La macchina del fango di Saviano contro i manifestanti del 14 dicembre

Eccolo di nuovo. Nessuno s’era accorto della sua mancanza dagli schermi di Rai 3 che Saviano ricompare per pontificare stavolta sugli scontri a Roma del 14 dicembre e censurare i giovani che vi hanno preso parte

di Stefano Cappellini
il Riformista 17 dicembre 2010

Roberto Saviano, mentalità da borghese piccolo piccolo

C’è una patina di ipocrisia nella «Lettera ai ragazzi del movimento» pubblicata ieri su Repubblica da Roberto Saviano. La sua forzata lontananza dai fatti del 14 dicembre merita rispetto. Ma per chi vuole cercare di capire cosa è successo in piazza, e non solo oscillare tra l’ovvia condanna delle violenze e l’altrettanto facile assoluzione del movimento, il suo è un contributo di disinformazione.
Due tesi si fronteggiano da giorni sui disordini di Roma del 14 dicembre. La prima vuole che un gruppo di facinorosi professionisti abbia approfittato dell’occasione di piazza per mettere in atto un piano preordinato di guerriglia urbana a spese della massa pacifica di studenti e manifestanti. La seconda sostiene che tracciare una linea netta tra i “violenti” e i “buoni” non è così semplice, sia perché molti dei protagonisti degli scontri (e delle udienze di ieri al Tribunale di Roma) hanno facce e curricula del tutto analoghi a quelli degli “angeli dei tetti”, sia perché le azioni più estreme hanno goduto, se non della partecipazione diretta, comunque del consenso di una larga parte del corteo.
Saviano sposa la prima – la più rassicurante, la più “democratica” – delle due tesi. Anzi, la porta alle estreme conseguenze: il movimento è buone cose, buone facce e buoni propositi, poi «ci sono cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati dietro altrettanti ingenui sfogando su un camioncino o con una sassaiola la loro rabbia», che hanno agito a danno e dispetto di chi vuole cercare pacificamente di cambiare le cose. Non solo, questi «cinquanta o cento» sarebbero doppiamente estranei al movimento, perché pure Saviano si appoggia sulla comoda etichetta mediatica dei black bloc. «Il blocco nero è il pompiere del movimento», scrive l’autore di Gomorra, additandolo come l’agente di una nuova «strategia della tensione». Qui le sciocchezze sono due in un colpo solo.
Saviano, e molti prima di lui, chiaramente non sa di cosa scrive quando parla di black bloc. I quali sono un’area ben definita, con una “ideologia” e un network internazionale. E a Roma non c’erano. Dopo Genova 2001, black bloc è diventato sinonimo di teppista politico e, ogni qual volta si verificano incidenti gravi da parte di manifestanti mascherati, sui media si chiama in causa a sproposito il «blocco nero», con la stessa faciloneria con cui alla fine degli anni Novanta si parlava in casi analoghi di “squatter” e nei decenni precedenti di “autonomi”. Sono definizioni a prescindere, è un’informazione un tanto al chilo. E spiace che Saviano se ne faccia autorevole tramite. Anche perché gli sarebbe bastato leggere, proprio su Repubblica, gli informati pezzi di Carlo Bonini, compreso quello pubblicato ieri in contemporanea al suo, per capire che la partecipazione dei black bloc è una leggenda, una bufala. O, per meglio dire, un alibi. Che Saviano ingigantisce evocando addirittura una nuova strategia della tensione.
Un professionista delle parole come lui dovrebbe stare più attento a ciò che dice e scrive. In Italia la «strategia della tensione» c’è stata. Ha significato bombe, stragi, depistaggi, collusioni tra pezzi di Stato e criminalità organizzata. È stata una tragedia nazionale. Evocarla a proposito dei fatti del 14 dicembre è ridicolo e serve solo ad alimentare una distorta visione dietrologica, offrendola in pasto a un pezzo di opinione pubblica – i ragazzi delusi, non a torto, dalla politica e dalla sinistra “ufficiale” – in cui già da anni spacciatori a tempo pieno di Complotti e Inciuci producono danni pesanti. Se poi Saviano crede davvero al bau-bau, all’uomo nero e al blocco nero pure lui, allora eviti di scrivere che «carabinieri e finanzieri usano le camionette come esca su cui far sfogare chi si mostra duro e violento in strada». Questa dei manifestanti traviati dalle provocazione delle camionette lasciate ad arte sul percorso del corteo è, nella sua rozza partigianeria, una versione da velina della Questura. E pure una contraddizione: se, come sostiene lo scrittore, in strada c’erano i professionisti della guerriglia, non avevano bisogno di «esche» per darsi alla guerra.
Ma se non si vuole essere ipocriti, se non si vuole fare la figura di quei commentatori da Raisport che davanti ai tafferugli allo stadio se la cavano con un «scene che non vorremmo mai vedere», bisogna aggiungere un’altra e più importante considerazione. Non si può evocare e denunciare quotidianamente la crisi, il disagio, l’impoverimento – tutte realtà autentiche dell’Italia del 2010, tutti temi su cui Saviano si è soffermato – e poi avere paura di guardare a quali conseguenze può portare questa situazione. Si badi, non si tratta giustificare la violenza. Ma di fare uno sforzo maggiore di comprensione dei fenomeni, di non chiudersi nelle versioni edulcorate e apologetiche della protesta, di non pensare che la sofferenza produca solo elenchi e ospiti da talk, questo sì, dovrebbe essere obbligatorio per chi vuole raccontare credibilmente il paese. Cullarsi sull’illusione che la violenza venga da fuori, da agenti provocatori e infiltrati, è comodo. Più arduo è farci i conti quando diventa la prassi di ventenni che non sono né black bloc né vecchi arnesi della contestazione. Il conflitto sociale, caro Saviano, non è un pranzo di gala. E nemmeno un format televisivo di prima serata.

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Alessandro Dal Lago: “La sinistra televisiva? Un berlusconismo senza Berlusconi”

“Non si scherza con i santi”

Roberto Santoro
L’Occidentale Web, 8 Dicembre 2010


Mesi fa avevamo intervistato il sociologo Alessandro Dal Lago su “Eroi di carta”, un piccolo ma deflagrante pamphlet su Roberto Saviano. Nel frattempo l’autore di “Gomorra” è sbarcato in televisione con Fabio Fazio, come pure di novità, nello scenario politico nazionale, ce ne sono state tante. Così abbiamo pensato di risentire il professor Dal Lago, un uomo di sinistra che alla sua parte politica, come pure al governo e ai mezzi di comunicazione di massa, non ne lascia passare una. Abbiamo scoperto che i nostri dubbi su “Vieni via con me” non erano così infondati: mentre i giovani vanno in cerca di eroi come Saviano, e gli uomini politici si atteggiano a grandi moralizzatori, sono in pochi ad accorgersi dei rischi finanziari che corre l’Italia in un momento di grande incertezza politica.

Professor Dal Lago, com’è andata con “Eroi di Carta”?
E’ uscita da poco una seconda edizione del libro, con una postfazione intitolata “Non si scherza con i santi. Una postilla sul declino dello spirito critico in Italia”.

San Saviano?
Sono intervenuto sulle polemiche successive alla pubblicazione del saggio. La postilla è un testo che risale allo scorso luglio e che in parte mi è servito come ponte per la ricerca che sto preparando adesso, un lavoro sulla “sinistra televisiva”.

Saviano da eroe di carta a eroe catodico.
Francamente, non m’interessa più parlare di lui. Ormai è un personaggio codificato nel ruolo dello showman. D’altra parte, anche il mio libretto non era un attacco al personaggio, ma una riflessione su certi meccanismi mediali e letterari.

Era meglio lo scrittore?
In televisione la resa di Saviano non è stata granché, come hanno osservato anche alcuni critici televisivi. La tv non è il suo mezzo, mi è parso molto ingessato.

Ha attaccato la Camorra.
Tutto quel parlare sulle origini mitologiche della Camorra, come se fosse chissà quale rivelazione… informazioni che si trovano ovunque, basta aprire Wikipedia, se non si ha voglia di leggere un libro di uno storico serio.

Eppure “Vieni via con me” ha fatto oltre il 30 per cento di share, sorpassando il “Grande Fratello”.
Nello show è emerso come vero regista della liturgia Fabio Fazio, è lui il nuovo grande cerimoniere della televisione italiana. Vespa mi sembra al tramonto.

Qual è la sinistra televisiva, quella dei salotti?
I salotti di sinistra non esistono più, erano una roba degli anni sessanta e settanta. Ha presente “La terrazza” di Scola?

Sì, ma adesso cosa c’è al loro posto?
Direi che la sinistra televisiva è quella che pensa di creare consensi con un mezzo, la tv, che per tanto tempo è stata governata dal modello berlusconiano. Un berlusconismo senza Berlusconi. L’audience a cui mira Fazio è un pubblico particolare, un elettorato che voterebbe per il Pd ma è affascinato da Fini e magari non disdegna Casini. Un pezzo di “società civile”, fluttuante, giovanile, delusa, contraria al governo, anche se credo si tratti in fondo di una minoranza.

Parliamo dei politici invitati a “Vieni via con me”.
E’ un discorso che riguarda la comunicazione politica tradizionale: la tv impone certe regole a cui i politici debbono adeguarsi; così, tutto si equivale. Restano le contrapposizioni puramente formali, non i contenuti o le idee. “Vieni via con me” aggiunge un aspetto inedito: il piccolo schermo vince sulla politica.

In che senso?
I politici si subordinano a un copione già scritto, che non è il loro, sotto lo sguardo tra l’ironico e compunto di Fazio. Penso agli “elenchi” di Fini e Bersani, al ministro Maroni che prima attacca Saviano e poi va ospite in trasmissione e legge il suo elenchino di successi, subordinandosi anche lui al frame mediatico.

Cosa c’è di così pericoloso?
Stiamo assistendo a un processo di desemantizzazione del linguaggio politico. Ho riletto gli “elenchi” recitati dagli ospiti durante lo show e in particolare quelli di Bersani e Fini, che mi sembrano, se non proprio uguali, complementari… L’aspetto più preoccupante di questo fenomeno è l’adesione giovanile verso dei miti ingenui e naif. Il riconoscimento, l’identificazione del pubblico in questo o quell’altro eroe televisivo, mi sembra qualcosa di profondamente irrazionale.

Nella nostra precedente intervista concludeva dicendo che i ragazzi di oggi non si accorgono dei loro problemi concreti: la casa, il lavoro. Intanto sono andati sui tetti.
Se è per questo ci sono andati anche Bersani e Granata. Trovo che il comportamento di quest’ultimo sia veramente curioso: prima sale sui tetti con gli studenti e poi vota per far passare il Dl Gelmini.

Vendola invece dice che la gestione dell’ordine pubblico nelle ultime settimane è stata “criminale”, evocando il Cile di Pinochet.
Il governatore della Puglia esagera, ma fa il suo mestiere, si infila in un vuoto lasciato dal Pd anche se non credo che alla fine ci riuscirà. Ma trovo che la polizia italiana sia spesso incapace di gestire l’ordine pubblico, questo me lo lasci dire. E che i politici contribuiscano a diffondere un’isteria radicale: gli studenti lanciano qualche uovo e subito si parla di terrorismo, “atti di inaudita violenza” secondo il Presidente Schifani e così via.

Vendola evoca l’esempio di Aldo Moro spiegando che il leader della DC impedì che il Sessantotto finisse nella repressione.
Nel Sessantotto io c’ero e le manganellate le ho viste e un paio ne ho anche prese.

Lei insegna all’università. Che ne pensa della riforma?
Trovo che aspetti teorici della riforma come l’idoneità nazionale, la chiamata diretta da parte dei dipartimenti, al limite anche il “4+4” per i ricercatori se fosse seguito da concrete possibilità di carriera – come il tenure track, cioè un percorso che porta al posto fisso -, potrebbero anche essere accettati, e in fondo c’è un buon numero di docenti che concordano.

Ma?
La questione è un’altra, i tagli voluti da Temonti e accettati dal ministro Gelmini. Personalmente sono contro i tagli (ricordo che l’Università italiana è agli ultimi posti tra i paesi Ocse per quota di finanziamenti sul Pil), contro l’ingresso dei privati nei cda degli atenei (senza che i privati versino un euro), contro l’idea che i cda divengano più importanti del Senato accademico.

Tremonti ha promesso che i fondi arriveranno.
Vado e vengo dagli Stati Uniti. Negli Usa in molte università hanno tagliato il 10% dello stipendio ai professori, presto lo farà anche Zapatero e non si capisce come si troveranno i fondi in Italia con l’aria che tira.

C’è un collegamento con “Vieni via con me”?
Mentre nel mondo parallelo della tv i ragazzi dicono “io sono Saviano” – basta dare un’occhiata ai blog – e i politici si atteggiano a moralisti catodici, autorevoli quotidiani economici come il Wall Street Journal scrivono che la situazione economica dell’Italia è sull’orlo del baratro, in un contesto in cui lo scandalo di WikiLeaks ha indebolito il premier Berlusconi davanti ai suoi alleati.

Faremo la fine della Grecia?
Gli speculatori potrebbero prendere di mira l’Italia ma il nostro mercato rappresenta una quota troppo importante di quello europeo e l’Unione non può permettersi una crisi di sistema. E’ evidente che la debolezza del governo Berlusconi non permette di gestire quel piano di austerity richiesto dall’Europa per tenere sotto controllo il debito senza deprimere troppo la crescita e i consumi. Questa mi sembra la vera cifra dell’attuale crisi, e in fondo un governo d’emergenza, diciamo, così per celia, da Letta a Tremonti a Fini e Casini, magari con ‘appoggio esterno’ del Pd, è quello che farebbe alla bisogna…

L’ha visto il sequel di Wall Street? Anche Gordon Gekko è diventato obamiano.
Gli anni ottanta furono l’epoca delle grandi speculazioni private. Stavolta l’esposizione bancaria e la crisi dei mutui americani hanno bruciato enormi ricchezze pubbliche. La speculazione attacca gli stati. In ogni caso, se l’Italia dovesse andare in default sarà l’Occidente stesso a pagarne le conseguenze.

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Aldo Grasso: «Vieni via con me»: un po’ come a messa

Non è un format, è un calco. Di una cerimonia religiosa, di una messa, di una funzione liturgica

Aldo Grasso
Il corriere della sera 24 novembre 2010

Il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano ha generato molte discussioni, buon segno. C’è chi ha parlato di fine del modello tv berlusconiano (grazie a Endemol, che è di Berlusconi); c’è chi ha parlato di evento, alla Celentano; c’è chi ha parlato di un format capace di «usare la politica». Difficile districarsi, anche perché un programma o è evento o è format (essendo finora impossibile standardizzare il fuori norma). Più interessanti, a mio avviso, gli spunti che sono presi a circolare su Internet.

«Vieni via con me» non è un format, è un calco. Di una cerimonia religiosa, di una messa, di una funzione liturgica. La proposta degli elenchi, di ogni tipo, su ogni argomento, assomiglia molto alle litanie: più che alla vertigine della lista, lo spettatore cede volentieri al fascino della supplica accorata, alla devozione popolare, alla lamentazione come unica fonte di speranza e di conforto, al mantra. Volete una prova? A ogni voce degli elenchi provate ad aggiungere un ora pro nobis. L’officiante è facile individuarlo: ne ha tutti i modi, i comportamenti, spesso le affettazioni; è Fabio Fazio. Che ha una capacità straordinaria, tipica di alcuni celebranti: quella di trasferire sui suoi numerosi fedeli quell’aura di senso di colpa che gli trasfigura il volto. La doglianza gli dà potere, mostrarsi vulnerabile (i ricchi contratti non gli impediscono di piangere sempre miseria) è la sua garanzia di invincibilità, tra un Alleluia e una Via Crucis.

E poi c’è lui, la vittima sacrificale, il Cristo in croce. Se Roberto Saviano si mettesse una parrucca assomiglierebbe in maniera impressionante al Cristo di Pasolini. È una reincarnazione cinematografica. I suoi interventi (le sue parabole) sono incontrovertibili perché, segretamente, iniziano con una premessa: «In verità, in verità vi dico». Per non parlare di tutti i chierichetti che hanno preso parte al rito. Ok, andate in pace, la messa non è finita.

Per approfondire
Daniele Sepe scrive un rap antiSaviano: “E’ intoccabile più del papa”
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La vera storia del processo di Torino al “nucleo storico” delle Brigate rosse: la giuria popolare venne composta grazie all’intervento del Pci

Rivelazioni – Giuliano Ferarra: «Li convincemmo noi. Cossiga, Pecchioli, Berlinguer, Caselli e Violante sapevano»

In questa intervista Giuliano Ferrara, oggi direttore del Foglio ma all’epoca importante dirigente della federazione torinese del Pci, riempie dei tasselli importanti che consentono di ricostruire il sistema della giustizia d’eccezione messo in piedi a partire dalla fine degli anni 70 per combattere l’azione delle formazioni della sinistra rivoluzionaria che conducevano la loro offensiva armata nelle fabbriche e nei quartieri delle periferie urbane. Oltre ad aver incontrato i giurati popolari sorteggiati per comporre la giuria, Ferrara rivela anche di avere fatto delle riunioni politiche, sempre nelle sedi del Pci, con il magistrato Giancarlo Caselli che aveva condotto l’inchiesta contro le Brigate rosse, per concordare una comune strategia antiterrorismo. Una circostanza che trova conferma in una precedente intervista rilasciata da Saverio Vertone sul Corriere della sera dell’11 dicembre 1994: «I rapporti di Caselli con il Pci erano strettissimi, fino a divenire più avanti nel tempo, statuari, organizzativi. Partecipava alle riunioni dei comitati federali. Forse, ma non ne sono certo, prendeva anche la parola alle riunioni di segreteria: discuteva di politica, naturalmente. Però non dimentichiamoci che allora discutere di politica significava affrontare il problema dell’emergenza terrorismo. Caselli era il rappresentante dell’ “intransigenza democratica”, teorizzava la supplenza della magistratura dinanzi al cedimento degli organismi pubblici. Io e Ferrara concordavamo con lui sulla necessità di mantenere una linea dura»

di Paolo Persichetti
Questa intervista è apparsa in versione ridotta su Il Riformista del 10 novembre 2010 e in versione integrale su Gli Altri del 12 novembre 2010

Dopo due anni costellati da rinvii, il 9 marzo 1978 si apre a Torino il processo al cosiddetto “nucleo storico delle Brigate rosse”. 46 imputati di cui 11 detenuti. Alla prima udienza – racconta Adelaide Aglietta, allora segretaria del partito radicale, nel suo, Diario di una giurata popolare al processo delle Brigate rosse, Milano libri edizioni 1979 – «scopro con mio enorme stupore che un giurato depone una rivoltella: accerterò nei mesi seguenti che anche altri girano costantemente armati». Il quotidiano torinese La Stampa descrive minuziosamente le imponenti misure di sicurezza: 4 mila uomini in assetto di guerra, teste di cuoio, tiratori scelti sui tetti intorno alla caserma Lamarmora trasformata in aula Bunker, novecento uomini addetti alle scorte. Nell’aula – ricorda sempre Aglietta – «la regia è perfetta: due persone su tre sono agenti in borghese camuffati per mimare l’intera scala sociale, dall’imbianchino all’impiegato, al signore borghese con loden e Repubblica sotto il braccio, al giovane finto estremista». Sarà il primo dei maxi-processi contro la lotta armata, dopo una maxi-inchiesta condotta dal giudice istruttore torinese Giancarlo Caselli che aveva accorpato, suscitando polemiche e accuse di forzatura, tre differenti filoni d’indagine svolti in città diverse. Il primo rinvio (maggio 1976) c’era stato perché gli imputati con un gesto a sorpresa avevano revocato i difensori. Ribaltando i ruoli nel processo da accusati si erano proclamati accusatori dello “Stato imperialista delle multinazionali” e innovando la tradizione del “processo rottura” annunciavano l’inizio del processo guerriglia, gettando così nello scompiglio l’intera macchina processuale. Il secondo rinvio è dell’anno successivo, dopo l’uccisione, il 28 aprile 1977, del presidente dell’ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce che aveva assunto la difesa d’ufficio nonostante la volontà contraria degli imputati. Il 3 maggio 1977 solo 4 degli 8 giudici popolari avevano accettato la nomina. Per arrivare a comporre l’intera giuria ci vollero ancora un anno e 40 estrazioni. 210 furono i rifiuti tra gli avvocati per le nomine d’ufficio. Il sorteggio, la fiction sceneggiata da Giovanni Fasanella (a proprosito: quando verranno chiamati dei veri storici a fornire consulenze invece dei soliti imprenditori della dietrologia giornalistica?) andata in onda su Raiuno non racconta però la storia di questi giurati embedded. Per saperne qualcosa di più ho incontrato Giuliano Ferrara, oggi direttore del Foglio ma all’epoca attivissimo responsabile delle fabbriche per la federazione torinese del Pci. In un libro di Maurizio Caprara, Lavoro riservato. I cassetti segreti del Pci, Feltrinelli 1997, aveva rivelato che tra i suoi incarichi di allora c’erano state anche «alcune riunioni con giurati del maxi-processo contro i brigatisti per convincerli a non rinunciare all’incarico».

Ferrara, davvero il Pci ti ha dato un incarico del genere?
Bisogna ricostruire il contesto, il clima che si viveva a Torino. Parliamo di anni in cui ogni settimana c’era un omicidio, una gambizzazione, un incendio in una fabbrica, un arresto, la scoperta di un covo. Insomma una situazione molto drammatica, intensa, spettacolare. Era una sorte di guerra civile dispiegata. Io mi occupavo delle fabbriche, della Fiat, di operai, del sindacato, poi ero nella segreteria della Federazione. La società torinese era intrisa di questo problema. Allora quando ci fu la questione del processo alle Br la città si bloccò, nel senso che tutto il processo si bloccò intorno al fatto che non si trovavano i giurati per la paura. Era una cosa devastante per noi. Voleva dire proprio che c’era una resa e allora ci muovemmo per trovare questi giurati.

Come?
Beh, quando venivamo a sapere che c’era qualcuno scelto ma che non voleva, allora intervenivamo. Nella società operaia ci sono delle relazioni parentali, amicali. Il partito era molto ramificato, era molto presente, ci veniva detto ed io andavo come responsabile dell’antiterrorismo.

La legge dice che i giurati non possono essere influenzati.
Certo che era una forzatura, una cosa totalmente non garantista, da emergenzialismo devastante. Per questo era un lavoro che facevamo segretamente, riservatamente. Però sentivo che avevo una forte giustificazione etica. D’altra parte facemmo anche il questionario antiterrorismo con la domanda numero 5 che invitava alla delazione. Insomma c’era una crisi dello Stato evidente che poi diventò parossistica durante il processo Moro, tra l’altro le date coincidono. Lo Stato era debole e flebile il progetto del compromesso storico. Però non ci fu nessuna germanizzazione, come si diceva all’epoca. Non c’è mai stata alcuna Stammheim. L’unica cosa è stata via Fracchia, l’eccidio della direzione della colonna genovese delle Br.

Ma così difendevate la legalità con l’illegalità?
Noi eravamo una specie di controterrorismo. Un giorno mio padre me lo disse, «ma tu sei un controterrorista». Contrariamente a quanti consideravano il terrorismo un fenomeno isolato, minoritario, totalmente avulso dalle lotte sociali, che era poi la versione di comodo di una parte del Pci, ritenevo già allora il terrorismo una cosa molto seria. Un partito armato con un progetto socialmente sostenuto da ragioni forti, da movimenti di massa, da situazioni nuove nella fabbrica, da una dottrina. La fabbrica non era più solo un luogo dello sfruttamento, che è un rapporto matematico, era il luogo dell’oppressione. La volontà di impedire quel processo di oppressione ha creato Il fenomeno del terrorismo politico di matrice marxista in tutta Europa, Raf e Brigate rosse. Se tu riconosci questo allora capisci le ragioni di quell’atto. Se fossero stati soltanto delle pattuglie scollegate dalla società non ce ne sarebbe stato bisogno.

Ma se la lotta armata nasceva dall’oppressione non sarebbe stata più opportuna una risposta politica? Le vostre scelte sembrano confermare invece quanto dicevano i prigionieri delle Br: «il processo messo in scena non è giustizia ma un atto di guerra».
Sì, ma lo Stato di diritto doveva essere salvato. Io sono marxista, dietro l’involucro formale dello Stato di diritto c’è la sostanza, cioè la forza.

Più che Marx mi sembra il discorso di Carl Schmitt.
Ovviamente non nego il formalismo giuridico di cui c’è bisogno, dico che è un involucro, poi dentro c’è un contenuto, una sostanza, i rapporti sociali.

Caselli nel rinvio a giudizio aveva definito le Br una nuova forma di criminalità sprovvista di contenuti politici.
Questa idea del terrorismo come di una pattuglia di persone separate dal contesto sociale italiano è sbagliatissima. Sei mesi prima di via Fracchia, quelli che dormivano lì e che erano nella direzione strategica delle Br, erano avanguardie operaie di fabbrica. Il terrorismo non era criminalità organizzata. Era azione politica che andava al cuore dello Stato, quindi se ti identificavi, se ti immedesimavi con lo Stato, a differenza di Sciascia che se la passava bene dicendo che non stava né con gli uni né con gli altri, non potevi agire altrimenti. Noi ci identificavamo e facevamo quello che consideravamo il nostro dovere. Certo ci voleva anche una certa dose di fanatismo allora per fare cose di questo genere.

Ma le Br non hanno mai fatto minacce dirette ai giurati popolari. Lo testimonia Adelaide Aglietta e le inchieste successive non hanno mai fornito una sola prova che ci fosse stata anche solo l’idea di colpire un giurato.
La percezione era che chi combatteva una battaglia legale contro le Brigate rosse rischiava. Era evidente che c’era un conflitto condotto con argomentazioni molto suggestive, perché le Br dicevano: «mica spariamo a voi, noi spariamo alla vostra funzione». Quindi alla funzione del secondino, alla funzione dell’avvocato Croce, a tutte le tutele corporative, al capo reparto. Chiunque dovesse svolgere un certo ruolo era minacciato, a prescindere da minacce effettive.

Dove avvenivano questi incontri?
Nelle sedi del partito. Mi ricordo una riunione a Lingotto. Adesso sembra chissà che cosa, ma tutto era fatto con una certa eleganza, mica dicevamo «dovete entrare a far parte della giuria e dargli l’ergastolo». Facevamo un’opera di persuasione. Una specie di antidoto contro la paura. Spiegavamo che partecipare ad una giuria è un dovere civico, che se non si arrivava a costituire questa giuria la città e un pezzo importante dell’Italia sarebbero cadute in uno stato di ripiegamento di fronte ad una offensiva violenta che semina lutti, che crea problemi. Davamo il nostro suggerimento e poi naturalmente offrivamo una mano, al di là della mano che dava lo Stato. Lo Stato offriva una sua protezione, noi potevamo aggiungere anche la nostra.

Che tipo di protezione?
Per esempio case. Chiedevamo: «Dicci quali sono i tuoi problemi, se hai paura. Sappi che noi ci siamo».

Fornivate anche armi?
No, non mi risulta. Può essere che questo consiglio sia venuto dalle forze di polizia. Il ministero dell’Interno suggeriva spesso di armarsi. Lo disse anche a me ed io comprai una rivoltella, presi il porto d’armi.

Tra le persone incontrate c’è stato qualcuno che alla fine ha detto no?
Sì, moltissime persone. Anzi ricordo più sconfitte che risultati.

Si trattava di una iniziativa autonoma della federazione di Torino oppure c’era stata una indicazione dalla sezione problemi dello Stato diretta da Pecchioli?
Certo la direzione era informata. Ma era una iniziativa nostra. In quel clima non c’era niente di più ovvio che fare questo.

Il rapporto con Pecchioli come era?
Pecchioli era torinese, era stato partigiano, era legatissimo a tutte le forze reali del partito. Veniva spesso, si fermava. In federazione c’era ancora la generazione della Resistenza divisa in due: quelli che tifavano per i terroristi, che pure c’erano, non dico quelli come Lazagna, ma quelli che dicevano «lasciateli fare i giovani, è inutile fare appelli accorati, hanno ragione loro». Quando cacciarono Lama dall’università erano tutti contenti, alla camera del lavoro e alla Fiom. E poi c’era l’altra generazione resistenziale, quella più dottrinale, quella più ortodossa, che invece diceva «No, questi sono un pericolo», gli amendoliani, insomma quelli più legati ad una tradizionale posizione d’apparato.

E le istituzioni? Il presidente della corte d’Assise Barbaro era al corrente di questa vostra attività?
Non te lo so dire.

Giancarlo Caselli?
Penso che lo sapesse. Caselli e Violante facevano le riunioni con noi.

Il ministro degli Interni Francesco Cossiga era informato?
Sì, Cossiga era in stretto rapporto con Pecchioli, dunque sapeva. Almeno sette-otto persone, da Berlinguer in giù, avevano sicuramente notizia che il Pci a Torino si era attivato per cercare di comporre questa giuria.

Oggi, a distanza di oltre trent’anni, dopo tutto quello che è successo, rifaresti la stessa cosa?
E’ passato tanto tempo, ho un’altra età, ho appreso un sacco di lezioni. La storia ha replicato quindi non voglio fare il gradasso dicendo che rifarei tutto. Spero però che ci sia sempre un giovane, come me allora, capace di rifare la stessa cosa.

Link
Piperno: «Cossiga architetto dell’emergenza giudiziaria era convinto che con l’amnistia si sarebbero chiusi gli aspetti più orripilanti di quegli anni»
Enzo Traverso, années de plomb entre tabou et refoulement
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Steve Wright per una storia dell’operaismo
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Etica della lotta armata
Il nemico inconfessabile, anni 70
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Francesco Cossiga, «Eravate dei nemici politici, non dei criminali»
Francesco Cossiga, «Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels»
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Gli angeli e la storia
Giustizialismo e lotta armata
Neanche il rapimento Sossi fu giudicato terrorismo

Ma dove vuole portarci Saviano?

A “Vieni via con me” tra un elogio delle scorte di polizia, citazioni di Prezzolini e Longanesi che tanto sarebbero piaciute a Montanelli, l’autore di Gomorra ha messo in scena la sua scelta di campo

Paolo Persichetti
Liberazione 10 novembre 2010


Imbarazzante. Non troviamo altro modo per definire la prestazione fornita da Roberto Saviano lunedì sera a Vieni via con me, il programma ideato con Fabio Fazio su Rai3. Se nei suoi libri aveva già dimostrato di non essere un nuovo Umberto Eco, da lunedì sera sappiamo che non sarà nemmeno il nuovo Marco Paolini. A vederlo abbiamo provato nostalgia per le prediche di un qualunque Celentano, per le intemperanze di un qualsiasi Sgarbi. Persino Gianfranco Funari con il suo trash televisivo ci è mancato. Al cospetto il senso di inadeguatezza dimostrato, i luoghi comuni sciorinati, l’uso sistematico di una memoria selettiva e arrangiata, la pochezza culturale messa in campo suscitavano disagio. Un senso di pena e quasi un moto di rimprovero per chi lo ha trascinato fin lì. Un monologo melenso di trenta minuti, privo del senso del ritmo, di battute folgoranti, della potenza delle pause, ma accompagnato solo da uno smisurato e pretensioso egocentrismo, sono stati davvero troppi. Forse un posto giusto per Saviano in televisione ci sarebbe pure, magari nel confessionale del Grande fratello o sotto il fresco di una bella palma nell’Isola dei famosi. Perché il livello è quello lì: un derivato speculare dell’era berlusconiana.
La lunga serata televisiva era cominciata al mattino sulle pagine di Repubblica, dove Saviano annunciava che avrebbe raccontato il funzionamento della “macchina del fango”. Ma il calco televisivo dell’articolo scritto da Giuseppe D’Avanzo a metà ottobre non è riuscito un granché. L’autore di Gomorra piangeva censura. Singolare lamentela per un personaggio che vende centinaia di migliaia di copie con la Mondadori, l’ammiraglia editoriale della famiglia Berlusconi, ha pubblicato l’ultimo libro per la prestigiosa Einaudi diventata una sottomarca sempre della Mondatori, scrive sul secondo quotidiano italiano emanazione di uno dei più potenti e aggressivi gruppi editoriali-finanziari (De Benedetti-Repubblica-Espresso), va in televisione a recitare monologhi nemmeno fosse il presidente della Repubblica, percepisce in cambio un compenso di alcune centinaia di migliaia di euro, cioè l’equivalente di oltre venti anni di salario di un impiegato o di un operaio e di almeno due esistenze di lavoro di un qualsiasi precario.
Il vittimismo è proseguito per l’intera serata rivelando la grave mitomania del personaggio che ha utilizzato alcuni spezzoni televisivi sul giudice Falcone per parlare, in realtà, di sé. Il transfert era evidente. Saviano ha messo in scena la propria voglia di martirio, manifestazione preoccupante di quella sindrome che gli esperti chiamano di san Sebastiano. Non ha rinunciato poi ad inviare dei segnali politici molto chiari. Per tutta la serata non ha mai citato la parola destra, ovviamente tirando bordate, senza mai nominarlo, contro Berlusconi. Ha invece più volte richiamato le responsabilità della sinistra colpevole di aver lasciato solo Falcone, ucciso poi dalla mafia. In realtà a farlo furono soprattutto gli antesignani del giustizialismo odierno, quegli esponenti della Rete che sospinti dall’anticraxismo criticarono la sua scelta di collaborare col guardasigilli Martelli. Insomma lunedì sera Saviano ha tirato la volata alla destra di san Giuliano, quella di Fini. I suoi fans di sinistra è ora che se ne facciano una ragione.

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Recensioni – Il libro di Alessandro Dal Lago, Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, manifestolibri, e l’album di Daniele Sepe, Fessbuk – Buona notte al manicomio, manifesto cd, rompono un tabù

Paolo Persichetti
Liberazione
16 giugno 2010

«Saviano divide la sinistra», più o meno è stato riassunto così il tiro incrociato che ha accolto, Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, il libro scritto da Alessandro Dal Lago per la manifestolibri, insieme all’ultimo album realizzato da Daniele Sepe, Fessbuk – Buona notte al manicomio, sempre per il manifesto cd, dove il sassofonista-compositore dedica un brano molto critico all’autore di Gomorra. A dire il vero la furibonda reazione che si è scagliata contro i due, subito tracimata in bilioso livore, non ha riguardato solo quell’ormai incerto territorio dai confini sempre più evanescenti che per semplicità giornalistica viene ancora chiamato sinistra. Una risposta indispettita è venuta anche da quella parte della destra che, a giusto titolo, rivendica per se il messaggio politico-culturale contenuto nel lavoro letterario di Saviano. Il think tank finiano Farefuturo insieme al Secolo d’Italia hanno aperto da tempo un fronte polemico interno alla destra per dimostrare quanto il discorso portato avanti dal giovane scrittore sia roba loro. Per questa nuova destra, o almeno che aspira a presentarsi come tale, ad osteggiare Saviano sarebbe la solita «sinistra snob», ormai in rotta di collisione con qualsiasi connessione sentimentale col popolo. Dove per popolo deve intendersi innanzitutto il corpo mistico della nazione, un’entità del tutto astratta che al massimo arriva ad assumere le sembianze, nella versione nazional-berlusconiana, del pubblico spettatore o del consumatore, certamente mai l’aspetto concreto di un’agglomerato di ceti e classi sociali traversati da interessi contrapposti. Snob invece deve intendersi come sinonimo di antipopulista, nemico del giustizialismo e del mito dell’azione penale. Opinione diffusa anche in quella grande stampa «terzista», in apparenza agnostica e liberale che, come ricorda lo stesso Dal Lago, naviga nel conformismo dilagante e imbarca personaggi che in gioventù erano collocati a sinistra. Pierluigi Battista, Paolo Di Stefano, Gianni Riotta sono corsi in aiuto del povero Saviano, che vede la sua scorta sempre più affollata. E’ davvero difficile districarsi in questa sorta di nuova lingua dove le parole hanno perso senso e il senso le parole. Nei semoventi spazi della cosiddetta sinistra si sono fatti sentire anche Sofri e Flores D’Arcais, quest’ultimo senza aver nemmeno letto la quarta di copertina, ha esortato i suoi lettori a preferire una seduta d’onanismo piuttosto che perdere tempo a leggere Dal Lago. Dall’Espresso è venuta poi la toccata finale: «chi attacca Saviano è uno stalinista». Talmente vero che l’avrebbe detto anche Vishinski.
Eppure se la canzone del bravo musicista Daniele Sepe è pur sempre una canzone, cioè semplifica inevitabilmente da cui le molte critiche giunte nei suoi confronti, il libro di Dal Lago al contrario realizza una complessa e documentata demolizione non solo del lavoro narrativo di Saviano, ma del dispositivo che attorno all’autore di Gomorra è stato costruito dopo il travolgente successo del suo libro. Attenzione all’ambivalenza dei detrattori: gli stessi argomenti impiegati per criticare Sepe diventano una risorsa quando si tratta di rispondere a Dal Lago che la prosa di Saviano ricorre volutamente a metafore ed allegorie semplificatorie per raggiungere più facilmente il grande pubblico. Dunque per Saviano vale ma per Sepe no. Questa logica binaria non da scampo. E’ un po’ come quanto scritto da Norma Rangeri sul Manifesto. Per rassicurare i lettori scioccati dal fatto che la casa editrice del giornale avesse pubblicato un libro e un disco contro Saviano, e poi dato spazio a Marco Bascetta, direttore della manifestolibri, allo stesso Dal Lago e a Daniele Sepe per sostenere sulle pagine del quotidiano il diritto di critica, ha spiegato che Saviano è certamente uno di sinistra perché «per due anni ha lavorato con noi ed ha una formazione marxista», per poi poche riga più in là prendersela con i «rivoluzionari doc (ma di quale secolo?)» che si sarebbero infilati in questa polemica. Forse si ricorda la Rangeri di quale secolo era Marx? Insomma chi critica da sponde di sinistra Dal Lago e Sepe mostra di avere pochi e confusi argomenti. Al di là dei toni, la discussione è tuttavia un rivelatore molto interessante. Una cartina di tornasole sullo stato della sinistra attuale, su quanto quella somma di pulsioni populiste, giustizialiste e penaliste si siamo ormai saldamente radicate e strutturate nella forma mentis del mondo di sinistra. Irradiamento trasversale che accomuna le diverse sponde, radicali, massimaliste, antagoniste, riformiste, ecologiste. Il libro di Dal Lago va letto proprio e soprattutto per questo, perché oltre a ridurre in briciole l’epopea autoconsolatoria che avvolge l’epica contro il crimine cavalcata da Saviano, aiuta a capire quali sono i nuovi luoghi comuni da abbattere. La rappresentazione, ad esempio, della camorra come male assoluto e non come relazione sociale e forma politica, ha il sapore semplificatorio di un telefilm americano dove i buoni sono tutti da una parte e i cattivi dall’altra. Sfuggono le radici sociali, il consenso locale, la funzione di welfare di sostituzione che svolge, le alleanze in sfere legittime. La criminalità organizzata non è solo una questione di repressione militare e giudiziaria, ma anche battaglia sociale all’interno di territori che hanno difficoltà a reperire altre forme di reddito. E’ singolare che nella rappresentazione di Saviano il coinvolgimento della sfera del politico col crimine appaia fin troppo sfumata. Nello schema manicheo che suddivide il suo discorso, i pubblici poteri, lo Stato e i suoi apparati, si trovano sempre collocati dalla parte del Bene. Nel «confronto assoluto che oppone Legge e Crimine – scrive Dal Lago – Gomorra è dalla parte di un potere specifico dello Stato, quello inquirente e giudicante». Eppure c’è in piedi in un tribunale d’Italia una richiesta a 27 anni di carcere per il generale Ganzer, capo dei Ros, accusato di aver messo in piedi una delle più grosse reti di narcotraffico mai viste. Dove compare il male «sento aria di distrazione di massa», aggiunge Dal Lago in un passaggio molto efficace. Il rischio reale è quello di dare vita ad un gigantesco diversivo. Insomma denunciare la camorra come il tiranno attuale, oltre a infrangere il senso delle proporzioni – offusca al punto da non vedere quanto il capitalismo legale, la logica dell’estrazione di plusvalore non ha bisogno della camorrìa per lasciar bruciare degli operai negli alti forni e annegare i migranti davanti a Lampedusa. La critica di Dal Lago non risparmia gli aspetti letterari del lavoro di Saviano, giocato sulla trinità dell’io. Soprattutto censura il linguaggio fumettistico, le leggende metropolitane, gli episodi inventati (il vestito di Angelina Jolie e i Visitors di Scampia, solo per citarne alcuni), le inverosimiglianze spacciati per fatti reali, come l’incipit del libro sui morti cinesi nel porto di Napoli. A Parigi circolano altre versioni dello stesso mito urbano incentrate nel quartiere di Tolbiac. I cinesi sembrano l’altra ossessione di Saviano che non riesce a parlarne senza emettere un fetore di razzismo. Dal Lago non trova per nulla convincente il nuovo canone letterario di cui Gomorra sarebbe divenuto il modello, definito “New Italian Epic” dai Wu Ming. Insomma, al di là delle intenzioni, per Dal Lago il fenomeno Gomorra è perfettamente adeguato al clima culturale italiano pervaso di berlusconismo. La postura eroica assunta nel libro, dunque ancora prima delle minacce che avrebbe ricevuto dalla camorra, porta Saviano a fare uso di una retorica che anestetizza la ragione, agisce come uno sgravio di coscienza, spingendo il lettore a perdere il proprio senso critico e divenire un semplice seguace dello scrittore. Così il popolo tanto decantato esiste solo in quanto assiste. E non da più fastidio.

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L’esponente finiano parla dell’autore di Gomorra. “Culturalmente è di destra, ma è schierato a sinistra”

Ai microfoni della trasmissione di Radio2 Un Giorno da Pecora, Fabio Granata, deputato di Futuro e Libertà, non ha certo dubbi: “Saviano mi piace, è un grande. Lo candiderei per Fli come sindaco di Napoli, lo farebbe benissimo”.
Lo scrittore nuova icona intellettuale di Futuro e Libertà? “Saviano ha un impegno straordinario e va preservato”, ha spiegato il deputato, parlando di un uomo “culturalmente di destra, ma schierato a sinistra”.

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PG Battista: «Come regalare un eroe agli avversari. Gli errori della destra nel caso Saviano»

 

Pierluigi Battista c’arriva un po’ in ritardo, ma c’arriva. Quanto scrive ricalca cose dette diverso tempo fa da Pietrangelo Buttafuoco: la destra è stupida perché non capisce che Saviano è uno dei suoi e lo spinge nelle braccia della sinistra, convinta che l’autore di Gomorra sia la punta più avanzata del suo schieramento. A dire il vero in questa storia non si capisce bene chi sia il più stupido: se la destra o la sinistra. Di Pietro, Travaglio, ora Saviano, nell’immaginario della sinistra s’aggirano personaggi che nulla hanno a che vedere con le matrici culturali ed anche i più elementari punti di riferimento di una vaga sinistra. Il malinteso di fondo, ciò che sconbussola tutti i punti cardinali è in realtà la figura di Berlusconi, il berlusconismo. Non è vero che la destra sia tutta ostile a Saviano. Lo è la destra berlusconiana, la destra aziendale, quella più cortigiana e servile con il padrone di Mediaset. Il resto della destra che oggi guarda a Fini vede in Saviano un simbolo forte, un testimonial efficace del proprio discorso. Non parliamo poi degli apparati statuali.
E la sinistra? E’ vittima di un antiberlusconismo che fa velo su tutto. Un vero paraocchi assolutamente speculare al suo contrario. Il sintomo della scomparsa di ogni autonomia critica e progettuale. Senza più bussola, Belusconi è diventato la stella polare. Andargli contro, senza vedere altro e ingoiando di tutto, è rimasta l’unica via per pensare di arrivare a sopravvivere. E così va bene qualsiasi cosa si incontri lungo questa rotta: populisti di ogni risma, la confindustria, i banchieri, l’elenco è lungo come le sconfitte. Finito Berlusconi cosa rimarrà? Parafrasando il titolo di un film dei fratelli Vanzina (cantori un tempo del primo Berlusconismo rampante), potremmo rispondere: Sotto l’antiberlusconismo niente

Pierluigi Battista
Corriere della sera 23 ottobre 2010

Davvero formidabile, la capacità della destra italiana di moltiplicare i suoi nemici. E che straordinario impulso masochista nel regalare alla sinistra Roberto Saviano, che di sinistra pure non è. Che capacità di frustrare ogni simpatia, di scoraggiare ogni contatto anche in chi, come Saviano, non è necessariamente animato da un’ostilità preconcetta nei confronti di questa maggioranza. Eppure si dovrebbe sapere, oramai, che il mussoliniano «molti nemici, molto onore» è solo una manifestazione di puerile strafottenza. La destra forse non sa che Saviano si è pubblicamente congratulato con il ministro Maroni per le brillanti operazioni di polizia che hanno cominciato a smantellare la cupola camorrista di «Gomorra»: e in cambio ha ricevuto molti e risentiti rimbrotti della sinistra. La destra forse non sa che per aver inviato un video di solidarietà a una manifestazione pro-Israele, Saviano è stato fatto oggetto dei peggiori insulti sui siti e sui blog «anti-imperialisti» che lo hanno bollato nientemeno che come un mercenario «al soldo dei sionisti». La destra forse non sa che dopo un appassionato intervento in tv, Saviano è riuscito a convincere molti lettori ad acquistare I racconti della Kolyma di Varlam Salamov, uno dei più sconvolgenti capi d’accusa contro il Gulag e le «atrocità del comunismo» (parole di Saviano) su cui «è calato il silenzio da troppo tempo» (sempre parole di Saviano). La destra forse non sa che per aver dichiarato in un’intervista di apprezzare gli scritti di Ezra Pound, alcuni intellettuali di sinistra hanno dichiarato il loro ostracismo nei confronti di Saviano. La destra forse non sa che i peggiori attacchi a Saviano, negli ultimi mesi, sono venuti da sinistra, dai libri editi dal manifesto, dagli scrittori che non sopportano che un loro collega vada troppo in televisione, perché andare troppo in televisione fa troppo «berlusconiano». Oggi Saviano, nella stampa della destra, è diventato il simbolo dell’intellettuale del «regime culturale» della sinistra. Un avversario così spregevole da pretendere addirittura di essere pagato per una trasmissione televisiva (ma come, non si era detto che il mercato non doveva essere demonizzato?). Ed è tale la diffidenza, il sospetto, l’ostilità, l’antipatia nei confronti di Saviano che si è dovuta allestire una trincea di «scalette» televisive per arginarlo, neutralizzarlo, metterlo nelle condizioni di non nuocere, di non dire cose troppo compromettenti. Il risultato è, per il momento, catastrofico. L’impressione generale oramai è che la destra abbia paura di Roberto Saviano, di quello che può dire, delle simpatie che può attirare tra gli avversari del governo. La seconda impressione è che la destra viva ormai prigioniera di una sindrome dell’assedio che scorge dappertutto i segnali occulti di complotti, cospirazioni, manovre contro il governo. E se chi è sospettato non fa parte a pieno titolo della schiera dei detrattori più feroci, ci pensa la destra a scavare il fossato che lo porta dall’ altra parte, a rinfoltire l’esercito degli avversari. Ecco così il nuovo caso. Non solo il caso Santoro. Non solo il caso Travaglio. Non solo il caso Gabanelli. Non solo il caso Floris. Ma adesso il caso Saviano. Un altro nuovo iscritto alla tribù delle vittime del bavaglio, vero o immaginario. Anche se il nuovo iscritto non è della tribù della sinistra: l’importante è farlo diventare, con uno spirito autodistruttivo davvero incomprensibile nello schieramento che vince un’elezione dopo l’altra e perciò dovrebbe mostrare la forza della tranquillità e non il terrore di chi è rinchiuso in una fortezza. Certo, Saviano firma gli appelli contro il governo. Certo, non fa niente per non lasciarsi arruolare nella sinistra firmaiola che vuole fare dell’autore di Gomorra un’icona, un santino, un paladino del Bene in lotta perenne contro il Male (berlusconiano). Ma da destra mai un gioco di sponda, un riconoscimento, una parola di solidarietà per chi, comunque, è costretto a vivere una vita blindata a causa delle minacce camorriste. Come se l’unico gioco che la destra è in grado di condurre è quello del vittimismo, del regalare alla sinistra anche ciò che alla sinistra non appartiene di diritto. Un vittimismo di maggioranza, un vittimismo dei vincitori: ecco l’unicum italiano. E nel vittimismo, ogni sfumatura viene schiacciata. Ogni interlocuzione con chi è diverso ma non nemico viene sommersa dall’urlo della curva che vede comunisti dappertutto, che percepisce la Rai come un fortino della sinistra e una trasmissione con Saviano come un assalto illegittimo al governo. «Molti nemici, molto onore»: e si sa come andò a finire.

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«Non c’è verità storica», il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano

La funzione intellettuale assunta da Roberto Saviano appartiene alla particolare categoria degli imprenditori morali, al prototipo dei creatori di norme, come codificato dal sociologo Howard S. Becker che in proposito scrive: «Opera con un’etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri». Dietro l’autore Saviano c’è un dispositivo che l’utilizza come un marchio di garanzia che con le sue parole, i suoi libri, le sue prese di posizione, la sua semplice presenza, legittimate dalla postura cristica e l’interpretazione vittimistica del proprio ruolo, garantisce sulla verità morale, sempre più distante da quella storica. Questa macchina da guerra mediatica è messa a totale disposizione degli imprenditori delle emergenze, dei guerrieri delle battaglie giudiziarie contro il crimine. Il risultato è una trasfigurazione della lotta contro le organizzazioni criminali che rende mistica la legalità, edifica una forma di Stato etico che fa della soluzione giudiziario-militare predicata una medicina peggiore del male e azzera la pluridecennale lotta alle mafie organizzata dal basso, animata dalle lotte contadine, assolutamente autonoma e indipendente.

La vicenda di Peppino Impastato, militante di Democrazia proletaria, è paradigmatica in proposito. Assassinato nel maggio 1978 dai sicari di Tano Badalamenti, boss ferocemente anticomunista saldamente legato al potere democristiano, la sua morte è il teatro di una messa in scena che simula il fallito attentato di un aspirante “sovversivo comunista”. Il corpo imbottito di tritolo venne lasciato sui binari della ferrovia. La sinistra ufficiale, Pci in testa, schierata con la linea della fermezza antiterrorismo si disinteressò totalmente della vicenda. L’aspirazione a farsi Stato li portava a diffidare di qualunque posizione dissidente, voce critica e indipendente. Carabinieri e magistratura, allineati agli imput che provenivano dal potere politico centrale, per anni tennero un atteggiamento connivente che accreditava la falsa pista inventata dalla mafia. Potere politico, potere giudiziario, apparati dello Stato e sistema mafioso si tenevano assieme grazie ad un delicato gioco di equilibri fondato sullo scambio reciproco. Fuori restavano, dopo il processo d’integrazione consociativa del Pci nello Stato, solo piccole minoranze sociali. La memoria di questa realtà storica è oggi indicibile per gli imprenditori morali come Saviano poiché trasmette una concezione dell’antimafia opposta all’attuale, portatrice di un messaggio di autonomia e indipendenza di pensiero, una idea di lotta contro qualunque prepotenza e ipotesi di sfruttamento dell’imprenditoria mafiosa o meno, una idea di libertà piena delle persone che non ritiene una grande soluzione emancipatrice la sostituzione del potere mafioso con una ragnatela di norme sempre più asfissianti e liberticide da parte dello Stato

Paolo Persichetti
Liberazione 14 ottobre 2010

Peppino Impastato davanti alla sede di Radio aut a Cinisi. Dalle frequenze dellemittentte attaccava quotidianamente “Tano Seduto”, il boss Tano Badalamenti

Dopo Gomorra anche l’ultimo libro di Roberto Saviano, La parola contro la camorra, sta suscitando polemiche. Questa volta è il Centro Peppino Impastato a sollevare il problema con una diffida inviata all’editore Einaudi. Umberto Santino, presidente del Centro e antico amico e compagno di lotte di Peppino Impastato, lamenta le gravi inesattezze storiche presenti alla pagine 6 e 7 del volume dove si ricostruisce con una incredibile dose di superficialità la vicenda della riapertura delle indagini sull’assassinio nel maggio 1978 del giovane militante di Democrazia proletaria su ordine del boss di Cinisi Tano Badalamenti. Nella ricostruzione proposta da Saviano il merito di aver lacerato il velo di silenzio sulla morte di Impastato, consentendo anche la riapertura dei processi, viene attribuito per intero al film I cento passi di Marco Tullio Giordana, presentato al festival di Venezia nel settembre 2000. I due decenni precedenti, il fondamentale lavoro di controinformazione, condotto all’inizio in piena solitudine, dal Centro Impastato e dai suoi familiari scompaiono nel buco nero della storia. L’omissione, segnalano i legali del Centro, è tanto più grave perché l’operazione editoriale mira ad una diffusione di massa del testo che così contribuirebbe a edificare una riscrittura del passato contraria alla verità storica. L’infaticabile lavoro di denuncia del Centro Impastato aveva portato la commissione antimafia ad occuparsi della vicenda già nel 1998 mentre le indagini e i processi hanno tutti avuto inizio prima del film, che semmai ha coronato questo risveglio d’attenzione sulla vicenda. Saviano non è nuovo ad operazioni del genere. Quando non abbevera i suoi testi alle fonti investigative da mostra di evidenti limiti informativi. In un’altra occasione aveva anche raccontato di una telefonata ricevuta dalla madre di Impastato, «che abbiamo verificato non essere mai avvenuta» ha spiega Umberto Santino. Quest’ultimo episodio ripropone nuovamente gli interrogativi sul ruolo di amministratore della memoria dell’antimafia che a Saviano è stato attribuito da potenti gruppi editoriali. L’inquietante livello di osmosi raggiunto con gli apparati inquirenti e d’investigazione, che l’hanno trasformato in una sorta di divulgatore ufficiale delle procure antimafia e di alcuni corpi di polizia, dovrebbe sollevare domande sulla sua funzione intellettuale e sulla sua reale capacità d’indipendenza critica. Saviano oramai è un brand, un marchio, una sorta di macchina mediatica in mano ad alcuni apparati. L’uomo Saviano sembra divenuto una marionetta, un replicante. Quest’ultima omissione non appare affatto innocente ma la diretta conseguenza di una diversa concezione dell’antimafia risolutamente opposta all’antimafia sociale di Peppino Impastato. La verità sul suo assassinio venne a lungo tenuta nascosta anche grazie al depistaggio di carabinieri e magistratura. Un passato che con tutta evidenza il dispositivo Saviano non può più raccontare.

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