Proteste nelle carceri: amnistia subito e abolizione delle leggi che fabbricano detenzione

La legge Martelli sull’immigrazione (1991), la Bossi-Fini (2002), la ex Cirielli (2005), la Fini-Giovanardi (2006)  e il pacchetto Maroni (2009), hanno portato la popolazione detenuta dalle 29 mila unità del 1990 alle 64 mila di oggi.
Quando la Francia della terza repubblica progettava il suo nuovo sistema penitenziario, il padre della sociologia Émile Durkheim dava consigli affinché le condizioni di vita del detenuto non si allontanassero molto dalla durezza spartana della vita di strada condotta da un normale clochard. È passato molto più di un secolo da allora, ma la mentalità dei burocrati dell’amministrazione penitenziaria non è molto cambiata

Paolo Persichetti
Liberazione 21 agosto 2009

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Anche il carcere romano di Regina Coeli si è unito ieri alle proteste degli altri detenuti che stanno agitando diversi istituti di pena in questo torrido agosto. Una battitura delle sbarre è partita in mattinata. Notte agitata, invece, nel carcere femminile di Rebibbia, sempre a Roma, dove le detenute a causa del gran caldo hanno chiesto, e finalmente ottenuto, l’apertura delle celle dalla mattina alla sera, e così anche l’accesso alle docce. Le proteste di questi giorni non sono una novità. Seppur coperte dal silenzio quasi totale dei media, nello scorso luglio una prima ondata di mobilitazioni aveva traversato decine di istituti penitenziari. Lanciano (7 giorni di battitura delle inferriate), Napoli Secondigliano, Reggio Emilia, Rebibbia reclusione, Rebibbia femminile, Genova-Marassi, Como, Ascoli Piacenza, Saluzzo, Catania, Palermo, Pisa, Verona e Venezia, solo per citarne alcuni. Allora si trattava d’iniziative concertate, con battiture delle sbarre e lo stato d’agitazione generale programmato per alcuni giorni, per poi proseguire altrove come in una sorta d’ideale staffetta. Alcuni episodi isolati, ma importanti, avevano preannunciato questo ciclo di lotte. Il 19 aprile, a Trapani, una due giorni di battiture era trascesa in incidenti tra detenuti, in prevalenza tunisini, e agenti di custodia. A Poggioreale, invece, la protesta era scattata il 3 giugno.
Queste mobilitazioni hanno tutte in comune repertori d’azione e rivendicazioni. Alla base delle iniziative di protesta c’è sempre la richiesta di migliori condizioni materiali di vita. A Poggioreale, per esempio, si chiedeva l’abbassamento a non più di quattro del numero di detenuti in ogni cella e l’aumento delle ore d’aria, che in questo istituto a causa dell’eccezionale sovraffollamento (al momento delle proteste il numero raggiungeva le 2500 persone) è tradizionalmente ridotto ai minimi termini. Le altre richieste riguardavano l’accesso alle docce, che in estate diventa un problema d’igiene drammatico. Se a Poggioreale è possibile solo due volte a settimana, nella stragrande maggioranza degli istituti di pena è precluso la domenica. Nell’Italia rurale e contadina di un tempo, la domenica oltre ad essere il giorno del Signore era anche quello del bagno. Nelle carceri, invece, è il giorno in cui per regolamento non ci si lava. Inutile cercare una ragione logica. Non c’è. Banale ottusità e l’idea che chi è recluso vale meno di una bestia.
Quando la Francia della terza repubblica progettava il suo nuovo sistema penitenziario, il padre della sociologia Émile Durkheim dava consigli affinché le condizioni di vita del detenuto non si allontanassero molto dalla durezza spartana della vita di strada condotta da un normale clochard. È passato molto più di un secolo da allora, ma la mentalità dei burocrati dell’amministrazione penitenziaria non è molto evoluta. La domenica non ci si lava. E se c’è sovraffollamento, ci si lava a giorni alterni oppure non più di due volte a settimana. La mancanza d’igiene evidentemente fa parte del percorso di rieducazione. È un’idea di purificazione al rovescio. Una pulizia dell’anima, mica del corpo. E poco importa se la mancanza d’igiene scatena poi le emergenze vere, come quella sanitaria ricordata in una lettera aperta della Cgil funzione pubblica dell’Umbria alla presidente della Regione, Maria Rita Lorenzetti. «Il raddoppio della popolazione detenuta – scrive il sindacato – grava su un organico sanitario già di fatto insufficiente e rialimenta focolai di infezioni quali la scabbia, la tbc, epatiti di varia natura difficili da gestire in situazione di sovraffollamento e di ridotto organico».
Non stupisce, dunque, se intorno a Ferragosto, anche per l’imprevista attenzione suscitata dalle visite parlamentari, il ciclo di proteste sia ripreso con i picchi raggiunti dalle proteste di Como e Sollicciano. In realtà molte altre strutture si sono mobilitate o lo stanno facendo in queste ore, non tutte però riescono a far pervenire la notizia all’esterno.
Queste proteste un primo obiettivo l’hanno comunque raggiunto, mettendo in evidenza come la strada della costruzione di nuove carceri scelta dal governo non solo non andrà da nessuna parte, ma non è la soluzione. Come ha sostenuto ai microfoni di Radio vaticana il cappellano di Rebibbia, Sandro Spriano: «L’unica via è mettere mano al Codice penale, alla depenalizzazione dei reati, a non immaginare che tutto debba essere semplicemente punito con il carcere. Potremmo costruirne 100 all’anno e non risolveremmo il problema!». La vera emergenza è dunque l’abolizione delle leggi che producono detenzione, oltre ad una amnistia che riporti nei parametri della legalità il numero delle presenze dentro le celle. Gli unici provvedimenti che hanno decarcerizzato negli ultimi 20 anni sono stati il decreto Bondi sulla detenzione cautelare (4 mila scarcerazioni), l’indultino del 2003 (1500) e l’indulto del 2006. Altrimenti dalla legge Martelli sull’immigrazione del 1991 ad oggi, passando per la Bossi-Fini (2002), la ex Cirielli (2005), Fini-Giovanardi (2006)  e il pacchetto Maroni (2009), si è passati dai 29 mila detenuti del 1990 ai 64 mila attuali. Serve anche praticare delle misure alternative più automatiche, «su Roma – ha spiegato ancora don Spriano – su circa 2500 detenuti solo 50 sono in semi-libertà; e poi più del 50% non sono ancora condannati in maniera definitiva, non dovrebbero stare nemmeno in carcere, però stanno lì».

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Non si ferma la protesta nelle carceri italiane

A Sollicciano la Direzione negozia, ad Arezzo denuncia. Franco Corleone (Garante per i diritti dei detenuti):
“Dare voce ai detenuti in tutte le carceri”

Paolo Persichetti
Liberazione
19 agosto 2009

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Dopo la dura protesta inscenata lunedì sera, è continuata la mobilitazione dei detenuti del carcere di Sollicciano. Un quasi tumulto che aveva fatto temere l’avvio di una rivolta in grande stile tanto da far scattare l’allarme attorno alla cinta muraria, subito circondata da importanti forze di polizia. Nella serata di martedì è partita ancora una volta la battitura delle sbarre, ripresa nella mattinata del giorno successivo. Iniziata intorno alle 22, è durata per circa due ore. Questa volta con modalità meno dure, senza incendi e danneggiamenti. Preoccupato per le notizie che giungevano dal carcere fiorentino e per episodi analoghi avvenuti in altri istituti, il capo dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, si è recato ieri in visita al carcere per accertarsi di persona della situazione. Oltre a Lucca, Como e Perugia, si segnalano proteste ad Ancona, prima di Ferragosto, alle quali sembrano seguite punizioni, e Pesaro che ospita ormai 300 detenuti invece dei 170 regolamentari. Ad Arezzo (114 detenuti per una capienza normale di 65), dopo la battitura di Ferragosto, la Direzione per rappresaglia ha chiesto sette trasferimenti e presentato 4 denunce.
Sempre ieri si è tenuto il preannunciato incontro tra il direttore della casa circondariale di Sollicciano, Oreste Cacurri, e una commissione di detenuti, circa una trentina, rappresentativi delle diverse sezioni. Alla riunione ha preso parte anche il garante per i diritti dei detenuti del comune di Firenze, Franco Corleone, a cui abbiamo chiesto di raccontarci come è andata.

Cosa è successo veramente a Sollicciano lunedì sera?
Non chiamerei quanto accaduto una rivolta. C’è molta esasperazione in una popolazione costituita fondamentalmente da soggetti deboli, incapaci di dare voce alle loro richieste. Prima si tagliavano per comunicare, ora protestano. La molla scatenante è stata la distribuzione di pane ammuffito il giorno di Ferragosto, dopo che da diverso tempo veniva lamentato un vitto molto scadente. Il cibo distribuito nelle carceri ha un costo medio per detenuto di 1,53 euro a pasto. Forse questo spiega molte cose.

Allora si è trattato di un tumulto del pane come nella più manzoniana delle tradizioni?
Quella è stata la scintilla. Ma le ragioni di fondo sono le condizioni materiali intollerabili e la preoccupazione per il futuro, l’insopportabilità del sovraffollamento, il timore che possa durare all’infinito e che la cifra di 950 detenuti, invece dei 400 previsti, possa aumentare ancora. Ormai è stabile la terza branda in celle nate per essere singole.

Cosa è venuto fuori dall’incontro col direttore?
Richieste molto concrete che segnalano una situazione degradata: un’alimentazione più decente, doccia anche la domenica, le ore d’aria che vengono ridotte, gli spazi angusti. Una situazione dove i detenuti vengono considerati pacchi da spostare da un corridoio all’altro e non persone titolari di diritti. Poi la sanità che non funziona, il codice fiscale non più attribuito agli stranieri (causa l’ultimo pacchetto sicurezza) che così non possono più lavorare, l’impossibilità di chiamare i cellulari quando molte famiglie non hanno più numeri fissi, le condizioni dei colloqui, l’atteggiamento ostruzionistico delle magistrature di sorveglianza che non applicano le misure alternative previste dalla legge.

Un po’ come chiedere la luna?
Si, quando regna una mentalità sciatta e burocratica. Ma il vero problema è che per molto tempo gli stessi detenuti hanno dimenticato di essere portatori di diritti e quindi hanno cercato di sopravvivere nel carcere alla meno peggio, senza parlare, senza farsi sentire, vittimizzandosi con l’autolesionismo.

Il responsabile della Uil penitenziaria, Eugenio Sarno, ha detto che a «fomentare la rivolta sarebbero i detenuti stranieri». Esponenti dell’Osapp hanno chiesto di ripristinare lo stato d’emergenza, come nel 1977. È giusto utilizzare il termine “fomentare»”? Non è forse la situazione a fomentarsi da sola?
In questo caso spinte all’intervento militare ci sono sempre. Ma io credo che l’esempio di oggi sia confortante. Non c’è stata una chiusura a riccio dell’amministrazione. Ho spiegato a Ionta che la protesta è giustificata. Se da questa vicenda uscisse fuori la possibilità che si riconoscano, in ogni carcere, commissioni di detenuti in grado di formulare documenti con richieste, con la possibilità di negoziare direttamente con le Direzioni e il Dap, sarebbe un passaggio positivo. Tornare ad avere voce nella vita delle prigioni è per i detenuti l’unico modo per uscire da una condizione di minorità. Occorre ridare la parola a una popolazione incarcerata rimasta per troppo tempo muta.

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Carceri, è rivolta contro l’affollamento: “Amnistia”

Dopo la prigione di Lucca, fuochi e tumulti al Bassone di Como e Solliciano

Paolo Persichetti
Liberazione
19 agosto 2009

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Al calar della sera si sono accesi i primi bagliori di rivolta. È successo lunedì scorso, nemmeno 24 ore dopo la più grande visita parlamentare mai avvenuta nelle carceri italiane dal dopoguerra. Prima nella casa circondariale Bassone di Como, poi in quella di Sollicciano a Firenze. Ieri è stato il turno di Capanne, il penitenziario di Perugia. È allarme generale ma non una sorpresa: «Da giorni, settimane, mesi ripetiamo che la situazione penitenziaria del Paese, a causa del costante sovraffollamento, è ogni giorno sempre più critica», ha ribadito in un comunicato il segretario del Sappe, una delle maggiori sigle sindacali della polizia penitenziaria.
L’incendio scoppiato all’interno di una cella del carcere di Capanne ha richiesto l’intervento di alcune squadre dei vigili del fuoco. Secondo le prime informazioni ad appiccare le fiamme sarebbero stati alcuni detenuti. A quanto pare l’episodio sarebbe circoscritto, a differenza di quanto è invece accaduto a Sollicciano tra le 23 e l’una di notte di lunedì. La battitura delle inferiate, programmata dai detenuti per dare voce alla protesta contro il sovraffollamento e rivendicare l’amnistia, si è rapidamente trasformata in una mezza sommossa. Per far sentire oltre le mura il respiro affannato di chi è rinchiuso, l’impasto di sudore e afa, le brande infuocate, l’aria densa e immobile che affoga gli spazzi stracolmi delle celle, i detenuti hanno deciso la protesta del rumore, una delle più classiche e antiche manifestazioni che danno voce al mondo dei rinchiusi. Una battitura ritmica delle inferiate realizzata con pentole, coperchi, bombolette del gas vuote, sgabelli e quant’altro si può percuotere contro le sbarre delle finestre o i blindati. Il tutto accompagnato da urla, fischi, slogan in favore dell’amnistia e dell’indulto. Presi dall’adrenalina altri hanno, invece, cominciato a dare fuoco a tutto quello che si poteva incendiare: giornali, lenzuola, stracci da mostrare alla città. No, non c’era nessun piano, nessun complotto in una situazione dove spesso manca la stessa grammatica per organizzare una protesta. Solo disperazione, tanta rabbia che esplode e accende gli animi. Provate voi a stare accatastati in quel modo, in pochi metri quadrati anche solo per qualche giorno. 950 persone rinchiuse in una struttura che ha una capienza massima di 400. In quelle stanze non circola aria ma grisù. Basta un nulla che prende fuoco.
Lo sanno gli agenti di custodia, e lo dicono ormai da diverso tempo. Lo sanno i direttori degli Istituti, lo sanno i dirigenti del Dap. Lo sa il ministro Alfano. Lo sanno tutti. E sanno anche qual’è l’unica soluzione. Ma fino ad oggi hanno deciso di fare finta di nulla accampando un piano carceri che, anche se solo riuscisse a decollare in parte dopo i tanti rinvii, non risolverebbe nulla se non gonfiare i portafogli di quegli imprenditori che avranno gli appalti.
A Sollicciano lunedì sera la tensione è salita alle stelle. Le cronache raccontano l’attivazione di un immediato piano sicurezza. La casa circondariale è stata subito circondata da gazzelle del nucleo radiomobile dei carabinieri e da agenti delle volanti. Altri rinforzi sono arrivati dal reparto mobile della polizia. Attorno al carcere è  stato costituito un fitto cordone di sicurezza, neanche avessero dovuto fare fronte a una guerra civile. Ma forse è un po’ a questa idea che i governanti vogliono prepararci. Già ad ogni crocicchio e semaforo di strada si vedono mimetiche dell’esercito armate di tutto punto. Nell’immediato dopoguerra alcune rivolte esplose in diverse carceri sovraffollate come oggi vennero sedate a colpi di cannone. Ci fu un massacro. Stiamo attenti, dunque.
Per fortuna l’altra sera la situazione si è placata nel giro di alcune ore, la polizia penitenziaria è entrata sezione dopo sezione per spegnere i focolai d’incendio. La protesta è di nuovo ripresa alle 10 e 30 del mattino successivo con una nuova battitura. Il garante per i detenuti Franco Corleone dopo un sopralluogo ha spiegato che le proteste nascono da una somma di carenze, diffuse un po’ ovunque nei penitenziari della penisola, aggravate dall’affollamento: la riduzione dei colloqui con familiari e delle ore di passeggio causa ferie del personale di custodia, la mancanza di docce, l’impossibilità di avere visite mediche rapide, sommata alla mancanza di spazi, l’impossibilità di lavorare o svolgere attività, la sordità delle magistrature di sorveglianza che negano i benefici penitenziari.
Non stupisce allora se anche a Como, una delle strutture penitenziarie più degradate d’Italia, la protesta è durata tre giorni. Dalla battitura iniziale e lo sciopero della fame intrapreso da alcuni, si è passati nei giorni successivi all’esplosione delle bombolette di gas in dotazione per i fornellini da cucina fino alla rottura dei neon delle celle col tentativo di provocare cortocircuiti, almeno secondo quanto riferito da un esponente della Uil penitenziaria. Angelo Urso, in una nota ha ricordato come nel carcere di Como «in questi anni non sono mai stati realizzati interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Pertanto la fatiscenza e l’insalubrità dei locali non può che aggravare la condizioni detentive».
Qualcosa di simile era già accaduto nella prigione di Lucca nei primi giorni di agosto. Anche lì, una protesta dimostrativa si era trasformata in un piccolo tumulto con il lancio di bombolette e focolai d’incendio nelle sezioni. Insomma si assiste ad una fisiologica tendenza all’inasprimento delle forme di lotta conseguenza dell’esasperazione suscitata dalle condizioni d’invivibilità. Nonostante questi ripetuti segnali e i continui appelli lanciati da tutti gli operatori del settore, dal cielo della politica non vengono risposte. Il governo è in vacanza, come i vertici del Dap e del ministero. Intervistato dal Gr della Rai, Ionta ha ribadito le virtù del suo piano straordinario d’edilizia carceraria, senza però indicare date precise sulla sua presentazione. Un’incertezza dietro la quale si nasconde l’assenza di copertura finanziaria e una sostanziale mancanza di credibilità. L’opposizione dovrebbe mobilitarsi con una grande iniziativa politica per impedire che nelle carceri avvengano tragedie. È ora di riaprire la vertenza sull’amnistia.

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Aumentano i detenuti mentre calano i delitti

Le nostre città sono tra le più sicure d’Europa, eppure le nostre carceri sono tra le più affollate del continente. Chi e perché finisce in carcere?
Allarmi sicurezza inventati per designare stranieri e sottoproletariato urbano come il nuovo nemico interno

Paolo Persichetti
Liberazione
18 agosto 2009

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Tutti i reati sono in calo, dagli omicidi, alle rapine, ai furti, alle violenze sessuali, ha spiegato nel corso della consueta conferenza stampa di Ferragosto, il ministro degli Interni Roberto Maroni. Addirittura la delittuosità generale sarebbe in forte regresso, 13,95% in meno rispetto al periodo precedente (quello del governo Prodi). Secondo i dati del Viminale nei primi 14 mesi del governo Berlusconi vi sarebbe stata una flessione del 3,7% per gli omicidi, del 7,7% per le violenze sessuali, del 18,6% per i furti, del 20,4% per le rapine, del 15,1% per le estorsioni e del 16,1% per i reati da usura.
Secondo Maroni queste cifre devono ascriversi all’azione positiva del suo governo che avrebbe trovato la ricetta giusta per sconfiggere la criminalità, le mafie, eccetera. Un piano straordinario contro la criminalità, «contro il male» ha detto Berlusconi che ha presenziato alla conferenza stampa, verrà presentato in settembre.
Quel che Maroni non dice, però, è che la curva discendente dei reati non fa che confermare un tendenza avviatasi da tempo, almeno dalla seconda metà del 2007. Già nel 2008, prim’ancora che s’insediasse nuovamente il governo Berlusconi, i reati erano in calo di otto punti. Da questa realtà taciuta si può trarre una prima conclusione: la flessione dei reati non è un merito di questo governo in cerca di spot pubblicitari per giustificare il varo di legislazioni sempre più liberticide come l’ultimo pacchetto sicurezza. E sia detto per inciso, non è nemmeno un merito della compagine di centrosinistra che di allarmi sicurezza è morta, che sul terreno sicuritario ha voluto rivaleggiare con la destra riuscendo solamente a tirargli la volata per la vittoria finale. Vi ricordate l’affondo di Veltroni dopo l’omicidio Reggiani, la donna violentata e trucidata in un tugurio nei pressi della stazione di Tor di Quinto a Roma? E le ordinanze degli assessori, come Cioni a Firenze, o dei sindaci-sceriffo come Cofferati a Bologna, che fecero da modello per molti altri amministratori locali in tutta Italia?
Se approfondissimo ulteriormente l’analisi scopriremmo, come spiegava Ilvo Diamanti pochi giorni fa su Repubblica, che il peso dei reati sulla società attuale è addirittura inferiore a quello di un ventennio fa. Nel 1991 c’erano 4666 delitti per 100 mila abitanti, oggi 4520.
Se andassimo ancora più a fondo dovremmo chiederci quale incidenza ha avuto il varo dell’indulto del luglio 2006 sul crollo della delittuosità e nella fattispecie della recidiva. Uno studio realizzato da Giovanni Torrente (vedi Liberazione del 15 luglio) ha messo in luce la relazione diretta tra beneficio dell’indulto e crollo della recidiva. Per chi ha usufruito dello sconto di pena di tre anni la reiterazione del reato è stata pari al 28,45%. Tra quelli che invece hanno scontato la pena per intero, il tasso di recidiva si è impennato e raggiunge il 68%. Gli indultati tornati a delinquere sono meno della metà di quelli che non hanno avuto sconti. Non solo, ma la propensione a delinquere cala ancora di più tra i cittadini stranieri, solo il 21,36% rispetto al 31,9% degli italiani. A confermare questa tendenza c’è un ulteriore dato: la reiterazione del reato precipita (appena il 21,78%) tra chi accede a misure restrittive diverse dalla detenzione, sia che si tratti della fase antecedente al processo che durante l’esecuzione pena. Eppure lo schieramento politico di cui il ministro Maroni è espressione, aveva indicato nell’indulto la causa di tutti i mali, allertando l’opinione pubblica su un’emergenza criminalità inesistente: «Indulto, uno su due è tornato in carcere»; «Indulto, il 36 per cento è tornato in Galera»; «Effetto indulto, un detenuto su 4 è rientrato in cella. Incremento del sette per cento nell’ultimo mese»; «Alfano condanna l’indulto: fallito, carceri piene di recidivi», solo per citare alcuni titoli di quel periodo.
Il processo sociale attraverso il quale l’indulto è divenuto nel sentire comune un fallimento, la causa principale del (presunto) aumento della criminalità, è lo stesso che nei mesi precedenti e successivi ha allargato la forbice tra ciò che avveniva realmente nella realtà sociale e la sua percezione, o meglio la maniera in cui questa realtà veniva raccontata, travisata, deformata.
Un recente rapporto stilato dall’Osservatorio di Pavia su “Sicurezza e media” (curato da Antonio Nizzoli) ha rilevato come la descrizione della criminalità in tivvù dipenda più da scelte di politica dell’informazione che dalle emergenze quotidiane della cronaca. Solo nel secondo semestre del 2007 i telegiornali di prima serata delle reti Rai e Mediaset avevano dedicato ben 3500 servizi a fatti di cronaca nera. Nel secondo semestre del 2008 questi sono scesi a poco più di 2500, per arrivare a meno di 2000 nel primo semestre di quest’anno. Una flessione finale di 50 punti a fronte di un calo reale di 8.
I dati forniti dal ministro sollecitano un’altra domanda: ma se i reati diminuiscono, com’è possibile che i detenuti crescano fino a battere tutti i record della Repubblica (quasi 64 mila)? Anche qui, a voler leggere bene tra i dati scopriamo che il calo di reati contro la persona e i beni non trova giustificazione nell’incarcerazione degli autori, messi cosi in condizione di non nuocere. L’affollamento carcerario è dovuto all’incarcerazione di un altro tipo di popolazione: stranieri in situazione irregolare e consumatori di sostanze stupefacenti. Due specifiche sottoclassi sociali a cui questa società ha dichiarato guerra.

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Incarcerazioni facili, un problema italiano

Dal ’45 a oggi 4 milioni e mezzo di errori giudiziari. Meno della metà dei detenuti è in carcere per una condanna definitiva. Un terzo è in attesa del processo di primo grado

Paolo Persichetti
Liberazione 14 agosto 2009

carcere
Dal dopoguerra ad oggi sono circa quattro milioni e mezzo le persone vittime di “errori di giustizia”. All’interno di questa categoria piuttosto ampia rientrano gli errori giudiziari classici, quelli cioè che dopo una procedura di revisione del processo  danno luogo al riconoscimento dell’errore e dell’ingiusta condanna. Questo caso di figura rappresenta però la parcentuale più bassa; i casi di ingiusta detenzione cautelare; vengono poi le prescrizioni ma soprattutto i proscioglimenti.
Il numero delle persone coinvolte in queste defaillances della giustizia è pari alla popolazione di un’intera regione. Solo dal 1980 al 1994 quasi un imputato su due è stato prosciolto, oltre un milione e mezzo di cittadini sui tre e mezzo passati davanti ad un giudice. E tra questi ben 313 mila sono finiti prosciolti con formula piena.
Si tratta di una cifra immensa che mostra quale sia nella realtà il vero “allarme sicurezza”: il cattivo funzionamento della Giustizia, dell’inchiesta e del processo penale.
Questi dati dimostrano come una delle maggiori fonti di rischio per la libertà viene proprio da quella magistratura che secondo la Costituzione dovrebbe invece tutelare e garantire la persona.
La casistica degli errori è immmensa: include casi di omonimia, distrazioni, perizie errate, errori di calcolo. Ma sarebbe fuorviante restare a quelli che appaiono solo motivi di superficie. Le cause hanno ragioni sistemiche ben più profonde, legate alla funzione svolta dal corpo giudiziario in Italia, al peso delle ripetute emergenze, alla supplenza sistematica assunta dal corpo giudiziario. Modificazioni di natura politica e sistemica a cui si aggiungono anche le tradizionali discriminazioni di natura classista.
In una intervista rilasciata alcuni anni fa, l’allora magistrato istruttore Ferdinando Imposimato puntava l’indice contro il carattere pressoché indiziario che caratterizza gran parte dei procedimenti penali. Avendo lui stesso praticato per decenni questo metodo d’indagine, l’ex giudice riusciva a descriverne molto bene la logica perversa: «troppo spesso –  spiegava – le inchieste sono basate su fatti desunti dall’esistenza di altri fatti. In pratica il risultato di una deduzione logica. Terreno ideale per l’errore. Troppo spesso – aggiungeva – l’indizio altro non è che un sospetto tramutatosi troppo velocemente, e che a sua volta finisce ancora più rapidamente per trasformarsi in prova».
Eppure il senso comune, quello che i media raccontano orientando l’opinione pubblica, dicono l’esatto contrario. L’insicurezza, intesa come mera percezione, sensazione sociale, stato d’animo, è in costante aumento; come la convinzione, rilanciata dalla cronaca, che vi sia in giro troppo lassismo della legge, un dilagare d’impunità garantita e scarcerazioni facili.
Una dettagliata indagine dell’Eurispes, resa nota all’inizio dell’anno, racconta tuttavia una realtà ben diversa: al 30 giugno 2008, dei 55.057 mila detenuti presenti nelle carceri italiane soltanto 23.243 stavano scontando una sentenza definitiva. Poco più di un terzo. Tutti gli altri, ovvero la maggioranza, erano in attesa di giudizio. Tra questi la quota più alta riguarda chi è ancora in attesa del processo di primo grado, ben 15.961. Il numero di quelli che hanno interposto appello sono, invece, 9.115. I ricorrenti in cassazione 3.451.
Da allora la situazione non è mutata. Secondo gli ultimi rilievi del ministero della Giustizia, ad un anno di distanza, con una popolazione reclusa che è salita a 63.460 (20 mila olre la soglia di capienza), i candannati in via definitiva sono 30.186, meno della metà. A questo dato va aggiunto un elemento ulteriore che mette in rilievo la condizione di discriminazione sociale vissuta dai detenuti stranieri, ormai 23.530.
Il 58,75% di questi è in custodia cautelare, mentre gli italiani in carcerazione preventiva sono il 43,77% del totale dei connazionali detenuti, ossia circa il 15% in meno degli stranieri.
Un altro aspetto da sottolineare è che statisticamente quasi la metà dei detenuti in attesa di primo grado finiranno prosciolti o in prescrizione. Ciò vuol dire che per un’altissima porzione di popolazione penitenziaria la custodia cautelare è un passaggio inutile, oltre che dannoso.
Quest’ultimo dato ribalta completamente l’opinione diffusa di una giustizia dalle “scarcerazioni facili”. Siamo, in realtà, un paese dove si incarcera troppo e senza grossi problemi a causa di un sistema penale che nonostante la riforma del codice di procedura del 1989 vede tuttora presente un forte squilibrio in favore della pubblica accusa. Non è un caso se le regioni dove più alta è la percentuale di errore, e maggiore è l’impiego della custodia cautelare, siano quelle meridionali. La legislazione penale speciale facendo leva sul reato associativo applicato contro le forme di criminalità organizzata amplifica il carattere pregiudiziale delle inchieste. Ne consegue che la definizione della responsabilità personale diventa più incerta, mentre il livello di tutela delle garanzie giuridiche si abbassa paurosamente.
Una legge del 1988, contrastata duramente dalla magistratura, ha disciplinato la responsabilità civile dei giudici. Da allora è possibile avviare delle procedure di risarcimento per «ingiusta detenzione». Il legislatore ha affrontato, in modo tuttavia ancora molto insoddisfacente (il testo al momento esclude i ricorsi retroattivi), solo un aspetto del problema. Nel nostro ordinamento, infatti, non esiste una norma che indennizza “l’ingiusta imputazione”. Incorerre in un procedimento penale, anche quando non si somma all’ingiusta detenzione, risulta in ogni caso estremamente pregiudizievole e oneroso per la persona messa sotto accusa. Oltre al costo umano (morale, esistenziale e economico), gli errori giudiziari hanno un prezzo sociale e erariale importante per la stessa conunità.
Nel corso degli ultimi 5 anni lo Stato ha pagato circa 213 milioni di euro di risarcimento, la quasi totalità per ingiusta detenzione cautelare, molto meno per gli errori giudiziari. I giudici no, non pagano mai. Nel proteggere la loro autonomia, l’ordinamento arriva a tutelare anche le responsabilità più gravi, fino a farne la categoria più impunità in assoluto. Quella che si erge a giudizio degli altri, forte del fatto che non sarà mai giudicata. La commissione disciplinare del Csm è composta solo da magistrati. Prevale uno spirito corporativo e di autotutela. La madre di tutte le caste protegge bene se stessa. A fronte di un numero travolgente di errori, custodie cautelari ingiuste e immotivate, procedimenti penali finiti nel ridicolo di proscioglimenti pieni, sono rarissimi i casi di azioni disciplinari terminate con sanzioni punitive.
In genere la sanzione avviene attraverso una promozione di carriera con uno spostamento in altra sede. Le sanzioni sugli stipendi o i blocchi di carriera sono pressoché inesistenti.

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Carceri facili: dopo le proteste torna in carcere. Aggirate le garanzie processuali

Omicidio di Barbara Belloroforte, dopo la lettera del padre pubblicata dal Corriere della Sera, il responsabile torna in cella. La procura di Catanzaro per correggere i propri disfunzionamenti calpesta le garanzie processuali e s’inventa il pericolo di fuga dell’imputato, scarcerato un anno fa per scadenza dei termini di custodia cautelare

Paolo Persichetti
Liberazione 12 agosto 2009

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Luigi Campise, l’omicida di Barbara Bellorofonte, uccisa per gelosia il 27 febbraio 2007, è tornato in carcere 24 ore dopo la pubblicazione della lettera del padre della ragazza che protestava per la sua scarcerazione. Contrariamente a quanto detto dai media, Campise era stato scarcerato alla fine di luglio per una vicenda diversa dall’omicidio. Un reato precedente di cui aveva finito di scontare la pena.
Per l’uccisione della sua fidanzata la rimessa in libertà di Campise era intervenuta, in realtà, circa un anno fa, causa l’eccessiva lentezza delle indagini preliminari dovuta a ritardi nella consegna di alcune perizie richieste dal pm. In quella circostanza il gip ritenne di non dover concedere la proroga prevista dalla legge, né tantomeno considerò plausibile un rischio di fuga dell’imputato. La notizia del nuovo arresto è stata diffusa ieri dalla Procura della repubblica di Catanzaro. Nel testo si rivela un fatto fino ad oggi sconosciuto, ovvero che «Il ripristino della custodia cautelare in carcere era stato chiesto dal magistrato competente in concomitanza con la scarcerazione di Campise disposta nell’ambito di altro procedimento», per il quale nel 2008 il giovane era stato arrestato. Tuttavia ciò non spiega perché da allora siano passate tante settimane senza che vi sia stata una decisione. L’argomento, insomma, appare alquanto posticcio. Una toppa messa lì, tanto per trovare una giustificazione da presentare all’opinione pubblica alla faccia delle regole.
Il fatto che Campise sia ritornato in cella in questo modo non ci convince per niente. Intanto per come i media hanno trattato la vicenda. Nel Paese del carcere facile, è stata montata l’ennesima polemica sulle presunte scarcerazioni rapide. Sulla linea di mira sono finite ancora una volta le garanzie processuali poste a tutela dei cittadini, dimenticando che i limiti frapposti alla durata massima della custodia cautelare sono una garanzia costituzionale che tutela ogni persona dal rischio di finire sequestrato in carcere senza un processo. Sono i termini posti alla durata della custodia cautelare che impongono tempi ragionevoli alla durata del processo penale. La Giustizia non può trattenere una persona in cella oltre un determinato tempo se non è in grado di processarla.
In secondo luogo, questo polverone ha distolto l’attenzione dalla vera natura del problema, ovvero il disfunzionamento dell’indagine preliminare. Pur avendo a disposizione un tempo sufficientemente lungo, con un solo imputato e un fatto-reato semplice nella sua drammaticità, il pm non ha concluso per tempo l’indagine. Circostanza che chiama in causa l’esercizio dell’azione penale, di fatto esercitata in modo discrezionale contro quanto recita la stessa costituzione.
Ciò può accadere anche perché in determinate procure la magistratura preferisce imbastire inchieste e processi che offrono visibilità mediatica e politica a scapito di altri reati. Incardinare maxi processi sulla criminalità organizzata, o sui rapporti tra economia e politica, costruire teoremi per colpire le aree politiche radicali, gli studenti e i movimenti, è più pagante in termini di carriera dell’anonimo fatto di cronaca.
Infine, per riarrestare Campise la procura ha evocato il “pericolo di fuga”. L’unica ragione ammessa in questo caso dalla legge. Il rischio di fuga, però, deve essere comprovato e non sembra il caso. L’imputato nonostante fosse libero da settimane non era fuggito. La stessa cosa era accaduta al momento della sua prima scarcerazione. Anche qui, la ragione indicata dalla procura appare fragile, inventata di sana pianta per placare i clamori mediatici. Insomma siamo di fronte al classico trionfo dell’ipocrisia, alla farsa giudiziaria che vede un errore iniziale corretto con un errore ancora più grande. Un grave vulnus alle garanzie processuali. Un pericoloso precedente quello di un apparato giudiziario che si lascia guidare dalla vox populi. Uno dei tanti va detto, il segno evidente del fallimento storico della logica penale.

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Mappa delle resistenze operaie: le altre Innse d’Italia

10, 100, 1000 Innse… La salvezza viene solo dalla lotta

Giorgio Ferri
Liberazione 12 agosto 2009

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L’Innse presse di Lambrate è solo la punta dell’iceberg. Il sommerso della crisi riveste dimensioni e geografie inaspettate. Anche solo prendendo in esame i primi mesi del 2009, ci accorgiamo che casi analoghi alla vicenda della ex Innocenti si sono riscontrati un po’ ovunque. Molti di questi sono concentrati nell’area milanese, come il centro di ricerche della Nokia-Siemens a Vimercate, che ha ceduto l’attività alla Jabil CM srl mettendo a rischio 600 posti di lavoro. Viene poi l’episodio della Elco di Inzago, multinazionale americana che produce motori per refrigeratori con 287 lavoratori in cassa integrazione straordinaria. Alla Saes Getter di Lainate, azienda che produce componenti elettronici, la situazione non è migliore: 100 posti in pericolo. Due anni di cassa integrazione straordinaria e una procedura di mobilità per 55 lavoratori non sono serviti a nulla. Il nuovo piano industriale prevede lo spostamento di parte della produzione. All’Eutelia di Pregnana Milanese 500 lavoratori vedono traballare l’impiego perché il gruppo dismette l’intero settore della Information Technology. Un settore con 2 mila dipendenti. L’Aluminium di Rozzano, invece, è in procinto di rimandare a casa 170 operai. Non stanno meglio quelli della Lames 2 di Melfi, con 174 licenziati. L’azienda pare che debba trasferirsi a Chiavari in Liguria dove si trova la sede centrale della holding. A rischio anche l’Ercole Marelli di Sesto san Giovanni che negli anni 50 impiegava 7 mila lavoratori e oggi è ridotta ad una lite di condominio con la Alstom Power diventata proprietaria dei luoghi. Dal 24 luglio, i 26 dipendenti vivono giorno e notte nell’azienda. C’è poi il rischio di chiusura dell’Ideal Standard di Brescia; ci sono problemi alla Omnia Network di Sesto S. Giovanni, società che ha rilevato il call center della Wind, e ancora la situazione della Lares e Metalli Preziosi di Paderno Dugnano. Nei giorni scorsi i lavoratori di questa azienda hanno portato la loro solidarietà davanti ai cancelli dell’Innse. In attesa di una cassa integrazione che non arriva, in 130 presidiano i cancelli della fabbrica dal mese di gennaio e sopravvivono grazie al Fondo lavoro messo a disposizione dalla diocesi di Milano su indicazione del cardinale Tettamanzi. È di ieri, poi, la notizia dello sciopero della sete avviato da 8 operai che protestano contro i licenziamenti «senza alcun motivo» decisi dalla Elettra energia, azienda appaltatrice impegnata presso il termovalorizzatore di Acerra. 33 lavoratori hanno ricevuto le lettere il 1 agosto.
Quello che si delinea, dunque, è uno scenario molto preoccupante spiegava giorni fa l’economista Andrea Fumagalli in un’analisi apparsa sulle pagine del manifesto. Ad essere colpite sono situazioni produttive a medio-alto contenuto tecnologico. Realtà molto più avanzate della normale media manifatturiera. Il rullo compressore della crisi sta schiacciando in modo particolare il settore della «subfornitura specializzata», che mantiene ancora in vita quel che resta della nostra presenza industriale ormai tagliata fuori dalle traiettorie tecnologiche che segneranno in futuro le filiere produttive internazionali. La crisi travolge quel poco di buono che restava. Disfatta di quel capitalismo miope, familistico, tribale, legato a calcoli sul breve periodo, sottolineava Fumagalli. Non è un caso se i capitani d’industria della Lega sono i rottamai alla Silvano Genta. Smantellatori e vampiri.

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rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
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Rabbia populista o nuova lotta di classe?

Nel Paese del carcere facile, il “Corriere della sera” s’inventa l’ennesima polemica sulle scarcerazioni rapide

Mentre le carceri traboccano di detenuti (ormai oltre 60 mila di cui un terzo in attesa di giudizio, cioè presunti innocenti) e il governo vara leggi liberticide che permettono di rastrellare stranieri per le strade e incarcerarli per il solo fatto di non avere un permesso di soggiorno, il Corriere della sera monta a tavolino una cortina fumogena per denunciare presunte scarcerazioni facili. Sulla linea di mira ancora una volta le garanzie processuali poste a tutela dei cittadini-imputati, mentre si omettono le responsabilità di una macchina giudiziaria pervenuta al suo fallimento storico e si dimentica che nell’esercitare, di fatto, in modo discrezionale l’azione penale, la magistratura preferisce imbastire inchieste e processi che offrono visibilità mediatica e politica a scapito di altri reati

Paolo Persichetti
Liberazione 11 agosto 2009

Uccise la fidanzata, è libero. Garanzie giuste, magistratura lenta

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Ieri il Corriere della sera ha pensato bene di rilanciare l’ennesima polemica sulle presunte, sottolineo presunte, scarcerazioni facili. Forse qualcuno aveva bisogno di una cortina fumogena per distogliere l’attenzione dai rastrellamenti di stranieri senza permesso di soggiorno che il nuovo pacchetto sicurezza, appena entrato in vigore, autorizza. In prima pagina è apparsa la lettera del padre di Barbara Bellorofonte, una ragazza di 18 anni uccisa con un colpo di pistola il 27 febbraio 2007 dal fidanzato, un maschio iperpossessivo.
Luigi Campise, l’omicida, fuggito in un primo momento si era poi consegnato ai carabinieri. Reo confesso è stato condannato a 30 anni di reclusione in primo grado. Ora però è stato scarcerato e il padre, comprensibilmente indignato, ha preso carta e penna per denunciare il fatto.
L’eco suscitato dalla sua protesta ha subito provocato la reazione del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che ha incaricato gli ispettori del suo ministero d’avviare accertamenti preliminari per acquisire informazioni sull’episodio.
Poco tempo fa una ricerca sulla relazione tra organi d’informazione e allarmi sociali spiegava come la paura nasce in prevalenza sui media. In altre parole, quella che gli esperti definiscono “percezione dell’insicurezza” è il frutto di un rapporto distorsivo tra media, politica e realtà. L’amplificazione della cronaca nera e degli affari giudiziari suscita un clima ansiogeno nella società che la politica prende a pretesto per giustificare scelte largamente precostituite. Come se nulla fosse il Corriere ha riproposto il medesimo dispositivo, un mix che mette insieme la reazione emotiva dei familiari della vittima con un resoconto approssimativo, per non dire inesatto, dei fatti. Il risultato è micidiale al punto da diffondere l’idea, come scrive con sincera esecrazione il papà della ragazza uccisa, che in Italia «tutto è permesso, tutto è possibile, compreso un omicidio, tanto poi si riesce sempre a trovare il modo di essere liberati».
Eppure il nostro codice non è tenero con gli imputati. Per reati gravi come l’omicidio volontario prevede una custodia cautelare massima di sei anni. Non è raro vedere persone innocentate dopo aver trascorso lunghi anni della propria vita in detenzione. Sei anni sono lunghi, quanto basta per vedere la propria esistenza stravolta, per non ritrovare più la vita passata. I limiti frapposti alla custodia cautelare sono una garanzia fondamentale che tutela il cittadino dal rischio di rimanere sequestrato in carcere dalla magistratura senza processo. Sono i limiti di durata della custodia cautelare che impongono alla macchina giudiziaria tempi certi e non eccessivamente lunghi sulla durata di inchiesta e processo penale. Negli Usa con una cauzione l’accusato viene scarcerato immediatamente in attesa che una sentenza definitiva decida della sua colpevolezza o innocenza.
Cosa è realmente successo allora? Campise era già tornato libero per decorrenza dei termini di custodia cautelare il 25 aprile 2008. Allora il difensore di parte civile scelto da papà Bellorofonte, l’avvocato Enzo De Caro, aveva così spiegato i fatti senza gridare allo scandalo: «questa scarcerazione è dovuta alla lentezza della giustizia. In questi procedimenti sono necessarie consulenze tecniche per le quali c’è bisogno di tempi biblici». Intanto Campise era stato riarrestato per altri reati precedenti all’omicidio e per questi condannato a 4 anni. Circostanza che probabilmente aveva tranquilizzato la famiglia della vittima, anche perché al processo Campise era comparso in stato detentivo, ma solo perché detenuto per altri fatti. Un effetto ottico, insomma. Anche le azioni delittuose che l’avevano riportato in carcere erano precedenti al 2006. Circostanza che gli ha consentito di usufruire dell’indulto ed uscire nuovamente. Dettagli tecnici forse, ma qui la forma è sostanza.
Campise non è stato rimesso in libertà nonostante i 30 anni di reclusione ricevuti. Era già scarcerato per i fatti incriminati quando è giunta la condanna. Poi, essendo intercorso appello, la sentenza non è diventata definitiva. E finché non c’è una sentenza passata in giudicato prevale la “presunzione d’innocenza”, come recita la costituzione. Nella fattispecie, poi, il pm che in aula aveva chiesto l’ergastolo non ha ritenuto di dover sollecitare un nuovo arresto contestualmente alla sentenza, come avrebbe potuto secondo il codice. D’altronde una semplice condanna provvisoria non sarebbe stata sufficiente in mancanza di un “comprovato rischio di fuga”. Non siamo dunque di fronte ad un problema di certezza della pena, come la vicenda così presentata sembra suggerire, ma ad una disfunzione dell’inchiesta preliminare, ad una eccessiva lentezza delle indagini di fronte ad un caso che, tutto lascia supporre (il condizionale è d’obbligo non essendo a nostra disposizione il fascicolo), non avrebbe dovuto richiedere lunghe investigazioni, vista la semplicità dei fatti, la confessione e i riscontri. Le perizie (come suggerito dalla parte civile), molto probabilmente quelle sulla personalità dell’imputato, hanno allungato a dismisura i tempi. Il problema è dunque la macchina giudiziaria, il mercato delle consulenze (i compensi sono legati alla durata), ma anche il fatto che certe procure privilegiano inchieste che offrono maggiore visibilità politica. A pagarne il prezzo alla fine resta una giovane donna e i principi del garantismo.

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L’Innse, un modello di lotta da seguire

A coloquio con i protagonisti dell’occupazione:
«Rotta l’invisibilità operaia»

Paolo Persichetti
Liberazione
9 agosto 2009

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«E se l’Innse diventasse un esempio?». La domanda apparsa alcuni giorni fa sul Sole 24 ore agita i palazzi del potere economico e politico. E si perché la lotta che stanno portando avanti da 15 mesi le operaie e gli operai della fabbrica di Lambrate racchiude un doppio significato: il primo economico e sindacale, il secondo politico. Accanto alla salvaguardia di un’azienda e dei suoi posti di lavoro, capitale fisso e capitale variabile che serbano intatte le loro potenzialità produttive; accanto a macchinari e maestranze che mantengono l’integra capacità di stare sul mercato, solo a volergliene dare fiducia, solo se ci fosse ancora un capitalismo produttivo e non la voracità necrofila di uno “sfasciacarrozze”, c’è «l’effetto contagio».Temuto da chi ormai fa profitto solo speculando; auspicato da chi per campare deve vendere la propria forza lavoro e vede i luoghi del lavoro saccheggiati, vampirizzati. Tra gli operai che presidiano l’ingresso della fabbrica è forte la consapevolezza che col passar dei giorni, da quando la lotta cocciuta di chi non ha voluto mollare lo stabilimento che un tempo costruiva la mitica Lambretta, questa battaglia non è soltanto una difesa strenua della possibilità di mantenere lavoro nella propria città, conservare un sapere prezioso, ma è speranza, segno di rinnovata vitalità politica, di riacquisita visibilità sociale per una condizione operaia svanita nelle nebbie della fabbrichetta diffusa, dei capannoni che si perdono a vista d’occhio nella valle padana.

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Il modello Insee, una lotta vera, fuori dai riti strettamente irrigimentati, fatta di azioni impreviste, fantasia e tenacia, coraggio di mettersi in gioco. L’Insee come gli operai francesi? «Ecco perché quei 5 sul carro ponte fanno paura», spiega Gino, che la storia di questo stabilimento sembra conoscerla tutta, fin da quella lapide che sta dentro i cancelli e «ricorda i nomi di 15 operai deportati dai Nazisti nel 1944. Tornarono solo in due e uno di loro morì subito dopo. C’è un legame forte con questa memoria. Anche se nella società si è un po’ appannata». Alla domanda su come stanno i 5 dentro la fabbrica, risponde che d’averli sentiti telegraficamente in mattinata, «La situazione sembra bloccata. C’è stato un irrigidimento, ieri è entrato Rinaldini per parlare e accertarsi delle loro condizioni, oggi invece non hanno fatto passare nessuno. La fabbrica è completamente circondata, somiglia a un presidio militare. È stata tolta l’elettricità sotto la gru per impedire ai 5 di ricaricare i telefonini e isolarli dal resto del mondo». Tra gli operai che animano il presidio serpeggia il timore di un’azione delle forze dell’ordine per tirarli giù con la forza, «altrimenti, perché isolarli? Impedire di vedere le loro mogli e i figli? Neppure in carcere si negano le visite dei parenti. Come potranno spiegare un giorno ai loro figlioli che hanno subito questo trattamento solo perché stavano difendendo il posto di lavoro? Sono lì a 22 metri di altezza, immediatamente sotto il tetto dove l’aria è rarefatta. Non è una situazione facile. Il carro ponte è una gru grossissima che si muove per tutta la campata del capannone. È come quelle enormi gru che campeggiano nei cantieri navali. E poi il tetto è fatto di materiali trasparenti che fanno passare la luce. I raggi del sole producono un effetto serra. Una situazione estrema».
Mentre Gino parla ancora non sono arrivati i lanci d’agenzia che annunciano una possibile schiarita, forse addirittura la firma di un accordo di vendita con uno degli acquirenti. Ma una eventualità del genere non farebbe che confermare la volontà profetica che gli operai dell’Innse attribuiscono alla loro lotta: «l’aver dimostrato ai padroni che è possibile resistere. Questi lunghi mesi di resistenza sono una prova inequivocabile. Molti di quelli che ci seguono dall’inizio l’hanno capito, altri che ci hanno scoperto strada facendo ora si chiedono come abbiamo fatto, ci chiedono dei documenti su quello che abbiamo prodotto in questi mesi. Ci auguriamo che questo esempio non sia solo una cosa da mettere in cornice, ma che anche gli altri lo seguano nella pratica della loro fabbrica, della loro condizione materiale».

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Sergio, più giovane, ricorda come il prefetto aveva sempre detto che serviva un acquirente per sbloccare la situazione. «Adesso ce ne sono addirittura due e la situazione non si sblocca. Non è un paradosso? Prima dicevano che la fabbrica non era più produttiva, che eravamo dei pazzi, e ora che ci sono degli acquirenti la fabbrica non si apre? Forse ci temono perché siamo diventati un modello di lotta per quello che potrà succedere a settembre, alla riapertura della fabbriche».
Mentre ci salutiamo, Gino e gli altri si accingono a fare un altro tentativo per far entrare una delegazione che possa sincerarsi delle condizioni dei loro compagni. Di tanto in tanto possono ricevere solo dell’acqua e degli alimenti. «Questo non posso impedircelo. Qui la condizione umana degli operai non viene più tenuta in considerazione». Alla fine, comunque vada, la lotta degli operai dell’Innse ha rotto l’invisibilità caduta sulla condizione operaia.

Link cronache operaie
Cronache operaie
La violenza del profitto: ma quali anni di piombo, gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Pinkerton, l’agenzia di sicurezza privata al servizio del padronato
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Strage di Bologna, per Giovanni De Luna: “Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70”

Dietro le cerimonie e le proteste rituali del 2 agosto a Bologna c’è una visione consolatoria di ciò che resta della sinistra. Ritenersi vittime di un progetto stragista per non vedere dove nasce la crisi e la sconfitta. Lo stragismo fu una risposta arretrata e scomposta che provocò molte vittime, ma con pochissima efficacia a livello strategico. Anche perché la partita vera si giocò altrove, nelle profondità socio-antropologiche del Paese. Vinse l’estremismo di centro dei ceti medi che si manifestò simbolicamente con la marcia dei 40 mila quadri Fiat a Torino, nell’autunno 1980

Paolo Persichetti

Liberazione 5 agosto 2009

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10 e 25 del 2 agosto 1980. La strage di Bologna segna un’epoca e seppellisce gli anni Settanta sotto il cumulo di macerie della sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria, deflagrata sotto l’effetto di una micidiale miscela d’esplosivo di fabbricazione militare. Un decennio aperto da un’altra strage, quella del 12 dicembre 1969 alla banca nazionale dell’agricoltura di Milano, in piazza Fontana. Era questo che volevano gli attentatori? Chiudere col sangue gli anni più ribelli e sovversivi della storia del dopoguerra, quelli che hanno consentito con la loro spinta irruenta le maggiori avanzate sociali e civili dal dopoguerra: diritto del lavoro, salario, pensioni, accesso allo studio, diritto alla casa, promozione delle classi sociali più deboli, libertà individuali e collettive, liberalizzazione dei costumi e della sessualità, e molto altro ancora. O forse dietro quel massacro c’erano altri disegni, altri messaggi magari legati ai malumori che tra i nostri alleati suscitava la politica mediterranea condotta dall’Italia? Poche settimane prima, il 27 giugno, c’era stata la strage di Ustica. Un aereo dell’Itavia si era inabissato a largo dell’isola siciliana. Un altro mistero dissolto in parte solo in tempi recenti, quando si appurò che fu un missile lanciato da un aviogetto militare occidentale (non è chiaro se francese o americano) a colpire l’aereo di linea.
Su Bologna invece, nonostante i 29 anni trascorsi, la verità sembra rimasta ferma all’ora in cui esplose quella maledetta la bomba. Nel frattempo la verità giudiziaria ha fatto il suo corso, anche se un po’ contorto e tuttora molto discusso. Un iter complesso con condanne, assoluzioni e rinvii in cassazione. Alla fine i giudici hanno designato solo tre colpevoli, i presunti autori materiali, appartenenti a un gruppo neofascista, i Nar. Ma la verità storica dove sta? Ha fatto passi avanti? Lo chiediamo allo storico Giovanni De Luna.

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A quasi 30 anni di distanza dai fatti non è forse venuto il tempo di mettere da parte i tribunali e lasciare agli storici il compito di trovare la verità? Perché in Italia una cosa del genere non sembra possibile?

Intanto perché una delle ultime leggi varate durante il governo Prodi, e che ha avuto il merito di ridurre il segreto di Stato da 50 a 15 anni, prorogabili fino a 30 in casi eccezionali, manca delle norme attuative che ne prevedono la concreta applicazione. Senza quei regolamenti ad oggi è ancora impossibile consultare i documenti sui quali è stato apposto il segreto. Spetta al governo attuale completare finalmente l’iter legislativo di quella buona legge.

Ma non è che poi a forza di cercare segreti finirà che l’unico segreto svelato sarà che non esistono segreti?
La questione è per così dire sistemica e investe il rapporto tra segreto e democrazia. Se è vero che nessuna democrazia può permettersi una trasparenza totale, che il segreto ha una sua fisiologia e lo Stato ha bisogno dei suoi arcana imperii, il problema sorge quando questa fisiologia diventa patologia. Quando la dimensione dell’indicibile prevale su quella del dicibile, quando l’occulto sovrasta oltre ogni misura di tempo la trasparenza, il segreto diventa una ferita per la democrazia. Negli anni 70 questa dimensione dell’occulto ha superato la fisiologia che è propria di una democrazia matura. Una grossa parte di quel decennio è stata sottratta non solo alla giustizia ma anche alla storia. Per questo tutto ciò che può aiutare a sciogliere il segreto, a penetrare l’oscuro, è una risorsa per la democrazia. Diceva Bobbio che maggiore è il livello di trasparenza migliore è il grado si democrazia. Per la violenza politica di sinistra si sono raggiunti livelli importanti di verità giudiziaria, si conoscono nomi e circostanze e pesanti condanne sono state erogate, la stessa cosa non può dirsi per tutto ciò che riguarda lo stragismo. Questa assenza di certezze giudiziarie ha alimentato nel corso degli anni una esacerbazione dei sentimenti, una voglia di vendetta e risentimento, oltre ad un proliferare di memorie separate.

Oltre al risentimento, questa permanenza del segreto non ha forse contribuito a creare un effetto distorsivo nella comprensione della realtà. Mi riferisco all’idea che quella che è passata sotto il nome di “strategia della tensione” sia riconducibile sempre e comunque ad un’unica regia?
Il termine strategia della tensione è una definizione riassuntiva che condensa con un’immagine efficace una serie di episodi che però non sono riconducibili ad un’unica trama lucida e consapevole. In realtà parliamo di un insieme di atti contraddistinti da tre elementi costanti: la presenza di apparati dello Stato; un evento stragista e il ruolo di militanti neofascisti. Accanto abbiamo poi una costellazione di episodi che ripropongono questi tre fattori e che hanno per obiettivo d’introdurre elementi distorsivi nella gestione dell’ordine pubblico, favorendo la compattezza delle istituzioni contro i movimenti degli anni 70. Non credo ad un’unica regia, c’è in realtà una reazione scomposta alla spinta delle lotte operaie ma che nella sua sostanza fallisce. I tentativi di golpe e le stragi non hanno impedito al Pci di arrivare nell’area di governo, né a Craxi di diventare presidente del consiglio. Anche se ci hanno provato, non sono state le bombe a dettare il mutamento della società italiana.

È allora chi è stato?

Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia di quel decennio. Il vero cambiamento, il terremoto è venuto dalle profondità socio-antropologiche del Paese. Mentre la società veniva traversata da conflitti era in corso una trasformazione delle strutture profonde del Paese, che alla fine degli anni 70 sarà evidente a tutti. Netto ridimensionamento, sia qualitativo che quantitativo, della classe operaia; incremento enorme dei servizi, del terziario e commercio; l’affacciarsi in massa di un nuovo ceto medio. In quegli anni il 70% delle nuove figure del ceto medio imprenditoriale appaiono in Lombardia. Sono quelle stesse figure che alla fine del decennio daranno vita ad altri percorsi e soggetti politici, attraverso la Lega fino allo sconquasso definitivo della prima repubblica. Nel 1979 si presenta alle europee la Liga Veneta di Rocchetta che farà da apripista a tutte le altre Leghe. Accanto emergeva  una galassia sociale di ceti medi a cui le Leghe daranno presto voce. Ricordo lo stordimento con cui a Torino assistemmo alla marcia dei 40 mila. Nessuno li aveva mai visti traversare una città prima occupata solo da operai e studenti.

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Vuoi dire che i tentativi stragisti e golpisti sono stati una risposta reazionaria di retroguardia ai movimenti di quelli anni?
Una risposta arretrata e scomposta che provocò molte vittime, ma con pochissima efficacia a livello strategico. Anche perché la partita vera si giocò altrove, fuori dal conflitto di superficie, quello del terrorismo, delle Brigate rosse, ma anche dei partiti istituzionali e dei movimenti. Il mutamento vero si organizzò nelle viscere più profonde del Paese, mentre la nostra parte di società non se ne accorgeva.

Eppure gli attori del conflitto degli anni 70 hanno permesso al Paese di fare un salto in avanti enorme. Come concili questi due processi che vanno in senso inverso?

Gli anni 70 ricordano un po’ la famosa teoria di Croce sul fascismo come parentesi. L’effetto del decennio precedente, del paese uscito dal boom economico rappresentato dalla metafora del personaggio di Gasman nel film “Il sorpasso”. Un’Italia vorace, famelica, ansiosa di consumare merci che non aveva mai visto e avuto. Un’Italia che nella dimensione del benessere e dello sviluppo aveva bruciato le sue identità dialettali e contadine che Pasolini lamentava quando aveva denunciato la scomparsa delle lucciole. E’ su quell’Italia che s’innesta una forte spinta al conflitto sociale e politico che sfocia nel biennio 68-69. Una sorta di risposta novecentesca che cerca di confrontarsi con questi cambiamenti sul terreno della politica come elemento decisivo per modificare le cose. C’è un fortissimo investimento nella politica, politica dei partiti e politica dei movimenti. E’ questa dimensione iperpolitica della mobilitazione che finisce con i 35 giorni di occupazione alla Fiat del settembre 1980. Da quel momento in poi ritorna la metafora di Gasman, i ceti medi, il riflusso. Svanisce la dimensione dell’impegno e prevale il “tengo famiglia”. Tutta la partita si è giocata in quel frangente.

Dunque tu non credi che abbia vinto la P2, che ci sia una continuità dei vincitori con l’epoca stragista?
Per niente. Sono i nuovi soggetti sociali non i servizi segreti, o le trame eventuali a loro attribuibili, che hanno cambiato le cose. Ha vinto la rivoluzione dei ceti medi caratterizzata dal loro estremismo di centro. Una lezione della storia che vale anche per l’avvento del fascismo, che non fu un complotto del capitale ma una rivolta dei ceti medi emergenti.

Ma anche i 40 mila alla fine pagarono. I più furono licenziati?
Si, perché quella prima generazione era ancora legata ad una dimensione novencentesca, fordista, apparato di comando della grande fabbrica. Di lì a poco anche al loro interno ci fu un salto di modello: dalla gerarchia di fabbrica al sistema casa-capannone delle popolo delle partite iva.

Torniamo di nuovo al problema della memoria che dicevi all’inizio.
In Italia c’è troppa memoria e poca storia. Se una ragazza di 29 anni crede che la strage di Bologna sia stata commessa dalle Brigate rosse è perché non ha conoscenza storica. Ma questa scarsità di storia nasce anche dall’assenza di istituzioni virtuose in grado di fornire al Paese verità e giustizia. Da questo vuoto è emersa una supplenza delle famiglie delle vittime che hanno preso su di sè il compito di fare memoria e giustizia. Al di là delle loro varie collocazioni, non sempre condivisibili nel merito, si tratta di un aspetto positivo. Emerge un “familismo virtuoso” differente dal familismo indifferente e cinico di chi guarda tradizionalmente al suo particulare, forte nella tradizione italiana. C’è un tentativo di declinate un lutto privato, un’ansia di dolore e giustizia come un bene pubblico.

Ma questa ennesima supplenza non fa emergere il rischio di una confusione di ruoli, di quella che i giuristi chiamano “privatizzazione della giustizia”? Non c’è il rischio che i familiari divengano gli arbitri delle decisioni giudiziarie, a cui si aggiunge anche la privatizzazione della narrazione storica? Mi sembra che si vada ben oltre un arricchimento del pluralismo delle posizioni e delle fonti. In questo modo si istituisce una figura privata depositaria della memoria legittima.
Se prima era stata la magistratura ad essere chiamata a sostituire la politica, ora si chiede ai familiari di scrivere la storia. Ma le signore Gemma Capra e Licia Pinelli non posso caricarsi sulle spalle questo compito. Spetta alla comunità intera, in particolare alla comunità dei ricercatori, il compito di fare storia. Ma questo ruolo improprio viene assunto dai familiari delle vittime proprio a causa dell’assenza nello spazio pubblico di istituzioni virtuose che si ripiegano e si nascondono dietro le memorie private.

Ma storia e memoria non sono la stessa cosa?
La memoria è sempre parziale, trasceglie. Stabilire che la giornata del ricordo della Shoah sia il 27 gennaio invece del 16 ottobre, significa fare una scelta ben precisa che fa lo sconto al rastrellamento del ghetto di Roma e alle leggi razziali del fascismo. Allo stesso modo scegliere il 9 maggio, giorno dell’uccisione di Moro, invece del 12 dicembre, quando esplose la bomba a piazza Fontana, risponde ad un orientamento politico ben preciso. Invece c’è bisogno di tornare alla conoscenza storica. La sovrabbondanza di memorie favorisce l’oblio e non il ricordo. La scuola non riesce più a trasmettere conoscenza storica…. In un test fatto dieci anni fa ho chiesto per quanti anni il Pci era stato al governo: 5, 10 o 30. Tutti risposero 30, perché sentivano Berlusconi dire che i comunisti sono stati sempre al governo. Non è nemmeno ignoranza, è il senso comune che pervade la memoria. Per sconfiggere il senso comune l’unica possibilità è la conoscenza storica. Questa è una vera emergenza educativa. Che non c’entra niente con la memoria. La storia è un’altra cosa, non è identitaria.

Link sulla strage di Bologna
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Strage di Bologna, l’ultimo depistaggio

Link sulle teorie del complotto
I limiti della dietrologia
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto – Paolo Persichetti
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico – Paolo Persichetti
Il caso Moro – Paolo Persichetti
Stato e dietrologia – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta

Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana – PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori

Link sul rapporto tra storia e memoria
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi