Perché le teorie del complotto e la dietrologia sono una antistoria
Marco Clementi
L’Altro, 27 giugno 2009
A partire dal 9 maggio scorso, quando il capo dello Stato Napolitano ha auspicato la rinuncia alle tesi complottistiche e si è appellato agli studiosi perché facciano luce sulle pagine ancora oscure della recente storia italiana, si è sviluppato un ampio dibattito pubblico al quale hanno preso parte giornalisti, studiosi e storici. Sulle pagine di questo giornale il 17 giugno Vladimiro Satta ne ha ricostruito i passaggi e dunque rimando a quell’articolo per gli approfondimenti. Quello che mi preme riprendere in questo articolo è un aspetto rimasto marginale, e che merita invece di essere approfondito. Si tratta della differenza tra il lavoro dello storico e quello di altra fattura, che comunemente viene chiamata “dietrologia” e che continuerò a indicare in questo modo, non avendo trovato un termine migliore.
Il lavoro dello storico si basa sulla ricerca, la lettura, l’interpretazione e la scelta dei documenti, delle fonti primarie, senza le quali non può essere ricostruito alcun avvenimento. In un saggio così preparato, quindi, non si troveranno, se non raramente, espressioni ipotetiche, supposizioni, allusioni; il testo sarà quasi sempre all’indicativo, perché le fonti consultate permettono a chi scrive di avere una chiara visione di quanto va a raccontare. Il ragionamento segue il metodo induttivo. Ovviamente, ciò non significa che ogni libro di storia sia un capolavoro. Come in tutti i settori, esistono anche gli storici mediocri, ma questo è un altro discorso. A differenza dello storico, il lavoro dietrologico normalmente non si preoccupa troppo del riscontro documentale: parte da ipotesi, opera per deduzione e nella narrazione usa spesso il modo condizionale. Anche quando si serve di documenti, solitamente è difficile avere dei riscontri, perché si tratta spesso di documenti poco chiari, incompleti, di dubbia provenienza. La conseguenza principale di tutto ciò è che, mentre il saggio di uno storico produce una “verità storica” finita, che potrà essere smentita o rafforzata alla luce di nuovi documenti, il saggio dietrologico moltiplica le domande di partenza, senza fornire mai una risposta, rimandata regolarmente a un futuro più o meno lontano, quando il “mistero” risultasse finalmente svelato. Il saggio di uno storico, dunque, anche quando è dedicato ad un complotto (per esempio l’assassinio di Kennedy), cerca certezze ed eventualmente rimanda il lettore alla declassificazione dei fondi archivistici per le risposte in sospeso. Quello dietrologico aggiunge nuovi misteri, non svela mai nulla, né è in grado di rimandare il lettore a un futuro certo, perché non sono i fondi d’archivio ad interessarlo. La dietrologia, infatti, non cerca le responsabilità, politiche, amministrative, morali ecc., di un avvenimento, ma il colpevole (o i colpevoli), che fino a quel momento hanno impedito al bravo ricercatore di giungere alla verità (di quale verità si parli, inoltre, resta sempre poco chiaro. La verità storica, per fare un esempio, non è la Verità, ma corrisponde a quanto è possibile ricostruire in un dato momento sulla base delle fonti disponibili).
Prendiamo un esempio ormai divenuto un classico, il caso Moro. Mentre gli storici che se ne sono occupati hanno cercato di capire le posizioni dei vari attori della vicenda, da Moro ai brigatisti, dai partiti politici alle istituzioni, fino al Vaticano, i dietrologi hanno cercato le risposte ad alcuni quesiti, come per esempio: “da chi era composto il comando di via Fani. C’erano degli uomini dei servizi segreti? C’erano uomini della ‘ndrangheta? Erano presenti degli stranieri? In quante prigioni è stato segregato Moro? Chi sapeva della sua prigione e non ha fatto nulla per liberarlo? Perché è fallita la trattativa con il Vaticano? Perché è stato ucciso quando sembrava prossima un’apertura di trattativa? Che ruolo hanno avuto i servizi segreti sovietici e statunitensi? Chi era il misterioso uomo che interrogava l’ostaggio? Dove sono i filmati che ritraggono gli interrogatori?”. 
Si tratta, come si può osservare, di domande che potrebbero avere un senso, se si fosse ricostruita già l’intera vicenda. Per esempio, per rispondere all’ultima, si deve essere certi che gli interrogatori furono filmati. Chiedersi se ci fosse la mafia in via Fani significa aver ricostruito la storia delle Br come la storia di un gruppo di sedicenti guerriglieri comunisti, in realtà parte integrante del mondo malavitoso italiano. Interrogarsi sul ruolo dei servizi segreti stranieri significa sapere con certezza che essi hanno operato in modo incisivo nella vicenda al fine di far morire Moro, e non come semplici osservatori. Parlare della trattativa del Vaticano significa aver la certezza che il Vaticano contattò in qualche modo chi teneva Moro. Insomma, ogni domanda di questo genere presupporrebbe la conclusione di una ricerca dettagliata, ma in realtà le domande rappresentano il punto di partenza, non di arrivo. Il risultato finale è che dal 1978 si sono spese molte più parole intorno ai presunti complotti, che non a chiedersi, per esempio, per quale motivo il Pci scelse una determinata linea politica intransigente fin dalle prime ore del rapimento. Perché se molti dirigenti del Pci hanno sempre sostenuto che il compromesso storico fallì a causa del rapimento e del delitto di Aldo Moro (e in questo, per certi versi non hanno torto), è anche vero che Botteghe Oscure, rinunciando a trattare con le Br a prescindere dagli sviluppi della situazione, scelse in modo consapevole di affrontare il rischio che l’ostaggio potesse venire ucciso; scelse, cioè, di provare a tenere in piedi il governo di solidarietà nazionale anche senza Moro. Di fronte a questo, appellarsi al teorema del complotto anticomunista ordito da chi vedeva nella presenza del Pci al governo una pericolosa alterazione degli equilibri di Jalta, appare pretestuoso. Il Pci durante i 55 giorni non si batté con tutte le sue forze per cercare di liberare Moro, ma per mantenere la propria posizione dentro la maggioranza di governo, minacciando di aprire una crisi se la Dc avesse ceduto al ricatto dei brigatisti. Serve un mistero per dedicarsi a questa analisi?
Link
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand
panorama italiano degli studi venti anni fa da Franco De Felice a proposito dei fenomeni eversivi degli anni di piombo e, in seguito, fu replicata con modifiche nelle varianti chiamate “Stato parallelo”, “Stato duale” e simili. In molti casi, il “doppio Stato” e i suoi derivati sono stati raffigurati quali protagonisti di una storia dell’Italia repubblicana vista in termini di sequela di complotti orditi in seno alle istituzioni.
L’articolo di Battista tanto deprecato dai teorici della cospirazione contiene qualche inesattezza e tende ad appiattire le differenze tra i personaggi che cita: per fare un paio di esempi, Fasanella non fu consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta su terrorismo e stragi, e la linea di Giannuli diverge sensibilmente dallo schema iniziale di De Felice. Inoltre, l’articolo ha il difetto di non spiegare perché il giornalista concordi con Napolitano e dissenta dai teorici del “doppio Stato”.


polemiche che l’accolsero all’indomani della sua emanazione, in occasione della proclamazione della Repubblica, il 22 giugno 1946. In questa direzione, infatti, è rivolta la recensione che lo storico Sergio Luzzato ha scritto sul Corriere della Sera del 19 aprile scorso. Una vera requisitoria contro l’uomo dalla stilografica con l’inchiostro verde, accusato di aver spalancato le porte delle carceri a fascisti e saloini imprigionati subito dopo la Liberazione. Colpevole ancora una volta della sua «proverbiale doppiezza» per aver disconosciuto la responsabilità di quella misura – come lui stesso scrisse – «giusta nelle intenzioni ma sbagliata nell’applicazione», a causa dell’uso politico che ne fece la Dc e dell’interpretazione distorta fornita dalla magistratura.
Al tempo stesso però, come accade per le amnistie francesi del 1951 e del 1953, anch’esse accolte da furiose polemiche, di cui si ebbe testimonianza nel confronto tra Mauriac e Camus, l’applicazione concreta della clemenza viene influenzata dai nuovi scenari geopolitici scaturiti dalla fine del conflitto. La “guerra fredda” spinge i paesi occidentali a rompere il fronte resistenziale e recuperare buona parte del personale compromesso con i passati regimi, per poter garantire una continuità dell’apparato statale in funzione anticomunista. Dietro la «riconciliazione» non ci sono ireniche spinte morali alla concordia ma un cinico calcolo strategico. In previsione dello scontro, il centro-destra democristiano e la sinistra comunista cercano di rafforzarsi reclutando nel passato. In questo modo l’amnistia da luogo ad un singolare paradosso: essa non è più un’occasione per la ricomposizione del corpo politico ma un espediente che perpetua la divisione, seppur in forma nuova, alimentando quella guerra civile fredda che, dopo la parentesi consociativa degli anni 70, vedrà assumere, alla fine del 1989, i connotati di una «guerra civile legale». In realtà, alcuni regi decreti del 44 e del 45 avevano già introdotto alcune misure amnistiali che non tutelavano affatto le azioni della Resistenza armata. Ed è innanzitutto per sanare queste carenze che Togliatti vara un provvedimento molto più organico ed ampio, che estende il beneficio anche ai nemici sconfitti purché incolpati solo di delitti politici, lasciando al giudice il compito dell’accertamento dell’indole politica del reato. Il tutto in un’ottica, come poi spiegò Mario Bracci, uno dei 18 ministri del dicastero De Gasperi che approvarono il provvedimento, che accertasse «le responsabilità dei singoli», evitando la logica delle responsabilità storiche e collettive, che avrebbe finito per imporre l’emarginazione e la persecuzione indiscriminata e non quel «rapido avviamento del paese a condizioni di pace politica e sociale», auspicate dallo stesso Togliatti. E sarà proprio questo il punto dolente del suo provvedimento. Una sorprendente dimostrazione d’angelismo politico o forse, in realtà, di quella precoce volontà di costruire un rapporto privilegiato con la magistratura, ritenuta un vettore di progresso in ragione del mito riformatore dell’azione giudiziaria. Invece, dando prova di un accurato zelo persecutorio, i magistrati della Cassazione, in gran parte reduci del regime, grazie a capziose interpretazioni giurisprudenziali, rovesciarono completamente le intenzioni del legislatore, applicando una clemenza di massa nei confronti dei fascisti, ben 10.034 di loro vennero amnistiati, ed escludendo sistematicamente i Resistenti che si videro riconoscere il beneficio solo in 153 casi. Lo stesso governo dovette promulgare, tre mesi dopo, un decreto che introduceva il divieto di emettere mandati di cattura o revocava quelli già spiccati contro i partigiani (Santosuosso e Colao, Politici e Amnistia, Bertani 1986).

