Brasile: niente asilo politico per Cesare Battisti

Doccia fredda per l’ex militante del Pac. Ma l’ultima parola spetta a Lula

Paolo Persichetti

Liberazione 30 novembre 2008

Cesare Battisti, l’ex militante dei Pac condannato all’ergastolo e riparato in Brasile nel marzo 2007 per sfuggire all’estradizione concessa dalla Francia verso l’Italia, non avrebbe i requisiti per ottenere l’asilo politico. È quanto deciso nei giorni scorsi dal comitato nazionale per i rifugiati (Conare), organo del ministero della Giustizia brasiliano. La decisione presa a maggioranza, fatto abbastanza inusuale, è arrivata dopo un dibattito di alcune ore. stor_10025912_59160Al Conare si era rivolto questa estate, su richiesta della stessa difesa, il presidente del Supremo tribunale federale brasiliano (l’equivalente della Corte costituzionale), Cesar Peluzo, che nel contempo aveva autorizzato il trasferimento di Battisti dal carcere della Polizia federale al complesso penitenziario di Papuda, sempre a Brasilia, dove le sue condizioni di detenzione sono migliorate. 
Arrestato nel marzo del 2007 a Rio, sembra che Battisti abbia subito maltrattamenti che ne hanno pesantemente debilitato lo stato di salute psico-fisico. Nel corso di uno dei numerosi pestaggi ha riportato lo sfondamento del timpano e danni alla zona mascello-mandibolare, che poi non curati hanno dato luogo ad un’infezione. Se la richiesta d’asilo fosse stata accolta, la procedura di estradizione sarebbe stata automaticamente interrotta. A sostegno della propria domanda, la difesa dell’ex militante di sinistra aveva depositato un parere dell’ex capo dello Stato italiano, Francesco Cossiga, ministro dell’Interno e capo del governo nelle fasi più calde della lotta armata e ispiratore (oltre che autore materiale) di buona parte della legislazione speciale. Secondo la prosa sempre sibillina del “presidente emerito”, Battisti «è un delinquente politico, non comune». D’altronde sarebbe assai difficile sostenere il contrario, a meno di non voler contraddire le sentenze di condanna dei tribunali italiani. Altrimenti perché mai sarebbero state applicate le aggravanti speciali per «finalità di sovversione dell’ordine costituzionale»?

Se all’epoca del processo la magistratura avesse avuto qualche dubbio, avrebbe certamente qualificato i fatti incriminati in maniera diversa. Insomma negli anni dei maxi processi si è fatto largo uso e abuso delle aggravanti politiche per aumentare le condanne e rendere automatici gli ergastoli. Oggi invece si vorrebbe cancellare ogni traccia di politicità di quegli eventi per facilitare le estradizioni, applicando una vera e propria giustizia a geometria variabile che muta i suoi criteri secondo le convenienze.
 Lo scorso aprile, il procuratore generale della repubblica brasiliana, Antonio Fernando Souza, aveva dato parere favorevole all’estradizione sostenendo che i fatti contestati erano caratterizzati da una «certa freddezza e disprezzo della vita cesareumana», aspetti che ne avrebbero attenuato la valenza politica. Secondo il Conare invece sarebbero mancati i presupposti primari per un tale riconoscimento, ovvero l’assenza di una persecuzione provata. Dopo questo rifiuto, la difesa ha 15 giorni per presentare ricorso al ministro della Giustizia, Tarso Genro. Se nulla cambia, il tribunale supremo dovrà fornire il suo parere. L’ultima parola resta al presidente Lula, come prevede la costituzione.
 Iniziata nel febbraio 2004, con l’arresto a Parigi architettato dalla polizia sulla scorta di un fittizio litigio di condominio, col passare del tempo e la stratificazione delle polemiche e delle strumentalizzazioni, basti ricordare l’investimento che il caso rappresentò nella campagna presidenziale, sia da parte dal candidato Sarkozy, allora ministro degli Interni, che del segretario dei socialisti Hollande (che si recò in visita al detenuto), l’intera vicenda Battisti lascia sempre più perplessi.
 Il gioco delle rappresentazioni mediatiche contrapposte alla fine ha nuociuto a Battisti stesso. Niente è più lontano dalla condizione umana e dalla vita reale del personaggio, della percezione mediatica che si è imposta in Italia. Abilmente costruita dai media e veicolata dal suo stesso entourage , una volta che lui stesso ha rotto con la comunità dei rifugiati pensando di trovare nell’abbraccio dei salotti parigini la salvezza.

“Vita dorata”, “intellettuale della rive gauche “? Battisti in realtà conduceva una vita precaria, dal tenore modesto. Portinaio di un immobile, tirava a campare con 800 euro al mese e viveva in una soffitta. Nei ritagli di tempo si dedicava alla sua passione, la scrittura di gialli che certo non gli davano da vivere. Tutto ciò è stato deformato fino a ridisegnarlo come una delle maschere più odiose degli anni 70: l’icona del male, l’assassino dal ghigno feroce.
 Sorpassato dagli eventi non ha fatto molto per impedire tutto ciò. E gli scrittori alla Bernard Henri Levy e alla Fred Vargas, l’hanno schiacciato sotto il peso del loro narcisismo vittimista, eleggendolo ad emblema della persecuzione contro la casta intellettuale. Parlavano di lui ma vedevano se stessi.

Ergastolo: Per dire basta parte lo sciopero della fame

primaDal 1 dicembre 2008 settimama dopo settimana i detenuti delle carceri italiane scioperano contro il “fine pena mai”

Paolo Persichetti
Liberazione- supplemento Queer domenica 30 novembre 2008

Al 30 giugno 2008, secondo i dati presenti sul sito del ministero della Giustizia, le persone condannate all’ergastolo in via definitiva erano 1415 (1390 uomini e 25 donne). La stragrande maggioranza di loro, oltre 500, sono sottoposte al regime del 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”, recentemente oggetto di ulteriori misure restrittive. Circa il 4,5% dell’intera popolazione reclusa. Una percentuale diluitasi negli ultimi tempi a causa dell’esplosione degli ingressi carcerari che hanno portato il numero delle persone detenute a 58.462. Con un impressionante entra-esci di 170 mila persone che non restano più di 10 giorni (rilevamento del 25 novembre), perché le infrazioni contestate non giustificano la custodia in carcere senza una condanna definitiva o non hanno retto al vaglio della magistratura. Cifre ormai prossime alla soglia d’implosione (quota 63 mila) che verrà raggiunta, secondo le proiezioni avanzate dagli stessi uffici statistici del ministero, nel prossimo mese di marzo.
I detenuti rinchiusi da oltre 20 anni sono 1648, tra questi 56 hanno superato i 26 anni e 37 sono andati oltre i 30. Il record riguarda un detenuto rinchiuso nel carcere di Frosinone con ben 39 anni di reclusione sulle spalle. Quelli che hanno già superato i 10 anni arrivano a 3446. Oltre 23 mila sono i reclusi che scontano pene che vanno da pochi mesi ad un tetto di 10 anni. Un detenuto su 5 subisce una sanzione superiore a 10 anni, quelle che normalmente vengono definite “lunghe pene”. L’unica industria che non risente della crisi, che non rischia licenziamenti, cassintegrazioni o mancati rinnovi di contratti a termine, è quella del carcere.

La fabbrica della penalità va a gonfie vele. E già gli avvoltoi della speculazione edilizia si sfregano le mani all’idea che verranno costruite nuove carceri e dismesse quelle in centro città. La riqualificazione di aree centro-urbane, ottenute in cambio della costruzione di scadenti penitenziari costruiti nello sprofondo di periferie dimenticate anche da dio, poi rivendute sul mercato a prezzi stellari al metro quadro, è lo scambio indecente promesso dal governo alle grandi imprese private che si occupano di lavori pubblici. Fatta eccezione per l’immediato dopoguerra, nella storia dell’Italia repubblicana non c’è mai stato un numero così alto di “fine pena mai” come quello attuale. Nel 1952 il loro numero si attestava a 1127 per scendere progressivamente fino a toccare i minimi storici nel corso degli anni 70, dove anche il numero dei reclusi in termini assoluti precipita a circa 35 mila. La stagione delle lotte carcerarie, i progressi civili e sociali del decennio che ha più dato libertà, fanno precipitare i tassi d’incarcerazione senza che il paese fosse afflitto da sindromi ansiogene. Le lotte sono sempre state il migliore viatico per curare le isterie sociali e impedire al potere di fare uso della demagogia della paura. Nel 1982 si tocca la cifra più bassa dal dopoguerra, appena 207. Ma durerà poco, molto poco. In quegli anni la giustizia d’eccezione gira a pieno regime e di lì a poco tempo cominceranno a fioccare centinaia di ergastoli sfornati nel corso dei maxi processi dell’emergenza antiterrorista. 336 sono quelli erogati fino al 1989 nei processi per fatti di lotta armata di sinistra. A partire dal 1983 la curva torna ad inalzarsi. pioloqueer
Siamo negli anni della svolta reganiana, quelli della “rivoluzione passiva” del neoliberismo, della deregolazione economica che prevede come suo corollario l’intruppamento e l’ingabbiamento dei corpi, elaborato con la disciplina della tolleranza zero. Il tasso d’incarcerazione comincia a salire per esplodere a partire dal decennio 90, con tangentopoli che apre il varco al populismo penale. Nel corso degli ultimi 25 anni il numero degli ergastolani è passato da 226 agli oltre 1400 attuali. In molti paesi europei l’ergastolo è stato abolito: è il caso di Spagna, Portogallo, Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Albania, Polonia e Ungheria. Nei paesi dove invece è ancora formalmente presente, di fatto è disapplicato da normative che introducono tetti massimi di detenzione e la possibilità di modulare la pena accedendo in tempi ragionevoli alla liberazione condizionale. In Grecia è ammessa la liberazione condizionale dopo 20 anni; in Austria, Germania, Svizzera e Francia dopo 15 anni, salvo che in sede di condanna il tribunale non stabilisca per ragioni di gravità del reato contestato un periodo incomprimibile superiore. In Olanda è possibile avanzare richiesta dopo 14 anni; in Norvegia 12; in Belgio dopo 1/3 della pena e in Danimarca dopo 12 anni. A Cipro dopo 10 anni, in Irlanda dopo 7 anni. L’Italia prevede la possibilità di avanzare richiesta di liberazione condizionale solo una volta maturati 26 anni di reclusione. Uno dei tetti più alti d’Europa ed anche una delle soglie più difficili da superare. In realtà le nuove normative in vigore hanno reso l’ipotesi di una scarcerazione sotto condizione puramente virtuale. Con la pena dell’ergastolo vengono puniti una serie di reati contro la persona fisica e la personalità dello Stato, in sostanza omicidi, reati di natura politica o a legati all’attività della criminalità organizzata, sottoposti al regime del 4 bis e 41 bis della legge penitenziaria. Normative che introducono come requisito per l’accesso ai benefici l’obbligo della “collaborazione”, rendendo lettera morta il dettato costituzionale e tutta la retorica riabilitativa e risocializzante prevista nell’ordinamento.L’ergastolo è dunque più che mai una pena eliminativa.
Il primo dicembre i detenuti delle carceri italiane torneranno a far sentire la loro voce sul modello di quanto è accaduto poche settimane fa nelle carceri greche, quando un massiccio movimento ha costretto il governo a negoziare. Uno sciopero della fame nazionale darà l’avvio ad una staffetta che si suddividerà nelle settimane successive regione per regione fino al 16 marzo 2009. Convegni, assemblee e attività di sostegno alla lotta degli ergastolani si terranno nelle città coinvolte dallo sciopero. Una battaglia difficile di questi tempi, ma necessaria. Chi si ferma è perduto.

Il calendario della campagna si trova sul sito: http://www.informacarcere.it/campagna_ergastolo.php

Baader Meinhof: la Germania volta pagina

La lezione tedesca: liberazione condizionale senza richiesta di pentimento per gli ultimi detenuti della Raf

Paolo Persichetti

Liberazione 26 novembre 2008

La Germania chiude o forse, sarebbe meglio dire, schiude i suoi anni di piombo. Il via libera alla scarcerazione di Christian Klar, concessa due giorni fa dalla corte di appello di Stoccarda, porta lo Stato federale tedesco verso il definitivo azzeramento degli strascichi penali ancora aperti della stagione della lotta armata. A differenza di quelle passate, queste ultime scarcerazioni riguardano i prigionieri che hanno rifiutato di pentirsi o dissociarsi. 197029
Ex militante della Rote armee fraktion (Raf), Klar uscirà dal carcere il 3 gennaio 2009 al maturare del ventiseiesimo anno di detenzione (forse anche prima, se le riduzioni di pena legate alla buona condotta lo consentiranno), 7 dei quali passati in totale isolamento. Klar aveva ottenuto la possibilità di uscire in permesso già dalla primavera scorsa.
In realtà la parola fine potrà dirsi soltanto dopo la liberazione di Birgit Hogefeld, arrestata nel 1993, ed unica a restare ancora detenuta dopo la liberazione condizionale concessa a Klar. Esponente dell’ultima fase della storia politico-militare della Raf (la cosiddetta “terza generazione”, definizione che però viene rigettata dai membri del gruppo autodiscioltosi nel 1998, i quali hanno sempre messo l’accento sull’unità del percorso della loro organizzazione), la Hogefeld è liberabile a partire dal 2011.
Per anticipare la sua uscita Klar aveva fatto richiesta di grazia, ma nel maggio 2007, dopo le polemiche suscitate dalla concessione della liberazione condizionale a Brigitte Mohnhaupt, altro membro della Raf con 24 anni di carcere sulle spalle, il presidente della Repubblica, Horst Köeler, rispose negativamente. Un polverone mediatico fu sollevato dalla stampa di destra a causa di un suo messaggio di solidarietà inviato ad una conferenza su Luxenburg-Liebknecht, tenutasi a Berlino nel gennaio dello stesso anno, nel quale Klar auspicava una società futura senza capitalismo. Campagna mediatica che chiedeva una esplicita dichiarazione di pentimento come condizione necessaria alla scarcerazione. Tuttavia ciò non ha impedito che nell’agosto successivo fosse concessa la liberazione condizionale anche a Eva Haule, dopo 21 anni di carcere.
Incassato il rifiuto della grazia, Klar ha continuato a difendere il proprio diritto di tacere (da intendersi come il rifiuto di sottomettersi a dichiarazioni pubbliche di pentimento) e non fare mercanteggiamenti per uscire. Il 15 agosto 2008 è sopraggiunta una importante decisione della Corte federale che ha chiarito come il diritto al silenzio sia compatibile con terrorlistel’ammissione ai benefici di legge. Questa sentenza ha così definitivamente sbloccato la situazione.
Il sistema penale tedesco, infatti, non prevede che la pena dell’ergastolo venga scontata a vita. Se i giudici ritengono che il comportamento del recluso sia tale da escludere il permanere di una sua pericolosità sociale, l’accesso alla libertà vigilata per una durata di 5 anni, passati i quali la pena è estinta, è ammessa una volta scontati 15 anni di pena, salvo nei casi in cui in sede di condanna venga stabilito un tetto più alto, in ragione della particolare «gravità della colpa». Tetto di reclusione incomprimibile che nel caso di Klar era stato fissato a 26 anni, ovvero allo scadere del 3 gennaio 2009.
A differenza dell’ordinamento italiano, il sistema tedesco non prevede il requisito del ravvedimento, la concessione della liberazione condizionale è dunque valutata sulla base del comportamento oggettivo, esternato nel corso degli anni di detenzione dal soggetto, e non sulla scorta di una presunta analisi del suo foro interiore. Prassi che in Italia si è consolidata in una giurisprudenza dei tribunali di sorveglianza (in più casi censurata dalla Cassazione) che da luogo ad ipocrite procedure di richiesta di scuse e domande di perdono nei confronti dei familiari delle vittime per via epistolare, il più delle volte da queste giustamente rinviate al mittente. L’esperienza dimostra però che all’autorità giudiziaria non interessa l’esito finale di questo tentativo di mediazione, quanto l’atto in sè, inteso come una vera e propria forca caudina, un gesto che di riparatore ha ben poco. In realtà è solo una forma di assoggettamento al sovrano, essenza moderna dei vecchi autodafé, cerimonia di degradazione pubblica, umiliazione dell’intelligenza, etica a buon mercato, grado infimo della coscienza.5490138
Anni di piombo era il titolo che la regista Margarethe Von Trotta scelse per il suo film realizzato nel 1981. Ispirato alla storia di Gudrun Ensslin, militante della Raf uccisa nel carcere di Stammhein nel 1977, quel titolo voleva indicare la cappa plumbea gettata sulle speranze, il germogliare di idee, libertà, conquiste sociali che la rivolta degli anni 70 aveva suscitato. Col tempo l’espressione ha assunto il significato opposto, trasformandosi nel sinonimo della rivolta stessa ridotta al piombo cupo delle armi. Oggi ciò che resta di quella cappa soffocante, le mura e il ferro delle prigioni, almeno in Germania cominciano a fondersi.
In Italia il piombo tiene ancora.

Razzismo: aggressioni xenofobe al Trullo

Rapina «con l’aggravante della discriminazione e dell’odio razziale»

Paolo Persichetti
Liberazione, 23 Novembre 2008

Al Trullo, zona della periferia romana che guarda verso il litorale, tira una brutta aria. Da un po’ di tempo alcuni giovani si divertono ad aggredire gli immigrati del quartiere che vivono del loro lavoro. Cinque ragazzi, tra i quali due minorenni, sono stati arrestati all’alba di ieri dai carabinieri. Altri quattro sono stati denunciati e un altro sottoposto all’obbligo di firma. In tutto dieci ragazzi tra i sedici e i ventuno anni, teste vuote accusate a vario titolo di ripetuti episodi di aggressione, pestaggi e intimidazione a sfondo razziale che sarebbero poi sfociati in rapine. Secondo quanto è stato riportato dalle agenzie, alcuni dei ragazzi avevano già dei precedenti penali.
300px-roma_tiburtino_iiiDi fronte alle reiterate violenze, al clima di sopraffazione e intimidazione e al timore di essere espulsi perché in situazione irregolare, gli immigrati evitavano di denunciare i fatti alla forze di polizia, fino allo scorso mese di settembre quando due egiziani hanno rotto gli indugi e sporto querela. I due erano stati malmenati e derubati ma si erano rifiutati di dare denaro alla banda. Le indagini condotte dalla locale caserma di Villa Bonelli hanno consentito di infrangere il muro di omertà e ricostruire almeno cinque episodi, ma potrebbero essere molti di più. Tra questi il violento pestaggio di un barista romeno che si era rifiutato di «offrire» ai ragazzi delle birre gratis. Il gruppo prendeva di mira anche le donne, come nel caso di una ragazza guatemalteca avvicinata in via del Trullo per ottenere del denaro e qui malmenata e rapinata. Le aggressioni avvenivano spesso a colpi di casco. «Qui non vi vogliamo, siete dei pezzi di merda», queste le frasi che rivolgevano contro gli extracomunitari.detail_2163608
L’Arma tuttavia per bocca del comandante della compagnia dell’Eur ha subito tenuto ha precisare che «si tratta di bulli, non c’è alcun movente politico in queste azioni. Si tratta di violenze messe in atto per futili motivi, spesso perché le vittime si rifiutavano di dare pochi spiccioli», come se fosse un fatto minore andare in giro ad estorcere soldi, per giunta a dei poveracci che spesso vivono d’espedienti e lavori sottopagati. Una spoliticizzazione dei fatti in linea con i desiderata dell’attuale maggioranza di governo ed in particolare con il discorso tenuto dalla giunta Alemanno, che del razzismo e della xenofobia hanno fatto durante la campagna elettorale una merce politica. Il sindaco, esponente di primo piano di An e punto di riferimento della “destra sociale”, legato agli ambienti della destra radicale che in parte è riuscito a traghettare nella maggioranza municipale, non ha perso tempo per omaggiare l’operato dei carabinieri, augurandosi «una volta accertati i fatti di procedere in tempi brevi a una condanna esemplare». Quanto avvenuto riporta al clima dell’ottobre 2006, quando la tensione nel quartiere raggiunse livelli altissimi a causa di conflitti tra gruppi malavitosi che reggevano il mercato dello spaccio, extracomunitari appaltati per il traffico e giovani italiani emergenti che volevano ritagliarsi uno spazio. Allora finì con tre gambizzati e un bar dato alle fiamme.
2211974074_94050260b7Nella stessa giornata, in un’altra periferia romana, alla stazione ferroviaria di Ottavia, tre giovani srilankesi sono stati aggrediti a colpi di mazze da altri ragazzi italiani poi fuggiti. Episodi del genere sono ormai quotidiani. L’intolleranza razzista si è banalizzata. Ma davvero la politica non c’entra? La destra gioca sul fatto che chi commette questi atti non è un militante, non fa nemmeno politica. Obiezione fragile in un’epoca dove la politica ha perso i suoi confini tradizionali fino a dissolversi nei salotti e format televisivi. La realtà è che simboli, linguaggi e comportamenti rinviano ad uno stesso orizzonte comune che trova connivenze e momenti di contatto, per esempio nelle curve degli stadi. Queste teste bruciate mutuano gli stessi pregiudizi, condividono il medesimo odio e rancore, appartengono allo stesso universo valoriale identitario, superomista e razziale. Sono l’incarnazione dell’egemonia che la cultura di destra ha conquistato nel paese. Siamo di fronte ad un contagio sociologico, parola che assume un senso tutto particolare dopo l’ultimo libro di Walter Siti che descrive appunto la trasmutazione delle borgate, la realtà della nuova periferia dove codici sociali e identitari sono ormai sovrapposti e confusi. Il potere sociale della cocaina, i suoi percorsi, le relazioni sociali che si costruiscono attorno al suo mercato spiegano più di tante analisi socio-politiche.

Link
I dannati della nostra terra
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza
Razzismo a Tor Bellamonaca, agguato contro un migrante

L’affaire des 9 de Tarnac/L’attentato…all’orario dei treni

Una enorme montatura poliziesca campeggia da alcuni giorni sulla stampa francese

Paolo Persichetti

Liberazione 22 Novembre 2008

Una enorme montatura poliziesca campeggia da alcuni giorni sulla stampa francese. 9 giovani tra i 25 e i 33 anni sono stati messi sotto inchiesta e incarcerati dal giudice della sezione antiterrorista di Parigi con l’accusa di partecipazione ad una “associazione con finalità di terrorismo”, mentre 5 di loro si sono visti contestare alcuni atti di degradazione delle linee elettriche dell’alta velocità. Capi d’imputazione molto pesanti che possono arrivare a 20 anni di reclusione. La Società nazionale delle ferrovie aveva denunciato nei giorni precedenti diversi atti di sabotaggio. Nella notte tra il 7 e l’8 novembre alcuni ganci forgiati con crochettondini di ferro erano stati apposti sulle catenarie, i fili elettrici che alimentano la rete ferroviaria, provocando un vero e proprio stravolgimento del traffico con ritardi per 160 treni sulle linee del Tgv. Episodi che hanno suscitato enorme allarme al punto che il governo ha sospettato, visto il clima di tensione che si trascinava da giorni tra sindacati e direzione delle Ferrovie, un coinvolgimento dei lavoratori. Un clima di pesante sospetto si era diffuso verso le sigle sindacali più radicali, come Sud-rail e la stessa Cgt, al punto che le autorità hanno dovuto smentire la presenza di dipendenti tra gli arrestati.
All’alba dell’11 novembre 150 agenti appartenenti ai diversi servizi antiterrorismo della polizia hanno fatto irruzione in un casale di campagna, una vecchia fattoria in località le Goutailloux, nel piccolo villaggio di Tarnac (350 anime), situato nel centrophoto-tarnac della Francia, più precisamente in Corrèze nella regione del Limousin, nota per gli allevamenti bovini di grande qualità (la razza limousine dal manto rosso e l’imponente charolaise). E in effetti, la vecchia fattoria in pietra da taglio messa sotto sorveglianza fin dalla primavera scorsa si trova proprio nel plateau des millevaches. Qui sono state arrestate 5 persone. Nelle stesse ore altre 15 sono state fermate nel resto della Francia, a Rouen, nella Meuse e a Parigi. In gran parte studenti universitari. Alla fine solo 9 di loro sono stati incriminati. Tra questi Julien Coupat, plurilaureato, conosciuto a Parigi per la sua attività politico-intellettuale. Di «formazione postsituazionista, ottimo conoscitore di Guy Debord», spiega Luc Boltanski, direttore di studi all’Ehss, che l’ha avuto tra i suoi allievi. Componente, alla fine degli anni 90, del collettivo che diede vita alla rivista Tiqqun, vicina al lavoro del filosofo Giorgio Agamben. Tra gli autori di un testo pubblicato anche in Italia da Bollati-Boringhieri, La teoria della jeunne-fille. Indicato come la figura trainante di quella che gli inquirenti hanno definito «cellula invisibile». La retata è stata subito presentata come un affare di Stato. Il ministro degli Interni, Michèle Alliot-Marie, in compagnia del presidente delle ferrovie, Guillaume Pepy, l’ha addirittura annunciata ai mezzi d’informazione quando erano ancora in corso le perquisizioni, anticipando delle conclusioni di colpevolezza stabilite prim’ancora d’aver trovato le prove. «Queste persone hanno voluto colpire le ferrovie perché sono un simbolo dello Stato e sapevano che i loro atti avrebbero suscitato una forte eco mediatica», ha spiegato alla stampa aggiungendo che i fermati appartengono ad una fantomatica area dell’ultra-sinistra «anarco-autonoma». Sullo stesso tono si è pronunciato il presidente della repubblica Nicolas Sarkozy, felicitandosi per i risultati «rapidi e promettenti» ottenuti dagli investigatori, salutando «l’efficacia e la mobilitazione» della polizia e della gendarmeria e in modo tutto particolare la nuova «Direzione centrale dell’informazione interna e della Sotto-Direzione antiterrorista», nati proprio dalla riforma dei Servizi di sicurezza da lui voluta.
In effetti, questi arresti ultramediatici sembrano proprio un’operazione di marketing costruita appositamente per dimostrare l’efficienza e il successo di queste nuove strutture. L’inchiesta, infatti, nasce da lontano e solo all’ultimo momento sembra essersi interessata agli atti di sabotaggio realizzati sulle reti elettriche delle ferrovie. arton215L’indagine parte da New York dove nella primavera scorsa l’Fbi ha segnalato ai Servizi francesi la presenza di alcuni dei giovani arrestati nella fattoria di Tarnac. Individuati nel corso di una manifestazione pacifista organizzata nel gennaio 2008 davanti ad un centro di reclutamento dell’esercito americano. Attività contro la guerra che non si capisce come possa essere accostata a comportamenti di natura terroristica, tali da richiedere uno scambio d’informazioni a livello internazionale. Dopo questa segnalazione, una inchiesta preliminare è stata aperta dalla procura nazionale antiterrorismo di Parigi. Da 11 mesi i movimenti attorno alla fattoria erano seguiti senza dare però alcun risultato. Una lavoro davvero frustrante per gli 007 dell’antiterrorismo che hanno dispiegato mezzi di controllo sofisticati. Il gruppo di giovani, che da alcuni anni si era ritirato nel paesino, coltivava l’orto, allevava capre, anatre, galline, insomma aveva deciso di mettere in pratica una forma d’esistenza che voleva darsi «i mezzi materiali e affettivi per fuggire la frenesia metropolitana e sperimentare forme di condivisione», ha spiegato a le Monde Mathieu B., 27 anni, uno dei fermati poi rilasciato. Alcuni di loro avevano rilevato il piccolo negozio d’alimentari del paese e organizzato un servizio di rifornimento degli anziani sparpagliati nelle diverse contrade e masserie della zona. Insomma un vero servizio sociale molto apprezzato dagli abitanti del posto e dal sindaco che aveva concesso al gruppo anche dei locali di proprietà del comune. Il loro arrivo aveva portato idee, entusiasmo ed aria nuova in quel piccolo angolo di Francia rurale, vivacizzandone anche la vita culturale. L’intera Tarnac si è infatti subito mobilitata in difesa dei ragazzi creando un comitato di sostegno che ha spiazzato le autorità. L’immagine dei cattivi, dei feroci terroristi che attentavano… all’orario dei treni si è presto sgretolata. Col passare dei giorni non sono emersesabotage le prove schiaccianti promesse e il dna tanto sbandierato. Nella fattoria, oltre ai polli e alle galline, sono stati trovati dei depliant della Sncf con gli orari dei treni… quelli che normalmente vengono offerti agli sportelli, delle scale del tipo presente in ogni domicilio familiare, materiale da arrampicata che molti dei ragazzi praticavano come hobby.
La piccola comunità discuteva, faceva politica, aveva contatti nel resto della Francia, in Europa e Oltreoceano. Incontrava gente che la pensava allo stesso modo, partecipava a manifestazioni per i sans papiers e contro la banca dati Edwige (vedi Queer del 5 ottobre 2008 ) e poi scriveva. Agli arrestati, e in particolare a Julien Coupat, viene attribuita la stesura di un pamphlet, L’insurrection qui vient, edizioni La Fabrique, che ha già venduto 10 mila copie (il testo è interamente scaricabile da internet, basta cliccare http://www.lafabrique.fr ) che polizia e magistratura considerano una sorta di manuale della sovversione.
E in effetti è proprio questo l’aspetto, oltre alla assoluta carenza di prove sui fatti contestati, che ha suscitato vive proteste nell’opinione pubblica, che ha differenza di quella italiana non è assuefatta ai metodi dell’emergenza antiterrorismo. «A partire da questo libro, ritrovato in alcune perquisizioni nella primavera scorsa – spiega l’editore Eric Hazan – sembra che ci sia stata una sorta di costruzione poliziesca del nemico interno». Giorgio Agamben su Libération ha denunciato la deriva legislativa che ormai assimila al reato di terrorismo ogni forma di opposizione sociale che si ponga in antitesi con i governi e le istituzioni e consente di attribuire la finalità di terrorismo ad attività come picchettaggi, occupazioni, boicottaggi o sabotaggi di merci e infrastrutture, repertori d’azione che appartengono alla lunga storia delle lotte sociali del movimento operaio.
In Italia chi avrebbe avuto il coraggio di dire una cosa del genere. Per Maria Sole e Baleno ci fu solo silenzio.

Link
L’affaire Tarnac: Julien Coupat in carcere da sette mesi per un libro
Tolleranza zero: estensione dell’infrazione di terrorismo e nuovo spazio giudiziario europeo
Agamben, L’exception permanente
Agamben, Lo Stato d’eccezione

Il varo della nave pirata: il Nuovo Partito Anticapitalista

La rifondazione della sinistra francese. Quel nuovo anticapitalismo oltre i vecchi partiti

Paolo Persichetti

Liberazione 16 novembre 2008

Quattro congressi nel giro di due mesi e mezzo. La sinistra francese è di fronte a un passaggio cruciale che forse ne ridisegnerà la geografia politica, almeno per quanto riguarda le forze situate alla sinistra del partito socialista che oggi a Reims chiude la sua assise congressuale. Il 5 e 6 dicembre sarà la volta dei verdi mentre dall’11 al 14 si riunirà il congresso del Pcf.
banderole_010508petite-copie-1Ma l’appuntamento che richiama maggiore attenzione è senza dubbio il previsto autoscioglimento della Ligue communiste révolutionnaire (Lcr), che si terrà il 29 gennaio 2009 alla Plaine-Saint-Dénis, area industriale dismessa a nord di Parigi, che sarà immediatamente seguito nei due giorni successivi, 30 gennaio e 1 febbraio, dal congresso di fondazione del Nuovo partito anticapitalista.

Pcf e verdi in crisi
Quelle che si apriranno saranno delle assise molto particolari che segnalano, fatta eccezione per la Lcr in netta controtendenza, il profondo stato di crisi delle formazioni della sinistra, in alcuni casi giunta a uno stadio quasi terminale, come l’agonia che tocca il Pcf piombato in una condizione di afasia profonda e ormai disperatamente attaccato alla difesa di quei pochi bastioni municipali ne garantiscono ancora una stentata sopravvivenza politica.
Non stanno meglio i verdi divisi al loro interno tra un’ala “sociale” denominata “Altermondialismo, decrescita ed ecologia popolare” (Adep), che ha fatto la sua esperienza nei “comitati antiliberali per il no” capaci di raccogliere il 54,87% dei consensi nel referendum sulla costituzione europea, e che spinge per un’alleanza con le altre forze della sinistra «chiaramente opposta al sarkosismo», e la tendenza dell’ecologismo “integrale” animata da Antoine Waecheter che, sostenuto da Daniel Cohn-Bendit, auspica un’apertura alle forze moderate del centro.

«Per una nuova forza politica a sinistra»

In realtà ciò che animerà il dibattito in questi congressi, e qui sta la vera novità, è soprattutto ciò che sta avvenendo fuori dai confini classici di queste forze politiche e ne mette in seria discussione la permanenza in vista di un rimescolamento della scena e degli attori tradizionali che la compongono.

Besancenot

Besancenot

Sia che si tratti del progetto lanciato dalla Lcr subito dopo l’eccellente risultato (oltre il 4%) ottenuto nelle presidenziali del 2007 dal suo giovane portaparola, Olivier Besancenot, e ormai giunto a uno stadio molto avanzato di costruzione di una nuova formazione anticapitalista ultraradicale; oppure dell’appello a «costruire una nuova forza politica a sinistra che integri l’insieme delle forze di trasformazione ecologica e sociale», promosso nel maggio scorso dalla rivista Politis; i processi politici innovativi e aggregativi, l’elaborazione di strategie e nuovi scenari prendono ormai forma all’esterno delle vecchie formazioni della sinistra novecentesca e ne presuppongono il superamento, in alcuni casi drastico come nella vicenda della Lcr.
La differenza sostanziale, in questo caso, sta nel fatto che il processo di costruzione del Npa, avviato dalla formazione trotzkista nata nel 1974 dopo un lungo travaglio di scissioni e confluenze, è il frutto di una strategia offensiva che coglie una domanda di radicalità sociale in netta crescita e senza più rappresentanza o possibilità di autorappresentarsi altrove con modalità credibili, efficaci, organizzate su scala nazionale, capaci di incidere a livello generale. Mentre l’appello di Politis ricalca la proposta, già fallita, di alleanza del “fronte del no” alla costituzione europea. Uno schieramento che rischia di apparire troppo ripiegato su una posizione difensiva e che dopo il referendum del maggio 2005 non ha saputo affrontare il passaggio alla fase propositiva, dissolvendosi difronte all’incapacità di condensare una candidatura unitaria alle presidenziali del 2007. Fallimento che celava una sostanziale divergenza strategica sull’ipotesi di un’alleanza governativa con i socialisti in caso di vittoria.
Attorno a questa iniziativa si sono raccolti i “comunisti unitari” del Pcf, area molto più larga degli ex Refondateurs, favorevole ad una «trasformazione radicale del partito che implichi una rottura con la forma del Pcf attuale», tra i quali spiccano figure di rilievo come Pierre Zarka, ex direttore de L’Humanité, e Patrick affichette npa.qxpBraouzec, deputato e ex sindaco di Saint-Dénis, città nell’immediata periferia nord di Parigi ed epicentro di uno dei dipartimenti più caldi animati dai movimenti dei sans papiers e delle banlieues. Hanno aderito anche l’ala sociale dei verdi; Utopia, una delle correnti minoritarie del Ps; Unir, minoranza della Lcr; esponenti di Attac, della fondazione Copernic, ex sostenitori della lista di José Bové e il Mouvement pour la république sociale (Prs) di Jean-Luc Mélenchon, componente della sinistra socialista appena uscito dal Ps e intenzionato a dare vita ad un nuovo partito, La Gauche, sul modello della Die Linke. Più che altro un’abile appropriazione di un logo politico dall’indubbia capacità suggestiva, ma privo di quella sostanza sociale che in Germania ha portato al successo della fusione tra la sinistra Spd di Oskar Lafontaine e il Pds di Lothar Bisky. Ma anche qui permangono delle divergenze: Martine Billard, esponente dell’ala sociale dei verdi, nel corso dell’incontro nazionale tenutosi l’11 e 12 ottobre a Gennevilliers tra i firmatari dell’appello di Politis, ha precisato che al modello “fusionista e partitista” della Die Linke preferiva l’approccio movimentista presente nella sinistra greca con la coalizione Synaspimos-Syriza.
A differenza del processo aggregatore messo in campo per la nascita del Npa, l’appello di Politis soffre di una eccessiva caratterizzazione politicista che lo fa assomigliare troppo a una semplice proposta di federazione di ceti politici residuali in cerca di un’ultima, improbabile, boa di salvataggio.

Il nuovo partito anticapitalista
Di tutt’altra natura è la sfida, davvero originale, messa in campo dalla Lcr nel suo congresso del gennaio 2008: avviare un processo costituente capace di oltrepassare la propria forma partito e la propria tradizione ideologica. Più che un’apertura, quasi un’avventura nel mare aperto di una radicalità sociale montante priva di una nave pirata sulla quale salire per assaltare i galeoni del capitalismo. Nuovo partito anticapitalista è stato da subito il nome provvisorio della “cosa” che doveva nascere, non una generica formazione dall’identità confusa ma un’organizzazione caratterizzata da una discriminante strategica dirimente: l’anticapitalismo. Nome che anche dopo l’ultimo incontro nazionale del coordinamento dei delegati dei comitati promotori locali, tenutosi l’8 e 9 novembre, sembra raccogliere il maggior numero di consensi.
Gli assi portanti di questa proposta poggiano su due considerazioni: a) la convinzione che esistono due sinistre alternative tra loro, quella radicale opposta alla sinistra riformista e social-liberale. Due ipotesi antagoniste che possono trovare convergenze circostanziali senza metterne però in discussione la sostanziale competizione. L’obiettivo è ridare un’orbita politica autonoma a quella sinistra, un tempo anticapitalisminterpretata maggioritariamente dal Pcf, resa subalterna e totalmente satellizzata dalla strategia mitterrandiana; b) capitalizzare i ripetuti movimenti sociali che sono scesi in piazza dal 2002 ad oggi senza mai trovare uno sbocco politico, innescando una vera e propria «federazione delle differenze» a cui è sempre mancata la potenzialità organizzativa, la macchina politica, lo strumento coalizzatore. La forza e la novità di questo processo, anche rispetto a quelli che sono i termini molto sterili del dibattito italiano, è la costruzione di una criticità concreta e una radicalità moderna e attiva che non poggia su arroccamenti passatisti, che non è ossessionato da simboli e sigle, da formule e bandiere agitate troppo spesso a sproposito tanto da assomigliare più a dei tappeti, con cui coprire tutto e il suo contrario, piuttosto che a dei nobili vessilli. Investendosi nella nascita dell’Npa, la Lcr ha rimesso in discussione i propri fondamenti ideologici: non più trotzkismo ma antirazzismo, lotta al precariato e quanto di meglio offre la storia del movimento operaio fino ad oggi.
Il successo di adesioni, quasi 11 mila per una piccola forza politica che solo un anno fa ne contava poco più di 3 mila, il notevole eco mediatico, il consenso nei sondaggi che negli ultimi rilievi posizionano Besancenot addirittura al 13% e lo presentano come la migliore seconda candidatura della sinistra, non sono un fatto succedaneo ma si iscrivono in una tendenza radicata da alcuni anni.
L’analisi dei flussi di voto mostra come dal 2002 al 2007 il suo elettorato si è progressivamente sovrapposto a quello del Pcf. In sostanza raccoglie la credibilità che un tempo era dei comunisti senza averne però l’apparato assistenziale. E questo è un elemento di forza ulteriore perché connota un’adesione partigiana, una radicalità ideologica fondata socialmente, cioè senza scambio tra assistenzialismo municipale e sostegno elettorale.
Come spiega Florence Johsua, ricercatrice presso il Cevipof, l’aggregazione militante che si sta raccogliendo attorno all’Npa esprime una composizione sociale fortemente innovativa rispetto al Ps e Pcf e alla stessa Lcr antecedente il 2002. Militanti alla loro prima esperienza politica e non più tradizionali quadri «multiposizionati» nei sindacati o nell’associazionismo, giovani (metà degli aderenti ha meno di 40 anni e un quarto meno di 30) e soprattutto con condizioni lavorative precarie, sempre meno insegnanti e dipendenti della funzione pubblica. «Giovani attivi e declassati» reclutati attraverso i grandi media, coinvolti dal messaggio che arriva dalle prestazioni televisive di Besancenot, che rivendicano misure concrete di emergenza sociale, tematiche altermondialiste, minimum sociali sui salari e gli affitti, pratiche di lotta aggressive, protagonismo sociale. Insomma l’Npa pesca in una popolazione «arrabbiata e rivoltosa» che sta cercando un vocabolario per esprimersi e un percorso che gli dia un nuovo apparato teorico di critica del capitalismo. Resta da capire cosa faranno le banlieues. Se arriveranno anche loro l’Npa diventerà un vero strumento sovvertitore della scena francese.
nouveau-parti-copie-1I due incontri nazionali finora svolti hanno testimoniato la presenza di una fortissima carica partecipativa accompagnata anche da una grossa confusione. Un rivelatore della genuinità di un processo che sale dal basso. Gli anziani dirigenti della Lcr nati politicamente prima del ’68 guardano a tutto ciò con una certa meraviglia e un distacco sornione. Hanno capito che qualcosa di nuovo si sta muovendo e lasciano fare. Solo 20 di loro entreranno a far parte della struttura dirigente del nuovo partito. Un passo indietro che ha favorito un processo di costruzione orizzontale, un vero modello di democrazia partecipata.
Alla fine di gennaio la nave pirata del Npa uscirà dal porto, solo allora sapremo se reggerà il mare tumultuoso della lotta politica. C’è da augurarselo.