Sulmona, aveva terminato la pena, si impicca nella Casa lavoro

Il dramma delle pene accessorie. Mahmoud Tawfic, 66 anni, ex detenuto diventato ex cittadino

Paolo Persichetti
Liberazione
21 gennaio 2010

Si può morire di carcere pur avendo scontato per intero la propria condanna? Si che si può. Mahmoud Tawfic, egiziano di 66 anni, si è suicidato nella tarda serata di mercoledì nella sua cella del “reparto internati” del carcere di Sulmona, tristemente noto alle cronache per la lunga scia di suicidi e morti avvenute all’interno delle sue mura. Il reparto internati non è un carcere, o meglio, non dovrebbe esserlo anche se di fatto lo è, per giunta nella sua condizione peggiore. In Casa lavoro finiscono quegli ex detenuti che una volta terminata di scontare la pena devono sottostare ad una delle tante «pene accessorie», così vengono definite dal nostro codice penale ereditato dal sistema delle sanzioni congeniato dal regime mussoliniano. La pena accessoria è una sanzione supplementare che segue quella penale e decreta la morte civile dell’ex detenuto, che si trasforma così in ex cittadino. Ve ne sono di tipi diversi: la libertà vigilata e la sorveglianza speciale, che comportano pesanti limitazioni alla libertà personale e restrizioni di natura civile e amministrativa. Per esempio: il divieto di avere la patente di guida, l’obbligo di dimora, il divieto di frequentare luoghi ritenuti equivoci dalle forze di polizia o persone pregiudicate, il divieto di uscita nelle ore notturne, eccetera. La peggiore di tutti però è la Casa lavoro perché si viene nuovamente rinchiusi in strutture carcerarie, anche se non si è più «detenuti» ma «internati» ad indicare uno status di restrizione non più penale ma amministrativo. Uno status sempre più ambiguo perché ormai è la magistratura di sorveglianza che gestisce queste situazioni. La Casa lavoro nel gergo carcerario viene chiamata «ergastolo bianco». Perché si sa quando si entra ma non quando si esce. La decisione finale è legata alla cessata pericolosità sociale decretata dal magistrato di sorveglianza sulla scorta dei rapporti di polizia e delle relazioni trattamentali. In Casa lavoro, contrariamente a quanto indica il nome, non si lavora affatto. Si sta chiusi e basta, peggio che in carcere. Teoricamente si dovrebbe lavorare per forza, perché il lavoro, si sa, «riabilita e redime». Ma nelle Case lavoro di oggi si schiatta e basta. A Sulmona ci sono 200 internati per 75 posti. Brande a castello in celle di appena 9 metri. E poi niente, senza nemmeno un fine pena da attendere. La permanenza può durare mesi oppure anni. Dipende da tanti fattori che l’internato non conosce. Se sei straniero, come Mahmoud Tawfic, e sei pure anziano, e magari la Casa lavoro ti è piombata addosso dopo che eri stato scarcerato e avevi riassaporato la libertà, rischi di finire in depressione. Come sembra si avvenuto a Tawfic, tornato in cella lo scorso dicembre dopo essere uscito dal carcere nell’agosto del 2010 al termine di una lunga pena. Pare avesse tentato di rifarsi una vita a Roma. Pochi mesi  e le cose sono andate male. Decretato pericoloso socialmente si è ritrovato internato e così ha deciso di farla finita. Per fuggire l’inferno ha legato un lenzuolo alla grata e si è appeso. Erano quasi le 20 quando i suoi compagni hanno lanciato l’allarme. I tentativi di rianimarlo sono stati vani. La procura ha disposto per oggi l’esame autoptico per accertare la cause della morte. Nel corso del 2010 si sono uccisi tre internati: il 7 gennaio è stata la volta di Antonio Tammaro di 28 anni; il 3 aprile è  toccato a Romano Iaria di 54 anni. Raffaele Panariello di 31 anni si è toto la vita il 24 agosto. Un quarto, Domenico Cardarelli, di 39 anni, si è spento per «cause naturali» l’8 aprile. In altre 14 situazioni vi sono stati dei tentativi di suicidio da parte di internati, sventati dall’intervento della polizia penitenziaria. Complessivamente nel 2011 sono già morte, per suicidio o infarto, 11 persone. In tutto il 2010 ci sono stati 66 suicidi, 1134 tentati suicidi, 5603 atti di autolesionismo. Il carcere della morte continua.

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Cronache carcerarie

Cattivi maestri e bravi bidelli: le carte truccate di Paolo Granzotto

Biografo di Indro Montanelli, con il quale ha lavorato al Giornale dove è rimasto dopo l’arrivo di Berlusconi, Paolo Granzotto scrive articoli che sembrano manifesti per bourgeois epatés. In realtà, il più delle volte, il suo stile da madama la marchesa finisce solo per essere grottesco. Impreciso, disinformato e disinformatore, i suoi pezzi sono infarciti di menzogne e bugie, senza disdegnare nemmeno sparate razziste come quando scrisse in un articolo del 2009 che bisognava rispedire al mittente «la feccia rumena».
Granzotto è un mio lettore affezionato e questo gli procura ogni tanto qualche gastrite (leggi qui).
Nell’articolo che segue, Granzotto se la prende con una mia intervista apparsa su la Repubblica del 2 gennaio 2011. In difetto d’argomenti da opporre si attacca alla retorica dei cattivi maestri che tanto piace ai bravi bidelli.
Nelle righe del pezzo dedicate a me, 8 su complessive 22, riesce a piazzare due grossolane falsità: la prima è che sarei stato premiato della semilibertà dopo appena sei anni di carcere, argomento che gli serve per spingere sul tasto dell’impunità; nella seconda mi attribuisce una frase mai detta nell’intervista che gli è andata di traverso: «Battisti non commette reati da trent’anni», circostanza per altro vera se togliamo i documenti falsi impiegati per entrare in Brasile. Che bisogno aveva Granzotto di attribuirmi argomenti da me mai impiegati invece di controbattere a quelli da me veramente utilizzati?
Evidentemente questi ultimi lo mettevano in difficoltà ed allora ha preferito crearsene altri.
Per quanto riguarda, invece, la storia dell’impunità bastava informarsi un po’: fino al momento dell’intervista a Repubblica del gennaio 2011 avevo trascorso (tra prigioni italiane e francesi) più di 12 anni della mia vita in carcere. Dodici anni di pena effettiva che per effetto del calcolo della “liberazione anticipata” (per i profani del sistema carcerario vuole dire una sorta di sconto per buona condotta) corrispondono a 15 anni di pena maturata sui 19 complessivi da scontare.

Dal giugno 2008 esco ogni mattino dal carcere per andare a lavorare e vi rientro la sera. Questo regime detentivo prende il nome di semilibertà, o se volete anche “semicarcerazione” (come la storia del bicchiere mezzopieno e mezzovuoto). Questa mezza libertà che inizia con le luci del giorno non è una libertà vera, ovviamente. Il semilibero si porta il carcere addosso lungo tutta la giornata. Non può andare dove vuole ma solo dove i giudici hanno stabilito. Ha degli orari ben precisi che deve rispettare, è consegnato sul posto di lavoro, a meno che l’attività lavorativa svolta non imponga degli spostamenti, tutti preventivamente segnalati e monitoriati dalle autorità di polizia. Terminato il lavoro deve rispettare una fascia di reperibilità che non gli consente alcun altro spostamento. Gli unici spostamenti ammessi sono dal carcere al lavoro, dal lavoro a casa, da casa al ritorno in carcere. Ogni altro eventuale spostamento al di fuori degli orari preventivamente ammessi non è autorizzato.
Al momento della mia estradizione dalla Francia tre delle quattro condanne che mi erano state inflitte erano prescritte. In sostanza il decreto di estradizione firmato dal primo ministro francese nel 1995 non era più valido (il testo riportava in calce come condizione che le pene indicate non fossero prescritte). Di norma una nuova procedura avrebbe dovuto essere riaperta per aggiornare la validità della estradizione. In realtà venni consegnato alle autorità italiane perché la procura di Bologna cercava in tutti i modi di spostare le indagini sull’attentato Biagi verso la pista del “santuario francese”, rivelatasi poi un vero e proprio depistaggio. Una richiesta di “individuazione” e una rogatoria internazionale erano state avviate contro di me. Anche qui il trattato che disciplina le estradizioni tra Paesi europei prevedeva l’attivazione di una nuova procedura di estradizione per i nuovi fatti che mi venivano addebitati. Tutto ciò non avvenne mai. Fui ceduto all’alba del 25 agosto 2002 sotto il tunnel del Monte Bianco senza nuova estradizione, senza possibilità di difendermi, anzi senza nemmeno sapere dell’accusa che m’attendeva in Italia. Per oltre due anni e mezzo sono rimasto indagato nell’inchiesta Biagi, all’inizio in modo occulto, poi formalizzato, per essere alla fine prosciolto. Nei 3 anni successivi mi vennero sistematicamente negati i permessi a causa degli articoli e di un libro che avevo scritto nel frattempo.
Non è affatto vero, come invece ha scritto Giuseppe Cruciani in una specie di lista di proscrizione dal titolo “Gli amici del terrorista. Chi protegge Cesare Battisti”, Sperling & Kupfer 2010, che i detenuti condannati per reati politici possono usufruire dell’indulto di 3 anni concesso dal parlamento nel 2006. I reati aggravati dall’articolo 1 delle legge Cossiga, che sanziona le “finalità di terrorismo e sovversione dell’ordinamento costituzionale”, nonché alcuni dei reati canonici previsti nel capitolo dei delitti contro la personalità interna dello Stato del codice Rocco (banda armata, associazione sovversiva, attentato contro lo Stato) sono stati esclusi dall’applicazione di questo indulto

Ma chi ha ammazzato scenda dalla cattedra

di Paolo Granzotto
Il Giornale 3 gennaio 2011

Possono ben avvolgersi nel sudario dell’ipocrisia i politici, gli intellettuali e i giornalisti che negli anni dell’eversione fecero da sponda (quando non vi militarono) alla lotta armata. Gli stessi che volendosi fare l’appello firmarono in massa (…)
(…) il manifesto-sentenza contro il commissario Calabresi «torturatore»: Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Margherita Hack, Umberto Eco… i soliti noti. Possono far finta di mostrarsi indignati per il no di Lula all’estradizione di Cesare Battisti. Ma ci hanno pensato due reduci della lotta armata dai quali non hanno mai preso le distanze, e anzi, a rivelare quel che rode loro dentro. Si chiamano Sergio D’Elia e Paolo Persichetti, il primo intervistato dal Riformista, il secondo da Repubblica. Appartenente alla banda armata di Prima linea, D’Elia ha scontato quindici anni di carcere per poi essere eletto deputato nelle liste radicali (Marco Pannella ha, sulla coscienza, altri di questi ingiuriosi sberleffi alle istituzioni: Toni Negri, Cicciolina…). Attualmente è a capo di Nessuno tocchi Caino. Naturalmente è ritenuto, dai progressisti più avvertiti, un guru, un maestro di pensiero. Paolo Persichetti, brigatista rosso, area Unione dei comunisti combattenti. Condannato a ventidue anni e sei mesi di reclusione per banda armata, riesce a rifugiarsi in Francia senza però potervi restare a lungo. Ma se è per questo, nemmeno in carcere: estradato, scontati nelle patrie galere sei dei ventidue anni e passa, gode della semilibertà. Giornalista, scrive per Liberazione, organo del Partito della Rifondazione comunista.
«Onore a Lula» gioisce D’Elia, per il quale essendo le nostre carceri «strumento di tortura» e lo Stato «macchiatosi di molte stragi», «l’Italia non ha l’autorità politica nazionale e internazionale per protestare con chicchessia». E dunque, meglio «Battisti libero in Brasile», anche se pluriomicida, perché, spiega D’Elia inoltrandosi in un ragionamento senza né capo né coda, «a me non interessa nulla di Battisti. A me interessa la difesa del detenuto ignoto, non di quello noto». Non poteva mancare, nella rivendicazione dei diritti del serial killer, un riferimento al totem della Costituzione secondo la quale «il carcere serve per rieducare». Non è vero, naturalmente (il carcere è il luogo – e dunque serve a ciò – dove si scontano le pene le quali «devono tendere – dicesi tendere – alla rieducazione del condannato», articolo 27). Ma anche se fosse come dice D’Elia, restano demenzialmente sconclusionate le conclusioni: non essendo «il Battisti di 35 anni fa lo stesso Battisti di oggi» ne consegue che «il Battisti del delitto non è lo stesso della pena. Per cui, Costituzione alla mano, non deve andare in galera». In quanto ai sentimenti dei familiari dei caduti sotto il piombo del terrorista e non certo entusiasti nell’apprendere che Battisti si è sottratto, grazie a Lula, alla giustizia, D’Elia taglia corto: «I parenti delle vittime sono stati traditi non da Battisti, ma dallo Stato».
Ovviamente anche per Paolo Persichetti la decisione presa da Lula è ineccepibile: non solo «Battisti non commette reati da trent’anni» e questo già dovrebbe bastare a farne un uomo libero. Ma perché quella dell’ex presidente brasiliano è, a conti fatti, una salutare lezione: «Questo Paese – lamenta sconsolato Persichetti – non sa rielaborare il proprio passato» insistendo nell’errore di «voler regolare dei conti (così li chiama, i quattro omicidi) in termini giudiziari». Casi come quello di Cesare Battisti devono infatti essere guardati, come li ha guardati Lula, «con gli occhi della storia» affrontando «gli anni di piombo con un atto di chiusura politica».

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«Io ergastolano denunciato dal garante dei detenuti della regione Lazio per aver criticato il suo operato»

Parla Vittorio Antonini, coordinatore dell’associazione di detenuti ed ex detenuti Papillon-Rebibbia, querelato da Angiolo Marroni Garante dei diritti dei detenuti del Lazio

Beatrice Macchia
Liberazione 30 novembre 2010


Vittorio Antonini, coordinatore dell’associazione di detenuti Papillon-Rebibbia, all’ergastolo dal 1985 e attualmente in semilibertà, è stato denunciato dal garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni per aver pubblicamente attirato l’attenzione sui ripetuti rinvii che dopo lo smantellamento dell’ufficio del garante dei detenuti del comune di Roma ne impedivano il ripristino. Per aver dato voce a questa vicenda anche Liberazione, nella figura del suo direttore, si è vista recapitare un invito a presentarsi in tribunale.

Antonini te la saresti mai aspettata una cosa del genere?
Si tratta di una situazione paradossale. Il garante dei detenuti denuncia penalmente un ergastolano solo perché ha avuto l’audacia di colmare un vuoto d’informazione sull’ufficio del garante comunale.

Cosa ti viene rimproverato?
Il contenuto di una mia lettera aperta al sindaco di Roma del 2 agosto scorso nella quale denunciavo il fatto che dal 27 gennaio 2009 è stato definitivamente smantellato l’ufficio del garante comunale grazie ad un protocollo tra il garante regionale Angiolo Marroni e gli assessori alle politiche sociali del comune, Sveva Belviso, e della Provincia Claudio Cecchini.

Angiolo Marroni sostiene che le cose non stanno così.
La nostra denuncia di quel protocollo d’intesa, criticato da quasi tutto il mondo dell’associazionismo carcerario, si fonda sulle dichiarazioni degli stessi firmatari. Ora non possiamo entrare negli aspetti giuridici della controversia, tuttavia si può rilevare che dal gennaio 2009 ad oggi non risulta che questo protocollo abbia migliorato, quatitativamente e qualitativamente, l’operato di controllo e denuncia sui tanti aspetti che riguardano diritti e dignità dei cittadini detenuti (dal caso Cucchi a quello di Simone La Penna). Tanto meno sono aumentate le risorse che, secondo quanto stabilisce lo stesso protocollo, dovevano essere destinate alle attività culturali, formative e lavorative, dei detenuti utilizzando quelle destinate al precedente ufficio del garante comunale. Per giunta la delibera istituiva del garante comunale (n° 90 del 2003) invalida di fatto il protocollo poiché esclude all’art. 2: “la nomina nei confronti del coniuge, ascendenti, discendenti, parenti e affini fino al terzo grado di amministratori comunali”. E’ di tutta evidenza che l’avvocato Angiolo Marroni, padre del capogruppo del Pd al comune di Roma, non poteva assumere le funzioni di garante per conto del comune.

Nella lettera al sindaco sollevavi anche un altro problema.
Sono stato querelato anche per aver avuto l’ardire di parlare pubblicamente di una mozione in favore del ripristino dell’ufficio del garante comunale presentata nel 2009 da dieci consiglieri del Pdl, fissata all’ordine del giorno del consiglio comunale del 7 giugno 2010, ma che stranamente non è stata mai discussa e votata bensì ritirata dal suo primo firmatario. Ora considerando l’assurda situazione di vuoto che si è determinata con il protocollo del gennaio 2009, come non ritenere più che giustificate le nostre domande di chiarezza e trasparenza sulle reali ragioni dell’affossamento di quella mozione rivolte al sindaco? La nostra lettera aperta del 2 agosto ha contribuito in misura decisiva a riaprire la concreta possibilità di ripristinare a Roma l’ufficio del garante comunale. A questo punto la denuncia da me ricevuta la considero il prezzo da pagare in questa piccola battaglia di civiltà.

Così com’è oggi l’ufficio del garante è utile?
Riteniamo che debbano essere amplificati i poteri d’indagine e d’intervento del garante su tutti gli aspetti della vita quotidiana nei luoghi di reclusione, e in una certa misura perfino verso quei provvedimenti della magistratura di sorveglianza che purtroppo in tante occasioni nega con troppa leggerezza l’applicazione piena e integrale della legge Gozzini. Nello stesso tempo riteniamo che vada completamente azzerata la possibilità del garante di condizionare, in modo diretto o indiretto, la destinazione delle risorse pubbliche che gli enti locali o lo Stato destinano alle attività per i detenuti. E’ un’anomalia il fatto che l’ufficio del garante regionale (e non già l’assessorato competente attraverso le normali procedure) indichi la cooperativa a cui destinare, per esempio, i 100mila euro stanziati dalla regione Lazio per il reinserimento lavorativo di 10 detenuti.

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Dubbi sulla sigla Br e la tempistica dell’episodio. Intanto Angiolo Marroni querela l’associazione Papillon-Rebibbia e il quotidiano Liberazione

Fonte: Liberazione 17 novembre 2010


Roma – Una busta con un proiettile calibro 40 Smith & Wesson e un messaggio intimidatorio siglato «Brigate Rosse Nucleo Galesi», è stata recapitata al Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. Lo ha reso noto ieri con una nota lo stesso ufficio del Garante. Il messaggio intimidatorio riporterebbe le seguenti minacce: «Ultimo avviso: i prossimi non arriveranno con la posta. Dimettiti. Onore ai compagni caduti, onore al compagno Mario Galesi». E’ la terza volta – si ricorda sempre nel comunicato – che nei confronti di Marroni «vengono indirizzate intimidazioni da parte di anonimi che si firmano Brigate rosse: la prima volta fu nel febbraio del 2007, la seconda a novembre 2009».
La paternità delle minacce suscita tuttavia molte perplessità. La sigla evocata, infatti, non è più in attività dai primi anni Ottanta, quando le Br si divisero in tre tronconi assumendo denominazioni nuove per poi terminare la loro storia pochi anni dopo. Anche il gruppo riapparso sulla scena nel 1999 recuperò una denominazione diversa da quella indicata nelle minacce al Garante. L’ipotesi, a questo punto, è che la sigla impiegata sia solo un comodo quanto dilettantesco mezzo di copertura utilizzato dai reali autori delle minacce per sviare i sospetti altrove. Certo è che questa intimidazione giunge in un momento molto delicato per il Garante del Lazio al centro di forti polemiche per la conduzione del suo ufficio.
Nei mesi scorsi, infatti, l’associazione di detenuti Papillon-Rebibbia aveva sollevato pubblicamente il problema del mancato rinnovo del Garante dei detenuti del comune di Roma, sostenendo che dietro i continui rinvii vi potesse essere anche un certo fastidio da parte del Garante regionale per la presenza di un’autorità di garanzia concorrente in materia di competenze sul settore carceri. E in effetti l’impegno dilatorio del capogruppo del Pd in consiglio comunale, figlio dell’attuale Garante regionale, non ha mai favorito la piena trasparenza sulla vicenda.
Per tutta risposta Angiolo Marroni ha querelato Vittorio Antonini, coordinatore della Papillon, detenuto all’ergastolo dal 1985 e attualmente in semilibertà, e Liberazione che in un articolo aveva dato voce a questa denuncia. Situazione alquanto paradossale per un Garante dei detenuti che invece di tutelare l’interesse delle persone recluse le porta in tribunale come controparte, insieme ad uno dei pochi quotidiani che da sempre si occupa della drammatica realtà del carcere. Accade così – spiega lo stesso Antonini in un comunicato diffuso in serata – che «mentre stavano prendendo forma interviste, prese di posizione ufficiali e persino mozioni trasversali che avrebbero chiesto di ridiscutere le modalità con le quali al termine della passata legislatura fu riconfermato il mandato ad Angiolo Marroni, giungono puntuali le ennesime minacce per posta». L’auspicio è che questo episodio, sulla cui fondatezza indagheranno le autorità preposte, non metta a tacere l’esigenza di chiarezza e non consenta di liquidare chi esprime critiche come corrivo con gli autori delle minacce.

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Paolo Persichetti
Liberazione 23 ottobre 2010


Nei giorni scorsi il Corriere della sera ha dato rilievo alla denuncia pubblica lanciata da Sabina Rossa, figlia del sindacalista rimasto ucciso nel gennaio 1979 in un attentato delle Brigate rosse. La donna, oggi parlamentare del Pd, raccontava di essere stata convocata per posta dal tribunale di sorveglianza di Bologna. Un funzionario di polizia l’attendeva per raccogliere su un verbale di “sommarie informazioni” il suo parere riguardo alla domanda di liberazione condizionale presentata da Prospero Gallinari, esponente storico delle Br, ormai al suo trentesimo anno di pena scontata, tra carcere e arresti domiciliari ottenuti a causa delle sue condizioni di salute incompatibili con il regime carcerario. Da una decina di anni i giudici di sorveglianza hanno istituito una prassi non contemplata dalla norma di legge, l’articolo 176 cp. Ritengono essenziale per la concessione della liberazione condizionale la presenza del perdono dei familiari delle vittime, equiparandola di fatto alla concessione della grazia. Misura di clemenza profondamente diversa che estingue, per intero o in parte, la pena. La liberazione condizionale introduce invece un regime di “libertà vigilata” la cui durata non può oltrepassare i 5 anni. Sabina Rossa ha contestato sia il merito della richiesta che la procedura intrapresa. Altri tribunali di sorveglianza pretendono dal detenuto che voglia farne domanda l’invio di lettere con richiesta di perdono ai familiari delle vittime. Prassi che riapre ferite laceranti e carica sulle spalle dei familiari scelte politiche e giudiziarie che appartengono allo Stato. E’ quanto sostenuto dalla senatrice Rossa che sottolinea come «il perdono della persona offesa non sia richiesto dalla legge». Per questo ha anche presentato una proposta di legge, che ha raccolto l’assenso di altri familiari e parlamentari, con l’obiettivo di ripristinare una separazione tra diritto e morale introducendo criteri di giudizio oggettivi, come il comportamento.
Giovedì sera Bruno Vespa ha colto al volo l’occasione per invitare a Porta a porta la senatrice e dedicare una intera puntata alla «giustizia che non fa giustizia», al «carcere che scarcera». Un minestrone di disinformazione, di errori grossolani e propaganda forcaiola che metteva insieme situazioni diverse: esecuzione di pene ultradecennali, casi di cronaca nera ancora alle prime indagini come quello di Sarah Scazzi, delitti a sfondo razzista come quello di Alessio Burtone, vicende passate in giudicato come i nuovi omicidi commessi dal collaboratore di giustizia Angelo Izzo, o i delitti nazisti firmati Ludvig di Abel uscito per fine pena, per dire in sostanza che c’è troppa clemenza in giro nonostante le carceri esplodano, che un condannato arriva a scontare appena un terzo della pena inflitta (panzana grottesca). Un frullato incommestibile di chiacchiere da bar, fandonie e bugie incapace persino di percepire il ridicolo quando, dopo aver denunciato la solita incertezza della pena, nel chiedere alla senatrice Rossa che fine avessero fatto le persone condannate per la morte di suo padre, ha ricevuto come risposta: «uno è stato ucciso nel marzo 1980 in un blitz dei carabinieri del generale Dalla Chiesa in via Fracchia, l’altro è in carcere da più di 30 anni».
Accade così che vi sia una realtà virtuale tutta in bianco e nero, quella raccontata da Vespa, che narra un paese rovesciato dove il crimine se la passa liscia e le vittime non trovano giustizia. E poi il mondo reale come quello descritto nel VII rapporto sulle carceri italiane presentato ieri mattina a Roma dall’associazione Antigone. I detenuti sono 68.527 per soli 44.612 posti letto. Praticamente non ci sono più nemmeno i posti in piedi. Niente a che vedere con le cifre ascoltate nel salotto di Vespa. I semiliberi sono appena 877. Alla faccia del carcere che mette fuori facilmente. L’area penale esterna, cioè quelli che scontano misure alternative per condanne, inferiori o residuali, sotto i due-tre anni, sono 12.492. Tra questi quelli che hanno commesso reati sono appena lo 0,23%. Nel paese dove si racconta che l’ergastolo non esiste più, i “fine pena mai” sono 1491. I detenuti con meno di 25 anni sono invece 7.311, i bambini sotto i tre anni 57. Quelli che hanno commesso violazioni della legge Fini-Giovanardi sulle droghe 28.154, il doppio della media europea. 113 i morti in carcere, di cui 72 suicidi e 18 ancora da accertare. Nei primi 9 mesi del 2010 i suicidi sono già a quota 55. Ad avere solo un anno da scontare sono 11.601, a riprova del fatto che in carcere è più facile entrare che uscire. 43,7% i reclusi (record europeo) ancora giudicabili, tra questi 15.233 in attesa del primo giudizio. Siamo il paese del carcere preventivo, della pena anticipata, della sanzione senza processo dove finiscono solo poveri, immigrati, tossicodipendenti, infermi di mente. Quelli che da Vespa non vedremo mai.

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Cronache carcerarie
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili

Stefano Cucchi, “non l’uccise la morte ma chi volle cercargli l’anima a forza di botte”

Il libro di Ilaria Cucchi sulla morte del fratello Stefano: «Nessuno deve più morire in un carcere o in una caserma». Ostacoli e retroscena su una verità che fa paura alle istituzioni. Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano mio fratello, Rizzoli 2010

Paolo Persichetti
Liberazione 22 ottobre 2010

«Noi non c’entriamo, la divisa non ha colpa». Si congeda con queste parole il maresciallo dei carabinieri che aveva portato alla madre di Stefano Cucchi la notizia del decesso del figlio, esattamente un anno fa nel reparto penitenziario dell’ospedale Sandro Pertini. Non una imbarazzata frase di circostanza ma l’annuncio di una programmatica impunità. L’episodio è rivelato da Stefania Cucchi nel libro scritto insieme al giornalista del Corriere della Sera Giovanni Bianconi, Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano mio fratello, Rizzoli. Di frasi del genere in questa terribile storia che racconta l’oscenità del potere che si impossessa dei corpi, se ne trovano altre, come quella pronunciata da un’altro uomo in divisa davanti al reparto dove Cucchi è morto, «Ci sono tutte le carte a disposizione. Se volete potete controllare, noi siamo tranquilli». L’accesso alle carte sarà invece un percorso labirintico, per nulla spontaneo, dovuto unicamente all’attenzione politico-mediatica accesa sul caso dalla pubblicazione delle foto del corpo straziato di Stefano sul tavolo dell’obitorio e dalla caparbietà della famiglia costretta a rinunciare all proprio lutto privato. Le denunce pubbliche innescheranno una doppia inchiesta, parlamentare e amministrativa, arrivando lì dove l’indagine penale da sola non sarebbe mai giunta senza tuttavia dissolvere le molte ombre. L’autoassoluzione preventiva appartiene alle caratteristiche peculiari delle burocrazie repressive. E’ parte del patto tacito stipulato con le gerarchie in cambio della fedeltà e dei servizi prestati, spesso inconfessabili. Non a caso a sancire l’irresponsabilità è arrivato anche il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, che a conclusione dell’inchiesta ministeriale affermava, «Gli accertamenti amministrativi hanno rilevato fin qui l’assenza di responsabilità da parte della polizia penitenziaria», nonostante l’indagine interna redatta dal numero due del Dap, Sebastiano Ardita, traesse ben altre considerazioni. «Quando ho potuto leggerla – afferma Ilaria Cucchi – mi sono resa conto che si stava tentando di celare perfino quanto scoperto dalle stesse istituzioni». A fargli compagnia le dichiarazioni preventive del ministro della Difesa Ignazio La Russa in favore dell’Arma dei carabinieri, quando le indagini erano ancora al punto di partenza, e la sortita ignobile del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al lotta contro le tossicodipendenze, Carlo Giovanardi, per il quale Cucchi se l’era cercata. In questa gara all’esportazione delle responsabilità non è stata da meno neanche la Asl competente per territorio sull’ospedale Pertini, che appena dieci giorni dopo il trasferimento in via cautelare reintegrava il personale sanitario indagato. Eppure nei sei giorni che l’hanno separato dall’arresto fino all’ultimo respiro Stefano Cucchi non ha fatto altro che passare di mano da una divisa e l’altra attraverso caserme, camere di sicurezza, carceri, reparti penitenziari di ospedali. In realtà le divise e i camici, inquadrati da altre divise, nella sua morte c’entrano eccome. «In tutte le tappe che hanno visto Stefano Cucchi imbattersi nei vari servizi di diversi organi pubblici, emerge una incredibile continuativa mancata risposta alla effettiva tutela dei diritti», afferma il rapporto interno del Dap che riassume così il calvario del giovane: «Assenza di comprensione del disagio, mancata assistenza ai bisogni, trattazione burocratica della tragica vicenda personale e in alcuni casi assenza del comune senso di umanità, si sono susseguiti in un modo probabilmente non coordinato e con condotte indipendenti fra loro, ma con inesorabile consequenzailità». Il tutto condito da tante violenze, prima durante e dopo, testimoniate da un corpo fratturato e pieno di ematomi. A Cucchi, come recita la canzone di De André, non l’uccise la morte ma chi volle cercargli l’anima a forza di botte. Il libro è la testimonianza dolorosa del percorso di una famiglia legata a valori tradizionali, «religione, legge e ordine», che proprio per questo scopre il tradimento delle istituzioni in cui ha sempre creduto. Una presa di coscienza che fa dire a Ilaria, “sorella coraggio”, di aver sentito dire in giro che la morte del fratello fa parte di quegli incidenti «inevitabili conseguenze di pratiche e comportamenti che servono a tutelare la sicurezza della collettività. Forse anch’io, un tempo, mi sarei lasciata andare a cose simili ma oggi so che sono inaccettabili. Perché non ci può essere un motivo valido per cui un ragazzo debba morire in un carcere o in una caserma. Non deve accadere, né deve accadere che l’opinione pubblica lo giustifichi come uno sgradevole inconveniente». Ad Ilaria e alla famiglia diciamo una cosa sola: non vi lasceremo mai soli.

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Tullia Fabiani
L’Unità 21 ottobre 2010


È come se fossimo noi gli imputati. Io e i miei genitori, i colpevoli. L’atmosfera che abbiamo percepito in Aula è ostile, come se accusa e difesa fossero coalizzate contro di noi. Forse ci si dimentica che io e i miei genitori stiamo lì perché è morto mio fratello. O forse siamo quelli che stanno dando fastidio solo perché chiediamo, senza tregua, che venga riconosciuta la verità». Ilaria Cucchi è molto amareggiata: due giorni fa è stata scortata dai carabinieri fuori dal tribunale. Era in corso l’udienza del processo che vede imputate 13 persone tra agenti di polizia penitenziaria e medici dell’ospedale romano Sandro Pertini, dove suo fratello Stefano è morto un anno fa, il 22 ottobre, dopo una settimana di agonia. «Mi hanno detto che dovevo uscire dal tribunale per motivi di ordine pubblico e mai avrei immaginato di creare un simile problema. Mi sento umiliata e molto triste, anche perché dover sentire certe cose…» 



Quali cose?
«Ho sentito dire da uno dei legali della difesa: “Adesso oltre il libro faranno anche il film”. Ecco, questo è l’atteggiamento nei nostri confronti, come se nel raccontare quanto accaduto a mio fratello avessimo chissà quale secondo fine. Come posso sentirmi di fronte a certe affermazioni? È una grande mortificazione; ripeto, la sensazione è di essere gli imputati». 



E dipende dal fatto che va in tv, rilascia interviste, scrive libri su quanto accaduto?
«Si, anche. Penso che certi atteggiamenti, come l’allontanamento dal tribunale, dipendano dai miei interventi. Evidentemente non vorrebbero tutta questa attenzione mediatica». 



Chi non la vorrebbe?
«I soggetti coinvolti: accusa e difesa. Però se i pm si sentono sotto pressione possono sempre farsi sostituire».

La procura ha chiesto comunque che dalla prossima udienza siano ammessi in aula stampa e tv.
«Sì. Ci sarà un’udienza martedì 26 e vedremo cosa decide il gup. Per me non c’è alcun problema, anzi. È importante che i giornalisti possano seguire ciò che avviene in aula, vedere come procede l’udienza e qual è il rapporto tra le parti. Che ci sia o meno la stampa la mia impressione sull’atmosfera che respiriamo quando siamo lì non cambia». 



Ce l’ha con loro perché è stata respinta la vostra richiesta di una super perizia su Stefano?
«No, non è questo. So bene che ci sono motivazioni precise e che è stata rigettata non perché infondata, ma perché, come ha spiegato il nostro avvocato, è inammissibile in questa fase processuale. La questione è un’altra: l’episodio dell’altro giorno, venire allontanati dal tribunale, vietare a mia madre di andare sul piazzale per fumare una sigaretta e dare così tanto fastidio al pm da costringerlo a lamentarsene davanti al giudice. E poi subire ad esempio dichiarazioni da parte del pm che dice ai miei avvocati “Non santifichiamo questa famiglia”. Che significa? Che non siamo dei santi e allora non possiamo chiedere giustizia per la morte di mio fratello? È assurdo. Ed è la dimostrazione che la battaglia che stiamo portando avanti è una battaglia ímpari». 



Perché ímpari?
«Oggi sento che questa giustizia non è per tutti. Sento una forte ostilità e un’ostinazione nel voler continuare a negare la realtà. Ma come si fa a continuare a parlare di lesioni lievi quando queste “lesioni lievi” hanno causato la morte di Stefano?. La verità ci è dovuta e io la pretendo». 



Domani, 22 ottobre, sarà un anno dalla morte di suo fratello. Come passerete questa giornata e cosa vi aspettate dopo?
«Per i giorni che verranno vorrei solo che si mettesse finalmente fine all’ipocrisia. E che cominci un’altra storia. È stato un anno tremendo, ci siamo trovati a combattere una battaglia al di sopra delle nostre capacità e delle nostre forze, con la disperazione di non avere risposte. Abbiamo passato giornate drammatiche e solo oggi, dopo un anno, sembra che stiamo cominciando a realizzare l’assenza di Stefano. Domani ci sarà una messa nella nostra parrocchia, alle 15.30 a Santa Giulia Billiart, al Casilino. Poi seguirà un incontro, uno spettacolo teatrale, e la presentazione del libro “Vorrei dirti che non eri solo”. Perché al di là delle allusioni e delle mortificazioni per me anche un libro è un mezzo buono per denunciare l’uccisione di mio fratello e per continuare a chiedere ancora, un anno dopo, verità e giustizia».

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Il libro di Ilaria Cucchi: “Nessuno deve più morire in carcere o in una caserma”

Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili

Singolare interpretazione dell’articolo 176 del codice penale. La liberazione condizionale viene ormai interpretata dai tribunali di sorveglianza alla stregua di una domanda di grazia. Misura di clemenza vincolata al parere della parti civili e non già ultimo stadio del percorso trattamentale

Tiziano Soresini
Gazzetta di Reggio, 15 ottobre 2010

Prospero Gallinari, l’ex brigatista carceriere di Aldo Moro, ha chiesto la liberazione condizionale. Ha sulle spalle diversi ergastoli, ma ha già scontato i 26 anni di reclusione necessari per l’istanza. La legge richiede il «sicuro ravvedimento», ma il Tribunale di sorveglianza di Bologna avrebbe chiesto ai familiari delle vittime delle Br se sono disposti a perdonare. Partiamo dalla clausola di legge…

«Il mio ravvedimento? Sono 22 anni – spiega con calma Gallinari – che la storia delle Br è chiusa, cioè quando in otto brigatisti firmammo il documento in cui si sottolineava che la lotta armata contro lo Stato era finita. Le cose fatte per esprimere un processo rivoluzionario si erano concluse. Mi sono assunto la totale responsabilità di quegli eventi e all’interno di questa assunzione di responsabilità è iniziato il mio nuovo cammino».

Di cos’è composto il suo percorso rieducativo?
«Vivo con la mia compagna, ho una famiglia, lavoro da 13 anni in una tipografia in cui ho tanti amici e sono rispettato da tutti, mi sono reinserito socialmente».

Ma lei la scriverebbe una lettera ai familiari delle sue vittime chiedendo loro perdono?
«Sono sincero, la riterrei un’offesa per i familiari stessi andare a porre questo problema umano. La sofferenza dei familiari non nasce con la mia dissociazione, ma quando le cose sono avvenute. Una lettera di quel tipo la riterrei una grande ipocrisia. Che cosa dovrei scrivere? Che soffro per quelle cose? E’ un problema intimo. Sul piano etico il nodo lo sciolsi nel momento in cui decisi di lottare anche con le armi per la rivoluzione. Se fai queste scelte, la politica sta al centro di tutto. L’aspetto politico e quello umano vanno separati».

Ma altri suoi ex compagni di lotta armata hanno compiuto questo passo…
«E’ vero, hanno fatto questa mossa per uscire da determinate situazioni processuali, ma non è il mio modo di muovermi. Lo riterrei offensivo verso le famiglie, una cosa falsa, una recita». Si è mai trovato a tu per tu con chi ha tanto sofferto per la scia di sangue lasciata dalle Br? «Solo una volta, alla presentazione del mio primo libro. Contestò il mio ruolo, una discussione in chiave politica, dai toni normali».

La figlia di Rossa e la moglie di D’Antona hanno detto chiaramente che i magistrati devono assumersi le proprie responsabilità, perché non è compito dei familiari delle vittime decidere sulla liberazione dei brigatisti…
«Sono al corrente, ho apprezzato quelle parole». Perché si è deciso a chiedere la liberazione condizionale? «E’ un mio diritto. Così potrei muovermi con più libertà e non solo nelle tre ore pomeridiane previste dall’attuale detenzione domiciliare. Sarebbe importante per i miei problemi di salute (conseguenza di crisi cardiache, ndr) potermi allontanare da Reggio e svernare per un periodo in un luogo più adatto».

S’aspettava tanto clamore, le polemiche che tornano a fioccare sugli ex brigatisti?
«Sapevo che la notizia della mia richiesta di liberazione condizionale sarebbe prima o poi uscita. Ammetto lo stress che sto patendo per le polemiche innescatesi».

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