla cattura di Luciano Liggio; poi in servizio a Napoli sia alla squadra mobile che all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo (sul sito della Fondazione Cipriani sono indicate alcune sue informative del periodo 1976-77, inerenti a notizie raccolte tramite un informatore infiltrato in carcere), per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antiterrorismo all’Ucigos dove ha coordinato i blitz più «riservati». De Tormentis riferisce anche di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla Renault 4 dove si trovava il corpo senza vita di Moro. In rete c’è traccia di un suo articolo scritto nel gennaio 2001, su un mensile massonico (p. 5), nel quale esalta le tesi del giurista fascista Giorgio Del Vecchio, elogiando lo Stato etico («il diritto è il concentrato storico della morale»), e rivendica per la polizia i «poteri di fermo, interrogatorio e autonomia investigativa». Nel 2004 ha avuto rapporti con Fiamma Tricolore di cui è stato commissario per la federazione provinciale di Napoli e, dulcis in fundo, ha partecipato come legale di un funzionario di polizia, tra l’86-87, ai processi contro la colonna napoletana delle Br, che non molto tempo prima aveva lui stesso smantellato senza risparmio di metodi “speciali”. Una singolare commistione di ruoli tra funzione investigativa, emanazione del potere esecutivo, e funzioni di tutela all’interno di un iter che appartiene al giudiziario, che solo in uno stato di eccezione giudiziario, come quello italiano, si è arrivati a consentire.
Forse è venuto il momento per questo ex funzionario, iscritto dal 1984 all’albo degli avvocati napoletani (nel suo profilo si descrive «già questore, penalista, cassazionista, esperto in investigazioni  nazionali e internazionali su criminalità organizzata, politica e comune, sequestri di persona»), di fare l’ultimo passo alla luce del sole.
Sul piano penale “De Tormentis” sa che non ha da temere più nulla. I gravi reati commessi sono tutti prescritti (ricordiamo che nel codice italiano non è contemplata la tortura tortura).
L’ex questore, oggi settantasettenne, ha un obbligo morale verso la società italiana, un dovere di verità sui metodi impiegati in quegli anni. Deve qualcosa anche ai torturati, alcuni dei quali dopo 30 anni sono ancora in carcere ed a Triaca, che subì la beffa di una condanna per calunnia. Restano da sapere ancora molte altre cose: quale fu l’esatta linea di comando? Come l’ordine sia passato dal livello politico a quello sottostante, in che termini sia stato impartito. Con quali garanzie lo si è visto: impunità flagrante. Venne pizzicata solo una squadretta di Nocs capeggiata da Genova. Condannati in primo grado ma prosciolti in seguito. Di loro, racconta compiaciuto “De Tormentis”: «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare». All’epoca Amnesty censì 30 casi nei primi tre mesi dell’82; il ministro dell’Interno Rognoni ne riconobbe 12 davanti al parlamento, ma il fenomeno fu molto più esteso (cf. Le torture affiorate, Sensibili alle foglie, 1998).
La tortura, scriveva Sartre: «Sconfessata – a volte, del resto, senza molta energia – ma sistematicamente applicata dietro la facciata della legalità democratica, può definirsi un’istituzione semiclandestina».

Postscriptum: potete facilmente scovare il nome del professor De Tormentis cliccando sui link presenti all’interno dell’articolo. Se prorpio andate di fretta, il suo nome è Nicola Ciocia

Per approfondire
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Torture contro i militanti della lotta armata
Torture: Ennio Di Rocco, pocesso verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Torture: l’arresto del giornalista Piervittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982

Le torture della Repubblica /2: Gennaio 1982 il metodo “De Tormentis” atto secondo

Il 3 gennaio 1982 vengono arrestati a Roma, in via della Vite, Ennio Di Rocco, 22 anni, e Stefano Petrella 26, entrambi militanti del Partito guerriglia, denominazione assunta dal Fronte carceri e dalla Colonna napoletana delle Brigate rosse dopo la scissione che aveva portato l’organizzazione a suddividersi in tre gruppi.

La Stampa del 13 gennaio 1982 con un articolo in prima pagina riporta le dichiarazioni rilasciate dal legale dei due militanti:
«Ieri mattina l’avvocato Eduardo di Giovanni, difensore dei due br dalla cui cattura l’operazione ha avuto inizio, ha tenuto una conferenza stampa a Palazzo di Giustizia. Stefano Petrella ed Ennio Di Rocco, i due terroristi arrestati l’altro lunedi in via della Vite — ha detto il legale — non si sono “pentiti”. Condotti davanti al magistrato, i due si sono dichiarati “prigionieri politici”, ed hanno rifiutato qualsiasi altra dichiarazione. Ma nell’ufficio del giudice, ha proseguito Di Giovanni, Petrella e Di Rocco sono arrivati solo cinque giorni dopo il loro arresto: nel frattempo, condotti non si sa bene dove, sono stati sottoposti a un trattamento “di tipo argentino”. Il legale ha parlato di “torture”. Arrestati la sera del quattro gennaio [in realtà i due sono stati catturati la mattina del 3. L’incertezza sulla data la dice lunga sulla trasparenza dei metodi impiegati dalla polizia all’epoca. Per 6 giorni i due milinati sono dei desaparecidos, degli scomparsi nelle mani di una squadretta speciale del ministero degli Interni guidata dal professor De Tormentis. Ndr], Petrella e Di Rocco avrebbero visto per la prima volta il giudice la mattina del nove. Nel frattempo i due avrebbero subito una lunghissima serie di vessazioni. Di Giovanni sostiene di aver notato sui corpi dei due ecchimosi, segni di punture, e di essersi sentito raccontare che la “persuasione” era stata condotta da persone incappucciate. “Questo episodio — sostiene Di Giovanni — può segnare un passagio decisivo: dai metodi della polizia di un Paese democratico, a quelli da nazione sudamericana”. In questura, ieri sera, alle domande dei cronisti su questo punto (Di Giovanni ha ottenuto che le condizioni dei due arrestati venissero registrate a verbale) un portavoce ha ribattuto con un secco “no comment”. Una sola aggiunta: la Digos conferma che i due hanno dimostrato, fin dall’inizio, ‘piena collaborazione’…».
Cosa si nascondeva dietro quel sibillino «no comment» della questura seguito da un’autocompiaciuta sottolineatura della Digos che ironizzava sulla «piena collaborazione» dimostrata dai due militanti?

Il racconto di quanto accaduto lo troviamo nel libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer 2011, che ricostruisce i fatti dopo aver incontrato alcuni dei protagonisti di quei fatti.

Breve riepilogo del primo atto: dopo il “trattamento”, altrimenti detto le torture praticate ad Enrico Triaca, il tipografo delle Brigate rosse, il “professor De tormentis” per parecchio tempo non fu più chiamato. Inizialmente gli spiegarono che non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone perché «se c’è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci». Quattro anni dopo il clima era cambiato. Al governo c’era dal giugno 1981 Giovanni Spadolini, laico, repubblicano, massone, storico illustre, atlantista sfrenato, uomo del grande capitale, un passato giovanile di fascista radicale che lo aveva portato a scrivere su una delle riviste più estremiste del regime (La Difesa della razza di Telesio Interlandi e Italia e civiltà)*, sospette persino a Mussolini per l’eccessivo filonazzismo. Il 2 gennaio 1982, subito dopo la cattura di Di Rocco e Petrella….

* «Tra Fascismo e antifascismo, sempre il Fascismo, tra il nemico e l’alleato tedesco, sempre l’alleato tedesco» (La Stampa 23/4/94)….. Giovanni Spadolini su Italia e Civiltà del 15 febbraio 1944 (cioè sei anni dopo le leggi razziali), si lamentava che il fascismo avesse perso «a poco a poco la sua agilità e il suo dinamismo rivoluzionario, proprio mentre riaffioravano i rimasugli della massoneria, i rottami del liberalismo, i detriti del giudaismo».

«Prima di partecipare alle indagini per la liberazione del generale Dozier, io e i miei uomini interrogammo a Roma il brigatista Ennio Di Rocco (bloccato il 3 gennaio 1982), militante delle Brigate Rosse-Partito guerriglia. Grazie alle sue dichiarazioni individuammo, sei giorni dopo, il leader di quell’organizzazione, Giovanni Senzani, nella base romana di via Pesci».
De Tormentis a Matteo Indice, Il secolo XIX, 24 giugno 2007


[…]

Qualcun altro telefonò al «professor de tormentis», come lo chiamavano colleghi e amici. Un passato prossimo da capo della Mobile a Napoli, uno remoto da funzionario antimafia e un presente da funzionario dell’antiterrorismo, in forza all’Ucigos.
In piena notte i due brigatisti furono trasferiti dal Primo distretto alla caserma di Castro Pretorio, sede della Celere e dei reparti speciali della polizia. Poco dopo, le celle di sicurezza venivano spalancate da gente incappucciata. I brigatisti, bendati, furono portati fuori dalla caserma e caricati su due furgoni che si diressero verso una destinazione sconosciuta.
Dopo mezz’ora il viaggio era finito. Di Rocco e Petrella furono fatti scendere, sempre bendati e ammanettati, e condotti all’interno di una casa. Dove tutto cominciò e dove li aspettava il professore.
Nel racconto dei due brigatisti, prima furono calci, pugni e bastonate. Poi urla e minacce. Le voci che i due sentivano erano molte, come se gruppetti di tre o quattro persone si alternassero di tanto in tanto. Alcuni avevano un forte accento del Sud. «Ci devi dire dove cazzo stanno i compagni tuoi.» «Dicci dove si nasconde quella merda di Senzani o sei morto.» «Stanotte è arrivata la tua ora.» Ma i due non parlavano.
Allora si passò alla fase successiva. Uno alla volta, furono portati in un altro locale. Spogliati, distesi e legati mani e piedi ai quattro lati di un tavolo. Con la parte superiore del corpo che sporgeva dal tavolo. Poi cominciò il vero e proprio trattamento. Litri e litri di acqua e sale fatti bere a intermittenza attraverso canne e imbuti, mentre qualcuno tappava loro il naso. Il tempo di far prendere fiato alla vittima e poi si ricominciava. La sensazione di soffocamento e annegamento era reale e terribile. E la pancia si gonfiava a dismisura. Il sale, poi, causava una sete incontrollabile. Dopo un’ora di questo trattamento, la vittima cominciava a vomitare e pisciarsi addosso. La morte le sembrava una liberazione. Per chiunque sarebbe stato difficile resistere. E poi, cosa importante, il trattamento non lasciava segni. Complicato da dimostrare, insomma.
Quella dell’acqua e sale era una tecnica consolidata da molti anni. L’avevano usata qualche volta i carabinieri e la polizia ai primi del secolo per debellare il banditismo sardo e la mafia siciliana. E in tempi più recenti alcune squadre mobili di zone particolarmente calde, come Napoli o la Sicilia.
Ma a utilizzarla in maniera sistematica erano stati i parà francesi, per debellare la rivolta in Algeria alla fine degli anni Cinquanta. Tanto che nell’ambiente era una pratica comunemente conosciuta come «l’algerina».
Alla fine, Ennio Di Rocco disse basta. E cominciò a parlare. Raccontando di tutto e di più.

[…]

Quando l’11 gennaio furono interrogati dal magistrato, Domenico Sica, sia lui sia Petrella denunciarono le torture subite.
«Il giorno dopo», disse Di Rocco a Sica secondo il verbale, «c’è stata una nuova rotazione di percosse, fino a che non è arrivata una squadretta che ha continuato a battermi con i bastoni sulla pianta e sul dorso dei piedi e sulle caviglie. Preciso che in tutto questo tempo ero legato con mani e piedi a un letto. Sono stato picchiato anche sulle ginocchia, sul petto e in testa, alla fine di questo trattamento ho detto che stavamo in via di Propaganda per aspettare Romiti. In tutto questo periodo sentivo le urla dell’altro compagno che ritengo fosse Petrella, che però ovviamente non vedevo.»
E ancora: «Incappucciato dentro un furgone sono stato spostato in un altro edificio: dopo un viaggio di circa quarantacinque minuti […] nel nuovo luogo di detenzione sono stato costretto a bere tre bottiglie di caffé Borghetti, così mi dicevano. Mi sono addormentato […]. Può darsi che abbia avuto delle allucinazioni perché sognavo di gridare e poi mi sono svegliato dopo essermi orinato addosso […]. Dopo un intervallo abbastanza lungo […] mi hanno fatto mangiare. Subito dopo sono stato prelevato dal letto e portato in una cucina (che ho potuto intravedere attraverso le bende sugli occhi). Sono stato disteso lungo su un tavolo, mi è stato tolto il maglione e la camicia e messo con mezzo busto fuori dal tavolo. Ero a pancia all’aria e avevo le mani e i piedi legati alle gambe del tavolo. Una persona mi torceva gli alluci, mentre due mi tenevano gambe e braccia, un altro mi teneva il naso chiuso e mi reggeva la testa. Qualcun altro mi mandava acqua e sale in bocca, non facendomi respirare e tentando di soffocarmi […]. Ho tentato di uccidermi trattenendo il respiro ma non ci sono riuscito. Lo scopo ultimo di questo trattamento era quello di ottenere la mia collaborazione.
Ho trascorso un altro giorno in quel luogo e poi sono stato trasferito in questura. Ho visto un verbale, che non ho firmato, datato 8 gennaio 1982».
Insomma, Di Rocco denunciò le torture e il trattamento, ammettendo di aver «soltanto» detto che stava per rapire Romiti. Omettendo, invece, tutto il resto. Provando, insomma, a salvare il salvabile.

Anche Petrella lo stesso giorno denunciò a Sica cose simili: «[…] sono stato percosso sulle gambe, immagino con dei bastoni, in particolare sulle ginocchia, sulle tibie, sotto le piante dei piedi, e ciò sempre mentre ero legato e incappucciato e bendato […] sono stato legato, per le braccia e per le gambe, sempre incappucciato, ritengo su una superficie rigida, con la testa penzoloni all’indietro, mi è stato otturato il naso e c’è stato un tentativo di asfissia mentre mi è stata versata in continuazione acqua salata in bocca, quando tentavo di riprendere fiato mi veniva messo in bocca del sale […] la sera del 7 (suppongo), dopo il trattamento con l’acqua salata mi è stato detto di confermare alcuni elementi che mi venivano sottoposti e poi mi è stato detto di firmare i fogli che li contenevano. Se non avessi firmato confermando i fogli, sarebbe con­tinuata quella tortura e altre ancora peggiori: al fine di evitare di essere sottoposto a quanto mi veniva minacciato, ho confermato quanto mi veniva detto [probabilmente la confessione di Di Rocco, N.d.A.] e ho – mio malgrado – firmato quei fogli».

Le indagini della magistratura su questo trattamento denunciato dai due brigatisti non portarono a nulla. Dirigenti e gli agenti interrogati respinsero con forza le accuse. Il trattamento del «professor de tormentis» era stato efficace.

Link
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo
Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata

Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale, Roma 11 gennaio 1982 [Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica]

La denuncia di fronte al pubblico ministero Domenico Sica delle sevizie subite da Ennio Di Rocco

«La sera del mio arresto venni condotto prima al 1° Distretto di polizia ove ricevetti, nella cella, calci e schiaffi. Poi sono stato spostato alla caserma di Castro Pretorio. Dopo circa un’ora sono arrivati tre incappucciati che hanno incappucciato anche me, mi hanno caricato su un furgone e mi hanno condotto in un luogo che non so riconoscere perchè incappucciato, ma che ritengo essere una casa. In questo luogo per la notte e il giorno successivo (per quel che ho potuto capire) sono stato – a rotazione di squadrette di 3 o 4 persone- picchiato con calci, pugni e bastonate ed in pratica in ogni modo, con le manette strette ai polsi di dietro che venivano torte. Mi è stata poi praticata una puntura al braccio destro. Poi sono stato fatto sdraiare su di un letto e coperto con due coperte, chiaramente al fine di farmi sudare. Per un periodo di tempo che non so dire, dopo che avevo subito la puntura, si sono alternate domande suadenti e botte. Non credo di avere detto nulla sotto questo trattamento.
Il giorno dopo c’è stata una nuova rotazione di percosse, sino a che non è arrivata una squadretta che ha continuato a battermi con i bastoni sulla pianta e sul dorso dei piedi e sulle caviglie; preciso che in tutto questo tempo ero legato con mani e piedi ad un letto. Sono stato picchiato anche sulle ginocchia, sul petto ed in testa. In tutto questo periodo sentivo le urla dell’altro compagno, che ritengo fosse Stefano Petrella, che però ovviamente non vedevo. 
Può darsi che io dimentichi qualche altro particolare di questi tre giorni.
Incappucciato e dentro un furgone sono stato spostato in un altro edificio; dopo un viaggio di 45 minuti. Nel nuovo luogo di detenzione sono stato costretto a bere tre bottiglie di Caffè Borghetti, così mi dicevano. Mi sono addormentato e nel sonno mi facevano delle domande in relazione a cose che volevano sapere e alle quali ritengo, bene o male, di essere riuscito a non rispondere.
 Può darsi che poi io abbia avuto delle allucinazioni, perchè sognavo di gridare e poi mi sono svegliato dopo essermi orinato addosso. Allora qualcuno si è avvicinato.
Dopo un intervallo abbastanza lungo, durante il quale non mi è stato fatto niente, mi hanno fatto mangiare. 
Subito dopo sono stato prelevato dal letto e portato in una cucina (che ho potuto intravedere attraverso le bende agli occhi). Sono stato disteso lungo su un tavolo, mi è stato tolto il maglione e la camicia e messo con mezzo busto fuori dal tavolo. Ero a pancia all’aria e avevo le mani e i piedi legati alle gambe del tavolo. Una persona mi torceva gli alluci; altri due mi tenevano gambe e braccia; un altro mi teneva il naso chiuso e mi reggeva la testa. Qualcun altro mi mandava acqua e sale nella bocca, non facendomi respirare e tentando di soffocarmi. Non so quanto tempo ciò sia durato; ad un certo momento finì l’acqua salata e cominciò quella semplice. Ho tentato di uccidermi trattenendo il respiro ma non ci sono riuscito.Lo scopo ultimo di questo trattamento era quello di ottenere la mia collaborazione. Ho trascorso un altro giorno in quel luogo e poi sono stato trasferito in questura. Ho visto un verbale che non ho firmato, datato 8 gennaio 1982.
I difensori chiedono accertamenti medici urgenti e l’immediato trasferimento in carcere dell’imputato».

Le torture della Repubblica /1: maggio 1978, il metodo “De Tormentis” atto primo

Nel maggio 1978 la nazionale di calcio italiana era in Argentina dove stava completando la preparazione in vista del campionato del mondo che sarebbe cominciato il mese successivo, vinto alla fine dai padroni di casa. Due anni prima, nel marzo 1976, un golpe fascista aveva portato al potere una giunta militare ma nonostante ciò i mondiali di calcio si tennero lo stesso. Furono una bella vetrina per i golpisti mentre i militanti di sinistra sparivano, desaparecidos; prima torturati nelle caserme o nelle scuole militari, poi gettati dagli aerei nell’Oceano durante i viaggi della morte, attaccati a delle travi di ferro che li trascinavano giù negli abissi. Intanto i neonati delle militanti uccise erano rapiti e adottati dalle famiglie degli ufficiali del regime dittatoriale.
Nel resto dell’America Latina imperversava il piano Condor orchestrato dalla Cia per dare sostegno alle dittature militari che spuntavano un po’ ovunque nel cortile di casa di Washington. Cinque anni prima, l’11 settembre del 1973, era stata la volta del golpe fascio-liberale in Cile, dove gli stadi si erano trasformati in lager.

In Italia l’opposizione sfilava solo nelle strade. In parlamento da un paio di anni si era ridotta a frazioni centesimali di punto a causa di un fenomeno politico che gli studiosi hanno ribattezzato col termine di “consociativismo”’: ovvero la propensione a costruire larghe alleanze consensualistiche, trasversali e trasformiste che annullano gli opposti e mettono in soffitta alternanze e alternative. Il 90% delle leggi erano approvate con voto unanime nelle commissioni senza passare per le aule parlamentari. Il consociativismo di quel periodo aveva un nome ben preciso: “compromesso storico”. Necessità ineludibile, secondo il segretario del Pci dell’epoca Enrico Berlinguer, per scongiurare il rischio di derive golpiste anche in Italia.
Dopo un primo “governo della non sfiducia”, in carica tra il 1976-77, mentre la Cgil imprimeva con il congresso dell’Eur una svolta fortemente moderata favorevole politica dei sacrifici e il Pci, sempre con Berlinguer, assumeva l’austerità come nuovo orizzonte politico, improntata ad una visione monacale e moralista dell’impegno politico e del ruolo che le classi lavoratrici dovevano svolgere nella società per dare prova della loro vocazione alla guida del Paese, nel marzo 1978, il giorno stesso del rapimento Moro, nasceva il “governo di solidarietà nazionale”, col voto favorevole di maggioranza e opposizione.

Oltre al calcio e alla folta schiera di oriundi cosa poteva mai avvicinare una strana democrazia senza alternanza, come quella italiana, ad una dittatura latinoamericana come quella argentina?

La risposta sta in una parola sola: le torture. La repubblica italiana torturava gli oppositori, definiti e trattati come terroristi.

Anche le democrazie torturano, dal libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer 2011

[…]

Non era la prima volta che il professore e la sua squa­dra – cinque suoi fedelissimi dai tempi della Mobile di Napoli – scendevano in campo. Era già successo anni prima. Le Brigate Rosse avevano appena assassinato Aldo Moro e lo Stato era in ginocchio. Nei due mesi di prigionia del presidente della De le forze dell’ordine non erano riuscite a prendere nemmeno uno straccio di terrorista. Era una cosa vergognosa. Così, quando gli telefonarono e gli chiesero di provare a fare qualcosa, anche con metodi non proprio ortodossi, perché un tentativo andava fatto, lui acconsentì. Del resto, il professore non era uno che si tirava indietro. Così chiamò a raccolta i suoi scudieri e disse loro: «Lo Stato ci chiama, non possiamo dire di no».

Otto giorni dopo l’uccisione di Aldo Moro, qualcosa si mosse. Da tempo la polizia era sulle tracce di un estremista di sinistra, sospettato di essere in contatto con le Br. Si chiamava Enrico Triaca e lavorava in una tipografia in via Pio Foà 31. Il 28 marzo, dodici giorni dopo la strage di via Fani, una segnalazione anonima all’Ucigos chiedeva di «controllare le seguenti persone che sono certamente collegate con le Br: 1) Teodoro Spadaccini, anni 30/35, pregiudicato; 2) certo Gianni, che lavora al Poligrafico e ha un’auto 126 Fiat targata Roma S04929; 3) certo Vittorio, di anni 25/30, che ha un’auto Ami 8 targata Roma F74048; 4) Proietti Rino, attacchino del Comune di Roma; 5) Pinsone Guglielmo, che circola con una Fiat 125 di colore celestino. Tutti e cinque abitano nella zona Prenestina e frequentano la Casa della Studentessa».
Gli uomini dell’antiterrorismo si misero al lavoro e pedinando Spadaccini arrivarono a Triaca e al posto dove lavorava. Una pattuglia aveva provato a parlare con Triaca, ma era di sabato e la tipografia era chiusa. Il 17 maggio la polizia si rifece viva in via Foà, e stavolta l’obiettivo c’era. All’interno della tipografia trovarono la macchina per scrivere elettronica con cui le Br avevano scritto i docu­menti del sequestro Moro, bozze di volantini, risoluzioni strategiche, bozze scritte a mano di altri documenti delle Br, volantini di rivendicazioni di altri attentati e persino soldi provenienti ancora dal sequestro dell’armatore Costa, a Genova.
Arrestarono Triaca con l’accusa di partecipazione a banda armata e associazione sovversiva, insieme con Antonio Marini, Teodoro Spadaccini e altri esponenti romani delle Br. Poi lo lasciarono agli uomini del professore.
Il trattamento ebbe i suoi effetti. Il tipografo cantò e il giorno dopo, a verbale, ammetteva di far parte delle Brigate Rosse: raccontò che le spese per mantenere la tipografia erano state pagate da uno dei capi delle Br, a lui noto con il nome di Maurizio, che conosceva fin dal 1976, e fornì molti elementi a carico degli altri arrestati.
Ma un mese più tardi, il 19 giugno, Triaca provò a ritrattare, denunciando le torture subite: «La sera del 17 maggio fui portato dentro un furgone dove c’erano due persone con casco e giubbotto antiproiettile. Fui bendato e steso per terra. Il furgone partì. Poi fui fatto scendere e, sempre bendato, venni spogliato e legato su un tavo­laccio. Qualcuno mi tappò il naso con le mani e mi versò dell’acqua in bocca per non farmi respirare. Per due volte qualcuno mi gettò in bocca una polverina».

La denuncia di Triaca fu formalizzata e si aprì un’inchiesta contro ignoti. Ma, non potendo riconoscere nessuno dei suoi torturatori, il 7 novembre 1982 il tipografo si beccò anche una condanna per calunnia dal tribunale di Roma.
Dopo questa prima operazione, però, il professore per parecchio tempo non fu più chiamato. Inizialmente gli spiegarono che non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone perché «se c’è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci».

[…]

Ricostruzione giornalistica dell’esperienza di Enrico Triaca
il manifesto, 20 maggio 1982

“Esiste la tortura in Italia? Credo purtroppo che bisogna rispondere positivamente e non da oggi. Un caso, estremamente interessante, anche perché può essere ricostruito nei dettagli, essendo ormai gli atti tutti pubblici, è quello di Enrico Triaca, il tipografo delle BR che il 7  Novembre 1982 è stato condannato dalla 8° sezione del Tribunale di Roma, quale responsabile del delitto di calunnia “perché nell’interrogatorio reso al consigliere istruttore presso il tribunale di Roma il 19 Giugno 1982 quale imputato di partecipazione a banda armata e di altri reati, incolpava ufficiali e agenti di polizia giudiziaria di PS, sapendoli innocenti, di averlo costretto con torture fisiche a rendere dichiarazioni ammissione di responsabilità proprie ed altrui, il 17-18 maggio 1978″.
Triaca venne arrestato il 17 Maggio 1978 nella tipografia di Pio Foà a Roma. Nominò immediatamente l’avvocato Alfonso Cascone.
Dagli atti risulta:
1) che il Triaca venne interrogato il 17 maggio ore 17,50 nei locali della Digos da due ufficiali di Pg. Il verbale consta di sei facciate dattiloscritte a spazio uno. In esso non vi è alcun cenno al fatto che il Triaca è imputato, né al suo difensore.
2) che in data 18 maggio 1978 Triaca ha rilasciato “spontaneamente e personalmente ” una dichiarazione dattiloscritta davanti ad altro ufficiale di polizia giudiziaria, connettente affermazioni accusatorie nei confronti di terzi;
3) che in pari data il Triaca rilasciò altra dichiarazione accusatoria
4) che alle ore 22 di quello stesso giorno Triaca fu interrogato nel palazzo di giustizia dal consigliere istruttore su mandato di cattura dello stesso, in presenza del difensore Luigi De Cervo, del foro di Roma, nominato d’ufficio. Presente in quanto il Triaca revoca quello da lui nominato in precedenza
5) che il 19 maggio negli uffici della questura di Roma (non è indicata l’ora) Triaca viene interrogato da altro GI, in assenza di qualsiasi difensore. Dal verbale risulta avv. Maria Caurasano con revoca di ogni altra nomina.
Ma la Causarano non risulta presente, né vi è alcuna annotazione riguardante la urgenza di procedere senza aver avvisato il difensore.

Due giorni dopo l’arresto Triaca scompare per riemergere il 9 giugno

A questo punto, secondo i difensori attuali, del Triaca si perdono le tracce: né loro, né i parenti del detenuto riescono a sapere alcunché, sino a quando il 9 giugno nel carcere di Rebibbia il consigliere istruttore interroga il Triaca in presenza dell’avv. Cascone, suo difensore originario di fiducia. Nel verbale risulta che Triaca a domanda risponde di aver scritto una dichiarazione dettagliata da una persona della Questura, il cui contenuto però corrispondeva alle sue dichiarazioni.
In un successivo interrogatorio del 19 giugno, Triaca puntualizza: “Ritratto tutto quello che ho detto perché mi è stato estorto con la tortura”.
A domanda risponde: “Potevano essere le 23 e 30 quando fui portato giù e fatto salire su un furgone ove si trovavano due uomini con casco e giubbotto antiproiettile. Fui bendato e steso per terra. Il furgone partì. Ad un certo punto fui fatto scendere e sempre bendato salii dei gradini. Sempre bendato venni legato su un tavolaccio. Qualcuno mi tappò il naso con le mani e mi versò dell’acqua in bocca.
Ritengo che mi versò l’acqua in bocca per non farmi respirare. Inoltre per due volti qualcuno mi gettò in bocca della polverina.
Non so indicare il sapore di questa polverina. Rimasi legato per circa 30 minuti, mentre le persone che mi erano accanto che io non vedevo, perché ero bendato, mi incitavano a parlare. Quindi fui slegato, fui massaggiato e venni rivestito (infatti prima di legarmi mi avevano denudato). Fui portato fuori sempre bendato.
In questura mi tolsero le bende, dico meglio, dentro il furgone mi tolsero le bende, e mi consegnarono in questura, a due agenti che mi portarono in camera di sicurezza. il giorno dopo mi portarono in un ufficio della questura e mi fecero scrivere a macchina una dichiarazione in due fogli. Preciso che la prima dichiarazione la battei a macchina da me la mattina, e l’altra dichiarazione su altro foglio fu scritta da me a macchina in pomeriggio”.
L’imputato ha appena finito di rendere le sue dichiarazioni che il consigliere istruttore  gli contesta di essere indiziato del delitto di calunnia”.

Il 4 luglio 1978 il Pm ordina la cattura per calunnia. Triaca, interrogato il giorno dopo dichiara: “Confermo quanto ho dichiarato il 19 giugno 1978 al consigliere istruttore Gallucci; preciso che non ho visto particolarmente in faccia, nella semioscurità del furgone, i due agenti che mi ci fecero salire, il cui viso era oltretutto occultato dal casco. Non ho nemmeno badato ai connotati degli agenti che in questura mi portarono in camera di sicurezza, dopo la tortura, né a quelli che, dopo avermi tolto le bende, mi consegnarono ai suddetti agenti. Il fatto che io nei giorni successivi abbia confermato ai magistrati inquirenti tutto quanto avevo in precedenza dichiarato, fornendo anche ulteriori particolari, si spiega col fatto che per vari giorni ho agito nella sfera di intimidazione derivante dalla tortura subita, anche quando mi trovavo in ambiente del tutto estraneo a quello della questura.”

Gli ufficiali o agenti di PG che presero in consegna il 17 maggio Enrico Triaca, dopo che fu interrogato dai due funzionari di PS, non sono mai stati individuati. Durante il processo, celebrato col rito direttissimo, lo stesso Spinella dirigente della Digos, dichiarava che era impossibile identificare gli agenti che erano addetti alla camera di sicurezza sulla scorta di appositi registri.
Senonché, avendo il tribunale disposto che i registri venissero esibiti in visione, la questura rispondeva che non esistevano. Il tribunale, subito acquietato, emetteva la sentenza di condanna ad anni 1 e mesi 4 di reclusione.
Nella motivazione sostiene che non ci sono state torture in quanto già nell’interrogatorio regolarmente verbalizzato il 17 maggio (il primo) l’imputato aveva parlato.
Perciò non vi era ragione perché gli agenti gli usassero violenza. Dimentica però il tribunale che in un caso Triaca aveva parlato di sue responsabilità e nell’altro di responsabilità di terzi (il che per un appartenente ad un’organizzazione non è cosa di poco conto).
[…]
I metodi usati per Triaca (emarginare e se possibile far revocare i difensori scomodi – custodire gli arrestati in luoghi speciali, difficilmente controllabili) pare siano serviti poi da modello per i pentiti o per ottenere i pentimenti.
L‘Unità dell’8 novembre 1978 diede la notizia della sentenza di condanna con commenti di questo genere: “il caso Triaca, dunque, è chiuso, anche perché persino uno dei difensori, ieri ha lasciato capire che il truculento racconto del brigatista è stato un bluff“.
Gli avvocati difensori hanno proposto querela per diffamazione, ma la querela è già stata archiviata.

Oggi sappiamo che la denuncia fatta da Triaca era più che vera. Il suo torturatore, sotto lo pseudonimo di “De Tormentis” lo ha ammesso pubblicamente: «Uno dei pentiti “storici” nella storia delle Br, il “tipografo” Enrico Triaca individuato successivamente alla scoperta del cadavere dello statista, fornì una serie di rivelazioni impressionanti dopo che lo torchiammo».

Link
Le torture della Repubblica /2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”

Per il Censis il governo Monti è espressione di una politica «prigioniera del primato dei poteri finanziari»

Il 45° rapporto del Censis descrive un Paese «fragile, isolato e eterodiretto», depoliticizzato dal berlusconismo e annichilito dall’antiberlusconismo


Paolo Persichetti
Liberazione 3 dicembre 2011


Un Paese ostaggio di poteri finanziari interessati ad imporre solo un rigore senza futuro, incapace di fare da volano per qualsiasi sviluppo. E’ questo il giudizio durissimo che il Censis ha stilato nel 45° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, presentato ieri mattina nella sede del Cnel a Roma. «In questi mesi – scrivono gli estensori nella parte dedicata alle “Considerazione generali” – la società italiana si è rivelata fragile, isolata e eterodiretta». Una valutazione tratta dal forte processo di marginalizzazione subito dall’Italia sul versante internazionale e che l’ha relegata nelle retrovie dello scacchiere geopolitico. La crisi attuale, che i ricercatori del Censis individuano nel «mancato governo della finanza globalizzata», ci ha reso fragili e soprattutto ha «isolato» il Paese tagliandolo fuori dai «grandi processi internazionali». Non solo nell’Unione europea o all’interno delle alleanze occidentali, ma anche rispetto ai mutamenti intercorsi nell’area Mediterranea, dove in precedenza l’Italia esercitava la sua zona d’influenza. L’esempio più eclatante è venuto dall’incapacità dimostrata nel fronteggiare all’interno della Nato l’interventismo franco-britannico in Libia. Una debolezza che l’ha costretta ad inseguire e accodarsi agli alleati-concorrenti ma soprattutto a divenire un Paese «eterodiretto», che ormai deve sottostare alla «propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda».
Una subalternità non solo politica ma che è divenuta anche culturale, visto che «Viviamo – osservano sempre gli autori del rapporto – esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva (basti pensare a quanto hanno tenuto banco negli ultimi mesi termini come default, rating, spread, ecc.) e alla fine ci associamo – ma da prigionieri – alle culture e agli interessi che guidano quei concetti e quei termini».
Le cause di questa decadenza trovano una ragione non solo nei processi economici colpiti dalla crisi finanziaria ma anche nel deficit di governo e più in generale di una politica «prigioniera del primato dei poteri finanziari». La verticalizzazione e la personalizzazione del potere che hanno spadroneggiato negli ultimi vent’anni, lungi dall’aver rafforzato quella capacità di decisione che fino a poco tempo fa veniva indicata come l’elisir della buona politica che doveva privilegiare la governabilità sulla rappresentanza, avrebbero «impoverito nel tempo la nostra forza di governo», accentuando un deficit politico che «ha favorito una logica di polarizzazione decisionale: in basso vince il primato del mercato, in alto il primato degli organismi apicali del potere finanziario». Una situazione avvertita come un rischio troppo grande per «una società complessa che non può vivere e crescere relegando milioni di persone a essere una moltitudine egoista affidata a un mercato turbolento e sregolato, e affidando la tenuta dell’ordine minimale a vertici e circuiti ristretti e non sempre trasparenti».

«Ognuno per sé Francoforte per tutti»
Ancor più della stagione berlusconiana, il rapporto sembra prendere di mira, nemmeno tanto velatamente, il governo-direttorio dei tecnici guidato da Mario Monti quando afferma che «la dialettica politica sembra prigioniera del primato, anche lessicale, della regolazione finanziaria di vertice, che però può esprimere solo una dimensione di controllo, non di evoluzione e crescita». Lo sviluppo – e qui c’è tutto il pensiero della tradizione democristiana incarnata da Giuseppe De Rita – è spiegato nella relazione, si fa coinvolgendo «energie, mobilitazioni, convergenze collettive», definito «governo politico della realtà». I corpi intermedi non possono essere scavalcati dall’illusoria speranza che il potere demiurgico della finanza generi sviluppo anche perché – presagisce il Censis in modo abbastanza scontato – «nel prossimo futuro potrebbero essere incubati germi di tensione sociale e di conflitto a causa della tendenza all’aumento delle disuguaglianze e dell’emarginazione».
A questo punto però l’analisi ridiscende le profondità sociali per spiegarci che in Italia esiste un deficit dei gruppi dirigenti, le cui ragioni sono probabilmente legate ai quei processi di verticalizzazione prima descritti che hanno impoverito la partecipazione politica, la vita democratica. I vertici decisionali si sono ridotti di oltre 100 mila unità tra il 2007 e il 2010, passando da 553 mila a 450 mila, cioè dal 2,4% al 2% degli occupati. Una scrematura significativa che non ha intaccato la supremazia maschile, le donne sono solo 1/5 del totale e la loro incidenza è diminuita dell’1,3%. Poche donne, età media elevata (gli under 45 sono meno del 40% mentre tra gli occupati sono il 60%) e qualificazione formativa non certo brillante (solo il 36,4 è laureato), segnalano una «inadeguatezza della leadership», il che riduce «le stesse possibilità di ricambio».
Il rapporto registra una sorta di rassegnazione generalizzata, una incapacità di reazione collettiva che trova una via di fuga «nella ricerca di nuovi format relazionali», come i social network, le aggregazioni spirituali o amicali-comunitarie (a livello di quartiere urbano o area agricola, il fenomeno dei borghi medioevali risistemati che investe il ceto medio), capaci su supplire alle carenze del welfare pubblico. Ancora più forte è il mutamento dell’autopercezione identitaria: crollano le categorie legate alla classe socio-economica (4,5%), all’appartenenza religiosa (3,7%) o politica (1,1%), che però non scompaiono del tutto ma vengono recuperate all’interno dell’eredità culturale familiare (43,2%), il che dimostra come i valori identitari si trasmettano in una forma non più pubblica e all’apparenza non ideologica a vantaggio di modelli autoreferenziali come l’esperienza del singolo (44,6%) o il carattere (42,3%).

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Perché non sciogliere il popolo?
Giovanni De Luna: “il governo tecnico sancisce il fallimento della politica”
Rancière: La haine de la démocratie-Il nuovo odio della democrazia