Francia, vincono le astensioni, crolla il Ps tallonato dai verdi di Cohn-Bendit

La destra presidenziale confermata primo partito, battuta d’arresto per l’Npa

Paolo Persichetti

Liberazione 9 giugno 2009

Chi ha vinto le elezioni francesi? Se dovessimo considerare soltanto la legge dei numeri non ci sarebbero dubbi, hanno vinto le astensioni. Ben 59,36%, superiori alla media record europea che ha raggiunto il 58,15%. Alle presidenziali del 2007 la partecipazione al voto aveva superato l’80%. Questo divario rende perfettamente la percezione di separatezza che le istituzioni europee trasmettono, non solo ai francesi. Secondo le analisi fornite dalla Sofres, lo sciopero del voto avrebbe riguardato il 69% degli operai, il 66% degli impiegati e il 70% delle fasce giovanili. Notevole il disimpegno registrato anche tra artigiani, commercianti e titolari d’impresa, 77%. OFRTP-COHN-BENDIT-EUROPE-ECOLOGIE-20090603 La minoranza di francesi che si è recata alle urne, appena il 40,48%, ha confermato come prima forza l’Ump, il partito del presidente della repubblica Nicola Sarkozy, con il 27,8% dei suffragi. Non si tratta di un successo, anzi la compagine presidenziale segnala una flessione rispetto al 31% raggiunto al primo turno delle elezioni politiche di due anni fa, ma di una sostanziale tenuta che diventa vittoria politica per ko tecnico di fronte al crollo del voto socialista, il grande sconfitto di questa tornata elettorale, che precipita al 16,4%. La maggiore affermazione politica è venuta invece da Europe Ecologie con il 16,2%, un risultato che appaia di fatto quello del Ps. Secondo Rémy Lefebvre, professore di scienze politiche all’università di Lille, la tenuta dell’Ump, e l’affermazione degli ecologisti guidati da Daniel Cohn-Bendit, si spiega grazie alla mobilitazione dell’elettorato più anziano, per la destra presidenziale, e dei bobos, che sta per borghesi-bohémien (strati più alti dei ceti medi urbani e intellettuali, con propensioni culturali edonistico-libertarie), per gli ecologisti. La vittoria di questo cartello elettorale creato ad hoc segnala un drastico movimento d’umore dell’elettorato socialista stanco delle lotte intestine nel Ps. Ma ora Cohn-Bendit deve dimostrare che non si tratta di un’aggregazione di circostanza, costruita grazie al suo fiuto politico cavalcando da sinistra un po’ di antipolitica con la candidatura del magistrato anticorruzione Eva Joly, e mettendo assieme personaggi ultramediatici ma assai distanti tra loro, come Jose Bové, l’ex portavoce di Greenpeace Yannick Jadot e l’animatore televisivo Nicola Hulot. I centristi cattolici del Modem di François Bayrou, che aspiravano a superare la soglia del 10% fagocitando il voto moderato, hanno perso il ruolo di terza forza attestandosi all’8,4%. Affermazione singolare del neopartito transnazionale Libertas (6,7%), formazione fondata di recente in Irlanda dal miliardario Declan Ganley, presente anche in Germania e repubblica Ceca. Ha intercettato il tradizionale voto euroscettico radicato nella destra antimoderna del barone De Villiers.
Il Fronte nazionale di Le Pen resiste e supera il quorum che gli consente di avere i seggi al parlamento.
Infine il Front de gauche, l’alleanza Pcf-parti de la Gauche e dissidenti trozkisti (6,05%), vince il duello a sinistra con il Nuovo partito anticapitalista, che si ferma al 4,9% fortemente penalizzato dalla bassa mobilitazione dell’elettorato giovanile. Il 73% delle persone che hanno votato il candidato dell’Npa al primo turno delle presidenziali del 2007 non ha partecipato allo scrutinio. Jean-Luc Mélenchon uscito dal Ps prima dell’ultimo congresso ha rimobilitato l’elettorato del Pcf, risucchiato i voti delle correnti della sinistra socialista e dei sovranisti di sinistra. Senza nemmeno un seggio, il progetto dell’Npa subisce una secca battuta d’arresto. Basterà a giustificare tutto ciò la scarsa propensione al voto europeo del precariato giovanile? O forse va rivista la strategia, riaprendo alla possibilità di alleanze, anche solo elettorali? Pur ammettendo la delusione e la beffa di un semplice 0,1% che non ha permesso di oltrepassare il quorum, alla sede nazionale del movimento guidato da Besancenot, le prime reazioni sembravano voler confermare la linea sin qui seguita.

Link
Il nuovo partito anticapitalista
L’empasse del Pcf

Sistema carcere, troppi morti

Da gennaio a maggio 2009 sono trentatré le persone che hanno perso la vita. C’è un rapporto diretto tra sovraffollamento e incremento dei suicidi

Paolo Persichetti
Liberazione 6 giugno 2009

Aziz aveva 34 anni. Di lui le cronache non hanno registrato il cognome. Era marocchino, quanto basta. Si è impiccato nel carcere di Spoleto all’inizio dell’anno. Il 26 gennaio, invece, si è tolto la vita allo stesso modo, in una cella del reparto di elevata vigilanza del carcere di Poggioreale, un croato di 37 anni. Di lui non si conosce nemmeno il nome. Leonardo Di Modugno aveva 25 anni, si è appeso con una corda di fortuna l’8 marzo alla Casermette, la casa circondariale di Foggia, dove era seguito da uno psichiatra. Giancarlo Monni, detenuto al Buoncammino di Cagliari, è morto per un attacco di broncopolmonite. Aveva 35 anni ed era sieropositivo. Antonio Saladino è deceduto al Mammagialla di Viterbo. Aveva 57 anni, anche lui con problemi psichici. Per togliersi la vita ha scelto un sistema diverso. Ha infilato la testa dentro una busta di plastica che poi ha riempito con il gas del fornellino da campeggio usato in cella per cucinare. Chissà, forse non voleva morire.  suicidi-confronto-2005-2009
Aspirare il gas è uno dei modi per sballarsi. Lo stordimento è una forma di evasione che aiuta i più fragili a tirare avanti. Ma ogni volta la «pippata»  (come si dice in gergo) si fa sempre più lunga fino a diventare letale. E poi c’è lei, Mabruka Mimuni, 42 anni, trovata esanime con una corda al collo la mattina del 7 maggio nel Cei di Ponte Galeria, a Roma. La sera prima le avevano comunicato l’espulsione. Non voleva tornare in nessun modo in Tunisia. Aveva scontato alcuni anni di carcere, poi era uscita in misura alternativa per lavorare con una cooperativa. Allo scadere della pena è stata rinchiusa nel centro di retenzione. Era finalmente riuscita a rifarsi una vita. L’espulsione spezzava di nuovo la sua vita. Ritornare indietro dopo tanta fatica sarebbe stata la sconfitta più umiliante. Non lo ha permesso.
Dai primi mesi dell’anno sono morti nelle carceri, o nei Cei italiani, 33 persone. Di queste ben 28 per suicidio; il numero più alto registrato nello stesso periodo da quando Ristretti Orizzonti ha dato vita ad un osservatorio specifico sulla questione. Gli altri decessi sono dovuti a cause non accertate oppure a patologie aggravate dalla condizione detentiva. Dei suicidati, 16 erano italiani e 12 stranieri. Si tolgono la vita soprattutto i più giovani, 10 avevano tra i 20 e i 29 anni, 9 tra i 30 e i 39. Nei primi mesi del 2005, i suicidi sono stati 25, 23 nel 2006. Solo 13 nel 2007, grazie all’indulto, già 18 l’hanno dopo. Ma diamo un po’ di luce a questi nomi, almeno quelli noti: Salvatore Mignone, Rocco Lo Presti, Francesco Lo Bianco, M.B., Gaetano Sorice, Vincenzo Sepe, Mohammed,  Giuliano D., senza nome, Jed Zarog, senza nome, Marcello Russo, Francesco Esposito, Carmelo Castro, Gianclaudio Arbola, senza nome, Andrei Zgonnikov, Daniele Topi, Ihssane Fakhreddine, Franco Fuschi, Graziano Iorio, Ion Vassiliu, L.P., senza nome, senza nome, Samir Mesbah, senza nome.
C’è un rapporto diretto tra sovraffollamento e incremento dei suicidi. Le carceri hanno ormai oltrepassato il tetto dei 63 mila detenuti, cioè 20 mila in più della capienza “regolamentare”. In realtà quella realmente fruibile è ancora più bassa, non arriva ai 38 mila posti. 5 mila in meno di quella indicata ufficialmente. Tra la capienza fruibile (quella che corrisponde ai posti letto reali), e la capienza “tollerabile”, criterio amministrativo introdotto dal ministero per estendere virtualmente la capacità di accoglienza delle prigioni, c’è un divario di 30 mila posti. L’affollamento carcerario è già strutturalmente insostenibile. Condizioni di vita bestiali e promiscuità forzata caratterizzano l’attuale «trattamento penitenziario». Le norme previste nell’ordinamento e nel regolamento del 2000 sono lettera morta.
Questa lista di scomparsi ricorda quella dei morti per lavoro. Strage silenziosa. In un’epoca in cui la figura della vittima è stata eletta a modello ideale, queste morti si consumano nell’indifferenza generale. Cosa manca loro per suscitare almeno un po’ d’empatia umana? Forse il fatto che lo statuto privilegiato della «vittima» è caratterizzato da un accesso fortemente limitato e diseguale, riconosciuto sulla base di ben selezionati requisiti di ordine politico, sociale, economico, culturale e etnico. Per i gruppi stigmatizzati in partenza, non vi è alcuna possibilità di accedere alla santità vittimaria. Più della vittima in se è la nozione di “vittima meritevole” che trova affermazione e legittimazione. Si è vittime solo dopo aver ottenuto il sigillo dei forti. Per le altre si preparano carceri galleggianti.

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L’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza
Carcere, solo posti in piedi
Carcere, il governo della sofferenza
Detenuto mortonel carcere di Mammagialla, è il sesto in un anno

Mammagialla morning
Come si vive e si muore nelle carceri italiane
Come topi
in gabbia
Abruzzo la terra trema anche per i dimenticati in carcere
Lì dove il secolo è il minuto
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Carceri private il modello a stelle e strisce privatizzazioni e sfruttamento
Aboliamo le prigioni
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Sprigionare la società
Desincarcerer la société
Sulla mobilitazione attuale nelle carceri
Carcere, gli spettri del 41 bis

Tienanmen 1989, socialismo di mercato contro comunismo

L’uomo e il carrarmato

Oreste Scalzone
l’Altro
5 giugno 2009

Un uomo, solo, camicia bianca su calzoni neri, ripreso di spalle. Dritto, fragile e possente, armato di niente, niente di concreto ma molto di più, come transumano si erige contro una colonna di carrarmati. Non sappiamo chi sia, come la pensi e cosa voglia. Rispetto all’essenziale, questo è relativamente un dettaglio – la scena lo trascende. Un esemplare di specie umana, specie di esseri parlanti e perciostesso “pericolosa”. Nel fondo del fondo comune, di specie, potremmo dire paroletari. Un uomo, astratto-eguale e al contempo singolare, unico, è il segno forte di chissà quante migliaia. Uno, tiennamen1centomila, nessuno. Lui può essere tutto, e tutt’altro. Questo, nella nostra percezione indélébile, viene dopo, specificazione ulteriore. Un carrarmato è cosa complicatissima. Si può adattare ad esso la definizione marxiana della merce, plesso di relazioni invisibili eppur materialmente costituenti il suo ontos. Carrarmato ha un fondo eguale ad altro, ogni altro carrarmato, come merce con ogn’altra, in ultima analisi. Implica, traduce, incarna reca in sé – condizione d’esistenza, essere, qualità, natura e funzione – una complessità énorme di relazioni, traduce rapporto sociale, un’intera sistemica. Abbiamo visto che innanzitutto è una merce. Come un flacone di penicillina che può salvare. Cambia il valore d’uso, ma sul piano del Valore, ovverossia valore-di-scambio, questa è la primordiale qualità. In quanto merce, sottende, implica denaro, accumulazione, lavoro, mercato del lavoro (della forza-lavoro), estrazione di plusvalore, profitto. Eppoi, un carrarmato ha altri caratteri essenziali sul piano di altre economie politiche. È mezzo di distruzione, di riproduzione allargata di essa. È dispositivo e funzione dello Stato. Un padrone, uno statista, un colonialista, un monarca, un tiranno, un gerarca, un rappresentante, un “democratòcrate”, sono tutti compatibili con la forma-carrarmato. Un comunista, nel senso etimologico del termine, coniato e/o ripescato all’altezza dei tempi del diluvio rivoluzionario – come diceva Marx – dilagato in Europa attorno al 1848, un comunista, nel senso che questa parola aveva nell’Associazione internazionale dei lavoratori, quella che i suoi becchini avevano poi etichettato come Prima internazionale ; un comunista, nel senso che il termine aveva all’epoca della Comune di Parigi, «la forma finalmente scoperta che mostra come il proletariato non possa che liberarsi da sé » – cioé un comunardo, un comun’autonomo (autonomia e comunanza essendo consustanziali, reciprocamente costitutivi), non potrebbe che essere incompatibile con la forma-carrarmato. La forma-carrarmato è infatti intrinsecamente statale. E comunismo statale è perfetta contraddizione in termini, come comunismo capitalistico, padronale, nazionale, ideologico, governante, governativo, politico, identitario – cioè proprietario –, razzistico, moralista – penale. Comunismo critico è agli antipodi di comunismo cratico. A meno del verificarsi di una situazione per cui un’insurrezione si trovasse ad aver requisito carrarmati per rivolgerli contro le forze armate dell’oppressione, come i cannoni presi dalla Guardia repubblicana all’Armée nei giorni della Comune, i carrarmati, come gli aerei o le portaerei… non possono essere – come non può mai esserlo un Libertador, soggetto individuale o corporazione, casta, gerarchia che pretende autonomizzarti in tuo nome e per tuo conto – un mezzo, una forma, un’arma liberatrice. Se la semantica non fosse stata violentata, se i fatti e le cose, la loro interpretazione, la loro costruzione, non fossero stati distorti da malinteso e concatenamenti di vere e proprie alienazioni, contraffatti, resi mutanti mutageni mostruosi, questo non potrebbe che essere il nòcciolo primordiale, semplice e chiaro. Si discute tanto di mezzi e fini, di violenza, di terrorismo… Non avremo mai abbastanza disprezzo – stavolta sì– per tutti quegli ipocriti o, peggio, sfrontati che mostrano di considerare mostruosa una sassaiola, impensabile ogni rivolta e qualsivoglia spunto di violenza se non come, addirittura, provocazione, frutto di manipolazione, mossa da marionettisti e pupari, ma ritengono più che compatibile comunismo e violenza statale.
Un thank è un thank è un thank… Non può esserci un carrarmato “Compagno”. Se questo accade, se una colonna di carrarmati – contro uno solo o contro una folla di operai scioperanti in tumulto, come a Berlino ’53, come a Budapest ’56, come a Tienanmen nell’’89 – si avanza inalberando la bandiera rossa, lo stesso colore di quella de la Sociale che, accanto a quelle nere degli anarchici – nere come i grembiuli dei tessitori Canuts delle rivolte degli anni ’30 dell’Ottocento alla Croix rousse di Lione – è stata un vessillo degli insorti comunardi, vuol dire che è avvenuta una sorta di catastrofica e mostruosa mutazione di ogni parametro e termine della questione. Che il termine comunismo è stato sottoposto ad una serie di stupri semantici a catena. Se una vertigine identitaria, cioè la peggior forma della patrimonialità, della proprietarietà, fa pensare a tanti rivoltosi, a tanti antagonisti, che il colore e i simboli facciano la differenza e contino più della natura, della natura dei rapporti sociali, inter-umani che fatti e cose rivelano, questo è segno che c’è qualcosa di profondamente insensato e malato sotto tutto questo, che dura da più di un secolo, e che rischia di esser mortale.
Ha scritto su queste colonne Piero Sansonetti che «noi sessantottini avevamo fatto della Cina un’icona, e avevamo visto nel maoismo non un’orrenda variante dello stalinismo e del comunismo di Stato oppressivo, ma al contrario una forma di rinnovamento del cupo socialismo sovietico, un modo per restituire potere al popolo il potere espropriato dalla nomenclatura di partito […] Avevamo visto nel maoismo, e nella Cina, una forma libertaria di comunismo. I carrarmati di Deng hanno sotterrato definitivamente questa speranza».
Vorrei segnalare a Piero, e a chi legge, alcune obiezioni cominciando col dire che il Sessantotto non è certo stato tutto dominato dall’ideologia maoista o da altre varianti consimili di un’idea comunque statalista, post-giacobina e lassalliana più che, certo non solo anarchica, ma anche marxiana. Dovrei ricordare tutta una cartografia dei comunismi “altri”, che non sono piccole élites, ma – per esempio negli anni ‘20 – hanno condotto una durissima guerra su due fronti, due fronti della controrivoluzione, quello statal-padronale diretto, classico, e quello del socialismo reale staliniano, conseguenza estrema di quello che qualcuno ha chiamato il “kautsko-bolscevismo”. Il discorso diverrebbe, qui e ora, lunghissimo. Si può dire piuttosto che i Viet-cong, sì, sono stati un mito sessantottesco largamente condiviso. Ma, chi avrebbe potuto aver una pre-scienza, allora, per capire come sarebbe andata a finire? Non conoscevamo le pagine straordinarie dell’operaio rivoluzionario Ngo Van, Vietnam 1920-45, rivoluzione e contro-rivoluzione sotto la dominazione coloniale. Mi limito dunque a dire che, per tanti come me, il comunismo come non ha una data e luogo di nascita per questo non può avere un certificato di morte. Comunismo non è un’invenzione, o un regime da instaurare. Come istanza, come figura della potenza nel senso spinoziano, cioè dell’etica, esso è sempre vissuto nelle pieghe del reale, venendo a tratti allo scoperto. Vale quello che vale per la facoltà della parola, l’amore, la rivolta. Forse che possono avere una territorializzazione, una forma di Stato, un luogo e certificazione di nascita e dunque di morte? Quello che è morto (e voglio dire: sempre troppo tardi!) è una radicale contraffazione – derivante da malinteso, da omologia – del comunismo come movimento, movimento della critica radicale, teorico/pratica. Nel mio piccolo, vorrei ricordare il poster che nell’89 – dopo la caduta del Muro e prima di Tienanmen – chiedemmo a Mario Schifano di illustrare (e lo fece, con una bellissima faccia di Marx che era confusa con la cartografia di un globo terracqueo). Lo slogan stampigliato sopra era: Marx 1989, finalmente libero! Certo che la previsione era sognante e quella riapertura che ci sembrava di intravedere e speravamo non si è prodotta. Ma come arrivare a dire che la partita sia chiusa? Non è forse idea da “fine della Storia” alla Fukujama? Il comunismo non l’ha inventato nessuno, è una virtualità, che c’è, come la potenza di vita. Non è un articolo di fede, una giaculatoria. Ma, forse, il comunismo potrà riemergere solo quando, e se, il suo “doppio” mostruosamente contraffatto avrà finito di esser dimenticato per sempre.

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Muro di Berlino, i guardiani delle macerie
Un futuro anticapitalista è fuori dalla storia del Pci
Il secolo che viene

SGOM: Diliberto, la tua rabbia sarà la nostra gioia

Oliviero Diliberto, la tua rabbia sarà la nostra gioia

lombardia.indymedia.org/node/18363

Oliviero Diliberto ha riempito i muri con un manifesto elettorale in cui è scritto: “La mia rabbia è la tua rabbia”. Diliberia
La sua rabbia sarebbe dunque la nostra rabbia. Chi gli da questa convinzione? Crede davvero di essere così al centro dell’interesse comune? Crede davvero di rappresentare, lui, l’indignazione sociale e che questa si manifesti attraverso la sua cognizione delle cose? Singolare concezione del comune, nel senso di comunità, comunismo, comunanza, quella di Diliberto, dove s’inverte il movimento della conoscenza. Diliberto non si propone come qualcuno che va verso gli altri, cioè
i lavoratori, i precari, gli immigrati, tutti coloro che subiscono ingiustizie, condizioni di sfruttamento e discriminazione, emarginazione e disagio, raccogliendone interessi, domande, bisogni, indignazione. Al contrario propone se stesso come il centro dell’elaborazione dell’indignazione sociale, un centro verso cui tutti noi dovremmo propendere per fare nostra la sua visione delle cose, la sua rabbia. Diliberto non è al nostro servizio, siamo noi che saremmo al suo.
Ma che razza di comunista è uno così? Un comunista non comune. Un comunista senza comunità. Un comunista senza comunismo.
La vostra rabbia è la mia rabbia, sarebbe stata questa casomai la formula giusta. Ma non crediamo che Diliberto si sia sbagliato. Lui voleva dire quello che ha detto perché non sa concepire la politica altrimenti: cioè avere gli altri a proprio servizio. Una cosa è certa, l’8 giugno quando Diliberto saprà di non essere stato eletto la sua rabbia sarà la nostra gioia.

A cura dello SGOM…

Sgommiamo Diliberto dalla scena politica

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Sgommiamo Oliviero Diliberto dalla scena politica
Oliviero Diliberto: “Le riforme non potremo farle”
Gom

Bossnapping, gli operai di Continental strappano l’accordo

La fabbrica chiude ma il padrone paga: 50 mila eruro a testa, salario pieno fino a ottobre 2009 e 75% fino al 2014 per i 1120 di Continental

Paolo Persichetti
Liberazione 2 giugno 2009

Dopo un conflitto di due mesi e mezzo, i lavoratori dello stabilimento Continental di Clairoix hanno strappato all’azienda un indennizzo di almeno 50 mila euro netti a testa, come titolo d’indennizzo per la chiusura della fabbrica. Più di 900 dipendenti del gruppo hanno accettato il protocollo d’accordo (solo 10 voti contrari) nel corso di un’assemblea tenutasi sabato scorso. L’azienda tuttavia non è intenzionata a confermare l’intesa fintanto che non vi sarà la stipula ufficiale.

continental-greve-clairoix-social

La trattativa si è sbloccata venerdì, dopo l’ennesimo incontro tra le parti, presente il governo. Nelle sedute precedenti l’azienda aveva messo sul tavolo offerte molto basse: 17 mila, poi 20 mila a testa, sempre rifiutate dai delegati sindacali. Finalmente venerdì la direzione ha mollato. «Continental è un bell’esempio di solidarietà», ha spiegato Xavier Mathieu, delegato della Cgt che ha partecipato alla trattativa, sottolineando come i lavoratori più anziani hanno accettato il principio dell’indennità uguale per tutti nonostante avessero potuto ottenere di più, in ragione proprio della loro anzianità di servizio. La decisione d’impiegare strumenti di lotta senza remore, la compattezza del fronte operaio e la solidarietà hanno dato i loro frutti. Oltre all’una tantum, per i 1120 dipendenti l’accordo prevede il pagamento del 100% del salario fino al prossimo ottobre, quando per le maestranze scatterà un «congedo di riconversione» della durata di 23 mesi, fino al 2011. Spiega sempre Mathieu, «siamo sicuri d’avere garantito almeno il 75% del salario fino al 2014, anche se restano ancora da discutere le condizioni d’accesso ai prepensionamenti e la ricollocazione dei posti di lavoro. Un nuovo incontro si terrà il prossimo 5 giugno». L’11 marzo la direzione della fabbrica di pneumatici tedesca aveva annunciato la chiusura degli stabilimenti di Clairoix, nel nord della Francia, e Hannover, in Germania, a causa della sovraccapacità produttiva. L’annuncio aveva provocato l’immediata reazione dei lavoratori che nel 2007, in cambio della promessa del mantenimento dei posti di lavoro, avevano accettato un accordo capestro. Erano ritornati alle 40 ore settimanali in linea con la cancellazione della riduzione dell’orario di lavoro (le 35 ore), portata avanti dal capo dello Stato Sarkozy come la soluzione che avrebbe rilanciato l’economia, «lavorate di più per guadagnare di più». Com’era prevedibile l’aumento delle ore di lavoro non ha risolto nulla. La produzione di pneumatici si è definitivamente interrotta il 22 aprile. L’azienda aveva chiuso definitivamente gli impianti, evocando ragioni di sicurezza, dopo che gli operai avevano distrutto i locali d’ingresso della fabbrica una volta appresa la decisione della magistratura di rigettare la loro richiesta d’annullamento della chiusura del sito. «Les Contì», come orgogliosamente si fanno chiamare gli operai di Continental, si erano fatti conoscere grazie a clamorose azioni di protesta come il saccheggio della sottoprefettura di Compiègne o la cacciata al lancio di uova e scarpe dei membri della direzione, l’impiccagione di due manichini che effigiavano il Pdg Louis Forzy e i blocchi ferroviari e stradali. Non sono arrivati al bossnapping, ma poco c’è mancato. Ora che hanno ottenuto quanto chiesto, non dimenticano la solidarietà e oggi manifesteranno accanto ai lavoratori della Goodyear di Amiens, che ha annunciato il licenziamento di 820 dei suoi 1400 dipendenti.

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Stato di eccezione giudiziario: il caso italiano

L’emergenza politico-giudiziaria italiana

scontri

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L’exception permanente
Agamben, Lo Stato d’eccezione
Tolleranza zero: estensione dell’infrazione di terrorismo e nuovo spazio giudiziario europeo
La giudiziarizzazione dell’eccezione 2
Il caso italiano, lo Stato di eccezione giudiziario
Agamben, Europe des libertes ou europe des polices?

Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu

La fine dell’asilo politico
Garapon, L’utopia moralizzatrice della giustizia internazionale
Carcere, gli spettri del 41-bis
Dopo la legge Gozzini tocca al 41-bis, giro di vite sui detenuti
Tarso Gendro, “l’Italia è ancora chiusa negli anni di piombo”
Brasile, stralci della decisione del ministro della giustizia Tarso Gendro

La pedagogia penale di Sarkozy

Non più educare e istruire ma raddrizzare e punire

Luca Bresci
L’Altro 30 maggio 2009

Al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini sono piaciute le parole pronunciate giovedì scorso dal capo dello Stato francese. Parlando all’Eliseo, Nicolas Sarkozy ha espresso la necessità di «mettere fine alla dittatura dei buoni sentimenti», annunciando l’ennesima lotta «senza remore e concessione alla delinquenza».

police partout
Stavolta l’offensiva presidenziale riguarda le scuole. L’idea l’aveva lanciata pochi giorni fa Xavier Darcos, il ministro dell’Educazione nazionale in cerca di rivalse dopo il ritiro del suo progetto di riforma dell’istruzione che aveva portato in piazza insegnanti, studenti e famiglie. Nel corso di un intervento tenuto di fronte al congresso della seconda federazione dei genitori d’alunni della scuola pubblica, il ministro ha lanciato la proposta di una «forza mobile di agenti» da impiegare contro le violenze scolari. L’idea è quella di organizzare dei corpi di sorveglianti speciali non appartenenti alla polizia di Stato. Personale di sicurezza mobile e qualificato sottoposto all’autorità dei provveditori scolastici con missione di prevenzione e controllo, autorizzato a perquisire cestini, cartelle e borse, oltre che ad impiegare appositi metal detector sugli scolaretti, gli alunni e gli studenti, dalla materna alle superiori. Il ministro ha ricordato l’accoltellamento di una insegnate avvenuto il 15 maggio a Fenouillet, nell’Alta Garonne. Episodio che ha suscitato notevole clamore, richiamando l’attenzione sull’incremento delle violenze scolari, l’aumento preoccupante delle aggressioni e della circolazione di armi all’interno degli istituti scolastici nei quali si riversano le tensioni del territorio circostante, i conflitti che traversano le periferie. Darcos ha inoltre proposto d’introdurre sanzioni finanziarie contro i genitori che «hanno dimissionato dal loro ruolo educativo».
Dai sindacati degli insegnanti e degli studenti, come dalla più importante federazione dei genitori, sono subito arrivate dure critiche verso l’ennesima «gesticolazione sicuritaria» del governo e l’idea di creare una specie di «Nocs scolare» (i gruppi d’assalto speciali della polizia).
La trasformazione di ogni problema sociale in questione d’ordine pubblico, la criminalizzazione del disagio scolare e la penalizzazione della vivacità infantile, ha raggiunto livelli deliranti nella riflessione pubblica francese. Ereditata da teorie provenienti dagli Usa e riprese in Inghilterra, la criminalizzazione dei minori e l’abbassamento della responsabilità penale anche in età adolescenziale ha fatto breccia. Polemiche roventi hanno coinvolto gli esperti del settore sulle nuove teorie elaborate dagli ambienti della destra repubblicana d’Oltreoceano che individuano segni premonitori di devianza fin dai comportamenti del neonato, giustificando con ciò la necessità di prevenire il crimine fino ad anticipare l’età della punizione. Non più educare e istruire ma raddrizzare e punire. Più o meno è questo il modello di scuola propagandato da Sarkozy, un modello di pedagogia penale ammirato dalla ministra Gelmini che pensa così di riuscire ad affrontare quello che da noi viene definito «bullismo». Non c’è da stupirsi allora se finirà come per i due adolescenti di Floirac, agglomerato urbano alla periferia di Bordeaux, arrestati dalla polizia all’uscita di scuola mentre tornavano a casa sulle loro biciclette. Qualcuno le aveva scambiate per bici rubate e aveva pensato bene di avvertire gli agenti che, appostati dietro un angolo, hanno atteso i due malviventi in calzoncini, uno di 6 e l’atro di 10 anni. Un intero pomeriggio passato in commissariato per poi scoprire che le bici erano di loro proprietà. Un’intera scuola sotto choc. Preside e insegnanti occupati a rassicurare i compagni di classe dei due ragazzini rimasti shoccati. Piccoli ribelli cresceranno.

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Spari, molotov e pietre contro la polizia dopo la morte di un giovane. La banlieue di Parigi torna a bruciare
Curare e punire
Il governo della paura
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Populismo penale, una declinazione del neoliberismo
Banlieues, la guerra sognata da sarkozy


Il coraggio dell’amnistia

Un’amnistia per la lotta armata

Piero Sansonetti
L’Altro 16 maggio 2009

Giampiero Mughini ha raccontato ieri al Corriere della Sera (articolo di Aldo Cazzullo) i suoi ricordi e le sue riflessioni sull’uccisione del commissario Luigi Calabresi (anno 1972), Mughini all’epoca era vicino al gruppo dirigente di Lotta Continua, e quindi basa la sua ricostruzione (ipotetica) dei fatti su ele-menti di conoscenza personale (di abitudini, idee, Callerapporti, modi di comportarsi di quel periodo). Mughini avanza l’ipotesi che Sofri non sia colpevole diretto, ma che sapesse. E che conosca i nomi di chi uccise Calabresi. Tesi che già in passato aveva sostenuto. Personalmente questa ricostruzione non mi convince. Penso che Sofri sia innocente. E constato che, in ogni caso, contro di lui non sono state raccolte prove, e i processi che si sono conclusi con la sua condanna erano processi indiziari, tutti fondati sulle dichiarazioni di un pentito (non verificate e non verificabili) il quale in cambio della condanna di Adriano Sofri ha ottenuto per se la libertà dopo pochissimi mesi di prigione (pur essendo stato condannato come autore materiale dell’uccisione).
Sono assolutamente convinto del principio secondo il quale in mancanza di prove non si può condannare. E credo che un certo numero dei processi che si sono svolti negli anni ’80 (e in parte ’90) contro gli imputati di lotta armata o di reati politici, siano stati processi “zoppi”, poco convincenti, senza garanzie.
Influenzati dal clima politico dell’epoca e condizionati da una legislazione speciale, basata sull’esaltazione del pentitismo, che non dava garanzie né di verità né di equanimità. Che le cose stiano così è abbastanza evidente. E ce ne accorgiamo ogni volta che le nostre autorità chiedono l’estradizione di qualcuno che fu condannato in quegli anni, con quei processi, e non la ottengono (recentissimo caso Battisti). Come mai non l’ottengono? Perché la Francia, il Brasile, il Canada, la Gran Bretagna, la Svezia, la Spagna eccetera, eccetera sono paesi filo terroristi? Non mi pare una spiegazione ragionevole. Non la ottengono perché i processi sono considerati non affidabili. Tutto qui. Vedete bene che il problema esiste, e va affrontato seriamente. In che modo? Riprendendo la riflessione su quegli anni di fuoco, nei quali la lotta politica, in Italia, convisse con la lotta armata; e trovando il modo dì uscire definitivamente da quel clima e da quella storia. C’è un solo modo di uscire da quel clima e da quella storia. Chiudendone tutti gli strascichi giudiziari e penali. Cioè con l’amnistia. Solo l’amnistia può relegare finalmente nel passato gli anni di piombo e di conseguenza permettere l’apertura di una discussione e di una riflessione seria. Quali sono gli argomenti contro l’amnistia? In genere se ne sentono tre. Il primo è il cosiddetto “diritto dei parenti delle vittime”. Il secondo è la certezza della pena e il rischio che gente che ha seminato il male non paghi per il male, la faccia franca. Il terzo è la paura che l’amnistia ci impedisca di scoprire cosa davvero è successo in quegli anni, cosa c’era dietro i delitti.
Il primo argomento mi sembra che non riguardi il diritto. Riguarda semmai la politica. I parenti delle vittime non hanno il diritto dì influire sulle pene dei colpevoli (o, talvolta, dei sospetti). Hanno il diritto ad essere risarciti, aiutati, assistiti. E spesso questo diritto non viene loro riconosciuto dallo Stato, ma l’amnistia non c’entra niente.
Il secondo argomento è sbagliato. Per un motivo molto semplice: la lotta armata degli anni settanta è l’unico capitolo della storia del delitto italiano che ha prodotto un numero altissimo di condanne e di pene. I ragazzi che furono coinvolti nella lotta armata, nella loro quasi totalità hanno pagato con anni e anni di galera. Non esistono altri “rami” del delitto dei quali si possa dire altrettanto. Qualcuno ha pagato per le stragi di Stato? Qualcuno per la corruzione politica? Qualcuno per le responsabilità dell’ecatombe sul lavoro? Ho fatto solo tre esempi, ì più clamorosi, ma potrei continuare. E allora è curioso che si chieda la certezza della pena per gli unici che la pena l’hanno scontata. Giusto? Il terzo argomento è il più controverso. E’ la famosa questione del complotto. Qual’è il problema? Una parte dell’opinione pubblica italiana (specialmente di sinistra) si era convinta, negli anni scorsi, che il fenomeno della lotta armata fosse troppo grande e vasto e potente per potere essere il semplice prodotto dell’impegno diretto e un po’ delirante di alcune migliaia di giovani. E che allora dovesse essere il risultato di un complotto nazionale o internazionale. Devo dire che per molti anni anche io mi ero convinto di qualcosa del genere. Avevo sospettato che il rapimento e l’uccisione di Moro fosse una losca congiura del potere. Però poi, di fronte alla realtà, bisogna arrendersi. I colpevoli sono stati tutti arrestati, sono state raccolte tonnellate di testimonianze, prove, documenti. Sono passati 30 anni. È chiaro che non ci fu complotto. Semplicemente avevamo sottovalutato la forza della rivolta armata. E allora perché negare l’amnistia con la scusa della ricerca della verità? È chiaro che le cose stanno in modo molto diverso. La verità che ancora non conosciamo, che vorremmo conoscere, è quella sulle stragi di Stato (da piazza Fontana 1969, fino alla Stazione di Bologna 1980). Cioè su quella parte di lotta armata (di controguerriglia) che fu organizzata direttamente dalle istituzioni e dal potere e che, tra l’altro, ebbe un peso forte nella nascita – per reazione – delle brigate rosse e delle altre formazioni eversive di sinistra. Nessuno è in prigione per quelle stragi (tranne alcuni estremisti di destra per la strage di Bologna, ma moltissimi esperti ritengono che essi siano innocenti). Con questi misteri l’amnistia non c’entra niente. E probabilmente se ci si decidesse a vararla potrebbe essere un aiuto per riaprire la discussione e la ricerca su quel buco nero della storia italiana.

Link
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati
Il giornalista Buffa arrestato per aver raccontato le torture affiorate
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’unità d’Italia ad oggi
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
Una storia politica dell’amnistia

Amnistia per i militanti degli anni 70
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni-70
Universita della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla digos
Università della Sapienza,il seminario sugli anni 70 della pantera
Quella ferita aperta degli anni 70
Un kidnapping sarkozien
Brasile: niente asilo politico per Cesare Battisti
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

Tarso Gendro: “L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo”
Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Caso Battisti: una guerra di pollaio
Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?
Risposta a Fred Vargas
Corriere della Sera: la coppia Battisti Vargas e la guerra di pollaio

Camicie verdi di ieri, Ronde di oggi

Arriva al successo la vecchia strategia leghista di dare vita ad un monopolio padano della violenza sul territorio del Nord Italia

Paolo Persichetti
Liberazione 13 maggio 2009

All’inizio si chiamavano «Camicie verdi». La legalizzazione delle ronde civiche prevista nel pacchetto sicurezza, che arriva al voto oggi nell’aula della Camera blindato dal voto di fiducia, ha una genealogia ben precisa. Nel fascicolo del processo in corso a Verona, che vede sul banco degli imputati l’intero vertice della Lega nord, emergono dei documenti che dimostrano come già nel 1996 questo movimento politico avesse messo in piedi una struttura dalle «caratteristiche paramilitari», che dal nucleo iniziale di Camicie verdi era passata alla creazione di una Guardia nazionale padana evolutasi poi in una Federazione delle compagnie della guardia nazionale padana.

Salvini, il leghista che ha proposto l'apartheid nella  metropolitana milanese

Salvini, il leghista che ha proposto l'apartheid nella metropolitana milanese

L’inchiesta in questione è quella condotta dal pubblico ministero Guido Papalia contro i progetti di secessione portati avanti dalla Lega nord con modalità ritenute dalla magistratura illegali. Insieme al reato fine, il progetto secessionista, considerato di per sé un attentato all’articolo primo del dettato costituzionale, la magistratura ha contestato allo stato maggiore leghista anche dei reati mezzo, tra questi la messa in opera di gruppi paramilitari. Appunto la creazione di «corpi e reparti organizzati in guisa militare e dotati di “gradi e uniformi”». Caratteristica che ad avviso della magistratura «al di là dell’aspetto “ideale” di usurpazione del monopolio statuale della forza, andava materialmente a turbare la tranquillità dei cittadini».
Erano gli anni in cui la Lega perseguiva una strategia che rasentava l’insurrezionalismo costituente, attraverso una serie preliminare di passaggi che dovevano preparare l’evento accumulando forza sociale, consenso, organizzazione, controllo politico, culturale e “militare” del territorio. È in quel clima politico-culturale che nel 1997 un piccolo gruppo di padani combattenti, i Serenissimi, sbarcò armato in piazza san Marco a Venezia per impadronirsi del campanile. Una banda armata leghista per la Giustizia, «terroristi padani» se volessimo definirli mutuando il linguaggio comunemente usato dai leghisti contro l’estrema sinistra.
Sempre dalle carte rinvenute nell’inchiesta emerge che l’organizzatore di questa struttura paramilitare altri non era che Roberto Maroni, l’attuale ministro degli Interni che aveva ricoperto questa carica già nel primo governo Berlusconi, acquisendo una professionalità e una rete di contatti e conoscenze d’apparato poi trasferiti nel fantomatico governo della repubblica federale padana in pectore.
Insomma nel 1996 Maroni, che nel suo cursus honorum annovera anche la funzione di portavoce del comitato di liberazione della Padania, reclutava guardie padane e organizzava ronde. Un vecchio pallino che ora si trasforma in una realtà su scala nazionale con tutti i crismi della legalità.
In una lettera del 7 ottobre 1996 l’allora portavoce del governo padano diramava le direttive per il reclutamento degli aderenti alla Federazione delle guardie nazionali padane «rette da un identico statuto». «Il governo – scriveva Maroni – ha potuto procedere in pochi giorni alla costituzione di 19 Compagnie provinciali. L’obiettivo è di arrivare alla costituzione di tutte le Compagnie provinciali (oltre 50) entro la fine di ottobre». Le nuove milizie che verranno disciplinate col voto di oggi avranno una rete ancora più capillare, su base comunale. Sempre dalle carte processuali emerge che inizialmente le milizie padane avevano ricevuto espresse indicazioni sul «possesso di porto d’armi», solo in seguito mitigato dallo statuto citato nella lettera del ministro. Un vero manifesto della contraddizione. La guardia padana «costituita in associazione pacifica e nonviolenta», ispirata al «rifiuto di ogni attività che implichi, anche indirettamente, il ricorso all’uso delle armi o della violenza», per «combattere gandhianamente le ingiustizie sociali» ricorrendo alla «disobbedienza civile e la resistenza passiva», non proponeva – come ci saremmo aspettati – la pratica del digiuno ma (articolo 3, comma g) «l’esercizio del tiro a segno come momento di pacifico riferimento storico, come attività sportiva, di svago e motivo di aggregazione sociale».
La mira più della parola si addice ad un bravo rondista, come predicava Gandhi, no?

Link
Cronache migranti
Rapporto Migrantes, Italia sempre più multietnica
Le ronde non fanno primavera
Aggressioni xenofobe al Trullo
I dannati della nostra terra
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza
Razzismo a Tor Bellamonaca, agguato contro un migrante

Storia e giornate della memoria

Gli equiparatori, una ne fanno e cento ne pensano

Marco Clementi*
11 maggio 2009

Il 9 maggio è il giorno della memoria delle vittime del terrorismo in Italia. Di tutte le vittime, senza distinzione di matrice, tipologia di attentato, obiettivo. Per l’occasione, la vedova Pinelli è stata invitata al Quirinale, dove ha incontrato la vedova Calabresi e la vedova Tobagi (“il giornalista ucciso dalle Br”, secondo Il Sole24ore). 
L’iperbole è complessa, ma va analizzata e spiegata. Da tempo, ormai, il calendario italiano si è riempito di giorni della memoria e da tempo si cerca di far passare tacitamente che la memoria e la storia siano coincidenti, anzi, che la memoria abbia maggiore dignità della storia. Forse perché la memoria appartiene alle vittime, mentre la storia ai vincitori. In realtà non è così. La memoria appartiene alla sfera privata, mentre la storia è pubblica. La memoria non si può verificare, mentre la storia attende il riscontro di altri studiosi. La memoria non sostituisce la storia, né si affianca ad essa, ma le offre delle fonti, tutte da verificare. Non vale di più della firma di un ambasciatore sotto a una nota scritta per il suo ministero. Solo in un contesto di memoria può avere luogo un incontro tra la vedova Pinelli e la vedova Calabresi. Perché nella memoria si perdono i ruoli e Pinelli e Calabresi sono visti semplicemente come vittime. Nella storia, però, è ben chiaro che Pinelli è stato ucciso alla Questura di Milano e che solo dopo alcuni anni da quella morte qualcuno ha sparato a Calabresi. Non sono due vittime sullo stesso piano. L’assassinio di Pinelli è stato perpetrato all’interno di una struttura dello Stato nel corso di un’indagine surreale sulla prima strage di Stato fatta in Italia. Pinelli è un martire della libertà e una vittima di quella strage. Calabresi è, per l’appunto, un servitore di quello Stato e non è morto per la nostra libertà. Il suo assassinio rientra in un contesto diverso e qualcuno che potrebbe spiegarcelo non vuole farlo. Nella storia, due vedove non si incontrano, e per la storia non sono state le Br ad uccidere Tobagi.

*Storico

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Link sul paradigma vittimario
Giovanni De Luna: “Serve un nuovo patto memoriale che superi la centralità delle vittime”
Paradigma vittimario e giustizia internazionale
Quando la memoria uccide la ricerca storica
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Una storia politica dell’amnistia
Storia e giornate della memoria
Per amore della storia lasciate parlare gli ex brigatisti
Sabina Rossa: “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari