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DIREZIONE “CASA DI RECLUSIONE REBIBBIA – ROMA”

Vis Bartolo Longo, 72 – 00156 Roma. Tel. 06415201, fax 064103680

RELAZIONE DI SINTESI

In data odierna si è riunito il Gruppo di Osservazione e Trattamento, nella seguente composizione:

Direttore di Reparto Dott.ssa A. T.                                                                       Presidente
Funzionario giuridico-pedagogico A3F1, F. P.                                                   Segretario tecnico
Vice Responsabile di P.P. di Reparto, Isp. G. B.                                                Componente
Asistente sociale L. R.                                                                                              Componente

(si allega copia di relazione del 09.02.2012 dell’UEPE di Roma, uale parte integrante della presente)

La riunione si è tenuta al fine di redigere relazione di sintesi sul detenuto semilibero PERSICHETTI Paolo, nato il 06 Maggio 1962 a Roma, per l’Udienza di discussione dell’Affidamento in prova ai Servizi Sociali, prevista per il 05.05.2012 dinanzi al Tribunale di Sorveglianza di Roma

Il Persichetti, ammesso a fruire della Semilibertà il 23.05.2008 dal Tribunale dì Sorveglianza di Roma, è giunto in questa sede il 24.05.2008.

II 26.05.2008 è stato redatto il primo Programma di Trattamento, ed 31.05.2008 il detenuto ha iniziato a lavorare come giornalista presso la redazione del quotidiano politico “Liberazione“, sita in Roma – zona Castro Pretorio: occupazione tuttora svolta.

Va subito detto, circa il lavoro e le sue logiche implicazioni, che ovviamente il soggetto gode di una legittima possibilità di esternare e dibattere, la quale gli consente di prendere e manifestare posizioni che riflettono un’idea (qualcuno ha detto, piuttosto, un’ideologia).

Tale condizione gli ha consentito e gli consentirà di effettuare legittimamente esternazioni che a taluno (vedasi su internet) sono parse, come detto, ideologiche ed immorali: ci si riferisce, nello specifico, alla difesa del Persichetti della decisione presa alcuni mesi fa dall’allora Presidente del Brasile, Ignazio “Lula” Da Silva, di non estradare in Italia il terrorista Cesare Battisti.
Prendendo lo spunto dalla vicenda in questione, sui media nacque un dibattito sugli “anni di piombo” sulla posizione assunta allora ed ora dalle Istituzioni e sulle vicende personali di alcuni terroristi.
Nell’ambito di tale dibattito, tra l’altro, dal soggetto furono poste su internet – e sono tuttora acquisibili – riflessioni condotte dal Persichetti anche in ordine alla propria vicenda, per certi aspetti simile a quella di Battisti, fuggito anch’egli in Francia. Si tratta di alcuni articoli e di almeno un’intervista radiofonica.

Si premette ciò in quanto i contenuti e le valutazioni di cui si è detto, le quali ovviamente riflettono un’idea e quindi anche una certa “difesa” del passato, da parte del soggetto, da un lato possono indicare in lui la presenza o meno di una revisione critica ma, dall’altro, rappresentano la concreta attuazione del Programma di Trattamento, caratterizzato proprio dalla previsione poter svolgere da parte del soggetto l’attività giornalistica, caratterizzata proprio dal diritto di espressione e limitata unicamente dalla commissione di illeciti civili e/o penali (si dirà più avanti della querelle tra il Persichetti e lo scrittore Roberto Saviano).

[…]

Il 18.07.2009 il detenuto, al mattino, è uscito in ritardo dall’Istituto; L’A.D., udite le giustificazioni addotte, ha ritenuto di non dover procedere disciplinarmente.

[…]

Si è accennato alla diatriba con lo scrittore Roberto Saviano.

All’inizio del 2011, come riportato sulla stampa e in internet (che ospita vari articoli al riguardo), si è verificata una schermaglia tra il Persichetti ed il suo editore da una parte, ed il Saviano dall’altra: schermaglia originata da affermazioni di quest’ultimo sul caso dell’omicidio di Giuseppe Impastato, affermazioni ritenute dalla controparte false o, quanto meno, superficiali.

La vicenda è sfociata nella presentazione di una querela per diffamazione da parte del Saviano nei confronti del Persichetti e del suo editore. La Direzione dell’Istituto ne è stata informata formalmente dalla Polizia di Stato con nota del 17.02.2011.

Il 02.03.2011 il Persichetti, durante un colloquio col Direttore di Reparto sulla vicenda, è stato da questi invitato a produrre gli articoli relativi alla querelle, al fine di fornirgli un quadro della situazione.

La richiesta è stata percepita come atteggiamento “censorio” che per tutta risposta ha detto chiaramente che gli scritti sono liberamente accessibili su internet e che non vedeva la necessità di doverli produrre lui.

Si è pertanto ritenuto di dover informare dell’accaduto e dell’atteggiamento tenuto dal semilibero il Sig. Magistrato di Sorveglianza.

La sera dello stesso giorno il semilibero è rientrato con dieci minuti di ritardo, alle ore 22,40; avendo preavvisato telefonicamente questa Direzione del ritardo e delle circostanze, non si è proceduto disciplinarmente ma, comunque, l’interessato è stato invitato a porre maggior attenzione sulle gestione dei tempi.

Identico ritardo è stato portato in occasione del rientro serale del 18.5.2011 (due mesi e mezzo dopo) ed identico è stato l’atteggiamento assunto dall’A.D. ma, come risulta agli atti, in tale frangente si è comunque invitato, quasi spronato, il soggetto a riporre maggiore fiducia nelle Istituzioni e – concretamente – nei suoi operatori.

[…]

A questo punto è doveroso rappresentare quanto segue.

La forma mentis del Persichetti lo conduce ad avere talora, un atteggiamento “paritario” (anche se tale aggettivo rischia di acquisire una valenza negativa) nei confronti di un’Amministrazione verso la quale, comunque, egli deve rispondere del proprio comportamento e non trattare da pari: il tutto, ovviamente, nel rispetto del diritti della persona.

Talora però nel soggetto pare vi sia una difficoltà a rendersi conto che, a differenza di quanto accade in un rapporto tra persone fisiche, rapportarsi con l’Amministrazione richiede una diversa “dialettica”, fatta – anche obtorto collo – di una puntuale esecuzione delle direttive o anche, delle sole indicazioni fornite dalla stessa e dai suoi operatori.

[…]

Il GOT pur prendendo atto senz’altro atto di una buona evoluzione dell’andamento della misura, ritiene proficua l’effettuazione di un ulteriore periodo –anche breve – di osservazione, al fine di consentire al soggetto di consolidare un percosro le cui premesse sembrano positivamente avviate.

Roma,  lì 16 aprile 2012

L’estensore

Funzionario giuridico-pedagogico A3 F1
F. P.

Per il Gruppo di Osservazione e Trattamento
IL DIRETTORE DELEGATO
Dott.ssa A. T.

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Paolo Granzotto e il funzionario giuridico-pedagogico di Rebibbia
Roberto Saviano
Kafka e il magistrato di sorveglianza di Viterbo
Negato un permesso all’ex-br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto
Permessi all’ex br: No se non abiura

Il paradigma del capro espiatorio e la nuova filosofia penale nell’ultimo libro di Vincenzo Guagliardo

Dalla Postfazione di Paolo Persichetti

Una delle originalità di questo libro sta nella capacità di cogliere i processi generali attraverso i cambiamenti intercorsi nel microcosmo carcerario. Ancora una volta gli anni ’70 appaiono un decisivo banco di prova. Se la logica della premialità e della differenziazione, introdotti con i dispositivi legislativi limitati inizialmente ai collaboratori di giustizia e ai dissociati, e successivamente estesi al resto della popolazione carceraria, hanno anticipato e sperimentato con successo l’ingresso della contrattazione individuale e della precarietà nel mercato del lavoro; allo stesso modo il rito del capro espiatorio è diventato il nuovo motore ideologico della società. L’analisi di Guagliardo, che fa del ricorso a questo paradigma l’aspetto centrale della sua riflessione critica, è frutto dell’esperienza diretta vissuta dentro il carcere speciale dove l’effetto combinato di fattori esterni e interni, come la crisi progettuale della lotta armata, le mutazioni sociali e produttive, le tecniche d’isolamento e repressione, sfaldano progressivamente la solidarietà «per dar luogo alla concorrenza tra individui».
È qui che Guagliardo scopre l’inarrestabile scatenamento del processo vittimario descritto in uno dei capitoli più forti (il Quinto). Il rito del capro espiatorio è introiettato dai prigionieri al punto da divenire una forma autofagica della propria esperienza.
Di volta in volta i militanti rinchiusi cominciano ad esportare verso l’organizzazione esterna le responsabilità per le difficoltà incontrate. È una sorta di piano inclinato inarrestabile che si trasforma in una voragine e poi nell’abisso della disfatta etica che ha prodotto le figure del pentito-delatore, dell’abiurante-dissociato e dell’inquisitore-killer, che spesso anticipa e presuppone le prime due. In questo dispositivo il carcere speciale appare un laboratorio all’interno nel quale covano fenomeni che poi si riprodurranno su larga scala all’esterno delle cinte murarie.
Non a caso la dissociazione anticipa un modello culturale che farà strame dentro la sinistra minandone la capacità critica e anticipando la stagione delle grandi ipocrisie pentitorie, dove la categoria del ravvedimento non è più quella che assume su di sé la critica o, se vogliamo restare sul piano del linguaggio teologico, la colpa e l’espiazione, ma al contrario esporta fuori di sé ogni colpa e punizione introducendo la moda dell’autocritica degli altri.
Gli strumenti giudiziari d’eccezione e la cultura inquirente congeniata per combattere la lotta armata tracimeranno al punto da travolgere anche il ceto politico della “Prima Repubblica”, quasi a ricordare l’osservazione di Marx sullo scontro tra classi che può concludersi anche con la rovina reciproca delle parti in lotta.
L’impegno profuso nel contrastare la sovversione sociale degli anni ’70, la lunga stagione delle leggi penali speciali e dei maxiprocessi che hanno traversato il decennio ’80, e lo tsunami giudiziario che ha preso il nome di “Tangentopoli” nella prima metà degli anni ’90, conferiscono alla magistratura, e in particolare ad alcune procure, il ruolo di vero e proprio soggetto politico portatore di un disegno generale della società, di una filosofia pubblica capace di sostituirsi a quelli che erano stati gli attori tradizionali della politica: partiti e movimenti.
Il modello del capro espiatorio svolgerà un ruolo centrale nella vicenda passata alle cronache come la rivoluzione di “Mani pulite”. Le conseguenze, per nulla percepite dagli attori dell’epoca, che spesso pensavano di interpretare una stagione di rinnovamento del Paese, saranno enormi. È da lì che prendono forma e si strutturano le ideologie del rancore e del vittimismo che fomentano le attuali correnti populiste, stravolgendo quell’idea di giustizia che per lungo tempo era stata sospinta da ragioni che disprezzavano gli strumenti della penalità e del carcere in favore della ricerca del bene comune. Se prima si trattava di raggiungere obiettivi universali in grado di ripercuotersi in un miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno ora il traguardo più ambito diventa l’aula processuale, la conquista di un posto in prima fila nei tribunali, un ruolo sui banchi della pubblica accusa o delle parti civili.
Un drastico mutamento di prospettiva che è conseguenza anche della crisi delle grandi narrazioni che descrivevano cammini di liberazione. Di emergenza in emergenza, passando per il terrorismo, le mafie, la corruzione, i migranti, la sicurezza, ha preso corpo un populismo penale che ha pervaso trasversalmente la società sovrapponendosi alle vecchie barriere ideologiche fino a farle scomparire.
La sfera giudiziaria è diventata il perno attorno al quale ruotano i conflitti, si pensa e si parla solo attraverso le lenti dell’ideologia penale anche a causa di un processo d’autoinvestitura politica della magistratura, formulata sulla base di una vera e propria “teoria della supplenza” da parte del potere giudiziario, «in caso di assenza o di carenze del legislativo». Una sovrabbondanza che alla fine, è superfluo ricordarlo, non ha creato più giustizia. Come dicevano già i romani: summum ius, summa iniuria*.
Il mito della giustizia penale ha trasformato la politica nel cimitero della giustizia sociale e l’esaltazione della qualità salvifiche del potere giudiziario ha fatto tabula rasa di ogni critica dei poteri.

1/continua

Mammagialla uccide ancora: a Fallico è “scoppiato” il cuore

I primi risultati dell’autopsia dimostrano che c’è stata omissione di soccorso. Aperta inchiesta per omicidio colposo

Paolo Persichetti,
Liberazione 25 Maggio 2011

Indagini per omicidio colposo«Aveva il cuore spaccato». Circostanza compatibile con un infarto e una emorragia in corso da alcuni giorni, secondo quanto affermato all’avvocato, Caterina Calia, dal consulente nominato dalla famiglia.
E’ morto così Luigi Fallico, “Gigi il corniciaio”, personaggio conosciuto nel popolare quartiere romano di Casal Bruciato, dove aveva la sua bottega che secondo la digos sarebbe stata la base operativa di un progetto di rilancio della sigla Brigate rosse. Una proiezione investigativa che l’aveva portato in carcere nel giugno di due anni fa, insieme ad altre quattro persone. Sono stati proprio loro, vicini di cella, ad accorgersi lunedì mattina che qualcosa non andava ed a prestare i primi soccorsi nel repartino As 2, ricavato al quarto piano del reparto D2 del carcere Mammagialla di Viterbo. Il medico è arrivato solo dopo un quarto d’ora per constatare la morte avvenuta da almeno 3-4 ore.
Prima di coricarsi aveva detto ai suoi compagni di non sentirsi bene, «mi sembra di avere la febbre». Per questo aveva anche chiamato l’infermiere. Il 19 maggio scorso, durante l’udienza del processo nell’aula bunker di Rebibbia, aveva raccontato al suo legale del grave malore subito il giorno precedente. Un «dolore fortissimo» che gli aveva lacerato il petto. In infermeria gli avevano riscontrato un picco di pressione arteriosa a 190, ma invece di portarlo in ospedale per accertamenti urgenti (all’ospedale Belcolle esiste un reparto per detenuti) l’hanno rimandato in cella con un diuretico e una tachipirina. Accertamenti più approfonditi erano stati fissati per martedì (ieri, ndr). Indifferente, disattenta fino allo spregio della vita di chi è detenuto: questa è la burocrazia carceraria, con in più il contesto pesante che da sempre segna la vita carceraria in una struttura come quella del Mammagialla e le restrizioni aggiuntive che gravano sui regimi di detenzione differenziata speciale As 2 (ex Eiv), come quello previsto per i detenuti politici. La salute di Fallico era precaria, negli ultimi tempi aveva subito un intervento alle corde vocali e soffriva dei postumi di una violenta otite, oltre all’ipertensione. La procura ha avviato un procedimento per omicidio colposo contro ignoti. Entro 60 giorni il perito dovrà depositare i risultati dell’esame autoptico. Accertamenti specifici sono stati disposti sul cuore. L’inchiesta che l’aveva portato agli arresti sembrava una farsa, il carcere l’ha trasformata in tragedia.

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Nuovo censimento del Dap sulle carceri, meno misure alternative più affollamento

Reso noto il rapporto di Ristretti orizzonti che elabora i dati ufficiali de l Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria

Paolo Persichetti
Liberazione 9 aprile 2011

Oltre un milione e centomila galline ovaiole “prigioniere” in gabbie sovraffollate ben oltre i limiti di legge sono state sequestrate dai Nas durante una serie di controlli in allevamenti del centro nord, effettuati in vista delle festività pasquali. La presenza nelle gabbie era del 50% superiore al numero di animali consentito dalle attuali normative europee.
Una situazione analoga alla condizione di vera e propria calca che si vive nelle celle delle carceri italiane, dove le persone sono stipate l’una sull’altra. 67.615 presenze registrate alla data del 28 febbraio 2011 per una capienza che sulla carta raggiunge i 45.320 ma in realtà è inferiore.
Molti sono posti fantasma. Intere sezioni, pur disponibili, restano vuote con la conseguenza che la statistica diluisce l’affollamento reale. Il dato medio falsa le condizioni ben più drammatiche che si vivono nei maggiori istituti metropolitani e nelle prigioni del Sud, dove la presenza nelle “stanze di pernottamento” (ma dove si soggiorna 20-22 ore al giorno) raggiunge tranquillamente il doppio della capienza prevista. Insomma si sta peggio delle galline ovaiole tutelate dai Nas.
Se gli stessi criteri utilizzati per i pennuti dalle uova d’oro venissero applicati agli umani, le nostre carceri chiuderebbero come in Germania hanno stabilito i giudici costituzionali in una sentenza. Questo è il primo dato che emerge dall’elaborazione delle ultime stime, rese note dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, realizzato da Ristretti orizzonti, la piattaforma multimediale di cultura e informazione dal carcere promossa da detenuti ed ex detenuti della casa di reclusione Due palazzi di Padova e sostenuta dall’associazione di volontariato “Granello di Senape Padova”.

Si esce di meno e si entra di più
Altra conseguenza significativa registrata dalle cifre ufficiali è il fatto che una volta entrati in carcere non si esce, o meglio, si esce il più tardi possibile. Gli ergastolani, per esempio, sono quasi 1500 e restano in carcere ben oltre i 30 anni reali, che sommati ai giorni di liberazione anticipata (la buona condotta) spesso avvicinano i tetti di pena maturata a cifre da capogiro. Ad essere in semilibertà – che per questo tipo di condanna è ammessa solo dopo aver raggiunto il 20 anno di reclusione – sono appena 29 in tutta Italia. La pena si sconta chiusi in cella fino all’ultimo giorno e chi quell’ultimo giorno non ce l’ha rischia di uscirne solo con i piedi in avanti. Il raffronto proposto tra il numero delle misure alternative applicate al 28 febbraio 2011 e quelle concesse prima che entrasse in vigore la cosiddetta legge Cirielli (251/2005 ), normativa che pone molte limitazioni alla loro applicazione nei confronti di condannati recidivi, non consente repliche.
Oggi sono in misura alternativa 16.018 persone, dei quali 8.604 in affidamento ai servizi sociali, 858 in semilibertà (tra loro gli stranieri sono soltanto 85), 6.556 in detenzione domiciliare (non quella speciale entrata a regime recentemente e utilizzabile da poche decine di persone), a cui vanno sommati i condannati a lavori di pubblica utilità (41 in tutta Italia), ammessi al lavoro esterno (423 persone). Altre 2.023 sono le persone sottoposte alla libertà vigilata e 104 alla libertà controllata.
Prima della Cirielli erano in misura alternativa: 48.195 persone nel 2003, 50.228 nel 2004 e 49.943 nel 2005. Le restrizioni della Cirielli hanno prodotto una riduzione di quasi 2/3 a fronte di un incremento della popolazione reclusa. A causa degli inasprimenti sulla recidiva e di altre norme in materia di sicurezza (tra cui l’estensione della fascia di reati ostativi o che vedono ritardata l’applicazione della Gozzini e delle misure alternative), l’esecuzione penale esterna è tornata ad essere quella dei primi anni 90, quando c’erano 20 mila detenuti in meno. 13mila persone in misura alternativa nel 1994, 15 mila l’anno successivo.
L’industria della punizione gira a pieno regime.

Link
Cronache carcerarie

Caso Papini, una vicenda esemplare di giustizia dell’emergenza

Conferenza stampa a Montecitorio. I legali denunciano: «Quello di Papini è stato un processo ai sentimenti. Quando venne arrestato, la digos di Bologna sapeva già da un anno, grazie alle intercettazioni telefoniche, che andava in carcere a trovare la Blefari con l’accordo della direzione dell’istituto di pena per tentare di impedire i suoi propositi suicidari dichiarati in una lettera. L’inchiesta è stata una montatura». Dopo l’assoluzione crolla il teorema accusatorio messo in piedi dai pm bolognesi che hanno pilotato da lontano anche l’inchiesta romana e il processo. I magistrati dovrebbero archiviare la sua posizione nell’inchiesta sull’attentato a Marco Biagi, ma sotto le due torri esiste una delle peggiori procure d’Italia

Paolo Persichetti
Liberazione 6 aprile 2011

Chissà cosa avrebbe pensato il marziano di Flaiano se fosse atterrato ieri mattina davanti a Montecitorio? Mentre i post-girotondini del popolo viola presidiavano la piazza per protestare contro il modo in cui il governo e la sua maggioranza parlamentare affrontano i temi della giustizia, srotolando un tricolore lungo circa 60 metri per dare inizio alla giornata della democrazia accanto a molte bandiere dell’Italia dei valori, FdS e Sel, dentro la Camera si teneva una conferenza stampa quasi deserta sul caso di Massimo Papini: uno degli esempi drammaticamente più concreti di come si esercita la giustizia in Italia. 17 mesi e 23 giorni di carcere duro in custodia preventiva, quando andava bene in regime di alta sicurezza nel braccio speciale di Siano, in Calabria, dove sono rinchiusi una parte dei detenuti politici di sinistra; altrimenti in regime di totale isolamento, peggio del 41 bis, quando durante i lunghi mesi del processo era appoggiato al piano terra del reparto G12 di Rebibbia. Sempre solo in un cubicolo, senza diritto alla socialità con altri detenuti, e con le ore d’aria (per così dire) da passare in un rettangolo di cemento di pochi metri quadrati circondato da alte mura e con il cielo coperto da una grossa griglia metallica. Tutto questo per un’accusa senza fondamento: aver fatto parte delle cosiddette “nuove brigate rosse”, solo perché non aveva rinunciato ad assistere la sua ex fidanzata, Diana Blefari Melazzi, precipitata dopo l’arresto nel labirinto della sofferenza psichiatrica. Strada senza ritorno sfociata nel suicidio, poche settimane dopo l’arresto di Massimo, il 31 ottobre 2009. Una morte quasi indotta da una persecutoria volontà di sfruttare la sua malattia come una opportunità per le indagini. «Assolto per non aver commesso il fatto» hanno stabilito lo scorso 23 marzo i giudici della prima corte d’assise di Roma, ribadendo che la solidarietà, anche per chi è stato dichiarato colpevole, non è reato. Un caso «paradigmatico» hanno spiegato i suo legali, Caterina Calia e Francesco Romeo presenti alla conferenza stampa insieme a Gianluca Peciola, consigliere provinciale Sel e alla deputata radicale (lista Pd) Rita Bernardini, che ha seguito il caso, incontrato più volte Papini in carcere e portato radio radicale a registrare le udienze del processo. Attenzione mediatica che ha infastidito molto la pubblica accusa. Tra i banchi solo qualche sparuto giornalista e gli amici di Massimo, animatori del comitato che l’ha sostenuto nei suoi 17 mesi di detenzione.
La piazza era piena ma la sala era vuota. Eppure si parla tanto di giustizia al punto che – direbbero i sociologi – questo tema è divenuto il maggiore repertorio di mobilitazione dell’azione politica. Fa scorrere fiumi d’inchiostro, riempie tg e salotti televisivi, ma quando ci si trova di fronte a casi concreti l’interesse svanisce. Davvero una strana idea di giustizia: la destra che grida alle toghe rosse e vede complotti delle procure ovunque si allinea subito dietro l’azione repressiva della magistratura, quando questa si riversa contro soggetti estranei al mondo imprenditoriale, alle classi possidenti; la sinistra, che inneggia alla costituzione e si erge a paladina delle legalità, perde vista, udito e parola di fronte agli abusi, per non parlare del carattere sistemico delle pratiche inquisitorie condotte dalla magistratura inquirente, grazie anche ad una legislazione speciale che gli offre mano libera. Insomma ci si agita molto per non fare nulla. L’arena giudiziaria appare solo il luogo dove si è trasferito lo scontro politico. Alla fine, della giustizia, della giustizia giusta, delle garanzie, non interessa a nessuno. Vince solo la demagogia penale: in galera tutti meno quelli che ci mandano gli altri. E così vicende come quelle di Papini restano sullo sfondo, ignorate. Nessuno chiederà conto alla procura di Bologna che – è già accaduto in altri casi – ha pilotato da lontano l’arresto di Papini e il processo, occultando prove a discarico dell’imputato, come ha denunciato l’avvocato Romeo. Nessuno vorrà sapere perché i testi citati dalla difesa sono stati inchiestati durante il processo, al punto da dover temere che l’azione difensiva fosse diventata un delitto. Il marziano di Flaiano non ha esitato, ha ripreso il volo disgustato.

Link
Massimo Papini assolto per non aver commesso il fatto
Papini assolto: “Non faceva parte delle nuove Br”
“Scarcerate Papini, accuse senza argomenti
Amicizia e solidarietà sotto processo
Un altro Morlacchi dietro le sbarre
Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Cassazione: “Non è reato essere amici di inquisiti per banda armata”

La storia dei Nap

Libri – Valerio Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi. Nap, ribellione, rivolta e lotta armata, Ancora edizioni novembre 2010

Un estratto del testo da pagina 109

«Analizzando gli anni Settanta non è difficile cogliere l’assoluta particolarità di un gruppo nato non da spinte ideologiche ma da pulsioni cui le istituzioni non sapevano o non volevano fornire alcuna risposta. I Nuclei armati proletari rappresentavano dunque una concreta minaccia all’ordine precostituito. Potevano costituire l’innesco di una gigantesca polveriera pronta a esplodere da un momento all’altro. Al Nord, trasformato dalla grande migrazione dal Mezzogiorno che aveva sfigurato il territorio, al cui interno si erano sviluppati interi quartieri, quando non cittadine, dove un’edilizia senza freni né decoro rubava il fiato a qualsiasi pur lontana parvenza di futuro. Ma soprattutto al Sud emarginato, largamente illetterato, dove lo stato dava prova quotidiana della sua manifesta latitanza e una nuova criminalità si preparava a metter radici per scippare il domani di quelle terre. E ancora, l’intreccio originale, e perciò temibile, fra studenti della piccola borghesia e il proletariato extralegale. E’ cruciale comprendere fino in fondo l’abbraccio fra giovani universitari e Lumpen. Gli studenti, talvolta accesi da presuntuose certezze, decidono di imboccare una via, scelgono razionalmente di sferrare un assalto alle istituzioni. E lo fanno affrancandosi da remore e pregiudizi, facendo propria la carica dirompente sbrigliata dalla rivolta degli ultimi, più o meno consapevoli del paracadute garantito dal ceto sociale di appartenenza. Gli extralegali no. Loro non decidono. Animati dal fuoco della ribellione, spinti dall’urgenza di prendere l’iniziativa e dall’illusione che ciò possa mutare qualcosa, cementati da rapporti fraterni e immuni da ogni integralismo fideistico, vanno allo scontro in modo del tutto naturale, coscienti delle conseguenze. Deviante affermare che non avessero nulla da perdere. Accadde infatti che dall’altro lato non se ne stettero con le mani in mano. E si sprofondò nel dolore di sempre. Né sarà da meno il durissimo epilogo entro cui andranno incontro al termine di quella tumultuosa stagione.»

Link
Un saluto a Franca Salerno
E’ morta Franca Salerno storica militante dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno

“Ferragosto in carcere”, è tempo di fatti. Cosa faranno le istituzioni dopo le 240 visite di parlamentari nei penitenziari?

Provate a immaginare una turca e un piccolo lavandino da condividere per due squadre di calcio, dove fare toilette, lavare le stoviglie, fare il bucato

Paolo Persichetti
Liberazione 17 agosto 2010


Il giorno di Ferragosto, mentre proseguiva l’iniziativa promossa dal Partito radicale che ha portato oltre 240 tra parlamentari (un numero mai visto prima d’ora), consiglieri regionali, operatori del settore, Garanti dei detenuti e magistrati, a visitare gli Istituti di pena, il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha dato i numeri. In una conferenza stampa tenutasi a Palermo, dopo una riunione del Comitato nazionale per la sicurezza, il Guardasigilli ha snocciolato le ultime cifre sulla situazione in cui versano le carceri. 68.121 è il numero record delle presenze raggiunte (e destinate a salire ancora) per una capacità di accoglienza che è solo di 44.576 posti (già gonfiata a dismisura). Di questi, solo 37.219 scontano una condanna definitiva, mentre 24.941 sono in custodia cautelare. Il ministro non lo ha detto, ma ben 14 mila sono i custoditi che non hanno subito ancora la benché minima condanna. 24.675 sono invece i detenuti di nazionalità straniera. Mentre in regime di 41 bis, il carcere duro, si trovano 681 persone, tra cui 3 donne. Alfano non ha mancato di evocare il fantomatico “Piano straordinario per le carceri” che – a suo dire – procederebbe bene. Al Dap sarebbero «pronti a partire con l’edificazione di nuovi padiglioni e di nuovi istituti di pena». Il ministro è uomo che ama ripetersi all’infinito.
Tra le cifre dimenticate c’è anche il numero dei suicidi: 40 quelli riusciti e 73 i tentati. Dalle testimonianze raccolte tra i visitatori fuoriesce una quadro generale uniforme e drammatico dovuto al sovraffollamento bestiale che aggrava ogni precedente carenza e situazione di crisi: dall’igiene, alla sanità, al vitto e sopravvitto, ai colloqui, alle ore d’aria, all’accesso alle misure alternative, al cosiddetto “trattamento” interno, cioè le ipotetiche offerte di studio, lavoro, corsi di formazione, attività di rieducazione e sportive. Non ce n’è più per nessuno in spazi che possono raggiungere le 8-10 persone per cella, addirittura più di 20 nei cameroni una volta destinati alle ore di socialità. Provate a immaginare una turca e un piccolo lavandino da condividere per due squadre di calcio, dove fare toilette, lavare le stoviglie, fare il bucato. Un piccolo televisore per tutti in luoghi dove si può sostare solo in branda. Non serve nemmeno vedere per capire il livello di degrado raggiunto.
L’enorme numero di parlamentari entrato in visita contrasta con il disinteresse mostrato fino ad oggi in Parlamento sulla questione carceraria. Il Senato non è riuscito a votare nemmeno l’inutile legge sulla detenzione domiciliare. Un provvedimento che secondo i calcoli degli uffici dovrebbe favorire l’uscita dalle celle di meno di 2 mila persone. Un goccia d’acqua. Una presa in giro di fronte all’emergenza. Circostanza che ha suscitato alcune critiche nei confronti delle visite di Ferragosto, definite una «passerella mediatica». L’accusa non era rivolta ai Radicali, che raccoglieranno comunque da queste ispezioni un dossier che fornirà materia per portare lo Stato italiano davanti alle giurisdizioni internazionali, ma contro quella che possiamo definire una certa “ipocrisia consociativa”. Il rischio esiste, inutile negarlo. Delle visite largamente preannunciate perdono quasi tutto il loro valore ispettivo poiché permettono di camuffare e arrangiare molte cose nei luoghi meno visibili del carcere. Anni fa, in vista di una cerimonia del presidente della Repubblica Napolitano a Rebibbia, la Direzione fece riverniciare in fretta e furia i corridoi e le sale che il capo dello Stato doveva attraversare. Ma una verifica arriverà presto. Il ministro della Difesa La Russa ha preannunciato per settembre un inasprimento delle norme sull’immigrazione. Sarà il primo banco di prova per capire se l’indignazionemostrata dai parlamentari sia durata il tempo di un’abbronzatura di Ferragosto.

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Cronache carcerarie
Mario Staderini, segretario dei radicali italiani: “Le carceri sono la prova che viviamo in uno stato d’illegalità”

Roma, niente Garante per i detenuti

Il Consiglio comunale rinvia ogni decisione. Dietro lo stop le pressioni del Garante regionale

Luca Bresci
Liberazione 6 agosto 2010

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Il comune di Roma continuerà a non avere un suo Garante dei detenuti nonostante la città ospiti nel suo ampio perimetro diverse migliaia di detenuti e persone prive di libertà in ben 4 istituti di pena, tra case circondariali e case di reclusione maschili e femminili, un carcere minorile, un centro di identificazione ed espulsione oltre a decine di commissariati, stazioni, caserme di polizia e carabinieri, insieme ai sotterranei del Tribunale diventati tristemente famosi dopo il pestaggio mortale inferto a Stefano Cucchi. Tutti luoghi, questi ultimi, nei quali si trovano decine e decine di celle di sicurezza nelle quali vengono quotidianamente rinchiuse centinaia di persone. Il rinvio della decisione è arrivato nell’ultima riunione del consiglio comunale tenuta prima della pausa estiva. All’ordine del giorno la mozione presentata da 10 consiglieri della stessa maggioranza Pdl, tra cui il capogruppo Luca Gramazio, che proponevano il ripristino dell’ufficio del Garante comunale. Alla fine però il consiglio ha deciso di evitare ogni discussione rinviando il voto. La denuncia arriva dall’associazione Papillon-Rebibbia che ricorda come la mozione fosse stata presentata già nella seduta del 7 giugno scorso e che da allora, per ben due mesi, non è mai riuscita ad arrivare in aula fino all’ultima seduta prima delle vacanze. Il comunicato dell’associazione, composta da detenuti ed ex detenuti, ricorda anche l’assurda decisione che portò allo smantellamento dell’ufficio, allora presieduto da Gianfranco Spadaccia il cui lavoro era stato apprezzato da tutte le associazioni impegnate nel volontariato carcerario e sul tema dei diritti delle persone prive di libertà. Dietro il siluramento dell’ufficio comunale, ricorda sempre il comunicato diffuso dalla Papillon, ci fu «uno strampalato accordo tra il Comune, la Provincia e il Garante regionale dei detenuti, Angiolo Marroni». Quest’ultimo, potente cacicco del Lazio, notabile della politica che ha traversato molte delle ere geologiche sopravvivendo alla Prima repubblica, sembra rappresentare il vero nodo gordiano della vicenda. E’ attorno alla sua poltrona, alla fitta rete di relazioni politico-clientelari sapientemente tessute in modo trasversale, che trova spiegazione il sabotaggio dell’ufficio del Garante comunale percepito non come un’interlocutore ma come un’autority rivale che, oltre a togliere visibilità mediatica, poteva mettere il naso sulla destinazione e l’utilizzo concreto delle risorse messe a disposizione dal Comune e dalla Regione. Quella dei Marroni è una vera e propria saga politica familiare che ricorda le satrapie orientali. Non a caso il figlio Umberto, capogruppo del Pd in Consiglio comunale, senza il benché minimo pudore che pure avrebbe dovuto suscitare l’evidente conflitto d’interessi, si è levato contro il ripristino della figura del Garante comunale che avrebbe fatto ombra al pater familias. Già al momento del rinnovo della carica di Garante regionale, la riconferma di Marroni fece molto discutere per l’opposizione dichiarata di associazioni come l’Arci, A buon diritto, Caritas, Antigone, che avevano sostenuto la candidatura di Antonio Marchesi, per molti anni presidente di Amnesty International. La reiterazione di un accordo consociativo tra Pd e Pdl garantì il rinnovo della poltrona all’inossidabile Marroni e alla sua rete clientelare bipartizan.

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