Movimento 5 stelle, non basta appoggiare la lotta No tav, dovete battervi anche per l’amnistia in favore dei reati contestati durante le lotte sociali e la difesa dei territori

In Val di Susa il Movimento 5 stelle ha raccolto una valanga di voti, quasi sempre oltre il 40% con il picco di Exilles dove ha raggiunto addirittura il 53,1%.
Il prossimo 23 marzo alla marcia No Tav da Susa a Bussoleno è prevista la partecipazione dei 163 parlamentari grillini. A questo punto l’azione parlamentare in favore della chiusura dei cantieri Tav in valle non può non essere accompagnata anche da un intervento a tutela di tutti coloro che in questi hanno hanno manifestato a difesa dei territori subendo una durissima repressione poliziesca e giudiziaria.
Il sostegno a queste lotte non può prescindere da una inizativa in favore di un’amnistia-indulto generale per le lotte sociali, contro la persecuzione della manifestazioni pubbliche, tutelando la resistenza messa in pratica dai cittadini nelle piazze italiane

La Polizia sgombera il blocco dei NO TAV dell'autostrada A32 Torino Bardonecchia, Torino, 28 febbraio 2012. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Sotto la toga, niente. Orazione in morte del giustizialismo di sinistra

La messa è finta, andate in pace…

Su questo blog avevamo anticipato la fine più che meritata della sinistra giustizialista, almeno quella più oltranzista. Dismessa la questione sociale a vantaggio di quella penale, abbandonato addirittura nome e simbolo, la falce e martello, (che furono al centro della scissione di pochi anni fa con i vendoliani), per dare vita ad una coalizione d’apparati sempre più rachitici, totalmente subordinata all’ala più irriducibile del partito dei giudici, questo ceto politico residuale formatosi nel decennio novanta ha realizzato la propria definitiva eutanasia.
Non è male tutto quel che finisce male. Un dannoso equivoco, quello della represione emancipatrice, ha trovato finalmente soluzione.
L’eclissi di Di Pietro e le sue dimissioni dall’Idv (l’Antonio da Montenero di Bisaccia mostra di avere un senso politico molto più acuto dei suoi ex commilitoni rimasti aggrappati alle poltrone di partiti senza seguaci e militanti), la fuga repentina di Luigi De Magistris l’arancione (detto “Gigino a manetta”) e di Leoluca Orlando, l’ex retino nemico del giudice Falcone che Leonardo Sciascia bollò come «professionista dell’antimafia», il drastico ridimensionamento della Lega che ha perso più della metà dei sui voti, non permettono ancora di dire se il giustizialismo tout court  sia un ricordo del passato. Pd e Pdl, seppur esangui dopo l’emeorragia di voti persi (10 milioni dal 2008, 4 per il Pd e 6 per il Pdl), sono sempre lì con le loro schiere di magistrati e una politica penale che non rimette in discussione nulla delle passate stagioni.
Non è ben chiara la fisionomia dell’armata brancaleone grillina. Il loro populismo ha connotati chiaramente legalitari, con richiami cittadinisti, il comico genovese ha più volte fatto delle sparate inquietanti, chiaramente reazionarie. Siamo di fronte ad un neo-ceto politico nella stragrande maggioranza dei casi privo di cultura politica (i neoleletti a partire dal prossimo 4 marzo verranno resettati in un centro convegni alle porte della Capitale. Lezioni intensive di diritto costituzionale condotte da una squadra di docenti della Luiss Guido Carli di Roma – sic!).
Per questo dichiarare la fine del giustizialismo ci sembra abbastanza prematuro, tuttavia è evidente come sia mutata la fase, il trend giustizialista è in netto declino, i 5 stelle hanno raccolto più di 8 milioni di voti diventando in assoluto la prima forza politica del Paese senza imbarcare magistrati anche se uno dei loro cavalli di battaglia è stato il divieto di candidare persone con precedenti penali. Qualcuno ha scritto che si tratta di un populismo sterilizzato; personalmente ho dei forti dubbi anche se il richiamo al valore escatologico dell’azione penale è meno evidente, sostituito da un’idea un po’ bislacca di democrazia diretta, di trasversalità che ha il sapore più del newage che di una rivoluzione democratica dal basso. Vedremo.
In Val di Susa i 5 stelle hanno raccolto una valanga di voti, quasi sempre oltre il 40% con il picco di Exilles dove hanno ottenuto addirittura il 53,1%. Il 23 marzo alla marcia No Tav da Susa a Bussoleno è prevista la partecipazione dei 163 parlamentari grillini. A questo punto l’azione legislativa in favore della chiusura dei cantieri Tav in valle deve essere accompagnata anche da un intervento a tutela di tutti coloro che in questi hanno hanno manifestato subendo una durissima repressione poliziesca e giudiziaria. Il sostegno a queste lotte non può dunque prescindere da una inizativa che imponga un’amnistia-indulto generale per le lotte sociali, contro la persecuzione della manifestazioni pubbliche, tutelando la resistenza messa in pratica nelle piazze italiane.
Sarà una modo per metterli alla prova.

Per l’intanto gustatevi questa bellissima e inesorabile orazione funebre di Guido Viale. Amen!

Guido Viale
il manifesto, 27 Febbraio 2013

20130225-210427

Il flop di Rivoluzione civile non era scontato, ma largamente prevedibile. Quella lista era stata promossa da tre ex pm che portavano in dote uno (Antonio Ingroia), una sacrosanta polemica con il presidente della Repubblica e un’inchiesta contrastata sulla trattativa Stato-mafia, ma che era solo all’inizio, o era stata interrotta precocemente (mancava sicuramente, in quell’indagine, lo scambio tra l’arresto di Riina e la «messa in salvo» del suo archivio, consegnato indenne a Provenzano.
E il ruolo in tutto ciò del procuratore Caselli (oggi grande fustigatore dei NoTav); l’altro (Luigi De Magistris) portava in dote una strepitosa vittoria alle comunali di Napoli, che però comincia a far acqua di fronte ai lasciti catastrofici delle precedenti amministrazioni (è la stessa situazione in cui si trova Pizzarotti: non si possono affrontare a livello locale burocrazia, patto di stabilità, debiti pregressi, banche e altro ancora, senza mobilitazioni di respiro nazionale); quanto al terzo (Antonio Di Pietro), ecco una lunga militanza a favore del massacro dei manifestanti del G8 di Genova, del Tav Torino-Lione, della legge obiettivo, della Tem e delle altre autostrade lombarde, di una serie di malversazioni nei finanziamenti pubblici al suo partito e l’elezione di tre parlamentari (De Gregorio, Scilipoti e Razzi), raccattati tra la feccia del paese per regalarli a Berlusconi.
A queste tre toghe se ne è poi aggiunta un’altra: quella dell’avvocato Li Gotti, già segretario del Movimento sociale di Catanzaro, che si era impegnato a fondo, come patrono delle vittime della strage di Piazza Fontana, a proteggere fascisti e servizi dagli indizi che li inchiodavano, perseverando nell’accusare Valpreda e, soprattutto (visto che stiamo parlando di mafia), a proteggere gli assassini di Mauro Rostagno e i mandanti mafiosi di un omicidio che ricorda da vicino quello di Peppino Impastato, sostenendo e gridando ai quattro venti che a uccidere Mauro erano stati i suoi ex compagni di Lotta Continua per «farlo tacere» sull’omicidio Calabresi.
Era difficile, in queste condizioni, concorrere con Sel, Pd e Grillo; o convincere i milioni di elettori delusi che non si sentono più cittadini di questa Repubblica che «l’alternativa» era questa.
Ma andando a frugare sotto quelle quattro toghe, lo spettacolo è ancora più deprimente: quattro dinosauri, segretari di altrettanti partiti senza più elettori, si sono impossessati di quella lista piazzando se stessi, i loro funzionari e i loro notabili (alcuni dei quali francamente impresentabili, tra cui un noto affarista, un difensore della tortura di stato e un fautore dei condoni edilizi) nelle teste di lista di almeno tre regioni per ciascuno: un «catenaccio» che peggiora ancora le già perfide regole del «porcellum», garantendo con dimissioni mirate, nel caso che la lista avesse superato lo sbarramento, l’ingresso in parlamento dei candidati designati. Il tutto «edulcorato» con l’inserimento in lista di alcuni (pochi e infelici) «rappresentanti della società civile», scelti, beninteso, da lorsignori, avendo ben cura di scartare le candidature indicate, anche con maggioranze schiaccianti, dalle assemblee di cambiaresipuò. In questo meccanismo è rimasto tra l’altro schiacciato anche Vittorio Agnoletto, indicato, quasi a furor di Prc, candidato di cambiaresipuò a Milano; proprio mentre il partito che lo appoggiava trattava a Roma il modo per farlo fuori.
Nessuno dei partiti che l’hanno fatta da padroni nella lista di Rivoluzione Civile (Verdi, Prc, Pdci, Idv) avrebbe mai avuto la forza di presentarsi da solo alle elezioni; e i risultati lo confermano (andate a vedere quelli dell’Idv, che in Lombardia si è presentata da sola!) Ma nemmeno la possibilità di promuovere una riedizione del fallimentare «arcobaleno» se il terreno non fosse stato spianato dalle assemblee di cambiaresipuò. Che quei quattro partiti sono riusciti a usare «come un taxi» (senza nemmeno pagare la corsa) per farsi portare non in parlamento, dove non sono arrivati, ma solo a una presentazione temporaneamente – e solo temporaneamente – unitaria, nascosti sotto le toghe di quei tre ex pm.
Certamente anche cambiaresipuò porta la responsabilità di quest’esito: è nata troppo tardi; si è fatta stroncare dall’anticipo delle elezioni; è stata ingenua; non ha avuto una vera direzione politica capace di contrastare per tempo assalti e trappole tese da chi la aspettava al varco. In questo gioco un ruolo decisivo lo ha avuto De Magistris, vero «cavallo di Troia» per introdurre in cambiaresipuò prima Ingroia e poi i quattro partiti che ne hanno preso il controllo per scaricarla. Però lo scopo di quei partiti nascostisi sotto le toghe dei pm era la mera sopravvivenza: presidiare un’area sterile e striminzita di voti «di sinistra», che certo molti di loro immaginavano, sbagliando, più consistente. Non certo offrire un’alternativa a milioni di elettori disgustati dalle forze politiche al comando del paese.
Avevano un programma raffazzonato riprendendo i punti fondamentali di cambiaresipuò, perché i dieci punti proposti inizialmente da Ingroia erano drammaticamente inadeguati (ma d’altronde, i programmi, chi li legge?). I candidati erano già stati selezionati in barba alle 100 e più assemblee tenute da cambiaresipuò. Quanto alla tattica, solo i risultati catastrofici proteggono la lista dall’accusa di aver provocato il flop di Pd e Sel con una campagna condotta tutta contro di loro, invece che per qualcosa di diverso.
Ora, senza parlamentari e senza finanziamento pubblico, quei quattro partiti sono condannati all’estinzione (Di Pietro avrà ancora denaro pubblico per un anno: vedremo che cosa ne farà, dopo aver sostenuto le spese della candidatura di Ingroia). Ma – e lo chiedo alle centinaia di militanti di quei partiti impegnati, a volte fino allo spasimo, nel sostegno di lotte, movimenti e iniziative civiche – si può combattere per obiettivi così miseri? Non ci stiamo battendo tutti quanti, ciascuno a modo suo, per qualcosa di più e di meglio?
Si è persa l’occasione per offrire a milioni di elettori una opzione diversa: non il tentativo di portare in parlamento uno sparuto drappello di oppositori, pronti a disperdersi ciascuno per la propria strada (magari anche quella di Scilipoti) non appena eletti; ma la possibilità di usare la campagna elettorale per una vera battaglia politica: per un’altra Europa, un’altra economia, un altro regime del lavoro, un’altra istruzione, un’altra cultura. Non un programma di governo (magari non avremmo preso, anche in quel caso, nemmeno i voti necessari per «condizionare» il nuovo governo), ma sicuramente un punto di riferimento per raccogliere una spinta che la mancanza di prospettive ha risospinto nel voto al Pd, o a Grillo, o nell’astensione; comunque nella rabbia e nella frustrazione.
[…]
Il successo del movimento 5 stelle è la riprova del grande bisogno di novità e delle grandi aspettative di un cambiamento reale che ci sono in questo paese. Una situazione che negli ultimi due mesi molti di noi hanno potuto verificare anche nella delusione e nel ripiegamento provocati dal sequestro e dall’affondamento di cambiaresipuò, reazioni che hanno riguardato una cerchia di persone impegnate in lotte, movimenti, iniziative civiche, progetti culturali, che vanno ben oltre la cerchia di chi aveva partecipato in vario modo alle assemblee. […].

Per farla finita con la sinistra giudiziaria 2/fine

Dagli ingraiani agli ingroiani, l’ultimo stadio della sinistra terminale

Il quadro politico attuale vede sulla scena due destre. Una berlusconiana e l’altra montiana. La seconda è sicuramente quella più intransigente e pericolosa. Dura, padronale, arrogante, una sorta di neothatcherismo con il loden addosso. L’altra, quella berlusconiana, leggermente temperata dalla matrice populista del suo leader, un groviglio di interessi autoreferenziali preoccupati solo di non essere travolti, con attorno la destra etnica leghista, indebolita e trincerata nei suoi bastioni lombardo-veneti, e i patetici cespuglietti neo-post-ex-trans fascisti.
C’è poi un centro che ruota attorno al partito democratico, rimasto lontano dalla realizzazione di qualsiasi progetto post-socialdemocratico ma piuttosto vicino ad una vecchia idea democristiana della politica, a quella che fu la sinistra democristiana, un inveramento del ceto politico del compromesso storico.
Ci sono quindi i populisti con il nuovo arcipelago grillino che hanno preso il posto dei dipietristi. Una specie di carnevale dei delusi e dei rancorosi di destra come di sinistra. Rappresentano la vera incognita sia per le dimensioni che potranno raggiungere in Parlamento che per il comportamento politico che terranno. Non sono ancora un ceto politico strutturato, anche se molti di loro provengono dal mondo del professionismo della società civile. Le due cose tuttavia non si equivalgono e bisognerà vedere in che modo reagiranno una volta saliti nelle sale del Palazzo: se si trasformeranno in “mercato della vacche”, in un serbatoio dove comprare voti come è stato per il dipietrismo a vantaggio del berlusconismo, magari questa volta a favore del Pd; oppure se saranno in grado di dare vita ad una fisionomia politica propria, non oscillatoria.
C’è infine la sinistra, o forse sarebbe meglio dire “la fine della sinistra”. Da una parte Sel, che vede l’ipotesi carismatica giocata attorno alla figura di Vendola in netto declino. Persa la scommessa delle primarie nel Pd, dopo l’entrata in gioco di Renzi e lo spostamento a destra della partita politica dentro i democratici, Sel si è ritrovata senza strategia (essendo la scelta governista il suo presupposto) e quindi relegata in una posizione subalterna, da mera ruota di scorta di Bersani. Nessuno crede che possa esercitare una capacità condizionante tale da controbilanciare le pressioni, i ricatti, la forza che metterà in campo il blocco montiano dopo le elezioni. Una forza che non si pesa solo in voti parlamentari.
Dall’altra Rivoluzione civile con il suo porta bandiera Ingroia che ha messo insieme i cocci, la “posa”, i residui dei vari cetini politici “ex parlamentari” e ormai gruppuscolari provenienti dalla dissoluzione del Pci e da alcuni gruppetti dell’estrema sinistra anni 80, sigle vuote come quella dei Verdi, e ciò che resta della ditta in fallimento di Di Pietro. Un rimasuglio in cerca di una poltrona parlamentare che li faccia sopravvivere ancora un po’, prima di maturare definitivamente il diritto alla pensione.

Il giustizialismo è una sorta di mastice ideologico comune a queste formazioni, fatta eccezione per Sel (ma anche lì bisognerebbe vedere quanto è chiara la questione), grosso modo nessuno mette seriamente in discussione questo paradigma. Magari lo interpreta diversamente, con maggiore o minore vigore e furore, con distinzioni varie, con un uso a geometria varabile come avviene per l’area berlusconiana, o con alcuni distinguo e timidi dubbi in certi limitati settori del Pd. Leghisti, ex-post-trans fascisti, grillini e igroiani sono invece tutti apertamente, dichiaratamente e furiosamente, giustizialisti.

Ma in queste elezioni lo sono più di ogni altra formazione quelli di Rivoluzione civile per l’evidente significato simbolico e programmatico rappresentato dalla scelta di avere come candidato premier proprio Antonio Ingroia, senza dover scorerre alcune delle candidature proposte nonché il leitmotiv della campagna.

Il capolinea: giustizialismo malattia senile del ceto politico comunista
Mai come in questa campagna l’identità politica delle formazioni raccolte nella lista di Ingroia è stata incentrata attorno al tema giustizialista: una vera e propria malattia senile dei partitini comunisti.
Come si è arrivati a questo punto?
La crisi terminale della sinistra italiana nasce probabilmente dalla incapacità di ripensare il decennio novanta (che a sua volta mette radici in quel che accadde negli anni 70, e nel modo in cui si conclusero). Eppure l’intera fisionomia di quel che resta della sinistra di oggi nasce da lì, da come il Pci reagì alla caduta del muro cambiando nome e dal quel che accadde subito dopo.
Merita di esser indagata meglio questa strana rimozione perché gli anni novanta hanno forgiato in buona misura l’identità della sinistra attuale, sia nella versione riformista che in quella radicale e persino antagonista.
L’illusione giustizialista ha cullato la sinistra nell’idea che il fenomeno berlusconiano fosse sorto dal mancato compimento della missione purificatrice di Tangentopoli e non sia stato invece una sua diretta conseguenza. Lo tsunami giudiziario, che ha investito il sistema politico-istituzionale nel corso della prima metà degli anni novanta, non ha lavato la politica e ancora meno moralizzato la cosa pubblica. In realtà, travolgendo le figure tradizionali della mediazione istituzionale fuoriuscite dal dopoguerra, ha semplificato le linee di comando, ridotto le zone intermedie, portando a compimento l’instaurazione del meccanismo maggioritario, favorendo così l’accesso diretto alla politica dei nuovi quadri direttamente espressi dal mercato, dalla società commerciale, dalle aziende, per non parlare dei nepotismi e degli harem. La selezione è peggiorata in negativo anche a seguito della scomparsa di quei grandi contenitori che erano i partiti di massa, dove si esercitava una grammatica politica.
La  rivoluzione conservatrice avviata negli anni ottanta ha raggiunto tutti i suoi obiettivi e il partito impresa ha trovato la strada spianata verso la sua ascesa al governo. A questo risultato hanno contribuito l’ideologia della repressione emancipatrice, il mito dell’azione penale, la teoria dell’interferenza, divenuta patrimonio di larghi settori della magistratura. Come era prevedibile fin dall’inizio Mani pulite non ha eliminato i meccanismi della corruzione, ha semplicimente liquidato per via giudiziaria una parte del vecchio ceto politico della Prima repubblica la cui attività regolatrice costituiva oramai un intralcio troppo costoso rispetto ai nuovi parametri della competitività internazionale. La sua funzione è stata eminentemente politica, un vero capolavoro: realizzare un Termidoro evitando la presa della Bastiglia. Reazione preventiva ad una rivoluzione mai avvenuta.
Così il giudiziario, da strumento di tutela reciproca tra classi dominanti, si è trasformato per un certo periodo in luogo di conflitto anche tra élites, ricorrendo a pratiche tradizionalmente riservate alle sole classi pericolose o ai nemici interni.
Lentamente l’oppio giudiziario ha contaminato buona parte delle culture presenti nella sinistra, mutandone profondamente l’universo simbolico, insieme a quello dei movimenti, ed ai vari repertori che giustificavano l’azione collettiva.
 Tutto ciò è sembrato essere anche una diretta conseguenza della crisi delle grandi narrazioni rivoluzionarie che descrivevano cammini di liberazione. L’ambizioso progetto che un tempo animava i propositi di cambiare il mondo è reclinato verso la modesta pretesa di giudicarlo. Alla costruzione d’ideali carichi di prospettive e speranze si è opposto il culto della vendetta e la furiosa libidine dell’azione penale. L’ideologia giudiziaria è apparsa come una risposta al disincanto di un mondo ormai percepito come decaduto e corrotto.
La politica ha mutato attori, tecniche e contenuto. Cacciata dai posti di lavoro, emarginata dalle piazze, sottratta agli stessi emicicli, è passata prima nelle corbeilles e poi nelle procure, mentre chi un tempo occupava le strade ha cominciato a sedersi sui banchi della parte civile e chi ha continuato a farlo ha finito per vestire i panni della nuova icona del male, il black bloc, il terrorista urbano.
Il ricorso sfrenato alle scorciatoie giudiziarie ha cristallizzato umori forcaioli e reazionari. L’abbassamento generale del livello di garanzie giuridiche ha portato unicamente pregiudizio alle classi più deboli che da sempre hanno minori mezzi e strumenti di difesa, riempiendo le carceri e contribuendo ad edificare una legislazione sempre più minacciosa.
La fonte della legittimità proviene dalla legalità o dal suffragio, sono arrivati a chiedersi alcuni pasdaran della soluzione penale come Flores D’arcais (su MicroMega). Il risultato è stato il lungo ventennio Berlusconiano e poi lo stato d’eccezione tecnocratico di Monti.

Senza un radicale mutamento di paradigma politico che si liberi una volta per tutte dell’ideologia giudiziaria e penale non si riuscirà a ricostruire nulla, anche la ripresa di eventuali temi di classe avrebbe le ali piombate.

Sullo stesso tema
Per farla finita con l’ideologia giustizialista 1/continua

Wilma Monaco, una storia esemplare per comprendere le radici sociali della lotta armata a Roma, a cavallo tra gli anni 70 e 80

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Subito dopo i primi anni 80, mentre la lotta armata declina rapidamente nel resto d’Italia, a Roma continua nonostante le ripetute ondate di arresti e rastrellamenti. Perché?
La storia di Wilma Monaco, nome di battaglia “Roberta”, militante delle Brigate rosse-Unione dei comunisti combattenti (nate dopo una scissione dalle Br-pcc), morta a Roma in via degli Orti della Farnesina il 21 febbraio 1986, nel corso di un’azione che mirava al ferimento di Antonio Da Empoli, consigliere economico della Presidenza del Consiglio del governo Craxi, è esemplare per comprendere il complesso insediamento sociale che l’area della lotta armata aveva nei quartieri popolari della Capitale.
Wilma era nata a Roma, nel  il 28 ottobre 1958, nel quartiere Testaccio da una famiglia di modeste condizioni. Si era diplomata in lingue nel luglio 1976.
«Tra il 1977-78 a Roma erano proliferate decine di piccole organizzazioni che si erano riunite sotto la sigla del Mpro (Movimento proletario di resistenza offensiva), coordinando iniziative su temi specifici come il problema della casa e del lavoro.
Wilma si inserisce in uno di questi nuclei sviluppando appieno il suo lavoro di militante. Partecipa così alle varie iniziative che, essendo di un certo valore, permettono al gruppo di entrare subito in contatto con le Brigate rosse, con le quali l’organizzazione cui appartiene mantiene un rapporto critico. Nel giro di un anno il Mpro scompare e la stessa sorte tocca alle organizzazioni che lo avevano formato. 
Le Br, sfruttando a loro favore il disgregamento di questa realtà organizzata, raccolgono i singoli e i gruppetti attraverso la proposta della costruzione dei Nuclei clandestini di resistenza. Lei diventa militante di uno di questi nuclei e nello stesso periodo si inserisce maggiormente in realtà di lotta ed emarginazione non più nel suo quartiere originario, ma nel quartiere dove si è trasferita». (Dalla testimonianza di Gianni Pelosi, ex marito e militante delle Br-Pcc in Sguardi ritrovati, Progetto memoria, Edizioni Sensibili alle Foglie, Roma 1993).
L’enorme ondata di arresti dovuti all’impiego della tortura e al pentitismo che colpisce durante tutto il 1982 le Brigate rosse innesca una inevitabile discussione sul bilancio e il futuro della lotta armata. A Roma il dibattito si sviluppa in un coordinamento nel quale confluiranno tutte le organizzazioni o i singoli presenti  legati al percorso della lotta armata. Wilma Monaco partecipa attivamente a questo dibattito e alla fine del 1982 si avvicina ad un’area dissidente delle Br che riteneva «talmente profonda la portata della “batosta” che si stava subendo, da rendere impossibile riadeguare l’impianto generale delle BR affidandosi a intuizioni contingenti o addirittura ad una confusa battaglia fra 3 ipotesi: “guerra totale”, “Strategia della lotta armata” e “ipotesi insurrezionale”. Quelli, per intenderci, che ritenevano semplicemente stupido e dannoso “troncare” la riflessione autocritica (sia sotto il profilo teorico che politico/militare) e illudersi che la pratica combattente avrebbe di per sé stabilito la validità e la supremazia di un impianto rispetto agli altri» (Testimonianza di Vittorio Antonini).
Nel frattempo Wilma Monaco insieme alla maggior parte dei componenti di questo coordinamento partecipa alle lotte sociali e politiche che si sviluppano sul territorio romano e nazionale. Prende parte al movimento contro la guerra che si impegna contro l’istallazione dei missili Nato a Comiso e Sigonella. Nello stesso periodo partecipa alle lotte dei disoccupati riuniti nelle Liste di lotta alle quali lei stessa si iscrive.
La delazione di un pentito l’obbliga alla latitanza. Raggiunta Parigi fonda le Brigate rosse-Unione dei comunisti combattenti insieme ad un’area che vede presenti ex appartenenti ai “nuclei clandestini di resistenza” e alcuni ex militanti e dirigenti delle Br-pcc che avevano dato vita – nel corso di un acceso dibattito interno sul futuro della lotta armata – alle tesi raccolte nella “Seconda posizione” .


Di seguito un ritratto di Wilma Monaco scritto da Paola Staccioli ripreso dal  libro 101 donne che hanno fatto grande Roma, (Newton Compton 2011)

“Un ferale alfabeto si snoda la mattina del 21 febbraio 1986 a Roma, sull’asfalto di via della Farnesina. Come in un’agghiacciante partita di Scarabeo i cartellini della Polizia scientifica mettono in fila, uno dopo l’altro, i tasselli dell’orrore.
La lettera A è il corpo di una giovane. Con il volto verso il suolo. I quotidiani indugiano sui particolari dell’abbigliamento. Quasi che il mosaico di colori possa rendere meno glaciale la scena. Giaccone e sciarpa viola, borsa di cuoio a tracolla, zuccotto di lana scuro con borchie di metallo, guanti bianchi e neri da sci, stivaletti con la suola di gomma. B, C, D… bossoli, macchie, schegge… H, una pistola calibro 38. L’arma con cui ha sparato Wilma Monaco, militante dell’Unione dei comunisti combattenti (Udcc), formazione armata nata da una scissione delle Brigate rosse. L’organizzazione è alle prese con una situazione di grave crisi. Quasi tutti i membri sono in carcere, dilagano i cosiddetti pentiti, i dissociati. Le azioni sono ormai sporadiche. Il clima è pesante. Sono gli anni del craxismo trionfante. La sconfitta, profonda, ha travolto la sinistra, nelle sue rappresentanze storiche. I movimenti operai, studenteschi, femministi, sono rifluiti, i gruppi extraparlamentari dissolti nel nulla. Ma alcuni militanti vogliono proseguire la lotta. Cercano una via d’uscita, una strada di cambiamento e rivoluzione sociale.

Wilma è con loro. Dai tempi della scuola non ha mai abbandonato l’impegno politico. Infanzia a Testaccio, diploma al liceo linguistico, lavoro come impiegata. Nel 1977-78 milita in uno dei vari gruppi riuniti a Roma sotto la sigla di Movimento proletario di resistenza offensivo (Mpro), in contatto con le Brigate rosse. Effettuano azioni, anche illegali, prevalentemente sui temi della casa e del lavoro. Allo scioglimento del Mpro, insieme ad altri militanti Wilma costruisce i Nuclei clandestini di resistenza.
Dal 1982, quando le Brigate rosse vacillano sotto il terremoto di arresti provocati in primo luogo dal pentitismo, il dibattito sul futuro della lotta armata investe anche l’area semilegale e la rete di appoggio diffusa che ruota intorno all’organizzazione. Wilma partecipa. Disorientata come molti suoi compagni. In bilico fra le lotte di massa e l’ipotesi armata, è in prima fila nelle battaglie del movimento pacifista contro l’installazione dei missili a Comiso, nelle iniziative dei disoccupati delle Liste di Lotta.

Riparata a Parigi in seguito a una denuncia, insieme agli scissionisti delle Brigate rosse fonda l’Udcc. È la fine del 1985. Lo stesso anno è stato arrestato l’ex marito, da cui si è separata affettivamente e politicamente. Lui è un brigatista “ortodosso”. La nuova struttura, l’Udcc, intende invece mantenere acceso lo scontro, anche militare, ma considera la lotta armata uno strumento di lotta, sia pure decisivo, non una strategia.

Quella del 21 febbraio 1986 è la prima azione del gruppo. Obiettivo del commando – due uomini e due donne – Antonio Da Empoli, neodirettore del Dipartimento degli Affari economici e sociali della presidenza del Consiglio, collaboratore diretto di Bettino Craxi. Un incarico importante ma nell’ombra. Deve essere gambizzato, si dice in gergo. I quattro si appostano vicino all’edicola dove l’uomo si ferma ogni giorno andando a Palazzo Chigi. Sono le nove. La zona è tranquilla ed elegante. Da Empoli esce di casa, compra i giornali, torna verso la macchina, qualcuno grida il suo nome. Lui si volta, l’uomo spara. Viene ferito in modo non grave a una mano e a una coscia. La reazione è immediata. L’autista è un poliziotto, che si catapulta in strada facendo fuoco. Il commando è disorientato. Wilma tenta di coprire la fuga dei compagni. Avanza, spara tre colpi. Poi cerca di raggiungere la Vespa. Non ce la fa. Barcolla, crolla a terra, ferita a morte nonostante il giubbotto antiproiettile che indossa sotto la giacca. Gli altri riescono a far perdere le loro tracce.

Termina la vita così, a ventotto anni, Wilma Monaco. Roberta il suo nome di battaglia. Un’esistenza simile a quella di tanti coetanei cresciuti sull’onda lunga del Sessantotto, nel clima delle grandi passioni politiche, del fermento sociale che ha attraversato il paese, della strategia della tensione attuata per frenare il cambiamento. Del tentativo di definire un’ipotesi rivoluzionaria per i paesi a capitalismo avanzato.

Nel marzo del 1987 l’Udcc uccide il generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri, prima di essere smantellata dagli arresti.”

 


In memoria di Wilma
da Versi cancellati di Geraldina Colotti

Ai confini
della mia pelle
riparo
i tuoi occhi
sorella
dal gelo
di quel mattino

*  *  *

Un occhio all’immediato
e l’altro all’infinito:
lo strabismo era fin troppo evidente.
D’altronde
in mezzo quasi niente
scarne frasi divelte
dai binari del sogno
e muti amati miti
traditi
drogati
omologati.
Ma quando
ho spento il mio nome
danzando
(l’urto fra pietre
produce scintille)
rideva l ‘Ottobre d’incanto.
Rammento
febbre d’ancore
a piume dorate
portate a schiuma
dal vento.
E poi cento lune
in frammento
cosparse di sangue
fecondo
il volto
l’asfalto
Rammento:
un occhio all’immediato
e l’altro all’infinito
Peccato.

Link
A Wilma Monaco

Per farla finita con l’ideologia giustizialista e legalitaria 1/continua

di Paolo Persichetti

La crisi in cui versano le società occidentali non nasce da un deficit di legalità ma da una vertiginosa caduta della loro legittimità. La convinzione diffusa che la retorica della legalità possa invertire questa crisi e salvare la società è quindi un diversivo, una vecchia illusione che si protrae da almeno 20 anni, quando iniziò “Mani pulite”.
La retorica della legalità, forgiata inizialmente dal Pci, travasata poi nelle varie sigle successive, Pds-Ds e Pd, rimessa in discussione in modo assolutamente confuso e timido solo negli ultimi tempi, che ha visto nascere nel frattempo una solida corrente populista di tipo giustizialista dalle caratteristiche ampiamente trasversali (presente a destra come a sinistra) ed oggi, dopo la crisi dell’Idv di Di Pietro, ereditata dai grillini del M5 stelle e da Rivoluzione civile, la lista dei cocci capeggiata dal pubblico ministero Ingroia, è soltanto parte del problema non certo la sua soluzione.

In un breve articolo apparso su Repubblica del 16 febbraio scorso (pagina 29), Giorgio Agamben prendendo spunto dalla vicenda delle dimissioni di papa Ratzinger dal seggio di Pietro ha sottolineato l’indebita confusione che viene ormai operata tra legalità e legittimità, «due principi essenziali che la nostra tradizione etico-politica ha sempre distinto nettamente», ma di cui oggi le nostre società – spiega ancora il filosofo – sembrano aver perso ogni consapevolezza della loro differenza.

«Se la crisi che la nostra società sta attraversando è così profonda e grave, è perché essa non mette in questione soltanto la legalità delle istituzioni, ma anche la loro legittimità; non soltanto, come si ripete troppo spesso, le regole e le modalità dell’esercizio del potere, ma il principio stesso che lo fonda e legittima.

I poteri e le istituzioni non sono oggi delegittimati, perché sono caduti nell’illegalità: è vero piuttosto il contrario, e cioè che l’illegalità è così diffusa e generalizzata, perché i poteri hanno smarrito ogni coscienza della loro legittimità. Per questo è vano credere di potere affrontare la crisi delle nostre società attraverso l’azione – certamente necessaria – del potere giudiziario: una crisi che investe la legittimità, non può essere risolta soltanto sul piano del diritto.

L’ipertrofia del diritto, che pretende di legiferare su tutto, tradisce anzi, attraverso un eccesso di legalità formale, la perdita di ogni legittimità sostanziale. Il tentativo della modernità di far coincidere legalità e legittimità, cercando di assicurare attraverso il diritto positivo la legittimità di un potere, è, come risulta dall’inarrestabile processo di decadenza in cui sono entrate le nostre istituzioni democratiche, del tutto insufficiente. Le istituzioni di una società restano vive solo se entrambi i principi (che, nella nostra tradizione, hanno anche ricevuto il nome di diritto naturale e diritto positivo, di potere spirituale e potere temporale) restano presenti e agiscono in essa senza mai pretendere di coincidere».

Qualcosa di analogo era stata accennata all’inizio dell’estate passata un altro filosofo, Roberto Esposito (Repubblica del 4 giugno), in una recenzione che sviluppando una critica serrata dell’attuale tendenza della filosofia a concentrarsi sul tema dei valori metteva l’accento sulla genealogia del normativismo legalitario, La prevalenza dell’etica. Perché i filosofi non possono fare solo la morale.

Esposito notava come «dopo una fase in cui il compito del pensiero è apparso quello di decostruire i valori consolidati, ponendo un interrogativo critico sulla loro vigenza, oggi la filosofia torna a riproporli in prima persona, parlando direttamente il linguaggio della morale». Accade così che il dover essere del pensiero normativo ha scalzato ogni approccio critico ed analitico della realtà e della storia. Ovviamente ciò non vale solo per la filosofia che essendo un riflesso di quanto accade nella società non può non tradurre in teoria, in vera e propria ideologia, in questo caso in forma di filosofie normative, le trasformazioni che hanno investito il modo di agire umano, le sue pratiche sociali e politiche.

L’attenuarsi della capacità riflessiva, al di là delle genuine intenzioni mosse dalla voglia di riscatto, che hanno trovato espressione nella “ideologia dell’indignazione” verso i diffusi comportamenti «nutriti da un cinismo diffuso, da un minimalismo etico», ha fatto del pensiero una sorta di filo spinato che circonda la realtà spingendo, realtà e pensiero, verso il baratro del conformismo e della omologazione. Se il pensiero è normativo, la politica diventa inevitabilmente disciplinare, un approdo che conduce alla tirannia dei valori, a forme di Stato etico, ad un legalitarismo claustrofobico.

Il valore non è mai oggettivo, bensì solo soggettivamente riferito alla realtà, spiegava Carl Schmitt (La tirannia dei valori, presentato in Italia da Adelphi con una prefazione di Franco Volpi, 2008). «Il valore non è, ma vale» e ciò che vale «aspira apertamente a essere posto in atto». I valori assumono per definizione una natura “agonistica”, ma la loro logica polemica protende ad un assoluto che non può riassumersi nel conflitto ma nella crociata, la vocazione dei valori è imperialistica e sopraffattrice: «Ogni riguardo nei confronti del nemico viene a cadere, anzi diventa un non-valore non appena la battaglia contro il nemico diventa una battaglia per i valori supremi. Il non-valore non gode di alcun diritto di fronte al valore, e quando si tratta di imporre il valore supremo nessun prezzo è troppo alto. Sulla scena perciò restano solo l’annientatore e l’annientato».

La filosofia contemporanea – obiettava con passione Esposito – non può sottostare passivamente a questa tirannia e rinunciare alla propria anima analitica e critica. Obiezione che vale a maggior ragione per le pratiche politiche e sociali, tanto più se intenzionate a lavorare per la trasformazione dell’esistente. «I valori – suggerisce ancora Esposito – vanno messi in rapporto con i tre ambiti della storia, della vita e del conflitto».[…]
«è necessario portare a coscienza il fatto che essi [i valori ndr] non soltanto non sono eterni, ma si intrecciano inestricabilmente con le pratiche umane in una forma che non consente di assolutizzarli. Come è noto, molte delle peggiori nefandezze politiche, vicine e lontane, sono state consumate in nome del bene, della verità, del coraggio.
Il problema è di sapere cosa, quale groviglio di egoismi e di risentimenti, si nascondeva dietro queste gloriose parole. Il significato della genealogia – come quella attivata da Nietzsche e, dopo di lui, da Foucault, sta nella consapevolezze che ciò che si presenta come primo, o come ultimo, ha dentro di sé i segni del tempo, le cicatrici delle lotte, le intermittenze della memoria. Nulla è più opaco, impuro, bastardo delle origini da cui proveniamo. Il genealogista buca la crosta dell’evidenza, scopre tracce nascoste, solleva i ponti gettati dagli uomini per coprire i buchi della falsa coscienza. Come ben argomenta Massimo Donà in Filosofia degli errori. Le forme dell’inciampo (Bompiani 2012), senza una pratica consapevole degli errori, una analitica degli ostacoli, non vi sarebbe filosofia.
[…]
Se la filosofia perde il nesso con la contraddizione che è parte di noi, smarrisce il senso più intenso dell’esperienza».

Che cosa vogliono dirci questi due importanti autori? Che se vogliamo veramente cambiare le cose dobbiamo sbarazzarci una volta per tutte dei continui richiami alla legalità, rimandare a casa i magistrati che si candidano in politica, disattivare le teorie dell’azione penale che propugnano l’interferenza, ovvero l’uso politico dell’attività giudiziaria, la supplenza giudiziaria della politica, per tornare a interrogare i fondamenti della società attuale, ovvero la legittimità del sistema politico, economico e sociale, perché non tutto ciò che è legale è giusto e non tutto ciò che è giusto è legale.

E’ rimettendo in discussione la legittimità del sistema che si può ripartire. L’ideologia della legalità, come si è ben visto in tutti questi anni, ha avuto soltanto una funzione conservativa. Abbiamo bisogno di interrogativi radicali, di una critica senza remore che rimetta al centro l’autodeterminazione e l’autogoverno, oltre al diritto di resistenza nei conflitti sociali e la legittimità di pratiche che prefigurano livelli più avanzati di democrazia. C’è bisogno di una nuova legittimità che fondi una società nuova non di una legalità che preservi ciò che è vecchio.

Per approfondire
Basta con la tirannia dei valori che ispira l’ideologia legalitaria bisogna tornare all’esercizio radicale della critica
Arriva il partito della legalità
Oggi l’ideologia della società civile è il nuovo embrione dello Stato etico
Feticci della legalità e natura del populismo giustizialista
Il populismo penale

Giustizia o giustizialismo, dilemma nella sinistra
La sinistra giudiziaria

Cosa resterà del berlusconismo?
La farsa della giustizia di classe
Processo breve: amnistia per soli ricchi
Aggressione a Berlusconi, è guerra civile borghese non c’entrano nulla gli anni 70

Dipietrismo: malattia senile del comunismo?
Retroscena di una stagione: Di Pietro e il suo cenacolo
Di Pietro: “Noi siamo la diarrea montante”
Congresso Idv: i populisti lanciano un’opa su ciò che resta della sinistra

Di Pietro e l’Idv da dieci anni sono le stampelle di Berlusconi
Martedi 14 c’erano degli infiltrati ma sedevano sui banchi del parlamento

Non può esserci abolizione dell’ergastolo senza una dissoluzione delle filosofie premiali della pena

L’ergastolo è una pena multipla: 41 bis, ostatività e isolamento diurno sono le sanzioni aggiuntive che corredano il fine pena mai. Se ne può venir fuori solo attraverso la collaborazione e l’abiura

di Ugo Giannangeli (avvocato)
Liberazione 28 novembre 2008

336-280Nel 1944 la pena di morte è stata sostituita dall’ergastolo, ma la sostituzione non ha fatto venire meno quell’idea di definitività che la pena di morte porta ontologicamente con sé.
La pena di morte elimina fisicamente il “reo”; l’ergastolo lo elimina socialmente (donde la definizione di “morte civile” benché di civile l’ergastolo nulla abbia). In un certo sentire comune diffuso nella componente “forcaiola” (altro termine in uso evocativo di morte) della società ma esteso a molti magistrati chiamati ad occuparsi a vario titolo degli ergastolani, permane un senso di fastidio rispetto alla sopravvivenza di questi rei che, scampati alla “forca”, residuano come zavorra sociale.
Il fatto che gli sia consentito di vivere, anche se inteso solo come sopravvivere, dovrebbe, secondo costoro, comportare un eterno debito di gratitudine verso la società a carico dei “graziati”. Quando è stato fatto notare che l’art. 27 della Costituzione afferma che la pena tende alla rieducazione del condannato e che, quindi, una pena infinita non aveva senso ed era in contrasto con il dettato costituzionale, rappresentando un esplicito fallimento e una vanificazione della dichiarata finalità rieducativa, è stato ribattuto che l’ergastolo, perpetuo sulla carta, tale non è nella realtà perché anche l’ergastolano può beneficiare della liberazione condizionale e quindi può vedere estinta la pena dopo un periodo di libertà vigilata (il tutto dopo il periodo non trascurabile di 26 anni di galera).
Al danno della pena perpetua si è così aggiunta la beffa: l’ergastolo è legittimo costituzionalmente perché esiste ed è applicabile l’istituto della liberazione condizionale; se poi la liberazione condizionale, di fatto, non viene applicata, questo non incide sulla costituzionalità (astratta) della pena perpetua.
Perché la liberazione condizionale non viene applicata se non in rarissimi casi (i rarissimi casi servono sempre per salvare le apparenze ed evitare che la beffa diventi irridente)?
A monte vi è innanzitutto l’atteggiamento psicologico di cui si è detto, riassumibile rozzamente nell’indicibile “è già tanto se ti lasciamo ancora in vita”. Questo atteggiamento, talora, emerge in modo esplicito in alcuni provvedimenti, ispirati da mero sadismo.
Recentemente un Procuratore Generale di Cagliari, dovendo semplicemente aggiornare il fine pena di una ergastolana a seguito della concessione di 45 giorni di liberazione anticipata (sconto di pena per ogni semestre di “buona condotta”), così si è espresso:

“ORDINE DI SCARCERAZIONE […]
si comunica che la data di fine pena, già fissata al MAI è anticipata al MAI, data in cui dovrà essere scarcerata se non detenuta per altra causa”.

È sublime, si rasenta la filosofia e la metafisica (l’eternità anticipata nell’eternità). O, meglio, si sfocia nel sadismo: non si nega il diritto alla scarcerazione (questo termine ricorre più volte); il problema è la data perché “MAI” non compare sul calendario.
Quasi che la carcerazione perpetua sia colpa di eventi naturali.
Lo strumento per realizzare lo scopo voluto (disapplicazione della liberazione condizionale) è fornito da una parola inserita nell’art. 176 c.p.: ravvedimento. È una condizione essenziale per il beneficio e deve essere sicuro.
Al giudice sembrerebbe richiesta una indagine introspettiva dell’animo del reo.
Di solito a questa indagine sono preposti i religiosi (e non è mancato qualche caso di testimonianze – allegate agli atti – di preti e suore sul profondo pentimento del reo, raccolto in confessionale o in colloqui privatissimi).
Il giudice dovrebbe valutare invece dati oggettivi: il comportamento nel corso della esecuzione della pena, l’ottenimento di benefici penitenziari (permessi, lavoro esterno, semilibertà), l’impegno sociale e lavorativo. Questi elementi di valutazione, però, sono stati ritenuti non bastanti. Poiché l’ergastolano è tale per avere commesso almeno un omicidio (così, almeno, è stato ritenuto in sentenza) l’attenzione è stata rivolta alle vittime e ai loro parenti.
La norma sulla liberazione condizionale contiene già un riferimento alle vittime, laddove impone il risarcimento del danno come ulteriore condizione. Poiché, però, non è esigibile il risarcimento da chi non è in condizioni di risarcire (traduci: è facile “farla franca” grazie alla propria indigenza, situazione frequente tra gli ergastolani), si è ritenuto opportuno confondere il risarcimento con il ravvedimento: due condizioni ben separate (anche nel dato testuale e nella struttura dell’art. 176) sono state fuse e confuse in modo del tutto arbitrario.
Rispetto ai detenuti politici (cioè i partecipi al fenomeno di lotta armata degli anni Settanta e Ottanta) il problema si complica ulteriormente perché costoro hanno avuto a disposizione una legislazione (c.d. “premiale”) che favoriva comportamenti di delazione e di dissociazione.
Oggi è ancora in carcere chi non ha ritenuto di percorrere quelle strade. L’ostilità verso la concessione del beneficio, allora, esplode virulenta: costoro sono “irriducibili” (termine incomprensibile, usato non solo dalla stampa ma anche in provvedimenti giudiziari, con o senza virgolette), cos’altro cercano? E si torna al “è già tanto se sono scampati alla forca”.
Qualche magistrato ritiene di chiudere così il discorso, con questa esclusiva motivazione, ignorando bellamente che la norma impone di valutare tutto il percorso detentivo dall’inizio della esecuzione della pena in poi.
Altri chiedono prove esteriori di ravvedimento che devono transitare attraverso un rapporto con i familiari delle vittime. La casistica è fantasiosa: emolumento mensile alle varie Associazioni di familiari di vittime di terrorismo; lettera o comunque contatto
personale con i familiari dell’ucciso; risarcimento del danno anche simbolico, ecc. ecc.
Quando è stato obiettato che appariva evidente l’ipocrisia e la strumentalità della condotta richiesta, intanto perché richiesta e poi perché finalizzata all’ottenimento del beneficio, è intervenuta una risposta agghiacciante e cinica: intanto si tenga questo comportamento, poi valuteremo.
In alcuni casi hanno dimostrato, a proprie spese, più sensibilità verso i familiari delle vittime i detenuti che non i magistrati, rifiutando i primi di porre in essere una condotta così platealmente strumentale.
Che dire ancora?
Che esiste l’ergastolo aggravato dall’isolamento diurno, così incidendo la pena non solo sulla quantità di carcere ma anche sulla sua qualità (chi ricorda, oggi, quel Pretore di Genova che negli anni Settanta dopo avere visitato il locale carcere, ha cambiato dra-
sticamente la propria giurisprudenza, infliggendo pene minori di molto?).
Che l’isolamento diurno è spesso stato applicato vent’anni dopo la sentenza che aveva comminato la pena, con buona pace della funzione “rieducativa” del carcere.
Che esiste l’ergastolo aggravato dalle condizioni di segregazione previste dall’art. 41 bis che, col pretesto della sicurezza, mira al crollo psicologico della persona e alla sua collaborazione processuale (carcere come strumento di tortura).
Che, in questo contesto, la pena appare avere esclusivamente la funzione di pubblica vendetta, con buona pace delle scolastiche funzioni retributiva, preventiva ed emenda.
Ma, soprattutto, viene da chiedersi: che senso ha il gran ciarlare di partecipazione all’opera di rieducazione e di reinserimento sociale?
La stragrande maggioranza delle carceri o delle sezioni in cui si sconta l’ergastolo non prevede alcun tipo di attività rieducativa o risocializzante ma, soprattutto, quali sono i valori ispiratori della società in cui deve essere reinserito il reo?
Oggi dominano guerra, violenza, sopraffazione, corsa al riarmo, distruzione dell’ecosistema, corruzione, libero mercato inteso come concorrenza devastante, ambizione, potere, violazione impunita e continuata della legalità internazionale.
Questi sono i principî dominanti. La richiesta di comportamenti ipocriti e strumentali ai detenuti è, forse, allora, una verifica della loro
idoneità all’ingresso in questo tipo di società?
Chi non accetterà l’offerta sarà libero solo di scegliere dove morire: in carcere se di notte, sul lavoro se di giorno, altrove solo se avrà la fortuna di morire in uno dei 45 giorni annui di permesso.

Archeologia dell’ignoranza. Se Roberto Saviano ignora Michel Foucault

«Quanto più uno è ignorante, tanto più è audace e pronto a scrivere»

Baruch Spinoza

 di Paolo Persichetti

Domanda: Saviano ha mai letto qualche pagina di Michel Foucault?
Nelle note biografiche si legge che è laureato in filosofia. Ciò lascia supporre che almeno qualche paginetta di antologia sull’autore in questione dovrà pure averla sfogliata prima degli esami in facoltà. A quanto pare non è così. Dopo aver letto la lunga denuncia-querela che nel gennaio di due anni fa pensò di scagliarmi contro, magari con la speranza nemmeno tanto recondita che mi venisse revocata la semilibertà, si ricava la netta sensazione che di Foucault egli non abbia la benché minima cognizione. Zero assoluto. Perché dico questo? Lo vedremo tra poco.

In una intervista uscita su Panorama del 22 dicembre 2009, Saviano aveva fatto un’ammissione coraggiosa, e certamente rivelatrice, riconoscendo un debito culturale verso alcuni importanti autori della tradizione reazionaria. «Come scrittore – spiegò in quella circostanza – mi sono formato su molti autori riconosciuti della cultura tradizionale e conservatrice, Ernst Jünger, Ezra Pound, Louis Ferdinand Celine, Carl Schmitt. E non mi sogno di rinnegarlo, anzi. Leggo spesso persino Julius Evola, che mi avrebbe considerato un inferiore».
Intendiamoci subito, non è mica uno scandalo leggere la letteratura di destra. Personalmente ritengo che uno di questi autori, mi riferisco a Carl Schmitt, pur partendo da una lucida posizione reazionaria abbia coniato dei concetti la cui portata operativa contiene una formidabile potenza cognitiva che esula di gran lunga i confini culturali e politici della sua riflessione. Spesso e volentieri al pensiero dell’umanità è stata più utile la narrazione disincantata del realismo reazionario che l’apologetica dei buoni sentimenti delle anime belle. Ma questo è un altro discorso. A noi qui interessa, se tale è il debito culturale dichiarato (non le letture che possono essere molte altre), la cifra interpretativa del pantheon ideologico di Saviano. Infatti non fu certo un caso se Pierangelo Buttafuoco si gettò su quelle confesioni per sottolinerare, alcuni mesi dopo su Libero (qui), che l’autore di Gomorra era, in realtà, l’icona perfetta dell’immaginario superomista, della politica come potenza, un vero divulgatore di valori e codici di destra. «E’ roba nostra – sosteneva con forza – non regaliamolo alla sinistra. E’ un patriota, un cazzuto, uno che sa tenere una pistola in pugno, uno che sa sbrigarsela al modo dell’uomo vero». Più tardi, distratti come sempre, anche altri commentatori situati su sponde terziste o benpensanti, da Pg Battista (qui) a Michele Serra (qui), riconobbero questa indiscutibile matrice di destra nel discorso tenuto da Saviano.
Non stupisce dunque che Foucault abbia trovato poco spazio in un pensare così intriso di postulati d’ordine, ispirato da paradigmi autoritari e purificatori che si declinano inevitabilmente col verbo legalitario e securitario. Incuriosice semmai che un autore del genere, legato per giunta alla propria origine ebraica, sia così irresistibilmente calamitato dal mondo della criminalità organizzata e dalla letteratura antisemita, quasi fosse soggiocato dal fascino oscuro e demoniaco del male, attratto da ciò che egli designa come il suo contrario ma rispetto alla quale lascia trasparire una seduzione inconfessabile.

Che cosa è un dispositivo?
Torniamo ora al questito iniziale. Perché mi sono chiesto se Saviano conosca Foucault? Perché uno dei concetti foucaultiani più noti, quello di «dispositivo», è stato al centro della querela promossa nei miei confronti. Solo che né Saviano, né tantomeno il suo legale, l’avvocato Antonio Nobile di Caserta (a cui Saviano con una procura speciale ha concesso tutti i poteri di legge per essere rappresentato davanti alla giustizia nella tutela della sua immagine e onorabilità), hanno mostrato di capirlo, direi ancor più, di saperlo.
L’autore di Gomorra si era sentito offesso e diffamato dalla definizione di «dispositivo» che avevo usato nei suoi confronti (senza tanta originalità ma riprendendo il discorso fatto da Alessandro Dal Lago nel suo Eroi di carta, qui) e che chiosava uno dei miei articoli querelati, nel quale raccontavo la vicenda della diffida che il centro Peppino Impastato, insieme ai sui familiari, aveva rivolto ad Einaudi perché desse luogo alla correzione di alcune pagine del libro di Saviano, La parola contro la camorra. Di seguito il passaggio incriminato e qui l’integrale.

Saviano non è nuovo ad operazioni del genere. Quando non abbevera i suoi testi alle fonti investigative da mostra di evidenti limiti informativi. In un’altra occasione aveva anche raccontato di una telefonata ricevuta dalla madre di Impastato, «che abbiamo verificato non essere mai avvenuta» ha spiega Umberto Santino. Quest’ultimo episodio ripropone nuovamente gli interrogativi sul ruolo di amministratore della memoria dell’antimafia che a Saviano è stato attribuito da potenti gruppi editoriali. L’inquietante livello di osmosi raggiunto con gli apparati inquirenti e d’investigazione, che l’hanno trasformato in una sorta di divulgatore ufficiale delle procure antimafia e di alcuni corpi di polizia, dovrebbe sollevare domande sulla sua funzione intellettuale e sulla sua reale capacità d’indipendenza critica. Saviano oramai è un brand, un marchio, una sorta di macchina mediatica in mano ad alcuni apparati. L’uomo Saviano sembra divenuto una marionetta, un replicante. Quest’ultima omissione non appare affatto innocente ma la diretta conseguenza di una diversa concezione dell’antimafia risolutamente opposta all’antimafia sociale di Peppino Impastato. La verità sul suo assassinio venne a lungo tenuta nascosta anche grazie al depistaggio di carabinieri e magistratura. Un passato che con tutta evidenza il dispositivo Saviano non può più raccontare.

Ora, secondo l’avvocato Nobile il significato di dispositivo si può agevolmente desumere «Senza scomodare i dizionari della lingua italiana dalla mera lettura di quanto riportato dalla definizione dal sito internet Wikipedia, appunto alla voce “dispositivo”». Dunque niente Treccani, niente Devoto Oli, nessuna traccia dei, forse troppo noiosi e difficili, dizionari politico-fisosofici.
E cosa scopre il principe del foro casertano su Wikipedia?

Secondo le più comuni definizioni, un dispositivo è «un congegno, un apparecchio che svolge una determinata funzione; una macchina, o parte di una macchina». L’occulto manovratore di questo «congegno», di questa «macchina» – prosegue l’avvocato – sarebbe da individuarsi negli «apparati» cui Persichetti fa cenno en passant, senza dilungarsi sulla giustificazione, o quanto meno sulla spiegazione per i comuni lettori, di tale criptica affermazione. Che oltre ad essere sibillina è evidentemente lesiva della reputazione e dell’onore di Roberto Saviano, che non è una macchina, né un congegno, né un «brand», né un «dispositivo», né una «marionetta». Come non è diritto di cronaca o di critica quello esercitato da Paolo Persichetti, che altro non vuole – e non fa – che vomitare il proprio odio ossessivo ed ossessionato nei confronti di un soggetto, del quale non si preoccupa minimamente di commentare, criticare, stigmatizzare le azioni, ma rispetto al quale esprime un “verdetto”.

Quindi nelle parole del legale di Saviano il dispositivo sarebbe una sentenza, la parte tecnica, quella che riporta la condanna. Così infatti scrive:

Un “dispositivo” – per usare le sue parole – cui, però, non seguirà alcuna motivazione; una vera e propria condanna inappellabile; come inappellabile fu la condanna a morte che dovette subire il generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri, assassinato il 20 marzo 1987 da un commando terroristico; in relazione a tale efferato delitto – con sentenza divenuta irrevocabile – Paolo Persichetti è stato condannato a ventidue anni e sei mesi di reclusione (attualmente, l’editorialista di “Liberazione” risulta scontare il residuo della pena in regime di semilibertà).

Ovviamente nel ricordare processo e condanna l’avvocato Nobile dimostra poca conoscenza del fascicolo, ignora le alterne sentenze che lo caratterizzarono. Insomma al pari del suo cliente dimostra di parlare di cose che non conosce.

Una querela incentrata sul tipo d’autore
Se il dispositivo a cui mi riferivo è con tutta evidenza un’altra cosa, rivelatrice è invece l’interpretazione fornita dall’avvocato Nobile per conto di Saviano. Una lettura stravolta tutta protesa alla ricerca di un effetto di suggestione che tenta di costruire un parallelo tra le vicende giudiziarie che hanno riguardato la mia storia passata e il lavoro giornalistico attuale. Un nesso tuttora giustificato – sostiene il querelante – dalla pratica di «aggressione» e ricorso alla «violenza», seppur eufemizzata attraverso la scrittura.
Siamo in presenza di un utilizzo spregiudicato del diversivo tipologico, impiegato come una clava per svilire e criminalizzare il lavoro giornalistico, l’esercizio della libertà di critica e la serietà metodologica del lavoro svolto:

«sembra di sentire l’eco di un giornalismo aggressivo, figlio di un’epoca fortunatamente chiusasi, ma i cui strascichi ancora avvelenano il presente. L’epoca nella quale molti – “nemici di classe” – trovarono la morte, per mano di coloro i quali (qualcuno [chi?] li definirebbe “vittime della storia”) ritennero la via della violenza maestra del cambiamento della società. E così, dalle colonne di “Liberazione” Persichetti aggredisce Saviano […] Per lui lo scrittore è: «amminitratore della memoria dell’antimafìa», potere asseritamene attribuitogli da: «potenti gruppi editoriali»; «divulgatore ufficiale delle procure antimafia e di alcuni corpi di polizia»; per questo, si suppone, Persichetti mette in guardia i propri lettori: «sulla sua (di Saviano, ndr) reale capacità di indipendenza critica».
E’ consequenziale che l’articolista affermi che: «Saviano è oramai un brand, un marchio, una sorta di macchina mediatica in mano ad alcuni apparati» e che: «L’uomo Saviano sembra divenuto una marionetta, un replicante», per concludere “in bellezza” con la “definizione finale”, secondo la quale egli sarebbe un «dispositivo».
Va dato atto al Persichetti dell’utilizzo di parole in grado di comumcare precisamente il contenuto delle proprie idee, per quanto bislacche e deliranti esse possano essere giudicate dai lettori».

Il dispositivo secondo Foucault (estratto dalla memoria difensiva dell’avvocato Francesco Romeo)

In realtà, la critica mossa da Persichetti attinge ad un livello più sofisticato (che all’evidenza non viene colto, ne compreso dal denunciante). Il “dispositivo” da lui citato si richiama all’elaborazione dei filosofi Michel Foucault, Gilles Deleuze e Giorgio Agamben. In Sorvegliare e punire (Einaudi, Torino 1976 e numerose edizioni successive), Foucault definisce il “dispositivo” come l’insieme di tecniche sociali con cui si crea una relazione tra potere e soggetti: per esempio il carcere moderno è un “dispositivo” discreto che subentra alle punizioni spettacolari e pubbliche della società antecedente la Rivoluzione francese. Giorgio Agamben, in Che cos’è un dispositivo (Nottetempo, Roma 2006) e Gilles Deleuze (Che cos’è un dispositivo, Cronopio, Napoli 2007) estendono il concetto alle tecnologie informali con cui, nella nostra società, i media costruiscono l’identità dei soggetti. Diversamente dalla vecchia nozione di “manipolazione”, il concetto di dispositivo rappresenta il ruolo che alcune mitologie mediali svolgono influenzando il pubblico. In questo senso, Roberto Saviano – inteso come figura pubblica di romanziere-combattente anticamorra-opinionista-showman idolatrato dai media, rappresenta un vero e proprio “dispositivo” di influenza, volta per volta mito “mediale”, “esempio”, “eroe” ecc. Proprio questa funzione di “dispositivo” di Roberto Saviano è stata oggetto di analisi sociologica da parte del Prof. Alessandro Dal Lago nel volume Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, Manifestolibri, Roma 2010.Dunque, solo una critica legittima e, colta, su quello che Roberto Saviano, al di la della sua persona, rappresenta nel panorama culturale italiano di questo periodo.

Aggiungo solo un’ultima cosa, correndo anche il rischio di nobilitare eccessivamente quello che viene definito un autorevole erede del romanzo d’appendice campano di cui fu caposcuola Francesco Mastriani: la funzione intellettuale svolta da Saviano (attraverso il dispositivo di cui sopra) ricorda la categoria degli imprenditori morali, il prototipo dei creatori di norme, come codificato dal sociologo Howard S. Becker in Outsiders, che in proposito scrisse: «Opera con un’etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri».

Ps: Chi tra di voi ha stima di Saviano, se lo incontra gli regali un libro di Foucault. Compirà un’opera di bene evitandogli altre brutte figure in futuro.

Sur l’affaire Impastato-Saviano
Archeologia dell’ignoranza. Se Roberto Saviano ignora Michel Foucault
Saviano débouté d’une plainte contre le quotidien Liberazione
Filippo Facci – Caso Impastato, Saviano perde la causa contro l’ex-br
Liberazione.it – Criticare Saviano è possibile
www.articolo21.org: Archiviata la querela di Roberto Saviano contro il quotidiano Liberazione
“Persichetti ha utilizzato fonti attendibili”, il gip archivia la querela di Saviano contro l’ex brigatista
Filippo Facci – Caso Impastato, Saviano perde la causa contro l’ex-br
Liberazione – Criticare Saviano è possibile
La bugia e la camorra. La madre di Peppino Impastato non parlò con Saviano
Corriere del mezzogiorno – La madre di Peppino Impastato non parlò con Saviano. Persichetti vince la causa
“Non c’è diffamazione”. Per la procura la querela di Saviano contro l’ex brigatista in semilibertà va archiviata
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Les deux articles qui ont derangé Saviano
Non c’è verità storica: il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano
Ma dove vuole portarci Saviano?

Pou en savoir plus
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Roberto Saviano è una paglietta: parola di Antonio Gramsci
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Encore sur Saviano
La denuncia del settimanale albanes “Saviano copia e pure male”
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La macchina del fango di Saviano contro i manifestanti del 14 dicembre

Un principe d’autorité victimaire
Il capo della mobile: “Contro Saviano minacce non riscontrate”
Il capo della Mobile di Napoli: “Vi spiego perché ero contrario alla scorta per Roberto Saviano”

Un home sur la droite
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Partire dall’abolizione dell’ergastolo per fermare l’escalation della società penale

Oggi è ancora difficile far capire che se si rischia da 1 a… 20 anni per una quantità “non giusta” di possesso di cannabis, è perché c’è ancora l’ergastolo. Insomma l’ergastolo suscita una sorta di effetto traino che giustifica e sospinge verso l’alto il resto delle pene comminate. Adotta il logo della campagna Liberi dallergastolo

di Vincenzo Guagliardo

336-280L’abolizione dell’ergastolo venne evocata alcuni anni fa dal post-fascista Gianfranco Fini. L’uscita inconsueta dell’allora leader di An non ebbe però una grande eco e nel frattempo lui stesso l’ha dimenticata, essendo poi diventato democratico tout court.
Ciò tuttavia dimostra in qualche modo che una tale richiesta può giungere da orizzonti politico-culturali diversi: per esempio può affacciarsi come il risultato di una domanda di maggiore efficienza della giustizia penale o, al contrario, come necessità di una sua radicale rimessa in discussione, oppure può semplicemente scaturire da ragioni umanitarie.
In realtà l’ergastolo si è affermato come un sostituto della pena di morte. Non nasce da ragioni umanitarie ma, come per tutte le altre pene detentive, venne introdotto per ragioni di efficienza. Nel Settecento le torture e le esecuzioni, troppe volte promesse, improvvisamente cessarono: ormai erano… troppa carne al fuoco. Perciò non facevano più paura, diceva Beccaria. La detenzione invece avrebbe garantito una pena certa poiché finalmente realizzabile, quindi avrebbe svolto una funzione deterrente; e l’ergastolo avrebbe fatto più paura di una incerta promessa di morte. Avrebbe assegnato al condannato una sorte peggiore della morte. L’ergastolo è nato dunque come nuova “pena capitale”.
E siccome anche nel regno delle pene, come in quello delle nazioni, se non cambiano le cose nella “capitale”, cioè al centro, è poi difficile cambiarle nelle sue province, ecco che questo ignorato centro determina complessi meccanismi che diventano resistenze e boomerang quando si vuole ritoccare il sistema a partire da qualche punto periferico. L’Europa se n’è accorta e in gran parte ne ha preso atto, non attuando più di fatto o abrogando il “fine pena mai” (o meglio “fine pena: 99-99-9999”, come è scritto nei sistemi informatici dell’amministrazione penitenziaria).

L’Italia ancora no. Con i suoi 1415 condannati, l’ergastolo consente di non mettere in discussione aspetti scomodi del passato e di coprire gli interessi presenti che vi si sono costruiti sopra. La presenza di queste persone offre la possibilità di mostrare la faccia severa dello Stato per meglio nasconderne un’altra. Gli ergastolani sono i capri espiatori di un sistema che premia e garantisce una relativa impunità (spesso scandalosa) a un numero sempre maggiore di collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”, e/o ai “colletti bianchi” che, per fare il loro consueto lavoro, né possono, né sanno più, né vogliono distinguere il lecito dall’illegale. D’altra parte gli stessi premi dati prima ai pentiti e le facilitazioni concesse poi ai colletti bianchi, sono venute a far parte di un più vasto sistema di trattamento di natura premiale riservato dalla legge penitenziaria a tutti i detenuti.
Quella premiale è una macchina che trae storicamente origine dalla volontà di non discutere in sede culturale e politica degli aspri conflitti politico-sociali degli anni Settanta, e che i “vincitori” affidarono a 25 mila casi giudiziari di cui rimangono “testimoni” ancora oggi poco più di una cinquantina di ergastolani. Questo sistema divenne legge penitenziaria nel 1986 col nome del senatore Gozzini che ne fu il relatore. Alcuni, in modo troppo affrettato, vi hanno subito visto un primo passo “oltre la pena”. Ma dopo vent’anni questo grande progresso che allora si annunciava come l’alternativa alla pena tradizionale si è mostrato solo un modo per affiancarla. In realtà il sistema penale ha esteso le sue propaggini fuori dal carcere. È aumentato in modo esponenziale il numero di coloro che dipendono da esso anche in stato non detentivo ed è raddoppiato il numero dei reclusi non solo prima ma anche dopo che intervenisse l’indulto.

La pena cosiddetta alternativa, in realtà premiale, ha soltanto aumentato la pervasività del potere giudiziario all’interno della società, incrementando l’area penale esterna al carcere. Si è creato così un “eccesso di presenza penale” che molti cominciano a lamentare. Nel frattempo i fautori della tolleranza zero ne hanno ridotto la portata applicativa con una legge che esclude i recidivi (la ex Cirielli), ossia almeno il 70% dei rei… Invece di rivedere i tetti massimali di pena si è preferito aumentarle. Si sono moltiplicati i fatti che costituiscono reato allargando le competenze del diritto penale, salvo diluire le punizioni caso per caso in modo discrezionale.
Si è così venuta a creare una situazione analoga a quella analizzata da Beccaria nel Settecento. Da un lato si difendeva all’epoca la ferocia delle pene (tortura, morte) e si puniva sempre di più su tutto; dall’altro, non potendo più attuarle, si ricorreva a quelle che erano le misure “sostitutive” dell’epoca: deportazioni, esilii…
Il rimedio altro non fu che un’estremizzazione del male finché non s’inceppò a causa della sopravvenuta impossibilità di deportare e realizzare pubbliche esecuzioni, diventate motivo d’indignazione popolare invece che di spettacolo gratuito per folle forcaiole. È così che si fece strada allora l’idea del penitenziario, della reclusione come pena principale e dell’ergastolo come nuova forma di pena capitale.

Oggi è ancora difficile far capire che se si rischia da 1 a… 20 anni per una quantità “non giusta” di possesso di cannabis, è perché c’è ancora l’ergastolo. Insomma l’ergastolo suscita una sorta di effetto traino che giustifica e sospinge verso l’alto il resto delle pene comminate. Il rischio dunque è quello di una esplosione ingovernabile dell’intero sistema penitenziario. Ormai è popolare volere più ergastoli per un alto numero di persone e per una grande varietà di reati, in una spirale che, per le sue motivazioni di fondo, potrebbe trovare pieno sfogo solo nel ritorno della pena di morte.
E di “ritorno” bisogna infatti parlare, cioè di tensione al ritorno verso un’arcaica barbarie precedente alla stessa funzione dello Stato moderno e a ciò che, pur con tutti i suoi limiti, nell’ultimo quarto di millennio è stato definito comunemente “civiltà”.
Quale che sia la prospettiva da cui si guarda al pianeta carcere, quella dei difensori-riformatori del sistema penale o quella abolizionista, la sparizione dell’ergastolo dovrebbe esser vista come un possibile e necessario punto di convergenza. Altrimenti sarà la forza dei fatti a porre tragicamente la questione.

In Inghilterra, nell’Ottocento, l’eccessivo sovraffollamento provocò malattie mortali e contagiose che dal carcere si trasmisero fuori, passando ai giudici per il tramite di un’aula giudiziaria dove gli imputati dovevano essere processati, e da lì alla città…
Non possiamo sapere cosa succederà questa volta…

Link
Liberidallergastolo.wordpress.com
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Perpetuité

Irriducibili a cosa?

Dieci anni fa, la mattina del 14 gennaio 2013 moriva Prospero Gallinari mentre si stava recando al suo posto di lavoro. Nato a Reggio Emilia nel 1951 in una famiglia contadina di forte tradizione comunista si era accostato giovanissimo alla politica. Entrò nella Federazione giovanile comunista dove fece le sue prime sperienze quindi si avvicinò al gruppo dell’«Appartamento», dove un gruppo di giovani comunisti di Reggio Emilia inizia a porsi domande, studiare, guardarsi intorno per uscire dalle secche del togliattismo, scoprire l’onda di rivolta del 68, la ricchezza dei nuovi pensieri del neomarxismo. Entra così nel Collettivo politico metropolitano, poi Sinistra proletaria. Due concezioni diverse dell’organizzazione e del modo di fare lotta armata portarono alla divisione del gruppo. Gallinari andò a lavorare a Torino e seguì i militanti che verrano poi ricordati come quelli del «Superclan», mentre gli altri fondavano le Brigate rosse. Una scelta che poi definita «sbagliata». Due anni dopo ritroverà i suoi vecchi compagni emiliani che avevano dato vita all’esperienza brigatista. Verrà mandato a lavorare alla Montedison di Marghera dove si stava mettendo in piedi la prima colonna veneta. Nella estate del 1974 giunse a Roma con Alberto Franceschini e Fabrizio Pelli per  mettere in piedi una nuova colonna e organizzare il sequestro di un politico democristiano. E’ la prima discesa della Br nella Capitale. L’esperienza terminò presto perché Franceschini fu arrestato insieme a Curcio l’8 settembre successivo, a Pinerolo, a seguito della trappola messa in piedi dai carabinieri con Silvano Girotto. Lasciata Roma, tornò al Nord con Pelli per riorganizzare il gruppo: destinazione Torino dove però, nel novembre del 1974, viene arrestato in compagnia di Alfredo Bonavita. Due anni più tardi riuscì ad evadare dal carcere e raggiungere di nuovo le Brigate rosse. Dopo un primo soggiorno a Firenze, tornò di nuovo nella Capitale dove prese la guida della colonna romana appena costituita e partecipò al sequestro Moro. Nel settembre del 1979 viene arrestato durante un conflitto al fuoco nel quale rimase gravemente ferito alla testa. Riesce a sopravvivere e riacquistare le sue capacità nonostante la grave lesione. Condannato a tre ergastoli, dopo diciassette anni di carcere, perlopiù trascorsi in sezioni speciali, ottenne una iniziale sospensione pena per gravissime condizioni di salute e una successiva detenzione domiciliare, sempre per motivi di salute dovuti alle conseguenze ma superate per la ferita al capo, con la possibilità di lavorare part time in una tipografia. 
I suoi funerali scatenarono polemiche e censure nel mondo politico, sui giornali e la Tv, addirittura venne aperta una inchiesta dalla magistratura. Ci furono persone identificate e fermate dopo la cerimonia mentre rientravano nei loro luoghi di provenienza.
Sabato prossimo in occasione dell’uscita della nuova edizione del suo libro di memorie, Un contadino nella metropoli, editore Pgreco, si terra una iniziativa in suo ricordo presso l’ex Csoa ex Snia, via Prenestina 173.


Irriducibili a cosa? Una risposta a Benedetta Tobagi…


In nome di quale presente abbiamo il diritto di giudicare il nostro passato?

Roland Barthes

di Paolo Persichetti

C’è una parola che mette molta paura: quella di «irriducibile». Si è scritto tanto attorno a questo termine nei giorni scorsi, dopo la morte e la cerimonia di saluto a Prospero Gallinari, momento in cui i cosiddetti irriducibili, cioè quelli che sono stati descritti come gli indefessi, gli ostinati e gli irremovibili, altrimenti detto «coloro che non hanno mai fatto i conti col passato», e dunque per questo ritenuti ottusi e tetragoni testimoni della stagione rivoluzionaria degli anni 70, sarebbero sorprendentemente riemersi – cosa ancor più preoccupante – in folta compagnia.
Ne ha scritto su Repubblica in due occasioni, il 15 (qui) e il 24 gennaio (qui), Benedetta Tobagi, di fresca nomina al cda della Rai e proiettata, forse un po’ troppo in fretta, nel ruolo di amministratrice della memoria di quel decennio.

Irriducibile: un termine estraneo al lessico della lotta armata
Eppure contrariamente a quanto si è scritto in passato e si continua a scrivere, l
a parola «irriducibile» non appartiene al lessico brigatista. La diffusione di questa etichettatura ha contribuito non poco a fornire una immagine distorta della cultura politica dei militanti che hanno preso parte alla lotta armata. Proviamo a vedere perché.
Il lemma, in realtà, ha svolto una funzione centrale nel vocabolario dell’emergenza giudiziaria e penitenziaria. E’ un conio dello stato di eccezione italiano, impiegato dalla magistratura, utilizzato dai corpi di polizia e dall’apparato carcerario e, in seguito, divenuto di uso comune nel mondo dei media per classificare i prigionieri politici che hanno rifiutato di sottomettersi alla legislazione premiale e differenziale: la delazione remunerata dei collaboratori di giustizia (i cosidetti “pentiti”) e l’abiura, anch’essa remunerata, la cosidetta dissociazione.
Irriducibile, era e resta, chi ha rifiutato di accedere a queste due categorie. Un’area, quella della «irriducibilità», che include figure e generazioni molto diverse tra loro per opinioni politiche e atteggiamenti (sul perdurare o meno dello scontro armato e sull’analisi della società).
Per intenderci: sono considerati irriducibili i cosidetti “continuisti”, cioè coloro che hanno mantenuto ferma la convinzione nel proseguimento della lotta armata anche di fronte ai radicali mutamenti sociali e geopolitici intervenuti nel corso degli anni 80, al pari di quelli che si sono pronunciati in favore di una discontinuità, di un oltrepassamento dell’esperienza armata, o di quelli che in forme varie, anche meno visibili pubblicamente, hanno ritenuto conclusa l’esperienza della lotta armata avviando altri percorsi non più, o non sempre, politici, ricollocando il loro impegno – quando hanno pututo – su terreni civili, sociali e culturali.
Ciò che accumuna quest’area pluriversa, etichettata comunque come “irriducibile”, è dunque il rifiuto delle logiche inquisitoriali dell’emergenza giudiziaria. Nulla a che vedere con lo stereotipo riportato da Benedetta Tobagi nei suoi articoli (ma anche da altri), ovvero: «significato storico assunto dall’aggettivo, sostantivato per designare il terrorista o detenuto politico “che non recede dalle proprie convinzioni”». Lì dove per «recedere» – è bene sottolineralo – non si deve intendere una libera azione riflessiva, una disposizione dell’animo, un afflato della coscienza, un soprassalto dello spirito, che potrebbe ispirare e accompagnare nobili percorsi di distacco interiore, momenti d’autocritica assolutamente disinteressati, autonomi e genuini, ma l’adesione ai dispositivi di assoggettamento previsti in sede penale e penitenziaria, attraverso una lunga serie di decreti e dispositivi legislativi di tipo premiale, varati tra il 1979 e il 1987, che introducendo trattamenti differenziali hanno incrinato il principio di eguaglianza di fronte alla legge e trasformato l’inchiesta, il processo e il carcere, da sedi di verifica e ricerca della prova o di svolgimento della pena, in mercati delle indulgenze, fiere dello scambio politico, luoghi dove si riceve un po’ di futuro in cambio del proprio passato. Qualcosa di assolutamente opposto ad ogni storicizzazione o esercizio libero ed autonomo della critica.
Diceva a tale proposito Jeremy Bentham che «la sfera della ricompensa è l’ultimo asilo dove si trincera il potere arbitrario».
Se ancora le parole hanno un senso, in questa epoca dove ormai il senso sembra aver perso ogni parola, la nozione di irriducibilità dovrebbe designare l’emergenza giudiziaria, il protrarsi ad oltre tre decenni di distanza degli irrisolti penali, degli ergastoli, degli esiliati, gli ukaze contro la parola degli ex militanti di allora. Irriducibile è la memoria giudiziaria che dopo tanti decenni ha sovrapposto all’oblio penale l’oblio dei fatti sociali e alla memoria storica la memoria giudiziaria.

«Negli ultimi dieci anni l’Italia aveva subito la più radicale trasformazione socio-economica dal dopoguerra ed erano cambiati sia i soggetti sociali e politici delle lotte da cui erano nate le Br, sia i presupposti della nostra strategia rivoluzionaria. Prendere atto di queste trasformazioni era una necessità storica che valeva per me, quanto per chi desiderava seriamente interrogarsi sul significato di ciò che era successo. A quel punto la parola “irriducibile” non connotava nessuna realtà sociale. Era un trucco del linguaggio. A cosa si sarebbe dovuti essere “riducibili”? Secondo il potere, alla dissociazione: nel senso che non si era più irriducibili se si diventava dissociati!».

Renato Curcio (intervistato da Mario Scialoja), A viso aperto, Mondadori 1993, p. 209

«L’abiura è come un’eco lunga, un discorso che ricomincia sempre dallo stesso punto, un rimbombo senza fine. Essa nasconde, non svela. Dirò una cosa che vorrei provocasse quelli della mia generazione. Quel che è avvenuto negli anni Settanta è roba nostra, non puoi glissare. I dissociati glissano. Mentre sarebbe stato possibile – difficile ma possibile – fare tutti assieme una riflessione vera, completa, senza rimozioni, dichiarando che era finita. Perché il progetto era realmente fallito, questo era chiaro, anche a quelli che continuarono non potendo far altro.[…] Fare questo dibattito sul serio e fino in fondo significava assumersi la responsabilità politica di tutto mentre si chiudeva tutto. E quanti erano disposti a farlo? Fra di noi e fuori di noi? Appena si fosse arrivati a una discussione seria anche sul modo con il quale si reagì al fenomeno Br e lo si combatté, coloro che non vogliono fare i conti con quegli anni, avrebbero inchiodato la discussione con i soliti falsi misteri che servono a impedire che se ne parli. Avrebbero fatto e detto di tutto contro di noi – nella sconfitta, ci ricorda la scuola dei cinici, chi ha perso non solo ha perso, ma deve essere cancellato, deformato, annichilito».

Mario Moretti (intervisatto da Rossana Rossanda e Carla Mosca), Brigate rosse, una storia italiana, Abanasi 1° edizione 1994, pp, 252 e 254

«Siamo al culto della delazione, alla canonizzazione dei collaboratori di giustizia. E in parte è colpa mia. Le confesso una cosa: ogni sera io recito un atto di dolore per aver contribuito, negli anni Settanta, alla diffusione di questo modo di fare giustizia […] Sa, sto pensando di presentare un disegno di legge per cambiare le cose: prendo le regole dell’Inquisizione di Torquemada e le traduco in italiano moderno. Ci sono più garanzie in quelle che nel nostro codice di procedura penale».

Francesco Cossiga, La Stampa, 19 aprile 1995

Che cosa vuol dire irriducibile?
Il primo significato suggerito dal vocabolario online della Treccani (qui) e ripreso anche dalla Tobagi nel suo articolo è, «Che non si può ridurre, cioè rimpiccolire, restringere, ricondurre a una forma più semplice». Altrimenti detto schiacciare. D’altronde l’etimologia è chiara: la particella prefisso “ir”, davanti a parole che inizano con “r” – spiega il dizionario etimologico – assume valore di negazione del significato positivo del termine corrispondente all’interno del quale è comunque ricompreso, a meno che il lemma non abbia assunto una sua rilevanza ed autonomia significative. Esempio: raggiungibile/irraggiungibile; razionale/irrazionale; resistibile/irresistibile, riguardoso/irriguardoso; rilevante/irrilevante.
Per esser chiari: irriducibile vuol dire «non riducibile», dunque che non può essere o non si lascia ridimensionare, che non può essere semplificato, banalizzato, appiattito, livellato. Per estensione: omologato, adattato, limitato, forzato, formattato, obbligato, impoverito.
E siccome le parole hanno senso solo se calate nel contesto in cui sono state coniate per fornire una definizione, in carcere irriducibile è colui che non si lascia piegare dalla disciplina punitiva dell’emergenza, è colui che resiste e oppone al tentativo di riduzione, di adattamento e formattazione ai valori dominanti, all’omologazione della norma, la ricchezza della propria esperienza, della storia dai cui proviene. In questo contesto irriducibile è sinonimo di complessità, estensione, espansione, molteplicità, stratificazione, sfumatura.
Irriducibile è quando ti si vuole imporre una forma e tu ti opponi perché ne contieni mille altre. Non a caso Benedetta Tobagi per contestare una cosa del genere è costretta a definire l’irriducibile, colui che «non depone l’armamentario ideologico per riconoscersi nei principi dello Stato costituzionale», come se lo Stato costituzionale – stando a quelli che sono i suoi postulati teorici – possa conciliarsi con il suo contrario, un assoluto etico a cui tutti devono uniformarsi, dove non c’è spazio sociale o pubblico autonomo e separato dallo spazio statale e quindi tutto ciò che è autonomia, figuriamoci critica, diventa immediatamente una forma di sovversione dell’etica istituzionale costituita.
Di irriducibili è piena la storia, pensate a Galileo e Giordano Bruno.

«La storia, si è già detto, è stata sempre quella narrata dai vincitori. Bisognerebbe aggiungere e precisare che i suoi scrittori sono spesso reclutati fra gli sconfitti o i trasfughi, i quali in tal modo si trasformano in uomini vinti. A quanto pare, la lezione fornita dall’uomo vinto è alla base della nostra memoria. E oggi, per tanti aspetti, è come se ci trovassimo in una situazione fondativa, analoga a quella dei primi secoli della nostra era.
La storia degli eretici, per esempio, ci è stata raccontata soprattutto dai loro grandi nemici, gli eresiologi, e sulla visione di costoro si è fondata l’ortodossia; ma bisogna ricordare che la maggior parte di questi eresiologi furono degli eretici o dei pagani pentiti come l’ex manicheo sant’Agostino, così diventato potente vescovo di Cartagine, o l’ex pagano sant’Ireneo vescovo di Lione, autore di un testo – Contro le eresie – d’importanza fondamentale per la storia dell’ortodossia cristiana. Si potrà ricordare lo storico degli ebrei Flavio Giuseppe. Egli e i suoi compagni rimasero accerchiati dai romani e decisero di suicidarsi per non consegnarsi al nemico. Per ultimo rimase proprio Giuseppe; cambiò idea, passò dalla parte dei romani e si mise a scrivere la storia degli ebrei… per i romani, benignamente trattato dall’imperatore Vespasiano e aggiungendosi il nome Flavio».

Vincenzo Guagliardo, Dei dolori e delle pene, Sensibili alle foglie 1997, p. 89

Fare i conti?
Una delle caratteristiche dell’irriducibile, scrive Benedetta Tobagi, è la sua incapacità di saper fare i conti col passato.
Ma cosa vuol dire “fare i conti” ? Un giurista tedesco, Helmut Quaritsch (Giustizia politica, Giuffré 1995) lo spiegava all’incirca in questo modo:

«Fare i conti» va inteso come espressione che contiene un concetto comprensivo che include in sé la nozione di elaborazione e di superamento del passato. Processo non conclusivo, lì dove esso è legato al problema della ricerca storica, della coscienza della memoria, ma anche chiusura lì dove la riflessione giuridica configura la presenza di una componente formale di decisione e procedura del superamento del passato che si esprime nelle sentenze ma anche nelle amnistie».

Tobagi irr

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Prospero Gallinari, il saluto, la storia. Interventi e riflessioni