L’incredibile condanna del fondatore di Momo edizioni. Il giovane militante della sinistra ha criticato il sindaco di un paese della Sabina che ha pubblicamente difeso la teoria razzista della sostituzione etnica, già cara a Hitler. Il risultato? Quattro mesi di galera con pena sospesa…
Paolo Persichetti, L’unità 15 settembre 2023
Mattia Tombolini accanto a Zerocalcare, Poggio Mirteto, 6 settembre 2023 a «Sei un paese meraviglioso, contro il nulla che avanza»
Diffondere idee razziste, ripescare concetti dal museo degli orrori del fascismo facendo in modo che questi contenuti non siano etichettati come tali e dunque delegittimati, è una strategia che la destra meloniana sta portando avanti da un po’ di tempo. L’egemonia culturale è una ossessione della destra di governo: conquistarla passa attraverso la dissimulazione del reale contenuto storico delle loro posizioni. Chiunque tenti di svelarne il gioco piuttosto scoperto e per nulla nuovo, basti pensare al doppiopetto almirantiano, all’agognata rispettabilità che avrebbe dovuto sottrarli dalla pattumiera della storia dove erano stati relegati a metà del secolo scorso, alla fine del secondo conflitto mondiale e della guerra civile, diventa un obiettivo da abbattere. Chiunque attribuisca il nome esatto alle idee da loro professate va portato in tribunale e possibilmente fatto condannare. Unico modo per far circolare incontrastate le loro posizioni, intimidendo la critica e la libertà di espressione a suon di sentenze e tribunali. Il primo a farne le spese è stato Mattia Tombolini, giovane animatore di Momo edizioni, una casa editrice per ragazzi che sta agitando, con le sue pubblicazioni fresche, irriverenti e coraggiose, il panorama della editoria giovanile. Prima di entrare nel mondo dei libri Tombolini è stato un militante della sinistra estrema romana partecipando alla esperienza innovativa del centro sociale Alexis. Era l’obiettivo perfetto da prendere di mira. Il 10 luglio scorso il tribunale penale di Rieti lo ha condannato a quattro mesi di carcere con pena sospesa (anche se la Cedu ha stabilito che non può più esservi sanzione penale, ovvero il carcere, per il reato di diffamazione) e un risarcimento dei danni alla parte querelante per aver dato del fascista e razzista a un esponente di Fratelli d’Italia, tale Marco Cossu, attualmente sindaco di Casperia, un paesino della Sabina. Il 15 dicembre 2018 nel corso di un convegno sul fenomeno migratorio tenuto presso la biblioteca comunale “Peppino Impastato” di Poggio Mirteto, organizzato dal comune insieme alle associazioni che operano nel settore, Marco Cossu intervenne rilanciando le deliranti teorie della sostituzione etnica. La sortita dell’allora vicesindaco di Casperia suscitò reazioni nel pubblico che ascoltava, il tono razzista e complottista dell’esponente di Fratelli d’Italia venne recepito come una provocazione. Cossu a quel punto si dileguò rapidamente. Un anno dopo sulle pagine di Fb sempre Cossu pubblicava una ode al catrame in un post che inneggiava ad alcune strade da poco asfaltate dalla sua amministrazione («Asfalto? A qualcuno (non) piace caldo») ripreso con accenti canzonatori da un altro esponente della sinistra locale e subito seguito da una lunga serie di commenti frizzanti nei quali l’esponente di Fratelli d’Italia veniva dai più largamente perculato. Il tutto avveniva in un contesto dove gli intervenuti si conoscevano e per questo si lanciavano liberamente lazzi e frizzi, un po’ alla Peppone e don Camillo. Anche Mattia Tombolini scrisse la sua qualificando Cossu come un fascista e razzista per le parole espresse durante il convegno dell’anno precedente. L’aspetto sorprendente in questa vicenda, solo in apparenza di provincia, è il fatto che una querela tanto temeraria sia giunta in giudizio fino alla condanna di Tombolini il cui commento è stato trascelto proprio perché coglieva il nodo della questione, senza irridere e dare dell’ignorante a Cossu come invece altri avevano fatto. Durante il processo è stata largamente affrontata la matrice culturale di estrema destra delle teorie paranoiche e proteiformi della sostituzione etnica, rilanciata con forza nel 2014 da Renaud Camus con il suo Le Grand remplacement ma già presente in alcune pagine del Mein Kampft di Hitler, ripresa dai suprematisti bianchi autori di diversi massacri. La difesa di Tombolini ha ricordato lo sfoggio dell’ascia bipenne o del saluto romano di cui il querelante faceva tranquillamente mostra. «Tutte cose da ragazzini», ha replicato Cossu che rivendica la sua maturazione, il percorso nelle istituzioni, la laurea in scienze politiche, l’esame sulla migrazione dato in facoltà. Ha studiato, è preparato, ha fatto i compitini e quindi anche se professa teorie razziste per lui non può valere la categoria cartesiana, penso dunque sono. Cossu pensa fascista e razzista senza esserlo. Tutte questioni che dovrebbero far parte di un libero dibattito politico-culturale privo di minacce e ipoteche giudiziarie. La magistratura avrebbe fatto bene a tenersi fuori da questa querelle, se è vero che chiunque può sentirsi quello che vuole come è anche vero che l’enunciazione di determinati concetti nello spazio pubblico, tanto più se si rivestono cariche istituzionali, non può esimere dalla possibilità di ricevere critiche. Se si affermano certe idee bisogna poi avere il coraggio di saperle difenderle senza ricorrere alla stampella giudiziaria. Un coraggio che evidentemente a Cossu manca. Se ne riparlerà in appello davanti al tribunale di Roma distante dalle prossimità ambientali tra élites tipiche della provincia. Perché c’è un fatto singolare che colpisce in questa vicenda, ovvero il contesto consociativo. Il legale di Cossu è infatti un esponente del Pd, assessore al bilancio nella giunta di Poggio Mirteto. Una ruolo pubblico e politico da molti ritenuto in contrasto con la tutela legale fornita a Cossu. Cosa ne pensa il Pd nazionale? E’ normale che un suo amministratore tuteli un cliente, per altro svolgendo un ruolo persecutore e non difensore, che professa teorie razziste? Scambiare la libertà di razzismo per la libertà di espressione è la linea politica condivisa nel Pd? Sono in molti a chiederselo in queste ore in Sabina e non solo.
ll 19 marzo 2002 Marco Biagi, giuslavorista consulente del governo Berlusconi, era stato ucciso da quelle che la stampa chiamava «nuove Brigate rosse». Alcune sue lettere email, rese pubbliche nelle settimane successive alla sua morte, avevano suscitato fortissimo imbarazzo tra le forze politiche di governo e d’opposizione. In quei messaggi premonitori, il consulente del governo denunciava la sospensione delle misure di vigilanza e tutela della sua persona e indicava con nome e cognome colui che riteneva il maggiore responsabile del clima di minaccia nei suoi confronti. Parole che, nel giugno 2002, fecero deflagrare il milieu politico, gettando scompiglio nell’intero establishment istituzionale. Ferocissime furono le polemiche accompagnate da reciproche e sanguinose accuse. In quel clima rovente, da ultima spiaggia, dove erano ammessi colpi bassi d’ogni tipo, si verificò l’incredibile gaffe che travolse il ministro degli interni Scajola. Questi, in un colloquio informale con alcuni giornalisti durante un viaggio ufficiale a Cipro (29 giugno 2002), aveva definito Biagi un «rompicoglioni». La frase, divulgata dalla stampa, obbligò il ministro a rassegnare le dimissioni, mentre l’apertura di un’inchiesta giudiziaria sulla mancata scorta di polizia, metteva sotto schiaffo i vertici della polizia di prevenzione (ex ucigos) e della questura bolognese. Il discredito e lo smacco regnavano nelle stanze del Viminale già tramortito dalle vicende genovesi del G8. E’ in quel torbido contesto di grave crisi politica e di forte pregiudizio istituzionale che prese forma l’idea di un coup de théatre risolutore. Un gioco di prestigio, un effetto illusionistico, un trompe l’oeil che potesse risollevare le sorti delle istituzioni (e di alcune poltrone), saldando dietro una ritrovata unità emergenziale maggioranza e opposizione, ridando nel contempo lustro e smalto agli investigatori e alla magistratura. Occorreva insomma, subito un colpevole. Un responsabile di sostituzione cui far indossare gli abiti del reo. Un vero capro espiatorio attorno al quale celebrare la catarsi della ritrovata unità nazionale e del trionfo delle istituzioni, il festino di una baldanzosa e tronfia maggioranza che potesse finalmente levare i calici al cielo. Come poi avvenne in una delle dimore estive del premier in Costa Smeralda tra una barzelletta del Cavaliere e una sonata d’Apicella. L’episodio viene così raccontato in una cronaca apparsa sulla Repubblica del 26 agosto 2002:
«La notizia arriva sabato sera a cena, nella villa del premier, e c’è tanta soddisfazione che parte anche un accenno di applauso al tavolo in cui accanto a Berlusconi siedono il ministro Pisanu, il ministro Stanca, con relative consorti, fra il portavoce Bonaiuti, la moglie e la mamma del Cavaliere. Il capo della polizia telefona al titolare del Viminale, e Pisanu dà in diretta l’annuncio: arrestato il brigatista Persichetti, latitante per l’omicidio Giorgieri. La cena a Villa Certosa, che poi si trasformerà in un vertice sulla sicurezza quando Pisanu e Berlusconi si appartano, diventa così un’occasione per festeggiare il successo delle forze di polizia Soddisfazione che si allarga poi alla pattuglia di una decina di fedelissimi che, attorno alle 23, si presentano a Punta Lada per unirsi alla compagnia: il capo dei deputati europei di Forza Italia Tajani, il vicecapogruppo alla Camera Cicchitto, il responsabile giustizia Gargani, il sottosegretario Viceconte. Per chiudere in bellezza spunta anche la chitarra di Mariano Apicella, musica e canzoni fino a mezzanotte e mezza. Ministro degli Interni escluso: “sono stonato e non ho mai cantato nella mia vita, salvo quando il parroco del mio paese mi scelse per il coro ma solo perché ero arrivato primo al corso di catechismo”.»
Estratto da Esilio e castigo, retroscena di una estradizione, La città del sole 2005
di Pino Narducci, presidente della sezione riesame del Tribunale di Perugia Questione giustizia, 9 giugno 2023 Rivista trimestrale di Magistratura democratica
La vicenda del testimone mendace Alessandro Marini, la fonte primigenia di tutte le dietrologie su via Fani, la moto Honda e l’invenzione degli spari contro il parabrezza del suo Boxer, le venticinque condanne per un tentato omicidio mai avvenuto,approdano sulla rivista di Magistratura democratica
Le ricerche di una moto Honda blue con due brigatisti a bordo iniziano, attraverso le comunicazioni della Sala Operativa della Questura di Roma, non più tardi delle 9:10, quando è appena terminata l’operazione militare delle BR che, in via Fani, conduce al sequestro di Aldo Moro e all’uccisione di tutti gli uomini della sua scorta. Gli inquirenti ritroveranno, abbandonate in via Licinio Calvo, le tre auto usate dal gruppo brigatista in fuga. Tuttavia, la moto non salta fuori e non sarà rinvenuta nemmeno nelle settimane successive, mentre il sequestro si consuma nell’appartamento di via Montalcini. Parallela a questa scorre un’altra vicenda, non meno importante e che anzi si intreccia, come una matassa quasi inestricabile, a quella della Honda e alla identificazione dei suoi due passeggeri. È la storia non di una moto di grossa cilindrata, ma di un motorino, anche abbastanza malmesso, un ciclomotore Boxer verde con parabrezza in plastica, nel marzo ‘78 di proprietà del più importante e longevo testimone dell’agguato di via Fani, Alessandro Marini. I primi ad accorrere sul luogo ove è stata appena trucidata la scorta di Moro, verso le 9:05, sono i poliziotti Marco Di Berardino e Nunzio Sapuppo, componenti dell’autoradio Monte Mario. Quando scendono dall’auto di servizio, Marini si avvicina ai due agenti e fornisce le primissime, rudimentali, informazioni su quello che è appena accaduto. Sinteticamente, racconta di aver visto una moto Honda blue seguire il gruppo dei brigatisti che si è dileguato lungo via Stresa in direzione di piazza Monte Gaudio. I primi ad accorrere sul luogo ove è stata appena trucidata la scorta di Moro, verso le 9:05, sono i poliziotti Marco Di Berardino e Nunzio Sapuppo, componenti dell’autoradio Monte Mario. Quando scendono dall’auto di servizio, Marini si avvicina ai due agenti e fornisce le primissime, rudimentali, informazioni su quello che è appena accaduto. Sinteticamente, racconta di aver visto una moto Honda blue seguire il gruppo dei brigatisti che si è dileguato lungo via Stresa in direzione di piazza Monte Gaudio.
Già alle 10:15, trascorsa solo un’ora dal sequestro Moro, Marini viene sentito dagli uomini della Digos romana. Racconta di aver visto la scena in cui l’on. Aldo Moro viene prelevato dalla Fiat 130, su cui stava viaggiando, per essere messo all’interno di una Fiat 132 (l’auto è quella condotta da Bruno Seghetti e sulla stessa salgono Mario Moretti, Raffaele Fiore e il sequestrato) che si allontana, poi, su via Stresa in direzione Primavalle-Montemario. Il veicolo è seguito da una Honda di grossa cilindrata di colore bleu, a bordo della quale ci sono due individui. Quello seduto sul sedile posteriore, con un passamontagna scuro calato sul viso, esplode vari colpi di mitra nella sua direzione, praticamente ad altezza d’uomo, ma lui non viene colpito. Poi il tiratore, proprio all’incrocio di via Fani con via Stresa, perde il caricatore che resta a terra. Il teste descrive i due soggetti che hanno attentato alla sua vita: se quello seduto sul sellino posteriore ha il passamontagna, Marini, invece, ha visto distintamente il conducente. Ha 20-22 anni, è molto magro, il viso lungo e le guance scavate, insomma somiglia molto all’attore Eduardo De Filippo. Trascorre un mese circa e, il 5 aprile ‘78, Marini fornisce una nuova versione al Pubblico Ministero di Roma. Questa volta, nel suo racconto, il passamontagna scuro “passa” dal volto del passeggero a quello del conducente e così il “sosia” di De Filippo diventa il brigatista seduto sul sellino posteriore. Poi, aggiunge un particolare di non poco conto che non ha riferito la mattina del 16 marzo. Specifica che, quando il passeggero esplode la raffica di mitra, un proiettile colpisce il parabrezza del suo motorino. Così, nel volgere di appena 21 giorni, tra il 16 marzo e il 5 aprile, la ondivaga progressione narrativa di Marini ha il seguente andamento: 1) il conducente, a volto scoperto, è il sosia di De Filippo mentre il passeggero calza un passamontagna; 2) mi correggo, il conducente ha il passamontagna mentre il passeggero è a volto scoperto ed è lui il sosia di De Filippo; 3) il passeggero esplode contro di me una raffica di mitra, ma i proiettili non mi colpiscono; 4) mi correggo, un proiettile esploso dal mitra colpisce il parabrezza del mio motorino. Due mesi dopo, Alessandro Marini viene convocato dal Giudice Istruttore e, in maniera sbalorditiva, racconta che gli è rimasta impressa solo la immagine del conducente della moto Honda, un individuo sui 20-22 anni con il viso lungo e le guance scavate. A distanza di tre mesi dai fatti di via Fani, il teste torna sui propri passi ed anzi, all’insegna del motto “un passo avanti e due indietro”, smentendo seccamente la dichiarazione resa appena due mesi prima, colloca di nuovo «il brigatista con il volto di Eduardo de Filippo» alla guida della moto. Nel settembre ‘78, modifica di nuovo la propria narrazione. Al Giudice riferisce di aver visto bene i terroristi a volto scoperto, tranne quello che è alla guida della Honda bleu. Il passeggero della moto spara alcuni colpi di arma da fuoco ed uno di essi colpisce la parte superiore del parabrezza, rompendolo. Marini informa il Giudice che, a casa, conserva i frammenti del parabrezza. Ma se Marini, come lui racconta, ha visto il volto di tutti i brigatisti presenti in via Fani, ad eccezione di quello di colui che guida la moto, in realtà implicitamente dichiara che quest’ultimo indossa il passamontagna! La Digos procede al sequestro di due frammenti del parabrezza del ciclomotore Boxer. In questa occasione, Marini è puntiglioso nel precisare che i terroristi hanno colpito il parabrezza del motorino mandandolo in pezzi. Nel gennaio ’79, di nuovo convocato dal Giudice Istruttore, Marini conferma che il parabrezza viene colpito dalla raffica esplosa dal passeggero della Honda. Sostiene di aver ricevuto minacce telefoniche e rifiuta di sottoscrivere il verbale. Infine, depone nel corso del processo Moro 1 davanti la Corte di Assise di Roma. I giudici riportano fedelmente la sua deposizione nella sentenza di primo grado: «…Al di là dell’incrocio, fermi sull’angolo di Via Fani, c’erano quattro individui indossanti una divisa bicolore, ed esattamente giacca bleu e pantaloni grigi, con berretto. Per terra, a fianco di costoro, una grossa borsa nera. Dall’altro lato della strada si trovavano tre autovetture. Dalla Fiat 128 targata CD uscirono l’autista e la persona che gli sedeva accanto e, avvicinatosi alla macchina dell’on. Moro, scaricarono le loro pistole lunghe sull’autista e sul carabiniere accanto. Contemporaneamente i quattro vestiti da aviatori aprirono il fuoco violentemente. Dall’Alfa Romeo di scorta uscì fuori un uomo con la pistola in mano: contro quest’ultimo continuarono a sparare due individui che, oltre a quelli vestiti da aviatori, erano in borghese ed avevano quasi contemporaneamente già aperto il fuoco. In conclusione sino ad ora operarono otto persone, tutti maschi. Poi arrivò, quasi comparendo dal nulla, una Fiat 132 bleu, seguita da una Fiat 128 chiara: dalla Fiat 132 scura uscirono due uomini che, calmissimi, si avvicinarono alla macchina di Moro e lo tirarono fuori dalla portiera posteriore sinistra. L’onorevole era in uno stato di abulia, inerme e non mi pare che fosse in alcun modo ferito. Lo caricarono sul sedile posteriore e si allontanarono per Via Stresa andando a sinistra. Nella 128 bianca che tallonava la 132 vi erano altri due individui. Fino ad ora di tutte le dodici persone nessuna era mascherata. In quel frangente mi accorsi di una moto Honda di colore bleu di grossa cilindrata sulla quale erano due individui, il primo dei quali era coperto da un passamontagna scuro e quello dietro che teneva un mitra di piccole dimensioni nella mano sinistra, sparò alcuni colpi nella mia direzione, tanto che un proiettile colpiva il parabrezza del mio motorino. Il mitra si inceppò, cadde un caricatore che finì a terra quasi all’angolo tra Via Fani e Via Stresa davanti al bar Olivetti. Mi colpì il fatto che l’uomo che teneva il mitra sulla moto, pur essendo giovane, somigliava in maniera impressionante a Eduardo De Filippo». La circostanza raccontata da Marini è incontestabilmente vera. In via Fani un mitra si inceppa ed un caricatore perso da un brigatista viene effettivamente rinvenuto sul luogo del delitto. Se si osservano le foto scattate durante la fase del sopralluogo, è ben visibile, sulla pavimentazione stradale, un caricatore accanto ad un berretto da aviere. Tuttavia, non è quello perso dall’equipaggio della Honda. Si tratta del caricatore del mitra M12 usato dal brigatista Raffaele Fiore durante l’azione. Fiore, però, non è a bordo di una moto, ma, vestito da aviere, è posizionato in via Fani, dietro le fioriere del bar Olivetti, accanto a Morucci, Gallinari e Bonisoli. Il suo ruolo consiste nell’esplodere colpi di arma da fuoco contro i componenti della scorta dell’on. Moro, ed il suo mitra si inceppa, per due volte.
Marini, però, non è l’unico teste oculare dell’agguato.
Giorgio Pellegrini, dopo aver sentito colpi di arma da fuoco, esce sul terrazzo ed assiste alla sparatoria. Agli inquirenti offre questo racconto: «…Mentre i citati individui erano nel crocevia sopra riferito ed uno di essi sparava, ho visto una persona, che non so descrivere, a bordo di una motoretta, mi pare una moto vespa, percorrere l’ultimo tratto di via Stresa in direzione del citato crocevia. L’uomo che era alla guida, vista la scena davanti a sè, si è fermato, ha buttato la moto per terra ed è fuggito. Dalla posizione in cui io mi trovavo non posso dire se abbia proseguito a piedi, se sia ritornato sui suoi passi o si sia nascosto nelle vicinanze». §Appare realmente difficile ipotizzare che la persona che, atterrita, butta la moto a terra e fugge, senza peraltro che nessuno abbia sparato contro di lui, sia diversa da quella che corrisponde al teste Alessandro Marini. Giovanni Intrevado, giovanissimo poliziotto del Reparto Celere, fuori dal servizio, arriva con la propria Fiat 500 all’intersezione di via Fani con via Stresa proprio nel momento in cui i brigatisti stanno sparando contro le auto della scorta di Moro. Barbara Balzerani – che svolge le mansioni di “cancelletto” inferiore per impedire che l’operazione possa essere intralciata dal passaggio casuale di estranei – gli punta contro il mitra Skorpion che ha nelle mani e gli intima di fermarsi. Intrevado osserva la scena del prelevamento di Moro e la fase della fuga delle auto dei brigatisti. Si trova, quasi esattamente, nello stesso posto in cui dovrebbe trovarsi Marini, ma il testimone non fa mai cenno alcuno ad una persona a bordo di un motorino contro la quale vengono esplosi colpi di mitra. Solo dopo, quando si avvicina ai corpi del maresciallo Leonardi e dell’agente Iozzino, passa accanto a lui, a bassa velocità, una moto di grossa cilindrata di marca giapponese, con due giovani a bordo, a volto scoperto, che infine si dirige verso via Stresa. Alcuni anni dopo, Intrevado precisa che, tra i due giovani della moto, era posizionato un mitra. Ma il racconto del giovane poliziotto, che ricorda il passaggio di un mezzo di grossa cilindrata, non collima affatto con quello di Marini: la moto non è presente durante la fase dell’agguato, ma compare sulla scena solo quando l’azione di fuoco è già terminata.
I giudici che, nel marzo 1985, scrivono la sentenza di appello del processo Moro 1 e bis non esitano ad esprimono perplessità sulla testimonianza di Marini: «…Invero, per quanto riguarda il numero, solo il teste Marini parla di un numero di persone superiore a nove. Ma, la versione fornita dal predetto teste appare essere più una ricostruzione “a posteriori” del fatto. Se egli fosse stato presente all’intero svolgimento della vicenda – come afferma – sarebbe stato notato da qualcun altro dei testi. Tutti gli altri testimoni, invece, riferiscono ognuno o un momento o parte del fatto, e le loro testimonianze, collegate, offrono una ricostruzione dell’azione che, nel numero dei partecipanti e nelle modalità di svolgimento, corrisponde di più a quella data da Morucci». Tra il 1983 e il 1994, vengono pronunciate le sentenze di condanna definitive nei confronti di ventiquattro persone responsabili, a vario titolo, di concorso nel tentato omicidio di Alessandro Marini. Ma la definitività delle sentenze non significa affatto la fine delle dichiarazioni del testimone che anzi, dal 1994 al 2015, fornisce altre importanti informazioni sulla propria vicenda, di fatto facendo in modo che, progressivamente, la verità giudiziaria cominci a discostarsi, sempre più sensibilmente, dalla verità storica. Proprio nel ‘94, fornisce una clamorosa nuova versione dei fatti di cui è stato, al tempo stesso, vittima e protagonista ben 15 anni prima. Dopo aver osservato i due frammenti del parabrezza del suo motorino, Marini ricorda che, nei giorni precedenti il 16 marzo ’78, il mezzo è caduto dal cavalletto ed il parabrezza si è incrinato. Prima di sostituirlo, ha messo dello scotch per tenerlo unito. Però, in via Fani, il parabrezza si infrange cadendo a terra e si divide in due pezzi. Venti anni dopo, nel maggio 2014, torna a sedersi davanti ad un magistrato per riferire testualmente: «L’uomo che era alla guida della moto indossava un passamontagna, l’uomo che si trovava dietro, quello che sparò verso di me, era a volto scoperto e somigliava ad Eduardo de Filippo». Effettuando una ennesima torsione narrativa, il teste sconfessa le sue precedenti dichiarazioni e sostiene che il conducente della Honda indossa il passamontagna mentre il brigatista seduto dietro è quello che somiglia a Eduardo De Filippo.
Questa, però, non è ancora l’ultima dichiarazione di Marini.
Il 16 marzo 1978, in via Fani angolo via Stresa, vengono scattate, non solo ad opera degli inquirenti, centinaia di fotografie ed effettuate riprese filmate dei luoghi dell’agguato brigatista. A partire dagli anni ’90, foto e filmati vengono pubblicati in decine di siti web. Alcuni studiosi della vicenda Moro fanno così una singolare scoperta. In diverse immagini di via Fani e di via Stresa, è possibile vedere nitidamente un motorino con il parabrezza attraversato da una vistosa fascia di scotch di colore marrone. Il parabrezza è integro ed è attraversato in diagonale dalla fascia di scotch marrone. In tutte le immagini, il ciclomotore Boxer è parcheggiato sul marciapiede, in corrispondenza della insegna “Snack Bar-Tavola Calda” del bar Olivetti, tra un’auto Alfa sud di colore giallo (si accerterà che si tratta dell’auto con la quale Domenico Spinella, dirigente la DIGOS romana, è arrivato in via Fani) ed una volante della Polizia di Stato. Nel giugno 2015, nel corso di una audizione, lo storico Marco Clementi – autore di rigorosi saggi sulla vicenda Moro e sulla storia delle BR – consegna ai parlamentari della Commissione Moro proprio una di queste foto. Anche il procuratore aggiunto della Repubblica di Roma, Franco Ionta, ha occasione di esprimere le proprie convinzioni ai parlamentari e, a proposito del Marini, di manifestare sfiducia sulla affidabilità del teste: «…si, che sosteneva che gli avessero sparato con una mitraglietta; prima diceva che a sparare fosse stato il passeggero e poi diceva che fosse stato il conducente della moto. La mia sensazione…deriva dalla sedimentazione di tuto questo lavoro pluridecennale che ho fatto al riguardo sulle metodiche di funzionamento delle BR, su come facevano le inchieste e su come facevano gli attentati. Io ho maturato la convinzione che una presenza spuria rispetto a che aveva organizzato l’agguato di via Fani sia proprio incompatibile con lo schema di funzionamento delle BR…». La Commissione parlamentare affida al Servizio della Polizia Scientifica il compito di ricostruire la dinamica dell’agguato di via Fani. Federico Boffi, dirigente del Servizio, espone le conclusioni dell’attività svolta. Quando passa a valutare le dichiarazioni dei principali testimoni, segnala che l’osservazione del teste Marini «non è del tutto coerente con i dati in nostro possesso. La presenza di un’altra persona che esplode dei colpi qui per noi non è compatibile». Boffi è ancor più preciso: «la moto può essere passata, ma non ha lasciato per noi tracce evidenti. Per noi, per la ricostruzione della dinamica, è impossibile posizionare questa motocicletta. Rispetto alle traiettorie che abbiamo determinato non c’è alcuna traiettoria che potrebbe essere compatibile con dei colpi esplosi da un veicolo in movimento rispetto alle posizioni che abbiamo già identificato». Ed ancora: «…tutte le armi utilizzate hanno espulsioni verso destra. Se la moto, come sembra, anzi come è, si muoveva in direzione di via Stresa venendo da via del forte Trionfale, l’espulsione dei bossoli a destra li avrebbe dovuti mandare verso le autovetture ferme, se dalla moto avessero sparato in direzione di Marini. In realtà i bossoli…appartengono a queste sei armi…se un’arma è stata utilizzata sulla moto, doveva essere una di queste sei, perché non ci sono bossoli estranei…». Se ancora residuano dubbi, a questo punto molto pochi in verità, questi vengono fugati proprio dal testimone che compare davanti ai parlamentari della Commissione di inchiesta. La relazione della Commissione, approvata il 10 dicembre 2015, contiene ampi riferimenti alla testimonianza: «…Ad Alessandro Marini sono state mostrate alcune immagini estrapolate da un video dell’epoca, che raffigurano un motociclo verde, modello Boxer, con il parabrezza tenuto unito con dello scotch posto trasversalmente, con una guaina copri gambe di colore grigio, parcheggiato in via Fani, sul marciapiedi, all’altezza del bar Olivetti, accanto a un’Alfa sud e a una volante. Marini, osservando le fotografie, ha riconosciuto senza esitare il proprio motoveicolo e ha affermato che sicuramente lo scotch era stato applicato da lui prima del 16 marzo 1978, come aveva già affermato in occasione di dichiarazioni rese il 17 maggio 1994 dinanzi al pubblico ministero Antonio Marini. Alessandro Marini ha aggiunto di ricordare che il 16 marzo, di ritorno dalla Questura dove era stato portato per rendere dichiarazioni, nel riprendere il motociclo si era accorto che mancava il pezzo superiore del parabrezza che era tenuto dallo scotch e di aver perciò ritenuto che fosse stato colpito da proiettili». La relazione poi prosegue: «…Per il fatto che quel giorno l’ho trovato senza un pezzo di parabrezza, io ho ritenuto che fosse stato colpito dalla raffica esplosa nella mia direzione dalla moto che seguiva l’auto dove era stato caricato l’onorevole Moro. Non ho ricordo della frantumazione del parabrezza durante la raffica; evidentemente quando poi ho ripreso il motorino e poiché mancava un pezzo di parabrezza ho collegato tale circostanza al ricordo della raffica. Tali considerazioni le faccio solo ora e non le ho fatte in passato perché non avevo mai avuto modo di vedere le immagini fotografiche mostratemi oggi, da cui si nota che il parabrezza appare nella sua completezza, seppur con lo scotch…».
La deposizione all’organismo presieduto dall’On. Fioroni, chiude, in maniera definitiva, l’infinita vicenda del testimone Marini. Se il parabrezza del ciclomotore – come dimostrano in maniera inoppugnabile le fotografie – nelle ore successive alla consumazione dei fatti terribili accaduti in via Fani intorno alle 9:02 del 16 marzo 1978 è ancora tenuto insieme con lo scotch, cioè è ancora integro, esattamente come quando Marini era uscito di casa, è impossibile sostenere che qualcuno, seduto su una Honda, abbia esploso una raffica di mitra contro il testimone. La deposizione alla Commissione Moro segna l’epilogo di una vicenda, iniziata alle 10:15 del 16 marzo ’78, e poi dipanatasi per ben 37 anni! La deposizione alla Commissione Moro segna l’epilogo di una vicenda, iniziata alle 10:15 del 16 marzo ’78, e poi dipanatasi per ben 37 anni! Un arco temporale smisuratamente ampio, qualcosa che, prendendo in prestito la celebre definizione che del ‘900 ha dato il grande storico inglese Eric Hobsbawm, potremmo definire il “secolo breve” della testimonianza più lunga e controversa della storia giudiziaria italiana.
E l’epilogo non sembra essere particolarmente brillante per il suo protagonista.
Archivi – L’ex pm Luciano Violante da poco eletto parlamentare nelle liste del Pci chiede a Magistratura democratica di mettere da parte il garantismo. «Non preoccupa – sosteneva – l’uso strumentale delle garanzie processuali, ma il richiamo al garantismo come formadi rafforzamento delle organizzazioni terroristiche». Intervento apparso sull’Unità del 27 settembre 1979
Mentre volgeva al termine l’intensa stagione di conflittualità che aveva favorito importanti conquiste sociali, miglioramenti economici, nuove tutele, spazi di democrazia reale nei luoghi di lavoro, migliori condizioni di vita per le classi lavoratrici, allargando la platea dei diritti e dei bisogni rivendicati e fatto emergere nuovi soggetti sociali e nuovi movimenti, si apriva ad Urbino, alle fine del settembre 1979 il quarto congresso di Magistratura democratica, i giudici di sinistra per intenderci. Suddivisi in diverse correnti animate da un dibattito che aveva traversato le passioni dei due precedenti decenni, i magistrati erano davanti ad un bivio: la penetrazione del diritto nei processi sociali ed economici, il ruolo di supplenza affidato loro dalla politica per reprimere la stagione della sovversione sociale e della lotta armata, avevano attribuito alla magistratura una funzione sempre più centrale. Cosa dovevano farsene? Quale erano i nuovi campiti per la nuova stagione che la retata del 7 aprile di pochi mesi prima aveva annunciato con forza? Luciano Violante, ex pm alla procura di Torino poi agli uffici legislativi del ministero della giustizia, dove si era occupato delle attività di contrasto giuridico al terrorismo, divenuto parlamentare del Pci da pochi messi, spiegava sulle pagine dell’Unità, senza tanti giri di parole, che il garantismo aveva fatto ormai il suo tempo. Era alle porte la stagione della «repressione disciplinare», come la definirà Giovanni Palombarini, ma soprattutto il Pci, convinto dell’attualità della propria candidatura alla guida del Paese, riteneva ormai d’intralcio il garantismo e l’uso alternativo del diritto. Il mutamento di rotta era drastico e il dibattito sul significato del garantismo che aveva visto confrontarsi in passato tre linee, cambiava di segno. Alla precedente scuola della “creazione giuridica”, che attraverso un uso dell’interpretazione e delle fonti mirava al reintegro del dettato costituzionale di fronte all’inerzia o al sabotaggio legislativo della politica conservatrice e restauratrice, attività che trasformava la magistratura da vecchio organo burocratico asservito alle gerarchie dello Stato-apparato a «soggetto istituzionale indipendente, operante come momento di raccordo fra lo Stato e la società civile», si opponeva un ritorno alla certezza del diritto, inteso come ruolo conservativo della funzione giurisdizionale di fronte alle modificazioni della società o all’emergere di equilibri più avanzati o nuove domande e bisogni sociali. Le altre due linee, quella che riteneva il garantismo uno baluardo per difendersi dallo Stato, e la terza, minoritaria, che vi vedeva uno strumento per l’organizzazione della lotta di classe, soccombevano davanti ad una rivalutazione della funzione coercitiva dello Stato, posizione che apprezzava la nuova legislazione d’emergenza purché ricondotta «nell’alveo della solidarietà e della mobilitazione democratica». Si stavano lentamente creando i presupposti che, confermando l’iperattivismo giudiziario, vedranno alla fine del decennio ottanta il passaggio dalla figura del giudice «guardiano della costituzione» al «giudice sceriffo», investito di un ruolo di supplenza «del potere giudiziario, in caso di assenza o di carenze del legislativo», che rivendicherà per sé un ruolo politico decisivo e una competenza illimitata che minerà i parametri classici della tripartizione dei poteri. Si chiudeva così la parabola avviata decenni prima. Di fronte al richiamo della statualità l’originario impianto della teoria dell’interferenza escogitato con iniziali intenti progressisti si risolveva nel suo contrario: un efficiente apparato concettuale impiegato per definire modelli di regolazione disciplinare della società.
La giustizia è in crisi che fanno i giudici?
Luciano Violante L’Unità, 27 settembre 1979
Il quarto congresso di Magistratura Democratica che inizia domani ad Urbino. può costituire un’occasione di particolare importanza per avviare in termini nuovi una riflessione sullo stato della giustizia, sui compiti e sulle responsabilità dei giudici. […] La difficoltà di costruire una nuova egemonia ha frenato la cultura delle riforme istituzionali proprio quando si trattava di tradurre la progettualità teorica della prima metà degli anni settanta in quei meccanismi di spostamento di potere che sono tipici di un effettivo processo riformatore; l’impasse ha favorito la produzione di leggine settoriali ed ha prodotto nelle leggi più organiche elementi di ambiguità o addirittura silenzi su questioni di particolare rilievo: ciò è avvenuto ad esempio, per la legge sull’equo canone e per quella sull’aborto. Contemporaneamente l’attuazione di alcuni fondamentali principi della Costituzione, la novità dei processi sociali, l’emergere di nuovi soggetti politici hanno prodotto radicali mutamenti nella struttura stessa del partito. Appaiono sempre più superate le tradizionali distinzioni tra diritto pubblico e diritto privato. L’attuazione della riforma regionale e lo svilupparsi delle autonomie locali hanno dato vita ad un diritto amministrativo assai diverso da quello precedente, non più rotante attorno ad un rapporto di particolare prevalenza dello Stato nei confronti del cittadino, ma ancora privo di stabili coordinate. Gli studiosi del diritto privato hanno constatato lo sgretolamento dell’impianto concettuale del codice civile a causa del moltiplicarsi delle sedi di produzione legislativa (da quella comunitaria a quelle regionali) e perché la tutela degli interessi privati richiede sempre più spesso, oltre all’azione dei soggetti privati, l’intervento di organi pubblici: è un sistema di reciproci impegni tra interi pubblici e soggetti privati assai diverso dai vecchi capisaldi dell’autorizzazione e della concessione amministrativa, ma con linee di evoluzione ambigue, come dimostra la storia dell’intervento pubblico nell’economia. […] Il diritto è uno strumento di tutela, di partecipazione e di governo ed incide profondamente nella vita sociale e nel costume politico; la crisi del diritto può aprire la strada ad importanti trasformazioni sociali se si ha la forza e la volontà di dirigerla. Ma spesso in questi momenti, attorno alla vecchia scienza giuridica si accorpano interessi potenti, che puntano alla riscoperta delle tranquillizzanti mitologie della neutralità del diritto e del giurista per servirsene come mezzo per la ricomposizione delle proprie contraddizioni e di superamento della propria crisi. Non è impossibile che forze conservatrici si muovano in questa direzione per ricondurre la crisi del vecchio sistema alla non-controllabilità dei giudici, denunciando la loro indipendenza e proponendone limitazioni. Gli approcci, per ora indiretti, alla questione della responsabilità politica, della responsabilità cioè delle scelte discrezionali del giudice, indicano questo come il terreno sul quale potranno avvenire i primi a fondo. Magistratura Democratica è consapevole di questi problemi? Ha colto che è in atto una durissima lotta tra vecchio e nuovo Stato, e che la giustizia può essere uno dei terreni privilegiati per questo scontro? Con quali idee e con quali analisi va al suo congresso? I punti fermi della relazione del segretario Salvatore Senese restano la giurisprudenza alternativa e il garantismo. D’accordo: ma bisogna entrare più nel merito delle questioni perché si tratta di politiche istituzionali alle quali occorre dare un obiettivo per non farne pure e semplici etichette. La giurisprudenza alternativa, non come giurisprudenza di colore, ma come interpretazione del diritto alla luce dei fondamentali diritti costituzionali, poteva avere di per sé un significato di rottura dieci anni fa, quando dall’altra parte c’era il monolitismo della Cassazione, l’ideologia della neutralità del diritto e del giudice; ma oggi? Anche quei magistrati che andando ben oltre le proprie prerogative, hanno sindacato atti di pura discrezionalità politica, potrebbero rivendicare l’alternatività della loro giurisprudenza e forse con qualche ardimento linguistico riuscirebbero a trovare nella costituzione perfino un puntello formale. Il garantismo è insieme una filosofia dei rapporti tra i cittadini e tra cittadini e stato, una politica istituzionale e una tecnica interpretativa delle leggi: ma in un sistema a maglie così larghe come il nostro può essere usato per le finalità più diverse. Non preoccupa certo l’uso strumentale delle garanzie processuali che fanno alcuni imputati, è un loro diritto. Preoccupa invece il richiamo al garantismo come forma di rafforzamento delle organizzazioni terroristiche cui fanno riferimento alcuni documenti dell’Autonomia organizzata (vedi «Lotta Continua» del 25 luglio). […]
Forzatura dopo forzatura va avanti l’inchiesta della procura della Dda Torino sulla sparatoria alla cascina Spiotta, nella quale trovarono la morte quarantotto anni fa l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la brigatista Mara Cagol. La vicenda, ormai prescritta dal punto di vista giuridico ma tenuta proceduralmente in vita dalla procura torinese grazie ad un espediente: l’uso di una aggravante (l’aver commesso un nuovo reato per sottrarsi ad uno precedente) che l’ex legge Cirielli non consente più di riequilibrare nel calcolo tra aggravanti e attenuanti, rendendo di fatto automatuica la pena dell’ergastolo e dunque l’imprescrittibilità. A questa prima circostanza se ne è aggiunta una seconda, «abnorme»: Lauro Azzolini, prosciolto con formula piena dal giudice istruttore di Alessandria che condusse la prima indagine, quando vigeva il vecchio codice di procedura penale Rocco, è tornato indagabile grazie alla revoca da parte del Gip di Torino della vecchia ordinanza-sentenza nel frattempo scomparsa nella alluvione del fiume Tanaro che nel 1994 colpì Alessandria e gli archivi del tribunale e che, per questo motivo, nessuno, l’accusa, la difesa e il Gip stesso, hanno mai potuto leggere. Una revoca alla cieca, insomma. In Alice nel paese delle meraviglie la regina di cuori sovvertendo le regole pronunciava la fatidica frase: «prima la sentenza poi il processo», ora è molto peggio, si processa e si vorrebbe condannare senza nemmeno la sentenza.
Tiziana Maiolo – L’Unità 17 Maggio 2023
Riscrivere la storia di cinquant’anni fa in un’aula giudiziaria. È il senso della decisione di una giudice di Torino di annullare una sentenza con cui un esponente delle Br, Lauro Azzolini, era stato assolto dall’accusa di aver sparato e ucciso un carabiniere e poi di essere scappato. La sentenza è sparita, forse annegata in un’alluvione. Ma va comunque revocata e l’ottantenne ex brigatista va riportato alla sbarra.
E poi, che cosa ve ne fate? Così disse Adriano Sofri di fronte alla possibilità che la terra di Francia “restituisse” all’Italia i suoi figli ex trasgressori e ora pacificati settantenni e ottantenni. Cosa che non avvenne perché diversi giudici, fino alla cassazione, presero le distanze dai procuratori allineati con il governo Macron e anche con quelli di Draghi e di Meloni. E quei giudici parlarono, tra l’altro, del diritto-dovere di considerare il tempo che passa e i cambiamenti delle persone. Senza questa naturale forma di oblio, lasciando la memoria agli storici più che ai giudici, esiste solo la vendetta. Che non è pane per lo Stato di diritto.
Una lezione che ha le radici nella “dottrina Mitterrand”, ma anche, per restare in terra italiana, nel diritto romano. Corpi estranei per certe procure e per certi organi antiterrorismo. Diversamente non avrebbe (non ha) senso il fatto che alla procura di Torino si stia cercando di resuscitare la preistoria del terrorismo italiano. Coinvolgendo in un tragico sequestro di persona di cinquanta anni fa l’ottantenne fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio, con la formuletta, che credevamo solo craxiana, del “non poteva non sapere”. E poi, addirittura con un’accusa di omicidio, l’ottantenne ex brigatista Lauro Azzolini. Eppure sta succedendo.
Una pm della Dda, Diana de Martino, e due colleghi della procura di Torino, Emilio Gatti e Ciro Santoriello, stanno indagando da un anno e mezzo, hanno convocato un bel gruppo di ottantenni ex brigatisti, poi hanno emesso un’informazione di garanzia a carico di Renato Curcio per un sequestro di persona, nella sua veste di fondatore delle Brigate Rosse. E lui ha risposto, per nulla intimidito, fatemi sapere piuttosto come è morta mia moglie Margherita. Così ha squarciato il velo sulla storia di quel che accadde quarantotto anni fa in una cascina del Monferrato dove le Brigate Rosse avevano per la prima volta tenuto prigioniero, dopo averlo sequestrato vicino a casa, un imprenditore, il “re dello spumante” Vittorio Vallarino Gancia, morto novantenne pochi mesi fa.
E’ paradossale, il paradosso della giustizia italiana, che stiamo raccontando una storia che pare quasi ambientata in una casa di riposo. Perché questa generazione di procuratori-storiografi pare non accontentarsi più delle indagini sulla mafia di trent’anni fa, ma ha la pretesa di fare una “nuova giustizia” anche sul terrorismo di cinquant’anni fa. Così, dal momento che la giudice delle indagini preliminari di Torino, Anna Mascolo, ha deciso ieri di accogliere la richiesta dei procuratori, si riapriranno ufficialmente le indagini su un tragico fatto del 5 giugno 1975, quando alla cascina Spiotta, tra le colline dell’alessandrino, dove le Br tenevano segregato Vittorio Vallarino Gancia, in un conflitto a fuoco con i carabinieri, furono uccisi l’appuntato Giovanni D’Alfonso e la brigatista Margherita Cagol, nome di battaglia “Mara”. Un secondo esponente delle Br era riuscito a fuggire. Non è stato mai identificato in tutti questi anni, nonostante le indagini abbiano tentato di portare alla sbarra in particolare Lauro Azzolini, che però fu assolto da un giudice istruttore, con il vecchio rito, per non aver commesso il fatto.
Ora l’ex capo della colonna torinese delle Br è iscritto nel registro degli indagati per omicidio, sulla base di due labilissimi indizi tra loro collegati. Il primo: le perizie dei Ris avrebbero rilevato 11 impronte digitali di Azzolini sui fogli dattiloscritti di una relazione che su quei fatti avrebbe stilato una fonte interna al gruppo terroristico e che è stata ritrovata in una base logistica di Milano. Quelle impronte, sostengono gli investigatori, sembravano intrise di sudore, sintomo di uno stato emotivo, come se chi aveva tenuto quei fogli in mano fosse stato la stessa persona che li aveva scritti. E chi, se non il protagonista stesso di quella tragica giornata? Il secondo indizio l’avrebbe fornito lo stesso Renato Curcio, il quale, in un suo libro, ha sostenuto che quella relazione, che era girata tra diverse mani, dava la versione esatta dei fatti per come erano accaduti, perché era stata scritta dall’esponente delle Br che era stato presente. Ma che cosa dimostra che fosse proprio Azzolini e non uno dei tanti che quei fogli avevano avuto in mano?
Nell’udienza che si è svolta il 9 maggio nell’ufficio della gip di Torino, naturalmente l’avvocato Davide Steccanella, difensore di Azzolini, ha potuto con una certa facilità dare battaglia proprio a partire dalla fragilità degli elementi indiziari raccolti dall’accusa. Il primo è addirittura paradossale, perché l’atto istruttorio che il 3 novembre 1987 ha assolto Lauro Azzolini per non aver commesso il fatto è sparito. Ma è sul merito dell’inchiesta che si mostra la debolezza di questa nuova pretesa punitiva. Intanto le date. Il fatto tragico della cascina Spiotta è del 5 giugno 1975, il ritrovamento del memoriale è di oltre sette mesi dopo, il 18 gennaio 1976 nell’appartamento milanese di via Maderno, quando i fogli sono già passati di mano in mano e non si sa chi li abbia consegnati a Renato Curcio. Lui nel libro, scritto nel 1993, quindi a quasi vent’anni di distanza, ricorda che quel testo era stato scritto da un militante che era stato presente ai fatti tragici di quel giorno. E avanza molti dubbi sulla dinamica di quella sparatoria e sull’uccisione di Mara Cagol, che potrebbe esser stata colpita mentre era con le braccia alzate in segno di resa.
Ma c’è un punto centrale: la descrizione che del brigatista fuggitivo avevano fatto tutti coloro che erano presenti quel giorno alla cascina Spiotta, cioè i tre carabinieri sopravvissuti, il maresciallo Cattafi, l’appuntato Barberis e il tenente Rocca, oltre al sequestrato Vallarino Gancia. Descrivono l’esponente delle Br come alto tra un metro settanta e uno e settantacinque, centimetro più centimetro meno. Ora va detto che Lauro Azzolini era alto oltre uno e novanta, statura rarissima negli anni settanta. Sarebbe stato descritto come un omone e sarebbe stato notato per questa sua particolarità, se fosse stato lui a essere presente e a sparare. Ma ha senso tutto ciò? Che giustizia è -lo diciamo anche ai figli dell’appuntato Giovanni D’Alfonso, ucciso in quel conflitto- quella che arriva cinquant’anni dopo? E che poi magari non arriva perché, ammesso che si giunga a un rinvio a giudizio e poi al primo e secondo e terzo grado di processo, sarà poi inevitabile arrivare a una dichiarazione di prescrizione. E all’ennesimo fallimento dello Stato di diritto.
Pubblichiamno alcuni estratti del libro “La polizia della storia, la fabbrica delle false notizie nell’affaire Moro”, all’interno del quale si raccontano i retroscena della cattura di Cesare Battisti in Bolivia, la clonazione del telefono del suo avvocato e l’intercettazione dell’intera attività difensiva, condotta dalla digos su mandato della procura milanese, una volta incarcerato in Italia
«L’attività che ha condotto alla cattura di Cesare Battisti – scriveva la Digos in un rapporto del 24 gennaio 2019 – ha avuto inizio il 16 ottobre 2018 con la richiesta di delega alla Procura generale per l’espletamento dell’attività tecnica»(1). Dodici giorni prima della elezione del leader della destra Jair Bolsonaro alla Presidenza della repubblica brasiliana si erano attivate le intercettazioni sulle linee telefoniche in uso a Battisti ma dopo il 31 ottobre queste risultavano silenti. L’irreperibilità ufficiale di Battisti veniva accertata il 13 dicembre 2018, quando funzionari della Polizia italiana si erano recati a San Paolo per prenderlo in consegna dopo che Bolsonaro aveva revocato l’asilo concesso dall’ex Presidente Lula, incarcerato nel frattempo a seguito di una sorta di «golpe giudiziario».
L’informatore Secondo la Polizia Battisti si era allontanato nel mese di novembre. Ricorrendo a servizi tecnici «esterni» – è scritto sempre nel rapporto – veniva ricostruito il percorso effettuato dall’ultimo telefono cellulare di Battisti. L’informazione decisiva perveniva però attraverso un metodo classico, la delazione: da un account di posta elettronica dal nome estremamente evocativo, «judas3636@gmail.com», martedì 4 dicembre 2018, alle ore 16.32, giungeva all’ufficio visti delle sede diplomatica italiana di La Paz il seguente messaggio: «Buon giorno, potremmo fornire informazioni preziose su una persona che state cercando da molto tempo, ciò che vorremmo sapere è cosa potrebbe guadagnare la persona che prende il rischio di fornire informazioni sulla sua posizione esatta. Stiamo parlando di Cesare Battisti. Buona giornata». Il giorno successivo l’autore del messaggio veniva identificato: viveva a Santa Cruz de la Sierra, dove immediatamente si concentrarono le indagini. Il rapporto citava il nome di un altro cittadino boliviano che pare avesse preso in consegna Battisti al suo ingresso nel paese. Le verifiche accertarono che «Judas» e questo secondo uomo erano in contatto e che insieme avevano raccolto Battisti dalla frontiera brasiliana per condurlo in un hotel di Santa Cruz, dove aveva soggiornato dal 16 novembre al 21 dicembre. «Il 7 gennaio perveniva una segnalazione della Digos di Milano concernente la possibile presenza del ricercato nella città di La Paz», a scriverlo in un secondo rapporto erano la Dcpp e lo Scip(2). Le indagini si spostarono nella capitale boliviana, dove Battisti cercava di ottenere protezione da parte delle autorità attraverso contati con settori politici. Appariva chiaro che il suo ingresso in Bolivia era avvenuto in modo precipitoso senza un’adeguata preparazione con contatti politici di livello. Grazie al controllo di una serie di telefoni intestati a prestanome, l’uso d’informazioni d’intelligence che utilizzavano fonti molto informate e servizi di appostamento in settori precisi della città, la trappola attorno al ricercato si chiudeva inesorabilmente, finché nel pomeriggio del 12 gennaio 2019 veniva riconosciuto in strada da agenti della polizia locale e tratto in arresto.
La Digos clona il telefono dell’avvocato Nel mese di gennaio, mentre si stringeva il cerchio attorno al latitante, la Digos milanese lavorava sul telefono di un suo familiare italiano da lui più volte contattato. Dopo l’iniziale intercettazione della linea telefonica, come da prassi erano stati chiesti al gestore i tabulati con il traffico pregresso. Infine il telefonino era stato clonato, una tecnica che consente di poter leggere da remoto tutte le conversazioni via social che sfuggono alle normali intercettazioni della linea telefonica. Dall’analisi del traffico degli ultimi due anni, trattenuti per legge, emergevano dei contatti tra me e il familiare risalenti all’ottobre del 2017, quando Battisti era stato fermato vicino alla frontiera boliviana e arrestato con l’accusa di esportazione della valuta che aveva con sé. Avevo sentito questa persona per consigliarle di prendere un avvocato ed essere pronta al peggio, nel caso Battisti fosse stato ricondotto in Italia, come sembrava in quel momento. Quando mi chiese aiuto per trovare un legale la misi in contatto con l’avvocato Davide Steccanella, mio amico, che si era reso disponibile a prenderne la difesa nella malaugurata ipotesi di una sua estradizione. Le passai anche il numero del Garante nazionale dei detenuti, perché immaginavo – vista la mia personale esperienza dopo la riconsegna all’Italia nel 2002 – che il trattamento penitenziario riservatogli sarebbe stato dei peggiori. Non avevo tutti i torti, visto quel che poi è accaduto una volta ricondotto in Italia. Avevo conosciuto Battisti a Parigi, anche se non c’era tra noi una frequentazione personale. Ci incontravamo con altri rifugiati più che altro in situazioni di «crisi», quando c’erano discussioni politiche sul da farsi. Avevo invece seguito tutte le vertenze estradizionali, la sua e quella di Marina Petrella, perché ne scrivevo, sia quando ero in carcere che in semilibertà, in particolare quando iniziai a lavorare presso il quotidiano «Liberazione». Al giornale mi avevano affidato anche questo incarico: ho scritto più di settanta articoli sulle vicende dell’esilio, delle estradizioni e della cosiddetta dottrina Mitterrand. Sono stato il primo a intervistare in Italia Tarso Genro, il Ministro della Giustizia brasiliano che aveva concesso la prima forma di asilo a Battisti, e che tutti denigravano senza nemmeno ascoltare le sue argomentazioni(3). Sono bastati questi pochi contatti telefonici con alcuni familiari di Battisti per indurre la Digos ambrosiana a ritenere che io fossi a capo di un «rete» che forniva sostegno ai latitanti sparpagliati in mezzo mondo, una sorta di nuovo «Soccorso rosso internazionale», e l’avvocato Steccanella gestisse dall’Italia la latitanza di Battisti fornendogli contatti in loco. Nella richiesta di acquisizione del traffico telefonico pregresso e delle tracce lasciate dai cellulari e schede trovate addosso a Battisti, datata 28 gennaio 2019, venivamo descritti in questo modo: «si tratta di soggetti che almeno dall’ottobre 2018 avevano costantemente seguito e coadiuvato la latitanza di Battisti con informazioni logistiche, consentendogli di trovare ospitalità e mezzi di trasporto, tramite conoscenti, in terra sudamericana ovvero reperire e utilizzare strumenti di comunicazione idonei a mantenere la rete di contatti in una sorta di “cordone sanitario” della propria latitanza». Il 10 gennaio 2019 la Procura generale dispose la clonazione del telefono dell’avvocato Steccanella con l’obiettivo di poter «reperire ulteriori e più circostanziati elementi utili alla esatta localizzazione del latitante», avvalendosi di una giovane società del settore, la BitCorp, che nel preventivo di spesa (500 euro al giorno) forniva chiarimenti sulle modalità di clonazione, ottenuta effettuando: «una serie di “interrogazioni” ai webservice che servono le applicazioni all’interno del sistema che prendiamo come obiettivo. […] In tale modo si è in grado di ricevere in tempo reale ogni flusso di traffico dati generato o transitato attraverso il dispositivo target, in quanto gli stessi webservice ci riconoscono quali legittimi destinatari del flusso»(4). Di questa clonazione l’avvocato Steccanella è venuto a sapere soltanto nel 2021 quando, dopo aver esaminato il fascicolo, l’ho informato personalmente. La clonazione del cellulare dell’avvocato Steccanella è uno – non il solo – degli episodi più sconcertanti e paradossali di questa inchiesta, poiché era avvenuta quando le stesse indagini avevano accertato che Battisti si era avvalso di contatti locali, dimostratisi del tutto inaffidabili, persino estranei a circoli politici. Molto probabilmente la scelta di indirizzare l’inchiesta verso «complici italiani» rispondeva a input politico-ministeriali e a una sorta di effetto doping che la cattura di Battisti aveva suscitato negli apparati di polizia e nella Procura milanese. Una sorta di rottura dei freni inibitori che aveva lasciato via libera alle pulsioni più paranoiche e alla voglia di regolare i conti con quei pochi che in Italia avevano sempre sostenuto pubblicamente le battaglie contro le estradizioni degli esuli degli anni Settanta.
«L’intercettazione dell’attività difensiva» Quando, il 14 gennaio, Battisti nominò come suo legale di fiducia l’avvocato Steccanella, che da quattro giorni aveva il telefono clonato, nella Procura di Milano deve esserci stato grande imbarazzo e forse anche qualcosa di più. Con il passaggio formale dell’inchiesta dalla Procura generale, che aveva esaurito la propria competenza con la cattura del latitante e la notifica del provvedimento di esecuzione pena, la direzione delle indagini perveniva nelle mani del Coordinatore della sezione distrettuale antiterrorismo, Alberto Nobili, che apriva una inchiesta per identificare i «complici italiani della latitanza di Battisti», ipotizzando il reato di «assistenza ad appartenenti ad associazione sovversiva» (270 ter). Evaso dal carcere di Frosinone il 4 ottobre del 1981, Cesare Battisti era stato lontano dall’Italia trentotto anni: approdato inizialmente in Francia, si era trasferito in Messico per ritornare a Parigi nel 1990, nel 2004 fuggire di nuovo in Brasile e infine nel 2018 approdare per pochi settimane in Bolivia. Nonostante avesse vissuto buona parte della propria esistenza tra Nord Europa e Centro-Sud America, secondo la Digos e la Procura di Milano i complici della sua libertà, quelli che lo avrebbero appoggiato per decenni, stavano in Italia, anzi stavano nelle carceri italiane. Mentre Battisti era in Francia e in Brasile, dal 2002 al 2014 mi trovavo in un cella italiana a da lì – secondo la Digos milanese – l’avrei appoggiato, senza aver mai conosciuto altri paesi fuorché l’Italia e la Francia, senza parlare una parola di portoghese e spagnolo e saper nulla del Sud America, trovandogli rifugio e contati in Brasile e Bolivia. Appena la Procura prese in mano le redini della nuova inchiesta fece «omissare» dall’indagine i risultati della clonazione effettuata sul telefono dell’avvocato Steccanella e il 24 gennaio 2019 dispose «con precedenza assoluta» l’intercettazione e localizzazione delle utenze del mio intero nucleo familiare e dei familiari di Battisti, che si protrarrà fino al maggio successivo. L’ avvocato Steccanella si era gettato anima e corpo in questa nuova impresa, nel frattempo Battisti era stato rinchiuso nel carcere di Oristano dove, col pretesto dei sei mesi di isolamento diurno previsti nella sentenza di condanna (una pena accessoria eredità dell’epoca fascista), era stata aperta un’ala solo per lui. Di fatto gli era stata costruita attorno una piccola sezione di 41 bis abusivo, nonostante l’ordinamento non consentisse questo regime detentivo per la sua fascia di reato. Non ero per nulla stupito di questo trattamento: nel corso delle conversazioni telefoniche che scambiavo col mio amico avvocato spiegavo che ai rifugiati ricondotti in Italia veniva fatta scontare una pena supplementare, che non stava scritta da nessuna parte, il «reato di esilio». Gli raccontavo la mia esperienza, la condizione di «trofeo della repubblica» sul quale si erano sfogati decenni di frustrazioni suscitate nei vertici delle forze di polizia e della magistratura dal rifiuto delle estradizioni e dalla politica di Mitterrand. Gli ricordavo quel povero magistrato bolognese che durante un interrogatorio mi disse che la Francia da decenni tramava contro la democrazia italiana fornendo riparo agli esuli degli anni Settanta e per questo aveva trasformato Parigi in un «santuario della lotta armata». Era la fine del 2002, e mentre in Parlamento si legiferava sulla stabilizzazione normativa del 41 bis, mi avevano già condotto in isolamento a Marino del Tronto, penitenziario di massima sicurezza dove era presente un importante reparto con regime 41 bis. Se non fosse stato per l’ostinata battaglia di una pattuglia di parlamentari garantisti le nuove norme mi avrebbero spedito sotto quel regime detentivo per il resto della pena. Il rientro di Battisti in Italia era avvolto da un vuoto giuridico: la Bolivia non lo aveva estradato e la procedura di espulsione non era stata rispettata. E siccome il vuoto in diritto non può esistere, l’unico titolo giuridico che faceva testo era il provvedimento di estradizione brasiliano a cui si ancorava l’accordo bilaterale sulla commutazione della pena dall’ergastolo a trent’anni, concluso dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando con l’omologo brasiliano il 7 ottobre 2017. Accordo che aveva sbloccato l’estradizione. Intanto Digos e Polizia di prevenzione ascoltavano le nostre conversazioni telefoniche che riferivano al Pm. Per tutti quei mesi l’intera strategia difensiva costruita dall’avvocato Steccanella è stata intercettata permettendo alla Procura di conoscerla in anticipo ed entrare nei segreti della difesa. Ricorrendo agli strumenti dell’indagine difensiva, l’avvocato Steccanella ottenne dal Ministero della Giustizia copia dell’accordo di commutazione della pena pubblicato dall’«Adnkronos» il 7 maggio 2019, ma le sue richieste davanti alla Corte d’appello di Milano non ottennero successo anche se i giudici sottolinearono che i reati di Battisti non impedivano l’accesso ai benefici di legge.
Note 1/ Questura di Milano, Digos, «Riepilogo attività delegata che ha condotto alla cattura del latitante Battisti Cesare» a firma Vice Ispettore Ivan Pavesi, Vice Questore Cristina Villa, 24 gennaio 2019. 2/ Direzione centrale della Polizia di prevenzione e Servizio per la cooperazione internazionale della polizia, «Relazione di servizio», a firma Giuseppe Codispoti, Emilio Russo, Sandro Chiatto, 23 gennaio 2019. 3/ P. Persichetti, Caso Battisti, parla Tarso Genro: «Anni Settanta in Italia, giustizia d’eccezione non fascismo», «Liberazione», 11 ottobre 2009, anche in, https://insorgenze.net/2009/11/12/caso-battisti-parla-tarso-genro-%c2%abanni-70-in-italia-giustizia-d%e2%80%99eccezione-non-fascismo%c2%bb/; e ancora in, P. Persichetti, «Battisti, Genro: L’italia si è dimostrata autoritaria e arrogante», «Liberazione», 14 novembre 2009, in https://insorgenze.net/2009/11/14/battisti-genro-litalia-e-stata-autoritaria-e-arrogante/. 4/ BitCorp, «Offerta per servizio di intercettazione telematica ibrida e localizzazione su dispositivi mobili», Milano, 8 gennaio 2019.
Per l’ex procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, oggi in pensione, la decisione della corte di Cassazione francese, che ha confermato il rigetto delle domande di estradizione pronunciato in precedenza dalla corte di Appello di Parigi dei dieci rifugiati italiani, ex militanti delle formazioni della sinistra armata degli anni 70, sarebbe solo un gesto di «arrogante intolleranza», figlio della irresistibile tentazione francese di «insegnare a tutti gli altri (gli italiani in particolare modo) come si sta al mondo». I contenuti giuridici della decisione – sempre secondo l’ex pm – oscillerebbero tra «il paradossale e l’incredibile». In particolare Caselli non sembra digerire l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, richiamato dai giudici parigini per tutelare i diritti acquisiti nel corso della pluridecennale permanenza sul suolo francese dei dieci esuli italiani, sulla scorta di decisioni giudiziarie, politiche e amministrative, pronunciate nel tempo dalla autorità del posto. Tutto ciò – a detta dell’ex procuratore – non avrebbe alcun valore. Per il diritto interno francese tutte le pene sono prescritte dopo un periodo massimo di venti anni, ciò vale anche per l’ergastolo, che nel nostro ordinamento è diventato invece imprescrittibile, al pari di un crimine contro l’umanità. Nell’ordinamento italiano, il periodo massimo oltre il quale scatta la prescrizione delle pene temporali è pari a trent’anni. Regola che l’autorità giudiziaria ha aggirato in tutti i modi mettendo in campo una serie di sotterfugi e artifici vergognosi pur di impedire che la prescrizione venisse riconosciuta a due dei dieci ex militanti richiesti. In un caso si è addirittura ricorsi ad una fraudolenta dichiarazione di pericolosità sociale, a quaranta anni dai fatti-reato, nei confronti di una persona ormai ultrasettantenne e che nel frattempo ha mantenuto una condotta penalmente irreprensibile sul suolo francese, pur di scongiurare l’applicazione della prescrizione. Nella dottrina classica del diritto, il decorso del tempo faceva venire meno l’interesse punitivo dello Stato nei confronti del reo. Questo assunto traeva il suo fondamento penalistico dalla convinzione che fuori dal contesto sociale che lo aveva generato, il reato attenuava se non perdeva la sua portata lesiva dell’ordine sociale e politico infranto, perdeva la carica di allarme sociale in esso contenuta e il reo vedeva inevitabilmente modificarsi la sua personalità a distanza di trenta anni dai fatti. A questa concezione Caselli antepone la «punizione infinita», per altro strettamente limitata ai reati di natura politica e di contestazione sociale, secondo una visione etica dello Stato molto vicina ai presupposti culturali dell’attuale maggioranza di governo, a cui senza dubbio può dare molte lezioni. Ai giudici francesi non è sfuggito questo atteggiamento generale della autorità politiche e giudiziarie italiane, nonché della grande stampa, tanto da aver ritenuto che il via libera alle estradizioni, a fronte dei ripetuti propositi meramente vendicativi enunciati e praticati da parte italiana, avrebbe comportato per gli estradandi un trattamento sproporzionato e iniquo, una violazione insanabile della vita familiare e privata acquista da molti decenni in Francia, infrangendo il percorso di recupero sociale realizzato. A rendere ancora più furibondo Caselli è stato poi il richiamo al giusto processo, sancito dall’articolo 6 della Cedu. Norma finalizzata a garantire che la persona a rischio di estradizione non sia esposta, nello Stato richiedente, a un flagrante diniego di giustizia che può derivare, in particolare, dall’impossibilità di ottenere una nuova pronuncia giudiziaria sul merito dell’accusa nonostante la condanna sia stata pronunciata in sua assenza. Diverse richieste di estradizione riguardavano, infatti, persone processate e condannate in contumacia. Chi ha seguito tutte le udienze davanti alla corte di appello di Parigi sa bene che i giudici hanno ripetutamente chiesto chiarimenti e garanzie alla parte italiana affinché una volta riconsegnate, le persone condannate in contumacia potessero avere garantito il diritto a un nuovo processo. Per tutta risposta le autorità italiane hanno balbettato, tergiversato a lungo perché incapaci di fornire delle garanzie inesistenti nel nostro ordinamento processuale. Atteggiamento che ha definitivamente convinto la corte francese a rifiutare le domande di estradizione. Per Caselli tutto ciò sarebbe solo una prova della supponenza d’Oltralpe e non una manifesta deficienza italiana, una incapacità a comprendere che la cultura della eccezione giudiziaria che ha dominato la fase repressiva della lotta armata non è sovrapponibile alle altre culture giuridiche europee a cui sfugge questa eterna riproposizione di logiche d’eccezione originate da contesti non più attuali, conclusi da oltre trent’anni. Alla ricerca disperata di argomenti per puntellare le proprie tesi, Caselli ricorre ad un esempio surreale, il processo di Torino al nucleo storico delle Brigate rosse, definito un modello del rispetto dei diritti degli imputati. Oggi sappiamo che fu la federazione del Pci torinese a reclutare i giudici popolari di quel processo, come ha raccontato Giuliano Ferrara che quella operazione gestì in prima persona. Sono noti anche i rapporti stretti che Caselli teneva con la federazione torinese del partito comunista, in nome di quella concezione schierata e combattente del ruolo della magistratura che contrasta con la pretesa di dare lezioni morali al mondo, soprattutto se poi è la sua ex procura, in linea con le autorità di governo francesi (cosa c’entra la magistratura di Parigi che per altro nel dossier estradizioni non si è piegata ai diktat dell’Eliseo), a perseguire con uno zelo facinoroso quegli attivisti che sostengono i migranti alla frontiera tra i due paesi.
Nel corso della inchiesta, che insieme a Paolo Morando abbiamo condotto sul contenuto del carteggio del capocentro Sismi a Beirut originato dalla vicenda dei lanciamissili sequestrati ad Ortona nel novembre 1979, abbiamo dimostrato che quell’episodio non poteva costituire in alcun modo il movente della strage di Bologna del 2 agosto 1980 e che dunque la cosiddetta «pista palestinese», che da quel fatto ha sempre tratto le proprie ragioni, restava priva di fondamenti documentali, logici e fattuali.
La svolta del 2 luglio 1980 Una analisi accurata e contestualizzata di quel carteggio, soprattutto senza omissioni, a differenza di quanto era accaduto fino a quel momento, ci ha permesso di dimostrare come fosse strettamente interconnesso con la vicenda processuale che era seguita all’arresto iniziale dei tre autonomi romani e del palestinese Abu Anze Saleh. Vicenda che aveva trovato un punto di svolta il 2 luglio 1980 con il rinvio del processo d’appello auspicato dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina, proprietario dei sistemi d’arma inerti, e richiesto formalmente dalle difese di alcuni degli imputati. Dietro quel rinvio c’era un accordo tra Sismi, collegio di difesa e Fplp, sulla strategia procedurale da seguire per arrivare alla scadenza dei termini di custodia cautelare di Saleh e ottenere così la sua scarcerazione puntando anche sul ridimensionamento delle condanne emesse in primo grado contro tutti gli imputati.
Per i fautori della pista palestinese il rinvio del processo non aveva eliminato l’attualità della minaccia Ci è stato obiettato che, in realtà, il rinvio del processo d’appello non aveva fatto venire meno l’attualità delle minacce del Fplp, rimasto scontento per il prolungamento della detenzione di Saleh. Questa affermazione contrasta con alcuni evidenti dati di fatto: la difesa di Saleh non aveva presentato alcuna richiesta di libertà provvisoria in quei mesi, consapevole che non esistessero le condizioni per ottenere una risposta positiva. Per questo motivo il Fplp aveva chiesto inizialmente l’anticipazione del processo, contando su una scarcerazione in sentenza per insufficienza di prove del proprio uomo. Strategia che saltò per lo scandalo provocato dalla dichiarazioni di Peci sulle armi consegnate alle Br da forze palestinesi sulle coste libanesi. Rivelazioni che avevano consigliato alla difesa degli imputati, come al Sismi, di puntare su una proroga del giudizio, altrimenti ingestibile. Perché mai il rinvio del 2 luglio 80 non avrebbe dovuto soddisfare le richieste palestinesi, visto che era stata la difesa degli imputati ad aver svolto un ruolo importante per ottenere questo risultato? Il sequestro di Ortona era stato causato dalla forte approssimazione organizzativa dei membri del “Fronte» che operavano in Italia. Saleh viene descritto da chi lo ha conosciuto come una figura distante da logiche di clandestinità e operatività militare. Coinvolgere i tre autonomi romani era stata una sua enorme leggerezza. Travolti dalla loro impetuosa generosità, i tre esponenti del collettivo del policlinico agirono senza una pianificazione, partendo a tarda serata dopo aver interrotto una riunione pubblica e dimenticando, uno di loro, persino i documenti per il viaggio. Fin da subito i palestinesi furono perfettamente consapevoli di questo vizio originario, dell’enorme guaio provocato da chi nelle loro fila aveva organizzato il trasferimento dei sistemi d’arma con il coinvolgimento dei tre autonomi a pochi mesi della retata del 7 aprile. A quel punto la vicenda non poteva più essere risolta nel silenzio, come in altre circostanze. Al contrario, l’affaire si era subito complicato a causa del forte impatto mediatico riservato alla vicenda e per l’interferenza della magistratura e dei nuclei speciali dei carabinieri che conducevano le indagini antiterrorismo. Il malumore palestinese partiva comunque da questa consapevolezza, come dal fatto che la giustizia d’emergenza aveva imposto il rito direttissimo e le condanne immediate. Perché mai il rinvio del processo d’appello, con l’apertura di ampi margini di trattativa, avrebbe dovuto irritare il Fplp a tal punto da spingerlo a organizzare una ritorsione che avrebbe chiuso ogni prospettiva?
La lettera di Coronas e la nota di De Francisci dell’11 luglio 1980 Si è replicato che in un documento dell’11 luglio 1980, appena nove giorni dopo il rinvio del processo d’appello, il capo della polizia, prefetto Coronas, «prospettava esplicitamente, per iscritto, il pericolo di un’azione di rappresaglia dell’Fplp, dovuta all’esito sgradito del processo». La lettera di Coronas era diretta al questore di Bari che aveva competenza sul carcere speciale di Trani dove era rinchiuso Saleh. L’informativa sottolineava il rischio di un possibile tentativo di far evadere il palestinese dal carcere o colpire la struttura di massima sicurezza per ritorsione. La lettera di Coronas era parallela ad una analoga nota informativa di pari tenore inviata lo stesso giorno dal direttore dell’Ucigos, Gaspare De Francisci, al Sisde. Questi due documenti, secondo i fautori della pista palestinese, avrebbero giustificato l’attualità delle minacce del Fplp, nonostante il rinvio del processo d’appello, e dunque la prova di un legame con la strage alla stazione centrale di Bologna, avvenuta solo 22 giorni dopo.
La tesi dell’ex magistrato Priore, la bomba di Bologna confezionata per far saltare le mura del carcere speciale di Trani L’ex giudice istruttore Rosario Priore sostenne addirittura che l’ordigno esploso a Bologna era, in realtà, diretto a Trani: «Nelle carte che abbiamo ottenuto dai servizi appaiono delle note in cui vengono allertati tutti i centri, e in particolare quello di Bari. […] Nella provincia di Bari c’era il carcere di Trani in cui era detenuto Saleh, il palestinese capo dei tre che portavano i missili a Ortona. Il carcere aveva muri di uno spessore eccezionale che non potevano essere abbattuti con esplosivo normale, ma con esplosivo in grado di creare varchi. […] C’è una informativa del capo della Polizia, dell’11 luglio 1980, inviata solo al questore di Bari, nella cui giurisdizione ricade il penitenziario tranese: si riferisce di “negative reazioni negli ambienti del Fplp” e non si esclude “una ritorsione nei confronti del nostro paese”. Questo documento potrebbe indurci a ritenere che nella zona ci fosse una persona che collaborasse con il servizio e riferisse notizie molto interessanti» (Corriere del mezzogiorno, 12 agosto 2016).
L’Ansa del maggio 2005, le veline di “Area” e l’interrogazione parlamentare del settembre successivo ll 30 maggio del 2005 un dispaccio dell’agenzia Ansa rivelava l’esistenza dell’allarme contenuto nella nota del capo dell’Ucigos De Francisci dell’11 luglio 1980, nello stesso dispaccio si precisava che «l’allarme era arrivato da una fonte qualificata e fatta avere alla Questura di Bologna che l’8 marzo lo inviò al Ministero». Il lancio d’agenzia del mese di maggio venne seguito da una inchiesta apparsa sulla rivista Area nella edizione di luglio/agosto 2005, realizzata da Gian Paolo Pelizzaro, consulente della commissione parlamentare d’inchiesta Mitrokin, «Strage di Bologna ecco la verità. I moventi, i mandanti, le ragioni del depistaggio» che ispirò un articolo di Gian Marco Chiocci apparso su IlGiornale del 16 luglio 2005: La «soffiata della fonte qualificata», presente nella lettera di Coronas come nell’informativa di De Francisci, «sigillata in doppia busta, era indirizzata al Sisde ma anche al questore di Bari» – scriveva Chiocci – «arrivava dalla questura del capoluogo emiliano (dove Saleh aveva vissuto a lungo) la quale l’aveva girata al Viminale l’8 marzo del 1980, a tre mesi dalla strage di Ustica, a cinque da quella alla stazione di Bologna». Il dispaccio del maggio 2005 e l’inchiesta di Area dell’estate successiva erano confluiti in una interrogazione parlamentare scritta, presentata il 26 settembre del 2005, da un gruppo di 14 parlamentari, primo firmatario Fragalà, dove si chiedeva « se sia nota al Ministero l’identità della fonte delle informazioni riportate nell’appunto datato 8 marzo 1980, proveniente da Bologna e allegato alla citata segnalazione a firma del prefetto Gaspare De Francisci, direttore dell’Ucigos».
L’allarme dell’11 luglio risaliva al marzo precedente, ignorava la svolta del 2 luglio La lettera di Coronas e l’appunto di De Francisci dell’11 luglio 1980 erano dunque stati originati da un appunto della questura di Bologna dell’8 marzo precedente, circa un mese prima del secondo flusso informativo proveniente da Beirut, dove si riferiscono ampiamente gli aspetti della prima crisi con l’Fplp, che ha inizio il 24 aprile e termina il 2 luglio 80. Poco importa a questo punto l’origine geografica della fonte, se fosse un esponente del Fplp che a Bologna riportava la posizione della propria organizzazione, relativa alle reazioni del gennaio precedente dopo il giudizio per direttissima e le condanne, oppure se si trattasse di un eco dei cablo di Giovannone, determinante invece è la collocazione temporale della informazione, di quattro mesi precedente la soluzione della crisi del 2 luglio. Detto con più chiarezza, gli allarmi di Coronas e De Francisci si fondavano su una informazione non più attuale, largamente superata dai successivi appunti del Sismi, in particolare da quello del 2 luglio. La minaccia ventilata non era dunque più fondata e il nesso di quelle carte con la strage di Bologna inesistente.
Termina con questo intervento l’analisi dei trentadue documenti del carteggio Sismi-Olp-Fplp nei quali si affronta la vicenda dei lanciamissili sequestrati a Ortona nel novembre del 1979 e desecretati nei mesi scorsi. Potete trovare qui e qui le due puntate precedenti.
di Paolo Morando e Paolo Persichetti
Il convegno del 1° agosto 2020 alla Camera dei deputati, tra i partecipanti i parlamentari di centrodestra Mollicone, Frassinetti, Gasparri, Giovanardi, l’ex deputato Raisi (collegato dalla Spagna), la tesoriera di Nessuno Tocchi Caino Zamparutti e l’avvocato Cutonilli
Il carteggio «Giovannone Olp», come recita il titolo della copertina che lo raccoglie, è costituito da tredici cablogrammi, dodici dei quali provenienti dal capocentro Sismi di Beirut (fino al novembre 1981 si trattava del colonnello Stefano Giovannone, poi sostituito) ed uno inviato in direzione inversa dal centro Sismi di Roma al capocentro di Beirut. Inoltre, diciassette appunti, una minuta e una lettera. In linea generale gli appunti sono sintesi dei cablogrammi pervenuti in precedenza, otto di questi hanno finalità interna: sono diretti al direttore del Servizio, a superiori gerarchici o altre Divisioni del Servizio stesso. Significativi sono i tre appunti redatti per il nuovo direttore del Sismi, generale Ninetto Lugaresi, nel gennaio e febbraio 1982, nei quali si porta a conoscenza del nuovo direttore, riassumendola, la vicenda di Ortona, la spinosa trattativa che ne era seguita, la soluzione individuata e gli ultimi aspetti del contenzioso ancora aperti (risarcimento dei due lanciamissili sequestrati). I restanti nove appunti sono redatti per essere inviati al capo del governo, ai vari ministri interessati (Difesa, Giustizia, Esteri), talvolta al sottosegretario alla presidenza del consiglio che aveva delega sui Servizi e, circostanza importante, al Cesis, l’organo di coordinamento dei Servizi che a sua volta diramava gli stessi appunti al Servizio interno, il Sisde, ai vertici della polizia, all’Ucigos e agli altri organi di polizia interessati, come i carabinieri che avevano anche un loro canale attraverso il ministero della Difesa. Come vedremo meglio più avanti, conoscere i percorsi del flusso informativo consente di interpretare correttamente anche l’origine di informazioni riprese in documenti prodotti dagli organi di polizia dello Stato. Stando alle testimonianze riportate da diversi membri della commissione Moro 2, che nel 2016 ebbero la possibilità di visionare il carteggio completo prodotto dal capocentro di Beirut, sottoposto all’epoca al livello più elevato di segretezza, l’intero fondo sarebbe costituito da circa 250 documenti che prenderebbero avvio dai primi anni ’70. I 32 documenti del carteggio, che coprono poco meno di un triennio, dal 15 novembre 1979 al 19 agosto 1982, appartengono ad un fascicolo «acquisito in copia dalla procura della repubblica di Roma – (strage di Ustica)». In sostanza, i 32 documenti sono stati così estrapolati per essere inviati alla magistratura romana.
Il nostro metodo di analisi L’esame del carteggio consente di individuare cinque cicli nei quali si concentra il flusso di informazioni provenienti dal capocentro di Beirut, la produzione di appunti e un testo finale di valenza strategica. Questi cicli sono interpolati da latenze, periodi di silenzio che non lasciano traccia nel fascicolo di produzione documentale. Le latenze oscillano da un minimo di silenzio di poco meno di tre mesi ad un massimo di sette. La latenza più lunga è quella che va dal 14 ottobre 1980 al 22 maggio 1981, la più breve è quella dell’estate ’80, che va dal 2 luglio al 26 settembre successivo. Per comprendere la logica che stava dietro l’alternarsi dei flussi informativi e dei periodi di silenzio, è sufficiente sovrapporre la sequenza cronologica della documentazione presente nel fascicolo con quella della vicenda processuale sui lanciamissili di Ortona. Le due sequenze combaciano, vi è connessione intrinseca tra i due momenti e dunque un senso logico.
Primo flusso informativo Il primo ciclo informativo che va dal 15 novembre al 17 dicembre 1979, costituito da sette cablogrammi e un appunto, riguarda quella che abbiamo definito “l’inchiesta”. In questa fase, come abbiamo già spiegato nelle precedenti puntate, il compito di Giovannone era quello di comprendere la dinamica dei fatti e capire se i lanciamissili entravano o uscivano dal territorio nazionale. In sostanza, se vi era stata violazione degli impegni presi nel 1973. Non ritorniamo su questo aspetto già abbondantemente affrontato. Accertato che i lanciamissili transitavano per raggiungere le coste libanesi, non vi era stata violazione della neutralità pattuita del territorio italiano bensì una interpretazione estensiva dell’accordo. Sul punto dei transiti, questione evocata nei documenti dell’82, si aprirà una trattativa specifica con l’intenzione da parte del Sismi di mettervi fine. Questo primo ciclo informativo termina il giorno dell’apertura del processo per direttissima a Chieti.
Secondo flusso informativo Dopo un periodo di silenzio di 4 mesi si avvia il secondo flusso informativo con otto documenti che hanno inizio il 24 aprile 1980 e si chiude il 2 luglio successivo. È il momento della prima crisi, con un crescendo che arriva al cablo del 24 giugno e all’exit strategy del 2 luglio. È significativo che in questa fase si ha un solo cablogramma, quello del 24 giugno, il resto della documentazione è costituito da appunti e una minuta di trasmissione, in cui si informano governo, ministeri competenti, Cesis e ovviamente le gerarchie del Sismi stesso. È una fase molto complessa e confusa di fibrillazione dei rapporti tra le parti, di accavallarsi di notizie, dove il Fplp oscilla nelle sue rivendicazioni che vengono via via corrette dal collegio di difesa degli imputati. Slittano gli ultimatum, mentre fatti di cronaca italiani (le dichiarazioni del pentito delle Br Patrizio Peci) interferiscono sulla vicenda avvelenando il clima. Emerge alla fine l’opportunità di rinviare il processo d’appello. La presenza di numerosi appunti mostra che vi è una fase di intensa elaborazione da parte del Sismi e di attivazione del governo per trovare una soluzione. Sappiamo dalle precedenti puntate che il processo inizialmente previsto a settembre era stato improvvisamente anticipato a luglio, circostanza che acutizza in giugno la crisi, risolta con un intenso attivismo di Giovannone stesso che, su mandato del direttore del Sismi, interviene preso il capo di gabinetto del ministero della giustizia affinché la corte d’appello di L’Aquila rinvii il processo. Le pressioni giungono a buon fine la mattina del 2 luglio, quando giunge notizia del rinvio, come riporta l’appunto del giorno stesso dove si riferiscono in dettaglio tutte queste attività.
Terzo flusso informativo Dopo un periodo di silenzio di poco meno di tre mesi, ovvero l’intero periodo feriale estivo, inizia una fase interlocutoria testimoniata da due documenti, una lettera al Cesis di settembre e un cablo di ottobre nei quali si riferiscono la ripresa dei contatti con il Fplp, la richiesta da parte di questi della nuova data del processo e la formulazione di precise rivendicazioni (riduzione delle condanne, scarcerazione per Saleh). Nel frattempo era intervenuto il secondo rinvio processuale. Siamo in una fase in cui la strategia per trovare una soluzione è consolidata e condivisa dalle parti. Si tratta di arrivare alla scadenza dei termini di custodia cautelare per il palestinese Saleh. Le difese dei tre autonomi infatti fanno continua richiesta di rinvio, a cui la difesa del palestinese però non si associa. Questo farà sì che per la legge il prolungamento dei termini di custodia cautelare non scatterà nei suoi confronti.
Quarto flusso informativo Segue così il periodo di latenza più lungo, sette mesi, giustificato dal fatto che bisognava attendere solo la scadenza dei termini di custodia di Saleh per presentare la domanda di scarcerazione. Dieci documenti vengono prodotti in questa fase, dal 22 maggio al 14 luglio 1981. Si alternano cablo e appunti diretti a governo, ministri competenti e Cesis. L’11 maggio 1981 l’avvocato Zappacosta deposita la richiesta. Il 22 maggio giunge il primo cablo di Giovannone che riporta le pressanti pressioni del Fplp affinché la richiesta venga accolta. Il 25 maggio il procuratore generale si oppone e due giorni dopo i giudici di L’Aquila respingono la richiesta con una interpretazione giuridica che estende il prolungamento dei termini della custodia cautelare anche a Saleh, nonostante questi non avesse mai richiesto i rinvii delle udienze. L’Fplp non la prende bene, si apre cosi la seconda crisi testimoniata nei cablo e appunti del 4, 15 e 16 giugno 1981 nei quali si segnala la forte irritazione di parte palestinese e un passaggio decisivo nel quale si afferma di «non doversi fare più affidamento alla sospensione delle attività terroristiche in Italia o contro interessi italiani», che evidentemente era stata mantenuta fino a quel momento, altrimenti non vi sarebbe stata necessità di promuovere una minaccia simile. Passaggio che chiarisce l’estraneità del Fplp nella strage del 2 agosto 1980. Nel frattempo in giugno era intervenuto l’ennesimo rinvio del processo d’appello e la crisi trova soluzione come abbiamo visto nelle puntate precedenti. La difesa presenta ricorso in cassazione, il governo interviene ancora una volta con un’azione di moral suasion, il 23 giugno il centro Sismi di Roma fornisce assicurazioni al capocentro di Beirut che la vicenda verrà risolta favorevolmente in tempi brevi e chiede assicurazioni sulla rinuncia alla minacce, che arriva il 13 luglio con ultimatum rinviato a metà settembre. L’8 agosto la sezione feriale della cassazione accoglie il ricorso della difesa con rinvio alla corte d’appello che il 14 agosto scarcera Saleh.
Quinto flusso informativo Dopo un silenzio di cinque mesi assistiamo all’ultimo flusso informativo che prende avvio in coincidenza con l’apertura del processo di appello nel gennaio 1982, che si conclude con una riduzione delle condanne come aveva richiesto l’Fplp. Si tratta di tre appunti, il primo del 13 gennaio 1982 è un riepilogo dai fatti inviato al nuovo capo del Sismi. I successivi del 19 gennaio e del 28 febbraio affrontano la ripresa dei contatti con i vertici dell’Olp e del Fplp, la discussione porta su temi generali e nello specifico sull’ultimo aspetto rimasto in sospeso, ovvero la richiesta di risarcimento dei lanciamissili. Dagli appunti si ricavano due informazioni importanti: in passato il sottosegretario alla presidenza del consiglio Mazzola aveva dato indicazioni affinché il Sismi prevedesse al risarcimento con i propri fondi. Successivamente il capo del Sismi Santovito aveva proposto una soluzione umanitaria al contenzioso, proponendo 4 ambulanze. La questione veniva risolta grazie all’arresto di un altro membro del Fplp catturato in gennaio a Fiumicino mentre transitava con degli inneschi elettrici. La scarcerazione e l’espulsione del militante viene offerta in cambio della cessazione dei transiti e l’annullamento del risarcimento sui missili.
Trentaduesimo documento Dopo un silenzio di sei mesi troviamo nel carteggio l’ultimo documento, si tratta di un appunto a firma del nuovo capo del Sismi, Lugaresi. Il testo ha una valenza strategica decisiva. Il nuovo capo del Sismi propone al Cesis di creare un tavolo di coordinamento permanente per i rapporti con l’Olp. Il documento interviene nel pieno dell’offensiva israeliana nel Libano, l’occupazione di Beirut, la cacciata dell’Olp da quella città, le stragi nei campi di Sabra e Chatila. Nel testo si fanno delle affermazioni significative sulla storia del cosiddetto Lodo Moro, ovvero che questo non prevedeva nella sua forma originale i transiti di armi sul territorio italiano ma solo la «neutralizzazione» del territorio e degli interessi italiani all’estero. Si tratta della prima traccia documentale che dettaglia uno dei requisiti specifici del patto informale stabilito nel 1973.
Indiscrezioni parziali e deformate Nell’estate del 2019, nei giorni della ricorrenza della strage, era partito il tam tam mediatico del centrodestra sulle presunte conferme delle responsabilità palestinesi contenute nelle carte di Giovannone. Avvenne quando qualcuno si accorse che un paio delle informative di Giovannone, quelle del 24 aprile e del 12 maggio 1980, erano già state svelate. Il ricercatore Giacomo Pacini, consultando i faldoni digitalizzati delle inchieste sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia, si era infatti imbattuto già anni prima in quei due documenti, finiti lì chissà perché, dunque di fatto consultabili e divulgabili. E li aveva citati in un proprio saggio, Il lodo Moro. L’Italia e la politica mediterranea. Appunti per una storia, confluito nel libro Aldo Moro e l’intelligence, pubblicato nel 2018 da Rubettino. Il volume conteneva gli atti dell’omonimo convegno svoltosi ancora un anno prima, all’Università della Calabria, a cui aveva partecipato anche Pacini (sebbene a distanza), che già in quell’occasione ne aveva parlato brevemente. La notizia del saggio di Pacini con i due cablo di Giovannone fu battuta dall’AdnKronos, che parlò anche di una conferenza stampa tenuta l’1 agosto alla Camera, alla quale avevano partecipato i parlamentari di centrodestra Mollicone, Frassinetti, Gasparri, Giovanardi, l’ex deputato Raisi (collegato dalla Spagna), la tesoriera di Nessuno Tocchi Caino (dove lavorano Mambro e Fioravanti) Zamparutti e l’avvocato Valerio Cutonilli. Era stato quest’ultimo a parlare di Pacini e del suo lavoro, mentre Giovanardi aveva distribuito alla stampa i propri appunti su quelle carte che aveva avuto modo di vedere nell’ambito della commissione Moro 2 della precedente legislatura: una scaletta di date e contenuti dei cablogrammi di Giovannone che, parole di Giovanardi, facevano «rizzare i capelli». Era stata data anche lettura di dichiarazioni di Gero Grassi, del Pd, per il quale quelle carte davano «una lettura della strage di Bologna completamente diversa da quella processuale». Mentre Gasparri, che ne auspicava una desecretazione da parte dell’allora presidente del Consiglio Conte, si spinse a ipotizzare un atto di «disobbedienza» per sconfiggere «l’omertà» che circondava quei documenti. C’era anche Adolfo Urso, allora presidente del Copasir, che aveva ricordato a Giovanardi che non avrebbe potuto né prendere appunti né rivelare nulla di quei documenti. Un rimbrotto però espresso nel più gioviale dei modi.
I documenti trapelati già smentivano la pista palestinese Da quel momento in poi, i cablogrammi di Giovannone da Beirut sono stati costantemente indicati come il “Sacro Graal” che conteneva la verità sulla strage di Bologna. E la loro mancata desecretazione da parte del governo la dimostrazione di una verità che non andava svelata. Nell’ambito del processo Cavallini, conclusosi a inizio 2020, la difesa dell’ex Nar chiese formalmente di poterli consultare, ma senza risultato. Si trattava comunque di un segreto di Pulcinella, visto che gli appunti di Giovanardi finirono addirittura in un libro, a cura del condirettore del Resto del Carlino Beppe Boni, che dava conto nel dettaglio dei vari cablogrammi. Ma pure lì il resoconto si arrestava al giugno del 1980: circostanza curiosa, visto che i commissari avevano invece potuto consultarli tutti, anche oltre quella data. Se ne ricavò quindi l’impressione che da quel momento in poi vi fosse un totale vuoto informativo, che giustifica dunque i peggiori sospetti. Eppure, già nel luglio 2020 era stato pubblicato (sostanzialmente inosservato) l’appunto del Sismi datato 4 giugno, che al solito riepilogava precedenti informative di Giovannone: un documento di rilievo, visto che undici giorni dopo venne inviato dal Sismi al Presidente del Consiglio, ai ministri dell’Interno e della Giustizia, al Cesis. La pubblicazione avvenne su Reggio Report, testata online. Si trattava di un ampio servizio riepilogativo intitolato “Diario della strage di Bologna dai documenti del Sismi”, a cura di Gian Paolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi, da sempre assertori della pista palestinese, fin dalla sua prima elaborazione nel 2006 nell’ambito dei lavori della Commissione Mitrokhin (dunque una decina di anni prima della questione Giovannone), in un documento elaborato dal magistrato palermitano Lorenzo Matassa e dallo stesso Pelizzaro, in veste di consulenti. Pista palestinese, va detto, che la Procura di Bologna a luglio 2014 chiese di archiviare, richiesta che a febbraio 2015 il gip accolse. Quell’appunto del giugno 1981 passò inosservato (nel senso che nessuno lo agitò come prova di chissà che) proprio perché il capocentro del Sismi attestava che, a quella data, non si doveva fare «più affidamento sulla sospensione delle operazioni terroristiche in Italia e contro interessi e cittadini italiani, decisa dal Fplp nel 1973». Sospensione che dunque continuava a reggere, nonostante il tira e molla sulla questione Ortona legato al rinvio della scarcerazione di Saleh. E quella sospensione dimostrava che le minacce annunciate non si erano mai concretizzate. Mentre dalla strage di Bologna era ormai passato quasi un anno. Una prova dunque contro la tesi di un legame tra la vicenda dei missili e la strage alla stazione.
«Estrapolare solo quello che fa comodo», crolla la lettura selettiva dei documenti portata avanti dalla destra Da quell’estate del 2019, numerosi tra studiosi e politici hanno continuato a chiedere la desecretazione dei cablo di Giovannone, fino ad oggi. Senza accorgersi che nel frattempo quelle carte sono diventate di libera consultazione. E nessuno di loro ha preso sul serio Paolo Bolognesi, il presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna, che già lo scorso 22 luglio fu il primo a parlarne: «Doveva esserci la verità completa sulla cosiddetta pista palestinese, ma non c’è niente». Non lo presero sul serio Raisi e l’avvocato Alessandro Pellegrini, legale di Gilberto Cavallini (ex Nar condannato nel 2020 in primo grado all’ergastolo per la strage): il primo in particolare sostenne che Bolognesi «mente sapendo di mentire» e che «i documenti veri, quelli che hanno visto Gero Grassi del Pd e Carlo Giovanardi, riguardano il carteggio del colonnello Giovannone che l’ex premier Conte volle “risecretare”, con Pellegrini a chiosare affermando che nel carteggio “segretissimo” «ci sono gli allarmi che Giovannone faceva rimbalzare a Roma su voci acclarate di imminenti attività terroristiche per questioni legale al Lodo Moro». «Atti del 1980, dai missili Strela alla strage alla stazione», incalzava Raisi, secondo il quale le carte a cui faceva riferimento Bolognesi riguardavano Ustica e non Bologna. Una sicurezza, la sua, come si vede del tutto infondata. Perché oggi all’Archivio Centrale dello Stato sono consultabili proprio i cablo “dai missili Strela alla strage” (citando Raisi, benché di Bologna mai vi si parli), con in più lo svolgersi della seconda parte della trattativa dopo il rinvio del processo d’appello concordato tra Italia e palestinesi. Oggi più commissari della “Moro 2” spiegano di aver visionato tutti i 250 documenti relativi alla vicenda Giovannone-Olp. E che i 32 versati all’Archivio centrale dello Stato ne costituiscono il fulcro. Sono anche più del previsto, visto che nella relazione del Comitato consultivo citata nella seconda puntata si parla di «documenti relativi al carteggio tra l’Ambasciata italiana a Beirut ed il nostro governo dal 7 novembre del 1979, data del sequestro dei missili ad Ortona ad un gruppo di autonomi e Palestinesi provenienti da Bologna, sino al mattino del 27 giugno 1980, giorno dell’esplosione del DC9 Itavia nel cielo di Ustica». Mentre quelli desecretati da Draghi arrivano all’agosto 1982. Nel frattempo ha battuto un colpo anche Giovanardi. Lo ha fatto lo scorso ottobre, scrivendo a “Il Dubbio”: “liberato” dalla desecretazione, poteva finalmente riportare quanto aveva annotato nel 2016, «per comprendere l’importanza di questi documenti». Ma ancora una volta si è fermato al cablo del 27 giugno 1980. Quando le carte di Giovannone, ormai quasi quattro anni fa, diventarono ingrediente prelibato della polemica sulla strage di Bologna, disse la sua anche Giorgia Meloni, allora presidente solo di Fratelli d’Italia. E sostenne che «la rivelazione dei documenti del Sismi di Beirut relativi all’estate del 1980 confermano la necessità e l’urgenza della desecretazione dei documenti relativi alla strage di Bologna e al “Lodo Moro”». Lo scorso 2 agosto, ancora a capo solo del suo partito, affermò invece che «gli 85 morti e gli oltre 200 feriti meritano giustizia, per questo continueremo a chiederla insieme alla verità». Neppure lei s’era accorta che Draghi aveva già decretato il dossier. Ora si sa che nulla contiene in relazione alla strage di Bologna. Non resta che aspettare il prossimo 2 agosto.
Smentite alla cieca che non smentiscono Quest’ultima parte della puntata (una sorta di “addendum”) è un doveroso compendio delle prese di posizione da parte di chi da anni si occupa della vicenda, registrate su alcuni social. Sono soprattutto relative all’articolo pubblicato sabato 11 marzo dal Domani, sintesi dell’intera inchiesta sviluppata su questo blog. Non sono state molte, ma sono comunque a senso unico: il che è ovvio, provenendo tutte dall’eterogeneo fronte che chiedeva la desecretazione dei documenti sostenendo che in quelle carte stava la verità sulla strage di Bologna. Il giornalista Andrea Colombo, il primo a intervenire sul proprio profilo, ha avanzato in particolare dubbi sulla credibilità di Giovannone: circostanza – lo capite – oltremodo singolare, visto che per anni sulle sue carte (senza conoscerle) si è fatto totale affidamento. La ricercatrice Giordana Terracina, che ha visionato i documenti all’Archivio Centrale dello Stato, ha invece lamentato la mancata citazione integrale del titolo riportato sul frontespizio del fascicolo, senza nulla dire però del suo contenuto analizzato nella nostra inchiesta. Per l’avvocato Valerio Cutonilli, invece, l’appunto del 2 luglio 1980, non avrebbe affatto chiuso la crisi con l’Fplp poiché in un documento dell’11 luglio successivo, appena nove giorni dopo il rinvio del processo d’appello, il capo della polizia, prefetto Coronas, «prospettava esplicitamente, per iscritto, il pericolo di un’azione di rappresaglia dell’Fplp, dovuta all’esito sgradito del processo». La lettera di Coronas era diretta al questore di Bari che aveva competenza sul carcere speciale di Trani dove si trovava rinchiuso Saleh. Si trattava di una informativa che sottolineava il rischio di un possibile tentativo di far evadere il palestinese dal carcere. Abbiamo già spiegato in precedenza che le informazioni di Coronas risalgono agli appunti del Sismi inviati al Cesis nei mesi precedenti, superate dalla soluzione del 2 luglio di cui non era a conoscenza, proprio poiché gestita riservatamente dal Sismi (era in ballo un segreto di Stato, ovvero il lodo Moro). Analogo discorso vale per la nota informativa di pari tenore inviata lo stesso giorno dal direttore dell’Ucigos, Gaspare De Francisci. Infine Vladimiro Satta, documentarista del Senato, ha lamentato il fatto che il direttore del Sismi Giuseppe Santovito, ascoltato il primo luglio 1980 dalla Commissione Moro 1, avesse riferito della irritazione del Fplp senza altro aggiungere sulle attività riservate del suo Servizio per appianare la crisi. E non lo avesse fatto nemmeno nelle risposte ai quesiti aggiuntivi inviati alla stesa commissione il 7 ottobre successivo dove si era soffermato sui «collegamenti operativi tra le varie organizzazioni terroristiche» e «sul commercio di armi e sul mercato clandestino». Santovito, secondo Satta, «avrebbe ben potuto e anzi dovuto informare i parlamentari che i problemi con lo Fplp da lui evocati il 1° luglio e riguardanti i suddetti due temi erano stati ormai risolti, se la tesi di Morando e Persichetti fosse corrispondente al vero». Il silenzio di Santovito, dunque, dimostrerebbe la fallacia della nostra analisi. Sembra che Satta ignori cosa sia un servizio segreto e come funzioni. Intanto era il 1° luglio e la crisi si era risolta solo il giorno successivo, eppoi Santovito avrebbe potuto spifferare ad una commissione parlamentare una delicatissima attività di intercessione che aveva come presupposto per il suo successo proprio la riservatezza, afferente la sfera della ragion di Stato? L’obiezione è a dir poco puerile. La seconda notazione di Satta è particolarmente curiosa. Ricorda infatti che l’archiviazione da parte della magistratura di Bologna dell’inchiesta sulla cosiddetta pista palestinese fu motivata in maniera «problematica» e «criticabile», cioè sostenendo l’inesistenza del lodo Moro invece dell’argomentazione legata alla vicenda processuale di Ortona. «Strano, non vi sembra?», conclude. Come a dire: se non se ne sono accorti quei magistrati… Ma si tratta degli stessi magistrati le cui conclusioni sono da anni contestate dallo stesso Satta, per il quale avrebbero invece ragione giornalisti e ricercatori che da anni citano carte a loro ignote. Quelli che le hanno finalmente lette, invece, a Satta non vanno bene. 3 / fine
Riepilogo – Nella prima puntata (la trovate qui) spiegavamo che la crisi dei lanciamissili appartenenti al Fplp, sequestrati ad Ortona nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979, si era risolta il 2 luglio 1980, un mese esatto prima della strage di Bologna, con il rinvio al settembre successivo del processo, come mostra una nota di quel giorno con l’appunto manoscritto a matita del Direttore del Servizio. In questa seconda puntata dettaglieremo meglio l’exit strategy della vicenda, ovvero la strategia giudiziaria concordata mediante il rinvio continuo del processo d’appello fino alla scadenza dei termini di custodia cautelare e alla conseguente scarcerazione del palestinese, membro del Fplp, Abu Anzeh Saleh. Si è replicato da parte dei fautori della pista palestinese che l’assenza di informative dal 3 luglio 1980 al 25 settembre successivo costituirebbe un vuoto sospetto, un silenzio inquietante a fronte della strage avvenuta il 2 agosto. Questo silenzio sarebbe illogico, sostengono sempre i sostenitori della responsabilità del Fplp nella strage alla stazione del 2 agosto 1980, perché le minacce, in realtà, non erano cessate e il semplice rinvio del processo non aveva soddisfatto le rivendicazioni palestinesi. Si tratterebbe dunque di una omissione documentale che celerebbe verità indicibili, non ostensibili. Questa tesi poggia su due argomenti: il primo è dovuto ad una lettura strabica del documento del 2 luglio 1980 che si sofferma unicamente sul primo paragrafo dove si riassumono le precedenti informative del mese di maggio e giugno, provenienti dal capocentro a Beirut Giovannone, e nelle quali si riportavano le minacce provenienti dal Fplp nel caso non fosse stata spostata la data del processo di appello. Minacce – sta sempre scritto in quel paragrafo – non all’ordine del giorno poiché condizionate alla effettiva anticipazione del processo e al suo esito negativo per gli imputati (mancata riduzione delle condanne e scarcerazione per Saleh). Minacce di fatto evaporate con il rinvio del processo a cui erano condizionate. Negli altri due paragrafi, che rappresentano il cuore di questo documento – come leggerete più avanti – si raccontano le iniziative realizzate per risolvere la crisi. Con l’appunto a matita finale che ne verga la conclusione: «processo rinviato». E infatti nel carteggio i palestinesi si rifanno vivi solo a settembre, proprio per sapere la nuova data dell’appello. Il secondo argomento poggia su altro documento dell’11 luglio 1980, nove giorni dopo il rinvio della causa, nel quale il capo della polizia, prefetto Coronas, «prospettava esplicitamente, per iscritto, il pericolo di un’azione di rappresaglia dell’Fplp, dovuta all’esito sgradito del processo». Processo? Di quale processo parlava Coronas? Quello per direttissima davanti al Tribunale di Chieti del gennaio precedente o del processo d’appello, mai iniziato e appena rinviato? Nelle informative di Giovannone pervenute fino a luglio 80 non c’è materia di contenzioso sul processo di primo grado avvenuto con rito direttissimo, le rivendicazioni portano tutte sulla concessione della liberazione provvisoria a Saleh, il rinvio del processo di appello (su suggerimento del collegio di difesa che, di fatto, ha in mano la regia processuale e detta la linea sul punto al Fplp) perché il clima in cui si sarebbe dovuto svolgere non era ideale e sulla riduzione delle condanne in appello. Ma c’è ancora qualcosa: dove traeva origine la nota diramata da Coronas? La polizia aveva fonti dirette a Beirut? Chi era la «fonte qualificata» a cui fa riferimento il capo della Polizia? E’ ovvio che sia Giovannone e che quanto Coronas scrive poggi sulle note del Sismi inviate al Cesis (l’organo di cordinamento dei Servizi) e da questi pervenute al Sisde e al ministero dell’Interno che poi le ha diramate ai vertici della pubblica sicurezza. L’allarme di Coronas fa dunque riferimento alle informative del maggio-giugno precedente, superate dalla soluzione del 2 luglio. E’ proprio vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.
di Paolo Morando e Paolo Persichetti
Dopo la sentenza di Chieti si apre una fase di forte fibrillazione nei rapporti tra il Fplp e le autorità italiane di cui troviamo riscontro nei 7 documenti che vanno dal 24 aprile al 27 giugno 1980. Nell’appunto del 24 aprile, inviato al capo del governo Cossiga, al suo capo di Gabinetto, al ministro della Giustizia, al ministro degli Esteri e al Cesis, si legge che era stato ripreso il contatto con l’elemento responsabile del Fplp «al fine di evitare che dopo il 15 aprile potessero essere poste in atto operazioni di carattere intimidatorio». Nel testo si fa riferimento a un precedente appunto del 16 aprile di cui però nel carteggio non c’è traccia. In ballo c’era la data del processo d’appello, prevista per settembre-ottobre ma che i palestinesi inizialmente avevano chiesto di anticipare a giugno-luglio, insieme all’assoluzione per insufficienza di prove di Abu Saleh, la riduzione a 4 anni per gli altri imputati e la concessione dell’affidamento in prova, all’epoca previsto negli ultimi due anni di pena. Sollecitavano inoltre la restituzione dei due lanciamissili o, in cambio, il risarcimento del loro valore (60 mila dollari) e l’archiviazione del procedimento per banda armata aperto dalla procura di Roma. Nel frattempo, però, un elemento nuovo era venuto a disturbare le aspettative del Fplp: le dichiarazioni del pentito Patrizio Peci (arrestato in febbraio) su un carico di armi giunto per mare e fornito alle Br dai palestinesi. Queste indiscrezioni avevano creato un clima sfavorevole che sconsigliava l’anticipazione del processo. A spingere in questa direzione era soprattutto il collegio di difesa. In questa fase Giovannone ottiene una proroga al 15 maggio delle minacce che potranno svilupparsi «sotto forma di operazioni a carattere intimidatorio o di “appoggio” alla organizzazione degli autonomi, nei cui confronti il “Fronte” si sente moralmente impegnato». Nessuna azione in ogni caso – prosegue la nota del 24 aprile – «verrà rivolta contro l’Ambasciata di Beyrut, il Capo missione, il personale e gli interessi italiani in Libano», se entro quella data non sarà fornita «tramite il Servizio, una chiara risposta positiva o negativa da parte delle Autorità italiane».
Il contrasto sul rinvio del processo d’appello In un nuovo appunto del 12 maggio, che riportava i risultati di un incontro del giorno precedente, il contenzioso assumeva aspetti paradossali: il “Fronte” decideva di rinunciare all’anticipazione del processo ma nonostante ciò confermava l’ultimatum, spostato di un giorno, il 16 maggio, dopo il quale se non avesse ricevuto risposta avrebbe ripreso «dopo sette anni la propria libertà d’azione nei confronti dell’Italia, dei suoi cittadini e dei suoi interessi con operazioni che potrebbero coinvolgere anche innocenti». In ogni caso nessuna operazione avrebbe avuto luogo prima della fine di maggio e l’interlocutore di Giovannone, il dott. Ahamed Ramadan, sarebbe venuto in Italia – a ultimatum scaduto – per incontrare «gli avvocati difensori, intesi a “depoliticizzare” l’impostazione della linea difensiva per quanto attiene gli asseriti impegni delle autorità italiane verso il Fplp». Nel frattempo il processo, ribaltando ogni pronostico, era stato fissato per luglio. In un cablo del 27 giugno, stracitato da Giovanardi, leggiamo la reazione del Fplp deciso a «riprendere totale libertà di azione» a seguito del mancato accoglimento della richiesta di spostamento della data del processo d’appello, «in conseguenza – scrive Giovannone – psicosi et reazioni negative determinatesi in Italia seguito rivelazioni Peci su asserite forniture armi da palestinesi at Bravo Charlie [le Br]». Il capocentro del Sismi chiede di intervenire immediatamente sulla Corte d’appello per sollecitare l’accoglimento della richiesta di rinvio presentata dalla difesa. Giovannone afferma («mi attendo reazioni estremamente gravi in quanto Fplp ritiene essere stato ingannato») che la minaccia diverrebbe concreta solo «se processo dovesse aver luogo et concludersi in senso sfavorevole». E quest’ultimo è un passaggio decisivo, curiosamente mai sottolineato da Giovanardi.
Exit strategy, rinviare le udienze fino alla scadenza della custodia cautelare L’appunto del Sismi datato 2 luglio 1980, lo si è detto nella prima puntata, è quello che attesta la soluzione della crisi aperta dall’arresto a Ortona, nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979, di tre autonomi del collettivo del Policlinico di Roma (Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Luciano Nieri) che trasportavano due lanciamissili Sa-7 privi di armamento, e la successiva cattura del palestinese Abu Anzeh Saleh, militante del Fplp, per conto del quale stavano effettuando il trasporto. Si tratta di un appunto attribuibile al generale Armando Sportelli, nome in codice “Sirio”, cioè colui il quale riceveva a Roma le informative del colonnello Stefano Giovannone da Beirut. L’appunto, «per il signor direttore del Servizio» (cioè il generale Giuseppe Santovito), dopo un breve sunto delle minacce già riferite nel precedente appunto del 12 maggio e nel cablogramma del 27 giugno, trascrive i diversi interventi compiuti da Giovannone, a nome dello stesso Santovito, sul capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, il 15 maggio, il 30 giugno e alle 18.00 del 1 luglio con promessa di risposta alle 18 del giorno successivo. Ma evidentemente qualcuno nel frattempo si era mosso per scongiurare le minacce di ritorsioni e attentati per mano palestinese. Scritto a matita, sull’appunto si legge infatti: «Visto dal DS [Direttore del Servizio] il mattino del 2 luglio 1980. Processo rinviato». In effetti, proprio quella mattina, il processo era stato rinviato al novembre successivo: esattamente come chiedevano i palestinesi. Il caso dunque era stato risolto. Tanto che solo diverse settimane dopo, come attesta una lettera di Santovito al Cesis (il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza), datata 25 settembre 1980, il Fplp chiede semplicemente di conoscere «entro il 3 ottobre 80: – la data del processo di appello per i missili SA-7; – il quadro aggiornato della situazione degli imputati in relazione al prevedibile atteggiamento dell’accusa e della Corte giudicante». Appello che, lo si è detto, venne poi ulteriormente rinviato, prima a giugno 1981 e poi a gennaio 1982, per fare in modo che Saleh potesse essere scarcerato. La soluzione della crisi con il Fplp fu insomma il frutto di una sofisticata strategia procedurale: le continue richieste di rinvio avanzate dalla difesa e sostenute dall’azione di moral suasion del governo (attivato dal Sismi) sui vertici della magistratura avevano consentito l’allungamento dei termini di custodia preventiva dei tre autonomi, ma non del palestinese Saleh, il cui avvocato non aveva mai presentato alcuna richiesta in merito. Una mossa quasi preveggente, che fa supporre che la difesa del palestinese fosse a conoscenza delle trattative in corso.
Il rimborso dei lanciamissili e il problema dei transiti di armi La vicenda comunque non era ancora del tutto conclusa. In un cablo del 22 maggio 1981, Giovannone riferisce la richiesta pressante del Fplp di concedere la scarcerazione a Saleh in tempi brevi, «per ragioni prestigio confronti “base”», per tale motivo il capocentro chiedeva di rientrare a Roma. Il 29 maggio la Corte d’appello di L’Aquila respingeva la richiesta di scarcerazione, poiché riteneva che il prolungamento dei termini di custodia cautelare, dovuto ai continui rinvii, fosse valido non solo per i tre romani ma anche per il palestinese. Un preoccupato appunto del 4 giugno 1981 esprimeva timori per la reazione negativa da parte palestinese, tale da non doversi «fare più affidamento sulla sospensione delle operazioni terroristiche in Italia e contro interessi e cittadini italiani» mantenuta fino a quel momento,
segnalando che da una fonte estranea al Fplp era giunta notizia di due possibili operazioni contro obiettivi italiani: il dirottamento di un aereo della compagnia nazionale oppure l’occupazione di una ambasciata in Centro o Sud America. Si esprimeva anche il timore che la notizia fosse, in realtà, un depistaggio finalizzato a coprire gli obiettivi reali. Un cablo del 15 giugno rafforzava la notizia di operazioni pianificate in un periodo successivo al processo che doveva aprirsi in quei giorni. Ancora una volta il Fplp giocava la carta delle minacce, ma appena due giorni dopo cambiava nuovamente tono alla notizia del nuovo rinvio del processo, come riferisce l’appunto del 18 giugno 1981 dove si riportavano i risultati di un incontro avvenuto la sera del 17. Il 23 giugno un cablo proveniente da Roma annuncia l’impegno delle autorità di governo a liberare Saleh entro 2-3 mesi, in attesa di ricevere un «segno sdrammatizzante, cioè che dirigenza Fplp si esprima per sospensione qualsiasi operazione in attesa soluzione indicata», scrive “Sirio” (cioè Sportelli). Il segnale sdrammatizzante arriva il 13 luglio 1981 per bocca di Abu Maher, che sostituisce George Habbash in visita in Rdt, che «habet assicurato ieri 12 sospensione qualsiasi iniziativa sino massimo metà settembre». A chiudere la vicenda ci penserà la cassazione l’11 agosto 1981, accogliendo il ricorso dell’avvocato di Saleh, scarcerato il 14 agosto. Il processo d’appello si aprirà solo il 13 gennaio 1982 a L’Aquila e si concluderà con una riduzione delle condanne a 5 anni per tutti gli imputati, una pena molto vicina alle richieste del Fplp. Come si legge in un appunto riepilogativo per il direttore del Sismi datato proprio 13 gennaio 1982, il giorno prima dell’apertura del processo d’appello alcuni esponenti dell’Fplp avevano presentato all’ambasciata italiana a Beirut una lettera e chiesto il rimborso dei due lanciamissili sequestrati. Nello stesso appunto si ricordava che nel maggio 1980 il sottosegretario Mazzola aveva invitato il Servizio a provvedere «per proprio conto all’eventuale indennizzo per i sistemi d’arma». La questione venne affrontata in una serie di incontri tenuti a Beirut tra il 16 e il 18 febbraio del 1982, questa volta non da Giovannone che alla fine del 1981 aveva lasciato Beirut, e riassunti nell’appunto del 19 febbraio successivo. L’esponente dell’Olp Abu Hol sollecitava l’indagine sulla uccisione a Roma di Abu Sharar, responsabile informazione dell’Olp dilaniato da una esplosione l’8 ottobre 1981 nella sua stanza dell’Hotel Flora in via Veneto. Omicidio che i palestinesi attribuivano ai Servizi israeliani e considervano una violazione degli accordi del 1973 che – a quanto sembra – coinvolgevano anche gli israeliani, come si legge in un rapporto dell’ambasciatore Volpe inviato a Washington il 17 giugno del 1973: «la politica antiterroristica italiana è diretta innazitutto a prevenire attentati in Italia». Essa si basa «sul coordinamento con gli altri Paesi europei, intese informali con i fedayn e gli israeliani, la disponibilità a pagare riscatti quando siano in gioco vite umane, dando la precedenza alla sicurezza nazionale». Abu Hol chiedeva anche di ritornare sulla ingiustificata espulsione da Perugia di sei studenti universitari palestinesi e sull’arresto il 5 gennaio precedente a Fiumicino di un membro del Fplp, Joussef Narsy el Tamimy, trovato in possesso di 14 detonatori elettrici diretti nei territori occupati. Smentiva decisamente le affermazioni di alcuni pentiti sull’addestramento di brigatisti nei campi palestinesi in Libano. Nel corso della conversazione emergeva che, per risolvere il contenzioso sul rimborso dei lanciamissili, l’anno precedente il generale Santovito, nel frattempo dimissionato per la vicenda P2, aveva «prospettato la possibilità di inviare quattro ambulanze, sotto forma di aiuto umanitario», infine l’interlocutore poneva in risalto che «dopo gli accordi di circa otto anni fa, non è stato più effettuato alcun attentato contro chicchessia in Italia». La questione Tamimy e il rimborso dei missili divenivano così una tema da mettere sul tavolo negoziale per azzerare ogni contenzioso e normalizzare il rapporto con le varie organizzazione palestinesi, tanto più che nel frattempo l’Fplp era rientrato nel comitato esecutivo dell’Olp. L’emissario del Sismi coglie l’occasione per risolvere la questione nel successivo incontro con Bassan Abu Sharif. In un commento a matita del dirigente del Servizio che recepiva l’appunto, si annota: «L’intervento per il caso Tamimy potrebbe risolvere molti nodi. Propongo un cauto ma efficace intervento informale, inteso a sensibilizzare l’Autorità competente». In una successiva nota del 28 febbraio 1982, inviata al Cesis dal nuovo capo del Sismi, Ninetto Lugaresi, si chiedeva un intervento autorevole in favore di Tamimy affinché venisse scarcerato ed espulso.
La vicenda si chiude, «l’ultimo attentato risale al 17 dicembre 1973» Il trentaduesimo documento che chiude il carteggio Giovannone-Olp riguarda un appunto del Sismi di notevole importanza, del 19 agosto 1982, inviato al Cesis e nel quale si proponeva la definizione di un «organo pilota in ambito nazionale nei rapporti con l’Olp». Israele aveva occupato il Libano del Sud spingendosi fino a Beirut per accerchiare lo stato maggiore dell’Olp ed eliminare le milizie armate presenti nei campi palestinesi. Nel frattempo – si affermava nella nota – in Italia una serie di misure amministrative intraprese dalle autorità, come la mancata protezione di sedi Olp dalle minacce del gruppo di Abu Nidal, l’eco attribuito a fake news sulla cattura da parte israeliana di brigatisti nel Sud del Libano, smentite dalle stesse autorità di Israele, la mancata riammissione degli studenti palestinesi espulsi, il visto non concesso a dirigenti dell’Olp, apparivano in netto contrasto con «la linea di tendenza strategica espressa dalle autorità di governo (riconoscimento dei diritti dei palestinesi)». Nell’appunto si riteneva che questa situazione potesse creare «disturbo per il dialogo Olp-Sismi, che da circa un decennio produce effetti apprezzati e vantaggiosi», tenuto conto del fatto che «l’Olp si era attenuta all’impegno di “neutralizzare” l’Italia nei suoi interessi sul territorio nazionale e all’estero». L’ultimo attentato – prosegue la nota – «risale al 17 dicembre 1973 (strage di Fiumicino). Dopo quella è stato condotto un altro atto violento ad opera di palestinesi (occupazione dell’Ambasciata siriana a Roma nel 1976), ma si è trattato del gruppo di Abu Nidal, dissidente, condannato a morte da Fatah nel 1974 e asservito al regime iracheno, prima, siriano, dopo». Il testo ricorda che «l’impegno assunto circa la neutralizzazione non prevedeva il “transito”, ma negli ultimi mesi erano in atto contatti intesi ad escludere l’Italia anche come area di transito», infine si ricorda come l’Olp «non ha consentito reazioni come accaduto altrove» all’uccisione a Roma da parte di probabili sicari israeliani (il Sismi sospettava in realtà Abu Nidal) di Majed Abu Sharar (ottobre 1981) e nel giugno 1982 di Kamal Hussein (studente di medicina militante dei Gruppi universitari palestinesi) e Nazih Matar (vice responsabile dell’ufficio Olp).
«Mancano delle carte», la linea del Piave della destra Dunque, dopo la strage di Fiumicino i palestinesi avevano rispettato l’accordo. Il che, oggi, ha già fatto sostenere a qualcuno che quel passaggio del documento del 19 agosto 1982 altro non sarebbe che una excusatio non petita. Mentre l’assenza, nelle carte di Giovannone ora desecretate, di documenti nel periodo tra il 2 luglio 1980 (quando la crisi di Ortona si era risolta) e il 25 settembre dello stesso anno, indicherebbe la sparizione di altri cablo che, invece, dimostrerebbero il legame con la strage del 2 agosto alla stazione di Bologna. Quasi una estrema linea del Piave, dopo che per anni è stato sostenuto che in quelle carte stava una verità indicibile sulla strage, mentre ora si sa che non era così. Perché è vero che il totale delle carte di Giovannone comprende 250 documenti, ma lo è altrettanto che i 32 ora versati all’Archivio centrale dello Stato – come sanno bene quei componenti della Commissione Moro 2 che visionarono l’intero carteggio – ne costituiscono il fulcro. E sono stati versati, recita la relazione datata 12 ottobre 2022 del “Comitato consultivo sulle attività di versamento all’Archivio centrale dello Stato” istituito presso la presidenza del Consiglio, proprio per rispondere «all’esigenza di escludere ricostruzioni fuorvianti del tragico evento, spesso oggetto di strumentalizzazione». Il riferimento del Comitato è a Ustica, visto che i documenti sono già stati visionati dalla Procura di Roma che indaga sulla strage del DC9 Itavia. Ma sono parole che, lette quelle carte, valgono ancor più per Bologna. 2/continua