Francia, padroni assediati. Torna l’insubordinazione operaia

Il magnate del lusso François Pinault assediato dai suoi lavoratoti Quattro manager della Caterpillar di Grenoble sequestrati nei loro uffici

Paolo Persichetti
Liberazione 1 aprile 2009

I padroni di Francia sono sotto assedio, braccati da operai in rivolta e manifestanti che non tollerano più il quotidiano stillicidio di licenziamenti mentre consigli d’amministrazione e dirigenti d’impresa si spartiscono super dividendi azionari e ricchi bonus. Come ai tempi dell’ancièn regime, oggi una noblesse de l’argent, composta dalle Spa, i consigli d’amministrazione, presidenti e amministratori delegati, quadri centrali d’impresa, vivono in una bolla di ricchezza alla faccia di una società che non arriva alla terza settimana del mese e vede minacciati i posti di lavoro.
Ieri sera, Francois-Henri Pinault, il “re del lusso”, proprietario del gruppo Pinault-Printemps-La Redoute che controlla anche Gucci, Puma, Christie’s, è stato bloccato da un centinaio di manifestanti, in prevalenza

La macchina di Nicolas Polutnik 'assediata' dai lavoratori (AP Photo/Laurent Cipriani)

La macchina di Nicolas Polutnik

dipendenti della Fnac e Conforama, all’uscita della sede sociale del suo gruppo nel quindicesimo arrondissemment di Parigi. La polizia è dovuta intervenire per sgomberare la zona. Sia la Fnac che Conforama hanno annunciato il 18 febbraio scorso licenziamenti del personale per 1.200 unità. In mattinata, invece, quattro dirigenti della Caterpillar di Grenoble sono stati “trattenuti” dagli operai che contestano il piano di riduzione dell’organico. 733 licenziamenti secchi, un quarto dell’intero personale, giustificato dalla multinazionale statunitense con il calo del 55% delle vendite per effetto della crisi. Il direttore, Nicolas Polutnick, il direttore delle risorse umane, un responsabile del personale e un responsabile dei prodotti europei, non hanno più potuto lasciare gli uffici della direzione. «Stiamo discutendo in permanenza con loro», spiega al telefono Benoît Nicolas, delegato sindacale della Cgt mentre torna da un’intervista televisiva. L’indignazione sociale sale incontenibile. È la quarta volta nel giro di appena due settimane che le maestranze di fabbriche colpite da licenziamenti trattengono in azienda i loro direttori chiedendo in cambio l’apertura di negoziati. Il 12 marzo erano stati gli operai della Sony, nelle Landes, a costringere il loro amministratore delegato a un turno di “straordinari notturni“. Lo stesso era accaduto pochi giorni dopo per il direttore del sito farmaceutico 3M di Pithiviers. Ma ormai modalità di lotta analoghe si stanno diffondendo un po’ ovunque nel Paese, come alla Fci microconnections a Mantes-la-Jolie, nel dipartimento delle Yvelines, regione parigina. «I quattro dirigenti sembrano un po’ “sbalorditi – dice sempre Benoît – perché sembra che non abbiano grandi margini di manovra per il confronto». Le decisioni più importanti appartengono a un livello superiore.

Com’è venuta la decisione di bloccare i dirigenti?
La direzione ha sempre rifiutato il negoziato. Nella nostra azienda è già in vigore la cassa integrazione parziale. Il rischio è che i lavoratori ricevano la lettera di licenziamento a casa. Caterpillar ha nel mondo circa 100 mila dipendenti. Un quarto di questi dovrà andare a casa. Così hanno fatto sapere. Lunedì abbiamo iniziato lo sciopero e poi siamo andati tutti in direzione, ma l’azienda non ha voluto negoziare.

E cosa è successo?
Niente violenza, né sequestro ma soltanto una decisa pressione affinché si riaprano i negoziati. Nel momento in cui l’azienda annuncia benefici record nel 2008 e distribuisce cospicui dividendi azionari, è nostra intenzione arrivare a un risultato favorevole per tutti i lavoratori.

Quali sono le vostre richieste?
Un piano di salvataggio. 30 mila ero a testa per i licenziati. È giusto che sia così. Va risarcito chi ha lavorato e prodotto ricchezza non i membri del consiglio d’amministrazione. I licenziamenti, poi, non devono riguardare solo le fasce più basse e dequalificate. Chiediamo anche la possibilità di prepensionamenti calcolati sull’ultimo salario per chi ha più di 55 anni e soprattutto le 32 ore settimanali con parità di retribuzione che, da sole, possono salvare 200 posti di lavoro.

Quanto durerà l’occupazione della direzione?
Abbiamo riconfermato lo sciopero. La notte passerà così. Vedremo domani (oggi per chi legge) se qualcuno verrà al tavolo delle trattative.

Nei giorni scorsi Nicolas Sarkozy aveva detto ai parlamentari della sua maggioranza che anche se nel Paese veniva criticato era lui ad avere «la banana in mano». Frase che ha suscitato subito molte polemiche. Forse sta sottovalutando un po’ troppo i lavoratori che non sembrano per nulla disposti a fare la fine dell’omino di Altan. Il presidente francese avrà pure la banana ma gli operai hanno l’ombrello.

Link
Lavorare con lentezza

Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles, managers Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
Francia, altri managers sequestrati e poi liberati
Rabbia populista o nuova lotta di classe
Francia, sciopero generale contro la crisi

«Rabbia populista» o «nuova lotta di classe»?

Francia, fabbriche in rivolta: bloccati i premi per i manager. Si apre la discussione di fronte alla crisi economica

Paolo Persichetti
Liberazione 27 marzo 2009

FRANCECONTINENTAL240409432
«Rabbia populista» o nuova «lotta di classe»? Ieri sulle pagine dei più grandi quotidiani nazionali campeggiava questa domanda: un nuovo spettro si sta aggirando per il globo?
Commenti preoccupati e cronache inquiete s’interrogavano sul reale significato delle notizie provenienti dagli Stati uniti, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. A New York, dopo l’arresto del magnate della speculazione finanziaria Maddof e la minaccia del Congresso di tassare con un’aliquota del 90% i bonus padronali, i dieci manager più pagati del colosso delle assicurazioni mondiali Aig, tra i più coinvolti nel crack delle Borse, hanno restituito i bonus milionari ricevuti come premi per i loro disastri. Per farli rinunciare a un po’ della loro famelica ingordigia è bastato un fine settima di picchetti organizzati da manifestanti davanti alle loro megaville blindate e con l’immancabile piscina.
A Edinburgo, in piena notte, il villone di Sir Fred Goodwin, l’amministratore delegato che ha portato al collasso la Royal bank of Scotland, per poi andarsene serenamente in pensione con un bonus di 16,9 milioni di sterline, alla faccia di migliaia correntisti ridotti al lastrico per aver creduto nei portafogli azionari offerti dai servizi finanziari dell’istituto di credito, è stato assalito da un gruppo di attivisti che hanno rivendicato l’azione con la sigla Bank bosses are criminals, «I banchieri sono dei criminali». Motto che riecheggia quello delle curve da stadio di mezza Europa, All corps are bastards, «Tutte le guardie sono bastarde».
Nel centro della Francia, a Pithiviers, Luc Rousselet, amministratore delegato della 3M, società farmaceutica americana in procinto di licenziare 110 dei suoi 235 dipendenti, è stato “trattenuto” negli uffici dell’azienda per oltre 30 ore dagli operai che era venuto ad incontrare. I lavoratori esigevano dei negoziati con l’azienda sulle modalità del piano di crisi che dovrà accompagnare la brusca riduzione di personale.
Ovviamente per gli operai non si è trattato di un «sequestro», com’è stato scritto sposando il punto di vista “padronale”, ma di un imprevisto prolungamento d’orario della giornata di lavoro del loro capo. Uno straordinario giustificato dall’eccezionalità della situazione venuta a crearsi. I 2700 lavoratori della 3M France, società ripartita su 11 siti, conosciuta per la produzione di “post-it” e del nastro adesivo “Scotch”, sono in sciopero illimitato dal 20 marzo. Un episodio analogo era già accaduto il 12 marzo scorso, quando il presidente-direttore generale di Sony France, Serge Foucher, era stato anche lui costretto a uno “straordinario notturno” in compagnia delle sue maestranze in lotta. Lo stabilimento di Pontonx-sur-l’Adour, nelle Lande, impiega 311 persone e la sua chiusura è fissata per il 17 aprile prossimo. Al direttore della Continental, invece, è toccato in sorte un fitto lancio di uova da parte dei 1120 addetti dell’impianto di Claroix, che proprio ieri sono stati ricevuti in delegazione da un consigliere di Sarkozy all’Eliseo.
Questa volta gli operai non sono isolati, hanno alle spalle il sostegno dell’opinione pubblica indignata di fronte alla notizia dei mega compensi attribuiti ai manager d’imprese che licenziano o di banche in deficit dopo aver sperperato il denaro dei clienti.
La rabbia è montata di fronte alle parole di Laurence Parisot, presidente della confindustria francese, che si era detta indisponibile di fronte alla richiesta del presidente della repubblica d’intervenire sui consigli d’amministrazione affinché i manager rinunciassero ai premi elargiti sotto varie forme (stock options, ovvero azioni con remunerazioni privilegiate, liquidazioni d’oro o pensioni stratosferiche). Il primo ministro ha dovuto annunciare il varo di un decreto per vietare l’attribuzione di questi bonus e stock options per le aziende che ricevono aiuti dallo Stato. A questo punto, dopo le resistenze iniziali, Gerard Mastellet e Jean-Francois Cirelli, presidente e vice presidente di Gdf-Suez, il gigante francese dell’energia, hanno dovuto rinunciare ai loro compensi supplementari piegandosi – hanno detto con malcelata ipocrisia – al «senso di responsabilità».
I titoli tossici immessi nei circuiti finanziari stanno forse scatenando la reazione di sani anticorpi sociali? All’estero, certo non in Italia, l’ira popolare sta cambiando bersaglio: dalla «Casta» alla «Borsa», dai «politici» ai «padroni»; che la barba di Marx stia di nuovo spuntando?
Quel che sta accadendo, in particolare al di là delle Alpi, dimostra quanto devastante sia stata da noi la prolungata stagione del giustizialismo, con il suo corollario d’ideologia penale e vittimismo seguiti alle ripetute emergenze giudiziarie. Il decennio 90 si è accanito contro i corrotti della politica assolvendo i corruttori dell’economia, aprendo la strada non solo alla vittoria politica del partito azienda ma alla sua egemonia politico-culturale sulla società.
Vedremo più in là se ha ragione L’Economist quando descrive, un po’ alla Ballard, l’albeggiare di una rivoluzione del ceto medio proletarizzato; o se invece ci sarà un’irruzione di protagonismo del nuovo precariato sociale. Una cosa è certa: oltreconfine hanno individuato la contraddizione da attaccare. È tutta la differenza che passa tra allearsi contro i padroni o fare le ronde contro i romeni. Ma quel che resta della sinistra italiana l’avrà capito?

Link
Lavorare con lentezza

Grenoble, vince il bossnapping. La Caterpillar cede e non chiude gli stabilimenti
Bossnapping, nuova arma sociale dei lavoratori

Bruxelles, managers Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
Francia, altri managers sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia
Francia, sciopero generale contro la crisi
Giovedi 29 gennaio la Francia si è fermata
Francia, tre milioni contro Sarko e padroni

Francia: tre milioni contro Sarko e Padroni

Un successo la giornata di mobilitazione generale dei lavoratori del pubblico e del privato

Paolo Persichetti
Liberazione
20 marzo 2009

Il clima sociale in Francia è più che surriscaldato. 3 milioni di persone secondo i sindacati, poco meno della metà per la polizia, sono scesi in strada nei 229 cortei che ieri hanno traversato le diverse città del Paese. Oltre 300 mila a Marsiglia, più di 350 mila a Parigi. Forti del successo ma anche dell’ampio sostegno della popolazione (secondo un sondaggio, infatti, per il 78% dei francesi la mobilitazione era «giustificata») i sindacati ora alzano il tiro. Chiedono la protezione dei posti di lavoro, misure incisive per rilanciare il potere d’acquisto dei salari, la difesa dei servizi pubblici, maggiori tutele per la disoccupazione, contestano la politica economica del governo attenta solo difendere la redditività del capitale, con fondi stanziati solo per imprese e banche travolte dal crac della finanza. Al di là del consueto balletto di cifre, quel che conta è il fatto che in piazza c’era più gente del 29 gennaio scorso, quando si parlò di due milioni di persone. Scommessa riuscita nonostante qualche polemica: «I militanti del nuovo partito anticapitalista sono dei rapaci», aveva detto il segretario della Cfdt (sindacato moderato), François Chérèque, denunciando il loro attivismo davanti ai cancelli.
A differenza di quel che accade in Italia, dove la Cgil, Fiom e Cobas sono messi all’angolo dagli altri sindacali e dal Pd, l’unità del movimento è uno dei punti forti della mobilitazione francese che lavora, nella più classica delle tradizioni, per raggiungere una massa critica in grado di spingere il governo e il padronato a fare concessioni.
Meno seguito è stato, invece, lo sciopero generale. La funzione pubblica, gli enti locali, gli ospedali, sono stati chiamati a incrociare le braccia per bloccare i piani di soppressione dei posti di lavoro (previsto il rimpiazzo di un solo posto per ogni due che si liberano). Coinvolti anche l’educazione nazionale, ferrovie, autobus e metropolitane, poste, Telecom, energia (Edf, Gdf-Suez), aeroporti, con adesioni che hanno oscillato dal 35% al 60%, secondo il comparto.
Novità importante è stata l’astensione dal lavoro del settore privato. Più estesa e organizzata della volta scorsa, lo sciopero ha visto l’adesione dei lavoratori di Total, Saint Gobain, Auchan e Carrefour. Banche, chimica, metallurgia, automobile, grande distribuzione, la mobilitazione è stata capillare con punte che hanno raggiunto il blocco totale delle officine da parte delle maestranze. È successo alla Continental di Clairoix, la fabbrica di pneumatici con 1120 dipendenti che ha tenuto banco nei giorni scorsi con un’importante mobilitazione contro il progetto di chiusura annunciato dalla proprietà. Tagli all’occupazione sono stati annunciati anche dalla Total, nonostante gli utili record ricavati, e dalla Sony France. In uno degli stabilimenti, dove erano giunte le lettere di licenziamento, gli operai hanno sequestrato per una notte intera l’amministratore delegato. Per non dimostrare di essere da meno, i lavoratori della Continental hanno prima costretto l’amministratore delegato a fuggire sotto un fitto lancio di uova, poi bloccato i cancelli della fabbrica e appeso un manichino raffigurante lo stesso manager, quindi hanno fatto irruzione nella sala dove si teneva una riunione tra sindacati e azienda, interrompendola con il lancio di bottiglie e altri oggetti. Tanto per far capire quale è il loro stato d’animo.
In evidente difficoltà per la forte pressione sociale che si è fatta forte dell’esempio venuto dalla rivolta in Martinica, Guadalupa e Réunion (oltre un mese di scioperi insurrezionali che hanno strappato al governo concessioni sociali), l’esecutivo ha chiesto al padronato di fare un gesto simbolico che placasse gli animi. Di fronte alla richiesta di ridurre i compensi stratosferici ricevuti dai manager, anche quando le imprese licenziano o affondano per scelte finanziarie errate, speculazioni azzardate nel mercato azionario, Laurence Parisot, la spocchiosa chef degli industriali di Francia, ha risposto senza mezzi termini che il Medef (equivalente della nostra Confindustria) è una semplice autorità morale. «Non abbiamo i mezzi, né tantomeno il desiderio d’imporre (ai nostri affiliati Ndr) qualcosa che dipende unicamente dalla relazione contrattuale tra mandatario sociale, impresa e consiglio d’amministrazione». Insomma il Medef riacquista piena integrità solo quando deve licenziare operai.
Sarkozy, invece, come ha osservato maliziosamente le Monde, ha preferito parlare di uno dei suoi temi preferiti, la sicurezza. Alla vigilia della gioranta di mobilitazione si è precipitato in banlieue per dichiarare guerra alle bande, promettendo pene più severe. Forse voleva far dimenticare di aver messo il veto sulla riforma fiscale che protegge una piccola casta di privilegiati. «Sarkozy conferma quello che già sapevamo – ha scritto Libération in un duro editoriale – egli è soltanto l’intendente arruffone delle classi possidenti».

Francia: sciopero generale contro la crisi

Manifestazioni di massa contro la crisi. Sarkozy impone il silenzio ai suoi ministri

Paolo Persichetti

Liberazione 30 gennaio 2009

In Francia due milioni e mezzo di lavoratori, secondo la cifra stimata dalla Cgt (poco più di un milione per il ministero degli Interni) sono scesi in strada ieri nei 195 cortei che hanno sfilato in ogni angolo del paese. «La più grande manifestazione dei salariati degli ultimi 20 anni», stando alle parole riportate da le Monde che ha riassunto in questo modo la giornata di greve_reconductible_msciopero generale contro la politica economica e sociale del presidente Sarkozy. Centinaia di migliaia di persone hanno incrociato le braccia nel settore pubblico e nazionalizzato: trasporti, scuole, ospedali ma anche in alcune imprese private, per difendere l’occupazione, il potere d’acquisto dei salari, l’integrità dei servizi pubblici dai tagli previsti (come quelli programmati nella scuola o sulle pensioni) e per far sapere che i lavoratori non accetteranno di veder scaricare sulle loro spalle il prezzo della crisi finanziaria che sta spingendo al tracollo l’economia.
Adesione massiccia tra gli insegnanti (quasi il 70%) e i ferrovieri (oltre il 40%), sempre secondo fonti sindacali. A Parigi bloccati i treni metropolitani (Rer) della linea A e B, fermi la metà dei conduttori dei metrò. Attività a rilento persino nei tribunali, perturbati dall’appello all’astensione del lavoro promosso dal Syndicat de la magistrature e da quello degli avvocati. 40% d’adesione nelle poste, sciopero anche alla televisione e alla radio pubblica, all’Edf (l’azienda che produce e distribuisce energia) e France telecom. Ritardi negli areoporti. Ferme 101 agenzie del Crédit lyonnais, pari ad un’astensione del 16% dei dipendenti. Più significativo ancora lo sciopero dei lavoratori del settore privato della grande distribuzione, come i dipendenti d’Auchan a Villeneuve d’Ascq. Scioperi difficili, ma dalla portata simbolica, anche alla Renault, dove ormai gli operai delle linee sono quasi tutti affittati dalle società d’interim con contratti a tempo determinato.
Dietro l’appello unitario di tutte le sigle sindacali (cosa che non accadeva dal 2006), imponenti manifestazioni hanno riempito strade e piazze. 300 mila manifestanti solo a Marsiglia, dove la metropolitana ha subito un arresto completo. Vie piene a Lione, Bordeaux e nelle altre città di provincia. Mobilitazione in tutta la Bretagna. 300 mila persona stimate nel pomeriggio nel corteo parigino partito da piazza della Bastiglia. Numeri ovviamente contestati dalla prefettura che ha scatenato la guerra delle cifre. La giornata di lotta è stata un vero successo con un’astensione dal lavoro più importante del maggio scorso, anche se di dimensione inferiore al vasto movimento di protesta del 2006. Ma già i sindacati pensano a come proseguire la mobilitazione. Secondo Bernard Thibault, segretario della Cgt, l’obiettivo è quello di riequilibrare i redditi dei lavoratori. Olivier Besancenot della Lcr-Npa fa sapere che i lavoratori del settore privato saranno sempre più presenti. Per il socialista Benoît Hamon, lo sciopero ha espresso il «malcontetto generale dei francesi verso il governo». Un ritornello, ripreso dalla canzone di un noto animatore televisivo e riferito alle continue esternazioni di Sarkozy, è circolato per tutti i cortei: «Ah se potevi chiudere il becco, sarebbe per noi una vacanza». E lui, il presidente, stavolta ha dato ordine a tutti i suoi ministri di non comunicare. Ha parlato, invece, Frédéric Lefebvre, il porta parola dell’Ump, il partito di governo. In un’intervista ha chiesto l’introduzione di sanzioni finanziarie per gli scioperanti che, a suo avviso, «abusano» del diritto di sciopero ricorrendo alle fermate di 59 minuti ad inizio turno. Una strategia impiegata dai lavoratori per ridurre al minimo il danno economico (con una semplice ora di sciopero, infatti, verrebbe sottratta dalla busta paga metà della giornata lavorativa). Da tempo in Francia il diritto di sciopero è sotto attacco. Governo e imprese escogitano normative sempre più dissuasive. Il preavviso nei servizi pubblici, per esempio, non investe soltanto le sigle sindacali che indicono lo sciopero ma è individuale. Ogni lavoratore deve comunicare anticipatamente la sua adesione, in mancanza della quale non può più scioperare salvo esporsi a sanzioni disciplinari per assenza ingiustificata. Per Guy Groux, direttore di ricerca del Cevipof, lo sciopero generale ha incontrato il favore del 69% dei francesi, ma la vera posta in gioco resta il coinvolgimento del settore privato e del precariato (dove l’azione sindacale è sempre più difficile e sotto ricatto), senza i quali resterà difficile modificare il rapporto di forza con il padronato.

Cometa, il fondo pensioni dei metalmeccanici coinvolto nel crack dei mercati finanziari

Il crack della Lehman Brothers brucia anche le pensioni dei lavoratori italiani

Paolo Persichetti
Liberazione
23 settembre 2008

La crisi dei mercati finanziari internazionali insidia ormai anche i fondi pensione dei lavoratori italiani. Per chi ha creduto alla favola dorata della poorpolvere di stelle che sarebbe piovuta dal firmamento finanziario, il ritorno alla realtà rischia di essere davvero traumatico. In un comunicato diffuso il 16 settembre scorso a conclusione del consiglio di amministrazione, il presidente del maggiore fondo previdenziale integrativo dei lavoratori del comparto metalmeccanico (oltre mezzo milione di aderenti presenti in 25 mila imprese del settore), Fabio Ortolani, ha reso noto che anche il fondo pensioni Cometa è rimasto coinvolto nel crack dei mercati finanziari. Secondo quanto affermato, la diversificazione dei titoli presenti nel portafoglio del fondo e il costante monitoraggio svolto avrebbero ridotto al minimo l’esposizione nei confronti delle obbligazioni emesse dalla Lehman Brothers, la banca d’affari americana travolta dal fallimento. Soltanto lo 0,10% del patrimonio complessivo del fondo si troverebbe coinvolto nel crack, per un ammontare complessivo di poco inferiore ai 4 milioni di euro. Una cifra indubbiamente ancora molto contenuta che avrebbe consentito al fondo di «mantenere inalterata la validità delle posizioni previdenziali complementari raggiunte», rispetto ad un patrimonio complessivo del fondo che comprende «oltre mille titoli differenti».
Il tono rassicurante del comunicato stampa, nel quale si sottolinea come in Italia il sistema degli investimenti della previdenza complementare abbia sostanzialmente retto, nonostante sia stato messo a dura prova dalla crisi dei mercati finanziari, non scioglie tuttavia la preoccupazione per i lavoratori che rischiano di ritrovarsi nella migliore delle ipotesi con delle pensioni fortemente alleggerite. Che i timori siano del tutto giustificati è dimostrato d’altronde dalla stessa richiesta d’incontro urgente che il presidente di Cometa ha inviato al ministro Sacconi, per affrontare le ripercussioni sui «possibili rendimenti derivanti dagli investimenti finanziari». Oltre al fondo Cometa anche il fondo pensionistico Solidarietà Veneto (45.200 iscritti) e Fochim hanno subito perdite nei loro portafogli. Forti sono i timori che si inneschi un effetto a catena non più controllabile e che nemmeno la politica di diversificazione dei titoli raccolti nei portafogli dei fondi possa di fatto arginare. L’intreccio delle partecipazioni incrociate è talmente fitto che se cede una parte crolla inevitabilmente il tutto, per questo i poteri pubblici d’Oltreoceano sono dovuti pesantemente intervenire per salvare l’intero castello di carte. Nessuna politica d’investimenti più accorta, nemmeno regole più certe e una minore opacità del mercato finanziario potranno mai annullare del tutto i rischi e i pericoli provocati da quella che è l’anima dei mercati finanziari: la speculazione.

Link
I signori della borsa: quei terremoti nei mercati finanziari creati ad arte dagli speculatori/2 fine
Il sesso lo decideranno i padroni: piccolo elogio del film Louise-michel
Cometa, il fondo pensioni dei metalmeccanici coinvolto nel crack dei mercati finanziari
Parla Bernard Madoff: “Le banche e la Sec sapevano tutto”
Le disavventure girotondine nel mondo della finanza

La violenza del profitto: ma quali anni di piombo, gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Pinkerton, l’agenzia di sicurezza privata al servizio del padronato
Mappa delle resistenze operaie: le altre Innse d’Italia
Innse, un modello di lotta da seguire
Francia, le nuove lotte operaie
New Fabbris, fabbrica minata dagli operai
Bossnapping, gli operai di Continental strappano l’accordo
Il sesso lo decideranno i padroni, piccolo elogio del film Louise Michel

Grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe
Il Bossnapping vince: la Caterpillar cede
Bossnapping, una storia che viene da lontano
Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
F
rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia?
Rabbia populista o nuova lotta di classe?

Crack Lehman, risparmi a rischio. Si trema anche in Italia

Presto si capirà che cosa è successo davvero sui mercati finanziari internazionali. Polizze vita e assicurative gli strumenti più esposti. Maggiori garanzie dai fondi negoziali

di Paolo Andruccioli

Manifesto 18 settembre 2008

Attesa e preoccupazione tra i risparmiatori italiani. Alla fine di questa settimana, secondo gli esperti e gli operatori, si dovrebbe capire con una certa nettezza che cosa è successo davvero sui mercati finanziari crisi internazionali. I quotidiani hanno parlato di terremoto Lehman, ci sono stati titoloni e prime pagine dedicate agli ultimi crac finanziari. Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha detto che stiamo attraversando una crisi molto profonda, forse la peggiore degli ultimi anni. Gli effetti dei tracolli delle grandi banche d’affari e il salvataggio in extremis di grandi compagnie di assicurazione potrebbero essere più pesanti e duraturi degli eventi dell’11 settembre. Il ministro Tremonti ha detto che non è finita qui. E’ presto però per comporre il quadro. Servono elementi certi e si dovrà seguire tutta l’evoluzione della crisi finanziaria. Intanto però si possono vedere più da vicino le cose che ci riguardano direttamente come risparmiatori e come lavoratori. Partiamo dunque, per ora, dai fondi pensione.
La prima cosa da dire riguarda ancora una volta la differenza tra i vari strumenti di previdenza complementare. Non è una novità, infatti, dire che i fondi negoziali – per loro natura e per le loro scelte concrete – sono gli strumenti meno esposti alla speculazione finanziaria e alle scorribande nei mercati dei broker. Anche nel caso delle obbligazioni Lehman e di altri strumenti correlati è stato subito chiaro che gli strumenti più esposti sono state le polizze vita, le polizze assicurative, i fondi pensione aperti e le casse professionali. Ovviamente, come succede quasi sempre in questi casi, hanno fatto più notizia i pochi fondi pensione chiusi che hanno dichiarato di avere in portafoglio obbligazioni Lehman. Il caso più eclatante è stato quello di Cometa, il fondo pensione dei metalmeccanici, uno dei fondi più grandi in Europa. I giornali hanno titolato sulla sua esposizione rispetto a Lehman e i responsabili del fondo hanno subito chiarito che l’entità di tale esposizione equivale allo 0,10% del totale del patrimonio. Il Consiglio di Amministrazione di Cometa ha riesaminato la composizione del portafoglio del Fondo, che è costituito da oltre mille titoli differenti, e ha valutato positivamente l’effetto della differenziazione dell’investimento che ha consentito di mantenere inalterata la validità delle posizioni previdenziali complementari raggiunte a fronte di una minima (0,10%) presenza di obbligazioni Lehman Brothers.
Il punto vero però riguarda lo sviluppo della vicenda Lehman. Si tratta infatti di capire che cosa si deciderà nella procedura. Non è detto infatti che i titoli e le obbligazioni Lehman, dopo il fallimento, siano definitivamente cestinati ed è per questo che gli operatori sperano in un recupero. Una delle possibilità in campo è infatti la decisione di rimettere in Borsa, ad un certo prezzo i titoli e le obbligazioni Lehman Brothers. Lo stesso Consiglio di amministrazione di Cometa, in un comunicato diffuso nei giorni scorsi ha fatto sapere che il fondo sta esaminando il decorso della procedura del chapter 11 e le possibilità di recuperare il massimo del valore del titolo. “In ogni caso possiamo affermare che il sistema dei fondi pensione negoziali italiani ha tenuto – ci spiega Gianni Ferrante, coordinatore nazionale Fiom per i fondi pensione – gli effetti più negativi di questa crisi sono stati avvertiti più in altri settori, mentre i 10 gestori di Cometa hanno operato correttamente secondo i mandati strategici del Consiglio di amministrazione. Su 10 gestori, solo uno (Pioneer) ha dichiarato di aver messo in portafoglio, in una linea di investimento precisa (la “reddito”, ndr) obbligazioni Lehman”.
Ferrante spiega anche che – secondo la legislazione vigente – ai gestori spettano le scelte finanziarie tattiche, mentre la linea strategica spetta al Consiglio di amministrazione dei fondi. E’ chiaro quindi che il Fondo può intervenire per “ricusare” il gestore solo in caso di violazione palese delle indicazioni strategiche. In questo caso si è intensificato – e non da oggi – il controllo. “Ripeto però – ci tiene a precisare Ferrante – che i fatti stanno a dimostrare che il sistema ha tenuto e che il modello italiano dei fondi risulta molto più protetto di altri alle scorribande finanziarie speculative. Insomma casi come quello Enron o ora come quello Lehman da noi non potrebbero succedere proprio perché si applica il principio della diversificazione. Nei casi Enron e Lehman, al contrario, si è frantumato qualsiasi riferimento alla diversificazione: i lavoratori erano dipendenti delle società per il loro reddito da lavoro, per le loro pensioni e per i loro investimenti finanziari. Il crollo è stato quindi totale”.
La percentuale di esposizione dello 0,10% ai titoli e obbligazioni Lehman torna anche nel comunicato ufficiale della Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione. “Dai primi accertamenti che si sono svolti su un complesso di fondi negoziali, rappresentanti circa il 65 per cento del totale degli assets di tale categoria di fondi – ha fatto sapere il presidente Scimia – è emerso che, l’esposizione diretta verso i titoli azionari e obbligazionari della Lehman Brothers rappresenta appena lo 0,10 per cento del totale della massa fiduciaria gestita”.
Per ora quindi siamo alle tranquillizzazioni. Occorre però la massima vigilanza, come ha dichiarato nei giorni scorsi la segretaria confederale della Cgil, Morena Piccinini, secondo la quale “la crisi dei mercati finanziari di questi ultimi mesi sfociata, in questi giorni, nel fallimento della Banca Lehman Brothers, ha determinato ricadute su tutte le forme di risparmio comprese quelle previdenziali”. Tutto ciò impone “un monitoraggio di carattere continuativo e una maggiore responsabilizzazione delle specifiche Autority di controllo e di tutti i gestori per evitare ricadute negative sui singoli e indifesi cittadini, risparmiatori, lavoratrici e lavoratori. Il tracollo di questi ultimi giorni indubbiamente tocca le diverse forme di previdenza complementare anche se i fondi pensione di natura collettiva che hanno scelto una forma di gestione diversificata prudente e trasparente degli investimenti sono coinvolti in modo assolutamente marginale”.