Se nei prossimi giorni questo blog diventerà muto, ora sapete perché!

Una tranquilla giornata di semilibertà

Sabato 3 novembre, oggi non si esce alle 7.00. C’è una lista di 15 persone convocate dalla direttrice di reparto. Poco dopo le  8.00 cominciano le udienze. Si sentono delle grida femminili uscire dall’ufficio. Uno alla volta escono i detenuti, i volti sono scuri, alcuni allucinati.
–  Ma chi è questa? Ma chi ce l’ha mannata?
Poco dopo le 10.00 tocca a me. Entro e vengo invitato a sedere. Esito prima di farlo. La direttrice è furibonda, si vede da lontano. Tuttavia all’inizio prova ad usare un tono tranquillo.
–  Risulta un ritardo nei pagamenti dei suoi stipendi, l’ultima mensilità è di agosto.
Me l’aspettavo una domanda del genere perché aveva fatto la stessa osservazione ad altri. Vuoi vedere che non sa nemmeno che i miei pagamenti sono trimestrali? Mi ero detto. Glielo spiego e tutto si risolverà facilmente. Povero illuso!
–  Dottoressa, il calendario delle mie retribuzioni è in perfetta regola. Come prevede il contratto, i compensi corrisposti dal mio datore di lavoro hanno cadenza trimestrale. A settembre è stato pagato il trimestre estivo. Il prossimo saldo è previsto a dicembre.

Che errore madornale! Senza saperlo ho pronunciato la parola indicibile: “contratto”. Cosa sarà mai un contratto? Questo oscuro oggetto dalla natura ormai sempre più evanescente.
La responsabile di reparto assume subito un’aria infastidita.
–  Ma non è regolare, non è indicato nel programma di trattamento.
–  Non so che dirle dottoressa, ma il contenuto del programma viene redatto dalla Direzione in coordinamento con il magistrato di sorveglianza. La cadenza dei pagamenti non è mai stata specificata in un nessuno dei miei programmi di trattamento, si tratta di un’informazione che è contenuta nel contratto a cui il programma rinvia.

A questo punto la direttrice obietta seccata di non aver trovato traccia del mio contratto da nessuna parte, lasciando intendere che è colpa mia perché non lo avrei mai depositato. Abbastanza sconcertato da questa replica, ma tuttavia sempre con un tono garbato, le faccio presente che nel mese di maggio ho presentato un nuovo contratto di lavoro, stipulato con una nuova testata dopo la definitiva chiusura della precedente, accompagnandolo con una richiesta di variazione del programma, il tutto in doppia copia come da prassi, con relativo modello 393 (la domandina) allegato e che tutto ciò ha dato luogo alle verifiche del caso, per giunta con un grosso ritardo e l’intervento risolutore dell’avvocato. La notifica del nuovo programma richiesto a fine maggio è pervenuta solo ad inizio luglio. Verifiche – aggiungo – che hanno coinvolto l’assistente sociale dell’Uepe, venuta sul nuovo posto di lavoro, e  la successiva valutazione della Direzione e del magistrato di sorveglianza.
Davanti alla mia replica, la direttrice si mostra sorpresa. La sua reazione mi fa capire che non è al corrente del cambiamento di datore di lavoro, dell’esistenza del nuovo programma e persino del contenuto dei miei precedenti contratti, nonostante diriga il reparto ormai da più di due anni, tant’è che mi chiede:
–  Perché ha un contratto a tempo determinato?
– Ho sempre e solo avuto contratti del genere, scritture private rinnovate annualmente e che ho sempre consegnato in copia a questa Direzione. I pagamenti previsti erano sempre trimestrali. Salvo ritardi.
–  Allora si sarebbero dovuti rinnovare anche i programmi di trattamento ad ogni scadenza di contratto!

Posto che probabilmente ciò accade solo se vi è un cambiamento di datore di lavoro o di mansioni, o di altre variazioni qualsiasi; ma se il rinnovo consiste in un prolungamento del precedente rapporto lavorativo, senza cambiamenti, vi è da supporre che il programma resti invariato. In ogni caso una tale questione non riguarda il detenuto ma le scelte della Direzione, che se non lo ha fatto avrà avuto le sue buone ragioni. Infatti rispondo:
–  Sarà pure così dottoressa, ma cosa c’entriamo noi detenuti? A me competeva soltanto depositare i rinnovi contrattuali e l’ho fatto.
–  Mi dimostri che lo ha fatto allora!
–  Come sarebbe a dire, “mi dimostri che lo ha fatto”? Vuole forse insinuare che mi è stata concessa la semilibertà senza contratto di lavoro, che da oltre 4 anni sono in situazione irregolare, a questo punto con l’avallo di ben due magistrati di sorveglianza che si sono succeduti nel frattempo e della Direzione che l’ha preceduta?
–  No, è lei che insinua che l’Amministrazione ha perso i suoi contratti.

La direttrice prende in mano un vecchio programma di trattamento, forse il penultimo, e inizia a leggere il dispositivo iniziale:
–  «Per svolgere attività lavorativa… offerta le cui modalità sono riportate nel corpo dell’ordinanza di concessione della misura». Ah, ah, vede, qui si parla di una “offerta”. I detenuti ottengono la semilibertà sulla base di una offerta di lavoro che è altra cosa da un contratto vero e proprio, che poi non portano mai.
–  Continua ad insinuare che non ho un contratto, dottoressa? Ma lo sa che concessa la misura della semilibertà, nel maggio 2008, arrivato in questo carcere sono rimasto chiuso una settimana in attesa che fosse materialmente consegnato alla Direzione il contratto (che per quel che mi riguarda era già in corso dal gennaio 2008, quando ero ancora chiuso al Nuovo complesso)? Se i miei contratti non li trovate è un problema vostro, mica mio!

L’atmosfera è ormai irrimediabilmente compromessa. La direttrice urla, sovrappone nevroticamente le domande, non ascolta le risposte, sbraita frasi scomposte. Testimone della scena è un Ispettore che nel frattempo ha aperto un cassetto e da un fascicolo tira fuori il nuovo programma. Mostra di essere perfettamente al corrente di tutto, perché ricorda il passaggio dalla vecchia redazione, che ha chiuso, alla nuova. E’ imbarazzato per la situazione, con gli occhi mi suggerisce, quasi mi prega, di non reagire. Sussurra di non rispondere. Ma la direttrice insiste, usa un’aria di sfida. Non è la prima volta. Quando è in difficoltà provoca.
–  Che fa si scalda? Come mai è così nervoso? C’è qualcosa che non va? Non è in grado di dimostrare che ha i contratti? Ce li porti, se li ha!
–  A casa ho la collezione, dottoressa. Sono sommerso da carte burocratiche, copie di fax, mobilità, licenze. Posso dimostrare quello che voglio, ma siete voi che dovete ritrovare quelle carte, altrimenti devo cominciare a preoccuparmi se qui dentro spariscono documenti ufficiali.
–  Sta forse accusando l’Amministrazione?
–  Veramente, dottoressa, è lei che accusa me di essere un truffatore, e questa è una cosa irricevibile. Lei non può farlo.

E sì, ho commesso l’irreparabile senza nemmeno accorgermene. Quello che ai suoi occhi appare il crimine peggiore, la lesa maestà. Una volta l’ha pure scritto: «La sua forma mentis lo conduce ad avere talora, un atteggiamento “paritario” (anche se tale aggettivo rischia di acquisire una valenza negativa) nei confronti di un’Amministrazione verso la quale, comunque, egli deve rispondere del proprio comportamento e non trattare da pari: il tutto, ovviamente, nel rispetto del diritti della persona. Talora però nel soggetto pare vi sia una difficoltà a rendersi conto che, a differenza di quanto accade in un rapporto tra persone fisiche, rapportarsi con l’Amministrazione richiede una diversa “dialettica”, fatta – anche obtorto collo – di una puntuale esecuzione delle direttive o anche, delle sole indicazioni fornite dalla stessa e dai suoi operatori».

Insomma dovevo fare pippa, abbassare lo sguardo, mettere giù le orecchie, prenderla per il culo come fanno gli altri, riconoscere di essere in torto, ammettere di avere truffato l’Amministrazione, due magistrati di sorveglianza, l’assistente sociale dell’Uepe, la Direzione del carcere, l’area trattamentale, la custodia, la polizia. Tutti presi per i fondelli. Tutti a credere da più di quattro anni che avevo un contratto di lavoro. E pure l’ufficio delle imposte. Fregati tutti. E a quel punto con la coda fra le gambe invocare perdono, intrecciare le dita come Fantozzi davanti al direttore megagalattico seduto su una poltrona di pelle umana nel suo ufficio all’ultimo piano.
Ammetto la mia ingenuità. Ci sono cascato! Ho continuato a pensare che non si potesse negare l’evidenza che esiste un principio di realtà. Ma l’evidenza non conta di fronte all’autorità che si ritiene infallibile. Così la direttrice è sbottata.
–  Come si permette, non può rivolgersi a me in questo modo. Vada fuori di qui!

Beh, se nei prossimi giorni questo blog diventerà muto, ora sapete perché.

Link
Carcere e sanzioni disciplinari, un aggiornamento e poi basta
Chi sono? Ma chi ho da esse? un servaggio!

Accuse contro Mauro Di Vittorio, Paradisi e Pelizzaro fingono di prendere le distanze da Enzo Raisi

Nei giorni scorsi ho ricevuto una lettera di Gabriele Paradisi, che i lettori di questo blog conosceranno poco. Blogger, animatore del sito Segreti di Stato è, insieme a Gian Paolo Pelizzaro, già consulente della commissione Mitrokhin, e François de Quengo de Tonquédec (a cui andrebbe aggiunto anche Lorenzo Matassa), uno dei sostenitori della pista palestinese nella strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
Paradisi, a nome anche dei suoi sodali, Pellizzaro e de Quengo de Tonquédec, è intervenuto a commento della quarta puntata della inchiesta sulla vera storia di Mauro di Vittorio (qui), una delle 85 vittime dell’attentato, ingiustamente accusato in questi ultimi mesi dal parlamentare finiano Enzo Raisi di avere delle responsabilità nella esplosione avvenuta all’interno della sala d’aspetto della stazione.
Con la sua lettera Paradisi afferma di voler prendere le distanze da Raisi, un fatto nuovo e importante, seppur tardivo, e che tuttavia conserva ancora notevoli ambiguità

Gentile Gabriele Paradisi,
Come Lei stesso ammette, definendola una «citazione quasi automatica», la sua intervista allo scrittore Loriano Macchiavelli, autore nel 1990 del romanzo Strage, non poteva essere sottaciuta all’interno della mia inchiesta che ripristinava la verità sulla storia di Mauro Di Vittorio dopo le accuse infondate di Enzo Raisi.
Ora Lei si giustifica attribuendo al contenuto di quelle sue domande una «assoluta e unica valenza giornalistica[…] non avendo nessun altro secondo fine», che tradotto per i profani dovrebbe voler dire più o meno una cosa del genere: “le mie domande erano neutre, non aderivo a quel che dicevo. In sostanza parlavo a mia insaputa”.
Ne prendiamo atto. Ognuno ha diritto a togliersi d’impaccio dalle difficoltà come meglio crede. Tuttavia nessuno all’epoca – almeno suppongo – l’ha obbligata a porre quei quesiti. Poteva sceglierne altri, ma ha preferito quelli. In particolare nella terza domanda affermava:
«Nella scorsa primavera – in un’intervista al Resto del Carlino dell’8 aprile 2012 – l’onorevole Enzo Raisi ha parlato proprio di un ragazzo dell’Autonomia romana morto nell’esplosione. Lei in qualche modo aveva anticipato la notizia di oltre vent’anni. Intuito di un grande romanziere o qualcosa di più?».
Anticipato la notizia? Di quale notizia si sta parlando? Che Raisi sia in grado di articolare delle frasi non sembra proprio una notizia, semmai è quando sta zitto che si nota l’evento (non so Lei da quale scuola di giornalismo provenga). Ora, se la notizia a cui si riferisce non poteva che essere quella del «ragazzo dell’Autonomia romana morto nell’esplosione», di cui Raisi sul blog di Ugo Maria Tassinari farà il nome qualche giorno più tardi, mi dispiace per Lei, ma non si percepisce più alcuna distanza neutra nella domanda posta. Al contrario Lei mostra di aderire incondizionatamente alle parole di Raisi, inverando un clamoroso falso da cui ora vorrebbe prendere – in ritardo – le distanze.
Ci mancherebbe! Fa bene a farlo, meglio tardi che mai. Però non ci racconti frottole. La quarta e la quinta domanda che Lei rivolge, sempre in quella intervista, a Loriano Macchiavelli sono ancora più compromettenti. Lei va addirittura oltre la versione di Raisi, che attribuisce a dei «giovani dei collettivi di sinistra» il presunto riconoscimento furtivo del corpo di Mauro Di Vittorio nell’obitorio di Bologna, sulla base delle dichiarazioni di un morto e di non meglio precisati medici, per sostenere con una fantasia che va ben al di là di quella del giallista (quinta domanda che è una specie di riassunto del libro), che «Il personaggio di Claudia Patruni ricorda per certi versi una donna reale che attualmente è iscritta nel registro degli indagati dai pm bolognesi. Mi riferisco alla tedesca Christa-Margot Fröhlich».
Conclusione: la sua è stata una legittima intervista a tesi, di quelle schierate. Genere che ha un’illustre tradizione alle spalle, mica è una colpa è solo una scelta!
Perché negarlo allora? Solo perché la sequenza scenografica messa su da Raisi si è rivelata una clamorosa patacca? Un falso strepitoso?
Il problema, signor Paradisi, non è l’intervista ma la tesi, o meglio il teorema che ha ispirato le sue domande e che va sempre verificato.
E cosa abbiamo verificato? Quello che in fondo già si sapeva e vi era stato detto fin dall’aprile scorso: Di Vittorio non era un Autonomo, Mauro Di Vittorio non ha ucciso nessuno ma è stato ucciso e dopo 32 anni diffamato. Che la scena del riconoscimento furtivo del suo corpo è una “invenzione mnemonica” o se volete una “creazione ideologica”, a voler essere gentili, e che per evidente consecutio Christa-Margot Fröhlich non è mai entrata nell’obitorio di Bologna, ulteriore smentita, se ancora serviva, di altre smentite pervenute da tempo.

Tutto ciò premesso, signor Paradisi, è senza dubbio apprezzabile la sua, e attraverso Lei, dei suoi amici Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, presa di distanze dalle accuse mosse da Raisi contro Mauro Di Vittorio.
La cosa non ci sfugge affatto e sarebbe stato un fatto di notevole importanza se avesse assunto una forma ben più visibile e soprattutto non fosse stata inviata all’indirizzo sbagliato. Non è al sottoscritto, infatti, che dovete rivolgervi ma ai familiari di Di Vittorio e all’opinione pubblica, questa volta però spiegando nel merito perché Raisi non dice il vero. Non basta fare come è già accaduto il 28 aprile scorso, quando con una formula pilatesca avete scritto (sempre su FascinAzione): «non intendiamo occuparci della questione sollevata da Raisi, in quanto non abbiamo nessun elemento a riguardo e teniamo a precisare che detta questione non è mai stata citata nel nostro libro».
E invece dovevate, se è vero – come lasciate intendere – che l’operazione lanciata da Raisi contro Mauro Di Vittorio ha danneggiato la vostra ipotesi originaria sulla pista “teutonico-palestinese”, a cui avete aggiunto strada facendo anche le Brigate rosse (sic!).
Perché in tutti questi mesi non avete mai spiegato pubblicamente e in modo argomentato che Raisi stava sbagliando se non addirittura inventando?
Sul sito “Segreti di Stato” non c’è nulla, solo alcune agenzie. Come mai all’improvviso il materiale documentale in vostro possesso, da cui ogni tanto tirate fuori notizie ribollite, come fa l’illusionista col coniglio estratto dal cappello, si è fatto muto? Per dirla in modo semplice: ci sembra troppo poco e troppo tardi per darvi credito, anche perché ancora pochi giorni fa Enzo Raisi depositava in parlamento una interpellanza estrapolata da un vostro recente articolo. Circostanza che dimostra la persistenza di un legame ombelicale per nulla reciso e l’esistenza di singolari “connivenze parallele”, al di là di possibili divergenze che lo stesso Raisi ha esplicitato nel corso della sua conferenza stampa di fine luglio e che mi sono limitato a riferire in modo sintetico. Ancora una volta, dunque, non è a me che dovete rivolgere reclamo, ma a Raisi stesso per quel che ha detto sui limiti del vostro teorema.
Quanto all’apertura, nel 2005, presso la procura di Bologna, di un nuovo fascicolo d’indagine sulla strage alla stazione e l’iscrizione nel registro degli indagati, nel 2007, di due ex militanti dell’estrema sinistra tedesca, se l’aritmetica non mi tradisce, mi pare che da allora siano trascorsi nel primo caso 7 anni e nel secondo 5, senza sviluppi. In casi del genere si dice che “l’inchiesta langue”. Non c’è molto da rallegrarsene, anche perché l’iscrizione nel registro degli indagati, recita la norma, è un atto dovuto a garanzia della persona sottoposta ad indagini poiché la rende edotta del fatto che si sta indagando nei suoi confronti e dunque le permette di tutelarsi legalmente e soprattutto difendersi. Non è una incriminazione o l’anticipazione della condanna, come Lei e i suoi amici un po’ affrettatamente lasciate intendere in giro. Le inchieste, non dovrei nemmeno ricordarlo, si conducono anche per verificare l’infondatezza delle ipotesi accusatorie o per dare soddisfazione a pressioni politiche in determinate congiunture.
In questa storia, non dimentichiamolo, i condannati da sentenze definitive sono altri.
E lasciamo stare che fin da quando ho cominciato a frequentare i passeggi delle carceri, nel lontano 1987, ero con quelli che hanno nutrito sempre grosse perplessità sull’inchiesta della procura bolognese di cui anni dopo ho sperimentato personalmente anche i metodi.
L’ho già scritto e lo ripeto, sostituire quelli che voi ritenete dei capri espiatori con altri capri espiatori, non è un buon metodo. Sarebbe tempo che cominciaste ad accorgervene!

Cordialmente,
Paolo Persichetti

La lettera di Gabriele Paradisi

Caro Persichetti
Le scrivo in quanto sono stato citato nell’articolo “Avvocato Cutonilli, Mauro Di Vittorio non deve dimostrare la sua innocenza, è Raisi che deve giustificare le sue accuse!”, da lei pubblicato su Insorgenze il 25 ottobre 2012, ultimo di una serie di articoli nell’ambito di un’inchiesta da lei condotta, relativa alle polemiche scaturite da dichiarazioni dell’onorevole Enzo Raisi riguardanti Mauro Di Vittorio, morto nella strage alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980.
Se nel mio caso la citazione era quasi automatica, avendo lei ricordato un passaggio di una mia intervista allo scrittore Loriano Macchiavelli, autore nel 1990 del romanzo Strage, per nulla scontata e a mio avviso inopinata, è stata la chiamata in causa degli amici Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec coautori con me del libro Dossier Strage di Bologna La pista segreta.
Per quanto riguarda la mia intervista a Macchiavelli, vorrei evidenziarne l’assoluta e unica valenza giornalistica. Poiché in quei giorni stavano montando le polemiche sopra citate e poiché lo scenario descritto nel libro trovava alcune singolari analogie con gli argomenti al centro della discussione, mi interessava raccogliere le considerazioni dell’autore ed è semplicemente quello che ho fatto, non avendo nessun altro secondo fine.
Detto ciò vengo al punto che maggiormente mi preme. Come Ugo Maria Tassinari può confermare e come egli stesso ha già segnalato nel suo blog FascInAzione, la posizione di Gian Paolo Pelizzaro, di François de Quengo de Tonquédec e anche la mia in merito alla vicenda Mauro Di Vittorio è da tempo molto chiara e precisa.
Il lavoro di ricerca svolto da Pelizzaro, dapprima in Commissione Stragi e poi in Commissione Mitrokhin, sulla cosiddetta pista palestinese, come lei dovrebbe ben sapere, ha portato all’apertura nel 2005 presso la Procura di Bologna di un nuovo fascicolo d’indagine sulla strage alla stazione. Quel lavoro si distingue per il metodo rigoroso, scientifico, e proprio perché basato su documenti e riscontri oggettivi, non su chiacchiere, ipotesi e tantomeno illazioni, ha fatto sì che dopo 7 anni la Procura stia ancora lavorando con serietà e discrezione e abbia iscritto nel registro degli indagati, nell’estate 2011, due tedeschi appartenenti alle Rz e al gruppo Carlos.
Il modesto contributo a quel lavoro di ricerca, fornito dal sottoscritto e dall’amico François in questi ultimi anni, ha solo permesso di collocare nuove tessere nel già solido mosaico impostato da Pelizzaro, elementi che sono stati recuperati, vagliati e riscontrati col medesimo approccio metodologico di cui s’è detto.
Per questa ragione, ovvero per la mancanza assoluta di qualsiasi riscontro documentale inconfutabile, la vicenda di Mauro Di Vittorio, fin dal primo giorno, ci ha visto scettici e distaccati dalle posizioni di Raisi, tanto da vederci costretti a prenderne ufficialmente le distanze proprio su FascinAzione.
Ragion per cui è del tutto falso affermare che «la variante di Raisi è venuta in soccorso dell’originario teorema della pista palestinese di Pelizzaro, Paradisi, Tonquedéc». L’impianto di Pelizzaro non necessita di questo tipo di aiuti che anzi possono, apparentemente, arrecare danno, come questa e altre pretestuose querelle testimoniano. È altrettanto falso ciò che poi lei aggiunge e cioè che «tale pista è da tempo in crisi per non essere riuscita ad indicare con un sufficiente margine di certezza i possibili autori e formulare un movente credibile». Lei sa benissimo che è vero il contrario. Che di elementi solidi sui quali né lei né altri hanno ancora avuto il coraggio di confrontarsi, ne esistono, eccome.
Detto ciò e prima di concludere ribadisco che la posizione di Raisi, legittima come altre e di cui egli si assumerà tutte le responsabilità del caso, resta una posizione del tutto autonoma e sua. Che i ragionamenti, altrettanto legittimi, dell’avvocato Valerio Cutonilli e di altri che sono intervenuti, restano da ascrivere a loro e non possono essere associati impropriamente ad altri. Noi, e mi permetto di parlare anche a nome di Pelizzaro e Tonquédec, quello che pensiamo l’abbiamo scritto nei nostri libri e nei nostri articoli ed è il frutto di un metodo di lavoro che, seppur faticoso e impegnativo, non intendiamo assolutamente abbandonare.

Tanto le dovevo. Cordiali saluti
Gabriele Paradisi

Link
0.Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
1. Puntata, L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
2. Puntata, Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
3. Puntata, Strage di Bologna, Mauro Di Vittorio viveva a Londra tra ganja, reggae, punk, indiani d’India e indiani metropolitani
4. Puntata, Cutolilli, Di Vittorio non deve dimostrare la sua innocenza è Raisi che deve giustificare le sue accuse

Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

Terremoto di L’Aquila, l’ambiguo rapporto tra scienza e politica. Il caso della condanna dei membri della commissione grandi rischi

L’intervista – Sentenza di L’Aquila contro i membri della Commissione grandi rischi. Parla Valerio Lucarini fisico, docente di meteorologia teorica presso l’università di Amburgo, esperto di prevenzione dei rischi geoambinetali

Paolo Persichetti
Gli Altri 2 novembre 2012

L’Aquila che resiste

Ha creato molto scalpore la sentenza del giudice monocratico del tribunale di L’Aquila, Marco Brilli, che lo scorso 22 ottobre ha condannato a 6 anni di carcere (due di più di quelli richiesti dalla pubblica accusa) e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose, il vice direttore della Protezione civile Bernardo De Bernardinis e i sei membri della Commissione grandi rischi, tra cui figurano nomi come Franco Barberi ed Enzo Boschi, massimi esperti mondiali nel campo della sismologia.
Molto dure le reazioni del mondo scientifico che hanno visto nella sentenza un ritorno dei processi alle streghe mentre il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, auspicando un ribaltamento del verdetto in appello ha chiamato in causa il precedente della condanna di Galileo.
In attesa delle motivazioni della sentenza, ad esser note per il momento sono solo le giustificazioni utilizzate dall’accusa per chiedere le condanne. Argomenti, a dire il vero, molto diversi dalle interpretazioni della sentenza apparse sui media. I pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, dopo aver ricordato che la scienza attuale non dispone di conoscenze e strumenti per la previsione deterministica dei terremoti, hanno sostenuto che agli imputati non poteva essere addebitata «la mancata previsone della scossa distruttiva del 6 aprile 2009» o il fatto di «non aver lanciato allarmi di forti scosse imminenti», cosa che in realtà gli esperti avevano fatto, o «non aver ordinato l’evacuazione della città», ma per essersi prestati ad una operazione politica voluta dal capo della protezione civile. Bertolaso aveva chiesto di rassicurare la popolazione aquilana allarmata dal lungo sciame sismico e dalle denuncie di Giampaolo Giuliani, fondate sulla misurazione delle emissioni di gas radom dal terreno. Un metodo contestato dalla comunità scientifica.
Ha senso dunque parlare di una condanna contro la scienza? In realtà la sentenza sembra sollecitare un altro tipo di dibattito più complesso e meno manicheo, come il rapporto tra scienza e politica o ancora sul grado di indipendenza e autorevolezza dei pareri tecnici rispetto alle amministrazioni e più in generale alla società. Ne parliamo con Valerio Lucarini, fisico, docente di meteorologia teorica presso l’università di Amburgo, esperto di prevenzione dei rischi geoambinetali, uno dei nostri migliori cervelli “in fuga” dall’Italia.

Professore, suppongo che questa sentenza non susciti in lei nessuna nostalgia per l’Italia?
Decisamente no, per una lunga serie di ragioni. Certamente questa sentenza e tutta questa vicenda mettono in luce il difficilissimo rapporto che esiste in Italia fra scienza, politica, opinione pubblica, e rendono chiaro quanto sia difficile per un esperto operare con serenità ed esercitare la proprie competenze in situazioni in cui l’incertezza è intrinsecamente grande e seri sono i rischi per persone, beni pubblici e privati. Naturalmente non dobbiamo pensare solo al rischio sismico, ma, ad esempio, anche al rischio idro-meteo-climatico – il mio ambito di competenze – cui l’Italia è fortissimamente esposta.

L’inchiesta ha accertato che gli scienziati all’inizio hanno fatto correttamente il loro lavoro, avvertendo della possibilità di altre scosse, anche forti. Poi c’è stata quella conferenza stampa, «l’evento mediatico» di cui parla Bertolaso nella intercettazione. Come si spiega un fatto del genere? Gli esperti si sono lasciati strumentalizzare dalla politica?
Io direi che è emersa una situazione di fondamentale debolezza per la Commissione grandi rischi. Da un lato si sono trovati schiacciati dalle pressioni di Bertolaso, e dal suo peculiare modo d’interpretare il ruolo della Protezione civile come mano operativa della Presidenza del consiglio dei ministri, con tutte le implicazioni politiche e mediatiche del caso. Dall’altro, si sono trovati schiacciati da un’opinione pubblica presa dal panico prodotto dallo sciame sismico prolungato ma anche dall’allarme diffuso da personaggi privi di qualsiasi credibilità scientifica. Giuliani, che è un tecnico senza laurea dei laboratori del Gran Sasso, aveva preannunciato un terremoto anche a Sulmona che poi non c’è stato. Incredibilmente, la denuncia per procurato allarme che Bertolaso ha – giustamente – effettuato contro Giuliani è stata respinta dal giudice dopo il terremoto di L’Aquila. Perché il fatto non sussiste. Come se l’allarme di Giuliani fosse stato giustificato! Purtroppo la tendenza ad affidarsi a teorie del complotto, per cui la scienza ufficiale nasconde la “vera verità” per fini secondi o terzi è molto radicata. Quindi la Commissione era in realtà assai debole in termini di comunicazione.

Dunque non un errore di previsione ma di comunicazione provocato dal tentativo di diffondere un messaggio antipanico?
Italia c’è da sempre una cattiva comunicazione e un bassissimo livello di ricezione scientifica. Cosa che non avviene altrove. Negli Usa è diffusa in tutti gli strati sociali un’alta capacità di ricezione dell’informazione scientifica, per esempio in materia di rischio idrometeorologico. Tutti sono in grado di decodificare informazioni come “esiste l’X% di probabilita’ che in questa regione Y si possano avere delle precipitazioni piu’ intense di Z”. E nessuno si stupisce o si scandalizza se le precipitazioni in Y sono meno intense di Z o se alla fine in una regione K vicino a Y si osservano precipitazioni molto intense. Al contrario in Italia è successo in passato che i bagnini della Romagna e della Versilia abbiano chiesto di non pubblicare le previsioni del tempo nelle località balneari per non scoraggiare i turisti. Dimenticandosi di quelli che venendo al mare “sperando” nel bel tempo e trovandosi in mezzo a condizioni avverse, perderebbero soldi, tempo, o anche la vita.
Tuttavia la risposta nel caso di L’Aquila non è così facile: cosa vuol dire, infatti, “rassicurare”, soprattutto in quel contesto traversato da voci allarmistiche e su una materia come quella sismica? Bisognava dare un messaggio immediato e forte di fronte a situazioni di vero e proprio procurato allarme. Il panico non aiuta a diffondere informazioni importanti in situazione di grande incertezza. Esiste nell’opinione pubblica e nei media italiani la capacità di dare e recepire un’informazione del tipo: questo sciame sismico implica/non implica un aumento della possibilità di una scossa più forte entro questo segmento spaziale e temporale, con questa incertezza?

A quanto pare no, ma ciò giustifica la “narcotizzazione del rischio”?
Il rischio sismico è dato dalla combinazione tra quanto si scuote la terra e la capacità di resistenza di ciò che esiste sopra il suolo. Non basta che la terra tremi (pericolosità sismica), occorre conoscere la situazione socio-urbana dei territori. Faccio un esempio: il centro di Tokio è ad altissima pericolosità sismica ma a rischio assai basso grazie alle infrastrutture antisismiche, al livello di organizzazione sociale e alla preparazione dei singoli cittadini. Ma non limitiamoci al Giappone, come caso limite. Certi standard sono ormai comuni in moltissimi paesi, inclusi quelli molto più poveri dell’Italia. A Messina o in altre parti d’Italia, in presenza di una pericolosità sismica forte, il rischio è altissimo a causa del basso livello di prevenzione socio-urbana. La mappatura della pericolosità sismica italiana è stata accuratamente svolta anni fa dall’Ingv, ente allora guidato proprio da Boschi.

Professore, sta dicendo che la narcotizzazione del rischio è avvenuta molto prima?
Certo. Quanto è comodo prendersela con dei meravigliosi capri espiatori, come gli esperti, perché non hanno saputo impedire il terremoto, come se lo scienziato fosse uno stregone. E’ paradossale ma si guarda alla scienza in modo ancora superstizioso, come se possedesse proprietà divine. Così dal cono di luce della tragedia viene tolto chi ha costruito male, chi non ha controllato, tutti gli interessi locali e nazionali, gli imprenditori, gli amministratori e anche la società che si è adagiata su tutto questo. Una somma di responsabilità diluite nel tempo che hanno impedito la riduzione del rischio. Per le comunità locali chiudersi a riccio ed esportare verso l’esterno ogni colpa è la soluzione più comoda. In questo senso, il modo in cui i media esteri hanno riportato la sentenza, “L’Italia condanna sette esperti per non essere stati capaci di prevedere il terremoto”, è piu’ corretta di quanto le carte letteralmente dicano.

Le sue sono parole forti.
Non c’è altra soluzione. Mappare sempre più accuratamente la pericolosità sismica, minimizzare il rischio ottimizzando la gestione del territorio con rigorose misure antisismiche, preparando socialmente e culturalmente gli abitanti ad affrontare razionalmente il rischio facendo convivere sapere scientifico e vita quotidiana. Non esistono miracoli. Lo stesso discorso vale per il rischio idro-meteo-climatico, vogliamo ricordare Sarno e Messina?

Quindi lei assolve i tecnici?
Ma io non faccio il giudice. Dico che il rapporto tra esperti, politica e amministrazione dovrebbe essere diverso. Problemi molto seri non sono presenti solo in Italia. Penso a quanto è accaduto nel 2006 nel Regno Unito: una commissione di medici di altissimo livello propose una revisione della calssificazione delle droghe, normalmente suddivisa in tre categorie per ordine di pericolosità. Provocatoriamente, ma seguendo alla lettera i fatti medici, questa commissione mise nella prima fascia l’alcool, il tabacco, e l’eroina. Le droghe chimiche (oltre che ovviamente la cannabis), contro le quali si rivolge attualmente la repressione poliziesca e su cui si concentrano i media, finirono in ultima fascia. Questo perché, se non ricordo male, ogni anno ci sono molte decine di migliaia di morti per alcool, alcune decine di migliaia per tabacco, alcune migliaia per eroina, poche decine per il resto.

Come andò a finire?
Ovviamente il governo ignorò fragorosamente gli esperti asserendo che politica aveva la supramazia assoluta su tali questioni. Si veda http://www.official-documents.gov.uk/document/cm69/6941/6941.pdf

Sentenza Grandi Rischi: un’interpretazione dolosamente distorta

Il commento del sito www.3e32.com

24 ottobre  2012

In questi giorni i media nazionali stanno mettendo in atto una vergognosa operazione mediatica, diffondendo una interpretazione completamente distorta della sentenza e del processo stesso alla Commissione Grandi Rischi.
Secondo gran parte dei mezzi di informazione – che seguono pedissequamente la tesi espressa anche dai vertici della Protezione Civile – gli imputati sarebbero stati condannati per non aver previsto il terremoto. Si tenta così di ribaltare il senso stesso del processo che non tratta affatto della capacità di previsione della scienza, ma che, lo ricordiamo per chi parla senza sapere, è basato sul fatto che i membri della Commissione hanno rassicurato la popolazione.
E’ vergognoso constatare come attraverso questa operazione mediatica si stia tentando di raccontare l’ennesima bugia, in Italia e all’estero (dopo, per esempio, la favola del “miracolo aquilano”), arrivando alla follia di sostenere che adesso la Protezione Civile non potrà più lavorare liberamente, come afferma senza pudore in comunicato del Dipartimento stesso.
Al presidente dimissionario della grandi rischi Maiani che ha affermato che “non c’è nessuna indagine su chi ha costruito in maniera non adeguata”, vorremmo ricordare che pochi giorni prima della sentenza di lunedì era arrivata la condanna per l’Ing. De Angelis, giudicato responsabile per il crollo della palazzina in via generale Rossi, dove lui viveva, e dove ha perso la vita anche sua figlia.
E’ triste inoltre che anche la politica debba esprimere giudizi di merito anche su questo, smascherando ancora una volta come dietro a degli incarichi tecnici, si cerchi di utilizzare arbitrariamente un potere tutto politico, come ha fatto e continua a fare il Capo della Protezione Civile (ed ex prefetto de L’Aquila) Gabrielli.
I membri della Commissione Grandi Rischi avrebbero dovuto dimettersi il 31 marzo 2009, quando piegarono il proprio operato ed il proprio giudizio scientifico al potere del Governo e del Capo della Protezione Civile Bertolaso, prestandosi all’intercettata “operazione mediatica” tesa a tranquillizzare i cittadini del cratere.
Abbiamo vissuto sulla nostra pelle quale sia l’enorme potere che passa trasversalmente attraverso il Dipartimento della Protezione Civile.
Un potere capace anche di modificare a proprio interesse l’oggettività dei fatti attraverso i media. Ma questa volta si è davvero passato il segno. La coraggiosa sentenza del giudice stabilisce evidentemente una verità non in sintonia con questo potere a cui da subito come 3e32 ci siamo opposti nel quotidiano del nostro territorio.
La sentenza apre finalmente una breccia di civiltà e riscatto nella cappa di ingiustizie e disagio in cui questa città sembra rimanere ancora come paralizzata.
Una breccia importante da cui può finalmente iniziare quel difficile processo di elaborazione collettiva di quanto realmente accaduto a partire dal terremoto. Un’elaborazione scomoda, finora impedita a tutti i costi e che però è l’unica cosa che può salvarci dal baratro.
La strada da percorrere ce la stanno mostrando prima di tutto la dignità vera, il coraggio e la tenacia dimostrate dai parenti delle vittime che in questi anni hanno continuato a battersi nel silenzio di gran parte della città e contro ogni manipolazione.

Avvocato Cutonilli, Mauro Di Vittorio non deve dimostrare la sua innocenza, è Raisi che deve giustificare le sue accuse!

Presegue con questa quarta puntata la nostra inchiesta sulla infondatezza delle accuse mosse contro Mauro Di Vittorio, vittima della strage di Bologna accusato dal deputato di Fli Enzo Raisi, a 32 anni di distanza dal massacro, di essere uno degli artefici dell’esplosione della bomba. Un intervento dell’avvocato Valerio Cutonilli, apparso su FascinAzione, ci permette di fare chiarezza su ulteriori aspetti degli ultimi giorni di vita di Mauro, ma soprattutto di ristabilire una questione fondamentale: non è Di Vittorio che deve dimostrare la suo innocenza ma chi lo accusa che deve giustificare i suoi sospetti

di Paolo Persichetti

L’avvocato Cutonilli con un intervento inviato a FascinAzione, il sito gestito da Ugo Maria Tassinari divenuto uno dei più interessanti osservatori sulla destra italiana, ha rotto la consegna del silenzio che regnava da giorni dopo la pubblicazione sul manifesto del 18 ottobre della nostra inchiesta sulla vera storia di Mauro Di Vittorio, uno degli 85 morti della strage di Bologna del 2 agosto 1980 ingiustamente accusato dall’ex carabiniere missino Enzo Raisi, oggi deputato finiano, di essere uno degli artefici del massacro.
Va detto subito che Cutonilli, che ha scritto alcuni anni fa un libro sulla strage di Bologna, edito dalle edizioni Trecento, ed è stato anche l’autore insieme a Luca Valentinotti, pure lui avvocato, di un altro volume, Acca Larentia. Quello che non è stato mai detto, uscito nel 2010 sempre per le edizioni Trecento, in cui mostrava di non aver ben capito la dinamica magmatica di alcune aree dello spontaneismo armato romano, ha usato stavolta toni molto diversi dalle maniere tanto arroganti quanto imprudenti alle quali ci aveva abituato il parlamentare di Fli, colpito all’improvviso da afasia acuta.


Il metodo Raisi-Cutolilli: l’inversione dell’onere della prova

Tuttavia lo stile più dimesso, il ricorso ad alcune precauzioni semantiche e una più diplomatica attenzione alla memoria di Mauro Di Vittorio non hanno modificato la sostanza di un discorso che, pur integrando alcuni elementi obiettivi ristabiliti dalla nostra inchiesta, resta pressoché immutato nel suo originario impianto colpevolista.
Importa poco che Cutonilli si definisca personalmente – mi sia concesso l’uso metaforico del termine – “agnostico” rispetto alla posizione di Mauro Di Vittorio. La richiesta di accertamenti concreti da lui sollevata, e che affronteremo nel dettaglio in seguito (non saremo certo noi a temere una verifica concreta visto che è proprio grazie a questo metodo che siamo giunti ai risultati descritti nell’inchiesta), fa emergere una singolare concezione che porta a capovolgere l’onere della prova e fa di Mauro Di Vittorio il sospettato permanente, colui che deve dimostrare al mondo di non essere colpevole 32 anni dopo essere stato ucciso.
E no! Caro Cutonilli, non è Mauro Di Vittorio a dover confermare la propria innocenza, ma chi dubita di lui a dover provare il suo eventuale coinvolgimento, diretto o indiretto (stando alle elucubrazioni di Raisi), nella realizzazione della strage.
Questo non è avvenuto! Raisi ha lanciato accuse pesantissime senza mai avere nelle mani uno straccio di indizio, niente di niente, soltanto una verità ideologica e molta presunzione, pregiudizio, sprezzo e faziosità.
Troppo facile, ora che sono emersi i documenti negati e testimonianze multiple, invocare delle verifiche supplementari. I riscontri andavano cercati prima di spararle così grosse. Cutolilli tanto rigore lo doveva esigere in precedenza, ma da Raisi. La lezioncina sul metodo non va certo rivolta a chi ha messo l’incauto responsabile della comunicazione di Fli con le spalle al muro di fronte all’evidenza delle sue sciocchezze, per non utilizzare altri termini molto più appropriati.


Le patacche dell’onorevole

Esemplare di quaderno Pigna nero con bordi rossi di moda negli anni 80, un po’ come i moleskine attuali

1) Secondo Raisi la scheda biografica di Mauro Di Vittorio presente sul sito dell’associazione familiari conteneva «informazioni non veritiere». I virgolettati presenti al suo interno erano «un’azione di depistaggio per coprire qualcosa». Che cosa? il tentativo di fornire un alibi, post mortem, a Di Vittorio. Quindi il diario non sarebbe mai esistito perché – a suo dire – non ve n’è traccia nel fascicolo giudiziario. Che dunque quei virgolettati non provenivano dall’articolo di Fabio Negro del Resto del carlino, che a sua volta li aveva estrapolati dal testo integrale pubblicato su Lotta continua del 21 agosto precedente, ma da una qualche mano che in questo modo voleva sviare dalla verità, lasciando intendere l’esistenza di un complotto che per coprire la responsabilità dei “rossi” (autonomi romani, palestinesi dell’Fplp e Carlos più Rz tedesche e compagnia bella) avrebbe favorito l’indirizzo delle indagini verso la pista nera.

Abbiamo visto che le cose non stanno affatto così! Il diario di Di Vittorio esiste, si tratta di tre paginette scritte in un quaderno Pigna dalla copertina nera, riportate integralmente su Lotta continua del 21 agosto 1980, e consegnato dalla Polfer alla sorella di Mauro, Anna, il 12 agosto 1980, il giorno successivo al primo riconoscimento del corpo, quando giunse anche la madre di Mauro, insieme alla borsa Tolfa dove era riposto con la carta d’identità. Il tutto, come prevedono le procedure legali, accompagnato da un verbale di consegna.
Non si tratta affatto di rivelazioni, queste circostanze sono state riportate in gran parte da Anna Di Vittorio nella sua testimonianza presente nel libro di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, I silenzi degli innocenti (Bur, 2006). Di seguito le pagine 199-202: il racconto, prodotto 26 anni dopo la tragedia, presenta alcune imprecisioni mnemoniche di dettaglio, come il biglietto della metropolitana che non era di Londra ma di Parigi. Affronteremo meglio la questione più avanti. Mentre il pasaggio sulla «misteriosa telefonata» – pagina 201 – è stato sempre smentito da Anna. Smentita ribadita anche durante la nostra inchiesta e che trova conferma nelle circostanze riportate in tempo reale dall’articolo di Luciana Sica di Paese sera del 13agosto 1980.
Nel libro di Fasanella, Anna impiega un altro aggettivo, «strana». La sua frase è: «Il 6 agosto, ricevemmo a casa una strana telefonata e iniziammo a insospettirci.», e dopo il punto aggiunge, «Dalla stazione di Bologna ci avvertirono che era stata ritrovata la carta d’identità di Mauro». Il punto inopinatamente introdotto tra le due frasi interrompe la consecutio, lasciando intendere che potrebbe trattarsi di due momenti diversi e che non si stesse parlando dello stesso episodio. Fasanella è un noto dietrologo e non è improbabile che abbia voluto introdurre forzatamente un alone di mistero su una vicenda che al contrario è chiarissima: la telefonata, che non è affatto anonima come si potrebbe intendere dal modo in cui viene descritta e come sostiene anche Raisi, giunge dagli uffici di polizia che stanno conducendo le prime indagini probabimente dalla questura stessa, che per un eccesso di delicatezza evita di accennare al ritrovamento del documento d’identità tra le macerie della stazione. L’episodio, unito ad altre circostanze, condusse i familiari di Mauro alla rottura delle relazioni con il giornalista.
Nel corso della conferenza stampa, ripressa dal Resto del Carlino del 29 luglio 2012, Raisi riuscirà a dire che Anna Di Vittorio sul libro di Fasanella-Grippo avrebbe detto: «la famiglia ha ricevuto una telefonata anonima da Bologna».

Ora Cutonilli chiede la perizia calligrafica del testo manoscritto presente sul diario. Magari vorrà anche la perizia merceologica per vedere se il quaderno risale al 1980! Constatiamo che si sta chiedendo ancora una volta a Mauro Di Vittorio di dimostrare di essere Mauro Di Vittorio. Ma quelle pagine erano in possesso dell’autorità di polizia, sono state loro ad averle consegnate su ordine della magistratura dopo aver vagliato la loro inutilità ai fini dell’inchiesta. Dobbiamo periziare anche i verbali di consegna?
Stabiliranno i legittimi proprietari del quaderno modi e tempi di una tale verifica che spetta alla sola autorità competente, la magistratura, di cui si regista un singolare silenzio!

2) Sempre Raisi ha detto che nemmeno la carta d’identità sarebbe stata ritrovata tra le macerie ma che a portarla a Bologna sarebbe stata addirittura la madre di Di Vittorio che si sarebbe presentata all’obitorio «con una carta di identità intonsa in mano» (Resto del carlino, 29 luglio 2012).

Come abbiamo già visto, è falso! Perché Raisi dichiara una cosa del genere? Perché ha disperato bisogno che tra le vittime della strage ci sia un clandestino, qualcuno che si aggirava per la stazione senza i suoi documenti addosso e con una valigia piena di esplosivo, altrimenti crollerebbe l’intera impalcatura della sua variante. Sì, perché quella di Raisi è una variante venuta in soccorso dell’originario teorema della pista palestinese, sostenuto da Gian Paolo Pelizzaro, Gabriele Paradisi, François de Quengo de Tonquédec e Lorenzo Matassa, da tempo in crisi per non essere riuscita ad indicare con un sufficiente margine di certezza i possibili autori e formulare un movente credibile. Lo stesso Raisi ha evidenziato durante la conferenza stampa di fine luglio l’insostenibilità della rappresaglia palestinese contro Bologna, gemellata con una città della Palestina. Da qui il bisogno di trovare dei complici italiani optando per l’ipotesi dell’incidente di trasporto e in subordine del sabotaggio.

3) Secondo Raisi anche la telefonata della questura sarebbe un falso. Per farlo cita un passaggio della testimonianza di Anna Di Vittorio nel libro di Fasanella. A chiamare, lascia intendere, sarebbero stati i complici di Mauro, quegli stessi «giovani dei collettivi di sinistra» che avrebbero fatto il riconoscimento in obitorio fuggendo pirma di essere identificati, oppure la fantomatica ragazza accompagnata da un mediorientale (sicuramente piccola e biondina, magari di nome Christa, come suggerisce Gabriele Paradisi nell’intervista a Loriano Machiavelli, associando del tutto abusivamente il nome della Fröhlich a quello della protagonista del romanzo). Una descrizione proveniente, scrive Cutonilli, da «colloqui diretti» che Raisi avrebbe tenuto «con il personale medico di Bologna», dell’obitorio si suppone.

Singolari testimoni che ritrovano la memoria a 32 anni di distanza. Una memoria in sintonia coi tempi, dalle caratteristiche tipicamente neocon, del genere clash of the civilisations, roba da islamofobia post-11 settembre.
La vicenda della telefonata giunta a casa Di Vittorio ci dice, in realtà, che Raisi conosce perfettamente la testimonianza di Anna Di Vittorio resa nel 2006. Dunque la storia della Tolfa con il diario e la carta d’identità consegnata dalla Polizia ferroviaria. Nonostante ciò, egli la ignora completamente e senza mai confutarla, senza mai chiedere spiegazioni ad Anna, anzi lasciando supporre che non dica il vero, lancia le sue accuse gratuite contro il fratello Mauro.
E’ un po’ tardivo, come fa Cutonilli alla fine del suo testo, pretendere di salvarsi in corner chiedendo lumi all’autorità giudiziaria. Forse il vero problema in tutta questa vicenda è rappresentato dal signor Enzo Raisi. E’ lui che dovrebbe dare prova della sua onestà intellettuale e delle sue capacità di esercitare correttamente la funzione pubblica che svolge. Non certo Mauro Di Vittorio, che non può più difendersi, o i suoi familiari!


Il viaggio di ritorno e il biglietto del metrò parigino

Mauro Di Vittorio tra gli effetti personali aveva un biglietto del metro parigino, stazione di Barbès-Rochechouart. Così dicono alcune agenzie dell’epoca riprese dai quotidiani. Questa circostanza è bastata a Raisi per sostenere che Di Vittorio in realtà non è mai andato a Londra ma avrebbe fatto tappa a Parigi per incontrarsi con Carlos e prendere in consegna la valigia carica di esplosivo poi deflagrata nella stazione di Bologna. Il diario non dice nulla del viaggio di ritorno, il cui tragitto si può ipotizzare a partire da due circostanze: il biglietto della metropolitana sopracitato; la multa elevata sul treno a Di Vittorio perché trovato senza biglietto e pervenuta ai familiari dopo i funerali.
Respinto alla frontiera di Dover, Di Vittorio con pochi spiccioli in tasca (tra gli effetti personali vengono trovate solo 300 lire. Anna racconta che aveva lasciato gran parte dei suoi soldi a Peppe per aiutarlo a pagare la multa che aveva portato al sequestro della macchina alla frontiera tedesca), torna indietro e giunge a Parigi via gare du Nord. Parigi non ha una stazione centrale ma un sistema ferroviario a stella con stazioni che fanno capo alle diverse linee ferroviarie che si dirigono verso i quattro punti cardinali del Paese. La linea che congiunge Parigi a Londra, nel 1980 come oggi, è la gare du Nord. Non lontano dal quartiere di Barbès, dove è situata la stazione della metropolitana indicata nel biglietto ritrovatogli addosso. Stazione del metrò che si può raggiungere anche compiendo una semplice passeggiata a piedi. Da Barbès, Di Vittorio aveva due possibilità: salire le scale che portano alla linea 2 che traversa in sopraelevata i quartieri nord del capitale francese, da lì salire sui vagoni in direzione Nation, verso est, per incrociare la storica linea 1, aperta all’inizio del 1900, che l’avrebbe condotto alla vicina gare de Lyon, da dove all’epoca partivano tutti i treni per l’Italia. Oppure scendere e prendere la linea 4 sotterranea per incrociare la linea 1 nel labirinto di gallerie di Châtelet-Les Halles.
La presenza di quel biglietto è dunque assolutamente compatibile con il viaggio di ritorno, un viaggio condotto in modo rocambolesco perché senza biglietto. C’è dunque da supporre che Mauro sia dovuto scendere più volte dai treni, obbligato a percorsi contorti che l’hanno portato verso Bologna, probabilmente passando per Milano.

4/Continua

Link
Strage di Bologna, Mauro Di Vittorio viveva a Londra tra ganja, reggae, punk, indiani d’India e indiani metropolitani
Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

Strage di Bologna, ancora una testimonianza in favore di Mauro Di Vittorio che viveva a Londra tra «ganja, reggae, punk, indiani d’India e indiani metropolitani»

Terza parte/continua
Le memorie riaffiorano lentamente dalle brume di un tempo lontano ormai 32 anni.

Dopo il salutare scossone provocato dalla nostra inchiesta in difesa della storia di Mauro Di Vittorio, l’ultima delle vittime ad essere stata identificata nella strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, apparsa sul manifesto del 18 ottobre (leggi qui) scorso e nella quale abbiamo smontato il castello di menzogne costruito nel corso di questi ultimi mesi dal parlamentare finiano Enzo Raisi che ha accusato Di Vittorio di essere uno degli artefici dell’attentato, tornano i ricordi, si fanno più nitidi i contorni, si precisano meglio i dettagli.
Si incrina il muro dell’oblio, per questo ci auguriamo che altri ancora diano il loro contributo. Questo blog è pronto a pubblicarli.
Per mesi abbiamo cercato testimonianze che dessero conferma a quanto avevamo già verificato, al materiale documentale raccolto, parole nuove che reincarnassero quelle carte, tornassero a dare loro un’anima, trasformando in un sentimento caldo la memoria di Mauro.

Non è stato facile. 32 anni sono tanti, troppi, soprattutto per doversi difendere all’improvviso da un’accusa che ti prende alle spalle, a tradimento, perché così è dopo che l’incuria del tempo cancella i ricordi, fa scomparire i testimoni, seppellisce le carte sotto cumuli di polvere, in cassetti dimenticati.
Si parla molto delle vittime in Italia. In questo blog ci sono diversi post e articoli apparsi su alcuni quotidiani che affrontano il tema del paradigma vittimario. Ci sembra che questa vicenda stia dimostrando – se ancora ce ne fosse stato bisogno – come quello delle vittime sia solo un tema strumentale, da mercato politico e giudiziario. Non s’è levata in giro nessuna voce da parte dei “professionisti del dolore” in difesa della memoria di Mauro, nessuno si è preoccupato tra i tanti politici e vertici istituzionali di chiamare Anna Di Vittorio e suo marito Giancarlo Calidori mentre un intero schieramento parlamentare appoggiava l’iniziativa di Raisi nel silenzio complice e ipocrita del presidente della camera Gianfranco Fini. E dalle redazioni dei giornali, fatte salve alcune rare eccezioni purtroppo confinate nella locale, solo tanta sufficienza verso quel che accadeva.
Dopo le lettere dei compagni e amici dell’epoca (qui), dopo la testimonianza di Luciano Di Santo (qui), amico di Marcello, fratello minore di Mauro, indebolito da una malattia che gli impedisce di lottare per difendere la memoria del fratello, ci arriva un ricordo puntuale di Marco Boccitto, giornalista del manifesto, grande amico di Marcello, che ha conosciuto Mauro fino a subirne il fascino, come si capisce da quel che scrive.

Ecco chi era Mauro Di Vittorio
di Marco Boccitto

Ho conosciuto Mauro Di Vittorio all’inizio dell’estate 1980 tramite suo fratello Marcello, uno dei miei primi e “migliori amici”.
Mi colpì subito per le vibrazioni lunghe e serene che emanava, l’approccio libero e disilluso alle lacerazioni che viveva all’epoca il movimento, la filosofia senza smanie di chi sa vivere bene con poco. La decrescita felice non sapevamo neanche cosa fosse, ma lui la praticava con buonissimi esiti. Se ne stava a Londra, in cerca di niente e in attesa di tutto. Diceva che era fantastico, che era pieno di squat in cui vivere e se pure non trovavi lavoro ti davano un sussidio con cui tirare avanti. Parlava di ganja, amicizie intercontinentali, indiani d’India e indiani metropolitani, dei suoi vicini ghanesi e giamaicani, di come il reggae incontrava il punk, insomma l’Inghilterra vista da Brixton, il sobborgo in cui abitava. Difficile mettere d’accordo quei suoi racconti con le rivolte che incendieranno il quartiere di lì a un anno. Difficile anche associare quel suo approccio a un concetto negativo come quello di «riflusso». Ma ancor più difficile è ipotizzare un suo essere altro da questo. «Sai che c’è – gli dissi – se è davvero così ti vengo a trovare…». E lui: «Magari! Da fine luglio sarò di nuovo lì, se vieni puoi stare da me».
Non me lo feci ripetere.  Una sera d’inizio agosto ero davanti alla porta di casa sua, in un fatiscente condominio di squat, a Barrington Road. Con Mauro vivevano una ragazza sarda che forse studiava, un ragazzo veneziano che faceva il cuoco e un altro ancora di cui non ricordo. Di nessuno rammento i nomi. Aperta la porta mi spiegarono che Mauro non c’era, che anche in base a quel che sapevano loro sarebbe dovuto essere lì già da qualche giorno. Chissà, decidemmo, si sarà perso in qualcuno dei suoi giri sconvolgenti. Arriverà. «Intanto puoi dormire nella sua stanza», mi dissero. E così feci. Mi sistemai tra le sue poche cose felici, tra i cylum e gli economici Feltrinelli della beat generation, e malgrado fossi al verde provai a godermi la vacanza in sua attesa.
Qualche tempo dopo gli lasciai un biglietto, qualcosa del tipo «bella sòla che sei, chissà in che trip ti sei perso, grazie comunque x l’ospitalità e alla prossima». Tornato in Italia, il fratello mi parlò del diario bruciacchiato ritrovato sotto le macerie e della storia che conteneva. La spiegazione assurda, ma più che plausibile – anche e me avevano fatto un sacco di storie a Dover perché in tasca avevo solo pochi spicci – del perché Mauro non fosse lì dove doveva stare.

Per saperne di più
Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

Chi sono! Ma chi ho da esse? Un servaggio!

Non si capisce chi sei, ha scritto una volta una lettrice del blog. «E chi ho da de esse? Un servaggio», gli ho risposto citando come metafora una bellissima poesia di Cesare Pascarella

Chi so io? E chi ho da esse…?

– E quelli? – Quelli? Je successe questa:
che mentre, lì, frammezzo ar villutello
così arto, p’entrà ne la foresta,
rompevano li rami cor cortello,
veddero un fregno buffo co’ la testa
dipinta come fosse un giocarello,
vestito mezzo ignudo, co’ ‘na cresta
tutta formata di penne d’uccello.
Se fermorno. Se fecero coraggio:
– Ah quell’omo! – je fecero, – chi siete?
– Eh – fece, – chi ho da esse’? So’ un servaggio.

Cesare Pascarella, La discoverta dell’America

Oggi sto in vena di maggiori confidenze. Allora prima che ce ripenso ecco il seguito:

Nei mesi caldi del 1977 non avevo ancora compiuto 15 anni. E il 12 maggio 1977 ero quindicenne da soli sei giorni. Se non sbaglio ero in quarta ginnasio.
Sono nato e cresciuto in una famiglia comunista. Quella di mia madre era fatta di braccianti analfabeti delle montagne abruzzesi che appena gli fu permesso di votare misero la croce sempre sul primo simbolo in alto a sinistra, quello del Pci.
I più giovani abituati ai vari mattarellum e porcellum nemmeno capiranno. Erano gli anni del proporzionale con le preferenze. Alle persone umili, che a mala pena sapevano scrivere il loro nome (i miei nonni nemmeno quello), bisognava dare indicazioni semplici e certe: per decenni la scheda elettorale si è aperta col simbolo del Pci in testa, grazie alla dedizione dei suoi militanti che per avere il primo simbolo in lista cominciavano a presidiare gli uffici elettorali con settimane o mesi di anticipo. E se qualcuno osava intromettersi veniva allontanato con le buone o le cattive.
Quando i miei giunsero a Roma, mio nonno si trasformò in manovale nei cantieri dei palazzinari, mia madre divenne domestica. Da ragazza fece la bonne in alcune famiglie della grande borghesia romana poi, nato il pargoletto, finì ad ore nelle case del ceto medio. Anni dopo divenne infermiera.
Mio padre, invece, era di Ponte mollo. Il periodo d’oro della sua vita è stato quello di “Roma città aperta” e subito dopo l’arrivo delle forze alleate, quando regnava l’anarchia e le strutture basilari dello Stato non erano ancora ripristinate. Poi si è innamorato del Partito, ha creduto che così avrebbe potuto cambiare il mondo. Gli ha dato tutto, è diventato un agit-prop. Autodidatta si è formato in sezione. Negli anni 50 e 60 si è fatto tutto Scelba e la stagione di Tambroni, le campagne elettorali in provincia con la seicento e lo Sputnik sul tettino, ha conosciuto la palestra della caserma di Castro Pretorio, dove finivano i rastrellati dei grandi fermi di massa, e le cariche di Porta San Paolo.
Di lui mi ricordo il giorno, saranno stati i primissimi anni 70, in cui si presentò con un lungo manganello avvolto con del nastro adesivo nero con la scritta Dux in verde. L’aveva strappato dalle mani di un militante missino che aveva partecipato all’assalto della sua sezione, quella del Pci di Ponte Milvio alla quale era iscritto fin dall’apertura.
Anzi era stato tra i fondatori della prima sede occupata nel 1945, quella che era stata la vecchia sede del Fascio, dove oggi si trova ancora (almeno credo) il commissariato di Ps.
Poi, con la normalizzazione, dovettero sloggiare in via degli Orti della Farnesina perché lo Stato si riprese tutto.
Quel giorno i fascisti del Flaminio, di Vigna Clara e della Cassia, avevano tentato di fare irruzione nella sezione ma gli era andata male. Avevano trovato una bella resistenza. Lavoratori, gente abituata alla fatica, che non aveva paura e non si tirava indietro.
Mio padre era un uomo di strada, anzi di mercato, faceva il fruttivendolo (il fruttarolo si dice a Roma), aveva le mani grosse e callose che facevano male.
Il manganello di un fascista, che spiscio! Ridevo come può ridere un ragazzino che si immagina chissà quali battaglie. E poi era vero, il manganello! Fino allora quei cosi li avevo visti solo nei film della marcia su Roma, nelle foto, avevo letto di loro nei racconti. Ma ora ce l’avevo davanti il trofeo della più infame idiozia. Mi sembrò subito una cosa ridicola. Non era una semplice arma contundente rimediata sul momento, considerato un vile strumento utile solo per la bisogna, ma un feticcio. Si capiva dalla cura che gli era stata prestata: la nastratura perfetta, quella scritta, l’impugnatura. Un vero oggetto di culto. Non c’erano ammaccature o graffi. Chissà quanto tempo aveva perso quel tizio a perfezionarlo fin nei dettagli per poi farselo togliere dalle mani con grande disonore. Sorgeva il dubbio che non fosse mai stato usato. Possibile che le ossa fratturate, le teste spaccate non avessero mai lasciato segni?
Più lo guardavo e più mi chiedevo cosa potesse passare nella testa di un fascista.
Qualche anno dopo, alle superiori, sentii le femministe parlare di “fallocrazia”. Quelle vedevano falli dappertutto. Ad un ragazzetto di periferia, ancora poco incline alle raffinatezze intellettuali e pieno di malizia da strada veniva subito da pensare che scopassero poco o male. Un vero sessista! Crescendo quella malizia non l’ho persa però ho imparato che quella era “fallolatria”.
Insomma ho respirato Pci fin da piccolo, sono cresciuto leggendo la stampa comunista, Paese sera, l’Unità della domenica, Rinascita, frequentando le feste dell’Unità, la sottoscrizione per la stampa del partito tra il 1974 e il 1976, gli anni della rivoluzione dei garofani in Portogallo, la morte di Mao, gli ultimi garrotati da Franco.

Di quel periodo ricordo il 1973 come un anno particolare. Ad aprile c’è il rogo di Primavalle, alle case popolari di via Bernardo da Bibbiena, tre fermate di autobus da casa mia. Il mese dopo avrei compiuto 11 anni. Muoiono Stefano e Virgilio Mattei. Stefano era poco più piccolo di me. All’inizio della via, poche decine di metri prima del cortile del loro palazzo, ma sul lato opposto, c’è ancora l’Inam, la mutua. Subito dietro, dove ora sorge un immenso caseggiato Iacp che ha tolto luce a via Federico Borromeo, un tempo via di Primavalle, e ai vecchi lotti dell’edilizia popolare fascista situati di fronte, c’era il campo sportivo Giuseppe Tanas, un edile comunista ucciso dalla polizia durante scontri di piazza del dicembre 1947. Era bello quel posto perché si vedevano i tramonti, all’imbrunire arrivava una luce dalle mille sfumature di rossi, arancione e rosa, non c’era il Bronx attuale con le sue torri (gli Iacp di Torrevecchia) a cancellare la linea dell’orizzonte. C’erano anche le giostre, le macchine a scontro e un chiosco di grattachecche.
Quella mattina avevo una visita medica. Era presto quando arrivammo sul posto. Vidi ciò che restava. I miei ricordi sono a colori, colori bruciati, diversi dal bianco e nero delle immagini d’epoca. A quell’ora non si sapeva ancora cosa era veramente accaduto.
Nel settembre successivo entro in prima media in una scuola nuova di zecca costruita all’incrocio dello stradone e del discesone, davanti alla sfascio (autorottamazione altrimenti detto sfasciacarrozze) tra via Forte Braschi e via Mattia Battistini. Aperta appena da un anno. Facciamo i doppi turni, tre giorni di mattina e tre di pomeriggio. Non c’è posto perché ci sono poche scuole. I democristiani preferivano le chiese. Alle elementari invece si alternavano i mesi. Al ginnasio andrò invece sempre di pomeriggio. Solo in prima liceo, finalmente, terminano i doppi turni anche se la scuola è in uno scantinato che si allaga quando le piogge invernali fanno traboccare le fogne. Ci vollero anni di proteste, autogestioni e occupazioni per avere una scuola vera e non un edificio rimediato, il Montale  di via Bravetta, non mi ricordo più in che anno l’inaugurammo.

A 11 anni divento un tesserato Uisp (Unione italiana sport popolare). Mille lire al mese. Forse meno. All’inizio faccio calcio con il Tanas Primavalle, nel campo in pozzolana che sovrastava via Bibbiena. Poi per fortuna pallamano agonistica e pugilato, sempre nella palestra della scuola media di Forte Braschi, la Giorgio Scalia, che oggi ha cambiato nome ed è diventata un istituto tecnico. Ma non finiva mica lì, occupavamo terreni, spazi verdi, per rivendicare palestre, campi sportivi, parchi: tutto pubblico e a prezzi popolari. Sport per tutti contro le strutture private. Ve l’immaginate oggi?
Sono entrato nella politica correndo (a parte la cellula carbonara con tanto di giuramento trovato sul libro di quinta elementare – vedi i cattivi maestri dove si annidavano! – fondata all’Andrea Baldi). Gare podistiche che servivano a portare ogni domenica migliaia di romani nelle zone verdi della città che facevano gola alla speculazione edilizia. A undici anni giravo per Roma ogni domenica mattina, prendevo tre o quattro autobus, vomitavo spesso, per arrivare a Spinaceto, al parco degli Acquedotti, alla Caffarella, spesso mi perdevo e arrivavo tardi, altre volte per fortuna si correva vicino casa, e lì a rompere le reti che recintavano la Pineta Sacchetti, la valle dell’Inferno, a forzare il cancello di villa Carpegna. Quante zone verdi abbiamo salvato, diventate poi parchi pubblici o zone protette. Oggi ho scoperto che al Pineto ci sono le associazioni di quartiere vicine ai postfascisti che con la scusa di togliere le cartacce danno la caccia alle tende dei migranti dell’Est che si accampano tra le fratte. Sembra che quei parchi siano roba loro da sempre. In fondo è vero, all’epoca i missini facevano gli sgherri armati della Fondiaria del Vaticano in difesa delle recinzioni. Merde!
Poi nell’autunno 1976 la mia prima manifestazione gruppettara, da piazza Irnerio lungo le strade di Boccea. Il motivo del corteo non me lo ricordo. La prima però l’avevo fatta con mia madre anni addietro. Ero alle elementari. Partiva dallo sterrato di largo Boccea, dove ora c’è il lago d’asfalto che fa da capolinea per gli autobus. Era contro la guerra in Vietnam. Mi ricordo tanti mitra minacciosi e gli anfibi della polizia. Forse perché erano alla mia altezza. Quella di un bambino.

Comincia proprio nel 1976 il distacco lento ma graduale dalla politica che si respirava in famiglia e sorgono i primi dissidi con mio padre che ancora dava retta ai discorsi che sentiva in sezione. Mi ricordo nel febbraio successivo l’arrabbiatura dopo la cacciata di Lama dall’università. Episodio che mi turbò moltissimo. Avevo ancora un’idea molto ecumenica della sinistra. Qualche anno dopo anche lui si allontanò dal Partito. Non rinnovò più la tessera, deluso dal compromesso storico. Iniziò la sua lunga depressione culminata con il mio arresto, un decennio più tardi, e il grande senso di colpa per avermi parlato fin da piccolo di comunismo, per avermi insegnato a pensare con la mia testa, ad essere critico. «A cosa ti è servito? Per finire in carcere?», concludeva sempre.

Iniziarono frequentazioni multiple e sovrapposte, ma la militanza nella Fgci – come qualcuno ha scritto – proprio no. Mi bastò, sempre in quarta ginnasio, un incontro – nato da un consiglio di mio padre – col segretario figiccino della sezione di via Graziano, vicino alla succursale del Manara, il liceo classico-scantinato per sfigati che frequentavo. Era una brava persona, ma il suo linguaggio era tutto cittadinismo e democrazia, mica tanto diverso da quello di un mio compagno di classe democristiano, che almeno era bravo in greco e latino. Il suo partito era molto diverso da quello di mio padre, infatti seppi nell’81 che era entrato in polizia e faceva il sindacalista del Siulp.
Quelli furono anni di ricerca, di verifiche, di passaggi, di rotture. Poi verranno gli approdi, le separazioni, altri approdi, la lotta armata appena acennata, il carcere, l’incontro con mia sorella e la mia nipotina nel parlatoio di Rebibbia. Un pezzo dell’altra famiglia, quella ufficiale, io appartenevo a quella clandestina. L’unica vera clandestinità della mia vita. Mio padre era bigamo, aveva due famiglie, a noi dedicava la sera poi andava via come faccio io oggi, quando rientro in carcere e spiego al mio bambino che lo devo fare così la mattina può mangiare i cornetti caldi. Una vergognosa bugia escogitata da ton ton Oreste che comincia a traballare. Giorni fa ha chiesto alla mamma: «Perché papà dorme con i poliziotti?». Non capiamo dove possa aver sentito una cosa del genere. Non ha nemmeno tre anni, non posso mica portarlo davanti alla carraia blu. Ma chi glielo ha detto?
Nel 90-91 vengo scarcerato, c’è il casino della Pantera, poi l’esilio, l’incontro con Oreste Scalzone, il migliore dei cattivi maestri, il carcere francese, ancora l’esilio, il lavoro all’università, i libri, l’estradizione, una gigantesca montatura giudiziaria e di nuovo il carcere, in mezzo a tutto ciò tanti affetti frantumati, amori persi per strada, delusioni umane grandissime, i miei nonni, i miei zii e mio padre (i miei animali, Pugacev prima di morire è andato nella mia stanza-museo, rimasta come il giorno che me n’ero andato, per arrotolarsi sul letto, forse cercava il mio odore, voleva darmi la sua ultima leccata) morti senza poterli salutare, tante cose lasciate e non più ritrovate, salvo mia madre sempre lì, come una montagna, è entrata in tante carceri, ha accettato umilianti perquisizioni, silenziosa e dura non si è mai piegata, è venuta a cercarmi lontano, ha imparato le regole della riservatezza, come potrei farne a meno?
Quando mi giro mi accorgo che sono passati 25 anni e non è ancora finita. Superata di un bel pezzo metà della pena è arrivata la semilibertà… una compagna più giovane che sopporta tutto questo, anche il mio disincanto, il bel bambino che sa già dove dormo ma fa finta di credere che il papà esce ogni sera per prendere i cornetti (tra un po’ mi dirà «a papà, mica ci vuole una notte intera per comprarli!»), un altr@ pers@ e scolpit@ sulla carne e per sempre nel cuore.

Oreste Scalzone, «La catastrofe dell’ideologia lavorista»

Una riflessione di Oreste Scalzone sul feticcio del lavoro che non sfrutta soltanto ma uccide, a partire dalle vicende Dell’Ilva di Taranto, della Fiat di Pomigliano e dell’Alcoa di Portovesme. «L’ideologia lavorista è una catastrofe che blocca la pensabilità di un possibile diverso

di Oreste Scalzone 19 ottobre 2012

Domani, Cgil e Fiom sfileranno a Roma, con una “grande manifestazione” da piazza San Giovanni a cui – scrive il manifesto – parteciperanno «ben 15 pullman di lavoratori che da Taranto partiranno alla volta della capitale, raggiungendo i colleghi metalmeccanici delle grandi aziende in crisi come l’Alcoa di Portovesme, Fiat, Finmeccanica, sino alla Vinyls di Porto Marghera».
Lo slogan-cappello generale è sintomaticamente orrido, raccapricciante: «Il lavoro prima di tutto !»  fa pensare ai più svariati lavorismi: da quello utilitarista-liberale dei classici dell’Economia politica (il capitalismo è la società “fondata sul lavoro”…), alle variazioni su tema fasciste, naziste, collaborazioniste (dal “Palazzo della Civiltà del Lavoro”, all’infinitamente sinistro infame “Arbeit macht frei”, “il lavoro rende liberi” inscritto sul frontone dell’entrata ad Auschwitz-Birkenau; al “Patrie Famille Travail”, “Patria Famiglia Lavoro”, divisa dello «Stato francese» della collaborazione pétainista); alle versioni social-democratiche, sindacalistiche, staliniste e più ingenerale dei regimi di «socialismo reale», contraffazione del comunismo «spettro aggirantesi per l’Europa», tra il ’48 e la primavera ’71 della Comune di Parigi, contraffazione statalista, tecno-economicista, fabbrichista, vera e propria controrivoluzione in abiti rivoluzionari di conio lassalliano-kautskiano…
Il feticcio del lavoro come blocco della pensabilità del possibile, anchilosi intellettuale che non riesce a pensare oltre la ‘naturalizzazione’ e ‘teizzazione’ delle forme storiche, tecno-economico-societali-politiche, della “Modernità”, viene riproposto nel modo più subalterno, con una sorta di “cupidigia di servilismo”, spasmodico desiderio mimetico.
A Taranto, questa posizione è smascherata e nuda. Girano filmati con sindacalisti Fim e Uilm che tessono in modo nauseabondo, senza neanche l’astuzia di un bemolle ipocrita, le laudi del padrone; che raccontano che l’Ilva era inquinante, ma poi…la proprietà ha fatto tanto, investito tanto…., ora è diverso, rimarrà pure qualche problema, ma sono dettagli, bazzecole, pinzillacchere…
Questi “lavoratori” che finiscono per essere (come sempre i gialli, i crumiri) degli squallidi burattini del padrone – e tanto peggio se essendosi convinti di quello che van dicendo…, rischiano di portare gli altri (e di andar loro) allo sfacelo peggiore : perdenti, obiettivamente “collaborazionisti”, e ben partiti per fare da parafulmine, schermo e ‘testa di turco’, oggetto di odio e disprezzo, maledetti da tutti…
All’ILVA, non c’è spazio per sfumature, non c’è scampo: o si impugna l’asta di una bandiera che nell’immediato coagula e sprigiona forza sulla parola d’ordine, «Chiusi gli altoforni, in libertà dal lavoro a salario pieno a tempo indeterminato!», o si destina, ci si lascia destinare, ci si fa destinare, con connivenza attiva “servo/padronale”, ad un destino che permetterà di dire di quanti avranno seguito questa deriva, l’oltretutto ridicolo, ineffettuale e velleitario, illusionistico e miserabile assieme, “pragmatismo” del’ “il lavoro prima di tutto”, quello che recita la penultima frase del Processo di Kafka: «E pensò, che soltanto la vergogna gli sarebbe sopravvissuta».
In altri termini e altri codici, “perder l’anima, per niente”, per un pugno di mosche, e neanche. Parafrasando la celebre frase di uno statista, dunque in quanto tale, Nemico, ai politicanti britannici, si potrebbe dire, «Potevate scegliere fra la capitolazione e la lotta, fra la servitù e l’indipendenza. Avete scelto la capitolazione e la dipendenza, e avrete anche la sconfitta».
Non abbiamo paura di doverci scontrare fra proletari, e con altri proletari: a Taranto è oggi chiarissimo, non c’è chi non possa vederlo, che la coppia lavorismo-statalismo, l’identificarsi come forza-lavoro, “capitale variabile” (con tutte le ideologie di sostituzione, di diversione, che ne derivano), costituisce la forma specifica, autodistruttiva, di una “controinsurrezione preventiva” nel seno stesso delle moltitudini sfruttate, oggetto di sopraffazione, di tentativo incessante di vampirizzarne la potenza, e lasciare il frutto spremuto, schiacciarlo fino all’annichilazione.
Non pensiamo sia risposta adeguata quella di una parzialissima, pallida presa d’atto della catastrofe dell’arroccamento lavorista e della velleitaria illusione di difendere status quo ante, o ritornarvi, in termini di formulazione di “pani di riorganizzazione della società”, in bilico fra mera dimostrazione alla lavagna, tacciabile al contempo di velleità di riforma della regolazione sociale, o di utopistica “pasticceria del futuro” – insomma, sempre attaccabile come “troppo o…, troppo e  troppo poco”, anzi, proprio un’autocontraddizione al ribasso.  Come “pieno impiego” o “Stato sociale”, o “il lavoro non si tocca”, la formula «Diritto al reddito» ci sembra far torto alla sostanza.
Il cinismo della misantropa Fornero (come spesso la sfrontatezza di certi “poterosi”) diceva il vero: non esiste, men che mai nella Costituzione, un «Diritto al lavoro», così come appare difficile pensare ad una modificazione della «costituzione materiale», e di seguito «formale», che inscriva come «diritto esigibile» il posto di lavoro, o il reddito universale incondizionato, d’esistenza. Nell’aria di guerra sociale dall’alto che, come osserva Foucault, spira dietro le concettualizzazioni vuotamente giornalistiche sulla crisi, non è per vie “cittadinistiche” o “demo-parlamentari” che il servilismo “lavorista”  può essere morbo debellato, e per lo più in fretta, prima che il cavallo stramazzi e, stramazzato proprio, diventi carcassa e carogna.
Nojaltri (che non ci rassegnamo a dire che l’unica cosa che resta è un camusiano “mi rivolto, dunque sono !”, che comunque – nelle più diverse motivazioni, filiazioni, forme – è estremo ridotto che chiama rispetto), vorremmo provare a pensare e ripensare e tentar di praticare, con altri, una “filosofia pratica” che non rinunci, a dispetto di tutto, ad aver l’occhio al ‘comune’.
Momenti, percorsi, insorgenze, forme, confluenze, coalescenze, ‘aggrumazioni’, di forme di vita, di pratiche, di relazioni, di lotte, di ribellioni e rivolte, persistenti, che zampillano e vengono e rivengono…, producendosi in situazione, in modo variato, con singolarità che costituiscono contrappunto ed hanno un ‘fondo’ comune, ci sembrano la strada di una scommessa da tentare.
Se – per stare all’esempio – è una rete operaia che introduce, entrando a gamba tesa e disvelando un’evidenza occultata, ponendo in un tessuto vivo la rivendicazione elementare di “messa in libertà da lavoro a salario pieno a tempo indeterminato”, questa ‘cosa’ non è “corporativa”, non è forma di legittimismo identitario che pretende riesumare una “centralità oggettiva e soggettiva” in sé, di per sé, che abbia valenza universale.
Se, con una sorta di emulazione, di dinamica che fa leva su un precedente, un ventaglio, un caleidoscopio di lotte si sprigiona da altri strati e ‘territori esistenziali’ (uomini, donne, giovani e meno e ancor meno, precari, disoccupati, inoccupati, cassintegrati, “call-centeristi”, cassiere, “cognitari” o supersfruttati a chiamata, “fannulloni dai mille mestieri”, strati di “classes dangereuses”, & ancor’oltre, “soggettività rivoltose qualunque”…), sarà così, tra secessioni e sollevazioni, sabotaggi e sforzo di strappare e acquisire mezzi materiali di vita immediata, e anche da possibile “infrastruttura” di pratiche d’alterità…, ecco : pur senza sicumère, oltre lo stesso disincanto, i dubbi che assalgono, ma anche il sentirsi – per parafrasare Semper eadem di Samuel Beckett – «sgomenti, atterriti di amare, e non questa cosa ; di essere appassionati da ‘altro’, portati, e non da questa ‘cosa’ “, forse si può riprovare e riprovare ancora…..».

Link
Fiat di Pomigliano e Ilva di Taranto, da qui può ripartire il ribellismo operaio
Ilva è veleno! Via dalle officine a salario pieno!
Pomigliano, presidio permanente dei cassintegrati in tenda davanti ai cancelli Fiat con il megafono di Oreste Scalzone e il sax di Daniele Sepe
Ilva, a Taranto finisce la classe operaia del sud
Cronache operaie

«Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio», le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980

Seconda parte/continua


Dopo l’inchiesta apparsa sul manifesto del 18 ottobre (leggi l’articolo) che scagiona Mauro Di Vittorio, morto il 2 agosto 1980, insieme ad altre 84 persone, per l’esplosione di una bomba piazzata nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, dall’accusa lanciata 32 anni dopo i fatti dal parlamentare postfascista Enzo Raisi, di essere stato uno degli artefici di quella orrenda strage; dopo la pubblicazione del suo diario di viaggio (leggi qui), ritrovato in una borsa tra le macerie della stazione insieme alla sua carta d’identità che la violenza dell’esplosione aveva separato dal corpo; pubblichiamo la testimonianza di Luciano Disanto, amico e compagno di liceo del fratello minore Marcello che frequentava la casa di via Anassimandro a Torpignattara.

Le due lettere pubblicate su Lotta continua giovedi 21 e domenica 24 agosto 1980, che potete leggere qui sotto, e la testimonianza di Di Santo ci aiutano a tratteggiare alcuni aspetti fondamentali della personalità di Mauro Di Vittorio che dimostrano la sua incompatibilità con i sospetti avanzati dall’ex carabiniere missino, oggi deputato finiano, Enzo Raisi

di Paolo Persichetti

La testimonianza di Luciano Di Santo
Per Mauro Di Vittorio «la ricchezza stava nelle relazioni umane, nella scoperta degli altri. Era fatto così», racconta Luciano Di Santo, amico fraterno di Marcello, il fratello più piccolo di Mauro. E per descrivere meglio il personaggio racconta un episodio: «eravamo andati tutti e tre, io, Marcello e Mauro, al mio  paesino d’origine, Sante Marie, in provincia di L’Aquila, non lontano da Tagliacozzo. Ad un certo punto ci siamo persi Mauro, l’abbiamo cercato per ore. Niente, era scomparso, non si trovava finché l’abbiamo scovato con dei vecchieti del posto. Si era seduto al loro tavolo e discuteva con loro da ore davanti ad un bicchiere di vino, sorridente. Si era dimenticato di noi, del tempo».
«Per noi – continua ancora Luciano – era come un tutore, guardavamo affascinati quel suo modo di rivolgersi al mondo. Aveva lasciato la scuola, deciso di vivere viaggiando. Stava a Londra. Noi più giovani eravamo agguerriti, c’era il 77 in corso e lui raffreddava i nostri bollenti spiriti spiegandoci che le rivoluzioni non si facevano così, non con la violenza. Lui era convinto che i processi di mutamento dovessero passare per i cambiamenti personali, attraverso le relazioni. Se posso usare un’immagine presa dal cinema, dico che era una specie di Forrest Gump, uno spirito libero in cerca delle radici umane, semplici e genuine di ogni essere umano, una voce fuori dal coro».

Le lettere dei compagni e degli amici di Mauro Di Vittorio apparse su Lotta continua del 21 e del 24 agost0 1980

La doppia pagina uscita su Lotta continua giovedì 21 agosto 1980 con il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio e una lettera di compagni del suo quartiere, Torpignattara

Qui sotto il testo di un’altra lettera, apparsa sempre su Lotta continua la domenica successiva, 24 agosto, nella pagina della corrispondenza

Lotta continua del 24 agosto 1980, pagina delle lettere (ocr)


Su Mauro Di Vittorio

L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

Strage di Bologna: la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi e Valerio Fioravanti

L’inchiesta/prima parte – L’ultimo depistaggio sulla bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 tira in ballo una delle vittime dell’eccidio: Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara. Pur di renderlo funzionale al teorema della pista palestinese i suoi accusatori non hanno esitato a riscrivere cinicamente il suo passato. Il grossolano tentativo di modificare quanto era già emerso 32 anni fa, nei giorni immediatamente successivi all’esplosione, fallisce clamorosamente di fronte alle testimonianze dei familiari di Di Vittorio e alla mole di materiali documentali esistenti

Paolo Persichetti
il manifesto 18 ottobre 2012

Mauro Di Vittorio, Lotta continua 21 agosto 1980

«Prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada. La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo». (Leggi il testo integrale).

L’Europa in autostop
È il 30 luglio 1980, Mauro Di Vittorio sta attraversando l’Europa in autostop diretto a Londra, inconsapevole di avere pochi giorni di vita davanti a sé. Giunto a Dover gli inglesi lo rimandano indietro perché non ha con sé sufficienti garanzie di reddito. Costretto a rientrare in Italia, tre giorni più tardi salta in aria insieme ad altre 300 persone (85 morirono) nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Oltre venti chili di gelatinato e compound b, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, mettono fine per sempre al suo ritorno.
Il racconto degli ultimi giorni di vita di Mauro è in un quaderno in cui sono annotate le tappe e gli incontri del viaggio, probabilmente scritto durante il rientro. Dopo 30 anni le pagine di questo diario sono diventate un affaire di Stato, un presunto mistero – secondo il parlamentare Enzo Raisi, già membro della commissione Mitrokhin – che sulla loro veridicità solleva dubbi insinuando che dietro vi sia una manipolazione per nascondere la responsabilità diretta, anche se involontaria, dello stesso Di Vittorio nella strage.

La fabbrica delle patacche ispirata dalla trama di un romanzo
Per il parlamentare di Fli, che sulla vicenda ha depositato un’interpellanza parlamentare urgente annunciando anche la prossima uscita di un libro, il giovane sarebbe stato un appartenente «all’area di Roma sud dell’Autonomia Operaia», incaricato di trasportare per conto di un gruppo palestinese, l’Fplp di George Habash in contatto con Carlos, la valigia poi esplosa per un incidente o forse addirittura per una trappola architettata all’insaputa del giovane. Episodio che, sempre secondo Raisi, andrebbe iscritto tra i retroscena del lodo Moro (l’accordo segreto tra Sismi e guerriglia palestinese per salvaguardare l’Italia da attentati in cambio del transito di armi), come un incidente di percorso o come una rappresaglia per la sua violazione l’anno precedente, quando davanti al porto di Ortona furono arrestati, perché trovati in possesso di un lanciamissili destinato alle forze palestinesi, tre esponenti dell’Autonomia romana e successivamente Abu Anzeh Saleh, responsabile dell’Fplp in Italia.
Raisi fonda i suoi sospetti sul fatto che nel fascicolo delle indagini, «non sembrerebbe risultare verbalizzato alcun rinvenimento di documento d’identità o agenda del Di Vittorio». Non è affatto vero ma al parlamentare non interessa al punto da sollevare ombre anche sulla scheda biografica presente nel sito web dell’Associazione familiari vittime del 2 agosto 1980, nella quale sono riportati alcuni brani virgolettati del diario.
A rafforzare i dubbi di Raisi ci sarebbero delle nuove testimonianze che riferiscono lo strano comportamento di una ragazza e di un uomo dalle sembianze mediorientali che avrebbero realizzato una ricognizione del cadavere di Di Vittorio all’obitorio di Bologna, fuggendo intimoriti prima che «il primario e il maresciallo presenti sul posto riuscissero a raggiungerli per identificarli».
Sarà soltanto una coincidenza ma il castello di sospetti avanzato da Raisi ricalca senza molta originalità la fantasiosa trama del romanzo Strage, di Loriano Machiavelli (circostanza segnalata dal sempre attento Ugo Maria Tassinari nel suo sito FascinAzione.info), uscito sotto pseudonimo e tra mille polemiche nel 1990 per Rizzoli e ripubblicato due anni fa da Einaudi, nel quale si narra la storia di una coppia di giovani che gravitano nell’area dell’Autonomia, si riforniscono di armi tra Parigi e la Cecoslovacchia fino a quando uno dei due salta in aria alla stazione di Bologna con una valigia di esplosivo attivata a sua insaputa da un sofisticato congegno trasportato da un’emissaria dei “poteri occulti”. Guarda caso anche qui la ragazza si reca all’obitorio con altri compagni.

Una forzatura di troppo
Il deputato post-missino, citando una testimonianza rilasciata 26 anni dopo i fatti dalla sorella maggiore di Di Vittorio, Anna, a Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nel libro “I silenzi degli innocenti” (Bur, 2006), lascia intendere che la «strana telefonata» che informò i familiari del rinvenimento a Bologna della carta d’identità di Mauro, non proveniva dalla questura ma da probabili complici del giovane. Sempre Anna, alcuni anni fa concesse il perdono a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, membri dei Nar condannati per la strage, con una lettera che facilitò l’accesso della Mambro alla liberazione condizionale. Lo scorso 2 agosto, come se nulla fosse, anche Fioravanti, ormai libero, ha ipotizzato in un articolo apparso sul Giornale un ruolo dell’«autonomo» Di Vittorio nella strage. Ma su questo argomento, Anna Di Vittorio e suo marito Gian Carlo Calidori, anche lui colpito negli affetti dalla strage, non hanno intenzione di scendere in polemica. Ritengono che ognuno debba rispondere alla propria coscienza: «Chi siamo noi due per giudicare gli altri?». In realtà, come ci ha spiegato Anna Di Vittorio, «non è mai esistita nessuna telefonata misteriosa». D’altronde quanto riportato nel libro non trova riscontro nelle dichiarazioni rilasciate dagli altri familiari il giorno del riconoscimento ufficiale della salma di Mauro. Luciana Sica di Paese sera, in una cronaca apparsa il 13 agosto 1980, racconta le ore passate nella casa di via Anassimandro, nel quartiere romano di Torpignattara. Descrive il clima attonito di una famiglia che per dieci lunghi giorni non ha voluto credere ai ripetuti segnali che annunciavano la tragica fine del loro congiunto, come la telefonata della questura felsinea del 3 agosto che – forse per un eccesso di cautela – riferiva soltanto del generico ritrovamento della sua carta d’identità in città. La cronista raccoglie le prime dichiarazioni del fratello più piccolo, Marcello, e quelle della zia che ancora non riescono a capacitarsi di quella rimozione. Riferisce dell’interessamento dei vicini che invece hanno sentito in televisione la descrizione dei corpi ancora non identificati ed hanno subito capito; finalmente Anna dopo una telefona all’obitorio decide di partire verso la capitale emiliana insieme a due amici. E’ lunedì 11 agosto, giunta all’istituto di medicina legale entra, sono le nove di sera e all’interno c’è poca luce, i suoi amici non resistono all’odore, tutt’intorno ci sono resti di cadaveri, Anna «vede il corpo del fratello, esce e dice di non averlo riconosciuto». Chiama Marcello a Roma per sapere se Mauro avesse dei pantaloni di velluto grigio. La risposta non offre scampo: «E’ lui».

Il mistero inesistente del diario
A chiarire invece il mistero del diario ci pensa Lotta continua che il 21 agosto 1980 ne pubblica il testo integrale insieme a una lettera firmata «I compagni di Mauro». Nel resoconto del viaggio Di Vittorio racconta di essere partito da Roma in automobile insieme a un amico di nome Peppe, probabilmente il 28 luglio. Due giorni dopo alla frontiera di Friburgo i doganieri tedeschi trattengono la macchina di Peppe perché due anni prima era stato trovato senza biglietto sulla metropolitana di Monaco e non ha ancora pagato la multa. Mauro gli lascia tutti i suoi soldi e prosegue solo, in autostop, con la speranza di arrivare rapidamente a Londra, nello squat di Brixton dove viveva, per trovare altro denaro da inviare a Peppe. I numerosi dettagli riportati offrono facili possibilità di riscontro sulla veridicità intrinseca del racconto e se ancora non bastasse c’è l’importo del biglietto del treno non pagato da Mauro durante il viaggio di ritorno che arrivò alla famiglia, quasi come una beffa, dopo la morte. Ancora più interessante è la lettera dei suoi compagni, dalla quale si capisce che Mauro non era un militante e non era mai stato vicino all’Autonomia. Gli autori del testo sono ex di Lotta continua del circolo di Torpignattara, ancora aperto nel 1980 – come accadde anche per altre sedi del gruppo – punto di riferimento per una parte di quella fragorosa comunità politico-esistenziale che non si era rassegnata allo scioglimento dell’organizzazione quattro anni prima. Mauro, che dopo la morte prematura del padre aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia, era molto conosciuto, amato e stimato. I suoi compagni lo descrivono come «Una persona, un compagno inestimabile che sapeva dare tutto a tutti. Capace di dare se stesso in qualsiasi momento. La persona che tutti avrebbero voluto vicino per qualsiasi cosa: per un viaggio, per parlare di se stessi, della vita, delle contraddizioni e dei problemi che ci si presentano quotidianamente».

Un indiano metropolitano a Londra
La domenica successiva, sempre su Lotta Continua, appare un’altra lettera che è quasi una seduta pubblica d’autocoscienza. In polemica con i toni ritenuti troppo politici della prima, i suoi autori che si firmano «Alcuni amici di Mauro» sostengono che «per Mauro la parola compagno era diventata vuota e priva di senso come lo è diventata per noi, perché questa maturazione l’avevamo vissuta insieme e insieme avevamo smesso di illuderci e insieme avevamo visto crollare miti, ideologie e propositi rivoluzionari. Quindi, oggi, il minimo che possiamo fare è rispettare il suo modo di vedere, le sue disillusioni. Evitare quindi cose che suonano speculative, evitare analisi che lui non avrebbe fatto, evitare termini in cui non si riconosceva più, evitare inni alla rivolta di cui tutti conosciamo la falsità e la vuotezza».
C’è l’intera parabola di quel che accadde in un pezzo del movimento del 77 in queste frasi che annunciano l’epoca del grande riflusso, dove le grandi narrazioni cedono spazio a traiettorie più intimistiche e personali, in ogni caso situate a una distanza siderale dall’immagine del giovane dalla doppia vita con la valigia piena di esplosivo suggerita da Enzo Raisi. Mauro Di Vittorio con i suoi lunghi capelli neri che sembrano anticipare la moda dei dread, la barba folta e l’aspetto freak, era un’altra persona. Chi lo descrive oggi come l’autore della strage di Bologna lo ha ucciso una seconda volta.
«Quest’accusa – replica Gian Carlo Calidori – ci sta facendo vivere un’esperienza sgradevole, ma nonostante ciò continuiamo a confidare, come sempre, nelle Istituzioni della Repubblica Italiana».
E Anna aggiunge: «Nell’agosto del 1980 sono andata a Bologna. Ho visto il cadavere di mio fratello Mauro: era intatto; non carbonizzato; con una sola ferita, mortale, nel costato. Poi, ho incontrato la Polizia Ferroviaria che, molto umanamente, mi ha consegnato gli effetti personali di mio fratello, tra cui il diario di Mauro».

Per saperne di più
“Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio”, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio

L’ultimo viaggio di Mauro Di Vittorio

da Lotta Continua, 21 agosto 1980

Parto con la sensazione di dover fare qualcosa di buono. Tante idee per la testa, chissà cosa combino. Dopo una grattachecca e una controllatina alla macchina comincia il viaggio. Peppe vuol fare la strada più lunga, cioè l’Aurelia, per vedere se ci sono due ragazze del Belgio in Toscana, ma dopo quattro ore di viaggio arriviamo e non le troviamo. Peccato.
Decidiamo di proseguire anche se è notte e arriviamo a Milano. Qui la macchina comincia a fare i capricci e cambiata la candela andiamo un po’ avanti un po’ più nervosi. Il giorno dopo, alla frontiera con la Svizzera ci tengono fermi due ore, ma il morale è  intatto. Ogni tanto ci fermiamo per far riposare la  macchina. Peppe comunque è un ottimo guidatore e sono abbastanza sicuro. Andando avanti cominciano le difficoltà serie con la macchina perché la strada è in salita e c’è molto traffico. Comunque la Svizzera è bella, specialmente al passo del San Gottardo dove ancora c’è la neve e ci fermiamo a bere.
Dopo la Svizzera italiana c’è la Svizzera tedesca e in mezzo a un traffico tremendo e molte parolacce la sera siamo alla frontiera.
Già stavo pensando di arrivare il giorno dopo a Londra e tutto contento facevo i miei progetti, quando è successo l’imprevisto. I doganieri tedeschi dopo averci perquisito la macchina e visto i documenti arrestano Peppe perché due anni prima a Monaco non aveva  pagato la metropolitana.
Peppe è molto abbattuto perché non gli spiegano che cosa gli faranno, allora decidiamo che io vado in autostop ed eventualmente gli mando dei soldi da Londra. La macchina la lasciamo alla frontiera e Peppe viene portato via. Rimango in attesa per tre ore aspettando invano il suo ritorno insieme a due ragazze tedesche che mi offrono della cioccolata dopo due giorni che non mangio altro.
La mattina parto e prendo subito un passaggio in una Mercedes che però mi lascia fuori dell’autostrada. Sono abbastanza giù, anche perché qui parlano solo tedesco e per capire è un vero problema. Comunque sono abbastanza fortunato e cammino abbastanza velocemente, poi prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada.
La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo.
Questa mattina mi sono svegliato bene e dopo un caffé mi sono messo in marcia. Un passaggio dopo l’altro e sono arrivato a Ostenda. Mi permetto pure una colazione e all’una prendo il traghetto. Londra, eccomi. Faccio un giro sul traghetto e tre ore passano subito. Dover con le sue bianche scogliere mi sta di fronte.

Il racconto del viaggio di Mauro Di Vittorio apparso su Lotta continua el 21 agosto 1980. Il diario venne consegnato dalla polizia ferroviaria ad Anna Di Vittorio, sorella di Mauro, dopo il riconoscimento del corpo

Leggi (qui) l’inchiesta che smonta le accuse contro Mauro Di Vittorio lanciate dal parlamentare finiano Enzo Raisi

Articoli correlati
“Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio”, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci