Tortura, quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato

Parla Massimo Germani, medico e terapeuta del centro di cure per i disturbi da stress post-traumatico del san Giovanni di Roma. Coordinatore nazionale del Nirast, una rete nata nel 2007 e che raccoglie 10 centri ospedalieri universitari diffusi nel territorio e specializzati per i richiedenti asilo che hanno ricevuto torture e traumi estremi

 

Paolo Persichetti
Liberazione
25 giugno 2011

Dalla perizia del medico legale Mario Marigo, 3 febbraio 1982 Padova. Tracce di tortura compiuta con elettrodi sui genitali di Cesare Di Lenardo, militante dell Brigate rosse in carcere da 29 anni

Tortura con elettrodi, carcere di Abu Ghraib, Iraq 2004

Parlare di tortura non è facile. L’orrore che suscita crea in genere uno sdegno unanime di cui però è meglio diffidare poiché spesso cela solo ipocrisia. Pensiamo al fatto che metà della popolazione mondiale, circa tre miliardi e mezzo di persone, vive in Paesi che praticano la tortura. I paradossi non finiscono qui: nella sua carta dei diritti fondamentali l’Europa afferma che «nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti». Per questo all’interno dei suoi confini si offre riparo alle persone fuggite da violenze e torture. Al tempo stesso il vecchio continente è stato anche il laboratorio della tortura contemporanea, quella applicata e diffusa dopo la seconda guerra mondiale. La storia è abbastanza nota e nasce in Francia, anzi in Indocina, dove le truppe coloniali francesi applicarono queste tecniche contro i guerriglieri comunisti. La tortura era un corollario di quella che gli stati maggiori francesi definivano «dottrina della guerra rivoluzionaria». La definizione verrà poi corretta dagli statunitensi. La counterinsurgency americana altro non è infatti che la rielaborazione delle tesi che i generali francesi avevano ulteriormente perfezionato in Algeria. Alla base di tutto c’è un manuale scritto dal generale Paul Aussaresses, il macellaio di Algeri. Il suo testo segue un percorso ben preciso: traversa l’Oceano e finisce a Fort Bragg, nella famigerata “Scuola delle Americhe” che forma negli anni 60 gli ufficiali dei corpi antiguerriglia Usa e i quadri militari delle dittature sudamericane. L’abecedario del bravo torturatore, tradotto e riversato nei manuali dell’esercito statunitense, ritorna poi in Europa attraverso la Nato e serve a formare tutte le polizie d’Occidente. Metodi come l’annegamento simulato (conosciuto a Guantanamo come waterboarding), o l’uso degli elettrodi sui genitali verranno, diffusamente impiegati in Italia anche da Ucigos e Nocs nel biennio 1982-83 contro i militanti della lotta armata. Non deve stupire dunque se questo Paese ancora oggi non riconosce il reato di tortura nel proprio codice penale, e se queste pratiche sono riemerse per governare l’ordine pubblico nella caserma di Bolzaneto durante le contestazioni al summit del G8 genovese del 2001.
Domenica 26 giugno verrà celebrata la giornata internazionale contro la tortura. Diverse iniziative sono state promosse per sensibilizzare l’opinione pubblica attorno alla questione: dalla denuncia dell’ergastolo ostativo che condanna alla pena capitale fino alla morte la gran parte degli attuali 1500 ergastolani italiani, all’occupazione organizzata dal Cir (Consiglio italiano per i rifugiati) di alcune piazze di Roma con statue umane raffiguranti le vittime di Abu Ghraib. Lunedi invece andranno in scena al teatro Ambra Jovineli un gruppo di 12 rifugiati, tutti reduci da torture pesanti. Si tratta di un «laboratorio riabilitativo», ci spiega Massimo Germani, psichiatra e psicanalista, direttore del centro per le patologie post-traumatiche da stress (conosciuto nella letteratura clinica con la sigla Dpts, disturbo post-traumatico da stress) presso l’ospedale san Giovanni di Roma. Germani è anche Coordinatore nazionale del Nirast, una rete nata nel 2007 e che raccoglie 10 centri ospedalieri universitari diffusi nel territorio e specializzati per i richiedenti asilo che hanno ricevuto torture e traumi estremi ed a cui vengono fornite cure specialistiche organiche e psicoterapeutiche. Si tratta di centri all’avanguardia che intervengono sulle conseguenze dei traumi di natura interpersonale.
Quando abusi e violenze avvengono in luoghi chiusi, come carcere e famiglia o altre condizioni costrittive, ed hanno natura continuativa e ripetuta, danno luogo a traumi estremi, «non solo nell’immediato», nella carne, sottolinea il dottor Germani, ma «per la gravità duratura nel tempo delle conseguenze a livello della psiche. Subentra infatti una profonda disfunzione di quella che chiamiamo la psiche di base: la memoria, l’identità personale». Il vissuto postraumatico da luogo ad «episodi dissociativi della personalità, come passare davanti allo specchio e non riconoscersi, oppure a spaesamenti, depersonalizzazione e derealizzazione». La persona – prosegue sempre Germani – diventa una specie di fantasma, «una parte del suo essere è dissociato dall’altro. C’è una dimensione che vive un quotidiano apparentemente normale, mentre l’altra resta inglobata nell’esperienza traumatica». La tortura incrina le fondamenta della persona, è una umiliazione estrema che sgretola l’io, fa venir meno la fiducia in sé e nell’altro. Per questo «i percorsi di riabilitazione psicosociale puntano alla riattivazione del gruppo per ritrovare la fiducia negli altri e in se stessi. Più della parola, che può riattivare il trauma, è utile la relazione».
In un report appena stilato si apprende che oltre 3000 richiedenti asilo hanno subito forme di tortura grave o abusi, il 25% donne e il 75 uomini, in prevalenza Eritrei, Somali, Afgani, Kurdi sotto regime Turco, e poi Centroafricani del Congo, della Costa d’Avorio, della Nigeria. Parecchi quelli che arrivano dalla Libia dopo aver attraversato il deserto. Durante il viaggio spesso vengono fatti oggetto di altri abusi e torture, specie le donne, trattenute e sottoposte a pedaggi sessuali e stupri sistematici da bande di predoni che controllano l’accesso nelle regioni di confine. Non finisce qui, perché poi c’è la traversata del Mediterraneo, con altre tragedie, naufragi. Veri e propri viaggi del massacro e della morte. Chi riesce a scamparla porta con sé la memoria di chi è annegato, di bimbi scivolati in mare. Questi rifugiati dopo la lunga e penosa, ed anche qui non esente da ulteriori violenze, trafila nei Cie (centri di identificazione e accoglienza) e poi nei Cara (centri di assistenza per richiedenti asilo), entrano nel circuito dell’assistenza e del trattamento terapeutico. Si tratta di un percorso – spiega sempre Germani – che «richiede tempi lunghi, che per avere successo deve avvalersi sempre di sostegni sociali, di una qualità di vita dignitosa e un supporto legale che faccia avere loro giustizia, il riconoscimento dello status. Essere creduti fa parte del trattamento. Il medico da solo non basta. Occorre ridare dignità, giustizia, una vita con relazioni sociali, una casa, un lavoro. Senza il consiglio italiano, i legali e l’assistente sociale non si va da nessuna parte».

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Matteo Indice
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Il processo alle torture come in “Alice e il Paese delle meraviglie”: Cesare Di Lenardo, il torturato, è nella gabbia mentre i suoi torturatori seguono le udienze a piede libero

Lo sfogo del superpoliziotto Salvatore Genova è inarrestabile: «Ci sono stati errori incredibili e violenza gratuita al G8, ma dai vertici  della polizia non è mai stata presa in considerazione l’ipotesi di  un’inchiesta interna, figuriamoci di quella parlamentare, sebbene le  defaillance fossero state segnalate in modo circoscritto dai poliziotti  stessi. E ci furono torture e pestaggi inutili anche nel periodo della  lotta al terrorismo, nei confronti di alcuni brigatisti arrestati. Ma  allora, come oggi, nonostante ripetute sollecitazioni a fare chiarezza,  lettere protocollate e incontri riservatissimi, ci si è ben guardati  dall’avviare i doverosi accertamenti. Si è preferito, in base a logiche di  potere, lasciare che l’opinione pubblica rimanesse nell’incertezza, con il  risultato di delegittimare tutto il Corpo».
Sul tavolo della sua scrivania ci sono i carteggi degli ultimi quindici  anni con l’ex capo della polizia, Fernando Masone, e con l’attuale numero  uno, Gianni De Gennaro. Informative «personali», «strettamente riservate» nelle quali Salvatore Genova – che nel gennaio del 1982 liberò a Padova il  generale americano James Lee Dozier, prigioniero delle Brigate Rosse – chiede l’istituzione di Commissioni, l’acquisizione di documenti e l’interrogazione di testimoni. Vuole che venga fatta luce su una delle pagine più oscure nella storia della lotta all’eversione. Ovvero: le torture alle quali almeno cinque brigatisti vennero sottoposti nella sede del Reparto mobile di Padova. Un episodio per il quale lo stesso Genova è stato indagato (mai processato, poiché nel frattempo era stato eletto alla Camera, ndr) e che in primo grado portò il tribunale della città veneta a profilare l’esistenza «d’una struttura gestita dalle più alte gerarchie che contemplava l’impiego di metodi violentissimi».


«L’irruzione alla scuola Diaz e l’oscurantismo di cui si è tornati a parlare negli ultimi giorni – dice ora Genova – hanno molti elementi in comune con i fatti di allora. Dimostrano che nella storia d’Italia, nei casi in cui più gravemente la polizia s’è macchiata di aggressioni “politiche” ad opera di gruppi molto ristretti, si è aggirata la strada più coerente, quella dell’inchiesta amministrativa. E il risultato è il malessere diffuso di cui leggiamo ogni giorno». Non arrivano a caso, le parole di Genova, ma sono legate a due procedimenti giudiziari che accomunano, non solo nella suggestione, gli anni ’80 al post G8. È cronaca recentissima la deposizione-choc di Michelangelo Fournier, uno dei funzionari (oggi imputato) che guidò il blitz alla Diaz la notte fra il 21 e il 22 luglio 2001: «Ho visto scene da macelleria messicana – ha ribadito ai giudici – la situazione era completamente fuori controllo».
Salvatore Genova di quella storia è stato testimone indiretto, in questi giorni ha avuto contatti con i magistrati che sostengono l’accusa. Poco dopo la conclusione del vertice, scrisse una dettagliata relazione a Roma sulla disastrosa gestione dell’ordine pubblico, chiedendo di approfondire la materia ma senza mai ricevere risposta.
Di pari passo agli “squarci” sul G8, la segnalazione del responsabile del Sisde, Franco Gabrielli, nell’analisi presentata al comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Il capo degli 007, nel paventare una saldatura fra vecchie e nuove leve dell’estremismo, s’è detto preoccupato per l’imminente scarcerazione di Cesare Di Lenardo (1), “irriducibile” arrestato per il sequestro Dozier e che con la sua denuncia fece alzare il velo sulle torture. «La coincidenza – spiega il superpoliziotto Genova – mi ha spinto a espormi. Sono alla soglia della pensione, posso permettermi dopo trent’anni di servizio di svelare alcuni dei mali profondi della polizia, quelli che a volte hanno inciso profondamente sull’opinione pubblica, delegittimando la dedizione di migliaia di operatori che ogni giorno sono sulla strada».
Il racconto inizia dal G8, dalle ore che hanno preceduto il blitz alla Diaz. «Con poche centinaia di uomini – ricorda Genova – dovevamo fronteggiare in stazione il deflusso di oltre ventimila manifestanti. Improvvisamente il supporto del Reparto Mobile, fondamentale, venne meno perché furono dirottati altrove, in vista dell’irruzione. Siamo rimasti praticamente “nudi”. Potevano massacrarci. Eppure il confronto è stato gestito senza drammi, dialogando con i dimostranti. Nel frattempo, ascoltavamo via radio quello che si stava preparando altrove e veniva da rabbrividire, con funzionari arrivati da fuori che non conoscevano minimamente la città e dovevano gestire situazioni delicatissime. Abbiamo telefonato decine di volte alla centrale operativa della questura – continua il poliziotto – dicendo che Brignole poteva trasformarsi in una mattanza. Abbiamo dovuto spegnere le televisioni che facevano rimbalzare le immagini dei pestaggi nella scuola, per non infiammare gli animi. Ebbene, in quel contesto, i superiori ci hanno lasciato in cinquanta, davanti a ventimila.
E io mi sono chiesto chi fossero realmente i “nemici”, gli avversari, se forse non stessero dalla nostra stessa parte».
Le stesse considerazioni, in un dettagliato resoconto scritto, sono sul tavolo di almeno tre altissimi funzionari romani, che si sono ben guardati dall’approfondire la vicenda. Come mai nessuno, nonostante le ultime lettere risalgano al 2005, ha voluto indagare sulle torture? «Nei primi anni ’80 esistevano due gruppi – ricorda Genova – di cui tutti sapevano: “I vendicatori della notte” e “I cinque dell’Ave Maria”. I primi operavano nella caserma di Padova, dov’erano detenuti i brigatisti fermati per Dozier (oltre a Cesare Di Lenardo c’erano Antonio Savasta, Emilia Libera, Emanuela Frascella e Giovanni Ciucci)». E denuncia: «Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale. Una volta, presentandomi al mattino per un interrogatorio, Savasta mi disse: “Ma perché continuano a torturarci, che stiamo collaborando?” (La sua “dissociazione” permise centinaia di arresti, ndr). Le violenze avvenivano di notte, naturalmente, e poi è stato facile confondere le acque mandando sotto processo le persone sbagliate. Le stesse che ancora oggi, pur assolte, continuano a ricevere minacce. E allora: perché per quasi vent’anni, a dispetto delle reiterate sollecitazioni, non si è mai voluta affrontare sul serio quella pagina?».
Il discorso è più ampio e inquietante quando entrano in gioco “I cinque dell’Ave Maria”. Rievoca Genova: «Ovunque era nota l’esistenza della “squadretta torturatori” che si muoveva in più zone d’Italia, poiché altri Br (in particolare Ennio Di Rocco e Stefano Petrella, bloccati dalla Digos di Roma) avevano già denunciato procedure identiche. Non sarebbe stato difficile individuarne nomi, cognomi e “mandanti” a quei tempi. Ecco, il rimpallo di responsabilità, le “amnesie” che caratterizzano le deposizioni sul G8 e la scuola Diaz dimostrano che purtroppo il metodo, per alcuni gruppi ristretti ma potenti, non è cambiato».

(1) Contrariamente a quanto affermato dal capo del Sisde Cesare Di Lenardo non è mai stato scarcerato. Ha ormai raggiunto il suo trentesimo anno di detenzione.

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Le torture contro i militanti della lotta armata

Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs Salvatore Genova: «Squadre di torturatori contro i terroristi rossi»

Padova: quei brigatisti seviziati dalla Celere dopo la liberazione del generale americano. La polizia li chiamava «Vendicatori della notte», erano specializzati nel pestaggio dei detenuti

Enzo Bordin
il mattino di Padova
17 giugno 2007

A 25 anni di distanza dalla liberazione del generale americano James Lee Dozier (27 gennaio 1982) trova conferma l’ipotesi di squadre di polizia specializzate «in torture e sevizie degli arrestati» create alla fine degli anni Settanta. Dopo quanto affermato al processo per i fatti del G8 di Genova dal funzionario di polizia Michelangelo Fournier, ecco le rivelazioni di un altro poliziotto, Salvatore Genova, che ai tempi del caso Dozier, come capo dei Nocs, finì sotto processo a Padova con altre quattro «teste di cuoio».
All’operazione antiterrorismo erano pure presenti alcuni agenti della Cia, peraltro mai identificati. In primo grado (presidente del tribunale Francesco Aliprandi) gli imputati vennero condannati per lesioni volontarie nei confronti del brigatista Cesare Di Lenardo, e un sottufficiale di polizia fu incriminato in aula per falsa testimonianza. In appello l’accusa a carico degli imputati fu derubricata in abuso d’autorità e poi prescritta in Cassazione.
Adesso Genova, dirigente della Polfer alla soglia della pensione, in un’intervista al quotidiano «Il Secolo XIX» conferma a posteriori l’assunto accusatorio delle «squadrette torturatrici» ipotizzato al processo ai Nocs di Padova. «Fin dai tempi delle Br sono esistiti, nella polizia, corpi speciali, soprannominati “I vendicatori della notte” e “I cinque dell’Ave Maria” specializzati nell’esercitare torture e sevizie sugli arrestati», sostiene Genova. Un passato da parlamentare, fu tra i poliziotti in servizio nel luglio 2001 al G8 del capoluogo ligure: «In quell’occasione i superiori ci hanno lasciato in cinquanta davanti a ventimila. Posso permettermi di svelare dopo 30 anni di servizio alcuni dei mali profondi della polizia», rileva, raccontando di aver pure denunciato a più riprese, a chi di dovere, l’esistenza delle «squadrette».
Tornando al trattamento usato coi carcerieri del generale Dozier, secondo l’ex capo dei Nocs almeno cinque brigatisti vennero sottoposti a torture nella sede del reparto mobile di Padova: legati, ad occhi bendati, e obbligati a bere abbondanti, dosi di acqua e sale, una tortura all’«algerina» come solevano fare i francesi dell’Oas contro il fronte di liberazione. Fra destinatari di tale trattamento anche il Br Antonio Savasta. Ecco cosa Genova riferisce sul punto riportando il commento dell’allora capo della colonna brigatista veneta: «Ma perché continuano a torturarci se stiamo collaborando?». Savasta fu pure «narcotizzato con siero della verità», come documentato da Gianni Riotta, allora giornalista del «Manifesto», il 12 febbraio 1982.
Ma negli «esercizi di stile» in fatto di tortura si sarebbero verificate sevizie peggiori. L’avvocato Antonio Lovatini, patrono di parte civile per Di Lenardo al processo contro i Nocs, ricorda che al suo assistito «ruppero un timpano» e «bruciarono testicoli e pene». E venne pure sottoposto ad una «finta fucilazione, nudo e con secchiate d’acqua gelida». Il 27 febbraio 1982, Magistratura democratica riunì l’esecutivo a Bologna elaborando un documento che, letto a posteriori, suona assai significativo: «C’è il dovere di procedere sempre tempestivamente d’ufficio alle opportune indagini e agli esami medico-legali necessari per accertare se arrestati e detenuti abbiano subito illecite violenze», affermarono i giudici della componente progressista. Da parte sua, l’irriducibile Di Lenardo uscirà presto dal carcere per fine pena.

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Il penalista Lovatini: anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze

Parla il difensore di Cesare Di Lenardo: «Nudo, pesto, poi la finta fucilazione»

Enzo Bordin
il mattino di Padova 17 giugno 2007

Al processo contro gli abusi commessi dai Nocs, l’avvocato padovano Antonio Lovatini assisteva, col collega Baccioli di Firenze, il brigatista Cesare Di Lenardo che si era costituito parte civile per il «trattamento» ricevuto dalla polizia dopo la liberazione del generale Dozier. A venticinque anni dai fatti, il penalista accetta di parlare raccontando le torture subite dal suo assistito in quei giorni. «Gli ruppero non solo un timpano ma gli bruciarono pure testicoli e pene, conme evidenziano le foto agli atti del processo. Ma c’è di peggio. Le cosiddette “squadrette” lo portarono nudo in un campo della Guizza e finsero di fucilarlo dopo averlo preso a secchiate d’acqua. Di Lenardo presentava inoltre bruciature alle mani e al petto eseguite con mozziconi di sigaretta». Lovatini si sofferma a parlare anche delle brigatiste arrestate: «Alberta Biliato e la ragazza di Ruggero Volinia, De Angelis, vennero bendate, lasciate per ore e ore coi piedi legati e tenuti sollevati da terra così da gonfiarli a dismusura. Quando vennero recluse alla Giudecca, le suore dissero “ma in che condizioni ce l’avete portate?”». Non solo: furono legate nude e minacciate di violenza. Alla Biliato le «teste di cuoio» infilarono addirittura un uncinetto nell’organo sessuale fingendo di trasmetterle scariche elettriche».
Però il discorso torture non si ferma a Padova. «Le squadrette sono nate alla fine degli anni Settanta, dopo l’uccisione del magistrato genovese Coco per mano delle Br. E a Siena, dal 22 al 25 febbraio 1982 Fornoni, ex Prima Linea, venne appeso per diverse ore ad una corda, completamente nudo. Gli spremettero i genitali con le pinze e gli infilarono aghi sotto le unghie dei piedi. La squadra era di Roma».
Ma successero altri fatti inquietanti. «Ai difensori pervennero, presso il Consiglio dell’Ordine, lettere anonime con minaccia di morte. Durante tutto il processo di Padova, il portone del tribunale fu picchettato da una decina di poliziotti che volantinavano a favore di Genova e dei Nocs. Il pm Borraccetti e il presidente Aliprandi però non si lasciarono intimidire. Certo, esistevano anche violenze più raffinate. Alle brigatiste, in carcere a Voghera e Latina, non davano da leggere un libro completo bensì solo dieci pagine da restituire in cambio di altre dieci. E in bagno avevano una telecamera costante, con luce accesa giorno e notte».

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Torture contro i militanti della lotta armata

La Germania chiude definitivamente la stagione della lotta armata. Liberata anche Birgit Hogefeld, l’ultima prigioniera della Raf

In Italia sono ancora una quarantina i militanti della lotta armata detenuti da oltre 20 anni con punte che superano i 30. Intanto la Germania concede la liberazione condizionale a Birgit Hogefeld, ex militante della Raf condannata a diversi ergastoli, in carcere da 18 . La Raf aveva annunciato il proprio autoscioglimento nel 1998. In Italia le Brigate rosse l’aveva fatto dieci anni prima

(ANSA) – BERLINO, 21 GIU – Birgit Hogefeld, ex componente delle Rothe Armee Fraktion (Raf), condannata all’ergastolo nel 1996 per l’uccisione di un soldato americano nel 1985 e la partecipazione a un attentato terroristico contro una base militare Usa in Germania, è libera da ieri. Era l’ultimo membro della Raf, le cosiddette brigate rosse tedesche, ancora in carcere. Hogefeld, 54 anni, che nel maggio 2010 si era vista rifiutare la grazia dal presidente della Repubblica, ha scontato 18 anni di prigione.

http://www.dw-world.de/dw/article/0,,15180037,00.html


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Lotta armata

L’eresia brigatista e il suo inquisitore

Biblioteca della spazzatura  – Alessandro Orsini, Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario, Rubbettino 2010

di Paolo Persichetti


Alessandro Orsini, autore di una tesi sulla «mentalità religiosa presente nel terrorismo moderno», è convinto che la vicenda delle Brigate rosse possa essere spiegata con le lenti della sociologia delle religioni. I brigatisti – afferma – «si ritenevano detentori di una conoscenza superiore destinata a pochi eletti: un manipolo di giusti, possessori della verità ultima sul significato della storia». In questo tipo di letteratura il brigatista è descritto come un rozzo portatore d’odio, raffigurato come un settario, un dottrinario, un fanatico imbevuto d’idee fin troppo semplici, espressione di un “pensiero dicotomico”.
«La mentalità del brigatista – sostiene – è elementare, istintiva, brutale nella sua immediatezza». Il suo scopo è diffondere una «pedagogia dell’intolleranza». Secondo questa vulgata, chi ha fatto la lotta armata sarebbe nemico della complessità e del dubbio, ostile al ragionamento, inadeguato alla modernità. Se aggiungiamo la coda e le corna il ritratto appare completo.
Nella prosa di questo giovane studioso, insignito del premio Acqui sulla saggistica socio-politica, che ha visto il suo lavoro apprezzato e tradotto negli Stati uniti dove è normale sovrapporre i fenomeni politici radicali alle dinamiche del settarismo religioso, riproducendo quella che è stata la genealogia della nazione americana, si ritrovano gli stessi dispositivi inquisitoriali utilizzati dai frati domenicani che esercitavano il ruolo dell’accusa nei tribunali dell’Inquisizione.
Le Brigate rosse, ci fa sapere Orsini, sarebbero colpevoli di eresia gnostica: «una setta nella tradizione dello gnosticismo rivoluzionario, di cui possiedono tutte le caratteristiche: l’ossessione per la purezza personale; un catastrofismo radicale, secondo cui il mondo sarebbe immerso nel dolore e nella sofferenza; di conseguenza la concezione salvifica della rivoluzione come un’apocalisse che squarcia le tenebre e instaura una “società perfetta”; l’identificazione del nemico come il maligno, un mostro responsabile dell’infelicità umana e dunque da sterminare; infine la mentalità “a codice binario” che riduce tutti gli aspetti della realtà alla contrapposizione tra forze del Bene e forze del Male». Dei monaci giustizieri, insomma.
Rovesciare lo sguardo manicheo portato dal mondo delle istituzioni e dei media sugli anni 70, attribuendolo ai brigatisti, è un atteggiamento concettuale molto elementare. Quella proposta da Orsini è una operazione di rilettura storica priva di qualsiasi sofisticata elaborazione intellettuale. Più che un’analisi assomiglia ad un anatema. Più che un saggio di sociologia politica pare un trattato di demonologia moderna. Orsini ruba il posto agli esorcisti.
Questa analisi della lotta armata sorprende per il suo contenuto arcaico che riporta indietro nei secoli lo studio del conflitto e dei meccanismi dell’azione collettiva. Vi riecheggiano i lavori di fine Ottocento avviati da Gustave Lebon sulla psicologia delle folle, sui timori che cominciavano a permeare i ceti borghesi e le autorità costituite di fronte all’emergere sulla scena pubblica delle masse popolari e del movimento operaio nelle sue prime forme organizzate. Il nuovo protagonismo delle classi lavoratrici, fino allora silenziose, solo perché disturbava il monopolio borghese dello spazio pubblico e ne infrangeva la quiete, era ritenuto pericoloso, percepito come l’ingresso dell’irrazionale e dell’inconscio nel comportamento collettivo, espressione di una violenza atavica e bruta. D’altronde basterebbe scorrere la letteratura e la pubblicistica successiva alla Comune di Parigi per rintracciarvi alcuni stilemi assolutamente tipici e ripetitivi nei secoli della demonizzazione rivolta nei confronti di chi è stato protagonista di episodi rivoluzionari (Cf. Paul Lidsky, Les Écrivains contre la Commune, La Découverte, 1999).
Posizione che tuttavia già la scuola positivista di fine Ottocento aveva superato classificando la violenza politica come una manifestazione “evolutiva” del divenire sociale, tesa cioè ad affrettare il futuro anticipando i sistemi politici-sociali a venire. A distanza di oltre un secolo ci saremmo attesi, dunque, un confronto su modelli interpretativi più aggiornati. Peraltro, contrariamente a quanto sostiene l’autore, all’interno di tutte le ribellioni e i percorsi insorgenti viene a formarsi sempre una componente autocritica e autoriflessiva che s’interroga costantemente sulla sua logica (Cf. (Vincenzo Ruggiero, La violenza politica, Laterza, 2006). Insomma se non c’è dubbio non c’è ribellione. L’esatto contraio di quel che racconta Orsini.

Claudio Magris sul “Corriere della sera”: «Impicchiamo Battisti»

La vacanza dell’assassino

Claudio Magris
Corriere della sera 11 giugno 2011

Dunque Cesare Battisti, il killer che ha assassinato quattro persone e reso paralizzata per sempre una quinta – senza dimostrare mai, a differenza di altri suoi colleghi nel crimine, pentimento per i suoi delitti o pietà per le sue vittime e i loro familiari, a parte una frettolosa dichiarazione di queste ultime ore – potrà godersi deliziose vacanze a Copacabana, coltivare le sue amicizie altolocate. La Francia – che ha rifiutato a suo tempo l’estradizione di Battisti in Italia – è forse il Paese migliore del mondo, quello che combina nella misura più felice o meno infelice ordine e libertà, i due poli della vita civile. Ma anche la Francia è culla di qualche supponente e spesso ignorante conventicola intellettualoide che trancia giudizi ignorando i fatti. In questo caso, per pura ignoranza – mista a civetteria – alcuni autentici e/o sedicenti intellettuali hanno scambiato Battisti per un martire della Resistenza, come se noi dichiarassimo che un fascistoide antisemita quale Papon è un eroe della Résistence. Con i terroristi di casa loro, quali i membri di «Action Directe», il governo francese ha usato il pugno di ferro e non ci sono state grandi proteste. Le Brigate Rosse – questi pezzenti della politica, che disonorano un colore per noi sacro disse il presidente Pertini – hanno colpito l’Italia più aperta e civile; hanno assassinato non già corrotti, mafiosi o golpisti (il che sarebbe stato comunque un grave reato) ma i rappresentanti dell’Italia migliore, un’Italia più libera e democratica che avrebbe potuto essere diversa da quella di oggi; uomini come l’avvocato Croce, l’operaio comunista Guido Rossa, giornalisti come Carlo Casalegno e Walter Tobagi, il professor Bachelet e molti altri, fra i quali numerosi magistrati. (Il 5 maggio 2003 in un’intervista sul Corriere, Toni Negri si dichiarava solidale con Berlusconi in quanto entrambi perseguitati dalla magistratura). Non a caso, all’epoca dei processi contro i brigatisti rei di omicidio, quando alcuni giurati declinavano per timore l’incarico, ad offrirsi di sostituirli era, ad esempio a Torino, un militante antifascista resistente come Galante Garrone; sempre a Torino, un altro impavido comandante partigiano, il grande storico Franco Venturi, appresa la notizia del rapimento Moro e della mattanza della sua scorta – eravamo per caso insieme, nella presidenza della facoltà di Lettere – disse che forse si sarebbe dovuto ritornare in montagna. La profondità politico-filosofica delle Brigate Rosse può essere riassunta nella frase di quel brigatista pentito il quale dichiarò che, avendo avuto nel frattempo una figlia, aveva capito che non è lecito uccidere un papà, come se fosse invece meno grave uccidere chi è soltanto zio. Francesco Merlo ha scolpito con la sua consueta forza la malafede di tutta questa vicenda, ricordando, egli scrive, il ghigno ammiccante di Battisti che non ha neppure la dignità del duro. Si pensi, per contrasto, alla dignità con la quale altri pure passati attraverso quegli anni di piombo – ad esempio Sofri – hanno saputo fare i conti con se stessi. Ora Battisti potrà scrivere in pace i suoi gialli – anzi, noir suona più fascinoso – anche perché è un genere in cui si muove bene, grazie alla sua familiarità con gli assassinii. Mi viene in mente un vecchio racconto di fantascienza, in cui si immagina che i fatti e gli eventi obbediscano a un copione in cui tutto è già stato scritto da sempre, ma in cui ci sono errori di stampa che, tradotti in realtà come ogni parola di quel testo misterioso, creano assurdi pasticci: ad esempio, se invece di scrivere «negare i fatti» si digita «annegare i gatti», ecco che ciò provoca una strage di felini. Forse, in quel testo, si è fatta confusione tra due Cesare Battisti, il patriota di cent’anni fa e il killer di oggi, e a finire impiccato a Trento, quella volta, non è stato quello che era previsto.

La voce della fogna: “Libero” suggerisce di liquidare Battsiti

Italia datti un Mossad. Ho fatto un sogno: il terrorista era nato in Israele …

Libero 11 giugno 2011 pagina 15
di Claudio Antonelli

Ho fatto un sogno. Non bello né brutto. Però al risveglio è rimasta sulla pelle una sensazione rassicurante. Un sentimento di semplicità, tipo quando con pochi gesti le cose si incamminano per la strada giusta. Nel sogno Cesare Battisti era nato in Israele e tra Tel Aviv e Gerusalemme aveva commesso una serie di omicidi. Per la precisione quattro. Tre come concorrente nell’esecuzione e uno da coideatore. Ovviamente fu arrestato e poi evase all’estero. A quel punto, ammetto, il sogno è diventato un po’ confuso. Perché, per quanto ricordo, Battisti dopo la fuga si sarebbe rifugiato a Parigi dove addirittura sarebbe riuscito a diventare un celebre scrittore. Sostenuto dalla sinistra di Mitterand avrebbe pii  volte spiegato all’interno dei salotti parigini un atto terroristico di chi è vittima dello Stato. Ovviamente dello Stato di Israele. Inutile dirlo, Battisti diventa un rifugiato politico. E quindi nei limiti pel possibile e dell’impossibile va tutelato. Dopo anni dedicati alla scrittura più che al pentimento, il terrorista si trova bruscamente a fare i conti con la giustizia. Il vento cambia e da Gerusalemme riescono a ottenere l’estradizione e l’arresto. Non si sa come ma Battisti riesce a fuggire in Brasile. Lì ottiene non solo il no all´estradizione ma viene rimesso in libertà e riceve un visto come scrittore. A quel punto il governo israeliano convoca una riunione d’urgenza. Sanno di non poter rompere le relazioni diplomatiche. A smenarci sarebbero solo le aziende israeliane, in pole position per grossi appalti pubblici anche per i prossimi mondiali. Mentre a guadagnarci sarebbero i concorrenti francesi interessati alle stesse commesse. Pure quelle militari. Così, di nascosto, interviene il Mossad. Che salva capra e cavoli. Primo, il terrori­sta non ha rinnegato le proprie idee quindi è ancora terrorista e in quanto tale va trattato. Secondo, agire come con Hamas a Dubai. I servizi ingaggiano due liquidatori che a una settimana dalla sentenza aspettano il terrorista a un angolo di strada e con due galil fanno fuoco. L’indomani il governo israeliano emette una nota ufficiale: «Ci rammarichia­mo per il tragico incidente che ha coinvolto il noto terrorista. Evidentemente il governo brasiliano non riesce a mantenere il crimine comune sotto una adeguata soglia di sicurez­za . Se fosse stata consentita l´estradizione, ora sarebbe al sicuro in un carcere israeliano».

Battisti: il Brasile non si fa intimidire. «Da Lula decisione sovrana»

Cesare Battisti scarcerato, rifiutata definitivamente l’estradizione. Il governo annuncia un ricorso all’Aja. L’Italia resuscita la linea della fermezza


Intervista a : http://www.radiondadurto.org

Paolo Persichetti
Liberazione 10 giugno 2011

Battisti non torna e in Italia scoppia l’ennesima bufera mediatica, nonostante fosse ampiamente scontato l’esito finale sfavorevole per le autorità italiane. Non c’era partita. Che in materia estradizionale la decisione finale appartenga alla sfera del politico, e dunque dell’esecutivo, lo sanno anche le matricole di giurisprudenza; sta scritto in tutti i trattati internazionali, vale per l’intera comunità giuridica mondiale. Nemmeno all’interno dello spazio giudizario europeo, nonostante l’introduzione di alcuni micidiali automatismi, come il mandato d’arresto comunitario e il mutuo riconoscimento delle decisioni di giustizia, è stato eliminato del tutto il ruolo giocato dagli esecutivi. E dunque perché in Brasile le cose sarebbero dovute andare diversamente? Tanto più che il governo italiano, in passato, si è avvalso delle sue prerogative rifiutando di attivare le procedure di estradizione per i cittadini statunitensi, tutti agenti della Cia, coinvolti secondo quanto accertato dalla procura di Milano nel rapimento per le vie della città dell’imam della moschea di via Quaranta, Abu Omar. Ragioni di opportunità politica (non certo giuridica), dovute agli accordi segreti e alla sudditanza strategica che lega l’Italia agli Usa, hanno giustificato la scelta dell’esecutivo di non avviare le richieste di estradizione. Circostanza che fece allora infuriare il capo del pool antiterrorismo della procura milanese, Spataro. Negli ultimi sei mesi la coppia di giudici,  Mendes e Peluso, di cui sono note le simpatie per la destra, che nel corso del lungo iter estradizionale si sono alternati nella carica di presidente e relatore della causa, è ricorsa ad ogni escamotage dilatorio per ritardare l’udienza finale. In effetti, dopo la decisione di Lula di rigettare l’estradizione, presa il 31 dicembre scorso, l’unico argomento rimasto nelle mani dei sostenitori della consegna di Battisti alla giustizia italiana era lo status quo: congelare la situazione per allungare a dismisura la sua permanenza in carcere, fino a rasentare una sorta di sequestro di persona. Gesto di servile cortesia offerto agli amici della destra italiana e ultimo sgarbo a Lula; prova ormai che in Brasile l’affare Battisti da controversia giuridica si era ridotto a materia di scontro politico. Alla fine, quando mercoledì si è tenuta l’udienza plenaria, dopo una discussione di 7 ore tutta in diretta tv, su un canale interamente dedicato ai lavori del Stf (una trasparenza impensabile nelle opache stanze dei tribunali italiani), i giudici hanno prima respinto, ritenendola illegittima, la pretesa delle autorità italiane, formulata in un ricorso, di sindacare la decisione sovrana presa da Lula e quindi ribadito, con 6 voti contro tre (tra cui Mendes e Peluso), l’irrevocabilità della decisione presa dal capo dello Stato. Battisti è stato scarcerato poco prima della mezzanotte. Ora dovrà attendere la regolarizzazione amministrativa essendo venuto meno l’asilo politico inizialmente concessogli del ministro della Giustizia, Tarso Genro. Battisti si ritroverà nella situazione di “rifugio di fatto”, con un normale permesso di soggiorno in tasca come quando viveva a Parigi dopo la decisione di Lionnel Jospin di regolarizzare, nel 2007, la posizione amministrativa dei fuoriusciti italiani degli anni 70. La decisione dei giudici brasiliani ha suscitato in Italia una sorta di revival del film Zombie. Dal cimitero della storia è stato resuscitato il cadavere putrefatto dell’union sacrée vertici istituzionali, Napolitano in testa, maggioranza e opposizioni si sono saldati in un demagogico e ipocrita coro di grida sdegnate e dichiarazioni sgangherate. Il giurista Antonio Cassese (già membro di giurisdizioni internazionali), senza timore di palesare un suo personale conflitto di interessi, ha rilanciato su Repubblica la via del ricorso alla Corte di giustizia internazionale dell’Aja. Intenzione confermata dal governo ma che rischia di provocare l’ennesima figuraccia internazionale dell’Italia. Quella dell’Aja è una corte d’arbitrato che dirime controversie tra Stati. L’Italia non sottoporrebbe mai materie afferenti alla sua sovranità interna ad una controversia arbitrale. Ancora una volta non si capisce perché dovrebbero farlo i brasiliani. Il ceto politico italiano delira e resta drammaticamente incapace di un esame di coscienza serio su quanto è accaduto negli anni 70, proprio quando sul quel periodo si stanno aprendo squarci importanti, come il recente libro di Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica, Einaudi, mostra. Per contrastare la lotta armata, descrive lo storico con impressionate dovizia documentale, si fece ricorso ad uno «stato di eccezione non dichiarato»: corpi speciali, investigatori e magistratura operarono nell’opacità più assoluta e nella sistematica violazione di regole e procedure.

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