Grecia, scioperi e proteste contro la «politica dei sacrifici»

I lavoratori dicono «no» al taglio secco di salari e pensioni chiesto da Fmi-Bce

Paolo Persichetti
Liberazione 27 aprile 2010


«Fmi go home», gridavano questo slogan i manifestanti che venerdì scorso hanno traversato le strade del centro di Atene per protestare contro l’annunciato coinvolgimento del Fondo monetario internazionale, insieme all’Ue, nel piano di salvataggio dell’economia greca. Austerità, taglio secco dei salari e delle pensioni, riduzione dei diritti dei lavoratori sono le misure choc richieste al governo guidato dal Pasok. La risposta nelle piazze non si è fatta attendere: scioperi, occupazioni di sedi istituzionali, mobilitazione generale. Lavoratori, precari, migranti non sono affatto disposti a pagare sulla propria pelle il prezzo del risanamento economico mentre l’altra metà del Paese sfugge alla crisi, protetto da un’economia sommersa che raggiunge il 25,1% del pil, specula, evade le tasse e s’ingrassa ancora di più grazie alla crisi, come dimostrano i picchi di rendimento, oltre il 9%, dei bond decennali.

Clima preinsurrezionale
Uno stato permanente di rivolta sociale si prolunga da oltre un anno, da quel 6 dicembre 2008 quando nel quartiere ateniese di Exarchia venne ucciso da un poliziotto il giovane Alexis. Scioperi generali, manifestazioni, occupazioni, scontri di piazza, azioni dirette si susseguono giorno dopo giorno. Syntagma, la piazza davanti al parlamento, è teatro continuo di contrasti violenti con le forze dell’ordine mentre scene di guerriglia urbana traversano le altre città.
Anarchici, nuova sinistra, gruppi studenteschi, comunisti ortodossi, base dei sindacati socialisti, la società greca giorno dopo giorno vede crescere il fuoco della rivolta mostrando forme di politicizzazione che non lasciano spazio al populismo e al qualunquismo, in netta controtendenza col resto d’Europa. La destra parlamentare gioca la carta della difesa dell’indipendenza nazionale contro la messa «sotto dipendenza della plutocrazia» del Paese, per fortuna senza grande successo.
Gruppi ultraradicali non esitano ad invitare al sabotaggio e all’esproprio facendo leva sulla rabbia di un ceto precario giovanile, «generazione perduta e derubata di futuro», come ha scritto Mike Devis. Si respira un clima preinsurrezionale che preoccupa non poco le cancellerie europee attente non solo a quadrare i conti, ma anche ai contagi sovversivi che possono traversare le frontiere. Lo scorso anno rapporti riservati dei renseignements francesi segnalavano il rischio che il Meltemi, il vento secco dell’Egeo, provocasse suggestioni e contaminazioni che possono estendersi a macchia d’olio e trovare nelle banlieues terreno fertile.
Ieri si è tenuto uno sciopero di 24 ore convocato dal maggiore sindacato del settore pubblico, Adedy, accompagnato da manifestazioni contro la decisione del governo di ricorrere agli aiuti Ue-Bce-Fmi. Anche i lavoratori del trasporto urbano hanno incrociato le braccia dalle 11.00 alle 17.00 paralizzando il traffico. Mancava all’appello l’altra grande confederazione del settore privato, Gsee, che ha chiesto una riunione al governo, tra il 23 e il 26 aprile, facendo dipendere da questa un eventuale sciopero e suscitando così le critiche e il sospetto di tradimento degli altri lavoratori. Le proteste di ieri coincidono con i colloqui della missione Ue-Fmi, rinviati a causa dell’emergenza provocata dalla nube di cenere del vulcano islandese, con cui Atene vuol definire le condizioni finanziarie ed economiche per un eventuale aiuto. Il ministro delle Finanze, Giorgio Papaconstantinou, ha avvertito che «non necessariamente le trattative culmineranno con un accordo», e ha detto che il governo non introdurrà nuove misure di austerity nel 2010. Affermazioni che non convincono molto i manifestanti.
Sempre ieri Il trasporto marittimo del porto ateniese del Pireo è stato paralizzato da uno sciopero. Nel frattempo alcune decine i militanti e sindacalisti comunisti del Pame hanno occupato il ministero del Lavoro, al Pireo, per chiedere un incontro con il ministro Andreas Loverdos. Gli occupanti, secondo quanto si è appreso, rappresentano i lavoratori del settore alberghiero.
La mobilitazione sociale ha raggiunto un tale livello che perfino i piloti militari hanno deciso di scendere in agitazione attuando uno sciopero bianco, «contro la decisione di tassare le loro indennità di volo nel quadro della riforma fiscale». I piloti, secondo quanto fonti militari avrebbero riferito ad alcune agenzie, «si astengono dalle missioni di volo per ragioni di salute». La protesta dei marittimi fa seguito a quella della scorsa settimana da parte di lavoratori portuali iscritti al sindacato comunista Pame che denunciavano le conseguenze per l’occupazione derivanti dall’annunciata liberalizzazione del settore. I lavoratori hanno sfidato la decisione di un tribunale che ha dichiarato illegale l’iniziativa. Alla loro protesta si sono aggiunti i medici che contestano la riduzione dei fondi per gli ospedali pubblici.

Di Pietro e il suo cenacolo, retroscena di una stagione

Le affinità elettive tra Tangentopoli e i poteri forti. Economia mista e Partecipazioni statali facevano gola al capitale internazionale

Paolo Persichetti
Liberazione 7 febbraio 2010

Non si può certo dire che la Seconda Repubblica – figlia del ciclone giudiziario passato alla storia col nome di “Mani pulite” – sia nata all’insegna della trasparenza. Complice forse il polverone provocato dal crollo del muro di Berlino, ancora oggi una spessa coltre getta un sinistro velo di opacità su molte delle vicende e dei personaggi che hanno dato vita a questa seconda era repubblicana. Due figure più di ogni altra incarnano questa oscurità: Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro. Coppia speculare. Simili, talmente simili da respingersi. Anche se poi, nel lontano 1994, il pm divenuto l’emblema di Tangentopoli tentennò, fino quasi ad accettare il ministero degli Interni offertogli dal leader dell’allora Forza Italia. Proposta che rifiutò dopo che qualcuno lo avvertì dei guai giudiziari in arrivo per il magnate di Arcore.

L’accumulazione originaria di Silvio Berlusconi fa scorrere fiumi d’inchiostro. L’editore Chiarelettere e Marco Travaglio vi hanno costruito sopra una fortuna editoriale. Un tempo, quando Marx veniva ancora studiato, si sapeva che ogni accumulazione originaria è costellata di crimini atroci e illegalità. L’accumulazione originaria della Fiat, per esempio, è intrisa del sangue delle trincee della prima guerra mondiale, alla faccia del «capitale etico» evocato proprio durante tangentopoli da quel licenziatore di operai che porta il nome di Cesare Romiti, lo stesso che negoziò con il pool di Milano una via d’uscita dalle inchieste facendo rifugiare a Londra i suoi manager. L’indignazione avrebbe dovuto rivolgersi al sistema, invece Travaglio e la sua banda l’hanno antropomorfizzata su un solo individuo, confondendo la parte per il tutto.

Ma anche le origini di Antonio Di Pietro muovono da una zona grigia: alle radici contadine, ai lavori da migrante, segue una fulminea laurea in giurisprudenza. Un vero miracolo per un personaggio che con la cultura c’azzecca poco. Ma siamo ancora al piccolo peccato veniale. Arriva l’ingresso in polizia, da commissario Basettoni. Metodi spicci. Poi l’entrata in magistratura. Arranca ma ce la fa. Tipi così hanno un nome ben preciso, «intrallazzini». Hanno il pelo sullo stomaco, s’intrufolano ovunque, sono lesti a cogliere l’occasione, costruiscono relazioni con richieste di favori, scambi, segnalazioni. Un modo di fare conosciuto talmente bene da divenirne, ad un certo punto, un micidiale fustigatore. L’affossatore di quella «Milano da bere» a cui si era per lungo tempo dissetato. Arriviamo al punto. Eliminata buona parte del ceto politico messo sotto inchiesta, Tonino si toglie la toga e ne prende il posto. In un qualsiasi regime liberaldemocratico serio, dove vige la separazione dei poteri, una tale investitura avrebbe sollevato seri interrogativi e durissime resistenze. Invece tutti lo temono, la destra berlusconiana cerca di accaparrarselo. In fondo è grazie a lui se il “partito azienda” si è visto spianata la strada del potere. Sul fronte opposto D’Alema lo «costituzionalizza» facendolo eleggere nella circoscrizione blindata del Mugello, la più rossa d’Italia. Qui la vicenda s’intorbidisce al punto che sui giornali della destra più di una volta è stata evocata la pista del complotto. Una tesi cara ad alcuni settori politici rimasti vittime delle inchieste anticorruzione e tornata d’attualità in questi giorni, dopo la pubblicazione della foto nella sala mensa dei carabinieri del Ros di Roma. Si tratta di un episodio del 15 dicembre 1992, il giorno dell’avviso di garanzia a Bettino Craxi. 12 fotografie, 8 scomparse, 4 riapparse grazie all’avvocato Mario Di Domenico, un altro ex fedelissimo ora in rotta che sta terminando un libro sui retroscena del dipietrismo. In compagnia del pm un parterre di “barbe finte” di tutto rispetto: i colonnelli operanti nei servizi Gargiulo, Del Vecchio, Conforti, il generale Vitagliano, Bruno Contrada del Sisde e poi Rocco Mario Modiati. Chi è costui, definito su alcuni quotidiani l’«amico americano»? Si tratta del capo della Kroll, l’agenzia di sicurezza di Wall Street.
Il clamore destato dalla presenza di Contrada, arrestato pochi giorni dopo per complicità con la mafia, ha posto in secondo piano un aspetto molto più intrigante: che ci faceva il secret service del più forte centro affaristico del mondo?
A nostro avviso la tesi del complotto non regge. Le inchieste anticorruzione sono state solo l’innesco di un crollo che mette radici nel brusco mutamento degli equilibri internazionali dopo la fine dei blocchi e nella crisi di un sistema privo di ricambio politico, a causa della consociazione che aveva prima affossato le potenzialità di rinnovamento contenute nei movimenti conflittuali degli anni 70 e poi al welfare clientelare e corruttivo utilizzato per comprare consenso negli anni 80. Tuttavia in quelle foto è contenuta una narrazione che andrebbe indagata più a fondo. Le inchieste di mani pulite non hanno agito nel vuoto, ma nel crogiolo d’interessi e schieramenti internazionali che vedevano con favore la scomparsa dei vecchi mediatori politici della Prima Repubblica e della loro base sociale, l’economia mista, le partecipazioni statali. Quelle «sacche di socialismo reale», come le aveva definite Francesco Cossiga, facevano gola al capitale internazionale. Si apriva la grande partita delle privatizzazioni. Liberarsi poi dell’uomo di Sigonella e della politica estera mediterranea di marca democristiana faceva gola all’amministrazione Usa.
La domanda è un’altra: che ruolo ha giocato in questa partita la sinistra? A quanto sembra quello degli utili idioti.

Link
Di Pietro: “Noi siamo la diarrea montante”
Congresso Idv: i populisti lanciano un’opa su ciò che resta della sinistra
La sinistra giudiziaria
Dipietrismo: malattia senile del comunismo?
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Populismo penale, una declinazione del neoliberismo
Populismo penale

Dietrologia – Chi spiava i terroristi

Libri – Chi spiava i terroristi. Kgb, Stasi – Br, Raf. I Documenti negli archivi dei servizi segreti dell’Europa “comunista”, Pendragon editore 2009

autor dementio memoriae
Chi Spiava i terrorsiti è il titolo di un libro recentemente pubblicato da Pendragon; scritto da Antonio Selvatici, porta come sottotitolo “KGB, Stasi – BR, RAF”, e si basa sui “documenti negli archivi dei servizi segreti dell’Europa ‘comunista’”. Un commento al post precedente (Un Valpreda per Bologna) lo richiama genericamente come argomento o fonte di ‘risposte’ al post medesimo.Il lavoro dell’imprenditore bolognese Selvatici ha senz’altro un paio di pregi. Si tratta di una ricerca impostata sulla consultazione di documenti originali, cosa rara tra i giornalisti italiani specializzati in ‘terrorismo’, abituati a citare se stessi e a dedicarsi più alle interpretazioni delle interpretazioni che ai fatti.
Scrivere una ‘analisi’ adeguata alle teorie del momento è ben più facile e pagante che frugare per mesi negli archivi segreti sopravvissuti alla caduta del blocco sovietico, scrutando documenti, vergati in lingue incomprensibili, che non avendo alcun legame con l’attualità non porteranno alcuna gloria.

La ricerca si vuole inoltre impostata con un respiro che tiene conto di prospettive di lettura ‘altre’, cioè non-italiane. Lodevole tentativo di sprovincializzazione, anche se la cosa si riduce ad annoverare tra le fonti bibliografiche alcuni autori anglofoni (che egli impropriamente considera accademici).

Le buone intenzioni vanno però confrontate con due aspetti cruciali: la coerenza con cui le si applica, ed ovviamente i risultati ottenuti.
Sul piano dei risultati, l’unico elemento significativo sembra essere l’assenza di qualsiasi elemento collegabile ad un ‘grande vecchio’, ovvero alla teoria dietrologica a lungo in voga, secondo la quale la lotta armata italiana, ed in particolare quella delle Brigate Rosse, era teleguidata, ‘eterodiretta’ o comunque condizionata dai servizi segreti di questo o quel paese del blocco sovietico.

Dice Selvatici, nelle sue conclusioni: “Ciò che chiaramente emerge da questo libro sono i solidi legami che alcuni membri delle Brigate rosse avevano allacciato con altre formazioni terroristiche.”
E i documenti dei servizi segreti?

Si ha un bel cercare e rileggere per trovare questa chiarezza emersa (chi aveva rapporti con chi, e soprattutto, quando?) e le delusioni si susseguono ad ogni paragrafo. Apprendiamo per esempio (pag. 27), che il giorno dopo la morte di Aldo Moro la Stasi inviò ai posti di confine l’ordine di intensificare i controlli e che un anno dopo ne tracciò un bilancio: “36 investigazioni speciali di cittadini italiani appartenenti alle Brigate rosse”. “Chi erano dunque i brigatisti che tra il maggio 1978 ed il maggio 1979 oltrepassarono il muro? Qual era la ragione della visita?” chiede Selvatici al povero lettore, senza neppure dargli un ‘aiutino’.

Poco più avanti, ma a tutt’altro proposito, ecco qualche nome. Non si tratta di controlli di frontiera, ma della sezione antiterrorismo della Stasi, dove “sono state rinvenute le schede intestate a Barbara Balzarani, Cesare Battisti, Renato Curcio, Adriana Faranda, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Francesco Piperno, Giovanni Zamboni, Mario Moretti, Lauro Azzolini, Alessio Casimirri e Patrizio Peci.”

Finalmente? No, non c’è trippa per gatti nemmeno qui. O Selvatici non ha visto le schede, o sono così irrilevanti che non dice molto di più: due paragrafi dopo (pag. 30) precisa che le schede di Balzarani, Gallinari, Azzolini, Franceschini, Curcio, Morucci e Moretti sono classificate ‘ZAIG-5’, ovvero condivise ed accessibili dai servizi membri di un accordo: Unione Sovietica, Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia, Mongolia, Cuba, Germania dell’est e Vietnam. E racconta che è in un’informativa di questa rete, stilata a Cuba nel settembre 1987, che figurano assieme i nomi di Barbara Balzarani e Cesare Battisti. Barbara Balzarani era all’epoca in galera in Italia già dal 1985. Cesare Battisti, che delle Brigate Rosse non ha mai fatto parte a nessun titolo, era in esilio già da qualche anno tra Messico e Francia.

Il senso di queste non-informazioni, Selvatici non ce lo spiega.
Né ci fa conoscere le fonti che le alimentavano: se ZAIG-5 aveva una funzione analoga all’Interpol (permettendo agli Stati membri di comunicare una misura specifica adottata in relazione all’informazione, come per es. il divieto di ingresso in URSS per Prospero Gallinari) non è impossibile che vi venissero riversate informazioni provenienti proprio dall’Interpol o da servizi occidentali, poi non aggiornate. Lo stesso Selvatici ri-scopre che la Stasi aveva infiltrato il Bundeskriminalamt (BKA, Repubblica Federale Tedesca), e da quella fonte alimentava la sua schedatura; appunto nel caso di Barbara Balzarani, ultima della vecchia guardia brigatista ad essere ancora attiva negli anni ’80.

E poi? Di fronte ai desolanti risultati, Selvatici ricorre alla ‘sua’ bibliografia di 174 testi. Il libro corrisponde allora ad un ‘tutto quello che ho rimediato sulla sinistra italiana e i servizi segreti del blocco orientale’.
E c’è proprio di tutto, dalla bufala giurassica dei campi d’addestramento per brigatisti in Cecoslovacchia, a Primo Greganti, funzionario del PCI arrestato per l’inchiesta anticorruzione ‘mani pulite’, che per il Partito costruiva un sistema di finanziamento con una ditta della Stasi. Su quest’ultimo terreno Selvatici impiega meglio le sue competenze in gestione d’impresa, e la cosa occupa la seconda metà del libro- salvo a chiedersi che c’entrino gli impicci del PCI e i suoi contatti con Mosca con quanto annunciato nel titolo.
Non v’è neppure tentativo di capire quanto intensa fosse la trasmissione del PCI ai partiti fratelli di informazioni sui brigatisti (o sui fascisti); Selvatici è preso dalla sua convinzione che il PCI abbia commesso il “peccato originale” (sic) “di non avere capito che le Brigate rosse non erano ‘compagni che sbagliano’ ma ‘compagni che sparano’”, non lavato dalla sua successiva opera di delazione e di collaborazione coi carabinieri.
En passant, trova modo di buttare lì:

In Svizzera, membri di Soccorso rosso si adoperarono per trovare rifugio al brigatista fuggitivo Piero Morlacchi (marito dell’ex-cittadina della DDR Heidi Peusch. Non dimentichiamoci che Piero Morlacchi, prima d’entrare a far parte del nucleo storico delle Brigate rosse, trascorse alcuni mesi nella DDR).

No, non ce lo dimentichiamo, né dimentichiamo che ci andò nel 1963-64 a lavorare come tipografo specializzato. Il piccolo veleno di Selvatici è quanto più disonesto se si considera che nella sua bibliografia figura il libro di Manolo Morlacchi (figlio di Pierino) “La fuga in avanti”, dove si può leggere (pag. 98-103) il racconto di Heidi Peusch del drammatico tentativo di ottenere rifugio politico, nel 1974, nella Repubblica Democratica Tedesca.

Non ce lo dimentichiamo, il “racconto di un lungo viaggio verso la libertà” di Heidi Peusch incinta, con il figlio Manolo di 4 anni ed il marito Pierino Morlacchi, che tentano di avere ospitalità fino a farsi bloccare alla frontiera, profughi non riconosciuti. È uno spaccato sul perdurare delle illusioni di chi è nato e cresciuto in una tradizione comunista profonda come quella della famiglia Morlacchi a Milano; è la storia di uno dei primi, rarissimi tentativi di domanda di asilo politico da parte di militanti italiani all’estero; ed è la prova-provata dell’assenza di relazioni positive con la Stasi.
Lo ricordiamo, ad onore della memoria di Heidi e Pierino.
(l’immagine riproduce pag. 190 del libro di Manolo Morlacchi)

Di nuovo Thomas Kram, ‘a gratis’
Si diceva sopra che il lavoro di Selvatici ha l’apparenza di una documentazione verificata, eppure vi si trovano un paio di affermazioni non secondarie senza il più vago riferimento a prove o fonti. E proprio al capitolo ‘Carlos e strage di Bologna’ scrive Selvatici:

Alcuni documenti riguardanti il possibile coinvolgimento di un membro del gruppo Separat nell’attentato alla stazione di Bologna sono già stati verificati con esito positivo dalla polizia italiana. Effettivamente, la notte precedente l’attentato, un membro del gruppo terroristico Separat, Thomas Kram, aveva pernottato a Bologna. Fatto noto alla polizia italiana, il rapporto si trova nell’archivio della DIGOS di Bologna. (pag.39-40)

Segue la citazione del documento, che evidentemente NON dice che Kram era membro di ‘Separat’. La domanda, semplice semplice, è: CHI afferma che Kram era un membro della banda di Carlos?

Diversamente da quasi tutto il resto del libro, dove le affermazioni sono fornite di riferimenti archivistici o documentali, qui niente. L’autore si è fidato della parola del suo amico Gian Paolo Pelizzaro (ex-esperto della ‘commissione Mithrokin’ e detektiv del giornale della destra sociale ‘Area’), e ha fatto male. Continua Selvatici:

Inoltre è stato appurato che Christa Margot Fröhlich (detta ‘Heidi’, arrstata il 18 giugno 1982 all’aeroporto di Fiumicino mentre trasportava una valigia contenete esplosivo) da tempo in contatto con l’organizzazione capeggiata da Carlos, il 2 agosto 1980 alloggiò all’Hotel Jolly di Bologna.

Ancora una domanda semplice semplice: CHI avrebbe appurato che la donna era in quell’albergo?

Se nell’articolo precedente s’era detto abbondantemente di Thomas Kram, di Christa Fröhlich s’era evitato di parlare, poiché gli stessi implacabili accusatori avevano smesso di parlarne, ‘tanto lontano ne è il profilo reale da quello che loro avevano proposto’. Riprendiamo allora quanto pubblicato da Guido Ambrosino sul Manifesto del 1. agosto 2007

I detektiv della Mitrokhin sembrano credere che a Bologna ci fosse anche Christa Fröhlich. Fu fermata a Fiumicino il 18 giugno 1982, con 3,5 chili di esplosivo nella valigia. La stampa pubblicò la sua foto. Un cameriere dell’hotel Jolly vi ravvisò una “certa somiglianza” con una donna vista quasi due anni prima: parlava italiano con accento tedesco, il primo agosto si era fatta portare una valigia alla stazione, il 2 agosto telefonò per accertarsi che i suoi due figli non fossero sul treno investito dalla bomba, aveva lavorato come ballerina nei pressi di Bologna.
Christa Fröhlich ha ora 64 anni, insegna tedesco a Hannover. Confrontata con questa descrizione, non sa se ridere o piangere: “Non ero a Bologna. Non ho figli. Mai un ingaggio da ballerina. E nel 1980 non sapevo una parola di italiano”.

Christa Frohlich ha fatto le sue scelte politiche, e le ha pagate col carcere.
Oggi, va ringraziata per avere tradotto in tedesco ‘L’orda d’oro’ di Primo Moroni, un testo essenziale per chiunque voglia capire qualcosa degli anni ’70.

La ciliegina avvelenata
Perché mai un tipo pacioso come Antonio Selvatici si lancia su provocazioni così pacchiane? I suoi suggeritori hanno forse dimenticato di aggiornarlo, lui non se n’è accorto… Scartabellare schede ingiallite e mute è soporifero per chiunque, anche un topo d’archivio può anelare a un salto nell’attualità.

A fidarsi ciecamente dei suggeritori il ricercatore rischia però la sua credibilità: quando mai un vero giornalista d’inchiesta non verifica le fonti di accuse così gravi?
Ma Selvatici raddoppia:

Vi è una pista investigativa non ancora seguita che proverebbe datati collegamenti tra alcuni membri della banda Carlos ed ex appartenenti a gruppi estremistici italiani. Probabilmente bisognerebbe recarsi in Francia, in un paese a nord di Parigi: Montreuil, e qui cercare di parlare con estremisti italiani che frequentano il luogo. (pag.41)

Tutto ciò che si capisce, è che c’è ancora un suggeritore, e che la voglia di giocare un po’ ad aumma-aumma cresce. Selvatici si confida con un esperto di questi giochi, Cristiano Lovatelli Ravarino:

– Il rapporto tra Carlos e la strage del 2 agosto è un tassello molto delicato. Sappiamo che la Procura della Repubblica sta indagando e il pm Enrico Cieri è già andato a Parigi a interrogare Carlos e diverse volte a Berlino a consultare documenti nell’Archivio Centrale, aspettiamo l’evoluzione di questa indagine… è anche vero peraltro che nel libro prospetto una nuova pista indagativa…”
– Quale pista scusa ?
– Una pista visibile puntando i fari su di un paesettino a nord di Parigi dove terroristi italiani e terroristi stranieri si incontrarono con i risultati che sappiamo. Non sono riuscito a provarlo ma ho una fonte di altissimo livello che me lo ha raccontato e di cui mi fido ciecamente.
– Ma scusa Antonio è una bomba-se mi passi il macabro gioco di parole-non potresti essere più esplicito ?
– Qui habes auduies audiendi audiat. Non sono io a questo punto ma la Procura a cui spetta di verificare la totale veridicità di quello che ho scoperto.

Con o senza latinorum, Montreuil è sempre est di Parigi, non a nord. E per essere un ‘paesetto’ conta 101mila abitanti.

Un modesto suggerimento: prima di andare in missione tra i bistrot del luogo per carpire informazioni con qualche ballon de rouge, il nostro potrebbe dare un’occhiata a Google Street View.
Fosse mai che il volto di qualche estremista italiano rifugiato in Francia non sia ancora stato cancellato?

3 commenti:

1. Ringrazio per la recensione. Sono l’autore.
Non mi addentro in questioni archivistiche: sarebbe noioso e per me troppo facile smontare affermazioni non esatte.
Ciò che giustamente avete segnalato è il tentativo (se ben o mal riuscito lo decideranno i lettori) di descrivere da un angolazione differente (quella degli archivi) alcune vicende che hanno profondamente segnato il Paese negli anni Settanta. Non ho nessuna pretesa di essere esaustivo, Anzi. Il mio è un tentativo.
Da un analisi così approfondita del testo mii aspettavo qualche riga riguardo i collegamenti Br- Medio Oriente.
Per quel che riguarda il defunto Morlacchi (spero che il figlio abbia sanato i suoi problemi con la giustizia) abbiamo usato la stessa fonte. Ed è qui che troviamo i racconti del bambino-Morlacchi delle vacanze che assieme ai genitori ed a altri membri delle Br trascorreva in una abitazione-rifugio sulle colline ad una manciata da Bologna: a Castel D’Aiano. Permettimi un po di dietrologia travagliana: è un vero peccato che una così ben frequenatta (numericamente intento) casa vacanze-rifugio non sia mai stato scoperto.
Grazie ancora per la recensione
Antonio Selvatici
25 settembre 2009 14.23

2. Ti è passato per la testa che forse invece è stata scoperta? Capisco che è dura per un dietrologo. Mi dispiace deludere la tua sete di mistero. Il fatto è che hanno scoperto una casa nella quale andavo in vacanza (rifugio???) con mia nonna, le mie zie, i miei cuginetti (anche venti alla volta) e della quale giustamente non fregava nulla a nessuno. Ma non ti accorgi del ridicolo?
Mia madre scappò dalla DDR perché detestava la politica di quel paese. Le fu vietato di rientrare persino nei primi anni ’80 alla morte di mio nonno. Mio padre scappò dalla DDR dove lavorava come tipografo per il grigiore di quel mondo. Se ne andò a Stoccolma, ben più contento, dove rimase un altro anno.
Il loro errore fu quello di pensare che, in quanto comunisti (come ricorda molto bene l’autore della recensione), potessero essere accolti. Fu proprio in quanto comunisti (non del PCI, dunque) che vennero di fatto consegnati alla polizia occidentale. Il resto, permettimi Selvatici, sono tutte minchiate.
Permettimi anche di dirti che non era solo numericamente ben frequentata la casa di Castel d’Aiano, ma anche e soprattutto umanamente.
Infine, per ciò che concerne i miei problemi con la giustizia, sto trattando con i servizi della Corea del nord per un salvacondotto, tramite Hamas, il Mossad e il mullah Omar…
Saluti,
Morlacchi
3 ottobre 2009 14.41

3. Caro Morlacchi,
Caro Manolo Morlacchi,
speravo che tu intervenissi. Così come spero tu abbia letto il mio libro.
Se non sbaglio, nel tuo libro a proposito del casolare di Castel D’Aiano riporti anche i ricordi di tuo zio. – Ricordo Ognibene che guarda mia moglie…-. Ti ricordi che si trattava di un vecchio casolare in quel di Roffeno? Naturalmente non si tratta di quel Ognibene che conosco bene. Probabilmente racconto delle – minchiate-, ma più probabilmente tu non sei a conoscenza di atti e documenti che conservo.
Riguarda i tuoi rapporti con la giustizia, sccsa, ma non m’importa nulla.
Antonio Selvatici
6 ottobre 2009 15.49

Strage di Bologna, per Giovanni De Luna: “Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70”

Dietro le cerimonie e le proteste rituali del 2 agosto a Bologna c’è una visione consolatoria di ciò che resta della sinistra. Ritenersi vittime di un progetto stragista per non vedere dove nasce la crisi e la sconfitta. Lo stragismo fu una risposta arretrata e scomposta che provocò molte vittime, ma con pochissima efficacia a livello strategico. Anche perché la partita vera si giocò altrove, nelle profondità socio-antropologiche del Paese. Vinse l’estremismo di centro dei ceti medi che si manifestò simbolicamente con la marcia dei 40 mila quadri Fiat a Torino, nell’autunno 1980

Paolo Persichetti

Liberazione 5 agosto 2009

strage-bologna

10 e 25 del 2 agosto 1980. La strage di Bologna segna un’epoca e seppellisce gli anni Settanta sotto il cumulo di macerie della sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria, deflagrata sotto l’effetto di una micidiale miscela d’esplosivo di fabbricazione militare. Un decennio aperto da un’altra strage, quella del 12 dicembre 1969 alla banca nazionale dell’agricoltura di Milano, in piazza Fontana. Era questo che volevano gli attentatori? Chiudere col sangue gli anni più ribelli e sovversivi della storia del dopoguerra, quelli che hanno consentito con la loro spinta irruenta le maggiori avanzate sociali e civili dal dopoguerra: diritto del lavoro, salario, pensioni, accesso allo studio, diritto alla casa, promozione delle classi sociali più deboli, libertà individuali e collettive, liberalizzazione dei costumi e della sessualità, e molto altro ancora. O forse dietro quel massacro c’erano altri disegni, altri messaggi magari legati ai malumori che tra i nostri alleati suscitava la politica mediterranea condotta dall’Italia? Poche settimane prima, il 27 giugno, c’era stata la strage di Ustica. Un aereo dell’Itavia si era inabissato a largo dell’isola siciliana. Un altro mistero dissolto in parte solo in tempi recenti, quando si appurò che fu un missile lanciato da un aviogetto militare occidentale (non è chiaro se francese o americano) a colpire l’aereo di linea.
Su Bologna invece, nonostante i 29 anni trascorsi, la verità sembra rimasta ferma all’ora in cui esplose quella maledetta la bomba. Nel frattempo la verità giudiziaria ha fatto il suo corso, anche se un po’ contorto e tuttora molto discusso. Un iter complesso con condanne, assoluzioni e rinvii in cassazione. Alla fine i giudici hanno designato solo tre colpevoli, i presunti autori materiali, appartenenti a un gruppo neofascista, i Nar. Ma la verità storica dove sta? Ha fatto passi avanti? Lo chiediamo allo storico Giovanni De Luna.

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A quasi 30 anni di distanza dai fatti non è forse venuto il tempo di mettere da parte i tribunali e lasciare agli storici il compito di trovare la verità? Perché in Italia una cosa del genere non sembra possibile?

Intanto perché una delle ultime leggi varate durante il governo Prodi, e che ha avuto il merito di ridurre il segreto di Stato da 50 a 15 anni, prorogabili fino a 30 in casi eccezionali, manca delle norme attuative che ne prevedono la concreta applicazione. Senza quei regolamenti ad oggi è ancora impossibile consultare i documenti sui quali è stato apposto il segreto. Spetta al governo attuale completare finalmente l’iter legislativo di quella buona legge.

Ma non è che poi a forza di cercare segreti finirà che l’unico segreto svelato sarà che non esistono segreti?
La questione è per così dire sistemica e investe il rapporto tra segreto e democrazia. Se è vero che nessuna democrazia può permettersi una trasparenza totale, che il segreto ha una sua fisiologia e lo Stato ha bisogno dei suoi arcana imperii, il problema sorge quando questa fisiologia diventa patologia. Quando la dimensione dell’indicibile prevale su quella del dicibile, quando l’occulto sovrasta oltre ogni misura di tempo la trasparenza, il segreto diventa una ferita per la democrazia. Negli anni 70 questa dimensione dell’occulto ha superato la fisiologia che è propria di una democrazia matura. Una grossa parte di quel decennio è stata sottratta non solo alla giustizia ma anche alla storia. Per questo tutto ciò che può aiutare a sciogliere il segreto, a penetrare l’oscuro, è una risorsa per la democrazia. Diceva Bobbio che maggiore è il livello di trasparenza migliore è il grado si democrazia. Per la violenza politica di sinistra si sono raggiunti livelli importanti di verità giudiziaria, si conoscono nomi e circostanze e pesanti condanne sono state erogate, la stessa cosa non può dirsi per tutto ciò che riguarda lo stragismo. Questa assenza di certezze giudiziarie ha alimentato nel corso degli anni una esacerbazione dei sentimenti, una voglia di vendetta e risentimento, oltre ad un proliferare di memorie separate.

Oltre al risentimento, questa permanenza del segreto non ha forse contribuito a creare un effetto distorsivo nella comprensione della realtà. Mi riferisco all’idea che quella che è passata sotto il nome di “strategia della tensione” sia riconducibile sempre e comunque ad un’unica regia?
Il termine strategia della tensione è una definizione riassuntiva che condensa con un’immagine efficace una serie di episodi che però non sono riconducibili ad un’unica trama lucida e consapevole. In realtà parliamo di un insieme di atti contraddistinti da tre elementi costanti: la presenza di apparati dello Stato; un evento stragista e il ruolo di militanti neofascisti. Accanto abbiamo poi una costellazione di episodi che ripropongono questi tre fattori e che hanno per obiettivo d’introdurre elementi distorsivi nella gestione dell’ordine pubblico, favorendo la compattezza delle istituzioni contro i movimenti degli anni 70. Non credo ad un’unica regia, c’è in realtà una reazione scomposta alla spinta delle lotte operaie ma che nella sua sostanza fallisce. I tentativi di golpe e le stragi non hanno impedito al Pci di arrivare nell’area di governo, né a Craxi di diventare presidente del consiglio. Anche se ci hanno provato, non sono state le bombe a dettare il mutamento della società italiana.

È allora chi è stato?

Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia di quel decennio. Il vero cambiamento, il terremoto è venuto dalle profondità socio-antropologiche del Paese. Mentre la società veniva traversata da conflitti era in corso una trasformazione delle strutture profonde del Paese, che alla fine degli anni 70 sarà evidente a tutti. Netto ridimensionamento, sia qualitativo che quantitativo, della classe operaia; incremento enorme dei servizi, del terziario e commercio; l’affacciarsi in massa di un nuovo ceto medio. In quegli anni il 70% delle nuove figure del ceto medio imprenditoriale appaiono in Lombardia. Sono quelle stesse figure che alla fine del decennio daranno vita ad altri percorsi e soggetti politici, attraverso la Lega fino allo sconquasso definitivo della prima repubblica. Nel 1979 si presenta alle europee la Liga Veneta di Rocchetta che farà da apripista a tutte le altre Leghe. Accanto emergeva  una galassia sociale di ceti medi a cui le Leghe daranno presto voce. Ricordo lo stordimento con cui a Torino assistemmo alla marcia dei 40 mila. Nessuno li aveva mai visti traversare una città prima occupata solo da operai e studenti.

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Vuoi dire che i tentativi stragisti e golpisti sono stati una risposta reazionaria di retroguardia ai movimenti di quelli anni?
Una risposta arretrata e scomposta che provocò molte vittime, ma con pochissima efficacia a livello strategico. Anche perché la partita vera si giocò altrove, fuori dal conflitto di superficie, quello del terrorismo, delle Brigate rosse, ma anche dei partiti istituzionali e dei movimenti. Il mutamento vero si organizzò nelle viscere più profonde del Paese, mentre la nostra parte di società non se ne accorgeva.

Eppure gli attori del conflitto degli anni 70 hanno permesso al Paese di fare un salto in avanti enorme. Come concili questi due processi che vanno in senso inverso?

Gli anni 70 ricordano un po’ la famosa teoria di Croce sul fascismo come parentesi. L’effetto del decennio precedente, del paese uscito dal boom economico rappresentato dalla metafora del personaggio di Gasman nel film “Il sorpasso”. Un’Italia vorace, famelica, ansiosa di consumare merci che non aveva mai visto e avuto. Un’Italia che nella dimensione del benessere e dello sviluppo aveva bruciato le sue identità dialettali e contadine che Pasolini lamentava quando aveva denunciato la scomparsa delle lucciole. E’ su quell’Italia che s’innesta una forte spinta al conflitto sociale e politico che sfocia nel biennio 68-69. Una sorta di risposta novecentesca che cerca di confrontarsi con questi cambiamenti sul terreno della politica come elemento decisivo per modificare le cose. C’è un fortissimo investimento nella politica, politica dei partiti e politica dei movimenti. E’ questa dimensione iperpolitica della mobilitazione che finisce con i 35 giorni di occupazione alla Fiat del settembre 1980. Da quel momento in poi ritorna la metafora di Gasman, i ceti medi, il riflusso. Svanisce la dimensione dell’impegno e prevale il “tengo famiglia”. Tutta la partita si è giocata in quel frangente.

Dunque tu non credi che abbia vinto la P2, che ci sia una continuità dei vincitori con l’epoca stragista?
Per niente. Sono i nuovi soggetti sociali non i servizi segreti, o le trame eventuali a loro attribuibili, che hanno cambiato le cose. Ha vinto la rivoluzione dei ceti medi caratterizzata dal loro estremismo di centro. Una lezione della storia che vale anche per l’avvento del fascismo, che non fu un complotto del capitale ma una rivolta dei ceti medi emergenti.

Ma anche i 40 mila alla fine pagarono. I più furono licenziati?
Si, perché quella prima generazione era ancora legata ad una dimensione novencentesca, fordista, apparato di comando della grande fabbrica. Di lì a poco anche al loro interno ci fu un salto di modello: dalla gerarchia di fabbrica al sistema casa-capannone delle popolo delle partite iva.

Torniamo di nuovo al problema della memoria che dicevi all’inizio.
In Italia c’è troppa memoria e poca storia. Se una ragazza di 29 anni crede che la strage di Bologna sia stata commessa dalle Brigate rosse è perché non ha conoscenza storica. Ma questa scarsità di storia nasce anche dall’assenza di istituzioni virtuose in grado di fornire al Paese verità e giustizia. Da questo vuoto è emersa una supplenza delle famiglie delle vittime che hanno preso su di sè il compito di fare memoria e giustizia. Al di là delle loro varie collocazioni, non sempre condivisibili nel merito, si tratta di un aspetto positivo. Emerge un “familismo virtuoso” differente dal familismo indifferente e cinico di chi guarda tradizionalmente al suo particulare, forte nella tradizione italiana. C’è un tentativo di declinate un lutto privato, un’ansia di dolore e giustizia come un bene pubblico.

Ma questa ennesima supplenza non fa emergere il rischio di una confusione di ruoli, di quella che i giuristi chiamano “privatizzazione della giustizia”? Non c’è il rischio che i familiari divengano gli arbitri delle decisioni giudiziarie, a cui si aggiunge anche la privatizzazione della narrazione storica? Mi sembra che si vada ben oltre un arricchimento del pluralismo delle posizioni e delle fonti. In questo modo si istituisce una figura privata depositaria della memoria legittima.
Se prima era stata la magistratura ad essere chiamata a sostituire la politica, ora si chiede ai familiari di scrivere la storia. Ma le signore Gemma Capra e Licia Pinelli non posso caricarsi sulle spalle questo compito. Spetta alla comunità intera, in particolare alla comunità dei ricercatori, il compito di fare storia. Ma questo ruolo improprio viene assunto dai familiari delle vittime proprio a causa dell’assenza nello spazio pubblico di istituzioni virtuose che si ripiegano e si nascondono dietro le memorie private.

Ma storia e memoria non sono la stessa cosa?
La memoria è sempre parziale, trasceglie. Stabilire che la giornata del ricordo della Shoah sia il 27 gennaio invece del 16 ottobre, significa fare una scelta ben precisa che fa lo sconto al rastrellamento del ghetto di Roma e alle leggi razziali del fascismo. Allo stesso modo scegliere il 9 maggio, giorno dell’uccisione di Moro, invece del 12 dicembre, quando esplose la bomba a piazza Fontana, risponde ad un orientamento politico ben preciso. Invece c’è bisogno di tornare alla conoscenza storica. La sovrabbondanza di memorie favorisce l’oblio e non il ricordo. La scuola non riesce più a trasmettere conoscenza storica…. In un test fatto dieci anni fa ho chiesto per quanti anni il Pci era stato al governo: 5, 10 o 30. Tutti risposero 30, perché sentivano Berlusconi dire che i comunisti sono stati sempre al governo. Non è nemmeno ignoranza, è il senso comune che pervade la memoria. Per sconfiggere il senso comune l’unica possibilità è la conoscenza storica. Questa è una vera emergenza educativa. Che non c’entra niente con la memoria. La storia è un’altra cosa, non è identitaria.

Link sulla strage di Bologna
Strage di Bologna, i palestinesi non c’entrano
Strage di Bologna, la montatura della pista palestinese
Strage di Bologna, l’ultimo depistaggio

Link sulle teorie del complotto
I limiti della dietrologia
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto – Paolo Persichetti
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico – Paolo Persichetti
Il caso Moro – Paolo Persichetti
Stato e dietrologia – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta

Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana – PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori

Link sul rapporto tra storia e memoria
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi




No, gli anni 70 non furono follia

Nell’anniversario della strage di Bologna, si parla con orrore di quel periodo. Ma fu un periodo di lotte e conquiste. L’orrore fu nella reazione violenta dello Stato

di Piero Sansonetti
L’Altro,
4 agosto 2009

Torino, 1974 foto Tano D'Amico

Torino, 1974 foto Tano D’Amico

Qualcuno di voi, per caso, si ricorda il 1969? Ve lo riassumo. Nelle fabbriche non esisteva lo Statuto dei lavoratori. I salari erano fermi da 15 anni. Alle università arrivava sì e no il 5 per cento della popolazione. Non esisteva il divorzio. Non esisteva l’aborto. Non esisteva il diritto di famiglia. Il tasso di analfabetismo o semianalfabetismo era vicino al 50 per cento. Le donne erano, anche per legge, sottoposte ai loro mariti, ai capifamiglia. E se tradivano il marito era possibile portarle davanti al giudice per adulterio (ma non esisteva l’adulterio maschile). L’assistenza sanitaria riguardava solo una parte della popolazione. La carcerazione preventiva non aveva limiti. Molte persone erano tenute in manicomio per anni e anni, spesso in condizioni impossibili, solo perché i loro comportamenti non erano considerati normali. Nessuna donna, mai nella storia, era stata ministro. Le cattedre universitarie per il 99 per cento erano dei maschi. Non c’erano gli asili nido. Le scuole erano rigorosamente divise tra scuole per ricchi e scuole per poveri. Nelle farmacie non veniva venduta la pillola senza ricetta ed era molto difficile iPx1246918105_phpp67U0Gtrovare un medico che ti facesse la ricetta. Eccetera eccetera eccetera. Dieci anni dopo, quando iniziarono gli anni 80, tutte le cose che vi abbiamo detto erano state cancellate. E in più era stato conquistato un forte tasso di uguaglianza salariale, la “scala mobile” aveva livellato gli stipendi e ridotto i profitti e le rendite, una legge dello Stato costringeva i proprietari di casa ad affittare a prezzi molto bassi, il potere degli operai nelle fabbriche era diventato notevole, eccetera eccetera. Dall’inizio degli anni 80 iniziò la riscossa dei potenti, che negli anni 70 avevano subito molti smacchi. Iniziò la restaurazione. Che comunque non riuscì – non è ancora riuscita – a cancellare quel decennio. Cosa sarebbe oggi l’Italia se, per magia nera, qualcuno potesse cancellare gli anni 70? Sarebbe come nell’800.
L’altro giorno, domenica, tra le polemiche che hanno accompagnato il ventinovesimo anniversario della strage di Bologna, in diversi hanno parlato degli anni 70 come di anni tremendi. In molti giornali è apparso questo titolo: “Napolitano: fu una stagione di follia”. In realtà il Presidente della Repubblica ha pronunciato una frase diversa, meno netta: ha parlato di follia del terrorismo, e la sintesi che è stata fatta del suo discorso appare un po’ forzata. Però è una sintesi che risponde ad un senso comune diffusissimo. L’idea di fondo è che in quegli anni corse il sangue e basta, che una generazione politica impazzita trasformò il nostro paese nel far west, confondendo la politica con la guerra. Le cose non andarono così.
Successe invece che un grandioso movimento di massa – che aveva coinvolto la grande maggioranza delle nuove generazioni, della classe operaia, degli intellettuali, larghissimi settori delle associazioni di base cattoliche – stava spingendo il paese verso una serie di trasformazioni così profonde, rapide impetuose, da provocare un certo panico nella classi dirigenti. Le classi dirigenti non riuscivano più a controllare la politica. Il palazzo annaspava. La borghesia era incapace di governare quel turbinio. Una parte della borghesia accettò il corso della storia e provò a fare i conti con quel gran moto egualitario, operaio, giovanile, femminista di impetuoso rinnovamento. Una parte invece – con fortissimi agganci nel vertice politico democristiano e nello Stato – decise di rispondere con tutti i mezzi per impedire una Riforma che appariva sconvolgente. E si armò.
A scatenare la violenza fu la borghesia, fu lo Stato. Fu una parte della borghesia italiana che decise di usare la minaccia della guerra civile. In quel periodo l’Occidente era ancora instabile. In tre paesi europei c’era il fascismo, la dittatura: in Spagna, in Portogallo e in Grecia. E in alcuni paesi dell’America latina gli Stati Uniti organizzavano colpi di Stato.
In questo clima nasce la strage di piazza Fontana (1969) che apre la stagione del terrorismo. Da lì inizia tutto. Anche la reazione armata di sinistra, cioè delle Brigate Rosse e poi di Prima linea. Oggi nessuno ha voglia di dire che mentre della lotta armata “rossa” si sa tutto, e i suoi autori hanno pagato con migliaia e migliaia di anni di carcere, della lotta armata bianca, di Stato (che lambì i partiti di governo e soprattutto la Democrazia Cristiana) non si sa niente, è segreto fitto.
E’ questa la vergogna che l’Italia si porta appresso. Il segreto assoluto sulle modalità che portarono alla restaurazione degli anni ’80. Il segreto su chi guidò quella stagione di violento e sanguinoso contro-riformismo.
La storia della strage di Bologna – la più cruenta di tutte le stragi di Stato – è il riassunto di questa vergogna. Furono fatte le indagini e furono condannati due giovani neofascisti che con ogni probabilità sono innocenti. Avevano già vari ergastoli sulle spalle, per altri delitti, e la condanna non cambiò nulla. Servì a tenere nello scrigno la verità.
Uno dei condannati è Giusva Fioravanti, che ieri abbiamo intervistato e che ribadisce la sua innocenza per quel che riguarda quella strage. Possibile che a trent’anni di distanza non si riesca a sapere qualcosa di più su chi organizzò la feroce stagione stragista? Forse, se riuscissimo a scoprire qualcosa, saremmo in grado anche di giudicare con più serenità gli anni 70. Ma forse è proprio questo che non si vuole. Trent’anni dopo, gli anni 70 sono ancora uno spauracchio.

Link
Anni 70
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70 – Persichetti, Scalzone
Il coraggio dell’amnistia – Sansonetti
Erri de Luca, Paolo di Tarso che portò l’attacco al cuore dello Stato

Link sulle torture contro i militanti della lotta armata
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati
Il giornalista Buffa arrestato per aver raccontato le torture affiorate
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture

Il Nemico interno/L’Ennemi interieur, La généalogie coloniale et militare de l’ordre sécuritaire dans la France contemporaine

Il “nemico interno” dello Stato. Le periferie come le colonie

Paolo Persichetti
Liberazione 12 luglio 2009

La temperatura sociale delle periferie francesi è sempre alta. La cronaca non esita a restituirci immagini non molto lontane dalle scene di guerra. E, in effetti, i dispositivi messi in piedi dal governo evocano apertamente la figura del «nemico interno». Dispiegamento delle più aggiornate tecnologie rigousteantisommossa (elicotteri, micro-droni, telecamere di sorveglianza), fino alla spettacolarizzazione delle retate di polizia con massiccio dispiegamento di forze sotto gli occhi delle telecamere, fermi in massa, introduzione d’istituti giuridici come la «testimonianza sotto anonimato» e i giudizi processuali per direttissima; creazione di una branca specifica dei Servizi (appartenenti alla nuova Direction centrale du renseignement intérieur, Dcri), con competenza sulle banlieue, sui moti urbani, il cosiddetto fenomeno delle «bande», la nascita di nuove banche dati centrali, come il sistema Edvige-Edvirsp e Cristina (Cf. Liberazione – Queer del 5 ottobre 2008), finalizzati alla schedatura «di ogni persona d’età superiore ai 13 anni che abbia sollecitato, esercitato o stia esercitando un mandato politico, sindacale o economico o che rivesta un ruolo istituzionale, economico, sociale o religioso significativo». Insomma un intero arsenale tecnico, giuridico e poliziesco che rinvia apertamente al regime dello stato d’eccezione.
E’ indubbio che tutto ciò ricalca un immaginario di guerra che conduce a rappresentare alcune zone della società come dei teatri bellici dove l’intervento pubblico non si concepisce più nei termini della politica e del welfare ma unicamente sotto l’aspetto repressivo, per giunta nella sua forma più intensa: quella militare. Questo «nuovo ordine sicuritario» contemporaneo avrebbe una genealogia ben precisa rintracciabile nell’esperienza coloniale e militare della Francia. E’ quanto dimostra Mathieu Rigouste in L’Ennemi interieur, La généalogie coloniale et militare de l’ordre sécuritaire dans la France contemporaine (La Découverte, 2009).
Il caso francese deve intendersi come un laboratorio, un’esperienza pilota, l’anticipazione di scenari e comportamenti esportabili nel resto del mondo. police-partout3
In fondo è già accaduto in passato, quando la «dottrina della guerra rivoluzionaria», elaborata dagli stati maggiori francesi nel corso delle guerre coloniali d’Indocina e d’Algeria, popolarizzata nel libro del colonnello Roger Trinquier, pubblicato nel 1961 col titolo, La Guerre Moderne, (ripubblicato da Economica nel 2008) ed a cui la Cia ispirò il suo primo manuale antisovversione, è diventata la madre di tutte le dottrine contro-insurrezionali del dopoguerra impiegate dalle forze Nato come da tutte le dittature militari e fasciste, in particolare in Sud America. La counterinsurgency statunitense altro non è che la rielaborazione delle tesi che i generali francesi hanno insegnato nelle scuole di guerra del Nord America. Si veda in proposito il lavoro di Marie-Monique Robin, Escadrons de la mort, l’école française, (La Découverte 2004), che rintraccia l’inquietante percorso di alcuni ufficiali maggiori dell’esercito di Parigi, reduci dall’Indocina e dall’Algeria, che hanno formato alla controguerriglia gli ufficiali Usa a Fort Bragg e nella famigerata Scuola delle Americhe. Un apostolato antisovversivo segnato da varie tappe: lo sbarco come consigliere militare in Argentina, nel 1957, del colonnello Bentresque; il suo primo giro di conferenze (1962) nelle caserme sudamericane per insegnare le strategie antisovversive; Il manuale, Instruction pour la lutte contre la subversion, scritto sempre dai colonnelli Ballester e Bentresque; la proiezione, nel 1971, all’interno della scuola di meccanica della Marina a Buenos Aires (dove furono seviziati migliaia di cittadini sospettati d’essere militanti di sinistra) delle scene presenti nel film, La battaglia d’Algeri, di Gillo Pontecorvo, per rendere più efficaci i corsi di tortura impartiti ai presenti. La missione in Brasile del generale Paul Aussaresses, il gran maestro della tortura in Algeria, l’uomo che ha perfezionato e insegnato a tutti gli eserciti e polizie dell’Occidente l’uso degli elettrodi (sui genitali e le tempie) e della waterboarding (l’annegamento simulato) durante gli interrogatori. Metodi impiegati diffusamente anche dalla nostra Digos contro i militanti della lotta armata arrestati nel biennio 1982-83, ben prima che suscitassero scandalo perché impiegati dalla Cia nelle prigioni di Guantanamo e Abu Ghraib.
Le tesi della guerra rivoluzionaria sostituite da De Gaulle, non senza difficoltà, grazie all’arma nucleare acquisita nel 1960, e con la dottrina della dissuasione del «debole verso il forte», non sarebbero mai state rimosse definitivamente, anzi avrebbero mantenuto solide radici all’interno di alcuni settori militari per trasmigrare nelle forze di polizia ispirando le politiche di «mantenimento dell’ordine», utilizzate “ufficiosamente” nell’area d’influenza africana e nella gestione del controllo interno dopo il 1968 e da qui, soprattutto dopo l’11 settembre, assorbite anche dal mondo della politica fino a dare forma a un modello di potere militarizzato. Al vecchio nemico geopolitico comunista dell’epoca dei blocchi, dopo l’89 si sono venuti a sostituire una proliferazione di «nuove minacce», terrorismo, islamismo, violenze urbane, incivilités (qualcosa che assomiglia al nostro bullismo) che hanno giustificato la riedizione di una nuova figura di nemico interno, l’immigrato post-coloniale in grado di riattivare il risorgere di passate rappresentazioni razziste. Un nemico socio-etnico, locale e globale al tempo stesso, dissimulato nei quartieri popolari, residente nelle periferie, soprattutto tra i «non bianchi poveri».
L’immaginario, la costruzione e proiezione di raffigurazioni che vanno ad arricchire il repertorio delle classi pericolose e delle leggende ansiogene, costituiscono un elemento decisivo di questo nuovo ordine sicuritario che ispirandosi ai criteri della «guerra totale», ricorre alla cosiddetta «guerra psicologica», ovvero alla mobilitazione delle coscienze, alla costruzione di consenso, lì dove lo Stato-nazione è concepito come un organismo che la difesa nazionale deve immunizzare dalle malattie sociali, dai contagi rivoluzionari, dalla piaga del crimine, l’epidemia del vizio, e rassicurare dalle paure.
Questo nuovo ordine collima con una nuova formazione sociale che Mathieu Rigouste definisce «capitalismo sicuritario», dove il controllo oltre a riprodursi in forma allargata ha ingenerato un proprio mercato. La forma più inquietante di questo modello è la constatazione del grado di adesione dei controllati ai controllori. Non si tratta di un semplice modello di dominazione ma di un processo di adesione dal basso, di controllo reciproco e autocontrollo. Quello che il sociologo Philippe Robert coglie descrivendo l’emergere di un «neoproletariato della sicurezza», reclutato grazie al precariato di massa all’interno di quel sistema di polizia sociale che è il mondo della sicurezza e della vigilanza privata. Un sottosistema del controlli brulicante di sorveglianti nei metrò e nei supermercati, subalterni della sicurezza di vario ordine e natura, fino ai mediatori sociali, gli stuart degli stadi, gli assistenti sociali, eccetera. Un sistema dove il povero è preso a controllare l’altro povero e non alza più la testa.

Link
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Leone Jacovacci, il nero che prese a pugni il fascismo

Libri – Mauro Valeri, Nero di Roma, Storia di Leone Jacovacci l’invincibile mulatto bianco, Palombi editori

Paolo Persichetti
Liberazione,  4 luglio 2009

Mulatto, figlio di un ingegnere italiano e una madre africana di etnia babuendi, Leone Jacovacci non aveva «la pelle giusta» per essere riconosciuto a tutti gli effetti italiano, nonostante nel 1928 fosse diventato campione nazionale ed europeo di esterne161921181603195150_bigpugilato per la categoria dei pesi medi. La sua vita raccontata nel libro di Mauro Valeri, Nero di Roma, Storia di Leone Jacovacci l’invincibile mulatto bianco, Palombi editori, è un’odissea del pregiudizio, un viaggio nei mari del razzismo prima  ideologico, poi codificato negli statuti coloniali e nelle leggi razziali. Come per i più grandi pugili del Novecento la via del ring è stata per lui un modo di farsi strada nella vita. I pugni incassati fuori Leone li restituiva nel quadrato. All’anagrafe risulta iscritto nel 1902, ma è solo l’anno in cui il padre realizzò l’atto amministrativo. In realtà era nato in Congo tempo prima, dove l’ingegnere Umberto Jacovacci era arrivato in cerca di fortuna con un contratto d’agronomo in tasca. Qui aveva conosciuto Zibu, figlia di un capo tribù locale. Dalla loro relazione erano nati Leone e Aristide che il padre decise di portare con sé al suo rientro a Roma. I piccoli furono cresciuti dai nonni paterni nel viterbese e presto scoprirono il prezzo del pregiudizio raziale negli anni dell’Italia giolittiana, quando la «giovane proletaria» declamata da Pascoli cercava il suo posto al sole occupando Tripolitania e Cirenaica a suon di cannonate. Anni in cui la propaganda colonialista struttura le correnti ideologiche razziste e nazionaliste che spingeranno l’Italia verso il baratro della prima guerra mondiale e del fascismo. Allora per l’anagrafe Leone Jacovacci aveva nove anni. A 16 anni, anima inquieta e già ribelle, s’imbarca probabilmente a Napoli come mozzo su un mercantile inglese che però fa naufragio. Insieme agli altri membri dell’equipaggio viene salvato da un’altro mercantile inglese, il Queen.
«Non mandatemi/ in paesi stranieri/ perché la mia pelle è diversa», scriveva Antonio Campobasso nel suo Nero di Puglia.  Sbarcato a Londra Leone ha un nuovo nome, John Douglas Walker, nato nel 1900, con il quale il 7 agosto 1918 si arruola nel 53° battaglione del Bedfordshire Regiment dell’esercito inglese. La vita di mozzo e cuciniere sulle navi e la permanenza nell’esercito l’introducono nel pugilato, disciplina che veniva praticata tra i marinai. Esordisce nella boxe a Londra. Le cronache dei primi incontri raccontano di un pugile tecnicamente ancora molto acerbo ma molto potente. Sono gli anni di un pugilato popolare con riunioni settimanali che si tenevano nei quartieri. Gli incontri potevano durare anche venti riprese, e il macth poteva prendere facilmente l’aspetto di una vera battaglia tra gladiatori con il pubblico che lanciava alla fine monetine sul ring. Il periodo londinese termina col la sfida a Roland Todd, uno dei migliori medi britannici, imbattuto da tempo e abituato a mettere ko i suo avversari. A confronto il diciannovenne Jacovacci era un debuttante, eppure mise Todd al tappeto quattro volte, ma rimase sbigottito nel vedere l’inglese rialzarsi ogni volta. Confidava troppo nella sua «castagna», così col passar delle riprese e il sopravvenire della stanchezza fu l’esperienza di Todd a decidere il match. Dopo la sconfitta si trasferì a Parigi, dove infilò una serie di 25 vittorie consecutive. Sulla scorta di questi successi nel 1922 torna in Italia sotto le vesti dell’afro-americano Walker per affrontare il campione italiano dei pesi medi, Bruno Frattini, al Teatro Carcano di Milano. esterne161921221603195142_big
Jacovacci non è il primo “nero” a combattere in italia, era stato preceduto dal ligure Pietro Boine che nel 1910 aveva conquistato il primo titolo italiano dei pesi massimi. L’incontro con Frattini finisce con una sconfitta ai punti nonostante la netta superiorità mostrata sul ring. Leone Jacovacci non si arrende, sà di avere pagato il prezzo del colore della sua pelle, e decide così di farsi riconoscere la nazionalità. Considerato da tutti un zio Tom americano, alcune testimonianze raccontano lo stupore nello scoprire il suo slang trasteverino. Durante un combattimento, dimenticando di rivolgersi in inglese al suo secondo, l’apostrofò con uno, «sbrighete, damme l’acqua». La gaffe si ripeté nel corso di una riunione pugilistica alla quella era stato invitato come ospite. Enorme fu lo stupore di chi chiamandolo ancora Jack, gli senti gridare verso un pugile, «c’ai er coraggio de ’na pecora». Nel frattempo Leone torna a Parigi e prosegue la sua carriera inanellando un’impressionante serie di vittorie mentre comincia a circolare la voce, ripresa dalla stampa, che Jacovacci-Walker avesse del sangue italiano. Ma l’avvento del fascismo non facilita per nulla il riconoscimento della sua cittadinanza, apertamente ostacolata dal Pnf che vede in lui la sconfitta delle tesi razzialiste. Uno scontro si apre all’interno della federazione pugilistica italiana tra il consiglio direttivo che estromette Edoardo Mazzia, membro del comitato centro-meridionale che gli aveva consegnato la tessera della federazione. Intanto Jacovacci-Walker è costretto a proseguire la sua carriera all’estero, tra Francia e Argentina. Sconfigge così il neo campione d’Europa Louis Clement, senza per questo poter essere incoronato lui stesso al vertice del pugilato europeo perché privo del riconoscimento della nazionalità italiana. Ormai all’apice del pugilato internazionale viene riportato in italia da uno degli impresari più importanti, Pietro Petroselli. Il «mulatto» sbaraglia tutti e così il 24 giugno del 1928 può sfidare il campione in carica nazionale ed europeo, Mario Bosisio, ritornando al suo nome di battesimo. L’incontro entra nella storia per la sua intensa drammaticità. Jacovacci vince ma da quel momento subisce l’ostracismo di un regime che ha ridicolizzato. La bianca razza fascista non poteva sopportare di prenderle di santa ragione da un «meticcio», considerato alla stregua di una piaga, un esempio di degenerazione e corruzione della purezza della razza. E quando al contrario le sue doti venivano apprezzate, diventava la «belva», il «selvaggio» dalla velocità «belluina».
Leone Jacovacci è morto nel 1983 a Milano, faceva il portiere in un immobile. Nel 1940 era tornato in Francia, per sopravvivere aveva fatto persino il catch.

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Marco Clementi
L’Altro, 27 giugno 2009

A partire dal 9 maggio scorso, quando il capo dello Stato Napolitano ha auspicato la rinuncia alle tesi complottistiche e si è appellato agli studiosi perché facciano luce sulle pagine ancora oscure della recente storia italiana, si è sviluppato un ampio dibattito pubblico al quale hanno preso parte giornalisti, studiosi e storici. Sulle pagine di questo giornale il 17 giugno Vladimiro Satta ne ha ricostruito i passaggi e dunque rimando a quell’articolo per gli approfondimenti. Quello che mi preme riprendere in questo articolo è un aspetto rimasto marginale, e che merita invece di essere approfondito. Si tratta della differenza tra il lavoro dello storico e quello di altra fattura, che comunemente viene chiamata “dietrologia” e che continuerò a indicare in questo modo, non avendo trovato un termine migliore. copj13.aspIl lavoro dello storico si basa sulla ricerca, la lettura, l’interpretazione e la scelta dei documenti, delle fonti primarie, senza le quali non può essere ricostruito alcun avvenimento. In un saggio così preparato, quindi, non si troveranno, se non raramente, espressioni ipotetiche, supposizioni, allusioni; il testo sarà quasi sempre all’indicativo, perché le fonti consultate permettono a chi scrive di avere una chiara visione di quanto va a raccontare. Il ragionamento segue il metodo induttivo. Ovviamente, ciò non significa che ogni libro di storia sia un capolavoro. Come in tutti i settori, esistono anche gli storici mediocri, ma questo è un altro discorso. A differenza dello storico, il lavoro dietrologico normalmente non si preoccupa troppo del riscontro documentale: parte da ipotesi, opera per deduzione e nella narrazione usa spesso il modo condizionale. Anche quando si serve di documenti, solitamente è difficile avere dei riscontri, perché si tratta spesso di documenti poco chiari, incompleti, di dubbia provenienza. La conseguenza principale di tutto ciò è che, mentre il saggio di uno storico produce una “verità storica” finita, che potrà essere smentita o rafforzata alla luce di nuovi documenti, il saggio dietrologico moltiplica le domande di partenza, senza fornire mai una risposta, rimandata regolarmente a un futuro più o meno lontano, quando il “mistero” risultasse finalmente svelato. Il saggio di uno storico, dunque, anche quando è dedicato ad un complotto (per esempio l’assassinio di Kennedy), cerca certezze ed eventualmente rimanda il lettore alla declassificazione dei fondi archivistici per le risposte in sospeso. Quello dietrologico aggiunge nuovi misteri, non svela mai nulla, né è in grado di rimandare il lettore a un futuro certo, perché non sono i fondi d’archivio ad interessarlo. La dietrologia, infatti, non cerca le responsabilità, politiche, amministrative, morali ecc., di un avvenimento, ma il colpevole (o i colpevoli), che fino a quel momento hanno impedito al bravo ricercatore di giungere alla verità (di quale verità si parli, inoltre, resta sempre poco chiaro. La verità storica, per fare un esempio, non è la Verità, ma corrisponde a quanto è possibile ricostruire in un dato momento sulla base delle fonti disponibili).
Prendiamo un esempio ormai divenuto un classico, il caso Moro. Mentre gli storici che se ne sono occupati hanno cercato di capire le posizioni dei vari attori della vicenda, da Moro ai brigatisti, dai partiti politici alle istituzioni, fino al Vaticano, i dietrologi hanno cercato le risposte ad alcuni quesiti, come per esempio: “da chi era composto il comando di via Fani. C’erano degli uomini dei servizi segreti? C’erano uomini della ‘ndrangheta? Erano presenti degli stranieri? In quante prigioni è stato segregato Moro? Chi sapeva della sua prigione e non ha fatto nulla per liberarlo? Perché è fallita la trattativa con il Vaticano? Perché è stato ucciso quando sembrava prossima un’apertura di trattativa? Che ruolo hanno avuto i servizi segreti sovietici e statunitensi? Chi era il misterioso uomo che interrogava l’ostaggio? Dove sono i filmati che ritraggono gli interrogatori?”. cop-br-4-cm
Si tratta, come si può osservare, di domande che potrebbero avere un senso, se si fosse ricostruita già l’intera vicenda. Per esempio, per rispondere all’ultima, si deve essere certi che gli interrogatori furono filmati. Chiedersi se ci fosse la mafia in via Fani significa aver ricostruito la storia delle Br come la storia di un gruppo di sedicenti guerriglieri comunisti, in realtà parte integrante del mondo malavitoso italiano. Interrogarsi sul ruolo dei servizi segreti stranieri significa sapere con certezza che essi hanno operato in modo incisivo nella vicenda al fine di far morire Moro, e non come semplici osservatori. Parlare della trattativa del Vaticano significa aver la certezza che il Vaticano contattò in qualche modo chi teneva Moro. Insomma, ogni domanda di questo genere presupporrebbe la conclusione di una ricerca dettagliata, ma in realtà le domande rappresentano il punto di partenza, non di arrivo. Il risultato finale è che dal 1978 si sono spese molte più parole intorno ai presunti complotti, che non a chiedersi, per esempio, per quale motivo il Pci scelse una determinata linea politica intransigente fin dalle prime ore del rapimento. Perché se molti dirigenti del Pci hanno sempre sostenuto che il compromesso storico fallì a causa del rapimento e del delitto di Aldo Moro (e in questo, per certi versi non hanno torto), è anche vero che Botteghe Oscure, rinunciando a trattare con le Br a prescindere dagli sviluppi della situazione, scelse in modo consapevole di affrontare il rischio che l’ostaggio potesse venire ucciso; scelse, cioè, di provare a tenere in piedi il governo di solidarietà nazionale anche senza Moro. Di fronte a questo, appellarsi al teorema del complotto anticomunista ordito da chi vedeva nella presenza del Pci al governo una pericolosa alterazione degli equilibri di Jalta, appare pretestuoso. Il Pci durante i 55 giorni non si batté con tutte le sue forze per cercare di liberare Moro, ma per mantenere la propria posizione dentro la maggioranza di governo, minacciando di aprire una crisi se la Dc avesse ceduto al ricatto dei brigatisti. Serve un mistero per dedicarsi a questa analisi?

Link
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato

Note a margine di un dibattito infinito

di Vladimiro Satta*

L’Altro, 17 giugno 2009

Un passaggio del discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica lo scorso 9 maggio, in occasione della Giornata della Memoria, ha suscitato una pubblica discussione storiografica tuttora in corso. Napolitano ha definito «fantomatico» il “doppio Stato”, locuzione che fu introdotta nel copj13-1.asppanorama italiano degli studi venti anni fa da Franco De Felice a proposito dei fenomeni eversivi degli anni di piombo e, in seguito, fu replicata con modifiche nelle varianti chiamate “Stato parallelo”, “Stato duale” e simili. In molti casi, il “doppio Stato” e i suoi derivati sono stati raffigurati quali protagonisti di una storia dell’Italia repubblicana vista in termini di sequela di complotti orditi in seno alle istituzioni.
Tra i primi commenti al cenno presidenziale sul «fantomatico doppio Stato» si registra (11 maggio) il plauso di Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della Sera, il quale lo ha salutato come una solenne bocciatura delle connesse teorie cospirative. Battista, nel suo pezzo, ha tratteggiato origini e lineamenti di quella che ha chiamato «misteriologia doppiostatista», ha elencato coloro che a suo avviso ne sono stati i maggiori esponenti e ha prospettato la possibilità che essa vada «in soffitta, almeno come storia ufficiale», se non anche come «fiction». Più sinteticamente e meno trionfalisticamente pure lo storico Giovanni Sabbatucci (Messaggero, 10 maggio) ha ripercorso il cammino della teoria del “doppio Stato” e se ne è augurato il definitivo tramonto. Su Liberazione (30 maggio) un altro storico, Marco Clementi, ha osservato che «uno studioso non può certo accontentarsi di una teoria senza riscontri (…) e i riscontri, per il doppio Stato, mancano», dopo che un redattore del quotidiano, Paolo Persichetti, aveva parlato d’inclinazione delle teorie complottistiche a disinteressarsi delle prove e, anzi, a spacciare le smentite per indizi di ulteriori cospirazioni contro la verità (21 maggio).
Alcuni fautori della tesi “doppiostatista” sono rimasti silenti, mentre altri hanno ribadito pienamente le loro convinzioni (senza pretese di completezza, segnalo: il 12 maggio L. Orlando, intervistato dal Corriere della Sera; il 13 maggio, G. De Lutiis su Liberazione, B. Gravagnuolo e M. Travaglio su Unità, F. Orlando su Europa; il 15 maggio, L. Grimaldi su Liberazione; poi di nuovo Travaglio, dapprima oralmente alla Fiera del Libro a Torino, il 16 maggio, e successivamente in forma scritta su Internet). Altri ancora, infine, hanno preso le distanze in vario modo rispetto alla teoria del “doppio Stato” e all’elenco redatto da Battista (G. Fasanella, lettera al Corriere della Sera, 12 maggio; G. Pellegrino, intervistato pure lui dal Corriere della Sera, 13 maggio; A. Giannuli, Liberazione, 4 giugno). Giannuli, in particolare, ha demolito «il mito» che le sconfitte della sinistra siano imputabili al “doppio Stato”; d’altro lato, asserendo che il “doppio Stato” non è un soggetto bensì «un processo», non è una doppia rete istituzionale mezza legale e mezza no, non è una sorta di cupola politico-criminale, non è la P2 né un servizio segreto misterioso e rinunciando ad attribuirgli il fine di «destabilizzare per stabilizzare» (conclusione che ancora compariva in un suo saggio del 2007), egli in pratica lo ha ridotto ad una mera astrazione priva di ragion d’essere, dai connotati a dir poco evanescenti, la cui identità poggia su un nome che non si addice ad «uno stato di fatto» né ad un «modo duplice di funzionare». Giannuli non ha intenzione di abbandonare del tutto il concetto di “doppio Stato”, ma arrivati a questo punto sarebbe più consequenziale farlo e guardare avanti.
Qualcuno ha protestato contro Battista interpretando la sua soddisfazione alla stregua di un anatema contro i teorici del complottismo “doppiostatista” e leggendo le sue indicazioni nominative alla stregua di liste di proscrizione, perciò è bene puntualizzare che la libertà di continuare a pensarla diversamente dal Capo dello Stato, dal vicedirettore del Corriere della Sera o da chiunque altro non è minimamente in questione. E guai se lo fosse. Le critiche altrui possono dispiacere ed alle volte essere sommarie o ingiuste, ma non vanno dipinte come intimidatorie quando non lo sono, anche perché così facendo si renderebbe impossibile il sano confronto tra opinioni diverse. Fare nomi, di per sé, non equivale a stilare liste di proscrizione e anzi ha due pregi: offre ai lettori riferimenti utili per approfondire (se lo desiderano) e consente di  dare a ciascuno il suo. A condizione, beninteso, di non commettere errori nell’attribuzione delle rispettive posizioni.
copj13.aspL’articolo di Battista tanto deprecato dai teorici della cospirazione contiene qualche inesattezza e tende ad appiattire le differenze tra i personaggi che cita: per fare un paio di esempi, Fasanella non fu consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta su terrorismo e stragi, e la linea di Giannuli diverge sensibilmente dallo schema iniziale di De Felice. Inoltre, l’articolo ha il difetto di non spiegare perché il giornalista concordi con Napolitano e dissenta dai teorici del “doppio Stato”.
Dal canto mio, avendo in passato criticato estesamente le teorie del “doppio Stato” e simili, mi rallegro della dichiarazione del Quirinale. Trovo altresì opportuno che il Presidente abbia soggiunto: «per quante ombre abbiano potuto pesare sulla ricerca condotta in sede giudiziaria e per quante riserve si possano nutrire sulle conclusioni da tempo raggiunte, non si possono gettare indiscriminati e ingiusti sospetti sull’operato di quanti indagarono e in particolare sull’operato della magistratura, esplicatosi in molteplici istanze e gradi di giudizio». Non si dimentichino i successi, dunque, non si dia per scontato che tutti gli sbagli fossero dolosi, e si consideri che un conto è avere decenni per riflettere giovandosi del lavoro pregresso compiuto da inquirenti, tribunali, commissioni di inchiesta, studiosi e via dicendo, mentre altro conto è agire sul momento, magari con urgenza.
E’ dolorosamente vero che le conoscenze sullo stragismo sono tuttora alquanto lacunose e che il disastro aereo di Ustica nel quale perirono 81 persone è addirittura un mistero, essendo certo solo che non si trattò di guasto ai motori né di cedimento strutturale. Ma le istanze di più verità e più giustizia non si appagano con le fantasie. Il discorso complessivo sulla condotta dello Stato di fronte agli attacchi piovuti da destra e da sinistra dalla fine degli anni Sessanta agli Ottanta, la quale presenta luci ed ombre, va impostato partendo da un quadro della situazione che esamini contestualmente le forze attaccanti e gli strumenti di contrasto disponibili.
In Italia le offensive eversive furono, per ampiezza e articolazione, superiori agli analoghi fenomeni occorsi in altri Paesi democratici. Lo stragismo neo-nazifascista, il terrorismo rosso e lo spontaneismo armato nero furono prodotti genuini degli ambienti più estremisti della società italiana di allora. Sebbene parzialmente concomitanti, essi non formarono un blocco unico né si allearono fra loro. Sul versante statale, i primi tempi furono caratterizzati da impreparazione degli apparati –che erano strutturati prevalentemente in funzione di controllo dell’ordine pubblico, un altro fronte caldo- e arretratezza della normativa, che per inerzia del legislatore si protrassero fino alla metà del 1974; seguì una seconda fase, da metà del 1974 ai primi del 1978, segnata da interventi rilevanti ma ondivaghi, per certi aspetti persino contraddittori e, comunque, non sempre positivi nel breve termine, che interessarono sia l’assetto degli apparati repressivi, sia la normativa su ordine pubblico, libertà dei cittadini e relative garanzie; una terza ed ultima fase si aprì dopo la pesante sconfitta militare patita in occasione della vicenda Moro, allorché lo Stato seppe risalire la china e maturò la sua vittoria definitiva grazie al concorso di molteplici fattori, fra i quali la ricostituzione in versione rafforzata dei nuclei antiterrorismo dei Carabinieri al comando di Carlo Alberto dalla Chiesa e la legislazione che incoraggiò il cosiddetto pentitismo. L’emergenza eversiva legittimò norme e trattamenti giuridici di eccezione a difesa dell’ordine pubblico e della sicurezza che, tuttavia, non compromisero la libertà di espressione, il pluralismo politico e lo svolgimento di libere elezioni, una triade che rappresenta l’essenza delle democrazie. Anzi, i metodi con i quali l’Italia riuscì a debellare gli eversori furono più morbidi che in altri Paesi.
Passando ad analisi differenziate dei risultati conseguiti contro i nemici di turno, si nota che furono diseguali: maggiori contro il terrorismo rosso e contro lo spontaneismo armato nero, minori contro lo stragismo, un po’ perché quest’ultimo era più sfuggente, e un po’ perché esso talvolta usufruì di protezioni, attestate da episodi di slealtà degli apparati nei confronti della magistratura inquirente. Si trattò di favoreggiamenti a posteriori che, quantunque intrinsecamente gravi, non equivalgono a responsabilità dirette né a complicità nell’ideazione, preparazione o esecuzione degli attentati. Il Sid, quando nel 1973 negò alla magistratura le informazioni sul Giannettini da essa richieste, travalicò le comprensibili esigenze di copertura del suo collaboratore, i cui legami con il Servizio furono poi rivelati dal Ministro della Difesa Andreotti nel 1974. De Lutiis, nel 1997, scrisse che l’iniziale copertura del Giannettini, a suo avviso avallata dai politici, dipese dal fatto che «nell’attuazione dell’eccidio [di Piazza Fontana] era in qualche modo coinvolto un settore istituzionale dello Stato e dunque un possibile esecutore o intermediario non poteva essere abbandonato, rischiandosi in tal caso il disvelamento dell’intera catena di comando della strage». Se fosse stato così, però, non si capirebbe perché nel 1974 Andreotti abbia rovesciato la decisione di un anno prima. E’ più ragionevole supporre che, seppure tardivamente, l’opportunità di collaborare alle indagini su un crimine quale la bomba di Piazza Fontana abbia finalmente prevalso sulla tutela di una fonte del Servizio. In questo e negli altri casi del genere non ravviso le catene di comando dirette dalla Nato evocate da De Lutiis su Liberazione, e non le ravvisò neppure la magistratura che respinse le corrispondenti ipotesi in sede giudiziaria.
Comunque, lo stragismo cessò più per il fallimento dei propri obiettivi politici e per lo scioglimento del Movimento Politico Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale che per l’azione di contrasto svolta da forze di polizia e servizi segreti.
Concludo associandomi a Fassino e a Tranfaglia (cfr. Ansa e varie) nel dire che la gestione del Ministero dell’Interno negli anni Novanta da parte di Napolitano non merita il biasimo di Travaglio. L’attuale Presidente, all’epoca, diede piena collaborazione alla magistratura e alla Commissione Stragi, adoperandosi per recuperare e fornire tutta la documentazione possibile. Per quanto riguarda la Stragi valgano gli apprezzamenti tributati a Napolitano di cui è rimasta traccia nei resoconti e nelle relazioni periodiche sull’attività della Commissione.

* Documentarista della ex-Commissione Stragi

 

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