Il populismo penale accomuna destra e sinistra: è la forma della politica attuale

Risentimento e vittimismo al posto della giustizia sociale: il “populismo penale” si nutre di paura, insicurezza e dell’utopia reazionaria della “tolleranza zero”

Paolo Persichetti
Liberazione 21 novembre 2010


A metà strada tra il descrittivo e il normativo, il populismo – sostengono molti autori – è una categoria politica di difficile definizione che non designa un fenomeno circoscrivibile ma soltanto una logica sociale i cui effetti producono esperienze politiche molto diverse. In realtà più una sindrome sociale che una dottrina politica, afferma Peter Wiles. Non a caso il populismo viene evocato per dare nome a situazioni che si manifestano in periodi di crisi. Nel contesto europeo la fine del fordismo, la rottura del rapporto identitario legato all’appartenenza sociale, in Italia il crollo del sistema dei partiti, più in generale l’emergere di sistemi politici neo-oligarchici. Il populismo altro non è che «un modo di costruzione del politico», sostiene Ernesto Laclau, La ragione populista (Laterza, 2008) che mette al centro della legittimità politica, manipolandola e passivizzandola, una vaga astrazione denominata “popolo”. Fenomeno che nello specifico laboratorio politico italiano si è diversificato sommando ai tradizionali temi patriottici e nazional-popolari, interpretati in questo caso dai postfascisti, nuove rivendicazioni pseudoetniche o regionalistiche intrecciate a sentimenti di rivolta fiscale contro lo Stato nazione ed a pulsioni xenofobe e razziste incarnate dalla Lega Nord. Forme di ripiego identitario capaci al tempo stesso di coabitare con un “cesarismo mediatico”, espresso dal modello berlusconiano, poco interessato ai localismi valligiani e totalmente proiettato verso una dimensione hertziana e ipnotica della comunicazione politica, fautore di una società lasciata in balia degli appetiti più sfrenati e prédatori del mercato, a tutto vantaggio di un nuovo ordine censitario e di un aggressivo orgoglio proprietario che darwinianamente ha rilegittimato il diritto di sopraffazione sui meno abbienti, sdoganando «la ricchezza come misura del proprio valore e il trionfo degli istinti animali del capitalismo come pubbliche virtù».

Queste nuova dimensione antropologica ha favorito la penetrazione trasversale di altre forme di populismo tra le cui pieghe si è sedimentata un’ossessiva rappresentazione fobica e igienista della società. Un’isteria sociale che ha nutrito la crescita dirompente del fenomeno giustizialista, il cui successo si è riversato sul funzionamento del sistema giudiziario trasformato in una nuova arena da combattimento tra attori e gruppi sociali dominanti. Il ricorso a nuovi repertori moralistici, improntati sul tema della virtù, è così servito a giustificare l’uso strategico dello strumento giudiziario, impiegato in un primo momento, gli anni 90, dalle singole fazioni dominanti nella rincorsa ad etichettarsi reciprocamente come criminali. Paura e insicurezza sono diventate le parole chiave di questo dispositivo che infrange le tradizionali barriere tra destra e sinistra e al cui interno coesistono grammatiche politiche eterogenee: una nevrotica e l’altra psicotica. Questa trasversalità della paura è frutto dell’attuale società dell’incertenza, un derivato di rapporti sociali e di lavoro improntati sulla flessibilità e il precariato. La modificazione del paradigma produttivo, il declino di modelli politici edificati sulla base del compromesso rappresentato dello Stato sociale, il trionfo dei modelli neoliberali, hanno mutato ciò che un tempo si intendeva per sicurezza, ovvero una idea progettuale di esistenza fondata su diritti sociali e politici garantiti: dal lavoro, al reddito, alla scuola, all’assistenza sanitaria, alla pensione, all’azione sindacale. Diritti che a loro volta dispiegavano nuove richieste e bisogni inclusivi. Tutto ciò si è rovesciato trasformandosi in una visione arroccata dell’esistenza, costruita attorno all’utopia reazionaria della “tolleranza zero”. Alla sicurezza si chiede la difesa del proprio corpo e dei propri possedimenti, reali o immaginari, che sia il capitale o una casa popolare non fa differenza, anziché la difesa da un’economia che li minaccia.

Il populismo ha assunto dunque una connotazione «penale» declinata come risposta alla domanda crescente di difesa personale anziché sociale. Il termine populismo va riferito quindi al risentimento di gruppi che si credono trascurati o abbandonati dall’autorità. Un risentimento che si traduce in ostilità verso altri gruppi o individui ritenuti complici della condizione di abbandono avvertita. Ecco che a differenza dei populismi passati, il populismo penale attenua la tradizionale carica antielitaria per rivolgere la propria stigmatizzazione verso capri espiatori individuati nelle posizioni più basse della scala sociale: dagli immigrati, ai nomadi, ai giovani delle periferie, agli emarginati, più in generale a quelle figure che riempiono le fila dell’esercito salariale di riserva. La sua caratteristica è quelle di muovere una guerra sociale verso il basso. Guerre dei possidenti contro i nulla tenenti e guerra tra poveri. Secondo il sociologo Vincenzo Ruggiero, una spiegazione provvisoria potrebbe essere la seguente: nelle società neoliberiste il successo individuale viene premiato tanto quanto l’insuccesso viene punito. «Chi nel mercato mostra segni di fallimento va espulso, castigato; si rischia altrimenti di lanciare un messaggio insidioso, vale a dire che la responsabilità per il fallimento non è da attribuire all’individuo, ma al mercato medesimo». Si afferma così – ha denunciato il giurista Luigi Ferrajoli – una «duplicazione del diritto penale» che designa il passaggio dalla fase giustizialista al populismo penale vero e proprio. Un diritto mite per i ricchi e i potenti e un diritto massimo per i poveri e gli emarginati. «E’ la prova che oggi la giustizia – sostiene sempre Ferrajoli – è sostanzialmente impotente nei confronti della delinquenza dei colletti bianchi, mentre è severissima nei confronti della delinquenza di strada. Si pensi agli aumenti massicci di pena per i recidivi previsti dalla legge Cirielli, sull’esempio degli Stati Uniti, simultaneamente alla riduzione dei termini di prescrizione per i delitti societari. E si pensi, invece, alle pene durissime introdotte dal decreto sulla sicurezza: espulsione dello straniero condannato a più di due anni, reclusione da 1 a 5 anni per avere dichiarato false generalità, aumento della pena fino a un terzo nel caso in cui lo straniero sia clandestino».

Emerso negli Stati Uniti durante gli anni 80 come discorso politico, proprio della destra neoconservatrice, specializzato nelle promesse punitive capaci di sedurre l’elettorato, il populismo penale ha rotto gli argini nei decenni successivi per divenire l’oggetto irrinunciabile della contesa tra i partiti politici di ogni schieramento. Il populismo penale non è più di destra o di sinistra: è la forma della politica attuale interpretata con minori o maggiori sfumature. Quest’ideologia presenta tuttavia sfaccettaure diverse tra la realtà nordamericana e quella europea. Differenze legate alla presenza di modelli sociali, istituzionali e giudiziari dissimili.
Il tema della complicità dello Stato con il crimine, tacciato per questo d’elitismo e corruzione, appartiene al repertorio classico della critica neoconservatice e dei libertarians americani (i fautori dello Stato minimo) nei confronti di quello che viene ritenuto un eccessivo presenzialismo statale. Al contrario, da noi, i “professionisti dell’antimafia” denunciano il lassismo del governo nella lotta alla criminalità auspicando un sempre maggiore coinvolgimento dello Stato. Il sistema giudiziario di tipo accusatorio fa si che nel modello nordamericano si configura una contrapposizione politico-ideologica tra gli incarichi elettivi e quelli indipendenti che reggono il sistema della giustizia penale. Lo sceriffo della contea insieme a l’attorney (il procuratore) sono ritenuti gli eroi della guerra senza quartiere al crimine. Mentre il giudice terzo, in quanto garante delle forme della legge, è percepito come un ostacolo se non addirittura una figura connivente con la delinquenza. La tradizione inquisitoria che pervade ancora il sistema giudiziario italiano, via di mezzo tra rito istruttorio e “semiaccusatorio”, consente invece alla nostra magistratura di essere individuata come il perno centrale della lotta non solo alla criminalità ma più in generale all’ingiustizia. Gli strumenti giudiziari d’eccezione e la cultura inquirente congeniata per contrastare la sovversione sociale degli anni 70, la lunga stagione delle leggi penali speciali e dei maxiprocessi che hanno traversato il decennio 80, e lo tsunami giudiziario che ha preso il nome di “Tangentopoli” nella prima metà degli anni 90, hanno conferito alla nostra magistratura il ruolo di vero e proprio soggetto politico portatore di un disegno generale della società.

Il modello del capro espiatorio ha svolto un ruolo centrale nella vicenda passata alle cronache come la rivoluzione di “Mani pulite”. Le conseguenze, per nulla percepite dagli attori dell’epoca, che spesso pensavano di interpretare una stagione di rinnovamento del Paese, sono state enormi. E’ da lì che hanno preso forma e si sono strutturate le ideologie del rancore e del vittimismo che fomentano trasversalmente le attuali correnti populiste, stravolgendo quell’idea di giustizia che per lungo tempo era stata sospinta da ragioni che disprezzavano gli strumenti della penalità e del carcere in favore della ricerca del bene comune. Se prima si trattava di raggiungere obiettivi universali in grado di ripercuotersi in un miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno, ora il traguardo più ambito è l’aula processuale, conquistare un posto in prima fila nei tribunali, sedere sui banchi della pubblica accusa o delle parti civili. Si pensa e si parla solo attraverso le lenti dell’ideologia penale. Una sovrabbondanza che alla fine, è superfluo ricordarlo, non ha creato più giustizia. Come dicevano già i romani: summum ius, summa iniuria. Il mito della giustizia penale ha alla fine trasformato la politica nel cimitero della giustizia sociale. L’esaltazione delle qualità salvifiche del potere giudiziario ha fatto tabula rasa di ogni critica dei poteri.

Quando in nome del “popolare” si costrusce il populismo

La “manipolazione delle coscienze” non appartiene solo alla storia della destra

Stefano Tassinari
Liberazione 21 novembre 2010


In un’epoca storica così mortificante come quella che stiamo vivendo si ha l’impressione di essere dominati da una sorta di populismo diffuso, considerato – da chi lo insegue ideologicamente e cerca di metterlo in pratica quotidianamente – lo strumento più affinato per conquistare e/o mantenere il consenso, spesso coincidente con il potere, più o meno personale. Eppure, anche se oggi, nella nostra realtà italiana, ci viene naturale collegare questo concetto alle posizioni politiche espresse da personaggi quali Berlusconi e Bossi, va ricordato che il termine populismo non solo presenta diverse accezioni, ma non può essere ascritto soltanto al campo politico conservatore e reazionario, tant’è che per molti – sempre per restare nel nostro piccolo ambito nazionale – ad essere considerato un populista per eccellenza è il comico Beppe Grillo, nel suo ruolo di leader del Movimento 5 Stelle. Sotto il profilo storico, come è noto, il movimento populista non venne certo fondato da gruppi reazionari, bensì da rivoluzionari russi che si opponevano allo zarismo intorno alla metà dell’Ottocento; ciò nonostante, l’immagine prevalente che tutti conserviamo è molto più legata a figure della destra autoritaria, dal Benito Mussolini che invitava ad “andare incontro al popolo” (scegliendo volutamente il termine “popolo” per contrapporlo alla parola “classe”) alla coppia formata da Juan Domingo Peròn e da sua moglie Evita.
In sostanza, che l’intervento del popolo venga invocato per rovesciare i dittatori o per mantenerli al potere, alla base rimane un equivoco di fondo, basato sull’idea – molto discutibile – che il popolo detenga per principio i valori giusti e positivi, come se non fosse condizionabile e manipolabile. Ed è proprio l’aspetto della “manipolazione delle coscienze” a spingere la nostra riflessione sul terreno della cultura e della comunicazione, divenuti fondamentali, nello specifico, fin dalla prima metà del secolo scorso (e in tal senso basti pensare al ruolo della radio nella costruzione di un consenso di massa nei confronti del regime fascista). E se Mussolini, dal suo punto di vista, dimostrò di aver capito in fretta le potenzialità di un uso politico della letteratura e del cinema (e lo dimostrano i forti investimenti economici stanziati per costruire gli studi di Cinecittà, per lanciare la Mostra del Cinema di Venezia – nata nel 1932 con un altro nome –  e per far stampare e circolare svariate riviste letterarie persino “frondiste”, ma utili a fornire un’immagine “aperta” del regime), anche a sinistra, purtroppo, ci fu chi non si fece scrupoli ad attaccare l’autonomia della cultura in nome e per conto dei bisogni di un generico popolo, i cui gusti mediani dovevano essere considerati come il limite invalicabile per le produzioni artistiche.
L’esempio più macroscopico ci porta all’Unione Sovietica dei primi anni Venti, dove un gruppetto di autori mediocri (ma ben inseriti nel Partito) provò prima a fare a pezzi tutta la letteratura russa considerata “alta” (e quindi inarrivabile, almeno per loro….), per poi cercare di imporre una standardizzazione dell’espressione letteraria sulla base di un vero e proprio canone, definito “letteratura proletaria” e figlio di un canone più ampio (e sciagurato), cioè quello della “cultura proletaria”. Questi signori, radunati attorno alla rivista Na Postu, combattevano il Futurismo russo perché “inaccessibile alle masse” (quindi al popolo), stroncavano, per la stessa ragione, ogni forma di simbolismo nella poesia (contribuendo, così, a svuotarla di senso e, in ultima analisi, ad ucciderla) e giudicavano un’opera letteraria non sulla base del suo valore, bensì del grado di fedeltà al Partito dimostrata dal suo autore, il quale, per altro, per rientrare nei criteri della correttezza artistica doveva scrivere testi caratterizzati da evidenti richiami alle tematiche ritenute importanti dal Partito stesso. Costoro arrivarono all’aberrazione di proporre che i criteri sulla base dei quali si sarebbe dovuta decidere la pubblicazione di questo o quel romanzo venissero sostanzialmente indicati dal Comitato Centrale del Partito Comunista, dato che questo stesso organismo dirigente avrebbe dovuto avere il compito di stabilire i confini generali dentro cui inserire (o meglio, rinchiudere) la produzione culturale.
Ci si dirà: ma questi sono problemi superati, quindi che senso ha riproporre un dibattito sull’incidenza negativa del populismo a livello artistico e culturale? Purtroppo un senso ce l’ha ancora, proprio perché da un lato quell’atteggiamento mentale portò all’uso “normale” di quella censura che ha segnato la vita del socialismo reale fino alla sua estinzione e continua a caratterizzare quella di alcuni Paesi nominalmente comunisti come la Cina e Cuba, mentre dall’altro lato la tendenza a stabilire dei criteri politici di selezione culturale e ad affidarne la gestione ad organismi definiti dal Partito/Stato è ancora ben radicata in certe realtà (a Cuba, ad esempio, la mancanza di carta dovuta all’embargo comporta una forte limitazione dei titoli stampati, basata anche – ma non solo – sulle indicazioni dell’Uneac, l’Unione degli artisti e degli scrittori cubani; una delle conseguenze immediate è che ci sono romanzi di autori cubani tradotti e pubblicati in più di dieci Paesi del mondo che a Cuba, semplicemente, non esistono, il che, con tutta la simpatia che si può nutrire per l’esperienza politica in corso nell’isola caraibica, lascia più di una perplessità e anche un po’ di sconcerto).
Ai tempi delle polemiche suscitate dai vincenti “napostovcy” (vincenti in quanto le loro teorie furono perfettamente recepite ed applicate da Stalin e Zdanov), l’unico dirigente bolscevico ad opporsi apertamente al concetto di “letteratura proletaria” fu Trotsky, ma evito di approfondire questo aspetto perché l’ho già fatto in un articolo specifico che uscirà sul prossimo numero della Nuova Rivista Letteraria, edita da Alegre e in libreria dal 2 dicembre. Lo spunto, però, resta importante, in quanto ha generato comportamenti e concezioni che hanno attraversato l’intero Novecento, arrivando fino ai tempi nostri. Anche nel primo dopoguerra, infatti, una certa letteratura uscita dalla Resistenza e/o comunque opera di scrittori impegnati politicamente a sinistra si basò sull’idealizzazione del mondo popolare come detentore dei valori positivi, malgrado la chiara presa di distanza di Marx nei riguardi del populismo, ben evidenziata da questa sua frase: «Quando si parla di popolo, mi domando che brutto colpo si stia giocando al proletariato». E se alla questione del rapporto tra populismo e letteratura è difficile aggiungere qualcosa di importante a quanto già espresso da Alberto Asor Rosa nel suo fondamentale Scrittori e popolo del 1965 (al di là delle ovvie revisioni fatte successivamente dall’autore stesso, in base alle enormi trasformazioni subite dal contesto sociale rispetto a quello preso in esame all’epoca), è possibile, però, riprenderne alcuni capisaldi per analizzare la situazione odierna. In quel libro, che aprì una discussione enorme e molto feconda, Asor Rosa contestava da sinistra il modello culturale populista proposto dal Pci, mettendo in evidenza la mancanza, in Italia, di una letteratura borghese capace di criticare duramente il mondo che l’aveva generata e mettendo in discussione proprio il populismo di tanti autori otto/novecenteschi, che allora erano dei punti di riferimento quasi intoccabili per i gruppi dirigenti, e non solo, della sinistra italiana (da Pascoli a De Amicis, da Bilenchi a Pratolini, fino a Vittorini, Cassola, Pasolini e persino al Gramsci che aveva sostenuto il “nazionalpopolare”).
A questo punto, a quarantacinque anni di distanza dall’uscita di quel libro straordinario, le domande sono: siamo sicuri che la tentazione populistica (spesso coincidente con la malsana idea di utilizzare la cultura in chiave propagandistica) non si nasconda ancora dietro il rapporto tra sinistra e cultura, e, soprattutto, quanto pesa, in tal senso, la subalternità – anche in campo culturale – alle leggi del mercato dimostrata da gran parte della sinistra italiana, fino a farne un nuovo dogma? Personalmente, temo che la prima risposta sia affermativa e la seconda sia “molto”, con qualche sovrapposizione possibile, nel senso che da una parte l’evidente abbassamento dei livelli culturali dei gruppi dirigenti della sinistra comporta anche l’accettazione di ciò che, culturalmente, non contrasta con il senso comune (con tutto il rispetto, ne è un esempio il “fabiofazismo” televisivo, basato sull’esaltazione e l’ulteriore diffusione dei libri che occupano i primi posti delle classifiche di vendita, quindi quelli più “popolari”), e dall’altra parte sia il mercato stesso, con i suoi meccanismi distributivi e promozionali tipicamente capitalistici, ad operare di per sé quella selezione “populistica” che, con qualche positiva eccezione, cancella in partenza le forme espressive e tematiche reputate “di ricerca”. In sintesi, mi sembra chiaro che del populismo non ci siamo assolutamente liberati e che, se vogliamo tentare di uscire dalle sabbie mobili della subalternità culturale della sinistra nei confronti del pensiero dominante, dobbiamo riproporre questa battaglia, comprendendone tutta la sua attualità.

Cosa resta della politica nell’età del populismo

Un percorso tra analisi e letture, da Guy Hermet a Ulrich Beck fino a Ernesto Laclau

Guido Caldiron
Liberazione 21 novembre 2010

La recente affermazione del Tea Party negli Stati Uniti e le ricorrenti ondate anti-immigrati, anti-islamici e anti-rom che scuotono il mondo conservatore europeo, mettendo seriamente in discussione la stessa idea che esista una “destra normale” non tentata dalle sirene e dai toni violenti dei “tribuni della plebe”, hanno posto nuovamente al centro del dibattito internazionale il tema del “populismo”. Non di una riflessione originale si tratta, infatti, visto che già a metà degli anni Novanta i successi contemporanei della Lega in Italia, del Front National in Francia, dei liberali di Haider in Austria – e l’elenco potrebbe continuare a lungo fino a descrivere gran parte dello spazio geografico europeo -, avevano fatto gridare all’allarme populismo, perché non di vecchie destre nostalgiche si trattava in quel caso, ma di “nuove destre” che si proponevano proprio come rappresentanti legittime della volontà popolare e che criticavano per così dire la democrazia dal suo interno, non per volerla cancellare ma, almeno a parole, per renderla più efficace e vicina alla “gente”. Sulla scorta di questi fenomeni la riflessione sul populismo ha assunto perciò ormai da tempo l’aspetto di un’analisi del nuovo volto della destra in Occidente, anche se letture in qualche modo affini sono state proposte anche sulla crescita dell’Islam politico o, per restare in Oriente, sul ritorno del nazionalismo hindu. Nel paese che ha poi conosciuto lo sviluppo di una nuova forma di comunicazione politica, legata in primo luogo allo spazio di senso costruito dalla televisione – ciò che è finito per andare sotto il nome di “telepopulismo” – e all’affermazione di un’idea di società che da questo prendeva le mosse – “il sogno” berlusconiano – e lo straripante successo dell’invenzione identitario-produttiva della “Padania”, la riflessione su questi temi non avrebbe potuto che incanalarsi su questo binario.
Eppure, mai come in questo momento il riferimento al populismo non potrebbe essere più diffuso e articolato – fino a confermare la lettura proposta dal filosofo argentino Ernesto Laclau in La ragione populista (Laterza, 2008) che sembra far coincidere oggi il populismo con la forma stessa della politica. Del resto, senza nulla togliere alla forza d’urto della narrazione democratica messa in scena da Fazio e Saviano, come leggere il fatto che il più forte annuncio della crisi del telepopulismo berlusconiano sia fatto in questi giorni proprio da una trasmissione tv che trasforma lo studio televisivo in una piazza esattamente come ha fatto il Cavaliere nel corso degli ultimi quindici anni? Tutto ciò ad indicare, ancora una volta ricordando Laclau, come la riflessione sul populismo debba partire più dalle domande che la politica non soddisfa più con la sua azione, che non da una mera critica delle forme che può assumere in questo o quel frangente: se lo spazio pubblico si è rarefatto in quello della tv si abbia il coraggio di dirlo e di ripartire da questo elemento piuttosto che di esorcizzarlo per poi ritrovarvisi proprio malgrado.

In altre parole, il problema centrale con cui si è costretti a misurarsi quando si parla del populismo è a quali domande si proponga di rispondere e quali sfide metta in campo, più che il suo appartenere esplicitamente a una precisa “tradizione politica”. In questa prospettiva il sociologo tedesco Ulrich Beck legge ad esempio, fin dalle prime pagine del recente Potere e contropotere nell’età globale, Laterza (pp. 456, euro 22,00), la crescita della nuove destre populiste alla luce della sua visione del mondo globalizzato: «Il successo del populismo di destra in Europa (e in altre parti del mondo) va inteso come reazione all’assenza di qualsiasi prospettiva in un mondo le cui le frontiere e i cui fondamenti sono venuti meno. L’incapacità delle istituzioni e delle élites dominanti di percepire questa nuova realtà sociale e di trarne profitto dipende dalla funzione originaria e dalla storia di queste istituzioni. Esse furono create in un mondo nel quale erano ancora pienamente valide le idee di piena occupazione, di predominio della politica nazional-statale sull’economia nazionale, di frontiere funzionanti, di chiare sovarnità e identità territoriali».

E già Guy Hermet, politologo e docente nelle università francesi e svizzere, nel volume più ampio e completo dedicato a questi fenomeni, Les populismes dans le monde (Fayard, 2001) – purtroppo ancora senza traduzione nel nostro paese – tracciava “una storia sociologica” del populismo che dal boulangismo francese e il People’s Party americano, entrami apparsi nell’Ottocento, e attraverso i regimi di Vargas e Peron in America Latina arrivava fino al “social-sciovinismo” di Le Pen e a Berlusconi. Ancora più in là si sono spinti poi i contributi di Les populismes, un volume curato dallo storico Jean-Pierre Rioux e pubblicato nel 2007 da Perrin, ma che raccoglie molti interventi già ospitati nel 1997 su un numero monografico della rivista Vingtième siècle. In questo caso lo spettro dei fenomeni presi in esame si allargava a “L’appello al popolo da parte di Stalin”, a “Islamismo e populismo” e ai “Quasi populismi del Sudest asiatico”, senza dimenticare “Il populismo culturale” e quelle che venivano presentate come “le tendenze populiste della sinistra europea”, in particolare nel Pci e nel Pcf, analizzate da Marc Lazar. Del resto il filosofo Nicolao Merker nel suo Filosofie del populismo (Laterza, 2009) aveva scavato ancora più in profondità, facendo risalire all’opposizione reazionaria alla Rivoluzione francese del 1789 una parte dei materiali simbolici abitualemente utilizzati in seguito dal “populismo di destra” per poi prendere in esame “tracce” del genere nell’opera di pensatori, filosofi e intellettuali, da Hegel a Heidegger, da Mazzini a Gioberti.
Da questo breve repertorio di quanto è stato detto e scritto negli ultimi anni sul populismo, emerge chiaramente come malgrado “l’appello al popolo” sia diventato quasi una caratteristica delle nuove destre postmoderne, quelle che non hanno più bisogno di fare i conti con il Novecento per elaborare la loro proposta e la loro identità, sarebbe sbagliato limitare a questi segnali la propria attenzione. Come sottolineava il volume Populaire et populisme, (Cnrs Editions, 2009), raccogliendo gli interventi di una decina di studiosi e analisti, tra cui Nonna Mayer tra le maggiori studiose dell’“appeal sociale” del Front National di Le Pen, il vero problema è infatti capire come mai nei momenti di crisi i riferimenti “al popolo” cambino rapidamente di segno, trasformandosi per l’appunto da “popolari” in “populisti” e da evocazioni di libertà e solidarietà in proiezioni funeste di frustrazioni e odio, fino alla conseguenza estrema della ricerca di qualcuno a cui far pagare la propria infelicità. Per questo, come spiega Ernesto Laclau, forse il populismo «non designa un fenomeno circoscrivibile, ma una logica sociale, i cui effetti coprono una varietà di fenomeni. Il populismo è, se vogliamo dirla nel modo più semplice, un modo di costruire il politico».

Settentrione: nella fabbrica del rancore e dell’egoismo

Rancore, risentimento, egoismo e odio: il rosario del populismo etnico

«La fase attuale della politica italiana potrebbe essere efficacemente riassunta così: da una parte il populismo di territorio di marca leghista, dall’altra il populismo del sogno berlusconiano. Nel mezzo una sorta di populismo giustizialista, marcato dai segni inquietanti dell’invidia sociale. Il tratto comune di questi fenomeni sta nel rinserrarsi cieco nei propri egoismi territoriali, nelle invidie di vicinato, nel gossip televisivo… Mai come ora c’è stato bisogno di politica, in grado di ripensare i comportamenti collettivi nel contesto di spaesamento prodotto dalla globalizzazione. Rancore, cura, operosità sono metafore sociali che indicano i modi differenti in cui i soggetti si relazionano di fronte alle difficili sfide poste dalla vita quotidiana. C’è un grave pericolo che bisogna evitare: la saldatura politica tra la “comunità del rancore”, con le sue paure già quotate da tempo al mercato della politica, e le preoccupazioni e le angustie degli “operosi” che pur con mille difficoltà fanno impresa e lavorano nella globalizzazione». Nel suo ultimo libro, Sotto la pelle dello Stato. Rancore, cura, operosità, appena pubblicato da Feltrinelli (pp. 192, euro 14,00), il sociologo Aldo Bonomi prosegue il lavoro di indagine, in particolare sulla situazione del Nord del paese già avviato con Il rancore (Feltrinelli, 2008) e Milano ai tempi delle moltitudini. Società e produzione della città infinita (Bruno Mondadori, 2008), cercando di individuare i percorsi per uscire dalla crisi italiana preservando, o meglio reinventando, «una società aperta».

Strage di Brescia, De Luna: «Senza verità giudiziaria il passato non passa»

Dopo l’assoluzione degli imputati per la strage di Brescia del 1974 parla Giovanni De Luna: «Senza verità giudiziaria il passato non passa»

La tesi sostenuta dal professor De luna in questa intervista è oggi molto diffusa. Essa ritiene infatti che la liturgia del processo penale possa svolgere una funzione terapeutica, favorendo la riparazione psicologica della vittima. A nostro avviso si tratta di una deriva sbagliata, anzi devastante poiché:

a) innesca una privatizzazione del diritto di punire;
b) la giustizia processuale perde in questo modo il suo ruolo peculiare di ricerca delle responsabilità per rivestire la funzione di ricostruzione clinica della persona offesa;
c) conseguenza che apre la portà al rischio di verità giudiziarie di comodo, verità politiche – altrimenti dette “ragion di Stato” – necessarie a placare domande che vengono dall’opinione pubblica o servono a lenire semplicemente la sofferenza dei familiari, ad appagarne il risentimento;
d) devasta la dimensione psicologica delle vittime stesse, messe di fronte all’assurdo paradosso di dover pretendere verità da quello stesso Stato coinvolto nei fatti incriminati;
e) verità che evidentemente non potrà mai venire senza che sia investita la dimensione del cambiamento politico delle istituzioni coinvolte;
f) ne può uscire soltanto un atteggiamento vittimistico e querulante che di fronte al frustrante fallimento degli esiti processuali, o peggio al mancato appagamento che la scena giudiziaria offre (“la verità giudiziaria non dice tutto”, “i colpevoli nascondono altre verità”, ”la pena deve essere infinità anche una volta sconata per intero”), trascina la figura della vittima in una spirale di risentimento senza fine, di avvitamento rancoroso;

E’ sulla verità storica che occore dunque lavorare. Ciò dipende da quelle categorie, gli imprenditori della memoria, che lavorano con la materia storica ma dipende anche e soprattutto dall’autorganizzazione sociale, dalla capacità di creare le condizioni politiche perché questa verità esca fuori.

Paolo Persichetti
Liberazione
18 novembre 2010


Nonostante le cinque fasi istruttorie e gli otto gradi di giudizio l’ennesimo processo per la strage di piazza della Loggia a Brescia si è concluso senza essere riuscito ad accertare, «oltre ogni ragionevole dubbio», l’identità degli autori e dei mandanti dell’attentato che il 28 maggio 1974 provocò 8 morti e 102 feriti durante una manifestazione antifascista. Come è accaduto anche per gli undici gradi di giudizio sulla strage di piazza Fontana la macchina della giustizia sembra girare a vuoto quando si tratta di identificare autori e mandanti della violenza stragista che ha insanguinato la prima parte degli anni 70.
Sia chiaro, i processi non servono soltanto a condannare le persone chiamate in giudizio ma a stabilire una «verità giudiziaria» (che non per forza è la copia carbone della verità storica), la quale prevede anche la possibilità di giungere a delle assoluzioni (circostanza che si ha tendenza a dimenticare troppo facilmente). Credere che un processo non sia servito a nulla quando non porta a delle condanne è dunque un errore di prospettiva che contiene un’idea deformata di giustizia. Tuttavia il dispositivo di assoluzione emesso martedì dalla corte d’assise di Brescia suscita molta frustrazione poiché non afferma la piena estraneità delle persone assolte, ma ricorre all’ambigua formula della «prova mancante e contraddittoria».
In sostanza la sentenza (capiremo meglio una volta rese pubbliche le motivazioni scritte), sembra riconoscere un fondamento alla ricostruzione del contesto all’interno del quale è maturata la strage. L’ambiente neofascista veneto, le cellule ordinoviste, la presenza d’infiltrati e doppiogiochisti del servizio segreto militare italiano e della Cia. Nonostante ciò il processo – riconosce sul manifesto lo storico Mimmo Franzinelli – era appesantito da una ricostruzione dei fatti «sovrabbondante, talvolta dietrologica», sorretta da «un castello accusatorio poi crollato con la ritrattazione di Maurizio Tramonte» (la fonte Sismi denominata Tritone), «personaggio infido, collaboratore di giustizia premiato con larghe prebende», e la presenza di altri testi che hanno ritrattato in aula le precedenti ammissioni, come Martino Siciliano e Carlo Digilio, ordinovista in contatto con la Cia, mentre l’autore materiale sarebbe stato un altro ordinovista morto per overdose nel 1991.
Dopo questa ennesima sconfitta comincia a farsi strada l’idea che ad oltre 30 anni dai fatti il mezzo processuale abbia esaurito ogni capacità conoscitiva sulle vicende più oscure e drammatiche degli anni 70.

Professor De Luna, il giudice Salvini dice che ora gli storici devono sostituirsi ai giudici. Se la verità giudiziaria non è accessibile – ha spiegato – l’unica via è una commissione di esperti indipendenti per la memoria del Paese.
Mi sembra una idea strampalata. Ognuno deve fare il suo mestiere. I giudici fanno i giudici e gli storici gli storici. Non confondiamo le due cose. La storia non è un tribunale.

L’idea che la verità sia accessibile unicamente per via giudiziaria, questo voler delegare continuamente alla magistratura la funzione di scrivere la storia degli anni 70 non è un errore, oltre che la prova di una mancanza di coraggio della società civile e di timidezza da parte degli storici?
L’assenza di verità giudiziaria impedisce l’elaborazione del lutto, non rimargina le ferite perché vengono meno i presupposti di verità e giustizia che delle istituzioni virtuose dovrebbero fornire. Questo vuoto rende impossibile la convivenza civile, tiene aperta una memoria conflittuale, un passato che non passa che nutre rancori, desideri di vendetta, richieste di risarcimenti, bisogno di legittimazione. Un groviglio identitario di passioni, una dimensione emotiva e sentimentale della memoria che resta campo di battaglia permanente tra opposti atteggiamenti vittimari.

Eppure di fronte a verità giudiziarie pienamente accertate, pesanti condanne emesse e scontate, come è avvenuto per la lotta armata di sinistra, questa vertigine vittimaria non è affatto cessata. Al contrario, alimentata dalle più fantasiose dietrologie, si è spesso mostrata ancora più aggressiva.
E’ vero, però c’è una differenza di fondo tra chi chiede verità e giustizia, quando questa manca, e chi mantiene un atteggiamento vittimario quando siamo di fronte a sentenze che hanno certificato le responsabilità individuali. In questo caso l’atteggiamento vittimario cambia di segno e perde il suo interesse pubblico e il suo valore civile per trasformarsi in una memoria che può essere carica di rancore o restare confinata in una dimensione individuale.

Lei distingue un vittimismo virtuoso da uno ripiegato su se stesso.
Non tutte le memorie vittimarie sono uguali. Il familismo civico è stato possibile grazie alla presenza di una verità giudiziaria. E’ in questo modo che molti familiari hanno potuto elaborare il lutto ed in alcuni casi avvicinarsi addirittura alla ragioni degli assassini. Quella legata alla mancanza della verità giudiziaria è oggettivamente una memoria pubblica che dovrebbe ispirare i valori della cittadinanza.

Ma se la verità giudiziaria, quando c’è, non è appagante, cosa deve fare un Paese perché il passato passi?
Avere delle istituzioni virtuose in grado di recintare uno spazio pubblico fatto di verità, di giustizia, di valori riconoscibili dove non c’è più una democrazia legata al mondo dell’indicibile e del nascosto ma del visibile e della trasparenza.

E se queste istituzioni non sono virtuose o addirittura appaiono colluse con la stagione delle stragi?
Poco prima che cadesse il governo Prodi era stata approvata la legge per togliere il segreto di Stato. Un segnale di trasparenza. Poi i regolamenti attuativi non sono mai stati realizzati. Finché le istituzioni si comporteranno così quel ruolo virtuoso non sarà mai ricoperto.

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Quando la memoria uccide la ricerca storica

«Minacce» al Garante dei detenuti del Lazio: falsari allo sbaraglio

Dubbi sulla sigla Br e la tempistica dell’episodio. Intanto Angiolo Marroni querela l’associazione Papillon-Rebibbia e il quotidiano Liberazione

Fonte: Liberazione 17 novembre 2010


Roma – Una busta con un proiettile calibro 40 Smith & Wesson e un messaggio intimidatorio siglato «Brigate Rosse Nucleo Galesi», è stata recapitata al Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. Lo ha reso noto ieri con una nota lo stesso ufficio del Garante. Il messaggio intimidatorio riporterebbe le seguenti minacce: «Ultimo avviso: i prossimi non arriveranno con la posta. Dimettiti. Onore ai compagni caduti, onore al compagno Mario Galesi». E’ la terza volta – si ricorda sempre nel comunicato – che nei confronti di Marroni «vengono indirizzate intimidazioni da parte di anonimi che si firmano Brigate rosse: la prima volta fu nel febbraio del 2007, la seconda a novembre 2009».
La paternità delle minacce suscita tuttavia molte perplessità. La sigla evocata, infatti, non è più in attività dai primi anni Ottanta, quando le Br si divisero in tre tronconi assumendo denominazioni nuove per poi terminare la loro storia pochi anni dopo. Anche il gruppo riapparso sulla scena nel 1999 recuperò una denominazione diversa da quella indicata nelle minacce al Garante. L’ipotesi, a questo punto, è che la sigla impiegata sia solo un comodo quanto dilettantesco mezzo di copertura utilizzato dai reali autori delle minacce per sviare i sospetti altrove. Certo è che questa intimidazione giunge in un momento molto delicato per il Garante del Lazio al centro di forti polemiche per la conduzione del suo ufficio.
Nei mesi scorsi, infatti, l’associazione di detenuti Papillon-Rebibbia aveva sollevato pubblicamente il problema del mancato rinnovo del Garante dei detenuti del comune di Roma, sostenendo che dietro i continui rinvii vi potesse essere anche un certo fastidio da parte del Garante regionale per la presenza di un’autorità di garanzia concorrente in materia di competenze sul settore carceri. E in effetti l’impegno dilatorio del capogruppo del Pd in consiglio comunale, figlio dell’attuale Garante regionale, non ha mai favorito la piena trasparenza sulla vicenda.
Per tutta risposta Angiolo Marroni ha querelato Vittorio Antonini, coordinatore della Papillon, detenuto all’ergastolo dal 1985 e attualmente in semilibertà, e Liberazione che in un articolo aveva dato voce a questa denuncia. Situazione alquanto paradossale per un Garante dei detenuti che invece di tutelare l’interesse delle persone recluse le porta in tribunale come controparte, insieme ad uno dei pochi quotidiani che da sempre si occupa della drammatica realtà del carcere. Accade così – spiega lo stesso Antonini in un comunicato diffuso in serata – che «mentre stavano prendendo forma interviste, prese di posizione ufficiali e persino mozioni trasversali che avrebbero chiesto di ridiscutere le modalità con le quali al termine della passata legislatura fu riconfermato il mandato ad Angiolo Marroni, giungono puntuali le ennesime minacce per posta». L’auspicio è che questo episodio, sulla cui fondatezza indagheranno le autorità preposte, non metta a tacere l’esigenza di chiarezza e non consenta di liquidare chi esprime critiche come corrivo con gli autori delle minacce.

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La vera storia del processo di Torino al “nucleo storico” delle Brigate rosse: la giuria popolare venne composta grazie all’intervento del Pci

Rivelazioni – Giuliano Ferarra: «Li convincemmo noi. Cossiga, Pecchioli, Berlinguer, Caselli e Violante sapevano»

In questa intervista Giuliano Ferrara, oggi direttore del Foglio ma all’epoca importante dirigente della federazione torinese del Pci, riempie dei tasselli importanti che consentono di ricostruire il sistema della giustizia d’eccezione messo in piedi a partire dalla fine degli anni 70 per combattere l’azione delle formazioni della sinistra rivoluzionaria che conducevano la loro offensiva armata nelle fabbriche e nei quartieri delle periferie urbane. Oltre ad aver incontrato i giurati popolari sorteggiati per comporre la giuria, Ferrara rivela anche di avere fatto delle riunioni politiche, sempre nelle sedi del Pci, con il magistrato Giancarlo Caselli che aveva condotto l’inchiesta contro le Brigate rosse, per concordare una comune strategia antiterrorismo. Una circostanza che trova conferma in una precedente intervista rilasciata da Saverio Vertone sul Corriere della sera dell’11 dicembre 1994: «I rapporti di Caselli con il Pci erano strettissimi, fino a divenire più avanti nel tempo, statuari, organizzativi. Partecipava alle riunioni dei comitati federali. Forse, ma non ne sono certo, prendeva anche la parola alle riunioni di segreteria: discuteva di politica, naturalmente. Però non dimentichiamoci che allora discutere di politica significava affrontare il problema dell’emergenza terrorismo. Caselli era il rappresentante dell’ “intransigenza democratica”, teorizzava la supplenza della magistratura dinanzi al cedimento degli organismi pubblici. Io e Ferrara concordavamo con lui sulla necessità di mantenere una linea dura»

di Paolo Persichetti
Questa intervista è apparsa in versione ridotta su Il Riformista del 10 novembre 2010 e in versione integrale su Gli Altri del 12 novembre 2010

Dopo due anni costellati da rinvii, il 9 marzo 1978 si apre a Torino il processo al cosiddetto “nucleo storico delle Brigate rosse”. 46 imputati di cui 11 detenuti. Alla prima udienza – racconta Adelaide Aglietta, allora segretaria del partito radicale, nel suo, Diario di una giurata popolare al processo delle Brigate rosse, Milano libri edizioni 1979 – «scopro con mio enorme stupore che un giurato depone una rivoltella: accerterò nei mesi seguenti che anche altri girano costantemente armati». Il quotidiano torinese La Stampa descrive minuziosamente le imponenti misure di sicurezza: 4 mila uomini in assetto di guerra, teste di cuoio, tiratori scelti sui tetti intorno alla caserma Lamarmora trasformata in aula Bunker, novecento uomini addetti alle scorte. Nell’aula – ricorda sempre Aglietta – «la regia è perfetta: due persone su tre sono agenti in borghese camuffati per mimare l’intera scala sociale, dall’imbianchino all’impiegato, al signore borghese con loden e Repubblica sotto il braccio, al giovane finto estremista». Sarà il primo dei maxi-processi contro la lotta armata, dopo una maxi-inchiesta condotta dal giudice istruttore torinese Giancarlo Caselli che aveva accorpato, suscitando polemiche e accuse di forzatura, tre differenti filoni d’indagine svolti in città diverse. Il primo rinvio (maggio 1976) c’era stato perché gli imputati con un gesto a sorpresa avevano revocato i difensori. Ribaltando i ruoli nel processo da accusati si erano proclamati accusatori dello “Stato imperialista delle multinazionali” e innovando la tradizione del “processo rottura” annunciavano l’inizio del processo guerriglia, gettando così nello scompiglio l’intera macchina processuale. Il secondo rinvio è dell’anno successivo, dopo l’uccisione, il 28 aprile 1977, del presidente dell’ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce che aveva assunto la difesa d’ufficio nonostante la volontà contraria degli imputati. Il 3 maggio 1977 solo 4 degli 8 giudici popolari avevano accettato la nomina. Per arrivare a comporre l’intera giuria ci vollero ancora un anno e 40 estrazioni. 210 furono i rifiuti tra gli avvocati per le nomine d’ufficio. Il sorteggio, la fiction sceneggiata da Giovanni Fasanella (a proprosito: quando verranno chiamati dei veri storici a fornire consulenze invece dei soliti imprenditori della dietrologia giornalistica?) andata in onda su Raiuno non racconta però la storia di questi giurati embedded. Per saperne qualcosa di più ho incontrato Giuliano Ferrara, oggi direttore del Foglio ma all’epoca attivissimo responsabile delle fabbriche per la federazione torinese del Pci. In un libro di Maurizio Caprara, Lavoro riservato. I cassetti segreti del Pci, Feltrinelli 1997, aveva rivelato che tra i suoi incarichi di allora c’erano state anche «alcune riunioni con giurati del maxi-processo contro i brigatisti per convincerli a non rinunciare all’incarico».

Ferrara, davvero il Pci ti ha dato un incarico del genere?
Bisogna ricostruire il contesto, il clima che si viveva a Torino. Parliamo di anni in cui ogni settimana c’era un omicidio, una gambizzazione, un incendio in una fabbrica, un arresto, la scoperta di un covo. Insomma una situazione molto drammatica, intensa, spettacolare. Era una sorte di guerra civile dispiegata. Io mi occupavo delle fabbriche, della Fiat, di operai, del sindacato, poi ero nella segreteria della Federazione. La società torinese era intrisa di questo problema. Allora quando ci fu la questione del processo alle Br la città si bloccò, nel senso che tutto il processo si bloccò intorno al fatto che non si trovavano i giurati per la paura. Era una cosa devastante per noi. Voleva dire proprio che c’era una resa e allora ci muovemmo per trovare questi giurati.

Come?
Beh, quando venivamo a sapere che c’era qualcuno scelto ma che non voleva, allora intervenivamo. Nella società operaia ci sono delle relazioni parentali, amicali. Il partito era molto ramificato, era molto presente, ci veniva detto ed io andavo come responsabile dell’antiterrorismo.

La legge dice che i giurati non possono essere influenzati.
Certo che era una forzatura, una cosa totalmente non garantista, da emergenzialismo devastante. Per questo era un lavoro che facevamo segretamente, riservatamente. Però sentivo che avevo una forte giustificazione etica. D’altra parte facemmo anche il questionario antiterrorismo con la domanda numero 5 che invitava alla delazione. Insomma c’era una crisi dello Stato evidente che poi diventò parossistica durante il processo Moro, tra l’altro le date coincidono. Lo Stato era debole e flebile il progetto del compromesso storico. Però non ci fu nessuna germanizzazione, come si diceva all’epoca. Non c’è mai stata alcuna Stammheim. L’unica cosa è stata via Fracchia, l’eccidio della direzione della colonna genovese delle Br.

Ma così difendevate la legalità con l’illegalità?
Noi eravamo una specie di controterrorismo. Un giorno mio padre me lo disse, «ma tu sei un controterrorista». Contrariamente a quanti consideravano il terrorismo un fenomeno isolato, minoritario, totalmente avulso dalle lotte sociali, che era poi la versione di comodo di una parte del Pci, ritenevo già allora il terrorismo una cosa molto seria. Un partito armato con un progetto socialmente sostenuto da ragioni forti, da movimenti di massa, da situazioni nuove nella fabbrica, da una dottrina. La fabbrica non era più solo un luogo dello sfruttamento, che è un rapporto matematico, era il luogo dell’oppressione. La volontà di impedire quel processo di oppressione ha creato Il fenomeno del terrorismo politico di matrice marxista in tutta Europa, Raf e Brigate rosse. Se tu riconosci questo allora capisci le ragioni di quell’atto. Se fossero stati soltanto delle pattuglie scollegate dalla società non ce ne sarebbe stato bisogno.

Ma se la lotta armata nasceva dall’oppressione non sarebbe stata più opportuna una risposta politica? Le vostre scelte sembrano confermare invece quanto dicevano i prigionieri delle Br: «il processo messo in scena non è giustizia ma un atto di guerra».
Sì, ma lo Stato di diritto doveva essere salvato. Io sono marxista, dietro l’involucro formale dello Stato di diritto c’è la sostanza, cioè la forza.

Più che Marx mi sembra il discorso di Carl Schmitt.
Ovviamente non nego il formalismo giuridico di cui c’è bisogno, dico che è un involucro, poi dentro c’è un contenuto, una sostanza, i rapporti sociali.

Caselli nel rinvio a giudizio aveva definito le Br una nuova forma di criminalità sprovvista di contenuti politici.
Questa idea del terrorismo come di una pattuglia di persone separate dal contesto sociale italiano è sbagliatissima. Sei mesi prima di via Fracchia, quelli che dormivano lì e che erano nella direzione strategica delle Br, erano avanguardie operaie di fabbrica. Il terrorismo non era criminalità organizzata. Era azione politica che andava al cuore dello Stato, quindi se ti identificavi, se ti immedesimavi con lo Stato, a differenza di Sciascia che se la passava bene dicendo che non stava né con gli uni né con gli altri, non potevi agire altrimenti. Noi ci identificavamo e facevamo quello che consideravamo il nostro dovere. Certo ci voleva anche una certa dose di fanatismo allora per fare cose di questo genere.

Ma le Br non hanno mai fatto minacce dirette ai giurati popolari. Lo testimonia Adelaide Aglietta e le inchieste successive non hanno mai fornito una sola prova che ci fosse stata anche solo l’idea di colpire un giurato.
La percezione era che chi combatteva una battaglia legale contro le Brigate rosse rischiava. Era evidente che c’era un conflitto condotto con argomentazioni molto suggestive, perché le Br dicevano: «mica spariamo a voi, noi spariamo alla vostra funzione». Quindi alla funzione del secondino, alla funzione dell’avvocato Croce, a tutte le tutele corporative, al capo reparto. Chiunque dovesse svolgere un certo ruolo era minacciato, a prescindere da minacce effettive.

Dove avvenivano questi incontri?
Nelle sedi del partito. Mi ricordo una riunione a Lingotto. Adesso sembra chissà che cosa, ma tutto era fatto con una certa eleganza, mica dicevamo «dovete entrare a far parte della giuria e dargli l’ergastolo». Facevamo un’opera di persuasione. Una specie di antidoto contro la paura. Spiegavamo che partecipare ad una giuria è un dovere civico, che se non si arrivava a costituire questa giuria la città e un pezzo importante dell’Italia sarebbero cadute in uno stato di ripiegamento di fronte ad una offensiva violenta che semina lutti, che crea problemi. Davamo il nostro suggerimento e poi naturalmente offrivamo una mano, al di là della mano che dava lo Stato. Lo Stato offriva una sua protezione, noi potevamo aggiungere anche la nostra.

Che tipo di protezione?
Per esempio case. Chiedevamo: «Dicci quali sono i tuoi problemi, se hai paura. Sappi che noi ci siamo».

Fornivate anche armi?
No, non mi risulta. Può essere che questo consiglio sia venuto dalle forze di polizia. Il ministero dell’Interno suggeriva spesso di armarsi. Lo disse anche a me ed io comprai una rivoltella, presi il porto d’armi.

Tra le persone incontrate c’è stato qualcuno che alla fine ha detto no?
Sì, moltissime persone. Anzi ricordo più sconfitte che risultati.

Si trattava di una iniziativa autonoma della federazione di Torino oppure c’era stata una indicazione dalla sezione problemi dello Stato diretta da Pecchioli?
Certo la direzione era informata. Ma era una iniziativa nostra. In quel clima non c’era niente di più ovvio che fare questo.

Il rapporto con Pecchioli come era?
Pecchioli era torinese, era stato partigiano, era legatissimo a tutte le forze reali del partito. Veniva spesso, si fermava. In federazione c’era ancora la generazione della Resistenza divisa in due: quelli che tifavano per i terroristi, che pure c’erano, non dico quelli come Lazagna, ma quelli che dicevano «lasciateli fare i giovani, è inutile fare appelli accorati, hanno ragione loro». Quando cacciarono Lama dall’università erano tutti contenti, alla camera del lavoro e alla Fiom. E poi c’era l’altra generazione resistenziale, quella più dottrinale, quella più ortodossa, che invece diceva «No, questi sono un pericolo», gli amendoliani, insomma quelli più legati ad una tradizionale posizione d’apparato.

E le istituzioni? Il presidente della corte d’Assise Barbaro era al corrente di questa vostra attività?
Non te lo so dire.

Giancarlo Caselli?
Penso che lo sapesse. Caselli e Violante facevano le riunioni con noi.

Il ministro degli Interni Francesco Cossiga era informato?
Sì, Cossiga era in stretto rapporto con Pecchioli, dunque sapeva. Almeno sette-otto persone, da Berlinguer in giù, avevano sicuramente notizia che il Pci a Torino si era attivato per cercare di comporre questa giuria.

Oggi, a distanza di oltre trent’anni, dopo tutto quello che è successo, rifaresti la stessa cosa?
E’ passato tanto tempo, ho un’altra età, ho appreso un sacco di lezioni. La storia ha replicato quindi non voglio fare il gradasso dicendo che rifarei tutto. Spero però che ci sia sempre un giovane, come me allora, capace di rifare la stessa cosa.

Link
Piperno: «Cossiga architetto dell’emergenza giudiziaria era convinto che con l’amnistia si sarebbero chiusi gli aspetti più orripilanti di quegli anni»
Enzo Traverso, années de plomb entre tabou et refoulement
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Steve Wright per una storia dell’operaismo
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Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
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Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Gli angeli e la storia
Giustizialismo e lotta armata
Neanche il rapimento Sossi fu giudicato terrorismo

Ma dove vuole portarci Saviano?

A “Vieni via con me” tra un elogio delle scorte di polizia, citazioni di Prezzolini e Longanesi che tanto sarebbero piaciute a Montanelli, l’autore di Gomorra ha messo in scena la sua scelta di campo

Paolo Persichetti
Liberazione 10 novembre 2010


Imbarazzante. Non troviamo altro modo per definire la prestazione fornita da Roberto Saviano lunedì sera a Vieni via con me, il programma ideato con Fabio Fazio su Rai3. Se nei suoi libri aveva già dimostrato di non essere un nuovo Umberto Eco, da lunedì sera sappiamo che non sarà nemmeno il nuovo Marco Paolini. A vederlo abbiamo provato nostalgia per le prediche di un qualunque Celentano, per le intemperanze di un qualsiasi Sgarbi. Persino Gianfranco Funari con il suo trash televisivo ci è mancato. Al cospetto il senso di inadeguatezza dimostrato, i luoghi comuni sciorinati, l’uso sistematico di una memoria selettiva e arrangiata, la pochezza culturale messa in campo suscitavano disagio. Un senso di pena e quasi un moto di rimprovero per chi lo ha trascinato fin lì. Un monologo melenso di trenta minuti, privo del senso del ritmo, di battute folgoranti, della potenza delle pause, ma accompagnato solo da uno smisurato e pretensioso egocentrismo, sono stati davvero troppi. Forse un posto giusto per Saviano in televisione ci sarebbe pure, magari nel confessionale del Grande fratello o sotto il fresco di una bella palma nell’Isola dei famosi. Perché il livello è quello lì: un derivato speculare dell’era berlusconiana.
La lunga serata televisiva era cominciata al mattino sulle pagine di Repubblica, dove Saviano annunciava che avrebbe raccontato il funzionamento della “macchina del fango”. Ma il calco televisivo dell’articolo scritto da Giuseppe D’Avanzo a metà ottobre non è riuscito un granché. L’autore di Gomorra piangeva censura. Singolare lamentela per un personaggio che vende centinaia di migliaia di copie con la Mondadori, l’ammiraglia editoriale della famiglia Berlusconi, ha pubblicato l’ultimo libro per la prestigiosa Einaudi diventata una sottomarca sempre della Mondatori, scrive sul secondo quotidiano italiano emanazione di uno dei più potenti e aggressivi gruppi editoriali-finanziari (De Benedetti-Repubblica-Espresso), va in televisione a recitare monologhi nemmeno fosse il presidente della Repubblica, percepisce in cambio un compenso di alcune centinaia di migliaia di euro, cioè l’equivalente di oltre venti anni di salario di un impiegato o di un operaio e di almeno due esistenze di lavoro di un qualsiasi precario.
Il vittimismo è proseguito per l’intera serata rivelando la grave mitomania del personaggio che ha utilizzato alcuni spezzoni televisivi sul giudice Falcone per parlare, in realtà, di sé. Il transfert era evidente. Saviano ha messo in scena la propria voglia di martirio, manifestazione preoccupante di quella sindrome che gli esperti chiamano di san Sebastiano. Non ha rinunciato poi ad inviare dei segnali politici molto chiari. Per tutta la serata non ha mai citato la parola destra, ovviamente tirando bordate, senza mai nominarlo, contro Berlusconi. Ha invece più volte richiamato le responsabilità della sinistra colpevole di aver lasciato solo Falcone, ucciso poi dalla mafia. In realtà a farlo furono soprattutto gli antesignani del giustizialismo odierno, quegli esponenti della Rete che sospinti dall’anticraxismo criticarono la sua scelta di collaborare col guardasigilli Martelli. Insomma lunedì sera Saviano ha tirato la volata alla destra di san Giuliano, quella di Fini. I suoi fans di sinistra è ora che se ne facciano una ragione.

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Recensioni – Il libro di Alessandro Dal Lago, Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, manifestolibri, e l’album di Daniele Sepe, Fessbuk – Buona notte al manicomio, manifesto cd, rompono un tabù

Paolo Persichetti
Liberazione
16 giugno 2010

«Saviano divide la sinistra», più o meno è stato riassunto così il tiro incrociato che ha accolto, Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, il libro scritto da Alessandro Dal Lago per la manifestolibri, insieme all’ultimo album realizzato da Daniele Sepe, Fessbuk – Buona notte al manicomio, sempre per il manifesto cd, dove il sassofonista-compositore dedica un brano molto critico all’autore di Gomorra. A dire il vero la furibonda reazione che si è scagliata contro i due, subito tracimata in bilioso livore, non ha riguardato solo quell’ormai incerto territorio dai confini sempre più evanescenti che per semplicità giornalistica viene ancora chiamato sinistra. Una risposta indispettita è venuta anche da quella parte della destra che, a giusto titolo, rivendica per se il messaggio politico-culturale contenuto nel lavoro letterario di Saviano. Il think tank finiano Farefuturo insieme al Secolo d’Italia hanno aperto da tempo un fronte polemico interno alla destra per dimostrare quanto il discorso portato avanti dal giovane scrittore sia roba loro. Per questa nuova destra, o almeno che aspira a presentarsi come tale, ad osteggiare Saviano sarebbe la solita «sinistra snob», ormai in rotta di collisione con qualsiasi connessione sentimentale col popolo. Dove per popolo deve intendersi innanzitutto il corpo mistico della nazione, un’entità del tutto astratta che al massimo arriva ad assumere le sembianze, nella versione nazional-berlusconiana, del pubblico spettatore o del consumatore, certamente mai l’aspetto concreto di un’agglomerato di ceti e classi sociali traversati da interessi contrapposti. Snob invece deve intendersi come sinonimo di antipopulista, nemico del giustizialismo e del mito dell’azione penale. Opinione diffusa anche in quella grande stampa «terzista», in apparenza agnostica e liberale che, come ricorda lo stesso Dal Lago, naviga nel conformismo dilagante e imbarca personaggi che in gioventù erano collocati a sinistra. Pierluigi Battista, Paolo Di Stefano, Gianni Riotta sono corsi in aiuto del povero Saviano, che vede la sua scorta sempre più affollata. E’ davvero difficile districarsi in questa sorta di nuova lingua dove le parole hanno perso senso e il senso le parole. Nei semoventi spazi della cosiddetta sinistra si sono fatti sentire anche Sofri e Flores D’Arcais, quest’ultimo senza aver nemmeno letto la quarta di copertina, ha esortato i suoi lettori a preferire una seduta d’onanismo piuttosto che perdere tempo a leggere Dal Lago. Dall’Espresso è venuta poi la toccata finale: «chi attacca Saviano è uno stalinista». Talmente vero che l’avrebbe detto anche Vishinski.
Eppure se la canzone del bravo musicista Daniele Sepe è pur sempre una canzone, cioè semplifica inevitabilmente da cui le molte critiche giunte nei suoi confronti, il libro di Dal Lago al contrario realizza una complessa e documentata demolizione non solo del lavoro narrativo di Saviano, ma del dispositivo che attorno all’autore di Gomorra è stato costruito dopo il travolgente successo del suo libro. Attenzione all’ambivalenza dei detrattori: gli stessi argomenti impiegati per criticare Sepe diventano una risorsa quando si tratta di rispondere a Dal Lago che la prosa di Saviano ricorre volutamente a metafore ed allegorie semplificatorie per raggiungere più facilmente il grande pubblico. Dunque per Saviano vale ma per Sepe no. Questa logica binaria non da scampo. E’ un po’ come quanto scritto da Norma Rangeri sul Manifesto. Per rassicurare i lettori scioccati dal fatto che la casa editrice del giornale avesse pubblicato un libro e un disco contro Saviano, e poi dato spazio a Marco Bascetta, direttore della manifestolibri, allo stesso Dal Lago e a Daniele Sepe per sostenere sulle pagine del quotidiano il diritto di critica, ha spiegato che Saviano è certamente uno di sinistra perché «per due anni ha lavorato con noi ed ha una formazione marxista», per poi poche riga più in là prendersela con i «rivoluzionari doc (ma di quale secolo?)» che si sarebbero infilati in questa polemica. Forse si ricorda la Rangeri di quale secolo era Marx? Insomma chi critica da sponde di sinistra Dal Lago e Sepe mostra di avere pochi e confusi argomenti. Al di là dei toni, la discussione è tuttavia un rivelatore molto interessante. Una cartina di tornasole sullo stato della sinistra attuale, su quanto quella somma di pulsioni populiste, giustizialiste e penaliste si siamo ormai saldamente radicate e strutturate nella forma mentis del mondo di sinistra. Irradiamento trasversale che accomuna le diverse sponde, radicali, massimaliste, antagoniste, riformiste, ecologiste. Il libro di Dal Lago va letto proprio e soprattutto per questo, perché oltre a ridurre in briciole l’epopea autoconsolatoria che avvolge l’epica contro il crimine cavalcata da Saviano, aiuta a capire quali sono i nuovi luoghi comuni da abbattere. La rappresentazione, ad esempio, della camorra come male assoluto e non come relazione sociale e forma politica, ha il sapore semplificatorio di un telefilm americano dove i buoni sono tutti da una parte e i cattivi dall’altra. Sfuggono le radici sociali, il consenso locale, la funzione di welfare di sostituzione che svolge, le alleanze in sfere legittime. La criminalità organizzata non è solo una questione di repressione militare e giudiziaria, ma anche battaglia sociale all’interno di territori che hanno difficoltà a reperire altre forme di reddito. E’ singolare che nella rappresentazione di Saviano il coinvolgimento della sfera del politico col crimine appaia fin troppo sfumata. Nello schema manicheo che suddivide il suo discorso, i pubblici poteri, lo Stato e i suoi apparati, si trovano sempre collocati dalla parte del Bene. Nel «confronto assoluto che oppone Legge e Crimine – scrive Dal Lago – Gomorra è dalla parte di un potere specifico dello Stato, quello inquirente e giudicante». Eppure c’è in piedi in un tribunale d’Italia una richiesta a 27 anni di carcere per il generale Ganzer, capo dei Ros, accusato di aver messo in piedi una delle più grosse reti di narcotraffico mai viste. Dove compare il male «sento aria di distrazione di massa», aggiunge Dal Lago in un passaggio molto efficace. Il rischio reale è quello di dare vita ad un gigantesco diversivo. Insomma denunciare la camorra come il tiranno attuale, oltre a infrangere il senso delle proporzioni – offusca al punto da non vedere quanto il capitalismo legale, la logica dell’estrazione di plusvalore non ha bisogno della camorrìa per lasciar bruciare degli operai negli alti forni e annegare i migranti davanti a Lampedusa. La critica di Dal Lago non risparmia gli aspetti letterari del lavoro di Saviano, giocato sulla trinità dell’io. Soprattutto censura il linguaggio fumettistico, le leggende metropolitane, gli episodi inventati (il vestito di Angelina Jolie e i Visitors di Scampia, solo per citarne alcuni), le inverosimiglianze spacciati per fatti reali, come l’incipit del libro sui morti cinesi nel porto di Napoli. A Parigi circolano altre versioni dello stesso mito urbano incentrate nel quartiere di Tolbiac. I cinesi sembrano l’altra ossessione di Saviano che non riesce a parlarne senza emettere un fetore di razzismo. Dal Lago non trova per nulla convincente il nuovo canone letterario di cui Gomorra sarebbe divenuto il modello, definito “New Italian Epic” dai Wu Ming. Insomma, al di là delle intenzioni, per Dal Lago il fenomeno Gomorra è perfettamente adeguato al clima culturale italiano pervaso di berlusconismo. La postura eroica assunta nel libro, dunque ancora prima delle minacce che avrebbe ricevuto dalla camorra, porta Saviano a fare uso di una retorica che anestetizza la ragione, agisce come uno sgravio di coscienza, spingendo il lettore a perdere il proprio senso critico e divenire un semplice seguace dello scrittore. Così il popolo tanto decantato esiste solo in quanto assiste. E non da più fastidio.

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Il ruolo di Saviano, considerazioni dopo la partecipazione a “Vieni via con me”

Saviano, fatti una vacanza….

Aldo Grasso
Corriere della sera 10 novembre 2010

Mi piacerebbe che Roberto Saviano accogliesse queste considerazioni come costruttive. Quando, mattine fa, ho letto la sua presentazione del programma «Vieni via con me» un brivido mi ha percorso la schiena. Per due motivi: il primo è che una fondamentale legge dello spettacolo impone di promettere poco e dare molto (a leggere quell’articolo sembrava invece che stessimo per assistere alla «Divina commedia» tv); il secondo è che bisogna con tutte le forze rifuggire l’ingenuità e la retorica.

Non si può scrivere una frase del tipo, «Nel racconto televisivo gli articoli sono le luci dello studio, gli aggettivi sono i filmati, i verbi sono i movimenti di scena, le frasi sono le inquadrature, la punteggiatura sono gli ospiti. In un tempo limitato deve entrare tutto: la volontà di raccontare uno spaccato significativo di esistenza e l’onestà di raccontarla come un punto di vista, non come verità assoluta». Quello che il programma ha dimostrato è che se sei un professionista come Roberto Benigni puoi permetterti di affrontare temi impegnativi anche in modo scherzoso, irridente, ma sempre efficace. E fare tuo il programma, imprimergli il sigillo beffardo del paradosso. Se sei Saviano ti devi accontentare di un compitino, con il rischio di imbozzolarsi nel personaggio e nell’autocompiacimento.

Intendiamoci, «Vieni via con me» (Raitre, lunedì, ore 21,05) è un programma ben sopra la media delle pochezze che la Rai propone, e Saviano ha tutte le ragioni del mondo a portare avanti la sua battaglia. Ma proprio la posta in gioco della sua missione gli imporrebbe di crescere. Il duetto finale con Fabio Fazio era tutto incentrato su un dubbio: restare o andare via dall’Italia? Nessuno ha la risposta, ma credo che girare il mondo, guardarsi attorno, guardare un’altra tv, rapportarsi con un universo meno provinciale del nostro gli farebbe un gran bene. E comunque questi sono consigli non richiesti, cioè superflui.

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