Il pene della Repubblica. Risposta a Miguel Gotor

Quella che segue è la prima parte della risposta rivolta a Miguel Gotor dopo la sua replica ad un post apparso sul blog Baruda.net nel quale si riportava anche il link di una mia intervista diffusa da Radio Onda Rossa. Intervista nella quale si criticavano le affermazioni negazioniste contenute nel suo articolo uscito su Repubblica del 29 agosto 2011, dove lo storico affermava che non vi erano state torture durante le indagini e l’inchiesta giudiziaria contro i Pac e più in generale si sosteneva che la repressione contro i militanti della lotta armata per il comunismo sarebbe stata condotta sempre nel rispetto dello stato di diritto, negando il ricorso a violenze, torture e l’instaurazione di uno stato di emergenza giudiziaria


Torture con gli elettrodi sui genitali di prigionieri politici. Italia 1982

Gentile Professore,

Mi scuso se mi intrometto nella discussione, ma poiché nella sua replica al post del blog Baruda.net (Tortura e leggi speciali: botta e risposta con Miguel Gotor) lei afferma di aver «ascoltato il link di Radio Onda Rossa», mi sembra di dover intendere che le sue puntualizzazioni riguardino anche quanto da me detto nell’intervista a cui il link rinviava.
Intanto la ringrazio, e le mie non sono parole di rito, per il suo intervento che mi sembra segnali una sua apertura al confronto. Atteggiamento che non può non essere apprezzato.

Veniamo alle questioni della controversia:

Le chiedo la cortesia di poter svolgere in primis alcune considerazioni sul caso Battisti, che pure non sono l’oggetto centrale delle critiche che le rivolgevo nell’intervista a Radio Onda rossa. Ma credo che sia utile a sgomberare il terreno facilitando in seguito un confronto più chiaro.

1)   Nel suo articolo apparso su Repubblica del 29 agosto 2011 lei rivendica una sorta d’imperativo civico nel dover «rispondere colpo su colpo» alle dichiarazioni di Cesare Battisti contenute nell’intervista concessa alla rivista Istoé. Nella sua replica al post aggiunge però una precisazione molto interessante che nell’articolo apparso in prima pagina su Repubblica mancava, ovvero «per come sono state riportate dalle principali agenzie di stampa nei giorni scorsi». Una precisazione che sottolinea un dettaglio non da poco e la cui importanza non devo certo spiegare a chi esercita l’attività di storico come lei. Nella sua puntualizzazione lei riconosce di non aver letto l’originale dell’intervista rilasciata il 26 agosto 2011 alla giornalista Luiza Villanéa (ecco il link della traduzione in italiano, http://italiadallestero.info/archives/12084), ma solo alcune frasi estrapolate dai lanci delle agenzie.
Non voglio farle le pulci, professore, ma dal punto di vista del rigore giornalistico e storico non mi sembra un buon esempio, tanto più se l’intenzione annunciata era quella di voler esercitare un magistero etico-morale su una persona condannata all’ergastolo e stigmatizzata come il peggiore criminale della storia, l’icona del male attuale, ed attraverso la sua figura anatemizzare un’intera vicenda storico-politica: quella degli anni 70 e dei movimenti sociali giunti fino alla lotta armata per il comunismo.
Sottolineo tutto ciò perché credo che avrebbe fato meglio, prima di scrivere il pezzo che le è stato commissionato, a perdere un po’ di tempo su internet per scovarla e leggerla. Si sarebbe reso conto da solo che i toni non erano per nulla “tracotanti” o inopportuni, come invece purtroppo è accaduto in altre occasioni. Semmai – aggiungo – erano inconsistenti. I lanci delle agenzie hanno apertamente manipolato il senso delle risposte estrapolando piccole frasi da interi periodi. Nell’intervista Battisti annuncia propositi saggi (che mi auguro mantenga): «Non voglio creare polemiche, mettermi in mostra», quando afferma che non parteciperà alla rassegna del libro di Rio de Janeiro prevista nelle prossime settimane. Insomma l’intervista a me è parsa piuttosto noiosa, al contrario di quel che lei afferma insieme alla totalità dei commentatori ufficiali; una summa di banalità incentrate tutte su questioni di menage quotidiano: le passeggiate, i bambini, i cefali da cucinare… (bah!). E poi la geografia dei luoghi, la vegetazione (mah!)… Una lunga chiacchierata che scorre inesorabile sulla strada della mediocrità. Come possa definirsi tutto ciò un tentativo di «cesellare la propria immagine maudit», sinceramente non lo capisco. Ho la sensazione che anche lei sia caduto vittima di in un cliché costruito e alimentato dai media. Un bisogno di capro espiatorio che Cesare, per svariate ragioni tra cui anche una sua drammatica incapacità, non è in grado di scrollarsi di dosso. Non ha tutti i torti il Foglio quando in un articolo apparso sul numero del 16 luglio scorso, definisce molto di quanto è ruotato attorno a questa vicenda un «Discount degli anni di piombo». Un circo Barnum delle sottomarche dove ognuno concorre a dare il peggio di sé. Un’efficace fotografia dell’abisso in cui è sprofondata l’Italia attuale.
Nel proseguio dell’intervista, ad una domanda dell’intervistatrice Battisti lamenta di essere continuamente tallonato dai giornalisti ed accenna ad una contestazione, da lui attribuita a militanti di estrema destra, avvenuta: «davanti alla casa del mio avvocato,  Luiz Greenhalgh, dove stavo. Ho preferito lasciare la città». A quel punto la giornalista prova ad approfondire e chiede quale sia stata la nuova accoglienza della gente, e se per caso non avesse paura. E’ lì che Battisti risponde: «non ho paura di niente. Sono libero. Ho molto rispetto per le autorità brasiliane».
Cosa ci sia di strafottente in tutto ciò, vorrei capirlo. Anche perché visti certi commenti usciti sulla stampa italiana dopo la sua liberazione, la domanda non era affatto fuori luogo.
E qui torniamo al discount di cui parlavo prima. Alcuni esempi: l’onirico suggerimento presente nell’articolo di Claudio Antonelli, apparso su Libero 11 giugno 2011, che suggeriva per Battisti una soluzione all’israeliana, metodo Mossad. Cito: «i Servizi ingaggiano due liquidatori che a una settimana dalla sentenza aspettano il terrorista a un angolo di strada a san Paolo e con due Gal fanno fuoco». Spacciando l’esecuzione per un episodio di criminalità comune: «un furto degenerato». Peggio ancora si era comportato Claudio Magris sul Corriere della sera dell’11 giugno 2011. L’insigne germanista chiudeva il suo editoriale di prima pagina sulla “Vacanza dell’assassino” con un elegante invito alla forca per il terrorista che ha usurpato il nome del patriota irredentista. Per una bizzarra ironia della storia, concludeva Magris: «Si è fatta confusione tra due Cesare Battisti, il patriota di cent’anni fa e il killer di oggi, e a finire impiccato a Trento, quella volta non è stato quello che era previsto». Sublime, impicchiamo Battisti perché il Brasile non lo ha estradato! Come vede, gli argomenti utilizzati sono davvero inoppugnabili.
Oppure devo ricordare il geniale Mastella, un vero attore della commedia dell’arte e all’occasione Guardasigilli, che confessò in pubblico di aver provato a fregare i brasiliani raccontando loro la frottola dell’ergastolo virtuale. Uscito dalla dittatura il Brasile ha abolito la pena perpetua e dunque non può estradare in Paesi che mantengono questa sanzione capitale. Ma la furbizia del ministro non fu compresa dai figli di Torregiani e Sabadin che accecati dal furore vendicativo, e spalleggiati da Lega e fascisti, post e attuali, costrinsero il povero Mastella accusato di lassismo a fare marcia indietro e svelare il trucco. Tralasciamo invece il pavido Roberto cuor di leone (detto anche Saviano), che prima mise e poi, quando ormai poteva solo nuocergli all’aureola di martire, ritirò la firma da un appello, anzi negò addirittura di averla mai messa (un po’ come Scajola quando disse: «se scopro chi ha pagato a mia insaputa l’appartamento che ho davanti al Colosseo!»), un po’ troppo corporativo promosso da alcuni scrittori di noir sociale in difesa di un loro collega.
Di uscite del genere ce ne sono state una infinità. Del generone radical chick francese, come della scrittrice Fred Vargas, ho scritto in passato e non mi dilungo di nuovo, aggiungo solo le gesta del ministro della Difesa, quello che non avendo argomenti da obiettare voleva schiaffeggiare il ministro della Giustizia del Brasile Tarso Genro, credo si chiami Ignazio La Russa. Durante un comizio tenuto in una caserma dei Carabinieri spronò i giovanotti dell’Arma ad organizzare una spedizione in Brasile «per andare a riprenderci Battisti».
Ormai è chiaro: anche se Battisti annunciasse di ritirasi a vita monacale in un eremo per espiare interiormente le colpe terrene che gli vengono attribuite, i media italiani troverebbero la maniera di individuarvi atteggiamenti provocatori e arroganti, magari denunciando la pretesa di voler infangare una veste sacra come il saio.
Durante tutta la vicenda estradizionale che ha riguardato Battisti è stata sperimentata una tecnica giornalistica che consiste nell’individuare il personaggio che si presta a maggiori antipatie (l’indifendibile per antonomasia) in un determinato contesto, che in questo caso è il mondo della lotta armata, anzi dei fuoriusciti (i fuggiaschi raffigurati come jene impunite che se la ridono e se la godono), scaricando su di lui e dunque su di loro, e per estensione sull’intera storia della lotta armata, e quindi di chi è ancora in carcere e perciò non dovrà mai uscire anche dopo 30 anni di pena scontata, tutte le forzature e le falsità possibili.
Da quando il caso Battisti è salito alla ribalta delle cronache, due anni dopo la mia estradizione dalla Francia, ho sempre seguito un metodo: separare l’eventuale giudizio sulla persona dagli aspetti prettamente giuridici e storico-politici che le ripetute richieste di estradizione sollevavano.
Le questioni di principio non si affrontano sulla base di possibili simpatie o antipatie.
Dovrebbe sempre tenerlo presente professore.

Ps: Riguardo all’opera di negazionismo delle torture praticate in Italia in modo sistematico che le fa, la rinvio alla lattura del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer 2011 ed hai seguenti link:

Le torture contro i militanti della lotta armata
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Le torture della Repubblica /2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo

Paolo Persichetti


Link
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche

Cronache sulla latitanza e altre storie di esuli
Lo stato di eccezione giudiziario

 

Miguel Gotor risponde alle critiche contro il suo articolo su Battisti

Dal blog http://baruda.net riprendiamo la risposta che lo storico Miguel Gotor fornisce al post dell’autrice che aveva linkato l’intervista diffusa da Radio onda rossa a proposito di un articolo apparso su Repubblica del 20 agosto nel quale si sostenevano tesi negazioniste sulla esistenza del ricorso alla tortura e alla edificazione di uno stato di emergenza giudiziaria alla fine degli anni 70


Autore: Miguel Gotor (IP: 94.37.43.72 , dynamic-adsl-94-37-43-72.clienti.tiscali.it)

Commento:

Gentile V. P.,
ho letto le tue affermazioni che riguardano il mio articolo su Cesare Battisti, uscito su «la Repubblica» il 29 agosto 2011 e ascoltato il link di «Radio Onda Rossa». Consentimi due puntualizzazioni, a partire dal fatto che nell’articolo mi riferisco solo alle dichiarazioni di Battisti contenute nell’intervista «Istoé» per come sono state riportate dalle principali agenzie di stampa nei giorni scorsi:

1) Battisti avrebbe dichiarato che «i responsabili degli omicidi di cui è stato accusato» (ossia Santoro, Sabbadin, Torreggiani, Campagna) sono stati torturati. A me non risulta e l’ho scritto in buona fede, ma se mi sbagliassi non avrei difficoltà a fare ammenda del mio errore. A quanto ne so subirono gravi maltrattamenti un gruppo di autonomi della Barona che furono però scagionati dalle accuse e dunque non possono essere considerati i responsabili di quegli omicidi. Con questo, naturalmente, non intendo negare che nelle carceri italiane, tra gli anni Settanta e Ottanta, siano avvenuti episodi di tortura e di sevizie come mi viene attribuito impropriamente da te e dalla radio. Sarebbe impossibile farlo. Nel mio volume «Il memoriale della Repubblica» a cui si fa riferimento, cito proprio a questo proposito alle pagine 56 e 126 l’impressionante libro-denuncia a cura di Franca Rame, «Non parlarmi degli archi parlami delle tue galere» del 1984 dedicato alla tragica e umanissima vicenda di Alberto Buonoconto che contiene la foto di Cesare Di Lenardo da te riportata e altre drammatiche immagini che provano quella pratica.

2) nel mio articolo sostengo che non ci siano stati «tribunali straordinari» (ad esempio militari), il che è vero. Altra è la questione delle carceri speciali (che ci furono eccome) e delle cosiddette leggi di emergenza, la cui realtà è fuori discussione. Del resto, che in Italia ci sia stato durante il sequestro Moro uno stato di emergenza non dichiarato, è un asse portante del mio lavoro che si è proposto di indagare proprio il funzionamento di un sistema democratico-parlamentare nei cosiddetti «stati di eccezione» non formalizzati.

Ti ringrazio per l’ospitalità.

Link
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata

Cronache sulla latitanza e altre storie di esuli

Le torture contro i militanti della lotta armata
Lo stato di eccezione giudiziario

Il diritto al default come contropotere finanziario

L’intervento – Una finanza mondiale grande otto volte l’economia reale non è sopportabile. La politica monetaria aiuta la speculazione e solo il diritto all’insolvenza degli stati potrebbe smontarne il potere. L’Europa potrebbe cambiare le regole e unire le sue politiche fiscali

Andrea Fumagalli*
il manifesto 1 settembre 2011


In queste settimane di crisi finanziaria e di pressione speculativa sui paesi mediterranei, l’Europa non ha fatto una bella figura. E non poteva essere altrimenti, dal momento che la costruzione di un’Europa politica, economica e sociale è ancora lungi dall’essere raggiunta. Al momento, siamo di fronte solo all’unione monetaria europea, che è cosa diversa dall’Europa. I poteri sono in mano alla Bce, non ad un parlamento regolarmente eletto a suffragio universale in grado di legiferare con poteri superiori a quelli nazionali. E, infatti, è la Bce che detta legge, tramite l’oligarchia dei poteri forti oggi rappresentati dall’asse Merkel – Sarkozy (un neo Berlusconi in salsa oltralpe!).
Eppure, ci potrebbero essere gli spazi per creare le premesse della costruzione di quell’Unione europea, sociale, economica, solidale e federale che tutti auspichiamo, in grado di essere superiore agli opportunismi nazionalistici. Un’ Unione europea che è del tutto antitetica a quella che viene rappresentata dalla lettera “segreta” o “confidenziale” di Trichet e Draghi al governo italiano, nella quale vengono dettate le linee di politica economica che l’Italia dovrebbe seguire se vuole ottenere un aiuto per evitare il rischio di default e l’aumento degli oneri d’interesse.
Il diktat della Bce si basa su due false ma comode convenzioni, che derivano dal dogma neo e social-liberista: a. neutralità dei mercati finanziari e fiducia nel loro ruolo di arbitro imparziale dell’efficienza del libero mercato e b. la possibilità che politiche fiscali recessive del tipo lacrime-sangue possano raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio pubblico e quindi contrastare la speculazione.

La favola dei mercati finanziari concorrenziali, imparziali e neutri.
Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell’economia. Se il Prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi. Tutti insieme (al netto delle attività sul mercato delle valute e del credito), questi mercati muovono un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reali: industrie, agricoltura, servizi. Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica di rilevare è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”, che, come tutte le accumulazioni originarie, è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione.
Per quanto riguarda il settore bancario, i dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al I° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati (fonte: http://www.occ.treas.gov/topics/capital-markets/financial-markets/trading/derivatives/dq111.pdf).

Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate. In tale processo di concentrazione, il ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli operatori finanziari – da Sim, a banche, a assicurazioni,– che gestiscono per conto terzi gli investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni ’30 Keynes definiva gli “speculatori di professione”). Oggi, sempre secondo i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali trattano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale, con un incremento di 20 volte rispetto a venti anni fa. Inoltre, tale quota è aumentata nell’ultimo anno, grazie alla diffusione dei titoli di debito sovrano (mai nome è più mistificatorio nell’epoca della crisi della sovranità nazionale!). Ad esempio, per quanto riguarda il debito pubblico, italiano, circa l’87% è detenuto da investitori istituzionali, per oltre il 60% all’estero (a differenza di quanto avviene in Giappone).
Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di imparziale e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali, essi si confermano come fortemente concentrati: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva. Tale struttura di mercato consente che poche società (in particolare le dieci, tra Sim e banche, citate in precedenza) siano in grado di indirizzare e condizionare le dinamiche di mercato. Le società di rating (spesso colluse con le stesse società finanziarie), inoltre, ratificano, in modo strumentale, le decisioni oligarchiche che di volta in volta vengono prese.
Quando si leggono affermazioni del tipo “sono i mercati a chiederlo”, “è il giudizio dei mercati” e amenità del genere, dobbiamo renderci conti che tali cosiddetti mercati, presentati ideologicamente come entità metafisica, non sono altro che espressione di una precisa gerarchia e potere. E la Bce lo sa bene.

La farsa del pareggio di bilancio
Il deficit pubblico è costituito da due componenti: il disavanzo o avanzo primario, pari alla differenza tra il totale delle spese e il totale delle entrate dello Stato (al netto degli interessi) e le spese per interessi sui titoli di stato emessi negli anni precedenti. Le leggi finanziarie possono intervenire solo sull’avanzo o del disavanzo primario, non sulle spese per interessi. In seguito all’adozione di misure draconiane, si può creare anche un avanzo primario, ma se in contemporanea aumenta l’onere del debito e quindi la spesa per interessi, lo sforzo per ridurre il deficit di bilancio può essere del tutto vanificato. Ed è proprio questo ciò che è successo e sta succedendo oggi in Europa per i paesi Piigs. Al momento attuale, in seguito ai vari declassamenti che le agenzie di rating hanno inflitto ai titoli di stato, il divario (spread) con i bond tedeschi (quelli considerati più affidabili) è fortemente aumentato. Di fatto, al di là delle validità e affidabilità o meno delle manovre draconiane, l’ultima parola spetta sempre, come si confà al moderno capitalismo, al biopotere dei mercati finanziari.

In secondo luogo, occorre ricordare che ogni politica fiscale restrittiva ha come conseguenza immediata la contrazione del Pil. E’ cosi possibile che l’effetto negativo di tali cure sul Pil sia maggiore dell’effetto positivo di riduzione del deficit, con il risultato che l’obiettivo di ridurre il rapporto deficit/Pil non possa mai venir conseguito. E’ il classico caso in cui la cura è talmente forte da ammazzare il paziente, utilizzando una nota metafora di Keynes. Tale rischio è tanto più elevato tanto più la politica fiscale restrittiva avviene all’indomani di una fase recessiva così pesante come quella del 2009. Ed è veramente ipocrita che gli economisti che fino a ieri chiedevano a gran voce tali misure restrittive oggi paventino il rischio della doppia recessione.
Non è necessario essere esperti di economia per capire che difficilmente tali manovre di politica economica potranno avere successo. Al contrario, il rischio è che la situazione si avviti in una spirale viziosa senza uscita con la necessità ogni anno di adottare politiche fiscali ancor più recessive.
I grandi investitori istituzionali sanno perfettamente tutto ciò. Il raggiungimento del bilancio in pareggio dell’Italia o degli altri paesi europei non interessa. Ciò che a loro interessa è, in primo luogo, che lo spazio per la speculazione finanziaria rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. Infine, in terzo luogo, si vuole che venga garantito il pagamento delle tranches di interessi. La Bce mente sapendo di mentire.

Contro il potere finanziario: diritto al default
La speculazione finanziaria è un meccanismo che nulla ha di parassitario, anzi. Da quando non sono più in vigore gli accordi di Bretton Woods, il potere finanziario stabilisce in modo autonomo e sovranazionale il valore della moneta, sulla base delle gerarchie e delle aspettative che gli speculatori istituzionali di volta in volta definiscono. La pervasività dei mercati finanziari sulla vita economica e sociale degli abitanti della terra (dai contadini del Sud del mondo, agli operai e ai precari dell’Est e dell’Ovest del mondo, dagli studenti ai migranti) è tale che l’accesso a porzioni (sempre più decrescenti) di ricchezza sia condizionato direttamente e indirettamente dagli effetti distributivi e distorsivi che gli stessi mercati finanziari generano. Qui sta il loro biopotere e la loro governance. Ogni euro di plusvalenza generata virtualmente nell’attività speculativa ha effetti reali sull’economia per circa un 30% (secondo i dati della Bri), mettendo in moto un moltiplicatore finanziario che incide direttamente sulle capacità di investimento e di distribuzione del reddito che stanno alla base dell’attuale processo di accumulazione. Tale 30% di fatto è creazione netta di moneta, al di fuori di qualsiasi forma di signoraggio statuale oggi esistente. La produzione di moneta a mezzo di moneta implica una ridefinizione della legge del valore-lavoro e nuove regole di sfruttamento (cfr http://www.ephemeraweb.org/journal/10-3/10-3index.htm) ed è per questo potere che i mercati finanziari sono oggi il centro della valorizzazione.

A fronte di questo contesto, è necessario operare per restringere il campo d’azione dei mercati finanziari: non tramite l’illusione di una loro riforma, ma tramite la costituzione di un contropotere, in grado di erodere la loro efficacia. E’ necessario rompere il circuito della speculazione finanziaria andando a colpire la fonte del loro guadagno, ovvero favorendo la completa svalutazione dei titoli sovrani che sono di volta in volta al centro dell’attività speculativa. Tale obiettivo può essere ottenuto solo tramite uno strumento: il non pagamento degli interessi (o la loro dilazione temporale) e la dichiarazione di default (bancarotta). In tal modo, lo strumento stesso della speculazione verrebbe meno: i titoli sovrani diventerebbero di conseguenza carta straccia, junk bondsGli investitori istituzionali speculano sul rischio di default ma sono i primi a non volere il default. In tal modo, la speculazione non potrà avere come mira il welfare, soprattutto se si perseguisse una strategia di default controllato, ovvero accompagnata, a livello europeo e di concerto con la Federal Reserve, da una politica comune di gestione della crisi, finalizzata non solo a creare un fondo di intervento a sostegno dei paesi in difficoltà , ma soprattutto a emettere Eurobonds in grado di sostituire i titoli sovrani entrati in default a tassi d’interessi fissi (in linea con il Libor, ad esempio), garantendo i rendimenti solo ai titoli in possesso delle famiglie e con interventi di controllo della libera circolazione dei capitali.

Il diktat della Bce, accompagnato dall’immissione di liquidità ex-nihilo, ha come scopo quello di favorire la speculazione, non di contrastarla. Solo il diritto alla bancarotta degli stati europei può rappresentare una prima risposta efficace, da coniugare con la ripresa di un movimento transnazionale europeo che ponga al primo punto la costruzione di un budget fiscale europeo unico, una politica fiscale e di spesa pubblica che travalichi i confini nazionali. I principali punti di una simile strategia programmatica possono essere i seguenti:

  1. Costituzione di un fondo di garanzia europeo finanziato prevalentemente dalla Banca Centrale Europea
  2. Aumento progressivo del contributo di ogni stato europeo (ora all’1% del Pil) per costituire un budget gestito a livello europeo in grado di favorire una politica sociale comune;
  3. L’avvio di piano europeo per la definizione di una politica fiscale comune.

Tali punti rappresentano solo un programma minimo per consentire il passaggio della sovranità fiscale dal livello nazionale e quello europeo e consentire, in tal modo, di porre un contropotere al potere monetario e finanziario oggi dominante. Ma per raggiungere tali obiettivi è necessario che si sviluppino movimenti sociali fra loro coordinati in grado di incidere nello spazio pubblico e comune europeo. Dai sommovimenti ancora nazionali finalizzati a estendere il diritto all’insolvenza è ora di passare, tramite le reti studentesche, dei migranti, dei precari, delle donne, degli “indignati”, al diritto alla bancarotta su scala europea. Perché il diritto alla bancarotta significa ipotizzare che la moneta è un bene comune.

* Collettivo UniNomade, Università di Pavia

Link
Fumagalli: Il diritto al default come contropotere finanziario
Emiliano Brancaccio: “Il pareggio di bilancio non impedirà il default”

Gallino: “Dove prenderà i soldi Obama se resta vincolato al pareggio di bilancio”
Altreconomia: “Chiudere i paradisi fiscali e abolire la finanza tossica”

Mercati borsistici, dietro l’attacco ai titoli di Stato l’intreccio tra fondi speculativi e agenzie di rating 1/continua
I signori della borsa: quei terremoti nei mercati finanziari creati ad arte dagli speculatori/2 fine
Il sesso lo decideranno i padroni: piccolo elogio del film Louise-michel
Cometa, il fondo pensioni dei metalmeccanici coinvolto nel crack dei mercati finanziari
Parla Bernard Madoff: «Le banche e la Sec sapevano tutto» 

Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo Stato per fronteggiare la lotta armata

Lo storico Miguel Gotor, recente autore di un saggio sugli arcani del potere, fatti e misfatti di un potere extralegale ed extragiudiziale che ha agito per attenuare, censurare, ritardare la conoscenza pubblica delle dichiarazioni e degli scritti di Aldo Moro durante il periodo di prigionia in mano alla Brigate rosse, interviene con uno sconcertante articolo sulla vicenda Battisti negando l’estistenza del ricorso alle torture e la creazione di uno stato di eccezione giudiziario negli anni in cui lo Stato fronteggiò la lotta armata per il comunismo

31 agosto, 2011 – 11:49

Corrispondenza con Paolo Persichetti, (ex esponente delle BR e detenuto in semilibertà) di commento ad un articolo dello storico Miguel Gotor apparso il 29 agosto sulle pagine di Repubblica in cui lo storico, autore de “Il memoriale della Repubblica” smentisce categoricamente che in Italia sia stata praticata la tortura ai danni degli esponenti della lotta armata e che vi siano state leggi speciali ed emergenziali. Un vergognoso atto di negazionismo storico su una verità più che documentata, anche nelle stesse aule di tribunale.

«Le bugie di Battisti terrorista non pentito»
di Miguel Gotor
la Repubblica 29 agosto 2011

Ancora un’intervista di Cesare Battisti, questa volta alla rivista brasiliana «Istoé», l’ultima di una serie che si immagina lunga. Forse la soluzione migliore sarebbe ignorarlo, lasciandolo cuocere nella sua gaglioffa mediocrità. Ma poi si pensa alle vittime senza giustizia delle sue azioni, lo si sorprende su una spiaggia brasiliana a cesellare, tra una battuta di pesca e l’altra, la propria immagine di scrittore maudit e allora non si riesce a sfuggire all’esigenza civile di rispondere colpo su colpo alle menzogne da lui rilasciate a mezzo stampa.

La prima bugia riguarda l’affermazione che le autorità italiane avrebbero torturato i responsabili degli omicidi per i quali ora Battisti si dichiara innocente. Non è vero, ma in questo modo si vuole accreditare davanti all’opinione pubblica internazionale una visione distorta dell’Italia negli anni Settanta. Nel nostro Paese la lotta contro il terrorismo è stata condotta in difesa della libertà e delle istituzioni democratiche e ciò è avvenuto nel rispetto dello Stato di diritto e senza ricorrere a tribunali straordinari, nonostante le tante pressioni e vere e proprie provocazioni che provenivano in tal senso dalla società civile, dalla destra reazionaria come dalla sinistra estremista, affinché fossero adottate leggi speciali con l’obiettivo di radicalizzare vieppiù lo scontro politico e sociale. Battisti è stato condannato non per le sue opinioni politiche, ma per avere ucciso esponenti delle forze dell’ordine e cittadini inermi e per i reati di banda armata, rapina e detenzione di armi che nel corso degli anni ha persino rivendicato in pubbliche interviste. Le sentenze che lo riguardano sono passate in giudicato, dopo giusti processi celebrati davanti a corti popolari che hanno superato il vaglio della Cassazione. Essendo latitante, l’imputato è stato condannato in contumacia, ma non ha mai rinunciato al diritto di difesa degli avvocati da lui nominati che gli è stato garantito in ogni grado di giudizio. Presentarsi come un perseguitato della giustizia italiana «torturatrice» è un ulteriore schiaffo alle sue vittime e al popolo italiano, in nome del quale quelle sentenze sono state emesse.

La seconda menzogna consiste nell’avere affermato che egli, quando sono stati commessi i reati per cui è stato condannato, non faceva più parte dei Proletari armati per il comunismo, un gruppuscolo sanguinario che tra il 1977 e il 1979 ha fluttuato tra l’aria di autonomia e quella delle Brigate rosse, dentro la galassia composita del «partito armato». Un simile atteggiamento rientra nella spregiudicata difesa adottata da Battisti, un delinquente comune politicizzatosi in carcere nel 1977 e che, in seguito, ha disinvoltamente rivendicato o rinnegato la propria adesione alla lotta armata in base alle sue convenienze. L’ha rivendicata quando si trattava di sfruttare a proprio favore l’ondata di sostegno che ampi settori del mondo culturale e politico parigino hanno offerto ai fuorusciti italiani in Francia, i quali hanno trasformato Battisti nell’icona del ribelle indignato in lotta contro l’Italia corrotta; ha dismesso quei panni dopo che ha raggiunto il Brasile, quando ha capito che ciò avrebbe potuto ostacolare la sua libertà. Battisti è un assassino che ha nobilitato le proprie azioni rivestendole di motivazioni ideologiche e letterarie prêt-à-porter, senza però mai rinunciare a un abito giustizialista e superomista che ha costituito il filo conduttore della sua azione. Oggi gode del grottesco status di rifugiato politico, il primo offerto a un italiano dai tempi del fascismo, un’offesa grave perché equipara la democrazia italiana a uno Stato che nega le libertà politiche e civili.

La terza menzogna è quella più sgradevole: egli afferma che alla maggioranza degli italiani non importa nulla della sua posizione e che dietro la campagna contro di lui ci sarebbero gruppi di estrema destra manipolati. Non è così, gran parte dell’opinione pubblica italiana è indignata per la mancata estradizione di un condannato a 4 ergastoli, a partire dal presidente della Repubblica fino all’ultimo dei suoi cittadini dotato di ragionevolezza e senso dell’equilibrio: una richiesta propria anche della cultura progressista di questo Paese per cui è intollerabile che tale impunità si accompagni ad atteggiamenti tanto provocatori.

Gli anni Settanta sono stati un decennio ricco e complesso, caratterizzato non solo dalla violenza politica, ma anche da una serie di importanti riforme civili: l’aspetto più grottesco di questa storia è che debbano trovare come simbolo mediatico una caricatura estetizzante come quella di Battisti. Chissà se il senso di colpa sia entrato in lui come un tarlo nel legno e lo stia corrodendo lentamente, un giorno dopo l’altro: almeno il suo silenzio ci aiuterebbe a pensarlo.

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Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua

Miguel Gotor risponde alle critiche
Cronache sulla latitanza e altre storie di esuli
Le torture contro i militanti della lotta armata
Lo stato di eccezione giudiziario

Caso Penati: l’ipocrisia del Pd ha radici lontane

Tangenti area ex Falk, il Pd convoca la commissione di garanzia.  «Il caso Penati non è isolato», lo afferma il senatore del Pd Felice Casson. «Esiste un problema di corruzione diffusa che riguarda sia la pubblica amministrazione, sia il Pd». Dopo le pressioni Penati annuncia su una lettera pubblicata dall’Unità che rinuncierà alla prescrizione in caso di processo. Intanto l’inchiesta si allarga nel tentativo di portare alla luce l’esistenza di un vero e proprio sistema di raccolta di finanziamenti occulti, sotto forma di tangenti e appalti forniti alle coop, per finanziare il Pd. Come una crudele legge del contrappasso ritorna a galla il nodo irrisolto del finanziamento della politica ipocritamente occultato dagli esponenti dell’ex Pci, oggi Pd, dietro la scelta di cavalcare le campagne populiste agitate dai settori politici giustizialisti

Paolo Persichetti
Liberazione 28 agosto 2011

L’area ex falk

Ci fu un tempo in cui si parlava di «diversità comunista». L’espressione venne coniata da Enrico Berlinguer agli inizi degli anni 80. La diversità cui faceva cenno il leader che si «era iscritto da giovane alla segreteria del partito», come sottolineò una volta Giancarlo Pajetta con il suo consueto sarcasmo, non alludeva certo ad una qualche natura rivoluzionaria o antisistema. La formula trovava origine dalla necessità di prendere le distanze dall’impressionante voracità che il rampante ceto politico craxiano stava mettendo in mostra nei primi anni del Pentapartito. Nei suoi interventi Berlinguer denunciava la presenza di una «questione morale», con esplicito riferimento alla situazione di degrado raggiunta da un sistema politico dominato da corruzione e affarismo. In verità più che morale la questione era sistemica ed investiva la natura strutturale di quella che in quegli anni cominciava ad essere definita la “Prima repubblica”, il sistema dei partiti da altri più polemicamente definito “partitocrazia”.

Un Pci in forte crisi politica e teorica dopo il crepuscolo del compromesso storico aveva fatto dell’etica una barricata ideologica residuale che disegnava l’alterità morale assoluta dell’uomo di sinistra rispetto al resto della società. Il capitalismo, la corruzione, i disfunzionamenti delle amministrazioni potevano trovare soluzione grazie alla tempra morale di quell’uomo nuovo che era “l’amministratore comunista”, finché lo scandalo delle tangenti della metropolitana milanese, arrivato meno di un decennio più tardi, non riportò tutti alla brusca realtà. La diversità non esisteva. Venuti meno i finanziamenti sovietici il Pci aveva cominciato a raccogliere tangenti e finanziamenti occulti come gli altri partiti per sostenere la propria macchina politica.

Prim’ancora che una macchia morale era il segno della definitiva perdita della propria autonomia sociale. Poi venne il “compagno G”, quel Primo Greganti militante d’acciaio incaricato dal vertice del partito di raccogliere denaro sporco, come quello della Ferruzzi, definito «la madre di tutte le tangenti», per rimpinguare le casse dell’organizzazione. Greganti tenne botta e i dirigenti del Pci si salvarono. D’altronde la magistratura non aveva interesse ad approfondire oltre per non alienarsi una sponda politica che l’aveva sempre sostenuta. L’azione repressiva si concentrò su Craxi e la Dc spianando la strada a Berlusconi e il mito della diversità, seppure un po’ scalfito, riuscì a tramandarsi anche negli anni della Seconda repubblica, fino a traghettare con l’alternarsi delle sigle e delle fusioni nel Pd. Poteva finire qui, ma la ruota della storia ha ripreso a girare velocemente giocando brutti scherzi. Così la diversità post-comunista e post-sinistra democristiana inveratasi nel partito democratico è rovinosamente crollata ancora una volta tra le nebbie lombarde, in una roccaforte storica come Sesto san Giovanni.

Filippo Penati, dimessosi di corsa da capo della segreteria politica di Luigi Bersani, vicepresidente del consiglio regionale lombardo, emblema di quel ceto di amministratori incorruttibili, capace di strappare la provincia di Milano alla Lega, è finito nel tritacarne insieme al suo braccio destro Giordano Vimercati. Accusato di aver messo in piedi un sistema di raccolta di tangenti in cambio di appalti concessi per la riqualificazione dei terreni industriali della ex Falck, si è autosospeso dal partito. Il Gip ha rifiutato l’arresto dei due ritenendo prescritti i fatti-reato, derubricati come corruzione. La procura in netto disaccordo ha fatto ricorso. Per i pm di Monza si tratta di concussione, capo d’imputazione con tempi di prescrizione più lunghi. Intanto le indagini puntano ad accertare altri episodi più recenti.

Cosa farà ora il Pd? Si accontenterà di una convocazione davanti alla commissione di garanzia, come se la vicenda fosse solo di natura disciplinare e non politica? Al di là degli esiti giudiziari sul piano politico la vicenda grida di smetterla con l’ipocrisia populista e la demagogia delle macchine del fango.

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L’inutile eredità del Pci tra consociativismo e compromesso storico

Retroscena di una stagione: Di Pietro e il suo cenacolo
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Populismo penale, una declinazione del neoliberismo
Populismo penale

L’insostenibilità economica del sistema penitenziario

Caro-carceri, riduciamo i detenuti e dimezziamo strutture inutili

Paolo Persichetti

Liberazione 18 agosto 2011

La domanda giusta non è quanto costa un detenuto ma quanto costano le carceri. In questi tempi di urgenza economica di fronte alle manovre speculative dei mercati finanziari sul debito pubblico, mentre il governo ha annunciato una nuova manovra economica correttiva per il rientro del deficit che prevede ulteriori tagli e imposte che vengono ad aggiungersi ai pesanti interventi già introdotti nella prima stesura della legge di bilancio, in presenza di una situazione di sovraffollamento carcerario senza precedenti (67 mila detenuti), dovrebbe imporsi nel dibattito che si aperto sui rimedi da intraprendere (patrimoniale, tassa sulle speculazioni finanziarie, abolizione della cosiddetta “finanza tossica”, fondi sovrani, eurobond, smantellamento delle spese militari ecc.) anche una riflessione sull’antieconomia dell’istituzione carcere.
Secondo i dati elaborati da Ristretti orizzonti, negli ultimi 10 anni il sistema penitenziario è costato alle casse dello Stato circa 29 miliardi di euro. Dal 2000 ad oggi almeno 2 miliardi e mezzo all’anno. Vista l’ingente somma impiegata è più che lecito porre domande sull’utilità pubblica e la performatività sociale di questo tipo di spesa.

La prima risposta, sicuramente la più scontata, ritiene che il sistema penitenziario sia necessario a garantire la sicurezza. Ad essa si aggiunge una variante che fa leva sulle proiezioni simboliche: la presenza del carcere si giustificherebbe con l’esigenza di trasmettere sicurezza. Entriamo qui nel campo della retribuzione simbolica: ad ogni crimine deve corrispondere una sanzione inflitta a colui che il sistema giudiziario ha individuato come colpevole. Questa retribuzione afflittiva è ritenuta decisiva poiché in grado di produrre un valore risarcitorio e rassicurante per la società.
A dire il vero anche questo effetto retributivo si è affievolito negli ultimi tempi, e non perché sia venuta meno la natura afflittiva delle pene che – stando ai dati ufficiali – si sono notevolmente allungate e inasprite come dimostra il numero degli ergastolani, oltre 1500, a cui vanno aggiunti l’alto numero di persone condannate ad una pena superiore ai 20 anni di reclusione, ma anche per la presenza dei ripetuti e numerosi vincoli ostativi introdotti nel corso degli ultimi decenni che impediscono l’accesso ai benefici penitenziari, oltre alla presenza del 41bis (regime di isolamento massimale). Nonostante ciò è convinzione diffusa che il sistema penale non punisca a sufficienza. Ad alimentare questo pregiudizio è la deriva vittimaria che ha permeato la società. Un’ideologia dall’istinto cannibalesco che ha bisogno di capri espiatori per riprodursi. Come sanno tutti gli esperti ed operatori che lavorano nel settore, la sicurezza è diventata una nozione eterea, sempre più distante dalla realtà dei fatti sociali e sempre più abitata da percezioni, fantasmi e paure. Qualcosa che investe l’inconscio sociale più che le reali condizioni della convivenza civile. Se il carcere serve a garantire la sicurezza è singolare che l’impennata d’incarcerazioni corrisponda con il decennale decremento degli omicidi, delle rapine e delle violenze. Ma allora se ci sono meno assassini e rapinatori, nonostante 9 italiani su 10 siano persuasi che la criminalità è in aumento, chi sono questi “delinquenti” che riempiono le carceri fino a scoppiare?
La risposta si trova in alcune leggi e in diversi inasprimenti del codice penale e della legge Gozzini: La Bossi-Fini che criminalizza l’irregolarità amministrativa degli immigrati; la Fini-Giovanardi che considera altamente criminale l’uso di droghe leggere e la Cirielli che infierisce sulla recidiva, vero è proprio manganello classista che colpisce i comportamenti devianti delle fasce sociali più deboli. L’innalzamento della soglia di legalità introdotto da queste normative ha trasformato in reati penali comportamenti, o devianze, precedentemente non penalizzati o affrontati con soluzioni mediche o amministrative. Siano dunque di fronte ad una questione tutta politica, ad un’idea di società, una concezione del mondo riassunta nell’orgasmo triste della vendetta incarognita, nella libidine impotente della cattiveria antropologica, divenuti il viatico di una competizione vittimaria che si avvita su se stessa alla ricerca di un appagamento senza fine. Più le carceri saranno piene maggiori saranno le richieste d’incarcerazione e le proteste per la troppa indulgenza. Un fallimento per un sistema penale che punta a garantire se non la sicurezza almeno la sua percezione.

La seconda risposta evoca per il carcere la funzione rieducativa. Una contraddizione in termini per non dire una bestemmia. Questo mito morale e utilitaristico, iscritto persino nella costituzione, è tuttavia smentito proprio dai conti. L’80% del bilancio penitenziario è assorbito dal personale (48 mila dipendenti tra custodia, amministrativi, direttori, educatori). Solo il 13% va al mantenimento dei detenuti (corredo, vitto, cure sanitarie, istruzione, assistenza sociale), il 4,4% serve alla manutenzione, il 3,4% al funzionamento (energia elettrica, acqua). In tempi di iperliberismo l’unica dose di keynesimo legittimo sembra essere solo quello della sofferenza.
I tagli imposti nelle ultime finanziarie hanno provocato una riduzione diseguale delle risorse: 5% sul personale; 31% per tutto il resto. Considerando che in 30 mesi i detenuti sono aumentati di quasi 30mila unità, le risorse procapite per detenuto sono precipitate dai 200 euro al giorno del 2007 ai 113 del 2010. Appena 3,95 euro giornalieri per i pasti e 11 centesimi per le attività scolastiche, culturali e sportive.

Se l’esperienza carceraria è dunque così fallimentare perché non gettare la scure dei tagli proprio a partire dal numero dei detenuti e delle carceri?

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Cronache carcerarie

Le banche centrali sono diventate le discariche della finanza tossica

Discariche di rifiuti tossici per il Credito

by Robert Kurz

Testo ripreso da http://francosenia.blogspot.com/2011/08/rifiuti-tossici.html

Chiunque abbia conservato un po’ di capacità di memoria potrebbe essersi chiesto dove sia andata a finire l’enorme massa di crediti irrecuperabili. Questi debiti non sono mai stati pagati e, al contrario, ogni forma immaginabile di debito ha continuato a crescere. Il gioco di far finta di pagare i vecchi prestiti per mezzo di quelli nuovi, e quelli nuovi per mezzo di quelli ancora più recenti, è finito da tempo, nel settore privato. E, a causa della loro enorme grandezza, i famosi “toxic assets” non potevano essere ammortizzati interamente (salvo alcune operazioni cosmetiche fatte dalle banche). Secondo le parole dei guru finanziari, questo avrebbe causato la “fusione del nucleo” del sistema finanziario globale. Ai fini contabili delle banche è stato permesso loro di gettare a mare i rifiuti tossici. Ma nulla è stato detto a proposito della “banche cattive”, che dovevano fare affidamento sulle garanzie statali per compensare temporaneamente il crollo del “sistema bancario ombra” dopo lo scoppio della bolla immobiliare. La speranza ufficiale e l’aspettativa erano che le garanzie statali potessero rapidamente ripristinare la “fiducia” in modo che i titoli, a lungo senza valore, riuscissero ancora una volta a spuntare un prezzo decente. La condizione era che il settore immobiliare statunitense, dove era cominciata la crisi, si riprendesse con forza. Nulla da dire su questo. Ma le garanzie dello Stato non erano pagabili. Non potevano essere pagati, per il semplice motivo che questo avrebbe causato la “fusione del nucleo” nel bilancio statale. Perciò, dove sono andati a finire i rifiuti tossici del sistema finanziario? Sono finiti nella discarica finale: le banche centrali. Come tutti sanno, queste banche stanno attualmente inondando il mondo di dollari, euro, ecc., al fine di dare ossigeno ad un’economia mondiale clinicamente morta. Non sono ancora al punto di stare buttando il denaro con gli elicotteri, ma stanno praticando l’estensione del credito, alle banche commerciali, a tassi di interesse bassissimo, o addirittura senza alcun interesse. Proprio come per ogni prestito, le banche devono fornire “garanzie”. E dove sono queste garanzie? In queste pile di carta tossica, che le banche centrali accettano con gioia, come se fossero gioielli della corona. Nemmeno tre anni sono passati dal crollo dei mercati finanziari, ed ora le finanze pubbliche di un numero crescente di paesi saltano in aria, dopo essere state sovraccaricate di politiche anti-crisi. Fondamentalmente, quello che è successo ai bond privati sta ora succedendo ai titoli pubblici di stato. Un parte crescente, e difficile da controllare, del debito è stata trasferita su bilanci ombra. Come accaduto in precedenza con i mutui per la casa, le partecipazioni al debito sovrano si sono trasformate in rifiuti tossici. E le banche centrali con entusiasmo acquistano anche questi. Allora, le banche asiatiche stanno comprando meno buoni del tesoro degli Stati Uniti? Non importa, dal momento che la stessa Federal Reserve americana se li accaparra, come grano in tempo di carestia. Inoltre, la crisi del debito sovrano europeo avrebbe continuato ad aggravarsi, nonostante tutti i pacchetti di salvataggio, se la Banca centrale europea non avesse cominciato a comprare mucchi di titoli senza valore provenienti dai paesi in crisi. Ironicamente, le banche centrali, guardiane della presunta stabilità finanziaria, sono diventate discariche di rifiuti tossici per il sistema finanziario globale. Sono esse la sede definitiva di questi beni, la loro ultima dimora, perché non esiste nessun ente, che si cela dietro le banche centrali, in grado di liberarle da questo peso. La facciata della normalità eretta dopo il 2008 si basa su un avventurismo politico che ha creato soldi da “garanzie” basate su un debito che non può essere pagato.

Fonte: http://linternationale.blogspot.com/2011/08/real-debt-crisis.html

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Gallino: «Barbarie sociale e recessione, ecco l’effetto della manovra»

Intervista a Luciano Gallino, sociologo, autore di Finanzcapitalismo, Einaudi 2011

Paolo Persichetti
Liberazione 14 agosto 2011


Colpire al cuore lo Statuto dei lavoratori. Questo progetto ultradecennale perseguito con una ferocia ideologica senza pari è forse giunto al suo traguardo. I ripetuti tentativi, sempre falliti o respinti in passato, hanno trovato nel grande golpe della finanza in corso il mezzo per assestare la mossa finale. La misura, richiesta nella lettera della Bce scritta da Mario Draghi, come lo stesso Giulio Tremonti ha lasciato intendere, è stata introdotta nella manovra aggiuntiva del governo in una maniera del tutto subdola e artificiosa. Abbiamo chiesto al sociologo Luciano Gallino, che in un suo lungimirante saggio uscito lo scorso marzo per Einaudi, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, ha descritto l’attuale crisi finanziaria, un giudizio sulle scelte del governo.

Quando parliamo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (divieto di licenziare senza giusta causa) ci riferiamo ad una norma di legge che sancisce un diritto soggettivo del cittadino lavoratore. Possono le parti sociali espropriare questo diritto della persona derogando la legge con un accordo aziendale? Non si tratta di una elementare violazione della gerarchia delle fonti del diritto? Prim’ancora che incostituzionale sembra l’ennesima alchimia antigiuridica. Una furberia architettata da un malandrino.
Non sono un giurista e lascio a loro una valutazione tecnica sulla questione. Ma come ho detto in una precedente intervista, rimuovere la persona come titolare dei diritti, mettendo invece al centro la prestazione o il contratto, è un aberrazione giuridica, il segno di una forte regressione in direzione di una smodata rimercificazione del lavoro. Sono le persone che hanno titolo, per usare un termine di Amartya Sen, per ottenere reddito o veder difesa la loro dignità.

Cosa accadrà con lo smantellamento dei contratti nazionali e la possibilità di derogare le norme di legge che tutelano i diritti dei lavoratori?
Intanto bisogna vedere come va a finire, manca ancora il voto finale del parlamento. In ogni caso l’idea che il centro della contrattazione debba essere l’azienda significa veramente non rendersi conto di come è organizzata oggi la produzione nel mondo. Si sarebbe dovuto parlare di contrattazione di filiera, di contrattazione estesa alle cosiddette catene di produzione del valore, perché ciò che fa ogni singola azienda dipende da ciò che fanno le aziende a monte e quelle a valle. Praticamente nessuno produce più nulla per intero. Tutto il prodotto, anche il più piccolo elettrodomestico, qualunque tipo di servizio per non parlare dei manufatti più grandi, è composto da centinaia di produttori situati in decine di Paesi diversi. L’idea che si possa contrattare la produttività in una sola azienda significa non aver capito nulla di come da decenni la produzione è organizzata nel pianeta. E poi mi preoccupano due cose.

Quali?
La scelta del governo è regressiva dal punto di vista sociale, civile e giuridico. I governi di destra ci hanno abituato a interventi del genere ma qui si è andati molto oltre. ma c’è ancora di più, questi interventi sono recessivi anche dal punto di vista economico, sono un limite allo sviluppo, alla cosiddetta ripresa. Queste misure non fanno altro che porre le premesse per una recessione che non sarà inferiore a 5-10 anni. Per un Paese che ha già una media di sviluppo dello 0,5% si tratta di un intervento molto ottuso. La fermentazione delle contrattazioni, la disarticolazione dei contratti fa si che a soffrire sarà la stessa produttività, l’organizzazione aziendale, la formazione dei lavoratori. Sono tutte premesse per un peggioramento e un prolungamento della recessione. il ministro Sacconi interpreta gli aspetti più deteriori dell’ideologia neoliberale.

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Il nuovo Guardasigilli Nitto Palma dice no all’amnistia e parla della solita depenalizzazione dei reati minori e del reintegro della detenzione domiciliare, disattivata dalla Cirielli

Paolo Persichetti
Liberazione 13 agosto 2011


Per il nuovo ministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma, il ricorso ad un’amnistia, accompagnata da un indulto, come chiesto a viva voce da Marco Pannella nel corso del suo ultimo sciopero della fame per affrontare la drammatica situazione di sovraffollamento delle carceri: «non è percorribile politicamente data la necessità di una maggioranza qualificata per la sua approvazione in parlamento». Il guardasigilli si è affrettato a chiudere ogni spiraglio a ridosso della giornata di sciopero della fame e della sete promossa dal partito radicale per domenica 14 agosto, ed a cui hanno aderito le diverse associazioni che si occupano di carcere, alcuni esponenti politici ma soprattutto il segretario nazionale del sindacato dei direttori e dirigenti penitenziari insieme ai responsabili di altre sigle del sindacalismo penitenziario come l’Uil-Pa penitenziari, l’Osapp e il comparto sicurezza Cgil-Fp. Una presenza istituzionale che la dice lunga sulle preoccupazioni e i malumori che circolano all’interno dell’universo penitenziario insoddisfatto per l’incapacità messa in mostra da questo governo dopo il conferimento dei poteri speciali al capo del Dap, il piano straordinario di edilizia penitenziaria e la ridicola leggina “svuota carceri”.
Defilata appare invece la presenza dei detenuti, meno massiccia del solito, sparpagliata e disorganizzata. Segno di rassegnazione e fatalismo? Due anni fa di questi tempi si moltiplicavano proteste e rivendicazioni un po’ ovunque. Il capo del Dap era costretto a correre da una prigione all’altra mentre i sindacati degli agenti di custodia denunciavano il rischio di una esplosione generale della rivolta. Oggi la situazione sembra sedata, nel vero senso della parola, cioè sottoposta all’effetto di sedativi. E’ il carcere dei disgraziati, di chi fa largo abuso di benzodiazepine o peggio, e si affida alla provvidenza come i pescatori di Verga nei Malavoglia. In gran parte figure destrutturate, incapaci di darsi una soggettività. L’alto numero di suicidi e le diffuse pratiche autolesioniste delineano il profilo sociologico fragile, sofferente, ultramarginale, di una popolazione che raccoglie tra le sue fila per buona parte tossicodipendenti, persone con problematiche psichiatriche, immigrati catapultati da altre rive. Un nuovo ciclo dei vinti sul quale infierisce con brutale cinismo una cultura assai trasversale ispirata ad una sorta di nuovo malthusianesimo penale che cerca di sbarazzarsi di questa umanità ritenuta uno sgradevole esubero. Attenzione però, sotto questo sonno covano spesso gli incendi più paurosi, come le jacqueries di un tempo.
Quindi la battaglia per arrivare ad un nuovo indulto accompagnato da quell’amnistia mancata nel 2006 è già finita prima di cominciare? C’è da giurare che Pannella non si arrenderà tanto facilmente. Ha ragione a tenere la barra alta e chiedere un provvedimento amnistiale per rovesciare quell’amnistia di classe, quotidiana e silenziosa, che porta il nome di prescrizione, valida solo per colletti bianchi e ceti abbienti. Da una parte un’amnistia mascherata e tutta di censo per chi riesce sempre a sottrarsi al processo, figuriamoci alla condanna; dall’altra condanne pesanti, aggravanti e recidive di ogni ordine e grado, celle affollate, pene lunghe e senza benefici per chi non appartiene ai ceti del privilegio. Resta il fatto che i rapporti di forza in parlamento, e soprattutto la presenza di una cultura politica giustizialista egemone e trasversale agli schieramenti politici, rendono improba la battaglia. Nel 2006 l’indulto arrivò sull’onda di una risicata vittoria parlamentare del centrosinistra, votato ad inizio legislatura quando nelle aule parlamentari e nella coalizione di governo era ancora presente Rifondazione comunista, prima della scissione. Oggi al suo posto c’è l’Idv, i Radicali sono soli e nel Pd l’idea non crea certo l’unanimità. Sulla questione c’è chi ha posizioni persino più rigide delle destre, al punto che nessuno ha protestato per le disposizioni ultraforcaiole (e incostituzionali), come l’abolizione del rito abbreviato e l’esclusione dai benefici penitenziari per alcune categorie di reato, contenute nel ddl detto «allunga processi», passato recentemente al senato.
Il nuovo guardasigilli sembra orientato a lavorare su misure minime come la depenalizzazione dei reati minori e una nuova leggina sui domiciliari, questa volta con maglie più larghe. Mezzucci. Con lo “svuota carceri” (e riempi celle) che tanta paura aveva suscitato solo a MarcoTravaglio sono usciti meno di 3000 persone. Bastava applicare correttamente le norme sui domiciliari e l’affidamento previste dalla Gozzini e ne sarebbero uscite molte di più.
Se l’intenzione del neoministro è quella di volare così basso, i Radicali possono sfidarlo proponendo l’abolizione dei vincoli ostativi previsti dal 4 bis, che impediscono l’accesso alla Gozzini, e il raddoppio dei giorni di liberazione anticipata. 180 giorni all’anno di sconto per buona condotta. Non serve l’insormontabile maggioranza qualificata richiesta dall’amnistia. Basta la maggioranza semplice.

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L’insostenibilità economica del sistema penitenziario: riduciamo i detenuti e dimezziamo le carceri
Cronache carcerarie

«Chiudere i paradisi fiscali e abolire la finanza tossica»

Intervista a Pietro Raitano direttore di Altreconomia

Paolo Persichetti
Liberazione 10 agosto 2011

«Siamo di fronte ad un problema di debito totale, non solo finanziario ma anche ecologico. Debito generazionale di un Paese che riesce solo a saccheggiare il proprio territorio ma è incapace d’investire in lungimiranza, ad esempio nella scuola». Pietro Raitano, direttore di Altreconomia, non ne fa una semplice questione di contabilità. Questa crisi mette in discussione un modello di società, in altri tempi si sarebbe detto di sviluppo, termine caduto in disuso per la sua natura ambivalente che suscita critiche. «La crisi che abbiamo davanti viene da lontano: il primo dato è che abbiamo il quarto debito mondiale ma non siamo la quarta potenza economica del mondo, dall’altra con l’incremento del debito crescono anche gli interessi da restituire ed essendo ormai divenuti un Paese vecchio, che non punta più su tecnologia, innovazione e ricerca, vacilla la fiducia sulla nostra capacità di esser solvibili».

Non bastano soluzioni contabili per il declino?
Non si può pensare di continuare a rispondere con la ricetta della crescita ad una crisi della crescita, una crisi di sovrapproduzione. Siamo di fronte ad un sistema economico che non sa più come spendere la propria liquidità. Una liquidità conseguenza anche dello sganciamento avvenuto negli anni 70 della moneta dall’oro. Questa liquidità ha creato una bolla gigantesca su tutti i comparti del mercato finanziario, dall’immobiliare all’energetico, che adesso sottrae risorse. Ma lo fa con un ritardo clamoroso perché ormai siamo abituati a quel denaro, ci contiamo anche se non c’è più. E così siamo giunti alla resa dei conti. Bisognerebbe invece investire sulla lungimiranza: efficienza energetica, fonti rinnovabili, tecnologia. Uno studio della Banca d’Italia ha dimostrato che investire sulla scuola porta un rendimento del 7%. Valorizzare le nostre risorse rilanciando la filiera corta agroalimentare.

Che ruolo svolgono i mercati in questa crisi?
Tutta l’attenzione è concentrata sui famosi umori dei mercati, tanto che ci dicono “bisogna ristabilire la fiducia degli investitori”. Ma chi sono questi mercati? Il 53% degli scambi a Wall street sono fatti in regime di high frequency trading (hft), cioè di scambi iperveloci, si tratta di algoritmi matematici gestiti da computer. Attenzione dunque, la finanza sta diventando qualcosa di differente da un gruppo di persone che investe del denaro. Abbiamo a che fare con un sistema che non ha più legami con l’economia reale.

Però dietro ai programmi di calcolo c’è sempre la mano dell’uomo. Dunque è un problema di logica?
Quella stessa per cui se una una banca è ritenuta troppo grande per fallire si deve immediatamente intervenire per sostenerla mentre per gli Stati si può contemplare l’idea che possono andare in default. Con molto ritardo si è intervenuti in favore della Grecia e dell’Italia. Per giunta la Bce al posto del fondo salva Stati non ha fatto altro che emettere altri bond. E’ un po’ paradossale che si risponda ad una crisi finanziaria con la finanza. La traduzione di tutto questo è molto semplice: come ha chiesto la Bce al governo, avremo meno servizi e dovremo pagarli di più, avremo meno pensioni e dovremo lavorare maggiormente. Si spalmerà  sulla popolazione l’incapacità del governo e più in generale dei governi internazionali di fronteggiare la rapacità del sistema economico finanziario.

Cosa servirebbe?
La patrimoniale, non è più tollerabile che venga tassato sempre di più il lavoro quando chi specula in borsa paga un’imposta del 12%, se non nasconde addirittura i suoi profitti nei paradisi fiscali. Quei paradisi dove anche le nostre aziende di Stato hanno insediato delle società. Un fatto inaccettabile. Non crederò mai alla possibilità di risolvere questa crisi senza avere prima messo mano  a livello internazionale almeno a due operazioni: abolizione totale dei paradisi fiscali; abolizione di quegli strumenti finanziari deleteri come alcuni derivati, tipo i credit default swap (cds) che permettono di scommettere sui fallimenti degli Stati. C’è chi guadagna sul fatto che ad un certo punto in Italia si privatizzi l’acqua, non ci siano sono più asili e si vada in pensione a 75 anni. Questo è un clamoroso furto nei confronti delle popolazioni a favore di una minoranza di alcune centinaia di speculatori. Ci potrà salvare solo un sistema economico basato sulla sobrietà, sulla sostenibilità e sulla distribuzione del potere che non permette accumulazioni di ricchezza in poche mani.

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