La vera storia del processo di Torino al “nucleo storico” delle Brigate rosse: la giuria popolare venne composta grazie all’intervento del Pci

Rivelazioni – Giuliano Ferarra: «Li convincemmo noi. Cossiga, Pecchioli, Berlinguer, Caselli e Violante sapevano»

In questa intervista Giuliano Ferrara, oggi direttore del Foglio ma all’epoca importante dirigente della federazione torinese del Pci, riempie dei tasselli importanti che consentono di ricostruire il sistema della giustizia d’eccezione messo in piedi a partire dalla fine degli anni 70 per combattere l’azione delle formazioni della sinistra rivoluzionaria che conducevano la loro offensiva armata nelle fabbriche e nei quartieri delle periferie urbane. Oltre ad aver incontrato i giurati popolari sorteggiati per comporre la giuria, Ferrara rivela anche di avere fatto delle riunioni politiche, sempre nelle sedi del Pci, con il magistrato Giancarlo Caselli che aveva condotto l’inchiesta contro le Brigate rosse, per concordare una comune strategia antiterrorismo. Una circostanza che trova conferma in una precedente intervista rilasciata da Saverio Vertone sul Corriere della sera dell’11 dicembre 1994: «I rapporti di Caselli con il Pci erano strettissimi, fino a divenire più avanti nel tempo, statuari, organizzativi. Partecipava alle riunioni dei comitati federali. Forse, ma non ne sono certo, prendeva anche la parola alle riunioni di segreteria: discuteva di politica, naturalmente. Però non dimentichiamoci che allora discutere di politica significava affrontare il problema dell’emergenza terrorismo. Caselli era il rappresentante dell’ “intransigenza democratica”, teorizzava la supplenza della magistratura dinanzi al cedimento degli organismi pubblici. Io e Ferrara concordavamo con lui sulla necessità di mantenere una linea dura»

di Paolo Persichetti
Questa intervista è apparsa in versione ridotta su Il Riformista del 10 novembre 2010 e in versione integrale su Gli Altri del 12 novembre 2010

Dopo due anni costellati da rinvii, il 9 marzo 1978 si apre a Torino il processo al cosiddetto “nucleo storico delle Brigate rosse”. 46 imputati di cui 11 detenuti. Alla prima udienza – racconta Adelaide Aglietta, allora segretaria del partito radicale, nel suo, Diario di una giurata popolare al processo delle Brigate rosse, Milano libri edizioni 1979 – «scopro con mio enorme stupore che un giurato depone una rivoltella: accerterò nei mesi seguenti che anche altri girano costantemente armati». Il quotidiano torinese La Stampa descrive minuziosamente le imponenti misure di sicurezza: 4 mila uomini in assetto di guerra, teste di cuoio, tiratori scelti sui tetti intorno alla caserma Lamarmora trasformata in aula Bunker, novecento uomini addetti alle scorte. Nell’aula – ricorda sempre Aglietta – «la regia è perfetta: due persone su tre sono agenti in borghese camuffati per mimare l’intera scala sociale, dall’imbianchino all’impiegato, al signore borghese con loden e Repubblica sotto il braccio, al giovane finto estremista». Sarà il primo dei maxi-processi contro la lotta armata, dopo una maxi-inchiesta condotta dal giudice istruttore torinese Giancarlo Caselli che aveva accorpato, suscitando polemiche e accuse di forzatura, tre differenti filoni d’indagine svolti in città diverse. Il primo rinvio (maggio 1976) c’era stato perché gli imputati con un gesto a sorpresa avevano revocato i difensori. Ribaltando i ruoli nel processo da accusati si erano proclamati accusatori dello “Stato imperialista delle multinazionali” e innovando la tradizione del “processo rottura” annunciavano l’inizio del processo guerriglia, gettando così nello scompiglio l’intera macchina processuale. Il secondo rinvio è dell’anno successivo, dopo l’uccisione, il 28 aprile 1977, del presidente dell’ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce che aveva assunto la difesa d’ufficio nonostante la volontà contraria degli imputati. Il 3 maggio 1977 solo 4 degli 8 giudici popolari avevano accettato la nomina. Per arrivare a comporre l’intera giuria ci vollero ancora un anno e 40 estrazioni. 210 furono i rifiuti tra gli avvocati per le nomine d’ufficio. Il sorteggio, la fiction sceneggiata da Giovanni Fasanella (a proprosito: quando verranno chiamati dei veri storici a fornire consulenze invece dei soliti imprenditori della dietrologia giornalistica?) andata in onda su Raiuno non racconta però la storia di questi giurati embedded. Per saperne qualcosa di più ho incontrato Giuliano Ferrara, oggi direttore del Foglio ma all’epoca attivissimo responsabile delle fabbriche per la federazione torinese del Pci. In un libro di Maurizio Caprara, Lavoro riservato. I cassetti segreti del Pci, Feltrinelli 1997, aveva rivelato che tra i suoi incarichi di allora c’erano state anche «alcune riunioni con giurati del maxi-processo contro i brigatisti per convincerli a non rinunciare all’incarico».

Ferrara, davvero il Pci ti ha dato un incarico del genere?
Bisogna ricostruire il contesto, il clima che si viveva a Torino. Parliamo di anni in cui ogni settimana c’era un omicidio, una gambizzazione, un incendio in una fabbrica, un arresto, la scoperta di un covo. Insomma una situazione molto drammatica, intensa, spettacolare. Era una sorte di guerra civile dispiegata. Io mi occupavo delle fabbriche, della Fiat, di operai, del sindacato, poi ero nella segreteria della Federazione. La società torinese era intrisa di questo problema. Allora quando ci fu la questione del processo alle Br la città si bloccò, nel senso che tutto il processo si bloccò intorno al fatto che non si trovavano i giurati per la paura. Era una cosa devastante per noi. Voleva dire proprio che c’era una resa e allora ci muovemmo per trovare questi giurati.

Come?
Beh, quando venivamo a sapere che c’era qualcuno scelto ma che non voleva, allora intervenivamo. Nella società operaia ci sono delle relazioni parentali, amicali. Il partito era molto ramificato, era molto presente, ci veniva detto ed io andavo come responsabile dell’antiterrorismo.

La legge dice che i giurati non possono essere influenzati.
Certo che era una forzatura, una cosa totalmente non garantista, da emergenzialismo devastante. Per questo era un lavoro che facevamo segretamente, riservatamente. Però sentivo che avevo una forte giustificazione etica. D’altra parte facemmo anche il questionario antiterrorismo con la domanda numero 5 che invitava alla delazione. Insomma c’era una crisi dello Stato evidente che poi diventò parossistica durante il processo Moro, tra l’altro le date coincidono. Lo Stato era debole e flebile il progetto del compromesso storico. Però non ci fu nessuna germanizzazione, come si diceva all’epoca. Non c’è mai stata alcuna Stammheim. L’unica cosa è stata via Fracchia, l’eccidio della direzione della colonna genovese delle Br.

Ma così difendevate la legalità con l’illegalità?
Noi eravamo una specie di controterrorismo. Un giorno mio padre me lo disse, «ma tu sei un controterrorista». Contrariamente a quanti consideravano il terrorismo un fenomeno isolato, minoritario, totalmente avulso dalle lotte sociali, che era poi la versione di comodo di una parte del Pci, ritenevo già allora il terrorismo una cosa molto seria. Un partito armato con un progetto socialmente sostenuto da ragioni forti, da movimenti di massa, da situazioni nuove nella fabbrica, da una dottrina. La fabbrica non era più solo un luogo dello sfruttamento, che è un rapporto matematico, era il luogo dell’oppressione. La volontà di impedire quel processo di oppressione ha creato Il fenomeno del terrorismo politico di matrice marxista in tutta Europa, Raf e Brigate rosse. Se tu riconosci questo allora capisci le ragioni di quell’atto. Se fossero stati soltanto delle pattuglie scollegate dalla società non ce ne sarebbe stato bisogno.

Ma se la lotta armata nasceva dall’oppressione non sarebbe stata più opportuna una risposta politica? Le vostre scelte sembrano confermare invece quanto dicevano i prigionieri delle Br: «il processo messo in scena non è giustizia ma un atto di guerra».
Sì, ma lo Stato di diritto doveva essere salvato. Io sono marxista, dietro l’involucro formale dello Stato di diritto c’è la sostanza, cioè la forza.

Più che Marx mi sembra il discorso di Carl Schmitt.
Ovviamente non nego il formalismo giuridico di cui c’è bisogno, dico che è un involucro, poi dentro c’è un contenuto, una sostanza, i rapporti sociali.

Caselli nel rinvio a giudizio aveva definito le Br una nuova forma di criminalità sprovvista di contenuti politici.
Questa idea del terrorismo come di una pattuglia di persone separate dal contesto sociale italiano è sbagliatissima. Sei mesi prima di via Fracchia, quelli che dormivano lì e che erano nella direzione strategica delle Br, erano avanguardie operaie di fabbrica. Il terrorismo non era criminalità organizzata. Era azione politica che andava al cuore dello Stato, quindi se ti identificavi, se ti immedesimavi con lo Stato, a differenza di Sciascia che se la passava bene dicendo che non stava né con gli uni né con gli altri, non potevi agire altrimenti. Noi ci identificavamo e facevamo quello che consideravamo il nostro dovere. Certo ci voleva anche una certa dose di fanatismo allora per fare cose di questo genere.

Ma le Br non hanno mai fatto minacce dirette ai giurati popolari. Lo testimonia Adelaide Aglietta e le inchieste successive non hanno mai fornito una sola prova che ci fosse stata anche solo l’idea di colpire un giurato.
La percezione era che chi combatteva una battaglia legale contro le Brigate rosse rischiava. Era evidente che c’era un conflitto condotto con argomentazioni molto suggestive, perché le Br dicevano: «mica spariamo a voi, noi spariamo alla vostra funzione». Quindi alla funzione del secondino, alla funzione dell’avvocato Croce, a tutte le tutele corporative, al capo reparto. Chiunque dovesse svolgere un certo ruolo era minacciato, a prescindere da minacce effettive.

Dove avvenivano questi incontri?
Nelle sedi del partito. Mi ricordo una riunione a Lingotto. Adesso sembra chissà che cosa, ma tutto era fatto con una certa eleganza, mica dicevamo «dovete entrare a far parte della giuria e dargli l’ergastolo». Facevamo un’opera di persuasione. Una specie di antidoto contro la paura. Spiegavamo che partecipare ad una giuria è un dovere civico, che se non si arrivava a costituire questa giuria la città e un pezzo importante dell’Italia sarebbero cadute in uno stato di ripiegamento di fronte ad una offensiva violenta che semina lutti, che crea problemi. Davamo il nostro suggerimento e poi naturalmente offrivamo una mano, al di là della mano che dava lo Stato. Lo Stato offriva una sua protezione, noi potevamo aggiungere anche la nostra.

Che tipo di protezione?
Per esempio case. Chiedevamo: «Dicci quali sono i tuoi problemi, se hai paura. Sappi che noi ci siamo».

Fornivate anche armi?
No, non mi risulta. Può essere che questo consiglio sia venuto dalle forze di polizia. Il ministero dell’Interno suggeriva spesso di armarsi. Lo disse anche a me ed io comprai una rivoltella, presi il porto d’armi.

Tra le persone incontrate c’è stato qualcuno che alla fine ha detto no?
Sì, moltissime persone. Anzi ricordo più sconfitte che risultati.

Si trattava di una iniziativa autonoma della federazione di Torino oppure c’era stata una indicazione dalla sezione problemi dello Stato diretta da Pecchioli?
Certo la direzione era informata. Ma era una iniziativa nostra. In quel clima non c’era niente di più ovvio che fare questo.

Il rapporto con Pecchioli come era?
Pecchioli era torinese, era stato partigiano, era legatissimo a tutte le forze reali del partito. Veniva spesso, si fermava. In federazione c’era ancora la generazione della Resistenza divisa in due: quelli che tifavano per i terroristi, che pure c’erano, non dico quelli come Lazagna, ma quelli che dicevano «lasciateli fare i giovani, è inutile fare appelli accorati, hanno ragione loro». Quando cacciarono Lama dall’università erano tutti contenti, alla camera del lavoro e alla Fiom. E poi c’era l’altra generazione resistenziale, quella più dottrinale, quella più ortodossa, che invece diceva «No, questi sono un pericolo», gli amendoliani, insomma quelli più legati ad una tradizionale posizione d’apparato.

E le istituzioni? Il presidente della corte d’Assise Barbaro era al corrente di questa vostra attività?
Non te lo so dire.

Giancarlo Caselli?
Penso che lo sapesse. Caselli e Violante facevano le riunioni con noi.

Il ministro degli Interni Francesco Cossiga era informato?
Sì, Cossiga era in stretto rapporto con Pecchioli, dunque sapeva. Almeno sette-otto persone, da Berlinguer in giù, avevano sicuramente notizia che il Pci a Torino si era attivato per cercare di comporre questa giuria.

Oggi, a distanza di oltre trent’anni, dopo tutto quello che è successo, rifaresti la stessa cosa?
E’ passato tanto tempo, ho un’altra età, ho appreso un sacco di lezioni. La storia ha replicato quindi non voglio fare il gradasso dicendo che rifarei tutto. Spero però che ci sia sempre un giovane, come me allora, capace di rifare la stessa cosa.

Link
Piperno: «Cossiga architetto dell’emergenza giudiziaria era convinto che con l’amnistia si sarebbero chiusi gli aspetti più orripilanti di quegli anni»
Enzo Traverso, années de plomb entre tabou et refoulement
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Steve Wright per una storia dell’operaismo
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Etica della lotta armata
Il nemico inconfessabile, anni 70
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Francesco Cossiga, «Eravate dei nemici politici, non dei criminali»
Francesco Cossiga, «Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels»
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Gli angeli e la storia
Giustizialismo e lotta armata
Neanche il rapimento Sossi fu giudicato terrorismo

Ma dove vuole portarci Saviano?

A “Vieni via con me” tra un elogio delle scorte di polizia, citazioni di Prezzolini e Longanesi che tanto sarebbero piaciute a Montanelli, l’autore di Gomorra ha messo in scena la sua scelta di campo

Paolo Persichetti
Liberazione 10 novembre 2010


Imbarazzante. Non troviamo altro modo per definire la prestazione fornita da Roberto Saviano lunedì sera a Vieni via con me, il programma ideato con Fabio Fazio su Rai3. Se nei suoi libri aveva già dimostrato di non essere un nuovo Umberto Eco, da lunedì sera sappiamo che non sarà nemmeno il nuovo Marco Paolini. A vederlo abbiamo provato nostalgia per le prediche di un qualunque Celentano, per le intemperanze di un qualsiasi Sgarbi. Persino Gianfranco Funari con il suo trash televisivo ci è mancato. Al cospetto il senso di inadeguatezza dimostrato, i luoghi comuni sciorinati, l’uso sistematico di una memoria selettiva e arrangiata, la pochezza culturale messa in campo suscitavano disagio. Un senso di pena e quasi un moto di rimprovero per chi lo ha trascinato fin lì. Un monologo melenso di trenta minuti, privo del senso del ritmo, di battute folgoranti, della potenza delle pause, ma accompagnato solo da uno smisurato e pretensioso egocentrismo, sono stati davvero troppi. Forse un posto giusto per Saviano in televisione ci sarebbe pure, magari nel confessionale del Grande fratello o sotto il fresco di una bella palma nell’Isola dei famosi. Perché il livello è quello lì: un derivato speculare dell’era berlusconiana.
La lunga serata televisiva era cominciata al mattino sulle pagine di Repubblica, dove Saviano annunciava che avrebbe raccontato il funzionamento della “macchina del fango”. Ma il calco televisivo dell’articolo scritto da Giuseppe D’Avanzo a metà ottobre non è riuscito un granché. L’autore di Gomorra piangeva censura. Singolare lamentela per un personaggio che vende centinaia di migliaia di copie con la Mondadori, l’ammiraglia editoriale della famiglia Berlusconi, ha pubblicato l’ultimo libro per la prestigiosa Einaudi diventata una sottomarca sempre della Mondatori, scrive sul secondo quotidiano italiano emanazione di uno dei più potenti e aggressivi gruppi editoriali-finanziari (De Benedetti-Repubblica-Espresso), va in televisione a recitare monologhi nemmeno fosse il presidente della Repubblica, percepisce in cambio un compenso di alcune centinaia di migliaia di euro, cioè l’equivalente di oltre venti anni di salario di un impiegato o di un operaio e di almeno due esistenze di lavoro di un qualsiasi precario.
Il vittimismo è proseguito per l’intera serata rivelando la grave mitomania del personaggio che ha utilizzato alcuni spezzoni televisivi sul giudice Falcone per parlare, in realtà, di sé. Il transfert era evidente. Saviano ha messo in scena la propria voglia di martirio, manifestazione preoccupante di quella sindrome che gli esperti chiamano di san Sebastiano. Non ha rinunciato poi ad inviare dei segnali politici molto chiari. Per tutta la serata non ha mai citato la parola destra, ovviamente tirando bordate, senza mai nominarlo, contro Berlusconi. Ha invece più volte richiamato le responsabilità della sinistra colpevole di aver lasciato solo Falcone, ucciso poi dalla mafia. In realtà a farlo furono soprattutto gli antesignani del giustizialismo odierno, quegli esponenti della Rete che sospinti dall’anticraxismo criticarono la sua scelta di collaborare col guardasigilli Martelli. Insomma lunedì sera Saviano ha tirato la volata alla destra di san Giuliano, quella di Fini. I suoi fans di sinistra è ora che se ne facciano una ragione.

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Recensioni – Il libro di Alessandro Dal Lago, Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, manifestolibri, e l’album di Daniele Sepe, Fessbuk – Buona notte al manicomio, manifesto cd, rompono un tabù

Paolo Persichetti
Liberazione
16 giugno 2010

«Saviano divide la sinistra», più o meno è stato riassunto così il tiro incrociato che ha accolto, Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, il libro scritto da Alessandro Dal Lago per la manifestolibri, insieme all’ultimo album realizzato da Daniele Sepe, Fessbuk – Buona notte al manicomio, sempre per il manifesto cd, dove il sassofonista-compositore dedica un brano molto critico all’autore di Gomorra. A dire il vero la furibonda reazione che si è scagliata contro i due, subito tracimata in bilioso livore, non ha riguardato solo quell’ormai incerto territorio dai confini sempre più evanescenti che per semplicità giornalistica viene ancora chiamato sinistra. Una risposta indispettita è venuta anche da quella parte della destra che, a giusto titolo, rivendica per se il messaggio politico-culturale contenuto nel lavoro letterario di Saviano. Il think tank finiano Farefuturo insieme al Secolo d’Italia hanno aperto da tempo un fronte polemico interno alla destra per dimostrare quanto il discorso portato avanti dal giovane scrittore sia roba loro. Per questa nuova destra, o almeno che aspira a presentarsi come tale, ad osteggiare Saviano sarebbe la solita «sinistra snob», ormai in rotta di collisione con qualsiasi connessione sentimentale col popolo. Dove per popolo deve intendersi innanzitutto il corpo mistico della nazione, un’entità del tutto astratta che al massimo arriva ad assumere le sembianze, nella versione nazional-berlusconiana, del pubblico spettatore o del consumatore, certamente mai l’aspetto concreto di un’agglomerato di ceti e classi sociali traversati da interessi contrapposti. Snob invece deve intendersi come sinonimo di antipopulista, nemico del giustizialismo e del mito dell’azione penale. Opinione diffusa anche in quella grande stampa «terzista», in apparenza agnostica e liberale che, come ricorda lo stesso Dal Lago, naviga nel conformismo dilagante e imbarca personaggi che in gioventù erano collocati a sinistra. Pierluigi Battista, Paolo Di Stefano, Gianni Riotta sono corsi in aiuto del povero Saviano, che vede la sua scorta sempre più affollata. E’ davvero difficile districarsi in questa sorta di nuova lingua dove le parole hanno perso senso e il senso le parole. Nei semoventi spazi della cosiddetta sinistra si sono fatti sentire anche Sofri e Flores D’Arcais, quest’ultimo senza aver nemmeno letto la quarta di copertina, ha esortato i suoi lettori a preferire una seduta d’onanismo piuttosto che perdere tempo a leggere Dal Lago. Dall’Espresso è venuta poi la toccata finale: «chi attacca Saviano è uno stalinista». Talmente vero che l’avrebbe detto anche Vishinski.
Eppure se la canzone del bravo musicista Daniele Sepe è pur sempre una canzone, cioè semplifica inevitabilmente da cui le molte critiche giunte nei suoi confronti, il libro di Dal Lago al contrario realizza una complessa e documentata demolizione non solo del lavoro narrativo di Saviano, ma del dispositivo che attorno all’autore di Gomorra è stato costruito dopo il travolgente successo del suo libro. Attenzione all’ambivalenza dei detrattori: gli stessi argomenti impiegati per criticare Sepe diventano una risorsa quando si tratta di rispondere a Dal Lago che la prosa di Saviano ricorre volutamente a metafore ed allegorie semplificatorie per raggiungere più facilmente il grande pubblico. Dunque per Saviano vale ma per Sepe no. Questa logica binaria non da scampo. E’ un po’ come quanto scritto da Norma Rangeri sul Manifesto. Per rassicurare i lettori scioccati dal fatto che la casa editrice del giornale avesse pubblicato un libro e un disco contro Saviano, e poi dato spazio a Marco Bascetta, direttore della manifestolibri, allo stesso Dal Lago e a Daniele Sepe per sostenere sulle pagine del quotidiano il diritto di critica, ha spiegato che Saviano è certamente uno di sinistra perché «per due anni ha lavorato con noi ed ha una formazione marxista», per poi poche riga più in là prendersela con i «rivoluzionari doc (ma di quale secolo?)» che si sarebbero infilati in questa polemica. Forse si ricorda la Rangeri di quale secolo era Marx? Insomma chi critica da sponde di sinistra Dal Lago e Sepe mostra di avere pochi e confusi argomenti. Al di là dei toni, la discussione è tuttavia un rivelatore molto interessante. Una cartina di tornasole sullo stato della sinistra attuale, su quanto quella somma di pulsioni populiste, giustizialiste e penaliste si siamo ormai saldamente radicate e strutturate nella forma mentis del mondo di sinistra. Irradiamento trasversale che accomuna le diverse sponde, radicali, massimaliste, antagoniste, riformiste, ecologiste. Il libro di Dal Lago va letto proprio e soprattutto per questo, perché oltre a ridurre in briciole l’epopea autoconsolatoria che avvolge l’epica contro il crimine cavalcata da Saviano, aiuta a capire quali sono i nuovi luoghi comuni da abbattere. La rappresentazione, ad esempio, della camorra come male assoluto e non come relazione sociale e forma politica, ha il sapore semplificatorio di un telefilm americano dove i buoni sono tutti da una parte e i cattivi dall’altra. Sfuggono le radici sociali, il consenso locale, la funzione di welfare di sostituzione che svolge, le alleanze in sfere legittime. La criminalità organizzata non è solo una questione di repressione militare e giudiziaria, ma anche battaglia sociale all’interno di territori che hanno difficoltà a reperire altre forme di reddito. E’ singolare che nella rappresentazione di Saviano il coinvolgimento della sfera del politico col crimine appaia fin troppo sfumata. Nello schema manicheo che suddivide il suo discorso, i pubblici poteri, lo Stato e i suoi apparati, si trovano sempre collocati dalla parte del Bene. Nel «confronto assoluto che oppone Legge e Crimine – scrive Dal Lago – Gomorra è dalla parte di un potere specifico dello Stato, quello inquirente e giudicante». Eppure c’è in piedi in un tribunale d’Italia una richiesta a 27 anni di carcere per il generale Ganzer, capo dei Ros, accusato di aver messo in piedi una delle più grosse reti di narcotraffico mai viste. Dove compare il male «sento aria di distrazione di massa», aggiunge Dal Lago in un passaggio molto efficace. Il rischio reale è quello di dare vita ad un gigantesco diversivo. Insomma denunciare la camorra come il tiranno attuale, oltre a infrangere il senso delle proporzioni – offusca al punto da non vedere quanto il capitalismo legale, la logica dell’estrazione di plusvalore non ha bisogno della camorrìa per lasciar bruciare degli operai negli alti forni e annegare i migranti davanti a Lampedusa. La critica di Dal Lago non risparmia gli aspetti letterari del lavoro di Saviano, giocato sulla trinità dell’io. Soprattutto censura il linguaggio fumettistico, le leggende metropolitane, gli episodi inventati (il vestito di Angelina Jolie e i Visitors di Scampia, solo per citarne alcuni), le inverosimiglianze spacciati per fatti reali, come l’incipit del libro sui morti cinesi nel porto di Napoli. A Parigi circolano altre versioni dello stesso mito urbano incentrate nel quartiere di Tolbiac. I cinesi sembrano l’altra ossessione di Saviano che non riesce a parlarne senza emettere un fetore di razzismo. Dal Lago non trova per nulla convincente il nuovo canone letterario di cui Gomorra sarebbe divenuto il modello, definito “New Italian Epic” dai Wu Ming. Insomma, al di là delle intenzioni, per Dal Lago il fenomeno Gomorra è perfettamente adeguato al clima culturale italiano pervaso di berlusconismo. La postura eroica assunta nel libro, dunque ancora prima delle minacce che avrebbe ricevuto dalla camorra, porta Saviano a fare uso di una retorica che anestetizza la ragione, agisce come uno sgravio di coscienza, spingendo il lettore a perdere il proprio senso critico e divenire un semplice seguace dello scrittore. Così il popolo tanto decantato esiste solo in quanto assiste. E non da più fastidio.

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Comunali partenopee, Granata (Fli): “Candiderei Roberto Saviano sindaco di Napoli”

L’esponente finiano parla dell’autore di Gomorra. “Culturalmente è di destra, ma è schierato a sinistra”

Ai microfoni della trasmissione di Radio2 Un Giorno da Pecora, Fabio Granata, deputato di Futuro e Libertà, non ha certo dubbi: “Saviano mi piace, è un grande. Lo candiderei per Fli come sindaco di Napoli, lo farebbe benissimo”.
Lo scrittore nuova icona intellettuale di Futuro e Libertà? “Saviano ha un impegno straordinario e va preservato”, ha spiegato il deputato, parlando di un uomo “culturalmente di destra, ma schierato a sinistra”.

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PG Battista: «Come regalare un eroe agli avversari. Gli errori della destra nel caso Saviano»

 

Pierluigi Battista c’arriva un po’ in ritardo, ma c’arriva. Quanto scrive ricalca cose dette diverso tempo fa da Pietrangelo Buttafuoco: la destra è stupida perché non capisce che Saviano è uno dei suoi e lo spinge nelle braccia della sinistra, convinta che l’autore di Gomorra sia la punta più avanzata del suo schieramento. A dire il vero in questa storia non si capisce bene chi sia il più stupido: se la destra o la sinistra. Di Pietro, Travaglio, ora Saviano, nell’immaginario della sinistra s’aggirano personaggi che nulla hanno a che vedere con le matrici culturali ed anche i più elementari punti di riferimento di una vaga sinistra. Il malinteso di fondo, ciò che sconbussola tutti i punti cardinali è in realtà la figura di Berlusconi, il berlusconismo. Non è vero che la destra sia tutta ostile a Saviano. Lo è la destra berlusconiana, la destra aziendale, quella più cortigiana e servile con il padrone di Mediaset. Il resto della destra che oggi guarda a Fini vede in Saviano un simbolo forte, un testimonial efficace del proprio discorso. Non parliamo poi degli apparati statuali.
E la sinistra? E’ vittima di un antiberlusconismo che fa velo su tutto. Un vero paraocchi assolutamente speculare al suo contrario. Il sintomo della scomparsa di ogni autonomia critica e progettuale. Senza più bussola, Belusconi è diventato la stella polare. Andargli contro, senza vedere altro e ingoiando di tutto, è rimasta l’unica via per pensare di arrivare a sopravvivere. E così va bene qualsiasi cosa si incontri lungo questa rotta: populisti di ogni risma, la confindustria, i banchieri, l’elenco è lungo come le sconfitte. Finito Berlusconi cosa rimarrà? Parafrasando il titolo di un film dei fratelli Vanzina (cantori un tempo del primo Berlusconismo rampante), potremmo rispondere: Sotto l’antiberlusconismo niente

Pierluigi Battista
Corriere della sera 23 ottobre 2010

Davvero formidabile, la capacità della destra italiana di moltiplicare i suoi nemici. E che straordinario impulso masochista nel regalare alla sinistra Roberto Saviano, che di sinistra pure non è. Che capacità di frustrare ogni simpatia, di scoraggiare ogni contatto anche in chi, come Saviano, non è necessariamente animato da un’ostilità preconcetta nei confronti di questa maggioranza. Eppure si dovrebbe sapere, oramai, che il mussoliniano «molti nemici, molto onore» è solo una manifestazione di puerile strafottenza. La destra forse non sa che Saviano si è pubblicamente congratulato con il ministro Maroni per le brillanti operazioni di polizia che hanno cominciato a smantellare la cupola camorrista di «Gomorra»: e in cambio ha ricevuto molti e risentiti rimbrotti della sinistra. La destra forse non sa che per aver inviato un video di solidarietà a una manifestazione pro-Israele, Saviano è stato fatto oggetto dei peggiori insulti sui siti e sui blog «anti-imperialisti» che lo hanno bollato nientemeno che come un mercenario «al soldo dei sionisti». La destra forse non sa che dopo un appassionato intervento in tv, Saviano è riuscito a convincere molti lettori ad acquistare I racconti della Kolyma di Varlam Salamov, uno dei più sconvolgenti capi d’accusa contro il Gulag e le «atrocità del comunismo» (parole di Saviano) su cui «è calato il silenzio da troppo tempo» (sempre parole di Saviano). La destra forse non sa che per aver dichiarato in un’intervista di apprezzare gli scritti di Ezra Pound, alcuni intellettuali di sinistra hanno dichiarato il loro ostracismo nei confronti di Saviano. La destra forse non sa che i peggiori attacchi a Saviano, negli ultimi mesi, sono venuti da sinistra, dai libri editi dal manifesto, dagli scrittori che non sopportano che un loro collega vada troppo in televisione, perché andare troppo in televisione fa troppo «berlusconiano». Oggi Saviano, nella stampa della destra, è diventato il simbolo dell’intellettuale del «regime culturale» della sinistra. Un avversario così spregevole da pretendere addirittura di essere pagato per una trasmissione televisiva (ma come, non si era detto che il mercato non doveva essere demonizzato?). Ed è tale la diffidenza, il sospetto, l’ostilità, l’antipatia nei confronti di Saviano che si è dovuta allestire una trincea di «scalette» televisive per arginarlo, neutralizzarlo, metterlo nelle condizioni di non nuocere, di non dire cose troppo compromettenti. Il risultato è, per il momento, catastrofico. L’impressione generale oramai è che la destra abbia paura di Roberto Saviano, di quello che può dire, delle simpatie che può attirare tra gli avversari del governo. La seconda impressione è che la destra viva ormai prigioniera di una sindrome dell’assedio che scorge dappertutto i segnali occulti di complotti, cospirazioni, manovre contro il governo. E se chi è sospettato non fa parte a pieno titolo della schiera dei detrattori più feroci, ci pensa la destra a scavare il fossato che lo porta dall’ altra parte, a rinfoltire l’esercito degli avversari. Ecco così il nuovo caso. Non solo il caso Santoro. Non solo il caso Travaglio. Non solo il caso Gabanelli. Non solo il caso Floris. Ma adesso il caso Saviano. Un altro nuovo iscritto alla tribù delle vittime del bavaglio, vero o immaginario. Anche se il nuovo iscritto non è della tribù della sinistra: l’importante è farlo diventare, con uno spirito autodistruttivo davvero incomprensibile nello schieramento che vince un’elezione dopo l’altra e perciò dovrebbe mostrare la forza della tranquillità e non il terrore di chi è rinchiuso in una fortezza. Certo, Saviano firma gli appelli contro il governo. Certo, non fa niente per non lasciarsi arruolare nella sinistra firmaiola che vuole fare dell’autore di Gomorra un’icona, un santino, un paladino del Bene in lotta perenne contro il Male (berlusconiano). Ma da destra mai un gioco di sponda, un riconoscimento, una parola di solidarietà per chi, comunque, è costretto a vivere una vita blindata a causa delle minacce camorriste. Come se l’unico gioco che la destra è in grado di condurre è quello del vittimismo, del regalare alla sinistra anche ciò che alla sinistra non appartiene di diritto. Un vittimismo di maggioranza, un vittimismo dei vincitori: ecco l’unicum italiano. E nel vittimismo, ogni sfumatura viene schiacciata. Ogni interlocuzione con chi è diverso ma non nemico viene sommersa dall’urlo della curva che vede comunisti dappertutto, che percepisce la Rai come un fortino della sinistra e una trasmissione con Saviano come un assalto illegittimo al governo. «Molti nemici, molto onore»: e si sa come andò a finire.

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«Non c’è verità storica», il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano

La funzione intellettuale assunta da Roberto Saviano appartiene alla particolare categoria degli imprenditori morali, al prototipo dei creatori di norme, come codificato dal sociologo Howard S. Becker che in proposito scrive: «Opera con un’etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri». Dietro l’autore Saviano c’è un dispositivo che l’utilizza come un marchio di garanzia che con le sue parole, i suoi libri, le sue prese di posizione, la sua semplice presenza, legittimate dalla postura cristica e l’interpretazione vittimistica del proprio ruolo, garantisce sulla verità morale, sempre più distante da quella storica. Questa macchina da guerra mediatica è messa a totale disposizione degli imprenditori delle emergenze, dei guerrieri delle battaglie giudiziarie contro il crimine. Il risultato è una trasfigurazione della lotta contro le organizzazioni criminali che rende mistica la legalità, edifica una forma di Stato etico che fa della soluzione giudiziario-militare predicata una medicina peggiore del male e azzera la pluridecennale lotta alle mafie organizzata dal basso, animata dalle lotte contadine, assolutamente autonoma e indipendente.

La vicenda di Peppino Impastato, militante di Democrazia proletaria, è paradigmatica in proposito. Assassinato nel maggio 1978 dai sicari di Tano Badalamenti, boss ferocemente anticomunista saldamente legato al potere democristiano, la sua morte è il teatro di una messa in scena che simula il fallito attentato di un aspirante “sovversivo comunista”. Il corpo imbottito di tritolo venne lasciato sui binari della ferrovia. La sinistra ufficiale, Pci in testa, schierata con la linea della fermezza antiterrorismo si disinteressò totalmente della vicenda. L’aspirazione a farsi Stato li portava a diffidare di qualunque posizione dissidente, voce critica e indipendente. Carabinieri e magistratura, allineati agli imput che provenivano dal potere politico centrale, per anni tennero un atteggiamento connivente che accreditava la falsa pista inventata dalla mafia. Potere politico, potere giudiziario, apparati dello Stato e sistema mafioso si tenevano assieme grazie ad un delicato gioco di equilibri fondato sullo scambio reciproco. Fuori restavano, dopo il processo d’integrazione consociativa del Pci nello Stato, solo piccole minoranze sociali. La memoria di questa realtà storica è oggi indicibile per gli imprenditori morali come Saviano poiché trasmette una concezione dell’antimafia opposta all’attuale, portatrice di un messaggio di autonomia e indipendenza di pensiero, una idea di lotta contro qualunque prepotenza e ipotesi di sfruttamento dell’imprenditoria mafiosa o meno, una idea di libertà piena delle persone che non ritiene una grande soluzione emancipatrice la sostituzione del potere mafioso con una ragnatela di norme sempre più asfissianti e liberticide da parte dello Stato

Paolo Persichetti
Liberazione 14 ottobre 2010

Peppino Impastato davanti alla sede di Radio aut a Cinisi. Dalle frequenze dellemittentte attaccava quotidianamente “Tano Seduto”, il boss Tano Badalamenti

Dopo Gomorra anche l’ultimo libro di Roberto Saviano, La parola contro la camorra, sta suscitando polemiche. Questa volta è il Centro Peppino Impastato a sollevare il problema con una diffida inviata all’editore Einaudi. Umberto Santino, presidente del Centro e antico amico e compagno di lotte di Peppino Impastato, lamenta le gravi inesattezze storiche presenti alla pagine 6 e 7 del volume dove si ricostruisce con una incredibile dose di superficialità la vicenda della riapertura delle indagini sull’assassinio nel maggio 1978 del giovane militante di Democrazia proletaria su ordine del boss di Cinisi Tano Badalamenti. Nella ricostruzione proposta da Saviano il merito di aver lacerato il velo di silenzio sulla morte di Impastato, consentendo anche la riapertura dei processi, viene attribuito per intero al film I cento passi di Marco Tullio Giordana, presentato al festival di Venezia nel settembre 2000. I due decenni precedenti, il fondamentale lavoro di controinformazione, condotto all’inizio in piena solitudine, dal Centro Impastato e dai suoi familiari scompaiono nel buco nero della storia. L’omissione, segnalano i legali del Centro, è tanto più grave perché l’operazione editoriale mira ad una diffusione di massa del testo che così contribuirebbe a edificare una riscrittura del passato contraria alla verità storica. L’infaticabile lavoro di denuncia del Centro Impastato aveva portato la commissione antimafia ad occuparsi della vicenda già nel 1998 mentre le indagini e i processi hanno tutti avuto inizio prima del film, che semmai ha coronato questo risveglio d’attenzione sulla vicenda. Saviano non è nuovo ad operazioni del genere. Quando non abbevera i suoi testi alle fonti investigative da mostra di evidenti limiti informativi. In un’altra occasione aveva anche raccontato di una telefonata ricevuta dalla madre di Impastato, «che abbiamo verificato non essere mai avvenuta» ha spiega Umberto Santino. Quest’ultimo episodio ripropone nuovamente gli interrogativi sul ruolo di amministratore della memoria dell’antimafia che a Saviano è stato attribuito da potenti gruppi editoriali. L’inquietante livello di osmosi raggiunto con gli apparati inquirenti e d’investigazione, che l’hanno trasformato in una sorta di divulgatore ufficiale delle procure antimafia e di alcuni corpi di polizia, dovrebbe sollevare domande sulla sua funzione intellettuale e sulla sua reale capacità d’indipendenza critica. Saviano oramai è un brand, un marchio, una sorta di macchina mediatica in mano ad alcuni apparati. L’uomo Saviano sembra divenuto una marionetta, un replicante. Quest’ultima omissione non appare affatto innocente ma la diretta conseguenza di una diversa concezione dell’antimafia risolutamente opposta all’antimafia sociale di Peppino Impastato. La verità sul suo assassinio venne a lungo tenuta nascosta anche grazie al depistaggio di carabinieri e magistratura. Un passato che con tutta evidenza il dispositivo Saviano non può più raccontare.

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Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano, casa editrice Giulio Einaudi

Ecco il testo integrale della lettera di diffida mandata ad Einaudi dal presidente del Centro Giuseppe Impastato, Umberto Santino. Ad essere contestata è la ricostruzione “superficiale” della riapertura delle indagini sull’assassinio di Peppino Impastato nel libro La parola contro la camorra di Roberto Saviano, in cui viene disconosciuto il ruolo del centro e delle lotte fatte negli ultimi trent’anni

Palermo, lì 04.10.2010

Spett. le
Giulio Einaudi Editore S.p.A.
Sede legale
Via Umberto Biancamano n° 2
10100 Torino

Oggetto: Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano, casa editrice Giulio Einaudi

Ho ricevuto incarico dal dott. Umberto Santino, Presidente e legale rapp.te del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo – che unitamente a me sottoscrive la presente – per rappresentarVi che il libro in oggetto contiene affermazioni contrarie alla verità storica che ledono l’identità e l’immagine del suddetto Centro di ricerca e di studi, oltre che dei familiari di Giuseppe Impastato (la madre Felicia Bartolotta deceduta nel dicembre 2004, il fratello Giovanni e la cognata Felicia Vitale), assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 dalla mafia con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia nel territorio di Cinisi (PA) nel corso della campagna elettorale.
E, infatti, nel libro da Voi pubblicato La parola contro la camorra, l’autore Roberto Saviano, alle pagine 6-7 con riferimento all’assassinio di Impastato, ignorando del tutto il ruolo del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” nella ricostruzione della verità su tale delitto, le complesse e lunghe vicende che hanno condotto ai due processi di condanna dei mandanti dell’omicidio di Impastato, nonché il lavoro della Commissione parlamentare Antimafia, scrive: “Quando Impastato fu ucciso, l’opinione pubblica venne inconsapevolmente condizionata dalle dichiarazioni che provenivano da Cosa Nostra. Che si fosse suicidato in una sottospecie di attentato kamikaze per far saltare in aria un binario. Questa era la versione ufficiale, data anche dalle forze dell’ordine. Poi dopo più di vent’anni, nasce un film, I cento passi, che non solo recupera la memoria di Giuseppe Impastato – ormai conservata solo dai pochi amici, dal fratello e dalla mamma – ma addirittura la rende a tutti, come un dono. Un dono alla stato di diritto e alla giustizia. Questa memoria recuperata arriva a far riaprire un processo che si chiuderà con la condanna di Tano Badalamenti, all’epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista”.

Ma, da un semplice esame cronologico dei seguenti fatti emerge:

A) il film “I cento passi” è stato presentato al Festival di Venezia il 31 agosto 2000 ed è uscito nelle sale solo nei mesi successivi;

B) Già nel 1998 la Commissione Parlamentare Antimafia ha costituito un Comitato sul “Caso Impastato” e ha redatto una relazione che è stata approvata nel dicembre del 2000;

C) le indagini (e non già il processo) sono state riaperte molto prima del film: il primo processo, quello con rito abbreviato contro Vito Palazzolo, è cominciato nel marzo del 1999 e si è concluso nel marzo del 2001 con la condanna a trent’anni di reclusione; l’altro, quello contro Gaetano Badalamenti, in videoconferenza si è aperto nel gennaio del 2000 e si è concluso nell’aprile del 2002 con la condanna all’ergastolo.

È, quindi, di tutta evidenza ed emerge dalla constatazione cronologica dei suddetti avvenimenti che la ricostruzione dei fatti operata dal Saviano è, quantomeno, grossolana e superficiale e disconosce ingiustamente l’attività e il ruolo culturale svolto dal Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” che, all’indomani del delitto, ha supportato i familiari e i compagni della vittima e, con insistente impegno, ha contribuito alla riapertura delle indagini e alla ricostruzione storica del delitto e della sua matrice.
A riprova di ciò si dà una breve ricostruzione delle attività del Centro. Subito dopo il delitto, l’11 maggio 1978, il Centro con altri ha presentato un esposto alla Procura sostenendo che Impastato era stato ucciso dalla mafia e la mattina dello stesso giorno il dott. Umberto Santino, fondatore del Centro, ha organizzato un’assemblea presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo e nel pomeriggio a Cinisi ha tenuto il comizio di chiusura della campagna elettorale, che doveva tenere Impastato, indicando il capomafia Gaetano Badalamenti come mandante dell’assassinio.

Nel luglio del 1978 il Centro, attraverso il Comitato di controinformazione “Peppino Impastato”, costituitosi presso il Centro, ha pubblicato il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, ricostruendo l’attività culturale e politica di Impastato e ha sostenuto i familiari costituitisi parte civile nel novembre dello stesso anno. Il 6 novembre il sostituto procuratore Domenico Signorino trasmette gli atti all’Ufficio Istruzione per aprire un procedimento per omicidio premeditato ad opera di ignoti.

Nel gennaio del 1979 il Centro ha sollecitato il partito Democrazia proletaria a costituirsi parte civile e successivamente ha presentato, assieme ai redattori di Radio Aut, la radio fondata da Impastato, un promemoria sull’andamento delle indagini, ribadendo la matrice mafiosa del delitto, e un esposto, in seguito al quale il consigliere istruttore Rocco Chinnici ha chiesto il sequestro delle pratiche del Comune di cui Impastato si era occupato. Nel maggio dello stesso anno, nel primo anniversario dell’assassinio di Impastato, ha organizzato a Cinisi una manifestazione nazionale contro la mafia, la prima della storia d’Italia.

Negli anni successivi il Centro ha organizzato, assieme ai familiari e alcuni compagni di militanza, le iniziative per ricordare Impastato e in seguito all’ordinanza-sentenza del maggio 1984, predisposta dal consigliere Chinnici, assassinato il 29 luglio 1983, e completata dal suo successore Antonino Caponnetto, in cui si affermava la matrice mafiosa del delitto attribuendolo a ignoti, ha pubblicato il dossier Notissimi Ignoti e il libro La mafia in casa mia, con la storia di vita della madre di Impastato, che ha fatto riaprire ancora una volta le indagini. In seguito all’archiviazione disposta dal sostituto procuratore De Francisci (febbraio 1992) il Centro ha ribadito la responsabilità di Badalamenti e nel 1994 ha chiesto che venisse ascoltato il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, della famiglia mafiosa di Badalamenti.

La richiesta del Centro è stata accolta e nel febbraio del 1996 le indagini si sono riaperte. Si arriva così alla richiesta di rinvio a giudizio di Badalamenti e del suo vice Vito Palazzolo e ai processi con le condanne di entrambi come mandanti dell’omicidio.

Le affermazioni del Saviano, proprio perché contenute in un libro a larga diffusione, sono mortificanti e offensive per chi, come il predetto Centro siciliano di documentazione – totalmente autofinanziato e quindi senza mezzi pubblici né mediatici – ha dedicato tutta la vita alla lotta alla mafia e alla ricerca della verità sul delitto Impastato.
Quelle contenute nel libro in contestazione sono una falsa rappresentazione dei fatti che per onore della verità sono andati molto diversamente da quanto sostenuto dal Saviano.

Ed infatti:

1) Ignora la storia il Saviano quando dice: “… Poi dopo più di vent’anni, nasce un film, I cento passi… Dimentica l’autore (consapevolmente?) più di vent’anni di lavoro del dott. Umberto Santino e del Centro di ricerca da lui diretto: le lotte, le manifestazioni all’indomani dell’assassinio nonché quelle annuali (ma non solo) organizzate per gli anniversari dell’assassinio dal Centro Impastato e dai familiari, i lavori di ricostruzione del delitto e le pubblicazioni del Centro Impastato; senza considerare che l’autore ha ignorato il lavoro della Commissione Parlamentare Antimafia (stimolato peraltro dal predetto Centro di ricerca), il lavoro dei magistrati e degli avvocati dei familiari. Nessun film ha “riaperto” il processo. Senza il lavoro continuo e costante del Centro di ricerca diretto dal dott. Umberto Santino, con il prezioso e instancabile contributo quotidiano della dott.ssa Anna Puglisi, e dei familiari di Giuseppe Impastato, le indagini non si sarebbero riaperte.

2) La stessa imprecisione terminologica usata nel testo rivela la leggerezza con cui vengono rappresentati i fatti in questione: i processi non si riaprono, semmai si riaprono le indagini! E nella fattispecie, grazie al lavoro del Centro siciliano di documentazione (dei familiari assistiti dagli avvocati e, ovviamente, del pubblico ministero), sono state riaperte (molto prima del film in questione!) le indagini (e non già un processo!) che hanno condotto a due processi (e non uno come invece sostenuto nel libro). Si ripete: il processo con rito abbreviato contro Vito Palazzolo è cominciato nel 1999 e si è concluso nel marzo 2001 con la condanna a trent’anni del Palazzolo; quello contro Gaetano Badalamenti si è aperto in videoconferenza a gennaio 2000 e si è concluso nell’aprile del 2002 con la condanna all’ergastolo dell’imputato. Il film, invece, è uscito nelle sale cinematografiche solo negli ultimi mesi del 2000!

3) L’autore ignora anche il lavoro svolto dalla Commissione parlamentare antimafia. Nell’ottobre 1998, infatti, su richiesta dei commissari di Rifondazione Comunista, la suindicata Commissione ha costituito un Comitato di lavoro sul “Caso Impastato” e, con la collaborazione del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”, dei familiari e dei compagni ha redatto, dopo due anni di intenso lavoro ed audizioni, una relazione che è stata approvata nel dicembre 2000. Relazione che il Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” ha fatto pubblicare nel libro Peppino Impastato. Anatomia di un depistaggio (Editori Riuniti Roma 2001, 2006).

È di tutta evidenza che l’autore rappresenta in modo falso e con estrema superficialità i fatti, mitizzando il film.

4) “… Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista”: chi studia con serietà i fatti come sopra rappresentati, anche attraverso le pubblicazioni del Centro di documentazione e gli atti dei due processi ai mandanti, sa che la dignità di Giuseppe Impastato è stata salvaguardata proprio dal Centro di documentazione e dal Suo presidente, dott. Umberto Santino, che unitamente ai compagni e ai familiari, già all’indomani del delitto ha affermato ad alta voce e pubblicamente la matrice mafiosa del delitto voluto e organizzato dalla mafia di Cinisi a causa dell’attività politico-culturale svolta da Giuseppe Impastato in quel territorio.

È palese, a questo punto, la violazione del principio della verità storica che grava su chi fa o assume di fare informazione e pubblica notizie. Senza considerare che un testo come quello in questione è destinato a circolare in numerosissime copie e a divulgare una falsa rappresentazione dei fatti.
Non solo, ma il libro viola l’identità personale e l’immagine del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” quale soggetto che, sin dal 1977, è impegnato a lottare la mafia sul territorio e che ha avuto un ruolo essenziale nella ricostruzione dei fatti relativi all’omicidio dell’Impastato, tant’è che ne porta dal 1980 il nome!

Si invita e diffida, pertanto, l’editore a rettificare quanto contenuto nelle pagine 6 e 7 del libro in questione, a ritirare dal commercio l’edizione in corso di distribuzione e a rettificare le edizioni successive tenendo conto delle sopra riportate notizie.
In mancanza, sarò costretto ad agire in giudizio per la tutela delle ragioni tutte – anche risarcitorie – del mio cliente, con conseguente aggravio a Vostro carico anche per spese legali, interessi e risarcimento danni come per legge.

Distinti saluti

dott. Umberto Santino
(n.q. Presidente del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”)

(Avv. Pietro Spalla)
(Avv. Antonina Palazzotto)

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Enzo Traverso: “Années de plomb, entre tabou et refoulement”

Le livre entretien de Mario Moretti publié en Italie en 1994 vient de paraitre en France, traduit, préfacé et annoté par Olivier Doubre, chez Amsterdam, 356 pages, 19 euros. C’est l’occasion pour l’historien Enzo Traverso d’analyser le climat politique de la fin des années 1970 italiennes, et de tirer le bilan, aujourd’hui de cet épisode encore peu étudié par les historiens

* (Nei prossimi giorni sarà disponibile in linea anche una versione in italiano di questa intervista. Ndr)

Propos recueillis par Jean-Claude Renard
Politis
1 septembre 2010

Avec le recul, quel regard d’historien portez-vous sur ces années de plomb?
J’ai vécu entre Gênes et Milan entre 1977 et 1981, ce qui correspond aux années les plus dures, d’une lourdeur extrême. Cette période apparaît lointaine: un quart de siècle s’est écoulé, et le monde a totalement changé; c’est en même temps une époque qu’on a du mal à inscrire dans une perspective historique. C’est la grande différence avec Mai 68: on a vu en France il y a deux ans une vague éditoriale, qui n’était pas médiatique mais constituait déjà un début d’historicisation, avec d’importants travaux. L’Italie est encore dans un état hybride, entre le tabou, le refoulement, l’incapacité de faire face à cette période, l’ersatz judiciaire et les demandes d’extradition. Ce passé a plus été élaboré au tribunal que dans l’espace public. Le bilan n’a été tiré ni par les responsables politiques de l’époque ni par les historiens. Les années 1970 commencent seulement à être étudiées. C’est un héritage très lourd, une époque riche de potentiels et qui s’est terminée de la pire des manières. Ce qui explique l’incapacité à lui faire face. Avec une génération, au sens large du terme, qui a produit le meilleur et le pire.

Quelle est cette production du meilleur et du pire?
Aujourd’hui, on trouve des exmilitants de la gauche radicale dans un parti xénophobe, raciste et populiste comme la Ligue du Nord (l’actuel  ministre de l’Intérieur, Roberto Maroni) et dans le Peuple de la liberté, le parti de Berlusconi (le ministre des Affaires étrangères, Franco Frattini). Nombre de gens sont arrivés au berlusconisme en passant par Bettino Craxi, qui, le premier, avait compris que la crise de la gauche radicale jetait dans la nature toute une generation en perte de repères, et qu’on pouvait y puiser. Quant au meilleur, il se trouve dans les universités, où travaillent des philosophes comme Giorgio Agamben et Domenico Losurdo, des historiens comme Guido Crainz, ou dans la littérature, avec des écrivains comme Erri de Luca.

Comment les mouvements d’extrême gauche percevaientils l’existence d’un groupe armé?
Il s’agissait de «camarades qui se trompent». Au départ, on ne sait pas très bien qui sont les Brigades rouges, si elles s’inscrivent dans la tradition de la Résistance ou dans une guerilla à la manière de l’Amérique latine. Dans un climat tendu, militaire, les Brigades rouges étaient le groupe le plus audacieux. Il y avait une réserve, parfois une condamnation, mais, en même temps, les Brigades exerçaient une fascination très forte sur l’extrême gauche en général. Cette fascination est devenue une attraction politique, parfois irrésistible, après 1976, l’année de la dissolution de Lotta continua. Pour toute une mouvance soudainement dépourvue de repères, les Brigades rouges avaient une capacité d’action époustouflante. Elles prétendaient porter l’attaque au coeur de l’État, et c’est ce qu’elles ont fait! Jusqu’à kidnapper Aldo Moro le jour où la stratégie du compromis historique devait être votée à l’Assemblée. Pour moi, trotskiste alors, et pour beaucoup d’autres, les sentiments étaient partagés: d’une part, on critiquait le terrorisme dans la mesure où l’on pensait qu’il remplaçait l’action des masses; de l’autre, on combattait la répression et on défendait tous ceux qui étaient arrêtés. Nous avions forgé le slogan «ni avec les Brigades rouges ni avec l’État», qui n’était pas faux mais traduisait en même temps notre impuissance.

La répression des autorités a été l’occasion d’exactions, de tortures, de lois spéciales, comme le souligne Mario Moretti dans son livre…
Il faut rappeler que le climat était d’une extrême tension. Ainsi, un de nos camarades, dont l’activité n’avait rien de clandestin, a subi une perquisition avec le déploiement d’hélicoptères et des unités spéciales de la police en tenue de combat. Cela n’avait aucun sens! Se réunir simplement dans un café pouvait poser un problème. L’Italie est restée, malgré tout, une démocratie, la torture ne s’est pas généralisée, même si les brigadistes ont parfois subi des massacres, comme dans le cas de via Fracchia, à Gênes, bien décrit dans le livre. Mais il faut rappeler que tout cela se déroulait dans un climat d’accoutumance à la violence qui, au final, banalisait la répression. Tous les jours, la presse rapportait qu’un cadre d’entreprise, un haut fonctionnaire ou un professeur d’université avait été tué ou «gambizzato» (blessé aux jambes par balles). Ce climat explique, à partir des années 1980, le rejet de la violence et une certaine fétichisation des droits de l’homme, qui, comme un contrecoup de la saturation antérieure, sont devenus un substitut de la politique.

Comment expliquez-vous l’émergence et l’importance des Brigades rouges, à la difference d’autres groupes, en Allemagne ou en France?
Les Brigades rouges sont une organization terroriste née dans un pays qui a connu la Résistance comme mouvement de lutte armée de masse. L’Allemagne a également connu une résistance antinazie, numériquement aussi importante qu’en Italie ou en France, mais, pour toute une série de circonstances historiques, en Allemagne, il n’y a pas eu de résistance armée de l’intérieur. Les brigadistes s’inscrivent dans cette tradition, trouvant des relais dans les usines, ayant des contacts avec les militants de base du Parti communiste et les anciens résistants. En Allemagne, la RAF (Fraction armée rouge) n’est pas issue du mouvement ouvrier, il fallait mener la lutte armée contre un État «fasciste», héritier du régime nazi. Les brigadistes ont parfois subi des massacres, comme dans le cas de via Fracchia, à Gênes, bien décrit dans le livre. Mais il faut rappeler que tout cela se déroulait dans un climat d’accoutumance à la violence qui, au final, banalisait la répression. Tous les jours, la presse rapportait qu’un cadre d’entreprise, un haut fonctionnaire ou un professeur d’université avait été tué ou «gambizzato» (blessé aux jambes par balles). Ce climat explique, à partir des années 1980, le rejet de la violence et une certaine fétichisation des droits de l’homme, qui, comme un contre motivations, les perspectives sont donc différentes. Si le terrorisme ne s’est pas enraciné en France, c’est lié à une plus grande stabilité politique des institutions françaises. Il n’y a pas eu de crise de l’État comme en Italie. La Ve République a finalement pu traverser la période des années 1970 sans dommages. Sans comparaison avec l’Italie. D’autre part, l’extrême gauche française avait une orientation politique et idéologique bien différente. L’armure idéologique des trotskistes a empêché certaines dérives. D’une certaine manière, la gauche radicale italienne a dû s’inventer, parce que sans tradition ni forte matrice, contre le Parti communiste. Elle a dû trouver ses repères idéologiques. Du coup, elle a été plus novatrice, mais sur des bases plus instables, plus fragiles. La gauche radicale française était prête à une traversée du désert, ce qui n’était pas le cas en Italie.

Quelle est l’importance du témoignage de Mario Moretti, si l’on songe notamment aux accusations d’infiltrations et de manipulations?
Ce témoignage est d’autant plus important que Mario Moretti dissipe un certain nombre de mythes qui existent encore, même en Italie. Après la chute de l’Union soviétique, certains documents sont sortis prouvant que les Brigades rouges avaient eu des contacts avec certains services des pays de l’Est. Commes elles voulaient faire tomber les institutions italiennes, il est naturel que les Brigades aient suscité l’intérêt des uns et des autres. Dans le contexte d’alors, il est tout à fait possible que l’organisation ait eu des contacts avec l’Est, voire avec l’OLP. Mais que la trajectoire des brigadistes, leur naissance, leur développement, s’explique par le rôle des services secrets de l’Est, de l’OLP ou du Mossad est un mythe qui ne tient pas la route. Il n’y a eu, à l’évidence, aucune manipulation. Mais on peut imaginer des infiltrations de la part de l’État italien. Il faut savoir que celui-ci n’a d’abord rien compris au mouvement. Il y avait un noyau de 150 personnes dans la clandestinité, un autre noyau, plus large, de gens qui pouvaient aussi entrer dans la clandestinité et, enfin, une aire de milliers de sympathisants. Un groupe plus facile à infiltrer. Mais, à vrai dire, l’infiltration relève de la norme dans l’histoire de toute organisation terroriste. En tout cas, face à ce foisonnement d’organisations révolutionnaires, à quelques exceptions près, les hauts fonctionnaires du ministère de l’Intérieur ne comprenaient pas grand-chose.

La mort d’Aldo Moro semble avoir marqué un tournant pour les Brigades rouges.
L’expérience des Brigades rouges s’est mal terminée, et ne pouvait que mal se terminer. Les Brigades ont surgi et se sont nourries de la crise des mouvements sociaux et politiques ayant marqué l’Italie des années 1970. En même temps, leur succès, leurs exploits militaires ont décrété la fin des mouvements d’extrême gauche, la fin de la contestation. Ce que dit clairement Mario Moretti dans ce livre : «Après l’affaire Aldo Moro, nous étions à l’apogée de nos forces, et nous n’avions aucune perspective». Ils ne savaient plus quoi faire. Et, à y réfléchir, l’apogée des Brigades rouges correspond à la défaite du mouvement ouvrier : l’automne1980 est marqué par l’échec de la grève des ouvriers de Fiat, licenciés par milliers, 24 000 à Turin, après un mois de grève. Tous les activistes d’extrême gauche et beaucoup de responsables syndicaux sont virés. C’est un tournant. Les années 1980 seront très différentes de la décennie antérieure.

Enzo Traverso est professeur de sciences politiques à l’université de Picardie, à Amiens.

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Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
Anni Settanta
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Etica della lotta armata
Il nemico inconfessabile
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Steve Wright per una storia dell’operaismo
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”





I paradossi dell’antimafia: Ignazio Sbalanca colpevole di amicizia

Il caso di un giovane siciliano condannato per una “relazione pericolosa”. Il delitto si è consumato a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia, e mette in evidenza i meccanismi perversi dell’antimafia. Depositato un ricorso alla corte europea di Strasburgo

Paolo Persichetti
Liberazione 30 settembre 2010

Nel lontano 1706 una legge inglese incoraggiava i ladri a denunciare i propri complici. In caso di condanna dei denunciati si prometteva a quei “collaboratori ante litteram”, che allora erano ancora chiamati delatori, un compenso di 40 sterline. L’intenzione era quella di smembrare i gruppi criminali facendo in modo che si tradissero reciprocamente. L’effetto in realtà fu un altro, apparve sulla scena una nuova classe d’informatori professionali, di spergiuri che rendevano false testimonianze e ricattavano le proprie vittime (Vincenzo Ruggiero, 2003).

L’eccesso di penalità crea ingiustizia
Quell’invenzione corruppe inevitabilmente il funzionamento della giustizia, conseguenza che al potere interessò ben poco poiché l’innovazione introdusse un vantaggio ben maggiore: l’utilizzo di un nuovo potente strumento di governo. Il binomio omertà-delazione nasce dunque all’esterno delle cinte carcerarie. Questa logica perversa ricevette in Italia un nuovo impulso quando, circa trent’anni fa, con la decretazione d’emergenza e la legislazione premiale antisovversione vennero introdotte le figure del “pentito-delatore” (il collaboratore di giustizia) e del “dissociato” (l’abiurante). Si aprì allora una lunga fase, ancora non conclusa, che legittimò l’avvento di una nuova filosofia pubblica dove l’etica civile si è inchinata alla ragion di Stato. Da quel momento una progressiva espansione del potere giudiziale ha dirottato buona parte dei conflitti – di ogni natura e grado – nei tribunali, trasformati a loro volta in arene giudiziarie. Di emergenza in emergenza, passando per il terrorismo, le mafie, la corruzione, i migranti, la sicurezza, ha preso corpo un populismo penale che ha pervaso trasversalmente la società collocandosi sia a destra che a sinistra degli schieramenti politici, anzi il più delle volte sovrapponendosi alle vecchie barriere ideologiche fino a farle scomparire. La sfera giudiziaria è diventata il perno attorno al quale ruotano tutti i contenziosi, si pensa e si parla solo attraverso le lenti del sistema penale. Una sovrabbondanza che alla fine non ha creato più giustizia. Come dicevano già i romani: summum ius, summa iniuria. Le vicende giudiziarie sono diventate una sorta di biografia della nazione, la filigrana attraverso la quale leggere la storia recente del Paese.

La storia di Ignazio
Una storia siffatta, trasformata in rullo compressore giudiziario, ha trasformato le nostre prigioni in discariche, depositi nei quali seppellire tutto il disagio e il malessere sociale. I ceti più deboli pagano il prezzo più alto, tra immigrati e tossicodipendenti, incapaci di portare a termine quei crimini che alla fine non si pagano mai. Ma questa moderna fabbrica del rito espiatorio miete vittime ovunque, anche tra chi per estrazione sociale mai penserebbe di dover valicare la porta carraia di una prigione. Come è accaduto ad Ignazio Sbalanca, 28 anni, studente di giurisprudenza, famiglia modello con un padre impiegato e una madre insegnante. Attualmente in carcere ad Agrigento, dove sta scontando una pena a due anni e otto mesi per un «favoreggiamento aggravato».

Una cosca d’infiltrati e pentiti
Tutto si svolge a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. Trama letteraria e iter giudiziario s’incrociano quasi inevitabilmente. Nel paese era attiva una cosca coinvolta in una sanguinosa faida. La vicenda è stata raccontata da Gaetano Savatteri in un libro, I ragazzi di Regalpetra, che fa il verso proprio al titolo di un libro di Sciascia. Originario del posto, Savatteri ha incontrato i mafiosi arrestati divenuti nel frattempo collaboratori di giustizia. Ma cosa c’entra Ignazio Sbalanca con tutto ciò? In questa brutta vicenda è tirato per i capelli da un pentito. Non ha mai fatto parte di famiglie mafiose. La circostanza è stata esclusa da quattro delle cinque corti che si sono occupate del caso: il Riesame, che lo scarcerò pochi giorni dopo l’arresto nel luglio 2007, la Cassazione e l’Appello, che derubricò in favoreggiamento la condanna a sei anni e otto mesi per associazione mafiosa inflitta in primo grado e il giudizio definitivo di Cassazione che ha confermato la sua «non intraneità» nel sodalizio mafioso. Ignazio non ha mai posseduto o impugnato armi, non ha mai trafficato sostanze illecite, non ha mai chiesto il pizzo a nessuno, non ha mai custodito o trasferito pizzini. Non ha proferito minacce o esercitato violenza ad alcuno. Non ha mai rubato, ricettato, attentato a cose o persone. Ignazio però ha avuto un amico, poco più grande di lui, conosciuto sui banchi del liceo. Il giovane, che è stato anche allievo della madre, finisce in carcere. Si chiama Luigi Gagliardo ma non confessa subito di essersi messo a disposizione della cosca di Racalmuto. Dopo il suo arresto Ignazio tronca ogni rapporto. Non risponde alle lettere e nemmeno alle sollecitazioni della madre. Vista dall’esterno, questa durezza può apparire persino eccessiva. In fondo tutti possono sbagliare e l’amicizia, che è cosa complessa, dovrebbe servire proprio in questi momenti di difficoltà. Ma Ignazio spiega di essersi sentito tradito dalla doppiezza del suo “ex amico” e non vuol saperne più nulla. Anzi, a suo dire, le accuse mossegli contro dal pentito Beniamino Di Gati sarebbero nate dalla cucina del risentimento covato da Gagliardo per questa drastica rottura.

Delitto d’amicizia
A chi gli rimprovera, come farà Gaetano Savatteri in un articolo apparso lo scorso aprile su S, che in un piccolo paese come Racalmuto «tutti sanno tutto di tutti», e dunque sarebbe stato impossibile non sapere delle frequentazioni mafiose del Gagliardo nonché di un suo fratello latitante per mafia, Sbalanca ha buon gioco nel rispondere che in quella stessa famiglia c’erano anche due poliziotti. Siamo in Sicilia terra dove tutto s’intreccia e al tempo stesso sembrano esserci solo due possibilità, o si sta col bianco o con il nero, o con lo Stato o con la mafia. Insomma Ignazio è arrestato perché il collaborante Beniamino Di Gati, custode del cimitero di Racalmuto, figura ambigua dell’inchiesta e su cui pesa il sospetto di aver iniziato a collaborare molto prima dell’arresto trasformandosi in confidente, fratello del capo cosca Maurizio, anche lui pentito, afferma che sarebbe un «avvicinato». Cosa voglia dire non è chiaro. Ma avvicinato perché? Gli chiedono gli inquirenti. E Di Gati risponde: «Dico avvicinato perché era molto amico di Luigi [Gagliardo] non perché ha avuto un ruolo». Con tutta evidenza questa è solo una supposizione. Vista la vicinanza tra i due, Di Gati ritiene (ma chi glielo avrebbe detto?) che la confidenza fosse tale da fare venire meno ogni segreto tra loro. Tutto ruota intorno ad alcuni «passaggi in macchina» che Beniamino Di Gati dice di aver ricevuto da Luigi Gagliardo in compagnia, ma solo alcune volte, di Ignazio Sbalanca. Tratti di strada molto brevi, avvenuti all’interno del paese senza mai oltrepassare la periferia di Racalmuto. Favori che dovevano permettergli di raggiungere in sicurezza il fratello Maurizio, nascosto – si fa per dire – in un paesino non lontano. Per avere un minimo di credibilità processuale queste accuse avrebbero dovuto trovare il conforto del latitante Maurizio Di Gati e di Luigi Gagliardo. Ma il fratello di Beniamino, che in qualità di capo zona sapeva ogni cosa della famiglia che comandava, esclude ripetutamente che Sbalanca potesse far parte della mafia: «Sbalanca non c’entra nulla con la mafia e non ha mai avuto comportamenti mafiosi». Luigi Gagliardo, tartassato dai magistrati perché confermasse le accuse, con una prosa titubante ammette invece i passaggi in macchina, «non più di 4-5 volte nell’arco di diversi anni», e la presenza occasionale dell’amico: «ogni tanto mi faceva compagnia Sbalanca». Alla domanda se questi sapesse dove stavano andando, Gagliardo risponde: «penso di sì, non lo posso sapere con certezza se era consapevole; perché come ero io era lui nel modo di sapere». Quando, come e dove avevano concordato il “modo di sapere”, non lo dice. In compenso precisa quale era: mimico, fatto per gesti e sottintesi. Quando Beniamino Di Gati gli chiedeva un passaggio non diceva mai dove sarebbe andato. Quella di Gagliardo era solo una «intuizione intima». “Accompagnante occasionale di un accompagnatore” nel viale centrale del paese, dove tutti incrociano tutti, è il comportamento criminale imputato a Sbalanca. Chiunque sarebbe potuto finire al suo posto. E’ proprio il caso di dire che tutto ciò lascia senza parole.

Professionisti dell’antimafia
«Possiamo essere amici di tutti?», gli ha rimproverato ancora una volta Gaetano Savatteri cogliendo la vera essenza della colpa censurata dai giudici: il “delitto d’amicizia” motivato dalle sue incaute frequentazioni. Un giudizio che, se fosse fondato, avrebbe dovuto attenersi alla sola sfera morale si è invece trasformato in sanzione penale. Nel frattempo Savatteri dimentica le proprie amicizie, come tanti padrini dell’antimafia abituati a prendere le distanze solo da quelle degli altri. Questa storia porta alla luce la faccia nascosta del professionismo antimafioso, il purismo inquisitorio che scende a patti con i pentiti e contemporaneamente si erge a cattedra morale per tutti. «L’omertà è un’ignobile legge di sopraffazione, intimidazione e avvilimento: ma le pensioni e l’onore resi alla delazione non sono migliori, e venendo dalle autorità legali, rischiano di essere peggiori», scriveva Adriano Sofri nel lontano 1997 al suo rientro in carcere.

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Les paradoxes de «L’antimafia»: Ignazio Sbalanca coupable d’amitié

Le cas d’un jeune sicilien condamné pour une «relation dangereuse». Le délit a été accompli à Racalmuto, la ville de l’écrivain Leonardo Sciascia et met en évidence les mécanismes pervers de «L’antimafia». Un recours a été déposé auprès de la Cour Européenne de Strasbourg

Paolo Persichetti
Liberazione 30 septembre 2010

En 1706 une loi anglaise encourageait les voleurs à dénoncer leurs propres complices. En cas de condamnation des personnes dénoncées on promettait à ces «collaborateurs ante litteram», qu’on appelait encore délateurs ou mouchards, une prime de 40 livres sterling. Le but poursuivi était de démanteler les groupes criminels qui se seraient trahis réciproquement. En réalité le résultat fut  bien différent car cela donna naissance à une nouvelle catégorie d’informateurs professionnels, de parjures qui rendaient de faux témoignages et faisaient chanter leurs victimes (Vincenzo Ruggiero, 2003).

Le tout pénal crée injustice
Cette invention corrompit inévitablement le fonctionnement de la justice, conséquence qui intéressa bien peu le pouvoir car cette nouvelle disposition mit à jour un avantage bien plus grand: l’utilisation d’un nouveau puissant instrument de gouvernement. Le binôme «omerta-délation») prend naissance à l’extérieur de l’enceinte des prisons. Cette logique perverse reçut en Italie une nouvelle impulsion quand, il y a trente ans, par des décrets d’urgence et la législation des primes anti- subversion furent introduits le «repenti-délateur» (collaborateur de justice) et le «dissocié» (l’abjurant). C’est alors que débuta une longue période, qui n’est pas encore terminée, qui justifia l’avènement d’une philosophie publique nouvelle qui s’est inclinée devant la raison d’État. A partir de là une expansion progressive du pouvoir judiciaire a dérouté une bonne partie des conflits – de toute nature ou degré – dans les tribunaux, transformés dès lors en arènes judiciaires. D’urgence en urgence, en passant par le terrorisme, les mafias, la corruption, les immigrés, la sécurité, un populisme pénal a pris naissance et a envahi transversalement la société en s’insinuant, aussi bien à  droite qu’à gauche des coalitions politiques, même très souvent en se superposant aux vieilles barrières idéologiques jusqu’à les faire disparaître. Le milieu judiciaire est devenu l’axe autour duquel tournent tous les contentieux, on pense et on parle uniquement à travers la loupe du système pénal. Une surenchère qui à la fin n’a plus créé de justice. Comme le disaient déjà les Romains :summum ius, summa iniuria. Les vicissitudes judiciaires sont devenues une sorte de biographie de la nation, le filigrane à travers lequel lire l’histoire récente du Pays.

L’histoire d’Ignazio
Une histoire telle, transformée en rouleau compresseur judiciaire, a transformé nos prisons en décharges, dépotoirs où sont enterrés toutes les difficultés et les malaises sociaux. Les classes les plus faibles paient le prix le plus élevé, entre immigrés et toxicomanes, incapables à la différence de cols blancs de réaliser ces types de crimes qui à la fin ne se payent jamais. Mais cette fabrique moderne du rite expiatoire fauche des victimes partout, même parmi ceux qui par leur origine sociale pensent ne jamais franchir la porte cochère d’une prison. Ce qui est arrivé à Ignazio Sbalanca, âgé de 28 ans, étudiant en droit, issu d’une famille modèle avec un père employé et une mère enseignante. Actuellement en prison à Agrigente, où il est en train de purger une peine de deux ans et huit mois pour «complicité aggravée».

Une bande d’infiltrés et repentis
Tout se passe à Racalmuto, la ville de Leonardo Sciascia. La trame littéraire et le déroulement judiciaire s’entrecroisent presque inévitablement. Dans la ville sévissait une bande impliquée dans une vendetta sanglante. L’histoire a été racontée par Gaetano Savatteri dans un livre, Les Enfants de Regalpetra, fait sa propre version du titre du livre de Sciascia. Originaire de du pays, Savatteri a rencontré les mafieux arrêtés devenus entre temps collaborateurs de justice. Mais en quoi tout cela concerne-t-il Igniazio Sbalanca? Dans cette sale histoire il est tiré par les cheveux par un repenti. Il n’a jamais fait partie de familles mafieuses. Ceci a été exclus par quatre des cinq Cours de justice qui se sont occupées de son cas: le “Réexamen” (chambre d’accusation), qui le libéra peu de jours après son arrestation en juillet 2007, la Cassation et l’Appel, qui requalifia en complicité la condamnation de six ans et huit mois pour association mafieuse infligée au premier degré et le jugement définitif de la Cour de Cassation qui a confirmé sa non appartenance à l’association mafieuse. Ignazio n’a jamais possédé ou empoigné des armes, n’a jamais trafiqué des substances illicites, n’a jamais extorqué d’argent à personne, n’a jamais détenu ni transmis des «pizzini» (messages compromettants) des chefs mafieux. Il n’a pas proféré de menaces ou exercé de violences sur personne. Il n’a jamais volé, recelé, attenté aux biens ou aux personnes. Mais Ignazio a eu un ami, un peu plus âgé que lui, qu’il a connu sur les bancs du lycée. Le jeune qui a également été élève de sa mère, finit en prison. Il s’appelle Luigi Gagliardo mais il n’avoue pas tout de suite de s’être mis à la disposition de la mafia de Racalmuto. Après son arrestation Ignazio arrête toute relation avec lui. Il ne répond pas à ses lettres ou aux sollicitations de sa mère. Vue de l’extérieur, cette dureté peut être jugée excessive. Au fond tout le monde peut faire une erreur et l’amitié, qui est une chose complexe, devrait servir surtout en ces moments difficiles. Mais Ignazio explique qu’il s’est senti trahi par la duplicité de son «ex ami» et ne voulut plus en entendre parler. Au contraire, d’après lui, les accusations exprimées à son encontre par le repenti Beniamino Di Gati auraient pour origine le ressentiment éprouvé par Gagliardo à cause de cette ferme rupture.

Délit d’amitié
A ceux qui lui reprochent, comme le fera Gaetano Savatteri dans un article paru en avril dernier sur S, qui dans une petite ville comme Racalmuto «tout le monde sait les affaires de tout le monde», et que il aurait donc été impossible ne pas connaître les fréquentations mafieuses de Gagliardo ainsi que de son frère en fuite pour des faits mafieux, Sbalanca répond que dans la famille en question il y avait même deux policiers. Nous sommes en Sicile terre où tout se mêle et en même temps il semble qu’il n’y ait que deux possibilités, ou on est avec le blanc ou on est avec le noir, ou avec l’État ou avec la mafia. En somme Ignazio est arrêté parce que le collaborateur Beniamino Di Gati, gardien du cimetière de Racalmuto, personnage ambigu de l’enquête et sur lequel pèse le soupçon d’avoir commencé à collaborer avant son arrestation en se transformant en confident, frère du chef mafieux local Maurizio, lui- même repenti, affirme qu’il serait un «approché». Ce qu’il entend dire ce n’est pas clair. «Mais approché pourquoi?» lui demandent les enquêteurs. Et Di Gati répond «Je dis approché parce qu’il était très ami avec Luigi (Gagliardo) mais non parce qu’il a joué un rôle». De toute évidence ceci est une supposition. Eu égard à l’amitié entre les deux, Di Gati pense (mais qui le lui aurait dit?) que leur confiance était telle qu’il ne pouvait y avoir de secret entre eux. L’accusation concerne quelques passage en en voiture que Beniamino Di Gati dit avoir reçu par Luigi Gagliardo en compagnie, mais seulement deux fois, d’Ignazio Sbalanca. Des parcours très courts, à l’intérieur de la ville sans jamais dépasser la banlieue de Racalmuto. Services qui devaient lui permettre de rejoindre en sécurité son frère Maurizio, caché dans un village peu distant. Pour avoir un minimum de crédibilité procédurale ces accusations auraient du être avalisés par le frère en cavale de Beniamino Di Gati, Ignazio, et Luigi Galiardo. Mais le frère de Beniamino, qui en tant que chef local de la mafia connaissait tout de la famille qu’il commandait, exclut à plusieurs reprises que Sbalanca puisse faire partie de la mafia: «Sbalanca n’a rien à voir avec la mafia et n’a jamais eu de comportement mafieux». Luigi Gagliardo pressé par les magistrats afin qu’il confirme les accusations, avec une prose hésitante admet par contre les parcours en voiture, «pas plus de quatre cinq fois en l’espace de plusieurs années» et la présence occasionnelle de son ami: «de temps en temps Sbalanca me tenait compagnie». A la demande si ce dernier savait où ils allaient, Gagliardo répond: «je pense que oui, je ne peux pas savoir avec certitude s’il était au courant; parce que lui se trouvait comme moi pour ce qui est de la façon de savoir». Quand, comment et où ils avaient convenu de cette «façon de savoir», il ne le dit pas. Par contre il précise ce que c’était: mimique, par gestes et sous-entendus. Quand Beniamino Di Gati lui demandait de l’accompagner en voiture, il ne disait jamais où il allait. Cela pour Gagliardo était une «intuition intime». Voilà le comportement criminel imputé à Sbalanca: «accompagnant occasionnel d’un accompagnateur» dans le boulevard du centre ville, où tout le monde croise tout le monde. Quiconque aurait pu finir à sa place. C’est vraiment le cas de dire que tout cela laisse sans voix.

Professionnels de l’antimafia
«Pouvons-nous être amis de tous?», lui a reproché encore une fois Gaetano Savatteri en touchant du doigt la vraie quintessence de la faute sanctionnée par les juges: le «délit d’amitié» motivé par ses fréquentations imprudentes. Un jugement que, s’il était fondé, aurait du se limiter au domaine de la morale a été transformé pourtant en sanction pénale. Pendant ce temps Savatteri oublie ses propres amitiés, comme beaucoup de parrains de l’antimafia habitués à prendre leurs distances seulement avec celles des autres. Cette histoire met en lumière la face cachée du professionisme antimafieux, le purisme inquisitorial qui pactise avec les repentis et en même temps s’érige en chaire morale pour tous. «L’omertà est une loi ignoble d’accablement, intimidation et découragement: mais les primes et l’honneur accordées à la délation ne sont pas meilleures, et venant des autorités légales, risquent d’être pires», écrivait Adriano Sofri en 1997 lors de son rentrée en prison.