Cronache operaie

Cronache operaie

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Scioperi spontanei e solidarietà operaia nelle officine Sata di Melfi
Il Marchionne del Grillo e l’operai da Fiat
Marchionne secondo Marx
Rischiano il licenziamento i macchinisti che denunciano l’insicurezza delle Ferrovie
Provvedimento disciplinare contro De Angelis: Trenitalia risponde a Liberazione
Campagna per la sicurezza sul lavoro: per il ministero la colpa è di chi non si vuole bene
Dante De Angelis punito dall’azienda perché spiega che Trenitalia si comporta come la Fiat
E’ morto Pietro Mirabelli, sul lavoro
Sevel, Fiat di Atessa, alla Fiom: “Se scioperate chiediamo i danni”
Bonanni e la febbre del sabato sera
Askatasuna, in alto i toni sulla contestazione a Bonanni
Fumi di democrazia
Stragi del capitalismo: operai morti in cisterna, i precedenti degli ultimi anni
Fumi che uccidono operai e fumogeni che fanno tacere sindacalisti collaborazionisti
Maggiordomi Fiat: quando Piero Fassino si dichiarava alleato di Marchionne
Romiti, “A Marchionne dico: operai e azienda, la contrapposizione di interessi ci sarà sempre”
Perché a Romiti non piace il capitalismo di Marchionne
Delazioni industriali: la nuova filosofia aziendale di Marchione
Disobbedienza e lavoro in fabbrica, la questione etica degli operai Fiat a Melfi
1970, come la Fiat schedava gli operai
Ferrajoli, “Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro”
Mario Tronti: 12 marzo 2010 “sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro”
“Cara figlia, con questa legge non saresti mai nata”
Alleva: “Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale”
Eternit, seconda udienza lo Stato italiano e l’Ue chiedono di essere estromessi dal processo
Ispra, prima vittoria per i precari tutti i contratti saranno rinnovati
Ispra, la Prestigiacomo si impegna a riassumere i precari
Fincantieri: blocco dei cantieri in Liguria e Ancona
Fincantieri vuole tenersi metà dei soldi degli operai
Ispra, licenziati sul tetto “non sparate sulla ricerca”
La violenza del profitto: ma quali anni di piombo, gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Cometa, il fondo pensioni dei metalmeccanici coinvolto nel crack dei mercati finanziari
Pinkerton, l’agenzia di sicurezza privata al servizio del padronato
Mappa delle resistenze operaie: le altre Innse d’Italia
Innse, un modello di lotta da seguire
Francia, le nuove lotte operaie
New Fabbris, fabbrica minata dagli operai
Bossnapping, gli operai di Continental strappano l’accordo
Il sesso lo decideranno i padroni, piccolo elogio del film Louise Michel

Grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe
Il Bossnapping vince: la Caterpillar cede
Bossnapping, una storia che viene da lontano
Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
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rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia?
Rabbia populista o nuova lotta di classe?

Il metodo argentino di Marchionne: in fabbrica paura e sfruttamento

Alla Fiat di Cordoba 12 ore di lavoro per 6 giorni alla settimana. Per gli operai pressioni, fatica, straordinari, malanni e punizioni. E’ questo il destino argentino che attende Mirafiori e Pomigliano se vinceranno i si al referendum

Lorena Capogrossi Università di Cordoba-Argentina
Elisabetta Della Corte e Paolo Caputo Unical

Non si uccidono così anche i cavalli? è un film di Sidney  Pollack del 1969. Nell’America in crisi degli anni ’30 un gruppo di persone, costrette a fare di tutto per vivere, partecipa ad una maratona di ballo in vista di un premio in soldi.  Ballare per ore e ore, muoversi melanconicamente per necessità fino allo sfinimento; alcuni dopo ore si ritirano, altri stramazzano al suolo. Da qui la domanda: non si uccidono così anche i cavalli?  Pensate ora ad un operaio Fiat argentino, costretto a lavorare anche per dodici ore al giorno, per sei giorni a settimana, con i tendini infiammati, la schiena a pezzi e lacrime che scorrono giù lungo il viso per il dolore. Ma non si uccidono così anche i cavalli?
Veniamo al caso italiano, al nuovo contratto Fiat per gli operai di Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, e alle analogie e differenze con il caso argentino. Marchionne ha in testa un modello di governabilità del tipo “obbedire per competere”, che somiglia molto a quello argentino, e lo ha imposto di forza anche in Italia con la compiacenza di Cisl e Uil. Fuori dai piedi, quindi, i vecchi diritti, con l’imposizione della mordacchia per la riluttante Fiom; e via libera alla flessibilità spazio-temporale e al disciplinamento stretto degli operai. In tempo di crisi, anche se la Fiat ha infilzato all’amo un piccolo investimento di 700 milioni di euro, non pochi sono disposti ad abboccare.  E dal momento che il manager fa bene il suo lavoro, e sa che, minacciando di spostare la produzione verso nuovi “paradisi” dello sfruttamento, avrà più possibilità di imporre ciò che vuole ad un’italietta sempre pronta a genuflettersi ai piedi di un imprenditore globale, non c’è da meravigliarsi dei risultati dei referendum. Ma, al di là di questo vecchio vizio d’arroganza della casa automobilistica, cerchiamo di capire quali sono le conseguenze dell’accordo sulla vita degli operai. L’operaio ideale che dovrebbe uscire dalla disciplina Marchionne dovrà parzialmente rinunciare al diritto di sciopero, accettare turni di lavoro umanamente insostenibili e straordinari sotto il ricatto di punizioni e licenziamenti, come già accade in Argentina. A differenza dell’Italia, lì, però, gli operai sono pagati con un salario che per la realtà Argentina è alto: circa 4000 pesos è quello base (un maestro ne guadagna quasi 3000) che con gli straordinari arriva a circa 7000, quasi 1400 euro.
Tuttavia, quel salario, ha un costo umano enorme; a spiegarcelo sono gli stessi operai Fiat di Cordoba: anche se il contratto prevede otto ore giornaliere, con due pause da 15 minuti a cui si sommano i trenta della mensa a fine turno, gli straordinari sono diventati di ordinaria amministrazione. Lo straordinario, secondo quanto stipula il contratto collettivo di lavoro e la legge laboral vigente, sono opzionali. Però in pratica, si utilizzano sottili meccanismi di pressione, che obbligano i lavoratori a sottomettersi a giornate di lavoro prolungate. In questo modo si viene inghiottiti dalla fabbrica  alle sei del mattino e se ne esce dopo 12 ore; poi il tempo di tornare a casa, cenare e via a dormire, ogni giorno per sei giorni a settimana.  Dopo un po’ di tempo iniziano i malanni fisici anche nel caso di operai giovani; sicché molti sono quelli che,  nonostante i dolori lancinanti, non lasciano la linea per paura di perdere il posto.
Salario e miedo (paura) sono  i termine che più di frequente ritornano nelle  interviste con gli operai fiat di Cordoba, li usano per spiegare le ragioni per cui  accettano quelle condizioni  di lavoro. E’ necessario tenere presente, che l’esperienza degli anni ’90 ha lasciato la sua impronta nella memoria collettiva dei lavoratori. Con livelli di disoccupazione che superavano il 13%  della Pea (Popolazione economicamente attiva) nel 1999 e la pauperizzazione crescente di milioni di lavoratori, il miedo, la paura, diventò un’arma fondamentale del capitale per imporre le sue condizioni di sfruttamento. Anche così, oggi, nonostante il peso di quel passato e  l’aggiunta di incentivi per favorire la fidelizzazione all’impresa, quel regime di prestazione psico-fisica, fatto di attenzione e forza fisica, che sfiancherebbe anche un giocatore di rugby, fa sì che il controllo della forza-lavoro vacilli di frequente. Quasi ogni mese, spiega un operaio, la politica del “miedo” viene ribadita con le punizioni esemplari, ovvero, i licenziamenti utili non solo per allontanare le “pecore nere” ma anche per riportare alla docilità gli altri operai. I licenziati, però, non devono comparire come tali ma come dimissionari, perché la Fiat, nell’accordo siglato con il governo di Cordoba – in base alla legge 9727 del programma di promozione e sviluppo industriale della provincia- si impegnava a non licenziare in cambio di consistenti agevolazioni, come, ad esempio, un forte sconto sul costo dell’energia elettrica. Fatta la legge trovato l’inganno: gli operai vanno via, nella maggior parte dei casi, con un foglio di dimissioni e un po’ di soldi in tasca, una sorta di incentivo all’uscita. Ma cerchiamo di capire come si è arrivati a questo e quali altre similitudini presenta il caso argentino con quello italiano.  Nei primi anni ’90, in Argentina, sempre in tempo di crisi, così come in Italia oggi, si mandarono al macero una parte dei diritti sul lavoro per attrarre gli insediamenti delle multinazionali favorendo le contrattazioni di secondo livello, quelle aziendali. Da lì in poi le multinazionali dell’auto Fiat, Peugeot, Volkswagen, hanno potuto fare a Cordoba il bello e il cattivo tempo, ognuna con il suo contratto e con un solo sindacato (Smata), che registra molti tesserati ma pochi consensi. Anche in Argentina in quegli anni prevalse il discorso sull’efficacia degli investimenti per la ripresa economica ed occupazionale, trasformando gli sfruttatori in benefattori; anche lì si gonfiarono i dati sulla presunta ricaduta occupazionale e si dragarono in cambio vantaggi e incentivi.
Infondo tutti sanno, operai, sindacalisti e sociologi del lavoro, che in quelle fabbriche- dove il sistema di produzione è stato adeguato al World Class Manufacturing (Wcm), il nuovo cavallo di troia ideato dai padroni del settore auto per ampliare controllo e disciplina sotto l’apparente neutralità delle esigenze produttive- le condizioni di lavoro sono peggiorate. In linea, come racconta un operaio,  per stanchezza capita di addormentarsi con la saldatrice in mano; e gli incidenti da accumulo di fatica aumentano di giorno in giorno. Per tamponare  questi ed altri danni, la Fiat ha in loco delle cliniche e perfino un ospedale collocato proprio di fronte alla fabbrica d’auto. Questa rete di luoghi di cura è molto utile anche per contenere le informazioni e oscurare i dati sullo stato di salute degli operai, cosa che può sempre tornare utile nel caso in cui qualcuno si decida ad uscire allo scoperto e  denunciare.
Questo è lo scenario  che gli operai Fiat di Pomigliano e Mirafiori si troveranno a vivere nei prossimi mesi. Anche se è prevedibile che questo regime disciplinare sia destinato a provocare resistenze, dallo sciopero generale alle proteste fabbrica per fabbrica, rimane il fatto che spremere come limoni migliaia di operai per favorire un settore decotto come quello dell’auto sia una scelta strategia catastrofica non solo in termini economici ma anche e soprattutto umani. Prima di assecondare il modello Marchionne, come fanno Chiamparino, Fassino e altri invasati del tardo industrialismo, ci si dovrebbe chiedere quali saranno le conseguenze tanto sui produttori quanto sui consumatori. Su questo tema, nonostante le attente segnalazioni di Guido Viale, le mancanze riguardano anche il sindacato e la classe operaia, incapace di immaginare un modello diverso da quello esistente. Se si segue la discussione di questi giorni, tra le colpe imputate alla Fiat dalla Fiom troviamo l’assenza di investimenti in ricerca e sviluppo, ovvero la mancanza di nuovi modelli di auto. Questo è vero, ma a ben guardare si tratta di osservazioni che sottendono la condivisione di un modello conservatore che individua nello sviluppismo e nell’aumento della produzione una risposta alla crisi globale. Il punto nevralgico della questione, che purtroppo viene del tutto oscurato in questi giorni, è piuttosto il tentativo di individuare una strategia d’uscita dal pantano del ricatto Fiat.
Se la discussione rimarrà imbrigliata sulla rivendicazione del diritto al lavoro e non sull’esodo da lavori disumani, in quel pantano si rischierà di affogare, accettando uno sfruttamento accresciuto, indignandosi di tanto in tanto per i diktat del manager e le strette disciplinari. Infondo, se si stagna in questa situazione è anche per i ritardi accumulati dall’Italia in termini di welfare e misure redistributive. Basti pensare che solo di recente, con gran ritardo, a  bassa voce, a seguito dell’acuirsi della crisi e della disoccupazione, una parte della sinistra, e ivi compresa la Fiom, ha inserito nell’ordine del discorso una timida rivendicazione per il salario di cittadinanza, soldi sganciati dal lavoro per i giovani, dopo che l’argomento quasi gli era stato soffiato via da Brunetta.
Eppure la storia insegna, non reagire in tempo ad una violenza comporta dolorose conseguenze. Non aver ragionato in tempi utili sulle strategie di esodo dalla grande impresa e più in generale dallo sviluppismo è una colpa che da qui in poi si dovrà pagare.

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Scioperi spontanei e solidarietà operaia nelle officine Sata di Melfi
Il Marchionne del Grillo e l’operai da Fiat
Marchionne secondo Marx

Anni Settanta

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7 aprile 1979 quando lo Stato si scatenò contro i movimenti
La vera storia del processo di Torino al nucleo storico delle Brigate rosse. La giuria popolare venne composta grazie all’intervento del Pci
Enzo Traverso, années de plomb entre tabou et refoulement
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Steve Wright per una storia dell’operaismo
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Etica della lotta armata
Anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Vedi Paolo…
Erri De Luca, la fiamma fredda del rancore
Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi
La polizia del pensiero
Kafka e il magistrato di sorveglianza di viterbo
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Paolo Giovagnoli, quando il pm faceva le autoriduzioni
Paolo Giovagnoli, lo smemorato di Bologna
Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand
Gli angeli e la storia
Giustizialismo e lotta armata
Neanche il rapimento Sossi fu giudicato terrorismo
Miccia corta e cervello pure
La Prima linea, il film che vorrebbe seppellire gli anni 70 sotto il peso del senso di colpa
L’esportazione della colpa
Segio: “Scalzone e i parigini condannino la lotta armata”
Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà”
“Monsieur de la calomnie”
Scalzone: “Caro Segio, non c’ è nulla da cui mi devo dissociare”
Sergio Segio, il narcisismo del senso di colpa
Segio e l’ideologia del ravvedimento
I Ravveduti
Il merlo, il dissociato e il fuoriuscito

Steve Wright, per una storia dell’operaismo

Recensioni – Dobbiamo a Steve Wright, noto studioso australiano dei movimenti della seconda metà del Novecento, questo volume che disegna la parabola di Classe Operaia. L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (postfazione di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba, Edizioni Alegre, Roma 2008, pp. 334, euro 20) (1964-67), Potere Operaio (1969-73) e dell’Autonomia operaia (1973-79

Ferruccio Gambino
Liberazione
17 ottobre 2008


Alla prima edizione inglese del 2002 è seguita l’edizione tedesca del 2005 e adesso quella italiana, nella traduzione di Willer Montefusco, grazie al rinnovato interesse per l’operaismo, come osservano Bellofiore e Tomba nella loro postfazione. Steve Wright ricostruisce questa vicenda che troppo a lungo era rimasta affidata alle arringhe di vari magistrati, a parte il notevole contributo di Franco Berardi (La nefasta utopia di Potere Operaio, Castelvecchi, 2003) e ci offre un’interpretazione documentata e originale del dibattito che ha segnato l’operaismo negli anni ’60 e ’70.
Quando si dice operaismo, occorre chiarire. In Italia di operaismi ne sono comparsi almeno tre: prima è venuto l’operaismo di chi si batteva contro questo lavoro e contro l’insensatezza di questo sistema di accumulazione; poi l’operaismo di quanti cercavano di introdurre nuove tematiche operaie nelle istituzioni del movimento operaio; infine l’operaismo di coloro che, reclutando una base militare nelle fabbriche, intendevano costruire un partito armato di ispirazione bolscevica. Chiamo il primo, operaismo anti-accumulativo; il secondo, operaismo istituzionale, il terzo, operaismo reclutativo.
In questo volume, Steve Wright si occupa del primo dei tre operaismi, di gran lunga il più originale. L’autore dedica i due capitoli iniziali alle difficili condizioni in cui quella sinistra che era ai margini del Pci e del Psi andava cercando la strada per uscire dalle strettoie degli anni Cinquanta, quando campeggiavano le grottesche contrapposizioni dei due blocchi nella Guerra fredda. La figura centrale di quella ricerca fu Raniero Panzieri. Il suo programma, «restituire il marxismo al suo naturale terreno che è il terreno della critica permanente», trovava attenzione perlopiù tra una minoranza di giovani intellettuali che gravitavano attorno ai due partiti di sinistra o che avevano sperimentato strategie di non-violenza, ad esempio Goffredo Fofi, Mauro Gobbini, Giovanni Mottura. Come aveva visto Franco Fortini, ben poche forze politiche sembravano disponibili a mettersi in gioco contro l’irreggimentazione con la quale si trasferivano dalle campagne all’industria in Italia e all’estero milioni di individui alla ricerca di un salario, in un processo che i padroni del vapore e il partito della Democrazia cristiana promuovevano sovente con modalità di compromesso tra dormitorio e caserma. Delle dure condizioni in cui questi migranti interni lavoravano nell’industria si conosceva ben poco e quel poco non era argomento da menzionare nell’arena politica.


Con Quaderni Rossi, la rivista diretta da Panzieri, l’incantesimo si ruppe. I tempi e i modi dello sfruttamento industriale entravano finalmente nel dibattito pubblico: a cominciare dalla condizione operaia nella città-fabbrica di Torino. Wright rintraccia giustamente nella categoria di “composizione di classe” il filo rosso dell’esperienza dell’operaismo dei Quaderni Rossi e poi del gruppo che se ne distacca per fondare nel 1964 la rivista Classe Operaia. L’autore non segue il percorso dei Quaderni Rossi dopo tale scissione, ma occorre ricordare che il lavoro della rivista diretta da Vittorio Rieser avrebbe continuato a fornire elementi indispensabili di conoscenza ai giovani militanti che affrontavano l’intervento nelle fabbriche alla fine degli anni Sessanta.
Classe Operaia
era un esperimento che cominciava negando alla classe operaia in Italia il carattere di «compatta massa sociale». Semmai, l’omogeneità «è un obiettivo per cui lottare», ma soltanto a patto di prendere posizione nel conflitto e rilevare dall’interno «l’estrema differenziazione fra i livelli dello sfruttamento capitalistico nelle varie zone, settori, aziende», come scriveva Romano Alquati nel 1965. Wright pone in primo piano il contributo di Mario Tronti, direttore di Classe Operaia, secondo il quale il Marx ossificato dagli economisti dello sviluppo e scienziato dei movimenti del capitale ha troppo a lungo occultato il Marx della rivoluzione contro il capitale e del primato dell’iniziativa di parte operaia. Abbandonate le vecchie certezze dei partiti di sinistra, la navigazione diventava incerta. Nella fase dei Quaderni Rossi avevano soccorso gli scritti di alcuni sociologi industriali statunitensi che non erano allineati con la sociologia dominante, Alvin Gouldner in particolare; ma per il resto era necessario, volenti o nolenti, camminare su terreno inesplorato, mostrando, ad esempio, che la proletarizzazione in Italia era parte di una tendenza  mondiale e che in tale processo era già avvenuta qualche grande rottura della pretesa armonia socialista, come nell’Insurrezione ungherese del 1956. Per quante forze si riuscisse a mettere in campo in Italia contro l’asserita inesorabilità della marcia capitalistica, c’era chi in Classe Operaia si rendeva conto che i partiti di sinistra risultavano arnesi spuntati e che occorreva cercare anche in altri paesi esperienze di lotta contro lo stato delle cose.


La chiusura dell’esperimento di Classe Operaia, chiusura decisa dalla direzione che poi sarebbe rientrata nel Pci, lasciava perplessi parecchi militanti. Dopo un lungo 1967, finalmente il ’68  internazionale e il ’69 italiano confermavano che si poteva fare politica fuori dalle istituzioni del movimento operaio. Ancora oggi pochi rilevano tuttavia che queste insorgenze si manifestano quando la Rivolta afro-americana e operaia di Detroit dell’estate del 1967 è già stata repressa nel sangue dall’Ottantaduesima divisione aerotrasportata. Sarebbe il caso di rammentarlo almeno a coloro che cantano le meraviglie dei cosiddetti Trent’anni Gloriosi (1946-1975), quando, a  loro dire, la classe operaia se la spassava nello Stato del benessere. Wright riannoda i fili del dibattito legato agli eventi del 1968-69 con cui i resti di Classe Operaia che non rientrarono nei ranghi della sinistra costituirono il gruppo di Potere Operaio. Si trattava di militanti che maturarono questa decisione grazie soprattutto all’opera di orientamento e all’azione politica di Toni Negri e di altri attivisti quali Guido Bianchini e Luciano Ferrari Bravo, che si erano  raccolti attorno al periodico Potere Operaio veneto-emiliano nella fase di chiusura di Classe Operaia. Sul gruppo di Potere Operaio è scorso molto inchiostro, prevalentemente per mano sia dei pubblici ministeri dei processi intentati contro i militanti di Potere Operaio sia dei loro epigoni. Per contro, Wright riesce a calibrare il racconto e il giudizio mostrando le linee di convergenza e di collisione delle varie – e in alcuni casi eterogenee – componenti già attive che entrano in Potere Operaio.
Va aggiunto che quando esce il primo numero del periodico omonimo (settembre 1969), la situazione va chiudendosi a livello internazionale in Occidente, anche se meno pesantemente di quanto era avvenuto nelle repubbliche popolari con i carri armati sovietici a Praga (agosto 1968). Potere Operaio si trova stretto tra la repressione strisciante di suoi militanti in fabbrica e la legittimazione del sindacato da parte padronale e statale dopo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori (1970). Analogamente a quanto era già successo altrove, l’esodo da Potere Operaio di un intero gruppo di femministe sposta altrove un dibattito che andava già evolvendo fuori dagli schemi tradizionali e che non manca di riverberarsi su quasi tutte le altre formazioni politiche. Quanto alle iniziative a proposito del Mezzogiorno, Potere Operaio si sottrae alla soluzione facile dell’organizzazione del malcontento e punta a formare quadri  capaci di sostenere lotte di lungo corso, per le quali tuttavia i partiti tradizionali sembrano ancora offrire più convincenti  garanzie contro l’isolamento. Lontana purtroppo dai riflettori mediatici ma insistente, anche se timida, rimane la battaglia ecologista che si situa sulla difensiva come lotta operaia contro la nocività industriale e la monetizzazione della salute.


A livello di politica generale, in quegli anni l’uso spregiudicato della Cassa integrazione guadagni, le ristrutturazioni industriali, la diffusione della piccola fabbrica per aggirare lo Statuto dei lavoratori e le scelte urbanistiche si allineavano alle scelte strategiche del capitale industriale che in altri paesi tendevano a rendere obsolete intere sezioni di combattiva classe operaia, come nella Ruhr o in Michigan. A questo proposito, l’antologia curata da Luciano Ferrari Bravo, Imperialismo e classe operaia multinazionale (Feltrinelli 1975) costituiva una notevole anticipazione nella comprensione delle tendenze globali. Le misure di dislocazione industriale e di relativi ammortizzatori sociali sembravano aver poco a che fare con la strategia della tensione e con lo stragismo di Stato (va ricordato, tra l’altro, il prezzo pesante in termini di repressione che nel dicembre del 1971 Potere Operaio pagò, da solo, per la prima manifestazione milanese di massa nell’anniversario della strage di Piazza Fontana). In realtà, in quegli anni era massiccia la combinazione di dosi di paura e di blandizie che le sfere dirigenti riuscivano a rovesciare sul campo dove si giocavano i rapporti di forza con le  “classi pericolose”, al punto che non si esitava ad allentare le cordicelle della spesa pubblica sino alla voragine del debito degli anni Ottanta. All’interno di Potere Operaio, come nota Wright, le divergenze decisive riguardarono allora il peso da attribuire alle mosse dell’avversario. E qui avvennero i primi abbandoni e, ancor più gravemente, si insinuò la tentazione bolscevica dei due momenti, di avanguardia e di massa. E’ forse in questa dissociazione, la quale, come osservò allora Mario Dalmaviva, non veniva legittimata dagli sfruttati, che si collocava la figura che avrebbe dovuto tenere insieme avanguardia e massa, quella dell’operaio sociale di Toni Negri (capitolo 7). Intanto avanzava tutt’altro operaismo, quello reclutativo, che, dando come ormai perso il “popolo teleguidato”, scopriva la fabbrica come  campo di selezione del partito armato.


Wright dedica i due capitoli finali alla storiografia dell’operaio massa e al collasso dell’operaismo. Nel primo, egli esamina i lavori di Sergio Bologna, Karl Heinz Roth e di altri e passa in rassegna i temi della rivista Primo Maggio. Nel secondo, sono presentate le alternative tra i propugnatori della guerra civile e i libertari che si scontrano nel settembre del 1977 a Bologna. I primi avranno la meglio all’interno di quanto rimane della sinistra extraparlamentare, mentre le minoritarie ragioni dell’operaismo vengono tenacemente difese dai Comitati autonomi operai di Roma. Poi, l’ondata di arresti abbattutasi il 7 aprile del 1979 e nei mesi successivi sui militanti di Potere Operaio semplifica, per così dire, il dibattito  ponendo ai militanti la vecchia domanda: “da che parte stai?”. Il dibattito operaista passerà attraverso il laminatoio della  galera e dell’esilio, manifestando così una sua singolare vocazione cosmopolitica. Per sua fortuna, e anche per merito di Steve Wright, esso è quasi sempre rimasto lontano dal libero mercato delle idee.

Castelvolturno: il sindaco e Forza Nuova riesumano il KKK

In vista dello sciopero dei migranti che si terrà venerdì 8 ottobre a Castel Volturno, durante una conferenza stampa il sindaco Antonio Scalzone e Roberto Fiore di Forza nuova riesumano il Ku klux klan

Paolo Persichetti
Liberazione 5 ottobre 2010

Il problema di Castel Volturno sono le tre C: comunisti, clandestini e camorra». E’ questo il succo del pensiero – se così lo si può definire – espresso da Roberto Fiore nella conferenza stampa tenuta sabato scorso nella cittadina domiziana insieme al sindaco Pdl, Antonio Scalzone, in sostituzione della manifestazione indetta dal primo cittadino e dalla sua maggioranza ma poi vietata dalla prefettura per ragioni di ordine pubblico. Divieto che seguiva quello di pochi giorni prima, quando sempre per gli stessi motivi non era stata autorizzata la fiaccolata promossa da Forza nuova per la serata di giovedì 30 settembre. Iniziativa alla quale avrebbe dovuto prendere parte lo stesso sindaco, pronto ad accogliere a braccia aperte gli scalcagnati manipoli del centurione Fiore. «Vengono a portarmi la loro solidarietà ed io li accoglierò volentieri nel mio territorio», ha dichiarato il primo cittadino che pochi giorni prima aveva rifiutato di partecipare alla commemorazione della strage del 18 settembre 2008, nella quale vennero uccisi sei lavoratori ghanesi, cinque dei quali con regolare permesso di soggiorno, mentre il sesto aveva denunciato il datore di lavoro che continuava a sfruttarlo al nero.

La rivolta dei migranti dopo la strage di Castelvolturno

Sei onesti lavoratori trucidati barbaramente da spietati killer della camorra, colpiti a caso nel mucchio per dare l’esempio e sottomettere l’intera comunità migrante al lavoro schiavile. Quel giorno sul luogo dell’eccidio venne posta una stele mentre il sindaco continuava a spargere odio infamando la memoria delle sei vittime, accusate contro ogni evidenza processuale, di «non essere innocenti» ma uccise a causa di un regolamento di conti. Senza dimenticare le vituperate associazioni antirazziste ritenute complici dell’immigrazione clandestina. Difendere i diritti di chi è ridotto a rapporti di semischiavitù lavorativa a causa della clandestinità danneggia gli avidi interessi del gruppo sociale di cui il sindaco è espressione. Così Antonio Scalzone, la cui prima amministrazione venne sciolta nel 1998 per «condizionamenti camorristici», ha trovato man forte in Roberto Fiore, il fascista di dio. L’unto e il manganello. Uno visto male persino dagli altri camerati, quelli  con tendenze turbodinamiche e futuristico-creative. Fiore sembra aver scambiato le rive del Volturno con quelle del Mississippi, ha parlato delle “tre c”, ma sogna le “tre k” di un novello Ku klux klan. Nella conferenza stampa ha dichiarato che la sua organizzazione aprirà una sede a Castel Volturno e si attiverà per la costituzione di comitati popolari misti, composti da militanti di Fn e popolazione locale. Obiettivo: le solite ronde, la caccia all’immigrato e al comunista. Ma i lavoratori si stanno organizzando: l’8 ottobre ci sarà il primo “sciopero delle rotonde”, luogo dove ogni mattina si tiene il mercato spontaneo (e al nero) della forza lavoro immigrata. Per Fiore ci saranno solo tre S: scappa, scompari, sparisci.

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Il sindaco di Castel Volturno chiama gli squadristi di Forza nuova per cacciare “immigrati e comunisti”
Castelvolturno, deposta una stele per ricordare il massacro ma Saviano non c’era e il sindaco era contro

Cronache migranti
I dannati della nostra terra
Il nuovo lavoro schiavile
Dopo i fatti di Rosarno manifestazione di protesta al Cie di Crotone

Alla destra postfascista Saviano piace da morire
Populismo penale

Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
Saviano, l’idolo infranto
Pagliuzze, travi ed eroi
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”

In fuga Samuele Landi, l’ex cda di Agile-Eutelia

Latitante d’oro a Dubai con i Tfr dei lavoratori

11 luglio 2010

Faccia da Landi

Se l’è squagliata Samuele Landi. Le prime notizie d’agenzia lo davano nel gruppo degli otto arrestati di venerdì mattina per bancarotta fraudolenta nell’inchiesta sul gruppo societario Agile-Eutelia, attivo nel settore delle telecomunicazioni. Landi, in realtà, aveva preso da tempo le sue precauzioni e non si è fatto trovare a casa. Pare che abbia cercato ospitalità a Dubai dove, grazie alle ingenti somme trasferite all’estero, sottratte con giri di false fatture, frodi e la spoliazione di società acquisite, conta di potersi finanziare una lussuosa latitanza.
In carcere è finito invece suo fratello, Isacco. Emblema di quel capitalismo predatorio che troverebbe la sua messa in forma giuridica nella modifica dell’articolo 41 della costituzione auspicata da Silvio Berlusconi (dove la libertà d’impresa diverrebbe impunità d’impresa), Landi e la sua banda acquistavano società in difficoltà economica, incassavano le commesse milionarie senza pagare dipendenti, contributi previdenziali, tasse, imposte e Iva. Seguendo una consolidata tecnica di rottamazione finanziaria, il gruppo avviava trattative finalizzate all’acquisto di altri gruppi societari in crisi nei settori delle telecomunicazioni, dell’information technology, della logistica e dell’immobiliare. L’azione successiva, come accaduto nel caso della cessione della società Agile srl da parte della quotata Eutelia a Omega, era incassare le commesse e portare al fallimento le società. Le principali vittime erano i dipendenti e le casse pubbliche.
Dagli accertamenti è emerso che gli otto indagati (con ruoli diversi) avrebbero fatto volatilizzare circa undici milioni di euro dalla Agile srl, sottraendo anche i crediti della stessa società (cinque milioni e mezzo). Nell’ordinanza il gip Tamburelli evidenzia la «spregiudicatezza e l’arroganza nell’agire a fini di arricchimento personale» del gruppo. Un esempio su tutti è la telefonata del 16 aprile 2010 tra i fratelli Liori. Antonangelo riferisce a Sebastiano di un incontro con i sindacati ai quali avrebbe detto che se anche la società Agile avesse fallito: «io continuo ad avere la mia macchina, il mio autista, il mio elicottero, la mia villa». Emblema di quella cultura imprenditoriale dominate che fa proprio il motto del marchese del Grillo: «Io so’ io e voi non siete un cazzo».


Vertenza Agile-Eutelia, arrestati gli amministratori c0n l’accusa di bancarotta fraudolenta

10 luglio 2010

Otto ordinanze di custodia cautelare eseguite all’alba di ieri dalla Guardia di finanza hanno portato in carcere l’intero gotha del gruppo Agile-Omega-Eutelia. Insieme agli arresti sono state realizzate anche 22 perquisizioni, tutte nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla procura della repubblica di Roma sulla situazione d’insolvenza che ha travolto il gruppo Agile-Eutelia. La misura cautelare riguarda anche Samuele Landi, presidente del Cda di Agile e amministratore di Eutelia, che nel novembre scorso a capo di una squadra di finti poliziotti arrivati in furgone da Arezzo aveva tentato di sgomberare la sede romana del gruppo, occupata dai lavoratori mobilitati in difesa dei 1200 posti di lavoro e dei computer, server e reti dell’azienda messi a rischio dalla brutale politica di dismissione portata avanti dalla società. Subito smascherato dai lavoratori Landi venne poi salvato dai poliziotti veri. Le immagini dell’episodio, e gli atteggiamenti squadristici del “capitano”, così si faceva chiamare, vennero riprese da una troupe di “Crash”, programma di Rai Educational.
Sono finiti in carcere anche Isacco Landi, fratello di Samuele, Pio Piccini, presidente e amministratore delegato di Omega nonché amministratore unico di Agile, Leonardo Pizzichi, presidente del Cda di Eutelia, passato per il Monti dei Paschi, e poi Marcello Massa, Marco Fenu, Salvatore Riccardo Cammalleri e Antonangelo Liori, tutti dirigenti e amministratori a vario titolo di Agile e Omega. Sul complesso sistema di frode messo in piedi per spoliare alcune società, costellato da una ragnatela di altre società fantasma situate all’estero (alcune di diritto inglese, altre in Romania) e una rete di false fatturazioni che consentivano di riempire i conti svizzeri della famiglia Landi, è in corso un processo ad Arezzo (dove su iniziativa della Fiom si sono costituiti parte civile 800 lavoratori, nonché diversi piccoli azionisti), e sono in piedi inchieste anche a Napoli e Milano, dove si indaga sulla società Libeccio, capogruppo di Omega.
Appropriazione indebita, falso in bilancio, bancarotta fraudolenta sono i capi di accusa contestati. Secondo la Guardia di finanza gli indagati avrebbero «acquistato numerose società per porre in essere una colossale operazione dolosa volta tra l’altro a cagionare il fallimento della società Agile al fine di spoliarla dei suoi asset e di sottrarre la garanzia ai creditori più importanti, i circa 2000 dipendenti. In tale ambito gli indagati hanno provveduto alla distrazione di complessivi 11.179.989 euro dalla Agile S.r.l. ed alla sottrazione di crediti della stessa società, ceduti senza corrispettivo a garanzia di obbligazioni assunte da altri soggetti, per un valore pari a 5.529.543 euro. In pratica gli stessi concorrevano a cagionare il dissesto della Agile S.r.l. con una pluralità di azioni dolose finalizzate alla spoliazione della citata società».
Come spiega Gloria Salvatori, dipendente di Agile-Eutelia, «l’obiettivo era quello di ripulire Eutelia dei debiti, facendoli gravare su Agile, creare una bad company su cui riversare i costi del personale Eutelia, spezzettare l’azienda per rimanere solo con la rete in fibra ottica in modo da renderla appetibile sul mercato facendo ricadere sulla collettività i costi del mancato pagamento del Tfr e la cassa integrazione».

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Eutelia-Agile, una talpa del Viminale informava la banda d’imprenditori guidata da Samuele Landi

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Pantera, il movimento che cercò uno spazio tra cesura e cerniera con gli anni ’70

“C’era un’onda chiamata Pantera” di Carmelo Albanese, edizioni manifestolibri, descrive la trasformazione antropologica di quella stagione

Paolo Persichetti
Liberazione 13 giugno 2010

Pantera, dicasi «Movimento politico informale ascrivibile all’area antagonista di sinistra che a cavallo del 1990 animò proteste in ambito universitario in numerose città italiane. Mutuò il nome dall’omonimo felino che venne visto vagare imprendibile nelle campagne romane durante la primavera del 1990. La localizzazione principale delle attività fu a Roma dove, oltre alle manifestazioni, affissioni di manifesti, assemblee e occupazioni di locali e mense, verificatesi anche in numerose altre città italiane, si ebbero scontri tra studenti e polizia. Le proteste si appuntarono soprattutto sugli effetti dell’autonomia statutaria degli Atenei, prevista da una legge del 1989 e criticata come foriera di “privatizzazione” del sapere, sull’inadeguatezza delle strutture, sull’aumento delle tasse universitarie e su questioni tradizionalmente importanti nella vita degli studenti. Forti furono anche le connotazioni antimilitariste e di politica generale. Il movimento a Bologna ebbe vasto seguito e coinvolse anche gli studenti Medi. In questo capoluogo 26 persone furono indagate per danneggiamenti a proprietà dell’Università».
Questa definizione è contenuta in una nota, n° 3424/03-21, redatta nel febbraio 2004 dalla Digos di Bologna nel corso di un’indagine diretta dal sostituto procuratore Paolo Giovagnoli. Cosa c’entra la Pantera con un’inchiesta condotta a 14 anni di distanza? Assolutamente nulla. Ma forse, proprio per questo, c’entra molto se è vero che una delle domande più ricorrenti nei dibattiti che stanno accompagnando il suo ventennale pone il problema di “cosa è rimasto”?
Un grande rimosso, rispondono più o meno tutti al di là delle appartenenze, se ancora esistono, e delle differenze. Un rimosso, questo è il punto, che rischia di essere riempito solo dall’interesse retrospettivo delle Forze di polizia per le genealogie dei movimenti e le biografie di chi vi partecipò. Interesse malsano che contribuisce unicamente a quella riscrittura poliziesca della storia, oggi tanto in voga. Ma da dove nasce questo rimosso? Davide Vender, un passato nel “Rosa Luxemburg”, laboratorio politico interno all’università la Sapienza che precedette e accompagnò l’esperienza della Pantera nel momento in cui si realizava il passaggio da ciò che restava dell’Autonomia romana, erede degli anni 70, alla nascita della prima area Antagonista, esprime in proposito un giudizio lapidario. «Non è vero – dice – che il movimento della Pantera è stato rimosso. Molto più semplicemente non viene ricordato come gli altri movimenti che lo hanno preceduto perché non è riuscito a modificare di una virgola i rapporti di forza rispetto alla riforma Ruberti che apriva la strada alla privatizzazione della ricerca». Per «Davidino», che oggi gestisce a Roma la libreria Odradek dopo aver sbattuto la porta di Rifondazione ben prima dell’ultima scissione (era diventato il responsabile per l’organizzazione della federazione romana), «il movimento della Pantera ha prodotto dal punto di vista della forza lavoro due soggetti: uno dei peggiori ceti politici che la sinistra, cosiddetta radicale, abbia mai avuto e molti personaggi oggi in vista nella sfera della comunicazione che in quel movimento giocarono un ruolo da protagonisti». Una critica che assomiglia molto al rimprovero rivolto al ’68. «Ma l’onda lunga del 68-69 – replica ancora Davide – ha prodotto molte conquiste incidendo sui rapporti materiali del Paese: statuto lavoratori, divorzio, aborto…. La Pantera cosa ha fatto, se non addestrare un nuovo ceto politico?».
Che la Pantera sia stata l’inevitabile culla di un nuovo personale politico della sinistra lo sostiene, sia pur con accenti diversi, anche Ermanno Taviani, oggi docente di storia presso l’università di Catania ma all’epoca militante dell’ala movimentista della Fgci che molto s’investì in quella esperienza. «Tanti ci criticavano da sinistra accusandoci di essere teleguitati dal Pci e per questo di voler frenare il movimento. Non solo non era vero ma il bello è che molti di quelli che ci accusavano di essere istituzionali e riformisti sono poi finiti per diventare assessori o deputati». A differenza di Vender, Taviani legge in modo positivo questo processo d’«integrazione istituzionale» della sinistra radicale. Fenomeno che per lui rappresenta anche un motivo di rivalsa verso quei dirigenti del Pci, come Folena (anche lui finito più tardi tra i banchi parlamentari di Rifondazione), che più di una volta intimarono agli esponenti della Fgci di sciogliere l’occupazione e «rompere» con gli autonomi come se il contesto fosse ancora quello della cacciata di Lama nel 1977. Pagine di storia ancora aperte continuavano a chiedere il conto alle generazioni successive. L’atteggiamento di ostilità del Pci fu eloquente, infastidito come sempre da ogni protagonismo sociale che esprimeva la propria autonomia. Favorevoli in gran parte alla riforma Ruberti, i docenti del Pci – racconta ancora Taviani – si tennero tutti in disparte. Dopo un’iniziale quanto strumentale simpatia verso le prime occupazioni delle facoltà, che oggettivamente mettevano in difficoltà la maggioranza di governo del “CAF”, Craxi-Andreotti-Forlani, Botteghe oscure cambiò presto comportamento. Ma di nemici ce ne furono anche altri. Illuminante un retroscena rivelato sempre da Taviani, «ai margini di un’assemblea a Lettere si avvicinò un personaggio che si rivelò essere un probabile emissario del ministero degli Interni. “Noi abbiamo in comune gli stessi nemici”, mi disse, “dobbiamo collaborare. Aiutateci ad isolarli”. Il nostro rifiuto fu netto».
Il peso del passato, l’ipoteca repressiva che la macchina dell’emergenza antiterrorismo con le sue culture di sostegno riversava su ogni nuova forma d’azione collettiva, pesò non poco sulle spalle di quei giovani. La Pantera fu messa a dura prova da apparati di polizia e mezzi d’informazione (Repubblica in testa) che, ossessionati dal fantasma degli anni 70, volevano “uccidere il pulcino nell’uovo”. Quel movimento tentò di conquistare un proprio spazio tra novità e continuità, momento di cesura e al tempo stesso cerniera con gli anni 70. Diede il via ad una stagione di nuovi movimenti approdati alla fine del decennio nell’altermondialismo, al tempo stesso fu l’ultimo movimento sociale della sinistra non inquinato dal giustizialismo. Non mancò d’interrogarsi sul passato più recente convinto che «la memoria non è una colpa», come recitava un documento della facoltà di scienze politiche occupata (Il Circo e la Pantera, Loredana Colace e Susanna Ripamonti, Led 1990, pagina 38). Eppure la Pantera non fu solo politica assoluta. Come ogni ciclo d’azione collettiva sperimentò nuove culture ed espressioni artistiche, lo racconta molto bene il libro di Carmelo Albanese, C’era un’onda chiamata Pantera, con allegato Dvd, edizioni manifestolibri. Albanese sostiene l’importanza antropologica prima ancora che politica dei movimenti, emerge così una descrizione corale, anche se circoscritta all’esperienza romana e nonostante tutto priva ancora di molte voci (femminili, ma non solo) che rende tuttavia la ricchezza di quei giorni. Si fusero insieme anime diverse, moderate e radicali, giovani alla loro prima esperienza e militanti esperti, culture della strada, hip hop, rappers, breakers e writers, Onda rossa posse, 00199, musicisti russi e francesi, tra cui un giovanissimo MC Solar. Non è vero che il movimento fu violento. Solo alcune aggressioni poliziesche macchiarono tre mesi di mobilitazione che al suo apice raggiunse le 150 facoltà occupate in tutta Italia. Migliaia di concerti, performances, manifestazioni teatrali, cortei circensi e assemblee segnarono il risveglio di una nuova generazione dopo il torpore legalitario degli anni 80. Fu una palestra per chi cercava di uscire dal decennio dell’ideologia della fine delle ideologie, anche se le identità restavano fragili e facili a smarrirsi, colmate spesso da un’ossessione procedurale e un sorprendente approccio burocratico che generò una superfetazione di “commissioni”, con le quali gli occupanti pensavano di difendere la propria autonomia. Una formula trinitaria risolveva la babele dei “chi siamo”: «democratici, non violenti e antifascisti». Nonostante la difesa dell’università pubblica e di massa contro l’ingresso dei capitali privati e la forte critica della società commerciale modellata dalle tv berlusconiane, ci vorrà Seattle, nel 1999, per dirsi pienamente antiliberisti e forse un po’ anticapitalisti. Venti anni dopo si può dire che l’intuito più importante fu l’incontro con i migranti che cominciavano a popolare le città, avviato a Roma con i volantinaggi nel piazzale antistante la stazione Termini e la scoperta di uomini con valigie piene di storie che parlavano più lingue di un qualsiasi studente, continuata con gli inviti serali alle iniziative nelle facoltà occupate, le feste e le cene di solidarietà, e approdata nella lotta della Pantanella, un ex-pastificio non lontano dall’università divenuto il riparo di migliaia di migranti e luogo simbolo della lotta per i loro diritti. Nel libro di Albanese brillano i ricordi delicati di chi se n’è andato prima del tempo: i sorrisi di Paoletta, la Cheecky P. degli 00199, gli occhi di Silvia Bernardini, struggente bellezza dai capelli rossi, la passione di Antonio Russo, ucciso in Cecenia. Manca il nome di Bianca, tanto piccola quanto onnipresente.

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I seminari sugli anni 70 della Pantera, “La memoria non è una colpa”

I seminari sugli anni 70 della Pantera: “La memoria non è una colpa”

Estratti da Il circo e la Pantera. I mass-media sulle orme del Movimento degli studenti, Loredana Colace, Susanna Ripamonti, edizioni led 1990


Il contesto

Durante la conferenza stampa del 30 gennaio, indetta dagli studenti nei locali occupati dell’università “La Sapienza” di Roma, per rispondere alle dichiarazioni del ministro Gava, viene distribuito ai giornali un programma delle attività della facoltà occupata di Scienze politiche. Tra gli appuntamenti previsti c’è il primo di una serie di seminari-dibattito su “Vecchi e nuovi movimenti”. Il tema di questo primo incontro, slittato dal 2 al 6 febbraio, è anticipato da un comunicato degli studenti inviato alle redazioni:

«Il ciclo di incontri nasce dall’esigenza di creare un momento di riflessione per favorire una discussione plurale e multiforme sulle nuove possibilità di identità a sinistra, che non nasca come rimozione acritica e passiva della nostra storia, ma come momento di superamento positivo e ragionato. Nessuna evocazione di memoria meramente reducista né apologetica, bensì ritrovare con la storia un rapporto e una relazione che non sia di pura testimonianza».

Nel calendario allegato si forniscono informazioni sull’intero ciclo di seminari, previsti in forma itinerante tra le diverse facoltà occupate. Il primo appuntamento è dedicato al biennio ’68-69, relatori: Rina Gagliardi, giornalista del manifesto, Raul Mordenti ricercatore della “Sapienza”, Edoardo Di Giovanni della Commissione giustizia del Pci.

L’avvenimento
Tra gli studenti che affollano l’aula più grande della facolta di Scienze politiche, seguono il primo dibattito dibattito anche diversi giornalisti, tra loro ci sono due redattori di Repubblica (Riccardo Luna e Luca Villoresi], uno dell’Unità, uno del manifesto e uno dell’Ansa); «il tono che lo caratterizza – racconta Loredana Colace nel suo volumetto – è per lo più didascalico, quasi accademico, a tratti addirittura un po’ noioso. Rina Gagliardi parla a lungo dei movimenti formatisi dal ’68 e della loro cultura politica, come anche Mordenti, che si sofferma in particolare sul movimento degli studenti e sulla mancanza di una sua storia. Di Giovanni, ultimo tra i relatori, racconta le vicende delle stragi, in particolare quella di piazza Fontana. Successivamente intervengono Enzo Modugno, un ex leader del ’68, che propone alcune ipotesi sul nuovo rapporto tra lavoro intelletttuale e sviluppo tecnologico e Paolo Virno, un collaboratore del manifesto, già di Potere operaio (coinvolto nell’inchiesta 7 aprile-Metropoli e assolto dopo 5 anni di detenzione preventiva), che analizza gli anni ’80 e il riflusso dei movimenti. Sembrerebbe quasi di assistere ad uno di quei seminari a cui ogni militante o simpatizzante della sinistra ha qualche volta partecipato, e che gli studenti seguono con qualche applauso più rituale che realmente partecipato.

L’episodio
Quasi al termine, interviene tra gli altri Eugenio Ghignoni, ex brigatista, “irriducibile”, condannato all’ergastolo per concorso morale nell’omicidio del commissario Sebastiano Vinci, attualmente in libertà per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva [poi assolto nel processo d’appello. Assoluzione confermata dal verdetto finale della Cassazione]. Presente tra il pubblico insieme ad altri “ex detenuti politici”, Ghignoni interviene dopo che uno studente ha chiesto chiarimenti sui diversi metodi di lotta all’interno della nuova sinistra; parla per circa un quarto d’ora dopo aver ringraziato gli studenti per esser stato invitato a partecipare. Dichiara il proprio stato e cerca di dar conto della propria esperienza: nelle sue parole non ci sono né pentimento né apologia, c’è il rifiuto di considerare la propria vicenda frutto di “pazzia, squadrismo o dell’irruzione dell’irrazionalità nella storia”. La sua convinzione è quella, del resto più volte espressa da diversi protagonisti della lotta armata e del terrorismo e dai loro analisti, di aver “travalicato” da una pratica di violenza di massa largamente diffusa nella sinistra extraparlamentare e di essere approdati all’eversione. Per Ghignoni il problema che si pone è capire perché questo sia stato possibile, con una riflessione serena su quello che è successo. “Perciò – dice – se sapremo interrogare in questo modo la storia reale allora la memoria potrà non pesare come ricatto nei confronti dei movimenti e quella memoria servirà a dare un contributo all’arricchimento, alla comprensione di questo movimento”. Al termine applausi dei pochi rimasti, senza particolare calore come i precedenti, e una replica della Gagliardi contro la “lettura continuista” di Ghignoni.

L’informazione dei media
Repubblica
del 7 febbraio titola in prima, «Nell’università occupata l’ex-brigatista fa lezione sul ’68». In pagina interna, «L’ex Br al Movimento: Grazie a voi gli anni ’80 sono proprio finiti», in occhiello, «Roma, seminario di Ghignoni condannato nel Moro-ter». L’intero articolo è riservato con toni feroci  alle parole dell’ex detenuto politico.
L’Unità titola in ottava pagina, «I ragazzi del ’90 incontrano il ’68» e riporta solo un passo dell’intervento dell’ex brigatista, «Ripensati solo per essere cancellati, bollati dell’infamia di essere stati la culla del terrorismo e di esserlo inevitabilmente, i movimenti sono destinati al silenzio? Un rischio già corso e verificato».
il manifesto in cultura apre in questo modo, «Un seminario sulla storia dei movimenti nell’Università occupata di Roma. All’intervento di Ghignoni vengono riservate solo 4 righe».

Il giorno successivo sempre Repubblica su 5 colonne rincara la dose, «Torna l’ombra del terrorismo», per il Giornale, «C’era odore di sangue alla lezione di Ghignoni», «Scandalo per i Br in cattedra». Il Messaggero, «La lezione del Br all’università: allarme e sdegno. Su invito del movimento ha parlato a Roma di ’68 e di terrorismo», «Conferenza infame», altro titolo. Per il Corriere della sera, «E’ troppo, un ex terrorista oratore nell’ateneo occupato», «La Pantera nella trappola del terrorismo», «La notte della Repubblica», «Pantera si, Br no»….

La risposta degli occupanti
“La memoria non è una colpa”
In un lungo documento del 9 febbraio (La memoria non è una colpa), gli studenti di Scienze politiche cercano di mettere la parola fine alle polemiche, all’impostazione parziale e faziosa del dibattito. Ne riportiamo a conclusione alcuni brani:

E’ a partire da questo semplice assunto [il riferimento è al titolo] che abbiamo deciso di avviare un ciclo di seminari autogestiti sui “vecchi e nuovi movimenti” per indagare le relazioni, se mai esistono, tra la Pantera e gli eventi degli anni ’60-70 e ’80 […]. Tutto ha inizio […] dalle dichiarazioni di Gava […], non bastava la solita smentita alle accuse preordinate che ad ogni segno di conflitto e dissenso vengono lanciate con volgare aggressività. La nostra voleva essere una “sfida culturale” […] alta, un grosso segno di maturità da parte di un movimento giovane che da solo con i propri strumenti vuole conoscere la storia delle generazioni che lo hanno preceduto. Pensiamo che conoscere ed indagare non sia un reato […]. Volevamo conoscere il passato ascoltando la voce diretta dei protagonisti, attraverso una ricostruzione plurale […] visto che tra gli obiettivi della nostra lotta rivendichiamo una cultura critica […]. Si è per anni sospesa la storia, rimossa la memoria ed oggi viene criminalizzata la possibilità di dialogo […] bisogna riconoscere che il vero problema risiede nella compressione degli spazi di libertà e democrazia sostanziale.

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Pantera, il movimento che cercò uno spazio tra cesura e cerniera con gli anni 70

«La Pantera sono io»

Il racconto psicadelico e la testimonianza sopra le righe di un partecipante della Pantera

Quando trasformammo la Sapienza in un luna park

Marco “Duka” Anastasi
Liberazione 13 giugno 2010

A Roma il 27 dicembre, durante la notte, un ragazzo vede apparire inaspettatamente una pantera nera che si aggira lungo un marciapiede, il giovane fugge e darà l’allarme. Il giorno seguente inizia la caccia al felino che si protrarrà per tutto il mese di gennaio 1990 in tutta la metropoli. Per tutto il mese sarà un susseguirsi di avvistamenti, l’animale lasciava sul terreno le orme del suo passaggio ma era imprendibile, non fu mai catturato e scomparì nel nulla da dove era arrivato. Nel frattempo la pantera era diventata leggenda. 
Nel mese di gennaio, sempre a Roma, entra in occupazione la facoltà di lettere, gli studenti se ne impossessano. Se nell’occupazione del ’77 gli studenti flipparono con le fotocopiatrici, e da una di queste macchine rubate a lettere nacque, secondo la leggenda tramandataci da Stefano Tamburini, Ranxerox il coatto sintetico, nel movimento del ’90 gli studenti impazzirono per i fax e iniziarono a spedire messaggi che invitavano all’occupazione. Come un virus, in pochi giorni, la parola d’ordine “occupare” contagia le altre facoltà della Sapienza e gli altri atenei della nazione, il movimento studentesco aveva rotto gli argini degli anni ’80 come un fiume in piena. Gli studenti e i giovani, perché tanti occupanti non erano studenti, erano tornati di nuovo protagonisti delle proprie vite e il conflitto era di nuovo nell’agenda della politica. 
Mi ricordo che per noi, che venivamo dai centri sociali – ai tempi solo delle isole dove, come dei pirati, organizzavamo gli arrembaggi – l’occupazione delle facoltà era stata una manna dal cielo… Il giorno stesso dell’occupazione io e Luchino (Militant A) dell’Onda Rossa Posse c’eravamo guardati dicendoci «Finchè dura fa verdura…». All’inizio del movimento noi eravamo una sparuta minoranza, accusata di portare dentro l’occupazione la deriva luna park. Noi portammo in dono alle occupazioni i nostri linguaggi e contenuti: la socializzazione dei saperi, le reti informatiche e l’attitudine cyberpunk, l’autoproduzione e il do it yorself del punk, la cultura hip hop con il rap e i graffiti, la nostra capacità di organizzare concerti e feste. Gli studenti ci venivano sempre più dietro, attratti dal free festival permanente in cui si era trasformata l’occupazione della Sapienza, in poco tempo eravamo diventati maggioranza, avevamo trasformato la lotta contro il decreto ministeriale e le privatizzazioni in un vero movimento con tutti i suoi aspetti libidinali. Finalmente si usciva dal bad trip degli anni Ottanta, certamente un decennio oscuro, ma la resistenza, nata durante la decade dell’opportunismo e del disincanto, con i centri sociali, aveva prodotto tutto quello che ci siamo sciroppati dalla Pantera a Seattle.
 Anche il logo del movimento, preso dal gruppo rivoluzionario afroamericano Black Panther Party, fu un regalo involontario della cultura dei centri sociali e non un dono di uno studio grafico che faceva i manifesti per i giovani di Democrazia Proletaria come raccontavano i giornali. Io e Luchino eravamo andati il 12 dicembre 1989 a Milano per il corteo nazionale dei centri sociali, ci eravamo conservati una copia di un volantino firmato Cox18 che era stato distribuito durante il corteo dai compagni della storica occupazione di via Conchetta. Sul volantino c’era il testo tradotto del brano “Fight the Power” dei Public Enemy e come immagine la pantera nera del BPP. Pochi giorni dopo l’inizio dell’occupazione ci presentammo alla prima assemblea di ateneo, dopo averlo fotocopiato a scrocco a Scienze politiche, lo distribuimmo. Il foglio da noi volantinato, con sopra il simbolo delle Pantere Nere finì tra le mani di Mauro un demoproletario che lo rigirò allo studio grafico che lavorava per loro, e si limitò ad aggiungere solo lo slogan “La pantera siamo noi”. Avevamo sfondato senza nessuna strategia, nonostane non contavamo un cazzo, perché fino a quel momento, come ho scritto sopra, eravamo minoranza. Furono la magia del caos e la potenza del concatenamento che ci permisero di sfondare, per questo motivo non abbiamo rivendicato il copyright sul logo, la pantera da nostra era diventata di tutti, non più un simbolo conosciuto da pochi centro socialisti, in fissa con i movimenti afroamericani, ma un logo riproducibile condiviso da tutti. 
Una delle giornate memorabili del movimento, fu la manifestazione nazionale degli studenti medi, a cui avevano aderito tutte le facoltà occupate. Lo sfortunato protagonista della giornata, e per giunta per colpa mia, fu il Lupo. Mi era venuto in mente di fare un drago come quello dei capodanni cinesi, però con la testa della pantera, un lungo serpentone di stoffa nera a capo dello spezzone. Quando lo stavamo costruendo, il Lupo si era fatto sotto dicendomi che ero uno stronzo, perché tranne lui nessuno, visto che eravamo tutti rachitici, aveva il fisico per stare dentro il testone della pantera. Dalla convocazione alle otto del mattino davanti lettere, fino alle tredici a piazza del Popolo, il Lupo, dando prova di grande senso del dovere, era stato stoicamente, nonostante la strana calda giornata invernale, dentro il capoccione della pantera. 
Alla fine del corteo, rosso in faccia, il Lupo aveva urlato contro di me “Pezzo di merda”. Nel frattempo sul palco in piazza del Popolo c’era una cosa terrificante, un cantautore scrauso portato sul palco dai figicciotti, che faceva cover di Joan Baez, cantava come se gli stessero strizzando le palle. Centomila partecipanti alla manifestazione si stavano ammorbando. Il nostro spezzone aveva un camion scoperto con sopra l’Onda Rossa Posse e il mitico Lampadread ai controlli. A quei tempi, l’efficenza dei centri sociali lasciava a desiderare, l’impianto musicale si era fuso durante il corteo. Giunti a fatica sotto al palco, non potevamo reggere quella musica… Era troppo, se a quel punto non avessimo fatto gli autonomi, quelli rozzi in stile Volsci, saremmo capitolati davanti alla reazione della Vandea. Ancora una volta eravamo costretti ad assaltare un palco, anche se il microfono ci serviva per cantare e non per arringare le masse. Nell’attimo in cui Militant A e Castro X urlarono al microfono “Batti il tuo tempo!” l’intera piazza si alzò al grido “Per fottere il potere”.
Quel giorno l’egemonia politica passò attraverso il groove e la parola. Oggi della Pantera resta la sua portata storica, che significò la fine della cultura remissiva degli anni Ottanta e l’entrata in scena di un nuovo soggetto politico: i centri sociali.