Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano, casa editrice Giulio Einaudi

Ecco il testo integrale della lettera di diffida mandata ad Einaudi dal presidente del Centro Giuseppe Impastato, Umberto Santino. Ad essere contestata è la ricostruzione “superficiale” della riapertura delle indagini sull’assassinio di Peppino Impastato nel libro La parola contro la camorra di Roberto Saviano, in cui viene disconosciuto il ruolo del centro e delle lotte fatte negli ultimi trent’anni

Palermo, lì 04.10.2010

Spett. le
Giulio Einaudi Editore S.p.A.
Sede legale
Via Umberto Biancamano n° 2
10100 Torino

Oggetto: Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano, casa editrice Giulio Einaudi

Ho ricevuto incarico dal dott. Umberto Santino, Presidente e legale rapp.te del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo – che unitamente a me sottoscrive la presente – per rappresentarVi che il libro in oggetto contiene affermazioni contrarie alla verità storica che ledono l’identità e l’immagine del suddetto Centro di ricerca e di studi, oltre che dei familiari di Giuseppe Impastato (la madre Felicia Bartolotta deceduta nel dicembre 2004, il fratello Giovanni e la cognata Felicia Vitale), assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 dalla mafia con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia nel territorio di Cinisi (PA) nel corso della campagna elettorale.
E, infatti, nel libro da Voi pubblicato La parola contro la camorra, l’autore Roberto Saviano, alle pagine 6-7 con riferimento all’assassinio di Impastato, ignorando del tutto il ruolo del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” nella ricostruzione della verità su tale delitto, le complesse e lunghe vicende che hanno condotto ai due processi di condanna dei mandanti dell’omicidio di Impastato, nonché il lavoro della Commissione parlamentare Antimafia, scrive: “Quando Impastato fu ucciso, l’opinione pubblica venne inconsapevolmente condizionata dalle dichiarazioni che provenivano da Cosa Nostra. Che si fosse suicidato in una sottospecie di attentato kamikaze per far saltare in aria un binario. Questa era la versione ufficiale, data anche dalle forze dell’ordine. Poi dopo più di vent’anni, nasce un film, I cento passi, che non solo recupera la memoria di Giuseppe Impastato – ormai conservata solo dai pochi amici, dal fratello e dalla mamma – ma addirittura la rende a tutti, come un dono. Un dono alla stato di diritto e alla giustizia. Questa memoria recuperata arriva a far riaprire un processo che si chiuderà con la condanna di Tano Badalamenti, all’epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista”.

Ma, da un semplice esame cronologico dei seguenti fatti emerge:

A) il film “I cento passi” è stato presentato al Festival di Venezia il 31 agosto 2000 ed è uscito nelle sale solo nei mesi successivi;

B) Già nel 1998 la Commissione Parlamentare Antimafia ha costituito un Comitato sul “Caso Impastato” e ha redatto una relazione che è stata approvata nel dicembre del 2000;

C) le indagini (e non già il processo) sono state riaperte molto prima del film: il primo processo, quello con rito abbreviato contro Vito Palazzolo, è cominciato nel marzo del 1999 e si è concluso nel marzo del 2001 con la condanna a trent’anni di reclusione; l’altro, quello contro Gaetano Badalamenti, in videoconferenza si è aperto nel gennaio del 2000 e si è concluso nell’aprile del 2002 con la condanna all’ergastolo.

È, quindi, di tutta evidenza ed emerge dalla constatazione cronologica dei suddetti avvenimenti che la ricostruzione dei fatti operata dal Saviano è, quantomeno, grossolana e superficiale e disconosce ingiustamente l’attività e il ruolo culturale svolto dal Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” che, all’indomani del delitto, ha supportato i familiari e i compagni della vittima e, con insistente impegno, ha contribuito alla riapertura delle indagini e alla ricostruzione storica del delitto e della sua matrice.
A riprova di ciò si dà una breve ricostruzione delle attività del Centro. Subito dopo il delitto, l’11 maggio 1978, il Centro con altri ha presentato un esposto alla Procura sostenendo che Impastato era stato ucciso dalla mafia e la mattina dello stesso giorno il dott. Umberto Santino, fondatore del Centro, ha organizzato un’assemblea presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo e nel pomeriggio a Cinisi ha tenuto il comizio di chiusura della campagna elettorale, che doveva tenere Impastato, indicando il capomafia Gaetano Badalamenti come mandante dell’assassinio.

Nel luglio del 1978 il Centro, attraverso il Comitato di controinformazione “Peppino Impastato”, costituitosi presso il Centro, ha pubblicato il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, ricostruendo l’attività culturale e politica di Impastato e ha sostenuto i familiari costituitisi parte civile nel novembre dello stesso anno. Il 6 novembre il sostituto procuratore Domenico Signorino trasmette gli atti all’Ufficio Istruzione per aprire un procedimento per omicidio premeditato ad opera di ignoti.

Nel gennaio del 1979 il Centro ha sollecitato il partito Democrazia proletaria a costituirsi parte civile e successivamente ha presentato, assieme ai redattori di Radio Aut, la radio fondata da Impastato, un promemoria sull’andamento delle indagini, ribadendo la matrice mafiosa del delitto, e un esposto, in seguito al quale il consigliere istruttore Rocco Chinnici ha chiesto il sequestro delle pratiche del Comune di cui Impastato si era occupato. Nel maggio dello stesso anno, nel primo anniversario dell’assassinio di Impastato, ha organizzato a Cinisi una manifestazione nazionale contro la mafia, la prima della storia d’Italia.

Negli anni successivi il Centro ha organizzato, assieme ai familiari e alcuni compagni di militanza, le iniziative per ricordare Impastato e in seguito all’ordinanza-sentenza del maggio 1984, predisposta dal consigliere Chinnici, assassinato il 29 luglio 1983, e completata dal suo successore Antonino Caponnetto, in cui si affermava la matrice mafiosa del delitto attribuendolo a ignoti, ha pubblicato il dossier Notissimi Ignoti e il libro La mafia in casa mia, con la storia di vita della madre di Impastato, che ha fatto riaprire ancora una volta le indagini. In seguito all’archiviazione disposta dal sostituto procuratore De Francisci (febbraio 1992) il Centro ha ribadito la responsabilità di Badalamenti e nel 1994 ha chiesto che venisse ascoltato il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, della famiglia mafiosa di Badalamenti.

La richiesta del Centro è stata accolta e nel febbraio del 1996 le indagini si sono riaperte. Si arriva così alla richiesta di rinvio a giudizio di Badalamenti e del suo vice Vito Palazzolo e ai processi con le condanne di entrambi come mandanti dell’omicidio.

Le affermazioni del Saviano, proprio perché contenute in un libro a larga diffusione, sono mortificanti e offensive per chi, come il predetto Centro siciliano di documentazione – totalmente autofinanziato e quindi senza mezzi pubblici né mediatici – ha dedicato tutta la vita alla lotta alla mafia e alla ricerca della verità sul delitto Impastato.
Quelle contenute nel libro in contestazione sono una falsa rappresentazione dei fatti che per onore della verità sono andati molto diversamente da quanto sostenuto dal Saviano.

Ed infatti:

1) Ignora la storia il Saviano quando dice: “… Poi dopo più di vent’anni, nasce un film, I cento passi… Dimentica l’autore (consapevolmente?) più di vent’anni di lavoro del dott. Umberto Santino e del Centro di ricerca da lui diretto: le lotte, le manifestazioni all’indomani dell’assassinio nonché quelle annuali (ma non solo) organizzate per gli anniversari dell’assassinio dal Centro Impastato e dai familiari, i lavori di ricostruzione del delitto e le pubblicazioni del Centro Impastato; senza considerare che l’autore ha ignorato il lavoro della Commissione Parlamentare Antimafia (stimolato peraltro dal predetto Centro di ricerca), il lavoro dei magistrati e degli avvocati dei familiari. Nessun film ha “riaperto” il processo. Senza il lavoro continuo e costante del Centro di ricerca diretto dal dott. Umberto Santino, con il prezioso e instancabile contributo quotidiano della dott.ssa Anna Puglisi, e dei familiari di Giuseppe Impastato, le indagini non si sarebbero riaperte.

2) La stessa imprecisione terminologica usata nel testo rivela la leggerezza con cui vengono rappresentati i fatti in questione: i processi non si riaprono, semmai si riaprono le indagini! E nella fattispecie, grazie al lavoro del Centro siciliano di documentazione (dei familiari assistiti dagli avvocati e, ovviamente, del pubblico ministero), sono state riaperte (molto prima del film in questione!) le indagini (e non già un processo!) che hanno condotto a due processi (e non uno come invece sostenuto nel libro). Si ripete: il processo con rito abbreviato contro Vito Palazzolo è cominciato nel 1999 e si è concluso nel marzo 2001 con la condanna a trent’anni del Palazzolo; quello contro Gaetano Badalamenti si è aperto in videoconferenza a gennaio 2000 e si è concluso nell’aprile del 2002 con la condanna all’ergastolo dell’imputato. Il film, invece, è uscito nelle sale cinematografiche solo negli ultimi mesi del 2000!

3) L’autore ignora anche il lavoro svolto dalla Commissione parlamentare antimafia. Nell’ottobre 1998, infatti, su richiesta dei commissari di Rifondazione Comunista, la suindicata Commissione ha costituito un Comitato di lavoro sul “Caso Impastato” e, con la collaborazione del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”, dei familiari e dei compagni ha redatto, dopo due anni di intenso lavoro ed audizioni, una relazione che è stata approvata nel dicembre 2000. Relazione che il Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” ha fatto pubblicare nel libro Peppino Impastato. Anatomia di un depistaggio (Editori Riuniti Roma 2001, 2006).

È di tutta evidenza che l’autore rappresenta in modo falso e con estrema superficialità i fatti, mitizzando il film.

4) “… Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista”: chi studia con serietà i fatti come sopra rappresentati, anche attraverso le pubblicazioni del Centro di documentazione e gli atti dei due processi ai mandanti, sa che la dignità di Giuseppe Impastato è stata salvaguardata proprio dal Centro di documentazione e dal Suo presidente, dott. Umberto Santino, che unitamente ai compagni e ai familiari, già all’indomani del delitto ha affermato ad alta voce e pubblicamente la matrice mafiosa del delitto voluto e organizzato dalla mafia di Cinisi a causa dell’attività politico-culturale svolta da Giuseppe Impastato in quel territorio.

È palese, a questo punto, la violazione del principio della verità storica che grava su chi fa o assume di fare informazione e pubblica notizie. Senza considerare che un testo come quello in questione è destinato a circolare in numerosissime copie e a divulgare una falsa rappresentazione dei fatti.
Non solo, ma il libro viola l’identità personale e l’immagine del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” quale soggetto che, sin dal 1977, è impegnato a lottare la mafia sul territorio e che ha avuto un ruolo essenziale nella ricostruzione dei fatti relativi all’omicidio dell’Impastato, tant’è che ne porta dal 1980 il nome!

Si invita e diffida, pertanto, l’editore a rettificare quanto contenuto nelle pagine 6 e 7 del libro in questione, a ritirare dal commercio l’edizione in corso di distribuzione e a rettificare le edizioni successive tenendo conto delle sopra riportate notizie.
In mancanza, sarò costretto ad agire in giudizio per la tutela delle ragioni tutte – anche risarcitorie – del mio cliente, con conseguente aggravio a Vostro carico anche per spese legali, interessi e risarcimento danni come per legge.

Distinti saluti

dott. Umberto Santino
(n.q. Presidente del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”)

(Avv. Pietro Spalla)
(Avv. Antonina Palazzotto)

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Enzo Traverso: “Années de plomb, entre tabou et refoulement”

Le livre entretien de Mario Moretti publié en Italie en 1994 vient de paraitre en France, traduit, préfacé et annoté par Olivier Doubre, chez Amsterdam, 356 pages, 19 euros. C’est l’occasion pour l’historien Enzo Traverso d’analyser le climat politique de la fin des années 1970 italiennes, et de tirer le bilan, aujourd’hui de cet épisode encore peu étudié par les historiens

* (Nei prossimi giorni sarà disponibile in linea anche una versione in italiano di questa intervista. Ndr)

Propos recueillis par Jean-Claude Renard
Politis
1 septembre 2010

Avec le recul, quel regard d’historien portez-vous sur ces années de plomb?
J’ai vécu entre Gênes et Milan entre 1977 et 1981, ce qui correspond aux années les plus dures, d’une lourdeur extrême. Cette période apparaît lointaine: un quart de siècle s’est écoulé, et le monde a totalement changé; c’est en même temps une époque qu’on a du mal à inscrire dans une perspective historique. C’est la grande différence avec Mai 68: on a vu en France il y a deux ans une vague éditoriale, qui n’était pas médiatique mais constituait déjà un début d’historicisation, avec d’importants travaux. L’Italie est encore dans un état hybride, entre le tabou, le refoulement, l’incapacité de faire face à cette période, l’ersatz judiciaire et les demandes d’extradition. Ce passé a plus été élaboré au tribunal que dans l’espace public. Le bilan n’a été tiré ni par les responsables politiques de l’époque ni par les historiens. Les années 1970 commencent seulement à être étudiées. C’est un héritage très lourd, une époque riche de potentiels et qui s’est terminée de la pire des manières. Ce qui explique l’incapacité à lui faire face. Avec une génération, au sens large du terme, qui a produit le meilleur et le pire.

Quelle est cette production du meilleur et du pire?
Aujourd’hui, on trouve des exmilitants de la gauche radicale dans un parti xénophobe, raciste et populiste comme la Ligue du Nord (l’actuel  ministre de l’Intérieur, Roberto Maroni) et dans le Peuple de la liberté, le parti de Berlusconi (le ministre des Affaires étrangères, Franco Frattini). Nombre de gens sont arrivés au berlusconisme en passant par Bettino Craxi, qui, le premier, avait compris que la crise de la gauche radicale jetait dans la nature toute une generation en perte de repères, et qu’on pouvait y puiser. Quant au meilleur, il se trouve dans les universités, où travaillent des philosophes comme Giorgio Agamben et Domenico Losurdo, des historiens comme Guido Crainz, ou dans la littérature, avec des écrivains comme Erri de Luca.

Comment les mouvements d’extrême gauche percevaientils l’existence d’un groupe armé?
Il s’agissait de «camarades qui se trompent». Au départ, on ne sait pas très bien qui sont les Brigades rouges, si elles s’inscrivent dans la tradition de la Résistance ou dans une guerilla à la manière de l’Amérique latine. Dans un climat tendu, militaire, les Brigades rouges étaient le groupe le plus audacieux. Il y avait une réserve, parfois une condamnation, mais, en même temps, les Brigades exerçaient une fascination très forte sur l’extrême gauche en général. Cette fascination est devenue une attraction politique, parfois irrésistible, après 1976, l’année de la dissolution de Lotta continua. Pour toute une mouvance soudainement dépourvue de repères, les Brigades rouges avaient une capacité d’action époustouflante. Elles prétendaient porter l’attaque au coeur de l’État, et c’est ce qu’elles ont fait! Jusqu’à kidnapper Aldo Moro le jour où la stratégie du compromis historique devait être votée à l’Assemblée. Pour moi, trotskiste alors, et pour beaucoup d’autres, les sentiments étaient partagés: d’une part, on critiquait le terrorisme dans la mesure où l’on pensait qu’il remplaçait l’action des masses; de l’autre, on combattait la répression et on défendait tous ceux qui étaient arrêtés. Nous avions forgé le slogan «ni avec les Brigades rouges ni avec l’État», qui n’était pas faux mais traduisait en même temps notre impuissance.

La répression des autorités a été l’occasion d’exactions, de tortures, de lois spéciales, comme le souligne Mario Moretti dans son livre…
Il faut rappeler que le climat était d’une extrême tension. Ainsi, un de nos camarades, dont l’activité n’avait rien de clandestin, a subi une perquisition avec le déploiement d’hélicoptères et des unités spéciales de la police en tenue de combat. Cela n’avait aucun sens! Se réunir simplement dans un café pouvait poser un problème. L’Italie est restée, malgré tout, une démocratie, la torture ne s’est pas généralisée, même si les brigadistes ont parfois subi des massacres, comme dans le cas de via Fracchia, à Gênes, bien décrit dans le livre. Mais il faut rappeler que tout cela se déroulait dans un climat d’accoutumance à la violence qui, au final, banalisait la répression. Tous les jours, la presse rapportait qu’un cadre d’entreprise, un haut fonctionnaire ou un professeur d’université avait été tué ou «gambizzato» (blessé aux jambes par balles). Ce climat explique, à partir des années 1980, le rejet de la violence et une certaine fétichisation des droits de l’homme, qui, comme un contrecoup de la saturation antérieure, sont devenus un substitut de la politique.

Comment expliquez-vous l’émergence et l’importance des Brigades rouges, à la difference d’autres groupes, en Allemagne ou en France?
Les Brigades rouges sont une organization terroriste née dans un pays qui a connu la Résistance comme mouvement de lutte armée de masse. L’Allemagne a également connu une résistance antinazie, numériquement aussi importante qu’en Italie ou en France, mais, pour toute une série de circonstances historiques, en Allemagne, il n’y a pas eu de résistance armée de l’intérieur. Les brigadistes s’inscrivent dans cette tradition, trouvant des relais dans les usines, ayant des contacts avec les militants de base du Parti communiste et les anciens résistants. En Allemagne, la RAF (Fraction armée rouge) n’est pas issue du mouvement ouvrier, il fallait mener la lutte armée contre un État «fasciste», héritier du régime nazi. Les brigadistes ont parfois subi des massacres, comme dans le cas de via Fracchia, à Gênes, bien décrit dans le livre. Mais il faut rappeler que tout cela se déroulait dans un climat d’accoutumance à la violence qui, au final, banalisait la répression. Tous les jours, la presse rapportait qu’un cadre d’entreprise, un haut fonctionnaire ou un professeur d’université avait été tué ou «gambizzato» (blessé aux jambes par balles). Ce climat explique, à partir des années 1980, le rejet de la violence et une certaine fétichisation des droits de l’homme, qui, comme un contre motivations, les perspectives sont donc différentes. Si le terrorisme ne s’est pas enraciné en France, c’est lié à une plus grande stabilité politique des institutions françaises. Il n’y a pas eu de crise de l’État comme en Italie. La Ve République a finalement pu traverser la période des années 1970 sans dommages. Sans comparaison avec l’Italie. D’autre part, l’extrême gauche française avait une orientation politique et idéologique bien différente. L’armure idéologique des trotskistes a empêché certaines dérives. D’une certaine manière, la gauche radicale italienne a dû s’inventer, parce que sans tradition ni forte matrice, contre le Parti communiste. Elle a dû trouver ses repères idéologiques. Du coup, elle a été plus novatrice, mais sur des bases plus instables, plus fragiles. La gauche radicale française était prête à une traversée du désert, ce qui n’était pas le cas en Italie.

Quelle est l’importance du témoignage de Mario Moretti, si l’on songe notamment aux accusations d’infiltrations et de manipulations?
Ce témoignage est d’autant plus important que Mario Moretti dissipe un certain nombre de mythes qui existent encore, même en Italie. Après la chute de l’Union soviétique, certains documents sont sortis prouvant que les Brigades rouges avaient eu des contacts avec certains services des pays de l’Est. Commes elles voulaient faire tomber les institutions italiennes, il est naturel que les Brigades aient suscité l’intérêt des uns et des autres. Dans le contexte d’alors, il est tout à fait possible que l’organisation ait eu des contacts avec l’Est, voire avec l’OLP. Mais que la trajectoire des brigadistes, leur naissance, leur développement, s’explique par le rôle des services secrets de l’Est, de l’OLP ou du Mossad est un mythe qui ne tient pas la route. Il n’y a eu, à l’évidence, aucune manipulation. Mais on peut imaginer des infiltrations de la part de l’État italien. Il faut savoir que celui-ci n’a d’abord rien compris au mouvement. Il y avait un noyau de 150 personnes dans la clandestinité, un autre noyau, plus large, de gens qui pouvaient aussi entrer dans la clandestinité et, enfin, une aire de milliers de sympathisants. Un groupe plus facile à infiltrer. Mais, à vrai dire, l’infiltration relève de la norme dans l’histoire de toute organisation terroriste. En tout cas, face à ce foisonnement d’organisations révolutionnaires, à quelques exceptions près, les hauts fonctionnaires du ministère de l’Intérieur ne comprenaient pas grand-chose.

La mort d’Aldo Moro semble avoir marqué un tournant pour les Brigades rouges.
L’expérience des Brigades rouges s’est mal terminée, et ne pouvait que mal se terminer. Les Brigades ont surgi et se sont nourries de la crise des mouvements sociaux et politiques ayant marqué l’Italie des années 1970. En même temps, leur succès, leurs exploits militaires ont décrété la fin des mouvements d’extrême gauche, la fin de la contestation. Ce que dit clairement Mario Moretti dans ce livre : «Après l’affaire Aldo Moro, nous étions à l’apogée de nos forces, et nous n’avions aucune perspective». Ils ne savaient plus quoi faire. Et, à y réfléchir, l’apogée des Brigades rouges correspond à la défaite du mouvement ouvrier : l’automne1980 est marqué par l’échec de la grève des ouvriers de Fiat, licenciés par milliers, 24 000 à Turin, après un mois de grève. Tous les activistes d’extrême gauche et beaucoup de responsables syndicaux sont virés. C’est un tournant. Les années 1980 seront très différentes de la décennie antérieure.

Enzo Traverso est professeur de sciences politiques à l’université de Picardie, à Amiens.

Link
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
Anni Settanta
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Etica della lotta armata
Il nemico inconfessabile
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Steve Wright per una storia dell’operaismo
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”





I paradossi dell’antimafia: Ignazio Sbalanca colpevole di amicizia

Il caso di un giovane siciliano condannato per una “relazione pericolosa”. Il delitto si è consumato a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia, e mette in evidenza i meccanismi perversi dell’antimafia. Depositato un ricorso alla corte europea di Strasburgo

Paolo Persichetti
Liberazione 30 settembre 2010

Nel lontano 1706 una legge inglese incoraggiava i ladri a denunciare i propri complici. In caso di condanna dei denunciati si prometteva a quei “collaboratori ante litteram”, che allora erano ancora chiamati delatori, un compenso di 40 sterline. L’intenzione era quella di smembrare i gruppi criminali facendo in modo che si tradissero reciprocamente. L’effetto in realtà fu un altro, apparve sulla scena una nuova classe d’informatori professionali, di spergiuri che rendevano false testimonianze e ricattavano le proprie vittime (Vincenzo Ruggiero, 2003).

L’eccesso di penalità crea ingiustizia
Quell’invenzione corruppe inevitabilmente il funzionamento della giustizia, conseguenza che al potere interessò ben poco poiché l’innovazione introdusse un vantaggio ben maggiore: l’utilizzo di un nuovo potente strumento di governo. Il binomio omertà-delazione nasce dunque all’esterno delle cinte carcerarie. Questa logica perversa ricevette in Italia un nuovo impulso quando, circa trent’anni fa, con la decretazione d’emergenza e la legislazione premiale antisovversione vennero introdotte le figure del “pentito-delatore” (il collaboratore di giustizia) e del “dissociato” (l’abiurante). Si aprì allora una lunga fase, ancora non conclusa, che legittimò l’avvento di una nuova filosofia pubblica dove l’etica civile si è inchinata alla ragion di Stato. Da quel momento una progressiva espansione del potere giudiziale ha dirottato buona parte dei conflitti – di ogni natura e grado – nei tribunali, trasformati a loro volta in arene giudiziarie. Di emergenza in emergenza, passando per il terrorismo, le mafie, la corruzione, i migranti, la sicurezza, ha preso corpo un populismo penale che ha pervaso trasversalmente la società collocandosi sia a destra che a sinistra degli schieramenti politici, anzi il più delle volte sovrapponendosi alle vecchie barriere ideologiche fino a farle scomparire. La sfera giudiziaria è diventata il perno attorno al quale ruotano tutti i contenziosi, si pensa e si parla solo attraverso le lenti del sistema penale. Una sovrabbondanza che alla fine non ha creato più giustizia. Come dicevano già i romani: summum ius, summa iniuria. Le vicende giudiziarie sono diventate una sorta di biografia della nazione, la filigrana attraverso la quale leggere la storia recente del Paese.

La storia di Ignazio
Una storia siffatta, trasformata in rullo compressore giudiziario, ha trasformato le nostre prigioni in discariche, depositi nei quali seppellire tutto il disagio e il malessere sociale. I ceti più deboli pagano il prezzo più alto, tra immigrati e tossicodipendenti, incapaci di portare a termine quei crimini che alla fine non si pagano mai. Ma questa moderna fabbrica del rito espiatorio miete vittime ovunque, anche tra chi per estrazione sociale mai penserebbe di dover valicare la porta carraia di una prigione. Come è accaduto ad Ignazio Sbalanca, 28 anni, studente di giurisprudenza, famiglia modello con un padre impiegato e una madre insegnante. Attualmente in carcere ad Agrigento, dove sta scontando una pena a due anni e otto mesi per un «favoreggiamento aggravato».

Una cosca d’infiltrati e pentiti
Tutto si svolge a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. Trama letteraria e iter giudiziario s’incrociano quasi inevitabilmente. Nel paese era attiva una cosca coinvolta in una sanguinosa faida. La vicenda è stata raccontata da Gaetano Savatteri in un libro, I ragazzi di Regalpetra, che fa il verso proprio al titolo di un libro di Sciascia. Originario del posto, Savatteri ha incontrato i mafiosi arrestati divenuti nel frattempo collaboratori di giustizia. Ma cosa c’entra Ignazio Sbalanca con tutto ciò? In questa brutta vicenda è tirato per i capelli da un pentito. Non ha mai fatto parte di famiglie mafiose. La circostanza è stata esclusa da quattro delle cinque corti che si sono occupate del caso: il Riesame, che lo scarcerò pochi giorni dopo l’arresto nel luglio 2007, la Cassazione e l’Appello, che derubricò in favoreggiamento la condanna a sei anni e otto mesi per associazione mafiosa inflitta in primo grado e il giudizio definitivo di Cassazione che ha confermato la sua «non intraneità» nel sodalizio mafioso. Ignazio non ha mai posseduto o impugnato armi, non ha mai trafficato sostanze illecite, non ha mai chiesto il pizzo a nessuno, non ha mai custodito o trasferito pizzini. Non ha proferito minacce o esercitato violenza ad alcuno. Non ha mai rubato, ricettato, attentato a cose o persone. Ignazio però ha avuto un amico, poco più grande di lui, conosciuto sui banchi del liceo. Il giovane, che è stato anche allievo della madre, finisce in carcere. Si chiama Luigi Gagliardo ma non confessa subito di essersi messo a disposizione della cosca di Racalmuto. Dopo il suo arresto Ignazio tronca ogni rapporto. Non risponde alle lettere e nemmeno alle sollecitazioni della madre. Vista dall’esterno, questa durezza può apparire persino eccessiva. In fondo tutti possono sbagliare e l’amicizia, che è cosa complessa, dovrebbe servire proprio in questi momenti di difficoltà. Ma Ignazio spiega di essersi sentito tradito dalla doppiezza del suo “ex amico” e non vuol saperne più nulla. Anzi, a suo dire, le accuse mossegli contro dal pentito Beniamino Di Gati sarebbero nate dalla cucina del risentimento covato da Gagliardo per questa drastica rottura.

Delitto d’amicizia
A chi gli rimprovera, come farà Gaetano Savatteri in un articolo apparso lo scorso aprile su S, che in un piccolo paese come Racalmuto «tutti sanno tutto di tutti», e dunque sarebbe stato impossibile non sapere delle frequentazioni mafiose del Gagliardo nonché di un suo fratello latitante per mafia, Sbalanca ha buon gioco nel rispondere che in quella stessa famiglia c’erano anche due poliziotti. Siamo in Sicilia terra dove tutto s’intreccia e al tempo stesso sembrano esserci solo due possibilità, o si sta col bianco o con il nero, o con lo Stato o con la mafia. Insomma Ignazio è arrestato perché il collaborante Beniamino Di Gati, custode del cimitero di Racalmuto, figura ambigua dell’inchiesta e su cui pesa il sospetto di aver iniziato a collaborare molto prima dell’arresto trasformandosi in confidente, fratello del capo cosca Maurizio, anche lui pentito, afferma che sarebbe un «avvicinato». Cosa voglia dire non è chiaro. Ma avvicinato perché? Gli chiedono gli inquirenti. E Di Gati risponde: «Dico avvicinato perché era molto amico di Luigi [Gagliardo] non perché ha avuto un ruolo». Con tutta evidenza questa è solo una supposizione. Vista la vicinanza tra i due, Di Gati ritiene (ma chi glielo avrebbe detto?) che la confidenza fosse tale da fare venire meno ogni segreto tra loro. Tutto ruota intorno ad alcuni «passaggi in macchina» che Beniamino Di Gati dice di aver ricevuto da Luigi Gagliardo in compagnia, ma solo alcune volte, di Ignazio Sbalanca. Tratti di strada molto brevi, avvenuti all’interno del paese senza mai oltrepassare la periferia di Racalmuto. Favori che dovevano permettergli di raggiungere in sicurezza il fratello Maurizio, nascosto – si fa per dire – in un paesino non lontano. Per avere un minimo di credibilità processuale queste accuse avrebbero dovuto trovare il conforto del latitante Maurizio Di Gati e di Luigi Gagliardo. Ma il fratello di Beniamino, che in qualità di capo zona sapeva ogni cosa della famiglia che comandava, esclude ripetutamente che Sbalanca potesse far parte della mafia: «Sbalanca non c’entra nulla con la mafia e non ha mai avuto comportamenti mafiosi». Luigi Gagliardo, tartassato dai magistrati perché confermasse le accuse, con una prosa titubante ammette invece i passaggi in macchina, «non più di 4-5 volte nell’arco di diversi anni», e la presenza occasionale dell’amico: «ogni tanto mi faceva compagnia Sbalanca». Alla domanda se questi sapesse dove stavano andando, Gagliardo risponde: «penso di sì, non lo posso sapere con certezza se era consapevole; perché come ero io era lui nel modo di sapere». Quando, come e dove avevano concordato il “modo di sapere”, non lo dice. In compenso precisa quale era: mimico, fatto per gesti e sottintesi. Quando Beniamino Di Gati gli chiedeva un passaggio non diceva mai dove sarebbe andato. Quella di Gagliardo era solo una «intuizione intima». “Accompagnante occasionale di un accompagnatore” nel viale centrale del paese, dove tutti incrociano tutti, è il comportamento criminale imputato a Sbalanca. Chiunque sarebbe potuto finire al suo posto. E’ proprio il caso di dire che tutto ciò lascia senza parole.

Professionisti dell’antimafia
«Possiamo essere amici di tutti?», gli ha rimproverato ancora una volta Gaetano Savatteri cogliendo la vera essenza della colpa censurata dai giudici: il “delitto d’amicizia” motivato dalle sue incaute frequentazioni. Un giudizio che, se fosse fondato, avrebbe dovuto attenersi alla sola sfera morale si è invece trasformato in sanzione penale. Nel frattempo Savatteri dimentica le proprie amicizie, come tanti padrini dell’antimafia abituati a prendere le distanze solo da quelle degli altri. Questa storia porta alla luce la faccia nascosta del professionismo antimafioso, il purismo inquisitorio che scende a patti con i pentiti e contemporaneamente si erge a cattedra morale per tutti. «L’omertà è un’ignobile legge di sopraffazione, intimidazione e avvilimento: ma le pensioni e l’onore resi alla delazione non sono migliori, e venendo dalle autorità legali, rischiano di essere peggiori», scriveva Adriano Sofri nel lontano 1997 al suo rientro in carcere.

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Les paradoxes de «L’antimafia»: Ignazio Sbalanca coupable d’amitié

Le cas d’un jeune sicilien condamné pour une «relation dangereuse». Le délit a été accompli à Racalmuto, la ville de l’écrivain Leonardo Sciascia et met en évidence les mécanismes pervers de «L’antimafia». Un recours a été déposé auprès de la Cour Européenne de Strasbourg

Paolo Persichetti
Liberazione 30 septembre 2010

En 1706 une loi anglaise encourageait les voleurs à dénoncer leurs propres complices. En cas de condamnation des personnes dénoncées on promettait à ces «collaborateurs ante litteram», qu’on appelait encore délateurs ou mouchards, une prime de 40 livres sterling. Le but poursuivi était de démanteler les groupes criminels qui se seraient trahis réciproquement. En réalité le résultat fut  bien différent car cela donna naissance à une nouvelle catégorie d’informateurs professionnels, de parjures qui rendaient de faux témoignages et faisaient chanter leurs victimes (Vincenzo Ruggiero, 2003).

Le tout pénal crée injustice
Cette invention corrompit inévitablement le fonctionnement de la justice, conséquence qui intéressa bien peu le pouvoir car cette nouvelle disposition mit à jour un avantage bien plus grand: l’utilisation d’un nouveau puissant instrument de gouvernement. Le binôme «omerta-délation») prend naissance à l’extérieur de l’enceinte des prisons. Cette logique perverse reçut en Italie une nouvelle impulsion quand, il y a trente ans, par des décrets d’urgence et la législation des primes anti- subversion furent introduits le «repenti-délateur» (collaborateur de justice) et le «dissocié» (l’abjurant). C’est alors que débuta une longue période, qui n’est pas encore terminée, qui justifia l’avènement d’une philosophie publique nouvelle qui s’est inclinée devant la raison d’État. A partir de là une expansion progressive du pouvoir judiciaire a dérouté une bonne partie des conflits – de toute nature ou degré – dans les tribunaux, transformés dès lors en arènes judiciaires. D’urgence en urgence, en passant par le terrorisme, les mafias, la corruption, les immigrés, la sécurité, un populisme pénal a pris naissance et a envahi transversalement la société en s’insinuant, aussi bien à  droite qu’à gauche des coalitions politiques, même très souvent en se superposant aux vieilles barrières idéologiques jusqu’à les faire disparaître. Le milieu judiciaire est devenu l’axe autour duquel tournent tous les contentieux, on pense et on parle uniquement à travers la loupe du système pénal. Une surenchère qui à la fin n’a plus créé de justice. Comme le disaient déjà les Romains :summum ius, summa iniuria. Les vicissitudes judiciaires sont devenues une sorte de biographie de la nation, le filigrane à travers lequel lire l’histoire récente du Pays.

L’histoire d’Ignazio
Une histoire telle, transformée en rouleau compresseur judiciaire, a transformé nos prisons en décharges, dépotoirs où sont enterrés toutes les difficultés et les malaises sociaux. Les classes les plus faibles paient le prix le plus élevé, entre immigrés et toxicomanes, incapables à la différence de cols blancs de réaliser ces types de crimes qui à la fin ne se payent jamais. Mais cette fabrique moderne du rite expiatoire fauche des victimes partout, même parmi ceux qui par leur origine sociale pensent ne jamais franchir la porte cochère d’une prison. Ce qui est arrivé à Ignazio Sbalanca, âgé de 28 ans, étudiant en droit, issu d’une famille modèle avec un père employé et une mère enseignante. Actuellement en prison à Agrigente, où il est en train de purger une peine de deux ans et huit mois pour «complicité aggravée».

Une bande d’infiltrés et repentis
Tout se passe à Racalmuto, la ville de Leonardo Sciascia. La trame littéraire et le déroulement judiciaire s’entrecroisent presque inévitablement. Dans la ville sévissait une bande impliquée dans une vendetta sanglante. L’histoire a été racontée par Gaetano Savatteri dans un livre, Les Enfants de Regalpetra, fait sa propre version du titre du livre de Sciascia. Originaire de du pays, Savatteri a rencontré les mafieux arrêtés devenus entre temps collaborateurs de justice. Mais en quoi tout cela concerne-t-il Igniazio Sbalanca? Dans cette sale histoire il est tiré par les cheveux par un repenti. Il n’a jamais fait partie de familles mafieuses. Ceci a été exclus par quatre des cinq Cours de justice qui se sont occupées de son cas: le “Réexamen” (chambre d’accusation), qui le libéra peu de jours après son arrestation en juillet 2007, la Cassation et l’Appel, qui requalifia en complicité la condamnation de six ans et huit mois pour association mafieuse infligée au premier degré et le jugement définitif de la Cour de Cassation qui a confirmé sa non appartenance à l’association mafieuse. Ignazio n’a jamais possédé ou empoigné des armes, n’a jamais trafiqué des substances illicites, n’a jamais extorqué d’argent à personne, n’a jamais détenu ni transmis des «pizzini» (messages compromettants) des chefs mafieux. Il n’a pas proféré de menaces ou exercé de violences sur personne. Il n’a jamais volé, recelé, attenté aux biens ou aux personnes. Mais Ignazio a eu un ami, un peu plus âgé que lui, qu’il a connu sur les bancs du lycée. Le jeune qui a également été élève de sa mère, finit en prison. Il s’appelle Luigi Gagliardo mais il n’avoue pas tout de suite de s’être mis à la disposition de la mafia de Racalmuto. Après son arrestation Ignazio arrête toute relation avec lui. Il ne répond pas à ses lettres ou aux sollicitations de sa mère. Vue de l’extérieur, cette dureté peut être jugée excessive. Au fond tout le monde peut faire une erreur et l’amitié, qui est une chose complexe, devrait servir surtout en ces moments difficiles. Mais Ignazio explique qu’il s’est senti trahi par la duplicité de son «ex ami» et ne voulut plus en entendre parler. Au contraire, d’après lui, les accusations exprimées à son encontre par le repenti Beniamino Di Gati auraient pour origine le ressentiment éprouvé par Gagliardo à cause de cette ferme rupture.

Délit d’amitié
A ceux qui lui reprochent, comme le fera Gaetano Savatteri dans un article paru en avril dernier sur S, qui dans une petite ville comme Racalmuto «tout le monde sait les affaires de tout le monde», et que il aurait donc été impossible ne pas connaître les fréquentations mafieuses de Gagliardo ainsi que de son frère en fuite pour des faits mafieux, Sbalanca répond que dans la famille en question il y avait même deux policiers. Nous sommes en Sicile terre où tout se mêle et en même temps il semble qu’il n’y ait que deux possibilités, ou on est avec le blanc ou on est avec le noir, ou avec l’État ou avec la mafia. En somme Ignazio est arrêté parce que le collaborateur Beniamino Di Gati, gardien du cimetière de Racalmuto, personnage ambigu de l’enquête et sur lequel pèse le soupçon d’avoir commencé à collaborer avant son arrestation en se transformant en confident, frère du chef mafieux local Maurizio, lui- même repenti, affirme qu’il serait un «approché». Ce qu’il entend dire ce n’est pas clair. «Mais approché pourquoi?» lui demandent les enquêteurs. Et Di Gati répond «Je dis approché parce qu’il était très ami avec Luigi (Gagliardo) mais non parce qu’il a joué un rôle». De toute évidence ceci est une supposition. Eu égard à l’amitié entre les deux, Di Gati pense (mais qui le lui aurait dit?) que leur confiance était telle qu’il ne pouvait y avoir de secret entre eux. L’accusation concerne quelques passage en en voiture que Beniamino Di Gati dit avoir reçu par Luigi Gagliardo en compagnie, mais seulement deux fois, d’Ignazio Sbalanca. Des parcours très courts, à l’intérieur de la ville sans jamais dépasser la banlieue de Racalmuto. Services qui devaient lui permettre de rejoindre en sécurité son frère Maurizio, caché dans un village peu distant. Pour avoir un minimum de crédibilité procédurale ces accusations auraient du être avalisés par le frère en cavale de Beniamino Di Gati, Ignazio, et Luigi Galiardo. Mais le frère de Beniamino, qui en tant que chef local de la mafia connaissait tout de la famille qu’il commandait, exclut à plusieurs reprises que Sbalanca puisse faire partie de la mafia: «Sbalanca n’a rien à voir avec la mafia et n’a jamais eu de comportement mafieux». Luigi Gagliardo pressé par les magistrats afin qu’il confirme les accusations, avec une prose hésitante admet par contre les parcours en voiture, «pas plus de quatre cinq fois en l’espace de plusieurs années» et la présence occasionnelle de son ami: «de temps en temps Sbalanca me tenait compagnie». A la demande si ce dernier savait où ils allaient, Gagliardo répond: «je pense que oui, je ne peux pas savoir avec certitude s’il était au courant; parce que lui se trouvait comme moi pour ce qui est de la façon de savoir». Quand, comment et où ils avaient convenu de cette «façon de savoir», il ne le dit pas. Par contre il précise ce que c’était: mimique, par gestes et sous-entendus. Quand Beniamino Di Gati lui demandait de l’accompagner en voiture, il ne disait jamais où il allait. Cela pour Gagliardo était une «intuition intime». Voilà le comportement criminel imputé à Sbalanca: «accompagnant occasionnel d’un accompagnateur» dans le boulevard du centre ville, où tout le monde croise tout le monde. Quiconque aurait pu finir à sa place. C’est vraiment le cas de dire que tout cela laisse sans voix.

Professionnels de l’antimafia
«Pouvons-nous être amis de tous?», lui a reproché encore une fois Gaetano Savatteri en touchant du doigt la vraie quintessence de la faute sanctionnée par les juges: le «délit d’amitié» motivé par ses fréquentations imprudentes. Un jugement que, s’il était fondé, aurait du se limiter au domaine de la morale a été transformé pourtant en sanction pénale. Pendant ce temps Savatteri oublie ses propres amitiés, comme beaucoup de parrains de l’antimafia habitués à prendre leurs distances seulement avec celles des autres. Cette histoire met en lumière la face cachée du professionisme antimafieux, le purisme inquisitorial qui pactise avec les repentis et en même temps s’érige en chaire morale pour tous. «L’omertà est une loi ignoble d’accablement, intimidation et découragement: mais les primes et l’honneur accordées à la délation ne sont pas meilleures, et venant des autorités légales, risquent d’être pires», écrivait Adriano Sofri en 1997 lors de son rentrée en prison.

Castelvolturno, posata una stele per ricordare il massacro ma Saviano non c’era e il sindaco era contro

A due anni dalla strage in cui vennero uccisi dalla camorra sei lavoratori ghanesi per sottomettere l’intera comunità migrante al lavoro schiavile, una stele è stata posta sul luogo dell’eccidio mentre il sindaco Pdl, Antonio Scalzone, spargeva ulteriore odio contro i migranti. L’8 ottobre prossimo verrà organizzato per la prima volta uno “sciopero delle rotonde”, luogo dove ogni mattina si tiene il mercato spontaneo (e al nero) della forza lavoro immigrata

Paolo Persichetti
Liberazione
19 settembre 2010

Per ricordare i due anni dalla strage di Castelvolturno, dove vennero massacrati sei lavoratori ghanesi per volontà di Giuseppe Setola, capo della cosiddetta “ala militarista” del clan dei casalesi, una stele è stata posta davanti al luogo dell’eccidio. Circa 200 persone si sono raccolte ieri intorno alla 11 all’altezza del chilometro 43 della strada domiziana. C’erano studenti di un istituto superiore del posto, amici e familiari delle vittime, lavoratori immigrati, il vescovo di Capua monsignor Schettino, monsignor Nogaro, vescovo emerito di Caserta, l’imam di una moschea da poco aperta a Catelvolturno, varie associazioni tra cui il csa ex Canapificio, i padri Comboniani, ecc. Non si è fatto vedere invece Roberto Saviano, forse perché ai suoi occhi l’iniziativa non rivestiva un sufficiente omaggio alla dea della legalità. I presenti, infatti, hanno montato la stele contro la volontà del sindaco, Antonio Scalzone, che ha apertamente osteggiato l’iniziativa insultando la memoria dei lavoratori uccisi. A suo dire, «forse non erano innocenti», nonostante le dichiarazioni rese durante l’inchiesta da uno degli autori del massacro abbiano dimostrato che si è trattato di una strage con finalità di odio razziale. La camorra voleva terrorizzare l’intera comunità immigrata per ottenere la loro piena sottomissione allo sfruttamento economico e così ha scelto un luogo a caso per colpire. Negli atti processuali è emerso che i killer per addestrarsi sparavano sulla gambe degli immigrati africani.
La scultura in ferro, simbolo di fratellanza, solidarietà, lotta al razzismo e alla camorra – due fili intrecciati che sostengono una targa con i nomi delle sei vittime e dell’unico sopravvissuto – è stata istallata senza che le forze dell’ordine intervenissero per impedirlo. Ai morti di Castelvolturno, già dimenticati, Saviano ha preferito Fini e Veltroni che incontrerà il prossimo 25 settembre a Pollica-Acciaroli, dove si terrà una manifestazione per la legalità dopo l’omicidio del sindaco Angelo Vassallo – a dire il vero dal movente tuttora incerto – nel corso di una cerimonia che consacrerà le “convergenze parallele” del bipolarismo neomoderato. Tuttavia questa assenza non ha per nulla turbato i presenti che tra canti, balli, preghiere e discorsi hanno accompagnato la cerimonia in un clima che stonava con l’apatia generale di una popolazione dispersa lungo un unico asse stradale senza un centro, senza un luogo, esempio degradato di spazio inurbano. Indifferenza che segnala una difficoltà: la solidarietà può vincere solo se coniugata con la questione del lavoro. A Castelvolturno c’è una sottoclasse di lavoratori ridotta ad una condizione di sfruttamento semischiavile. Contro di loro non c’è solo la camorra ma anche pezzi di società legale, egoista e cinica, ingrassata da questo lavoro sottopagato, a cui da voce il sindaco che raggiunto dai giornalisti dopo la commemorazione ha rincarato le accuse, «la nostra comunità farà la fine degli indiani d’America. Morirà sotto il peso dell’immigrazione». Peccato che il sindaco non si accorga che, a differenza di quel che accadeva nelle praterie del Nord America, a portare le giacche blu stavolta sono i nativi, non i migranti vessati dalla militarizzazione del territorio. Il modello Caserta, i controlli a tappeto delle forze dell’ordine e la presenza dell’esercito, al di là degli annunci di maggiore severità contro le attività della camorra, si sono risolti in una ulteriore stretta contro i più deboli, i più vulnerabili, i lavoratori senza permesso di soggiorno fermati su pulman e autobus. «Chiedo allo Stato la loro l’espulsione, così come dispone la legge», ha proseguito il primo cittadino di Castelvolturno, che per allontanare da sè il sospetto di razzismo ha aggiunto, aggravando ulteriormente la propria situazione, «Qui i neri sono di casa a cominciare da quelli delle basi Nato [i militari e gli impiegati statunitensi]».
Parole che non fermeranno comunque le iniziative: l’8 ottobre prossimo, in occasione della settimana nazionale di mobilitazione indetta dalle reti antirazziste, è previsto un inedito “sciopero delle rotonde” (luoghi di raccolta dove ogni mattina si tiene il mercato spontaneo della forza-lavoro immigrata), mentre il 9 si terrà un corteo dentro Castelvolturno.

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Cronache migranti
I dannati della nostra terra
Il nuovo lavoro schiavile
Dopo i fatti di Rosarno manifestazione di protesta al Cie di Crotone
Ma dove vuole portarci Saviano?

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Mario Moretti, Brigate Rosse. Une histoire italienne

Libri – Mario Moretti, Brigate Rosse. Une histoire italienne, Traduction de l’italien par Olivier Doubre, éditions Amsterdam, 356 pages, 19 euros


Au début des années 1990, Mario Moretti, principal dirigeant des Brigades rouges pendant les années 1970, est incarcéré à Milan. Il accorde alors un long entretien à deux célèbres journalistes italiennes, Carla Mosca et Rossana Rossanda, ancienne dirigeante du Parti communiste italien. Publié pour la première fois en France, ce témoignage unique restitue au plus près l’histoire italienne des «années de plomb», la situation d’exception qui régnait alors, ainsi que le mouvement massif d’insubordination révolutionnaire qui secouait la péninsule transalpine. Tout au long de cette période, l’ordre existant semblait à chaque instant près de vaciller.
De la formation politique des premiers brigadistes dans les usines milanaises à l’arrestation de Moretti, plus de dix années se sont écoulées. En 1978, les Brigades rouges ont organisé l’un des événements majeurs de l’histoire italienne contemporaine: Aldo Moro, chef de la Démocratie chrétienne, promoteur d’un «compromis historique» entre cette dernière et le Parti communiste, est enlevé et exécuté… par Moretti lui-même, qui le reconnaît ici pour la première fois.
Tout au long de cette décennie, les Brigades rouges se sont évertuées, à travers la terrible radicalité du choix politique de la lutte armée, à combattre l’État, le capitalisme et l’exploitation, au nom de la liberté et de l’égalité. Sans compromis ni compromissions. Mais à quel prix?
À l’heure où le monde semble s’installer de nouveau durablement dans une ère de turbulences et où partout les États mettent en place des législations d’exception au nom de la lutte contre le terrorisme, il importe plus que jamais de revisiter l’histoire italienne des «années de plomb».

Link
Enzo Traverso, années de plomb entre tabou et refoulement

Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
Anni Settanta
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Etica della lotta armata
Il nemico inconfessabile
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Steve Wright per una storia dell’operaismo
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”

Covergenze paralelle: iniziativa con Saviano e confronto Fini-Veltroni

Mafia: IL 25 INIZIATIVA A POLLICA CON SAVIANO E CONFRONTO FINI-VELTRONI

(ASCA) – Roma, 15 set 2010 – Un intervento di Roberto Saviano e un confronto tra Gianfranco Fini e Walter Veltroni sulla legalità e contro ogni mafia. L’iniziativa, intitolata ”Sfida per la democrazia”, è stata organizzata da Democratica, l’associazione che fa capo a Veltroni, e da Generazione Italia, che fa riferimento al Presidente della Camera. Si terrà nel pomeriggio di sabato 25 settembre a Pollica, luogo simbolo dopo l’uccisione del sindaco Angelo Vassallo.
«Su questioni come la legalità – ha detto Italo Bocchino (Fli) illustrando la manifestazione – e fatti preoccupanti come l’uccisione del sindaco di Pollica-Acciaroli, si deve lavorare su un fronte comune con iniziative che spingano i partiti a isolare la criminalita’ e a non tollerare zone grige. E’ positiva questa convergenza per affrontare un tema con due grandi leader».
Per Marco Minniti (Pd) «è un elemento importante che due organizzazioni che fanno riferimento a schieramenti politici diversi decidano di organizzare questa iniziativa insieme. Abbiamo a che fare con mafie radicate in Italia con ramificazioni internazionali forti. L’impegno della politica deve essere per una lotta senza quartiere alle mafie. C’è bisogno di un’assunzione di responsabilità da parte della politica che deve tagliare i rapporti con la mafia. Le mafie votano e fanno votare. Ma è importante che quei voti la politica li respinga».
Per il vice presidente della Commissione antimafia, Fabio Granata (Fli), quella a Pollica «è una manifestazione della bella politica che su questi temi non puo’ non parlare un linguaggio univoco. Non si puo’ pensare che non ci sia un nesso tra i soldi che mancano per le auto della polizia e i 60 miliardi drenati dalla corruzione e i 120 miliardi gestito dalle mafie e dalle ecomafie».

Ucciso il sindaco di Pollica, dubbi sulla matrice camorristica

Oggi l’autopsia chiarirà la dinamica dell’agguato. Fiaccolata dei sindaci campani

Paolo Persichetti
Liberazione 8 settembre 2010

L’inchiesta sull’omicidio di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso in un agguato lunedì notte, è passata nelle mani della direzione distrettuale antimafia di Salerno diretta dal procuratore Franco Roberti. La decisione è stata presa di comune accordo con i vertici della procura di Vallo della Lucania e il comando provinciale dei carabinieri. Alle indagini parteciperanno anche elementi del Ros e del Ris. L’enorme rilievo politico-mediatico assunto dalla vicenda ha reso quasi inevitabile questo passaggio di competenze in favore di una struttura inquirente dotata di un raggio d’azione e strumenti investigativi molto più potenti e penetranti. Ciò non vuol dire però che le indagini debbano orientarsi per forza verso un delitto di stampo camorristico di tipo tradizionale. Una fin troppo facile concessione agli stereotipi è apparsa infatti la fretta con la quale media, mondo politico, professionisti dell’antimafia e cantori della legalità, hanno voluto etichettare la matrice camorristica dell’omicidio. Allo stato delle indagini nulla si sa ancora sul movente esatto dell’agguato mortale. «Smettetela di parlare di camorra, qui non è mai arrivata», ha gridato a gran voce il vice sindaco di Pollica, Stefano Pisani. Parole mosse innanzitutto dalla preoccupazione di non danneggiare l’immagine fortemente positiva della zona e un’ economia turistica di gamma alta incentrata sull’alto valore naturalistico dei luoghi. Tuttavia le parole del primo collaboratore di Angelo Vassallo dicono una verità: il Cilento non è terra di camorra. Almeno non lo è stata fino ad oggi. «La criminalità qui non ha mai avviato i suoi affari – ha spiegato ancora Pisani – anche se eravamo preoccupati che questo potesse accadere». Ciò non toglie che Vassallo, nel corso della sua attività di amministratore pubblico, possa essere entrato in contrasto con personaggi che avevano grossi interessi nella zona. L’omicidio potrebbe avere origini nell’intreccio di questioni amministrative, ambientali, economiche interne al territorio. C’è chi ha ricordato, per esempio, la sua forte opposizione alla privatizzazione del porticciolo di Acciaroli. Ad agosto, ha raccontato il vicesindaco, Vassallo era intervenuto personalmente contro alcuni spacciatori all’interno di alcuni locali pubblici e in altri posti un po’ più isolati del paese, segnalandoli poi alle forze dell’ordine. Secondo il fratello vi sarebbero stati dei contrasti anche con i carabinieri: «prima di essere ammazzato, mi aveva detto che personaggi delle forze dell’ordine erano in combutta con personaggi poco raccomandabili. Ci sono delle lettere scritte sia al comando provinciale, sia al comando centrale a Roma senza alcuna risposta». Circostanza smentita dal generale Franco Mottola, comandante della Legione carabinieri Campania, il quale ha aggiunto che le lettere riguardavano solo «piccole lamentele, relative alla sfera di competenza del comandante della Compagnia di Vallo della Lucania e a quella dello stesso sindaco (ad esempio per gli adempimenti cui sono chiamati i titolari negli alberghi per la segnalazione degli ospiti). Questioni peraltro chiarite per le vie brevi tra i due». Intanto si è saputo che tutti gli esposti presentati contro il sindaco erano stati archiviati. La notizia della presenza di denunce nei suoi confronti era circolata ieri nei lanci di agenzia. Il nome di Vassallo era salito alle cronache anche per un altra vicenda, la morte di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico deceduto per un edema polmonare nel corso di un Tso, dopo aver trascorso 82 ore senza cibo né acqua legato ad un letto di contenzione del reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania. Per quella morte sono sotto processo 18 persone, tra medici e infermieri. A firmare l’autorizzazione, largamente immotivata, per il ricovero coatto era stato proprio Vassallo. Tuttavia al momento del ricovero Matrogiovanni si trovava a san Mauro del Cilento, cioè fuori dalla giurisdizione del sindaco di Pollica-Acciaroli, che quindi in quel tragico episodio aveva abusato dei propri poteri. Vicenda che getta un’ombra cupa su un personaggio dipinto in questi giorni come una stella. Ma forse, più semplicemente, Vassallo interpretava fedelmente la sinistra di oggi.

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Dietro l’omicidio Vassallo la pista del traffico di droga

Piperno: «Cossiga, architetto dell’emergenza giudiziaria era convinto che con l’amnistia si sarebbero chiusi gli aspetti più orripilanti di quegli anni»

Ostaggio e succube al tempo stesso del Pci. Era affascinato dalla cultura statolatrica di quel partito con cui mise in piedi un patto di ferro per combattere la rivolta sociale degli anni 70. Una intervista di Franco Piperno offre un ritratto assai diverso dalle commemorazioni ufficiali e dalla vulgata che circola in quel che rimane della sinistra estrema


Iaia Vantaggiato
il manifesto
19 Agosto 2010

Nel 1978, nei 55 giorni più lunghi e più tragici nella storia della Repubblica, erano schierati su fronti opposti. Franco Piperno, ex leader di Potere operaio, faceva quel che era in suo potere, e non era molto, per facilitare la trattativa e salvare la vita di Aldo Moro. Francesco Cossiga, ministro, faceva quel che poteva, ed era moltissimo, per impedire la trattativa, anche a costo di sacrificare Moro.

Cominciamo dalla trattativa, quella tentata da te e da Lanfranco Pace.
L’idea fu di Paolo Mieli e Livio Zanetti, allora direttore dell’Espresso, l’unico giornale che aveva seguito le diverse fasi del movimento e col quale molti di noi avevano una certa consuetudine. Zanetti mi chiamò e mi disse che Claudio Signorile voleva incontrarci.

Tutto nasce nell’entourage craxiano?
Suppongo di sì anche se non ne ho le prove. All’epoca, eravamo nell’aprile del ’78, io ero già in Calabria e la donna con cui ero sposato – Fiora Pirri – era stata arrestata da poco. Per questo all’inizio provai una forte resistenza ad accettare quell’incontro, temevo di infilarmi in qualcosa che avrebbe avuto come conseguenza quella di peggiorare la posizione di Fiora, accusata – insieme a un numero sterminato di persone – di essere stata a via Fani.

Poi però all’incontro con Signorile decidesti di andare.
A convincermi fu una nuova telefonata di Paolo Mieli ma anche il peggioramento della situazione di Fiora. Pensai che se Moro fosse stato ucciso sarebbe stato un guaio per tutti noi. Così venni a Roma e incontrai Signorile diverse volte – prima da solo, poi con Lanfranco Pace che più di me aveva modo di far arrivare rapidamente alle Br le proposte che venivano da questa parte del Psi che faceva capo a Craxi e non a Giacomo Mancini – in una casa di via del Corso abitata da uno dei finanziatori del partito socialista. Eravamo a buon punto. Lo pensavo io e lo pensava Signorile.

Qual era la proposta?
Un esponente della Dc, nello specifico Amintore Fanfani, avrebbe dovuto pubblicamente riconoscere la disponibilità a trattare coi brigatisti sulla base della scarcerazione di alcuni di quelli che erano stati arrestati ma soprattutto della chiusura del carcere dell’Asinara, un carcere particolarmente crudele, direi al limite della tortura. Questo esponente della Dc avrebbe dovuto dimostrare disponibilità a compiere o a proporre non a realizzare una misura che era nell’ambito della legalità. L’oggetto concreto della trattativa si sarebbe precisato successivamente. In quel momento la cosa importante era interrompere quell’abbrivio, l’uccisione di Moro, e dare un segnale individuando tra le richieste delle Br quali erano legalmente accettabili da parte dello Stato. E tutto ciò andava fatto non da qualcuno che ricopriva un incarico di Stato ma da Fanfani che ricopriva solo incarico politico.

Dicevi che la trattativa sembrava quasi conclusa. Dove s’inceppò?
La sera del venerdì precedente all’uccisione di Moro venne da Signorile il consigliere militare del presidente della Repubblica e anche un motociclista carabiniere che avrebbe dovuto portare queste «indicazioni» a Fanfani. Così io me ne andai quel venerdì sera convinto che le chance di salvare Moro fossero alte. Ammetto per onestà intellettuale che non avevo nessuna simpatia per Moro e che di per sé non è che fossi in preda all’angoscia se l’uccidevano o meno. Quello che mi sembrava evidente è che uccidere Moro, oltre che un crimine, sarebbe stato un gigantesco errore per le conseguenze che avrebbe portato non tanto alle Br che erano clandestine ma soprattutto al movimento.

Fu Cossiga a far fallire la trattativa?
Non sono in grado di dirlo. Di certo uno degli errori fu che al posto di Fanfani parlò un uomo della sua corrente che si chiamava Bartolomei. Me la ricordo quella dichiarazione trasmessa al tg della notte: confusa e timida. Sulle Br non poteva avere nessun effetto.

Torniamo a Cossiga.
Cossiga aveva deciso che era meglio sacrificare Moro. Glielo dissi anche, anni dopo. E credo che nella sua decisione abbia avuto un’influenza determinante l’atteggiamento del Pci. Penso che coloro che hanno messo un veto totale a ogni possibilità di trattativa siano stati proprio i dirigenti del Pci. Cossiga si allineò per tenere in piedi il rapporto col Pci e per salvare il compromesso storico. E su questo c’era anche il consenso dell’allora segretario della Dc, Benigno Zaccagnini. Mentre Fanfani, secondo quanto lo stesso Signorile mi disse, era per provare.

Dunque uno scontro tra due correnti della Dc.
Esattamente. La sinistra Dc era schierata sulle posizioni del partito comunista che non avrebbe mai tollerato un qualsiasi riconoscimento indiretto delle br per le conseguenze che ci sarebbero state anche a livello di organizzazione dello stesso Pci, a cominciare dalle grandi fabbriche. Del resto lo si è capito quando l’anno dopo Dalla Chiesa ha arrestato in una notte sola 80 operai. Nelle fabbriche c’era una presenza brigatista che il Pci vedeva come «concorrenza».

Insomma tu dici che la Dc, o almeno una parte della Dc, avrebbe trattato e che la linea della fermezza fu un «regalo» al Pci. E quella parte non era quella di Cossiga.
Quello fu un episodio rivelatore della cattiva coscienza del ceto politico italiano, là mentivano tutti. La Dc avrebbe trattato come ha fatto in altre occasioni e come del resto è stato fatto in altri paesi, prima e dopo Moro. Non dico che Berlinguer volesse uccidere Moro. Dico che se anche se fosse stato rapito un loro dirigente, il compagno Pajetta per esempio, l’avrebbero sacrificato. Era nella logica del Pci. Tutto tranne che accettare una qualche richiesta che sarebbe servita a legittimare una corrente terroristico-sovversiva. I comunisti di allora erano chiaramente avviati verso una politica di superamento della «contrapposizione tradizionale» e dell’idea che il partito dovesse portare a un ribaltamento sociale.

Rapimento Moro come momento di verità, allora?
Sì e la crisi della I Repubblica è cominciata allora perché i comunisti sono diventati i fautori dell’ordine, cosa che non era mai successa prima . Sono stati loro che capillarmente hanno denunciato i compagni. Pensa che, a Torino, Giuliano Ferrara come capogruppo del Pci e insieme a Fassino hanno promosso le denunce anonime.

Ma le leggi speciali le ha fatte Cossiga.
Cossiga è stato un esecutore, certo non un rozzo esecutore, ma in quell’occasione ha realizzato sostanzialmente le richieste del partito comunista. E lui sapeva di aver toccato il fondo del barile della legalità con le leggi speciali contrariamente ai comunisti che mentivano. Mi ricordo quando venne in Canada e chiese di vedermi tramite una suora che adesso è morta, suor Teresilla. Parlammo di amnistia. C’era anche Pace. Vedi, lui era tra quelli convinti che con l’amnistia si sarebbero chiusi gli aspetti più orripilanti di quegli anni. Quelle leggi, lui lo sapeva, avevano profondamente alterato la consuetudine legale italiana. La presenza della magistratura negli affari politici è cominciata allora. Cossiga era cosciente di aver innescato una profonda ferita nella tradizione giuridica italiana quindi pensava all’amnistia come a uno dei modi di attenuare questa ferita.

Però le Br come soggetto politico le ha riconosciute mentre il movimento lo ha massacrato.
Le ha riconosciute dopo. Durante quei giorni lui è stato spietato. Pensa – e questo è rilevatore della sua schizofrenia – che lui ha negato che le lettere di Moro fossero autentiche. Diceva delle cose che lui stesso ha ammesso, parlando con me, essere false. Certo è stato una personalità notevole ma era sardo e i sardi hanno due anime, l’ascaro e il ribelle. Pensa alla Brigata Sassari che lui ha voluto ricostituire dove si parla il sardo e dove il sardo va a morire al posto del sovrano. Cosa successa al tempo dei Savoia e che Cossiga ha rimesso in piedi. In Cossiga coesistevano entrambi gli elementi. Quando ha avuto responsabilità di governo e di influenza diretta e operativa sul Paese si è comportato come un ascaro, anzi come un generale degli ascari.

Ascaro col movimento e ribelle poi?
Esattamente. Lui è stato spietato e ha anche lasciato fare manifestazioni perché le cose si incancrenissero. Pensa all’episodio in cui muore Giorgiana Masi: una trappola. Poi ha ripreso la sua natura ribelle arrivando sino a rivendicare l’appartenenza a una famiglia di pastori in contrapposizione a quella aristocratica di Berlinguer. Cossiga è un caso estremo e alla fine si è preso la libertà dei matti: quella di dire delle verità in punto di morte.

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“La soi-disant justice qui s’est exercée et qui s’exerce encore à votre encontre, même si elle est légalement justifiable, tient politiquement soit de la vengeance, soit de la peur”

Sénat de la République
Francesco Cossiga

à M. Paolo Persichetti
Casa Circondariale Marino del Tronto
Frazione Navicella, 218
63100 Ascoli Piceno

Rome, 27 septembre 2002

Cher monsieur Persichetti,

J’ai lu l’entretien que vous avez accordé à La Stampa (25 septembre 2002), et je vous remercie pour l’attention que vous et vos camarades réservez à mes analyses et à mes jugements.
J’ai combattu durement le terrorisme, mais j’ai toujours estimé que, s’il s’agit bien entendu d’un phénomène politique gravissime et blâmable, il n’en plonge pas moins ses racines dans la situation sociale et politique particulière du pays et non dans un “humus propre à la délinquance”.
Le terrorisme de gauche – qui était aussi le fruit de ceux qui, au sein des partis et de la Cgil, n’avaient pas le courage d’aller jusqu’au bout de leurs opinions ou de leurs actes, qui professaient la “violence” au Parlement et dans “la rue”, mais qui, ensuite, n’ont pas assumé, c’est le moins qu’on puisse dire, la responsabilité des conséquences pratiques de leurs enseignements – naît à mon avis d’une lecture “non historique” du marxisme-léninisme et d’une “mythification” de la Résistance et de la Libération qui, dans le contenu social et politique de la gauche, a échoué parce qu’elle a conduit à la reconstitution d’un “régime des libertés bourgeoises”.
J’estime que l’extrémisme de gauche, qui n’était pas un terrorisme au sens propre (en effet, [les militants] ne croyaient pas qu’on ne pouvait changer la situation politique que par des actes terroristes), mais plutôt une “subversion de gauche”, comme l’avait été à ses débuts le bolchevisme russe, c’est-à-dire un mouvement politique qui, se trouvant dans la situation de combattre un appareil d’État, usait de méthodes terroristes comme l’ont toujours fait tous les mouvements de libération, y compris la Résistance (l’assassinat d’un grand philosophe comme Giovanni Gentile – bien qu’il fût fasciste – alors qu’il marchait tranquillement dans la rue par des résistants des Gap [NdT : Groupes d’actions patriotique, d’orientation communiste] florentins peut être jugé favorablement ou négativement, mais, d’un point de vue théorique, il n’en reste pas moins un acte de terrorisme), en croyant amorcer – et c’est là qu’était l’erreur, ne serait-ce que sur un plan formel – un mouvement véritablement révolutionnaire.
Vous avez été battus par l’unité politique entre la Démocratie chrétienne et le Parti Communiste Italien, et parce que vous n’avez pas su entraîner derrière vous les masses dans une véritable révolution. Mais tout ceci fait partie d’une période historique de l’Italie qui est achevée. Et, dorénavant, la soi-disant “justice” qui s’est exercée et qui s’exerce encore à votre encontre, même si elle est légalement justifiable, tient politiquement soit de la “vengeance”, soit de la “peur”. Ce sont précisément ces mêmes sentiments qui animent nombre de communistes de cette période. Quelle légitimité républicaine croient-ils détenir, quand ils l’ont conquise non par un suffrage populaire ni par des luttes des masses, mais à la faveur de leur collaboration avec les forces de police et de sécurité de l’État ? C’est pour cela que moi, qui ai été pour beaucoup d’entre vous “KoSSiga” [NdT: les deux S sont écrits à la main en calligraphie runique pour évoquer le sigle nazi], voire carrément “le chef d’une bande d’assassins responsable d’avoir ordonné des homicides”, je suis aujourd’hui partisan de clore ce chapitre douloureux de l’histoire civile et politique du pays, ne serait-ce que pour éviter qu’une poignée d’irréductibles ne deviennent de funestes maîtres à penser pour de nouveaux terroristes, ceux qui ont tué d’Antona et Biagi, que, pour les forces de police et pour la Justice, il est commode de chercher parmi vous, parce que vous avez été vaincus politiquement et militairement avec l’aide de la gauche : il serait peut-être plus embarrassant d’aller les chercher ailleurs…
Malheureusement, toutes les tentatives, de ma part ou de la part de certains de mes collègues, de droite ou de gauche, de faire approuver une loi d’amnistie ou d’indulto [NdT: allègement de la peine d’emprisonnement] se sont heurtées surtout à l’opposition de la sphère politique de l’ex-Parti communiste.
J’ai lu qu’on vous a refusé l’usage d’un ordinateur. Honnêtement, j’ignorais qu’un tel appareil pouvait être une arme de guerre ! Au cas où vous en feriez de nouveau la demande et que celle-ci serait de nouveau rejetée, faites-le-moi savoir et je veillerai personnellement à vous le faire parvenir.
Ne perdez jamais votre dignité d’homme, même en prison, lieu qui n’est pas fait ni organisé pour “racheter” les hommes ! Et ne perdez jamais espoir.

Cordialement,
Francesco Cossiga

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