Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi /3a puntata

Prosegue con la terza puntata la nostra rassegna dei falsi misteri del rapimento Moro (leggi qui la 1a e 2a puntata). Oggi raccontiamo come ha preso forma la leggenda della presenza di un colonnello del Sismi in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978. Trentaquattro testimoni hanno assistito alle varie fasi dell’azione, solo uno di loro, Alessandro Marini, disse nel 1993, a quindici anni di distanza dai fatti, di aver intravisto una figura sospetta. Subito smentito dal diretto interessato che era un abitante della zona

Paolo Persichetti
Il Garantista 6 marzo 2015

Via Fani dal basso copiaNell’immaginario riprodotto dalle narrazioni dietrologiche la mattina del 16 marzo 1978 via Fani appare un luogo spettrale presidiato dai servizi segreti, un segmento di città privo di vita urbana dove si aggirano misteriose presenze.
Eppure la documentazione storica in nostro possesso ci dice che la realtà di quella mattina è molto diversa. Intorno alle nove, in quel piccolo quadrante residenziale di Roma transitavano numerosi passanti e in strada circolavano diversi veicoli, tanto che alle varie fasi dell’azione brigatista, avvicinamento, assalto e sganciamento, assistono da posizioni diverse più di trenta testimoni, per la precisione 34 persone che nella stragrande maggioranza confermano la ricostruzione fatta dai militanti delle Brigate rosse che vi parteciparono. Di grande aiuto in proposito è la descrizione dei loro movimenti e il racconto delle loro parole raccolto nel libro di Manlio Castronuovo e Romano Bianco, Via Fani ore 9.02 (Nutrimenti edizioni).
Leggendo quel fiume di testimonianze ci accorgiamo che nessuno di loro ha mai confermato la presenza del misterioso personaggio che avrebbe sparato dal lato destro della via, come invece sostengono – anche se in via Fani non c’erano – quelli che contestano la versione dei brigatisti e non accettano i risultati delle perizie balistiche a vantaggio delle affabulazioni dietrologiche. Non solo, nessun testimone ha mai visto il colonnello dei carabinieri Camillo Guglielmi aggirarsi sul teatro dell’azione, né tanto meno ci sono filmati o foto, tra le centinaia scattate quella mattina, che ritraggono questo carabiniere tra la folla di curiosi, autorità e personale di polizia operante sul posto.
Guglielmi, deceduto nel frattempo, oltre ad essere entrato nel Sismi solo dopo i fatti di via Fani, racconterà alla magistratura di non esser mai passato quella mattina per quel tratto di via ma di essere arrivato a casa del suo collega Armando D’Ambrosio (che confermò l’episodio), abitante in via Stresa, intorno alle 9.30, quando via Fani era già invasa da giornalisti, fotografi e televisioni, transitando per le vie adiacenti, probabilmente via Molveno, come ipotizza Vladimiro Satta nel suo Odissea del caso Moro, Edup 2003. Via Molveno sfocia nella parte alta di via Stresa, nei pressi del civico 117 dove abitava appunto D’Ambrosio, ben lontano da via Fani e raggiungibile da quel punto solo dopo un tortuoso tragitto.
Guglielmi, in forza presso la legione carabinieri di Parma, era a Roma in congedo. Il fatto che nella deposizione resa al magistrato affermi di essere andato a casa del suo collega per “pranzare”, e non più correttamente per fare colazione, visto l’orario, ha dato adito alle ironie dei dietrologi sui reali motivi della sua presenza in quella zona di Roma. Certo è che se fosse stato realmente in missione segreta avrebbe avuto il tempo di confezionare per sè ben altra copertura. Chi ha esperienza del modo in cui vengono redatti i verbali di interrogatorio, all’epoca ancora non registrati, sa bene che possono essere realizzate anche sintesi brutali delle risposte, e “restare fino a pranzo” può diventare “andare a pranzo”. In ogni caso, diffusasi l’eco di quanto avvenuto, quel giorno Guglielmi non consumò alcun pasto dal suo amico.
C’è un solo testimone che con anni di ritardo richiama l’attenzione sulla presenza in via Fani di una misteriosa persona subito dopo l’assalto brigatista. Si tratta dell’ingegner Alessandro Marini che ricorda di aver visto aggirarsi uno strano personaggio «che indossava un cappotto di color cammello». Ma lo fa a 15 anni di distanza dai fatti. Questo individuo – riferisce sempre Marini – mostrava «di non essere particolarmente sconvolto, anzi mi appariva lucido e deciso come se sapesse cosa doveva fare» e soprattutto era «con una paletta della polizia in mano».
Affermazione che farà decollare la tesi, alimentata in particolare da Sergio Flamigni, La tela del ragno (edizioni Kaos), ripetutamente aggiornato con edizioni successive, e nel corso della sua attività di membro delle due precedenti commissioni d’inchiesta sul rapimento Moro, di una supervisione da parte dei servizi dell’azione brigatista, con obiettivi che i dietrologi hanno rettificato di volta in volta: recuperare le borse di Moro; controllare che l’operazione non avesse intoppi; colpire il maresciallo Leonardi e dare i colpi di grazia alla scorta. Non a caso Marini è una delle fonti principali a cui si abbeverano da sempre i teorici del complotto.
Che cosa aveva improvvisamente rinfrescato la memoria di questo testimone? Nel 1990 Luigi Cipriani, anche lui membro della commissione che indagava su via Fani, tirò fuori la testimonianza di un certo Pierluigi Ravasio con un passato di carabiniere paracadutista in servizio presso la sede del Sismi di Forte Braschi, a Roma. Ravasio, nel fratempo divenuto guardia giurata, affiliato ad una setta di Templari con dichiarate simpatie per l’estrema destra, riferiva che Pietro Musumeci, allora responsabile dell’ufficio del Sismi da cui dipendeva, aveva un infiltrato nelle Br uno studente di giurisprudenza dell’università di Roma, il quale avrebbe avvertito con una mezzora d’anticipo che Moro sarebbe stato rapito. Uno dei superiori diretti di Ravasio, il colonnello Guglielmi si sarebbe trovato a passare a pochi metri da via Fani, ma disse di non aver potuto fare niente per intervenire.
A dire il vero questo singolare personaggio aggiunse dell’altro: senza temere di contraddirsi affermò anche di aver fatto parte di una struttura che aveva condotto indagini sul caso Moro scoprendo che il rapimento era stato organizzato da ambienti malavitosi vicini alla banda della Magliana. Una volta informati i diretti superiori, Ravasio racconta che le indagini furono stoppate immediatamente per ordine dei soliti Andreotti e Cossiga. Il gruppo venne sciolto, i componenti dispersi ed i rapporti stilati bruciati. Insomma non era più possibile avere le prove di quanto scoperto. Ovviamente! In racconti come questi le prove sono sempre un optional.
Nonostante l’evidente grossolanità delle affermazioni ed il fatto che davanti al pm che lo interrogava Ravasio si fosse ben guardato dal confermare le sue dichiarazioni, il tormentone sulla presenza di un uomo del Sismi in via Fani non si fermò più. Di personaggi del genere è costellata l’intera storia del “caso Moro”, basti ricordare il raggiro in cui caddero Sandro Provvisionato e Vittorio Feltri, direttore dell’Europeo, quando nel 1990 la sua testata sborsò 50 milioni di lire ad un certo “Davide”, che si era presentato nelle vesti di un ex carabiniere che aveva infiltrato le Brigate rosse ed aveva fatto irruzione nella base di via Montenevoso. La grezza messa in scena era stata orchestrata dai fratelli Motta, inquisiti poi dalla magistratura per truffa aggravata insieme ai due giornalisti, accusati di aver diffuso notizie false e tendenziose senza averle accuratamente verificate. Nelle stesso periodo una richiesta di rinvio a giudizio raggiunse anche Demetrio Perrelli, altro ex carabiniere (stavolta vero) che sempre sull’Europeo aveva fornito una versione fantasiosa dell’irruzione nella base di via Montenevoso.
Da alcuni anni, dunque, circolavano voci sulla presenza di uomini dei servizi in via Fani, così nell’ottobre del 1993, nel corso della trasmissione televisiva Il Rosso e il Nero, Alessandro Marini adegua i suoi ricordi suggestionato dalla vulgata dietrologica di moda in quel momento. Versione confermata nel maggio successivo davanti al pm Antonio Marini nel corso dell’inchiesta Moro quater.
Nel frattempo David Sassoli, il giornalista che aveva raccolto la nuova rivelazione, era riuscito a trovare il misterioso personaggio: si trattava di Bruno Barbaro, residente nello stesso quartiere e con un ufficio in via Fani 109, sopra il bar Olivetti, quello chiuso per lavori e dietro le cui siepi si erano appostati i quattro finti stewart delle Brigate rosse. Barbaro, rimasto discreto negli anni precedenti, sentendosi chiamato in causa uscì allo scoperto, smentì Marini e riconobbe di essere l’uomo che quella mattina indossava un giaccone, non un cappotto, color cammello. Descrisse anche con molta precisione l’arrivo dell’alfasud beige della Digos da cui scese con aria stravolta un poliziotto in abiti civili, paletta alla mano, che lanciò un grido disperato alla vista dei colleghi morti e in attesa dell’arrivo di rinforzi si mise a presidiare l’incrocio allontanando con modi bruschi ogni assembramento di curiosi. E’ lui l’uomo con la paletta visto da Marini e da altri testimoni giunti sul posto solo in quel momento. Ancora una volta nessuna traccia di servizi segreti, ma solo le parole di un testimone che sovrappone in maniera confusa i suoi ricordi. Durante l’inchiesta, e poi nel primo processo Moro, alle parole di Alessandro Marini verrà attribuita una grande attendibilità, tanto da essere ritenuto ancora oggi il super testimone di quella mattina. Una fama, come vedremo nella prossima puntata, del tutto immeritata.

 3/continua

3a puntata. Il fantasma di Guglielmi

Le puntate precedenti
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol

Per saperne di più
Lotta armata e teorie del complotto

Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol /2a puntata

Proprio mentre le agenzie annunciano che il prossimo 9 marzo 2015 verrà ascoltato per la prima volta davanti ad una commissione parlamentare d’inchiesta don Mennini (sembra che papa Bergoglio lo abbia autorizzato), l’attuale nunzio apostolico a Londra che fu confessore di Moro e soprattutto durante il sequestro terminale (sfuggito ai controlli della polizia) di alcune lettere e messaggi del leader democristiano, indirizzati in particolare al Vaticano e al suo entourage più stretto, prosegue il nostro ciclo di interventi con la pubblicazione della seconda puntata (leggi qui la prima e la terza) dedicata ai lavori della nuova commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro.
In realtà don Antonio Mennini ammise già nel gennaio 1979, di fronte alla magistratura, di aver ricevuto nel corso dei 55 giorni del rapimento su segnalazione del sedicente prof. Nicolai, alias Valerio Morucci, comunicazioni telefoniche e scritti che aveva prelevato e consegnato alla famiglia Moro

Paolo Persichetti
Il Garantista 1 marzo 2015

3. Folla via Stresa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla spinta di novità che si annunciavano clamorose, subito riprese con grande risonanza dai media che hanno dato vita ad una lunga campagna puntuata da rivelazioni sensazionali e pubblicistica dietrologica, lo scorso maggio 2014 è stata istituita la terza commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro. Tuttavia prim’ancora che iniziassero i lavori la magistratura inquirente si è incaricata di fare pulizia su alcuni tentativi di intossicazione della realtà storica.
Ad anticipare la nuova stagione dei misteri era stato, nel 2011, un libro di Miguel Gotor, Il memoriale delle Repubblica (Einaudi). Un volume corposo e ripetitivo in alcune sue parti, ma che ha rappresentato un sicuro salto di qualità nella narrazione complottistica della vicenda Moro. Senza dubbio di ben altro spessore rispetto al lavoro di Aldo Giannuli, Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro (Marco Tropea), uscito lo stesso anno. Storico non contemporaneista, Gotor ha provato a cimentarsi in un intricato racconto che combinando approccio filologico e dietrologia ha finito per dare vita ad un romanzato tentativo di riabilitazione postuma del leader democristiano, separato dalle sue lettere ritenute il frutto di una titanica lotta con i suoi coercitori-censori.
Successivamente, nella primavera del 2013, è arrivato nelle librerie il volume di Ferdinando Imposimato, giudice istruttore nella prima inchiesta Moro. Un testo a sensazione dal titolo: I 55 giorni che cambiarono l’Italia. Perché Moro doveva morire (Newton Compton), divenuto presto un successo editoriale con oltre 95 mila copie vendute. L’ex giudice in pensione riapriva la questione di via Montalcini, la base brigatista dove Moro fu rinchiuso nei 55 giorni del sequestro. Vittima di un grossolano raggiro, l’ex magistrato aveva dato credito ad uno strano personaggio, tale Giovanni Ladu, ex ufficiale della Guardia di finanza che per dare maggiore credibilità alle proprie “rivelazioni” aveva inventato l’esistenza di un secondo testimone, contattando il vecchio giudice con un nickname di fantasia intestato a tale Oscar Puddu, ex ufficiale di Gladio, mai esistito ovviamente.
Ladu, alias Puddu, sosteneva che i servizi sapessero dell’abitazione dove Moro era trattenuto e che addirittura avessero occupato l’appartamento sovrastante per controllarlo meglio, decidendo alla fine di non salvarlo su ordine dell’allora presidente del consiglio Andreotti e del ministro dell’Interno Cossiga. Sonore panzane, ma di grande effetto mediatico perché la storia, messa in questi termini, sembrava quasi una versione antelitteram della vulgata che in quei giorni dominava le polemiche sulla trattativa Stato-Mafia. Moro vi appariva come una specie di protomartire che anticipava il destino poi toccato alla coppia Falcone-Borsellino; tutti e tre fatti morire da politici cinici e bari, in combutta con poteri occulti, apparati opachi non meglio precisati e servizi delle grandi potenze che avevano delegato il lavoro sporco ai brigatisti, rappresentati come dei semplici convinti di fare la guerra a quel re di Prussia che invece li manovrava a loro insaputa. L’iperbole cospirazionista di Imposimato e poi giunta a chiamare in causa una nuova sinarchia universale guidata dal gruppo Bilderberg, tesi che l’ha reso una delle icone più amate dai fans delle scie chimiche.
Ma questa volta la favola non ha avuto il suo dulcis in fundo e Giovanni Ladu è finito indagato per calunnia, mentre l’ex giudice senza batter ciglio ha continuato a vendere nelle librerie il suo libro, mai corretto, e presentarlo in giro per l’Italia, persino nelle scuole, fino a diventare il candidato grillino alla presidenza della repubblica.
Sulla scia del successo editoriale del libro di Imposimato, nel giugno successivo, anche Vitantonio Raso, uno dei due artificieri che intervennero in via Caetani sulla Renault 4 nella quale le Brigate rosse fecero ritrovare il corpo di Moro, cercò di conquistare la scena per offrire un po’ di pubblicità alle sue memorie, La bomba umana (Seneca edizioni).
Secondo Raso la versione ufficiale del ritrovamento del corpo di Moro era falsa. La scoperta andava anticipata di alcune ore, molto prima della telefonata di Morucci al professor Tritto. Cossiga sarebbe arrivato sul luogo almeno due ore prima, per poi tornare una seconda volta e mettere in scena il ritrovamento ufficiale. Questo perché, ça va sans dire, tutte le mosse delle Brigate rosse erano conosciute in anticipo. Anche in questo caso un gigantesco depistaggio. Non c’è voluto molto alla magistratura per scoprire che Raso mentiva. Nessuno dei numerosi testimoni che quella mattina transitarono per via Caetani ha confermato la sua versione e così anche lui è finito sotto indagine per calunnia.
Non deve stupire, dunque, se la vicenda Moro appare sempre più come una delle migliori conferme del paradigma di Andy Warhol: «un quarto d’ora di celebrità non si nega a nessuno».
Obbligata ad aprire l’ennesima inchiesta, la moro sexies, la magistratura questa volta ha rotto le uova nel paniere della dietrologia parlamentare mettendo in serio imbarazzo i fautori della nuova commissione d’inchiesta. Uno dopo l’altro, infatti, i petali della margherita dei misteri sono caduti e nelle mani di quei parlamentari che del complottismo hanno fatto la loro impresa politica è rimasto solo un misero gambo appassito. Continuare a sostenere la necessità della commissione sembrava ormai un’impresa disperata fino a quando, nel marzo del 2014, il circo Barnum dei misteri ha rilanciato le dichiarazioni di un ex ispettore di polizia.
Enrico Rossi, con un passato alla Digos di Torino, denunciava resistenze nelle indagini su una lettera anonima nella quale si raccontava di due agenti dei servizi presenti in via Fani, a cavallo di una moto Honda, al momento del rapimento del dirigente democristiano. I due – sempre secondo l’anonimo – alle dirette dipendenze di un colonnello del Sismi avrebbero dato manforte al nucleo brigatista.
Il clamore mediatico e le pressioni della politica (il Copasir convocò una serie di audizioni) provocarono l’avocazione delle indagini da parte della procura generale. L’episodio diede nuova linfa alle ragioni della commissione fino alla doccia fredda della richiesta di archiviazione dello scorso novembre 2014. All’origine delle sensazionali rivelazioni ci sarebbe stato, secondo il procuratore generale Ciampoli, lo stesso personaggio indicato nella lettera come uno dei due motociclisti. Il racconto che vi era riportato era apparso subito ai più attenti un calco della sceneggiatura di uno dei peggiori film girati sul rapimento Moro, Piazza delle cinque lune di Renzo Martinelli, uscito nel 2003.
Antonio Fissore, l’uomo chiamato in causa nella lettera, malato di cancro come nella sceneggiatura del film, si sarebbe preso gioco di tutti ridendo all’idea che dopo la sua morte sarebbe finito al centro dell’attenzione generale. Insomma una grande burla degna della migliore stagione della commedia all’italiana.
Una tragicommedia recitata sullo sfondo di forti attriti tra l’ufficio titolare della sesta inchiesta Moro, poco propenso a dare credito ad operazioni goliardiche del genere, e l’entrata a gamba tesa di un procuratore generale prossimo alla pensione ma che nella sua richiesta di archiviazione, una rassegna della pubblicistica complottistica con tanto di lunghi copia-incolla, ripresi in particolare dal testo di Gotor sul memoriale Moro, riportava un episodio rivelatore delle origini di questi scoop: a procurare il contatto tra l’ex poliziotto e Paolo Cucchiarelli, che attraverso l’Ansa ha lanciato le presunte rivelazioni di Raso e poi di Rossi, era stato «Alberto Bellocco di Domodossola, rappresentante in Piemonte del Movimento politico che si stava coagulando attorno a Maria Fida Moro la quale anch’ella lo aveva sollecitato in tal senso».
Sgonfiatosi anche il mistero della Honda, la decisione di fare ricorso a nuove tecnologie d’indagine, come la scansione laser del luogo del rapimento, nonostante i 36 anni di distanza, è stata per la commissione una disperata scelta di ripiego, un modo per provare a dare ancora una qualche briciola di senso ad una commissione senza senso.

2/continua

Le altre puntate
3a puntata  – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia

Per saperne di più
Lotta armata e teorie del complotto

Andy Warhol e  il caso Moro

Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia /1a puntata

Da sempre priva di riscontri la vecchia dietrologia cerca conforto nelle nuove tecnologie. Domenica 22 febbraio la polizia scientifica ha effettuato una scansione laser del luogo dove Aldo Moro venne sequestrato 36 anni fa.
Questo è il primo di un ciclo di interventi dedicato ai lavori della nuova commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana. Leggi le puntate successive (2a e 3a)

Paolo Persichetti
Il Garantista 28 febbraio 2015

10995657_816482041732693_2140707097252357948_nIl tratto di strada che il 16 marzo 1978 vide alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord dare l’assalto, insieme a dei giovani romani di varia estrazione, al convoglio di auto che trasportava il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non trova pace.
Quella mattina, lungo via Fani si erano dati appuntamento in dieci: un tecnico, un contadino, una assistente di sostegno, diversi studenti, un artigiano, un paio di disoccupati, alcuni operai, un commerciante. Il più anziano aveva 32 anni, la più giovane 20. Erano le Brigate rosse, intenzionate a sferrare un attacco senza precedenti al «cuore dello Stato».
A distanza di 36 anni questo fatto storico non è ancora accettato dai cultori del complotto, anzi dei ripetuti complotti di diversa natura e colore, tutti assolutamente reversibili, che nei tre decenni ormai alle spalle si sono succeduti in perfetta antitesi tra loro.
E’ per questo che domenica scorsa l’incrocio tra via Fani e via Stresa, situato nella zona nord di Roma, è stato sottoposto a scansione laser da alcuni tecnici della polizia scientifica che in questo modo tenteranno di far rivivere i fatti di quella mattina di 36 anni fa attraverso alcuni software tridimensionali in grado di elaborare e verificare tutti i dati balistici, peritali e testimoniali raccolti all’epoca delle indagini e dei processi.
Lo ha deciso la terza commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento del leader 10986837_10204730816563878_2601269910022609904_ndemocristiano, insediatasi in ottobre. Dopo tanta dietrologia i commissari hanno pensato di ricostruire sotto forma di realtà virtuale la scena del rapimento. Quanto alla fine possa risultare attendibile una ricostruzione del genere, che integra dati raccolti in epoche lontane e con tecniche ormai sorpassate rispetto all’odierna tecnologia forense, per ora non ci è dato sapere. Il teatro dell’azione fu largamente inquinato dall’invasione di funzionari e vertici delle forze dell’ordine, fotografi e giornalisti che calpestarono i reperti. Addirittura una vettura della Digos, un’Alfasud beige, piombò sulla scena dell’attentato e fu parcheggiata sul lato del marciapiede dove era partito il commando. Si può facilmente ipotizzare che i suoi pneumatici abbiano fatto schizzare, o comunque spostato, diversi reperti, in particolare i bossoli. Ma in fondo, questo è l’aspetto meno importante: dei nuovi rilievi – sempre che risultino attendibili – non possono che confortare quanto è già noto da tempo.
Significativo, invece, è il dato politico che esprime questa iniziativa, mirata «a stabilire – come ha dichiarato il presidente della nuova commissione d’inchiesta, Giuseppe Fioroni – l’oggettività di alcuni fatti sulla base di una certezza: non c’è corrispondenza tra il racconto dei 55 giorni e alcune chiare circostanze».

Sul lato baso della foto è visibile l'alfasud della Digos

Sul lato baso della foto è visibile l’alfasud della Digos

Cinque processi, decine e decine di ergastoli erogati insieme centinaia di anni di carcere, due commissioni parlamentari, le testimonianze dei protagonisti, alcuni importanti lavori storici, non hanno scalfito l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico che da oltre tre decenni alligna sul caso Moro e l’intera storia della lotta armata per il comunismo, quando in realtà è proprio questa ostinazione negazionista il nodo che ha trasformato in un “caso” l’azione di via Fani.
Fa paura ancora oggi cercare risposte alle vere domande che quei 55 giorni sollevano: come prevalse la linea della fermezza? Perché Dc e Pci, in un reciproco gioco di ricatti e sospetti, rimasero irremovibili sulla posizione del rigor mortis? Perché gli uomini di Moro, ben piazzati dentro la Dc e nei gangli dello Stato, non fecero nulla, o ben poco, per agevolare la sua liberazione? Perché il Pci sabotò ogni tentativo di trattativa, anzi denigrò le lettere dell’ostaggio dichiarando che non erano farina del suo sacco, se è vero che Moro era ritenuto la pedina decisiva per portare a termine la strategia del compromesso storico? Le culture politiche di questi due grandi partiti furono poi così all’altezza degli eventi? Non è lì dentro che si dovrebbe scavare senza riverenze e scrupoli per capire?
Invece ancora oggi c’è chi prova ad offuscare l’intelligibilità di quell’evento, come ha fatto recentemente lo storico, ora parlamentare e membro della nuova commissione Moro, Miguel Gotor, restio ad accettare l’idea che dei giovani operai e borgatari romani si fossero organizzati al punto da sfidare lo Stato lasciando il corpo di Moro nel cuore della toponomastica del compromesso storico, «della lotta politica e della guerra fredda» (episodio reiterato con il sequestro D’Urso), a due passi da via delle Botteghe oscure (allora sede nazionale del Pci) e piazza del Gesù (sede nazionale della Dc).
Per Gotor, se le Brigate rosse volevano raggiungere quell’obbiettivo propagandistico, «lo avrebbero lasciato in una discarica della periferia con nella destra una copia dell’Unità e nella sinistra una copia del Popolo, e non si sarebbero mai e poi mai assunte tutti quei rischi incredibili».
Dunque Moro doveva finire nell’immondizia perché ciò che muove dalle periferie non può che sfociare nelle discariche, è quanto mostra di pensare il braccio destro di Bersani, dando prova di un forte pregiudizio classista venato di populismo anticasta. La storia successiva ci dice che a mettergli l’Unità in tasca non furono le Brigate rosse ma l’autore del monumento che gli venne dedicato a Maglie, in Puglia, mentre la sola idea che le periferie dell’epoca potessero appostarsi sotto i Palazzi della politica e dell’economia suscita ancora negli esemplari odierni del ceto politico quegli stessi brividi freddi che l’aristocrazia versagliese provò di fronte ai sanculotti che mettevano a ferro e fuoco l’ancien régime.
Si comprende perché la dietrologia, ora nella sua veste tridimensionale, oltre ad essere un redditizio affare per l’industria editoriale e la pubblicistica da marciapiede, si presta come balsamo consolatorio, diversivo che consente di evadere i quesiti più imbarazzanti, le responsabilità più pesanti. Quanti su questa fondamentale rimozione hanno costruito la loro fortuna, le loro carriere negli anni di quella Seconda repubblica nata sul funerale di Moro?

Via Fani, Le nuove frontiere della dietrologia

Povero Moro, ridotto a “cold case”

Dante Barontini
Contropiano, 23 Febbraio 2015

Povero Moro, ridotto a "cold case"

“Proprio come uno dei tanti gialli della serie tv Usa, Cold Case, la polizia scientifica è tornata 37 anni dopo in via Fani, la strada del centro di Roma dove fu ritrovato il corpo di Aldo Moro”.

Basta questo incipit dell’agenzia Ansa – quella da cui tutti i giornalisti prendono “la notizia” per cominciare a “lavorare il pezzo” – per far capire il delirio demente tanto utile ai professionisti del mistero. Inutile far notare che via Fani non è al centro di Roma, ma sulla collina di Monte Mario (vicino al Villaggio dei giornalisti, non dovrebbe essere difficile capirlo per quelli del mestiere). Inutile anche far notare che in quella via Moro non venne “ritrovato”, ma sequestato.

La confusione dell’anonimo redattore Ansa è comunque paradigmatica: scambia il centro con la periferia, l’inizio con la fine. Ci sembra molto significativo, emblematico del modo con cui la vicenda storica – non c’è dubbio che il sequestro dell’allora presidente della Democrazia Cristiana abbia segnato uno spartacque nella vita politica di questo disgraziato paese – viene trattata, pasticciata, infiorettata come una qualsiasi sceneggiatura di serial di serie B.

I tecnici della scientifica hanno ovviamente deviato il traffico, fatto i rilievi con scansione laser o altri complicati marchingegni. Su ordina della commissione Parlamentare di inchiesta sull’omicidio del leader Dc. Un’altra commisione di inchiesta? Composta da quegli stessi parlamentari che – fermati dalle Jene o da chiunque altro – non sanno neanche la data della scoperta dell’America? Quelli.

Il vice presidente della commissione, tal Grassi, aveva finalmente conquistato un attimo di rilievo mediatico nella conferenza stampa che annunciava l’evento (i rilievi della scientifica):” si è scelto di cercare la verità dei fatti attraverso i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione e lungo questa via siamo certi che scopriremo novità rilevanti”.

Ne siamo certi. Dopo 37 anni di una sola cosa siamo infatti sicuri: ogni rimestamento produrrà nuovi “interrogativi”, incoerenze, dietrologie, arricchendo il già straripante campionario di “misteri”. Ci sono state indagini fatte in modo spietato (tortura compresa, come dimostra la vittoria in giudizio di Enrico Triaca, inizialmente accusato di aver “calunniato” Nicola Ciocia, dirigente Digos poi noto come “dottor De Tormentis”) ma professionale. Ci sono stati 18 anni di altre commissioni parlamentari, utili soprattutto ad arricchire in modo significativo lo stuolo di “consulenti” pagati per non arrivare mai ad alcuna conclusione sensata, oppure ale carriere parlamentari dei “commissari”. Ci sono, ancora vivi, quasi tutti i protagonisti di quella storia (ogni tanto ne muore qualcuno, ma ormai vanno per la settantina, è fisiologico, mica un mistero).

Bene. C’è tutto quello che in qualsiasi altro paese sarebbe ultrasufficiente per stabilire come sono andate le cose. Ma che in questo deve essere utilizzabile per l’obiettivo esattamente opposto: tenere in vita un plot con cui intimidire la capacità di pensare. Un modo per dire che il potere deve essere intoccabile e in-criticabile. Anche quando qualcuno lo ha combattuto in senso stretto (armi in pugno, insomma), comunque non è chiaro perché, percome, scopi, obiettivi, protagonisti, ragioni.

Un potere da quattro soldi, fatto di servi della Troika o di triangolazioni imprenditorial-finanziarie di medio-basso livello, che prova a stendere su di sé il mantello della Storia, per attingere brandelli di dignità che non possiederà mai per virtù propria. Per riuscirci va bene tutto. E se, com’è vero, siamo nella società dell’immagine e della comunciazione, cosa c’è di meglio dell’immaginario alla Csi o alla Cold Case?

Povero Moro. E anche tutti gli altri protagonisti di una tragedia vera.

Fonte http://contropiano.org/articoli/item/29301

Altri articoli sull’argomento
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
I dietrologi dell’isis su Moro

La falsa novità dell’audizione di monsignor Mennini. Il confessore di Moro interrogato già 7 volte
Povero Moro ridotto a “cold-case”
Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc?
La vicenda Moro e il sottomercato della dietrologia ormai allo sbando
A via Fani c’eravamo solo noi delle Brigate rosse. Raffaele Fiore smentisce il settimanale “Oggi
Su via Fani un’onda di dietrologia

 

Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc ?

Anche le democrazie torturano. Nel maggio 1978 la nazionale di calcio italiana era in Argentina dove stava completando la preparazione in vista del campionato del mondo che sarebbe cominciato il mese successivo, vinto alla fine dai padroni di casa. Due anni prima, nel marzo 1976, un golpe fascista aveva portato al potere una giunta militare ma nonostante ciò i mondiali di calcio si tennero lo stesso. Furono una bella vetrina per i golpisti mentre i militanti di sinistra sparivano, desaparecidos; prima torturati nelle caserme o nelle scuole militari, poi gettati dagli aerei nell’Oceano durante i viaggi della morte, attaccati a delle travi di ferro che li trascinavano giù negli abissi. Intanto i neonati delle militanti uccise erano rapiti e adottati dalle famiglie degli ufficiali del regime dittatoriale.
Nel resto dell’America Latina imperversava il piano Condor orchestrato dalla Cia per dare sostegno alle dittature militari che spuntavano un po’ ovunque nel cortile di casa di Washington. Cinque anni prima, l’11 settembre del 1973, era stata la volta del golpe fascio-liberale in Cile, dove gli stadi si erano trasformati in lager.
In Italia l’opposizione sfilava solo nelle strade. In parlamento da un paio di anni si era ridotta a frazioni centesimali di punto a causa di un fenomeno politico che gli studiosi hanno ribattezzato col termine di “consociativismo”’: ovvero la propensione a costruire larghe alleanze consensualistiche, trasversali e trasformiste, che annullano gli opposti e mettono in soffitta alternanze e alternative. Il 90% delle leggi erano approvate con voto unanime nelle commissioni senza passare per le aule parlamentari. Il consociativismo di quel periodo aveva un nome ben preciso: “compromesso storico”. Necessità ineludibile, secondo il segretario del Pci dell’epoca Enrico Berlinguer, per scongiurare il rischio di derive golpiste anche in Italia.
Dopo un primo “governo della non sfiducia”, in carica tra il 1976-77, mentre la Cgil imprimeva con il congresso dell’Eur una svolta fortemente moderata favorevole politica dei sacrifici e il Pci, sempre con Berlinguer, assumeva l’austerità come nuovo orizzonte politico, improntata ad una visione monacale e moralista dell’impegno politico e del ruolo che le classi lavoratrici dovevano svolgere nella società per dare prova della loro vocazione alla guida del Paese, nel marzo 1978, il giorno stesso del rapimento Moro, nasceva il “governo di solidarietà nazionale”, col voto favorevole di maggioranza e opposizione.
Oltre al calcio e alla folta schiera di oriundi cosa poteva mai avvicinare una strana democrazia senza alternanza, come quella italiana, ad una dittatura latinoamericana come quella argentina?
La risposta sta in una parola sola: le torture. La repubblica italiana torturava gli oppositori, definiti e trattati come terroristi

 

Paolo Persichetti
Il Garantista 10 dicembre 2014

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Con un’accelerazione sui tempi, prima che la nuova maggioranza repubblicana in senato potesse bloccare tutto, l’amministrazione Obama ha deciso di rendere noto un rapporto, preparato dalla Commissione di controllo dei servizi segreti del senato Usa che descrive l’uso delle torture impiegate durante gli interrogatori dei prigionieri catturati dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e sospettati di appartenere ad al Quaeda. Pratica a cui mise fine Obama nel 2009. A distanza di nemmeno cinque anni dalla conclusione di quei fatti si possono conoscere le varie tecniche di tortura utilizzate (in buona parte già note), in particolare l’uso del waterboarding (l’annegamento simulato), i luoghi impiegati, le prigioni segrete fuori dal territorio nazionale, gli agenti che le praticarono, l’intero apparato messo in piedi, la filiera di comando.
In Italia, al contrario, dopo oltre 30 anni dalle torture inferte contro persone accusate d’appartenere a gruppi della sinistra armata, domina il buio pesto appena squarciato da una sentenza della corte d’appello di Perugia che un anno fa ha riconosciuto l’esistenza di un apparato parallelo del ministero dell’Interno, attivo tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, guidato da un funzionario di nome Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, specializzato nell’estorcere informazioni con la tortura durante gli interrogatori.
Il 2 ottobre scorso hanno preso avvio i lavori della nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro. Da allora sono stati ascoltati una serie di responsabili istituzionali e magistrati (Copasir, Interni, Difesa), l’ex presidente della precedente commissione Giovanni Pellegrino, uno dei suoi membri passati più influenti, Sergio Flamigni. I lavori della commissione sin qui svolti non sembrano di grande interesse storico. Vengono seguite piste già battute in passato, circostanze ultranote, sulla falsa riga di un vetusto teorema dietrologico. I commissari mostrano di essere privi di qualsiasi volontà di rinnovamento, di curiosità, totalmente disattenti alle acquisizioni storiche più recenti.
Non stupisce dunque che non vi sia alcuna volontà di fare chiarezza sulla vicenda delle torture che pure si intreccia strettamente con le indagini condotte durante il caso Moro.
C’è un’immagine che lega la vicenda delle torture, in particolare quelle esercitate contro Enrico Triaca, noto alle cronache come il “tipografo delle Br”, arrestato il 17 magio 1978, con il ritrovamento di Moro e le dimissioni di Cossiga. Nella foto che ritrae Cossiga davanti alla Renault 4 rossa, dove giace il corpo senza vita di Moro, c’è anche Nicola Ciocia (alle spalle del ministro dell’Interno), il funzionario che torturò Triaca pochi giorni dopo, come racconta lui stesso in un libro scritto da Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”, Sperling & Kupfer 2011. Ed è ancora Ciocia a rivelare di aver scortato Cossiga, subito dopo il ritrovamento del corpo del presidente della Democrazia cristiana, nella chiesa del Gesù.
Enrico Triaca denunciò di essere stato torturato mentre era nelle mani della polizia perché rendesse dichiarazioni accusatorie. Il ministro dell’Interno Cossiga si era dimesso da cinque giorni, l’interim del Viminale rimase nelle mani del presidente del consiglio Andreotti fino al 13 giugno successivo, quando si insediò Virginio Rognoni, che lasciò il posto solo nel 1983 gestendo l’intera stagione delle torture.
Dagli uffici della Digos, dove era stato condotto dopo l’arresto, Triaca fu portato nella caserma di Castro Pretorio. Qui venne a parlargli un funzionario che si presentò come un suo compaesano (Triaca è di origini pugliesi e Ciocia anche), quindi fu prelevato da una squadra di uomini travisati che lo incappucciarono e lo trasportarono in una sede ignota. Nel corso del tragitto iniziarono le minacce mentre i suoi sequestratori scarrellavano le armi. Arrivato a destinazione fu violentemente pestato ed alla fine sottoposto alla tortura dell’acqua e sale che produce una sensazione di annegamento.
Ricondotto in questura, di fronte al magistrato denunciò le torture subite ma per rappresaglia venne a sua volta incriminato per calunnia dall’allora procuratore capo di Roma Achille Gallucci.
Nel corso del processo tenutosi nel novembre successivo Triaca fu condannato ad un anno e quattro mesi di carcere per calunnia. Pena che si aggiunse a quella per appartenenza alle Brigate rosse e in un primo momento anche per il sequestro Moro. Verdetto ribadito in appello e poi in cassazione. Nel corso del processo, oltre all’allora capo della Digos romana, Domenico Spinella, sfilarono poliziotti che successivamente hanno fatto molta carriera, da Carlo De Stefano che condusse l’iniziale perquisizione nella tipografia di via Pio Foà, arrivato a dirigere la Polizia di prevenzione (denominazione assunta dall’Ucigos), poi nominato prefetto e sottosegretario agli Interni durante il governo Monti, a Michele Finocchi, promosso capo di gabinetto del Sisde, praticamente il numero due sotto la gestione di Malpica e coinvolto nello scandalo dei fondi neri per questo latitante in Svizzera dove venne successivamente arrestato dal Ros dei carabinieri. Il ruolo di Finocchi è centrale nella gestione dell’interrogatorio violento di Triaca poiché è lui che raccoglie i due fogli della “deposizione” estorta, di cui uno mai controfirmato.
Non ci sono solo poliziotti ad interrogare Triaca, arrivò anche l’allora giudice istruttore Ferdinando Imposimato, che delle torture non si curò minimamente omettendo di fare luce su tutte le circostanze che seguirono l’arresto.
Chi ordinò a Ciocia di intervenire? E chi disse ancora a Ciocia che era meglio fermarsi, perché un solo caso di tortura poteva restare coperto ma di fronte a più casi non sarebbe stato possibile?
E chi, 4 anni dopo, all’inizio del 1982, durante il governo Spadolini, nel pieno del sequestro del generale americano Dozier, decise invece che torturare in massa era possibile garantendo il massimo di copertura all’apparato speciale che fece il lavoro sporco?
Domande alle quali una commissione di indagine parlamentare – che sostiene di voler cercare la verità – dovrebbe avere il coraggio di fornire delle risposte, ma che a quanto pare non è in grado nemmeno di formulare.
La commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, e animata da Gero Grassi, più che porre nuove domande, domande scomode, sembra privilegiare risposte già confezionate, prigioniere dello schema complottista.
E’ proprio questo il punto, lì dove non c’è trasparenza alligna la dietrologia, inevitabilmente si rincorrere il gioco delle ombre, si coltiva il mito dell’occulto fino a scambiare lo scandaglio dei fatti, l’affondo verso la radice delle cose, con la ricerca di un supposto lato nascosto, invisibile.
La coltre fumogena della dietrologia è un ottimo espediente per evitare imbarazzanti domande su quello che è stato l’unico vero grande mistero mai affrontato sugli anni della lotta armata: l’impiego delle torture di Stato.

Per saperne di più
Le torture degli altri di Francesco Romeo
Le torture della repubblica
Gli anni spezzati dalla tortura di Stato

Le torture degli altri

Un reato a geometria variabile. Per la procura della repubblica di Roma c’è tortura solo se le sevizie avvengono oltre i confini nazionali. In Italia è semplice abuso d’autorità. Ecco la storia del doppio binario impiegato dalla magistratura inquirente di fronte al caso dell’uruguaiano Jorge Nestor Fernandez Troccoli, ex capitano della marina uruguayana e ex capo del Fusna (servizi segreti della marina militare), messo sotto accusa dal pubblico ministero Giancarlo Capaldo per le sue responsabilità nella tortura e successiva scomparsa di sei cittadini italo-uruguayani militanti antidittatura, avvenuta nel 1977, e del funzionario dell’ucigos Nicola Ciocia che nel maggio 1978 torturò Enrico Triaca (episodio sancito in via definitiva da una sentenza della corte d’appello di Perugia) e nel 1982 decine di altri arrestati per appartenenza alle Brigate rosse

di Francesco Romeo
Il Garantista 10 dicembre 2014

Troccoli

Jorge Nestor Fernandez Troccoli

Il reato di tortura nel nostro codice penale non c’è, non ha ancora trovato posto. I casi di tortura, invece, ci sono da sempre.
Alla Procura di Roma, sono convinti che gli episodi di tortura siano tali solo quando riguardano fatti che accadono o sono accaduti al di fuori dei nostri confini: si sa, noi italiani siamo brava gente.
Capita, così, che la procura capitolina abbia chiesto il rinvio a giudizio del cittadino uruguaiano Nestor Troccoli accusato di aver commesso negli anni 70’ diversi omicidi di militanti di organizzazioni di opposizione politica alle giunte militari argentina ed uruguaiana e di sequestro di persona a scopo di estorsione per avere arrestato, senza alcun provvedimento dell’autorità legittima, un numero indeterminato di persone per i loro presunti rapporti con queste organizzazioni e per averle sottoposte a detenzione illegale e tortura, al fine di estorcere loro indicazioni sull’identità di altri partecipanti alle citate organizzazioni, sui nomi di battaglia, sulla localizzazione e sulla partecipazione degli stessi a presunte azioni sovversive. In assenza del reato di tortura si è contestato, comunque, un reato gravissimo e, si è detto chiaramente che la tortura era finalizzata all’estorsione di informazioni: nomina sunt essentia rerum.

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, di spalle dietro Francesco Cossiga

A Perugia, lo scorso anno la Corte di Appello di quella città ha pronunciato una sentenza, passata in giudicato, con la quale ha revocato la condanna per calunnia nei confronti di Enrico Triaca, militante delle Brigate rosse, tratto in arresto pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro.
Enrico Triaca, dopo essere stato arrestato era finito nelle mani di una squadra “coperta” della polizia italiana, denominata “i cinque dell’ave maria” e sottoposto alla tortura del waterboarding (allora chiamata “algerina”) per ottenere informazioni su altri componenti l’organizzazione armata; un mese dopo l’arresto, Triaca aveva denunciato al magistrato di essere stato torturato ed aveva ritrattato le dichiarazioni rese; per tutta risposta fu tratto a giudizio per direttissima per il reato di calunnia (caso unico nella storia processualpenalistica italiana) e condannato. Seguendo il filo nero costituito dalla pubblicazione di libri, servizi televisivi ed interviste giornalistiche si è individuato il dirigente di quella struttura della polizia italiana soprannominato “dottor de tormentis” e, si è dimostrato che era stato lui a dirigere il waterboarding praticato su Enrico Triaca.
La Corte di Appello di Perugia ha accertato che quella squadra della polizia capitanata dal dottor de tormentis, utilizzò la tortura nel caso di Enrico Triaca ed anche in altre occasioni ed ha trasmesso gli atti alla procura di Roma per valutare quali reati emergessero a carico del dott. de tormentis, al secolo Nicola Ciocia, segnalando che anche se fosse maturata la prescrizione, il Ciocia vi avrebbe potuto rinunciare.
Alla procura di Roma, dopo aver letto la sentenza della Corte di Appello di Perugia, hanno pensato che, tutto sommato, il waterboarding quando viene praticato all’interno dei confini nazionali, non rientra nell’ambito della tortura e, anzi, nemmeno la si deve nominare. Così, nei confronti di Ciocia è stata formulata l’accusa di abuso d’autorità sulle persone arrestate art. 608 del codice penale per aver: “sottoposto a misure di rigore non consentite dalla legge una persona arrestata” così recita la norma (Triaca era stato sottratto ai poliziotti che lo avevano arrestato, dalla squadra di de tormentis). Il “waterboarding”, dunque, è una misura di rigore tutta italiana, mica tortura. Ciocia non ha rinunciato alla prescrizione ed il procedimento si è avviato sul binario procedurale che lo condurrà in archivio.
Balza agli occhi l’asimmetria della procura capitolina nel trattamento riservato ai due casi di tortura e, non perché Troccoli forse sarà giudicato (per gli omicidi, non per i sequestri di persona prescritti) e, Ciocia non lo sarà, ma per quel riflesso, quasi pavloviano, per quale ci siamo indignati e, ci indigniamo ancora per il waterboarding a Guantanamo e per le torture ad Abu Grahib, ma chiudiamo gli occhi e giriamo la testa dall’altra parte se le stesse cose accadono a casa nostra, non riusciamo nemmeno a nominarle: si sa, noi italiani siamo brava gente, del reato di tortura non ce n’è bisogno.

Per saperne di più
Perché la nuova commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc ?
Gli anni spezzati dalla tortura di Stato
Le torture della repubblica

La Stasi aveva infiltrati nel sistema politico italiano, non nelle Brigate rosse

Anteprima – Spie dall’Est di Gianluca Falanga (Carocci, pagg. 288, euro 19) Esce il 9 ottobre

ministero-paranoia-200x300Alla fine la commissione bicamerale sul sequestro Moro si è insediata. Un pletorico parlamentino di 59 membri, 19 in più della precedente bicamerale presieduta dall’allora senatore Pellegrino. Nel corso della prima seduta, che si è tenuta all’inizio del mese, è stato eletto presidente il deputato Pd Giuseppe Fioroni.
L’ex missino Maurizio Gasparri, poi in An, Fli e oggi Forza italia, ha dichiarato: «Sono entrato a far parte della commissione parlamentare sul caso Moro per riaffermare la verità già emersa in sede giudiziaria. Moro è stato ucciso dai comunisti delle Brigate Rosse, supportati dall’Est europeo allora comunista. Potremo spazzare via tutto il ciarpame delle ricostruzioni farneticanti, talvolta addirittura narrate in libri più di fantascienza che di storia. Troppi sventurati hanno alimentato fandonie per minimizzare la colpa di chi, nel nome del comunismo, sterminò Moro e la sua scorta».
Incredibile ma vero, Maurizio Gasparri ha ragione quando evoca il ciarpame delle ricostruzioni farneticanti narrate sul caso Moro e più in generale sulla storia della lotta armata per il comunismo in Italia. Ovviamente – come egli stesso annuncia – lo dice perché è sua intenzione sostituirlo con altro ciarpame diametralmemte speculare, come fu a suo tempo quello della Mitrokhin. Le opposte fazioni dietrologiche convergono entrambe su un’unica strategia: negare l’autenticità e l’autonomia di quella esperienza rivoluzionaria.
L’analisi delle fonti, in questo caso quanto è stato ritrovato negli archivi della Stasi, il servizio segreto della Germania est, rivela che in realtà ad essere monitorata era l’intera attività istituzionale, commerciale ed economica dell’Italia. Attraverso l’utilizzo di collaboratori, infiltrati e fonti inconsapevoli, la Stasi raccoglieva informazioni all’interno di tutte le forze politiche istituzionali, nelle imprese di Stato, all’interno del Vaticano. Lo rivela uno studio di prossima pubblicazione, Spie dall’Est di Gianluca Falanga (Carocci, pagg. 288, euro 19).
L’interesse della Stasi verso le Brigate rosse arriva soltanto dopo il rapimento Moro, vicenda che proietta su di loro l’attenzione internazionale. Ma quando questo servizio si pone il problema di infiltrare l’organizzazione per raccogliere informazioni dal suo interno non sa come fare. Non ci sono segretarie o cameriere da infiltrare. Alla fine pensa di rivolgersi ad Heidi Peusch, cittadina della Ddr moglie di Pierino Morlacchi, appartenente al nucleo storico delle Br. Peccato che anni prima, quando insieme ai figli ed al marito – in fuga dall’Italia dopo un mandato di cattura per appartenenza alle Br – tentò di riparare nel suo Paese, venne respinta alla frontiera della Ddr. Le autorità tedesche molto diffidenti verso la donna in odor di dissidenza chiesero informazioni al Pci che sconsigliò vivamente di accoglierla. Morlacchi era stato espulso da questo partito nel 1960, quando nel quartiere del Giambellino a Milano un’intera sezione se n’era andata dal Pci.

Se cerca infiltrati ed informatori, Maurizio Gasparri farebbe bene a rivolgere la propria attenzione verso il suo vecchio partito di provenienza. Il Movimento sociale italiano ne era affollato, vi sguazzavano al suo interno più servizi e agenzie in concorrenza tra loro. E non stupirebbe più, a questo punto, se vi fosse stanto anche qualcuno della Stasi. Quelli erano capaci di tutto


Le vite degli altri (italiani) spiati dalla Stasi

Simonetta Fiori, la Repubblica 6 Ottobre 2014

Gli agenti della Ddr controllavano anche il nostro paese: ne parla lo studioso Gianluca Falanga che ha raccolto in un libro carte e documenti segreti.
«Devo ammetterlo, sono rimasto sorpreso: centinaia e centinaia di carte segrete sull’Italia. Il faldone che mi sono trovato davanti era impressionante: il più spregiudicato servizio segreto comunista ha spiato il nostro paese per decenni, specie tra i Sessanta e gli Ottanta. Ne ha seguito meticolosamente le crisi e gli scandali, le relazioni con gli altri Stati, il potenziale delle forze armate e la qualità della ricerca scientifica ». Da tempo Gianluca Falanga collabora a Berlino con il museo della Stasi, il “ministero della paranoia” a cui ha dedicato due anni fa un saggio molto documentato (Carocci) . Ora s’è preso la briga di andare a studiare le informative che ci riguardano tra le migliaia di tabulati estratti dal cervellone del Sira, ossia le banche dati dell’intelligence della Germania Orientale. Il risultato di queste ricerche è in un libro in uscita sempre da Carocci, Spie dall’Est, la prima indagine sugli agenti della Ddr nella penisola.
La documentazione ovviamente è parziale. «Alla caduta del Muro autentici “gruppi di macerazione” polverizzarono oltre il 90 per cento dell’archivio cartaceo, tutti i nastri magnetici e migliaia di file. Però nella confusione qualcosa è sfuggita di mano. E una copia di back-up con sezioni dell’archivio informatico è stata ritrovata a sud di Berlino. È su quei documenti che ho lavorato per oltre un anno».

Ma perché si sorprende dell’attenzione della Stasi all’Italia? Da noi esisteva il più grande partito comunista d’Occidente.
«Certo, ma all’interno del patto di Varsavia la vigilanza sull’Italia era di competenza di altri paesi. E invece ho trovato relazioni dettagliate sul sistema politico, sulla dialettica tra le correnti dei partiti, sull’economia pubblica e privata, e naturalmente sul Pci. Lo spionaggio era funzionale sia alle strategie nazionali di Berlino Est, specie sul versante commerciale, sia agli interessi degli “amici” ossia il Kgb sovietico. Non a caso la vigilanza della Stasi cresce eccezionalmente nel periodo tra il 1975 e il 1978, segnato dall’avanzata elettorale di Berlinguer ».

Non sembra che gli agenti della Ddr ne siano troppo contenti.
«Erich Honecker, leader del Partito socialista, e Berlinguer erano molto diversi. Il primo condannava ogni forma di comunismo lontana da quella so- vietica, mentre Berlinguer era “un sardo ascetico di origini aristocratiche” — così si legge in un appunto della Stasi — che suscita molta diffidenza a Mosca per la sua “volontà autonomistica”. In tal senso sono molto interessanti le carte conservate nell’archivio del Sed, il partito-Stato di Honecker, presso il Bundesarchiv di Coblenza. Lì ho trovato una serie di colloqui inediti in Italia tra Hermann Axen, responsabile delle relazioni internazionali del Sed, e il suo omologo sovietico Boris Ponomarev, insieme al vice Zagladin. Questi dialoghi, intercorsi tra il 1973 e il 1978, aprono uno squarcio su ciò che si muoveva a Mosca e a Berlino nei confronti del compromesso storico e dell’evoluzione eretica del Pci».

Che cosa emerge?
«Il blocco comunista si trovò spiazzato di fronte all’ascesa del Pci. La ferma volontà di Enrico Berlinguer di non forzare l’ordine democratico rendeva il Pci un pericolo per l’egemonia sovietica. Il malumore è evidente sin dal febbraio del 1973 quando Ponomarev si lamenta con Axen perché i compagni italiani non sono disposti alla lotta armata. “L’Italia è una polveriera pronta ad esplodere da un momento all’altro”, si legge nell’appunto, “e il partito deve preparare il popolo a una tale evenienza. Il compagno Pajetta ha chiesto al Pcus se il Pci deve acquistare le armi. La risposta del Pcus è stata che la classe operaia deve avere sempre chiare tutte le forme di lotta possibili”. I sovietici premono sul Pci agitando il fantasma golpista e neofascista. Ma lamentano che i compagni italiani non vedano alcun serio politico nell’immediato».

Nel settembre di quello stesso anno Berlinguer propone la strategia del compromesso storico.
«Una formula guardata da Mosca con grandissimo sospetto. In una conversazione del 20 ottobre del 1976 Ponomarev ribadisce la sua avversione: “I compagni italiani non vogliono capire che non si può restare sempre sulla difensiva. Anche se v’è l’opportunità di una via pacifica, ogni partito comunista deve essere sempre pronto alla lotta armata”. Concetto riaffermato con forza in un colloquio con Zagladin: “Un partito comunista deve essere sempre pronto a violare i limiti della democrazia borghese”. E nel giugno del 1977, in un nuovo incontro con Axen a Praga, Ponomarev ha modo di tornare sugli “errori” del Pci».

Una tensione destinata a crescere nell’autunno di quello stesso anno.
«Sì, proprio da una tribuna moscovita, per il sessantesimo anniversario della rivoluzione bolscevica, Berlinguer tesse l’elogio della democrazia. Ponomarev non si limita ad abbandonare la sala, ma medita qualcosa di più serio. In un appunto inedito del gennaio del 1978 confida ad Axen che il Pcus ha esaurito la pazienza e che era venuto il momento di richiamare agli ordini il Pci. La posta in gioco era troppo alta per permettere a un partito tanto influente di assumere una politica ormai apertamente antisovietica. “Il compagno Ponomarev”, si legge nella nota, “ci ha informato che il comitato centrale del Pcus ha confermato la definizione di un piano speciale di misure contro l’eurocomunismo”. Non sappiamo quale fu il seguito. Eravamo alla vigilia del sequestro Moro, che avrebbe definitivamente seppellito il compromesso storico».

Sulle Brigate Rosse emergono novità?
«Esiste un’abbondante documentazione, soprattutto all’indomani del rapimento del leader democristiano. Ma in queste carte manca una prova o anche un solo indizio che dimostri una frequentazione tra i servizi e le Br. È molto interessante un appunto che risale al 1980. L’antiterrorismo della Stasi, una struttura ambigua che infiltrava le organizzazioni di lotta armata, mette all’ordine del giorno il proposito di entrare in contatto con le Br. Pochi mesi dopo avrebbe individuato nella moglie del brigatista milanese Piero Morlacchi, la tedesca Heidi Peusch, il potenziale informatore nell’organizzazione armata. Ma il partito vieta di reclutarla all’interno della Germania Est. Le carte si fermano qui».

Un altro capitolo controverso è quello relativo al terrorismo altoatesino.
«La Stasi era interessata a tenere vivo il focolaio di violenza che pesava sulle relazioni tra Roma e Bonn. Un fascicolo interessante è quello dedicato al neonazista Peter Weinmann, dal 1982 a libro paga della Stasi ma già agente dei servizi tedeschi dell’Ovest e dal 1976 confidente della Digos italiana in Alto Adige. I documenti sono gravemente menomati dagli omissis. Fatto sta che tra il 1986 e il 1988 il terrorismo altoatesino conobbe una sanguinosissima ripresa con attentati dinamitardi più simili a quelli che accadevano a Berlino Ovest — dietro i quali c’era la Stasi — che a quelli tradizionali dei gruppi altoatesini. Con la caduta del Muro il fenomeno si esaurì all’improvviso».

Chi erano le spie italiane al servizio della Stasi?
«Questo è più difficile da ricostruire. Il potente servizio segreto aveva confidenti ovunque, a Botteghe Oscure ma anche nel Psi e nella Dc, nelle amministrazioni delle banche e delle grandi imprese pubbliche. Confidenti non sempre consapevoli. La spia italiana più importante è “Optik”, che da Bologna offre un’enorme quantità di informative sulla sicurezza militare. Un ingegnere o comunque un esperto del settore ».

E gli 007 tedeschi attivi in Italia?
«Il caso più spettacolare è quello dell’agente Mungo, alias Ingolf Hähnel, un pluridecorato tenente colonnello dell’intelligence che nel 1977 riesce a infilarsi dappertutto, presso la segreteria di Stato vaticana dove incontra Angelo Sodano e dentro Botteghe Oscure, dove può contare su un dirigente che avrebbe accompagnato Berlinguer nel viaggio in Ungheria e in Jugoslavia. Ovviamente il grosso delle spie agiva presso l’ambasciata italiana a Berlino Est. La missione diplomatica italiana era tenuta sott’occhio da un esercito di segretarie, donne delle pulizie, dame di compagnia, autisti, giardinieri e interpreti. Specialmente negli anni Ottanta il regime di Honecker temeva che gli italiani aiutassero i tedeschi orientali a fuggire oppure che intrattenessero rapporti con i dissidenti».

Tra i “sorvegliati speciali” figura anche Lucio Lombardo Radice.
«Sì, la vigilanza sul matematico risale agli anni Sessanta, dopo la sua protesta pubblicata sull’Unità per la cacciata dall’Università di Humboldt del fisico dissidente Robert Havemann. Fu bollato dalla Stasi come “un elemento borghese”, rimasto legato alla sua classe di appartenenza nonostante la militanza comunista. E quando nel 1982 morì Havemann, il regime vietò a Lombardo Radice l’ingresso nella Ddr».

Parla Giovanni Senzani, «Non ho avuto alcun ruolo nel rapimento Moro»

L’intervista – Dopo Sangue, il film girato da Pippo Del Bono, ora esce anche un libro con lo stesso titolo. Senzani rompe il silenzio e comincia a raccontare alcuni passaggi della sua controversa storia politica dentro le Brigate rosse

Katia Ippaso
Garantista 4 ottobre 2014

giovanni-senzani-originalL’uomo che mi siede di fronte indossa una maglietta a righe sopra un’altra maglietta grigia. Sopra le due magliette, pende sbilenco un gilet nero con un bordino rosso. Il tutto un po’ caotico, come se fosse stato messo al buio, di fretta. Una cosa non sta esattamente sopra l’altra, ma insieme all’altra. Sulla testa, un berretto estivo. L’uomo che mi siede davanti porta gli occhiali. Al polso, stretti l’uno all’altro, decine di braccialetti di cuoio che devono essere stati molto usati. E’ lui a scegliere dove sedersi, obliquamente. «Un orecchio non funziona più molto», ci dice con quella sua voce acuta, che a tratti si spegne per andare dietro alla parole che si accartocciano nella corsa. Una voce che ride. Si chiama Giovanni Senzani, è stato uno dei leader delle Br. Oggi ha 72 anni. Ha appena scritto un libro assieme a Pippo Delbono, che si intitola Sangue: un ”dialogo tra un artista buddista e un ex brigatista tornato in lbertà”. imageItemL’ha pubblicato Clichy. C’è il coraggio di chi sopravvive, in quel libro. E’ molto bello. E prima del libro c’era un film, che si intitolava anche lui Sangue e aveva ricevuto premi e critiche pazzesche da Le Monde ma aveva fatto anche arrabbiare qualcuno, per via della presenza di Senzani appunto, di questo uomo che oggi mi siede davanti nella sua mitezza ma che nel film parla dell’esecuzione di Roberto Peci (che lui e i suoi compagni uccisero nel 1981), in un modo che alcuni hanno giudicato gelido. Delbono ha scelto un uomo che ha dato la morte per affrontare il lutto. A distanza di tre giorni l’una dall’altra se ne andavano la madre di Pippo e la moglie di Giovanni, Anna. Rimasti soli, l’artista buddista e l’ex terrorista tornato in libertà hanno affrontato il trapassatoio di chi, dopo aver visto quello che ha visto, è rimasto in vita.
Avremmo dovuto incontrarci nella sua casa di Firenze ma poi lui ha preferito di no. Giovanni Senzani ha preso un treno la mattina presto ed è venuto a Roma. Via della Panetteria la conosceva bene, mi aveva detto per telefono.

Quindi lei viveva qui vicino, tanti anni fa.
Stavamo a via della Vite, con Anna, mia moglie. Era il 1969. Ricordo una casa piena di ospiti, perché Anna voleva sempre gente in casa. All’angolo con via Mario dei Fiori, parlavamo con quelli degli alberghi accanto… Era di una bellezza incredibile. Da quelle finestre lunghe si vedeva il Quirinale… Quell’attico apparteneva a un signore di Genova, lo diede a noi e Anna, che aveva avuto in eredità tre lire dopo la morte del padre, le spese tutte per restaurarlo. Scrissero che vivevamo nella casa di uno dei servizi segreti, ma questa è una fandonia assoluta. E’ solo una delle falsità che si sono dette su di me. Un’altra è che lavoravo per il Ministero di Grazia e Giustizia.

Le cronache di quegli anni parlano di una doppia vita, militante delle Br e consulente del Ministero di Grazia e Giustizia.
292qhvmLa cosa è molto differente. Io sono laureato in legge a Bologna, in diritto del lavoro. E ho cominciato subito a fare il ricercatore. Per la Comunità del Molo, che era un gruppo del dissenso genovese, cominciai una ricerca sul campo in 118 istituti di rieducazione in tutta Italia. Dietro la ricerca c’era la Fondazione Iniziative Assistenziali Pilota di Torino. Naturalmente in questo modo conobbi tutti i direttori delle carceri e ci mancò poco che facessi pure io il direttore… Negli istituti ci andavo con un fotografo. Io ero vissuto come una specie di “ispettore”, ma al fotografo, che si presentava in maniera più informale, i ragazzi affidavano dei bigliettini in cui raccontavano tutta la verità sulla loro condizione negli istituti. Da quell’esperienza nacque un libro che è stato considerato a lungo il libro più importante per le scuole di formazione dei servizi sociali, “L’esclusione anticipata”…
Oggi se cerchi “L’esclusione anticipata” su Google ti dicono che il libro non è disponibile, ma galleggia ancora in rete una recensione che era stata pubblicata l’8 agosto del 1970 sul “Corriere della Sera” firmata da uno dei più autorevoli giornalisti della testata milanese, Giuliano Zincone.

Ha fatto il criminologo?
Ad un certo punto, nel 1972/73, sono andato in America, all’Università di Berkeley, per fare una ricerca su “Deviance and Control” rispetto ai minorenni e alle minoranze black e spanish, e quando sono tornato ho pubblicato e tradotto in Italia un libro di un importante criminologo, “L’invenzione della delinquenza” di Anthony Michael Platt. Non ho mai fatto il criminologo.
$_57Anche di questo libro c’è una traccia, ma più fantasmatica dell’altra. Si vede una copertina marrone ma i caratteri di titolo e autore sono stati cancellati, c’è una riga neutra al loro posto. La scheda dice che la cura del libro è di Giovanni Senzani, 1975, zero recensioni.

Chi erano i suoi genitori?
Dissero che venivo da una famiglia borghese. Io invece sono figlio di una famiglia di contadini di sinistra, sono nato a Forlì. Il Pci lo sa benissimo da dove vengo… Come romagnolo, ero fuori dalla sinistra legata al Pci che governava in quelle terre, al massimo andavamo a sentire Ingrao. Eravamo della cosiddetta sinistra extraparlamentare.

Dove vi siete conosciuti con Anna?
A Genova. Anna era tornata da Londra, dove aveva fatto le scuole internazionali. Scoppiò questa follia dell’amore. Ci sposammo a Genova, ma ci trasferimmo quasi immediatamente a Roma, e subito dopo a Napoli. Ci fu poi l’esperienza americana. Nel frattempo nacquero le nostre due figlie, Francesca e Alessandra. Tornammo a Napoli, dove creai tra le altre cose una biblioteca bellissima di studi marxisti… Poi mi trasferirono a Firenze. Cominciai a fare l’assistente all’Università, per la cattedra di Sociologia. Superai il concorso e diventai professore, prima a Siena e poi a Firenze… Ma a quel punto io ero già una persona impegnata politicamente.

Vuol dire che era già entrato nella lotta armata?
Io sono entrato nelle Br molto tardi.

Come è successo?
La mia generazione era immersa in quel clima, in quel dibattito. Poi il problema è se ai discorsi fai seguire i fatti.

Nel dialogo con Delbono, lei afferma: «Non mi sono mai considerato né mi considero un terrorista, ma un militante politico che praticava la lotta armata come strumento di lotta politica. Non accetto questa specie di guerra di annientamento di tutto e di tutti».
E’ così, io non voglio fare il santo, ma sono contrario alla criminalità.

Lei è contrario alla criminalità?
Sì, lo so che può sembrare assurdo, ma io sono profondamente contrario alla criminalità. Io ero noto perché ero quello che aveva denunciato i direttori delle carceri, che ha fatto chiudere le carceri minorili, mentre poi sono diventato quello che sono diventato. Io volevo aiutare i poveri e soprattutto le persone del sud. Uno degli istituti che avevo frequentato era diretto dai preti, mi scrivevano lettere bellissime… Nel ’68 sono stato da Basaglia, lì mi sono nate delle idee e sono diventato molto rigido contro l’emarginazione.

Lei fu arrestato una prima volta nel 1979, ma ne uscì dopo 5 giorni. Entrò in carcere tre anni più tardi, nell’82.
Mi arrestò Vigna, che era un magistrato che non scherzava. Non sapevo come sarebbe andata a finire…In quei cinque giorni ho visto il carcere in un modo ancora diverso. Da carcerato, mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: e adesso come faccio? Poi questo sentimento è tornato nei miei lunghi isolamenti durati cinque anni. Quando uno è in isolamento o scoppia o impara a reggere, e la resistenza diventa una paradossale forma di rispetto.

Rispetto verso chi?
Verso l’altro e verso te stesso. L’unico rapporto che hai è con una guardia. Qualche volta veniva anche il direttore del carcere che aveva anche una sua umanità e diceva: «Senzani, hai visto? Hai conosciuto il carcere da fuori, l’hai studiato, e adesso sei dentro al carcere. Forse hai voluto viverlo, dovevi fare quest’esperienza». Non era proprio così, ma lui la vedeva così.

Lei ebbe un coinvolgimento nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro?
Non c’entro niente con Moro. E’ stato detto pure che ero una delle menti del processo a Moro. Ma è assurdo. Non si può continuare a parlare delle Br come se fossero una banda di poveracci. Era una struttura militare. Il mio è stato un percorso molto più lento degli altri compagni. Non faccio parte della prima parte della storia delle Br.

Come si spiega che sia stato fatto allora il suo nome?
La faccenda è molto complicata, ma io non ho voluto in qualche caso fare delle smentite, perché per quello che riguarda la lotta armata la mia è una vicenda politica, è una storia politica collettiva. Anche rispetto al sequestro Cirillo non ho mai parlato.

Il nostro giornale ha intervistato quest’estate un ex brigatista che non aveva mai parlato, il napoletano Enzo Olivieri, che aveva preso parte al sequestro Cirillo (rapito da voi il 27 aprile 1981 e rilasciato il 24 luglio). Smentì che ci fu una trattativa Stato-camorra-Brigate Rosse.
ciro cirillo brEnzo Olivieri ha detto esattamente come sono andate le cose. Non ci fu nessuna trattativa. Un mitomane come Cutolo che si sentiva onnipotente si sarà inventato questa cosa per avere notorietà. Può anche essere che dopo aver raccolto noi i soldi del riscatto, loro ne abbiano raccolti altri per conto proprio. Di sicuro non ci fu nessuna mediazione. Non ne avevamo bisogno. Anche perché avevamo deciso di liberare Cirillo e la cosa del riscatto ci venne in mente dopo, solo per raccogliere soldi che ci servivano per autofinanziarci. E la cosa fu talmente farraginosa, quasi comica: l’uomo che fece da mediatore tra noi e gli amici di Cirillo che raccolsero i soldi (Enrico Zimbelli, ndr), fu spedito a Roma con un valigia pesantissima piena di soldi (un miliardo e quattrocentocinquanta milioni, cinquanta se li trattenne lui) che quasi faceva fatica a camminare…

Olivieri ci ha anche detto che lo Stato voleva Moro morto, mentre Cirillo lo voleva vivo.
Può darsi che fosse così, ma comunque noi l’avremmo lasciato vivo. Bisogna capire che a Napoli c’era stato il terremoto e il democristiano Cirillo, che era l’assessore all’Urbanistica, rappresentava il male della politica. A Napoli le case crollavano, le scuole erano occupate, la città era in ginocchio. Non c’erano poteri occulti che ci manovravano. Le Brigate Rosse a Napoli erano fatte di napoletani che vivevano nei quartieri, in mezzo al popolo. Per quei tre mesi abbiamo realizzato diverse azioni e riempito la città di comunicati sonori e volantini. Mettevamo gli altoparlanti alle stazioni dei treni per fare sentire i nostri messaggi. Un giorno si sente la registrazione con la voce di Cirillo che parla napoletano e chiede di esaudire le richieste dei comitati dei terremotati, tra cui la requisizione delle case sfitte perché venissero date, appunto, ai terremotati. E così fu. La gente a Napoli parlava, solidarizzava. Molti tra i proletari ci hanno anche rimproverato di non averlo ucciso perché era una persona odiata. Ma io ero contrario al giustizialismo.

Come fa a dire di essere contrario al giustizialismo?
Uccidere come fa un camorrista perché gli toccano il suo quartiere e i suoi interessi, è ben diverso da come uccidevamo noi. Detto questo, io oggi dico che quella delle Br è stata una storia molto dolorosa e molto pesante. Che sono stati fatti anche degli sbagli militari. Il processo proletario in sé è un’aberrazione. Già allora ero contrario. Quel processo era mutuato da altre esperienze rivoluzionarie, ma a ripensarci ora era una parodia, una cosa ridicola, per non parlare della violenza inutile.

In quella stessa estate del 1981 voi avete sequestrato (il 10 giugno) e ucciso (il 3 agosto) l’operaio Roberto Peci, il fratello di Patrizio Peci, che si era dissociato e pentito. Roberto aveva venticinque anni e aspettava una bambina dalla moglie. Filmaste l’esecuzione.
11449257_intervista-esclusiva-roberta-peci-voglio-un-incontro-con-assassino-di-mio-padre-0Non voglio riaprire questioni di questo tipo perché lì qualsiasi cosa si dica non va bene.
 Qualsiasi cosa si dica in merito a questa storia che è una storia pesante offende le vittime, le famiglie. Che senso ha dopo tanti anni parlare di tutto questo? E poi ci sono i quattro compagni uccisi a via Fracchia, a Genova. Il generale Alberto Dalla Chiesa, che è il protagonista di questa storia, è morto, e la verità con lui.

[Il 28 marzo del 1980 un drappello di 30 uomini dell’antiterrorismo irrompe nel covo Br di via Fracchia, a Genova. E’ notte fonda. All’interno dell’appartamento ci sono 5 militanti della colonna genovese, quattro uomini e una donna. I cecchini dell’antierrorismo, inviati dal generale Dalla Chiesa (che pare avesse ricevuto le informazioni dal pentito Patrizio Peci), non danno ai brigatisti il tempo né per reagire né per arrendersi. Li uccidono subito.]

Nel film “Sangue” lei rivive l’esecuzione di Peci. Racconta qualcosa che non è sogno, forse più un incubo ad occhi aperti. Leggo dalla sceneggiatura: «I compagni avevano sistemato un cartello ”Morte ai traditori” e poi dopo è arrivata quello che noi chiamiamo l’esecuzione, la fucilazione. E quell’urlo: No! È stato improvviso, proprio come sentire uno che in quel momento capiva, che sentiva penetrare i colpi dentro di lui… E’ vero che la morte ai traditori era una cosa abbastanza diffusa all’interno del movimento rivoluzionario, ma farlo in questo modo… Si trattava pur sempre di una persona inerme».
Questa cosa di Peci è venuta fuori nel dialogo in barca con Bobò (oggi primattore della compagnia, è stato sottratto da un vita in manicomio tanti anni fa dallo stesso Delbono, ndr), che si legge nel libro. Bobò però è sordomuto, non mi risponde ma capisce tutto. A lui cercavo di dire proprio questa cosa di Peci. Sono riuscito a raccontargli tutta la mia storia, gli anni della lotta armata, le torture che mi hanno fatto in carcere, l’isolamento. Gli ho detto chi ero, ma quella cosa lì non sono riuscito a dirla bene. Anche perché lui è come sfuggito. E poi la cosa di Peci l’ho raccontata una sera a Pippo in un altro momento, ed è venuta così, e poi lui l’ha messa nel film…. Ho descritto quello che è accaduto nella mia testa, sì, posso immaginare che… Io ho avuto un contatto con la morte… Mi fa effetto. Ma non è bello parlare di queste cose, non posso.

Che sensazione le dava usare un’arma?
Io ho fatto il militare perché mi toccava e ho fatto l’addestratore per l’uso delle armi. Ma non mi piacevano le armi. Cioè le smontavo, le usavo, ma le ignoravo. Solo quando sono diventato brigatista ho capito cosa significhi avere un’arma. A quel punto è diventata una parte di me. Era la garanzia che potevo salvarmi. Se uno di noi usciva senza arma, tornava a casa perché sentiva che gli mancava qualcosa. La domanda bella che ha fatto Pippo è stata: «Ma tu allora facevi la guerra e rischiavi di morire?». «Nella guerra, Pippo, si muore» ho risposto io. E lui: «Io questa cosa non l’accetterei mai». Lui mi ha fatto capire, da buddista, che io disprezzo la vita. Ma io non la vedo così. La morte, la mia morte, era nel percorso, nella scelta che avevo fatto.

C’è una lettera di Roberta Peci, la figlia di Peci, che nacque qualche mese dopo la morte del padre, in cui chiede di incontrare lei.
Ma il giorno dopo è andata da Bruno Vespa.

Nella lettera chiedeva che l’incontro tra voi due avvenisse lontano dai riflettori, in privato.
Ma non ha mai fatto sì che questo accadesse.

Forse sta a lei far sì che questo accada.
Lei voleva venire con le telecamere.

Se al mio posto, qui di fronte a lei, ci fosse Roberta Peci, e se voi foste soli, che cosa le direbbe?
Silenzio.

Che cosa le direbbe?
Le direi che capisco il dolore che ha provato. Che so che la sua vita è stata distrutta da quell’avvenimento. La perdita del padre è una cosa enorme. …E poi c’è stata una costruzione tremenda. Hanno fatto diventare suo padre un personaggio negativo. Le direi che suo padre era invece una persona dignitosa… Io lo so cosa vuol dire passare per mostro. Io non sono quello lì… No, non sono quello lì…. Poi, uno la morte, finché non la prova non la può capire.
Io penso all’Antigone. Penso a Polinice e Antigone. Penso all’importanza del seppellimento dei propri morti. E finché non seppellisci i tuoi morti non hai pace.
Riesco a capire questa cosa. E una riflessione sui morti l’ho fatta anche al funerale di Prospero Gallinari, che si vede anche nel film di Pippo.

Lei ha preferito che ci incontrassimo a Roma perché la sua casa di Firenze è piena della sua vita con Anna?
E’ la casa di Anna.

E’ per questo, quindi?
Sì, è per questo. Non è che ne voglio fare un museo… E’ evidente che… Io adesso vivo solo. Ho una figlia sposata all’estero. L’altra è a Firenze ma vive da un’altra parte… Sono rimasto lì, solo.

Non ha toccato niente delle cose di Anna?
No.
 Silenzio.
Per questo posso capire quando parlavamo prima della figlia di Peci….La perdita di Anna è difficile da rielaborare per me… Per lei è stato difficile accettare la mia scelta, ma io ho sempre pensato che se dici certe cose poi le devi anche fare.

Anna è sempre stata contraria alla sua scelta.
E’ inconcepibile per Anna poter uccidere qualcuno.

Ne parla come se fosse viva.
Anna mi ha aspettato tutta la vita.

Ci sono nel libro suoi racconti di Anna che «prendeva i treni della notte con i pacchi pieni di borse, con il pacco viveri per il carcerato, e magari arrivava all’isola di Pianosa o in quei posti infami in cui ero rinchiuso, lei veniva perquisita, le bambine spogliate, veniva da me dietro un vetro blindato, mi lasciava da mangiare e se ne andava». Cosa l’ha sostenuta per tutti questi anni?
Anna è forte. Io sono fragile. Io sono molto più fragile di Anna. Lei è forte. E’ stata forte anche quando per colpa mia l’hanno licenziata dalla Feltrinelli. Anna ha avuto un unico momento veramente fragile e si vede. Io ho dei ritratti di Anna fatti da pittori, uno non l’avevo mai visto, l’ho visto dopo. E lì si vede come una ribellione… Ma poi è sempre andata avanti. E’ una che ha una dimensione positiva della vita. E’ una che fa le cose.

Cosa immagina quando pensa alla sua di morte, alla morte di Giovanni Senzani?
Non è un gran problema per me il pensiero della mia morte. La frase che c’era nel film e ora è solo nel libro… La frase in cui dico «Questa vita non mi piace, questo mondo non mi piace, di questa libertà non so che farmene» e che mia figlia mi contesta, è vera. Io ogni tanto mi dico: «Basta. Che ci faccio qui? Cosa ci faccio qui?». Poi un altro può rispondere: «Ma come, Giovanni, hai un nipotino a cui sei legatissimo, che dici?». Impazzisco all’idea di non vederlo più.

Però la libertà l’ha aspettata per 27 anni. Dall’82 al 2009, anno in cui è uscito di prigione.
Sì, ho sognato per tanti anni di uscire. Ne sono uscito dignitosamente. Non ho fatto nulla di particolare per ottenere la libertà. Ho fatto un percorso normale. Sono uscito. E quando sono uscito è stato travolgente. All’inizio una persona che viene da altri mondi, come nel film Blade Runner, non se ne accorge subito che non capisce nulla, che non riconosce più niente. Non riconosce niente della realtà. Prima c’era il travaglio che ti portavi in casa quando la tua libertà era intermittente. E poi alla fine torni per sempre perché la Magistratura ha decretato che esci per estinzione della pena. Completamente libero. A quel punto arriva l’imprevisto. Anna che non era mai stata malata nella sua vita si ammala di tumore. Avevo già vissuto questa cosa. Mia sorella tanto amata è morta in un mese. Ma vedere crollare Anna è stato…

Che rapporto ha con la fede?
Non sono credente, ma il mistero della fede lo capisco. Mia madre era cattolica, sono cresciuto in quell’ambiente ma io non mi sono mai avvicinato. Però ho rispettato sempre molto le persone che credono. Quando sono stato quei lunghi anni in isolamento, ed è stato molto pesante, avrei voluto anche avere fede. Perché la fede ti fa vedere cose incredibili. Pippo, che è buddista, vede cose incredibili. Anche Padre Fantuzzi, che è gesuita e ha scritto una bellissima recensione su Sangue, vede cose incredibili. Dice di aver visto il divino persino in me.

Come ha conosciuto Pippo Del Bono?

Una volta, a Firenze, vado a vedere uno spettacolo di Pippo Delbono. Lui viene a sapere che io sarei stato in platea e mi fa sapere che dopo lo spettacolo mi aspetta in camerino. Lo invito a colazione per il giorno dopo. Avevamo comprato i cornetti, io e Anna lo aspettavamo, e sa come è Pippo, non si presenta. Alle due di notte mi telefona e mi dice che si era perso il numero e che poi non si sa come se l’era procurato. Insomma mi chiede: «Posso venire a mangiare adesso da te?». Si presenta a quell’ora e parliamo tutta la notte. Io gli dico: «Ho capito, tu sei abituato a fare le cose con Bobò, con gli emarginati, e adesso vuoi fare una cosa con me che sono un reietto. E’ evidente, tu vuoi fare qualcosa con “Senzani il mostro”». Poi è venuto lo spettacolo, Dopo la battaglia, in cui io leggevo una cosa sul carcere con la mia voce, che lui ha detto fa un po’ schifo la tua voce ma è un po’ come quella di Pasolini che uno se la ricorda, e poi tutto il resto. Ma Anna è stata molto importante in questo incontro, è con lei che Pippo aveva veramente legato, anche se adesso che sono morte sua madre e Anna siamo legati noi.

Lei ha esercitato il potere, fuori e dentro il carcere (il famoso “fronte delle carceri”). La chiamavano “il professore”, era ascoltato e temuto. Molti avevano, e hanno ancora, paura di Giovanni Senzani.
Il potere è una cosa deteriore, anche dentro le Brigate Rosse ci sono state delle lotte di potere.

Le dava piacere comandare?
Una volta mi hanno accusato di questo. Però sì, il potere è rischiosissimo. Uno dovrebbe avere la presenza e quindi la coscienza di sottrarsi. Il potere ti uccide, e uccide.

Un altro “intellettuale” delle Br era suo cognato Enrico Fenzi. Entrambi eravate chiamati “i professori”. Vi frequentate ancora?
Fenzi è un famoso italianista, un intellettuale vero, e io una volta sono andato a sentirlo. Ma i fotografi si sono accorti che io ero tra il pubblico, anche se ero seduto in fondo, mi hanno fatto delle domande e alla fine hanno pubblicato la mia foto con scritto: “Senzani è sempre lo stesso, si rifiuta di parlare”.

Quando suo nipote le chiederà «Nonno, cos’erano le Brigate Rosse?», lei cosa racconterà?
Che la storia delle Brigate Rosse fa parte di una storia più grande, la Storia del Movimento Rivoluzionario, e che bisogna partire dagli albori. Gli direi che la storia delle Brigate Rosse è storia cruenta. Che hanno preso le armi e hanno fatto assurdi processi proletari. Gli direi che anche suo nonno ha creduto che bisognasse fare una rivoluzione nell’Occidente avanzato, ma che questa guerra è stata una scorciatoia. Che i processi storici sono molto più lunghi. Gli direi che con il crollo del Muro di Berlino si è visto che cos’era la rivoluzione russa. Gli direi che io non sono mai stato a favore del socialimperialismo, che io sono stato un brigatista. Che io sono marxista ma non si può prendere Marx e ripeterlo. Gli direi che, al di là dei limiti della nostra impresa politica, i tempi non erano giusti. E che abbiamo messo in moto una cosa che ha comportato tanti lutti. Gli direi che suo nonno amava insegnare e sarebbe stato un bravo professore e la sua vita sarebbe stata tranquilla, gli ricorderei di quando aiutavo i ragazzi devianti a denunciare le loro condizioni. Gli direi che sua nonna era una persona meravigliosa che ha sopportato tutto e che ha avuto tanta forza…. Il problema delle Br non sta solo in me. Io non sono un maestro né cattivo né buono. Ai funerali di Prospero Gallinari c’erano dei ragazzini che partecipavano e alzavano il pugno. C’era Oreste Scalzone, c’erano i compagni della colonna romana, c’eravamo tutti, anche se io e Pippo ci siamo capitati per caso (poi la scena dei funerali di Prospero si vede in Sangue). E nessuno di noi ha alzato il pugno. Non perché siamo vigliacchi, ma perché siamo ormai fuori da questa storia. Abbiamo fallito.

Una volta ha dichiarato che per lei chiedere perdono è un atto osceno. Si ricorda quello che abbiamo detto prima? Che io potrei essere la figlia di Peci.
Chiedere perdono a una persona a cui ho ucciso un parente… Mi sembrava una cosa oscena, sì. Era come farle un’offesa ulteriore. Il perdono me lo dà la persona, se me lo vuole dare. Io non sono nelle condizioni di chiedere niente.

Si può dire: «Ho sbagliato».
Non solo io ho sbagliato, ho fatto molto di più, io ti ho tolto il padre. Non è un semplice errore. E’ qualcosa di molto più grande. Una cosa immensa. Ho inferto una ferità che non si risanerà mai. Ti ho ucciso il padre. Un morto è un morto. Non c’è niente da fare su questa cosa. Chiedendo il perdono, mi sembrava allora di andare ad interferire con la storia umana di una persona e di imporre una ferita ancora più grande. Però tu sei libera di perdonarmi, se lo vorrai.

Ci alziamo entrambi. Senzani è un po’ stordito. Prende la sua bottiglietta d’acqua non ancora finita. Ha davanti a sé diverse ore, riprenderà il treno per Firenze alle sette di sera. E’ indeciso se parlare o no. Prima di uscire dalla stanza si gira verso di me.
G.S. Posso farle io una domanda ora? Prima, quando ha detto quella cosa della casa di Firenze che è piena delle cose di Anna, perché l’ha detto? Come faceva a saperlo?
K.I. Non lo so, quando lei mi ha detto «Preferisco di no, preferisco venire a Roma», ho pensato che fosse per quello, e non perché avesse qualcosa da nascondere.
G.S. Adesso passo a via della Vite. Mi piacerebbe sapere se c’è ancora quella vite americana che avevo piantato nel terrazzino vicino alla cucina. Non è che ci posso entrare. Ma magari c’è ancora.

Fonte il garantista.it 2014/10/04 Ho ucciso tuo padre e non oso chiedere perdono, pero se lo vorrai perdonami

Articoli correlati
Problemi di storia della lotta armata per il comunismo
Il rapimento Moro

La vicenda Moro e il sottomercato della dietrologia ormai allo sbando

Secondo Gero Grassi, attuale vice presidente del gruppo parlamentare Pd alla camera dei deputati, la persona raffigurata nella foto qui sotto, come si può leggere nella didascalia, sarebbe Germano Maccari e non Prospero Gallinari.
La chicca si trova nel dossier Moro che il deputato di Terlizzi, grigio esponente politico pugliese di scuola democristiana, ha raccolto (circa 400 pagine) selezionando materiale presente presso l’archivio storico del Senato dove è digitalizzata tutta la documentazione relativa alle due commissioni parlamentari che hanno indagato per diverse legislature, inizialmente sul rapimento del leader democristiano realizzato dalle Brigate rosse per poi allargare il loro raggio d’interesse sull’intero fenomeno della lotta armata e delle stragi in Italia.

Gero

Gallinari spacciato per Maccari

GERMANO MACCARI,PROCESSO MORO QUINQUES

Germano Maccari


Raffaella Fanelli
, autrice del falso scoop sul rapimento Moro apparso nel giugno scorso sulle pagine del settimanale Oggi, ha preannunciato in questi giorni un’azione di risarcimento nei confronti dell’avvocato Davide Steccanella. Secondo quanto asserisce la stessa giornalista freelance il settimanale della galassia Rcs l’avrebbe scaricata dopo l’uscita delle false rivelazioni. Nel pezzo oggetto del contenzioso, per altro scomparso dall’archivio di Oggi e assente dall’archivio web della stessa giornalista, la signora Fanelli riportava una conversazione avuta con uno dei membri del commando delle Br che il 16 marzo 1978 rapirono Moro in via Fani. Con un virgolettato d’apertura, attribuito all’intervistato, lasciava intendere che quella mattina ad attaccare il convoglio del presidente della Democrazia cristiana non ci fossero soltanto militanti delle Brigate rosse ma anche degli sconosciuti.
Le presunte rivelazioni erano state subito smentite dal diretto interessato, l’ex brigatista Raffaele Fiore, su questo blog (leggi qui) e in un articolo apparso sul Garantista.
Altre incongruenze e singolari circostanze contenute nell’intervista erano state segnalate in un articolo, apparso sul sito web Satisfiction (leggi qui), scritto dall’avvocato Davide Steccanella, appassionato osservatore delle vicende di quegli anni ed autore di una efficace cronologia della lotta armata, Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata, Bietti editore 2013.

IMG_8329

Le false rivelazioni della Fanelli

foto

La smentita dell’ex Br Raffaele Fiore

La nuova commissione
Se la Fanelli è una giornalista che agisce in modo spregiudicato come tanti suoi colleghi (qualche esempio), Gero Grassi (per altro anche lui giornalista), oltre ad avere un importante incarico politico è il promotore del disegno di legge che ha portato all’istituzione di una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro Moro. I giornali scrivono anche che potrebbe esserne il futuro presidente, sempre che Miguel Gotor sia d’accordo. Ciò, in via teorica, gli dovrebbe conferire una qualità ed una responsabilità ben diversa: detto in altri termini, dovrebbe sapere di cosa parla, capacità che tuttavia sembra mancargli del tutto.
Grassi ha fatto del sequestro Moro la ragione della sua impresa politica. E’ persino l’autore di un libro il cui titolo, Il Ministro e la terrorista, lascia emergere la presenza di un inconscio tormentato da una recondita fascinazione. Oltre al voluminoso dossier ed alla proposta di legge che ha portato sulla carta all’istituzione di una nuova commissione d’inchiesta dalle dimensioni pletoriche (60 membri) e il budget striminzito, ancora ben lontana dall’essere insediata (leggi qui), ha avviato un lungo tour nel Paese (in programma ci sarebbero un centinaio di incontri) sul tema “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro”, dove a quanto pare le domande hanno già tutte una risposta.
A sentirle, queste risposte suscitano grande imbarazzo. Emerge una dietrologia fantasmagorica fatta d’approssimazioni, confusione e ignoranza che per giunta considera fallaci o peggio reinventa precedenti acquisizioni della magistratura, delle passate commissioni e dei lavori di ricerca storica più seri (ce ne sono anche se troppo pochi).
Al cospetto la vecchia scuola dietrologica giganteggia di fronte a tanta asineria e la figura di Sergio Flamigni si staglia come una vetta insuperata dell’intossicazione storica.
Così accade di vedere riscritte sentenze e perizie (qui), «In via Fani – afferma Grassi – in base a quanto sostiene la magistratura, con sentenze definitive, c’erano persone non riconducibili alle Brigate rosse». Nell’attesa che un giorno arrivino gli estremi della citazione, sorvoliamo.
Come se non bastasse il presidente in pectore della futura commissione aggiunge: «Poi penso vada chiarita la morte di Moro che non è avvenuta per mano di Prospero Gallinari, come lui stesso ha raccontato prima di morire [sic!] e come il senatore Sergio Flamigni sostiene sin dagli anni novanta»… Per la cronaca, la vicenda è stata affrontata in un processo, il Moro quinques, e ripresa dalla commissione stragi presieduta da Pellegrino con diverse audizioni, tra cui quella di Maccari (leggi qui).
Ed ancora, per la disperazione dell’ex giudice Imposimato, «la prigione di Moro che non è unica, come dicono i brigatisti, perché i rilievi medico-scientifici sul corpo di Moro lo hanno accertato ed escluso».
Il Grassi-pensiero è un condensato delle superstizioni della rete, un wikisapere, una pentola dell’alchimista dove chi ha letto male e capito peggio può dire quel che crede. Vulgata di nuova generazione delle teorie del complotto elaborate all’epoca dei meetup e del newage politico di marca grillina dove il passato non si scava ma si prevede.
Cambiano i personaggi ma l’ordito che tesse il discorso del complotto resta lo stesso: acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori, manipolazioni, invenzioni, sentito dire, correlazioni arbitrarie, affermazioni ipotetiche, false equazioni. Dettagli travisati e aneddoti inventati diventano le pietre miliari del racconto, mentre si perdono i fatti sociali e i processi storici che agiscono sullo sfondo scompaiono. La dietrologia resta il modo migliore per non farsi domande.

E’ questa la miseria del complottismo attuale, abitato da una genia di millantatori, arruffoni, e politici di terza categoria. Messo ormai alla berlina dai suoi stessi esponenti, non più tollerato nemmeno dalla magistratura che a differenza del passato ha cominciato a considerare le sortite dietrologiche dei veri e propri depistaggi, indagando per calunnia gli improbabili personaggi che di volta in volta annunciano rivelazioni, come è accaduto per Giovanni Ladu, l’ex finanziere le cui presunte rivelazioni sulla mancata liberazione di Moro in via Montalcini avevano dato luogo ad un grottesco scoop editoriale attorno al libro dell’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato (qui), oppure a Vitantonio Raso, l’ex artificiere che raccontò del ritrovamento anticipato e poi tenuto nascosto del corpo di Moro in via Caetani (qui).
Anche se il sottomercato della dietrologia attuale riempie ancora gli scaffali delle librerie è ormai allo sbando.

Per saperne di più
A via Fani c’eravamo solo noi delle Brigate rosse. Raffaele Fiore smentisce il settimanale Oggi
Gero Grassi, autocommissione
Lotta armata e teorie del complotto