Caso Battisti: il presidente del Stf brasiliano Cesar Peluzo pronto ad impugnare il no alla estradizione del Presidente Lula

Scontro instituzionale ai vertici della repubblica federale del Brasile. L’avvocatura generale dello Stato rende noto il suo parere contrario alla estradizione di Cesare Battisti e sostiene che il trattato di estradizione tra Brasile e Italia consente al presidente Lula di assicurare l’asilo politico a Battisti, indipendentemente dalla decisione della Corte suprema che si era pronunciata in favore della estradizione, a patto che la pena dell’ergastolo fosse commutata ad una pena non superiore ai 30 anni di reclusione (cosa che l’Italia non ha mai fatto). Per tutta risposta Cesar Peluzo, presidente del Supremo tribunale federale, si è detto pronto ad impugnare la decisione del presidente della repubblica se questa fosse contraria alla estradizione di Cesare Battisti per valutarne la conformità con il trattato bilaterale di estradizione tra Brasile e Italia. Il presidente del Stf sarebbe intenzionato a sollevare un conflitto di attribuzione dei poteri di decisione finale con la presidenza della repubblica. Fatto senza precedenti. Sarebbe questo il retroscena che spiegherebbe le ragioni dell’incontro tenutosi oggi pomeriggio, ore 15 brasiliane (18 italiane) tra Lula e Peluzo e l’avvocato generale dell’Unione, Luiz Inacio Adams, e il ministro della Giustizia Luis Paulo Barreto. Incontro che secondo le ultime indiscrezioni farebbe slittare a domani l’annuncio ufficiale della decisione di Lula.


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Battisti, è il mostro: impiccatelo!

Mondo politico unanime. C’è uno da linciare, dài che troviamo dei valori comuni!

Piero Sansonetti
Gli Altri venerdì 20 novembre 2009

È spaventoso il riflesso condizionato, la reazione di massa che hanno accolto la sentenza contro Cesare Battisti, scrittore italofrancese accusato e condannato in contumacia per fatti di terrorismo dei primi anni ottanta. Neanche una sfumatura, neanche un distinguo, un dubbio: tutti – tutti, tutti, tutti – hanno esultato e dichiarato giornata di gioia il 18 novembre, e cioè il giorno nel quale la Corte brasiliana – con un solo voto di maggioranza – ha deciso di rispedire Battisti in Italia perché sconti 30 anni di carcere. In Parlamento, quando è arrivata la notizia, c’è stato un grande applauso bipartisan (il primo dal 2002, quando Papa Wojtyla venne in visita a Montecitorio… e pensare che venne a Montecitorio a chiedere l’amnistia!). Le dichiarazione dei leader politici di centrodestra e centrosinistra sono entusiaste e patriottiche.

Programma bipartizan: la forca

I giornali seguono l’onda. Il più giubilante, naturalmente, è Il Fatto (titolo: “La giustizia brasiliana ha detto sì…speriamo che sconti presto la sua pena in Italia”, più punto esclamativo); molto simili i titoli di Giornale e Libero (finalmente questi tre quotidiani si sono trovati su una posizione praticamente identica); “E’ arrivato il momento di pagare”, dice Libero; “Ora niente scherzi”, Il Giornale. Felice, naturalmente anche Repubblica, seppure in modo un po’ più composto, e abbastanza contenti anche giornali, in genere un po’ meno forcaioli, come Stampa e Corriere della Sera. L’impressione è che il paese abbia finalmente trovato un obiettivo “unico” che tenga insieme tutti i forcaiolismi. Quelli berlusconiani e quelli antiberlusconiani. E che nel rogo per Cesare Battisti trovi un sollievo per le proprie ansie, un armistizio per la lunghissima guerra di fazioni. In fondo, questo si sapeva, nessuna delle due fazioni è liberale. Non lo è la destra, fortemente condizionata dalla cultura qualunquista della Lega e delle sue ampie componenti reazionarie; non lo è la sinistra, trascinata al giustizialismo e all´ultralegalitarismo dall´influenza abnorme, sul suo pensiero, acquisito negli ultimi 15 anni dalla magistratura (diciamo dalla parte più giacobina della magistratura) e dai cosiddetti “Girotondi” (Travaglio e zone circostanti). E siccome le cose stanno così, e sul piano della difesa dello Stato di diritto le differenze tra i due schieramenti sono esilissime, e cangianti (a seconda delle immediate conseguenze politiche) era logico che un caso complesso e delicato come il caso-Battisti avrebbe acceso la fiamma del linciaggio, unificando i due schieramenti, unificando i due populismi, e unificando anche la “base” con il ceto politico.
In questo clima è persino difficile cercare di prender le difese dello scrittore. Mi è capitato l’altra sera di trovarmi in una puntata di “Porta a Porta” a sostenere le mie posizioni (cioè quelle, moderatissime, di liberale garantista) contro il muro compatto (per fortuna abbastanza gentile) degli altri dieci ospiti e dello stesso conduttore (che però ha il merito, non certo comune a tutti gli altri conduttori, di ospitare nella sua trasmissione anche le posizioni assolutamente minoritarie come era la mia).
E a “Porta a Porta” – lo confesserò – mi sono sentito persino intimidito. Mi pareva di esagerare quando dicevo che non si può condannare una persona a due ergastoli sulla base delle dichiarazioni – discutibilissime – di un solo pentito, e senza che nemmeno un avvocato di fiducia abbia avuto la possibilità di difendere l’imputato.
Il caso Battisti è un caso clamoroso di negazione dello stato di diritto. È una sentenza sì e no indiziaria. E avrebbe dovuto suscitare una grande protesta, qui in Italia, come in parte è successo in Francia. Il fatto che niente di questo sia avvenuto, la dice lunga su cosa è rimasto, qui da noi, della cultura del diritto, delle garanzie, della tolleranza. Niente, niente è rimasto. Cenere. Sarà facile, secondo voi, su questa cenere, cercare di ricostruire una sinistra, o comunque una struttura liberale della società? Eppure io mi ricordo che di questa sinistra, qualche anno fa, erano padri personaggi come Terracini, Lombardo Radice, Vassalli, Malagugini, Luporini. Ve li ricordate? temo di no.
Per quel che riguarda la sorte personale di Battisti, le speranze, non tantissime, restano nelle mai del presidente Lula. Starà a lui decidere se dare il via libera alla decisione della Corte, o invece se fermarne l´esecuzione, per motivi politici (intravvedendo i termini, non difficili da scorgere, di una persecuzione politica) oppure per motivi umanitari (dato che lo sciopero della fame, iniziato dall´imputato, mette a rischio la sua sopravvivenza). Non ci resta che sperare. Ed esprimere solidarietà all’antipatico Battisti (augurandoci che questo sacrilegio non ci scosti una maledizione generale).

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Battisti, Genro: “L’italia si è dimostrata autoritaria e arrogante”

Intervista al ministro della Giustizia brasiliano
Paolo Persichetti, Liberazione 14 Novembre 2009

0,,14385791-EX,00Il supremo tribunale brasiliano si è spaccato in due come un cocomero. Quattro giudici hanno ritenuto l’asilo politico concesso a Cesare Battisti dal ministro della Giustizia, Tarso Genro, «corretta sotto il profilo costituzionale».
Hanno poi respinto la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia perché i reati contestati «hanno una natura politica» che cade sotto la protezione della legge brasiliana e dei trattati internazionali ratificati dal loro Paese. Altri quattro giudici, con argomenti esattamente opposti, si sono pronunciati per il via libera alla estradizione. Questa cristallizzazione, come da più parti si è osservato, palesa in modo eclatante uno scontro istituzionale molto duro. In ballo c’è l’interpretazione della costituzione brasiliana e soprattutto quale debba essere la gerarchia dei poteri in materia estradizionale. Decide e prevale, in ultima istanza, il potere politico, dunque l’Esecutivo, come accade in tutti i Paesi del mondo, compresa l’Italia, oppure deve essere il Giudiziario a dire l’ultima parola?
Attorno alla battaglia giuridico-politica che si è tenuta fino ad ora nelle aule di giustizia brasiliane, la destra – oggi all’opposizione – alleata con una parte significativa della magistratura, sta tentando un assalto al potere politico legittimamente eletto, rappresentato dal presidente della repubblica Ignazio Lula da Silva. Uno scenario esattamente rovesciato rispetto a quello italiano. Il nostro governo, che per voce del suo premier raglia contro i «magistrati comunisti», non esita oltre oceano a costruire trame di corridoio con pezzi di magistratura per strappare con ogni mezzo l’estradizione di Battisti, dando una mano ai suoi amici della destra brasiliana per fare fuori Lula.
Degli scenari che si aprono dopo la situazione di stallo, venuta a crearsi tra i giudici della Supremo tribunale federale di Brasilia, abbiamo parlato con il ministro della Giustizia brasiliana, Tarso Genro.

Ministro, cosa accadrà ora? Il presidente del Stf, Gilmar Mendes, voterà oppure come accaduto in altre occasioni, rispetterà il principio dell’habeas corpus?
Ha dichiarato che voterà.

Ha idea di come si pronuncerà?
È un’incognita perché ad oggi non ha ancora avuto l’opportunità di presentare pubblicamente la sua posizione.

È vero, come alcuni quotidiani hanno scritto, che se il Presidente Lula non ratificherà l’eventuale voto favorevole alla estradizione di Battisti, si potrebbe aprire una procedura di impeachment contro di lui?
Impossibile. Dietro questo scenario c’è una concezione completamente distorta della costituzione brasiliana. Le decisioni del Supremo tribunale sulla concessione dell’asilo non hanno forza di legge. Sono pareri privi di effetto vincolante. La decisione finale è riservata dalla costituzione al Presidente della repubblica. Se il voto finale del Supremo tribunale dovesse pendere per l’estradizione, la decisione passerà nelle mani del Presidente della repubblica. Decisione che comunque si farebbe attendere perché sul capo del signor Battisti pesa un procedimento penale per possesso e falsificazione di documenti d’identità. Per questo, quale che sia il risultato finale del voto, non vi può essere nessuna immediatezza della estradizione prima che non sia concluso il processo.

Eppure, in una dichiarazione il Presidente del Stf, ha evocato chiaramente il rischio di un impeachment (procedura di rimozione) contro Lula, se questi non si atterrà all’esito della decisione della Suprema corte.
Questa dichiarazione non l’ho mai letta da nessuna parte, mi è stata solo riferita. Se fosse vera, sarebbe espressione di una concezione profondamente sbagliata del sistema legale, dell’equilibrio e della divisione che presiede alle diverse competenze tra potere esecutivo e giudiziario.

Ministro, secondo lei perché Toffoli (il giudice nominato in sostituzione di un suo collega scomparso Ndr) non ha votato?
Non lo so. Ha parlato di un problema di coscienza, ma non saprei dire esattamente quale sia la ragione personale che gli ha impedito di esprimere il voto.

Forse perché ci sono state pressioni da parte italiana?
Pressioni da parte dell’Italia ci sono state fin dall’inizio.

Secondo lei si è andati ben oltre la legittima difesa dei propri interessi, fino alla vera e propria ingerenza negli affari interni?
Sì, da parte di persone appartenenti al governo italiano. Pressioni totalmente inaccetabili dal punto di vista politico e giuridico. In questa vicenda l’Italia ha dimostrato di avere una visione autoritaria e arrogante, inaccettabile per un paese democratico.

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Battisti, la decisione finale resta nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del tribunale supremo, Gilmar Mendes
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Dall’esilio con furore, cronache dalla latitanza e altre storie di esuli e ribelli
Caso Battisti: voto fermo al 4 a 4. Udienza sospesa
Caso Battisti, Toffoli non vota

Caso Battisti: voto fermo al 4 a 4. Prossima udienza il 18 novembre

Udienza per l’estradizione di Battisti: sospesa dopo un 4 a 4 nelle votazioni. La votazione finale riprendera il prossimo mercoledì 18 novembre. Il presidente della corte suprema ha già annunciato che non si asterrà. Tutti sanno che è favorevole all’estradizione. La decisione finale sulla sorte di Batisti a quel punta sarà nelle mani del cpo dello Stato Ignacio Lula da Silva

Paolo Persichetti
Liberazione 13 novembre 2009

Colpo di scena all’apertura dell’udienza del Supremo tribunale federale brasiliano che ieri doveva pronunciarsi sulla estradizione di Cesare Battisti, condannato in Italia a due ergastoli per una serie di attentati mortali commessi sul finire degli anni 70 dai Pac.
Il presidente della corte, Gilmar Mendes, ha reso noto il contenuto di una lettera inviata da Dias Toffoli, il giudice insediatosi tra le polemiche lo scorso 23 ottobre al posto di Menezes Direito, deceduto il primo settembre.

dsc_0023Toffoli, che in qualità di avvocato generale dell’Unione era già intervenuto nel procedimento, chiamato a fornire un parere sull’eccezione di incostituzionalità sollevata contro la concessione dell’asilo politico a Battisti, aveva difeso la correttezza della decisione presa dal ministro della Giustizia, Tarso Genro. Per evitare conflitti d’interesse ha preferito appellarsi alla clausola di coscienza e non prendere parte al voto. Un gesto che smentisce clamorosamente tutti quelli che avevano accusato Lula di averlo designato per far pendere gli equilibri del Tribunale a favore di Battisti. Nei giorni scorsi era persino circolata voce su un possibile ricorso contro la sua nomina da parte del governo italiano che per voce del proprio legale aveva chiesto a Toffoli di non presenziare al voto. Intervento che ha provocato la ferma reazione del ministro Genro contro l’atteggiamento irrispettoso della sovranità interna brasiliana. Fin dall’inizio l’Italia ha interferito in modo pesante sulla giustizia brasiliana. Un proconsole del governo, il procuratore Italo Ormanni, è stato inviato sul posto per manovrare nei corridoi del Tribunale e influenzare l’esito finale del voto. In realtà Toffoli avrebbe potuto votare. Non esistevano ostacoli giuridici, anzi i giuristi avevano elencato diversi precedenti. Soprattutto avrebbe potuto esprimersi sulla procedura di estradizione, nella quale non era mai intervenuto. Il Tribunale, infatti, con una scelta senza precedenti, e che molti hanno considerato quanto mai barocca, ha deciso di accorpare le due procedure: quella sulla costituzionalità della legge che attribuisce al ministro della Giustizia il potere di concedere lo status di rifugiato; e l’altra, sulla richiesta di estradizione avanzata dall’Italia. Il presidente Gilmar Mendes ha manovrato l’intera vicenda procedurale fornendo prova di notevole fantasia e creatività, al punto che nei manuali di diritto verrà ricordato come il fondatore del surrealismo giuridico brasiliano.
Venuto meno il voto di Toffoli, che avrebbe potuto subito chiudere la questione dando la maggioranza ai contrari alla estradizione, restano ancora aperti diversi scenari. Marco Aurelio Mello, il magistrato che all’ultima udienza aveva chiesto una sospensione, ha sciolto nel corso dell’udienza la riserva e si è detto contrario alla estradizione perché «il Tribunale supremo non può sostituirsi all’esecutivo». E’ noto che a livello planetario la materia estradizionale appartiene alla competenza dell’Esecutivo poiché attiene alla sfera dei rapporti politico-diplomatici tra Stati. L’autorità giudiziaria è chiamata soltanto ad esprimere un parere sulla fondateza e regolarità guiridica delle richieste di estradizione. Un criterio riconosciuto anche dalla costituzione italiana.
Messa di fronte fronte ad una situazione di perfetta parità, 4 contro 4, (la volta scorsa la sospensione era avvenuta in presenza di una maggioranza favorevole alla estradizione di 4 contro 3) la corte ha sospeso l’udienza. Al momento in cui questo giornale va in tipografia, non siamo in grado di dirvi quando riprenderà. Per sciogliere questa situazione di stallo, il presidente Mendes potrebbe essere chiamato ad esprimere un voto dirimente.
Decisione per nulla scontata. I contrari all’estradizione porranno, infatti, la questione dell’habeas corpus, ovvero il rispetto del principio del favor rei. Già in passato Mendes si era astenuto dal votare in situazione simile. Se prevalesse questa soluzione, la vicenda verrebbe archiviata e Battisti, scontata la pena per i documenti falsi, liberato. Una seconda incognita riguarda l’ipotesi che uno dei giudici chieda di rivedere la propria posizione. Nei giorni scorsi su alcuni quotidiani si era ventilata l’ipotesi di un ripensamento di Carlos Britto, che inizialmente si era detto favorevole all’estradizione. Anche in questo caso Battisti tornerebbe libero. Esiste anche l’eventualità che uno dei votanti chieda una ulteriore pausa di riflessione.
Se dovesse invece prevalere la volontà di far votare il presidente Mendes, da sempre favorevole alla estradizione, legato da stretti rapporti con gli ambienti del centrodestra italiano e che della vicenda Battisti ha fatto un trampolino di lancio per le sue ambizioni politiche, allora la partita davanti al Tribunale si chiuderebbe con un voto a maggioranza favorevole alla estradizione. A quel punto la palla passerebbe nelle mani del presidente Lula, ma anche qui c’è chi è intenzionato a porre un problema di legittimità che aprirebbe uno scontro di poteri tra esecutivo e giudiziario. Mendes, infatti, con un’interpretazione senza precedenti e assolutamente contrastante con la dottrina giuridica recepita a livello mondiale, ritiene la firma del capo dello Stato un puro atto formale, una mera ratifica della decisione presa dall’autorità giudiziaria. Ovviamente le cose non stanno così. I retropensieri politici che presiedono questa lettura sono del tutto evidenti. Mendes vuole destabilizzare e ridurre la sovranità del capo dello Stato. Difficilmente Lula accetterà di cedere ad una simile pretesa e valuterà l’intera vicenda sulla base di criteri politico-giuridici. L’Italia, infine, se vuole riavere Battisti dovrà comunque accedere alla condizione posta dal Tribunale perché l’estradizione possa essere materialmente possibile: commutare la pena dell’ergastolo a 30 anni di reclusione. Una questione non da poco. Fino ad ora il governo italiano ha sempre sorvolato. Davanti alla Stf ha sempre spacciato la menzogna dell’ergastolo previsto nell’ordinamento italiano come pena virtuale. Ma a Lula basterà questa favola per firmare?

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Battisti, la decisione finale resta nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del tribunale supremo, Gilmar Mendes
Tarso Genro, “inaccettabili ingerenze da parte dell’Italia”
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Caso Battisti: ultima udienza in corso

brasile_bandieraDias Toffoli, giudice appena nominato al Supremo Tribunal Federal di Brasilia, ha formalmente annunciato che non prenderà parte alle votazioni che si terranno oggi e che decideranno se estradare o no Cesare Battisti. Come avvocato generale di stato si era espresso a favore della concessione di status di rifugiato politico concesso dal governo brasiliano; per questo precedente non voterà.
Senza il suo voto, il pronostico non è certo favorevole per l’ex militante dei PAC che in Italia dovrebbe scontare l’ergastolo.

L’udienza è in corso da meno di un’ora; l’intenzione di alcuni membri del tribunale è di bypassare completamente il presidente brasiliano Lula, che dovrebbe comunque avere l’ultima parola.Durante l’udienza il ministro giudice Cezar Peluso, ha dichiarato che Lula dovrebbe automaticamente inviare l’imputato verso le prigioni italiane.
Il procuratore generale Roberto Gurgel, tra i tanti, sostiene invece che Lula come capo di stato e del governo, responsabile delle relazioni internazionali in Brasile e garante della Costituzione, abbia il diritto di decidere se estradare o no Cesare Battisti in Italia.
Tra poco si saprà qualcosa…

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Caso Battisti: parla Tarso Genro, “Anni 70 in Italia, giustizia d’eccezione non fascismo”

Caso Battisti: una guerra di pollaio

A cosa mirano Battisti e Vargas con le loro ultime dichiarazioni?

Paolo Persichetti

Iniziata nel febbraio 2004, con l’arresto a Parigi architettato dalla polizia sulla scorta di un finto litigio di condominio, col passare del tempo e la stratificazione delle polemiche e delle strumentalizzazioni, basti ricordare l’investimento che il caso rappresentò nella campagna presidenziale, sia da parte dal candidato Sarkozy, allora ministro degli Interni, che del segretario dei socialisti Hollande (che si recò in visita al detenuto), l’intera vicenda Battisti lascia sempre più perplessi. Il gioco delle rappresentazioni mediatiche contrapposte alla fine ha nuociuto a Battisti stesso. Niente è più lontano dalla condizione umana e dalla vita reale del personaggio, della percezione mediatica che si è imposta in Italia. Abilmente costruita dai media e veicolata dal suo stesso entourage, una volta che lui stesso ha rotto con la comunità dei rifugiati pensando di trovare nell’abbraccio dei salotti parigini la salvezza. 5414l«Vita dorata», «intellettuale della rive gauche»? Battisti in realtà conduceva una vita precaria, dal tenore modesto. Portinaio di un immobile, tirava a campare con meno di 800 euro al mese e viveva in una soffitta. Nei ritagli di tempo si dedicava alla sua passione, la scrittura di gialli che certo non gli davano da vivere. Tutto ciò è stato deformato fino a ridisegnarlo come una delle maschere più odiose degli anni 70: l’icona del male, l’assassino dal ghigno feroce. Sorpassato dagli eventi non ha fatto molto per impedire tutto ciò. E gli scrittori alla Bernard Henri Levy e alla Fred Vargas l’hanno schiacciato sotto il peso del loro narcisismo vittimista, eleggendolo ad emblema della persecuzione contro la casta intellettuale. Parlavano di lui ma vedevano se stessi. La vicenda è uno di quei casi in cui la storia trascende i suoi protagonisti. Come lui stesso ha riconosciuto in una sua recente intervista su un quotidiano brasiliano, Battisti non riesce a comprendere come e perché si sia ritrovato al centro di un affaire internazionale, oggetto di tante polemiche, odio e accanimento. Questa incapacità di comprendere ciò che gli accade la dice lunga sugli strumenti culturali del personaggio che sembra vivere in una dimensione separata, nella trama di uno dei suoi “gialli” piuttosto che nella realtà. Da qui il gusto per le trame, i Servizi che intervengono, i toni guasconi, le semplificazioni che rasentano grettezza.

 

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La scrittrice Fred Vargas

 

Il caso Battisti è uno specchio del nostro tempo e tutti i diversi protagonisti che vi prendono parte ne escono male. Niente torna in questa storia: il rancore dei suoi ex coimputati che lo stigmatizzano solo perché a loro non è riuscito di fuggire. Il fatto che per discolparsi Battisti stesso fa il loro nome, facendo passare per pentiti dei semplici ammittenti che non avevano fatto dichiarazioni su terzi. I familiari delle vittime che omettono di raccontare una evidenza processuale, come la sua estraneità – quantomeno fattuale – nell’uccisione di Torreggiani ed il fatto che Torreggiani stesso girasse armato e avesse ferito il figlio reagendo al fuoco, dopo che in passato aveva ucciso un rapinatore in circostanze che non giustificavano in alcun modo l’uso legittimo delle armi. La vicenda si è ridotta ad una guerra di pollaio che vede i politici fare le dichiarazioni più astruse e insensate, prive delle minime nozioni di diritto internazionale. Lo sprezzo sistematico della sovranità interna brasiliana, l’atteggiamento arrogante e razzista verso una potenza continentale, di gran lunga più influente dell’Italia, ritenuta una repubblica delle banane da ministri che non conoscono nemmeno le competenze della commissione europea ed hanno costretto il responsabile della Giustizia dell’Unione a ripetute smentite. Senza dimenticare le “rivelazioni” sull’aiuto che sarebbe venuto da un esponente dei servizi per favorire la fuga verso il Brasile. Affermazioni confermate e ulteriormente dettagliate dalla Vargas. Circostanza smentita dalla stessa Ucigos. Non esistono precedenti su un ruolo attivo dei servizi francesi nella esfiltrazione diretta di rifugiati italiani, addirittura attraverso la fornitura di passaporti falsi. Uno scenario troppo romanzato. Forse Battisti confonde la realtà con i suoi gialli. Ho vissuto 11 anni a Parigi e sono stato consegnato alle autorità italiane nello spazio di una notte, scambiato sotto il tunnel del Monte Bianco nell’estate del 2002 con modalità che assomigliano a quelle di un rapimento (una “consegna straordinaria” come si dice nel linguaggio tecnico) con la collaborazione diretta dei servizi dei due paesi. Non ho mai visto connivenze degli apparati nei nostri confronti. Al contrario molta diffidenza da parte della polizia francese. Spesso ostilità che per puro “senso dello Stato” tentavano malamente di celare sottomettendosi alla dottrina Mitterrand. Insomma i flic non ci hanno mai amato (per fortuna). Questa storia non convince affatto. In Francia i servizi al massimo hanno potuto chiudere un occhio (per aver così un problema in meno) se vedevano qualcuno andar via, secondo quella tipica politica condotta da paesi che sono stati in passato potenze coloniali e che hanno una tradizione imperiale.

A questo punto le cose sono due:

a) La storia dei servizi è vera. Cioè un settore, quello filosocialista (come dice Vargas che parla di “uno di sinistra”), lo ha veramente aiutato. Ma a questo punto perché svelarlo? Perché bruciare un canale che avrebbe potuto rivelarsi ancora utile in futuro? Quale ratio può esserci dietro queste indiscrezioni tanto controproducenti? E poi, in cambio di cosa l’aiuto sarebbe venuto? L’ambiente dei Servizi non fa niente per niente. Se questo aiuto dovesse trovare conferma, allora avrebbe una spiegazione il fatto che la vicenda Battisti si è rivelata devastante per i rifugiati e per la percezione storica degli anni 70. Forse la merce di scambio potrebbe essere stata proprio questa: stravolgere l’esperienza dell’asilo di fatto contribuendo a raffigurarla come il male assoluto, l’abiezione totale. La gauche caviard parigina, che tanto si è spesa per lui, perché in lui si è raffigurata autorappresentandosi in una sorta di dispositivo narcisista e vittimario, mai è intervenuta per gli altri rifugiati. Tra l’altro non c’era certo bisogno del suggerimento di uno 007 per sapere che il Brasile era tra i paesi che avrebbero potuto offrire ospitalità.

b) Ma se la storia dei servizi è falsa. Allora Battisti e il suo entourage chi stanno ricattando e perché? Quali messaggi trasversali lanciano? Vogliono vendicarsi di cosa? Quale montatura diffamatoria stanno mettendo in piedi? Chi vogliono colpire?

Quali che siano le risposte gli unici che pagano le conseguenze di queste parole sono gli altri rifugiati che restano ancora a Parigi e che non hanno santi in paradiso ma hanno sempre condotto battaglie trasparenti e solidali per tutti e per ciascuno.

Corriere della sera: La coppia Battisti-Vargas e la guerra di pollaio

Corriere della sera dell’8 febbraio 2009

di Giovanni Bianconi

“Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?”. La domanda viaggia su Internet, nel Blackblog di Oreste Scalzone e nel sito Insorgenze di Paolo Persichetti. Icona storica dei ‘rifugiati’ italiani in Francia il primo, unico estradato da Parigi il secondo, tuttora detenuto in semilibertà.
Sotto quel titolo, un lungo elenco di dubbi, interrogativi inquieti e critiche sull’ergastolano dei “Proletari Armati per il Comunismo” al quale il Brasile ha concesso asilo politico (ma si trova ancora in prigione); le sue ultime mosse non sono piaciute affatto alla ‘comunità’ degli ex militanti della lotta armata che hanno trovato ospitalità oltralpe, com’è stato per Battisti fino al 2004. Cinque anni fa, quando il governo di Parigi stava per rispedirlo nelle patrie galere, scappò in Sud America, e ora rivela che ad aiutarlo furono i servizi segreti francesi. “L’abbiamo letto con turbamento”, commenta Scalzone che nel 204 brindò alla sua fuga. Oggi non rinnega ma scrive: ” Le nostre reazioni oscillano tra incredulità e qualche domanda: perchè mai lo avrebbero ‘esfiltrato’? In cambio di che? E perchè mai, vero o fiction che sia, viene a dirlo come se fosse la cosa più normale del mondo, offrendo sponda alle calunnie “pistaiole”, in particolare stalino-fasciste, che da sempre ci propinano in materia?”

Subito dopo ce n’è per la scrittrice Fred Vargas, collega ‘giallista’ e amica di Battisti. Che ha confermato l’aiuto di Carla Bruni in Brasile, nonostante la pubblica smentita della signora Sarkozy, e fornito particolari sulla ‘persona servizievole’ che avrebbe fornito il passaporto falso al fuggiasco: “non esattamente un agente dei servizi ma una personalità molto vicina ai governi della presidenza Mitterand”, riassume Scalzone.
Tra gli ‘esiliati’ italiani Cesare Battisti, divenuto scrittore di successo in Francia, non ha mai goduto grandi simpatie. Anche perchè lui per primo assunse atteggiamenti distaccati dal resto della ‘compagneria’. Ma la battaglia per la sua libertà aveva rinsaldato la solidarietà. Scalzone intonava in piazza canti rivoluzionari accompagnati dalla fisarmonica, ma oggi accusa: “Manca solo che Battisti e Vargas lancino un altro strale contro qualche figura che si sia particolarmente impegnata verso la France terre d’asile e nella cosiddetta dottrina Mitterand”.
Poco meno che un traditore, insomma.
Paolo Persichetti, che nel 2002 fu riportato in Italia nel giro di una notte, unico risultato dei “patti” tra i governi di destra di Roma e Parigi, non crede al ruolo dei servizi segreti in favore di Battisti e dice: “Niente torna in questa storia. Il rancore dei suoi ex coimputati che lo stigmatizzano solo perchè a loro non è riuscito di fuggire; il fatto che per discolparsi Battisti stesso faccia il loro nome facendo passare per pentiti dei semplici ‘ammittenti’ che non avevano fatto dichiarazioni su terzi; una guerra di pollaio che vede i politici fare le dichiarazioni più astruse e insensate”.
Che ora l’ergastolano dei Pac abbia diritto di tornare libero in Brasile, per Scalzone, Persichetti e gli altri ‘rifugiati’ è un dato scontato. Ma “lo stillicidio di rivelazioni centellinnate e in crescendo sembrano uscite dalla mentalità contorta di chi, a furia d’inventare intrecci polizieschi, finisce per vedere la vita come un vortice di complotti. Battisti sembra vivere nella trama dei suoi romanzetti.”
E se gli amici dello scrittore, dalla Vargas e Bernard-Henry Levy, vengono bollati come “girotondini di Francia, con la loro vulgata sull’Italia ‘mai uscita dal fascismo’ “, l’ex militante dei Pac, “dev’essere affondato in un misto di ‘legittimismo’ e vittimismo: solo così si spiega l’odio riversato prima contro i ‘brigatisti’, poi ‘gli ex compagni’ fino a una sorta di sordo rancore contro Marina Petrella, come di gelosia perchè la battaglia du si lei ha avuto successo…”
Il finale è riservato al ‘terribile sospetto’ che la coppia Battisti-Vargas arrivi a fare “terra bruciata di quel che resta del mitterrandiano ‘asilo di fatto’ “, come fosse “la contropartita richiesta.”
In ogni caso, “tutto quel che rende ancor più delirante, non meno, la caccia all’uomo e l’immagine che si vuol dare della rivolta con un intero Paese (l’Italia) contro uno (e di che spessore…)”