La colonna sonora di via Fani. Nuovi documenti smontano la storia della Honda e le fantasie del supertestimone Marini

Esclusiva – da pochi giorni è nelle librerie Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro, Tra le righe libri, aprile 2015. Un saggio da non perdere assolutamente se volete liberarvi il cervello da decenni di scorie complottiste. L’autore, Gianremo Armeni, ha trovato documenti ignorati per decenni da magistrati, membri delle commissioni d’inchiesta, complottisti d’ogni risma e colore, mettendo in luce come i dietrologi hanno impunemente arrangiato le loro ricostruzioni deformando la realtà. La storia torna a prendersi la sua grande rivincita. Ecco come andarono veramente le cose in via Fani

Paolo Persichetti
Il Garantista, 23 aprile 2015

armeni-copertina-moro16 marzo 1978, via Fani. Le tre vetture del commando brigatista con Moro a bordo stanno risalendo via Stresa. La scena dell’assalto, ormai alle loro spalle, è avvolta da improvviso silenzio, una sorta di tempo sospeso dopo il crepitìo degli spari, il rombo dei motori e lo strepitìo delle gomme che partono in accelerazione.
Un minuto, forse due e sul posto arriva una volante con a bordo gli agenti Di Berardino e Sapuppo. Si mettono immediatamente in contatto via radio con la centrale operativa per fornire le prime informazioni. Mentre gran parte dei testimoni prendono coraggio e si avvicinano ai corpi riversi all’interno delle vetture colpite, uno di loro punta diretto verso i poliziotti. La sua è un’ansia di parola, è convinto di aver visto tutto, di sapere ogni cosa, lui deve dire, indirizzare subito le indagini. Quel che è accaduto si invera nel suo racconto, egli ne è il depositario. Inizia così il vangelo dei misteri del caso Moro, attraverso il verbo primigenio dell’ingegner Alessandro Marini che, contrariamente a quello che si è voluto lasciar credere fino ad oggi, non ha mai illuminato di verità la storia del rapimento Moro, a cominciare da quel che è realmente accaduto quella mattina: la corretta dinamica dell’assalto brigatista; la presunta funzione attiva svolta da una moto Honda durante le fasi del rapimento; i presunti colpi sparati da uno dei passeggeri contro il parabrezza del suo motorino.
Tutto sommato dettagli difronte alla vicenda politica del rapimento, alla portata storica dell’episodio, al rilievo internazionale che esso ha avuto. Nonostante ciò questi aspetti hanno assunto un rilevo centrale, sono divenuti l’architrave originario della dietrologia sul rapimento, oggetto di una sterminata pubblicistica complottista, di ripetute indagini giudiziarie e processi, dell’attività ultradecennale di ben due commissioni d’inchiesta parlamentare e della recente costituzione di una terza, ma soprattutto hanno reso senso comune la superstizione del complotto.

11 Motorino01 copiaTrentasette anni dopo Gianremo Armeni, una laurea in sociologia, collaborazioni con Limes, un libro su Dalla Chiesa, un volume dedicato alle regole della lotta clandestina, Vademecum del brigatista, e un romanzo d’iniziazione sul nucleo storico delle Brigate rosse, fa piena luce sulla inattendibilità del super testimone con un saggio spietato appena uscito nelle librerie, Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro (Tra le righe libri, aprile 2015, 16 euro).
Quella di Armeni è innanzitutto una grande prova di metodologia storica. Alla stregua di quelli che considera i suoi maestri, Giovanni Sabbatucci, Marco Clementi e Vladimiro Satta (quest’ultimo autore della prefazione), per districarsi dal ginepraio di ricostruzioni cospirazioniste fondate nella migliore delle ipotesi su presupposti che fanno capo al metodo indiziario e deduttivo, dove il soccorso delle prove è carente o inesistente, le fonti trascurate, travisate, omesse o peggio manipolate, Armeni è andato alla ricerca dei fatti, alla sorpresa che riserva l’incontro sempre imprevedibile con le fonti. Cinque anni di lavoro, una ricerca imponente che non trova eguali sulla materia: oltre alle monografie sulla vicenda Moro, ha studiato l’intero complesso di carte processuali e istruttorie che hanno dato corpo ai cinque processi sul rapimento, documentazione conservata presso l’aula bunker di Rebibbia. Per ben tre volte ha riletto i 130 volumi della commissione Moro e scandagliato con maniacale attenzione l’intero filone “caso Moro” della commissione Stragi. Un lavoro mastodontico che non ha tradito le aspettative: cercando «l’ago nel pagliaio», come lui stesso scrive, ha scovato tre documenti fondamentali più altre circostanze che radono al suolo la tesi della funzione attiva della moto in via Fani, gli spari contro il parabrezza del motorino di Marini, mettendo in serio dubbio il corretto operato di alcuni giudici istruttori, sostituti procuratori, presidenti di corte d’assise e membri delle commissioni d’inchiesta che hanno avuto un ruolo nell’accreditare la storia della moto.

8 Motorino nastrato-1 copiaNe fuoriesce un’autopsia implacabile di quella che è la genesi del discorso dietrologico: basta riandare ai minuti successivi dell’agguato quando l’ingegner Marini si avvicina ai poliziotti della volante per raccontare loro di aver visto una moto seguire la Fiat 132 che portava via Moro. Armeni ricostruisce nel dettaglio il percorso compiuto da quella prima e originaria informazione, subito registrata nei brogliacci della centrale operativa che dirama a tutte le volanti l’avviso di ricerca di quella misteriosa Honda, mai vista da nessuno degli altri testimoni che assistono lungo via Stresa alla fuga del commando brigatista. Il brogliaccio della centrale operativa e il successivo rapporto dei due agenti, che riprende le parole di Marini, finisce in una relazione di sintesi che il questore De Francesco invia in quelle prime ore alle massime autorità dello Stato. Nel testo si cita la presenza di una moto senza riferirne la fonte. Nel 2002, uno dei consulenti della commissione Stragi, Silvio Bonfigli, scova la relazione del questore e la pubblica in un libro scritto insieme a Jacopo Sce, Il delitto infinito. Ultime notizie sul sequestro Moro, Kaos edizioni. Prende forma così la leggenda della presenza, certificata da un’autonoma acquisizione della polizia, di una moto nell’azione di via Fani. Informazione – sostengono gli autori – di cui la magistratura non avrebbe tenuto conto aderendo invece alle smentite dei brigatisti. Falso anche questo perché alla fine del primo processo Moro, tra le condanne inflitte contro i componenti del commando che agirono quella mattina, ce ne fu una per complicità nel tentato omicidio dell’ingegner Marini assieme ai due presunti passeggeri della moto mai identificati. Ma che importa, il presupposto della dietrologia è ignorare le refutazioni alimentando una mondo di verità parallele, una controrealtà virtuale che mescola senza scrupoli credenze, suggestioni, incantesimi, malafede e menzogne, spesso a scopo di lucro.

4. Motorino 1 copiaAnche la verità giudiziaria non è da meno: da decenni sentiamo arguire che moto e spari contro Marini sono realtà storica poiché lo ha stabilito un giudicato processuale. Ma se il magistrato deve attenersi a questa regola, lo storico ha la felice libertà di ribaltare l’assunto rimettendo al centro l’indagine sui fatti realmente accaduti, lasciando sullo sfondo le chiacchiere di una sentenza che si è limitata a trascrivere, per altro in parte, una delle tante versioni di un testimone. Questa regola aurea della buona ricerca storica conduce Armeni a nuove sconcertanti scoperte, come la falsa storia della presunta inversione effettuata dolosamente dalla magistratura, quella relativa alla posizione occupata dai due centauri sulla moto, un aspetto questo che ha veicolato l’ennesima ipotesi di complotto; oppure i ripetuti cambi di versione forniti dal supertestimone nelle sue 11 deposizioni, che lo portano persino a cambiare il colore della moto e mettere in dubbio che qualcuno gli abbia sparato. Ritrattazioni mai attenzionate dalle roccaforti cospirazioniste. Anche qui il libro riserva la sorpresa di un documento eccezionale, sottolineato con inchiostro rosso presumibilmente dalle autorità giudiziarie dell’epoca.

Ciao MariniOsservato da vicino Marini è un vero vaso di Pandora: il 16 marzo riferisce d’aver visto la moto ma solo il 5 aprile, 20 giorni dopo, racconterà degli spari contro di lui. Ecco perché – nota Armeni – la polizia scientifica non poté sequestrare il parabrezza del motorino, lasciato incustodito in via Fani la mattina del 16 marzo (come è possibile vedere in alcune foto pubblicate su questo blog), che ritraggono un ciclomotore con il parabrezza nastrato accanto al muretto, sul lato sinistro del marciapiede da dove era sbucato il commando brigatista). Nel settembre successivo, sentito dal giudice istruttore Imposimato, torna sull’episodio e fornisce una fantasiosa mappa dell’agguato. I membri del commando raddoppiano e stranamente manca il cancelletto inferiore. Non c’è la donna armata che pure altri testimoni indicano. In sede processuale ribadirà di non aver mai visto la donna che presidiava l’incrocio tra via Fani e via Stresa.
Moro: Honda con due persone anche in Armeni non molla la presa, viviseziona le parole dell’oracolo Marini fino ad accorgersi di un dettaglio rimasto inosservato: secondo il supertestimone il passeggero della moto avrebbe impiegato il braccio sinistro per esplodere i colpi di pistola diretti contro di lui. Una singolare incoerenza che assomiglia tanto ad un lapsus rivelatore: Marini, infatti, si sarebbe dovuto trovare sul lato basso di via Fani, quindi a destra della moto al momento del suo passaggio. Anche qui Armeni mette in crisi la ricostruzione ufficiale ripescando una testimonianza, sempre ignorata, che solleva forti dubbi sulla posizione dichiarata dall’ingegnere sul motorino quella mattina, per offrirci alla fine una ulteriore chicca che chiude il cerchio sulla natura vertiginosa del personaggio. Il lettore capirà, allora, perché l’autore abbia scelto come titolo del suo saggio, Questi fantasmi, una delle più celebri commedie di Eduardo di Filippo, l’artista napoletano convocato sulla scena del rapimento Moro dallo stesso Marini.

Iter parabrezza 1Uno dei pezzi forti del libro è la documentazione, scovata in un particolare ufficio giudiziario, che ricostruisce la storia del parabrezza, fulcro dell’intera narrazione dietrologica. Si scopre che Marini, dopo averlo sostituito, ne aveva conservato solo due frammenti (circostanza assai singolare per un reperto di quella importanza), presi in consegna dalla Digos il 27 settembre 1978. Da quel giorno rimarrà chiuso nell’ufficio corpi di reato, dove lo spedisce il giudice istruttore Imposimato senza mai farlo periziare fino alla sua distruzione il 9 ottobre 1997. Non risponde al vero, dunque, la relazione del senatore Luigi Granelli, membro della commissione Stragi, che il 23 febbraio 1994 inspiegabilmente scrive di una perizia e di un colpo d’arma da fuoco che avrebbe attinto il Iter parabrezza 2parabrezza. In realtà il reperto non era mai uscito dal deposito dei corpi di reato e la sua esistenza era del tutto ignorata dai periti, come lamenterà uno di essi difronte ai giudici. Soltanto il 31 marzo 1994 e il successivo 17 maggio la magistratura si accorgerà della sua esistenza. Il reperto viene prelevato per non più di 24 ore, quando il pm Marini (omonimo del supertestimone) lo sottoporrà in visione al suo ex proprietario, il quale riconoscendolo rivela con estremo candore che non furono dei colpi di pistola a danneggiarlo ma una caduta del ciclomotore dal cavalletto nei giorni precedenti il 16 marzo (vedi qui, il Garantista del 12 marzo 2015).

Dep Marini 0 1994Dep Marini 1994Quanto basta per concludere che la funzione attiva della Honda nel rapimento è un ectoplasma processuale, che la magistratura giudicante volle inizialmente accreditare per mettere nel cassetto due ergastoli supplementari, divenuta in seguito uno dei cavalli di battaglia delle teorie complottiste a scapito anche della stessa corporazione togata che non avrebbe certo immaginato un giorno di essere all’origine di tanti danni. Nonostante ciò il procuratore generale Antonio Marini si è recentemente opposto all’archiviazione dell’inchiesta, ed ha riconvocato tutti i membri del commando brigatista presenti in via Fani, convinto che la fantomatica moto sia ricomparsa nel 1983 per compiere il ferimento di Gino Giugni, rivendicato dalle Br-pcc.

Ha fatto bene, allora, Gianremo Armeni a portare il colpo conclusivo alla fine del suo saggio. Partendo da alcuni studi sulla memoria uditiva, più affidabile di quella visiva, e dalla constatazione che tutti i testi hanno assistito solo ad alcune sequenze dell’azione, mentre la percezione dei rumori è rimasta ininterrotta, ha ricostruito con un esperimento innovativo la colonna sonora dell’assalto in via Fani. L’esito della prova è di una efficacia sorprendente: riemerge la traccia coerente del «fragore degli spari» e del momento preciso in cui essi hanno avuto termine. L’esame non lascia più spazio alle interpretazioni, alle ipotesi, alle suggestioni: la storia si riappropria di ciò che le era stato sottratto. Finita l’azione cala il silenzio, i testimoni si affacciano, rialzano la testa, escono dai loro momentanei ripari, scopriamo allora che è venuto il tempo di separare la storia dalla farsa.

Postscritum: una volta provato che nel modulo operativo del commando brigatista non era presente alcuna moto, e che nessun’altra ha interferito nell’azione, la questione della Honda diventa superflua. Tuttavia, poiché l’indagine di Armeni non smentisce affatto il passaggio di una motocicletta quella mattina (ne circolano migliaia a Roma ogni giorno), resta legittima la curiosità del lettore sul momento esatto in cui essa si è affacciata sulla scena. Armeni con estremo rigore ricostruisce anche questo, correggendo alcune ricostruzioni circolate in passato. Gli elementi per scoprirlo c’erano già tutti, bastava rimontare i pezzi con un po’ di logica scevra da retropensieri, pregiudizi e strumentalizzazioni. Chi c’era sopra? Questo è stato già scritto (vedi qui). Ora leggete il libro, poi ne riparleremo.

Per saperne di più
Rapimento Moro, la ricostruzione dell’azione di via Fani disegnata da Mario Moretti
Ecco la prova che nessuno sparò al motorino di Marini in via Fani
La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
Su via Fani un’onda di dietrologia. Ecco chi c’era veramente sulla Honda

La dietrologia nel caso Moro
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro
I dietrologi dell’isis su Moro
La falsa novità dell’audizione di monsignor Mennini. Il confessore di Moro interrogato già 7 volte
Povero Moro ridotto a “cold-case”
Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc?
La vicenda Moro e il sottomercato della dietrologia ormai allo sbando

Armeni pag 12

 Armeni pag 13

Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro – 5a e ultima puntata

Concludiamo il nostro piccolo viaggio sui falsi misteri costruiti attorno al sequestro Moro raccontando come il diversivo dietrologico venne impiegato per coprire l’impiego delle torture. Potete leggere qui le puntate precedenti, (1), (2), (3), (4)

Paolo Persichetti
Il Garantista 15 marzo 2015

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«La teoria del complotto è la sottigliezza degli ignoranti». Prendo questa citazione dal libro di Daniel Pipes, Il lato oscuro della storia, (Lindau). Non sempre però l’ossessione del grande complotto affonda le sue radici nella superstizione. Se il cospirazionismo moderno trae origini da teorie politiche che, intrise di controriformismo cattolico, rifiutano la modernità e trovano il loro testo fondatore nell’opera dell’abbé Barruel, avversario del rivoluzione francese, la modernità con il suo corpus di ideologie apologetiche del capitalismo non ne è certo esente. A dire il vero l’intero Novecento fa fatica a liberarsi dai veleni del complottismo che pervadono razzismi, nazionalismi e totalitarismi fascisti e nazisti. E se non è affatto condivisibile la tesi di Popper, che vede nelle teorie critiche ispirate dal marxismo solo delle culture del sospetto nemiche di un idealismo razionalista esente da qualunque pecca, è vero anche che anarchismo, socialismo e comunismo non sono riuscite a sottrarsi al virus complottista.
jpg_2178052Oggi però la crisi del pensiero forte e il balbettio delle teorie politiche danno alimento ad una diversa stagione che vede nelle teorie del complotto un appiglio consolatorio, un riempitivo del vuoto di pensiero. Tanto che se un tempo i complotti erano figli di un pensiero ossessivo, oggi sono solo ossessioni prive di pensiero. Il pregiudizio dietrologico ha avuto però anche applicazioni più strumentali: un esempio di questo utilizzo può essere rintracciato agli albori dell’affaire Moro. La vicenda Triaca, con la quale concludiamo il nostro piccolo viaggio nella dietrologia che circonda la storia del sequestro del presidente della Dc, e stata un esempio di diversivo complottista finalizzato a coprire l’impiego delle torture.
La sera del 17 maggio 1978, Enrico Triaca, il militante che gestiva la tipografia delle Brigate rosse di via Pio Foà a Roma, venne preso in consegna da una squadra travisata di poliziotti che dalla caserma di Castro Pretorio, dove era finito dopo l’arresto avvenuto in mattinata, lo condussero in un luogo segreto. Torturato durante la notte, sotto la guida esperta del professor De Tormentis, soprannome affibbiato al funzionario dell’Ucigos Nicola Ciocia che comandava la squadra speciale del ministero degli Interni esperta negli interrogatori non ortodossi, a Triaca furono estorte alcune informazioni che portarono alla scoperta di una base brigatista, all’Aurelio, e all’arresto di due altri militanti. IMG_0475
Il clamore suscitato dal rinvenimento, avvenuto appena una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani, creò qualche problema agli inquirenti in difficoltà nello spiegare come si era arrivati alla macchina da scrivere a testina rotante con cui era stata redatta la risoluzione strategica del febbraio 1978. Mancava una confessione ufficiale, e legale, perché quelle informazioni erano state strappate con la tortura dell’acqua e sale. Si tentò di correre ai ripari sottoponendo a Triaca una deposizione “spontanea”, ma il funzionario incaricato, Michele Finocchi, fece degli errori ed in ogni caso la data in calce era sempre successiva al ritrovamento della base. I conti non tornavano e bisognava Ciociatenere coperti i metodi illegali impiegati anche perché, nel frattempo, Triaca, ritrovate le energie psicologiche, stava per denunciare il trattamento subito. Cosa che avvenne il 19 giugno davanti al procuratore capo Achille Gallucci che per rappresaglia tentò di tappargli la bocca denunciandolo per calunnia.
In quegli stessi giorni sui giornali cominciarono a filtrare strane ricostruzioni che dipingevano il tipografo delle Br come un personaggio poco chiaro, una «inquietante figura» in contatto con la questura durante il sequestro, scrive la Mazzocchi sulla Stampa del 19 giugno; un «infiltrato», sostiene il Messaggero del 17, che avrebbe condotto di persona la polizia nella base di via Palombini. Lo steso giorno Paese sera titola, «Il tipografo delle Br aveva amici nella Ps», ma Repubblica batté tutti: «C’è un informatore nella colonna romana», mentre nell’occhiello sollevava interrogativi sulla presenza di una «fonte confidenziale» che avrebbe portato agli arresti e rivelò che Triaca al momento della perquisizione aveva nel portafoglio due biglietti omaggio per sale cinematografiche rilasciati dal terzo distretto di polizia.
ComplottoI biglietti, come accerterà l’indagine condotta dalla Digos (n.050714 del 17 giugno 1978), provenivano dalla moglie di un funzionario di polizia che li aveva regalati al personale di una sartoria di cui era cliente, e nella quale lavorava anche la sorella di Triaca che li aveva ceduti al fratello. La “fonte confidenziale” invece c’era, ma Triaca e i suoi compagni ne avevano solo fatto le spese. Anche sulle origini di questa “spiata”, che il 28 marzo segnala il nome di Spadaccini insieme ad altre persone, si è speculato a lungo. Nel libro Doveva Morire di Ferdinando Imposimato e Sandro Provisionato (Chiarelettere), si afferma che si sarebbe trattato di un informatore già impiegato in precedenza contro i Nap, conosciuto in codice come “fonte cardinale”. Questa informazione non trova conferme. Secondo Triaca la segnalazione sarebbe venuta da ambienti del partito comunista del Tiburtino, zona di origine degli arrestati. Uno di loro, Giovanni Lugnini, dopo la scarcerazione ricevette le scuse di un militante della sezione locale del Pci in lacrime. Anche sui tempi dell’indagine, che si concluse il 17 maggio, 50 giorni dopo, ci sono state illazioni e polemiche. La commissione Pellegrino condusse delle verifiche per accertare se davvero gli arresti furono ritardati per favorire l’eterodirezione del sequestro. Il senatore Sergio Flamigni all’epoca, e recentemente Ferdinando Imposimato che fu giudice istruttore e interrogò Triaca ignorando la sua denuncia delle torture, hanno sposato questa tesi; smentiti tuttavia dai risultati della inchiesta condotta dalla commissione. Non ci furono ritardi, dopo lunghi pedinamenti le indagini si concretizzarono solo il primo maggio. Quel giorno Spadaccini fu visto incontrare per la prima volta Triaca. Si viene a scoprire così l’esistenza della tipografia. Il successivo 7 maggio partono le richieste di perquisizione che dovevano scattare il 9 mattina. I provvedimenti contengono una correzione a mano che li posticipa di tre giorni, ma il ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani fa saltare l’operazione che verrà realizzata solo il 17 maggio con tanto di interrogatorio a base di acqua e sale. Repubblica
Si arriva così alla storia della stampatrice presente nella tipografia brigatista di via Pio Foà 31, nel quartiere di Monte Verde vecchio a Roma. I macchinari utilizzati per stampare la famosa risoluzione della Direzione strategica del febbraio 1978 risultarono, infatti, provenienti da stock ministeriali in disuso. La stampante AB-DIK260T apparteneva in origine al raggruppamento unità speciali di forte Braschi, dove aveva sede il Sismi, mentre la fotocopiatrice AB-DIK 675 proveniva dal ministero dei trasporti. Per i dietrologi fu una manna, lo smoking gun tanto agognato. Per anni è stato uno dei loro cavalli di battaglia finché la seconda commissione Moro presieduta dal senatore Pellegrino decise di condurre una propria istruttoria che mise la parola fine sulla vicenda. Acquistata nel 1972 presso la ditta Nebuloni & Picozzi dal ministero della difesa per la cifra di 10 milioni e 500 mila lire, e attribuita al Rus di Forte braschi, la stampatrice fu posta in disuso già nel settembre 1975. Nel novembre successivo venne destinata al magazzino del genio militare per essere venduta ad una ditta rottamatrice ma alla fine del 1976 fu sottratta e venduta illecitamente dal tenente colonnello Federico Appel del Rus al cognato Renato Bruni per sole 30 mila lire. Questi la consegnò come saldo di un debito a Paolo Tomasello che all’inizio del 1977 la cedette a Stefano Noto, un tecnico della Nebuloni & Picozzi che arrotondava lo stipendio riparando vecchie macchine. Tramite un annuncio sul Messaggero Noto la rivende per 3 milioni di lire (provenienti dal sequestro Costa) a Stefano Ceriani Sebregondi ed Enrico Triaca che stavano allestendo la tipografia delle Br. Un percorso simile riguarda la fotocopiatrice acquistata nel 1969 dal ministero dei trasporti. Insomma, una tipica storia italiana di peculato e appropriazione indebita finita per alimentare le più insulse teorie dietrologiche, cinicamente utilizzate per coprire il warterboarding denunciato da Triaca. Altro che misteri, le torture – riconosciute recentemente anche dalla corte di appello di Perugia – sono la vera questione irrisolta del caso Moro. La nuova commissione avrà intenzione di indagare?

5/fine

Le altre puntate
Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia – 1a puntata
Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol – 2a puntata
Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi – 3a puntata
La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani – 4a puntata

Per saperne di più
La dietrologia nel rapimento Moro

Dietrologie torture

I dietrologi dell’Isis su Moro

Che cosa è la dietrologia, o meglio quel format mediatico intitolato “i misteri del caso Moro” cha da quasi 40 anni ci viene propinato? Una antistoria, anzi una distruzione della storia, ci spiega Francesco Piccioni in questo fulminante articolo: «per alimentare la misteriologia bisogna far strage di prove, equiparandole ai sospetti, alle domande, alle idiozie, mescolando il tutto in un calderone bollente e più volte centrifugato, al punto che nulla conta più nulla. Tranne la volontà del cuoco, che accende il fuoco quando vuole e indica agli attoniti spettatori questo o quel componente che viene portato in superficie dal suo mestolo e poi rapidamente scompare nella sbobba. Siamo al masterchef della Storia, in cui è sempre ammesso un nuovo pirla che porta un nuovo componente o – sempre più spesso, visto quanto tempo è passato – semplicemente un pezzo già usato e dimenticato. Ribollito»

Francesco Piccioni
Contropiano 10 marzo 2015

I dietrologi dell'Isis su Moro

Leggendo le cronache avventurose – sul piano mentale – della nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro di Aldo Moro, ad un certo punto mi è passata davanti l’immagine dell’Isis che distruggeva i resti della civiltà assira. Che c’entrano dei benestanti e benpensanti parlamentari con dei tagliagole che distruggono il passato per affermare il loro eterno presente (secondo loro) dettato da un dio?
La forma mentis, direi.
Il format mediatico intitolato “i misteri del caso Moro” ha quasi 40 anni, assicura a tutti gli interpreti qualche minuto di successo, un portafoglio gonfio, a volte persino una poltrona da parlamentare. Fin qui tutto bene, è la banalità dell’imbrancarsi in un gregge guidato da pastori con mano ferma.
Il problema è che per alimentare la misteriologia bisogna far strage di prove, equiparandole ai sospetti, alle domande, alle idiozie, mescolando il tutto in un calderone bollente e più volte centrifugato, al punto che nulla conta più nulla. Tranne la volontà del cuoco, che accende il fuoco quando vuole e indica agli attoniti spettatori questo o quel componente che viene portato in superficie dal suo mestolo e poi rapidamente scompare nella sbobba. Siamo al masterchef della Storia, in cui è sempre ammesso un nuovo pirla che porta un nuovo componente o – sempre più spesso, visto quanto tempo è passato – semplicemente un pezzo già usato e dimenticato. Ribollito. Che so, “la moto Honda”…
L’audizione dell’ex viceparroco di Santa Lucia, amico di Moro, ora nunzio apostolico in Gran Bretagna è stata un capolavoro di dimostrazione di quanto vado dicendo. Presentata – immancabilmente – come l’evento che avrebbe “permesso di fare chiarezza su uno dei punti più oscuri della vicenda”, si è aperta con il placido prete costretto a premettere che era l’ottava volta che veniva chiamato a deporre sulla stessa cosa. La seconda, davanti a una commissione parlamentare. Non proprio una “prima”… Nella vicenda storica il suo ruolo era stato decisamente minore: allora giovane prete, era stato destinatario di alcune lettere scritte da Moro, perché le girasse alla famiglia. Non serve essere degli esperti in sequestri di personaggi di spicco per sapere che in questi casi la famiglia è sottoposta a controlli stringenti, “blindata” da uomini armati che filtrano ogni spillo in entrata o in uscita dall’abitazione. Un giovane prete senza alcun potere, un collega di università (come il prof. Tritto) o altri personaggi simili diventano una buona “intermediazione” per mandare lettere. Non c’erano i social network, allora; e presumibilmente nessun brigatista li avrebbe usati visto che sono “tracciati” in ogni passaggio. Su di lui era stato sparso uno dei tanti “misteri” della dietrologia, addirittura per bocca di Francesco Cossiga. Che aveva ipotizzato – non saprei dire se a mo’ di battuta mal riuscita o soprassalti di rimorso per piste non seguite – che quel giovane prete fosse stato a sua volta sequestrato per un giorno, portato nella prigione di Moro e lì avesse impartito l’estrema unzione. Sette interrogatori o audizioni non erano bastate a convincere nessun dietrologo che lui, in via Montalcini, non c’era stato. Ed anche ieri, al termine dell’ottava audizione ha commentato tristemente “non penso di aver convinto nessuno”. Lo si può capire. Qualsiasi protagonista di quella vicenda – i brigatisti, Cossiga, l’archivista della stessa commissione stragi, storici, poliziotti e magistrati, ecc – abbia provato a mettere la parola fine su uno qualsiasi dei misteri è stato rapidamente derubricato a “opinione” fra le tante, probabilmente falsificata ad arte, comunque irrilevante. Finendo rapidamente tra i tanti componenti della sbobba che ogni tanto riprende a bollire.Leggiamo come ricorda don Mennini quei giorni:

Ci venne indicato un sacerdote dei pallottini con presunte doti di sensitivo: fu lui ad indicare su una mappa un punto dell’Aurelia. Ne parlai con il professor Tritto (assistente di Moro, ndr) e lui disse che era importante, che dovevamo dirlo al ministro e ottenne un appuntamento. Fummo ricevuti al Viminale dove ci tennero a bagnomaria per 3 o 4 ore, ogni tanto Cossiga entrava e chiedeva a Tritto se era possibile avere qualche indumento di Moro, qualche scritto, ipotizzando pure il coinvolgimento del sensitivo consultato nel caso dell’omicidio di Milena Sutter”. Era un clima “poco esaltante”, “ogni tanto veniva il capo di gabinetto che parlava di una fila di persone importanti che chiedevano biglietti omaggio per lo spettacolo pasquale dell’Opera. A me fu rimproverato di non aver informato la polizia del contatto telefonico con le Br, ma non volevo rischiare di bloccarlo, volevo solo essere utile a una persona alla quale volevo bene e fare nel mio piccolo tutto quello che potevo. E poi, quello che ho visto quel giorno al Viminale mi era bastato..  Tornato a casa, parlando con i miei dissi ‘se le cose funzionano così, Moro può salvarlo solo la Madonna o la Provvidenza’”.

Cioè nessuno. La dietrologia si regge sull’idea che la Storia sia governata da una Spectre onnipotente e onnisciente, che ordisce complotti e sa come intervenire ogni volta che si rischia siano scoperti. La Spectre è insomma un dio oscuro, contro cui il “vero fedele” può soltanto esercitare il rifiuto di tutto ciò che sfugge all’idea di “mondo regolato” che deriva dalla parola del “vero dio”. L’Isis della dietrologia è questa bestia qui, che distrugge tutto – passato, prove, credibilità, ecc – per affermare soltanto la sua esistenza e pretesa di dominio. Anche Moro subì, ancor vivo e prigioniero, lo stesso trattamento: le lettere che scriveva non erano “moralmente ascrivibili” a lui. Tanto da dichiararlo “pazzo” quando, obliquamente e moderatamente, scriveva parole non concilianti con qualche notabile del suo stesso partito iscritto al nuovo e infame “partito della fermezza”. Il partito della dietrologia è una filiazione diretta del “partito della fermezza”. E’ stato messo in piedi dagli stessi uomini, dagli stessi partiti. Vomita merda da quasi 40 anni e ha avvelenato i pozzi a cui si abbeverano i cervelli. Non c’è più – o quasi – un giornalista capace di distinguere una bufala clamorosa da un’ipotesi allettante; e in ogni caso una prova è per loro irriconoscibile. Non esiste, non può esistere un punto fermo, una verifica definitiva – da laboratorio – di quel che è falso e di quel che è vero. Non ci sono testimonianze, né carte, né riscontri che possano mettere in crisi il “mistero”. Non c’è perché non ci deve essere, finirebbe il gioco… Guardiamo ancora dall’audizione di ieri. Grande sorpresa – sia tra i parlamentari della commissione che tra i giornalisti mandati a seguire l’audizione – quando don Mennini ha ricordato che il papa, l’allora Paolo VI, aveva fatto preparare 10 miliardi di lire per un eventuale riscatto in denaro. Una “rivelazione”? Ma se il rifiuto del riscatto compare addirittura in uno dei nove volantini delle Br emessi durante il sequestro… Era ipotesi avanzata su tutti i giornali di quelle settimane, oggetto di “dibattito” tra esperti, politici, giornalisti, specie dopo la richiesta ufficiale di scambiare Moro con 13 prigionieri politici. Tutto cancellato, tutto dimenticato. Solo il “mistero” ha diritto ad esistere, picconando reperti, statue, storie, prove… Continuerà così in eterno, fin quando qualche bastardo vi troverà un guadagno.

Fonte: http://contropiano.org/interventi/item/29576-i-dietroogi-del-isis-su-moro

Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi /3a puntata

Prosegue con la terza puntata la nostra rassegna dei falsi misteri del rapimento Moro (leggi qui la 1a e 2a puntata). Oggi raccontiamo come ha preso forma la leggenda della presenza di un colonnello del Sismi in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978. Trentaquattro testimoni hanno assistito alle varie fasi dell’azione, solo uno di loro, Alessandro Marini, disse nel 1993, a quindici anni di distanza dai fatti, di aver intravisto una figura sospetta. Subito smentito dal diretto interessato che era un abitante della zona

Paolo Persichetti
Il Garantista 6 marzo 2015

Via Fani dal basso copiaNell’immaginario riprodotto dalle narrazioni dietrologiche la mattina del 16 marzo 1978 via Fani appare un luogo spettrale presidiato dai servizi segreti, un segmento di città privo di vita urbana dove si aggirano misteriose presenze.
Eppure la documentazione storica in nostro possesso ci dice che la realtà di quella mattina è molto diversa. Intorno alle nove, in quel piccolo quadrante residenziale di Roma transitavano numerosi passanti e in strada circolavano diversi veicoli, tanto che alle varie fasi dell’azione brigatista, avvicinamento, assalto e sganciamento, assistono da posizioni diverse più di trenta testimoni, per la precisione 34 persone che nella stragrande maggioranza confermano la ricostruzione fatta dai militanti delle Brigate rosse che vi parteciparono. Di grande aiuto in proposito è la descrizione dei loro movimenti e il racconto delle loro parole raccolto nel libro di Manlio Castronuovo e Romano Bianco, Via Fani ore 9.02 (Nutrimenti edizioni).
Leggendo quel fiume di testimonianze ci accorgiamo che nessuno di loro ha mai confermato la presenza del misterioso personaggio che avrebbe sparato dal lato destro della via, come invece sostengono – anche se in via Fani non c’erano – quelli che contestano la versione dei brigatisti e non accettano i risultati delle perizie balistiche a vantaggio delle affabulazioni dietrologiche. Non solo, nessun testimone ha mai visto il colonnello dei carabinieri Camillo Guglielmi aggirarsi sul teatro dell’azione, né tanto meno ci sono filmati o foto, tra le centinaia scattate quella mattina, che ritraggono questo carabiniere tra la folla di curiosi, autorità e personale di polizia operante sul posto.
Guglielmi, deceduto nel frattempo, oltre ad essere entrato nel Sismi solo dopo i fatti di via Fani, racconterà alla magistratura di non esser mai passato quella mattina per quel tratto di via ma di essere arrivato a casa del suo collega Armando D’Ambrosio (che confermò l’episodio), abitante in via Stresa, intorno alle 9.30, quando via Fani era già invasa da giornalisti, fotografi e televisioni, transitando per le vie adiacenti, probabilmente via Molveno, come ipotizza Vladimiro Satta nel suo Odissea del caso Moro, Edup 2003. Via Molveno sfocia nella parte alta di via Stresa, nei pressi del civico 117 dove abitava appunto D’Ambrosio, ben lontano da via Fani e raggiungibile da quel punto solo dopo un tortuoso tragitto.
Guglielmi, in forza presso la legione carabinieri di Parma, era a Roma in congedo. Il fatto che nella deposizione resa al magistrato affermi di essere andato a casa del suo collega per “pranzare”, e non più correttamente per fare colazione, visto l’orario, ha dato adito alle ironie dei dietrologi sui reali motivi della sua presenza in quella zona di Roma. Certo è che se fosse stato realmente in missione segreta avrebbe avuto il tempo di confezionare per sè ben altra copertura. Chi ha esperienza del modo in cui vengono redatti i verbali di interrogatorio, all’epoca ancora non registrati, sa bene che possono essere realizzate anche sintesi brutali delle risposte, e “restare fino a pranzo” può diventare “andare a pranzo”. In ogni caso, diffusasi l’eco di quanto avvenuto, quel giorno Guglielmi non consumò alcun pasto dal suo amico.
C’è un solo testimone che con anni di ritardo richiama l’attenzione sulla presenza in via Fani di una misteriosa persona subito dopo l’assalto brigatista. Si tratta dell’ingegner Alessandro Marini che ricorda di aver visto aggirarsi uno strano personaggio «che indossava un cappotto di color cammello». Ma lo fa a 15 anni di distanza dai fatti. Questo individuo – riferisce sempre Marini – mostrava «di non essere particolarmente sconvolto, anzi mi appariva lucido e deciso come se sapesse cosa doveva fare» e soprattutto era «con una paletta della polizia in mano».
Affermazione che farà decollare la tesi, alimentata in particolare da Sergio Flamigni, La tela del ragno (edizioni Kaos), ripetutamente aggiornato con edizioni successive, e nel corso della sua attività di membro delle due precedenti commissioni d’inchiesta sul rapimento Moro, di una supervisione da parte dei servizi dell’azione brigatista, con obiettivi che i dietrologi hanno rettificato di volta in volta: recuperare le borse di Moro; controllare che l’operazione non avesse intoppi; colpire il maresciallo Leonardi e dare i colpi di grazia alla scorta. Non a caso Marini è una delle fonti principali a cui si abbeverano da sempre i teorici del complotto.
Che cosa aveva improvvisamente rinfrescato la memoria di questo testimone? Nel 1990 Luigi Cipriani, anche lui membro della commissione che indagava su via Fani, tirò fuori la testimonianza di un certo Pierluigi Ravasio con un passato di carabiniere paracadutista in servizio presso la sede del Sismi di Forte Braschi, a Roma. Ravasio, nel fratempo divenuto guardia giurata, affiliato ad una setta di Templari con dichiarate simpatie per l’estrema destra, riferiva che Pietro Musumeci, allora responsabile dell’ufficio del Sismi da cui dipendeva, aveva un infiltrato nelle Br uno studente di giurisprudenza dell’università di Roma, il quale avrebbe avvertito con una mezzora d’anticipo che Moro sarebbe stato rapito. Uno dei superiori diretti di Ravasio, il colonnello Guglielmi si sarebbe trovato a passare a pochi metri da via Fani, ma disse di non aver potuto fare niente per intervenire.
A dire il vero questo singolare personaggio aggiunse dell’altro: senza temere di contraddirsi affermò anche di aver fatto parte di una struttura che aveva condotto indagini sul caso Moro scoprendo che il rapimento era stato organizzato da ambienti malavitosi vicini alla banda della Magliana. Una volta informati i diretti superiori, Ravasio racconta che le indagini furono stoppate immediatamente per ordine dei soliti Andreotti e Cossiga. Il gruppo venne sciolto, i componenti dispersi ed i rapporti stilati bruciati. Insomma non era più possibile avere le prove di quanto scoperto. Ovviamente! In racconti come questi le prove sono sempre un optional.
Nonostante l’evidente grossolanità delle affermazioni ed il fatto che davanti al pm che lo interrogava Ravasio si fosse ben guardato dal confermare le sue dichiarazioni, il tormentone sulla presenza di un uomo del Sismi in via Fani non si fermò più. Di personaggi del genere è costellata l’intera storia del “caso Moro”, basti ricordare il raggiro in cui caddero Sandro Provvisionato e Vittorio Feltri, direttore dell’Europeo, quando nel 1990 la sua testata sborsò 50 milioni di lire ad un certo “Davide”, che si era presentato nelle vesti di un ex carabiniere che aveva infiltrato le Brigate rosse ed aveva fatto irruzione nella base di via Montenevoso. La grezza messa in scena era stata orchestrata dai fratelli Motta, inquisiti poi dalla magistratura per truffa aggravata insieme ai due giornalisti, accusati di aver diffuso notizie false e tendenziose senza averle accuratamente verificate. Nelle stesso periodo una richiesta di rinvio a giudizio raggiunse anche Demetrio Perrelli, altro ex carabiniere (stavolta vero) che sempre sull’Europeo aveva fornito una versione fantasiosa dell’irruzione nella base di via Montenevoso.
Da alcuni anni, dunque, circolavano voci sulla presenza di uomini dei servizi in via Fani, così nell’ottobre del 1993, nel corso della trasmissione televisiva Il Rosso e il Nero, Alessandro Marini adegua i suoi ricordi suggestionato dalla vulgata dietrologica di moda in quel momento. Versione confermata nel maggio successivo davanti al pm Antonio Marini nel corso dell’inchiesta Moro quater.
Nel frattempo David Sassoli, il giornalista che aveva raccolto la nuova rivelazione, era riuscito a trovare il misterioso personaggio: si trattava di Bruno Barbaro, residente nello stesso quartiere e con un ufficio in via Fani 109, sopra il bar Olivetti, quello chiuso per lavori e dietro le cui siepi si erano appostati i quattro finti stewart delle Brigate rosse. Barbaro, rimasto discreto negli anni precedenti, sentendosi chiamato in causa uscì allo scoperto, smentì Marini e riconobbe di essere l’uomo che quella mattina indossava un giaccone, non un cappotto, color cammello. Descrisse anche con molta precisione l’arrivo dell’alfasud beige della Digos da cui scese con aria stravolta un poliziotto in abiti civili, paletta alla mano, che lanciò un grido disperato alla vista dei colleghi morti e in attesa dell’arrivo di rinforzi si mise a presidiare l’incrocio allontanando con modi bruschi ogni assembramento di curiosi. E’ lui l’uomo con la paletta visto da Marini e da altri testimoni giunti sul posto solo in quel momento. Ancora una volta nessuna traccia di servizi segreti, ma solo le parole di un testimone che sovrappone in maniera confusa i suoi ricordi. Durante l’inchiesta, e poi nel primo processo Moro, alle parole di Alessandro Marini verrà attribuita una grande attendibilità, tanto da essere ritenuto ancora oggi il super testimone di quella mattina. Una fama, come vedremo nella prossima puntata, del tutto immeritata.

 3/continua

3a puntata. Il fantasma di Guglielmi

Le puntate precedenti
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol

Per saperne di più
Lotta armata e teorie del complotto

Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia /1a puntata

Da sempre priva di riscontri la vecchia dietrologia cerca conforto nelle nuove tecnologie. Domenica 22 febbraio la polizia scientifica ha effettuato una scansione laser del luogo dove Aldo Moro venne sequestrato 36 anni fa.
Questo è il primo di un ciclo di interventi dedicato ai lavori della nuova commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana. Leggi le puntate successive (2a e 3a)

Paolo Persichetti
Il Garantista 28 febbraio 2015

10995657_816482041732693_2140707097252357948_nIl tratto di strada che il 16 marzo 1978 vide alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord dare l’assalto, insieme a dei giovani romani di varia estrazione, al convoglio di auto che trasportava il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non trova pace.
Quella mattina, lungo via Fani si erano dati appuntamento in dieci: un tecnico, un contadino, una assistente di sostegno, diversi studenti, un artigiano, un paio di disoccupati, alcuni operai, un commerciante. Il più anziano aveva 32 anni, la più giovane 20. Erano le Brigate rosse, intenzionate a sferrare un attacco senza precedenti al «cuore dello Stato».
A distanza di 36 anni questo fatto storico non è ancora accettato dai cultori del complotto, anzi dei ripetuti complotti di diversa natura e colore, tutti assolutamente reversibili, che nei tre decenni ormai alle spalle si sono succeduti in perfetta antitesi tra loro.
E’ per questo che domenica scorsa l’incrocio tra via Fani e via Stresa, situato nella zona nord di Roma, è stato sottoposto a scansione laser da alcuni tecnici della polizia scientifica che in questo modo tenteranno di far rivivere i fatti di quella mattina di 36 anni fa attraverso alcuni software tridimensionali in grado di elaborare e verificare tutti i dati balistici, peritali e testimoniali raccolti all’epoca delle indagini e dei processi.
Lo ha deciso la terza commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento del leader 10986837_10204730816563878_2601269910022609904_ndemocristiano, insediatasi in ottobre. Dopo tanta dietrologia i commissari hanno pensato di ricostruire sotto forma di realtà virtuale la scena del rapimento. Quanto alla fine possa risultare attendibile una ricostruzione del genere, che integra dati raccolti in epoche lontane e con tecniche ormai sorpassate rispetto all’odierna tecnologia forense, per ora non ci è dato sapere. Il teatro dell’azione fu largamente inquinato dall’invasione di funzionari e vertici delle forze dell’ordine, fotografi e giornalisti che calpestarono i reperti. Addirittura una vettura della Digos, un’Alfasud beige, piombò sulla scena dell’attentato e fu parcheggiata sul lato del marciapiede dove era partito il commando. Si può facilmente ipotizzare che i suoi pneumatici abbiano fatto schizzare, o comunque spostato, diversi reperti, in particolare i bossoli. Ma in fondo, questo è l’aspetto meno importante: dei nuovi rilievi – sempre che risultino attendibili – non possono che confortare quanto è già noto da tempo.
Significativo, invece, è il dato politico che esprime questa iniziativa, mirata «a stabilire – come ha dichiarato il presidente della nuova commissione d’inchiesta, Giuseppe Fioroni – l’oggettività di alcuni fatti sulla base di una certezza: non c’è corrispondenza tra il racconto dei 55 giorni e alcune chiare circostanze».

Sul lato baso della foto è visibile l'alfasud della Digos

Sul lato baso della foto è visibile l’alfasud della Digos

Cinque processi, decine e decine di ergastoli erogati insieme centinaia di anni di carcere, due commissioni parlamentari, le testimonianze dei protagonisti, alcuni importanti lavori storici, non hanno scalfito l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico che da oltre tre decenni alligna sul caso Moro e l’intera storia della lotta armata per il comunismo, quando in realtà è proprio questa ostinazione negazionista il nodo che ha trasformato in un “caso” l’azione di via Fani.
Fa paura ancora oggi cercare risposte alle vere domande che quei 55 giorni sollevano: come prevalse la linea della fermezza? Perché Dc e Pci, in un reciproco gioco di ricatti e sospetti, rimasero irremovibili sulla posizione del rigor mortis? Perché gli uomini di Moro, ben piazzati dentro la Dc e nei gangli dello Stato, non fecero nulla, o ben poco, per agevolare la sua liberazione? Perché il Pci sabotò ogni tentativo di trattativa, anzi denigrò le lettere dell’ostaggio dichiarando che non erano farina del suo sacco, se è vero che Moro era ritenuto la pedina decisiva per portare a termine la strategia del compromesso storico? Le culture politiche di questi due grandi partiti furono poi così all’altezza degli eventi? Non è lì dentro che si dovrebbe scavare senza riverenze e scrupoli per capire?
Invece ancora oggi c’è chi prova ad offuscare l’intelligibilità di quell’evento, come ha fatto recentemente lo storico, ora parlamentare e membro della nuova commissione Moro, Miguel Gotor, restio ad accettare l’idea che dei giovani operai e borgatari romani si fossero organizzati al punto da sfidare lo Stato lasciando il corpo di Moro nel cuore della toponomastica del compromesso storico, «della lotta politica e della guerra fredda» (episodio reiterato con il sequestro D’Urso), a due passi da via delle Botteghe oscure (allora sede nazionale del Pci) e piazza del Gesù (sede nazionale della Dc).
Per Gotor, se le Brigate rosse volevano raggiungere quell’obbiettivo propagandistico, «lo avrebbero lasciato in una discarica della periferia con nella destra una copia dell’Unità e nella sinistra una copia del Popolo, e non si sarebbero mai e poi mai assunte tutti quei rischi incredibili».
Dunque Moro doveva finire nell’immondizia perché ciò che muove dalle periferie non può che sfociare nelle discariche, è quanto mostra di pensare il braccio destro di Bersani, dando prova di un forte pregiudizio classista venato di populismo anticasta. La storia successiva ci dice che a mettergli l’Unità in tasca non furono le Brigate rosse ma l’autore del monumento che gli venne dedicato a Maglie, in Puglia, mentre la sola idea che le periferie dell’epoca potessero appostarsi sotto i Palazzi della politica e dell’economia suscita ancora negli esemplari odierni del ceto politico quegli stessi brividi freddi che l’aristocrazia versagliese provò di fronte ai sanculotti che mettevano a ferro e fuoco l’ancien régime.
Si comprende perché la dietrologia, ora nella sua veste tridimensionale, oltre ad essere un redditizio affare per l’industria editoriale e la pubblicistica da marciapiede, si presta come balsamo consolatorio, diversivo che consente di evadere i quesiti più imbarazzanti, le responsabilità più pesanti. Quanti su questa fondamentale rimozione hanno costruito la loro fortuna, le loro carriere negli anni di quella Seconda repubblica nata sul funerale di Moro?

Via Fani, Le nuove frontiere della dietrologia

Povero Moro, ridotto a “cold case”

Dante Barontini
Contropiano, 23 Febbraio 2015

Povero Moro, ridotto a "cold case"

“Proprio come uno dei tanti gialli della serie tv Usa, Cold Case, la polizia scientifica è tornata 37 anni dopo in via Fani, la strada del centro di Roma dove fu ritrovato il corpo di Aldo Moro”.

Basta questo incipit dell’agenzia Ansa – quella da cui tutti i giornalisti prendono “la notizia” per cominciare a “lavorare il pezzo” – per far capire il delirio demente tanto utile ai professionisti del mistero. Inutile far notare che via Fani non è al centro di Roma, ma sulla collina di Monte Mario (vicino al Villaggio dei giornalisti, non dovrebbe essere difficile capirlo per quelli del mestiere). Inutile anche far notare che in quella via Moro non venne “ritrovato”, ma sequestato.

La confusione dell’anonimo redattore Ansa è comunque paradigmatica: scambia il centro con la periferia, l’inizio con la fine. Ci sembra molto significativo, emblematico del modo con cui la vicenda storica – non c’è dubbio che il sequestro dell’allora presidente della Democrazia Cristiana abbia segnato uno spartacque nella vita politica di questo disgraziato paese – viene trattata, pasticciata, infiorettata come una qualsiasi sceneggiatura di serial di serie B.

I tecnici della scientifica hanno ovviamente deviato il traffico, fatto i rilievi con scansione laser o altri complicati marchingegni. Su ordina della commissione Parlamentare di inchiesta sull’omicidio del leader Dc. Un’altra commisione di inchiesta? Composta da quegli stessi parlamentari che – fermati dalle Jene o da chiunque altro – non sanno neanche la data della scoperta dell’America? Quelli.

Il vice presidente della commissione, tal Grassi, aveva finalmente conquistato un attimo di rilievo mediatico nella conferenza stampa che annunciava l’evento (i rilievi della scientifica):” si è scelto di cercare la verità dei fatti attraverso i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione e lungo questa via siamo certi che scopriremo novità rilevanti”.

Ne siamo certi. Dopo 37 anni di una sola cosa siamo infatti sicuri: ogni rimestamento produrrà nuovi “interrogativi”, incoerenze, dietrologie, arricchendo il già straripante campionario di “misteri”. Ci sono state indagini fatte in modo spietato (tortura compresa, come dimostra la vittoria in giudizio di Enrico Triaca, inizialmente accusato di aver “calunniato” Nicola Ciocia, dirigente Digos poi noto come “dottor De Tormentis”) ma professionale. Ci sono stati 18 anni di altre commissioni parlamentari, utili soprattutto ad arricchire in modo significativo lo stuolo di “consulenti” pagati per non arrivare mai ad alcuna conclusione sensata, oppure ale carriere parlamentari dei “commissari”. Ci sono, ancora vivi, quasi tutti i protagonisti di quella storia (ogni tanto ne muore qualcuno, ma ormai vanno per la settantina, è fisiologico, mica un mistero).

Bene. C’è tutto quello che in qualsiasi altro paese sarebbe ultrasufficiente per stabilire come sono andate le cose. Ma che in questo deve essere utilizzabile per l’obiettivo esattamente opposto: tenere in vita un plot con cui intimidire la capacità di pensare. Un modo per dire che il potere deve essere intoccabile e in-criticabile. Anche quando qualcuno lo ha combattuto in senso stretto (armi in pugno, insomma), comunque non è chiaro perché, percome, scopi, obiettivi, protagonisti, ragioni.

Un potere da quattro soldi, fatto di servi della Troika o di triangolazioni imprenditorial-finanziarie di medio-basso livello, che prova a stendere su di sé il mantello della Storia, per attingere brandelli di dignità che non possiederà mai per virtù propria. Per riuscirci va bene tutto. E se, com’è vero, siamo nella società dell’immagine e della comunciazione, cosa c’è di meglio dell’immaginario alla Csi o alla Cold Case?

Povero Moro. E anche tutti gli altri protagonisti di una tragedia vera.

Fonte http://contropiano.org/articoli/item/29301

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1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
I dietrologi dell’isis su Moro

La falsa novità dell’audizione di monsignor Mennini. Il confessore di Moro interrogato già 7 volte
Povero Moro ridotto a “cold-case”
Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc?
La vicenda Moro e il sottomercato della dietrologia ormai allo sbando
A via Fani c’eravamo solo noi delle Brigate rosse. Raffaele Fiore smentisce il settimanale “Oggi
Su via Fani un’onda di dietrologia

 

Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc ?

Anche le democrazie torturano. Nel maggio 1978 la nazionale di calcio italiana era in Argentina dove stava completando la preparazione in vista del campionato del mondo che sarebbe cominciato il mese successivo, vinto alla fine dai padroni di casa. Due anni prima, nel marzo 1976, un golpe fascista aveva portato al potere una giunta militare ma nonostante ciò i mondiali di calcio si tennero lo stesso. Furono una bella vetrina per i golpisti mentre i militanti di sinistra sparivano, desaparecidos; prima torturati nelle caserme o nelle scuole militari, poi gettati dagli aerei nell’Oceano durante i viaggi della morte, attaccati a delle travi di ferro che li trascinavano giù negli abissi. Intanto i neonati delle militanti uccise erano rapiti e adottati dalle famiglie degli ufficiali del regime dittatoriale.
Nel resto dell’America Latina imperversava il piano Condor orchestrato dalla Cia per dare sostegno alle dittature militari che spuntavano un po’ ovunque nel cortile di casa di Washington. Cinque anni prima, l’11 settembre del 1973, era stata la volta del golpe fascio-liberale in Cile, dove gli stadi si erano trasformati in lager.
In Italia l’opposizione sfilava solo nelle strade. In parlamento da un paio di anni si era ridotta a frazioni centesimali di punto a causa di un fenomeno politico che gli studiosi hanno ribattezzato col termine di “consociativismo”’: ovvero la propensione a costruire larghe alleanze consensualistiche, trasversali e trasformiste, che annullano gli opposti e mettono in soffitta alternanze e alternative. Il 90% delle leggi erano approvate con voto unanime nelle commissioni senza passare per le aule parlamentari. Il consociativismo di quel periodo aveva un nome ben preciso: “compromesso storico”. Necessità ineludibile, secondo il segretario del Pci dell’epoca Enrico Berlinguer, per scongiurare il rischio di derive golpiste anche in Italia.
Dopo un primo “governo della non sfiducia”, in carica tra il 1976-77, mentre la Cgil imprimeva con il congresso dell’Eur una svolta fortemente moderata favorevole politica dei sacrifici e il Pci, sempre con Berlinguer, assumeva l’austerità come nuovo orizzonte politico, improntata ad una visione monacale e moralista dell’impegno politico e del ruolo che le classi lavoratrici dovevano svolgere nella società per dare prova della loro vocazione alla guida del Paese, nel marzo 1978, il giorno stesso del rapimento Moro, nasceva il “governo di solidarietà nazionale”, col voto favorevole di maggioranza e opposizione.
Oltre al calcio e alla folta schiera di oriundi cosa poteva mai avvicinare una strana democrazia senza alternanza, come quella italiana, ad una dittatura latinoamericana come quella argentina?
La risposta sta in una parola sola: le torture. La repubblica italiana torturava gli oppositori, definiti e trattati come terroristi

 

Paolo Persichetti
Il Garantista 10 dicembre 2014

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Con un’accelerazione sui tempi, prima che la nuova maggioranza repubblicana in senato potesse bloccare tutto, l’amministrazione Obama ha deciso di rendere noto un rapporto, preparato dalla Commissione di controllo dei servizi segreti del senato Usa che descrive l’uso delle torture impiegate durante gli interrogatori dei prigionieri catturati dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e sospettati di appartenere ad al Quaeda. Pratica a cui mise fine Obama nel 2009. A distanza di nemmeno cinque anni dalla conclusione di quei fatti si possono conoscere le varie tecniche di tortura utilizzate (in buona parte già note), in particolare l’uso del waterboarding (l’annegamento simulato), i luoghi impiegati, le prigioni segrete fuori dal territorio nazionale, gli agenti che le praticarono, l’intero apparato messo in piedi, la filiera di comando.
In Italia, al contrario, dopo oltre 30 anni dalle torture inferte contro persone accusate d’appartenere a gruppi della sinistra armata, domina il buio pesto appena squarciato da una sentenza della corte d’appello di Perugia che un anno fa ha riconosciuto l’esistenza di un apparato parallelo del ministero dell’Interno, attivo tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, guidato da un funzionario di nome Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, specializzato nell’estorcere informazioni con la tortura durante gli interrogatori.
Il 2 ottobre scorso hanno preso avvio i lavori della nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro. Da allora sono stati ascoltati una serie di responsabili istituzionali e magistrati (Copasir, Interni, Difesa), l’ex presidente della precedente commissione Giovanni Pellegrino, uno dei suoi membri passati più influenti, Sergio Flamigni. I lavori della commissione sin qui svolti non sembrano di grande interesse storico. Vengono seguite piste già battute in passato, circostanze ultranote, sulla falsa riga di un vetusto teorema dietrologico. I commissari mostrano di essere privi di qualsiasi volontà di rinnovamento, di curiosità, totalmente disattenti alle acquisizioni storiche più recenti.
Non stupisce dunque che non vi sia alcuna volontà di fare chiarezza sulla vicenda delle torture che pure si intreccia strettamente con le indagini condotte durante il caso Moro.
C’è un’immagine che lega la vicenda delle torture, in particolare quelle esercitate contro Enrico Triaca, noto alle cronache come il “tipografo delle Br”, arrestato il 17 magio 1978, con il ritrovamento di Moro e le dimissioni di Cossiga. Nella foto che ritrae Cossiga davanti alla Renault 4 rossa, dove giace il corpo senza vita di Moro, c’è anche Nicola Ciocia (alle spalle del ministro dell’Interno), il funzionario che torturò Triaca pochi giorni dopo, come racconta lui stesso in un libro scritto da Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”, Sperling & Kupfer 2011. Ed è ancora Ciocia a rivelare di aver scortato Cossiga, subito dopo il ritrovamento del corpo del presidente della Democrazia cristiana, nella chiesa del Gesù.
Enrico Triaca denunciò di essere stato torturato mentre era nelle mani della polizia perché rendesse dichiarazioni accusatorie. Il ministro dell’Interno Cossiga si era dimesso da cinque giorni, l’interim del Viminale rimase nelle mani del presidente del consiglio Andreotti fino al 13 giugno successivo, quando si insediò Virginio Rognoni, che lasciò il posto solo nel 1983 gestendo l’intera stagione delle torture.
Dagli uffici della Digos, dove era stato condotto dopo l’arresto, Triaca fu portato nella caserma di Castro Pretorio. Qui venne a parlargli un funzionario che si presentò come un suo compaesano (Triaca è di origini pugliesi e Ciocia anche), quindi fu prelevato da una squadra di uomini travisati che lo incappucciarono e lo trasportarono in una sede ignota. Nel corso del tragitto iniziarono le minacce mentre i suoi sequestratori scarrellavano le armi. Arrivato a destinazione fu violentemente pestato ed alla fine sottoposto alla tortura dell’acqua e sale che produce una sensazione di annegamento.
Ricondotto in questura, di fronte al magistrato denunciò le torture subite ma per rappresaglia venne a sua volta incriminato per calunnia dall’allora procuratore capo di Roma Achille Gallucci.
Nel corso del processo tenutosi nel novembre successivo Triaca fu condannato ad un anno e quattro mesi di carcere per calunnia. Pena che si aggiunse a quella per appartenenza alle Brigate rosse e in un primo momento anche per il sequestro Moro. Verdetto ribadito in appello e poi in cassazione. Nel corso del processo, oltre all’allora capo della Digos romana, Domenico Spinella, sfilarono poliziotti che successivamente hanno fatto molta carriera, da Carlo De Stefano che condusse l’iniziale perquisizione nella tipografia di via Pio Foà, arrivato a dirigere la Polizia di prevenzione (denominazione assunta dall’Ucigos), poi nominato prefetto e sottosegretario agli Interni durante il governo Monti, a Michele Finocchi, promosso capo di gabinetto del Sisde, praticamente il numero due sotto la gestione di Malpica e coinvolto nello scandalo dei fondi neri per questo latitante in Svizzera dove venne successivamente arrestato dal Ros dei carabinieri. Il ruolo di Finocchi è centrale nella gestione dell’interrogatorio violento di Triaca poiché è lui che raccoglie i due fogli della “deposizione” estorta, di cui uno mai controfirmato.
Non ci sono solo poliziotti ad interrogare Triaca, arrivò anche l’allora giudice istruttore Ferdinando Imposimato, che delle torture non si curò minimamente omettendo di fare luce su tutte le circostanze che seguirono l’arresto.
Chi ordinò a Ciocia di intervenire? E chi disse ancora a Ciocia che era meglio fermarsi, perché un solo caso di tortura poteva restare coperto ma di fronte a più casi non sarebbe stato possibile?
E chi, 4 anni dopo, all’inizio del 1982, durante il governo Spadolini, nel pieno del sequestro del generale americano Dozier, decise invece che torturare in massa era possibile garantendo il massimo di copertura all’apparato speciale che fece il lavoro sporco?
Domande alle quali una commissione di indagine parlamentare – che sostiene di voler cercare la verità – dovrebbe avere il coraggio di fornire delle risposte, ma che a quanto pare non è in grado nemmeno di formulare.
La commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, e animata da Gero Grassi, più che porre nuove domande, domande scomode, sembra privilegiare risposte già confezionate, prigioniere dello schema complottista.
E’ proprio questo il punto, lì dove non c’è trasparenza alligna la dietrologia, inevitabilmente si rincorrere il gioco delle ombre, si coltiva il mito dell’occulto fino a scambiare lo scandaglio dei fatti, l’affondo verso la radice delle cose, con la ricerca di un supposto lato nascosto, invisibile.
La coltre fumogena della dietrologia è un ottimo espediente per evitare imbarazzanti domande su quello che è stato l’unico vero grande mistero mai affrontato sugli anni della lotta armata: l’impiego delle torture di Stato.

Per saperne di più
Le torture degli altri di Francesco Romeo
Le torture della repubblica
Gli anni spezzati dalla tortura di Stato

La Stasi aveva infiltrati nel sistema politico italiano, non nelle Brigate rosse

Anteprima – Spie dall’Est di Gianluca Falanga (Carocci, pagg. 288, euro 19) Esce il 9 ottobre

ministero-paranoia-200x300Alla fine la commissione bicamerale sul sequestro Moro si è insediata. Un pletorico parlamentino di 59 membri, 19 in più della precedente bicamerale presieduta dall’allora senatore Pellegrino. Nel corso della prima seduta, che si è tenuta all’inizio del mese, è stato eletto presidente il deputato Pd Giuseppe Fioroni.
L’ex missino Maurizio Gasparri, poi in An, Fli e oggi Forza italia, ha dichiarato: «Sono entrato a far parte della commissione parlamentare sul caso Moro per riaffermare la verità già emersa in sede giudiziaria. Moro è stato ucciso dai comunisti delle Brigate Rosse, supportati dall’Est europeo allora comunista. Potremo spazzare via tutto il ciarpame delle ricostruzioni farneticanti, talvolta addirittura narrate in libri più di fantascienza che di storia. Troppi sventurati hanno alimentato fandonie per minimizzare la colpa di chi, nel nome del comunismo, sterminò Moro e la sua scorta».
Incredibile ma vero, Maurizio Gasparri ha ragione quando evoca il ciarpame delle ricostruzioni farneticanti narrate sul caso Moro e più in generale sulla storia della lotta armata per il comunismo in Italia. Ovviamente – come egli stesso annuncia – lo dice perché è sua intenzione sostituirlo con altro ciarpame diametralmemte speculare, come fu a suo tempo quello della Mitrokhin. Le opposte fazioni dietrologiche convergono entrambe su un’unica strategia: negare l’autenticità e l’autonomia di quella esperienza rivoluzionaria.
L’analisi delle fonti, in questo caso quanto è stato ritrovato negli archivi della Stasi, il servizio segreto della Germania est, rivela che in realtà ad essere monitorata era l’intera attività istituzionale, commerciale ed economica dell’Italia. Attraverso l’utilizzo di collaboratori, infiltrati e fonti inconsapevoli, la Stasi raccoglieva informazioni all’interno di tutte le forze politiche istituzionali, nelle imprese di Stato, all’interno del Vaticano. Lo rivela uno studio di prossima pubblicazione, Spie dall’Est di Gianluca Falanga (Carocci, pagg. 288, euro 19).
L’interesse della Stasi verso le Brigate rosse arriva soltanto dopo il rapimento Moro, vicenda che proietta su di loro l’attenzione internazionale. Ma quando questo servizio si pone il problema di infiltrare l’organizzazione per raccogliere informazioni dal suo interno non sa come fare. Non ci sono segretarie o cameriere da infiltrare. Alla fine pensa di rivolgersi ad Heidi Peusch, cittadina della Ddr moglie di Pierino Morlacchi, appartenente al nucleo storico delle Br. Peccato che anni prima, quando insieme ai figli ed al marito – in fuga dall’Italia dopo un mandato di cattura per appartenenza alle Br – tentò di riparare nel suo Paese, venne respinta alla frontiera della Ddr. Le autorità tedesche molto diffidenti verso la donna in odor di dissidenza chiesero informazioni al Pci che sconsigliò vivamente di accoglierla. Morlacchi era stato espulso da questo partito nel 1960, quando nel quartiere del Giambellino a Milano un’intera sezione se n’era andata dal Pci.

Se cerca infiltrati ed informatori, Maurizio Gasparri farebbe bene a rivolgere la propria attenzione verso il suo vecchio partito di provenienza. Il Movimento sociale italiano ne era affollato, vi sguazzavano al suo interno più servizi e agenzie in concorrenza tra loro. E non stupirebbe più, a questo punto, se vi fosse stanto anche qualcuno della Stasi. Quelli erano capaci di tutto


Le vite degli altri (italiani) spiati dalla Stasi

Simonetta Fiori, la Repubblica 6 Ottobre 2014

Gli agenti della Ddr controllavano anche il nostro paese: ne parla lo studioso Gianluca Falanga che ha raccolto in un libro carte e documenti segreti.
«Devo ammetterlo, sono rimasto sorpreso: centinaia e centinaia di carte segrete sull’Italia. Il faldone che mi sono trovato davanti era impressionante: il più spregiudicato servizio segreto comunista ha spiato il nostro paese per decenni, specie tra i Sessanta e gli Ottanta. Ne ha seguito meticolosamente le crisi e gli scandali, le relazioni con gli altri Stati, il potenziale delle forze armate e la qualità della ricerca scientifica ». Da tempo Gianluca Falanga collabora a Berlino con il museo della Stasi, il “ministero della paranoia” a cui ha dedicato due anni fa un saggio molto documentato (Carocci) . Ora s’è preso la briga di andare a studiare le informative che ci riguardano tra le migliaia di tabulati estratti dal cervellone del Sira, ossia le banche dati dell’intelligence della Germania Orientale. Il risultato di queste ricerche è in un libro in uscita sempre da Carocci, Spie dall’Est, la prima indagine sugli agenti della Ddr nella penisola.
La documentazione ovviamente è parziale. «Alla caduta del Muro autentici “gruppi di macerazione” polverizzarono oltre il 90 per cento dell’archivio cartaceo, tutti i nastri magnetici e migliaia di file. Però nella confusione qualcosa è sfuggita di mano. E una copia di back-up con sezioni dell’archivio informatico è stata ritrovata a sud di Berlino. È su quei documenti che ho lavorato per oltre un anno».

Ma perché si sorprende dell’attenzione della Stasi all’Italia? Da noi esisteva il più grande partito comunista d’Occidente.
«Certo, ma all’interno del patto di Varsavia la vigilanza sull’Italia era di competenza di altri paesi. E invece ho trovato relazioni dettagliate sul sistema politico, sulla dialettica tra le correnti dei partiti, sull’economia pubblica e privata, e naturalmente sul Pci. Lo spionaggio era funzionale sia alle strategie nazionali di Berlino Est, specie sul versante commerciale, sia agli interessi degli “amici” ossia il Kgb sovietico. Non a caso la vigilanza della Stasi cresce eccezionalmente nel periodo tra il 1975 e il 1978, segnato dall’avanzata elettorale di Berlinguer ».

Non sembra che gli agenti della Ddr ne siano troppo contenti.
«Erich Honecker, leader del Partito socialista, e Berlinguer erano molto diversi. Il primo condannava ogni forma di comunismo lontana da quella so- vietica, mentre Berlinguer era “un sardo ascetico di origini aristocratiche” — così si legge in un appunto della Stasi — che suscita molta diffidenza a Mosca per la sua “volontà autonomistica”. In tal senso sono molto interessanti le carte conservate nell’archivio del Sed, il partito-Stato di Honecker, presso il Bundesarchiv di Coblenza. Lì ho trovato una serie di colloqui inediti in Italia tra Hermann Axen, responsabile delle relazioni internazionali del Sed, e il suo omologo sovietico Boris Ponomarev, insieme al vice Zagladin. Questi dialoghi, intercorsi tra il 1973 e il 1978, aprono uno squarcio su ciò che si muoveva a Mosca e a Berlino nei confronti del compromesso storico e dell’evoluzione eretica del Pci».

Che cosa emerge?
«Il blocco comunista si trovò spiazzato di fronte all’ascesa del Pci. La ferma volontà di Enrico Berlinguer di non forzare l’ordine democratico rendeva il Pci un pericolo per l’egemonia sovietica. Il malumore è evidente sin dal febbraio del 1973 quando Ponomarev si lamenta con Axen perché i compagni italiani non sono disposti alla lotta armata. “L’Italia è una polveriera pronta ad esplodere da un momento all’altro”, si legge nell’appunto, “e il partito deve preparare il popolo a una tale evenienza. Il compagno Pajetta ha chiesto al Pcus se il Pci deve acquistare le armi. La risposta del Pcus è stata che la classe operaia deve avere sempre chiare tutte le forme di lotta possibili”. I sovietici premono sul Pci agitando il fantasma golpista e neofascista. Ma lamentano che i compagni italiani non vedano alcun serio politico nell’immediato».

Nel settembre di quello stesso anno Berlinguer propone la strategia del compromesso storico.
«Una formula guardata da Mosca con grandissimo sospetto. In una conversazione del 20 ottobre del 1976 Ponomarev ribadisce la sua avversione: “I compagni italiani non vogliono capire che non si può restare sempre sulla difensiva. Anche se v’è l’opportunità di una via pacifica, ogni partito comunista deve essere sempre pronto alla lotta armata”. Concetto riaffermato con forza in un colloquio con Zagladin: “Un partito comunista deve essere sempre pronto a violare i limiti della democrazia borghese”. E nel giugno del 1977, in un nuovo incontro con Axen a Praga, Ponomarev ha modo di tornare sugli “errori” del Pci».

Una tensione destinata a crescere nell’autunno di quello stesso anno.
«Sì, proprio da una tribuna moscovita, per il sessantesimo anniversario della rivoluzione bolscevica, Berlinguer tesse l’elogio della democrazia. Ponomarev non si limita ad abbandonare la sala, ma medita qualcosa di più serio. In un appunto inedito del gennaio del 1978 confida ad Axen che il Pcus ha esaurito la pazienza e che era venuto il momento di richiamare agli ordini il Pci. La posta in gioco era troppo alta per permettere a un partito tanto influente di assumere una politica ormai apertamente antisovietica. “Il compagno Ponomarev”, si legge nella nota, “ci ha informato che il comitato centrale del Pcus ha confermato la definizione di un piano speciale di misure contro l’eurocomunismo”. Non sappiamo quale fu il seguito. Eravamo alla vigilia del sequestro Moro, che avrebbe definitivamente seppellito il compromesso storico».

Sulle Brigate Rosse emergono novità?
«Esiste un’abbondante documentazione, soprattutto all’indomani del rapimento del leader democristiano. Ma in queste carte manca una prova o anche un solo indizio che dimostri una frequentazione tra i servizi e le Br. È molto interessante un appunto che risale al 1980. L’antiterrorismo della Stasi, una struttura ambigua che infiltrava le organizzazioni di lotta armata, mette all’ordine del giorno il proposito di entrare in contatto con le Br. Pochi mesi dopo avrebbe individuato nella moglie del brigatista milanese Piero Morlacchi, la tedesca Heidi Peusch, il potenziale informatore nell’organizzazione armata. Ma il partito vieta di reclutarla all’interno della Germania Est. Le carte si fermano qui».

Un altro capitolo controverso è quello relativo al terrorismo altoatesino.
«La Stasi era interessata a tenere vivo il focolaio di violenza che pesava sulle relazioni tra Roma e Bonn. Un fascicolo interessante è quello dedicato al neonazista Peter Weinmann, dal 1982 a libro paga della Stasi ma già agente dei servizi tedeschi dell’Ovest e dal 1976 confidente della Digos italiana in Alto Adige. I documenti sono gravemente menomati dagli omissis. Fatto sta che tra il 1986 e il 1988 il terrorismo altoatesino conobbe una sanguinosissima ripresa con attentati dinamitardi più simili a quelli che accadevano a Berlino Ovest — dietro i quali c’era la Stasi — che a quelli tradizionali dei gruppi altoatesini. Con la caduta del Muro il fenomeno si esaurì all’improvviso».

Chi erano le spie italiane al servizio della Stasi?
«Questo è più difficile da ricostruire. Il potente servizio segreto aveva confidenti ovunque, a Botteghe Oscure ma anche nel Psi e nella Dc, nelle amministrazioni delle banche e delle grandi imprese pubbliche. Confidenti non sempre consapevoli. La spia italiana più importante è “Optik”, che da Bologna offre un’enorme quantità di informative sulla sicurezza militare. Un ingegnere o comunque un esperto del settore ».

E gli 007 tedeschi attivi in Italia?
«Il caso più spettacolare è quello dell’agente Mungo, alias Ingolf Hähnel, un pluridecorato tenente colonnello dell’intelligence che nel 1977 riesce a infilarsi dappertutto, presso la segreteria di Stato vaticana dove incontra Angelo Sodano e dentro Botteghe Oscure, dove può contare su un dirigente che avrebbe accompagnato Berlinguer nel viaggio in Ungheria e in Jugoslavia. Ovviamente il grosso delle spie agiva presso l’ambasciata italiana a Berlino Est. La missione diplomatica italiana era tenuta sott’occhio da un esercito di segretarie, donne delle pulizie, dame di compagnia, autisti, giardinieri e interpreti. Specialmente negli anni Ottanta il regime di Honecker temeva che gli italiani aiutassero i tedeschi orientali a fuggire oppure che intrattenessero rapporti con i dissidenti».

Tra i “sorvegliati speciali” figura anche Lucio Lombardo Radice.
«Sì, la vigilanza sul matematico risale agli anni Sessanta, dopo la sua protesta pubblicata sull’Unità per la cacciata dall’Università di Humboldt del fisico dissidente Robert Havemann. Fu bollato dalla Stasi come “un elemento borghese”, rimasto legato alla sua classe di appartenenza nonostante la militanza comunista. E quando nel 1982 morì Havemann, il regime vietò a Lombardo Radice l’ingresso nella Ddr».

La vicenda Moro e il sottomercato della dietrologia ormai allo sbando

Secondo Gero Grassi, attuale vice presidente del gruppo parlamentare Pd alla camera dei deputati, la persona raffigurata nella foto qui sotto, come si può leggere nella didascalia, sarebbe Germano Maccari e non Prospero Gallinari.
La chicca si trova nel dossier Moro che il deputato di Terlizzi, grigio esponente politico pugliese di scuola democristiana, ha raccolto (circa 400 pagine) selezionando materiale presente presso l’archivio storico del Senato dove è digitalizzata tutta la documentazione relativa alle due commissioni parlamentari che hanno indagato per diverse legislature, inizialmente sul rapimento del leader democristiano realizzato dalle Brigate rosse per poi allargare il loro raggio d’interesse sull’intero fenomeno della lotta armata e delle stragi in Italia.

Gero

Gallinari spacciato per Maccari

GERMANO MACCARI,PROCESSO MORO QUINQUES

Germano Maccari


Raffaella Fanelli
, autrice del falso scoop sul rapimento Moro apparso nel giugno scorso sulle pagine del settimanale Oggi, ha preannunciato in questi giorni un’azione di risarcimento nei confronti dell’avvocato Davide Steccanella. Secondo quanto asserisce la stessa giornalista freelance il settimanale della galassia Rcs l’avrebbe scaricata dopo l’uscita delle false rivelazioni. Nel pezzo oggetto del contenzioso, per altro scomparso dall’archivio di Oggi e assente dall’archivio web della stessa giornalista, la signora Fanelli riportava una conversazione avuta con uno dei membri del commando delle Br che il 16 marzo 1978 rapirono Moro in via Fani. Con un virgolettato d’apertura, attribuito all’intervistato, lasciava intendere che quella mattina ad attaccare il convoglio del presidente della Democrazia cristiana non ci fossero soltanto militanti delle Brigate rosse ma anche degli sconosciuti.
Le presunte rivelazioni erano state subito smentite dal diretto interessato, l’ex brigatista Raffaele Fiore, su questo blog (leggi qui) e in un articolo apparso sul Garantista.
Altre incongruenze e singolari circostanze contenute nell’intervista erano state segnalate in un articolo, apparso sul sito web Satisfiction (leggi qui), scritto dall’avvocato Davide Steccanella, appassionato osservatore delle vicende di quegli anni ed autore di una efficace cronologia della lotta armata, Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata, Bietti editore 2013.

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Le false rivelazioni della Fanelli

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La smentita dell’ex Br Raffaele Fiore

La nuova commissione
Se la Fanelli è una giornalista che agisce in modo spregiudicato come tanti suoi colleghi (qualche esempio), Gero Grassi (per altro anche lui giornalista), oltre ad avere un importante incarico politico è il promotore del disegno di legge che ha portato all’istituzione di una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro Moro. I giornali scrivono anche che potrebbe esserne il futuro presidente, sempre che Miguel Gotor sia d’accordo. Ciò, in via teorica, gli dovrebbe conferire una qualità ed una responsabilità ben diversa: detto in altri termini, dovrebbe sapere di cosa parla, capacità che tuttavia sembra mancargli del tutto.
Grassi ha fatto del sequestro Moro la ragione della sua impresa politica. E’ persino l’autore di un libro il cui titolo, Il Ministro e la terrorista, lascia emergere la presenza di un inconscio tormentato da una recondita fascinazione. Oltre al voluminoso dossier ed alla proposta di legge che ha portato sulla carta all’istituzione di una nuova commissione d’inchiesta dalle dimensioni pletoriche (60 membri) e il budget striminzito, ancora ben lontana dall’essere insediata (leggi qui), ha avviato un lungo tour nel Paese (in programma ci sarebbero un centinaio di incontri) sul tema “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro”, dove a quanto pare le domande hanno già tutte una risposta.
A sentirle, queste risposte suscitano grande imbarazzo. Emerge una dietrologia fantasmagorica fatta d’approssimazioni, confusione e ignoranza che per giunta considera fallaci o peggio reinventa precedenti acquisizioni della magistratura, delle passate commissioni e dei lavori di ricerca storica più seri (ce ne sono anche se troppo pochi).
Al cospetto la vecchia scuola dietrologica giganteggia di fronte a tanta asineria e la figura di Sergio Flamigni si staglia come una vetta insuperata dell’intossicazione storica.
Così accade di vedere riscritte sentenze e perizie (qui), «In via Fani – afferma Grassi – in base a quanto sostiene la magistratura, con sentenze definitive, c’erano persone non riconducibili alle Brigate rosse». Nell’attesa che un giorno arrivino gli estremi della citazione, sorvoliamo.
Come se non bastasse il presidente in pectore della futura commissione aggiunge: «Poi penso vada chiarita la morte di Moro che non è avvenuta per mano di Prospero Gallinari, come lui stesso ha raccontato prima di morire [sic!] e come il senatore Sergio Flamigni sostiene sin dagli anni novanta»… Per la cronaca, la vicenda è stata affrontata in un processo, il Moro quinques, e ripresa dalla commissione stragi presieduta da Pellegrino con diverse audizioni, tra cui quella di Maccari (leggi qui).
Ed ancora, per la disperazione dell’ex giudice Imposimato, «la prigione di Moro che non è unica, come dicono i brigatisti, perché i rilievi medico-scientifici sul corpo di Moro lo hanno accertato ed escluso».
Il Grassi-pensiero è un condensato delle superstizioni della rete, un wikisapere, una pentola dell’alchimista dove chi ha letto male e capito peggio può dire quel che crede. Vulgata di nuova generazione delle teorie del complotto elaborate all’epoca dei meetup e del newage politico di marca grillina dove il passato non si scava ma si prevede.
Cambiano i personaggi ma l’ordito che tesse il discorso del complotto resta lo stesso: acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori, manipolazioni, invenzioni, sentito dire, correlazioni arbitrarie, affermazioni ipotetiche, false equazioni. Dettagli travisati e aneddoti inventati diventano le pietre miliari del racconto, mentre si perdono i fatti sociali e i processi storici che agiscono sullo sfondo scompaiono. La dietrologia resta il modo migliore per non farsi domande.

E’ questa la miseria del complottismo attuale, abitato da una genia di millantatori, arruffoni, e politici di terza categoria. Messo ormai alla berlina dai suoi stessi esponenti, non più tollerato nemmeno dalla magistratura che a differenza del passato ha cominciato a considerare le sortite dietrologiche dei veri e propri depistaggi, indagando per calunnia gli improbabili personaggi che di volta in volta annunciano rivelazioni, come è accaduto per Giovanni Ladu, l’ex finanziere le cui presunte rivelazioni sulla mancata liberazione di Moro in via Montalcini avevano dato luogo ad un grottesco scoop editoriale attorno al libro dell’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato (qui), oppure a Vitantonio Raso, l’ex artificiere che raccontò del ritrovamento anticipato e poi tenuto nascosto del corpo di Moro in via Caetani (qui).
Anche se il sottomercato della dietrologia attuale riempie ancora gli scaffali delle librerie è ormai allo sbando.

Per saperne di più
A via Fani c’eravamo solo noi delle Brigate rosse. Raffaele Fiore smentisce il settimanale Oggi
Gero Grassi, autocommissione
Lotta armata e teorie del complotto