Paolo di Tarso che portò l’attacco al cuore dello Stato

Erri De Luca
L’Altro 2 luglio 2009

Nella scrittura sacra si legge di incontri improvvisi con la rivelazione, sconvolgenti da far cadere faccia a terra. Solo nel caso di Saulo di Tarso detto Paolo la caduta ebbe conseguenze cliniche, un ricovero per accecamento. Dal buio di tre giorni, come quello di Giona in corpo al bestione marino, emerge pronto. Ebreo di Tarso, città della Cilicia, predica cristianesimo, variante tutta interna al monoteismo ebraico. Ebreo sarà il primo papa, Pietro, e alcuni successivi. Ebrea è la terra da dove proviene, ebreo il suo messìa iscritto all’anagrafe da suo padre, discendente di David, primo re di Gerusalemme. SanPaolo
Il cristianesimo si fonda su base epistolare. Chi vuole capire come mai una variante dell’ebraismo riuscì a diventare religione dell’impero romano, deve leggere la posta di Paolo. Più che ai quattro vangeli, il cristianesimo deve il suo successo all’impegno militante di Paolo, fondatore e organizzatore delle prime comunità cristiane. Scrive in greco lettere che insegnano regole di condotta e di uniformità. Sua mossa strategica è puntare su Roma, convertirne i cittadini. Diversa dalla spedizione occasionale di Giona, profeta scaraventato a predicare il finimondo a Ninive, Paolo inaugura una lotta di lunga durata nel centro nevralgico del politeismo. Può pure fare fiasco nella scettica Atene, ma non fallisce dentro la tumultuosa capitale del mondo di allora, carnaio di stirpi e di popoli vari. Affronta la prova da prigioniero, è preparato, è stato altre volte detenuto e processato. A Roma è giudicato, insieme alla notizia del Cristo liberatore di oppressi, venuto a proclamare e dare ai vinti la più inaudita precedenza. Le magistrature procedono volentieri contro i reati di opinione. Stanche di avere a che fare con malavita reticente, gustano la variante di interrogare rei confessi, fieri di ammetterlo. Al cristianesimo applicano sentenze da tribunale speciale per reato associativo. Non importa la responsabilità individuale, basta per la condanna la semplice appartenenza, l’atto di fede. Paolo viene condannato e giustiziato a Roma. Il cristianesimo entrò in clandestinità, si praticò criptato e in catacombe. Mise il suo seme nel sottosuolo di Roma e si propagò nell’ombra. Il disegno di un pesce contrassegnava i luoghi di riunione. Meno di tre secoli dopo diventò religione dell’impero, in seguito all’editto di Costantino. La croce, patibolo d’infamia inventato dai romani per esporre i condannati in piena vista, sfrattò dal cielo e dagli stemmi l’aquila imperiale. Paolo aveva vinto. Il suo attacco teologico al cuore dello stato aveva ottenuto il potere politico.

Leone Jacovacci, il nero che prese a pugni il fascismo

Libri – Mauro Valeri, Nero di Roma, Storia di Leone Jacovacci l’invincibile mulatto bianco, Palombi editori

Paolo Persichetti
Liberazione,  4 luglio 2009

Mulatto, figlio di un ingegnere italiano e una madre africana di etnia babuendi, Leone Jacovacci non aveva «la pelle giusta» per essere riconosciuto a tutti gli effetti italiano, nonostante nel 1928 fosse diventato campione nazionale ed europeo di esterne161921181603195150_bigpugilato per la categoria dei pesi medi. La sua vita raccontata nel libro di Mauro Valeri, Nero di Roma, Storia di Leone Jacovacci l’invincibile mulatto bianco, Palombi editori, è un’odissea del pregiudizio, un viaggio nei mari del razzismo prima  ideologico, poi codificato negli statuti coloniali e nelle leggi razziali. Come per i più grandi pugili del Novecento la via del ring è stata per lui un modo di farsi strada nella vita. I pugni incassati fuori Leone li restituiva nel quadrato. All’anagrafe risulta iscritto nel 1902, ma è solo l’anno in cui il padre realizzò l’atto amministrativo. In realtà era nato in Congo tempo prima, dove l’ingegnere Umberto Jacovacci era arrivato in cerca di fortuna con un contratto d’agronomo in tasca. Qui aveva conosciuto Zibu, figlia di un capo tribù locale. Dalla loro relazione erano nati Leone e Aristide che il padre decise di portare con sé al suo rientro a Roma. I piccoli furono cresciuti dai nonni paterni nel viterbese e presto scoprirono il prezzo del pregiudizio raziale negli anni dell’Italia giolittiana, quando la «giovane proletaria» declamata da Pascoli cercava il suo posto al sole occupando Tripolitania e Cirenaica a suon di cannonate. Anni in cui la propaganda colonialista struttura le correnti ideologiche razziste e nazionaliste che spingeranno l’Italia verso il baratro della prima guerra mondiale e del fascismo. Allora per l’anagrafe Leone Jacovacci aveva nove anni. A 16 anni, anima inquieta e già ribelle, s’imbarca probabilmente a Napoli come mozzo su un mercantile inglese che però fa naufragio. Insieme agli altri membri dell’equipaggio viene salvato da un’altro mercantile inglese, il Queen.
«Non mandatemi/ in paesi stranieri/ perché la mia pelle è diversa», scriveva Antonio Campobasso nel suo Nero di Puglia.  Sbarcato a Londra Leone ha un nuovo nome, John Douglas Walker, nato nel 1900, con il quale il 7 agosto 1918 si arruola nel 53° battaglione del Bedfordshire Regiment dell’esercito inglese. La vita di mozzo e cuciniere sulle navi e la permanenza nell’esercito l’introducono nel pugilato, disciplina che veniva praticata tra i marinai. Esordisce nella boxe a Londra. Le cronache dei primi incontri raccontano di un pugile tecnicamente ancora molto acerbo ma molto potente. Sono gli anni di un pugilato popolare con riunioni settimanali che si tenevano nei quartieri. Gli incontri potevano durare anche venti riprese, e il macth poteva prendere facilmente l’aspetto di una vera battaglia tra gladiatori con il pubblico che lanciava alla fine monetine sul ring. Il periodo londinese termina col la sfida a Roland Todd, uno dei migliori medi britannici, imbattuto da tempo e abituato a mettere ko i suo avversari. A confronto il diciannovenne Jacovacci era un debuttante, eppure mise Todd al tappeto quattro volte, ma rimase sbigottito nel vedere l’inglese rialzarsi ogni volta. Confidava troppo nella sua «castagna», così col passar delle riprese e il sopravvenire della stanchezza fu l’esperienza di Todd a decidere il match. Dopo la sconfitta si trasferì a Parigi, dove infilò una serie di 25 vittorie consecutive. Sulla scorta di questi successi nel 1922 torna in Italia sotto le vesti dell’afro-americano Walker per affrontare il campione italiano dei pesi medi, Bruno Frattini, al Teatro Carcano di Milano. esterne161921221603195142_big
Jacovacci non è il primo “nero” a combattere in italia, era stato preceduto dal ligure Pietro Boine che nel 1910 aveva conquistato il primo titolo italiano dei pesi massimi. L’incontro con Frattini finisce con una sconfitta ai punti nonostante la netta superiorità mostrata sul ring. Leone Jacovacci non si arrende, sà di avere pagato il prezzo del colore della sua pelle, e decide così di farsi riconoscere la nazionalità. Considerato da tutti un zio Tom americano, alcune testimonianze raccontano lo stupore nello scoprire il suo slang trasteverino. Durante un combattimento, dimenticando di rivolgersi in inglese al suo secondo, l’apostrofò con uno, «sbrighete, damme l’acqua». La gaffe si ripeté nel corso di una riunione pugilistica alla quella era stato invitato come ospite. Enorme fu lo stupore di chi chiamandolo ancora Jack, gli senti gridare verso un pugile, «c’ai er coraggio de ’na pecora». Nel frattempo Leone torna a Parigi e prosegue la sua carriera inanellando un’impressionante serie di vittorie mentre comincia a circolare la voce, ripresa dalla stampa, che Jacovacci-Walker avesse del sangue italiano. Ma l’avvento del fascismo non facilita per nulla il riconoscimento della sua cittadinanza, apertamente ostacolata dal Pnf che vede in lui la sconfitta delle tesi razzialiste. Uno scontro si apre all’interno della federazione pugilistica italiana tra il consiglio direttivo che estromette Edoardo Mazzia, membro del comitato centro-meridionale che gli aveva consegnato la tessera della federazione. Intanto Jacovacci-Walker è costretto a proseguire la sua carriera all’estero, tra Francia e Argentina. Sconfigge così il neo campione d’Europa Louis Clement, senza per questo poter essere incoronato lui stesso al vertice del pugilato europeo perché privo del riconoscimento della nazionalità italiana. Ormai all’apice del pugilato internazionale viene riportato in italia da uno degli impresari più importanti, Pietro Petroselli. Il «mulatto» sbaraglia tutti e così il 24 giugno del 1928 può sfidare il campione in carica nazionale ed europeo, Mario Bosisio, ritornando al suo nome di battesimo. L’incontro entra nella storia per la sua intensa drammaticità. Jacovacci vince ma da quel momento subisce l’ostracismo di un regime che ha ridicolizzato. La bianca razza fascista non poteva sopportare di prenderle di santa ragione da un «meticcio», considerato alla stregua di una piaga, un esempio di degenerazione e corruzione della purezza della razza. E quando al contrario le sue doti venivano apprezzate, diventava la «belva», il «selvaggio» dalla velocità «belluina».
Leone Jacovacci è morto nel 1983 a Milano, faceva il portiere in un immobile. Nel 1940 era tornato in Francia, per sopravvivere aveva fatto persino il catch.

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Paolo Persichetti
Liberazione 17 dicembre 2005

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«Il pugilato è uno sport incivile», sosteneva un articolo ospitato sulla prima pagina di Liberazione del 29 novembre. Sport violento e da riformare nelle regole, spiegava l’autore, Bernardo Rossi Doria, mettendone in questione la supposta filosofia gladiatoria: «dove si fanno tanti più punti quanto più si fa male all’avversario, addirittura lo si fa cadere a terra svenuto».
Conosco tecnici della Fpi che potrebbero obiettare, molto meglio di me che ho praticato la boxe soltanto da ragazzo, in una polisportiva Uisp e tirando i primi pugni nel torneo novizi al Palazzetto dello sport di Roma, l’evoluzione intervenuta nelle regole e nella cultura pugilistica, spiegando anche come l’aggressività controllata del pugilato sia, in realtà, patrimonio comune delle altre discipline sportive. Personalmente ho ricevuto molti più colpi duri, calci e pugni, giocando a calcio o pallamano che sul quadrato.
Il pugilato olimpico, che corona le carriere dei dilettanti, è ben diverso da quello professionistico, affetto da ataviche derive affaristiche, in particolare oltre oceano. L’atleta pugile usufruisce di protezioni nel combattimento ed è tutelato da regole molto rigide. Il principio della opponibilità tra i due contendenti, fa si che non vi siano situazioni di manifesta inferiorità nel confronto e l’arbitro deve intervenire nell’incontro, fino a sospenderlo, quando uno dei due avversari è in manifesta difficoltà. Gli atterramenti sono rari. La scherma pugilistica viene premiata rispetto alla bagarre, o alla ricerca del colpo a effetto. Non accade lo stesso nel professionismo, dove permane la concorrenza tra due diverse federazioni internazionali, che per ragioni economiche non esitano a privilegiare regolamenti che facilitano una certa macabra spettacolarità. D’altronde l’abisso che separa il pugilato di Cassius Clay da quello di Mike Tyson è la prova di una decadenza tecnica, dietro la quale si cela anche il declino sociale e culturale intervenuto nella società.
Mohammed Alì combatteva nel ring come nella vita. Il suo pugilato era dialettico, ragionato, fatto di schivate, abile nel ritrarsi, nel gioco di gambe, per non offrire mai il bersaglio all’avversario. Lo stancava prima di colpirlo lo stretto necessario. Praticava l’arte di Sun-tze senza averlo letto. In quello stile c’era la grammatica del nero americano che aveva imparato con la lotta sociale a difendere i propri diritti civili e politici, c’era un’idea di solidarietà che parlava al mondo e che lo portò a rifiutare di combattere in Vietnam. Nella boxe di Tyson c’è solo la rabbia cieca e senza futuro del nero dei ghetti che non ha più speranza, se non quella d’imitare la società dell’uomo bianco, rincorrendo e ostentando ricchezza, senza mai trovarvi salvezza.
La boxe non è l’unica disciplina sportiva di combattimento, c’è la lotta, le arti marziali, la scherma, ma queste ultime non suscitano la stessa repulsione indignata verso una pratica ritenuta barbara e primitiva. Perché? Nelle parole di Rossi Doria si percepisce un pregiudizio classista al passo coi tempi di una sinistra che oramai si diletta nella vela e nel golf. Certo il pugilato non è neutro. Si tratta di una disciplina che gestisce attraverso regole ben precise l’aggressività, senza il ricorso a protesi come una spada o un’arma da fuoco. Ma forse che la filosofia, sia pur sublimata, contenuta nella scherma e nel tiro al piattello è meno violenta? Infilzare come un pollo allo spiedo, sia pur virtualmente, il proprio avversario è politicamente, mi scuso, sportivamente più corretto? Sorge il sospetto che a dare fastidio sia l’estrazione sociale del mondo della boxe. Troppo poco nobili per una noble art? Nelle periferie non ci sono maneggi per l’equitazione, ai miei tempi non c’erano nemmeno piscine e il tennis se lo potevano permettere solo gli agiati frequentatori di circoli privati.
Il ragionamento di Rossi Doria rinvia a quella che alcuni osservatori della società moderna definiscono «iperestesia sociale», ovvero l’abbassamento vertiginoso della soglia di sensibilità, tanto più ipocrita quanto è selettiva. L’avvento di una nuova e inorridita sensibilità occidentale, egocentrica più che altruista, ha mutato il rapporto con l’immagine del dolore, della sofferenza e della violenza. Il paradosso di questa moderna impressionabilità sta nella presenza di un sentimento d’orrore che non mette fine alla violenza ma s’accontenta unicamente di renderla invisibile, e ciò non vale solo per le azioni ma ancor di più per il pensiero. Basti pensare all’innovativo dizionario che ha camuffato i conflitti bellici trasformandoli in operazioni di polizia, interventi umanitari, «guerre etiche o pulite a costo zero», fino alla vertigine dell’invisibilizzazione riassunta nella formula «effetti collaterali». Si è imposta insomma una paradossale indignazione selettiva che, mostrando avversione per l’esplicita violenza, trae sollievo dalla sua semplice sottrazione alla vista.
Non so quanto sia etologicamente compatibile la pretesa di estirpare l’aggressività dall’essere umano, e mi chiedo se dietro questo proposito non vi sia l’ennesima versione in salsa eticista del sogno totalitario dell’uomo nuovo. Certo è che esistono, come in ogni cosa, delle priorità. Se proprio da qualche parte si deve iniziare, allora è forse socialmente più utile partire dal disarmo delle forze di polizia in assetto di ordine pubblico che dal divieto di qualche raro incontro di boxe. Oppure anche la violenza delle istituzioni è diventata invisibile?

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Dietro l’attentato di Karachi nel 2002 una rappresaglia dei generali di Islamabad

Vendita di armi, commissioni occulte non corriposte, tangenti e giro di fondi neri per le presidenziali francesi del 1995, dietro l’attentato contro la Direzione dei cantieri navali a Karachi nel 2002. Non fu terrorismo islamico ma un ricatto dei servizi pakistani. Terrorismo di Stato, dunque, non come prolungamento della politica ma del mercato

Paolo Persichetti
Liberazione
28 giugno 2009

Una torbida storia di corruzione istituzionale, di ricatti e rappresaglie, «commissioni occulte» (eufemismo impiegato per designare i compensi da corruzione quando raggiungono scale di valore vertiginose su base planetaria) promesse per favorire la vendita di tre sommergibili militari, ma corrisposte solo in parte; fondi neri creati stornando una parte di queste commissioni appositamente gonfiate per finanziare una campagna presidenziale, una sorda guerra di potere tra due politici di destra, «amici da trent’anni» ma acerrimi rivali che si contendono la presidenza della repubblica; una bomba che esplode in un autobus di Karachi, in Pakistan, e uccide 14 dipendenti di una società di Stato francese d’armamenti, la Direzione dei cantieri navali; la risposta di un servizio segreto che invia una squadra speciale per rapire e «spezzare le ginocchia» a tre generali dello Stato maggiore pakistano, ritenuti mandanti dell’attentato, e uccide un ufficiale di rango inferiore coinvolto nella strage. pakistan-affaire-attentat-karachi_103
No, non è la trama dell’ultimo Le Carré, ma una storia di ordinaria politica francese che si dispiega su uno scenario internazionale, come fu già per lo scandalo delle commissioni versate durante la vendita di alcune fregate da guerra a Taiwan o per le vicende dell’infinito dossier della France-Afrique, quell’intricata rete di rapporti post e para-coloniali tra élites africane francofone e colossi dell’energia di Stato d’Oltralpe, come Elf-Total, e il sistema di potere gollista e poi miterrandiano. In Italia per raccontare tutto ciò non si sarebbe esitato a descrivere l’azione di poteri occulti, logge massoniche, trame e doppi Stati. Greggi di giornalisti pistaioli sarebbero partiti alla caccia di Stati paralleli, mentre famelici pseudo-storici, che hanno costruito la loro carriera universitaria prestando consulenze ultradecennali a procure e commissioni parlamentari, ci avrebbero propinato fiumi d’inchiostro dietrologico, depistanti ricostruzioni cospirative. Tutto ciò alla fine ci avrebbe solo allontanato dalla percezione della realtà sistemica dello Stato reale e dell’economia capitalistica. Per fortuna in Francia non accade. Lì, lo Stato è lo Stato, non “la bella addormentata nel bosco”. Il suo «nucleo cesareo», come lo definisce Alessandro Pizzorno, non è l’Immacolata concezione traviata da generali felloni e faccendieri massoni, ma un apparato che ha tra i suoi arcana imperii la capacità di potenza, detiene l’uso della forza legittima, impiega la ragion di Stato anche contro ogni altra razionalità, giuridica o democratica che sia. Insomma gli uomini di Stato fanno gli uomini di Stato, usano le leve del potere insieme a tutte le loro derivazioni esplicite ed implicite, di quel potere che non lascia illusioni, come ricordava Foscolo nei Sepolcri parafrasando Machiavelli che «Alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue».
Nicolas Sarkozy posseduto da un’ambizione sfrenata, soggiogato dal fascino del potere, dal senso d’onnipotenza che spinge a non avere più cognizione del limite, tutto ciò l’ha imparato molto presto. Giovane promessa del potere gollista, rampante sindaco della cittadina di Neuilly situata sulle ultraborghesi alture che da sempre guardano con disprezzo, misto ad odio e paura, la Parigi operaia di ieri, quella migrante e popolare di oggi, non esitò a tradire all’inizio degli anni 90 l’uomo che l’aveva introdotto nel partito, considerandolo il suo fedele delfino. Come Bruto, il giovane Sarkò accoltellò alle spalle il padre politico, Jacques Chirac, ritenuto spacciato nella corsa presidenziale, per puntare tutte le sue carte sul tecnocrate centrista e ultraliberale Edouard Balladur. Il meno gollista dei gollisti, uno che sembrava uscito dagli armadi pieni di naftalina della régia di Versailles; conservato nel frigorifero della storia, perfetto col codino, la cipria e il gozzo. Un vero esemplare dell’ancien régime. Era il 1993, e l’aitante Sarkozy, figlio di un nobile anticomunista decaduto, fuggito dall’Ungheria per trovare in Francia un’agiata vita borghese, livido di rancore, assetato di rivalsa sociale, ansioso di ritrovare i fasti familiari perduti, sale al governo come braccio destro del suo nuovo padrino. Occupa il ministero chiave delle Finanze, a Bercy, potentissimo centro di potere. È il direttore di campagna del suo nuovo capo e pianifica la strategia per le presidenziali. È lui che in questa doppia veste autorizza la creazione di due società schermo, con sede nel paradiso fiscale del Lussenburgo, la Heine e la Eurolux. Servono a coprire, e far transitare, le commissioni occulte versate per ottenere importanti commesse d’armamenti in favore della Direzione dei cantieri navali. ina-balladur-sarkozy_1
Non solo, l’attività lobbistica copre altre «missioni», tutte illecite: sorveglianza della magistratura, entrismo nei ministeri sensibili, acquisto d’informazioni confidenziali e raccolta di fondi neri necessari a sostenere la campagna per la presidenza della repubblica del candidato Balladur. Due intermediari libanesi, Ziad Takieddine e Abdulrahman El-Assir, ricevono l’incarico di seguire i negoziati con gli ufficiali superiori dello Stato maggiore pakistano. Il loro compito è quello di oliare la macchina della trattativa per la vendita di tre sommergibili con il versamento di colossali commissioni, 180 milioni di franchi, circa il 10,25% dell’ammontare complessivo dei contratti, 5,5 miliardi di franchi, 825 milioni di euro attuali). I destinatari dei fondi occulti sono alcuni generali legati all’ala più radicale dell’Isi. Il potente servizio segreto pakistano, il vero centro autocratico del regime di Islamabad. L’accordo, oltre al versamento delle tangenti prevede anche delle importanti contropartite, quelle che in termine tecnico vengono definite «retro-commissioni». Una parte delle somme versate, gonfiate appositamente, dovranno tornare indietro per finanziare la campagna presidenziale. Solo che tutti i protagonisti dell’affare sottovalutano un rischio: la possibilità che Balladur non arrivi a vincere la corsa all’Eliseo. Ipotesi che al momento della stipula dei contratti appare del tutto remota. Invece accade proprio l’imprevisto: nella sorpresa generale al primo turno passa Chirac e Balladur è trombato. L’intero sistema di potere e finanziamenti crolla. Questa storia girava da tempo nei circoli del potere parigino, ma ora l’intero retroscena sta emergendo alla luce del sole grazie alla scoperta di un rapporto, soprannominato «Nautilus», fatta durante una perquisizione nei locali della Direzione dei cantieri navali e reso pubblico dalla testata online Mediapart, diretta dall’ex capo redattore di le Monde, Edwy Plenel.
Redatto nel settembre 2002 da Claude Thévenet, un ex agente della Dst (controspionaggio), per conto dell’ufficio informazioni interno all’azienda, nel dossier si legge che la vendita al Pakistan di tre sottomarini classe Agosta era accompagnata dalla promessa del versamento di cospicue commissioni ad alcuni dignitari pakistani che avevano facilitato l’operazione. Al tempo stesso l’accordo prevedeva lo storno di retro-commissioni che avrebbero dovuto finanziare la campagna presidenziale di Balladur. La vittoria imprevista di Chirac, suo nemico politico, provoca – sempre secondo il rapporto – l’immediata sospensione dei versamenti disposta dall’allora ministro della Difesa Charles Millon (che il 24 giugno scorso ha confermato la circostanza a Paris Match).
L’obiettivo era quello di «prosciugare le reti di finanziamento occulte dell’Associazione per la Riforma d’Edouard Balladur». Cessazione confermata da un rapporto del consigliere di Stato Jean-Louis Moynot del febbraio 2000, citato da le Monde. Sempre secondo la ricostruzione fatta da Thévenet, frutto d’informazioni provenienti da molteplici fonti, come scrive lui stesso, (contatti diplomatici in Pakistan, funzionari delle Nazioni unite, agenti dei servizi segreti britannici e francesi, membri del Foreign Office), le autorità pakistane avevano indirizzato numerosi «avvertimenti» al personale diplomatico francese in loco per sollecitare il pagamento delle commissioni. «Si trattava in particolare di una bomba inesplosa fatta ritrovare nel febbraio 2002 sotto un veicolo della moglie di un funzionario». D’altronde, in precedenza, le autorità francesi, sotto l’egida della presidenza Chirac, non avevano lesinato sui mezzi di persuasione per far comprendere ai pakistani che non avrebbero più pagato le commissioni promesse dai balladuriani. Dei tiri d’arma da fuoco sarebbero stati esplosi a titolo intimidatorio, secondo quanto riportato dal settimanale le Point, nei confronti dei due emissari libanesi coinvolti nelle trattative affinché rinunciassero definitivamente alla riscossione delle commissioni.

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Ma non basta, Thévenet e Gérard-Philippe Menayas, ex direttore della Dcn, sostengono che «l’attentato di Karachi è stato realizzato grazie a delle complicità nel seno dell’esercito pakistano, in particolare all’interno degli uffici di sostegno alle guerriglie islamiste dell’Isi». Secondo i due testimoni, l’interruzione degli impegni commerciali presi dalla Francia avrebbe provocato per «rappresaglia» l’attentato di Karachi dell’8 maggio 2002. «Il modus operandi – è scritto nel dossier Nautilus – come il rinvenimento di una mina magnetica, conduce a ritenere fondata la partecipazione di uomini dell’ufficio afgano dell’Isi. Quest’ultimo, infatti, abbandonato a partire dal gennaio 2002 dal potere politico pakistano, è alla ricerca di fonti autonome di finanziamento. Per questa ragione sta cercando di recuperare i crediti ancora aperti».
Dietro l’attentato di Karachi non ci sarebbe dunque la mano di un gruppo islamista vicino ad Al-Qaeda, l’Harkatul Moudjahidine al Aalmi, come si era accreditato all’inizio, ma uno scontro d’apparati statali. La giustizia pakistana ha recentemente assolto i due imputati condannati a morte nel 2003. L’Eliseo segue con trepidazione gli sviluppi dell’inchiesta. Sarkozy sa bene di esser sulla linea di mira. Tutti i contratti portano a lui. D’altronde se si fa politica col traffico di sommergibili, prima o poi c’è sempre un siluro che torna indietro.
Ma non è finita qui. Di fronte al magistrato Marc Trévidic, del polo antiterrorista di Parigi, Thévenet il 14 maggio scorso ha svelato la contro-rappresaglia messa in atto dalla Dgse, i Servizi esterni francesi. Una squadra della sezione «Action», la struttura preposta alle azioni illecite, con licenza di uccidere all’estero soggetti nemici o nocivi agli interessi della nazione, è intervenuta per punire i militari pakistani ritenuti i mandanti del «ricatto». Tre generali pakistani sarebbero stati prelevati e sottoposti ad un “trattamento” che li ha lasciati con le «ginocchia spezzate». Un altro militare inferiore di grado sarebbe stato «neutralizzato», che nel gergo vuol dire ucciso.
La strage di Karachi è dunque il risultato di una guerra sporca, di terrorismo nella sua essenza più pura e originale, terrorismo di Stato come prolungamento, non della politica stavolta, ma del mercato. Terrorismo come strumento di marketing commerciale. Mai come in questo caso il re è nudo e la retorica vittimaria ridotta a una conchiglia vuota. Cosa mai può contare il dolore dei familiari, esiziale in altre circostanze, di fronte ad una campagna per le elezioni presidenziali, allo scontro tra fazioni politiche che si contendono le reti di finanziamento occulto, ad una guerra commerciale per strappare contratti sul mercato degli armamenti? Nulla finché non coincide con gli interessi superiori dello Stato. L’Etica in questo caso è a geometria variabile, come le ali di un cacciabombardiere da piazzare sul mercato.

Sgombero Bourse du travail di Parigi, le immagini del commando Cgt

Le foto del servizio d’0rdine della Cgt che il 24 giugno scorso ha sgomberato la camera del lavoro di Parigi occupata da un collettivo di migranti sans-papiers

Photos du commando CGT qui expulsa violemment les Sans Papiers de la Bourse du travail de la rue Charlot le 24 juin dernier

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La lunga notte di Parigi dove la Cgt da l’assalto ai migranti
Parigi, la Cgt sgombera la bourse du travail occupata dai migranti
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza

Stato e dietrologia

Perché le teorie del complotto e la dietrologia sono una antistoria

Marco Clementi
L’Altro, 27 giugno 2009

A partire dal 9 maggio scorso, quando il capo dello Stato Napolitano ha auspicato la rinuncia alle tesi complottistiche e si è appellato agli studiosi perché facciano luce sulle pagine ancora oscure della recente storia italiana, si è sviluppato un ampio dibattito pubblico al quale hanno preso parte giornalisti, studiosi e storici. Sulle pagine di questo giornale il 17 giugno Vladimiro Satta ne ha ricostruito i passaggi e dunque rimando a quell’articolo per gli approfondimenti. Quello che mi preme riprendere in questo articolo è un aspetto rimasto marginale, e che merita invece di essere approfondito. Si tratta della differenza tra il lavoro dello storico e quello di altra fattura, che comunemente viene chiamata “dietrologia” e che continuerò a indicare in questo modo, non avendo trovato un termine migliore. copj13.aspIl lavoro dello storico si basa sulla ricerca, la lettura, l’interpretazione e la scelta dei documenti, delle fonti primarie, senza le quali non può essere ricostruito alcun avvenimento. In un saggio così preparato, quindi, non si troveranno, se non raramente, espressioni ipotetiche, supposizioni, allusioni; il testo sarà quasi sempre all’indicativo, perché le fonti consultate permettono a chi scrive di avere una chiara visione di quanto va a raccontare. Il ragionamento segue il metodo induttivo. Ovviamente, ciò non significa che ogni libro di storia sia un capolavoro. Come in tutti i settori, esistono anche gli storici mediocri, ma questo è un altro discorso. A differenza dello storico, il lavoro dietrologico normalmente non si preoccupa troppo del riscontro documentale: parte da ipotesi, opera per deduzione e nella narrazione usa spesso il modo condizionale. Anche quando si serve di documenti, solitamente è difficile avere dei riscontri, perché si tratta spesso di documenti poco chiari, incompleti, di dubbia provenienza. La conseguenza principale di tutto ciò è che, mentre il saggio di uno storico produce una “verità storica” finita, che potrà essere smentita o rafforzata alla luce di nuovi documenti, il saggio dietrologico moltiplica le domande di partenza, senza fornire mai una risposta, rimandata regolarmente a un futuro più o meno lontano, quando il “mistero” risultasse finalmente svelato. Il saggio di uno storico, dunque, anche quando è dedicato ad un complotto (per esempio l’assassinio di Kennedy), cerca certezze ed eventualmente rimanda il lettore alla declassificazione dei fondi archivistici per le risposte in sospeso. Quello dietrologico aggiunge nuovi misteri, non svela mai nulla, né è in grado di rimandare il lettore a un futuro certo, perché non sono i fondi d’archivio ad interessarlo. La dietrologia, infatti, non cerca le responsabilità, politiche, amministrative, morali ecc., di un avvenimento, ma il colpevole (o i colpevoli), che fino a quel momento hanno impedito al bravo ricercatore di giungere alla verità (di quale verità si parli, inoltre, resta sempre poco chiaro. La verità storica, per fare un esempio, non è la Verità, ma corrisponde a quanto è possibile ricostruire in un dato momento sulla base delle fonti disponibili).
Prendiamo un esempio ormai divenuto un classico, il caso Moro. Mentre gli storici che se ne sono occupati hanno cercato di capire le posizioni dei vari attori della vicenda, da Moro ai brigatisti, dai partiti politici alle istituzioni, fino al Vaticano, i dietrologi hanno cercato le risposte ad alcuni quesiti, come per esempio: “da chi era composto il comando di via Fani. C’erano degli uomini dei servizi segreti? C’erano uomini della ‘ndrangheta? Erano presenti degli stranieri? In quante prigioni è stato segregato Moro? Chi sapeva della sua prigione e non ha fatto nulla per liberarlo? Perché è fallita la trattativa con il Vaticano? Perché è stato ucciso quando sembrava prossima un’apertura di trattativa? Che ruolo hanno avuto i servizi segreti sovietici e statunitensi? Chi era il misterioso uomo che interrogava l’ostaggio? Dove sono i filmati che ritraggono gli interrogatori?”. cop-br-4-cm
Si tratta, come si può osservare, di domande che potrebbero avere un senso, se si fosse ricostruita già l’intera vicenda. Per esempio, per rispondere all’ultima, si deve essere certi che gli interrogatori furono filmati. Chiedersi se ci fosse la mafia in via Fani significa aver ricostruito la storia delle Br come la storia di un gruppo di sedicenti guerriglieri comunisti, in realtà parte integrante del mondo malavitoso italiano. Interrogarsi sul ruolo dei servizi segreti stranieri significa sapere con certezza che essi hanno operato in modo incisivo nella vicenda al fine di far morire Moro, e non come semplici osservatori. Parlare della trattativa del Vaticano significa aver la certezza che il Vaticano contattò in qualche modo chi teneva Moro. Insomma, ogni domanda di questo genere presupporrebbe la conclusione di una ricerca dettagliata, ma in realtà le domande rappresentano il punto di partenza, non di arrivo. Il risultato finale è che dal 1978 si sono spese molte più parole intorno ai presunti complotti, che non a chiedersi, per esempio, per quale motivo il Pci scelse una determinata linea politica intransigente fin dalle prime ore del rapimento. Perché se molti dirigenti del Pci hanno sempre sostenuto che il compromesso storico fallì a causa del rapimento e del delitto di Aldo Moro (e in questo, per certi versi non hanno torto), è anche vero che Botteghe Oscure, rinunciando a trattare con le Br a prescindere dagli sviluppi della situazione, scelse in modo consapevole di affrontare il rischio che l’ostaggio potesse venire ucciso; scelse, cioè, di provare a tenere in piedi il governo di solidarietà nazionale anche senza Moro. Di fronte a questo, appellarsi al teorema del complotto anticomunista ordito da chi vedeva nella presenza del Pci al governo una pericolosa alterazione degli equilibri di Jalta, appare pretestuoso. Il Pci durante i 55 giorni non si batté con tutte le sue forze per cercare di liberare Moro, ma per mantenere la propria posizione dentro la maggioranza di governo, minacciando di aprire una crisi se la Dc avesse ceduto al ricatto dei brigatisti. Serve un mistero per dedicarsi a questa analisi?

Link
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

La lunga notte di Parigi dove i compagni della Cgt danno l’assalto ai migranti

Sgomberata con la forza dal servizio d’ordine della Cgt la camera del lavori di Parigi da 15 mesi occupata da un collettivo di sans paiers

Oreste Scalzone

L’Altro, 27 giugno 2009

Alle tre del mattino, poco prima del canto degli uccelli che risveglia il sole, sul largo marciapiede bagnato e corso da rigagnoli, un po’ sopraelevato che ha visto passare sul filo del tempo moltitudini di genti, fiumane di cortei di quelle classi pericolose che discendevano i faubourgs dalle ban-lieues, luoghi del bando e dei banditi, verso i cronotopi dei poteri costituiti, era coperto per duecento metri da fagotti di cenci. Un ammasso di cenci circondato da transenne metalliche guardate a vista da sagome nere di poliziotti in tenuta antisommossa, a loro volta con le spalle coperte da teorie di camion. FRANCE/Avvicinandomi, comincio a distinguere facce, sagome, qualche brace di sigaretta, iskra che buca la notte. Potrebbero essere corpi – morti o ancor vivi, eccola la nuda vita ! – di deportati, respinti, cacciati a forza verso esodo forzato, in fuga senza fine. O corpi decisamente morti, di massacrati, di sterminati, di espulsi dall’umano, “sotto-uomini”. Sono bambini, donne, uomini avvolti in coperte, in sacchi a pelo o in niente, sdraiati su qualche brandina più o meno da campo, chi raggomitolato in un sonno che s’immagina buio, pesto e pesante e chissà se senza sogni, e incubi, o forse no. Parecchi stanno sollevati, appoggiati sul gomito a parlare. Overload di sottovoce, con qualche acuto, scoppio, abreazione, ragionamento. Quel marciapiede di corpi non è il fondo del peggio, navigando in rete si può trovare dell’incommensurabilmente più grave, più significativo, più tremendo. Ma, questo marciapiede, è qui, ora, su un piano di consistenza immanente, non più consistente di altri in sé, di per sé, ma per noi si.
Raggiungiamo i capannelli, si materializzano facce di compagni e compagne. Cerchiamo, troviamo quelli di noialtri che in questi quattordici o quindici mesi hanno dedicato passione, applicazione, tempo di vita a questa sorta di zattera ferma nel cuore di Parigi, fatto con i sans-papier giornali, radio, televisioni porta-a-porta, un sito nella Tela, dibattiti nella grande corte della Bourse de Travail di rue Charlot occupata, divenuta come una piazza di villaggio africano. Le Bourse de Travail sono antiche istituizioni territoriali dei movimenti operai, presto “formattate” dalle strutture sindacali. Cerchiamo, troviamo o ci dicono che sono qua o là – bisogna stare attenti a camminare per non calpestare coperte, quando non corpi –, Claudio, François o Michel, complici nella facitura di un aperiodico Quotidién des sans-papiers, poi del Journal de la Bourse du travail occupée, e altro ancora… Incontriamo un sacco di gente, sans-papiers, “compagnerìa”. Ci dicono tutti quello che poi stamattina troviamo, chiunque può trovare, confermato sulla stampa, nella rete, addirittura sfrontatamente rivendicato nei comunicati. É stata una squadraccia, una squadra d’azione del servizio d’ordine della Cgt, la Confederazione generale del lavoro, padrona dei luoghi, gerente dell’edificio, che – dopo aver “schiumato” per tutti i quattordici mesi dell’occupazione – ieri verso mezzogiorno è passata all’atto. Tutti i disagi, i disfunzionamenti, le ragioni accampate hanno un loro fondamento (ma questo vale sempre, o comunque in tanti altri casi…).
Al limite, per uno come me, forse sarebbe stato ancora peggiore se avessero fatto la stessa cosa per interposta polizia invece che passando all’azione diretta, terrorizzando in proprio per primi i bambini, con una brutalità che a torto si usa – con termine etnocentrista e civilizzatore – definire «barbara» e «selvaggia». Ma queste sono sfumature, dettagli. Resta, che hanno compiuto un passo, un salto mortale, uno strappo, che non è nuovo ma è sempre un po’ nuovo e un po’ diverso. Fa di nuovo irruzione sulla scena lo chauvinismo del «socialismo dai colori della Francia» che aveva spinto al crimine trent’anni fa il sindaco Pcf di Vitry, il quale aveva rotto un tabù mandando le ruspe a radere al suolo un foyer d’immigrati magrebini (con il pretesto – che, come sempre, o quasi, aveva anche degli elementi di fondamento: e allora? DSC_9655Non è qui il nodo della cosa! – che gl’immigrati doveva prenderseli il sindaco giscardiano del comune attiguo, che la dislocazione delle residenze degli immigrati veniva fatta dalle autorità in modo non casuale, e provocava la spirale viziosa dell’impoverimento crescente dei comuni le cui entrate fiscali si abbassano in modo corrispondente alla modificazione della composizione sociale dei residenti, con i relativi effetti di degrado).
La breccia aperta allora dal sindaco di Vitry aveva creato le pre-condizioni per l’irruzione del lepenismo, di questo risentimento intruppato in mentalità e comportamenti da white-shit, di populismo xenofobo, nutrito d’antiche ossessioni antisemite e di più recenti pozzi neri viscerali e mentali colonialisti, post-colonialisti, corporativi, servo/padronali. Comportamenti e mentalità che in Francia, in generale, non sono passati all’azione diretta ma sono rimasti piuttosto su un piano ideologico-elettorale. Comunque più grave dei picchi lepenisti arrivati a sfiorare il 20%, era soprattutto per il loro effetto indiretto, quello di scatenare una corsa a “rasar l’erba sotto i piedi di Le Pen” facendo proprie, le rivendicazioni e proposte che incarnava. Quasi un modello di fascismo per motivi antifascisti….
Potremmo dire, tagliando rozzamente, che una serie di parole composte più radicali che una lama di rasoio possono essere applicate, come definizioni critiche e criticissime, sia alla socialdemocrazia che – a maggior ragione data la sua potenza di mi[s]tificazione, e innanzitutto il potere di contraffazione onomastica e di manipolazione nel profondo delle soggettività, fino alle passioni, agli affetti più viscerali – alla variante boscevica, social-©omunista, del corpus del “marxismo volgare anti-marxiano”, kautsko-lassalliano, vera e propria controrivoluzione contro il comunismo comunardo. Possiamo parlare di socialismi lavoristi/padronali, capitalistici, statali, e dunque anche nazionalisti, colonialisti, imperialisti, xenofobi, razzisti, fascisti. D’altronde, il fascismo, il nazional-socialismo non sono forse, tra l’altro, nella loro effettualità sociale, l’intruppamento di milioni di proletari, e di operai, in forme stornate, deformate, mostruose che formattano l’odio di classe corrompendolo, snaturandolo, trainandolo verso una conseguenza abietta, il rifarsela sugli ancor più deboli, il riprodurre relazioni di sopraffazione, di sottomissione, a catena, a cascata, in una corsa miserabile spinta da concorrenza mimetica, in un gioco di scaricabarile o comunque, al massimo, di specularità subalterna, come ritorsione?
FRANCE/Senza rischiare di doverci sentir accusare di «banalizzazione», non possiamo vedere nell’uovo del serpente del cumulo di ambivalenze risolventisi in ambiguità a premessa di successive decantazioni, che connotava le prime scorribande delle SA nelle strade di Weimar, l’embrione di quello che sarà lo scenario risolutamente apocalittico degli ultimi anni ’30 e della prima méta dei ’40 ? Niente si ripete mai identicamente (e la frase di Marx sulla farsa come calco e replica della tragedia non è certo una regoletta catechistica). Niente si ripete identicamente, ma questo non vuol dire che ogni volta si debba cercare l’assolutamente inedito – è per questo che, nel finale dell’Arturo Ui, Brecht attira l’attenzione sul grembo sempre fertile che partorì la bestia immonda. Dev’essere però mostrato con chiarezza che ciò che ha deciso e fatto eseguire da elementi della sua truppa la Cgt ieri, è della stessa natura di ciò che la Lega Nord o i caricaturali nazistoidi di Saja, stanno inscenando nelle strade delle città italiane. Si tratta di formattazione del male di vivere nelle forme che, in una luminosa definizione benjaminiana, sono le più antitetiche all’autocognizione come classe, che è dunque forma autopoïetica. Soldataglia coloniale, turba fascista, teppa shalamoviana – ognuna inquadrata dai corrispondenti gerarchi e relative catene: queste sono le definizioni appropriate.
I Thibaud (il segretario generale della Cgt) non sono, in sé, migliori o peggiori dei Maroni o Hortefeux (il suo omologo di Francia) – questa problematica comparatista su migliori, peggiori, men-peggiori ci sembra insensata. Sono – e chi non lo aveva rivelato interamente prima, in questo passaggio e momento della verità lo mostra inequivocabilmente – dei veri e propri nemici. Ma rispetto ad autorappresentazioni e proiezioni d’attesa e fiducia che essi irradiano, a partire dall’onomastica, i Thibaud rappresentano la componente dell’infamia. Non perché realmente «tradiscano» qualcosa (che, per come si ponevano ed erano, son sempre stati, c’era poco o niente da tradire…), ma perché la lunga persistenza del peso delle parole, quel dirsi comunisti, li ha legati per ragioni di catene genealogiche di cui resta comunque una conseguenza onomastica pregna di mistificazione ed equivoco, una conseguenza di omonimia. Se si farà un corteo sotto la sede della Cgt, non sarà questione di psicodrammi e di “lacrime e parole amare”, ma il dirigere la lotta, di volta in volta, là dove risiede il potere costituito responsabile di un atto d’ostilità, di vera e propria guerra sociale. Una nota – non già di speranza, ma di scommessa: dopo più di ventiquattrore, sono ancora tutti e tutte lì, su quel marciapiede, e a rischio di una retata che li porti in un centro di detenzione e di smistamento per la deportazione. La vita nuda mostra così la sua irriducibile potenza, la sua disperata vitalità, potenza di persistere nel proprio essere

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Le immagini del commando Cgt
Parigi, la Cgt sgombera la bourse du travail occupata dai migranti
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
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