Stato e dietrologia

Perché le teorie del complotto e la dietrologia sono una antistoria

Marco Clementi
L’Altro, 27 giugno 2009

A partire dal 9 maggio scorso, quando il capo dello Stato Napolitano ha auspicato la rinuncia alle tesi complottistiche e si è appellato agli studiosi perché facciano luce sulle pagine ancora oscure della recente storia italiana, si è sviluppato un ampio dibattito pubblico al quale hanno preso parte giornalisti, studiosi e storici. Sulle pagine di questo giornale il 17 giugno Vladimiro Satta ne ha ricostruito i passaggi e dunque rimando a quell’articolo per gli approfondimenti. Quello che mi preme riprendere in questo articolo è un aspetto rimasto marginale, e che merita invece di essere approfondito. Si tratta della differenza tra il lavoro dello storico e quello di altra fattura, che comunemente viene chiamata “dietrologia” e che continuerò a indicare in questo modo, non avendo trovato un termine migliore. copj13.aspIl lavoro dello storico si basa sulla ricerca, la lettura, l’interpretazione e la scelta dei documenti, delle fonti primarie, senza le quali non può essere ricostruito alcun avvenimento. In un saggio così preparato, quindi, non si troveranno, se non raramente, espressioni ipotetiche, supposizioni, allusioni; il testo sarà quasi sempre all’indicativo, perché le fonti consultate permettono a chi scrive di avere una chiara visione di quanto va a raccontare. Il ragionamento segue il metodo induttivo. Ovviamente, ciò non significa che ogni libro di storia sia un capolavoro. Come in tutti i settori, esistono anche gli storici mediocri, ma questo è un altro discorso. A differenza dello storico, il lavoro dietrologico normalmente non si preoccupa troppo del riscontro documentale: parte da ipotesi, opera per deduzione e nella narrazione usa spesso il modo condizionale. Anche quando si serve di documenti, solitamente è difficile avere dei riscontri, perché si tratta spesso di documenti poco chiari, incompleti, di dubbia provenienza. La conseguenza principale di tutto ciò è che, mentre il saggio di uno storico produce una “verità storica” finita, che potrà essere smentita o rafforzata alla luce di nuovi documenti, il saggio dietrologico moltiplica le domande di partenza, senza fornire mai una risposta, rimandata regolarmente a un futuro più o meno lontano, quando il “mistero” risultasse finalmente svelato. Il saggio di uno storico, dunque, anche quando è dedicato ad un complotto (per esempio l’assassinio di Kennedy), cerca certezze ed eventualmente rimanda il lettore alla declassificazione dei fondi archivistici per le risposte in sospeso. Quello dietrologico aggiunge nuovi misteri, non svela mai nulla, né è in grado di rimandare il lettore a un futuro certo, perché non sono i fondi d’archivio ad interessarlo. La dietrologia, infatti, non cerca le responsabilità, politiche, amministrative, morali ecc., di un avvenimento, ma il colpevole (o i colpevoli), che fino a quel momento hanno impedito al bravo ricercatore di giungere alla verità (di quale verità si parli, inoltre, resta sempre poco chiaro. La verità storica, per fare un esempio, non è la Verità, ma corrisponde a quanto è possibile ricostruire in un dato momento sulla base delle fonti disponibili).
Prendiamo un esempio ormai divenuto un classico, il caso Moro. Mentre gli storici che se ne sono occupati hanno cercato di capire le posizioni dei vari attori della vicenda, da Moro ai brigatisti, dai partiti politici alle istituzioni, fino al Vaticano, i dietrologi hanno cercato le risposte ad alcuni quesiti, come per esempio: “da chi era composto il comando di via Fani. C’erano degli uomini dei servizi segreti? C’erano uomini della ‘ndrangheta? Erano presenti degli stranieri? In quante prigioni è stato segregato Moro? Chi sapeva della sua prigione e non ha fatto nulla per liberarlo? Perché è fallita la trattativa con il Vaticano? Perché è stato ucciso quando sembrava prossima un’apertura di trattativa? Che ruolo hanno avuto i servizi segreti sovietici e statunitensi? Chi era il misterioso uomo che interrogava l’ostaggio? Dove sono i filmati che ritraggono gli interrogatori?”. cop-br-4-cm
Si tratta, come si può osservare, di domande che potrebbero avere un senso, se si fosse ricostruita già l’intera vicenda. Per esempio, per rispondere all’ultima, si deve essere certi che gli interrogatori furono filmati. Chiedersi se ci fosse la mafia in via Fani significa aver ricostruito la storia delle Br come la storia di un gruppo di sedicenti guerriglieri comunisti, in realtà parte integrante del mondo malavitoso italiano. Interrogarsi sul ruolo dei servizi segreti stranieri significa sapere con certezza che essi hanno operato in modo incisivo nella vicenda al fine di far morire Moro, e non come semplici osservatori. Parlare della trattativa del Vaticano significa aver la certezza che il Vaticano contattò in qualche modo chi teneva Moro. Insomma, ogni domanda di questo genere presupporrebbe la conclusione di una ricerca dettagliata, ma in realtà le domande rappresentano il punto di partenza, non di arrivo. Il risultato finale è che dal 1978 si sono spese molte più parole intorno ai presunti complotti, che non a chiedersi, per esempio, per quale motivo il Pci scelse una determinata linea politica intransigente fin dalle prime ore del rapimento. Perché se molti dirigenti del Pci hanno sempre sostenuto che il compromesso storico fallì a causa del rapimento e del delitto di Aldo Moro (e in questo, per certi versi non hanno torto), è anche vero che Botteghe Oscure, rinunciando a trattare con le Br a prescindere dagli sviluppi della situazione, scelse in modo consapevole di affrontare il rischio che l’ostaggio potesse venire ucciso; scelse, cioè, di provare a tenere in piedi il governo di solidarietà nazionale anche senza Moro. Di fronte a questo, appellarsi al teorema del complotto anticomunista ordito da chi vedeva nella presenza del Pci al governo una pericolosa alterazione degli equilibri di Jalta, appare pretestuoso. Il Pci durante i 55 giorni non si batté con tutte le sue forze per cercare di liberare Moro, ma per mantenere la propria posizione dentro la maggioranza di governo, minacciando di aprire una crisi se la Dc avesse ceduto al ricatto dei brigatisti. Serve un mistero per dedicarsi a questa analisi?

Link
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato

Note a margine di un dibattito infinito

di Vladimiro Satta*

L’Altro, 17 giugno 2009

Un passaggio del discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica lo scorso 9 maggio, in occasione della Giornata della Memoria, ha suscitato una pubblica discussione storiografica tuttora in corso. Napolitano ha definito «fantomatico» il “doppio Stato”, locuzione che fu introdotta nel copj13-1.asppanorama italiano degli studi venti anni fa da Franco De Felice a proposito dei fenomeni eversivi degli anni di piombo e, in seguito, fu replicata con modifiche nelle varianti chiamate “Stato parallelo”, “Stato duale” e simili. In molti casi, il “doppio Stato” e i suoi derivati sono stati raffigurati quali protagonisti di una storia dell’Italia repubblicana vista in termini di sequela di complotti orditi in seno alle istituzioni.
Tra i primi commenti al cenno presidenziale sul «fantomatico doppio Stato» si registra (11 maggio) il plauso di Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della Sera, il quale lo ha salutato come una solenne bocciatura delle connesse teorie cospirative. Battista, nel suo pezzo, ha tratteggiato origini e lineamenti di quella che ha chiamato «misteriologia doppiostatista», ha elencato coloro che a suo avviso ne sono stati i maggiori esponenti e ha prospettato la possibilità che essa vada «in soffitta, almeno come storia ufficiale», se non anche come «fiction». Più sinteticamente e meno trionfalisticamente pure lo storico Giovanni Sabbatucci (Messaggero, 10 maggio) ha ripercorso il cammino della teoria del “doppio Stato” e se ne è augurato il definitivo tramonto. Su Liberazione (30 maggio) un altro storico, Marco Clementi, ha osservato che «uno studioso non può certo accontentarsi di una teoria senza riscontri (…) e i riscontri, per il doppio Stato, mancano», dopo che un redattore del quotidiano, Paolo Persichetti, aveva parlato d’inclinazione delle teorie complottistiche a disinteressarsi delle prove e, anzi, a spacciare le smentite per indizi di ulteriori cospirazioni contro la verità (21 maggio).
Alcuni fautori della tesi “doppiostatista” sono rimasti silenti, mentre altri hanno ribadito pienamente le loro convinzioni (senza pretese di completezza, segnalo: il 12 maggio L. Orlando, intervistato dal Corriere della Sera; il 13 maggio, G. De Lutiis su Liberazione, B. Gravagnuolo e M. Travaglio su Unità, F. Orlando su Europa; il 15 maggio, L. Grimaldi su Liberazione; poi di nuovo Travaglio, dapprima oralmente alla Fiera del Libro a Torino, il 16 maggio, e successivamente in forma scritta su Internet). Altri ancora, infine, hanno preso le distanze in vario modo rispetto alla teoria del “doppio Stato” e all’elenco redatto da Battista (G. Fasanella, lettera al Corriere della Sera, 12 maggio; G. Pellegrino, intervistato pure lui dal Corriere della Sera, 13 maggio; A. Giannuli, Liberazione, 4 giugno). Giannuli, in particolare, ha demolito «il mito» che le sconfitte della sinistra siano imputabili al “doppio Stato”; d’altro lato, asserendo che il “doppio Stato” non è un soggetto bensì «un processo», non è una doppia rete istituzionale mezza legale e mezza no, non è una sorta di cupola politico-criminale, non è la P2 né un servizio segreto misterioso e rinunciando ad attribuirgli il fine di «destabilizzare per stabilizzare» (conclusione che ancora compariva in un suo saggio del 2007), egli in pratica lo ha ridotto ad una mera astrazione priva di ragion d’essere, dai connotati a dir poco evanescenti, la cui identità poggia su un nome che non si addice ad «uno stato di fatto» né ad un «modo duplice di funzionare». Giannuli non ha intenzione di abbandonare del tutto il concetto di “doppio Stato”, ma arrivati a questo punto sarebbe più consequenziale farlo e guardare avanti.
Qualcuno ha protestato contro Battista interpretando la sua soddisfazione alla stregua di un anatema contro i teorici del complottismo “doppiostatista” e leggendo le sue indicazioni nominative alla stregua di liste di proscrizione, perciò è bene puntualizzare che la libertà di continuare a pensarla diversamente dal Capo dello Stato, dal vicedirettore del Corriere della Sera o da chiunque altro non è minimamente in questione. E guai se lo fosse. Le critiche altrui possono dispiacere ed alle volte essere sommarie o ingiuste, ma non vanno dipinte come intimidatorie quando non lo sono, anche perché così facendo si renderebbe impossibile il sano confronto tra opinioni diverse. Fare nomi, di per sé, non equivale a stilare liste di proscrizione e anzi ha due pregi: offre ai lettori riferimenti utili per approfondire (se lo desiderano) e consente di  dare a ciascuno il suo. A condizione, beninteso, di non commettere errori nell’attribuzione delle rispettive posizioni.
copj13.aspL’articolo di Battista tanto deprecato dai teorici della cospirazione contiene qualche inesattezza e tende ad appiattire le differenze tra i personaggi che cita: per fare un paio di esempi, Fasanella non fu consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta su terrorismo e stragi, e la linea di Giannuli diverge sensibilmente dallo schema iniziale di De Felice. Inoltre, l’articolo ha il difetto di non spiegare perché il giornalista concordi con Napolitano e dissenta dai teorici del “doppio Stato”.
Dal canto mio, avendo in passato criticato estesamente le teorie del “doppio Stato” e simili, mi rallegro della dichiarazione del Quirinale. Trovo altresì opportuno che il Presidente abbia soggiunto: «per quante ombre abbiano potuto pesare sulla ricerca condotta in sede giudiziaria e per quante riserve si possano nutrire sulle conclusioni da tempo raggiunte, non si possono gettare indiscriminati e ingiusti sospetti sull’operato di quanti indagarono e in particolare sull’operato della magistratura, esplicatosi in molteplici istanze e gradi di giudizio». Non si dimentichino i successi, dunque, non si dia per scontato che tutti gli sbagli fossero dolosi, e si consideri che un conto è avere decenni per riflettere giovandosi del lavoro pregresso compiuto da inquirenti, tribunali, commissioni di inchiesta, studiosi e via dicendo, mentre altro conto è agire sul momento, magari con urgenza.
E’ dolorosamente vero che le conoscenze sullo stragismo sono tuttora alquanto lacunose e che il disastro aereo di Ustica nel quale perirono 81 persone è addirittura un mistero, essendo certo solo che non si trattò di guasto ai motori né di cedimento strutturale. Ma le istanze di più verità e più giustizia non si appagano con le fantasie. Il discorso complessivo sulla condotta dello Stato di fronte agli attacchi piovuti da destra e da sinistra dalla fine degli anni Sessanta agli Ottanta, la quale presenta luci ed ombre, va impostato partendo da un quadro della situazione che esamini contestualmente le forze attaccanti e gli strumenti di contrasto disponibili.
In Italia le offensive eversive furono, per ampiezza e articolazione, superiori agli analoghi fenomeni occorsi in altri Paesi democratici. Lo stragismo neo-nazifascista, il terrorismo rosso e lo spontaneismo armato nero furono prodotti genuini degli ambienti più estremisti della società italiana di allora. Sebbene parzialmente concomitanti, essi non formarono un blocco unico né si allearono fra loro. Sul versante statale, i primi tempi furono caratterizzati da impreparazione degli apparati –che erano strutturati prevalentemente in funzione di controllo dell’ordine pubblico, un altro fronte caldo- e arretratezza della normativa, che per inerzia del legislatore si protrassero fino alla metà del 1974; seguì una seconda fase, da metà del 1974 ai primi del 1978, segnata da interventi rilevanti ma ondivaghi, per certi aspetti persino contraddittori e, comunque, non sempre positivi nel breve termine, che interessarono sia l’assetto degli apparati repressivi, sia la normativa su ordine pubblico, libertà dei cittadini e relative garanzie; una terza ed ultima fase si aprì dopo la pesante sconfitta militare patita in occasione della vicenda Moro, allorché lo Stato seppe risalire la china e maturò la sua vittoria definitiva grazie al concorso di molteplici fattori, fra i quali la ricostituzione in versione rafforzata dei nuclei antiterrorismo dei Carabinieri al comando di Carlo Alberto dalla Chiesa e la legislazione che incoraggiò il cosiddetto pentitismo. L’emergenza eversiva legittimò norme e trattamenti giuridici di eccezione a difesa dell’ordine pubblico e della sicurezza che, tuttavia, non compromisero la libertà di espressione, il pluralismo politico e lo svolgimento di libere elezioni, una triade che rappresenta l’essenza delle democrazie. Anzi, i metodi con i quali l’Italia riuscì a debellare gli eversori furono più morbidi che in altri Paesi.
Passando ad analisi differenziate dei risultati conseguiti contro i nemici di turno, si nota che furono diseguali: maggiori contro il terrorismo rosso e contro lo spontaneismo armato nero, minori contro lo stragismo, un po’ perché quest’ultimo era più sfuggente, e un po’ perché esso talvolta usufruì di protezioni, attestate da episodi di slealtà degli apparati nei confronti della magistratura inquirente. Si trattò di favoreggiamenti a posteriori che, quantunque intrinsecamente gravi, non equivalgono a responsabilità dirette né a complicità nell’ideazione, preparazione o esecuzione degli attentati. Il Sid, quando nel 1973 negò alla magistratura le informazioni sul Giannettini da essa richieste, travalicò le comprensibili esigenze di copertura del suo collaboratore, i cui legami con il Servizio furono poi rivelati dal Ministro della Difesa Andreotti nel 1974. De Lutiis, nel 1997, scrisse che l’iniziale copertura del Giannettini, a suo avviso avallata dai politici, dipese dal fatto che «nell’attuazione dell’eccidio [di Piazza Fontana] era in qualche modo coinvolto un settore istituzionale dello Stato e dunque un possibile esecutore o intermediario non poteva essere abbandonato, rischiandosi in tal caso il disvelamento dell’intera catena di comando della strage». Se fosse stato così, però, non si capirebbe perché nel 1974 Andreotti abbia rovesciato la decisione di un anno prima. E’ più ragionevole supporre che, seppure tardivamente, l’opportunità di collaborare alle indagini su un crimine quale la bomba di Piazza Fontana abbia finalmente prevalso sulla tutela di una fonte del Servizio. In questo e negli altri casi del genere non ravviso le catene di comando dirette dalla Nato evocate da De Lutiis su Liberazione, e non le ravvisò neppure la magistratura che respinse le corrispondenti ipotesi in sede giudiziaria.
Comunque, lo stragismo cessò più per il fallimento dei propri obiettivi politici e per lo scioglimento del Movimento Politico Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale che per l’azione di contrasto svolta da forze di polizia e servizi segreti.
Concludo associandomi a Fassino e a Tranfaglia (cfr. Ansa e varie) nel dire che la gestione del Ministero dell’Interno negli anni Novanta da parte di Napolitano non merita il biasimo di Travaglio. L’attuale Presidente, all’epoca, diede piena collaborazione alla magistratura e alla Commissione Stragi, adoperandosi per recuperare e fornire tutta la documentazione possibile. Per quanto riguarda la Stragi valgano gli apprezzamenti tributati a Napolitano di cui è rimasta traccia nei resoconti e nelle relazioni periodiche sull’attività della Commissione.

* Documentarista della ex-Commissione Stragi

 

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Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti

La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

 

 

 

Stato di eccezione giudiziario: il caso italiano

L’emergenza politico-giudiziaria italiana

scontri

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L’exception permanente
Agamben, Lo Stato d’eccezione
Tolleranza zero: estensione dell’infrazione di terrorismo e nuovo spazio giudiziario europeo
La giudiziarizzazione dell’eccezione 2
Il caso italiano, lo Stato di eccezione giudiziario
Agamben, Europe des libertes ou europe des polices?

Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu

La fine dell’asilo politico
Garapon, L’utopia moralizzatrice della giustizia internazionale
Carcere, gli spettri del 41-bis
Dopo la legge Gozzini tocca al 41-bis, giro di vite sui detenuti
Tarso Gendro, “l’Italia è ancora chiusa negli anni di piombo”
Brasile, stralci della decisione del ministro della giustizia Tarso Gendro

Storia e giornate della memoria

Gli equiparatori, una ne fanno e cento ne pensano

Marco Clementi*
11 maggio 2009

Il 9 maggio è il giorno della memoria delle vittime del terrorismo in Italia. Di tutte le vittime, senza distinzione di matrice, tipologia di attentato, obiettivo. Per l’occasione, la vedova Pinelli è stata invitata al Quirinale, dove ha incontrato la vedova Calabresi e la vedova Tobagi (“il giornalista ucciso dalle Br”, secondo Il Sole24ore). 
L’iperbole è complessa, ma va analizzata e spiegata. Da tempo, ormai, il calendario italiano si è riempito di giorni della memoria e da tempo si cerca di far passare tacitamente che la memoria e la storia siano coincidenti, anzi, che la memoria abbia maggiore dignità della storia. Forse perché la memoria appartiene alle vittime, mentre la storia ai vincitori. In realtà non è così. La memoria appartiene alla sfera privata, mentre la storia è pubblica. La memoria non si può verificare, mentre la storia attende il riscontro di altri studiosi. La memoria non sostituisce la storia, né si affianca ad essa, ma le offre delle fonti, tutte da verificare. Non vale di più della firma di un ambasciatore sotto a una nota scritta per il suo ministero. Solo in un contesto di memoria può avere luogo un incontro tra la vedova Pinelli e la vedova Calabresi. Perché nella memoria si perdono i ruoli e Pinelli e Calabresi sono visti semplicemente come vittime. Nella storia, però, è ben chiaro che Pinelli è stato ucciso alla Questura di Milano e che solo dopo alcuni anni da quella morte qualcuno ha sparato a Calabresi. Non sono due vittime sullo stesso piano. L’assassinio di Pinelli è stato perpetrato all’interno di una struttura dello Stato nel corso di un’indagine surreale sulla prima strage di Stato fatta in Italia. Pinelli è un martire della libertà e una vittima di quella strage. Calabresi è, per l’appunto, un servitore di quello Stato e non è morto per la nostra libertà. Il suo assassinio rientra in un contesto diverso e qualcuno che potrebbe spiegarcelo non vuole farlo. Nella storia, due vedove non si incontrano, e per la storia non sono state le Br ad uccidere Tobagi.

*Storico

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Link sul paradigma vittimario
Giovanni De Luna: “Serve un nuovo patto memoriale che superi la centralità delle vittime”
Paradigma vittimario e giustizia internazionale
Quando la memoria uccide la ricerca storica
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Una storia politica dell’amnistia
Storia e giornate della memoria
Per amore della storia lasciate parlare gli ex brigatisti
Sabina Rossa: “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari

La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori

E il Quirinale affondò l’ideologia del “doppio Stato”

Pierluigi  Battista
Corriere Sera 11 maggio 2009

Storici, politologi, politici, giornalisti, memorialisti, avevano trovato in una formula enigmatica come il «Doppio Stato» (uno ufficiale e democratico, l’altro, occulto e «criminale») la chiave per svelare ogni segreto. Il Presidente della Repubblica ha richiamato al dovere di sciogliere i misteri, liberandosi però della misteriologia superstiziosa, del racconto cospirazionista della storia italiana; di rischiarare tutte le oscurità sulle stragi, senza mettere sotto accusa come «falsa» l’intera democrazia italiana. «Fantomatico», dice perentorio il capo dello Stato. Fantomatico il «Doppio Stato», fantomatici i ghirigori storiografici sul Doppio Stato, fantomatico il «doppiostatismo» inteso come ideologia, racconto cospirazionista della storia italiana, la dietrologia come chiave onnicomprensiva delle vicende d’ Italia. Il presidente della Repubblica ha richiamato al dovere di sciogliere i misteri, liberandosi però della misteriologia superstiziosa. Di rischiarare senza tutte le oscurità sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia, a cominciare da quella di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969, ma non di mettere sotto accusa come «falsa» l’intera democrazia italiana. E lo ha detto avendo accanto Gemma Calabresi e Licia Pinelli. Per chiudere un capitolo di lutti e tragedie. E con esso anche la sua posticcia sovrastruttura retorica: il «doppiostatismo», appunto. Storici, politologi, politici, giornalisti, memorialisti avevano trovato in quella formula all’ apparenza così enigmatica – il «Doppio Stato» – la chiave universale per svelare ogni segreto. Dicevano che la storia italiana repubblicana, tutt’ intera la storia italiana repubblicana, era fatta di due piani. Uno ufficiale e formale, vestito con i panni della democrazia. L’altro, occulto, inconfessabile e «criminale» nella sua essenza. Uno popolato di burattini che mimavano i riti della democrazia: le elezioni, il discorso pubblico, i partiti, la lotta politica. L’altro manovrato dai burattinai che faceva la vera politica con le armi sporche delle stragi, del terrorismo, della corruzione sistematica, della criminalità organizzata. Uno apparentemente autoctono e nazionale. L’altro di matrice internazionale. E quando si diceva internazionale, si diceva l’ America, la Cia. Da sempre e per sempre, con o senza guerra fredda.
La nozione di «Doppio Stato» ha una storia nobile. Risale alla descrizione che Ernst Fraenkel, interpretato in Italia da Norberto Bobbio, aveva fatto della dittatura nazionalsocialista costruita da Hitler. Sul piano accademico, si era avvalsa verso la fine degli anni Ottanta di una rimodulazione erudita per opera di Franco De Felice, uno degli intellettuali più brillanti e versatili che gravitavano attorno all’Istituto Gramsci, la prestigiosa fondazione culturale destinata a una funzione tutt’altro che secondaria soprattutto ai tempi del Pci, ma anche dopo lo scioglimento del partito-madre. Ma sul piano emotivo la narrazione doppiopesista prende forma e coraggio con la celeberrima formula della «strage di Stato», con l’ opuscolo che all’ indomani dell’ eccidio di Piazza Fontana indica al «movimento» la controstoria, non solo la controinchiesta, di quelle bombe che inaugurarono la stagione cruenta della «strategia della tensione»: la certezza che la strage non solo non fosse opera degli anarchici di Valpreda, ma che fosse maturata nel sottoscala torbido dei servizi di sicurezza dello Stato sleali, dei vertici militari in combutta con parti del potere politico, manovrati dal partito «amerikano» e coadiuvati per l’ esecuzione materiale del loro disegno criminoso dalla manovalanza dell’ estremismo fascista e neofascista, adibita alla messa in atto della strategia stragista e adusa all’ infiltrazione della parte più vulnerabile dell’ estremismo di sinistra. Lo spaventoso tributo di sangue pagato dall’ Italia colpita dalle stragi che seguirono quella di Piazza Fontana e soprattutto la palude giudiziaria in cui, tra omertà, reticenze, depistaggi, si impantanarono i processi chiamati a identificare i responsabili di quei massacri, resero la rappresentazione del «doppio Stato» una figura sempre più malleabile e multiuso. Dal terrorismo delle Brigate Rosse («sedicenti» si diceva, proprio perché manovrate dalla parte occulta e «deviata» dello Stato) alla P2, dagli scandali economici (il petrolio) e bancari fino alla grande fioritura della stagione antimafia, tutto divenne materia dei sacerdoti della nuova dottrina del «doppiostatismo». Politicamente se ne fece interprete soprattutto Luciano Violante, l’ ex magistrato e poi presidente della Commissione parlamentare antimafia ai tempi dell’ incriminazione di Andreotti che in anni recenti deplorò la visione «distorta», esageratamente dietrologica di chi riduceva l’ intera storia politica italiana a un romanzo criminale. La Rete di Leoluca Orlando fece del «doppiostatismo» addirittura il credo ufficiale. Tra gli storici più impegnati in una rilettura doppiostatista si segnalarono Nicola Tranfaglia e Paul Ginsborg. Ex politici e studiosi di diritto come Sergio Flamini e Giuseppe De Lutiis diedero vita a una copiosa produzione di libri a sostegno della battaglia contro il tentacolare «doppio Stato». Eredi e continuatori della nobile schiatta di giornalisti detti «pistaroli» per il loro diuturno esercizio di smascheramento delle «piste» segrete che a loro dire avrebbero condotto all’ individuazione dei mandanti e degli esecutori delle stragi e del terrore, si infoltirono le schiere di pubblicisti e ricercatori che prestavano la loro opera di consulenza per le commissioni parlamentari sui «misteri d’ Italia», da Aldo Giannuli ai fratelli Cipriani, da Giovanni Fasanella a Sandro Provvisionato ai tanti altri impegnati a sinistra, da Dimitri Buffa e Nicola Rao, meglio collocati a destra. Fino a lambire la letteratura noir e la fiction politica, come nel caso dello scrittore Carlo Lucarelli. Il «doppiostatismo» si trasformò in una ricostruzione narrativamente avvincente della «vera storia d’ Italia». Immancabilmente partiva, come origine di ogni nefandezza occulta, dal patto («fantomatico», secondo la definizione del capo dello Stato) tra americani e mafia ai tempi dello sbarco alleato in Sicilia. Si snodava attraverso l’ eccidio di Portella della Ginestra. Si sovrapponeva a ogni passaggio oscuro della storia nazionale, dalla morte di Mattei al tentato golpe di Junio Valerio Borghese, al Piano di Rinascita nazionale di Licio Gelli. Si adornava di un lessico formalizzato («terzo livello», «mandanti a volto coperto», «spezzoni deviati» della magistratura, della massoneria, della politica eccetera). La misteriologia doppiostatista ora rischia di andare in soffitta, almeno come storia ufficiale. Come fiction, è un po’ meno sicuro. La scheda L’origine del termine La nozione di «Doppio Stato» risale alla descrizione che il politologo tedesco Ernst Fraenkel aveva fatto della dittatura nazionalsocialista costruita da Adolf Hitler (sopra nella foto). Tale nozione, in Italia è stata interpretata da Norberto Bobbio, e, sul piano accademico, è stata rimodulata per opera di Franco De Felice dell’ Istituto Gramsci Le parole di Napolitano Il presidente Giorgio Napolitano, in occasione del Giorno della memoria, a proposito delle verità mancanti sulle stragi ha osservato: «Il nostro Stato democratico, proprio perché è sempre rimasto uno Stato democratico, e in esso abbiamo sempre vissuto, non in un fantomatico “doppio Stato”, porta su di sé questo peso».

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Strage di Bologna: la montatura della pista palestinese

Abu Saleh e i lanciamissili di Ortona
da http://www.arabmonitor.info

Amman, marzo 2009 – Abu Saleh, cittadino giordano, ora imprenditore, nel 1979 viveva in Italia e studiava all’Università di Bologna. Il 7 novembre di trent’anni fa era ad Ortona: doveva imbarcare per il Libano due lanciamissili Strela di fabbricazione sovietica destinati al Fronte popolare per la liberazione della Palestina, di cui faceva parte.
Abu Saleh si fece aiutare da Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Giuseppe Nieri, i quali, all’oscuro della natura del carico, si prestarono a portare ad Ortona la cassa contenente i lanciamissili. Vennero tutti arrestati e condannati. Da qualche tempo quell’episodio viene periodicamente rievocato in Italia per tentare di collegarlo all’attentato di Bologna del 2 agosto 1980 e cercare di capire che tipo di legami esistessero all’epoca tra gli apparati dei servizi di sicurezza italiani e la resistenza palestinese. Arabmonitor ne ha parlato con lo stesso Abu Saleh.
Si dice che negli anni Settanta-Ottanta ci fosse un’intesa tra le autorità italiane e le organizzazioni palestinesi, perché l’Italia venisse risparmiata da operazioni palestinesi in cambio del libero transito di armi via Italia destinate appunto ai palestinesi.
“Io posso dire che c’era effettivamente un accordo ed era tra l’Italia e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Fu raggiunto tramite il Sismi, di cui il colonnello Stefano Giovannone, a Beirut, era il garante. Non era un accordo scritto, ma un’intesa sulla parola. Lui ci aveva dato la sua parola d’onore, come dite voi, e noi gli abbiamo assicurato che non avremmo compiuto nessuna azione militare in Italia, perché l’Italia non rivestiva alcun interesse militare per il Fronte, e anche perché il popolo italiano era noto come amico dei palestinesi. In cambio Giovannone ci riconobbe, diciamo, delle facilitazioni in base alle quali si concedeva al Fronte la possibilità di trasportare materiale militare attraverso Italia. L’accordo fu fatto nei primi anni Settanta tra Giovannone e un esponente di primissimo piano del Fronte, il quale è tuttora presente sulla scena pubblica e non voglio nominarlo. Tutte le volte che c’era un trasporto, Giovannone veniva avvisato in anticipo. Non ci dava mai una risposta subito, ma dopo un paio di giorni. Penso che prima consultasse i vertici del Sismi (prima Sid) a Roma”.

Quando ha conosciuto Stefano Giovannone ?
Nel 1974 a Beirut. L’Ambasciata italiana di Beirut non mi aveva dato il visto ed è intervenuto lui. Io ero già in Italia dal 1970. Ero iscritto all’Università di Bologna a scienze politiche. Il primo visto mi fu concesso dall’Ambasciata italiana ad Amman. A Beirut dissero che non era possibile rinnovarlo, perché ero cittadino giordano e dovevo farne richiesta ad Amman, ma noi del Fronte abbandonammo la Giordania dopo il 1970. Quindi non potevo tornare. Allora il Fronte popolare si rivolse a Giovannone, il quale risolse il problema velocemente.

Che tipo di persona era ?
Mi disse subito al primo incontro “Qualsiasi cosa ti possa servire, anche dei soldi, chiamami. Mi diede anche il suo numero riservato a Roma, perché si alternava tra Beirut e Roma. Quando lo chiamavo a Roma, e non c’era, dovevo lasciar detto: “Ha chiamato Gianni”. Mi richiamava da lì a poco. Nel 1975 alla Questura di Bologna mi comunicarono che non potevano rinnovarmi il foglio di soggiorno, perché il mio passaporto giordano era scaduto. Allora lo chiamai. Sistemò tutto in poche ore. Era sempre molto cordiale, disponibile. Ricordo che in quel periodo, grazie a lui, ricevemmo due borse di studio presso Università italiane per i ragazzi del Fronte popolare. Penso che lui non avesse mai rinunciato in quegli anni all’idea di reclutarmi per i servizi segreti italiani. Non mi spiego altrimenti la frequenza con cui usava ripetermi a non esitare a chiamarlo se mi fossi trovato in difficoltà economiche. Questo, comunque, non avvenne mai. Non mi dimenticherò che per tutto il periodo che sono stato in carcere ha continuato a ripetere ai compagni del Fronte: ‘State tranquilli. Verrà rilasciato. Abbiate fiducia in me. Datemi solo un po’ di tempo’.

Lei fu contattato da Giovannone durante il rapimento Moro?
Giovannone mi chiamò a Bologna già all’indomani del sequestro. ‘Puoi venire a Roma?’, mi fece. Gli risposi: ‘Prendo il treno domani’. ‘No, vieni in aereo, oggi’. Mi aspettava già in aeroporto, e ricordo bene il suo discorso. ‘Ti ho chiamato nella speranza che tu possa aiutarmi. Io faccio questo personalmente, perché sono molto amico di Moro. Tu sai quanto Moro abbia a cuore i palestinesi. Ti chiedo di contattare i responsabili del Fronte popolare e domandare se hanno qualche notizia sul rapimento?’. Gli dissi subito che noi non abbiamo nessun legame con le Brigate Rosse e io personalmente non conosco proprio nessuno delle BR, ma che avrei subito contattato Beirut. Da Beirut mi fecero sapere: come Fronte non abbiamo il benché minimo collegamento con le Brigate Rosse.

Ci può raccontare quello che avvenne a Ortona il 7 novembre 1979?
C’erano due lanciamissili, giunti in Italia da fuori, che Daniele Pifano e altri nostri amici ritirarono senza sapere cosa contenesse la cassa in cui erano chiusi. A loro fu richiesto di trasportarla a Ortona. Giovannone venne avvisato a Beirut che c’era un carico in transito. Fu l’unico trasporto in cui venni coinvolto. I lanciamissili dovevano essere caricati su una nave libanese a Ortona, diretta in Libano. Sulla stessa nave volevo imbarcare un carico di vestiti, acquistati a Bologna. L’appuntamento con Pifano e gli altri era ad Ortona. Non ci siamo, però, incontrati per una serie di incredibili sfortunate coincidenze. Io ho fatto caricare la mia merce e la nave è partita. Non ho visto arrivare nessuno. Non ho potuto chiamare nessuno. I cellulari allora non esistevano. Sono quindi rientrato a Bologna tranquillo e all’oscuro di quello che fosse successo. Non ho visto nessun motivo per scappare nemmeno dopo aver appreso del loro arresto. Le circostanze le venni a conoscere solo più tardi, in carcere. Loro, arrivando a Ortona, vennero notati in centro da alcuni metronotte, i quali, allarmati, chiamarono i carabinieri, perché proprio quel giorno in città ci fu una rapina in banca e c’era parecchia tensione in giro. Dissero ai carabinieri che erano diretti al mare, volevano prendere un traghetto. Vennero identificati, ma siccome il collegamento con la centrale di Roma era fuori servizio, non riuscirono a capire subito chi fossero. Allora ordinarono a loro di seguirli alla locale stazione e attendere. Dopo alcune ore il collegamento venne ripristinato. I carabinieri scoprirono che avevano a che fare con esponenti dell’Autonomia romana. Il furgone, già controllato in precedenza, venne nuovamente perquisito. Saltò fuori la cassa. Loro dissero che si trattava di cannocchiali che volevano usare durante la gita in mare.

Lei fu arrestato quando?
I carabinieri trovarono su uno di loro un foglietto con il mio numero di telefono a Bologna. Se ricordo bene, sei giorni dopo ero in giro per Bologna con degli ospiti sauditi, venuti per acquistare dei mobili. All’uscita da un’agenzia di viaggi, dove abbiamo prenotato il loro volo di ritorno, degli agenti in borghese ci circondarono, chiedendoci i documenti. Dopo il controllo, mi dissero ‘Tu vieni con noi’. I sauditi vennero lasciati subito. Perquisirono la mia abitazione in Via delle Tovaglie 33 e mi dissero ‘Trovati subito un avvocato’. Sotto di me c’era uno studio legale, andai a chiamare uno di loro. Ricordo che i carabinieri presero solo l’agenda telefonica. Al termine, mi caricarono in macchina e venni portato a Chieti al comando dei carabinieri. Mi chiusero in una stanza. Qualche ora dopo si presentò un alto ufficiale. Non mi disse il suo nome, ma penso che fosse il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. La mia è un’ipotesi. Vedendo la sua foto sui giornali successivamente, ho pensato che fosse stato proprio lui. Gli assomigliava molto. Mi interrogò e dopo mi disse ‘Ti faccio uscire subito da qui attraverso la porta sul retro se mi dici che i lanciamissili sono per gli autonomi. Tu sei straniero. Da te non voglio nulla. Ti diamo quello che vuoi, cittadinanza, soldi, ma devi dire che le armi sono per loro’. Gli risposi che non sapevo nulla di cui stesse parlando. Replicò secco: ‘Pensaci’, e se ne andò. Per tre giorni sono stato picchiato praticamente di continuo. Mi hanno sempre tenuto nudo, abbandonandomi su una tavola di legno, su cui mi lasciavano dormire un po’. Ricordo che mi è venuta una febbre molto alta. Allora mi hanno portato al carcere di Chieti, dove ho ricevuto le prime cure mediche.

Lei in quegli anni era il responsabile del Fronte popolare in Italia?
Assolutamente no. Ero uno dei membri del Fronte presenti in Italia.

Al processo fu condannato per il trasporto di armi.
Mi condannarono a sette anni, come tutti gli altri. Il processo fu celebrato per direttissima, dopo 40 giorni, nel gennaio 1980. Mio fratello, che stava in Italia, venne a trovarmi in carcere e mi disse che sarei stato rilasciato prima del processo, perché il Fronte ha ricevuto assicurazioni in tal senso, penso da Giovannone. Mi raccontò di un avvocato che da Beirut si era recato a Roma, verso la fine di dicembre, per degli incontri con alcuni rappresentanti italiani, forse lo stesso Giovannone. Comunque, io restai in carcere e al processo venni condannato.

Lei fu tuttavia l’unico a ottenere la libertà anticipata, già nel 1981.
Penso che sia stato Giovannone a intervenire per ottenere la mia scarcerazione per scadenza dei termini. Era in corso il processo di secondo grado all’Aquila e il mio avvocato non aderì alla richiesta di rinvio del dibattimento (giugno 1981) come fecero gli altri. Così il 14 agosto 1981 scattò la scadenza dei termini. Ricordo molto bene quel giorno, perché stavamo organizzando una festa per il mio compleanno, che è il 15, chiedendo del vino e dei dolci. Verso le undici di mattina mi convocano in direzione e mi comunicano che c’è il mandato di scarcerazione. Ricordo che chiesi di poter restare un altro giorno per festeggiare il compleanno coi compagni, ma rifiutarono. Uscito da Rebibbia, restai a Roma per qualche giorno con l’obbligo della firma e quindi tornai a Bologna.

Durante la detenzione non è mai stato interrogato in relazione a qualche altro fatto avvenuto in quegli anni?

Sì, ricordo un episodio curioso. E’ venuto Domenico Sica a interrogarmi. Ero appena stato trasferito da Trani a Regina Coeli. Mi chiese se conoscessi Ali Agca? Quando gli feci ‘E’ una nuova accusa?’, mi rispose ‘Non pensarci nemmeno, è solo per capire.Vedi che non scrivo nulla’.

Ha, poi, completato gli studi a Bologna?
Sì, nel luglio 1983. Lo stesso mese ho lasciato l’Italia, partendo da Fiumicino per il Medio Oriente. Nemer Hammad (allora ambasciatore palestinese a Roma) mi disse già poco dopo la mia scarcerazione ‘Ti consiglio di partire il più presto che puoi. Quando vuoi andare, le autorità italiane chiuderanno un occhio”. Così è stato. Non sono più tornato.

Ci sono persone in Italia che mettono in relazione il suo caso con la bomba alla stazione di Bologna, sostenendo che il suo mancato rilascio, tra la fine del 1979 e la prima metà del 1980, spinse i palestinesi, cioè il Fronte popolare, a organizzare l’attentato.
Io seppi dell’attentato in carcere e posso dirle che ero più dispiaciuto degli stessi italiani. Ho vissuto molti anni a Bologna e ho conosciuto personalmente delle gente meravigliosa. Noi come palestinesi abbiamo ricevuto molta solidarietà e il Fronte popolare ha avuto molti aiuti dal popolo italiano. Mi meraviglio che si voglia ignorare la verità soprattutto quando a sostenere queste falsità sono delle personalità che avevano accesso a numerose informazioni, anche riservate. Smentisco nel modo più assoluto che prima dell’attentato ci fossero delle tensioni tra l’Italia e il Fronte popolare per via del mio caso. Giovannone era rimasto per tutto il tempo in contatto con i nostri responsabili a Beirut, tranquillizzandoli e ripetendo ‘Bisogna ridurre l’intensità della fiamma per poter spegnere il fuoco’. Cercare di accreditare la tesi che la mia detenzione abbia spinto il Fronte popolare a una rappresaglia, è una menzogna colossale. Si tratta di un tentativo di riscrivere la storia.

In un’intervista concessa tempo fa a un autorevole quotidiano italiano, Bassam Abu Sharif sostiene che il Fronte popolare di tanto in tanto forniva aiuto a piccoli militanti, “non gente importante”, delle Brigate Rosse che stavano scappando, e racconta che il colonnello Giovannone veniva a protestare da lui per questo.
Vede, Bassam Abu Sharif negli anni Settanta era semplicemente uno dei responsabili del settore dell’informazione al Fronte popolare. Non aveva nessun potere decisionale, né responsabilità operative. Non poteva avere rapporti con i servizi segreti italiani. Sfido Abu Sharif a dimostrare di aver incontrato il colonnello Giovannone per un colloquio anche una volta sola o di aver fornito documenti a gente delle Br in fuga dall’Italia. Sarà l’effetto dei lunghi anni trascorsi. La memoria che inganna o il desiderio di apparire più di quello che si era.

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Strage di Bologna, i palestinesi non c’entrano
Strage di Bologna, l’ultimo depistaggio

Strage di Bologna, l’ultimo depistaggio

Parla Thomas Kram, indagato in Germania per le “Cellule rivoluzionarie”, sospettato dalla commissione Mitrokhin perché era Bologna il 2 agosto 1980: “Ecco perché non posso aver messo io la bomba”

Guido Ambrosino
il manifesto 1 agosto 2007

Berlino – “Devo deludere i segugi della commissione Mitrokhin, che mi sospettano di aver messo, per conto dei palestinesi, la bomba alla stazione. Ero a Bologna, ma questo è tutto. Quando mi diressi verso la stazione per prendere un treno per Firenze, il piazzale era già invaso dai mezzi di soccorso. Ricordo lo sgomento della gente, l’urlo delle sirene”. È Thomas Kram a parlare, per la prima volta con un giornalista da quando, nel dicembre 2006, si è consegnato alla magistratura tedesca.
Si era sottratto all’arresto per 19 anni. Lo cercavano dal 1987 per partecipazione alle Revolutionäre Zellen (Rz), che praticarono negli anni ’70 e ’80 una guerriglia fatta di sabotaggi e danneggiamenti incruenti, con tre sciagurate eccezioni: tre uomini colpiti alle gambe. Uno di loro, Karry, ministro dell’economia in Assia, morì dissanguato. Prescritto il primo mandato di cattura, nel 2000 ne arrivò un secondo, per un ruolo “dirigente” nelle Rz, senza addebiti specifici.
Kram è a Berlino, in libertà provvisoria. A luglio la procura federale ha chiesto il rinvio a giudizio. Un “testimone della corona”, che ammette di non conoscerlo, ne avrebbe sentito parlare come autore di documenti politici delle Rz. Kram, in attesa del processo, non si pronuncia sulla sua appartenenza alle Cellule rivoluzionarie. Vuole però dire la sua su Bologna.

Il polverone Mitrokhin
“Ho scoperto su internet che la bomba potrei averla messa io. Un’assurdità, sostenuta addirittura da una commissione d’inchiesta del parlamento italiano, o meglio dalla sua maggioranza di centrodestra, nel dicembre 2004. Deputati di An, e altri critici delle sentenze che hanno condannato per quella strage i neofascisti Fioravanti e Mambro, rimproverano agli inquirenti di non aver indagato sulla mia presenza a Bologna”. Per Kram è una polemica pretestuosa: “Non sono io il mistero da svelare. Non lo credono nemmeno i commissari di minoranza della Mitrokhin. Viaggiavo con documenti autentici. La polizia italiana mi controllava. Sapeva in che albergo avevo dormito a Bologna. Il giorno prima mi aveva fermato a Chiasso. Come corriere per una bomba non ero proprio adatto”.
La commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin, si occupò nella scorsa legislatura delle attività del Kgb in Italia, e di varie mitologie sul terrorismo. Nelle conclusioni di maggioranza c’è un capitolo su “Thomas Kram e la strage alla stazione di Bologna”.
Vi si ipotizza una “ritorsione” per l’arresto nel novembre 1979 di Abu Saleh, esponente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), in seguito al sequestro a Ortona di due missili terra-aria diretti in Libano. La rappresaglia sarebbe stata appaltata a Carlos. Possibili esecutori Thomas Kram e Christa Fröhlich.
Senonché Kram non è mai stato sospettato dalla magistratura tedesca di appartenere al gruppo Carlos. Fröhlich, indagata ma mai condannata per aver fatto parte di quel gruppo, a Bologna proprio non c’era. “Delle due l’una – obietta Kram: se mi si accusa di aver fatto parte delle Cellule rivoluzionarie, che hanno rifiutato il terrorismo indiscriminato, non mi si può sospettare di avere ucciso 85 persone a Bologna. Quella strage, quali ne siano gli autori, resta per me ‘fascista’, per il disprezzo della vita che esprime. Quella di cinque settimane dopo all’Oktoberfest di Monaco porta la stessa firma”.

Carte segrete
Già la premessa del teorema è illogica. Il Fplp, tanto più dopo l'”incidente” di Ortona, non aveva alcun interesse a una guerra aperta con l’Italia.
Né regge il “legame” tra Carlos e Kram. I mitrokhisti si appoggiano a un rapporto della Stasi, conosciuto tramite un resoconto della polizia francese, che descriverebbe Kram come membro del gruppo Carlos. E i servizi ungheresi segnalano un incontro a Budapest, il 27 ottobre 1980, tra Carlos, “Laszlo” (forse Kram) e “Heidi” (forse Fröhlich). Ma per gli ungheresi Kram non apparteneva al gruppo Carlos, a differenza di quanto invece affermano per Johannes Weinrich, Magdalena Kopp e Christa Fröhlich.
La Stasi può sbagliare. Sappiamo – da documenti delle Rz, resoconti di militanti, carte processuali – che all’inizio le Rz ebbero contatti con il Fplp e Carlos. Sappiamo però anche che dopo Entebbe, dove nel 1976 morirono tra i dirottatori di un aereo due militanti delle Rz, quei contatti si interruppero. Ne seguì nel 1977 una scissione. Gli “internazionalisti” attorno a Weinrich abbandonarono le Rz, per unirsi a Carlos.
Non si può escludere che ci siano stati ancora incontri, come quello di Budapest, registrato dagli ungheresi. È un peccato che non se ne trovi la trascrizione, perché ci si può incontrare anche per litigare.

Un viaggio in Italia

Agosto, tempo di vacanze. Kram voleva rivedere amici conosciuti a Perugia, dove aveva frequentato due corsi d’italiano, dal settembre al dicembre 1979, e dal gennaio al marzo 1980. “A Milano mi aveva invitato un’austriaca, che lì insegnava tedesco. Avrei pernottato da lei e il giorno dopo avrei proseguito per Firenze”.
“Arrivato a Chiasso il primo agosto ‘alle ore 12,08 legali’, come apprendo dalle note della polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin, mi fecero scendere dal treno. Dovevano avere avuto una segnalazione dalla Germania”. Sin dal novembre 1979, quando soggiornava a Perugia, Kram era sorvegliato in Italia su richiesta del Bundeskriminalamt, che lo sospettava di favoreggiamento delle Cellule rivoluzionarie.
“Mi trattenero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell’amica, che spiega il motivo del viaggio. L’appuntamento con lei a Milano saltò. Non riusciì a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma lì sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna”.
All’albergo Centrale, in via della Zecca 2, è registrato l’arrivo. Su una piantina di Bologna, Kram ricostruisce il percorso del giorno dopo: “Mi svegliai tardi, feci colazione in qualche caffè vicino Piazza Maggiore. Poi mi incamminai verso la stazione su una grande strada, forse via dell’Indipendenza. Le sirene tranciavano l’aria. Da lontano vidi sul piazzale della stazione il lampeggiare di ambulanze e mezzi dei pompieri. Si capiva che era successo qualcosa di grave”.
“Non mi avvicinai. Dopo l’esperienza del giorno prima a Chiasso non volevo incappare in nuovi controlli di polizia. Un taxi mi portò alla stazione delle autocorriere. A Firenze arrivai in pullman. Rimasi forse quattro, cinque giorni. Poi tornai in Germania”.

Sette mesi a Perugia
Nato a Berlino il 18 luglio 1948, Kram ha 59 anni. Alto, magro, capelli grigi e occhiali, potrebbe sembrare un insegnante. Non ha mai potuto esserlo. “Ho studiato pedagogia a Berlino, ma sono incappato nel Berufsverbot. Willy Brandt nel 1972 escluse dal pubblico impiego chi non desse garanzie di lealtà alla costituzione. Nel mio caso bastò un corteo ‘sedizioso’ contro la guerra in Vietnam, e il danneggiamento di un cartello stradale: avevo ribattezzato la Wittenbergplatz in ‘Sentiero Ho Chi Minh’. In Nordreno-Vestfalia mi accettarono per il tirocinio. Ma nemmeno lì fui assunto. Nel 1974 subentrai a Johannes Weinrich nella gestione della ‘Libreria politica’ a Bochum”. La colleganza libraria con Weinrich, che qualche anno dopo si unì a Carlos, alimentò poi i sospetti nei confronti di Kram.
Nel ’76 Kram fu incarcerato per una settimana per la diffusione di scritti che “incitavano alla violenza”. La libreria nel ’78 non poteva più pagargli uno stipendio. L’ufficio del lavoro gli finanziò un impiego in un centro della Gioventù cattolica, come educatore. Ma Kram continuava a sentirsi controllato dalla polizia e aveva voglia di cambiare aria. Disdisse la casa di Bochum, vendette l’auto, e con quei soldi si iscrisse al corso d’italiano a Perugia.
“Anche la polizia italiana mi teneva d’occhio. Perquisirono l’appartamento che dividevo con altri studenti. Mi ammonirono perché non avevo chiesto il permesso di soggiorno. Me lo concessero solo fino al marzo 1980, al termine dei corsi”. In primavera Kram torna in Germania, da amici a Duisburg. Da lì riparte per il breve viaggio che lo porterà anche a Bologna.

I fantasmi di Carlos
Su internet Kram si è imbattuto in due interviste rilasciate da Carlos. La prima, del 2000 a Il Messaggero, accenna a “un compagno” che, braccato dalla polizia, salta giù dal treno a Bologna pochi minuti prima che scoppiasse la bomba: “Ci chiedemmo se non fosse lui che doveva morire in quell’esplosione”.
Sull’argomento Carlos tornò nel 2005 sul Corriere della sera, che lo interpella sulla “pista” scovata dalla Mitrokhin. Si rifà a un “rapporto scritto”, ricevuto dopo la strage: “Il rapporto dice che un compagno tedesco era uscito dalla stazione pochi istanti prima dell’esplosione. Ho ricordato il suo nome leggendo il Corriere: Thomas Kram, era un insegnante comunista di Bochum, rifugiato a Perugia. Il giorno prima della strage era a Roma, pedinato da agenti segreti che lo seguirono anche sul treno per Bologna. Kram aveva solo un sacchetto di plastica con oggetti personali, ma se fosse morto nell’attentato sarebbe stato facile attribuirgli ogni colpa”. L’intervistatore insiste: “Kram era un suo uomo?”. Risposta: “Kram non è mai stato membro della nostra organizzazione”.
“L’unica cosa giusta che dice Carlos – commenta Kram – è che non ho mai fatto parte del suo gruppo, altrimenti non avrebbe avuto bisogno di resoconti di terza mano. Ricorda il mio nome leggendo i giornali. Non arrivai a Bologna ‘pochi minuti prima dell’esplosione’. Venivo da Milano e non avevo motivo di saltare dal treno in corsa. Avevo non so più se una borsa o una valigia, perquisita a Chiasso. Né potevo essere una vittima ‘predestinata’: nemmeno io sapevo, fino alla sera del primo agosto, che mi sarei fermato a Bologna, e non a Milano”.

Storie nere
La “nuova ipotesi” tedesco-palestinese viene riproposta nel libro di Andrea Colombo, Storia nera. Bologna, la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Scrive Colombo, per molti anni redattore de il manifesto: “È necessario esaminarla in tutti i suoi dettagli non solo perché è la più recente tra le ‘piste alternative’, ma anche per il fatto che è forse l’unica che possa ancora essere approfondita”.
L’approfondimento di Colombo si riduce a un paio di forzature. Di Kram si dice che “la sua attività di terrorista” era stata segnalata sin dall’agosto 1977. Ribatte Kram: “Le segnalazioni si riferivano a sospetti di favoreggiamento. Il primo mandato di cattura per le Rz è del dicembre 1987”.
Scrive ancora Colombo: “Dopo 27 anni di latitanza Kram si è costituito nel dicembre 2006”. Replica Kram: “Se la latitanza fosse durata tanto, sarebbe iniziata nel dicembre 1979, quando ero a Perugia. Chi scrive nel 2007 vuole suggerire una mia fuga a ridosso della bomba di Bologna. Mi sono reso irreperibile sette anni dopo. È un errore che Colombo dovrebbe rettificare”.
Tra l’80 e l’87 Thomas Kram è stato sempre reperibile. A Duisburg ha lavorato dal febbraio 1981 al febbraio 1982 in uno studio legale. Poi, a Essen, ha frequentato un corso di informatica dal gennaio 1984 al giugno 1985. Nel 1986 gli fu offerto un lavoro in quel settore a Amburgo, e vi si traferì.

Christa Fröhlich
I detektiv della Mitrokhin sembrano credere che a Bologna ci fosse anche Christa Fröhlich. Fu fermata a Fiumicino il 18 giugno 1982, con 3,5 chili di esplosivo nella valigia. La stampa pubblicò la sua foto. Un cameriere dell’hotel Jolly vi ravvisò una “certa somiglianza” con una donna vista quasi due anni prima: parlava italiano con accento tedesco, il primo agosto si era fatta portare una valigia alla stazione, il 2 agosto telefonò per accertarsi che i suoi due figli non fossero sul treno investito dalla bomba, aveva lavorato come ballerina nei pressi di Bologna.
Christa Fröhlich ha ora 64 anni, insegna tedesco a Hannover. Confrontata con questa descrizione, non sa se ridere o piangere: “Non ero a Bologna. Non ho figli. Mai un ingaggio da ballerina. E nel 1980 non sapevo una parola di italiano”.
L’ha imparato dopo, in carcere, dove ha scontato fino al dicembre 1988 la pena per quel trasporto di esplosivo, senza rivelare a chi fosse destinato. Tornata a Hannover, sposò per procura un detenuto delle Brigate rosse. In Germania fu indagata per gli attentati in Francia del gruppo Carlos, ma l’inchiesta fu archiviata. La magistratura francese continuò a sospettarla per l’attentato del 22 aprile 1982 a Parigi, contro il settimanale Watan al Arabi. Nell’ottobre 1995 approfittò di una sua visita al marito per farla arrestare a Roma e estradare. In assenza di prove, la rilasciarono quattro anni dopo, termine massimo per la carcerazione preventiva.
I commissari di minoranza constatano che, già nell’ottobre 1982, gli accertamenti sul fantomatico avvistamento della Fröhlich a Bologna “ebbero esito negativo”. Perché riproporre quell’abbaglio come “nuova” pista?

Rogatoria internazionale
Neanche i parlamentari di An insistono più sulla ballerina-mamma-terrorista. Interpellano però il ministro della giustizia per sapere perché la procura di Bologna non ha ancora interrogato Kram. Abbiamo girato la domanda al sostituto procuratore Paolo Giovagnoli: “A febbraio, con una rogatoria internazionale, abbiamo chiesto alla procura federale di Karlsruhe di poter interrogare Thomas Kram. A fine giugno ho incontrato una collega tedesca per chiarire alcuni aspetti organizzativi. Ci sono molte carte da tradurre. Ci vorrà ancora qualche mese”. Kram non ha nulla in contrario a essere ascoltato su Bologna. Non servirà a spiegare cosa è successo alla stazione, ma forse a cestinare l’ultimo depistaggio.

Link
Giovanni De Luna, “golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70%”
Strage di Bologna, i palestinesi non c’entrano
Strage di Bologna, la montatura della pista palestinese

I marziani a Reggio Emilia

Teorie del complotto
Fasanella ha trovato finalmente le prove:
gli gnocchi fritti emiliani

di Paolo Nori
Il manifesto 26 aprile 2009

I libri che escono in libreria insieme a un film, uno ha l’impressione che siano un po’ meno libri degli altri libri che escon da soli. Che siano come degli elementi accessori, dei quali si potrebbe benissimo fare a meno se non ci fossero dei motivi, come dire, tributari. Credo che l’Iva sui libri sia più bassa rispetto a quella sui Dvd, e che vendendo la coppia Dvd-libro con l’Iva più bassa si riesca a tenere il prezzo più basso. È un po’ come se quei libri lì, con il fatto di avere abbassato il prezzo, avessero esaurito la loro funzione, e difatti di solito nessuno li legge.image001 Come in tutte le cose, ci sono delle eccezioni e il libro Il sol dell’avvenire, Diario tragicomico di un film politicamente scorretto, di Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone, appena uscito in cofanetto insieme al Dvd Il sol dell’avvenire, Il fim rivelazione sulla nascita delle Brigate Rosse, sempre di Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone (Milano, chiarelettere marzo 2009) sembra una di queste eccezioni. Del film, che è un documentario, si è parlato molto l’estate scorsa per via di un intervento di Sandro Bondi, ministro della cultura, che aveva detto che offendeva «la memoria delle vittime del terrorismo», e aveva fatto sapere di avere «già dato precise direttive affinché venga impedito in futuro che lo Stato possa finanziare opere che non solo non mostrano di possedere alcuna qualità culturale, ma che riaprono drammatiche ferite nella coscienza etica del nostro Paese». Dal momento che io, in modo, forse, superficiale, senza per esempio averlo mai conosciuto di persona, ho una pessima opinione di Sandro Bondi, prima di guardare il documentario ero molto bendisposto. Dopo averlo guardato, e dopo aver letto il libro allegato, libro che racconta la genesi, la lavorazione, e l’uscita del film, la penso in un altro modo. Il film, come è noto, rievoca il momento in cui, a Reggio Emilia, tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70, alcune persone decisero che loro volevano fare la lotta armata. Molti dei testimoni, per usare il termine che usano Fasanella e Pannone, ai quali i due registi si sono rivolti, hanno rifiutato di partecipare al film: i registi, nel libro, dicono che questi rifiuti, numerosi, più delle adesioni, dipendono da «un velo omertoso steso per decenni sulla storia della città». Il libro comincia proprio con i profili biografici dei cosiddetti Testimoni, cioè di quelli che hanno aderito alla richiesta di Fasanella e Pannone. Quello di Alberto Franceschini, detto Franz, nato a Reggio Emilia il 26 ottobre del 1947, comincia così: «Nonno fondatore del Pci e partigiano comunista, papà custode della camera del lavoro di Reggio, egli stesso militante della Federazione Giovanile comunista». Quello successivo, di Paolo Rozzi, detto Poldo, nato a Reggio Emilia il 17 ottobre del 1946, comincia così: «Presidente del IV municipio di Reggio. Proviene da una famiglia di partigiani comunisti, che annovera una zia staffetta partigiana e militante del Pci clandestino». Fasanella al Festival di Locarno Fasanella al Festival di Locarno E quello dopo, di Tonino Loris Paroli, Casina (Re), 17 gennaio 1944, così: «Figlio di un partigiano comunista, alla fine degli anni Sessanta era operaio metalmeccanico alla Lombardini di Reggio e rappresentante sindacale della Cgil, molto seguito dalla base». Ce n’è uno che fa eccezione: Roberto Ognibene (Reggio Emilia, 12 agosto 1954) è «cresciuto in una famiglia di socialisti»; tuttavia, dopo essere entrato nelle Br, viene arrestato nel 1974 dopo uno scontro armato con i carabinieri. «Anche se due anni prima si era già trasferito a Milano, a Reggio la notizia della sparatoria provocò molta sorpresa: il giovane – si legge nel suo profilo – era sempre stato uno studente modello, ritenuto intelligente e carismatico tra i suoi compagni». Adesso, a parte il fatto che da questo profilo si dovrebbe dedurre che a Reggio Emilia i brigatisti venivano considerati pessimi studenti poco intelligenti e poco carismatici, a parte questo, l’organizzazione di questi profili è notevole. Sarebbe un po’ come se io scrivessi il mio così: «Paolo Nori, nato a Parma il 20 maggio del 1963, è figlio di una famiglia di muratori, che annovera una nonna che ha fatto la mondina e un altro nonno molto amante della Russia, del quale si diceva che fosse abbonato alla Pravda, ma non era vero». Torna in mente quel che scriveva, nel 1927, Viktor Šklovskij, quando diceva che «L’eroe (o protagonista) svolge il ruolo della crocetta sulla fotografia o del bastoncino sull’acqua che scorre: semplifica il meccanismo concentrando l’attenzione». Ecco, nel caso del documentario di Fasanella e Pannone, si ha l’impressione che un bastone sia stato immerso nell’acqua della Reggio Emilia degli anni 60 e 70, e, in questo caso, la funzione del libro allegato al Dvd, oltre a quella che si diceva, come si chiamava, tributaria, sembra essere proprio quella di isolare, chiarire, mettere a nudo quel protagonista che determina la concentrazione dell’attenzione del lettore su certi dettagli come una zia staffetta partigiana messa lì, nel bel mezzo del salotto come un soprammobile sopra la televisione. La presenza di questo protagonista, di questo filtro narrativo, è così evidente, nel libro, che non c’è una sola parte che uno legga senza restare in un certo senso stupefatto. In quarta di copertina ci sono due frasi degli autori, la prima è di Fasanella, e dice: «Le Br ci sono ancora, quel terreno non è mai stato bonificato a fondo e qualcuno ci deve dire perché».
Che è una frase che ci dice due cose: che le Br ci sono ancora, e questo si capisce; che quel terreno non è mai stato bonificato a fondo, e qualcuno ci deve dire il perché. E questo, a dire il vero, si fa fatica, a capirlo. Anche il nazismo, c’è ancora, in forme laterali e, per fortuna, largamente minoritare, sembra. Anche quel terreno, però, non è ancora stato bonificato a fondo. E qualcuno, quindi, ci dovrebbe spiegare il perché. La stessa cosa si può dire per il razzismo, per l’antisemitismo, per la corruzione, per la violenza dello stato, per la violenza sessuale, per esempio, che è una cosa che fa accaponare la pelle, ma se uno dicesse: «La violenza sessuale c’è ancora, quel terreno non è mai stato bonificato a fondo, e qualcuno ci deve spiegare perché», non sarebbe una frase sensata. Altrettanto insensata è quella di Fasanella, con in più questa idea di bonificare. Sorvegliare e punire, sembra, non basta più, adesso: bonificare. La frase di Pannone, in quarta di copertina, è questa: «Ci hanno fatto credere che le Br venivano dallo spazio e invece sono figlie di una parte della sinistra storica». Io quando ho letto questa cosa ho pensato che io, il fatto che le Br venivano dalla sinistra storica, forse, l’avevo già sentito. Allora ho provato a andare a vedere su wikipedia. Mi sono connesso e sono andato a cercare cosa c’era sotto la voce Br. Per un attimo, intanto che andavo, ho pensato: “Stai attento che c’è scritto che vengono dallo spazio”. «Brigate Rosse (abbreviato in BR) è il nome di un’organizzazione terrorista di estrema sinistra fondata nel 1970 da Alberto Franceschini, Renato Curcio e Margherita Cagol. Di matrice marxista-leninista considerata come esempio di avanguardia rivoluzionaria da certa critica ne fu il maggiore, più numeroso e più longevo gruppo del secondo dopoguerra esistente in Italia e nell’Europa Occidentale». Niente marziani.
Nel libro c’è scritto che il film è il seguito di un altro libro, un libro intervista che Fasanella ha fatto insieme a Franceschini. Questo capostipite si intitola Che cosa sono le Br, è stato pubblicato da Rizzoli nel 2004 e a un certo punto ci si trova un passaggio in cui si parla del padre di Franceschini, di quando tornò dalla Germania, era stato in Germania durante la guerra. Fasanella chiede: «Tornò a lavorare alle Reggiane?» «Sì, – risponde Franceschini, – dopo la guerra. La fabbrica era in crisi e venne occupata dagli operai, che decisero l’autogestione. Volevano dimostrare che le reggiane potevano produrre anche per uso civile e cominciarono a costruire trattori, il famoso R60 con i cingoli. Lo avevano realizzato con modelli dei carri armati. Uno di quei trattori oggi lo si può ancora vedere nel museo dei fratelli Cervi, a Campeggine». «Proprio in quel periodo, – chiede allora Fasanella – venne assassinato il direttore delle Reggiane. In famiglia ha mai ascoltato racconti di quell’attentato?». «Uno degli imputati di quell’omicido, – risponde Franceschini – venticinque anni dopo, quando feci la scelta della lotta armata, mi diede le sue pistole». Allora: a parte che non è vero che il trattore R60 si trova a Campegine (sembra che nessuno dei tre gli esemplari di R60 costruiti all’epoca sia più a Reggio Emilia o in provinica di Reggio), ma questo è un dettaglio, a parte che Campegine si scrive Campegine con una g e non con due, e anche questo è un dettaglio, la cosa stupefacente, qui, è che chi legge senza sapere niente di quel che è successo allora, connette l’uccisione del direttore delle Reggiane con l’occupazione della fabbrica. Invece no. L’occupazione comincia nel 1950 e finisce nel 1951, l’omicidio del direttore delle Reggiane è del 1946. Io non sono un esperto di Brigate Rosse, non me se sono mai occupato, ma se Fasanella e Franceschini, e con loro Pannone, hanno trattato il tema del brigatismo rosso nello stesso modo in cui hanno trattato il tema dello sciopero delle reggiane, non c’è da meravigliarsi che molti, a Reggio Emilia, avendo magari letto Che cosa sono le Br, abbiano rifiutato di partecipare al film. Fasanella e Pannone, come detto, attribuiscono questo rifiuto al «velo omertoso steso per decenni sulla storia della città», che in un altro punto del libro viene declinato come «muro di omertà degli ex Pci». È con questo muro di omertà che Fasanella e Pannone si spiegano il fatto che, con loro, il vicesindaco Ferretti «aveva sempre qualcosa di più importante da fare», o che, con loro, il segretario nazionale della Fiom-Cgil Gianni Rinaldini «dopo un frettoloso saluto, fugge via», o che, con loro, Prospero Gallinari si comporta come uno che ha «tutta la supponenza e l’arroganza degli irriducibili», e che, con loro, Tiziano Rinaldini, della Cgil, si comporta come «un vecchio agente della polizia sovietica». Quando uno di questi ex Pci, Paolo Rozzi, quello che annovera una zia partigiana, e che si vede nel documentario mentre vende il gnocco fritto per il Partito Democratico, accetta («Certo che ci sto! Quando cominciamo? Perché vi meravigliate? Sì, ne abbiamo fatte di cazzate, poco ci mancava che diventassi un terrorista io stesso. Ma ne voglio parlare, non sono come gli altri, che vorrebbero cancellare il proprio passato»), Fasanella e Pannone commentano: «Finalmente una persona intellettualmente onesta!». Il sol dell’avvenire, diario tragicomico di un film politicamente scorretto, in un certo senso è un libro bellissimo, veramente tragicomico, indifeso e indifendibile, e è bellissimo anche il fatto che, nella rassegna stampa finale, che va da pagina 81 a pagina 127, a parte gli interventi di Bondi, Fasanella e Pannone pubblichino solo gli articoli che parlano bene del loro film, dimenticandosi per esempio quello pubblicato su Liberazione da Paolo Persichetti il 10 agosto del 2008 (intitolato Spazzatura), o quello pubblicata da Tiziano Rinaldini sul manifesto il 15 agosto 2008, o quello pubblicata da Luciano Berselli sull’Unità il 23 agosto 2008. È un libro del quale si potrebbe parlare per ore, un libro in cui tutto è completamente deformato, in cui tutto spinge a dimostrare una tesi, la tesi che il film Il sol dell’avvenire è un film importantissimo che, per primo, in Italia, e forse nel mondo, dimostra il fatto che le Brigate Rosse non vengono da Marte. «Tutti a parlare di questi marziani, questi marziani, questi marziani, non è vero: eran di Reggio Emilia», sembra che dicano continuamente Fasanella e Pannone, e ascoltarli in un certo senso è bellissimo, in un altro senso fa venire il nervoso.

Link
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

L’amnistia Togliatti

Libri – L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392, € 19

Paolo Persichetti
Liberazione
Giovedì 27 aprile 2006

L’ultimo lavoro di Mimmo Franzinelli, L’Amnistia Togliatti, un saggio che ricostruisce la storia del decreto presidenziale di clemenza predisposto dal guardasigilli Palmiro Togliatti, sembra dover riaccendere a distanza di sessant’anni le stesse 8804553340 polemiche che l’accolsero all’indomani della sua emanazione, in occasione della proclamazione della Repubblica, il 22 giugno 1946. In questa direzione, infatti, è rivolta la recensione che lo storico Sergio Luzzato ha scritto sul Corriere della Sera del 19 aprile scorso. Una vera requisitoria contro l’uomo dalla stilografica con l’inchiostro verde, accusato di aver spalancato le porte delle carceri a fascisti e saloini imprigionati subito dopo la Liberazione. Colpevole ancora una volta della sua «proverbiale doppiezza» per aver disconosciuto la responsabilità di quella misura – come lui stesso scrisse – «giusta nelle intenzioni ma sbagliata nell’applicazione», a causa dell’uso politico che ne fece la Dc e dell’interpretazione distorta fornita dalla magistratura.
Non è così! Risponde Luzzato, «l’amnistia Togliatti fu una vergogna nazionale» perché nacque dal duplice intento di reclutare nuovi militanti tra le fila dei vinti e risparmiare conseguenze giudiziarie alle azioni delle forze partigiane. Non fu sempre Togliatti a definire «eccesso di nervosismo» la rabbia dei parenti delle vittime? Per questo, conclude: «il libro di Franzinelli va consigliato come la più istruttiva delle letture possibili per chi voglia sottrarsi a un discorso sull’amnistia che strizza l’occhio all’amnesia». Già, perché a ben vedere il vero obiettivo polemico non è tanto la clemenza del 1946, ma quella in discussione da un quindicennio sugli anni 70. Un provvedimento che se approvato, sostiene Luzzato, si trasformerebbe in una «pietra tombale sugli orrori condivisi della nostra guerra civile». L’intonazione polemica del recensore del Corriere, che da qualche tempo è esulcerato dalle incursioni storiche di alcuni giornalisti sugli anni della guerra civile e i primordi della Repubblica (si veda in proposito La crisi dell’antifascismo, Einaudi 2004), è tale che sembra non voler risparmiare nemmeno l’istituto stesso dell’amnistia, rappresentata come un evento immorale, un diniego di giustizia, una fuga dalle responsabilità, un misconoscimento della verità.

Due secoli di amnistie
Senza voler chiamare in causa l’antichità classica, ci basta sapere che l’Ottocento e il Novecento sono stati secoli di amnistie che hanno seguito, in modo spesso contraddittorio e parziale, rivolgimenti e traumatismi civili e politici. L’Italia post-unitaria è stata marcata dall’adozione ripetuta di misure di clemenza collettiva. Almeno 230 sono state quelle censite tra il 1861 e il 1943. Ben altre 6 amnistie politiche sono state varate fino al 1970. Da allora più nulla.
C’è chi ha proposto, come Stéphane Gacon (L’Amnistie, Seuil 2002), una classificazione dei suoi diversi modelli. Uno di questi sarebbe l’amnistia-perdono, caratteristica dei regimi autoritari, che spesso si presenta come un ambiguo atto di generosità, un gesto di forza vischiosa e paternalista, il più delle volte accompagnato dalla «umiliazione di una richiesta», lì dove il perdono ricambia la sottomissione. Provvedimenti che in genere presuppongono valutazioni soggettive del beneficiario e dispositivi premiali in cambio di una richiesta d’acquiescenza al potere. Si tratta di un perdono inquisitorio, una logica che ricorda molto da vicino i dispositivi premiali intrapresi in Italia, tra il 1979 e il 1987, come le ampie riduzioni di pena previste per i dissociati della lotta armata.
L’amnistia-rifondazione, invece, non chiede nulla in cambio ma interviene per riunificare un paese diviso, ricompattandone il corpo politico, come accadde, con le leggi aministiali del 1872 e del 1898, alla fine della guerra civile americana, o con l’amnistia della Comune di Parigi che gettò le basi della terza Repubblica francese.
C’è poi l’amnistia-riconciliazione, un modello che segue la fine dei periodi dittatoriali. Sembra essere il caso dell’Italia dell’immediato dopo guerra, della Francia dopo la fine della Repubblica collaborazionista di Vichy o della Spagna post-franchista. Questi provvedimenti, nella gran parte dei casi, sono ispirati da valutazioni d’opportunità, ragioni di forza maggiore motivate dal fatto che i regimi caduti hanno potuto contare su un vasto consenso sociale costruito negli anni del loro dominio. Circostanza che rende problematica un’epurazione politica troppo estesa.

L’amnistia del 1946
Nel caso dell’amnistia italiana del 1946, vi è poi un’ambivalenza tutta particolare: per un verso, essa corrisponde all’avvio della politica d’egemonia condotta dal Pci, che mira così a recuperare larghi settori di quel fascismo antiborghese, frondista e di sinistra, in coerenza con quella che era stata la sua analisi del fascismo, riassunta nella formula del «regime reazionario di massa». Una convinzione che aveva spinto il Partito comunista clandestino al velleitario appello verso i «fratelli in camicia nera» nel tentativo di arrivare ad infiltrare le corporazioni e le organizzazioni di massa della dittatura negli anni della sua massima popolarità. Nella relazione con la quale Togliatti accompagna l’amnistia del 46, si spiega che la nuova Italia repubblicana non può nascere incoraggiando «la tradizione medioevale della messa al bando», per questa ragione era necessario un atto di clemenza che mirasse a recuperare quelli che erano stati «travolti da passione politica, o ingannati da propaganda menzognera… giovani resi incapaci da venti anni di dittatura di distinguere il bene dal male». 97888045663801 Al tempo stesso però, come accade per le amnistie francesi del 1951 e del 1953, anch’esse accolte da furiose polemiche, di cui si ebbe testimonianza nel confronto tra Mauriac e Camus, l’applicazione concreta della clemenza viene influenzata dai nuovi scenari geopolitici scaturiti dalla fine del conflitto. La “guerra fredda” spinge i paesi occidentali a rompere il fronte resistenziale e recuperare buona parte del personale compromesso con i passati regimi, per poter garantire una continuità dell’apparato statale in funzione anticomunista. Dietro la «riconciliazione» non ci sono ireniche spinte morali alla concordia ma un cinico calcolo strategico. In previsione dello scontro, il centro-destra democristiano e la sinistra comunista cercano di rafforzarsi reclutando nel passato. In questo modo l’amnistia da luogo ad un singolare paradosso: essa non è più un’occasione per la ricomposizione del corpo politico ma un espediente che perpetua la divisione, seppur in forma nuova, alimentando quella guerra civile fredda che, dopo la parentesi consociativa degli anni 70, vedrà assumere, alla fine del 1989, i connotati di una «guerra civile legale». In realtà, alcuni regi decreti del 44 e del 45 avevano già introdotto alcune misure amnistiali che non tutelavano affatto le azioni della Resistenza armata. Ed è innanzitutto per sanare queste carenze che Togliatti vara un provvedimento molto più organico ed ampio, che estende il beneficio anche ai nemici sconfitti purché incolpati solo di delitti politici, lasciando al giudice il compito dell’accertamento dell’indole politica del reato. Il tutto in un’ottica, come poi spiegò Mario Bracci, uno dei 18 ministri del dicastero De Gasperi che approvarono il provvedimento, che accertasse «le responsabilità dei singoli», evitando la logica delle responsabilità storiche e collettive, che avrebbe finito per imporre l’emarginazione e la persecuzione indiscriminata e non quel «rapido avviamento del paese a condizioni di pace politica e sociale», auspicate dallo stesso Togliatti. E sarà proprio questo il punto dolente del suo provvedimento. Una sorprendente dimostrazione d’angelismo politico o forse, in realtà, di quella precoce volontà di costruire un rapporto privilegiato con la magistratura, ritenuta un vettore di progresso in ragione del mito riformatore dell’azione giudiziaria. Invece, dando prova di un accurato zelo persecutorio, i magistrati della Cassazione, in gran parte reduci del regime, grazie a capziose interpretazioni giurisprudenziali, rovesciarono completamente le intenzioni del legislatore, applicando una clemenza di massa nei confronti dei fascisti, ben 10.034 di loro vennero amnistiati, ed escludendo sistematicamente i Resistenti che si videro riconoscere il beneficio solo in 153 casi. Lo stesso governo dovette promulgare, tre mesi dopo, un decreto che introduceva il divieto di emettere mandati di cattura o revocava quelli già spiccati contro i partigiani (Santosuosso e Colao, Politici e Amnistia, Bertani 1986).
Il fallimento dell’amnistia Togliatti trova spiegazione, in realtà, nel mancato adeguamento statuale al mutamento di regime politico. Venne meno sul terreno giuridico-formale, come spiegò con esemplare lucidità Calamadrei: «lo stabile riconoscimento della nuova legalità» uscita dalla Resistenza. Quella discontinuità che rende «lecita» l’illegalità perché «vittoriosa» sull’assetto politico preesistente. Richiamandosi a Santi Romano, Calamandrei sosteneva che l’assenza di rottura giuridica impedì di trovare nello Stato nuovo, e non nelle leggi precedenti, la necessaria legittimità. Il risultato fu la sistematica depoliticizzazione delle azioni partigiane (come avvenuto anche nel corso degli anni 70-80), passate al vaglio del codice Rocco, concepito proprio per reprimere quel tipo d’inimicizia politica. Furono necessarie ancora tre amplissime amnistie nel 53, 56 e 66, per chiudere definitivamente il dopoguerra.

I mal di pancia di Luzzato: miseria della cultura postazionista
La tesi di Luzzato testimonia il singolare atteggiamento della cultura liberale che oscilla continuamente tra la denuncia del carattere «totalitario, terroristico e fazioso», dei comunisti, per cui da una parte sarebbe stato un crimine l’uccisione di Gentile, ma poi si rimprovera loro l’amnistia ai fascisti; per un verso si condannano le vendette del «triangolo rosso», ma poi si critica la politica di recupero dei giovani quadri frondisti del regime, recentemente ricordata dal libro di Mirella Serri (I Redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948, Corbaccio, 2005). Di contro, a sinistra, ancora più meschino è il comportamento dei salvati di allora che, forse per far dimenticare di essere cresciuti negli asili dell’infamia, non hanno mai esitato a condannare i sommersi di oggi, opponendosi con ferocia perseveranza all’amnistia per gli anni 70.
L’amnistia Toglliatti appartiene a quel genere di clemenza che, intervenendo politicamente nell’immediatezza dei fatti, scommette sul futuro mettendo fine al rischio di un ciclo interminabile di rese dei conti. Per questo agisce come un «colpo di spugna», una sorta di oblio preventivo sulle colpe. Ma non è responsabilità di quell’amnistia, il clima più generale di rimozione e occultamento che investì, invece, le stragi più efferate dei nazi-fascisti, che di fatto si avvantaggiarono di una illegale amnistia di fatto, voluta dal potere politico in ragione dell’adesione italiana al Patto atlantico, come l’armadio della vergogna scoperto a Palazzo Cesi ha dimostrato. È inaccettabile, dunque, l’attacco all’istituto dell’amnistia e quella sorta di perverso bilanciamento della storia che Luzzato suggerisce: fare degli anni 70 il capro espiatorio del Novecento italiano per risarcire simbolicamente la mancata giustizia del dopoguerra. A differenza della clemenza preventiva del 46, l’amnistia per gli anni 70 interverrebbe in una situazione in cui la verità giudiziaria è stata già scritta e le pene ampiamente consumate, a distanza di oltre 30 anni dall’inizio del fenomeno e ben 18 anni dalla sua fine, quando in carcere vi sono ancora 132 detenuti per reati di sovversione e ben 119 latitanti all’estero (fonte Ministero della Giustizia aggiornata all’ottobre 2004), rinchiusi da un massimo di 28 anni ad un minimo di 18. Quale che sia il giudizio su quell’epoca, un dato ormai è certo: i militanti degli anni 70 hanno largamente scontato le loro pene, compreso il sovrasanzionamento dovuto alle leggi speciali dell’emergenza. Sono stati gli unici a pagare nella storia repubblicana. Si tratta ormai di chiudere simbolicamente un’epoca terminata da lunghi anni, e che alcuni settori della magistratura, degli apparati e del mondo politico, vorrebbero tenere artificiosamente ancora aperta per utilizzarla come una minaccia che ipotechi ogni presente e futuro di critica contro il potere.

Post scriptum
Quel che non è accettabile nella recensione di Luzzato è l’utilizzo della polemica contro l’amnistia Togliatti per attaccare, in realtà, l’ipotesi che un provvedimento del genere possa essere varato per il conflitto degli anni 70. Luzzato sembra quasi voler suggerire una sorta di perverso contrappasso: poiché ci fu clemenza contro i crimini fascisti è bene che ora i militanti della lotta armata degli anni 70 risarciscano simbolicamente anche quella mancata giustizia. Esiste una differenza sostanziale: nel giro di pochissimi anni (il maresciallo Graziani fu scarcerato nel 1953, accolto a braccia aperte da Andreotti), i fascisti furono tutti scarcerati. L’amnistia e l’indulto erano congeniati in modo tale che anche coloro che avevano subito condanne molto alte potessero uscire in libertà condizionale dopo 5 anni. Si trattò sostanzialmente di un’amnistia quasi preventiva. Mentre per i militanti della lotta armata dopo oltre 30 anni non si parla nemmeno più della opportunità di un provvedimento. L’amnistia la sta facendo il tempo.
Negli anni 90, uno degli argomenti in favore dell’indulto era quello di riportare l’entità delle pene ad una misura normale, togliendo il sovrasanzionamento dell’emergenza. Oggi, paradossalmente, non avrebbe più senso poiché la sanzione è stata largamente consumata.
La stessa cosa accadde in Francia. Non è vero in proposito quel che dice Luzzato. Anche se l’amnistia francese arrivò nel 1953, essa non fu esente dalle stesse polemiche che denunciavano una epurazione troppo lieve. Basti pensare alla vicenda Papon e Touvier! Per altro quel po’ di epurazione che avvenne Oltralpe fu essenzialmente un regolamento di conti a destra, tra gaulliani e petenisti.

Link
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’unità d’Italia ad oggi
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Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
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Bossnapping, una storia che viene da lontano

Insubordinazione e democrazia operaiaLavorare con lentezza: tecniche di resistenza e metodi di lotta messi in cantiere dal movimento operaio nel corso della sua storia

Paolo Persichetti
Liberazione
19 aprile 2006

Dopo il varo, nel 1893, delle famose «leggi scellerate», la legislazione antianarchica che introdusse in Francia il reato di «association malfaiteurs», molti militanti furono costretti a riparare all’estero per sfuggire al carcere. Durante l’esilio a Londra, il sindacalista anarchico Émile Pouget, fondatore nel 1889 del giornale popolare Le Père Peinard, ispirato al Père Duchesne di Hébert (esponente degli arrabbiati, l’ala sanculotta più radicale della rivoluzione francese) rimase colpito dai metodi di lotta impiegati dal movimento operaio inglese.

Emile Pouget

Emile Pouget

Quegli anni di dura repressione avevano gettato nel discredito la strategia minoritaria e individualista della «propagande par le fait», che aveva conquistato i settori anarchici del periodo. Nel 1892, l’esecuzione di Ravachol aveva aperto l’era degli attentati e delle bombe. Due anni dopo l’anarchico italiano Sante Caserio uccise il presidente della Repubblica francese Sadit Carnot. L’amnistia politica del 1895, seguita all’elezione del nuovo presidente della terza Repubblica Felix Faure (rimasto alla storia perché folgorato da un infarto fu rinvenuto su un divano dell’Eliseo ancora avvinghiato ai capelli della sua amante, che terrorizzata cercava di riprender fiato), permise a Pouget di rientrare insieme a molti altri militanti e dare vita ad una nuova stagione politica fondata sull’azione di massa e l’intervento sindacale. Ebbe così modo di partecipare alla fondazione della Confédération générale du travail e nel 1896, sul nuovo giornale La Sociale spiegò la teoria del sabotaggio, «il sistema dei proletari inglesi che hanno come parola d’ordine: A paga cattiva, cattivo lavoro…». Nel 1908 scriveva: «L’azione diretta non è fatalmente sinonimo di violenza: essa può manifestarsi in maniera benevola e pacifica o anche molto vigorosa… Contro lo Stato si materializza sotto forma di pressione esterna, mentre contro il padronato, i mezzi comuni sono lo sciopero, il boicottaggio, l’etichettamento, il sabotaggio».
Nell’opuscolo Le Sabotage, pubblicato attorno al 1911-12 (rieditato a Parigi, nel 2004, dalle edizioni Mille et une nuits) Pouget racconta che il termine sabotaggio deriva da sabot (zoccolo). Sabotage non era in origine un’espressione di lotta sociale ma un termine popolare che non indicava affatto l’atto di fabbricare zoccoli, ma al contrario designava un lavoro mal eseguito, fatto a «colpi di zoccoli» appunto. Nel 1897, durante il congresso della Cgt a Tolosa, nel quale Pouget animava la commissione boicottaggio e sabotaggio, questa tattica ricevette il battesimo sindacale.
lesabotage01In effetti, il sabotaggio in origine altro non era che quanto gli operai scozzesi chiamavano, con un’espressione dialettale, Go Canny («Vacci piano!»). Lavorare con lentezza, insomma! Una strategia di resistenza che da individuale e spontanea si fa col tempo cultura di lotta consapevole, sempre più fantasiosa e organizzata, diffusasi in Inghilterra nel 1889 e successivamente importata in Francia, nel 1895, dal sindacato dei ferrovieri e poi giunta in America, grazie al passa parola delle lotte dei portuali, durante la stagione dell’Iww. Pouget rammenta anche l’arrivo del sabotaggio tra i lavoratori italiani, impiegato per la prima volta, non certo a caso, dai ferrovieri (facilitati dai contatti e dagli scambi quotidiani con i compagni di lavoro d’oltre frontiera), che nel 1905 praticano lo sciopero dello zelo.
Le diverse tecniche, che egli descrive con dovizia di particolari e dettagli pratici, rinviano ad un ventaglio di forme di lotta molto ampio. Esse vanno dal sabotaggio delle merci e degli strumenti di lavoro (di sfruttamento), «cose inerti e senza vita», senza sospensione o abbandono dell’attività lavorativa, al sabotaggio in appoggio dello sciopero con l’obiettivo di moltiplicarne l’effetto, sulla base del principio del minimo sforzo e del massimo risultato. In questa lotta corpo a corpo con il capitalista, Pouget propone una sorta di judo, l’utilizzo della forza cinetica dell’avversario a proprio vantaggio. In seguito, l’introduzione della catena di montaggio permetterà anche agli scioperi di trasformarsi non solo in urto compatto e di massa ma in una specie di “mordi e fuggi”, come nelle fermate a gatto selvaggio o a scacchiera. Stratagemmi che consentivano di sabotare il flusso continuo della catena fordista.
La pratica del sabotaggio è per sua definizione evolutiva e si adatta al variare dello sviluppo tecnologico e organizzativo della produzione, della circolazione e distribuzione delle merci e dei servizi. Una componente essenziale del sabotaggio, secondo la definizione data da Pouget, è anche il boicottaggio. Esso può declinarsi in molte forme: l’insubordinazione di massa, la resistenza passiva, la non collaborazione, l’ostruzionismo o al contrario il ricorso al massimo zelo, l’organizzazione di campagne (metodo della bouche ouverte), grazie alle quali venivano denunciate la malefatte del datore di lavoro, i trucchi e gli inghippi per contraffare merci e prodotti e fregare il consumatore. «Il sabotaggio – tiene comunque a precisare – colpisce il padrone attraverso il rallentamento del lavoro, rendendo invendibili i prodotti fabbricati, immobilizzando o rendendo inutilizzabili gli strumenti di produzione, ma il consumatore non deve soffrire di questa guerra fatta allo sfruttatore».
In sostanza, quella del sabotaggio appare come una vera e propria arte di disobbedire, una strategia che riconduce l’esercizio della critica alla pratica quotidiana dei poteri economici e istituzionali, mettendoli alla berlina e cortocircuitando i loro discorsi di legittimazione.
A distanza di un secolo resta ancora intatta la freschezza che animava il percorso di sperimentazione seguito da Pouget, il tentativo di uscire da una stagione di sconfitta cercando linguaggi e strategie nuove che rinnovassero la capacità di fare fronte alle nuove modalità del conflitto capitalistico insieme ad una nuova abilità nel costruire consenso attorno alle proprie battaglie. In un’epoca, come quella attuale, in cui l’attenzione ossessiva riposta sui mezzi di lotta sembra voler sopperire alla debolezza di contenuti e prospettive sui fini, ritrovare questa memoria e recuperarne la fantasia può aiutare ad uscire dalla maledizione di un dibattito che ha trasformato la scelta dei metodi di lotta in un paralizzante dilemma ideologico attorno al quale definire la propria identità.images-11
L’attuale precarizzazione e individualizzazione delle condizioni e dei rapporti di lavoro ha notevolmente accentuato la pressione sui lavoratori. Mentre la contrattazione collettiva subisce un ridimensionamento sempre maggiore, i nuovi modelli di management sviluppano politiche di coinvolgimento totale e d’implicazione intima dell’individuo nel processo lavorativo. Alla disciplina militare del taylorismo si sostituisce la «valorizzazione della personalità» e la mobilitazione del «saper essere» del dipendente. Un discorso sulla supposta autonomia dell’individuo e sull’investimento nelle risorse umane che riposa, in realtà, sulla introiezione dei vincoli e degli obblighi che gravano sul lavoratore, fino ad arrivare ad una vera e propria colonizzazione padronale del suo cervello.
Sabotare, allora, può voler dire innanzitutto cominciare a non pensarla più così, a non lasciarsi implicare dai linguaggi suadenti e truffaldini della nuova etica del capitale, scopiazzati da filosofie critiche che egli ha saputo intelligentemente integrare. Sabotare vuol dire rilanciare una cultura conflittuale e antagonista che possa agire come modello d’apprendimento quotidiano della libertà, a partire innanzitutto dai luoghi di lavoro. Infatti, se c’è un limite fino ad ora espresso dalla cultura della disobbedienza in uso nei movimenti, esso riguarda innanzitutto la sua eccessiva estraneità dai posti di lavoro, quasi che sia stata integrata una sorta d’intangibilità della estrazione di plusvalore unicamente a vantaggio di forme etiche di boicottaggio del consumo rivolto nei confronti di marche multinazionali.

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