Suicidi in carcere, detenuti orfani della politica

Libri – In carcere: del suicidio ed altre fughe, Laura Baccaro e Francesco Morelli, Ristretti orizzonti

Paolo Persichetti
Liberazione 23 settembre 2009

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«Parlare di morte fa ridere, di un riso forzato e osceno. Parlare di sesso non provoca più nemmeno questa reazione: il sesso è legale, solo la morte è pornografica», scriveva Jean Baudrillard. Forse è per questo che in carcere ci si toglie la vita con tanta frequenza. Perché è rimasto uno dei luoghi dove permane ancora l’osceno, dove il sesso è vietato e la morte fa compagnia. Come si conciliano i decessi in carcere dovuti alla malasanità, all’alto numero di suicidi, oppure le migliaia di atti di autolesionismo e scioperi della fame col dettato costituzionale che cita espressamente il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e le finalità rieducative della pena? Per chi conosce il mondo opaco degli universi concentrazionari: carceri, centri d’identificazione ed espulsione, Opg e sezioni psichiatriche dove si praticano Tso senza controllo e sono tornati in auge i letti di contenzione in spregio della riforma Basaglia, la domanda può apparire fin troppo logora, un esercizio di svogliata retorica. Il volume edito da Ristretti orizzonti, In carcere: del suicidio e altre fughe, scritto a due mani da Laura Baccaro e Francesco Morelli (lei, psicologa e criminologa, lui, animatore del sito www. Ristretti orizzonti.it), ha il merito di restituire appieno la capacità di scandalo, l’indignazione della prima volta. Corredato con una serie di appendici storiche, normative e statistiche, il volume affronta il tema del suicidio seguendo un approccio socio-psicologico accompagnato da una ricca documentazione e una folta serie di testimonianze pescate dall’archivio di Ristretti orizzonti. Se ne è discusso ieri in occasione di una conferenza stampa tenutasi presso la Camera dei deputati, presenti Ornella Favero responsabile di Ristretti Orizzonti, Rita Bernardini, deputato radicale-Pd, Luigi Manconi ex sottosegretario alla Giustizia, Luigia Pulla, direttrice dell’ufficio studi dell’amministrazione penitenziaria e altri. Assenti, nonostante fossero i padroni di casa, i poco onorevoli deputati. L’argomento ha già perso d’interesse per il ceto politico-istituzionale (ammesso che l’abbia mai avuto) nonostante lo scorso Ferragosto ci sia stata la più grossa visita parlamentare negli istituti di pena dal dopoguerra. Proprio quella visita aveva consentito di aggiornare i dati sui decessi all’interno delle carceri, 53 (di cui 33 suicidi) dall’inizio dell’anno e almeno 4 mila gli atti di autolesionismo segnalati dall’inizio del 2008. Ultimo l’episodio, che ha avuto una certa eco sui quotidiani nazionali, quello di Sami Mbarka Ben Gargi, il 41enne tunisino morto alla fine di un lungo sciopero della fame avviato per protestare contro una condanna che riteneva infondata. Il fatto che all’interno delle carceri ci si tolga la vita con più frequenza che nella società esterna è un dato abbastanza intuitivo, non ci vuole molto per capirlo. Esistono tuttavia studi scientifici che fin dalla fine dell’Ottocento ne comprovano la fondatezza. Da allora la domanda rimane più o meno la stessa: quali sono le cause che favoriscono lo scatenamento del comportamento suicidario o autolesionista, di fronte ai mutamenti architettonici e normativi che hanno modificato la vita carceraria? Quanto può incidere il sovraffollamento attuale? Il degrado delle condizioni dirette e indirette, la riduzione degli spazi di vita, 3 metri a testa (anche meno in alcune situazioni) invece dei 6-7 abituali, le minori opportunità di lavoro, di spazi di socialità, di colloqui, l’assistenza sanitaria già carente che va in tilt, l’impossibilità per gli operatori (educatori e psicologi ridotti al lumicino) di seguire il trattamento e quindi di presentare dossier che reggano al vaglio di magistrati di sorveglianza sempre più maldisposti a concedere benefici, quanto pesa? Molto moltissimo. Ma c’è un dato che più d’ogni altro sorprende: l’esplosione dei suicidi segue il varo della riforma carceraria. Un terzo in meno prima della riforma e un numero di tentati suicidi e gesti di autolesionismo 14 volte superiore dopo. Gli autori trovano una spiegazione nei mutamenti sociologici intervenuti nella popolazione detenuta, oggi più fragile (alto numero di tossicodipendenti e stranieri); i mutamenti culturali (suicidarsi è meno disonorevole); la frantumazione della coesione; la struttura monocellulare che ha sostituito le camerate e quindi introdotto più solitudine. Rilievi socio-culturali importanti che ricordano in parte le modificazioni che hanno travolto la classe operaia. Ora questi cambiamenti, sovrapposti alle innovazioni normative, delineano un qualcosa che sa molto di politico. La Gozzini (1986) ha spezzato lo sviluppo di rivendicazioni collettive, rendendo la detenzione una vicenda fondamentalmente singola, “privata”, legata a una logica premiale, paternalistico-inquisitoriale. L’aggressività o il conflitto hanno così mutato di segno rivolgendosi contro degli attori, i detenuti, divenuti soggetti nel senso di assoggettati. La fine della parola politica, della stagione delle lotte carcerarie ha lasciato come unica via l’impolitica dei corpi.

Per chi vuole approfondire
I dati che smentiscono la campagna terroristica contro l’indulto
Indulto e crollo della recidiva, una lezione che non piace a Marco Travaglio
Rivolta a Rebibbia femminile – 1973
1973 – Sui tetti di Rebibbia in rivolta
Inferno carcere, un detenuto si suicida e un altro si cuce la bocca
Proteste nelle carceri: amnistia subito e abolizione delle leggi che fabbricano detenzione
Non si ferma la protesta nelle carceri italiane
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Incarcerazioni facili un problema italiano
Carceri affollate, giudici californiani “svuotate le celle”
Carcere di santa Maria maggiore a Venezia dove si trova la cella “liscia” che ha ucciso  Mohammed
L’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza
Carcere, il governo della sofferenza
Carcere, solo posti in piedi
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Sistema carcere, troppi morti
Detenuto morto nel carcere di Mammagialla, è il sesto in un anno

Mammagialla morning
Come si vive e si muore nelle carceri italiane
Come topi
in gabbia
Abruzzo la terra trema anche per i dimenticati in carcere
Lì dove il secolo è il minuto
Prigioni i nuovi piani di privatizzazione del sistema carcerario
Carceri private il modello a stelle e strisce privatizzazioni e sfruttamento
Aboliamo le prigioni
Il lavoro in carcere
Le misure alterantive al carcere sono un diritto del detenuto
Basta ergastolo: parte lo sciopero della fame
Manuel eliantonio morto nel carcere di Marassi
Carcere di Forli: muore in cella abbandonato nessuno lo ha soccorso
Ali juburi, morto di sciopero della fame
Dopo la legge Gozzini tocca al 41 bis, giro di vite sui detenuti
Carcere, arriva la legge che cancella la Gozzini
Fine pena mai, l’ergastolo al quotidiano
Sprigionare la società
Desincarcerer la société
Sulla mobilitazione attuale nelle carceri
Carcere, gli spettri del 41 bis

La civiltà della Folgore

Ecco cosa portano le truppe occupanti in Afghanistan. Per queste vittime nessuna cerimonia, nessun cordoglio pubblico, nessun lutto

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Questi sono gli effetti sulle popolazioni civili dell’Uranio impoverito impiegato nei bombardamenti in Afganistan.
Vi ricordate i bimbi deformi di Baghdad? Bhè, questi sono quelli afghani: questo è quello che portano “gli eroi della patria”.
Questo è quello che continuamente esportiamo in Afghanistan e Iraq, quello che abbiamo portato in Somalia (anche quello che cade ogni giorno sul territorio sardo di Quirra, intorno al poligono interforze).

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Non ne metto altre...non credo serva

Ora l’Italia s’inventa l’ergastolo virtuale pur di riavere Battisti

Rinviata la decisione del Supremo tribunale federale brasiliano sull’estradizione. Il procuratore Cesar Peluso favorevole a patto che l’Italia rinunci all’ergastolo commutando la condanna a una pena non superiore a 30 anni

Valentina Perniciaro
L’altro
11 settembre 2009

Dopo otto mesi di stallo il “caso Battisti” è approdato nelle aule del Supremo tribunale federale brasiliano, equivalente alla nostre Corte Costituzionale. Su richiesta del governo italiano, nove magistrati dovranno pronunciarsi per decidere se sospendere o meno l’asilo politico concesso a gennaio a Cesare Battisti, ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo condannato in contumacia all’ergastolo per quattro omicidi, dal ministro della giustizia brasiliano Tarso Gendro. Il dibattimento non ha portato alla sentenza come ci si aspettava, ma ad una richiesta di sospensione che dia il tempo di esaminare ulteriormente le carte. A data da destinarsi, quindi. battisti01gCesare Battisti non era presente in aula, al contrario del rappresentante del ministero di Grazia e Giustizia Italo Ormanni e dell’ambasciatore italiano in Brasile. Dovessimo prender per buone le parole e l’enfasi della stampa italiana, immagineremmo già Cesare Battisti su un volo per l’Italia, con solide manette ai polsi. Urlano tutti giulivi, starnazzano ad un’estradizione praticamente ottenuta quando la realtà è chiaramente diversa e rivela una partita aperta, ancora tutta da giocare. Degli undici membri originari del Supremo tribunale federale saranno solamente nove quelli a votare: Meneses Direito è infatti scomparso da pochi giorni mentre Cesar de Melo ha deciso di astenersi su questo specifico caso. Dei nove magistrati sono stati otto ad essersi già pronunciati .Quattro a favore della richiesta italiana tra cui il giudice relatore Cezar Peluso, ed altri quattro hanno difeso la concessione dello status di rifugiato politico. Marco Aurelio de Mello, l’ultimo a dichiararsi pro-asilo politico ha fatto richiesta di sospendere il processo. Quello che la stampa italiana tende a non sottolineare e quasi ad occultare completamente è che anche i giudici che hanno votato per l’estradizione, hanno posto delle clausole che non saranno molto facili da gestire per il governo italiano. L’Italia fino a questo momento ha recitato la parte dello spettatore rumoroso ed arrogante; senza dover muovere alcun passo è stata a guardare con polemiche dai toni medievali e dagli atteggiamenti spesso razzisti a cui ormai stanno tentando di abituarci. Ma se l’Italia dovesse vincere questa prima battaglia si troverebbe comunque non poco in difficoltà per riuscire a sottostare alle leggi internazionali. Cezar Peluso, giudice relatore, quello che con più enfasi ha dichiarato di esser favorevole a veder tornare Battisti in Italia ha però posto come requisito minimo che l’ergastolo venga commutato ad una pena non superiore ai trent’anni, visto che in Brasile è stato abolito.
499445fa87604_zoomIeri il ministro degli Esteri Franco Frattini è riuscito a dichiarare: “Spero che la decisione tenga conto del fatto che l’Europa è la culla dei diritti fondamentali e che se accadesse che un cittadino europeo fosse ritenuto rifugiato fuori dall’Europa significherebbe smentire che l’Europa ha una Carta dei diritti fondamentali e che ovviamente nessuno qui può essere torturato, perseguitato, né trattato indegnamente.”  Forse non è stato mai informato delle condizioni che vivono i detenuti in Italia, schiacciati da un sovraffollamento unico in Europa e dalle discriminazioni razziali ormai sancite con il nuovo pacchetto sicurezza, testo di legge che dovrebbe almeno farci stare silenziosi su come “trattiamo degnamente” le persone. C’è una differenza di fondo tra il Brasile e questo nostro starnazzante paese: nel rovesciare la dittatura, loro, hanno rivoluzionato anche il sistema penale, abolendo la pena di morte e l’ergastolo perché non rispettosi dei diritti umani fondamentali. E’ incostituzionale una condanna che porti scritto sopra “Fine Pena Mai”, è inconcepibile la ghigliottina legalizzata che nella nostra società appare così normale. Ma d’altronde siamo un paese che, nel rovesciare la propria dittatura, non ha sentito l’esigenza di cambiare anche il proprio codice penale: i nostri giudici sentenziano tuttora con il Codice Rocco tra le mani, non c’è altro da dire. Commutare l’ergastolo di Battisti con una pena inferiore ai trent’anni. Come faranno? Se riuscissero ad ottenere la sua estradizione si riaprirebbero le richieste anche per tutti gli altri militanti della lotta armata italiana rifugiati per la maggior parte in Francia, di cui molti ergastolani. Tolgono l’ergastolo a tutti? E chi, e non sono pochissimi, tra gli ex militanti delle Brigate Rosse sta ancora scontando la pena dopo 32 anni di carcerazione? Anche i loro di ergastoli cancelliamo o continueremo a non concedergli nemmeno la condizionale? Ministri e deputati, giudici e magistrati,  giornalisti e parolai che già cantano vittoria in attesa di brindare attorno al nuovo corpo in catene che rientra in patria, inizino a pensare come gestire questo cavillo non da poco posto dai colleghi sudamericani.

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Le consegne straordinarie degli esuli della lotta armata

Caro Lula, in Italia di ergastolo si muore

Caso Battisti fabula do ergastolo
Governo italiano so obtem-extradicoes
Estradizione Cesare Battisti, la menzogna dell’ergastolo virtuale

Cesare Battisti, un capro espiatorio
Brasile, rinviata la decisione sull’estradizione di Battisti
Brasile: niente asilo politico per Cesare Battisti
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

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Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
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Cesare Battisti, un capro espiatorio

Fine pena mai: il caso Battisti e l’anomalia italica

Sandro Padula
L’Altro 11 settembre 2009

Caso Cesare Battisti. Mai nella storia della Repubblica italiana c’è stato un così grande e prolungato impegno dei governanti per estradare una persona. A tale scopo, negli ultimi anni, è stato ingigantito artificialmente il ruolo che Battisti avrebbe avuto nei Proletari Armati per il Comunismo (Pac) e si è volutamente taciuto che nei relativi processi contro tale organizzazione fu condannato in contumacia, quindi senza alcuna possibilità di difendersi, sulla base di  vaghe ipotesi accusatorie lanciate da un “pentito” (omicida reo confesso) e rese possibili dalle leggi politiche e antigiuridiche dell’Emergenza. Leggi che da una lato aumentavano di un terzo le pene rispetto a quelle previste dal codice penale per chi, fra le migliaia di inquisiti per  “banda armata” e “associazione sovversiva”, non scaricava le proprie responsabilità su altri e neanche accettava di pronunciare dichiarazioni di abiura; mentre dall’altro concedevano grossi sconti di pena a “pentiti” e a “dissociati”.

Militanti fascisti chiedono l'estradizione di Battisti

Militanti fascisti chiedono l'estradizione di Battisti

I Pac sorsero negli ultimi mesi del 1977, dopo la repressione statuale del forte movimento autonomo di lotta che quell’anno si era sviluppato in tutta Italia, e come risposta alla nuova realtà delle carceri speciali.  Nacquero perciò  nel clima politico e culturale successivo alle critiche di Jean Paul Sartre e molti altri intellettuali francesi nei confronti dell’autoritarismo della democrazia italiana e alcuni anni dopo le taglienti osservazioni di Pier Paolo Pasolini che, pur avendo un sapore generico e quindi populistico, criticavano duramente il trentennale regime democristiano. Dirigenti dei Pac, un’organizzazione composta da oltre una sessantina di persone fra operai, disoccupati, insegnanti e giovani studenti, furono Sebastiano Masala, Giuseppe Memeo e Arrigo Cavallina. Le leggi dell’Emergenza hanno riscritto però la storia stessa dei Pac. Cesare Battisti, colui che era un rapinatore politicizzatosi in carcere, è diventato prima il maggior capro espiatorio di tutta la vicenda dei Pac e poi, negli ultimi anni, il simbolo di un caso strumentalizzato  dai governanti per proporre nuove politiche securitarie e, come ha motivato la richiesta italica di sua estradizione dal Brasile, per non riconoscere il carattere sociale e politico anti-sistemico della lotta armata e nascondere la verità storica del periodo che va dalla seconda metà degli anni ’70 ai primi anni ’80: carceri speciali, torture e leggi liberticide. Tutto ciò significa che esistono due problemi. Il primo riguarda il fatto che in Italia non vi sia stata una soluzione politica degli anni ’70. Il secondo e ben più grave è che il nostro paese, a differenza del Brasile e di tanti altri, anche in Europa, insiste a mantenere l’ergastolo. L’Italia razzola male e predica anche male. Per anni ha preteso che una persona, condannata in contumacia all’ergastolo sulla base delle politiche leggi dell’Emergenza, fosse estradata da un paese in cui non esiste il “fine pena mai” ad uno che ancora lo contempla. La stesse leggi italiane non dicevano e non dicono forse che non si dovrebbe estradare chi, all’estero, rischia pene e sofferenze maggiori?
Mercoledì il  Tribunale Federale Supremo del Brasile ha rinviato la decisione sull’estradizione di Cesare Battisti. Il Presidente Gilmar Mendes, pur essendo favorevole, si è astenuto ”per il momento”  in quanto il suo voto sarebbe risultato decisivo dopo che quattro giudici si erano pronunciati a favore e quattro contro tale provvedimento. È difficile fare delle previsioni su come andranno a finire le cose che oggi si trovano in stato di equilibrio precario. In ogni caso non bisogna dimenticare che Cesar Peluso,  relatore del Tribunale Federale Supremo brasiliano, si è dichiarato favorevole all’estradizione a patto che l’ergastolo sia commutato ad una pena massima pari a 30 anni di carcere.
Chi dovrebbe operare una tale commutazione? Il Presidente della Repubblica italiana? E tale eventuale commutazione non dovrebbe riguardare, in base ai criteri formali dell’uguaglianza di ognuno di fronte alle leggi, tutti i “fine pena mai” esistenti in Italia?

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Brasile, rinviata la decisione sull’estradizione di Battisti

Il relatore del Tribunale supremo del Brasile si pronuncia per l’annulamento dell’asilo politico concesso a Battisti e ne chiede l’estradizione a patto che l’Italia commuti l’ergastolo ad una pena non superiore a 30 anni. Il Brasile infatti non riconosce la pena dell’ergastolo abolita dal proprio codice penale dopo l’uscita dalla dittatura fascista

Una richiesta che mette in seria difficoltà l’Italia. Il ministro degli esteri Frattini e quello della Difesa La Russa, che vantavano i meriti del nostro sistema giudiziario immacolato (salvo quando si occupa di Berlusconi), sono in difficoltà. L’Italia infatti non è disposta ad accogliere una richiesta del genere che inevitabilmente, in ragione del principio di eguaglianza del trattamento, aprirebbe un contenzioso sull’abolizione di questa pena, per altro già prevista nel dettato costituzionale

Insomma l’Italia è sempre più in un vicolo cieco

Paolo Persichetti
Liberazione 11 settembre 2009

Nonostante l’euforia con la quale molti quotidiani italiani, Repubblica in testa, hanno dato per certa l’imminente estradizione di Cesare Battisti, dopo l’udienza tenutasi mercoledì scorso davanti al tribunale supremo brasiliano (l’equivalente della nostra corte costituzionale), la complessa partita politico-giudiziaria che si sta giocando attorno alla vicenda è ancora tutta aperta. ALeqM5igDSk4Oj0Y4UD4b8FwQtlVQjYD1A
Dopo 11 ore di discussione la corte si è aggiornata rinviando ogni decisione a data da destinarsi. Il presidente Gilmar Mendes ha accolto la richiesta di sospensione avanzata del giudice Marco Aurélio Mello. Oltre al merito, infatti, sono state affrontate numerose opzioni procedurali. Nel corso del primo giro di votazioni la corte si è spaccata: il relatore Cezar Peluso e altri tre giudici hanno votato per l’annullamento dell’asilo politico riconosciuto dal ministro della giustizia Tarso Gendro. A loro avviso la scelta di concederlo sarebbe stata infondata perché i reati ascritti a Battisti (condannato a due ergastoli per la sua militanza nella lotta armata nei lontani anni 70) non sarebbero politici ma di «dritto comune». Tuttavia, poiché il Brasile dopo la dittatura militar-fascista ha abolito l’ergastolo dal suo codice penale, il relatore ha legato l’eventuale via libera per l’estradizione all’accoglimento da parte italiana di una clausola che prevede la commutazione dell’ergastolo ad una pena non superiore ai 30 anni.
Joaquim Barbosa e altri due giudici hanno invece difeso la concessione dello status di rifugiato, replicando che sarebbe stato assurdo smentire la politicità dei reati attribuiti a Battisti perché riconosciuta dalla stessa giustizia italiana attraverso l’applicazione di specifiche aggravanti di pena. Ai tre, che hanno anche censurato l’arroganza del governo italiano e le dichiarazioni razziste di alcuni ministri nei confronti del Brasile, trattato alla stregua di una repubblica delle banane, si è aggiunta la posizione più sfumata di Mello.
Quattro contro quattro insomma. Mancavano due membri del collegio, il giudice Menezes Direito deceduto da pochi giorni, ferocemente convinto dell’estradizione di Battisti. In attesa che riacquistasse le forze il presidente del tribunale aveva appositamente rinviato per mesi la discussione del caso, con la segreta speranza di potersi avvalere del suo voto. L’altro magistrato, Celso de Melo, si è pilatescamente tirato fuori dalla contesa. Ago della bilancia potrebbe essere il Presidente Mendes che mercoledì ha preferito non votare, sempre che non si decida di escludere dal voto il relatore, come proposto da alcuni. Mendes, uomo della destra e gran rivale di Lula, è uno dei capofila del partito dell’estradizione, molto sensibile alle pressioni del governo italiano. Terminata la pausa di riflessione, se non ci saranno nel frattempo cambiamenti, l’aritmetica farà il suo corso sfavorevole a Battisti. Se permanesse invece una situazione di parità, dovrebbe prevalere il principio del favor rei.
499e6d2fc191c_zoomQuello che stampa, mondo politico ed esponenti della vittimocrazia italiana omettono di raccontare, è che l’eventuale annullamento dell’asilo politico avrà come unico effetto immediato la riapertura della procedura d’estradizione, sospesa proprio in virtù della copertura fornita dallo status di rifugiato. Insomma non vedremo affatto Battisti manette ai polsi arrivare in Italia, per la delusione del ministro Frattini e del suo collega La Russa, che un po’ di diritto penale comparato e qualche convenzione internazionale potrebbero pure studiarli. In ogni caso la decisione finale – sempre che la magistratura non dichiari irricevibile la richiesta d’estradizione (va ricordato che il mancato riconoscimento dell’asilo politico non inficia minimamente la possibilità di rifiutare una domanda d’estradizione) – spetta in ultima istanza a Lula.
Non è chiaro cosa farà il presidente brasiliano, negli ultimi tempi sembra che per ragioni di politica interna e d’opportunità internazionale abbia ammorbidito la sua posizione e si sia fatto più ricettivo rispetto alle posizioni italiane, nonostante la loro fastidiosa invasività. La stessa scrittrice Fred Vargas, nume tutelare di Battisti, si è fatta portavoce nelle ultime ore di questi timori legati al mutare degli equilibri interni al governo brasiliano, alla necessità per Lula di avvalersi del sostegno elettorale di un ministro rivale di Gendro. Certo la scrittrice poteva pensarci prima. È lei una delle responsabili della disastrosa linea difensiva sempre portata avanti. Per l’Italia, comunque vada, la vicenda Battisti sarà una grosso problema. Con la sua ostinata insistenza si è cacciata in un vicolo cieco. Figuraccia internazionale se il Brasile dovesse alla fine negare l’estradizione, confermando il giudizio pessimo che già in sede internazionale viene espresso nei confronti del suo sistema penale e penitenziario. Sono ben sette i paesi al mondo che nel corso degli ultimi decenni hanno rifiutato l’estradizione di militanti politici degli anni 70. Tra questi, oltre alla Francia della dottrina Mitterrand, c’è stata anche la Gran Bretagna. In caso contrario, l’Italia dovrebbe mettere mano alla pena dell’ergastolo per Battisti adeguandosi a quei parametri internazionali di civiltà giuridica che da noi fanno difetto. A quel punto si porrebbe il problema degli oltre 1400 ergastolani d’Italia, e degli altri detenuti politici in carcere da oltre 30 anni. La disponibilità espressa a suo tempo dal ministro Mastella venne travolta dalla reazione della lobby vittimocratica. A differenza del Brasile, il nostro sistema politico non ha avuto la nitidezza di liberarsi delle eredità della dittatura fascista, di cui conserviamo ancora un codice penale addirittura irrigidito dalle leggi dell’emergenza.

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Pinkerton, l’agenzia di sicurezza privata al servizio del padronato

Manuli, ronde antioperaie in azione

Paolo Persichetti
Liberazione 6 settembre 2009

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Eccole le ronde antioperaie dopo quelle antimmigrati. C’è voluto molto meno del previsto. Le ronde civiche introdotte nel nuovo pacchetto sicurezza, votato dalla maggioranza di governo e congeniato dal ministro dell’Interno Maroni, producono i loro primi effetti concreti. Le avvisaglie si erano viste davanti alla Lasme di Melfi, quando il 24 agosto gli operai furono accolti da alcuni colpi di pistola sparati da un vigilante, dopo aver fatto irruzione all’interno della fabbrica per consentire ad alcuni di loro di salire sopra i tetti dello stabilimento. Ora alla Manuli di Ascoli l’impiego di milizie private in funzione antioperaia appare ancora più netta. Segnale inquietante di una nuova strategia scelta dal padronato per fronteggiare le proteste contro i licenziamenti e lo smantellamento delle aziende. Anche se in questo caso a operare sono imprese di vigilanza privata, la svolta commerciale impressa ai nuovi servizi offerti da queste società è per intero legata alla filosofia della privatizzazione della sicurezza ispirata dalle nuove regole.
Queste società non limitano più la loro attività alla tradizionale sorveglianza degli impianti da furti e atti di vandalismo, ma estendono i loro servizi (l’uso della forza) a un’azione di aperto sostegno della parte padronale nei conflitti industriali. Certo la K9service, una delle ditte operanti nel mercato della sicurezza impiegate dal management della Manuli, specializzata nell’uso di unità cinofile, è ancora ben lontana dall’incarnare il ruolo e la dimensione che fu quello della famigerata Pinkerton. 4_tribune_senzaL’agenzia d’investigazione e sicurezza privata statunitense creata dallo scozzese Allan Pinkerton nel 1850, diventata la maggiore agenzia privata in grado di fornire un costoso servizio di milizia privata agli industriali del nord degli Stati uniti durante gli scioperi di fino 800 e del primo 900. Non siamo ancora lì, ma le premesse ci sono tutte e la tendenza se non adeguatamente contrastata può essere devastante. copj13.aspI “Pinkertons” si occuparono più volte di sedare con la forza gli scioperi, in particolare durante la stagione della lotta per le otto ore. Questa agenzia conduceva un vero e proprio lavoro di intelligence contro le organizzazioni operaie. Specializzata nel procurare spie, agenti provocatori e milizie private ai datori di lavoro in lotta contro le prime organizzazioni sindacali e il sindacalismo rivoluzionario dell’epoca, in particolare l’Iww, Industrial Workers of the World. Nell’ultimo decennio dell’800 la Pinkerton poteva vantare un apprezzabile curriculum antioperaio. «Negli anni precedenti aveva prestato servigi alle aziende in ben settanta importanti vertenze di lavoro, duemila agenti in servizio permanente e trentamila riserve pronte all’uso». Per intendersi, si tratta di cifre che all’epoca rappresentavano una forza superiore a quella dell’Esercito federale in servizio (Jeremy Brecher, Sciopero! Storia delle rivolte di massa nell’America dell’ultimo secolo, DeriveApprodi 1998). «Posso assumere metà dei lavoratori perché uccidano l’altra metà», dichiarava J. Gould, costruttore e proprietario di ferrovie nel 1866, di fronte allo sciopero di alcuni suoi dipendenti (Filippo Manganaro, Senza Patto ne legge. Antagonismo operaio negli Stati Uniti, Odradek 2004). La Pinkerton era lì, pronta a organizzare l’impresa con straordinaria efficienza. Ritenuta responsabile del massacro di Haymarket del 3 maggio 1886 a Cicago, durante una manifestazione per le otto ore, evento sanguinoso da cui scaturì un’ondata di scioperi internazionali, si macchiò di numerosi altri delitti, tra cui omicidi mirati di sindacalisti, massacri durante manifestazioni e scioperi, pestaggi, linciaggi, devastazioni di sedi sindacali, corruzione di dirigenti operai, reclutamento di crumiri. Ogni mezzo era lecito pur di arrivare a rompere l’antagonismo operaio. Acquistata nel 1999 dalla svedese Securitas è diventata una di quelle agenzie di sicurezza attiva globale profetizzate da Robert Nozick. Vanta trai i suoi clienti governi, banche e multinazionali. Interviene nel campo dello spionaggio industriale, nei piani di evacuazione politica, intelligence economico-politica, antiterrorismo.

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Indulto e crollo della recidiva: una lezione che non piace a Marco Travaglio

Al pubblico ministero d’Italia non va giù che l’indulto abbia contribuito a ridurre il numero dei reati

Paolo Persichetti
Liberazione 26 agosto 2009

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Ci mancava proprio lui, don Manetta. La calura ci aveva liberato per un po’ dalle sue requisitorie.
Marco Travaglio è tornato a prendersela con l’indulto. Sull’Espresso (20 agosto) definisce un «presunto ragionamento portentoso» l’analisi dei dati della ricerca di Giovanni Torrente, (http://www.ristretti.it/commenti/2009/maggio/pdf15/ricerca_torrente.pdf.) dell’università di Torino, che hanno dimostrato come indulto, benefici e misure alternative, abbiano abbattuto la recidiva delittuosa. Insomma fatto calare i reati. Una cocente sconfitta per i giustizialisti della sua risma.
A Travaglio i numeri non piacciono. Li preferisce solo se declinati in anni di galera, altrimenti adora le parole, ma solo dei pentiti, soprattutto se de relato. È uno da buco della serratura che si trastulla con le intercettazioni telefoniche. Per il pubblico ministero d’Italia, se la recidiva è crollata è solo perché i furfanti non sono stati ancora presi. Aspettate e vedrete, dice. Un vero puzzone, uno di quelli che pur di non starci è disposto a fare carte false.
Caro dottor Manetta a essere calati sono i fatti-reato. Se ci sono meno denunce vuole dire che ci sono stati meno delitti, non meno persone arrestate. Anzi quelle aumentano per effetto di leggi che puniscono l’uso di droghe e la migrazione clandestina. Così le carceri scoppiano.
Ci sono due cose che Travaglio non capirà mai: la prima è che solo a metà degli anni 70 l’Italia ha toccato il suo minimo storico di detenuti. Quando la gente ha una speranza e lotta, non ruba. La seconda è che la pensa come Martelli e Craxi, che per primi introdussero la politica della tolleranza zero.

Link
Giovanni Torrente, indulto. La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.pdf.

I dati che smentiscono la campagna terroristica contro l’indulto
Aumentano i detenuti mentre calano i delitti
L’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza
Ho paura dunque esisto
Dipietrismo: malattia senile del comunismo?
Giustizia o giustizialismo, dilemma nella sinistra
Il populismo penale una malattia democratica
Badiou, Sarkozy il primo sceriffo di Francia in sella grazie alla doppia paura
Curare e punire
Il governo della paura
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Populismo penale, una declinazione del neoliberismo
Come si vive e si muore nelle carceri italiane
Prigioni i nuovi piani di privatizzazione del sistema carcerario
Carceri private il modello a stelle e strisce privatizzazioni e sfruttamento
Le misure alterantive al carcere sono un diritto del detenuto
Sprigionare la società
Desincarcerer la société
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Carcerazioni facili, dopo le proteste torna in carcere. Aggirate le garanzie processuali

Nel paese del carcere facile, il Corriere della Sera s’inventa l’ennesima polemica sulle scarcerazioni rapide

Inferno carcere, un detenuto si suicida e un altro si cuce la bocca

Crescono le proteste per i diritti calpestati: raccolti già 100 ricorsi a Strasburgo
Le carceri sono ormai campi di concentramento dove vengono rastrellati i soggetti sociali più deboli

Paolo Persichetti
Liberazione
26 agosto 2009

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Dopo il clamore delle proteste di Sollicciano e Como il silenziatore è tornato di nuovo sulle proteste nelle carceri. Eppure non c’è giorno che passa senza che vi siano battiture, agitazioni e incidenti. Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze, ha reso noto il gesto estremo compiuto nei giorni scorsi da un detenuto marocchino rinchiuso a Sollicciano. Si è cucito la bocca contro il mancato rimpatrio. Solo così è riuscito ad ottenere quanto gli spettava per legge. L’automutilazione, ancora una volta, è servita a surrogare l’afasia provocata dall’inesorabile condizione d’invisibilità vissuta nelle carceri. C’è, nella sordità mostrata dalla società esterna, e dai media, una particolare forma d’ipocrisia. Solo se la protesta rompe gli argini si accendono i riflettori, per assistere poi a un’ipocrita rincorsa a lanciare appelli alla calma, a scagliare moniti contro «proteste condotte in forme incivili, altrimenti…» Altrimenti cosa? Appena tutto ritorna nei binari classici, le proteste perdono il sonoro, finiscono nella confusione del rumore di fondo che accompagna il mondo esterno. Il bromuro dell’ipocrisia legalitaria diventa vasellina da spalmare sulle condizioni d’invivibilità quotidiana che i detenuti dovrebbero accettare.

Tre metri a testa
Tre metri quadri a testa, invece dei sette e mezzo ritenuti legali. Per quanto ancora? Qualcuno gioca col fuoco? Fa l’apprendista stregone e spera davvero nel peggio per poi introdurre un’ulteriore torsione autoritaria e repressiva? A un mese dalla sentenza della Corte di Strasburgo che ha condannato l’Italia a risarcire un detenuto per il sovraffollamento carcerario (meno di 3 metri quadri a persona), un centinaio di segnalazioni analoghe sono giunte all’ufficio del ”Garante” di Antigone, Stefano Anastasia (difensorecivico@associazioneantigone.it).

Proteste ovunque
Mentre a Sollicciano è ripresa la battitura in vista dell’incontro che i detenuti avranno oggi con la direzione e dove presenteranno un documento, altrove battiture e contestazioni non sono mai cessate. Nel carcere di Vibo Valentia. giovedì scorso per protestare contro l’affollamento è stato appiccato un incendio. Contestazioni ci sono state a Venezia Santa Maria Maggiore (325 detenuti, anche in nove dentro celle da quattro su letti a castello) e Padova. Secondo quanto riferito dalla Uil Pa, i due episodi avrebbero assunto «gli aspetti di una vera rivolta, con celle distrutte, suppellettili divelte, coperte e giornali date alle fiamme». Nella casa di reclusione di Padova «una sessantina di detenuti stranieri hanno dato vita a una maxi rissa».  Battiture a Trani, estese a Foggia Casermette (700 detenuti per 380 posti). Lecce e Bari, poi al Mammaggialla di Viterbo, al Marassi di Genova e al Pagliarelli di Palermo. Alla “Rocca” di Forlì, sempre per protesta. un detenuto ha incendiato la cella e siccome gli estintori non funzionavano sono stati evacuati tra il panico 50 detenuti. Per protestare contro l’assenza d’acqua circa 200 dei 400 detenuti della casa circondariale di Pisa hanno appiccato, lunedì sera, il fuoco a cuscini, stracci, indumenti ed effetti personali e hanno lanciato bottiglie, bombolette del gas ed escrementi nei corridoi. Nel carcere di Frosinone (480 reclusi), un detenuto di 46 anni, Fabio T., originario di Roma, si è tolto la vita lunedì pomeriggio. Al Bassone di Como (560 detenuti, 150 in più del previsto), sette detenuti, considerati gli animatori della protesta della scorsa settimana, sono stati “sfollati” a Monza, Vigevano e Pavia. I parlamentari che ad agosto hanno fatto visita nelle carceri e le associazioni che tutelano i diritti dei detenuti devono fare attenzione perché questo genere di trasferimenti punitivi vengono spesso seguiti da accoglienze particolarmente brusche da parte del personale di custodia dei nuovi istituti.

Detenuti stranieri discriminati
Nel pacchetto sicurezza, entrato in vigore l’8 agosto, c’è una norma che vieta l’attribuzione del codice fiscale agli stranieri senza permesso di soggiorno. Nelle carceri italiane sono circa il 40 per cento, con punte del 70% al nord. Questa disposizione esclude i detenuti stranieri dal lavoro in carcere, il che vuole dire sottrarre loro l’unica fonte di sostentamento che hanno) e dall’accesso alle misure alternative e ai benefici che sono fruibili unicamente in presenza di un contratto di lavoro (lavoro esterno, semilibertà, affidamento) per il quale è indispensabile il codice fiscale. Insomma oltre ad essere una misura particolarmente odiosa per il suo carattere discriminatorio che introduce un vero regime di apartheid, violando gli articoli 3 e 27 della costituzione, questa disposizione recepita nel testo unico di pubblica sicurezza amplifica ulteriormente l’effetto sovraffollamento.

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Erri De Luca, la fiamma fredda del rancore

Tratto dalla prefazione a, Esilio e Castigo, retroscena di una estradizione, Paolo Persichetti, La città del sole edizioni, 2005

di Erri De Luca

A un prigioniero,
Regalerei un binocolo, un atlante,
un altoparlante,
una bussola, una canna da pesca, un portachiavi,
un cane, la figura di un tango,
un’edizione della Costituzione,
diritti e doni persi dai rinchiusi.

È fatta di piccoli pezzi la libertà, di biglie colorate, di una gonna increspata da un valzer, di riposare gli occhi davanti alla prateria del mare. La cella addosso a Paolo Persichetti è saldata con la fiamma fredda del rancore. Prima il raggiro, la truffa di una finta accusa per poterlo estradare, e la complicità dei funzionari che si sono prestati a trafugare un corpo in libertà per consegnarlo ai carcerieri. Poi la penitenza di scontare pene per le rivolte politiche del 1900, quelle scoppiate assai prima della già remote guerre di Bosnia, Kossovo, Afganistan.

Rancori: in Italia non si perdona l’azione di chi andò allo sbaraglio senza alcun tornaconto personale. Chiamano volentieri terrorismo qualunque azione non abbia un riscontro economico. Da noi si perdona tutto, purché commesso per arricchimento. Per i Cecchi-Gori, i Tanzi sono concessi gli arresti domiciliari, qualche settimana di convalescenza. Incomprensibile e perciò imperdonabile è la generazione politica della quale Paolo Persichetti è stato uno degli ultimi iscritti, il più giovane dei noialtri di allora. Li chiamano irriducibili: ma a cosa? La loro vita non è stata riducibile, riconducibile a un principio di interesse personale. Questa deviazione dalla regola è oggi l’offesa maggiore che si può fare a un paese che ha scelto di farsi governare dall’uomo che meglio ha saputo farsi i suoi affari personali.

Paolo Persichetti e gli altri, gli ultimi compagni di pene infinite sono semplicemente l’antigene, l’opposto. Essi hanno trascurato i propri interessi, le sorti personali in nome di tutt’altro. Se oggi penso alla decaduta parola comunismo, ho in mente solo questo: il tutt’altro.

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Il Patto dei Bravi

Tratto da Esilio e Castigo. Retroscena di una estradizione, La citta del sole, 2005


Capitolo II

Il Patto dei Bravi

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È in quel torbido contesto di grave crisi politica e di forte pregiudizio istituzionale che prese forma l’idea di un coup de théatre risolutore. Un gioco di prestigio, un effetto illusionistico, un trompe l’oeil che potesse risollevare le sorti delle istituzioni (e di alcune poltrone), saldando dietro una ritrovata unità emergenziale maggioranza e opposizione, ridando nel contempo lustro e smalto agli investigatori e alla magistratura. Occorreva insomma, subito un colpevole. Un responsabile di sostituzione cui far indossare gli abiti del reo. Un vero capro espiatorio attorno al quale celebrare la catarsi della ritrovata unità nazionale e del trionfo delle istituzioni, il festino di una baldanzosa e tronfia maggioranza che potesse finalmente levare i calici al cielo. Come poi avvenne in una delle dimore estive del premier in Costa Smeralda tra una barzelletta del Cavaliere e una sonata d’Apicella. L’episodio viene così raccontato in una cronaca apparsa sulla Repubblica del 26 agosto 2002:

«La notizia arriva sabato sera a cena, nella villa del premier, e c’è tanta soddisfazione che parte anche un accenno di applauso al tavolo in cui accanto a Berlusconi siedono il ministro Pisanu, il ministro Stanca, con relative consorti, fra il portavoce Bonaiuti, la moglie e la mamma del Cavaliere. Il capo della polizia telefona al titolare del Viminale, e Pisanu dà in diretta l’annuncio: arrestato il brigatista Persichetti, latitante per l’omicidio Giorgieri. La cena a Villa Certosa, che poi si trasformerà in un vertice sulla sicurezza quando Pisanu e Berlusconi si appartano, diventa così un’occasione per festeggiare il successo delle forze di polizia. Soddisfazione che si allarga poi alla pattuglia di una decina di fedelissimi che, attorno alle 23, si presentano a Punta Lada per unirsi alla compagnia: il capo dei deputati europei di Forza Italia Tajani, il vicecapogruppo alla Camera Cicchitto, il responsabile giustizia Gargani, il sottosegretario Viceconte. Per chiudere in bellezza spunta anche la chitarra di Mariano Apicella, musica e canzoni fino a mezzanotte e mezza. Ministro degli Interni escluso: “sono stonato e non ho mai cantato nella mia vita, salvo quando il parroco del mio paese mi scelse per il coro ma solo perché ero arrivato primo al corso di catechismo”».

Il tornaconto sarebbe stato cospicuo per molti: il governo che, vantando uno strepitoso successo, poteva far dimenticare le parole “dal senno uscite” di un suo ministro; i vertici del Viminale che avrebbero potuto così scaricare la loro inettitudine professionale (la burocratica banalità del male?) su un colpevole prefabbricato; la magistratura che sarebbe finalmente tornata all’onore delle cronache potendo imbastire i suoi consueti e deliranti teoremi inquisitori (la «centrale francese»); l’opposizione che avrebbe liberato da una posizione compromettente uno dei suoi uomini più in vista e più ambiziosi.

Una vera soluzione bipartisan, o forse sarebbe più opportuno dire ecumenica, essendo la liturgia rispettata alla lettera grazie alla presenza dell’agnello sacrificale. Fu così che nella fresca alba alpina del 25 agosto 2002 Paolo Persichetti venne scambiato nel tunnel del Monte Bianco. Metafora di un accordo sotterraneo, siglato al di fuori d’ogni trasparenza, nelle stanze buie del potere e per questo concluso nel ventre della terra, lontano dalla luce del sole, distante dal chiarore del giorno, dopo una folle corsa nella notte. Bisognava fare presto, il più presto possibile, prima che la Francia potesse svegliarsi. Mandanti ed esecutori di quel ratto avevano troppe cose da farsi perdonare. Agire in modo furtivo, creare una situazione immodificabile, mettere tutti di fronte al fatto compiuto, erigere un muro che impedisse ogni marcia indietro, era il requisito indispensabile per condurre a termine quell’azione fraudolenta. Un patto tra bravi veniva presentato come un accordo di giustizia, l’anticipazione sinistra di quel che sarà la quotidiana routine dello spazio giudiziario europeo: un mare aperto alle incursioni corsare di pirati e filibustieri di Stato. Per giorni interi le redazioni dei media colmarono l’annoiato vuoto agostano di notizie, trasformando l’episodio in un evento mediatico sottoposto a un proluvio di titoli d’apertura e di commenti. Tromboni e trombette declamarono affrettati giudizi e incaute sentenze, confortati da veline e indiscrezioni diramate con un’accorta regìa. Nulla si è mai sostanziato delle mille chiacchiere, invenzioni, illazioni, brusii e rumori che il cicaleccio inquisitorio aveva sapientemente diffuso per giustificare le sue mosse.

Ma facciamo un passo indietro. Le carte giudiziarie fino ad ora rese note dicono che l’interesse degli inquirenti nei confronti di Persichetti si concentra nel luglio 2002. Il suo rientro in Italia è solo pretestuosamente legato all’esecuzione del decreto d’estradizione riattivato dopo otto anni. All’indomani della sua consegna alle autorità italiane, il ministro degli Interni francese, Nicolas Sarkozy, dichiara (Le Monde del 28 agosto) che «dopo l’assassinio di Marco Biagi il governo italiano ha chiesto ai paesi europei di essere particolarmente vigilanti nei confronti dei vecchi membri delle Brigate rosse». Le autorità francesi hanno acconsentito alla consegna di Persichetti credendo di agevolare le indagini sull’attentato Biagi che secondo la procura di Bologna convergevano sulla sua persona. Prova ne è la richiesta di intercettazione telefonica e di individuazione del 25 luglio, nella quale si afferma che esistono «sufficienti elementi indiziari per ipotizzare che Persichetti Paolo e Oreste Scalzone siano attualmente inseriti nel sodalizio eversivo che ha rivendicato l’omicidio del prof. Biagi»[1], e la successiva richiesta di rogatoria del 23 agosto, precedente di un giorno all’arresto. Altra circostanza determinante è la presenza al momento del fermo di una funzionaria della digos aggregata al “gruppo di lavoro su Marco Biagi”[2]. Paradossalmente, non essendo stata constata alcuna irregolarità al momento della cattura ed essendo solare la sua vita francese, l’unica possibilità che restava per proseguire l’indagine era il ripescaggio del vecchio decreto d’estradizione firmato da Edouard Balladur nel settembre 1994[3].

Un provvedimento fino allora mai eseguito anche per l’intervento diretto del presidente della Repubblica francese François Mitterand, che nel gennaio 1995 richiamò l’attenzione del guardasigilli Pierre Méhaignerie sull’inusuale durata della detenzione di Persichetti in una procedura d’estradizione (14 mesi passati nella maison d’arrêt della Santé)[4], ribadendo indirettamente quanto affermato in un discorso tenuto di fronte alla Lega dei Diritti dell’Uomo, il 20 aprile 1985: «Ho detto al governo italiano che[…] questi italiani erano al riparo da ogni sanzione per via d’estradizione»[5]. Ed è qui che emerge la prima clamorosa irregolarità di tutta la vicenda: la violazione dell’articolo 14 della convenzione europea sulle estradizioni, meglio conosciuto come “principio di specialità”. Secondo questa norma, «la persona estradata non può essere perseguita, giudicata, arrestata per un qualsiasi fatto anteriore alla sua consegna, diverso da quello che ha dato luogo all’estradizione»[6]. Per poter sottoporre Persichetti ad una indagine sull’attentato Biagi e dunque fargli subire quell’infinita serie di atti procedurali invasivi della sfera personale, come i ripetuti sequestri, i relativi accertamenti, gli interrogatori, l’iscrizione nel registro degli indagati con l’inevitabile corollario di inasprimenti penitenziari, l’autorità giudiziaria italiana avrebbe dovuto emettere contro di lui un nuovo mandato d’arresto internazionale, sostanziandolo con cospicui elementi di prova, e sulla base del quale poter chiedere un’estensione dell’estradizione. La Francia a questo punto, però, avrebbe dovuto valutarne il fondamento. Tutto ciò, ovviamente, non è mai avvenuto anche perché le norme internazionali sono diventate carta straccia; perché la magistratura italiana non ha mai avuto in mano il benché minimo indizio da presentare ad una giurisdizione straniera.

La Francia conosceva le reali intenzioni degli italiani ma sarebbe stato imbarazzante esigere una nuova richiesta di estradizione di fronte a un dossier vuoto. Una volta investita, la magistratura d’oltralpe avrebbe potuto esprimere parere negativo, mettendo in difficoltà il governo di destra appena installato. E così l’estradizione per un residuo pena vecchio di quindici anni è servita da copertura ad un tacito accordo tra Stati che ricorda molto da vicino l’omertà dei patti mafiosi.


[1] La richiesta d’intercettazione e analisi del traffico telefonico pregresso viene giustificata nei termini seguenti, in un rapporto della DIGOS di Bologna, Cat.A4/02/DIGOS/3^sez., del martedì 23 luglio 2002: «Nell’ambito delle indagini di cui all’oggetto, questo ufficio ha focalizzato l’attenzione investigativa sui brigatisti latitanti che hanno trovato rifugio in Francia. Gli approfondimenti investigativi esperiti hanno consentito di individuare, oltre ai noti DI MARZIO Maurizio e SCALZONE Oreste, per i quali è già stata richiesta l’autorizzazione all’intercettazione del traffico telefonico diretto dall’Italia alle rispettive utenze francesi, anche il brigatista PERSICHETTI Paolo, in oggetto generalizzato, attualmente latitante[…]. Il PERSICHETTI, appartenente alle BR-UdCC, condannato per l’omicidio GIORGIERI, è soggetto storicamente legato a SCALZONE grazie al quale è riuscito a rifugiarsi in Francia. Come già segnalato nelle precedenti note, dai servizi tecnici attualmente in atto è emerso che il sopramenzionato Oreste SCALZONE è risultato essere in contatto con l’utenza intestata a un noto pregiudicato bolognese [trattasi di un suo vecchio amico, ex militante di Potere operaio, finito in carcere negli anni 70. N.d.A.].

La circostanza segnalata sembra rivestire particolare interesse investigativo, considerato che sembra ragionevole ipotizzare che l’evento criminoso oggetto di indagine possa essere stato consumato solo con l’ausilio di persone gravitanti nell’ambiente eversivo bolognese, che verosimilmente devono aver fornito l’appoggio al gruppo di fuoco[…].

Nell’ambito di tale attività investigativa si è appreso che PERSICHETTI Paolo ha la disponibilità di un’utenza cellulare francese[…], tramite la quale probabilmente mantiene i contatti con le persone a lui collegate e residenti in Italia. Premesso quanto sopra:

– ritenuto che vi siano sufficienti elementi indiziari per ipotizzare che PERSICHETTI Paolo e SCALZONE Oreste siano attualmente inseriti nel sodalizio eversivo che ha rivendicato l’omicidio del prof. BIAGI;

– Atteso che con il traffico pregresso dell’utenza cellulare in uso al PERSICHETTI si potrà verificare se lo stesso abbia mai fatto ritorno in Italia e quali contatti abbia comunque avuto in occasione dell’omicidio del Prof. Marco BIAGI[…]».

L’autorità giudiziaria dispone il decreto d’intercettazione il successivo giovedì 25 luglio 2002. L’intercettazione prende avvio venerdì 26 luglio.

Il 24 luglio una seconda nota Digos precisa meglio i termini della questione: «Di seguito alla richiesta d’intercettazione di cui all’oggetto, si comunica che l’ufficiale di collegamento della DCPP (Direzione centrale della polizia di prevenzione) a Parigi ha segnalato che il governo francese ha mutato l’orientamento riguardo alla posizione del brigatista latitante PERSICHETTI Paolo, colpito da ordine d’esecuzione pena[…]. Provvedimento per cui era già stata concessa l’estradizione, tuttavia mai eseguita a causa di direttive del Ministero di Grazia e Giustizia che di fatto ne impedivano la materiale esecuzione. Alcuni giorni orsono, tuttavia, lo stesso ministero francese ha ufficialmente fatto conoscere che non si opporrà all’esecuzione del provvedimento restrittivo, e alla successiva consegna all’Autorità Giudiziaria italiana, del predetto PERSICHETTI, qualora questi venga localizzato e catturato in territorio francese».

In un rapporto del 9 gennaio 2003, a firma del commissario capo della Divisione nazionale antiterrorismo della polizia francese, Fréderic Veaux, indirizzato al giudice istruttore Jean-Louis Bruguiere, subdelegato per la rogatoria internazionale del 23 agosto e 26 settembre 2002, inviata dalla procura di Bologna, viene ulteriormente chiarita quest’ultima circostanza. Si spiega, infatti, che il decreto d’estradizione emesso dalle autorità francesi il 7 settembre 1994 è stato: «reso applicabile dalla decisione del ministro della Giustizia, guardasigilli, il 18 luglio 2002». Dunque, cinque giorni prima del decreto d’intercettazione disposto dalla procura di Bologna. Ora un tale provvedimento, di natura complessa, non può che aver richiesto un intenso lavorio di preparazione e contatti ad alto livello, tra le due autorità e i rispettivi uffici tecnici di collegamento.  Un’attività che deve aver preso del tempo, forse delle settimane. Insomma Persichetti era sulla linea di mira degli inquirenti da molto prima, a dimostrazione del fatto che il suo coinvolgimento nelle indagini non è stato la conseguenza di risultanze investigative ma di un manifesto pregiudizio accusatorio.

[2] Di fronte ai tre anni d’impasse che avevano caratterizzato l’inchiesta D’Antona, l’uccisione di Biagi spinge i vertici del ministero dell’Interno a mutare strategia. Le indagini non vengono più affidate alla digos competente per territorio, ma viene costituita una speciale squadra investigativa mista, denominata «gruppo di lavoro su Marco Biagi», composta da personale delle digos di Bologna e Milano, a cui vengono aggiunti uomini delle squadre mobili provenienti anche da altre città, sotto la direzione di un funzionario ritenuto un uomo di fiducia del capo della polizia.

[3] Impegno confermato, il 4 marzo 1998, dal primo ministro Lionel Jospin in questi termini: «Il mio governo non ha l’intenzione di modificare l’atteggiamento tenuto dalla Francia fino ad ora. Per questo non ha dato e non darà seguito ad alcuna domanda d’estradizione dei fuoriusciti italiani che sono venuti nel nostro paese[…] a seguito di atti di natura violenta d’ispirazione politica repressi nel loro paese».

[4] In una lettera del 17 gennaio 1995, inviata a l’abbé Pierre che gli aveva segnalato la vicenda, François Mitterand si esprimeva in questo modo: «Lei ha voluto attirare la mia attenzione sulla situazione del Signor Paolo Persichetti. Convengo, con lei, che la durata della sua incarcerazione raggiungerà molto presto un anno e mezzo, allorché essa non può essere assimilata ad una detenzione provvisoria, trattandosi di una procedura d’estradizione in corso d’esame. Ho dunque chiesto al Guardasigilli di seguire con particolare attenzione questa situazione, affinché si dia luogo ad una stretta applicazione delle regole nazionali e internazionali che vigono sulla materia». Nel sistema giudiziario francese le procure della Repubblica dipendono gerarchicamente dal ministero della giustizia. Per questo motivo l’avocat général, ovvero il pubblico ministero d’aula presente nel corso delle numerose udienze della chambre d’accusation che si occupò della procedura d’estradizione, assunse un atteggiamento rigidissimo, sulla base di specifiche indicazioni scritte, inviate dalla Chancellerie del ministero della Giustizia, che traducevano la nuova linea politica del governo Balladur: accettazione completa della richiesta d’estradizione italiana, incluso per la prima volta anche il reato associativo; opposizione sistematica alla rimessa in libertà, nonostante l’imputato soddisfacesse di gran lunga tutte le garanzie richieste, come un lavoro e un’abitazione. In un tale contesto l’intervento di Mitterand fu un elemento di compensazione e d’equilibrio nei confronti delle pressioni politiche sfavorevoli a Persichetti. Lo zelo e l’identificazione con la politica oltranzista dell’esecutivo conservatore era tale che l’avocat général reagì in modo furibondo all’annuncio della missiva del presidente della Repubblica

[5] Impegno confermato, il 4 marzo 1998, dal primo ministro Lionel Jospin in questi termini: «Il mio governo non ha l’intenzione di modificare l’atteggiamento tenuto dalla Francia fino ad ora. Per questo non ha dato e non darà seguito ad alcuna domanda d’estradizione dei fuoriusciti italiani che sono venuti nel nostro paese[…] a seguito di atti di natura violenta d’ispirazione politica repressi nel loro paese».

[6] La norma della convenzione non preclude solo la possibilità di pregiudicare la libertà personale, ma anche ogni altra eventuale intenzione di «perseguire e giudicare», in assenza di una esplicita e specifica estensione dell’estradizione alle nuove imputazioni. L’impossibilità di perseguire e giudicare implica il divieto di adempiere ad atti istruttori, siano essi preliminari o successivi, dunque anche la semplice iscrizione nel registro degli indagati, i relativi decreti di perquisizione e di sequestro, anche se realizzati attraverso l’ausilio di rogatorie internazionali, le ricognizioni, gli interrogatori sotto qualsiasi forma. La norma internazionale prevale su quella nazionale, e ciò a maggior ragione all’interno di quello “spazio giudiziario europeo” che ha come ambizione di giungere ad una omogeneizzazione delle norme e delle prassi giudiziarie. Esigenza che, a quanto pare, vale solo se contra reo. Nel codice di procedura penale italiano, infatti, l’interpretazione del principio di specialità, appare in netto contrasto con quanto prescrive il testo della convenzione europea sulle estradizioni, del 13 dicembre 1957. L’articolo 699 legittima la possibilità di condurre indagini, e dunque di poter realizzare una vasta gamma di atti coercitivi e invasivi sulla persona. Secondo la norma italiana, infatti, ad essere vietata è unicamente «la restrizione della libertà personale o l’assoggettamento ad altre misure restrittive».

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