Senza i pugni in tasca

Senza i pugni in tasca

Paolo Persichetti
Liberazione 17 dicembre 2005

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«Il pugilato è uno sport incivile», sosteneva un articolo ospitato sulla prima pagina di Liberazione del 29 novembre. Sport violento e da riformare nelle regole, spiegava l’autore, Bernardo Rossi Doria, mettendone in questione la supposta filosofia gladiatoria: «dove si fanno tanti più punti quanto più si fa male all’avversario, addirittura lo si fa cadere a terra svenuto».
Conosco tecnici della Fpi che potrebbero obiettare, molto meglio di me che ho praticato la boxe soltanto da ragazzo, in una polisportiva Uisp e tirando i primi pugni nel torneo novizi al Palazzetto dello sport di Roma, l’evoluzione intervenuta nelle regole e nella cultura pugilistica, spiegando anche come l’aggressività controllata del pugilato sia, in realtà, patrimonio comune delle altre discipline sportive. Personalmente ho ricevuto molti più colpi duri, calci e pugni, giocando a calcio o pallamano che sul quadrato.
Il pugilato olimpico, che corona le carriere dei dilettanti, è ben diverso da quello professionistico, affetto da ataviche derive affaristiche, in particolare oltre oceano. L’atleta pugile usufruisce di protezioni nel combattimento ed è tutelato da regole molto rigide. Il principio della opponibilità tra i due contendenti, fa si che non vi siano situazioni di manifesta inferiorità nel confronto e l’arbitro deve intervenire nell’incontro, fino a sospenderlo, quando uno dei due avversari è in manifesta difficoltà. Gli atterramenti sono rari. La scherma pugilistica viene premiata rispetto alla bagarre, o alla ricerca del colpo a effetto. Non accade lo stesso nel professionismo, dove permane la concorrenza tra due diverse federazioni internazionali, che per ragioni economiche non esitano a privilegiare regolamenti che facilitano una certa macabra spettacolarità. D’altronde l’abisso che separa il pugilato di Cassius Clay da quello di Mike Tyson è la prova di una decadenza tecnica, dietro la quale si cela anche il declino sociale e culturale intervenuto nella società.
Mohammed Alì combatteva nel ring come nella vita. Il suo pugilato era dialettico, ragionato, fatto di schivate, abile nel ritrarsi, nel gioco di gambe, per non offrire mai il bersaglio all’avversario. Lo stancava prima di colpirlo lo stretto necessario. Praticava l’arte di Sun-tze senza averlo letto. In quello stile c’era la grammatica del nero americano che aveva imparato con la lotta sociale a difendere i propri diritti civili e politici, c’era un’idea di solidarietà che parlava al mondo e che lo portò a rifiutare di combattere in Vietnam. Nella boxe di Tyson c’è solo la rabbia cieca e senza futuro del nero dei ghetti che non ha più speranza, se non quella d’imitare la società dell’uomo bianco, rincorrendo e ostentando ricchezza, senza mai trovarvi salvezza.
La boxe non è l’unica disciplina sportiva di combattimento, c’è la lotta, le arti marziali, la scherma, ma queste ultime non suscitano la stessa repulsione indignata verso una pratica ritenuta barbara e primitiva. Perché? Nelle parole di Rossi Doria si percepisce un pregiudizio classista al passo coi tempi di una sinistra che oramai si diletta nella vela e nel golf. Certo il pugilato non è neutro. Si tratta di una disciplina che gestisce attraverso regole ben precise l’aggressività, senza il ricorso a protesi come una spada o un’arma da fuoco. Ma forse che la filosofia, sia pur sublimata, contenuta nella scherma e nel tiro al piattello è meno violenta? Infilzare come un pollo allo spiedo, sia pur virtualmente, il proprio avversario è politicamente, mi scuso, sportivamente più corretto? Sorge il sospetto che a dare fastidio sia l’estrazione sociale del mondo della boxe. Troppo poco nobili per una noble art? Nelle periferie non ci sono maneggi per l’equitazione, ai miei tempi non c’erano nemmeno piscine e il tennis se lo potevano permettere solo gli agiati frequentatori di circoli privati.
Il ragionamento di Rossi Doria rinvia a quella che alcuni osservatori della società moderna definiscono «iperestesia sociale», ovvero l’abbassamento vertiginoso della soglia di sensibilità, tanto più ipocrita quanto è selettiva. L’avvento di una nuova e inorridita sensibilità occidentale, egocentrica più che altruista, ha mutato il rapporto con l’immagine del dolore, della sofferenza e della violenza. Il paradosso di questa moderna impressionabilità sta nella presenza di un sentimento d’orrore che non mette fine alla violenza ma s’accontenta unicamente di renderla invisibile, e ciò non vale solo per le azioni ma ancor di più per il pensiero. Basti pensare all’innovativo dizionario che ha camuffato i conflitti bellici trasformandoli in operazioni di polizia, interventi umanitari, «guerre etiche o pulite a costo zero», fino alla vertigine dell’invisibilizzazione riassunta nella formula «effetti collaterali». Si è imposta insomma una paradossale indignazione selettiva che, mostrando avversione per l’esplicita violenza, trae sollievo dalla sua semplice sottrazione alla vista.
Non so quanto sia etologicamente compatibile la pretesa di estirpare l’aggressività dall’essere umano, e mi chiedo se dietro questo proposito non vi sia l’ennesima versione in salsa eticista del sogno totalitario dell’uomo nuovo. Certo è che esistono, come in ogni cosa, delle priorità. Se proprio da qualche parte si deve iniziare, allora è forse socialmente più utile partire dal disarmo delle forze di polizia in assetto di ordine pubblico che dal divieto di qualche raro incontro di boxe. Oppure anche la violenza delle istituzioni è diventata invisibile?

Link
Leone Jacovacci, il nero che prese a pugni il fascismo
Prendiamo a pugni la crisi la boxe, un’idea di resistenza
Elogio del pugilato

Amnistia per gli anni 70

Amnistia per gli anni 70

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No, gli anni 70 non furono follia
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Erri de Luca, Paolo di Tarso che portò l’attacco al cuore dello Stato
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’unità d’Italia ad oggi

Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
Una storia politica dell’amnistia

Amnistia per i militanti degli anni 70
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70

Universita della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla digos
Università della Sapienza,il seminario sugli anni 70 della pantera
Quella ferita aperta degli anni 70
Un kidnapping sarkozien
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

Tarso Gendro: “L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo”
Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Anni 70
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70 – Persichetti, Scalzone


Link sulle torture contro i militanti della lotta armata

1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati
Il giornalista Buffa arrestato per aver raccontato le torture affiorate
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture

Dottrina Mitterrand

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Risposta a Fred Vargas
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La Francia rinuncia all’estradizione di Marina Petrella

La Francia ha deciso di scarcerare Marina Petrella
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Marina Petrella ricoverata in ospedale ma sempre agli arresti
La vera impunità è la remunerazione dei pentiti
Peggiorano le condizioni di salute di Marina Petrella
Lettera da Parigi della figlia di Marina Petrella
Marina Petrella sarà estradata, addio alla dottrina Mitterrand

Stato e dietrologia

Perché le teorie del complotto e la dietrologia sono una antistoria

Marco Clementi
L’Altro, 27 giugno 2009

A partire dal 9 maggio scorso, quando il capo dello Stato Napolitano ha auspicato la rinuncia alle tesi complottistiche e si è appellato agli studiosi perché facciano luce sulle pagine ancora oscure della recente storia italiana, si è sviluppato un ampio dibattito pubblico al quale hanno preso parte giornalisti, studiosi e storici. Sulle pagine di questo giornale il 17 giugno Vladimiro Satta ne ha ricostruito i passaggi e dunque rimando a quell’articolo per gli approfondimenti. Quello che mi preme riprendere in questo articolo è un aspetto rimasto marginale, e che merita invece di essere approfondito. Si tratta della differenza tra il lavoro dello storico e quello di altra fattura, che comunemente viene chiamata “dietrologia” e che continuerò a indicare in questo modo, non avendo trovato un termine migliore. copj13.aspIl lavoro dello storico si basa sulla ricerca, la lettura, l’interpretazione e la scelta dei documenti, delle fonti primarie, senza le quali non può essere ricostruito alcun avvenimento. In un saggio così preparato, quindi, non si troveranno, se non raramente, espressioni ipotetiche, supposizioni, allusioni; il testo sarà quasi sempre all’indicativo, perché le fonti consultate permettono a chi scrive di avere una chiara visione di quanto va a raccontare. Il ragionamento segue il metodo induttivo. Ovviamente, ciò non significa che ogni libro di storia sia un capolavoro. Come in tutti i settori, esistono anche gli storici mediocri, ma questo è un altro discorso. A differenza dello storico, il lavoro dietrologico normalmente non si preoccupa troppo del riscontro documentale: parte da ipotesi, opera per deduzione e nella narrazione usa spesso il modo condizionale. Anche quando si serve di documenti, solitamente è difficile avere dei riscontri, perché si tratta spesso di documenti poco chiari, incompleti, di dubbia provenienza. La conseguenza principale di tutto ciò è che, mentre il saggio di uno storico produce una “verità storica” finita, che potrà essere smentita o rafforzata alla luce di nuovi documenti, il saggio dietrologico moltiplica le domande di partenza, senza fornire mai una risposta, rimandata regolarmente a un futuro più o meno lontano, quando il “mistero” risultasse finalmente svelato. Il saggio di uno storico, dunque, anche quando è dedicato ad un complotto (per esempio l’assassinio di Kennedy), cerca certezze ed eventualmente rimanda il lettore alla declassificazione dei fondi archivistici per le risposte in sospeso. Quello dietrologico aggiunge nuovi misteri, non svela mai nulla, né è in grado di rimandare il lettore a un futuro certo, perché non sono i fondi d’archivio ad interessarlo. La dietrologia, infatti, non cerca le responsabilità, politiche, amministrative, morali ecc., di un avvenimento, ma il colpevole (o i colpevoli), che fino a quel momento hanno impedito al bravo ricercatore di giungere alla verità (di quale verità si parli, inoltre, resta sempre poco chiaro. La verità storica, per fare un esempio, non è la Verità, ma corrisponde a quanto è possibile ricostruire in un dato momento sulla base delle fonti disponibili).
Prendiamo un esempio ormai divenuto un classico, il caso Moro. Mentre gli storici che se ne sono occupati hanno cercato di capire le posizioni dei vari attori della vicenda, da Moro ai brigatisti, dai partiti politici alle istituzioni, fino al Vaticano, i dietrologi hanno cercato le risposte ad alcuni quesiti, come per esempio: “da chi era composto il comando di via Fani. C’erano degli uomini dei servizi segreti? C’erano uomini della ‘ndrangheta? Erano presenti degli stranieri? In quante prigioni è stato segregato Moro? Chi sapeva della sua prigione e non ha fatto nulla per liberarlo? Perché è fallita la trattativa con il Vaticano? Perché è stato ucciso quando sembrava prossima un’apertura di trattativa? Che ruolo hanno avuto i servizi segreti sovietici e statunitensi? Chi era il misterioso uomo che interrogava l’ostaggio? Dove sono i filmati che ritraggono gli interrogatori?”. cop-br-4-cm
Si tratta, come si può osservare, di domande che potrebbero avere un senso, se si fosse ricostruita già l’intera vicenda. Per esempio, per rispondere all’ultima, si deve essere certi che gli interrogatori furono filmati. Chiedersi se ci fosse la mafia in via Fani significa aver ricostruito la storia delle Br come la storia di un gruppo di sedicenti guerriglieri comunisti, in realtà parte integrante del mondo malavitoso italiano. Interrogarsi sul ruolo dei servizi segreti stranieri significa sapere con certezza che essi hanno operato in modo incisivo nella vicenda al fine di far morire Moro, e non come semplici osservatori. Parlare della trattativa del Vaticano significa aver la certezza che il Vaticano contattò in qualche modo chi teneva Moro. Insomma, ogni domanda di questo genere presupporrebbe la conclusione di una ricerca dettagliata, ma in realtà le domande rappresentano il punto di partenza, non di arrivo. Il risultato finale è che dal 1978 si sono spese molte più parole intorno ai presunti complotti, che non a chiedersi, per esempio, per quale motivo il Pci scelse una determinata linea politica intransigente fin dalle prime ore del rapimento. Perché se molti dirigenti del Pci hanno sempre sostenuto che il compromesso storico fallì a causa del rapimento e del delitto di Aldo Moro (e in questo, per certi versi non hanno torto), è anche vero che Botteghe Oscure, rinunciando a trattare con le Br a prescindere dagli sviluppi della situazione, scelse in modo consapevole di affrontare il rischio che l’ostaggio potesse venire ucciso; scelse, cioè, di provare a tenere in piedi il governo di solidarietà nazionale anche senza Moro. Di fronte a questo, appellarsi al teorema del complotto anticomunista ordito da chi vedeva nella presenza del Pci al governo una pericolosa alterazione degli equilibri di Jalta, appare pretestuoso. Il Pci durante i 55 giorni non si batté con tutte le sue forze per cercare di liberare Moro, ma per mantenere la propria posizione dentro la maggioranza di governo, minacciando di aprire una crisi se la Dc avesse ceduto al ricatto dei brigatisti. Serve un mistero per dedicarsi a questa analisi?

Link
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato

Note a margine di un dibattito infinito

di Vladimiro Satta*

L’Altro, 17 giugno 2009

Un passaggio del discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica lo scorso 9 maggio, in occasione della Giornata della Memoria, ha suscitato una pubblica discussione storiografica tuttora in corso. Napolitano ha definito «fantomatico» il “doppio Stato”, locuzione che fu introdotta nel copj13-1.asppanorama italiano degli studi venti anni fa da Franco De Felice a proposito dei fenomeni eversivi degli anni di piombo e, in seguito, fu replicata con modifiche nelle varianti chiamate “Stato parallelo”, “Stato duale” e simili. In molti casi, il “doppio Stato” e i suoi derivati sono stati raffigurati quali protagonisti di una storia dell’Italia repubblicana vista in termini di sequela di complotti orditi in seno alle istituzioni.
Tra i primi commenti al cenno presidenziale sul «fantomatico doppio Stato» si registra (11 maggio) il plauso di Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della Sera, il quale lo ha salutato come una solenne bocciatura delle connesse teorie cospirative. Battista, nel suo pezzo, ha tratteggiato origini e lineamenti di quella che ha chiamato «misteriologia doppiostatista», ha elencato coloro che a suo avviso ne sono stati i maggiori esponenti e ha prospettato la possibilità che essa vada «in soffitta, almeno come storia ufficiale», se non anche come «fiction». Più sinteticamente e meno trionfalisticamente pure lo storico Giovanni Sabbatucci (Messaggero, 10 maggio) ha ripercorso il cammino della teoria del “doppio Stato” e se ne è augurato il definitivo tramonto. Su Liberazione (30 maggio) un altro storico, Marco Clementi, ha osservato che «uno studioso non può certo accontentarsi di una teoria senza riscontri (…) e i riscontri, per il doppio Stato, mancano», dopo che un redattore del quotidiano, Paolo Persichetti, aveva parlato d’inclinazione delle teorie complottistiche a disinteressarsi delle prove e, anzi, a spacciare le smentite per indizi di ulteriori cospirazioni contro la verità (21 maggio).
Alcuni fautori della tesi “doppiostatista” sono rimasti silenti, mentre altri hanno ribadito pienamente le loro convinzioni (senza pretese di completezza, segnalo: il 12 maggio L. Orlando, intervistato dal Corriere della Sera; il 13 maggio, G. De Lutiis su Liberazione, B. Gravagnuolo e M. Travaglio su Unità, F. Orlando su Europa; il 15 maggio, L. Grimaldi su Liberazione; poi di nuovo Travaglio, dapprima oralmente alla Fiera del Libro a Torino, il 16 maggio, e successivamente in forma scritta su Internet). Altri ancora, infine, hanno preso le distanze in vario modo rispetto alla teoria del “doppio Stato” e all’elenco redatto da Battista (G. Fasanella, lettera al Corriere della Sera, 12 maggio; G. Pellegrino, intervistato pure lui dal Corriere della Sera, 13 maggio; A. Giannuli, Liberazione, 4 giugno). Giannuli, in particolare, ha demolito «il mito» che le sconfitte della sinistra siano imputabili al “doppio Stato”; d’altro lato, asserendo che il “doppio Stato” non è un soggetto bensì «un processo», non è una doppia rete istituzionale mezza legale e mezza no, non è una sorta di cupola politico-criminale, non è la P2 né un servizio segreto misterioso e rinunciando ad attribuirgli il fine di «destabilizzare per stabilizzare» (conclusione che ancora compariva in un suo saggio del 2007), egli in pratica lo ha ridotto ad una mera astrazione priva di ragion d’essere, dai connotati a dir poco evanescenti, la cui identità poggia su un nome che non si addice ad «uno stato di fatto» né ad un «modo duplice di funzionare». Giannuli non ha intenzione di abbandonare del tutto il concetto di “doppio Stato”, ma arrivati a questo punto sarebbe più consequenziale farlo e guardare avanti.
Qualcuno ha protestato contro Battista interpretando la sua soddisfazione alla stregua di un anatema contro i teorici del complottismo “doppiostatista” e leggendo le sue indicazioni nominative alla stregua di liste di proscrizione, perciò è bene puntualizzare che la libertà di continuare a pensarla diversamente dal Capo dello Stato, dal vicedirettore del Corriere della Sera o da chiunque altro non è minimamente in questione. E guai se lo fosse. Le critiche altrui possono dispiacere ed alle volte essere sommarie o ingiuste, ma non vanno dipinte come intimidatorie quando non lo sono, anche perché così facendo si renderebbe impossibile il sano confronto tra opinioni diverse. Fare nomi, di per sé, non equivale a stilare liste di proscrizione e anzi ha due pregi: offre ai lettori riferimenti utili per approfondire (se lo desiderano) e consente di  dare a ciascuno il suo. A condizione, beninteso, di non commettere errori nell’attribuzione delle rispettive posizioni.
copj13.aspL’articolo di Battista tanto deprecato dai teorici della cospirazione contiene qualche inesattezza e tende ad appiattire le differenze tra i personaggi che cita: per fare un paio di esempi, Fasanella non fu consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta su terrorismo e stragi, e la linea di Giannuli diverge sensibilmente dallo schema iniziale di De Felice. Inoltre, l’articolo ha il difetto di non spiegare perché il giornalista concordi con Napolitano e dissenta dai teorici del “doppio Stato”.
Dal canto mio, avendo in passato criticato estesamente le teorie del “doppio Stato” e simili, mi rallegro della dichiarazione del Quirinale. Trovo altresì opportuno che il Presidente abbia soggiunto: «per quante ombre abbiano potuto pesare sulla ricerca condotta in sede giudiziaria e per quante riserve si possano nutrire sulle conclusioni da tempo raggiunte, non si possono gettare indiscriminati e ingiusti sospetti sull’operato di quanti indagarono e in particolare sull’operato della magistratura, esplicatosi in molteplici istanze e gradi di giudizio». Non si dimentichino i successi, dunque, non si dia per scontato che tutti gli sbagli fossero dolosi, e si consideri che un conto è avere decenni per riflettere giovandosi del lavoro pregresso compiuto da inquirenti, tribunali, commissioni di inchiesta, studiosi e via dicendo, mentre altro conto è agire sul momento, magari con urgenza.
E’ dolorosamente vero che le conoscenze sullo stragismo sono tuttora alquanto lacunose e che il disastro aereo di Ustica nel quale perirono 81 persone è addirittura un mistero, essendo certo solo che non si trattò di guasto ai motori né di cedimento strutturale. Ma le istanze di più verità e più giustizia non si appagano con le fantasie. Il discorso complessivo sulla condotta dello Stato di fronte agli attacchi piovuti da destra e da sinistra dalla fine degli anni Sessanta agli Ottanta, la quale presenta luci ed ombre, va impostato partendo da un quadro della situazione che esamini contestualmente le forze attaccanti e gli strumenti di contrasto disponibili.
In Italia le offensive eversive furono, per ampiezza e articolazione, superiori agli analoghi fenomeni occorsi in altri Paesi democratici. Lo stragismo neo-nazifascista, il terrorismo rosso e lo spontaneismo armato nero furono prodotti genuini degli ambienti più estremisti della società italiana di allora. Sebbene parzialmente concomitanti, essi non formarono un blocco unico né si allearono fra loro. Sul versante statale, i primi tempi furono caratterizzati da impreparazione degli apparati –che erano strutturati prevalentemente in funzione di controllo dell’ordine pubblico, un altro fronte caldo- e arretratezza della normativa, che per inerzia del legislatore si protrassero fino alla metà del 1974; seguì una seconda fase, da metà del 1974 ai primi del 1978, segnata da interventi rilevanti ma ondivaghi, per certi aspetti persino contraddittori e, comunque, non sempre positivi nel breve termine, che interessarono sia l’assetto degli apparati repressivi, sia la normativa su ordine pubblico, libertà dei cittadini e relative garanzie; una terza ed ultima fase si aprì dopo la pesante sconfitta militare patita in occasione della vicenda Moro, allorché lo Stato seppe risalire la china e maturò la sua vittoria definitiva grazie al concorso di molteplici fattori, fra i quali la ricostituzione in versione rafforzata dei nuclei antiterrorismo dei Carabinieri al comando di Carlo Alberto dalla Chiesa e la legislazione che incoraggiò il cosiddetto pentitismo. L’emergenza eversiva legittimò norme e trattamenti giuridici di eccezione a difesa dell’ordine pubblico e della sicurezza che, tuttavia, non compromisero la libertà di espressione, il pluralismo politico e lo svolgimento di libere elezioni, una triade che rappresenta l’essenza delle democrazie. Anzi, i metodi con i quali l’Italia riuscì a debellare gli eversori furono più morbidi che in altri Paesi.
Passando ad analisi differenziate dei risultati conseguiti contro i nemici di turno, si nota che furono diseguali: maggiori contro il terrorismo rosso e contro lo spontaneismo armato nero, minori contro lo stragismo, un po’ perché quest’ultimo era più sfuggente, e un po’ perché esso talvolta usufruì di protezioni, attestate da episodi di slealtà degli apparati nei confronti della magistratura inquirente. Si trattò di favoreggiamenti a posteriori che, quantunque intrinsecamente gravi, non equivalgono a responsabilità dirette né a complicità nell’ideazione, preparazione o esecuzione degli attentati. Il Sid, quando nel 1973 negò alla magistratura le informazioni sul Giannettini da essa richieste, travalicò le comprensibili esigenze di copertura del suo collaboratore, i cui legami con il Servizio furono poi rivelati dal Ministro della Difesa Andreotti nel 1974. De Lutiis, nel 1997, scrisse che l’iniziale copertura del Giannettini, a suo avviso avallata dai politici, dipese dal fatto che «nell’attuazione dell’eccidio [di Piazza Fontana] era in qualche modo coinvolto un settore istituzionale dello Stato e dunque un possibile esecutore o intermediario non poteva essere abbandonato, rischiandosi in tal caso il disvelamento dell’intera catena di comando della strage». Se fosse stato così, però, non si capirebbe perché nel 1974 Andreotti abbia rovesciato la decisione di un anno prima. E’ più ragionevole supporre che, seppure tardivamente, l’opportunità di collaborare alle indagini su un crimine quale la bomba di Piazza Fontana abbia finalmente prevalso sulla tutela di una fonte del Servizio. In questo e negli altri casi del genere non ravviso le catene di comando dirette dalla Nato evocate da De Lutiis su Liberazione, e non le ravvisò neppure la magistratura che respinse le corrispondenti ipotesi in sede giudiziaria.
Comunque, lo stragismo cessò più per il fallimento dei propri obiettivi politici e per lo scioglimento del Movimento Politico Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale che per l’azione di contrasto svolta da forze di polizia e servizi segreti.
Concludo associandomi a Fassino e a Tranfaglia (cfr. Ansa e varie) nel dire che la gestione del Ministero dell’Interno negli anni Novanta da parte di Napolitano non merita il biasimo di Travaglio. L’attuale Presidente, all’epoca, diede piena collaborazione alla magistratura e alla Commissione Stragi, adoperandosi per recuperare e fornire tutta la documentazione possibile. Per quanto riguarda la Stragi valgano gli apprezzamenti tributati a Napolitano di cui è rimasta traccia nei resoconti e nelle relazioni periodiche sull’attività della Commissione.

* Documentarista della ex-Commissione Stragi

 

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Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti

La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
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Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
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Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

 

 

 

Stato di eccezione giudiziario: il caso italiano

L’emergenza politico-giudiziaria italiana

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L’exception permanente
Agamben, Lo Stato d’eccezione
Tolleranza zero: estensione dell’infrazione di terrorismo e nuovo spazio giudiziario europeo
La giudiziarizzazione dell’eccezione 2
Il caso italiano, lo Stato di eccezione giudiziario
Agamben, Europe des libertes ou europe des polices?

Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu

La fine dell’asilo politico
Garapon, L’utopia moralizzatrice della giustizia internazionale
Carcere, gli spettri del 41-bis
Dopo la legge Gozzini tocca al 41-bis, giro di vite sui detenuti
Tarso Gendro, “l’Italia è ancora chiusa negli anni di piombo”
Brasile, stralci della decisione del ministro della giustizia Tarso Gendro

Il coraggio dell’amnistia

Un’amnistia per la lotta armata

Piero Sansonetti
L’Altro 16 maggio 2009

Giampiero Mughini ha raccontato ieri al Corriere della Sera (articolo di Aldo Cazzullo) i suoi ricordi e le sue riflessioni sull’uccisione del commissario Luigi Calabresi (anno 1972), Mughini all’epoca era vicino al gruppo dirigente di Lotta Continua, e quindi basa la sua ricostruzione (ipotetica) dei fatti su ele-menti di conoscenza personale (di abitudini, idee, Callerapporti, modi di comportarsi di quel periodo). Mughini avanza l’ipotesi che Sofri non sia colpevole diretto, ma che sapesse. E che conosca i nomi di chi uccise Calabresi. Tesi che già in passato aveva sostenuto. Personalmente questa ricostruzione non mi convince. Penso che Sofri sia innocente. E constato che, in ogni caso, contro di lui non sono state raccolte prove, e i processi che si sono conclusi con la sua condanna erano processi indiziari, tutti fondati sulle dichiarazioni di un pentito (non verificate e non verificabili) il quale in cambio della condanna di Adriano Sofri ha ottenuto per se la libertà dopo pochissimi mesi di prigione (pur essendo stato condannato come autore materiale dell’uccisione).
Sono assolutamente convinto del principio secondo il quale in mancanza di prove non si può condannare. E credo che un certo numero dei processi che si sono svolti negli anni ’80 (e in parte ’90) contro gli imputati di lotta armata o di reati politici, siano stati processi “zoppi”, poco convincenti, senza garanzie.
Influenzati dal clima politico dell’epoca e condizionati da una legislazione speciale, basata sull’esaltazione del pentitismo, che non dava garanzie né di verità né di equanimità. Che le cose stiano così è abbastanza evidente. E ce ne accorgiamo ogni volta che le nostre autorità chiedono l’estradizione di qualcuno che fu condannato in quegli anni, con quei processi, e non la ottengono (recentissimo caso Battisti). Come mai non l’ottengono? Perché la Francia, il Brasile, il Canada, la Gran Bretagna, la Svezia, la Spagna eccetera, eccetera sono paesi filo terroristi? Non mi pare una spiegazione ragionevole. Non la ottengono perché i processi sono considerati non affidabili. Tutto qui. Vedete bene che il problema esiste, e va affrontato seriamente. In che modo? Riprendendo la riflessione su quegli anni di fuoco, nei quali la lotta politica, in Italia, convisse con la lotta armata; e trovando il modo dì uscire definitivamente da quel clima e da quella storia. C’è un solo modo di uscire da quel clima e da quella storia. Chiudendone tutti gli strascichi giudiziari e penali. Cioè con l’amnistia. Solo l’amnistia può relegare finalmente nel passato gli anni di piombo e di conseguenza permettere l’apertura di una discussione e di una riflessione seria. Quali sono gli argomenti contro l’amnistia? In genere se ne sentono tre. Il primo è il cosiddetto “diritto dei parenti delle vittime”. Il secondo è la certezza della pena e il rischio che gente che ha seminato il male non paghi per il male, la faccia franca. Il terzo è la paura che l’amnistia ci impedisca di scoprire cosa davvero è successo in quegli anni, cosa c’era dietro i delitti.
Il primo argomento mi sembra che non riguardi il diritto. Riguarda semmai la politica. I parenti delle vittime non hanno il diritto dì influire sulle pene dei colpevoli (o, talvolta, dei sospetti). Hanno il diritto ad essere risarciti, aiutati, assistiti. E spesso questo diritto non viene loro riconosciuto dallo Stato, ma l’amnistia non c’entra niente.
Il secondo argomento è sbagliato. Per un motivo molto semplice: la lotta armata degli anni settanta è l’unico capitolo della storia del delitto italiano che ha prodotto un numero altissimo di condanne e di pene. I ragazzi che furono coinvolti nella lotta armata, nella loro quasi totalità hanno pagato con anni e anni di galera. Non esistono altri “rami” del delitto dei quali si possa dire altrettanto. Qualcuno ha pagato per le stragi di Stato? Qualcuno per la corruzione politica? Qualcuno per le responsabilità dell’ecatombe sul lavoro? Ho fatto solo tre esempi, ì più clamorosi, ma potrei continuare. E allora è curioso che si chieda la certezza della pena per gli unici che la pena l’hanno scontata. Giusto? Il terzo argomento è il più controverso. E’ la famosa questione del complotto. Qual’è il problema? Una parte dell’opinione pubblica italiana (specialmente di sinistra) si era convinta, negli anni scorsi, che il fenomeno della lotta armata fosse troppo grande e vasto e potente per potere essere il semplice prodotto dell’impegno diretto e un po’ delirante di alcune migliaia di giovani. E che allora dovesse essere il risultato di un complotto nazionale o internazionale. Devo dire che per molti anni anche io mi ero convinto di qualcosa del genere. Avevo sospettato che il rapimento e l’uccisione di Moro fosse una losca congiura del potere. Però poi, di fronte alla realtà, bisogna arrendersi. I colpevoli sono stati tutti arrestati, sono state raccolte tonnellate di testimonianze, prove, documenti. Sono passati 30 anni. È chiaro che non ci fu complotto. Semplicemente avevamo sottovalutato la forza della rivolta armata. E allora perché negare l’amnistia con la scusa della ricerca della verità? È chiaro che le cose stanno in modo molto diverso. La verità che ancora non conosciamo, che vorremmo conoscere, è quella sulle stragi di Stato (da piazza Fontana 1969, fino alla Stazione di Bologna 1980). Cioè su quella parte di lotta armata (di controguerriglia) che fu organizzata direttamente dalle istituzioni e dal potere e che, tra l’altro, ebbe un peso forte nella nascita – per reazione – delle brigate rosse e delle altre formazioni eversive di sinistra. Nessuno è in prigione per quelle stragi (tranne alcuni estremisti di destra per la strage di Bologna, ma moltissimi esperti ritengono che essi siano innocenti). Con questi misteri l’amnistia non c’entra niente. E probabilmente se ci si decidesse a vararla potrebbe essere un aiuto per riaprire la discussione e la ricerca su quel buco nero della storia italiana.

Link
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati
Il giornalista Buffa arrestato per aver raccontato le torture affiorate
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’unità d’Italia ad oggi
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
Una storia politica dell’amnistia

Amnistia per i militanti degli anni 70
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni-70
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Quella ferita aperta degli anni 70
Un kidnapping sarkozien
Brasile: niente asilo politico per Cesare Battisti
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

Tarso Gendro: “L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo”
Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Caso Battisti: una guerra di pollaio
Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?
Risposta a Fred Vargas
Corriere della Sera: la coppia Battisti Vargas e la guerra di pollaio

Camicie verdi di ieri, Ronde di oggi

Arriva al successo la vecchia strategia leghista di dare vita ad un monopolio padano della violenza sul territorio del Nord Italia

Paolo Persichetti
Liberazione 13 maggio 2009

All’inizio si chiamavano «Camicie verdi». La legalizzazione delle ronde civiche prevista nel pacchetto sicurezza, che arriva al voto oggi nell’aula della Camera blindato dal voto di fiducia, ha una genealogia ben precisa. Nel fascicolo del processo in corso a Verona, che vede sul banco degli imputati l’intero vertice della Lega nord, emergono dei documenti che dimostrano come già nel 1996 questo movimento politico avesse messo in piedi una struttura dalle «caratteristiche paramilitari», che dal nucleo iniziale di Camicie verdi era passata alla creazione di una Guardia nazionale padana evolutasi poi in una Federazione delle compagnie della guardia nazionale padana.

Salvini, il leghista che ha proposto l'apartheid nella  metropolitana milanese

Salvini, il leghista che ha proposto l'apartheid nella metropolitana milanese

L’inchiesta in questione è quella condotta dal pubblico ministero Guido Papalia contro i progetti di secessione portati avanti dalla Lega nord con modalità ritenute dalla magistratura illegali. Insieme al reato fine, il progetto secessionista, considerato di per sé un attentato all’articolo primo del dettato costituzionale, la magistratura ha contestato allo stato maggiore leghista anche dei reati mezzo, tra questi la messa in opera di gruppi paramilitari. Appunto la creazione di «corpi e reparti organizzati in guisa militare e dotati di “gradi e uniformi”». Caratteristica che ad avviso della magistratura «al di là dell’aspetto “ideale” di usurpazione del monopolio statuale della forza, andava materialmente a turbare la tranquillità dei cittadini».
Erano gli anni in cui la Lega perseguiva una strategia che rasentava l’insurrezionalismo costituente, attraverso una serie preliminare di passaggi che dovevano preparare l’evento accumulando forza sociale, consenso, organizzazione, controllo politico, culturale e “militare” del territorio. È in quel clima politico-culturale che nel 1997 un piccolo gruppo di padani combattenti, i Serenissimi, sbarcò armato in piazza san Marco a Venezia per impadronirsi del campanile. Una banda armata leghista per la Giustizia, «terroristi padani» se volessimo definirli mutuando il linguaggio comunemente usato dai leghisti contro l’estrema sinistra.
Sempre dalle carte rinvenute nell’inchiesta emerge che l’organizzatore di questa struttura paramilitare altri non era che Roberto Maroni, l’attuale ministro degli Interni che aveva ricoperto questa carica già nel primo governo Berlusconi, acquisendo una professionalità e una rete di contatti e conoscenze d’apparato poi trasferiti nel fantomatico governo della repubblica federale padana in pectore.
Insomma nel 1996 Maroni, che nel suo cursus honorum annovera anche la funzione di portavoce del comitato di liberazione della Padania, reclutava guardie padane e organizzava ronde. Un vecchio pallino che ora si trasforma in una realtà su scala nazionale con tutti i crismi della legalità.
In una lettera del 7 ottobre 1996 l’allora portavoce del governo padano diramava le direttive per il reclutamento degli aderenti alla Federazione delle guardie nazionali padane «rette da un identico statuto». «Il governo – scriveva Maroni – ha potuto procedere in pochi giorni alla costituzione di 19 Compagnie provinciali. L’obiettivo è di arrivare alla costituzione di tutte le Compagnie provinciali (oltre 50) entro la fine di ottobre». Le nuove milizie che verranno disciplinate col voto di oggi avranno una rete ancora più capillare, su base comunale. Sempre dalle carte processuali emerge che inizialmente le milizie padane avevano ricevuto espresse indicazioni sul «possesso di porto d’armi», solo in seguito mitigato dallo statuto citato nella lettera del ministro. Un vero manifesto della contraddizione. La guardia padana «costituita in associazione pacifica e nonviolenta», ispirata al «rifiuto di ogni attività che implichi, anche indirettamente, il ricorso all’uso delle armi o della violenza», per «combattere gandhianamente le ingiustizie sociali» ricorrendo alla «disobbedienza civile e la resistenza passiva», non proponeva – come ci saremmo aspettati – la pratica del digiuno ma (articolo 3, comma g) «l’esercizio del tiro a segno come momento di pacifico riferimento storico, come attività sportiva, di svago e motivo di aggregazione sociale».
La mira più della parola si addice ad un bravo rondista, come predicava Gandhi, no?

Link
Cronache migranti
Rapporto Migrantes, Italia sempre più multietnica
Le ronde non fanno primavera
Aggressioni xenofobe al Trullo
I dannati della nostra terra
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza
Razzismo a Tor Bellamonaca, agguato contro un migrante

Storia e giornate della memoria

Gli equiparatori, una ne fanno e cento ne pensano

Marco Clementi*
11 maggio 2009

Il 9 maggio è il giorno della memoria delle vittime del terrorismo in Italia. Di tutte le vittime, senza distinzione di matrice, tipologia di attentato, obiettivo. Per l’occasione, la vedova Pinelli è stata invitata al Quirinale, dove ha incontrato la vedova Calabresi e la vedova Tobagi (“il giornalista ucciso dalle Br”, secondo Il Sole24ore). 
L’iperbole è complessa, ma va analizzata e spiegata. Da tempo, ormai, il calendario italiano si è riempito di giorni della memoria e da tempo si cerca di far passare tacitamente che la memoria e la storia siano coincidenti, anzi, che la memoria abbia maggiore dignità della storia. Forse perché la memoria appartiene alle vittime, mentre la storia ai vincitori. In realtà non è così. La memoria appartiene alla sfera privata, mentre la storia è pubblica. La memoria non si può verificare, mentre la storia attende il riscontro di altri studiosi. La memoria non sostituisce la storia, né si affianca ad essa, ma le offre delle fonti, tutte da verificare. Non vale di più della firma di un ambasciatore sotto a una nota scritta per il suo ministero. Solo in un contesto di memoria può avere luogo un incontro tra la vedova Pinelli e la vedova Calabresi. Perché nella memoria si perdono i ruoli e Pinelli e Calabresi sono visti semplicemente come vittime. Nella storia, però, è ben chiaro che Pinelli è stato ucciso alla Questura di Milano e che solo dopo alcuni anni da quella morte qualcuno ha sparato a Calabresi. Non sono due vittime sullo stesso piano. L’assassinio di Pinelli è stato perpetrato all’interno di una struttura dello Stato nel corso di un’indagine surreale sulla prima strage di Stato fatta in Italia. Pinelli è un martire della libertà e una vittima di quella strage. Calabresi è, per l’appunto, un servitore di quello Stato e non è morto per la nostra libertà. Il suo assassinio rientra in un contesto diverso e qualcuno che potrebbe spiegarcelo non vuole farlo. Nella storia, due vedove non si incontrano, e per la storia non sono state le Br ad uccidere Tobagi.

*Storico

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Link sul paradigma vittimario
Giovanni De Luna: “Serve un nuovo patto memoriale che superi la centralità delle vittime”
Paradigma vittimario e giustizia internazionale
Quando la memoria uccide la ricerca storica
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Una storia politica dell’amnistia
Storia e giornate della memoria
Per amore della storia lasciate parlare gli ex brigatisti
Sabina Rossa: “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari