Tranquilli! Vincenzo Guagliardo dopo 33 anni resta in carcere

L’ultimo ricatto congeniato dai tribunali di sorveglianza contro i progionieri politici

di Mario Dellacqua
L’Altro, 24 luglio 2009

Questa storia non mi da pace, non interessa quasi nessuno e non ci posso fare niente. Quando Vincenzo Guagliardo è sparito nella lotta armata, non me ne sono accorto. Ero distratto. Quando ne è uscito passando attraverso il carcere -ora sono una vita di 33 anni –  ero ancora più distratto e le sue foto sul giornale dietro le sbarre smuovevano al massimo la mia curiosità, ma finiva lì. Poi vennero i suoi libri. Li ho letti e ne ho parlato su queste ospitali colonne. Venne anche la dimessa lotta solitaria, sua e di sua moglie Nadia Ponti, per ottenere il diritto all’affettività in carcere, U2030250condotta con implacabile serenità, anche a costo di rinunciare ai benefici di una legislazione che premiava i detenuti a condizione che esprimessero atti di contrizione, esibizioni pubbliche di pentimento, richieste spettacolari di perdono. La giustizia italiana non concesse i benefici e neppure l´affettività, perché l´umanità del trattamento carcerario prescritta dalla Costituzione si accontenta di considerare i detenuti ancor meno di animali rinchiusi in uno zoo. Vincenzo e Nadia continuarono a rivendicare la loro dignità di persone senza pretese e rifiutarono persino di tentare la via della spettacolarizzazione massmediatica del loro caso. Scelsero la via del silenzio che reputarono la forma di mediazione più consona alla tragedia della quale erano stati corresponsabili.
Perciò i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Roma respinsero nel settembre scorso la prima istanza di liberazione condizionale: Guagliardo era colpevole della “scelta consapevole di non prendere contatti con i familiari delle vittime”.
Ma un incontro era avvenuto nel 2005, come Sabina Rossa ha testimoniato in un libro uscito ben prima che la figlia dell’operaio comunista ucciso a Genova nel 1979 diventasse parlamentare del Pd. Semplicemente avvenne senza chiamare Bruno Vespa (senza la benedizione televisiva del quale anche i fatti accaduti sono revocati), perché Vincenzo e Nadia non volevano che un così drammatico faccia a faccia apparisse “merce strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa.” L’onorevole Rossa, anzi, si rivolse spontaneamente al magistrato di sorveglianza, riferì dell´avvenuto colloquio, chiese la liberazione dei due detenuti e presentò addirittura una proposta di legge che non subordinava la concessione della condizionale alla imponderabile verifica pubblica della sfera interiore del detenuto come prova dell’autenticità del ravvedimento. Ma i giudici non si sono accontentati e ad aprile hanno respinto per la seconda volta la richiesta di Guagliardo. Non bastano più i contatti con le persone offese: ora si decide che essi assumono “valenza determinante” solo se “accompagnati dall´esternazione sincera e disinteressata”. Poco importa se Sabina Rossa, la figlia della vittima, ha chiesto la liberazione del condannato all’ergastolo dopo 33 anni di carcere: la sua è una “manifestazione isolata non rappresentativa delle persone offese”. guagliardo_di_sconfitta
Anche noi anarchici siamo tenuti a rispettare la giustizia e le sentenze di uno Stato che non amiamo, ma nessuno ci toglierà dalla testa che “il tema del perdono -come scrive il giornale comunista Liberazione del 15 aprile scorso – o meglio la mediazione riparatrice o riconciliatrice, attiene alla sfera privata, non a quella dello Stato. ” Lo Stato democratico, se non vuole diventare Stato etico, non dovrebbe spoliticizzare il pubblico e politicizzare il privato: piuttosto dovrebbe, come stabilisce la Costituzione, misurare se le pene inflitte – che non devono essere contrarie al senso di umanità – hanno raggiunto l’obiettivo della rieducazione del condannato al quale devono sempre tendere (art. 27). La lotta di Nadia e Vincenzo continua con esemplare e magistrale serenità: essa non cancella l’inamovibile tormento, ma lo scioglie e lo distribuisce sotto forma di una domanda e di un’offerta di umanità che colpisce e turba anche i distratti come me, sempre impegnati in cose più importanti, che non so quanto siano effettivamente più importanti.

Link
Ancora ergastolo per Vincenzo Guagliardo
Sabina rossa e gli ex-terroristi siano liberi senza il sì di noi vittime (Corriere della sera)
Sabina Rossa, “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari”
Sabina Rossa,“Scarcerate l’uomo che ha sparato a mio padre”
La battaglia di Sabina Rossa per l’uomo che sparò al padre

I Limiti della dietrologia, un libro che inanella stronzate!

Libri trash – Stefania Limiti, L’Anello della Repubblica, Chiarelettere editore 2009

Marco Clementi
L’Altro 18 luglio 2009

Il dibattito che si è sviluppato sul cosiddetto doppio stato, che sulle pagine di questo giornale ha ospitato già alcuni contributi, si è arricchito da poche settimane di un nuovo tassello grazie a un libro pubblicato dall’editore Chiarelettere, L’Anello della Repubblica, scritto da Stafania Limiti. Il volume sarebbe dedicato, almeno stando al titolo, a un servizio segreto “clandestino”, chiamato “Anello” o “Noto Servizio” che, creato ancora nel 1943 dal generale Roatta, avrebbe gestito alcuni casi della recente storia italiana (la fuga di Kappler, il caso Moro e il caso Cirillo). Nella postfazione di Paolo Cucchiarelli si legge che il servizio “alle informali dipendenze della Presidenza del Consiglio e impegnato a condizionare la vita interna dei partiti e quella del libero gioco democratico”, rappresenta “in pieno quell’organizzarsi nell’ombra per operare in parallelo rispetto alle strutture dello Stato” (p. 298). Purtroppo, nulla di tutto ciò si trova nel libro, e la stessa organizzazione clandestina, lungi dall’essere presente a tutto tondo, emerge raramente nella confusione generale della narrazione. Prima di spiegare quello che intendo, devo premettere che un servizio segreto è una cosa seria; si tratta di un’organizzazione strutturata e gerarchica, dove esistono precisi livelli di segretezza, con relativi accessi. Tanto per essere chiari, non basta appartenere al Kgb per poter conoscere tutti i segreti del Cremlino. Anzi, non esiste proprio un agente onnisciente (il più delle volte è vero esattamente il contrario, un agente sa solo ciò di cui si occupa direttamente) e soltanto in pochissimi hanno accesso ai livelli più alti di segretezza. Se questo è vero, nel servizio clandestino chiamato “Anello” tutto ciò sembrerebbe mancare, se mai il “noto servizio” sia esistito. Perché tutte le informazioni dirette che lo riguardano, nascita, nome, competenze, dipendenze, sono confuse e contraddittorie. Per quanto riguarda la nascita, infatti, esistono diverse versioni. Secondo la prima, il “noto servizio” sarebbe stato creato per volontà dell’ex capo del Servizio militare fascista, il generale Mario Roatta, alla fine del 1943. Destituito il quale, sarebbe stato preso in mano da un generale ebreo polacco, tale Otimsky, giunto in Italia sempre alla fine del 1943 al seguito della delegazione sovietica presso il governo di Badoglio. Roatta fu capo di Stato Maggiore italiano fino al 12 novembre 1943, quando venne destituito perché accusato di non aver difeso adeguatamente Roma. Arrestato nel 1944, riuscì a fuggire in Spagna, mentre in Italia il processo contro di lui si concludeva con la condanna all’ergastolo per l’assassinio dei fratelli Rosselli. L’oscuro generale Otimsky non poteva essere giunto in Italia con i sovietici alla fine del 1943, perché non esisteva alcuna delegazione sovietica presso il nostro governo a quella data, dato che le relazioni dirette tra il governo italiano e quello sovietico furono stabilite solo nel marzo del 1944. Tanto per non fare torto a nessuno, comunque, oltre che con i sovietici, Otimsky viene anche dato come giunto al seguito delle truppe del contingente polacco del generale Anders (p. 59), nonché di un tale Arazi, incaricato nel 1945 di “impiantare e dirigere la locale stazione del Mossad”, cosa definita “un’ipotesi molto seria” (p. 63). La seconda versione sulla genesi di Anello fa risalire la sua nascita agli anni Settanta per volontà di Andreotti (pp. 24/25) che a capo del governo voleva creare una struttura in grado di rimediare al caos dei servizi e fungere da anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo durante la riforma del 1977-78. Esiste, infine una terza versione, che pone la nascita del servizio “nel vuoto istituzionale e politico dell’immediato dopoguerra”, quando, è bene ricordarlo, anche il Pci era al governo (p. 419). Le tre versioni sono offerte al lettore senza ulteriori commenti, né ci si preoccupa di metterne in luce le contraddizioni. Sul nome la questione non migliora: “magari fin dalla nascita questo nome è stato ‘Anello’, oppure un altro che non è filtrato mai da testimonianze e documenti. Nel gergo delle spie ‘noto servizio’ è un termine utilizzato per riferirsi a una precisa ‘cosa’ e si presuppone che l’interlocutore la conosca o che, altrimenti, è bene non capisca”. (p. 24). Se data di nascita, paternità e nome non sono chiari, nessuna luce neanche sullo status del servizio. Esso è chiamato “struttura illegale” (p. 24), “gruppo parapolitico” (p. 124) e nel corso del libro genericamente “servizio segreto occulto”; dato che fin dall’inizio del racconto si chiarisce che era alle dirette dipendenze della presidenza del Consiglio, addirittura fino a Craxi, perché definirlo illegale o parapolitico? Per quanto riguarda le sue dotazioni, poi, siamo vicini al surrealismo: “Il ‘noto servizio’ – leggiamo a p. 101 – contava su parecchi mezzi: disponeva anche di un aereo e di un elicottero. Non risulta però che avesse una propria dotazione di armi: sarebbe stata un ‘ingombro’ e avrebbe accresciuto solo i rischi che qualche ficcanaso ne chiedesse conto. E poi, probabilmente, non c’è n’era quasi bisogno. In moltissime caserme c’erano […] i cosiddetti Magazzini Dit, destinati alla difesa interna del territorio: grandi quantità di materiale bellico, custodite in stanze ben chiuse nelle caserme dei Carabinieri sparse sul territorio. È molto probabile che lì si rifornissero anche gli agenti del ‘noto servizio’ ”. Ovviamente, un servizio segreto non può funzionare in questo modo macchinoso, ma comunque si tratta, come ci dice la chiosa del brano citato, di una mera ipotesi.
Ora, quale che ne fu la genesi, il nome, il padre, lo status e gli attributi, “Anello” sarebbe intervenuto in tre episodi importanti della storia recente italiana: la fuga del criminale nazista Herbert Kappler dal Celio di Roma, il rapimento di Aldo Moro e quello di Ciro Cirillo, entrambi operati dalla Br, anche se all’epoca del secondo ormai non esisteva più un’organizzazione unitaria e chi prese Cirillo e poi lo liberò per denaro (le future Br Partito Guerriglia di Senzani e dei capi storici ancora in carcere) fu aspramente criticato dalle vecchie Br morettiane. Ebbene, in tutti e tre i casi l’Anello, secondo quanto si afferma nel libro, non solo non agì in modo occulto, ma eseguì in modo assolutamente leale gli ordini che avrebbe ricevuto dalla presidenza del Consiglio. Nel primo caso l’ordine era proprio organizzare la fuga del criminale delle Fosse Ardeatine, nel secondo caso, dopo aver svolto egregiamente il proprio lavoro, ossia trovato la prigione di Moro, il capo dell’Anello sarebbe stato fermato da Andreotti, che avrebbe detto “Moro vivo non serve più a nessuno” (p. 196), mentre nel terzo avrebbe avviato e concluso le trattative con le Br attraverso il capo della camorra, Raffaele Cutolo, riuscendo a far rilasciare l’assessore democristiano Cirillo. Alla fine della lettura, lungi dal trovarci di fronte alla soluzione dei nostri problemi, si ha come l’impressione che il “noto servizio” non sia mai esistito e che quanti ne hanno rivendicato l’affiliazione siano stati, forse, dei millantatori. Un’altra ipotesi, è che gli scarsi documenti a disposizione degli studiosi siano stati creati illo tempore per un’operazione di depistaggio e per questo poi dimenticati nella “discarica dei servizi” di via Appia, a Roma, dove Aldo Giannuli li trovò più di dieci anni fa. Sarà stato davvero così? È un’ipotesi credibile? Mistero.

Link
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Stato e dietrologia – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta

Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana – PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto – Paolo Persichetti
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico – Paolo Persichetti
Il caso Moro – Paolo Persichetti
Storia della dottrina Mitterrand – Paolo Persichetti

Francia, le nuove lotte operaie

Alla Nortel si riapre la trattativa dopo la minaccia di far saltare gli stabilimenti.
I lavoratori chiedono 100mila euro a testa di indennizzo-licenziamento

Paolo Persichetti
Liberazione 16 luglio 2009

Le buone idee circolano rapidamente. Dopo la minaccia di far saltare in aria i capannoni stracolmi di manufatti, lanciata nei giorni scorsi dal consiglio di fabbrica della New fabbris se le ditte committenti (Renault e Peugeot) non avessero sganciato i 30 mila euro a testa d’indennità di licenziamento rivendicati, anche gli operai della Nortel France hanno deciso d’intraprendere la stessa strada. continental-greve-clairoix-social«Qui nessuno ha più niente da perdere», hanno dichiarato a Libération alcuni di loro stanchi di non essere presi in considerazione nonostante le ripetute azioni di lotta e una settimana di sciopero continuo. Dopo una serie d’incontri interlocutori, gli amministratori della Ernst & Yong, insieme al curatore fallimentare del gruppo, hanno abbandonato il tavolo della trattativa spingendo così gli operai ad elevare il livello del conflitto. Ma è bastato inscenare la minaccia per sbloccare la situazione e ottenere l’immediata fissazione di un nuovo incontro. Per questo motivo ieri mattina sono state rimosse le undici bombole di gas innescate e piazzate il giorno prima all’interno del sito aziendale di Châteaufort, nelle Yvelines, dipartimento ad ovest di Parigi. La notizia è stata confermata da un giornalista dell’Afp che ha potuto visitare i luoghi. «Abbiamo ottenuto una importante copertura mediatica. La collocazione delle bombole era un atto simbolico forte per dire che siamo spinti all’estremo», ha spiegato Christian Bérenbach, delegato sindacale della Cftc. Sempre nella giornata di ieri era prevista anche la visita sul sito della fabbrica del ministro dell’Industria Christian Estrosi. Il governo fino ad ora è stato molto cauto nel timore d’innescare una rivolta sociale che raccoglierebbe grande consenso popolare. Di fronte alla grave crisi economica, che sta provocando la moltiplicazione dei licenziamenti e la chiusura degli impianti, ha sempre scelto la via del negoziato rinunciando a qualsiasi intervento della polizia.
In attesa dell’arrivo del ministro, gli operai hanno occupato l’autostrada che passa vicino l’azienda ed eretto una barriera filtrante con distribuzione di volantini agli automobilisti, per poi dirigersi verso la sede di Bouygues Telecom, uno dei colossi della telecomunicazione tra i maggiori committenti della fabbrica.
Come le altre filiali europee, Nortel France (azienda canadese appaltatrice nel settore delle telecomunicazioni, con 26 mila dipendenti nel mondo) si trova dall’inizio dell’anno sotto controllo giudiziario ed è gestita da amministratori di una società di consulenza anglosassone. L’azienda madre è stata travolta dalla crisi della bolla speculativa ed ora è tallonata dai creditori canadesi e statunitensi. Nel febbraio scorso ha annunciato la soppressione di 3200 posti di lavoro. A maggio il tribunale di Versailles l’ha posta definitivamente in liquidazione senza però bloccare l’attività produttiva, almeno fino al prossimo 19 agosto, data limite entro la quale dovranno essere depositate eventuali offerte d’acquisto. Nel frattempo il piano di crisi approntato dagli amministratori provvisori prevede il licenziamento di 480 dei 680 dipendenti. Licenziamenti che si estenderanno all’insieme dell’organico se non interverrà la cessione sul mercato dell’intero gruppo o delle sue attività più competitive. La crisi è talmente profonda che i sindacati hanno rinunciato ad opporsi alla chiusura degli impianti per puntare unicamente su un cospicuo indennizzo dei licenziamenti, maggiore di quello previsto nelle normative contrattuali in vigore. La contropartita richiesta ammonta ad un indennizzo di 100 mila euro a testa per ogni licenziato. La partita politica di fondo è chiara: è più giusto rimborsare gli operai che hanno prodotto valore, o le banche che quel valore hanno bruciato negli hedge fund ?

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Cronache operaie
La violenza del profitto: ma quali anni di piombo, gli anni 70 sono stati anni d’amianto
New Fabbris, fabbrica minata dagli operai
Bossnapping, gli operai di Continental strappano l’accordo
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Grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe
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Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
F
rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia
Rabbia populista o nuova lotta di classe
Francia, sciopero generale contro la crisi
S
ciopero generale, giovedi 29 gennaio la Francia si è fermata
Francia, tre milioni contro Sarko e padroni

L’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza

I dati sulla recidiva per chi ha usufruito dell’indulto resi noti dall’associazione a Buon diritto. Non servono nuove carceri ma ridurre l’incarcerazione. Amnistia, indulto e abolizione delle leggi criminogene come la Bossi-Fini, Fini-Giovannardi, ex Cirielli e pacchetto sicurezza Maroni

Paolo Persichetti

Liberazione
15 luglio 2009

Dopo tre anni i dati sull’indulto parlano chiaro e smentiscono la gigantesca campagna di disinformazione e deformazione della realtà costruita dai media e da buona parte di quel mondo politico (di destra come di sinistra) che votò in parlamento il provvedimento di clemenza per poi subito dopo nascondere la mano, fatta eccezione per le diverse anime di Rifondazione, che pure dovette pagare pegno con molti suoi sostenitori (Liberazione venne sepolta dalle proteste di molti lettori accecati dal giustizialismo dipietrista) e i Radicali. L’associazione A buon diritto, finanziatrice della ricerca, ha diffuso ieri nel corso di una conferenza stampa le ultime cifre aggiornate al 30 giugno 2009.

L'infame campagna goebbelsiana contro l'indulto

L'infame campagna goebbelsiana contro l'indulto

Il dato che emerge è eloquente. Dietro ogni fatto di cronaca nera, d’episodio efferato o allarme sociale, la menzogna dice che c’è un indultato. La realtà, invece, racconta cose molto diverse: per chi ha usufruito dello sconto di pena di tre anni il tasso di recidiva, ovvero la reiterazione del reato, è solo del 28,45%. Tra quelli che invece hanno scontato la pena per intero, il tasso di recidiva s’impenna e raggiunge il 68%. Gli indultati che tornano a delinquere sono meno della metà di quelli che non hanno avuto sconti. Non solo, ma la propensione a delinquere cala ancora di più tra i cittadini stranieri, solo il 21,36% rispetto al 31,9% degli italiani. A confermare questa tendenza c’è un ulteriore dato: la reiterazione del reato precipita (appena il 21,78%) tra chi accede a misure restrittive diverse dalla detenzione, sia che si tratti della fase antecedente al processo che durante l’esecuzione pena. Queste cifre, che andrebbero quotidianamente sbattute in faccia a gente come Di Pietro, Gasparri, La Russa, Cofferati e Calderoli ogni volta che aprono bocca, dicono una cosa molto semplice: il carcere è un fallimento e la certezza della pena equivale a una matematica reiterazione del reato. Altrimenti detto: più carcere e pene severe incrementano la propensione al crimine e rendono la società più insicura. Non si tratta di buonismo spicciolo, ma del fatto che provvedimenti di clemenza come l’indulto, o la tanto demonizzata amnistia, quando vengono varati sono sempre accompagnati da misure dissuasive. Clausole che vincolano il beneficiario al rispetto della legge, per un periodo in genere non minore ai cinque anni, pena la perdita dello sconto ottenuto e l’immediato ritorno in carcere. Questo tipo di dissuasione “non costrittiva” assume una valenza sociale molto più proficua delle mura del carcere, e facilita anche quel legame sociale che la reclusione distrugge, riducendo la carica di frustrazione, risentimento e rivalsa sociale che spesso stanno dietro la recidiva dopo anni di vita carceraria. Senza l’indulto di tre anni fa oggi la situazione sarebbe ancora più catastrofica. Nelle carceri si troverebbero già oltre 70 mila rinchiusi. L’effetto deflattivo della clemenza è stato ridotto dal mancato varo parallelo di un’amnistia che avrebbe anche alleviato il lavoro dei tribunali. Nonostante l’evidenza di queste cifre, il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha ribadito, nel corso di un convegno dal titolo più che significativo, “Più carcere, più sicurezza”, di aver «escluso ulteriori provvedimenti d’indulto e di amnistia» ma di aver scelto al loro posto «di costruire nuove carceri che saranno pronte nel 2012». Una bufala, come ricorda Patrizio Gonnella dell’associazione Antigone, «Avevano promesso 17 mila posti letto in più ma ancora non si è visto nulla. Per costruire un carcere servono in media 8 anni, ma con questa progressione nel 2012 saremo a 100 mila detenuti e le carceri progettate saranno già insufficienti».
Il governo gioca con il fuoco. C’è un solo modo per trovare una soluzione al problema: oltre al varo di un nuovo indulto e di un’amnistia, abolire quelle leggi che producono carcere, come la Bossi-Fini, la Fini-Giovannardi, l’ex-Cirielli e l’ultimo pacchetto sicurezza.

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Carcere, il governo della sofferenza
Carcere, solo posti in piedi
Ho paura dunque esisto
Sistema carcere, troppi morti
Detenuto morto nel carcere di Mammagialla, è il sesto in un anno

Mammagialla morning
Come si vive e si muore nelle carceri italiane
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Abruzzo la terra trema anche per i dimenticati in carcere
Lì dove il secolo è il minuto
Prigioni i nuovi piani di privatizzazione del sistema carcerario
Carceri private il modello a stelle e strisce privatizzazioni e sfruttamento
Aboliamo le prigioni
Il lavoro in carcere
Le misure alterantive al carcere sono un diritto del detenuto
Basta ergastolo: parte lo sciopero della fame
Manuel eliantonio morto nel carcere di Marassi
Carcere di Forli: muore in cella abbandonato nessuno lo ha soccorso
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New fabbris, la fabbrica minata dagli operai

Accade in Francia, dove l’azienda ha annunciato il licenziamento di 366 lavoratori e la chiusura

Paolo Persichetti
Liberazione 14 luglio 2009

Quando si dice una situazione esplosiva. I 366 lavoratori della New Fabris, azienda dell’indotto automobilistico specializzata nella fonderia in allumino, situata a Châtellerault nel centro della Francia, hanno minacciato di far esplodere i capannoni dello stabilimento dove sono custoditi componenti per automobile appena usciti dalle linee di produzione. Si tratta di materiale del valore di circa 2 milioni di euro, a cui deve aggiungersi un macchinario 210217nuovo della Renault, anche questo stimato per un valore analogo, se entro il 31 luglio Renault e Peugeot-Citroën, principali committenti della fabbrica per circa il 90% dell’intera produzione, non verseranno un’indennità di 30 mila euro per ogni dipendente. «Tutto è pronto, le bombole di gas sono state collegate tra loro. Basta solo accendere l’innesco per provocare l’esplosione», ha dichiarato all’Afp il delegato sindacale della Cgt e segretario del consiglio di fabbrica Guy Eyrmann. In questo modo verrà ridotto in fuochi d’artificio l’intero stock di pezzi che le due case automobilistiche devono ancora ritirare. La crisi si fa sempre più dura e le sue conseguenze diventano devastanti per l’occupazione. La tensione monta perché il futuro si fa sempre più nero. I lavoratori allora cercano di strappare il possibile e non rinunciano ad escogitare sempre nuove forme di lotta. Se le tradizionali proteste sindacali passano inosservate, se scioperi e occupazioni risultano armi spuntate perché la produzione è ferma e le tasche del padronato non subiscono danni, allora le maestranze danno libero sfogo alla fantasia. Bossnapping (trattativa forzata), e se ancora non basta, distruzione degli impianti e delle merci, devastazione dei locali della prefettura. Tutto va bene purché si riesca a stanare il padronato, costringerlo a negoziare. Se gli amministratori delegati latitano, gli operai vanno a cercarli e li bloccano ad un tavolo di trattativa; se le autorità fanno orecchie da mercante, in massa si va nei loro uffici. Insomma, a situazioni estreme, estremi rimedi. Non sono gli operai che drammatizzano il conflitto, ma la realtà che lo rende drammatico. Alla New Fabris gli stabilimenti sono occupati dal 16 giugno scorso, quando l’azienda è stata messa in liquidazione dal tribunale del commercio di Lione. Già nel 2008 la fabbrica era stata rilevata nel corso di un’altra procedura di fallimento dal gruppo italiano Zen, 600 dipendenti con sede a Padova, specializzato nella meccanica di precisione e in prodotti per l’indotto automobilistico. Solo 380 degli iniziali 416 salariati avevano conservato il posto di lavoro. Per reclamare gli attuali 30 mila euro d’indennizzo a testa, il consiglio di fabbrica si è basato sulla somma già versata da Renault e Peugeot-Citroën ai circa 200 licenziati del gruppo Rencast. Azienda satellite, anche questa finita nelle mani del gruppo italiano Zen, poi messa nuovamente in liquidazione nel marzo scorso e ripresa dalla francese Gmd. Il prossimo 20 luglio è previsto un incontro presso il ministero dell’Industria, forse in presenza dello stesso ministro Christian Estrosi. Intanto la settimana scorsa circa 150 operai si sono recati in pulman presso la direzione della Psa (gruppo Peugeot-Citroën). Un incontro analogo è previsto giovedì prossimo con la direzione di Renault che tuttavia contesta il pagamento d’indennizzi che non rientrano nelle normative e il principio dell’equiparazione dei premi di licenziamento tra ditte appaltatrici. Come se il lavoro prestato non fosse identico. Ma «se noi non avremo nulla, anche loro non avranno niente», ha ricordato il segretario del consiglio di fabbrica.

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Strage di Bologna, i palestinesi non c’entrano

Rettificato il grave errore presente nel libro, «Storia nera»

Andrea Colombo
il manifesto
16 luglio 2009

Mi è stato solo di recente segnalata la presenza di un errore piuttosto serio nel mio libro sulla strage di Bologna, Storia nera, uscito ormai due anni fa per Cairo editore. Essendo l’errore in questione foriero di gravi equivoci, ho chiesto ospitalità al manifesto per porvi un sia pur tardivo rimedio.
Nel libro avevo scritto che Abu Saleh, il militante palestinese in carcere dal ’79 in seguito all’individuazione di un lanciamissili trasportato, per conto dei palestinesi, da tre militanti romani del Collettivo di via dei Volsci, era stato scarcerato a metà dell’agosto 1980. L’informazione è certamente errata. Secondo la commissione Mitrokhin, Saleh fu scarcerato sì a metà del mese di agosto, ma del 1981. Le carte processuali parlano invece del 1982. Interpellati, i commissari della Mitrokhin spiegano che in effetti Saleh rimase tecnicamente in carcere fino all’82, ma sostengono che già dall’anno precedente il palestinese si trovava agli arresti domiciliari. I suoi coimputati italiani smentiscono e affermano che Saleh è rimasto in carcere sino al momento della definitiva liberazione.
In ogni caso è certo che Saleh non fu liberato il 14 agosto 1980, cioè meno di due settimane dopo la strage alla stazione di Bologna. Può sembrare un particolare: non lo è. L’ipotesi secondo cui l’arresto di Abu Saleh sarebbe legato alla strage di Bologna parte infatti dal patto segreto stretto tra le organizzazioni palestinesi e Aldo Moro, per il tramite del colonnello dei servizi segreti Stefano Giovannone, in base al quale i palestinesi potevano trasportare liberamente materiale bellico sul territorio italiano purché non lo adoperassero in Italia. L’arresto di Abu Saleh (e il sequestro del lanciamissili) costituivano una violazione di quel patto, e infatti il leader dell’Fplp George Habbash protestò vigorosamente, quasi minacciosamente, con il governo italiano invocando il rispetto degli accordi e reclamando sia la restituzione del lanciamissili che la liberazione di Abu Saleh. È ovvio che, in questo quadro, la liberazione del palestinese solo pochi giorni dopo la strage avrebbe costituito, pur senza alcun valore probatorio, un elemento a sostegno della cosiddetta pista palestinese. Di qui, anche a distanza di due anni, la necessità di correggere pubblicamente l’errore.
Approfitto però dell’occasione per fornire un chiarimento che mi pare necessario. «Storia nera», così come i molti articoli «innocentisti» scritti da me e da altri sul «manifesto» nel corso di circa quindici anni, non si proponeva di individuare i colpevoli della strage, ma solo di indicare chi colpevole non è, pur essendo per quella strage stato condannato. Mi sono pertanto limitato a elencare, nell’ultimo capitolo del libro, tutte le ipotesi che in questi decenni sono state avanzate, inclusa la «pista Saleh», senza minimamente prendere posizione a favore dell’una o dell’altra. In questo contesto, non parlare della succitata ipotesi sarebbe stato impossibile. O gravemente reticente.

Link
Giovanni De Luna, “golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70%”
Strage di Bologna, la montatura della pista palestinese
Strage di Bologna, l’ultimo depistaggio

Il Nemico interno/L’Ennemi interieur, La généalogie coloniale et militare de l’ordre sécuritaire dans la France contemporaine

Il “nemico interno” dello Stato. Le periferie come le colonie

Paolo Persichetti
Liberazione 12 luglio 2009

La temperatura sociale delle periferie francesi è sempre alta. La cronaca non esita a restituirci immagini non molto lontane dalle scene di guerra. E, in effetti, i dispositivi messi in piedi dal governo evocano apertamente la figura del «nemico interno». Dispiegamento delle più aggiornate tecnologie rigousteantisommossa (elicotteri, micro-droni, telecamere di sorveglianza), fino alla spettacolarizzazione delle retate di polizia con massiccio dispiegamento di forze sotto gli occhi delle telecamere, fermi in massa, introduzione d’istituti giuridici come la «testimonianza sotto anonimato» e i giudizi processuali per direttissima; creazione di una branca specifica dei Servizi (appartenenti alla nuova Direction centrale du renseignement intérieur, Dcri), con competenza sulle banlieue, sui moti urbani, il cosiddetto fenomeno delle «bande», la nascita di nuove banche dati centrali, come il sistema Edvige-Edvirsp e Cristina (Cf. Liberazione – Queer del 5 ottobre 2008), finalizzati alla schedatura «di ogni persona d’età superiore ai 13 anni che abbia sollecitato, esercitato o stia esercitando un mandato politico, sindacale o economico o che rivesta un ruolo istituzionale, economico, sociale o religioso significativo». Insomma un intero arsenale tecnico, giuridico e poliziesco che rinvia apertamente al regime dello stato d’eccezione.
E’ indubbio che tutto ciò ricalca un immaginario di guerra che conduce a rappresentare alcune zone della società come dei teatri bellici dove l’intervento pubblico non si concepisce più nei termini della politica e del welfare ma unicamente sotto l’aspetto repressivo, per giunta nella sua forma più intensa: quella militare. Questo «nuovo ordine sicuritario» contemporaneo avrebbe una genealogia ben precisa rintracciabile nell’esperienza coloniale e militare della Francia. E’ quanto dimostra Mathieu Rigouste in L’Ennemi interieur, La généalogie coloniale et militare de l’ordre sécuritaire dans la France contemporaine (La Découverte, 2009).
Il caso francese deve intendersi come un laboratorio, un’esperienza pilota, l’anticipazione di scenari e comportamenti esportabili nel resto del mondo. police-partout3
In fondo è già accaduto in passato, quando la «dottrina della guerra rivoluzionaria», elaborata dagli stati maggiori francesi nel corso delle guerre coloniali d’Indocina e d’Algeria, popolarizzata nel libro del colonnello Roger Trinquier, pubblicato nel 1961 col titolo, La Guerre Moderne, (ripubblicato da Economica nel 2008) ed a cui la Cia ispirò il suo primo manuale antisovversione, è diventata la madre di tutte le dottrine contro-insurrezionali del dopoguerra impiegate dalle forze Nato come da tutte le dittature militari e fasciste, in particolare in Sud America. La counterinsurgency statunitense altro non è che la rielaborazione delle tesi che i generali francesi hanno insegnato nelle scuole di guerra del Nord America. Si veda in proposito il lavoro di Marie-Monique Robin, Escadrons de la mort, l’école française, (La Découverte 2004), che rintraccia l’inquietante percorso di alcuni ufficiali maggiori dell’esercito di Parigi, reduci dall’Indocina e dall’Algeria, che hanno formato alla controguerriglia gli ufficiali Usa a Fort Bragg e nella famigerata Scuola delle Americhe. Un apostolato antisovversivo segnato da varie tappe: lo sbarco come consigliere militare in Argentina, nel 1957, del colonnello Bentresque; il suo primo giro di conferenze (1962) nelle caserme sudamericane per insegnare le strategie antisovversive; Il manuale, Instruction pour la lutte contre la subversion, scritto sempre dai colonnelli Ballester e Bentresque; la proiezione, nel 1971, all’interno della scuola di meccanica della Marina a Buenos Aires (dove furono seviziati migliaia di cittadini sospettati d’essere militanti di sinistra) delle scene presenti nel film, La battaglia d’Algeri, di Gillo Pontecorvo, per rendere più efficaci i corsi di tortura impartiti ai presenti. La missione in Brasile del generale Paul Aussaresses, il gran maestro della tortura in Algeria, l’uomo che ha perfezionato e insegnato a tutti gli eserciti e polizie dell’Occidente l’uso degli elettrodi (sui genitali e le tempie) e della waterboarding (l’annegamento simulato) durante gli interrogatori. Metodi impiegati diffusamente anche dalla nostra Digos contro i militanti della lotta armata arrestati nel biennio 1982-83, ben prima che suscitassero scandalo perché impiegati dalla Cia nelle prigioni di Guantanamo e Abu Ghraib.
Le tesi della guerra rivoluzionaria sostituite da De Gaulle, non senza difficoltà, grazie all’arma nucleare acquisita nel 1960, e con la dottrina della dissuasione del «debole verso il forte», non sarebbero mai state rimosse definitivamente, anzi avrebbero mantenuto solide radici all’interno di alcuni settori militari per trasmigrare nelle forze di polizia ispirando le politiche di «mantenimento dell’ordine», utilizzate “ufficiosamente” nell’area d’influenza africana e nella gestione del controllo interno dopo il 1968 e da qui, soprattutto dopo l’11 settembre, assorbite anche dal mondo della politica fino a dare forma a un modello di potere militarizzato. Al vecchio nemico geopolitico comunista dell’epoca dei blocchi, dopo l’89 si sono venuti a sostituire una proliferazione di «nuove minacce», terrorismo, islamismo, violenze urbane, incivilités (qualcosa che assomiglia al nostro bullismo) che hanno giustificato la riedizione di una nuova figura di nemico interno, l’immigrato post-coloniale in grado di riattivare il risorgere di passate rappresentazioni razziste. Un nemico socio-etnico, locale e globale al tempo stesso, dissimulato nei quartieri popolari, residente nelle periferie, soprattutto tra i «non bianchi poveri».
L’immaginario, la costruzione e proiezione di raffigurazioni che vanno ad arricchire il repertorio delle classi pericolose e delle leggende ansiogene, costituiscono un elemento decisivo di questo nuovo ordine sicuritario che ispirandosi ai criteri della «guerra totale», ricorre alla cosiddetta «guerra psicologica», ovvero alla mobilitazione delle coscienze, alla costruzione di consenso, lì dove lo Stato-nazione è concepito come un organismo che la difesa nazionale deve immunizzare dalle malattie sociali, dai contagi rivoluzionari, dalla piaga del crimine, l’epidemia del vizio, e rassicurare dalle paure.
Questo nuovo ordine collima con una nuova formazione sociale che Mathieu Rigouste definisce «capitalismo sicuritario», dove il controllo oltre a riprodursi in forma allargata ha ingenerato un proprio mercato. La forma più inquietante di questo modello è la constatazione del grado di adesione dei controllati ai controllori. Non si tratta di un semplice modello di dominazione ma di un processo di adesione dal basso, di controllo reciproco e autocontrollo. Quello che il sociologo Philippe Robert coglie descrivendo l’emergere di un «neoproletariato della sicurezza», reclutato grazie al precariato di massa all’interno di quel sistema di polizia sociale che è il mondo della sicurezza e della vigilanza privata. Un sottosistema del controlli brulicante di sorveglianti nei metrò e nei supermercati, subalterni della sicurezza di vario ordine e natura, fino ai mediatori sociali, gli stuart degli stadi, gli assistenti sociali, eccetera. Un sistema dove il povero è preso a controllare l’altro povero e non alza più la testa.

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La terra muore di capitalismo

Carla Ravaioli, «È un errore ridurre la crisi ecologica al solo mutamento climatico. il vero problema sta nel modello di sviluppo»

Paolo Persichetti

Liberazione 10 luglio 2009

Alla fine è uscito fuori il solito topolino. Tra i temi in agenda nel summit del G8 di L’Aquila c’era la necessità di trovare un nuovo accordo sul riscaldamento climatico per predisporre al meglio la prossima conferenza Onu sul clima, che si terrà in dicembre a Copenaghen. Riunione che dovrà decidere il nuovo sistema globale per la riduzione delle emissioni di Co2, in sostituzione del Protocollo di Kyoto che scade nel 2012. Tuttavia nel documento approvato non si va oltre il generico impegno per una riduzione del 50% delle emissioni di gas serra entro il 2050 e il controllo della temperatura del pianeta affinché non siano superati i 2 gradi centigradi al di sopra dei livelli preindustriali. Molto poco, quasi nulla. Una data, quella del 2050, che «cancella ogni impegno», spiega Carla Ravaioli.

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Che validità reale hanno accordi del genere? 40 anni sono un tempo infinitamente lungo per la politica. Non si tratta forse di semplici petizioni di principio dietro le quali nascondere il fallimento di un accordo?

«Assumere il dimezzamento delle emissioni di Co2 per il 2050 è una data che cancella l’impegno. È in realtà un modo per scaricarsi da ogni obbligo e chi, tra 40 anni, sarà al posto degli attuali governanti potrà non sentirsi vincolato da decisioni che non ha preso. D’altra parte, qualora si potesse anche dimezzare l’emissione di valori di Co2, non sarebbe ancora sufficiente. Secondo l’agenzia internazionale che si occupa del cambiamento climatico, l’accelerazione del processo di liquefazione dei poli fa pensare che lo scioglimento di tutti i ghiacci sarà concluso attorno al 2020. Molto prima dunque. Vorrei però spostare l’attenzione su un aspetto, a mio avviso ancora più strutturale».

Quale?
«È un errore ridurre la crisi ecologica al mutamento climatico, come purtroppo fa la maggioranza del movimento ecologista. Il riscaldamento climatico è sicuramente oggi la manifestazione più clamorosa del dissesto ecologico complessivo. Non solo, ci sono altri fenomeni, come l’inquinamento delle falde acquifere, degli Oceani, il disboscamento delle foreste fluviuali (che per giunta è accompagnato dalla repressione più feroce di chi vi si oppone), la tossicità diffusa di materiali d’uso comune dispersi nell’ambiente, e che secondo l’Oms spiegano l’aumento di determinate patologie. Ma il vero problema sta nel modello di sviluppo. Non basta correggerlo, pensando che la soluzione possa venire unicamente dalla sia pur necessaria rivoluzione tecnologica delle energie pulite e rinnovabili. Se si arriva a produrre automobili capaci di emettere sempre meno Co2, è un indubbio passo avanti, ma se contemporaneamente viene raddoppiato il parco macchine la situazione torna ad essere quella di partenza. Il nodo è dunque legato ad un modello di sviluppo incentrato sulla crescita. Non c’è niente da fare, il problema ecologico è connesso al sistema capitalistico, ai sui cicli d’accumulazione continua in uno spazio, quello del nostro Pianeta, che ha una misura data. Lo sviluppo illimitato non esiste.

Il Mef (Major Economies Forum), l’organismo che raccoglie i paesi responsabili per l’80% delle emissioni nocive, si è concluso con un nulla di fatto. Con i paesi del Mef «non siamo riusciti a formulare target di riduzione del Co2 entro il 2050 e neppure target di medio termine, ha dichiarato il premier svedese, presidente di turno della Ue, Fredrik Reinfeldt. Come leggi il contrasto tra il blocco dei Paesi emergenti, rappresentati nel G5, (Sudafrica, Brasile, Cina, India e Messico), più Corea del Sud, Australia, Indonesia, e i Paesi del G8?
I Paesi emergenti ritengono di aver diritto ad un identico standard di crescita pro capite, non solo in termini aggregati. In questo modo ricalcano in tutto e per tutto la strada seguita in precedenza dalle potenze che li hanno sfruttati e spremuti nell’epoca coloniale. Ne introiettano acriticamente il modello sviluppista e consumista, squilibrando pesantemente l’ecosistema viste le dimensioni in termini di popolazione. Ma così entrano in una evidente contraddizione. Credo che questo tema vada affrontato con loro.

I Paesi emergenti impiegano una tecnologia industriale vecchia e inquinante. L’unico modo che hanno per ridurre l’emissione di gas nocivi, in assenza di know how moderno, è quello di rallentare i tassi di crescita. Non c’è forse una dose di strumentalità nell’avanzare questa pretesa da parte dei Paesi del G8, che in questo modo possono protrarre la loro supremazia stagnante sui mercati?
I Paesi del G8 trasferiscono le loro produzioni più obsolete e inquinanti verso i paesi emergenti contribuendo a quell’inquinamento che poi chiedono di ridurre. Come spiega Loretta Napoleoni nel suo Economia canaglia, gli aiuti dell’Occidente non sono altro che  regalie che avvantaggiano unicamente le multinazionali che investono in loco, a costi di produzione e tutela sociale infinitamente più bassi. Ancora una volta il problema sta nel modello di sviluppo prescelto. L’economia capitalista non da soluzioni alternative.

Il senato ha appena approvato in via definitiva il ritorno all’energia nucleare.
È un’altra follia. Anche a voler dare per scontato che questi impianti di nuova generazione siano affidabili, presto saranno antieconomici perché l’uranio è in via di esaurimento. Cosa faremo allora di queste cattedrali nel deserto, per giunta contaminate? Infine resta irrisolto il problema dello stoccaggio e della neutralizzazione delle scorie radioattive.

Carcere, solo posti in piedi

Carcere d’estate, solo posti in piedi. Il Dap, “ghiaccio per tutti”

Paolo Persichetti
Liberazione 9 luglio 2008

«Solo posti in piedi». Questo è il cartello che presto verrà affisso davanti alle entrate degli istituti di pena.
Si è sforata ormai anche la soglia dell’ipocrisia, quella che prevede un «capienza tollerabile» di 63.762 detenuti a fronte di una soglia regolamentare che invece ne accetta “solo” 43.201, cioè 20 mila in meno. Quest’ultima a sua volta gonfiata. Il numero di posti realmente fruibile carceri affollate rid3infatti è ancora più basso, non arriva ai 38 mila. Ieri eravamo a 63.789. Peggio di un carro bestiame. A Trieste la direzione del carcere aveva persino introdotto un registro dei materassi a terra per stabilire chi a turno doveva dormire sul pavimento. Un modo per regolamentare il disagio ed evitare tensioni. Dopo le brande supplementari, dopo i letti a castello che raggiungono il soffitto, dopo l’occupazione delle salette una volta adibite per la socialità, quelle dove in genere c’era il tavolo da ping-pong e alcune sedie e tavolini per giocare a carte oppure a scacchi ed ora vivono in permanenza 20-30 persone, dopo i pavimenti sono rimasti solo i posti in piedi. Restano i corridoi (come in certi ospedali), ma ancora per poco.
Ovviamente c’è fermento nelle carceri per questa situazione che rasenta l’indicibile, soprattutto quando il caldo torrido, come quello di questi giorni, rende impraticabili le più elementari condizioni di vita e d’igiene. Ma non è che in inverno sarà meglio. Ora infatti le direzioni possono ricorrere al prolungamento delle ore d’aria nei cortili, come indicato da una circolare del Dap. Ma quando arriverà il freddo e le ore di cella chiusa si prolungheranno la vita sarà ancora di più un inferno.
Da settimane si registrano proteste collettive dei reclusi. In almeno 30 istituti di pena sono in corso scioperi del vitto e “battiture” ad orari prestabiliti. Andate sotto le mura del carcere della vostra città e sentirete un assordante concerto di pentole e casseruole accompagnato da urla, canti, fischi, stracci alle finestre. Il popolo chiuso si fa sentire, suona la sua sinfonia d’estate. A Lanciano, Secondigliano, Reggio Emilia, Rebibbia reclusione, Marassi, Marino del Tronto, Como, Piacenza, Saluzzo, Catania, Palermo, Pisa, Verona, Venezia, i detenuti hanno inscenato proteste a turno.
Negli uffici del Dap se non è allarme rosso, poco ci manca. Anche se nessuno l’evoca e le preoccupazioni si dirigono soprattutto verso comportamenti individuali, come l’autolesionismo e i suicidi (è stato vietato l’uso di scatolame in metallo), lo spettro della rivolta aleggia nei retropensieri. Basta un niente, una scintilla in situazioni sature di tensione e malumore perché tutto precipiti. Per questo la protesta ha contagiato anche la polizia penitenziaria che deve convivere con il sovraffollamento. Le principali sigle sindacali hanno manifestato ieri a Bologna. Seconda tappa dopo Milano. Il calendario della protesta degli agenti di custodia prevede ulteriori tappe a Bari, Palermo, Cagliari per poi concludersi a Roma in settembre. I sindacati penitenziari denunciano il «disinteresse del Ministro Alfano» e una carenza d’organico cifrata a 5 mila agenti. Ricordano, inoltre, come il “piano carceri”, nel quale si prevedeva la costruzione di 24 nuovi istituti e l’ampliamento di quelli esistenti, non è mai decollato. Affermano anche che «la soluzione di tutti i problemi non può essere quella di affidarsi solo e soltanto all’edilizia penitenziaria». L’idea che la semplice estensione della superficie repressiva, la moltiplicazione senza precedenti dei contenitori penali, l’esplosione della popolazione detenuta fino alle 80-100 mila unità messe in conto dalle proiezioni del piano carceri non sia più la soluzione ma parte del problema, è un’acquisizione nuova in territori come quelli della penitenziaria. Si tratta evidentemente di quel semplice “buon senso” che nasce da chi opera a contatto diretto con la realtà carceraria fuori dalle strumentalizzazioni politiche, dalla demagogia populista e giustizialista. Si tratta di una consapevolezza sistemica che però non ha rappresentanza sociale e mediatica e non trova traduzione in un sistema politico che ormai funziona solo per lobby e gruppi di potere. Le proteste dei detenuti non riescono a farsi sentire, non trovano eco in periodo dove il conflitto è demonizzato, la protesta criminalizzata, soprattutto i movimenti deboli, isolati, confusi.
Pur ammettendo che la situazione è «altamente critica», il Dap può permettersi di rispondere ricorrendo a dei ridicoli palliativi. Il presidente, Franco Ionta, ha istituito un sistema di monitoraggio, un gruppo di lavoro con facoltà di verifica e proposta, costituito col bilancino per dare visibilità ai diversi interessi corporativi che compongono la realtà penitenziaria: due magistrati, un direttore penitenziario, un ufficiale giudiziario e due alti ufficiali della polizia penitenziaria. In una circolare di 16 pagine, inviata a tutti gli istituti di pena, indica l’individuazione di «spazi detentivi a gestione “aperta” – con limitate ricadute sul contingente da impiegare per il controllo e la sicurezza – dove assegnare detenuti di minore pericolosità». Una soluzione arrangiata per tenere i reclusi ammassati nelle celle solo in orari notturni. Ha disposto un incremento delle ore di passeggio e l’acquisto di maggiori quantità di ghiaccio e metadone. Il carcere, come avrebbe detto Gigi Proietti si è liqueso.

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