La commissione Moro 2 e la strana scomparsa dei documenti che scagionano la giornalista Birgit M. Kraatz

Doveva essere la commissione della verità finale sul rapimento Moro. Il presidente Giuseppe Fioroni appena insediato aveva promesso che finalmente sarebbe stata accertata la verità sempre «negata, spazzando via il «patto del silenzio», il muro di presunta «omertà» tra brigatisti e uomini dello Stato, secondo la definizione coniata da Sergio Flamigni nella sua saga dietrologica. Una versione dei fatti, nient’affatto coincidente con la realtà, che secondo il presidente della nuova commissione Moro avrebbe «tombato l’indicibile verità» del rapimento e della uccisione nel 1978 del presidente del consiglio nazionale della Democrazia cristiana.


Il nuovo porto delle nebbie

La Moro 2, i cui lavori si sono tenuti dal 2014 al 2018, si è rivelata invece l’ennesimo porto delle nebbie. Un luogo dove non solo non è mai emersa quella verità illibata, promessa all’inizio, ma addirittura alcune risultanze documentali scomode e non preventivate, le fastidiose acquisizioni emerse nel frattempo – ma non in linea con gli auspici del suo presidente – si sono perse tra gli scaffali degli archivi. La verità tanto promessa è così annegata nelle acque torbide del complottismo, risucchiata dai vortici profondi di ipotesi e congetture dietrologiche che hanno guidato come fossero un assioma indiscutibile il cammino della commissione.

Le accuse contro la giornalista Birgit M. Kraatz
Nell’ultimo anno di lavori la commissione si era occupata di un complesso immobiliare sito in via dei Massimi, nella parte alta di via Balduina, a Roma. Una zona distante poche centinaia di metri in linea d’aria dal luogo del rapimento dello statista democristiano. A dire il vero, non si trattava affatto di una novità: già nei giorni successivi al rapimento erano circolate voci sul comprensorio di palazzine dell’Istituto opere religiose del Vaticano situato al civico 91 di quella via. Nel novembre del 1978, un quotidiano romano, Il Tempo, anticipò un articolo dello scrittore Pietro Di Donato apparso nel numero di dicembre sulla rivista erotica-glamour Penthouse. Nell’articolo si sosteneva che la prigionia di Moro si era svolta nella zona della Balduina, luogo dove sarebbe avvenuto il trasbordo del prigioniero ed erano state abbandonate le macchine impiegate in via Fani. Agli atti risulta che le forze di polizia effettuarono controlli e perquisizioni in alcune palazzine e garage dei dintorni senza alcun esito. La sortita di Di Donato fu ripresa nel gennaio 1979 da Mino Pecorelli sulla rivista legata ai Servizi Osservatorio politico. Ne accennò anche il pm Nicolò Amato durante le udienze del primo processo Moro, agli inizi degli anni 80. Più tardi se ne occupò, sempre senza pervenire a risultati, la prima commissione Moro finché la diceria venne consacrata nelle pagine di un libro di Sergio Flamigni, La tela del ragno, pubblicato per la prima volta nel 1988 (Edizioni Associate pp. 58-61), divenendo uno dei cavalli di battaglia della successiva pubblicistica dietrologica.
Una vecchia leggenda presa per buona dalla commissione e riportata nell’ultima relazione approvata nel dicembre 2017 con l’aggiunta di una novità: ad una giornalista di nome Brigit M. Kraatz, corrispondente in Italia delle più importanti testate giornalistiche tedesche e residente nel 1978 in via dei Massimi 91, con la figlia e la governante che accudiva la bambina, si attribuiva un ruolo nel sequestro Moro. Nel relazione si affermava che Franco Piperno, amico da almeno un decennio della Kraatz, la mattina del 16 marzo 1978 avrebbe controllato dalle finestre dell’appartamento della donna il buon andamento del sequestro, ovvero l’arrivo delle macchine dei brigatisti con Moro all’interno e il loro ingresso nel garage dove il prigioniero – sempre secondo la fantasiosa ricostruzione della commissione – sarebbe stato fatto scendere e nascosto in un’abitazione del palazzo. Si aggiungeva inoltre che la giornalista era, in realtà, una nota esponente del gruppo sovversivo tedesco «2 Giugno». Sarebbe bastato svolgere un sopralluogo nella ex abitazione della Kraatz per rendersi conto che dalle sue finestre non era possibile alcuna visuale sull’ingresso del garage, ma sarebbe stato chiedere troppo ad una commissione il cui lavoro è consistito essenzialmente nell’accreditare congetture piuttosto che verificare la fondatezza dei fatti.

«Birgit Kraatz non è un membro della 2 giugno», Il documento della polizia tedesca che smentisce Fioroni
Venuta a conoscenza della vicenda solo qualche tempo dopo, il 26 febbraio 2018 Brigit M. Kraatz inviò una prima lettera a Fioroni nella quale chiedeva di cancellare dalla relazione le «calunniose asserzioni» rivolte alla sua persona (allegato 1). Lettera che non ricevette mai risposta anche perché nel frattempo la commissione aveva chiuso i battenti per la fine anticipata della legislatura. Nel frattempo Birgit M. Kraatz segnalò la vicenda anche all’allora presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, prima nel maggio e poi nell’ottobre 2018. Negli stessi giorni si rivolse anche alle altre cariche del Stato, la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, anche in questo caso ricevendo come risposta solo una glaciale indifferenza.
Il 4 ottobre successivo, Fioroni ormai ex presidente della commissione nel corso della presentazione di un suo libro, Moro il caso non è chiuso. La verità non detta, davanti alle domande dei giornalisti spiegò che nell’agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione «2 giugno». L’Ansa del giorno successivo riferì le sue parole: «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In evidente difficoltà per la micidiale bufala scolpita nella relazione della commissione, Fioroni provava a salvare capra e cavoli affermando che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa – concludeva l’ex deputato – solo per le relazioni sentimentali che aveva. Abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”».
Il 18 ottobre 2018 i legali della signora Kraatz scrissero nuovamente all’ex presidente Fioroni, chiedendogli ancora una volta di correggere la relazione e allegando due comunicazioni della Bundeskriminalamt, l’Ufficio federale della polizia criminale (Bka), del 26 giugno e del 4 ottobre 2018 nel quale si certificava che il nome della signora Kraatz non era mai stato menzionato in alcun documento della struttura e la sua totale estraneità con le vicende della «2 giugno».

L’origine della calunnia

Il nome della Kraatz era stato tirato in ballo da una vecchia relazione del 31 luglio 2000 presentata dai due parlamentari di Alleanza nazionale provenienti dall’Msi, Alfredo Mantica ed Enzo Fragalà, membri della commissione Stragi nella quale appariva in modo del tutto abusivo il nome di «Birgit Kraatz».
A seguito di una rogatoria diretta alle autorità tedesche, presentata dal giudice Francesco Amato sui nomi di alcuni esponenti vicini al movimento eversivo «2 giugno», la polizia tedesca inviava in risposta una relazione. Senza alcuna giustificazione comprensibile, l’Ucigos – l’Ufficio centrale della polizia politica destinatario della relazione – apponeva il nome di Birgit Kraatz nella lettera che accompagnava il testo della Bundeskriminalamt. Nome che invece non era presente all’interno del documento della polizia tedesca e che mai più riapparirà. Nella successiva minuta della Digos di Roma, che riceve la documentazione dall’Ucigos e la rigira al magistrato, non vi è infatti più alcuna traccia della Kraatz. Nonostante questa anomalia, i due parlamentari che evidentemente si erano soffermati solo sulla minuta di accompagnamento riportano il nome della donna nella loro relazione, indicandola come una esponente del gruppo «2 giugno». Diciassette anni più tardi, alcuni consulenti della commissione Fioroni che scandagliavano i materiali digitalizzati prodotti dalle precedenti commissioni intercettano il nome della Kraatz incrociandolo con quello delle persone che risiedevano nel 1978 nella palazzina di via dei Massimi 91. Nasce così il grossolano errore: nessuno legge attentamente le carte e si domanda perché il nome della Kraatz sia assente dalla relazione inviata della polizia tedesca (la fonte primaria) ma compaia nella minuta italiana che l’accompagna. Non si svolgono le necessarie verifiche, non si fanno approfondimenti su altre fonti di informazione. In poche parole non si utilizza una corretta metodologia. Emerge un modo di lavorare superficiale che evita sistematicamente ogni indizio, segnale o prova che sollevi dei problemi, inceppi o allontani dalla meta prefigurata o peggio smentisca i teoremi precostituiti. Insomma una gigantesca officina di fake news. Ad aggravare ulteriormente il comportamento della commissione è un rapporto del 19 marzo 2018 (protocollo 3698 del 20 marzo 2018), prodotto da una collaboratrice della commissione, contenente diversi documenti dell’Ucigos appena declassificati. Nella nuova documentazione è presente una nota del 28 settembre 1981, inviata all’Ucigos dal questore Giovanni Pollio, in cui si spiega che Birgit Kraatz è una giornalista che «svolge la propria attività lavorativa presso la redazione del periodico tedesco “Stern” di cui è corrispondente».

L’intangibilità delle relazioni prodotte dalle commissioni parlamentari

Dopo essere riuscita a contattare gli uffici della commissione alla signora Kraatz fu spiegato che il testo di una relazione parlamentare una volta deliberato, ovvero accolto e votato dai membri della commissione e successivamente approvato dal voto delle aule parlamentari, non è modificabile in alcun modo. L’unica possibilità era quella di inviare la nuova documentazione della Bka che correggeva le asserzioni contenute nella relazione all’ufficio stralci in modo da poter esser messa a disposizione degli studiosi che ne avrebbero fatto domanda. Richiesta che venne esaudita il 18 ottobre 2018 con l’invio della documentazione all’allora segretario della commissione Moro 2, dottor Tabacchi. Per aggirare l’intangibilità del testo della relazione i legali della Kraatz proposero ragionevolmente di allegare la nuova documentazione al testo della relazione e di modificare le informazioni che circolavano su internet (allegato 2). Ancora una volta nessuno ha mai preso in considerazione la proposta tantomeno inviato un qualunque segnale di risposta.


Verità storica e verità deliberata

L’intangibilità delle relazioni votate dalle commissioni parlamentari d’inchiesta merita una riflessione particolare. Ci troviamo, infatti, di fronte al postulato di una nuova verità: la verità parlamentare che è tale poiché delibera una volontà del popolo che rappresenta. Un modello procedurale che all’atto della deliberazione crea dei fatti, congelandoli, al pari delle sentenze giudiziarie. Una volta deliberate o sentenziate queste versioni degli accadimenti diventano intangibili, salvo lunghe e limitatissime eccezioni, a differenza della verità storica che ha una natura processuale soggetta a possibili e continue rimesse in discussione dovute all’emergere di nuove metodologie o all’acquisizione di nuovi documenti, circostanze e informazioni. Accade così che la verità parlamentare si adagia su una narrazione degli eventi deliberata sulla base delle convenienze di una maggioranza politica senza più recepire eventuali smentite. E’ il grande limite delle commissioni parlamentari che agli occhi degli storici riservano interesse soprattutto per il bacino documentale raccolto, quando questo è accessibile, più che per le loro conclusioni.

La querela contro Gero Grassi
Nell’autunno del 2020, Birgit M. Kraatz nel tentativo di fare giustizia delle calunnie prodotte contro la sua persona querelava anche uno dei membri più attivi della commissione Moro 2, l’ex vice presidente del gruppo parlamentare del Pd alla Camera Gero Grassi (leggi qui). Non più parlamentare, per la mancata ricandidatura nelle liste del suo partito, Grassi aveva ripubblicato in un suo volume le accuse contro la signora Kraatz ribadendo la sua appartenenza al gruppo sovversivo «2 giugno». Ormai privo della immunità, che gli aveva garantito in precedenza di poter affermare qualunque cosa senza conseguenze, Grassi è stato raggiunto dalla denuncia che, inizialmente depositata a Grosseto, per competenza territoriale è stata assegnata al tribunale di Trani, luogo di sua residenza, dove il Gip rigettando la richiesta di archiviazione proposta dalla procura ha disposto ulteriori accertamenti.

La verità parlamentare diventa verità giudiziaria. Birgit Kraatz accusata anche dai giudici della strage di Bologna
Con grande sconcerto la scorsa estate Birgit M. Kraatz ha scoperto di essere finita anche nelle pagine della sentenza di condanna per la strage alla stazione centrale di Bologna del 2 agosto 1980, emessa contro il neofascista Paolo Bellini e depositata nell’aprile del 2023. Riprendendo alcuni stralci della relazione del dicembre 2017 prodotta dalla commissione Fioroni, con l’intenzione fallace di sostenere la tesi delle «convergenze parallele» tra lotta armata di sinistra e stragismo fascista, i giudici della corte d’assise assecondavano, a pagina 1631 (allegato 3), l’appartenenza della Kraatz alla organizzazione sovversiva «2 giugno». Il 20 settembre la giornalista inviava l’ennesima lettera di smentita, stavolta alla corte di appello bolognese che ha in carico il processo d’appello, chiedendo «di interrompere finalmente questa catena di montaggio di accuse false […] e di correggere definitivamente questo sbaglio nella vostra sentenza d’Appello e ristabilire che io non ho mai fatto parte di nessuna organizzazione terroristica (allegato 3) .

La richiesta di spiegazioni rivolta all’archivio della commissione Moro 2 e la scoperta che le lettere e i documenti inviati nel 2018 sono scomparsi

Stupita dal fatto che i documenti inviati nel 2018 a Giuseppe Fioroni e all’ufficio stralci della commissione non fossero stati recepiti, la signora Kraatz si è rivolta nuovamente al vecchio segretario, il funzionario della Camera dei deputati dottor Tabacchi, nel frattempo trasferito a nuovo incarico, chiedendogli dove fosse finita la documentazione inviata e se questa fosse mai stata allegata alla relazione, come richiesto.

La risposta pervenuta è stupefacente: la lettera a Fioroni inviata nel febbraio 2018, acquisita in data 26 marzo 2018 con protocollo 3693 (serie corrispondenza), e i documenti della Bka, acquisti il 5 novembre 2018 con protocollo 88 dell’Ufficio stralcio, risultavano scomparsi, introvabili.

Io stesso prima di redigere questo articolo ho cercato nuovamente i documenti, prima sul portale della commissione, senza trovarli, poi rivolgendomi al dottor Tabacchi che mi ha rinviato all’archivio a cui ho subito scritto ricevendo questa risposta: «La informiamo che sono state avviate le procedure di ricerca e riscontro documentale. Saranno necessari, al riguardo, alcuni tempi tecnici, al momento non precisabili. Avremo cura di comunicarLe gli esiti delle verifiche esperite. Cordiali saluti».
Era il 22 ottobre 2023, da allora più nulla.
Dove sono finiti quei documenti regolarmente protocollati? Possibile che nessuno sappia la fine che hanno fatto? Sono forse stati secretati e inviati alla procura romana nell’ambito dell’inchiesta che sta conducendo su via dei Massimi e via Licinio Calvo? Se fosse questa la ragione appare strano che dei documenti regolarmente protocollati in entrata non risultino segnalati in uscita. Dove sono allora?

Allegato 1
Lettera a Giuseppe Fioroni, presidente della commisione Moro 2, del 26 febbraio 2018, scomparsa dagli archivi

Allegato 2
Le due comunicazioni della Bundeskriminalamt, l’Ufficio federale della polizia criminale tedesca, scomparse dall’archivio della commissione Moro 2

Allegato 3
Lettera con richiesta di correzione inviata alla corte d’apello di Bologna e pagina 1631delle motivazioni della sentenza di condanna in primo grado del neofascista Paolo Bellini per la strage alla stazione centrale di Bologna del 2 agosto 1980

Il favoreggiamento c’è o non c’è? Lettera aperta al sostituto procuratore della repubblica di Roma Eugenio Albamonte

di Paolo Persichetti, 18 ottobre 2023

Il 9 giugno del 2021 su mandato del procuratore di Roma Eugenio Albamonte e dell’allora Procuratore capo Michele Prestipino, la polizia di prevenzione ha sequestrato il mio archivio di lavoro raccolto in anni di ricerca storica, l’intera documentazione digitale presente in casa e negli storage online, computer e telefono nonché l’archivio familiare, con materiali di mia moglie e medico-scolastici dei miei figli. Un anno fa, il 7 ottobre 2022, il Gip del tribunale di Roma Valerio Savio nella sua ultima ordinanza emessa sulla vicenda (potere leggere qui le diverse puntate) riteneva che l’accusa non fosse stata ancora chiaramente formulata, tanto da scrivere: «ancora non c’è e addirittura potrebbe non esserci mai». Sedici mesi di indagini non erano riuscite a focalizzare una contestazione precisa, un reato da perseguire. Da allora sull’inchiesta è calato il silenzio più assoluto. Riconsegnatomi il materiale sequestrato, dopo molteplici richieste e denunce, la procura ha trattenuto per sé l’intera copia forense, praticamente un clone del mio materiale digitale, nonostante il perito del Gip avesse individuato, come attinenti ai temi della indagine nella enorme mole dei giga sequestrati, solo 750 file: tutti di provenienza «legale», tratti da archivi pubblici o scaricati da siti aperti presenti in rete.

Superati tutti i termini di legge
Dopo l’ultima risposta del Gip sono trascorsi altri 12 mesi. Dal momento dell’irruzione nella mia casa e del sequestro ne sono passati in tutto 28, dal momento della mia iscrizione nel registro degli indagati oltre 30. Tutti i termini di legge sono stati di gran lunga oltrepassati. Ad una sollecitazione avanzata dal mio avvocato, Francesco Romeo, prima dell’estate scorsa, il procuratore Albamonte aveva risposto che la polizia di prevenzione non aveva ancora consegnato il suo rapporto conclusivo sull’analisi del materiale. L’enormità del tempo impiegato dimostra che l’interesse dell’intelligence di polizia non si è riversato sui 750 file estrapolati dal perito del tribunale, valutabili rapidamente (leggi qui), ma sul resto dell’archivio. Una curiosità comprensibile ma priva di giustificazione legale. Nei giorni scorsi, dopo aver presentato in procura una formale richiesta di informazioni sulla mia posizione giuridica, ai sensi dell’articolo 335, comma 3 del codice di procedura penale, mi è stato risposto che risulto indagato per il reato di «favoreggiamento, art. 378 cp per fatti criminosi avvenuti in data 8 dicembre 2015».
La girandola di accuse continuamente riformulate nei mesi passati: «associazione sovversiva», «violazione di segreto d’ufficio», «violazione di notizia riservata», si è ora cristallizzata sul «favoreggiamento».

Favoreggiamento di chi e per cosa? E’ la domanda molto semplice che rivolgo al dottor Albamonte.

La relazione della commissione Moro 2 del dicembre 2015
La data dell’8 dicembre più volte richiamata dalla procura nel corso delle udienze di ricorso mi lascia pensare che l’accusa poggi su un invio, da me realizzato in quella data tramite posta elettronica, di un breve stralcio della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro 2 relativo alla vicenda dell’abbandono in via Licinio Calvo delle macchine del commando brigatista che aveva rapito Moro. Testo che sarebbe stato pubblicato dall’organo parlamentare meno di 48 ore dopo, il 10 dicembre 2015 (vedi qui). Pagine destinate a un gruppo di persone coinvolte nel lavoro di preparazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse, poi uscito nel 2017 per l’editore Deriveapprodi, Brigate rosse dalle fabbriche alla campagna di primavera, scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena. Tra i destinatari della mail c’erano uno dei coautori e alcune fonti orali ripetutamente interpellate nel corso dell’opera. Nel testo che accompagnava uno degli invii scrivevo: «Hanno fatto il calco del testo di Flamigni e rifiutano di tener conto delle ultime indagini della polizia che diffidando del racconto dei testimoni ha cercato di verificare gli unici elementi che si pretendevano oggettivi: ovvero le immagini riprese dalla Rai in via Licinio Calvo dopo il ritrovamento della Fiat 132 in cui si sosteneva non si vedesse la presenza delle Fiat 128. Sono andati sul posto, hanno verificato che dal punto di ripresa dove era situata la telecamera non era possibile scorgere l’altezza della via dove furono trovate le 128. Dunque quelle immagini contrariamente a quanto sempre sostenuto, Flamigni in testa, non provavano nulla». Quali intenti illeciti o criminosi si possano ricavare da questo messaggio lo lascio decidere a chi legge.

Il «favoreggiamento»
Secondo la procura nelle bozze – rese pubbliche dalla commissione Fioroni poche ore dopo – si riportavano «degli accertamenti in corso da parte della predetta commissione, relativi a fatti reato, ancora non completamente chiariti, che coinvolgono anche le loro responsabilità penali». Pertanto – si lasciava intendere – nel brevissimo lasso di tempo intercorso tra il mio invio di posta elettronica e la pubblicazione ufficiale della commissione avrei favorito qualcuno. Chi? 
Alcuni dei destinatari interpellati? Impossibile visto che le loro posizioni giuridiche sono cristallizzate da decenni con condanne all’ergastolo passate in giudicato. Eventuali fatti-reato nuovi, per altro di ridotto peso penale, sarebbero stati assorbiti dalle condanne ricevute per il sequestro Moro o largamente prescritti e non avrebbero potuto rivestire alcuna rilevanza penale ma solamente storica. Allora qual è il problema? Forse la presenza di altri complici mai individuati, come sostenuto dal presidente della commissione Moro 2, Giuseppe Fioroni, che ascoltato come teste non ha esitato a lanciare subdole insinuazioni? 

Si da il caso però che il teorema del garage compiacente e di una base brigatista prossima al luogo dove vennero lasciate le vetture utilizzate nella prima fase della fuga e addirittura – secondo alcuni oltranzisti – prima prigione di Moro, è un clamoroso falso che circola da diversi decenni. Ne parlò per la prima volta, il 15 novembre del 1978, un quotidiano romano, Il Tempo, che anticipò un articolo dello scrittore Pietro Di Donato apparso nel dicembre successivo sulla rivista erotica-glamour Penthouse, divenuta una delle maggiori referenze del presidente Fioroni. 
Nel suo racconto Di Donato sosteneva che la prigionia di Moro si era svolta nella zona della Balduina, quartiere limitrofo alla scena del rapimento e al luogo dove era avvenuto il trasbordo del prigioniero ed erano state abbandonate le macchine impiegate in via Fani. Diversi controlli e perquisizioni vennero effettuate senza esito dalle forze di polizia in alcune palazzine e garage dei dintorni. La sortita di Di Donato venne ripresa nel gennaio 1979 da Mino Pecorelli sulla rivista Osservatorio politico. Entrò quindi nella sfera giudiziaria quando il pm Nicolò Amato ne parlò durante le udienze del primo processo Moro, agli inizi degli anni 80. Più tardi se ne occupò, sempre senza pervenire a risultati, la prima commissione Moro e venne consacrata nelle pagine del libro di Sergio Flamigni, La tela del ragno, pubblicato per la prima volta nel 1988 (Edizioni Associate pp. 58-61), divenendo uno dei cavalli di battaglia della successiva pubblicistica dietrologica. 


Un pericoloso attacco alla ricerca storica
Non si comprende quindi quale sia il fondamento investigativo e penale dell’accusa che mi viene mossa. Perché ci sia favoreggiamento – recita il codice penale – deve esserci prova del sostegno fornito alla fuga o al riparo di una persona latitante, oppure del sostentamento o della fornitura di mezzi tecnici. Come avrei potuto favorire nel 2015 una persona fuggita dall’Italia nel 1981, quando avevo 19 anni, che vive, lavora, ha famiglia, in un Paese dove ha residenza e nazionalità? In che modo avrei potuto favorire delle persone già condannate all’ergastolo in via definitiva per quei medesimi fatti? Ma anche se fosse, interrogare una fonte storica, ricostruire quel che ha fatto o non ha fatto integrando o divergendo dalle conclusioni giudiziarie sarebbe forse un reato? Zola era complice di Dreyfus? O per venire ai tempi nostri, il professor Carlo Ginzburg era colpevole di favoreggiamento quando ha scritto Il giudice e lo storico, in difesa di Adriano Sofri? 
Di fatto, siamo di fronte a un precedente molto pericoloso per la libertà e l’indipendenza della ricerca storica.

«Fronte del porto», una recensione critica al libro di Sergio Luzzato sulla colonna genovese della Brigate rosse

L’imponente lavoro realizzato da Sergio Luzzato sull’insediamento delle Brigate rosse a Genova solleva un problema storiografico importante: l’arrivo della Brigate rosse è un parto degli intellettuali radicali della università di Balbi, come sostiene l’autore, oppure prende avvio all’Ansaldo e in porto, come riferiscono alcuni testimoni chiave, protagonisti di quella vicenda?

di Paolo Persichetti

Bisogna riconoscere grande coraggio a Sergio Luzzato per aver provato a ricostruire la storia della colonna genovese delle Brigate rosse fin dalla copertina che ha scelto per il suo volume, Dolore e furore, una storia delle Brigate rosse, appena uscito per Einaudi, titolo suggerito da una sferzante critica indirizzatagli da Rossana Rossanda nel 2010. L’immagine, molto bella, ripresa da una elaborazione grafica di una foto di Viktor Bulla, è stata realizzata da Carlo Rocchi, uno pseudonimo dietro al quale si celava Livio Baistrocchi, ex di Potere operaio, artista di formazione, divenuto uno dei brigatisti più importanti della colonna genovese, latitante da oltre 40 anni.

La «Legera»
Uno dei maggiori meriti di Luzzato è l’imponente mole documentale raccolta, una ricchezza che fornisce al lettore e allo studioso infiniti spunti e poi la dovizia descrittiva che lo ha portato a immergere – com’è giusto che sia – quella vicenda in una ancora più grande: la storia della città di Genova tra gli anni 60 e 70. Una impresa di oltre 700 pagine da cui è scaturito un affresco vivido di biografie, percorsi, colori, idee, immagini, situazioni, storie che sono al tempo stesso ritratto sociologico, culturale, politico, etnografico di Zena. Le duecento pagine iniziali sono senza dubbio, insieme al taglio letterario della prosa e all’intreccio dei percorsi biografici, la parte più riuscita del libro. Dal porto, cuore pulsante, alle sue fabbriche, a Balbi, l’università con i suoi intellettuali ultraradicali; dai marginali della Garaventa, nave di correzione minorile, alla nuova classe operaia che anche a Genova, come negli altri poli del triangolo industriale, si era popolata di giovani migranti meridionali insofferenti alla disciplina del partito e del sindacato che spesso si sovrapponeva a quella dell’impresa, fino a raccontarci del conflitto sulla «Legera». Uno scontro di culture, una distanza antropologica che aveva messo contro le vecchie maestranze super professionalizzate, impregnate di ideologia del lavoro, di «doverismo morale» e fedeltà al Pci e i nuovi arrivati che non volevano sentir parlare di etica del lavoro e mal sopportavano il controllo politico, morale e professionale dei primi. Nuove leve operaie insofferenti alla presenza opprimente dell’attivista sindacale: «che se non lavori come lui desidera, va dal capo e dice che sei una legera e gli chiede di prendere provvedimenti, che se vai sottomutua o se sei un estremista comincia ad odiarti e a farti dispetti. La possibilità di organizzare gli operai estremisti e leggere è dunque sistematicamente spezzata dalla presenza capillare degli operai super professionalizzati».
Luzzato non si ferma qui, ci descrive la presenza della chiesa reazionaria e anticonciliare del cardinale Siri e il suo contraltare: i preti di strada come don Gallo, allontanato dalla Garaventa perché inviso per la sua pedagogia radicale, la comunità del Molo, circoli come il clan della Tortilla che furono incredibili crogioli, le idee dei basagliani che si facevano strada, gli intellettuali non più organici come l’avvocato Edoardo Arnaldi, Sergio Adamoli, medico chirurgo al san Martino, che tanti brigatisti ha rappezzato, figlio di Gelasio sindaco partigiano della città nel secondo dopoguerra, membro del Pci al pari di Giovanni Nobile, dirigente della federazione che vide la figlia Marina tra gli effettivi della colonna genovese. Gianfranco Faina l’enfant prodige della Fgci genovese che rigetta la carriera già pronta nel Pci per costruire la sua via alla rivoluzione sulle tracce di un comunismo libertario, dietro di lui molto più defilato Enrico Fenzi, il suo amico Andrea Canevaro che intreccia la sua biografia con quella di Giovanni Senzani, di cui Luzzato segue ostinatamente le orme genovesi antidatandone erroneamente l’ingresso nelle Br. Lungo questo tragitto, l’autore incrocia di nuovo Guido Rossa a cui aveva già dedicato una monografia, per rivelarne senza reticenze il lavoro informativo condotto in fabbrica per conto di un apparato riservato di controllo e contrasto della lotta armata messo in piedi dal Pci.

Chi era Dura?
Luzzato racconta al lettore con un’apprezzabile trasparenza l’origine della sua curiosità per gli anni genovesi della lotta armata, quando nel 1985, giovane ricercatore, scorgeva chini sui tavoli dell’allora biblioteca nazionale Richelieu di Parigi alcuni fuoriusciti italiani degli anni ’70. Raffrontare le loro biografie di sconfitti con quelle dei rivoluzionari francesi fuggiti a Bruxelles l’intrigava, si domandava se anch’essi fossero «assediati dalla loro propria memoria», se «continuamente riabitassero il passato degli anni di piombo, per difendersi dal presente nel presente», per scoprire come i loro predecessori parigini: «quanto la posterità fatichi a essere imparziale». L’altro interrogativo dell’autore riguarda la figura di Riccardo Dura, narrato da sempre come un «fantasma». Chi era veramente? Da dove veniva? Il volume parte dall’unica traccia istituzionale conosciuta sul giovane: il fascicolo psichiatrico che racconta i suoi due internamenti nel manicomio di Genova Quarto e poi gli anni nella Garaventa, la nave correzione per minorenni in difficoltà. Le perizie mediche ritrovate e le interviste con i dottori che lo visitarono rendono giustizia della leggenda nera costruita dai criminologi del tribunale e da alcuni pentiti dopo la sua esecuzione a freddo del marzo 1980. Adolescente in difficoltà, in conflitto con una madre possessiva ma al tempo stesso anaffettiva, il ragazzo non aveva sopportato la separazione dei genitori. Gli scontri in casa erano sempre più accesi e la madre non trovava di meglio che chiamare i carabinieri col risultato di farlo internare. Inizia così, in una società dove ancora non si era affermata la rivoluzione basagliana, l’infelice tragitto di questo adolescente con il mondo contro. Il racconto di Luzzato in questa prima parte è empatico, tifa palesemente per il ragazzo che studia anche con profitto, sperando che alla fine riesca a venirne fuori. E Riccardo ce la fa, uscito dalla Garaventa ormai diciottenne recide ogni legame materno e si imbarca come marittimo nella scala più bassa dei lavori del mare: mozzo o ragazzo da camera.

La colonna genovese è nata tra gli universitari di Balbi?
Sorge qui il primo problema storiografico posto dal libro di Luzzato: non riuscendo a trovare tracce significative di Dura al porto, salvo alcuni rollini con i suoi numerosi imbarchi, l’autore ricostruisce una genealogia della colonna genovese seguendo biografie intellettuali che invece hanno lasciato dietro di sé molta documentazione e anche auto-narrazioni. Dura riappare solo nel racconto di Andrea Marcenaro che l’accoglie in Lotta continua tra l’agosto del 72 e il settembre del 1973, quando preferisce andarsene perché non condivideva la distanza mostrata verso il gruppo XXII ottobre. Senza Dura e senza le fabbriche inevitabilmente l’università di Balbi si ritrova al centro della trama della futura colonna con le figure intellettuali di Faina e Fenzi, il primo importante, il secondo semplice gregario, e più in là Senzani che, contrariamente a quanto tenta di dimostrare Luzzato, entrerà nelle Br solo nel 1979 a Roma quando prenderà la responsabilità del Fronte carceri, oppure Adamoli e Arnaldi, certamente con un ruolo più significativo nello sviluppo della colonna. Un récit che ricalca la teoria dei «cattivi maestri», del ruolo nefasto degli intellettuali, del loro veleno ideologico senza il quale tutto non sarebbe potuto nascere, tanto caro al generale Dalla Chiesa. Per Luzzato se la storia delle Br era stata fatta, come gli aveva scritto Rossanda nella critica mossagli anni prima, «da persone un po’ qualsiasi», operai, tecnici, studenti, giovani delle periferie, a Genova le cose sono andate diversamente: «intorno a un chirurgo come Sergio Adamoli, a uno storico come Gianfranco Faina, a un filologo come Enrico Fenzi, le parole sono diventate pietre».

All’Ansaldo qualcuno già guardava alle Br
Il volume ruota attorno a questa convinzione nonostante Luzzato stesso dissemini alcuni indizi che mettono in dubbio la sua tesi: nel dicembre del 1973 nello stabilimento di Sampierdarena dell’Ansaldo Meccanico Nucleare viene distribuito un volantino identico a quello diffuso a Torino per il sequestro del capo del personale Fiat Amerio rapito dalle Br, salvo differire nel titolo: «Oggi Amerio, domani Casabona». Effettivamente Vincenzo Casabona, capo del personale dell’Ansaldo verrà rapito dalla colonna genovese delle Brigate rosse il 23 ottobre del 1975. Chi aveva diffuso quel volantino aveva già dei contatti con le Brigate rosse.
Nel 2012, Augusto Viel della XXII ottobre racconta nel libro di Donatella Alfonso di aver conosciuto Riccardo Dura nel 1967, quando questi era ancora diciassettenne, insieme a Giuliano Naria in un circolo marxista-leninista di Pegli, davanti a Porto, fondato dal partigiano Agostino Marchelli. Dopo il suo arresto Dura era sempre andato a trovare la madre, sfidando i controlli e quando fu massacrato questa lo pianse come un figlio.

La versione di Moretti: «No, le Br genovesi sono nate al Porto e all’Ansaldo»
Lo storico Davide Serafino nel suo saggio del 2016 sulla colonna genovese ha spiegato come Dura avesse seguito da vicino l’intera vicenda della cosiddetta XXII ottobre, che poi altro non era che il Gap genovese del gruppo Feltrinelli, e ricorda che Naria, dopo l’esperienza in Lotta continua, fece uscire con il collettivo operaio dell’Ansaldo un foglio che appoggiava il sequestro Sossi. A queste testimonianze preesistenti e che Luzzato incomprensibilmente sorvola si aggiunge la versione di Mario Moretti, da me raccolta nel corso dei diversi colloqui che ho avuto con lui nell’ultimo decennio: a chiamarlo a Genova furono Giuliano Naria, che aveva una sua rete all’Ansaldo, e Riccardo Dura dal porto. D’altronde i vasi erano comunicanti, come abbiamo visto i due già si conoscevano. Un copione consolidato che già si era svolto a Torino e poi si ripeterà a Roma con i militanti di alcune strutture politiche delle periferie, a Napoli con Bagnoli. La Brigate rosse sono arrivate a Balbi solo in un secondo momento – precisa Moretti – per incontrare Faina e il suo gruppo, a cui Dura si era legato. Entrarono così anche Fulvia Miglietta e Livio Baistrocchi. Figura incontornabile nella scena politica rivoluzionaria genovese, Faina non fu mai veramente integrato nella colonna, «non per ragioni ideologiche» ma per questioni pratiche: l’emergere di riserve e lamentele interne alla nascente colonna legate alla sua inadattabilità alla guerriglia urbana che ne provocarono l’esclusione, con suo grande rammarico e dolore. Determinante fu poi l’arrivo di Rocco Micaletto che con la sua esperienza strutturò la colonna mentre Moretti, chiamato nella Capitale, si spostò per costruire la colonna romana. Ma c’è un fatto che Moretti sottolinea con forza: «se le Br a Genova catturano per poche ore, processano e poi lasciano libero il Capo del Personale della fabbrica Ansaldo Meccanico Nucleare, come si può pensare che una cosa del genere sia stata possibile se non perché sei già lì, radicato nelle vertenze tra operai e padroni di quella fabbrica, perché ci vivi e lavori gran parte della tua vita, mica perché l’hai letto sui giornali. Guarda caso Giuliano Naria è un operaio dell’Ansaldo. Non è forse questo un buon punto di partenza per fare “storia” sulla genesi della colonna genovese delle Brigate Rosse? Tutti dimenticano che questi compagni erano dei ragazzi di ‘movimento’, che si erano formati in pochi mesi nel grande e vario movimento rivoluzionario di quegli anni».
Giovani operai molto lontani dall’idea di dolore e furore indicata nel titolo. Al pari di Giuliano Naria che venne espulso da Lotta continua perché fumava hascisc, anche Riccardo Dura fumava come tutti gli uomini di mare. Prima di entrare in clandestinità con le Br – racconta sempre Moretti – fece una chiusa di tre giorni fumando hashish in continuazione. Una specie di addio al celibato. Naria probabilmente non smise mai, Moretti ricorda la sua visione orgiastica della rivoluzione dove il proletariato avrebbe dovuto assumere i vizzi della borghesia abolendone solo le virtù. Schizzi di vite che sgretolano il cliché costruito attorno all’unica colonna che aveva arruolato un anarchico ma è stata dipinta come «stalinista, cubo d’acciaio, fantasma senza radici».

Chiaroscuri
Nella seconda parte del volume Luzzato scrive pagine che sconcertano il lettore, inspiegabili scivoloni metodologici che allontanano l’autore dal rigore storiografico dimostrato nel racconto della società genovese. Che senso storico ha rilanciare domande, senza approfondimenti personali e documentazione, ma solo sulla scorta della letteratura dietrologica, sulla reale prigione di Moro e sul numero e l’identità dei brigatisti in via Fani? Nonostante questi incidenti il lavoro di Luzzato è importante perché offre una lezione fondamentale: non può esserci storia degli insediamenti territoriali delle Brigate rosse senza un adeguato approfondimento della temperie sociale, culturale e politica che le ha viste nascere.

Storia di Giorgio Napolitano, riformista, crociano, liberista, prima filosovietico e poi atlantista

La vita politica di Giorgio Napolitano riassume ed estremizza tutti gli aspetti più negativi che hanno caratterizzato la formazione culturale del gruppo dirigente del Pci del dopoguerra.
Origini alto borghesi addirittura con quarti di nobiltà. Il padre, un avvocato liberale e poeta; la madre, Carolina Bobbio, figlia di nobili piemontesi trapiantati a Napoli. Circostanza che ha alimentato negli anni voci mai confermate su presunti legami di sangue con la famiglia Savoia che avrebbero investito la reale paternità del piccolo Giorgio.
Formazione culturale crociana, studi di giurisprudenza con una laurea in economia politica e una tesi sul mancato sviluppo economico del Meridione. Militanza giovanile nei Guf, i gruppi universitari fascisti. Insomma il classico cursus honorem di un giovane rampollo della buona borghesia partenopea che ha vissuto la sua prima gioventù sotto il regime fascista senza particolari tormenti. Nel 1945 entra a far parte del Partito comunista in una Napoli già insorta e occupata dalle truppe angloamericane. L’alto livello culturale gli apre subito la strada nel gruppo dirigente locale: nel 1947 viene inviato a guidare la federazione di Caserta per farsi le ossa prima di diventare deputato nel 1953 e restarlo ininterrottamente fino al 1996, per poi passare al parlamento europeo, essere nominato senatore a vita nel 2005 e assumere per due volte la carica di Presidente della repubblica dal 2006 fino alle dimissioni del maggio 2015. E’ stato anche Presidente della camera e ministro dell’Interno del primo governo Prodi dal 1996 al 1998.

Riformista, crociano e liberista
Lo stile felpato, l’atteggiamento prudente, il linguaggio forbito, il perfetto controllo della lingua inglese, lo hanno reso da subito un cavallo di razza non solo nel Pci ma nella scena politica italiana. Moderato politicamente è cresciuto all’ombra della scuola politica di Giorgio Amendola incarnando le tradizionali linee guida della destra del partito: un iniziale filosovietismo in politica estera sfumato dopo i fatti di Praga del 1968. Nel 1956 appoggiò la repressione sovietica in Ungheria e pronunciò il discorso di espulsione dal partito del dissidente Antonio Giolitti a cui chiese scusa, omaggiandolo, una volta salito al Quirinale; grande attenzione in politica interna per i ceti produttivi, i circoli finanziari, la grande borghesia e le ricette economiche liberali. Quando fu responsabile economico del Pci negli anni dell’austerità berlingueriana predicava i sacrifici per la classe operaia come soluzione alla crisi economica. Nemico feroce della sinistra interna che sconfisse nell’XI congresso del 1966, detestava l’operaismo politico ritenuto una forma di estremismo che rasentava il sovversivismo. I tratti liberali della sua formazione culturale lo resero allergico al giustizialismo, anche se questo non gli impedì di essere un feroce sostenitore dell’emergenza giudiziaria antisovversiva. Da capogruppo dei deputati del Pci nel 1994 lanciò la stagione della dietrologia con una mozione parlamentare divenuta il manifesto del complottismo sul sequestro Moro, atteggiamento che rinforzò negli anni della sua permanenza al Quirinale quando inaugurò la giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, il 9 maggio 2008, con un discorso che avviava la stagione della vittimocrazia, attribuendo ad associazioni vittimarie accreditate l’amministrazione della memoria pubblica del decennio 70 e decretando il bavaglio per gli ex militanti, prigionieri ed ex prigionieri della sinistra armata e sovversiva dell’epoca.

Il battesimo negli Usa
Il punto di svolta della carriera politica di Napolitano risale tuttavia ai giorni del sequestro Moro, al mese di aprile del 1978 quando fu autorizzato a tenere un ciclo di conferenze in alcune università degli Stati Uniti, incontrare circoli politici, culturali e finanziari americani. Primo dirigente comunista occidentale autorizzato ad entrare negli Usa in quanto tale e non in una delegazione parlamentare, come era già avvenuto per altri prima di lui.
Il retroscena di quel viaggio che potete leggere di seguito (qui) fu lungo ed elaborato con un visto rifiutato tre anni prima. Quella missione ebbe una importanza decisiva nella successiva carriera politica del futuro capo della corrente «migliorista» del Pci. Napolitano, che bruciò sul tempo Berlinguer, anche lui invitato negli Usa al pari Carrillo (leggi qui), il segretario del Partito comunista spagnolo, per spiegare cos’era l’eurocomunismo, ebbe il compito di chiarire all’establishment statunitense cosa era diventato il Pci, cosa avrebbe fatto in caso di vittoria elettorale, tranquillizando investitori e politici nordamericani sulla fedeltà atlantica dei comunisti italiani e sulla tutela delle libertà economiche e della proprietà privata, ricevendo il placet Usa sulla linea della fermezza da tenere durante il sequestro del leader della Dc Moro da parte delle Brigate rosse.

La doppiezza culturale di Napolitano
Nel corso del viaggio emerse con forza tutta la doppiezza politica di Napolitano e del gruppo dirigente del Pci: la doppia morale e il doppio linguaggio. Napolitano incontrò in gran segreto Gianni Agnelli nella sua casa di Parck Avenue a New York. L’episodio, omesso dal resoconto apparso su Rinascita al suo ritorno, fu ignorato anche dal corrispondente dell’Unità Jacoviello. Elettori e militanti del Pci non dovevano saperlo. Napolitano rivelò la circostanza, che diede il via a una consuetudine tra i due, solo nel 2003 alla morte di Agnelli. Il viaggio negli Usa aprì al futuro presidente della Repubblica l’ingresso in circoli molto riservati, salotti dove esponenti politici, statisti e uomini della finanza più influenti, i decisori del mondo, si incontravano e discutevano. Dopo il viaggio negli Usa per Napilitano si aprirono anche le porte dell’ambasciata Usa per incontri riservati, tenuti anche con Pajetta, e il cui contenuto sia l’ambasciatore dell’epoca Gardner che lo stesso Napolitano riferivano unicamente di persona ai loro rispettivi superiori: il capo del Dipartimento di Stato e il presidente Usa per Gardenr, il segretario del Pci Berlinguer per Napolitano.
Se c’è un aspetto che riassume la storia politica di Giorgio Napolitano è questo elitismo, questa visione oligarchica, inside, di una politica per soli eletti di cui ha dato mostra con i governi tecnici e gli incarichi attribuiti a grandi comis di Stato e della finanza. Visione antica, liberale, predemocratica nella quale Napolitano si trovava a suo agio.

I tormenti e la calunnia

di Pino Narducci
presidente della sezione riesame del Tribunale di Perugia
apparso su www.questionegiustizia.it 12 luglio 2023

«…Fui caricato, mi misero le manette dietro la schiena, mi bendarono steso a terra e il furgone partì. Nessuno parlava, si sentiva solo un leggero bisbiglio e un rumore di armi, caricatori che venivano inseriti, carrelli che mettevano il colpo in canna…Dopo una mezz’ora circa…il furgone si fermò. Mi fecero scendere, salimmo delle scale e mi introdussero in una stanza. Lì venni spogliato, mi caricarono su un tavolo e mi legarono alle quattro estremità con le spalle e la testa fuori dal tavolo, accesero la radio con il volume al massimo e cominciò il trattamento. Un maiale si sedette sulla pancia, un altro mi sollevò la testa tenendomi il naso otturato e un altro mi inserì il tubo dell’acqua in bocca…Nessuno parla tranne De Tormentis che dà ordini, decide quando smettere e quando ricominciare, fa le domande…poi ti viene somministrato qualcosa che si dice dovrebbe essere del sale, ma tu non senti più il sapore, dopo un po’ che tieni la testa penzoloni i muscoli cominciano a farti del male e a ogni movimento ti sembra che il primo tratto della spina dorsale ti venga strappato dalla carne, dai muscoli dai nervi…uno, due, tre spasmi e De Tormentis ordina di smettere…all’ennesimo stop un’altra voce che dice di smettere, che può bastare…De Tormentis invece insiste per continuare, ma l’altra voce ha paura e s’impone e così vengo slegato…vengo caricato nel furgone, si sente il rumore di una porta automatica e si parte. Tornati in Questura, nel cortile vengo sbendato e consegnato a due guardie che mi portano in cella di sicurezza…». 

Sono trascorsi nove giorni dalla uccisione di Aldo Moro, ma le prime informazioni sui militanti brigatisti del Tiburtino l’UCIGOS le ha raccolte alla fine di marzo (forse da un confidente, forse, ipotizzano altri, dai militanti della Sezione PCI del quartiere) ed i pedinamenti producono risultati inaspettati.  

La mattina del 17 maggio ’78, agenti UCIGOS e Digos perquisiscono la casa dove Enrico Triaca vive con la moglie ed altri familiari. Mentre alcuni poliziotti restano nell’appartamento, altri conducono il sospettato nel quartiere Monteverde, in via Pio Foà 31, perché, secondo l’ordine del sostituto procuratore generale di Roma, bisogna perquisire anche la tipografia di cui Triaca è titolare dai primi mesi del ’77.

La vicenda della perquisizione – quella che consegnerà Triaca alla storia italiana come “il tipografo delle BR” – è arcinota.

Nella tipografia sono stati stampati molti documenti delle Brigate Rosse ed i poliziotti trovano anche alcune banconote che provengono dal sequestro dell’armatore genovese Pietro Costa, rapimento dal quale le BR hanno ricavato un riscatto di un miliardo e mezzo. 

Molto meno noto è quello che accade nelle ore successive.   

Nel pomeriggio del 17 maggio, davanti a due funzionari Digos, Riccardo Infelisi e Adelchi Caggiano, Triaca racconta che un fantomatico Giulio delle BR lo ha convinto ad aprire la tipografia e gli ha procurato tutto il denaro servito per avviare l’attività e comprare i macchinari. Sottoscrive il verbale, ma precisa che non ha alcuna intenzione di riconoscere la persona che si è presentata a lui come Giulio. Dunque, è inutile che i poliziotti si presentino con le fotografie.

Alle 18:20, la moglie di Triaca, Anna Maria Gentili, viene dichiarata in stato di fermo, anche se, in verità, a suo carico non esiste alcun elemento che dimostri la sua appartenenza alle BR, ma solo il sospetto, che si rivelerà infondato, che sia stata lei a scrivere una risoluzione BR[1]

Alle 20:30, i poliziotti procedono al fermo di Triaca per partecipazione alla banda armata denominata Brigate Rosse, ma il tipografo di via Foà, quella sera, non arriva a Rebibbia né in altri penitenziari e, inghiottito nella notte romana, riemergerà solo due giorni dopo.

Il 18 maggio, salta fuori una dichiarazione che Triaca ha redatto personalmente, con la macchina da scrivere, negli uffici della Digos. 

Il brigatista vuole precisare quanto, in precedenza, ha già detto a voce ai poliziotti e soprattutto che, nella mattinata, ha segnalato alla Digos una abitazione nella quale vivono due brigatisti, Antonio Marini e una donna, Gabriella, che scrive i comunicati BR con una IBM proprio in quell’appartamento. 

Il Vice Questore Aggiunto Michele Finocchi aggiunge una sua annotazione sullo stesso foglio scritto da Triaca ed attesta che è stato l’arrestato a scrivere spontaneamente la dichiarazione che lui riceve alle 13:00 di quel 18 maggio.      

Esiste un’altra dichiarazione, più succinta, sempre scritta personalmente e firmata dal brigatista. 

Accusa Maurizio, cioè Mario Moretti, di aver dato a Gabriella denaro per comprare l’abitazione e conferma che in quella casa si preparano le bozze delle risoluzioni della direzione strategica.

A differenza del primo, su questo secondo foglio non compare alcuna attestazione del funzionario della Digos. 

Molte ore prima, alle 5:30 del 18 maggio, in via Palombini 19, i poliziotti hanno già perquisito l’appartamento di Antonio Marini e Gabriella Mariani, nella stessa giornata arrestati per appartenenza alle Brigate Rosse.

Il 18 e il 19 maggio, i Giudici istruttori interrogano Triaca che conferma le accuse già fatte il giorno 17 e ne aggiunge altre.

Il 9 giugno, nel carcere di Rebibbia, Triaca incontra di nuovo il Consigliere Istruttore Achille Gallucci. Il detenuto esordisce usando parole inusuali («Non mi resta che confermare quanto ho dichiarato ai magistrati nei miei interrogatori allorché mi fu contestato il reato di banda armata»), quasi a dare il senso di una sorta di “ineluttabilità” di quello che sta facendo (la confessione e, soprattutto, le accuse ad altre persone) e che, in realtà, nel suo intimo, il tipografo non avrebbe alcuna intenzione di compiere.

Poi, rispondendo ad una domanda del giudice, l’interrogato comincia a prendere le distanze, anche se in maniera non ancora risolutiva, dalle dichiarazioni spontanee del giorno 17 maggio. 

Il contenuto dei fogli corrisponde alle sue dichiarazioni, ma lui ricorda di aver scritto sotto dettatura di un poliziotto ed a seguito di domande che gli vengono fatte.

Il 19 giugno, a Rebibbia, Triaca incontra di nuovo il giudice Gallucci e ritratta le sue dichiarazioni perché, così esordisce, dopo essere stato prelevato dal Commissariato di Castro Pretorio e portato in un luogo sconosciuto, gli sono state estorte con la tortura dell’acqua e sale. Spiega di aver dattiloscritto lui, il giorno 18 maggio, nella Questura, le due dichiarazioni spontanee, la prima la mattina, la seconda il pomeriggio e comunica al giudice che non intende più rispondere alle domande. 

Il capo dei giudici istruttori romani dispone che una copia del verbale sia trasmessa alla Procura, ma, al tempo stesso, decide immediatamente anche quale sarà il tema che l’istruttoria dovrà sviluppare perché avvisa Triaca che è indiziato del reato di calunnia in danno di imprecisati pubblici ufficiali.

L’indagine, quindi, non dovrà accertare dove il brigatista ha trascorso la notte tra il 17 e il 18 maggio né se ha subito violenze, ma dovrà solo ricercare elementi che possano ulteriormente dimostrare che Triaca ha inventato tutto ed ha accusato persone innocenti.

Per il brigatista, infatti, arrivano il mandato di cattura per il reato di calunnia ed il rinvio a giudizio.  Nell’autunno ’78 si celebra il processo di primo grado.

Davanti ai giudici della VIII Sezione del Tribunale di Roma sfilano i funzionari di Polizia (il dirigente della Digos, Domenico Spinella, e poi Michele Finocchi, Adelchi Caggiano e Riccardo Infelisi) che si sono occupati di Enrico Triaca il 17 e il 18 maggio ’78. 

Secondo la versione che essi forniscono ai giudici, dopo la perquisizione nella tipografia, Triaca viene condotto direttamente nella caserma della Polizia di Castro Pretorio, ma poi, tra le 16:00 e le 17:00, torna negli uffici Digos per l’interrogatorio. Resta nei locali della Digos durante la notte e la mattina del 18 maggio, dopo aver reso spontanee dichiarazioni ed aver indicato dove si trova l’abitazione di Gabriella Mariani, verso le 6:00 viene affidato agli uomini che gestiscono le camere di sicurezza della Questura di Roma. 

Sulle modalità attraverso le quali il tipografo ha redatto le dichiarazioni spontanee, i poliziotti sostengono che ha scritto, contestualmente, i due fogli con la macchina da scrivere e li ha poi consegnati al funzionario Michele Finocchi che, tuttavia, non si è avveduto del secondo foglio dattiloscritto e non vi ha apposto la sua attestazione. 

Fallisce ogni tentativo di identificare gli agenti della PS che hanno avuto in custodia il brigatista nelle camere di sicurezza perché, all’epoca, non esistono registri delle loro presenze.    

Il 7 novembre ’78, il Tribunale condanna Enrico Triaca alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione perché ha accusato falsamente i poliziotti di averlo torturato per estorcergli le dichiarazioni del 18 maggio ’78.

La condanna diventa irrevocabile nel 1985 e la vicenda scivola nell’oblio per molti anni.

Nella prima parte degli anni ’80, nei processi per fatti di terrorismo, si moltiplicano i casi di denuncia per tortura. Ma se la magistratura, a differenza di quanto è successo al tipografo di via Foà, quasi mai procede per il reato di calunnia, al tempo stesso, immancabilmente, le inchieste non conducono mai ad un accertamento della responsabilità di pubblici funzionari[2]

Poi, il 24 giugno 2007, il giornalista Matteo Indice, su Il secolo XIX di Genova, pubblica un’intervista ad un anonimo ex funzionario di Polizia. Il titolo del pezzo è emblematico: «Così ai tempi delle BR dirigevo i torturatori – Torture per il bene dell’Italia». 

Il funzionario è entrato in Polizia alla fine degli anni ’50, ha lavorato in Sicilia e a Napoli, poi al nucleo antiterrorismo di Emilio Santillo e all’UCIGOS. A Napoli intuisce che, per indagare con efficacia sulle organizzazioni terroristiche, la soluzione migliore è mettere insieme poliziotti che si occupano di criminalità comune e quelli che si occupano di “politica”. 

Ma non si tratta esattamente di un gruppo di raffinati investigatori! 

Racconta al giornalista di essere stato lui ad aver costituito la squadra dei «cinque dell’Ave Maria» che fa il suo esordio, a Napoli, contrastando i NAP-Nuclei Armati Proletari[3] e poi viene utilizzata per altre operazioni antiterrorismo, sino a quella che porta alla liberazione del generale americano James Lee Dozier, a Padova, nel gennaio 1982.   

Le parole dell’intervistato sono agghiaccianti : «…ammesso e assolutamente non concesso che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi…quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” di interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti…poi quando l’intelligenza viene definitamente offesa, ci sono i modi forti e a quel punto il sospettato ha l’impressione d’essere in tuo completo dominio. Si vuole parlare di torture, ma io direi che si trattava soprattutto di una messinscena praticata per garantire la sopravvivenza a decine di persone…ero autorizzato e delegato ogni volta a muovermi in questo modo dai miei superiori che riferivano al Capo della Polizia e al Ministro dell’Interno[4]. Ci dicevano che era necessario andare fino in fondo e noi gli risolvevamo i problemi. L’impiego dei miei investigatori non era troppo ricorrente, ma coincideva sempre con i momenti cruciali delle indagini…».

Il poliziotto rivendica di aver interrogato, con i cinque dell’Ave Maria, il brigatista Ennio Di Rocco[5], di aver arrestato Giovanni Senzani proprio grazie alle informazioni fornite da Di Rocco e di essere stato chiamato in Veneto per le indagini sul sequestro Dozier[6]

Non manca un fugace riferimento alla vicenda del maggio ’78: «…il tipografo Enrico Triaca fornì una serie di rivelazioni impressionanti dopo che lo torchiammo…».

L’intervistato, di cui non si conosce ancora il nome, rivela fatti di inaudita gravità. 

Negli anni ’70, per combattere il terrorismo, la Polizia di Stato ha creato una struttura clandestina di torturatori (la squadra dell’Ave Maria) che interviene nel momento in cui è necessario estorcere informazioni alla persona arrestata. La squadra al comando del funzionario ha torturato i brigatisti Enrico Triaca ed Ennio Di Rocco ed ha operato in maniera illegale nella imminenza della liberazione del sequestrato Dozier.

L’articolo di Matteo Indice squarcia il velo sulle verità indicibili degli anni in cui lo stato italiano ha contrastato le organizzazioni eversive. 

La tortura e l’uso di altri metodi illegali e disumani non sono stati il frutto di iniziative personali ed estemporanee di singoli funzionari né il risultato di attività di settori “deviati” che hanno agito all’insaputa dei vertici.

La squadra dei torturatori ha attuato un piano politico-istituzionale in base al quale si è deciso di “legalizzare” la tortura pur di raggiungere l’obiettivo di disarticolare il nemico.

Salvatore Genova, ex funzionario di Polizia, decide di rivelare i fatti inconfessabili che ha nascosto anche quando è stato coinvolto, nel 1983, nella indagine che il sostituto procuratore di Padova, Vittorio Borraccetti, ha condotto sulle gravissime violenze esercitate dai poliziotti sul brigatista Cesare Di Lenardo[7].  

Racconta di essere stato mandato in Veneto, con altri funzionari, durante il sequestro Dozier, per incarico di Gaspare De Francisci, capo dell’UCIGOS. Le direttive ricevute sono quanto mai esplicite: bisogna usare le manieri forti per arrivare, a qualsiasi costo, alla liberazione del generale NATO ed ogni mezzo è consentito perché esiste la copertura dell’autorità politica. 

Genova ha visto all’opera De Tormentis e la sua squadra durante le sedute di tortura dei brigatisti Nazareno Mantovani, Elisabetta Arcangeli e Ruggero Volinia, il militante che, infine, indica il covo in cui è tenuto prigioniero il generale statunitense[8].        

È il giornalista Fulvio Bufi de Il Corriere della Sera[9] a rivelare, finalmente, il nome del professor De Tormentis. Si tratta del pugliese Nicola Ciocia, ex funzionario di Polizia, poi, dal 1984, avvocato del foro napoletano. A Bufi dice di essere «fascista mussoliniano» e così illustra i suoi metodi: «Bisogna avere stomaco per ottenere risultati con un interrogatorio. E bisogna far sentire l’interrogato sotto il tuo assoluto dominio…la lotta al terrorismo non si poteva fare con il codice penale in mano…però non è vero che quei sistemi, quelle pratiche sono sempre efficaci». Come nel caso di Triaca: «Lui non ha parlato, quindi quei metodi non sempre funzionano».

Il tipografo brigatista decide di rivolgersi alla magistratura per ottenere la revisione della sentenza di condanna per il reato di calunnia. 

Nel 2013, la Corte di Appello di Perugia accoglie la richiesta del condannato e cancella la sentenza[10]. Triaca non ha commesso alcuna calunnia perché è stato realmente torturato. 

I giudici scrivono parole inequivocabili: «…un funzionario all’epoca inquadrato nell’UCIGOS e rispondente al nome di Nicola Ciocia, dopo aver sperimentato pratiche di waterboarding nei confronti di criminalità comune, le utilizzò all’epoca del terrorismo nei confronti di alcuni soggetti arrestati, al fine di sottoporre costoro ad una pressione psicologica che avrebbe dovuto indebolirne la resistenza e indurli a parlare. In più occasioni tali pratiche furono utilizzate nelle fasi del sequestro Dozier e…propiziarono la liberazione del generale….Può dirsi acclarato che lo stesso funzionario, conosciuto con il nomignolo di professor De Tormentis (a quanto pare affibbiato dal Vice Questore Improta) fu chiamato a sottoporre alla pratica del waterboarding anche Enrico Triaca che, del resto, il 19 giugno aveva narrato di essere stato sottoposto ad un trattamento esattamente corrispondente a quel tipo di pratica speciale, a base di acqua e sale con naso tappato».

Nella seconda metà degli anni ‘70, i terroristi di stato argentini praticano la tortura in modo sistematico e generalizzato nei confronti degli oppositori. Nell’apprendimento dei metodi della «guerra controrivoluzionaria», sono gli allievi più brillanti dei militari francesi che hanno usate queste pratiche (la sinistra sequenza secuestro-tortura-desaparición) durante la guerra in Indocina e poi, soprattutto, in Algeria, nella lotta contro il Fronte di Liberazione Nazionale che lotta per l’indipendenza del paese africano[11]

La sociologa argentina Pilar Calveiro[12], nel fondamentale libro Poder y desaparición, analizza il rapporto che si instaura tra carnefice e vittima, quel meccanismo che il professor De Tormentis ha esaltato come il momento nel quale il prigioniero percepisce che si trova sotto il completo dominio del suo aguzzino: «…la tortura, strumento per “strappare” la confessione, strumento per eccellenza per produrre la verità che ci si aspetta dal prigioniero, criterio di verità per fare in modo che il soggetto si “spezzi”…la utilizzazione di tormenti aveva una funzione principale: ottenere informazioni operativamente utili…la nudità del prigioniero e il cappuccio che nascondeva il volto aumentavano il senso di impotenza però, al tempo stesso, esprimevano la volontà di rendere trasparente l’essere umano, violare la sua intimità – impadronirsi del suo segreto – vederlo senza che egli possa vedere…I torturatori non vedono il volto della vittima; tormentano corpi senza volto; castigano sovversivi, non essere umani. C’è qui una negazione della umanità della vittima che è duplice: di fronte a sé stessa e di fronte a coloro che la tormentano».

[1] Nel corso di una intervista realizzata da Enrico Porsia per il video-reportage J’accuse-Torture di Stato, Triaca racconta che, mentre viene torturato, per ottenere il suo completo annientamento, i poliziotti gli dicono che riserveranno lo stesso trattamento alla moglie. 

[2] Tra i tanti casi di quel periodo, emblematico è quello del militante delle BR-Partito Comunista Combattente, Alessandro Padula. Arrestato il 14 novembre ’82, circa dieci giorni dopo si presenta nell’aula ove si sta svolgendo il processo Moro 1 e denuncia di essere stato torturato da uomini della Digos che hanno anche impedito che potesse presenziare alle udienze precedenti poiché preoccupati di cancellare le tracce lasciate dalle sevizie sul suo corpo. 

[3] Il nappista Alberto Buonoconto, arrestato l’8 ottobre 1975, denuncia al Pubblico Ministero di essere stato lungamente seviziato nelle stanze della Questura di Napoli. Accusa, tra gli altri, un funzionario della Squadra Politica mentre, sul conto di Nicola Ciocia, dice di non essere certo della sua presenza durante la seduta di tortura. Buonoconto si suicida, nella sua casa napoletana, il 20 dicembre 1980.      

[4] Nel 1982, il Capo della Polizia è Giovanni Coronas e Virginio Rognoni è il Ministro dell’Interno

[5] Ennio Di Rocco, militante delle BR-Partito Guerriglia, viene arrestato a Roma il 4 gennaio 1982. Quando il PM Domenico Sica lo interroga, il brigatista si dichiara prigioniero politico e racconta che la sera dell’arresto è stato condotto nella caserma di Castro Pretorio e lungamente torturato per tre giorni da persone incappucciate, anche con il metodo dell’acqua e sale. Cede alle torture e rivela fatti che riguardano la propria organizzazione. Considerato un traditore, viene ucciso, a luglio di quello stesso anno, nel carcere di Trani.

[6] Il generale James Lee Dozier presta servizio, a Verona, presso il Comando NATO delle Forze Terresti del Sud Europa. Sequestrato il 17 dicembre 1981 da un nucleo delle BR-Partito Comunista Combattente, viene liberato il 28 gennaio 1982, a Padova, con una operazione dei NOCS della Polizia di Stato. 

[7] Nel 1983, non esiste nel nostro codice penale il reato di tortura che sarà introdotto solo nel 2017. I giudici del Tribunale di Padova, con la sentenza di primo grado del 15 luglio ’83, condannano i poliziotti dei NOCS (ma non Salvatore Genova che, nel frattempo, è diventato parlamentare del PSDI) per il reato di abuso di autorità contro arrestati o detenuti (art. 608 cod. penale), punito con una pena blanda.   

[8] La docu-serie Sky Original Il sequestro Dozier – Un’operazione perfetta offre la ricostruzione più documentata sulle vicende segrete che accadono durante le indagini e sull’uso della tortura. 

[9] L’articolo di Fulvio Bufi dal titolo “Sono io l’uomo della squadra speciale anti BR” è stato pubblicato su “Il Corriere della Sera” il 10 febbraio 2012

[10] La sentenza della Corte di Appello di Perugia, Pres. Ricciarelli, viene emessa il 15 ottobre 2013.

[11] La giornalista Marie-Monique Robin, nel documentario Squadroni della morte. La scuola francese, racconta che furono gli ufficiali francesi a insegnare ai militari argentini le tecniche più raffinate della tortura e che questi ultimi frequentarono specifici corsi nella prestigiosa Ecole militaire a Parigi.

[12] Militante montonera, Pilar Calveiro viene sequestrata, da un gruppo di militari dell’Aeronautica, il 7 maggio ‘77 e tenuta prigioniera in tre centri clandestini di detenzione per circa un anno e mezzo. In seguito, è stata in esilio, prima in Spagna, poi in Messico.

E Berlusconi brindava…

ll 19 marzo 2002 Marco Biagi, giuslavorista consulente del governo Berlusconi, era stato ucciso da quelle che la stampa chiamava «nuove Brigate rosse». Alcune sue lettere email, rese pubbliche nelle settimane successive alla sua morte, avevano suscitato fortissimo imbarazzo tra le forze politiche di governo e d’opposizione. In quei messaggi premonitori, il consulente del governo denunciava la sospensione delle misure di vigilanza e tutela della sua persona e indicava con nome e cognome colui che riteneva il maggiore responsabile del clima di minaccia nei suoi confronti. Parole che, nel giugno 2002, fecero deflagrare il milieu politico, gettando scompiglio nell’intero establishment istituzionale. Ferocissime furono le polemiche accompagnate da reciproche e sanguinose accuse.
In quel clima rovente, da ultima spiaggia, dove erano ammessi colpi bassi d’ogni tipo, si verificò l’incredibile gaffe che travolse il ministro degli interni Scajola. Questi, in un colloquio informale con alcuni giornalisti durante un viaggio ufficiale a Cipro (29 giugno 2002), aveva definito Biagi un «rompicoglioni». La frase, divulgata dalla stampa, obbligò il ministro a rassegnare le dimissioni, mentre l’apertura di un’inchiesta giudiziaria sulla mancata scorta di polizia, metteva sotto schiaffo i vertici della polizia di prevenzione (ex ucigos) e della questura bolognese. Il discredito e lo smacco regnavano nelle stanze del Viminale già tramortito dalle vicende genovesi del G8.
E’ in quel torbido contesto di grave crisi politica e di forte pregiudizio istituzionale che prese forma l’idea di un coup de théatre risolutore. Un gioco di prestigio, un effetto illusionistico, un trompe l’oeil che potesse risollevare le sorti delle istituzioni (e di alcune poltrone), saldando dietro una ritrovata unità emergenziale maggioranza e opposizione, ridando nel contempo lustro e smalto agli investigatori e alla magistratura. Occorreva insomma, subito un colpevole. Un responsabile di sostituzione cui far indossare gli abiti del reo. Un vero capro espiatorio attorno al quale celebrare la catarsi della ritrovata unità nazionale e del trionfo delle istituzioni, il festino di una baldanzosa e tronfia maggioranza che potesse finalmente levare i calici al cielo. Come poi avvenne in una delle dimore estive del premier in Costa Smeralda tra una barzelletta del Cavaliere e una sonata d’Apicella. L’episodio viene così raccontato in una cronaca apparsa sulla Repubblica del 26 agosto 2002:

«La notizia arriva sabato sera a cena, nella villa del premier, e c’è tanta soddisfazione che parte anche un accenno di applauso al tavolo in cui accanto a Berlusconi siedono il ministro Pisanu, il ministro Stanca, con relative consorti, fra il portavoce Bonaiuti, la moglie e la mamma del Cavaliere. Il capo della polizia telefona al titolare del Viminale, e Pisanu dà in diretta l’annuncio: arrestato il brigatista Persichetti, latitante per l’omicidio Giorgieri. La cena a Villa Certosa, che poi si trasformerà in un vertice sulla sicurezza quando Pisanu e Berlusconi si appartano, diventa così un’occasione per festeggiare il successo delle forze di polizia
Soddisfazione che si allarga poi alla pattuglia di una decina di fedelissimi che, attorno alle 23, si presentano a Punta Lada per unirsi alla compagnia: il capo dei deputati europei di Forza Italia Tajani, il vicecapogruppo alla Camera Cicchitto, il responsabile giustizia Gargani, il sottosegretario Viceconte. Per chiudere in bellezza spunta anche la chitarra di Mariano Apicella, musica e canzoni fino a mezzanotte e mezza. Ministro degli Interni escluso: “sono stonato e non ho mai cantato nella mia vita, salvo quando il parroco del mio paese mi scelse per il coro ma solo perché ero arrivato primo al corso di catechismo”.»

Estratto da Esilio e castigo, retroscena di una estradizione, La città del sole 2005

Il “secolo breve” del testimone di Via Fani

di Pino Narducci, presidente della sezione riesame del Tribunale di Perugia
Questione giustizia, 9 giugno 2023
Rivista trimestrale di Magistratura democratica

La vicenda del testimone mendace Alessandro Marini, la fonte primigenia di tutte le dietrologie su via Fani, la moto Honda e l’invenzione degli spari contro il parabrezza del suo Boxer, le venticinque condanne per un tentato omicidio mai avvenuto, approdano sulla rivista di Magistratura democratica

Le ricerche di una moto Honda blue con due brigatisti a bordo iniziano, attraverso le comunicazioni della Sala Operativa della Questura di Roma, non più tardi delle 9:10, quando è appena terminata l’operazione militare delle BR che, in via Fani, conduce al sequestro di Aldo Moro e all’uccisione di tutti gli uomini della sua scorta. Gli inquirenti ritroveranno, abbandonate in via Licinio Calvo, le tre auto usate dal gruppo brigatista in fuga. Tuttavia, la moto non salta fuori e non sarà rinvenuta nemmeno nelle settimane successive, mentre il sequestro si consuma nell’appartamento di via Montalcini.  
Parallela a questa scorre un’altra vicenda, non meno importante e che anzi si intreccia, come una matassa quasi inestricabile, a quella della Honda e alla identificazione dei suoi due passeggeri. 
È la storia non di una moto di grossa cilindrata, ma di un motorino, anche abbastanza malmesso, un ciclomotore Boxer verde con parabrezza in plastica, nel marzo ‘78 di proprietà del più importante e longevo testimone dell’agguato di via Fani, Alessandro Marini.
I primi ad accorrere sul luogo ove è stata appena trucidata la scorta di Moro, verso le 9:05, sono i poliziotti Marco Di Berardino e Nunzio Sapuppo, componenti dell’autoradio Monte Mario. Quando scendono dall’auto di servizio, Marini si avvicina ai due agenti e fornisce le primissime, rudimentali, informazioni su quello che è appena accaduto. Sinteticamente, racconta di aver visto una moto Honda blue seguire il gruppo dei brigatisti che si è dileguato lungo via Stresa in direzione di piazza Monte Gaudio. 
I primi ad accorrere sul luogo ove è stata appena trucidata la scorta di Moro, verso le 9:05, sono i poliziotti Marco Di Berardino e Nunzio Sapuppo, componenti dell’autoradio Monte Mario. Quando scendono dall’auto di servizio, Marini si avvicina ai due agenti e fornisce le primissime, rudimentali, informazioni su quello che è appena accaduto. Sinteticamente, racconta di aver visto una moto Honda blue seguire il gruppo dei brigatisti che si è dileguato lungo via Stresa in direzione di piazza Monte Gaudio. 

Già alle 10:15, trascorsa solo un’ora dal sequestro Moro, Marini viene sentito dagli uomini della Digos romana. Racconta di aver visto la scena in cui l’on. Aldo Moro viene prelevato dalla Fiat 130, su cui stava viaggiando, per essere messo all’interno di una Fiat 132 (l’auto è quella condotta da Bruno Seghetti e sulla stessa salgono Mario Moretti, Raffaele Fiore e il sequestrato) che si allontana, poi, su via Stresa in direzione Primavalle-Montemario. Il veicolo è seguito da una Honda di grossa cilindrata di colore bleu, a bordo della quale ci sono due individui. Quello seduto sul sedile posteriore, con un passamontagna scuro calato sul viso, esplode vari colpi di mitra nella sua direzione, praticamente ad altezza d’uomo, ma lui non viene colpito. Poi il tiratore, proprio all’incrocio di via Fani con via Stresa, perde il caricatore che resta a terra. Il teste descrive i due soggetti che hanno attentato alla sua vita: se quello seduto sul sellino posteriore ha il passamontagna, Marini, invece, ha visto distintamente il conducente. Ha 20-22 anni, è molto magro, il viso lungo e le guance scavate, insomma somiglia molto all’attore Eduardo De Filippo.
Trascorre un mese circa e, il 5 aprile ‘78, Marini fornisce una nuova versione al Pubblico Ministero di Roma. Questa volta, nel suo racconto, il passamontagna scuro “passa” dal volto del passeggero a quello del conducente e così il “sosia” di De Filippo diventa il brigatista seduto sul sellino posteriore. Poi, aggiunge un particolare di non poco conto che non ha riferito la mattina del 16 marzo. Specifica che, quando il passeggero esplode la raffica di mitra, un proiettile colpisce il parabrezza del suo motorino. 
Così, nel volgere di appena 21 giorni, tra il 16 marzo e il 5 aprile, la ondivaga progressione narrativa di Marini ha il seguente andamento: 1) il conducente, a volto scoperto, è il sosia di De Filippo mentre il passeggero calza un passamontagna; 2) mi correggo, il conducente ha il passamontagna mentre il passeggero è a volto scoperto ed è lui il sosia di De Filippo; 3) il passeggero esplode contro di me una raffica di mitra, ma i proiettili non mi colpiscono; 4) mi correggo, un proiettile esploso dal mitra colpisce il parabrezza del mio motorino.    
Due mesi dopo, Alessandro Marini viene convocato dal Giudice Istruttore e, in maniera sbalorditiva, racconta che gli è rimasta impressa solo la immagine del conducente della moto Honda, un individuo sui 20-22 anni con il viso lungo e le guance scavate.
A distanza di tre mesi dai fatti di via Fani, il teste torna sui propri passi ed anzi, all’insegna del motto “un passo avanti e due indietro”, smentendo seccamente la dichiarazione resa appena due mesi prima, colloca di nuovo «il brigatista con il volto di Eduardo de Filippo» alla guida della moto.  
Nel settembre ‘78, modifica di nuovo la propria narrazione. Al Giudice riferisce di aver visto bene i terroristi a volto scoperto, tranne quello che è alla guida della Honda bleu. Il passeggero della moto spara alcuni colpi di arma da fuoco ed uno di essi colpisce la parte superiore del parabrezza, rompendolo. Marini informa il Giudice che, a casa, conserva i frammenti del parabrezza. 
Ma se Marini, come lui racconta, ha visto il volto di tutti i brigatisti presenti in via Fani, ad eccezione di quello di colui che guida la moto, in realtà implicitamente dichiara che quest’ultimo indossa il passamontagna! 
La Digos procede al sequestro di due frammenti del parabrezza del ciclomotore Boxer. In questa occasione, Marini è puntiglioso nel precisare che i terroristi hanno colpito il parabrezza del motorino mandandolo in pezzi. 
Nel gennaio ’79, di nuovo convocato dal Giudice Istruttore, Marini conferma che il parabrezza viene colpito dalla raffica esplosa dal passeggero della Honda. Sostiene di aver ricevuto minacce telefoniche e rifiuta di sottoscrivere il verbale. 
Infine, depone nel corso del processo Moro 1 davanti la Corte di Assise di Roma. I giudici riportano fedelmente la sua deposizione nella sentenza di primo grado: «…Al di là dell’incrocio, fermi sull’angolo di Via Fani, c’erano quattro individui indossanti una divisa bicolore, ed esattamente giacca bleu e pantaloni grigi, con berretto. Per terra, a fianco di costoro, una grossa borsa nera. Dall’altro lato della strada si trovavano tre autovetture. Dalla Fiat 128 targata CD uscirono l’autista e la persona che gli sedeva accanto e, avvicinatosi alla macchina dell’on. Moro, scaricarono le loro pistole lunghe sull’autista e sul carabiniere accanto. Contemporaneamente i quattro vestiti da aviatori aprirono il fuoco violentemente.  Dall’Alfa Romeo di scorta uscì fuori un uomo con la pistola in mano: contro quest’ultimo continuarono a sparare due individui che, oltre a quelli vestiti da aviatori, erano in borghese ed avevano quasi contemporaneamente già aperto il fuoco. In conclusione sino ad ora operarono otto persone, tutti maschi. Poi arrivò, quasi comparendo dal nulla, una Fiat 132 bleu, seguita da una Fiat 128 chiara: dalla Fiat 132 scura uscirono due uomini che, calmissimi, si avvicinarono alla macchina di Moro e lo tirarono fuori dalla portiera posteriore sinistra. L’onorevole era in uno stato di abulia, inerme e non mi pare che fosse in alcun modo ferito. Lo caricarono sul sedile posteriore e si allontanarono per Via Stresa andando a sinistra. Nella 128 bianca che tallonava la 132 vi erano altri due individui.  Fino ad ora di tutte le dodici persone nessuna era mascherata.  In quel frangente mi accorsi di una moto Honda di colore bleu di grossa cilindrata sulla quale erano due individui, il primo dei quali era coperto da un passamontagna scuro e quello dietro che teneva un mitra di piccole dimensioni nella mano sinistra, sparò alcuni colpi nella mia direzione, tanto che un proiettile colpiva il parabrezza del mio motorino. Il mitra si inceppò, cadde un caricatore che finì a terra quasi all’angolo tra Via Fani e Via Stresa davanti al bar Olivetti. Mi colpì il fatto che l’uomo che teneva il mitra sulla moto, pur essendo giovane, somigliava in maniera impressionante a Eduardo De Filippo».  
La circostanza raccontata da Marini è incontestabilmente vera. In via Fani un mitra si inceppa ed un caricatore perso da un brigatista viene effettivamente rinvenuto sul luogo del delitto. Se si osservano le foto scattate durante la fase del sopralluogo, è ben visibile, sulla pavimentazione stradale, un caricatore accanto ad un berretto da aviere. Tuttavia, non è quello perso dall’equipaggio della Honda. Si tratta del caricatore del mitra M12 usato dal brigatista Raffaele Fiore durante l’azione. Fiore, però, non è a bordo di una moto, ma, vestito da aviere, è posizionato in via Fani, dietro le fioriere del bar Olivetti, accanto a Morucci, Gallinari e Bonisoli. Il suo ruolo consiste nell’esplodere colpi di arma da fuoco contro i componenti della scorta dell’on. Moro, ed il suo mitra si inceppa, per due volte.   

Marini, però, non è l’unico teste oculare dell’agguato.

Giorgio Pellegrini, dopo aver sentito colpi di arma da fuoco, esce sul terrazzo ed assiste alla sparatoria. Agli inquirenti offre questo racconto: «…Mentre i citati individui erano nel crocevia sopra riferito ed uno di essi sparava, ho visto una persona, che non so descrivere, a bordo di una motoretta, mi pare una moto vespa, percorrere l’ultimo tratto di via Stresa in direzione del citato crocevia. L’uomo che era alla guida, vista la scena davanti a sè, si è fermato, ha buttato la moto per terra ed è fuggito. Dalla posizione in cui io mi trovavo non posso dire se abbia proseguito a piedi, se sia ritornato sui suoi passi o si sia nascosto nelle vicinanze». §Appare realmente difficile ipotizzare che la persona che, atterrita, butta la moto a terra e fugge, senza peraltro che nessuno abbia sparato contro di lui, sia diversa da quella che corrisponde al teste Alessandro Marini.
Giovanni Intrevado, giovanissimo poliziotto del Reparto Celere, fuori dal servizio, arriva con la propria Fiat 500 all’intersezione di via Fani con via Stresa proprio nel momento in cui i brigatisti stanno sparando contro le auto della scorta di Moro. Barbara Balzerani – che svolge le mansioni di “cancelletto” inferiore per impedire che l’operazione possa essere intralciata dal passaggio casuale di estranei – gli punta contro il mitra Skorpion che ha nelle mani e gli intima di fermarsi. Intrevado osserva la scena del prelevamento di Moro e la fase della fuga delle auto dei brigatisti. Si trova, quasi esattamente, nello stesso posto in cui dovrebbe trovarsi Marini, ma il testimone non fa mai cenno alcuno ad una persona a bordo di un motorino contro la quale vengono esplosi colpi di mitra. Solo dopo, quando si avvicina ai corpi del maresciallo Leonardi e dell’agente Iozzino, passa accanto a lui, a bassa velocità, una moto di grossa cilindrata di marca giapponese, con due giovani a bordo, a volto scoperto, che infine si dirige verso via Stresa. Alcuni anni dopo, Intrevado precisa che, tra i due giovani della moto, era posizionato un mitra. Ma il racconto del giovane poliziotto, che ricorda il passaggio di un mezzo di grossa cilindrata, non collima affatto con quello di Marini: la moto non è presente durante la fase dell’agguato, ma compare sulla scena solo quando l’azione di fuoco è già terminata.              

I giudici che, nel marzo 1985, scrivono la sentenza di appello del processo Moro 1 e bis non esitano ad esprimono perplessità sulla testimonianza di Marini: «…Invero, per quanto riguarda il numero, solo il teste Marini parla di un numero di persone superiore a nove. Ma, la versione fornita dal predetto teste appare essere più una ricostruzione “a posteriori” del fatto. Se egli fosse stato presente all’intero svolgimento della vicenda – come afferma – sarebbe stato notato da qualcun altro dei testi. Tutti gli altri testimoni, invece, riferiscono ognuno o un momento o parte del fatto, e le loro testimonianze, collegate, offrono una ricostruzione dell’azione che, nel numero dei partecipanti e nelle modalità di svolgimento, corrisponde di più a quella data da Morucci». 
Tra il 1983 e il 1994, vengono pronunciate le sentenze di condanna definitive nei confronti di ventiquattro persone responsabili, a vario titolo, di concorso nel tentato omicidio di Alessandro Marini. 
Ma la definitività delle sentenze non significa affatto la fine delle dichiarazioni del testimone che anzi, dal 1994 al 2015, fornisce altre importanti informazioni sulla propria vicenda, di fatto facendo in modo che, progressivamente, la verità giudiziaria cominci a discostarsi, sempre più sensibilmente, dalla verità storica.  
Proprio nel ‘94, fornisce una clamorosa nuova versione dei fatti di cui è stato, al tempo stesso, vittima e protagonista ben 15 anni prima. Dopo aver osservato i due frammenti del parabrezza del suo motorino, Marini ricorda che, nei giorni precedenti il 16 marzo ’78, il mezzo è caduto dal cavalletto ed il parabrezza si è incrinato. Prima di sostituirlo, ha messo dello scotch per tenerlo unito. Però, in via Fani, il parabrezza si infrange cadendo a terra e si divide in due pezzi. 
Venti anni dopo, nel maggio 2014, torna a sedersi davanti ad un magistrato per riferire testualmente: «L’uomo che era alla guida della moto indossava un passamontagna, l’uomo che si trovava dietro, quello che sparò verso di me, era a volto scoperto e somigliava ad Eduardo de Filippo». 
Effettuando una ennesima torsione narrativa, il teste sconfessa le sue precedenti dichiarazioni e sostiene che il conducente della Honda indossa il passamontagna mentre il brigatista seduto dietro è quello che somiglia a Eduardo De Filippo.

Questa, però, non è ancora l’ultima dichiarazione di Marini. 

Il 16 marzo 1978, in via Fani angolo via Stresa, vengono scattate, non solo ad opera degli inquirenti, centinaia di fotografie ed effettuate riprese filmate dei luoghi dell’agguato brigatista. A partire dagli anni ’90, foto e filmati vengono pubblicati in decine di siti web. Alcuni studiosi della vicenda Moro fanno così una singolare scoperta. In diverse immagini di via Fani e di via Stresa, è possibile vedere nitidamente un motorino con il parabrezza attraversato da una vistosa fascia di scotch di colore marrone. Il parabrezza è integro ed è attraversato in diagonale dalla fascia di scotch marrone. In tutte le immagini, il ciclomotore Boxer è parcheggiato sul marciapiede, in corrispondenza della insegna “Snack Bar-Tavola Calda” del bar Olivetti, tra un’auto Alfa sud di colore giallo (si accerterà che si tratta dell’auto con la quale Domenico Spinella, dirigente la DIGOS romana, è arrivato in via Fani) ed una volante della Polizia di Stato.  
Nel giugno 2015, nel corso di una audizione, lo storico Marco Clementi – autore di rigorosi saggi sulla vicenda Moro e sulla storia delle BR – consegna ai parlamentari della Commissione Moro proprio una di queste foto.  
Anche il procuratore aggiunto della Repubblica di Roma, Franco Ionta, ha occasione di esprimere le proprie convinzioni ai parlamentari e, a proposito del Marini, di manifestare sfiducia sulla affidabilità del teste: «…si, che sosteneva che gli avessero sparato con una mitraglietta; prima diceva che a sparare fosse stato il passeggero e poi diceva che fosse stato il conducente della moto. La mia sensazione…deriva dalla sedimentazione di tuto questo lavoro pluridecennale che ho fatto al riguardo sulle metodiche di funzionamento delle BR, su come facevano le inchieste e su come facevano gli attentati. Io ho maturato la convinzione che una presenza spuria rispetto a che aveva organizzato l’agguato di via Fani sia proprio incompatibile con lo schema di funzionamento delle BR…».    
La Commissione parlamentare affida al Servizio della Polizia Scientifica il compito di ricostruire la dinamica dell’agguato di via Fani. 
Federico Boffi, dirigente del Servizio, espone le conclusioni dell’attività svolta. Quando passa a valutare le dichiarazioni dei principali testimoni, segnala che l’osservazione del teste Marini «non è del tutto coerente con i dati in nostro possesso. La presenza di un’altra persona che esplode dei colpi qui per noi non è compatibile». Boffi è ancor più preciso: «la moto può essere passata, ma non ha lasciato per noi tracce evidenti. Per noi, per la ricostruzione della dinamica, è impossibile posizionare questa motocicletta. Rispetto alle traiettorie che abbiamo determinato non c’è alcuna traiettoria che potrebbe essere compatibile con dei colpi esplosi da un veicolo in movimento rispetto alle posizioni che abbiamo già identificato». Ed ancora: «…tutte le armi utilizzate hanno espulsioni verso destra. Se la moto, come sembra, anzi come è, si muoveva in direzione di via Stresa venendo da via del forte Trionfale, l’espulsione dei bossoli a destra li avrebbe dovuti mandare verso le autovetture ferme, se dalla moto avessero sparato in direzione di Marini. In realtà i bossoli…appartengono a queste sei armi…se un’arma è stata utilizzata sulla moto, doveva essere una di queste sei, perché non ci sono bossoli estranei…». Se ancora residuano dubbi, a questo punto molto pochi in verità, questi vengono fugati proprio dal testimone che compare davanti ai parlamentari della Commissione di inchiesta. La relazione della Commissione, approvata il 10 dicembre 2015, contiene ampi riferimenti alla testimonianza: «…Ad Alessandro Marini sono state mostrate alcune immagini estrapolate da un video dell’epoca, che raffigurano un motociclo verde, modello Boxer, con il parabrezza tenuto unito con dello scotch posto trasversalmente, con una guaina copri gambe di colore grigio, parcheggiato in via Fani, sul marciapiedi, all’altezza del bar Olivetti, accanto a un’Alfa sud e a una volante. Marini, osservando le fotografie, ha riconosciuto senza esitare il proprio motoveicolo e ha affermato che sicuramente lo scotch era stato applicato da lui prima del 16 marzo 1978, come aveva già affermato in occasione di dichiarazioni rese il 17 maggio 1994 dinanzi al pubblico ministero Antonio Marini. Alessandro Marini ha aggiunto di ricordare che il 16 marzo, di ritorno dalla Questura dove era stato portato per rendere dichiarazioni, nel riprendere il motociclo si era accorto che mancava il pezzo superiore del parabrezza che era tenuto dallo scotch e di aver perciò ritenuto che fosse stato colpito da proiettili». La relazione poi prosegue: «…Per il fatto che quel giorno l’ho trovato senza un pezzo di parabrezza, io ho ritenuto che fosse stato colpito dalla raffica esplosa nella mia direzione dalla moto che seguiva l’auto dove era stato caricato l’onorevole Moro. Non ho ricordo della frantumazione del parabrezza durante la raffica; evidentemente quando poi ho ripreso il motorino e poiché mancava un pezzo di parabrezza ho collegato tale circostanza al ricordo della raffica. Tali considerazioni le faccio solo ora e non le ho fatte in passato perché non avevo mai avuto modo di vedere le immagini fotografiche mostratemi oggi, da cui si nota che il parabrezza appare nella sua completezza, seppur con lo scotch…». 

La deposizione all’organismo presieduto dall’On. Fioroni, chiude, in maniera definitiva, l’infinita vicenda del testimone Marini. 
Se il parabrezza del ciclomotore – come dimostrano in maniera inoppugnabile le fotografie – nelle ore successive alla consumazione dei fatti terribili accaduti in via Fani intorno alle 9:02 del 16 marzo 1978 è ancora tenuto insieme con lo scotch, cioè è ancora integro, esattamente come quando Marini era uscito di casa, è impossibile sostenere che qualcuno, seduto su una Honda, abbia esploso una raffica di mitra contro il testimone. 
La deposizione alla Commissione Moro segna l’epilogo di una vicenda, iniziata alle 10:15 del 16 marzo ’78, e poi dipanatasi per ben 37 anni! 
La deposizione alla Commissione Moro segna l’epilogo di una vicenda, iniziata alle 10:15 del 16 marzo ’78, e poi dipanatasi per ben 37 anni! 
Un arco temporale smisuratamente ampio, qualcosa che, prendendo in prestito la celebre definizione che del ‘900 ha dato il grande storico inglese Eric Hobsbawm, potremmo definire il “secolo breve” della testimonianza più lunga e controversa della storia giudiziaria italiana.

E l’epilogo non sembra essere particolarmente brillante per il suo protagonista. 

photo credits: AP Photo – Via Fani, Roma, 16 marzo 1978, ore 9, su ilpost.it, 16 marzo 2018., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=839994 

Sequestro Gancia, dopo mezzo secolo l’ex Br Azzolini torna alla sbarra

Forzatura dopo forzatura va avanti l’inchiesta della procura della Dda Torino sulla sparatoria alla cascina Spiotta, nella quale trovarono la morte quarantotto anni fa l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la brigatista Mara Cagol. La vicenda, ormai prescritta dal punto di vista giuridico ma tenuta proceduralmente in vita dalla procura torinese grazie ad un espediente: l’uso di una aggravante (l’aver commesso un nuovo reato per sottrarsi ad uno precedente) che l’ex legge Cirielli non consente più di riequilibrare nel calcolo tra aggravanti e attenuanti, rendendo di fatto automatuica la pena dell’ergastolo e dunque l’imprescrittibilità. A questa prima circostanza se ne è aggiunta una seconda, «abnorme»: Lauro Azzolini, prosciolto con formula piena dal giudice istruttore di Alessandria che condusse la prima indagine, quando vigeva il vecchio codice di procedura penale Rocco, è tornato indagabile grazie alla revoca da parte del Gip di Torino della vecchia ordinanza-sentenza nel frattempo scomparsa nella alluvione del fiume Tanaro che nel 1994 colpì Alessandria e gli archivi del tribunale e che, per questo motivo, nessuno, l’accusa, la difesa e il Gip stesso, hanno mai potuto leggere. Una revoca alla cieca, insomma. In Alice nel paese delle meraviglie la regina di cuori sovvertendo le regole pronunciava la fatidica frase: «prima la sentenza poi il processo», ora è molto peggio, si processa e si vorrebbe condannare senza nemmeno la sentenza.

Tiziana Maiolo – L’Unità 17 Maggio 2023

Riscrivere la storia di cinquant’anni fa in un’aula giudiziaria. È il senso della decisione di una giudice di Torino di annullare una sentenza con cui un esponente delle Br, Lauro Azzolini, era stato assolto dall’accusa di aver sparato e ucciso un carabiniere e poi di essere scappato. La sentenza è sparita, forse annegata in un’alluvione. Ma va comunque revocata e l’ottantenne ex brigatista va riportato alla sbarra.

E poi, che cosa ve ne fate? Così disse Adriano Sofri di fronte alla possibilità che la terra di Francia “restituisse” all’Italia i suoi figli ex trasgressori e ora pacificati settantenni e ottantenni. Cosa che non avvenne perché diversi giudici, fino alla cassazione, presero le distanze dai procuratori allineati con il governo Macron e anche con quelli di Draghi e di Meloni. E quei giudici parlarono, tra l’altro, del diritto-dovere di considerare il tempo che passa e i cambiamenti delle persone. Senza questa naturale forma di oblio, lasciando la memoria agli storici più che ai giudici, esiste solo la vendetta. Che non è pane per lo Stato di diritto.

Una lezione che ha le radici nella “dottrina Mitterrand”, ma anche, per restare in terra italiana, nel diritto romano. Corpi estranei per certe procure e per certi organi antiterrorismo. Diversamente non avrebbe (non ha) senso il fatto che alla procura di Torino si stia cercando di resuscitare la preistoria del terrorismo italiano. Coinvolgendo in un tragico sequestro di persona di cinquanta anni fa l’ottantenne fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio, con la formuletta, che credevamo solo craxiana, del “non poteva non sapere”. E poi, addirittura con un’accusa di omicidio, l’ottantenne ex brigatista Lauro Azzolini. Eppure sta succedendo.

Una pm della Dda, Diana de Martino, e due colleghi della procura di Torino, Emilio Gatti e Ciro Santoriello, stanno indagando da un anno e mezzo, hanno convocato un bel gruppo di ottantenni ex brigatisti, poi hanno emesso un’informazione di garanzia a carico di Renato Curcio per un sequestro di persona, nella sua veste di fondatore delle Brigate Rosse. E lui ha risposto, per nulla intimidito, fatemi sapere piuttosto come è morta mia moglie Margherita. Così ha squarciato il velo sulla storia di quel che accadde quarantotto anni fa in una cascina del Monferrato dove le Brigate Rosse avevano per la prima volta tenuto prigioniero, dopo averlo sequestrato vicino a casa, un imprenditore, il “re dello spumante” Vittorio Vallarino Gancia, morto novantenne pochi mesi fa.

E’ paradossale, il paradosso della giustizia italiana, che stiamo raccontando una storia che pare quasi ambientata in una casa di riposo. Perché questa generazione di procuratori-storiografi pare non accontentarsi più delle indagini sulla mafia di trent’anni fa, ma ha la pretesa di fare una “nuova giustizia” anche sul terrorismo di cinquant’anni fa. Così, dal momento che la giudice delle indagini preliminari di Torino, Anna Mascolo, ha deciso ieri di accogliere la richiesta dei procuratori, si riapriranno ufficialmente le indagini su un tragico fatto del 5 giugno 1975, quando alla cascina Spiotta, tra le colline dell’alessandrino, dove le Br tenevano segregato Vittorio Vallarino Gancia, in un conflitto a fuoco con i carabinieri, furono uccisi l’appuntato Giovanni D’Alfonso e la brigatista Margherita Cagol, nome di battaglia “Mara”. Un secondo esponente delle Br era riuscito a fuggire. Non è stato mai identificato in tutti questi anni, nonostante le indagini abbiano tentato di portare alla sbarra in particolare Lauro Azzolini, che però fu assolto da un giudice istruttore, con il vecchio rito, per non aver commesso il fatto.

Ora l’ex capo della colonna torinese delle Br è iscritto nel registro degli indagati per omicidio, sulla base di due labilissimi indizi tra loro collegati. Il primo: le perizie dei Ris avrebbero rilevato 11 impronte digitali di Azzolini sui fogli dattiloscritti di una relazione che su quei fatti avrebbe stilato una fonte interna al gruppo terroristico e che è stata ritrovata in una base logistica di Milano. Quelle impronte, sostengono gli investigatori, sembravano intrise di sudore, sintomo di uno stato emotivo, come se chi aveva tenuto quei fogli in mano fosse stato la stessa persona che li aveva scritti. E chi, se non il protagonista stesso di quella tragica giornata? Il secondo indizio l’avrebbe fornito lo stesso Renato Curcio, il quale, in un suo libro, ha sostenuto che quella relazione, che era girata tra diverse mani, dava la versione esatta dei fatti per come erano accaduti, perché era stata scritta dall’esponente delle Br che era stato presente. Ma che cosa dimostra che fosse proprio Azzolini e non uno dei tanti che quei fogli avevano avuto in mano?

Nell’udienza che si è svolta il 9 maggio nell’ufficio della gip di Torino, naturalmente l’avvocato Davide Steccanella, difensore di Azzolini, ha potuto con una certa facilità dare battaglia proprio a partire dalla fragilità degli elementi indiziari raccolti dall’accusa. Il primo è addirittura paradossale, perché l’atto istruttorio che il 3 novembre 1987 ha assolto Lauro Azzolini per non aver commesso il fatto è sparito. Ma è sul merito dell’inchiesta che si mostra la debolezza di questa nuova pretesa punitiva. Intanto le date. Il fatto tragico della cascina Spiotta è del 5 giugno 1975, il ritrovamento del memoriale è di oltre sette mesi dopo, il 18 gennaio 1976 nell’appartamento milanese di via Maderno, quando i fogli sono già passati di mano in mano e non si sa chi li abbia consegnati a Renato Curcio. Lui nel libro, scritto nel 1993, quindi a quasi vent’anni di distanza, ricorda che quel testo era stato scritto da un militante che era stato presente ai fatti tragici di quel giorno. E avanza molti dubbi sulla dinamica di quella sparatoria e sull’uccisione di Mara Cagol, che potrebbe esser stata colpita mentre era con le braccia alzate in segno di resa.

Ma c’è un punto centrale: la descrizione che del brigatista fuggitivo avevano fatto tutti coloro che erano presenti quel giorno alla cascina Spiotta, cioè i tre carabinieri sopravvissuti, il maresciallo Cattafi, l’appuntato Barberis e il tenente Rocca, oltre al sequestrato Vallarino Gancia. Descrivono l’esponente delle Br come alto tra un metro settanta e uno e settantacinque, centimetro più centimetro meno. Ora va detto che Lauro Azzolini era alto oltre uno e novanta, statura rarissima negli anni settanta. Sarebbe stato descritto come un omone e sarebbe stato notato per questa sua particolarità, se fosse stato lui a essere presente e a sparare. Ma ha senso tutto ciò? Che giustizia è -lo diciamo anche ai figli dell’appuntato Giovanni D’Alfonso, ucciso in quel conflitto- quella che arriva cinquant’anni dopo? E che poi magari non arriva perché, ammesso che si giunga a un rinvio a giudizio e poi al primo e secondo e terzo grado di processo, sarà poi inevitabile arrivare a una dichiarazione di prescrizione. E all’ennesimo fallimento dello Stato di diritto.

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I mal di pancia dell’ex procuratore Giancarlo Caselli

Per l’ex procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, oggi in pensione, la decisione della corte di Cassazione francese, che ha confermato il rigetto delle domande di estradizione pronunciato in precedenza dalla corte di Appello di Parigi dei dieci rifugiati italiani, ex militanti delle formazioni della sinistra armata degli anni 70, sarebbe solo un gesto di «arrogante intolleranza», figlio della irresistibile tentazione francese di «insegnare a tutti gli altri (gli italiani in particolare modo) come si sta al mondo».
I contenuti giuridici della decisione – sempre secondo l’ex pm – oscillerebbero tra «il paradossale e l’incredibile». In particolare Caselli non sembra digerire l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, richiamato dai giudici parigini per tutelare i diritti acquisiti nel corso della pluridecennale permanenza sul suolo francese dei dieci esuli italiani, sulla scorta di decisioni giudiziarie, politiche e amministrative, pronunciate nel tempo dalla autorità del posto. Tutto ciò – a detta dell’ex procuratore – non avrebbe alcun valore. Per il diritto interno francese tutte le pene sono prescritte dopo un periodo massimo di venti anni, ciò vale anche per l’ergastolo, che nel nostro ordinamento è diventato invece imprescrittibile, al pari di un crimine contro l’umanità. Nell’ordinamento italiano, il periodo massimo oltre il quale scatta la prescrizione delle pene temporali è pari a trent’anni. Regola che l’autorità giudiziaria ha aggirato in tutti i modi mettendo in campo una serie di sotterfugi e artifici vergognosi pur di impedire che la prescrizione venisse riconosciuta a due dei dieci ex militanti richiesti. In un caso si è addirittura ricorsi ad una fraudolenta dichiarazione di pericolosità sociale, a quaranta anni dai fatti-reato, nei confronti di una persona ormai ultrasettantenne e che nel frattempo ha mantenuto una condotta penalmente irreprensibile sul suolo francese, pur di scongiurare l’applicazione della prescrizione.
Nella dottrina classica del diritto, il decorso del tempo faceva venire meno l’interesse punitivo dello Stato nei confronti del reo. Questo assunto traeva il suo fondamento penalistico dalla convinzione che fuori dal contesto sociale che lo aveva generato, il reato attenuava se non perdeva la sua portata lesiva dell’ordine sociale e politico infranto, perdeva la carica di allarme sociale in esso contenuta e il reo vedeva inevitabilmente modificarsi la sua personalità a distanza di trenta anni dai fatti. A questa concezione Caselli antepone la «punizione infinita», per altro strettamente limitata ai reati di natura politica e di contestazione sociale, secondo una visione etica dello Stato molto vicina ai presupposti culturali dell’attuale maggioranza di governo, a cui senza dubbio può dare molte lezioni.
Ai giudici francesi non è sfuggito questo atteggiamento generale della autorità politiche e giudiziarie italiane, nonché della grande stampa, tanto da aver ritenuto che il via libera alle estradizioni, a fronte dei ripetuti propositi meramente vendicativi enunciati e praticati da parte italiana, avrebbe comportato per gli estradandi un trattamento sproporzionato e iniquo, una violazione insanabile della vita familiare e privata acquista da molti decenni in Francia, infrangendo il percorso di recupero sociale realizzato.
A rendere ancora più furibondo Caselli è stato poi il richiamo al giusto processo, sancito dall’articolo 6 della Cedu. Norma finalizzata a garantire che la persona a rischio di estradizione non sia esposta, nello Stato richiedente, a un flagrante diniego di giustizia che può derivare, in particolare, dall’impossibilità di ottenere una nuova pronuncia giudiziaria sul merito dell’accusa nonostante la condanna sia stata pronunciata in sua assenza. Diverse richieste di estradizione riguardavano, infatti, persone processate e condannate in contumacia. Chi ha seguito tutte le udienze davanti alla corte di appello di Parigi sa bene che i giudici hanno ripetutamente chiesto chiarimenti e garanzie alla parte italiana affinché una volta riconsegnate, le persone condannate in contumacia potessero avere garantito il diritto a un nuovo processo. Per tutta risposta le autorità italiane hanno balbettato, tergiversato a lungo perché incapaci di fornire delle garanzie inesistenti nel nostro ordinamento processuale. Atteggiamento che ha definitivamente convinto la corte francese a rifiutare le domande di estradizione.
Per Caselli tutto ciò sarebbe solo una prova della supponenza d’Oltralpe e non una manifesta deficienza italiana, una incapacità a comprendere che la cultura della eccezione giudiziaria che ha dominato la fase repressiva della lotta armata non è sovrapponibile alle altre culture giuridiche europee a cui sfugge questa eterna riproposizione di logiche d’eccezione originate da contesti non più attuali, conclusi da oltre trent’anni.
Alla ricerca disperata di argomenti per puntellare le proprie tesi, Caselli ricorre ad un esempio surreale, il processo di Torino al nucleo storico delle Brigate rosse, definito un modello del rispetto dei diritti degli imputati. Oggi sappiamo che fu la federazione del Pci torinese a reclutare i giudici popolari di quel processo, come ha raccontato Giuliano Ferrara che quella operazione gestì in prima persona. Sono noti anche i rapporti stretti che Caselli teneva con la federazione torinese del partito comunista, in nome di quella concezione schierata e combattente del ruolo della magistratura che contrasta con la pretesa di dare lezioni morali al mondo, soprattutto se poi è la sua ex procura, in linea con le autorità di governo francesi (cosa c’entra la magistratura di Parigi che per altro nel dossier estradizioni non si è piegata ai diktat dell’Eliseo), a perseguire con uno zelo facinoroso quegli attivisti che sostengono i migranti alla frontiera tra i due paesi.

Il cronologo della lotta armata

Il libro di oggi – Davide Steccanella, Gli anni della lotta armata, cronologia di una rivoluzione mancata, Bietti Milano, 2022, (quarta edizione) 563 pp.

Davide Steccanella è un avvocato molto conosciuto a Milano, un carattere esuberante, interessi culturali molteplici per il cinema e la lirica, il romanzo manzoniano e il decennio Settanta che nel corso del tempo è divenuto una vorace passione di conoscenza. Di quel periodo ha letto tutto il possibile, visto ogni film e documentario, incontrato i protagonisti, gli ex militanti, finendo per difenderne alcuni, ma non solo. La sua professione lo ha portato a conoscere e misurarsi anche con chi era dall’altra parte, magistrati, esponenti delle forze di polizia e familiari delle persone colpite. Un percorso di conoscenza spinto dal bisogno di riempire un vuoto, un momento mancato negli anni della sua gioventù, quando figlio della buona borghesia e dai buoni studi passò accanto a quelle storie, sfiorandole come ha raccontato nel suo romanzo autobiografico, Gli sfiorati (Bietti, 2019).
Nel 2013 dava alle stampe la prima versione de Gli anni della lotta armata, cronologia di una rivoluzione mancata (Bietti), ridando lustro ad un genere letterario dimenticato, la cronaca. Diffuso nel medioevo, la cronica rappresentava una forma di racconto storico che si dipanava lungo la linea del tempo come il filo dal rocchetto, tracciandone in sequenza dei punti. Quei punti erano episodi, eventi, narrati senza approfondire troppo cause e effetti. Non possiamo dimenticare le cronache fiorentine del 300 che ci restituiscono il racconto del conflitto tra guelfi bianchi e neri, in una Firenze traversata dalla guerra civile, dallo scontro politico e sociale che opponeva i ceti borghesi e mercantili emergenti alle famiglie aristocratiche, da una parte i fautori dell’autonomia politica della città, dall’altra chi sosteneva il potere temporale del papato.
Dal quel 2013 è trascorso un decennio e il racconto è cresciuto. Sono uscite altre due edizioni, nel giugno 2013 e nel febbraio 2018, interpolate da un volume di storie di donne rivoluzionarie, Le indomabili (Paginauno 2017) e Milano e la violenza politica, la mappa della città e i luoghi della memoria (1962-1986) (Milieu 2020).
Alla fine del 2022 è apparsa la quarta edizione aggiornata. La cronaca iniziale, di cui Steccanella è divenuto negli anni un maestro, è lievitata: ha preso un’altra forma, grazie ad un paziente lavoro di studio e ricerca le voci sono state integrate e accresciute, il volume conta 573 pagine, si è arricchito delle ultime vicende. L’ultima sezione del volume riguarda gli anni che vanno dal 1990 al 2022, è in queste pagine che troviamo il lavoro più innovativo, quasi del tutto assente nella saggistica che affronta questi temi, dai lavori della commissione Moro 2 alle ultime inchieste giudiziarie che tengono ancora viva l’attenzione su quegli anni. La cronologia degli ultimi venti anni ci aiuta a comprendere quel passato che non passa, la patologica difficoltà di storicizzare, l’uso politico che ancora se ne fa. Il volume presenta un solido apparato di note da leggere con accurata attenzione per la mole imponente di informazioni che vi sono contenute e che fa di questo lavoro non solo un libro che restituisce l’affresco dell’epoca, ma anche un utile strumento per il ricercatore.