Parigi, la Cgt sgombera la Bourse du travail

Via, via, la nuova polizia!

Liberazione 25 giugno 2009

Paolo Persichetti

Quando il servizio d’ordine del sindacato, di un sindacato che si dice «comunista», fa il lavoro della polizia e si mette al posto dei Crs, i reparti celere francesi, sgombera con le maniere forti, innaffiando di gas lacrimogeno, pugni e calci, donne e bambini, famiglie disperate e orgogliose di sans papiers, 2489228844_9c0d5192a8colpevoli solo di lottare per avere il diritto di vivere, e che per questo occupavano da 14 mesi i locali della Bourse du travail di Parigi, vuol dire che questa sinistra non ha più nulla da dire. È morta. È un cadavere putrefatto. Una sinistra che è solo apparato. Che pensa solo ai suoi «beni». È successo mercoledì scorso verso le 12.30, quando una cinquantina di uomini col cranio rasato, il volto coperto, gli occhi protetti da occhialini da piscina e una fascia rossa al braccio, sono entrati con la forza nei locali della camera del lavoro vicino place de la Republique, e armati di bastoni hanno cosparso di gas lacrimogeno, inseguito e pestato i presenti, trascinandoli verso l’esterno (il grosso degli occupanti era impegnato a manifestare davanti alla prefettura). I testimoni raccontano di aver assistito a scene d’intensa violenza. «Era previsto e l’abbiamo fatto!», dichiara soddisfatto uno dei picchiatori. Increduli e scioccati, i circa 800 sans papiers carichi di fagotti e materassi fanno molta fatica a credere che la violenta aggressione abbia come origine proprio la Cgt, per altro spalleggiata dall’arrivo di decine di furgoni e centinaia di uomini della polizia schierati in assetto antisommossa. All’inizio molti passanti e commercianti avevano temuto un’aggressione lepenista. «Dopo aver tentato per mesi di negoziare una soluzione abbiamo deciso di mettere fine all’occupazione», si è giustificato Patrick Picard, segretario generale dell’Unione dipartimentale di Parigi. Da tempo il sindacato intratteneva relazioni molto tese con gli occupanti, in massima parte lavoratori di ditte di pulizie. Questi avevano deciso di riunirsi in un collettivo autonomo, il coordinamento sans papiers 75, rivendicando una regolarizzazione generale e non dei soli aderenti al sindacato.

Link
Le immagini del commando Cgt
La lunga notte di Parigi dove la Cgt da l’assalto ai migranti
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza

2496023770_5efc6e982f

Il “plebiscito finanziario” di Sarkozy

Il “prestito nazionale” lanciato nel discorso tenuto al congresso di Versailles, un’abile manovra del presidente della repubblica francese Nicolas Sarkozy per conservare il consenso dei ceti medi di fronte alla crisi economica.
L’economia politica populista: compensare la perdita di potere d’acquisto dei salari con il miraggio della rendita popolare

Liberazione 25 giugno 2009

Paolo Persichetti

Un «plebiscito finanziario», è questo il vero obiettivo che, secondo i critici, il presidente della repubblica francese Nicolas Sarkozy starebbe cercando dietro l’annuncio di un prestito nazionale fatto durante il discorso tenuto di fronte alle camere riunite nella regia di Versailles. La costituzione francese vieta al capo dello Stato l’ingresso in Parlamento, memore di quanto avvenuto ai tempi di Luigi Napoleone Bonaparte che, dopo l’elezione presidenziale, s’impadronì del potere instaurando un regime autocratico. Anche la costituzione italiana ha ereditato questa norma antiplebiscitaria, consentendo al presidente della repubblica soltanto l’invio di messaggi scritti alle assemblee parlamentari. Per aggirare questo divieto, Sarkozy ha pensato bene di convocare senatori e deputati nella sala del Congresso. Cerimonia fastosa, prevista solo in caso di modifiche alla costituzione. Inusuale dunque la scelta del presidente francese, che con questo atto volutamente simbolico ha cercato in tutti i modi di sottolineare la vocazione bonapartista-plebiscitaria attribuita al suo mandato.L’onnipresenza dell’«ego-presidente», come è definito dalla stampa avversaria, calca con forza i toni populisti,  e affronta la sfida della demagogia per finanziare il deficit pubblico, dopo che il ministro del Bilancio, Eric Woerth, ha definitivamente seppellito gli angusti parametri di Maastricht. Secondo le previsioni, infatti, Il deficit francese si attesterà alla fine del 2009 tra il 7% e 7,5% del Pil. Un tetto che tutti gli indicatori economici confermano anche per il 2010. Più del doppio di quanto previsto dai dogmi che hanno ispirato l’ortodossia monetarista del trattato di Maastricht. Il deficit pubblico può innescare un meccanismo virtuoso, hanno già spiegato Keynes e dimostrato i «trenta gloriosi». Ma la politica economica del governo Sarkozy può essere sospettata d’eresia keynesiana? Oppure la travolgente crisi economico-finanziaria impone di fare di necessità virtù?
Le polemiche, che dopo l’enfatico annuncio del presidente francese traversano il mondo politico e quello degli analisti, vertono proprio sulla qualità del deficit (finanziare la spesa corrente o investire su infrastrutture, reti digitali, economia della conoscenza?) e sulle modalità di finanziamento. La scelta del prestito, per altro non nuova nella storia del dopoguerra (vi hanno fatto ricorso, aggravando pesantemente le casse dello Stato, Pinay, Giscard e Balladur), è ritenuta da molti osservatori la più inadeguata sul piano economico. Per sostenere il debito ogni Stato interviene quotidianamente, e con discrezione, sui mercati finanziari. L’annuncio di un prestito nazionale, soprattutto se aperto ai risparmi delle famiglie, offre in realtà minori vantaggi economici. Per invogliare i piccoli risparmiatori è necessario ricorrere a tassi d’interesse onerosi rispetto a quelli reperibili sul mercato internazionale. Altri rilevano che il vantaggio immediato verrà ripagato con un sovrapprezzo d’imposta in futuro. Da qui l’accusa di «promozione politica» rivolta contro Sarkozy. Più prudente, la ministra dell’economia Lagarde ha auspicato un «prestito misto». Con questa operazione l’Eliseo cerca d’imbonirsi il ceto medio colpito dalla crisi, offrendo il miraggio della rendita popolare per compensare redditi che perdono potere d’acquisito.

Francia, vincono le astensioni, crolla il Ps tallonato dai verdi di Cohn-Bendit

La destra presidenziale confermata primo partito, battuta d’arresto per l’Npa

Paolo Persichetti

Liberazione 9 giugno 2009

Chi ha vinto le elezioni francesi? Se dovessimo considerare soltanto la legge dei numeri non ci sarebbero dubbi, hanno vinto le astensioni. Ben 59,36%, superiori alla media record europea che ha raggiunto il 58,15%. Alle presidenziali del 2007 la partecipazione al voto aveva superato l’80%. Questo divario rende perfettamente la percezione di separatezza che le istituzioni europee trasmettono, non solo ai francesi. Secondo le analisi fornite dalla Sofres, lo sciopero del voto avrebbe riguardato il 69% degli operai, il 66% degli impiegati e il 70% delle fasce giovanili. Notevole il disimpegno registrato anche tra artigiani, commercianti e titolari d’impresa, 77%. OFRTP-COHN-BENDIT-EUROPE-ECOLOGIE-20090603 La minoranza di francesi che si è recata alle urne, appena il 40,48%, ha confermato come prima forza l’Ump, il partito del presidente della repubblica Nicola Sarkozy, con il 27,8% dei suffragi. Non si tratta di un successo, anzi la compagine presidenziale segnala una flessione rispetto al 31% raggiunto al primo turno delle elezioni politiche di due anni fa, ma di una sostanziale tenuta che diventa vittoria politica per ko tecnico di fronte al crollo del voto socialista, il grande sconfitto di questa tornata elettorale, che precipita al 16,4%. La maggiore affermazione politica è venuta invece da Europe Ecologie con il 16,2%, un risultato che appaia di fatto quello del Ps. Secondo Rémy Lefebvre, professore di scienze politiche all’università di Lille, la tenuta dell’Ump, e l’affermazione degli ecologisti guidati da Daniel Cohn-Bendit, si spiega grazie alla mobilitazione dell’elettorato più anziano, per la destra presidenziale, e dei bobos, che sta per borghesi-bohémien (strati più alti dei ceti medi urbani e intellettuali, con propensioni culturali edonistico-libertarie), per gli ecologisti. La vittoria di questo cartello elettorale creato ad hoc segnala un drastico movimento d’umore dell’elettorato socialista stanco delle lotte intestine nel Ps. Ma ora Cohn-Bendit deve dimostrare che non si tratta di un’aggregazione di circostanza, costruita grazie al suo fiuto politico cavalcando da sinistra un po’ di antipolitica con la candidatura del magistrato anticorruzione Eva Joly, e mettendo assieme personaggi ultramediatici ma assai distanti tra loro, come Jose Bové, l’ex portavoce di Greenpeace Yannick Jadot e l’animatore televisivo Nicola Hulot. I centristi cattolici del Modem di François Bayrou, che aspiravano a superare la soglia del 10% fagocitando il voto moderato, hanno perso il ruolo di terza forza attestandosi all’8,4%. Affermazione singolare del neopartito transnazionale Libertas (6,7%), formazione fondata di recente in Irlanda dal miliardario Declan Ganley, presente anche in Germania e repubblica Ceca. Ha intercettato il tradizionale voto euroscettico radicato nella destra antimoderna del barone De Villiers.
Il Fronte nazionale di Le Pen resiste e supera il quorum che gli consente di avere i seggi al parlamento.
Infine il Front de gauche, l’alleanza Pcf-parti de la Gauche e dissidenti trozkisti (6,05%), vince il duello a sinistra con il Nuovo partito anticapitalista, che si ferma al 4,9% fortemente penalizzato dalla bassa mobilitazione dell’elettorato giovanile. Il 73% delle persone che hanno votato il candidato dell’Npa al primo turno delle presidenziali del 2007 non ha partecipato allo scrutinio. Jean-Luc Mélenchon uscito dal Ps prima dell’ultimo congresso ha rimobilitato l’elettorato del Pcf, risucchiato i voti delle correnti della sinistra socialista e dei sovranisti di sinistra. Senza nemmeno un seggio, il progetto dell’Npa subisce una secca battuta d’arresto. Basterà a giustificare tutto ciò la scarsa propensione al voto europeo del precariato giovanile? O forse va rivista la strategia, riaprendo alla possibilità di alleanze, anche solo elettorali? Pur ammettendo la delusione e la beffa di un semplice 0,1% che non ha permesso di oltrepassare il quorum, alla sede nazionale del movimento guidato da Besancenot, le prime reazioni sembravano voler confermare la linea sin qui seguita.

Link
Il nuovo partito anticapitalista
L’empasse del Pcf

Bossnapping, gli operai di Continental strappano l’accordo

La fabbrica chiude ma il padrone paga: 50 mila eruro a testa, salario pieno fino a ottobre 2009 e 75% fino al 2014 per i 1120 di Continental

Paolo Persichetti
Liberazione 2 giugno 2009

Dopo un conflitto di due mesi e mezzo, i lavoratori dello stabilimento Continental di Clairoix hanno strappato all’azienda un indennizzo di almeno 50 mila euro netti a testa, come titolo d’indennizzo per la chiusura della fabbrica. Più di 900 dipendenti del gruppo hanno accettato il protocollo d’accordo (solo 10 voti contrari) nel corso di un’assemblea tenutasi sabato scorso. L’azienda tuttavia non è intenzionata a confermare l’intesa fintanto che non vi sarà la stipula ufficiale.

continental-greve-clairoix-social

La trattativa si è sbloccata venerdì, dopo l’ennesimo incontro tra le parti, presente il governo. Nelle sedute precedenti l’azienda aveva messo sul tavolo offerte molto basse: 17 mila, poi 20 mila a testa, sempre rifiutate dai delegati sindacali. Finalmente venerdì la direzione ha mollato. «Continental è un bell’esempio di solidarietà», ha spiegato Xavier Mathieu, delegato della Cgt che ha partecipato alla trattativa, sottolineando come i lavoratori più anziani hanno accettato il principio dell’indennità uguale per tutti nonostante avessero potuto ottenere di più, in ragione proprio della loro anzianità di servizio. La decisione d’impiegare strumenti di lotta senza remore, la compattezza del fronte operaio e la solidarietà hanno dato i loro frutti. Oltre all’una tantum, per i 1120 dipendenti l’accordo prevede il pagamento del 100% del salario fino al prossimo ottobre, quando per le maestranze scatterà un «congedo di riconversione» della durata di 23 mesi, fino al 2011. Spiega sempre Mathieu, «siamo sicuri d’avere garantito almeno il 75% del salario fino al 2014, anche se restano ancora da discutere le condizioni d’accesso ai prepensionamenti e la ricollocazione dei posti di lavoro. Un nuovo incontro si terrà il prossimo 5 giugno». L’11 marzo la direzione della fabbrica di pneumatici tedesca aveva annunciato la chiusura degli stabilimenti di Clairoix, nel nord della Francia, e Hannover, in Germania, a causa della sovraccapacità produttiva. L’annuncio aveva provocato l’immediata reazione dei lavoratori che nel 2007, in cambio della promessa del mantenimento dei posti di lavoro, avevano accettato un accordo capestro. Erano ritornati alle 40 ore settimanali in linea con la cancellazione della riduzione dell’orario di lavoro (le 35 ore), portata avanti dal capo dello Stato Sarkozy come la soluzione che avrebbe rilanciato l’economia, «lavorate di più per guadagnare di più». Com’era prevedibile l’aumento delle ore di lavoro non ha risolto nulla. La produzione di pneumatici si è definitivamente interrotta il 22 aprile. L’azienda aveva chiuso definitivamente gli impianti, evocando ragioni di sicurezza, dopo che gli operai avevano distrutto i locali d’ingresso della fabbrica una volta appresa la decisione della magistratura di rigettare la loro richiesta d’annullamento della chiusura del sito. «Les Contì», come orgogliosamente si fanno chiamare gli operai di Continental, si erano fatti conoscere grazie a clamorose azioni di protesta come il saccheggio della sottoprefettura di Compiègne o la cacciata al lancio di uova e scarpe dei membri della direzione, l’impiccagione di due manichini che effigiavano il Pdg Louis Forzy e i blocchi ferroviari e stradali. Non sono arrivati al bossnapping, ma poco c’è mancato. Ora che hanno ottenuto quanto chiesto, non dimenticano la solidarietà e oggi manifesteranno accanto ai lavoratori della Goodyear di Amiens, che ha annunciato il licenziamento di 820 dei suoi 1400 dipendenti.

Link
Il sesso lo decideranno i padroni, piccolo elogio del film Louise Michel
Grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe
Il Bossnapping vince: la Caterpillar cede
Bossnapping, una storia che viene da lontano
Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
F
rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia
Rabbia populista o nuova lotta di classe
Francia, sciopero generale contro la crisi
S
ciopero generale, giovedi 29 gennaio la Francia si è fermata
Francia, tre milioni contro Sarko e padroni

La pedagogia penale di Sarkozy

Non più educare e istruire ma raddrizzare e punire

Luca Bresci
L’Altro 30 maggio 2009

Al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini sono piaciute le parole pronunciate giovedì scorso dal capo dello Stato francese. Parlando all’Eliseo, Nicolas Sarkozy ha espresso la necessità di «mettere fine alla dittatura dei buoni sentimenti», annunciando l’ennesima lotta «senza remore e concessione alla delinquenza».

police partout
Stavolta l’offensiva presidenziale riguarda le scuole. L’idea l’aveva lanciata pochi giorni fa Xavier Darcos, il ministro dell’Educazione nazionale in cerca di rivalse dopo il ritiro del suo progetto di riforma dell’istruzione che aveva portato in piazza insegnanti, studenti e famiglie. Nel corso di un intervento tenuto di fronte al congresso della seconda federazione dei genitori d’alunni della scuola pubblica, il ministro ha lanciato la proposta di una «forza mobile di agenti» da impiegare contro le violenze scolari. L’idea è quella di organizzare dei corpi di sorveglianti speciali non appartenenti alla polizia di Stato. Personale di sicurezza mobile e qualificato sottoposto all’autorità dei provveditori scolastici con missione di prevenzione e controllo, autorizzato a perquisire cestini, cartelle e borse, oltre che ad impiegare appositi metal detector sugli scolaretti, gli alunni e gli studenti, dalla materna alle superiori. Il ministro ha ricordato l’accoltellamento di una insegnate avvenuto il 15 maggio a Fenouillet, nell’Alta Garonne. Episodio che ha suscitato notevole clamore, richiamando l’attenzione sull’incremento delle violenze scolari, l’aumento preoccupante delle aggressioni e della circolazione di armi all’interno degli istituti scolastici nei quali si riversano le tensioni del territorio circostante, i conflitti che traversano le periferie. Darcos ha inoltre proposto d’introdurre sanzioni finanziarie contro i genitori che «hanno dimissionato dal loro ruolo educativo».
Dai sindacati degli insegnanti e degli studenti, come dalla più importante federazione dei genitori, sono subito arrivate dure critiche verso l’ennesima «gesticolazione sicuritaria» del governo e l’idea di creare una specie di «Nocs scolare» (i gruppi d’assalto speciali della polizia).
La trasformazione di ogni problema sociale in questione d’ordine pubblico, la criminalizzazione del disagio scolare e la penalizzazione della vivacità infantile, ha raggiunto livelli deliranti nella riflessione pubblica francese. Ereditata da teorie provenienti dagli Usa e riprese in Inghilterra, la criminalizzazione dei minori e l’abbassamento della responsabilità penale anche in età adolescenziale ha fatto breccia. Polemiche roventi hanno coinvolto gli esperti del settore sulle nuove teorie elaborate dagli ambienti della destra repubblicana d’Oltreoceano che individuano segni premonitori di devianza fin dai comportamenti del neonato, giustificando con ciò la necessità di prevenire il crimine fino ad anticipare l’età della punizione. Non più educare e istruire ma raddrizzare e punire. Più o meno è questo il modello di scuola propagandato da Sarkozy, un modello di pedagogia penale ammirato dalla ministra Gelmini che pensa così di riuscire ad affrontare quello che da noi viene definito «bullismo». Non c’è da stupirsi allora se finirà come per i due adolescenti di Floirac, agglomerato urbano alla periferia di Bordeaux, arrestati dalla polizia all’uscita di scuola mentre tornavano a casa sulle loro biciclette. Qualcuno le aveva scambiate per bici rubate e aveva pensato bene di avvertire gli agenti che, appostati dietro un angolo, hanno atteso i due malviventi in calzoncini, uno di 6 e l’atro di 10 anni. Un intero pomeriggio passato in commissariato per poi scoprire che le bici erano di loro proprietà. Un’intera scuola sotto choc. Preside e insegnanti occupati a rassicurare i compagni di classe dei due ragazzini rimasti shoccati. Piccoli ribelli cresceranno.

Link
Il populismo penale una malattia democratica
Badiou, Sarkozy il primo sceriffo di Francia in sella grazie alla doppia paura
Bensaid, elogio della miscredenza
Spari, molotov e pietre contro la polizia dopo la morte di un giovane. La banlieue di Parigi torna a bruciare
Curare e punire
Il governo della paura
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Populismo penale, una declinazione del neoliberismo
Banlieues, la guerra sognata da sarkozy


“Il sesso lo decideranno i padroni” piccolo elogio del film Louise Michel

200px-louise_michel

Recensione” presa dal blog di Baruda

Io non so scrivere di cinema, non so raccontare i film, non so fare recensioni. Ma questa volta non riesco a non farlo perchè da quando ho visto questa pellicola mi prudono le mani e vorrei che più gente possibile vedesse questo piccolo capolavoro francese, manifesto tragicomico, provocatorio e radicale del bisogno di alzare la testa in qualche modo rocambolesco della sfruttata classe operaia nell’Europa del capitalismo delle multinazionali.
Louise Michel prende il suo nome dalla comunarda anarchica francese…è un film, di cui non so se raccontarvi la trama (non credo sia il caso altrimenti poi non ci andate), in cui un uomo per lavorare in una fabbrica si finge donna e una ex bambina diventa uomo per raggiungere una soddisfazione sportiva. “Avete rifiutato le 35 ore e gli aumenti di salario, ma non rifiuterete questi grembiuli nuovi” … il padrone (che poi non è che un servo tra i tanti del vero, quasi irraggiungibile, padrone) prova ad imbonirsi le operaie malgrado i loro sguardi scettici: prendono questo grembiule e il giorno dopo trovano la fabbrica vuota. Tutto era stato portato via: macchinari e lavoro, quindi il proprio sfruttamento quello che ti permette di arrivare al giorno dopo.
20.000 euro di risarcimento da dividere in venti: spiccioli inutili in questo modo. Che fare?
Bhè sono pochi per tutto: ma non per un killer che vada ad ammazzare il padrone. La votazione è unanime: questo si che è un modo per far fruttare quella miseria data da un porco padrone dopo 20 anni di sudore nella sua fabbrica.
E qui inizia il bello, l’avventura divertente di questa strana coppia che tra Francia, Belgio ed Inghilterra cercano di ammazzare il padrone giusto, quello che sia il vero responsabile della chiusura della fabbrica e quindi del licenziamento di tutte le operaie. louise
La decisione, ad ogni errore, è sempre la stessa, unanime: andare avanti fino ad accoppare quello giusto.
Geniale, sarcastico, girato in modo strano con la telecamera quasi sempre fissa, con le immagini sfocate e i dialoghi stretti e necessari: con un gioco di sguardi, sessualità negate e poi ritrovate, di pistole autocostruite, di killer professionisti che non sanno azzittire i cani, di piccioni spennati e cinismo, tanto cinismo.
Un film piaciuto alla critica ma che ha creato grandi deliri nei forum italiani, in cui il popolino servile e estremamente attaccato al culo del padrone (come amano leccare questi miserabili italiani) si è molto innervosito e quasi scandalizzato per una pellicola del genere.
Stiamo anni luce indietro alla Francia: tanto che lì sequestrano i manager, qui li facciamo passare sui nostri corpi mentre lecchiamo le loro suole.

Chi odia i padroni, chi è sfruttato, chi è stato costretto a modificare se stesso per arrangiare il modo di arrivare a fine mese: QUESTO E’ IL FILM PER NOI

“Ora che sappiamo che i ricchi sono dei ladri, se i nostri padri e le nostre madri non riusciranno a bonificare la terra quando saremo grandi ne faremo noi carne macinata” Louise Michel

Link
Francia, le nuove lotte operaie
New Fabbris, fabbrica minata dagli operai
Grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe
Il Bossnapping vince: la Caterpillar cede
Bossnapping, una storia che viene da lontano
Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
F
rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia
Rabbia populista o nuova lotta di classe
Francia, sciopero generale contro la crisi
S
ciopero generale, giovedi 29 gennaio la Francia si è fermata
Francia, tre milioni contro Sarko e padroni

Bossnapping: ribellismo 2009 e caccia ai manager, ecco chi soffia sul fuoco

Torna la grande paura

Panorama 20 Aprile 2009
di Giacomo Amadori

blog.panorama.it ribellismo 2009 e caccia ai manager, ecco  chi soffia sul fuoco

“Eat the rich!”, “Mangia il ricco!”, cantava la band londinese dei Motorhead nel 1987. Vent’anni dopo, in piena crisi economica, quel ritornello è diventato un manifesto politico capace di mettere d’accordo soggetti sino a pochi anni fa distanti, dai giovani no global agli operai sull’orlo del licenziamento. Il neonato movimento ha esordito al G20 di Londra squarciando l’aplomb della City.
 Ma il nuovo corso alle barricate in stile G8 genovese preferisce altre forme di lotta. In Francia e Belgio gli operai hanno scelto la via del “bossknapping”, il sequestro dei capi, per riaprire trattative o bloccare i licenziamenti. Un modello di conflitto che preoccupa più delle violenze di piazza, scatenate da frange minoritarie. Il Sole 24 ore, quotidiano di proprietà della Confindustria, ha inquadrato il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa: “Il ribellismo diffuso può assumere venature populistiche e tendere a saltare le stesse organizzazioni sindacali”.
 Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani non esclude fenomeni di emulazione: “Io vedo problemi se venissero messi in discussione, dopo la cassa integrazione, i posti di lavoro”. Un campanello d’allarme che sulla rete ha suscitato un tam-tam di soddisfazione nei siti più radicali, dove uno dei documenti più “allegati” è “Mangiati il ricco!”, sottotitolo: “L’anticapitalismo è all’ordine del giorno”.
Questo clima non viene sottovalutato. Gli 007 dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna, l’ex Sisde) da settimane riattivano contatti o ne cercano di nuovi dentro le fabbriche per capire l’aria che tira. “In Italia i problemi potrebbero arrivare in autunno” prevede un funzionario. Alla sezione Anticrimine dei carabinieri di Roma gli investigatori seguono una pista concreta. Le intercettazioni telefoniche raccontano che qualcuno sta cercando di infettare la protesta operaia. 
Il rischio più temuto è che qualche gruppo eversivo in cerca di consenso possa organizzare sequestri lampo come facevano le Brigate rosse negli anni 70. “Il comparto più in fermento è quello dell’auto. È lì che si concentra la nostra attenzione” precisa un investigatore.
Il 25 febbraio, a Piobesi, nella cintura torinese, è stato preso in ostaggio il capo del personale della Olimpia, azienda tessile del gruppo Benetton, dopo la conferma di 143 licenziamenti.
Giorgio Airaudo, segretario della Fiom torinese, vede nero: “Nella nostra provincia a luglio la Iveco e la New Holland toccheranno le 40 settimane di cassa integrazione e dopo poco potrebbero scattare gli esuberi. Di fronte ai licenziamenti non si può escludere una drammatizzazione del conflitto”. Anche perché su 170 mila metalmeccanici in provincia di Torino 58 mila sono in cassa integrazione.
Nel resto d’Italia a marzo il ricorso a questo ammortizzatore è cresciuto del 925 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. Numeri che potrebbero mettere a rischio la pace sociale. “In verità, la radicalizzazione c’è già” prosegue Airaudo. “Il blocco delle merci, i picchetti davanti ai cancelli e le assemblee permanenti sono forme di lotta già attuate in numerosi stabilimenti”.
 Vivono giornate tese anche i lavoratori della Lombardia. Per esempio all’Omnia, azienda leader nel settore dei call center: il 1° aprile una cinquantina di dipendenti è scesa in cortile e ha costretto l’amministratore delegato a partecipare a un’assemblea straordinaria. I giornali hanno parlato di sequestro. Nell’hinterland milanese sono molte le iniziative di lotta, dai dipendenti della Nokia a quelli della Metalli preziosi, all’Innse, praticamente in autogestione da giugno. In questo clima il 4 aprile si sono riuniti a Sesto San Giovanni un’ottantina di lavoratori “combattivi” (come si autodefiniscono) in rappresentanza di una ventina di fabbriche. Quali?
 L’elenco è il termometro del disagio operaio: Fiat Sata di Melfi, Alfa e Avio di Pomigliano d’Arco, Jabil di Cassina de’ Pecchi, Cabind della Valsusa, Fiat New Holland di Modena, oltre a Falck, Italtractor, Terim, Mangiarotti Nuclear, Innse. I convenuti hanno un obiettivo: fondare un nuovo soggetto politico capace di ingrassare nella pancia della crisi. Sul web  http://www.asloperaicontro.org) si trova il resoconto dell’incontro: “Il Partito operaio nasce ed esiste dove nascono le resistenze operaie contro i padroni”. L’esempio è quello della “Innse di Milano, dove 50 operai stanno lottando da più di 10 mesi con una determinazione incredibile per difendere il lavoro e la loro fabbrica”.
Anche la Francia fa scuola, in particolare le tute blu della Continental: “All’annuncio di chiusura della loro fabbrica hanno reagito, hanno fatto il processo ai loro manager, condannandoli alla pena di morte per alto tradimento e impiccandoli immediatamente, per adesso soltanto simbolicamente con due fantocci”.
Sul web torna di moda la lotta di classe e la ribellione coinvolge anche l’esercito di riserva dei precari, la fascia di lavoratori più debole e indecifrabile, meno sindacalizzata e controllabile. “Non si possono escludere azioni estreme dettate dalla disperazione, soprattutto in mancanza di risposte da parte di governi e amministrazioni locali” avverte Carmela Bonvino, responsabile del settore precariato delle Rappresentanze sindacali di base. “Noi proviamo a organizzare il dissenso in forme legali, però l’attenzione dei mass media per episodi come i sequestri potrebbe far scegliere ai lavoratori scorciatoie controproducenti”.
 Per capire l’umore basta consultare i siti marxisti Il pane e le rose o Autprol.org, che per esempio ospita il comunicato di protesta dei giornalisti della free-press confindustriale 24 minuti. Gli investigatori monitorano anche battaglie e documenti dei precari più qualificati, nel campo della ricerca scientifica e della protezione ambientale.
“Questa è una rivolta popolare non coordinata, spontanea. E molto pericolosa” ha avvertito nei giorni scorsi il sociologo francese Jean-Paul Fitoussi, rispolverando il termine conflitto di classe. In questo clima gli investigatori, dai carabinieri del Ros agli 007, temono una saldatura fra la protesta genuina e qualche cattivo maestro che aspira a cavalcarla.
Nel Torinese gli investigatori tengono sotto osservazione l’area anarco-insurrezionalista. Due settimane fa, dalle frequenze di Radio blackout, uno dei portavoce degli squatter piemontesi ha inneggiato al sequestro dei manager.
Per gli inquirenti i nuovi aspiranti ideologi non ragionano più per compartimenti stagni e fanno proselitismo in realtà anche diversissime. Lo confermano inchieste recenti. Per esempio due anni fa è stato “disarticolato” dagli inquirenti milanesi il Partito comunista politico-militare, presunta formazione terroristica che aveva infiltrato con i suoi esponenti sia il sindacato (Vincenzo Sisi, delegato della Cgil, aveva un kalashnikov in giardino) sia i centri sociali. Qualche fiancheggiatore e molti simpatizzanti sono liberi e continuano il lavoro di propaganda in tutti i settori, dal pubblico impiego al precariato. A febbraio, sette presunti neobrigatisti hanno espresso “vicinanza e solidarietà”, dopo gli scontri con la polizia, “agli operai Fiat di Pomigliano, così come a tutte quelle situazioni che lottando non intendono subire passive gli effetti della crisi del capitalismo”.
Ma i cattivi maestri secondo gli investigatori non sono solo in cella. Qualcuno fa il giornalista. Come Paolo Persichetti, ex brigatista condannato a 22 anni e sei mesi di carcere per concorso nell’omicidio del generale Licio Giorgeri: in Francia, dove è fuggito nel 1991, ha insegnato sociologia politica, oggi scrive sul quotidiano comunista Liberazione e ironizza sul passato. Il “bossknapping”? “La Fiat non ne serba un buon ricordo” annota. “Le azioni non “ortodosse” di francesi e belgi, seppur concepite all’interno di una strategia ancora difensiva, riscontrano consensi e successi. Una lezione utile”.
Interpellato da Panorama, Persichetti dice: “In Francia queste pratiche non vengono considerate eversive e sono accettate dall’opinione pubblica”. In Italia spaventano… “Da noi la lotta armata ha raggiunto livelli sconosciuti in Francia, lasciando in eredità la cultura dell’emergenza e la demonizzazione del conflitto. Lo Stato deve capire che quella stagione è chiusa”. Tuttavia, chi legge i suoi articoli non ha questa sensazione. Una “lezione” di cui forse non c’era bisogno.

Grenoble, vince il bossnapping. La Caterpillar cede e non chiude gli stabilimenti

Una vertenza modello quella dei lavoratori della Caterpillar. Forme innovative di lotta, fantasia, audacia e determinazione. L’esempio si espande. A Edf-Gdf i lavoratori dell’energia riprendono gli insegnamenti di Emile Pouget, l’autore di un piccolo opuscolo scritto nei primi anni del Novecento, frutto del lavoro della commissione sabotage della Cgt: regalano corrente alle famiglie meno abienti e lasciano al buio i decisori, ministeri, uffici, banche, sedi sociali di grandi imprese, per «farsi vedere meglio»

Paolo Persichetti
Liberazione 21 aprile 2009

1409LD1
La lotta senza remore paga. Lo dimostra una volta di più la vicenda dei lavoratori della Caterpillar di Grenoble e Echirolles che, dopo due mesi di mobilitazione e un clamoroso bossnapping del direttore e tre altri dirigenti del gruppo, realizzato il 31 marzo scorso, hanno strappato domenica un accordo alla multinazionale americana. I due siti francesi non saranno chiusi. Al contrario nell’accordo si parla di nuovi investimenti. I posti soppressi scendono da 733 a 600. La riduzione del tempo di lavoro dovrebbe ulteriormente alleggerire i tagli di personale. Per evitare che si trasformino in licenziamenti secchi saranno accompagnati da maggiori incentivi in denaro, prepensionamenti per i più anziani e corsi di formazione con mantenimento del salario, finanziati dalla regione Rhône-Alpes, per chi verrà ricollocato altrove. Insomma un vasto impiego d’ammortizzatori sociali (l’azienda già faceva uso della cassa integrazione) consentirà una uscita dalla crisi. Un preliminare del negoziato era stato il ritiro delle misure disciplinari prese contro 8 operai che avevano partecipato ai picchetti davanti alla fabbrica. Nelle prossime ore il protocollo d’accordo sarà sottoposto a referendum. Una vertenza modello quella della Caterpillar. Da soli e contro tutti, con un vasto ventaglio d’azioni, che hanno dato largo sfogo alla fantasia e all’audacia, i lavoratori hanno imposto la trattativa, conquistato visibilità mediatica e consenso sociale, strappato risultati ai vertici di un’azienda che avevano deciso di trasferire la produzione all’estero. Per questo il modello si espande e assume nuove forme, come regalare corrente alle famiglie povere e fare il buio nei ministeri per «farsi vedere meglio». A Edf-Gdf applicano alla lettera il libro di Emile Pouget, Le sabotage.

Link
Bossnapping, una storia che viene da lontano
Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
F
rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia
Rabbia populista o nuova lotta di classe
Francia, sciopero generale contro la crisi
S
ciopero generale, giovedi 29 gennaio la Francia si è fermata
Francia, tre milioni contro Sarko e padroni

L’affaire Tarnac: Julien Coupat in carcere da sette mesi per un libr’

L’uso estensivo del reato di “terrorismo” fa discutere la Francia

Paolo Persichetti
Liberazione, 18 aprile 2009

«Un Coupat idéal», è il gioco di parole impiegato dal quotidiano francese Libération che giovedì scorso ha dedicato la sua prima coupatpagina alla vicenda di Julien Coupat. Unico ancora in carcere dei nove giovani arrestati lo scorso 11 novembre in una fattoria di Tarnac, nel centro della Francia, dove avevano creato una comunità autorganizzata molto apprezzata dagli abitanti del luogo. Accusati di alcuni atti di sabotaggio avvenuti nella notte del 25 ottobre e del 7 novembre 2008 sul tracciato ferroviario del Tgv. Degli uncini in ferro forgiato agganciati alle linee elettriche avevano gettato nel caos l’intero traffico dell’alta velocità. Mentre i suoi compagni sono stati scarcerati uno dietro l’altro di fronte ad un fascicolo privo d’elementi d’accusa probanti, Coupat è da sette mesi in detenzione provvisoria, imputato di «danneggiamento» e «direzione di un’associazione per delinquere in relazione con un’impresa terroristica». Per ben tre volte il tribunale di Parigi ha rifiutato di rimetterlo in libertà. La sua avvocata, Irène Terrel, non smette di denunciare un’inchiesta politica. Un accanimento che ha un nome preciso, quello della ministra degli Interni Michèle Alliot-Marie.
Figura controversa, «MAM», come la chiamano i francesi, aveva annunciato in un’affollata conferenza stampa, organizzata mentre erano ancora in corso le perquisizioni, il ritrovamento di prove inconfutabili. Il ministro degli interni bleffava spudoratamente. Prove non ne sono mai venute fuori. Niente impronte e dna come trionfalmente dichiarato. Solo tonnellate di pedinamenti e intercettazioni che alla fine si sono ridotte a un processo alle intenzioni. Pagine di commenti sulle «cattive letture» e giudizi sui «costumi dissoluti» dei giovani. Resoconti sulle manifestazioni e la militanza anticapitalista del gruppo. Nel dossier si scopre che i sabotaggi portano la firma di un collettivo antinucleare tedesco, giunta al Berliner Zeitung per ricordare la morte di un militante antinucleare durante il boicottaggio del treno Castor che trasporta scorie radioattive. Una pista deliberatamente lasciata cadere dagli inquirenti.
crochet1 Ora che il fascicolo dell’inchiesta è noto, l’opinione pubblica s’interroga sull’uso estensivo del reato di terrorismo. Ciò che più fa discutere è il modello d’inchiesta messo in piedi. Uno schema che ricorda le pratiche dell’emergenza antisovversione italiana. Un teorema accusatorio più le parole di un testimone di cui si preserva l’anonimato. Teorema costruito dalla lettura di un pamphlet, L’insurrection qui vient. Testo che analizza criticamente la società francese e indica dei repertori d’azione. Non a caso gli ultimi passaggi dell’inchiesta hanno spostato l’attenzione sull’editore, Eric Hazan. Interrogato per sapere se Coupat era l’autore del libro incriminato. Ormai l’inchiesta persegue quello che palesemente è un delitto d’opinione. Ritenuto l’ideologo e il direttore d’orchestra di un’area «anarco-autonoma», secondo l’accusa attraverso il libro Coupat avrebbe creato le premesse teoriche di una radicalizzazione verso la lotta armata, dando vita ad una «cellula invisibile», nome di fantasia coniato dallo stesso pubblico arton2152 ministero, Jean-Claude Marin, a partire dalla firma «comité invisible» che gli autori del pamphlet hanno messo in calce al testo. Questa almeno è la lettura proposta da Alain Bauer, l’ispiratore occulto dell’inchiesta. Consigliere per la sicurezza, Bauer è una sorta di Rasputin dell’Eliseo. È lui ad aver scoperto per caso il libro. Folgorato da una lettura notturna ne ha acquistato 40 copie per allertare tutti i vertici dello Stato e scatenare la caccia al «pericolo rosso». Esponente dell’«industria della paura», Bauer dirige una multinazionale della sicurezza privata, la AB Sécurité. Fomentata dal suo consigliere, la ministra degli Interni ha fatto di Coupat un ostaggio personale e dell’ultragauche il nemico intimo.
In Francia molti si chiedono se questo non sia una caso pilota, un tentativo di mettere a punto la criminalizzazione preventiva delle forme d’opposizione più radicali.

Link
Attentato all’orario dei treni
Tolleranza zero: estensione dell’infrazione di terrorismo e nuovo spazio giudiziario europeo

Agamben, L’exception permanente
Agamben, Lo Stato d’eccezione

Torna la grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe degli imprenditori

Nei suoi “Souvenirs” delle giornate parigine del giugno 1848 Tocqueville raccontava i brividi di un suo amico che durante gli scontri aveva ascoltato le parole di due suoi giovani domestici che sognavano di farla finita con il potere dei loro padroni. Sul momento quel suo amico «si guardò bene dal lasciar intendere di aver sentito quelle frasi» che «gli misero una grande paura»; attese prudentemente l’indomani della vittoria sull’insurrezione per licenziare in tronco gli sfrontati e rispedirli alle loro baracche. Dall’aristocratico Tocqueville al borghese berlusconiano Paolo Granzotto, la parabola decadente della letteratura sulle classi pericolose


“Bossnapping, la sinistra si smaschera: questa lotta paga”

di Paolo Granzotto
Il Giornale 15 aprile 2009

La sinistra si smaschera www.ilgiornale.it

«Almeno finora, sequestrare paga». Questa la conclusione alla quale è giunto Gianni Marsilli dell’Unità. Gli fa eco Paolo Persichetti, su Liberazione: «Brutta aria per i padroni». L’uno e l’altro davano conto a modo loro del «bossnapping», il sequestro, a scopo intimidatorio, di manager di grandi gruppi industriali «fino a che il padrone non abbia calato le braghe», per dirla con Marsilli. Un «modello di lotta» che si sta sperimentando in Francia e che a qualcuno piacerebbe fosse esportato da noi, vuoi perché, come scrive Marsilli, «il sindacato è storicamente debole sulle realtà aziendali», vuoi perché, come invece sostiene Persichetti, «scioperi e picchetti non sono più sufficienti per costringere il padronato a trattare», cioè a calare le braghe.
Paolo Persichetti, brigatista rosso condannato a 22 anni per concorso nell’omicidio del generale Licio Giorgeri e pertanto uno che se ne intende di sequestri a termine o a tempo indeterminato, vede nel «bossnapping» qualcosa di più d’una innovativa versione del «dialogo» e del «confronto». Poiché la lingua sempre lì batte, dove il dente duole, egli vi vede o meglio vi sente «il sapore di embrioni vitali di autonomia operaia», dando la forte impressione di essere un emulo del colonnello Kilgore di Apocalipse now. Se questi si estasiava all’odore del napalm, Persichetti si inebria, perde la testa a quello della cordite degli Anni di piombo. Da addetto ai lavori, rileva che in Francia il «bossnapping» è «risultato pagante seppure attuato in un contesto ultradifensivo che mira unicamente a ridurre i danni». Non che l’ex brigatista lo auspichi a chiare lettere, però sembra di capire che stando un po’ meno sulla difensiva e magari alzando il tiro i risultati sarebbero migliori. E gli embrioni di autonomia operaia ingrasserebbero a vista d’occhio.
Il caloroso apprezzamento della «trattativa forzata» del sequestro di persona a scopo intimidatorio e delle prospettive di lotta di classe che esso apre potrebbe essere liquidato come demenziale folklore, come tritume ideologico e dialettico dei nostalgici della lotta armata. Ma quando un quotidiano come l’Unità che un giorno sì e l’altro no la mena con la sacralità della Costituzione, dei suoi princìpi e dei suoi diritti, manda a dire che «sequestrare paga», che «l’ostaggio è uno strumento per far pressione sulla proprietà lontana, nulla di più» – nulla più! – è forse il caso di stare in guardia. L’esecuzione a freddo di Marco Biagi dolorosamente ci ricorda che teste ideologicamente marce non ce ne sono poche in giro. Precedenti esperienze insegnano, poi, che nel caso l’intendance degli intellettuali, del giornalismo progressista, della società civile e della sinistra radicale e salottiera, suivra. Non che al momento ci sia da allarmarsi, perché i Persichetti sono pur sempre dei Persichetti, dei pavidi che nel momento della verità scappano, incapaci di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità, ma tutto questo fervore per il «bossnapping» va tenuto d’occhio. E a farlo non dovrebbe tanto essere il ministro degli Interni, quanto Guglielmo Epifani, se non vuole che il suo sindacato, già malconcio qual è, sia scavalcato dalle avanguardie della «trattativa forzata» (fino al calamento, con le buone o con le cattive, delle braghe del padrone) e passi direttamente alla rottamazione.

Cronache operaie
Il Bossnapping vince: la Caterpillar cede
Bossnapping, una storia che viene da lontano
Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
F
rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia
Rabbia populista o nuova lotta di classe
Paolo Granzotto sanzionato per razzismo. Aveva scritto: “Rispedire al mittente la feccia rumena”
Paolo Granzotto: “Cacciamoli, Bucarest si riprenda sue canaglie
Cattivi maestri e bravi bidelli: le carte truccate di Paolo Granzotto