Torture contro le Brigate rosse: chi si nasconde dietro l’eteronimo “De Tormentis”? Chi diede il via libera alle torture?

Torno ancora una volta a parlare del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali“: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer, sul quale non mancheranno altri post in futuro

De Tormentis è in questa foto

Prima parte

L’outing del capo della squadra speciale del ministero dell’Interno addestrata all’uso del waterboarding per interrogare gli arrestati accusati di appartenere alle Brigate rosse è uno dei pochi fatti nuovi venuti fuori dalla mole di pubblicazioni sulla lotta armata, il sequestro Moro e la storia delle Br, apparse negli ultimi mesi e in gran parte caratterizzate dai soliti approcci dietrologici.
Il funzionario dell’Ucigos, che appare sotto l’eteronimo di “professor De Tormentis”, accompagnato anche dal racconto del commissario della Digos Salvatore Genova, inquisito per aver partecipato alla tortura di Cesare Di Lenardo ma “salvato” dall’immunità parlamentare ottenuta grazie all’elezione come deputato nelle file del partito socialdemocratico, che in quegli anni vantava come segretario Pietro Longo, affiliato alla loggia P2, riconosce che una struttura ad hoc era stata creata nel 1978, quando venne impiegata durante il sequestro Moro contro il tipografo delle Br, Enzo Triaca.
Struttura che – afferma “De Tormentis” –  venne messa in sonno dopo la denuncia di Triaca nella quale si raccontava in modo dettagliato il “trattamento” subito. Denuncia che costò a Triaca una ulteriore condanna per calunnia, anche se quei fatti – oggi sappiamo grazie alla circostanziata conferma di “De Tormentis” – erano veri.
La struttura speciale, spiega ancora il maestro della tortura che simula l’annegamento con acqua e sale, fu riattivata durante il sequestro, da parte delle Br-pcc del generale americano James Lee Dozier. Una riunione del comitato interministeriale per la sicurezza presieduto dall’allora capo del governo, il repubblicano e ultra-atlantista Giovanni Spadolini, diede il via libera all’uso della tortura per estorcere informazioni durante gli interrogatori. La struttura operò per due anni fino alla fine del 1982 non solo contro le Brigate rosse ma almeno in un caso anche contro un arrestato di destra.

La confessione di “De Tormentis” e il riscontro incrociato con le parole di Genova non chiariscono però tutto. Restano da sapere ancora molte altre cose: quale fu l’esatta filiera di comando? Nel libro viene tirato in ballo Umberto Improta, allora dirigente Ucigos, poi promosso questore e successivamente prefetto. Di lui già si sapeva. Ma chi c’era ancora più su?
Sarebbe interessante sapere come l’ordine sia passato dal livello politico a quello sottostante, in che termini sia stato impartito. Con quali garanzie lo si è visto: impunità flagrante. Venne pizzicata solo una squadretta dei Nocs capeggiata da Genova, che nel libro di Rao si racconta come il buono, uno che assisteva soltanto alle torture, quasi schifato dai metodi di “De Tormentis”. Quei Nocs, condannati in primo grado per violenza privata (in Italia il reato di tortura non esiste) ma prosciolti in seguito, racconta un compiaciuto “De Tormentis”: «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare».

Queste rivelazioni portano un colpo decisivo alle tesi apologetiche propagandate da magistrati come Giancarlo Caselli e Armando Spataro (cf. Il libro degli anni di piombo, Aa.Vv. curato da Marc Lazar, Rizzoli, oppure Ne valeva la pena, Laterza) o da ex giudici come Sergio Turone in, Il caso Battisti, Garzanti), secondo i quali la lotta armata per il comunismo sarebbe stata affrontata dallo Stato italiano con le sole armi dello stato diritto e l’applicazione alla lettera della costituzione, eccetera.

Allo stato d’emergenza, alle leggi speciali e alla giustizia d’eccezione si accompagnò invece anche il più classico degli strumenti tipici di uno stato di polizia: la tortura impiegata in modo sistematico nel corso del biennio cruciale 1981-82 contro i militanti catturati, per giunta ricorrendo alla lezione dell’indiscusso maestro della tortura nel dopoguerra, quel Paul Aussaresses il cui manuale sperimentato in Algeria servì da libro di testo nella scuola delle Americhe che formò tutti gli ufficiali torturatori delle dittature sudamericane.

1/continua

Link
Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Torture contro i militanti della lotta armata
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti

Il terrorista urbano: ecco il nuovo nemico politico. Dopo il 15 ottobre in arrivo una nuova legislazione speciale contro il diritto di manifestare: mano libera ai picchiatori della polizia, come a Genova

Libertà costituzionali sotto attacco: dopo i daspo politici, la creazione di un nuovo reato associativo, l’arresto in flagranza differita e la richiesta di garanzie patrimoniali per poter svolgere le manifestazioni, il ministro dell’Interno Maroni annuncia un decreto legge che garantisce l’impunità ai poliziotti che picchiano nei cortei

Una polizia al di sopra della legge. E’ quanto auspica il ministro dell’Interno Roberto Maroni che ha annunciato di voler presentare al consiglio dei ministri una norma che metta le forze di polizia, coinvolte in eventuali comportamenti illegali durante le attività di ordine pubblico, al riparo da inchieste della magistratura. «È protezione quella che voglio dare alle forze di polizia – ha detto il ministro in un intervento pronunciato venerdì scorso a Salerno – in modo che non ci sia un pm che le mandi in galera. Sono misure che porterò al consiglio dei ministri chiedendo un decreto legge perché quello che è accaduto a Roma non accada più». La decisione arriva dopo le forti sollecitazioni esercitate dei vertici di carabinieri, polizia e finanza e dalle rispettive rappresentanze sindacali in favore di una norma ad cetum, che a differenza degli altri cittadini manifestanti renda la polizia immune di fronte alla legge. La norma farebbe da corollario agli altri dispositivi speciali anticipati nei giorni scorsi: creazione di un nuovo reato associativo, arresto in flagranza differita, limitazioni al diritto personale di manifestare (Daspo politici) e richiesta di garanzie patrimoniali tramite fideiussioni bancarie per ottenerne l’autorizzazione. Tra le “tutele” evocate da Maroni l’ipotesi di filtri amministrativi interni ai corpi di polizia che valutino gli eventuali illeciti, come la costituzione di un ufficio disciplinare, o l’autorizzazione del procuratore generale per l’avvio delle indagini.


Cortei per ricchi e Daspo per tutti. Viminale e sindaco di Roma limitano il diritto di manifestare

Paolo Persichetti
Liberazione 19 ottobre 2011

Quando in Italia si manifesta un’emergenza politico-sociale è subito pronta una legge d’eccezione. Un vizio che mette radici nei lontani anni 70. Anni tabù che si ripresentano continuamente sotto forma di spettro. Chi sabato scorso ha risposto ai pericolosi caroselli della polizia in piazza san Giovanni (tre mila secondo il Viminale) è un «terrorista urbano». Il ministro degli Interni Roberto Maroni, dopo l’invocazione venuta da Antonio Di Pietro in favore di una nuova legge Reale (la famigerata normativa sull’ordine pubblico che dal 1975 al 1990 ha provocato 625 vittime, tra cui ben 254 morti per mano delle forze di polizia), ha subito risposto coniando una nuova tipologia criminale (in incubazione da oltre un decennio) che va ad accrescere la lunga lista dei nemici politici dello Stato.
In parlamento il ministro di polizia ha spiegato che sono in cantiere una serie di misure calco dei dispositivi d’eccezione già applicati per reprimere la delinquenza negli stadi: l’arresto in flagranza differita, i Daspo anche per i cortei (in barba all’articolo 21 della costituzione), l’ennesimo specifico reato associativo per chi «esercita violenza aggravata nelle manifestazioni politiche» (oramai gli associativi sono giunti quasi a quota dieci nel nostro codice penale). L’idea cardine contenuta nel nuovo edificio legislativo d’eccezione è quella di anticipare il più possibile l’avvio del reato, e dunque l’intervento penale, sanzionando non più soltanto il fatto compiuto o il suo tentativo ma gli «atti preparatori». Nozione incerta, volutamente fumosa, assolutamente pericolosa poiché apre all’abisso del processo alle intenzioni. Giuristi come Luigi Ferrajoli dissentono profondamente: «occultare l’incapacità del governo e la cattiva gestione dell’ordine pubblico con nuove misure repressive non serve. E’ assurdo che addirittura un sindaco possa introdurre un limite alle libertà costituzionali come quella di manifestare». Per Gianni Ferrara, «una legislazione repressiva di questo tipo è inammissibile perché in contrasto non solo con un sistema costituzionale e una civiltà risultato di secoli di lotte sociali e politiche, ma è soprattutto inutile e dannosa come lo fu a suo tempo la legge Reale».
Prendendo sempre esempio dal laboratorio del controllo sociale che è diventata la normartiva d’eccezione sul tifo calcistico, il Viminale si è ispirato alla «responsabilità oggettiva», prevista nella giustizia sportiva, per ipotizzare l’introduzione di garanzie patrimoniali per ottenere l’autorizzazione a manifestare.
Almeno formalmente l’autorizzazione a manifestare non esiste,  essendo un diritto cardine del sistema costituzionale non può essere sottoposto a discrimine. Chi vuole dare vita ad una manifestazione pubblica non ha bisogno di autorizzazioni preventive, deve solo darne comunicazione alla questura, che ha il potere di vietarla o limitarla, una volta avutane notizia, per ragioni di ordine pubblico. Distinzione  sottile ma dirimente. La richiesta di un deposito preventivo, tramite fideiussione bancaria, è dunque anticostituzionale. Non solo, ma trasformerebbe l’articolo 21 in un diritto patrimoniale, accessibile unicamente ai possidenti. Sui quotidiani in proposito si sono lette delle vere e proprie castronerie, come la proposta di far pagare il biglietto: un ticket per manifestare, un euro, due euro e così via. Ma se così fosse sarebbe un bell’incentivo alla spettacolarizzazione: se devo pagare per scendere in piazza voglio divertirmi, insomma ho diritto ad una bella rappresentazione scenografica… e vai con i botti!
Gli esperti di ordine pubblico già sanno che sarebbe solo un incentivo alle manifestazioni non autorizzate, punto. Tutte queste bizzarrerie coniate dal ceto politico e dai media danno solo la prova di come non esista più una concezione dello spazio pubblico attivo e autonomo. Esiste un’idea proprietaria dello spazio sociale o al massimo un’idea dello spazio collettivo come platea per un pubblico che acquisita un biglietto, paga un tiket.
Invece di discutere di questo si lanciano anatemi contro i cattivi di turno, gli incappucciati di sabato 15 ottobre (che poi tanto travisati non erano se la loro identificazione risulta così facile). Non deve stupire dunque se stavolta questa nuova emergenza giudiziaria non è calata dall’alto dei Palazzi arroccati della politica. L’invocazione di legge ed ordine è venuta dall’interno stesso della manifestazione di sabato 15 ottobre. La reazione scomposta di pezzi ampi di ceto politico, le grida avventate di personaggi e strutture navigate, che hanno recepito le violenze e gli scontri come uno spodestamento del proprio ruolo, insieme all’ambiguo protagonismo di settori crescenti di società civile legati alla multiforme galassia giustizialista, vero must culturale egemone che tiene insieme i vari pezzi di ciò che resta della sinistra, subito pronti a lanciarsi nella rincorsa alla delazione, le dichiarazioni dei vertici del Pd, la campagna di Repubblica (che aveva tentato di mettere il cappello alla corteo amplificando la grottesca dichiarazione dell’estensore della lettera della Bce, Mario Draghi), hanno aperto la strada alla discesa in campo di Di Pietro e alla sortita di Maroni.
Un boomerang clamoroso che ha portato addirittura all’ukaze di Alemanno, il sindaco che ha sospeso per un mese l’applicazione della costituzione a Roma, vietando tutte le manifestazioni. La politica e morta e chi, come Valentino Parlato memore di altre epoche sul manifesto di domenica ha provato a ricordare che «nell’attuale contesto, con gli indici di disoccupazione giovanile ai vertici storici era inevitabile che ci fossero scontri con la polizia e manifestazioni di violenza […]segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile», è rimasto solo.

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Parla il capo dei “Cinque dell’Ave Maria”, l’ex funzionario Ucigos Nicola Ciocia: «Torture contro i Br per il bene dell’Italia»

Questa intervista realizzata quattro anni fa torna d’attualità dopo l’uscita del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, nel quale si raccontano tutti i retroscena sulle torture all’algerina praticate contro i militanti delle Br dal 1978 alla fine del 1982. Il funzionario dell’Ucigos a capo della speciale squadretta addetta alle sevizie ammette: «tecniche d’interrogatorio particolari per certi sospettati»

Matteo Indice
Il secolo XIX, 24 giugno 2007

Certo, «i metodi forti sono stati usati, in emergenza e sempre dopo aver avuto la certezza oggettiva di trovarsi davanti il reo, le cui rivelazioni sarebbero state decisive per salvare delle vite. Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso costi quel che costi. Se ci sei dentro – racconta il super-poliziotto – non ti puoi fermare o staccare il biglietto, e come un chirurgo che ha iniziato un’operazione, devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti. Negli ultimi anni, la polizia non si è mai trovata in frangenti tanto estremi se non al G8, forse. Ma lì è mancata la professionalità, sono state usate le persone sbagliate, i tempi sbagliati, specie per l’irruzione alla scuola Diaz».
Parla, il capo operativo dei “Cinque dell’Ave Maria”. E la sua testimonianza colma in parte la lacuna evidenziata 25 anni fa dal tribunale di Padova nel primo processo sulle sevizie ai br, quando fu descritta «l’esistenza di una struttura organizzata (non individuabile in quel periodo) destinata al compimento di tali azioni». Il gruppo “parallelo” fu gestito per un certo periodo direttamente dai vertici dell’Ucigos e dal ministero dell’Interno; si muoveva da Nord a Sud per risolvere situazioni “estemporanee” e non se n’è mai occupato alcun procedimento penale.
Del funzionario (che è stato intervistato alla presenza di un’altra persona) viene rispettata la richiesta di anonimato, ma ci sono chiari riferimenti al suo lavoro in seno all’Amministrazione. La fonte ha prestato servizio per quasi tre decenni, entrando in polizia alla fine degli Anni Cinquanta e uscendone con un grado molto elevato. Ha lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo. Infine l’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati». «Alla Mobile del capoluogo campano – spiega – si combatteva una vera e propria guerra contro la camorra. Occorreva invertire i rapporti di forza, la soggezione indotta dai malavitosi sull’intera cittadinanza e ovviamente sugli apparati di sicurezza. Perciò capimmo che prima di tutto bisognava accompagnare alla puntualità degli accertamenti il rispetto ottenuto dai banditi che di volta in volta catturavamo». C’è un riferimento, più emblematico degli altri. «Negli anni ’70 la zona di Pallonetto a Santa Lucia era semplicemente il regno dei contrabbandieri. Nemmeno la Finanza aveva il coraggio di entrarvi e decidemmo che non si poteva andare avanti così. Impiegando metodi forti, alla fine, ogni volta che ci presentavamo per una perquisizione i “notabili” si alzavano in piedi. Venivano colpiti in faccia, con le sedie dei bar dove si radunavano, se apparivano insofferenti alla nostra attività». L’ispettorato antiterrorismo di Emilio Santillo è un passaggio successivo, in qualche modo fondamentale nel forgiare le tecniche e il drappello dei fedelissimi, che poi saranno utilizzati all’Ucigos.
«Dopo tanti anni di lotta alla criminalità organizzata, ebbi la certezza che l’unico modo per debellare la violenza ideologica sarebbe stato mescolare gli investigatori di estrazione “politica” a quelli di provenienza “comune”, cioè impegnati da sempre nel contrasto ai malviventidi professione. Le notizie fornite dai primi, sommate all’efficacia dei secondi, hanno dato risultati importantissimi». I “cinque” si mettono in luce per esempio nell’inchiesta sui Nuclei armati proletari, specie dopo l’arresto di Giuseppe Sofia. «Ci sono due livelli d’interrogatorio, dinnanzi a un terrorista che hai la certezza essere colpevole. All’inizio ponevo una domanda lineare, aspettandomi una risposta. Se la replica risultava evasiva, o proprio non arrivava, ho sempre dato una seconda chance, dicendo sottovoce “mi stai offendendo, riproviamo”. Poi, quando l’intelligenza viene definitivamente offesa, ci sono i modi forti e a quel punto il sospettato ha l’impressione d’essere in tuo completo dominio. Si vuole parlare di torture, ma io direi che si trattava soprattutto d’una messinscena, praticata per garantire la sopravvivenza a decine di persone». La somministrazione di abbondanti dosi di acqua e sale e la finta fucilazione sono emersi con chiarezza, dalle carte degli anni successivi: «Altre situazioni, che magari hanno fatto il bene dello Stato, è meglio portarsele nella tomba».
Nel 1977, quando l’ispettorato antiterrorismo di Santillo viene sciolto, ecco l’ultimo “scatto”. Il funzionario viene chiamato a Roma, direttamente all’Ucigos, con un ruolo di coordinamento. I fedelissimi, invece, restano a Napoli: «Ma di tanto in tanto li reclutavo, quando la presenza era assolutamente necessaria e sapevo che solo un interrogatorio condotto con i loro metodi avrebbe consentito di ottenere le informazioni desiderate. Ero autorizzato e delegato ogni volta a muovermi in questo modo dai miei superiori, che riferivano al capo della polizia e al ministro dell’Interno. Ci dicevano che era necessario andare fino in fondo e noi gli risolvevamo i problemi. L’impiego dei miei investigatori non era troppo ricorrente, ma coincideva sempre con i momenti cruciali delle indagini».
C’erano testimoni da ascoltare durante il sequestro di Aldo Moro (la nostra fonte è in una delle foto simbolo scattata in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4” dove si trovava il corpo senza vita del politico) e pure dopo.
«Uno dei pentiti “storici” nella storia delle Br, il “tipografo” Enrico Triaca individuato successivamente alla scoperta del cadavere dello statista, fornì una serie di rivelazioni impressionanti dopo che lo torchiammo». Il metodo è trasversale. «Mi sono occupato
dell’ultradestra, dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), in particolare dell’arresto a Roma di Paolo Signorelli e altri militanti poi sospettati di aver ucciso il 23 maggio 1980 il sostituto procuratore Mario Amato (Signorelli, condannato in primo e secondo grado è stato definitivamente assolto in Cassazione, ndr)».
L’anno topico è però il 1982, il periodo compreso fra gennaio e febbraio. «Prima di partecipare alle indagini per la liberazione del generale Dozier, io e i miei uomini interrogammo a Roma il brigatista Ennio Di Rocco (bloccato il 3 gennaio 1982), militante delle Brigate Rosse-Partito guerriglia. Grazie alle sue dichiarazioni individuammo, sei giorni dopo, il leader di quell’organizzazione, Giovanni Senzani, nella base romana di via Pesci».
Di Rocco fu uno dei primi terroristi a denunciare di aver subito torture. Fu ucciso nel carcere di massima sicurezza di Trani e il suo omicidio venne rivendicato dai “proletari prigionieri per la costruzione dell’organismo di massa del campo di Trani” e fatto proprio anche dal “partito guerriglia”, che non gli perdonò le soffiate. «Dopo Senzani andammo a Padova per Dozier. Il Paese era in preda al panico, io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per la corruzione. Occorreva ristabilire una forma di “auctoritas”, con ogni metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto».

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Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture
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Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti

Dietro l’omicidio Vassallo la pista del traffico di droga

Crolla la narrazione dell’episodio diffusa dai professionisti dell’antimafia dopo l’omicidio e che suscitò forte emozione e una imponente mobilitazione politico-mediatica. Pochi giorni dopo la morte di Vassallo venne addirittura organizzato un convegno dalle fondazioni Democratica e Generazione Italia con la partecipazione di Veltroni, Fini, Mantovano e Saviano. La morte di Vassallo era diventata un’ottima passerella per quel tipo di politica che flirta con il populismo. L’incontro venne poi rinviato a pochi giorni dall’appuntamento per un malanno che avrebbe colpito Saviano, ospite di punta dell’iniziativa. Una provvidenziale polmonite in pieno settembre. Convegno, a quanto se ne sa, mai più riconvocato.
La Direzione distrettuale antimafia ha emesso cinque ordini di custodia cautelare: tre le persone arreste e due quelle latitanti. L’omicidio sarebbe il frutto di un contesto “anomalo”, frutto di una strana commistione di ambienti legali e illegali che navigano tra lo spaccio locale di droga e mire affaristiche sul litorale del Cilento

Paolo Persichetti
Liberazione 13 ottobre 2011

Il porticciolo di Pollica

«Due pistole che sparano, le pallottole che colpiscono al petto, un agguato che sembra essere anche un messaggio. Così uccidono i clan». Era passate solo 48 ore ma per Roberto Saviano, che scrisse queste parole su Repubblica, la morte di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica-Acciaroli in provincia di Salerno, avvenuta nella tarda serata del 5 settembre di un anno fa, non era affatto un mistero. Per l’autore di Gomorra si trattava dell’ennesimo crimine camorristico. Il primo cittadino del paesino del Cilento, eletto in una lista civica dopo aver rotto col Pd, sarebbe morto perché lasciato solo a combattere lo strapotere di una camorra in procinto di allargare i suoi voraci interessi affaristici e criminali su nuovi territori ancora incontaminati e strenuamente difesi dal «sindaco-pescatore».
Nel suo lungo articolo Saviano snocciolava nomi di capi clan, si dilungava in organigrammi, disegnava piramidi criminali, raccontava dei sicuri appetiti sul porticciolo turistico di Acciaroli che avrebbero fatto gola ai casalesi, i suoi nemici di sempre, additandoli come i sicuri mandanti dell’assassinio. «Uno scandalo della democrazia», concludeva lo scrittore con la scorta pronto a lanciare la sua nuova crociata.
Oggi sappiamo che la camorra non c’entra. La verità è un’altra, meno banale, meno manichea, carica di sorprese e piena di sfumature, dove i cattivi non stanno nel posto che ti aspetti. La pista che porterebbe agli assassini di Vassallo sarebbe invece legata ad un traffico locale di stupefacenti. Niente a che vedere, dunque, con la narrazione dell’episodio diffusa dopo l’omicidio e che suscitò una forte emozione e una imponente mobilitazione politico-mediatica. Il 25 settembre successivo venne addirittura organizzato un convegno, proprio a Pollica, dalle fondazioni Democratica e Generazione Italia con Veltroni, Fini, Mantovano e Saviano. La morte di Vassallo era diventata un’ottima passerella per quel tipo di politica che flirta con il populismo. L’incontro venne poi rinviato a pochi giorni dall’appuntamento per un malanno che avrebbe colpito Saviano, ospite di punta dell’iniziativa. Una provvidenziale polmonite in pieno settembre. Convegno, a quanto se ne sa, mai più riconvocato.
In effetti che non fosse un delitto classico di camorra, lo si poteva sospettare subito. A mettere in dubbio questa versione era la dinamica dell’agguato, lontana dalle modalità operative dei gruppi di fuoco camorristi. E poi i primi risultati dell’autopsia smentirono che a sparare fossero state più pistole. L’esame autoptico disegnò un’altro scenario: a fare fuoco era stata una sola arma, nove colpi, tutti andati a segno con particolare ferocia. Prova di un accanimento, quasi di un fatto personale. Non solo, ma i colpi erano stati esplosi a pochissima distanza, non più di 50 centimetri. Vassallo aveva abbassato il finestrino della sua automobile dopo aver tirato il freno a mano. Circostanza che lascia supporre la mancata percezione del rischio da parte sua, forse perché conosceva il suo assassino oppure perché credette che la persona che gli si parò davanti, lungo la strada buia, stesse chiedendo soltanto soccorso.
La svolta nell’inchiesta è arrivata nei giorni scorsi quando la Dda di Salerno, titolare delle indagini, ha emesso cinque ordinanze di custodia cautelare per reati legati al traffico di stupefacenti. Martedì i carabinieri hanno eseguito tre arresti nei confronti di Lorenzo Conforti di San Giorgio a Cremano, Gerardo Radano di Montecorice e Bernardo La Greca di Acciaroli. Alla cattura sono sfuggiti invece il Brasiliano Bruno Humberto Damiani e Gabriele Pisani, titolare di un negozio di oggetti etnici sul corso principale di Acciaroli. Entrambi sarebbero riparati, secondo indiscrezioni, in Brasile. La pista del traffico di stupefacenti era stata subito evocata dal fratello del sindaco, Claudio, che aveva raccontato di problemi con la droga accaduti ad Acciaroli nel corso dell’estate, per poi aggiungere sibillino: «Mio fratello, prima di essere ammazzato, mi aveva detto che personaggi delle forze dell’ordine erano in combutta con personaggi poco raccomandabili».
Una frase che solo oggi, dopo gli ultimi sviluppi, acquista un significato più chiaro. Originario di Acciaroli è infatti anche il generale dei carabinieri, oggi in pensione, Domenico Pisani. Già capo di stato maggiore e fondatore dei Ros, ritenuto personaggio influente nel Cilento, entrato anch’egli in contrasto con Vassallo per l’opposizione del sindaco nei confronti di un suo progetto edilizio sul lido di Pollica, messo in piedi con una famiglia, gli Esposito, molto chiacchierata nella zona.
L’ex generale è citato anche in una relazione redatta da un alto ufficiale dei carabinieri immediatamente dopo il delitto: «Ad Acciaroli – scriveva l’ufficiale – vi è anche un nipote del generale Pisani, tale Pisani Gabriele, titolare del negozio Algo Mais che è dedito allo spaccio di stupefacenti da oltre dieci anni». Gabriele Pisani risulta anche molto legato a sua cugina, Sonia Pisani, figlia dell’ex generale e convivente con un personaggio ritenuto esponente di un clan catanese radicato nel basso Lazio. La donna è finita nei guai lo scorso giugno per il possesso di un’arma utilizzata nell’esecuzione di due pregiudicati, avvenuta a Cecchina, nella zona sud di Roma, per un dissidio tra gruppi rivali legato alla consegna di una partita di droga.
L’attività di spaccio, cocaina e haschish, sostenuta addirittura con iniziative promozionali come la «degustazione gratuita» per fidelizzare i clienti, che il nipote del generale dei carabnieri in pensione gestiva – secondo le accuse – ad Acciaroli dava molto fastidio ad Angelo Vassallo, noto anche per la sua interpretazione poco “ortodossa” del mandato elettivo: una vocazione decisionista e interventista che gli aveva fatto guadagnare l’appellativo di «sindaco sceriffo», di «padre-padrone», come avvenne per il Tso adottato, senza nemmeno titolo perché fuori competenza territoriale, nei confronti del maestro di scuola Francesco Mastrogiovanni, morto legato sul letto di contenzione dopo un’agonia atroce.
Sembra accertato che Vassallo poche sere prima della sua morte affrontò alcuni pusher con i vigili del comune in un locale di Acciaroli.
Gli inquirenti per il momento restano prudenti: a nessuno dei destinatari dei provvedimenti restrittivi è stato contestato il concorso nell’uccisione di Vassallo, ma è evidente che le indagini cercano gli assassini del sindaco all’interno di questo contesto “anomalo”, frutto di una strana commistione di ambienti legali e illegali.

Link
Ucciso il sindaco di Pollica: dubbi sulla matrice camorristica
Covergenze paralelle: iniziativa con Saviano e confronto Fini-Veltroni


Saviano e il genere fantasy

Saviano e il brigatista
La macchina del fango di Saviano contro i manifestanti del 14 dicembre

Il capo della mobile: “Contro Saviano minacce non riscontrate”
Alessandro Dal Lago:“La sinistra televisiva un berlusconismo senza berlusconi”
Il capo della Mobile di Napoli: “Vi spiego perché ero contrario alla scorta per Roberto Saviano”
Aldo Grasso: “Vieni via con me un po’ come a messa”
Daniele Sepe scrive un rap antiSaviano: “E’ intoccabile più del papa”
Il razzismo anticinese di Saviano. L’Associna protesta
La denuncia del settimanale albanese: “Saviano copia e pure male”
Il paradigma orwelliano impiegato da Roberto Saviano
Saviano in difficoltà dopo la polemica su Benedetto Croce
Marta Herling: “Su Croce Saviano inventa storie”
Saviano, prime crepe nel fronte giustizialista che lo sostiene

Ma dove vuole portarci Saviano
Il ruolo di Saviano. Considerazioni dopo la partecipazione a “Vieni via con me”
Pg Battista: “Come ragalare un eroe agli avversari. Gli errori della destra nel caso Saviano”
Non c’è verità storica: il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano
Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano
Castelvolturno, posata una stele per ricordare la strage di camorra ma Saviano non c’era e il sindaco era contro
Alla destra postfascista Saviano piace da morire
Populismo penale

Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
Saviano, l’idolo infranto
Pagliuzze, travi ed eroi
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”

Per Scotland Yard Roberto Saviano non ha bisogno di scorta armata

Sindrome di Linus: allo scrittore era stato asegnato il premio coraggio ma la polizia londinese non gli assegna la scorta e lui rinuncia… al premio


La mitica polizia delle polizie, Scotland Yard, si è rifiutata di commentare la decisione come per ogni circostanza che attiene a questioni sicurezza. Ma è evidente che dietro la scelta di non assegnare nessuna scorta vi è una valutazione sull’assenza di un qualsiasi pericolo reale sul terroritorio londinese. La scorta sarebbe stata solo un orpello, uno status simbol.
L’autore di Gomorra doveva presenziare alla cerimonia di assegnazione del «premio del coraggio» attribuito ogni anno dall’associazione Pen agli scrittori «perseguitati per aver espresso le sue idee». A rivelare l’episodio è stato il direttore dell’associazione Jonathan Heawood. Secondo Heawood, infatti, Scotland Yard avrebbe deciso che Saviano non ha bisogno di protezione. Privato della sua scorta, come Linus della coperta, Saviano – riferiscono le agenzie – ha rinunciato a ritirare il premio, preferendo inviare un messaggio. Questione di coraggio!

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Il razzismo anticinese di Saviano. L’Associna protesta
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Pagliuzze, travi ed eroi
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Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”

Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana

Recensioni – «Colpo al cuore» di Nicola Rao, Sperling e Kupfer
Li chiamavano i «Quattro dell’Ave Maria». Le rivelazioni di un ex poliziotto

Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
10 ottobre 2011


Nell’Italia di trent’anni fa, al culmine del terrorismo e nello stesso tempo all’inizio della sua fine, una squadra di torturatori si muoveva tra le carceri. Non gli agenti del Nocs finiti sotto processo per il caso Di Lenardo; una squadra di professionisti specializzati nell’ estorcere indicazioni e confessioni. Furono loro a catturare Antonio Savasta. A trovare il nascondiglio di Dozier. A smantellare la colonna napoletana. E ad assestare alle Br quel “colpo al cuore” che nel giro di pochi mesi ne decretò la fine. Si intitola appunto «Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata» il saggio-inchiesta di Nicola Rao, che domani Sperling&Kupfer manda in libreria. Un focus sugli ultimi 500 giorni delle Brigate Rosse: dal maggio 1981 all’ottobre 1982. Per la prima volta parla Savasta. Parla il commissario Genova, che lo catturò. E parla il misterioso funzionario dell’Ucigos (l’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali della polizia di Stato operativo durante gli anni di piombo, ndr) – indicato dai colleghi con il significativo eteronimo di «professor De Tormentis» – che contribuì in maniera determinante a distruggere le Br, praticando una sorta di waterboarding, la tortura del soffocamento con l’ acqua. Una storia che il gergo dell’epoca ha battezzato con nomi da B-movie – la squadra veniva indicata come «i quattro dell’Ave Maria» -, ma che ci riporta in un’epoca drammatica del nostro recente passato, che l’autore indaga con il metodo del suo long-seller dedicato invece all’ estrema destra, «La fiamma e la celtica». Costituita all’indomani della morte di Moro, la squadra in seno all’Ucigos era composta da ex sottufficiali della Mobile di Napoli, che avevano conosciuto il «professor De Tormentis» quando era alla testa di quell’ufficio tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Il gruppo d’azione, messo per qualche anno in sonno, viene richiamato in attività quando si fa più violento l’attacco delle Br, con il rapimento del generale Dozier e le pressioni di Washington sull’Italia. Grazie ai «metodi speciali» di quella squadra, nel giro di poche settimane vengono smantellate le due anime delle Br: arrestato Senzani, capo del «Partito guerriglia»; individuato e liberato Dozier, prigioniero del «Partito comunista combattente». Savasta decide di parlare e di distruggere, con le sue rivelazioni, il Pcc, facendo arrestare decine di «rivali». I «metodi speciali» del professore vengono poi introdotti anche a Napoli, nella primavera-estate dell’82, per catturare i superstiti dell’ultima colonna Br ancora in attività. Sempre con questi «trattamenti» la polizia arriva al covo romano dove si trova il terrorista dei Nar Giorgio Vale, che muore nella sparatoria con gli agenti. Il commissario Genova (insieme con altri funzionari) spiega di aver assistito di persona, durante le indagini sul sequestro Dozier, a due «trattamenti» a Verona – il secondo consente di strappare l’ indicazione del covo dov’è rinchiuso il generale americano – e a un altro «trattamento» a Napoli. Il «professor De Tormentis» conferma. E racconta di essersi occupato anche di Enrico Triaca, il tipografo delle Br arrestato subito dopo la morte di Moro, e di due brigatisti che gli indicarono dove era nascosto Senzani. Poi c’è la testimonianza di Savasta. Pagine a volte terribili. Il pentito racconta come uccise il colonnello Varisco. E come partecipò ad altre azioni: il rapimento e l’assassinio dell’ingegner Taliercio; le trasferte sarde per liberare il nucleo storico delle Br detenuto all’Asinara e a Bad’e Carros, con la complicità di banditi-pastori, le traversate notturne nella Barbagia, le sparatorie con i carabinieri e con la polizia. Con rivelazioni inedite sul rapimento Dozier, a cominciare dalla reazione del generale al momento della cattura, quando a pugni e testate stava mettendo fuori combattimento entrambi i brigatisti entrati in casa, e si fermò solo quanto vide Savasta puntare la pistola alla testa della moglie. Neppure il blitz dei Nocs andò nella realtà come fu raccontato: i brigatisti si accorgono dell’ arrivo degli agenti; uno di loro, come prevede il protocollo Br, punta la pistola alla tempia dell’ostaggio; poi ha un attimo di esitazione, non ha il coraggio di andare sino in fondo, e gli uomini dei reparti speciali riescono a liberare il generale; ma l’ operazione passata alla storia come un esempio di azione fulminea stava per trasformarsi in disfatta. Savasta racconta anche delle origini del terrorismo. E indica in un gruppo «proto brigatista» di ex di Potere Operaio i responsabili dell’uccisione del giovanissimo missino Mario Zicchieri al Prenestino. In precedenza Savasta aveva già accusato Morucci, Maccari e Seghetti, che erano stati prosciolti. Ma ora fornisce nuovi particolari. Ad esempio racconta che, la sera dell’omicidio Zicchieri, Seghetti ordinò a lui e a un altro compagno di stare a casa e sintonizzarsi sulle frequenze radio della polizia, per verificare gli spostamenti e le comunicazioni delle forze dell’ordine. E aggiunge, senza farne il nome, che uno dei componenti del gruppo di fuoco era un compagno poi morto in un incidente stradale. Dalla discussione interna alla colonna romana sul pericolo rappresentato dai fascisti della sezione Acca Larenzia, del Tuscolano e di Cinecittà nasce l’assalto alla sezione missina finito in tragedia. Savasta racconta delle armi distribuite dalle Br agli Autonomi durante i cortei del ’77 romano. E dell’ inchiesta che condusse su Aldo Moro, che inizialmente doveva essere ucciso all’ interno dell’università, come poi sarebbe accaduto a Bachelet. Ed ancora: la vita quotidiana all’ interno dell’ organizzazione, le paure dei brigatisti, il terrore delle donne di essere torturate e violentate, le liti, i tradimenti, gli amori, le antipatie. E il suo rapporto conflittuale con il padre: un agente di polizia.

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Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Torture contro i militanti della lotta armata
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti

Quando ai familiari delle vittime si chiede di divenire gli esecutori delle pene. Postille ad un articolo di Claudio Magris

«Basta con la parodia del perdono», è il titolo di un intervento di Claudio Magris apparso sul Corriere della sera del 9 settembre 2011. «Si tratta di una scelta della coscienza – spiega l’illustre germanista – che per definizione non può essere pubblica, messa in mostra davanti alle televisioni come accade sempre più di questi tempi».
L’altro importante assunto contenuto nell’articolo afferma che il funzionamento della macchina giudiziaria non può ruotare attorno alla presenza del perdono, esercitando clemenza se questo viene concesso oppure severità se viene a mancare. «E’ inutile coinvolgere i familiari delle vittime – conclude Magris – non spetta a loro fare giustizia».

Non possiamo che salutare positivamente questa presa di posizione da parte di una delle firme più prestigiose del maggiore quotidiano italiano. Tuttavia c’è qualcosa nell’argomentare del professore dell’università di Trieste che lascia trapelare una sottile perfidia.

L’intero ragionamento di Magris è sbilanciato sulla questione del perdono, lasciando in ombra il problema della vendetta. D’altronde il tema del perdonismo sembra essere una delle sue ossessioni: nell’arco degli ultimi 9 anni Magris ha scritto ben tre articoli sul Corriere della sera praticamente identici: il primo del 31 luglio 2002, «Il perdono così facile e vuoto», in risposta ad un intervento di Marrina Corradi sull’Avvenire; il secondo dal titolo «L’arte difficile di chiedere scusa», del 16 dicembre 2007, dove si fustigavano lo «spirito del tempo, il tic mediatico: tutti i risvolti di un atteggiamento mentale sempre più diffuso», legati appunto alla moda della perdonanza che va di pari passo con la repentence esibita in forma quasi narcisistica.
Questa asimmetria tra perdono e vendetta sembra voler suggerire che ci sia in giro una dilagare della clemenza, un eccesso di perdonanza che sta soffocando la giustizia. Ora il paradosso sta proprio nell’esatto contrario.
E’ vero che si parla fin troppo di perdono ovunque, come giustamente documenta Magris, ma lo si fa solo per negarlo. Il vero tema di oggi è infatti il vendettismo.

Quando si chiama in causa con tanta fretta, sciatteria e superficialità un sentimento religioso tanto delicato, profondo e complesso, qual’è il perdono, con tutte le implicazioni che esso racchiude anche nella sua economia narcisistica («Chi perdona si pone al di sopra del perdonato. Assurge ad una posizione etica che lo sormonta facendo mostra di una superiore gerarchia morale. L’odio e la vendetta al contrario pongono allo stesso livello del colpevole», ricorda lo stesso Magris in uno dei suoi articoli linkati), lo si fa per istigare sentimenti esattamente opposti.

L’analisi di Magris perde la sua consuetà sottigliezza e non s’accorge che la tematica del perdono è emersa pubblicamente come risvolto del pentimento, termine improprio, imbastardito, perché utilizzato per definire la condotta dei «collaboratori di giustizia».
Un cinico scambio realizzato in nome della ragion di Stato sul mercato della giustizia penale tra chi vende chiamate di correo, accuse contro terzi, de relato ed altre dichiarazioni utili a costruire ipotesi d’accusa e teoremi di colpevolezza e chi, in cambio, offre indulgenza penale e carceraria. Un comportamento che sul terreno strettamente morale in altre epoche veniva qualificato come delatorio ed ora è diventato invece prova di ravvedimento.

Le procedure istituzionali introdotte dalla legislazione premiale dell’emergenza che hanno codificato, in varie forme e gradi, la collaborazione e il ravvedimento (per intenderci l’ampio ventaglio che va dalla collaborazione piena e totale alla dissociazione), prevedevano per l’appunto “atti pubblici di repentance”: dai documenti alle interviste nelle quali si dovevano declamare il riconoscimento dei propri errori, la natura paradigmatica del male compiuto, agli incontri sollecitati e organizzati dentro le carceri, e via via in modo sempre più pubblico all’esterno, con quei familiari di persone colpite che si rendevano disponibili (perché mossi e in qualche modo strumentalizzati) dalla loro matrice cristiana.

Perdonismo e pentimento figli della ragion di Stato
Il nodo dunque non sta, come suggerisce semplicisticamente Magris, in una sorta di diabolica furberia degli individui sottoposti a condanna ma nel sistema penale speciale instaurato a partire dalla fine degli anni 70 e nella cultura giudiziaria che da allora ha formato migliaia di magistrati.

Il processo di privatizzazione della giustizia, la critica al sistema eccessivamente «reocentrico» del processo penale e dell’escuzione penale, sono i fenomeni che hanno rimesso al centro la vittima, o i suoi familiari, facendone i nuovi arbitri del sistema penale.
In realtà il processo a cui abbiamo assitito a partire dagli anni 90 del secolo scorso è ancora più perfido: il sistema giudiziario usa il paradigma vittimario per legittimarsi. Sulle spalle delle vittime, o dei loro familiari (e qui le parole di Magris, lì dove spiega che un familiare colpito non può essere considerato una proprietà come una macchina, sono esemplari) grava la ragione morale che giustifica l’inasprimento delle pene, la vessazione sui corpi dei rei.
Una delega dietro la quale si cela una comoda deresponsabilizzazione della magistratura. La controprova viene quando i familiari hanno chiesto di sottrarsi a questa trappola, (vedi l’atteggiamento di Sabina Rossa) chiedendo ai magistrati, alle leggi e alla Stato di fare integralmente la propria parte.
E’ lì che un sistema perfettamente congeniato salta.

Quando i familiari si sottraggono, non al perdonismo ma al vendettismo, d’improvviso perdono centralità. La magistratura non li ascolta più. Il re è nudo.

Recentemente una detenuta politica condannata all’ergastolo, e che nel frattempo aveva scontato tre decenni di carcere, ha ottenuto la liberazione condizionale dopo reiterati rifiuti da parte della magistratura di sorveglianza. La condizione posta perché l’accesso a questa misura fosse possibile non era una valutazione del percorso trentennale della detenuta, l’assenza di pericolosità sociale, le mutate condizioni storico-politiche, ma l’incontro con una vittima, una persona ferita nel corso di una delle azioni realizzate dall’organizzazione in cui aveva militato tra gli anni 70-80.
L’episodio è avvenuto in presenza di una “commissione conciliatrice” composta da funzionari ed esperti del ministero della Giustizia che operano nel campo della cosiddetta mediazione penale.
La scena descritta nella stessa ordinanza redatta dai giudici ha assunto toni da melodramma: i due che si parlano e si abbracciano davanti al giury che osserva soddisfatto. Ci mancava l’applauso e il brindisi riconciliatorio.
La teatralizzazione del perdono e delle scuse (o delle spiegazioni), la messa in scena di un qualcosa che, semmai ha un senso, non può che averlo in una sfera non pubblica, meno che mai sotto lo sguardo censorio dei professionisti della correzione.
Insomma una pantomima che si prende gioco dei sentimenti delle persone colpite e dei prigionieri sottoposti ad umilianti cerimonie di degradazione simbolica.

Questa, caro Magris, è la parodia del perdono ed è tutta opera dello Stato.

Basta con la parodia del perdono
Claudio Magris
Corriere della sera 9 settembre 2011

Si racconta che, durante una guerra civile in Messico, alcuni rivoltosi volessero fucilare un sacerdote, pretendendo però che questi, prima dell’esecuzione, li assolvesse dal peccato che stavano per commettere. Vero o falso, l’aneddoto indica quanto siano radicati nell’animo umano sia la, violenza sia il bisogno di sentirsi perdonati, innocenti, lavati dalla colpa – magari per accingersi poco dopo, col cuore tranquillo, a un’altra azione malvagia.
Anche le cose e i valori più sacri, come il perdono, possono diventare un’empia parodia, quando vengono ostentati con superficiale e oltraggiosa vacuità. Già anni fa alcuni giornalisti avevano sferzato una mania che dilagava negli organi di informazione: appena un tabaccaio, un benzinaio, un gioielliere o chi altro ancora veniva assassinato da un rapinatore, ci si precipitava a chiedere ai genitori o ai figli della vittima se perdonavano l’uccisore del loro caro, magari non ancora catturato o identificato.
La forza di perdonare, di non lasciarsi imprigionare e oscurare dall’odio e dalla vendetta, è un valore altissimo, rivela ima libertà pure dalle più sacrosante pulsioni emotive, che dà senso e dignità alla persona. Tuttavia il perdono è un fatto esistenziale e morale che riguarda soltanto la coscienza di un individuo e il rapporto fra una vittima e il suo persecutore. Non interessa l’opinione pubblica, non è e non dovrebbe essere una notizia e soprattutto non riguarda la legge né i rapporti fra il colpevole e la società.
Dinanzi a un omicidio, la legge non ha né da perdonare né da far vendette; il suo compito consiste nel ricostruire il fatto, qualificarlo giuridicamente, valutarne le eventuali circostanze aggravanti o attenuanti e comminare la pena. La giustizia non ha certo da considerare un assassino con maggior benevolenza perché è stato perdonato dai congiunti della sua vittima né con maggior severità perché questi ultimi chiedono vendetta. Far assistere ad esempio i parenti di un assassinato all’esecuzione dell’assassinò, come accade in alcuni degli Stati Uniti, declassa la giustizia a vendetta.
Ma c’è un’altra ragione che rende ambigua e regressiva questa smania – che ora sembra riprendere vigore, specie alla televisione – di chiedere alla gente, se perdona l’uccisore di un figlio, di un genitore, di un fratello. Si può perdonare solo in nome proprio, per torti fatti a noi, non ad altri, neppure se ci sono cari come la vita. Non siamo i proprietari dei nostri cari, non possiamo decidere per loro. Siamo padroni della nostra automobile: se qualcuno ce la sfascia possiamo – se lo crediamo – perdonarlo e rinunciare a chiedergli un risarcimento. Ma un figlio, una madre, una sorella, un amico non ci appartengono come una macchina; se qualcuno arreca loro violenza, li fa soffrire, li tortura o li uccide, possiamo – e dobbiamo – rinunciare a vendicarci direttamente e personalmente, ma non possiamo certo «perdonare» (che in qualche modo vuol dire assolvere) chi ha ucciso non noi, ma lui o lei.
Soltanto la vittima ha il diritto di perdonare, anche se talora non può più farlo perché la sua vita è stata spenta.
Il perdono di un omicidio che ha colpito la propria famiglia caratterizza le arcaiche società tribali e sopravvive nella società mafiosa, perché in quelle culture è la «famiglia» – in senso stretto o traslato – che conta, non il singolo individuo, il quale le appartiene ed è appunto considerato una sua proprietà. L’omicidio diviene allora un danno, ancorché ingente, subito dalla «famiglia» e, come tale, può essere perdonato mercé un adeguato risarcimento.
La civiltà – almeno la nostra – si fonda invece sul valore insopprimibile, irripetibile e insostituibile del singolo individuo, di ogni individuo; sul suo inalienabile diritto alla dignità e alla vita, la cui infrazione non può essere «perdonata» da nessun altro.
Chiedere, pubblicamente, a chi soffre la morte di una persona amata se perdona o no chi l’ha uccisa è una pacchiana sfacciataggine, che viola il senso della legge e offende l’autentica, non sbandierabile pietà del perdonare.

Link sul paradigma vittimario
De Luna: Andare oltre il paradigma vittimario

Paradigma vittimario e giustizia internazionale
Quando la memoria uccide la ricerca storica
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Una storia politica dell’amnistia
Storia e giornate della memoria
Il nuovo pantheon del martirologio tricolore

Uso penale del paradigma vittimario
La liberazione condizionale e la lettera scarlatta
Populismo penale e vittimismo
Retoriche vittimarie e talk show

Sabina rossa e gli ex-terroristi: siano liberi senza il sì di noi vittime (Corriere della sera)
Sabina Rossa, “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari”
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili

Carlo Giuliani, quel passo in più

Quel passo in più mentre gli altri andavano indietro, la tua vita è tutta lì
Per questo ti vogliamo bene

I tratti addolciti del viso tradivano la sua giovane età. Si era staccato dal gruppo e in una mano teneva una pietra che scagliò con tutta la sua forza contro un drappello d’uomini bardati con scudi e mazze, caschi e stivali, armi da fuoco alla cintola. Quasi appagato da quell’incosciente gesto di sfida s’era voltato per riguadagnare le fila dei suoi compagni. Teneva larghe le braccia mentre le mani erano nude come in quella foto dell’anarchico diventata un manifesto, quando l’eco d’alcuni colpi di pistola risuonò nell’aria. I suoi compagni urlavano, mentre un poliziotto aveva preso la mira per fucilarlo alle spalle. Il suo sorriso s’era trasformato in una smorfia di dolore. Colpito alla schiena ma ancora incredulo continuava a camminare ma le sue falcate sembravano ormai passi di danza. Cadde sull’asfalto solo dopo aver compiuto una piroetta. Era il giugno del 2001, a Gotebörg. Il “movimento dei movimenti” solo per poco era scampato al suo primo morto. Un presagio maledetto che si avverò qualche settimana più tardi a Genova, in piazza Alimonda, dove un altro giovane, all’incirca della stessa età, venne ucciso da un coetaneo in divisa con un colpo in mezzo agli occhi.
Carlo Giuliani la morte l’ha vista in faccia mentre gli altri manifestanti avevano avuto il tempo d’indietreggiare di fronte a quell’arma spianata. Forse era troppo tardi per fermarsi o forse non voleva arretrare, ma andare fino in fondo per impedire a quel braccio teso, armato e in divisa di Stato, di continuare la sua minaccia. Due colpi, una quiete irreale cadde d’improvviso sul campo di battaglia rotta poi da nuove grida, mentre il corpo di Carlo veniva oltraggiato dalle ruote del Defender dei carabinieri.
“Fiori velenosi venuti solo per sfasciare”(1), non trovò migliore espressione una dirigente dell’organizzazione antimondialista Attac per liquidare i fatti di Gotebörg. Secca e adirata contro quella che ai suoi occhi sembrava una teppaglia neoluddista, madame Susan George, trovò più che normale che una pietra valesse un colpo di pistola tirato alle spalle. Autoconvocate, quelle orde d’insorti in cerca di sommosse non erano gradite. Disturbavano le ordinate kermes internazionali, i carnevali di strada, i convegni compunti dei professionisti dell’associazionismo, una nuova burocrazia della società civile che pensava di poter fronteggiare gli irruenti spiriti animali del capitalismo ultraliberale attraverso forme di regolazione economica, strumenti procedurali e regole etiche. Misure inadeguate quanto l’idea di poter fermare l’Oceano in tempesta con dei sacchetti di sabbia. Nello stesso periodo, un appello sottoscritto da intellettuali italiani e francesi, tra cui spiccavano le firme d’alcuni ex partecipanti ai movimenti politici degli anni Settanta, censurava le violenze e gli scontri di piazza, in modo particolre le brutalità commesse nei confronti di merci come “i cassonetti bruciati e le vetrine rotte”. Costoro invocavando manifestazioni ordinate e ottenevano nient’altro che forze dell’ordine. Decisamente la storia non è intenzionata a smentire quell’adagio che vuole ogni tragedia ripresentarsi in farsa. Per nulla appagati da tanta stigmatizzazione etica prim’ancora che politica, prendiparola del Forum sociale genovese e leaders d’alcune componenti noglobal, sponsorizzati dai loro grandi elettori mediatici, lanciarono il ritornello infinito, e per giunta dopo un anno ancora non provato, degli infiltrati. Lo fecero a caldo, sopraffatti dal pregiudizio e da servile paura, quando il corpo straziato di Carlo Giuliani non aveva ancora un nome. Nei salotti volanti delle dirette Rai di prima serata che seguivano il G8 circolava ancora la voce che il giovane ucciso fosse uno spagnolo, di certo un basco, un black bloc in ogni caso. Gli invitati (2), ancora accaldati per aver sfilato nei cortei del pomeriggio, attaccarono le forze di polizia colpevoli d’inerzia per aver lasciato devastare la città da bande di facinorosi vestiti di nero. Le forze dell’ordine avevano assalito i cortei quando questi sfilavano ancora lungo i percorsi autorizzati, in diversi punti della città i carabinieri avevano fatto uso d’armi da fuoco, in risposta gli acuti esponenti noglobal invece di pretendere meno forze dell’ordine invocavano più forza pubblica in piazza. Sollecitati con tanto ardore, il sabato successivo le forze di polizia eseguirono con zelo il loro mandato fin dentro alla Diaz. Immemore o forse ignaro che solo nei paesi dove vi è un controllo autoritario dello spazio pubblico le forze di polizia organizzano e svolgono il servizio d’ordine nei cortei, l’arrogante e mai pago presidente della Lila, Vittorio Agnoletto, pretendeva la tutela poliziesca per le sue sfilate nonviolente. Solo in tarda serata, sopraggiunta la notizia che quel manifestante deceduto altri non era che il figlio di un noto sindacalista della Cgil genovese, il “reprobo” Carlo Giuliani divenne finalmente un ragazzo da difendere, un imbarazzante martire da far proprio.

(1) Le Courrier d’information, n. 246, Martedi 19 giugno 2001.
(2) Un isterico Vittorio Agnoletto e un fin troppo incauto Fausto Bertinotti.

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La liberazione condizionale e la “lettera scarlatta”

Fonte: davidesteccanella.postilla.it
12 luglio 2011

Qualche volta capita che sia il legislatore a scrivere male la legge ma qualche altra volta capita invece che sia il suo interprete designato a male applicare una legge scritta bene, è il caso, lo diciamo subito, della più recente tendenza giurisprudenziale in materia di liberazione condizionale, ovvero di quella speciale causa di estinzione della pena prevista all’art. 176 del capo II del titolo VI del Codice Penale.
La indicazione della “collocazione” sistematica di tale norma è fondamentale per comprendere preliminarmente che se è vero che la competenza a decidere in subiecta materia spetta, ai sensi dell’art. 682 Cpp, al Tribunale di Sorveglianza, ciò non significa affatto che la liberazione condizionale (introdotta, seppure in seguito modificata, ancora nel 1930) possa in alcun modo essere inquadrata tra tutte quelle norme extra codice (vd. legge Gozzini) di più recente introduzione che prevedono il ricorso a forme alternative alla detenzione per la esecuzione della pena inflitta, e che, come noto, costituiscono l’abituale alveo decisionale del Tribunale citato.

In altri termini e per meglio chiarire quello di cui si sta parlando, non si tratta di un “beneficio” o di una diversa modalità carceraria, bensì di un vero e proprio diritto stabilito dal Codice Penale. Il che comporta la necessità di affrontare l’art. 176 Cp seguendo due fondamentali e peculiari principi di base che regolano l’intero sistema generale del nostro Ordinamento penale. Il primo è che trattandosi di causa di estinzione di pena, e come tale collocata insieme alle altre cause estintive di reato o di pena nel citato titolo VI (sospensione condizionale, prescrizione, indulto, grazia, morte del reo, remissione querela, riabilitazione etc.) e non già di sua modalità esecutiva alternativa, la funzione del Giudice che la deve applicare si presenta più di natura accertativo-dichiarativa che valutativa o premiale.

Il secondo è che trattandosi di norma penale sostanziale occorre necessariamente rifarsi ai noti principi di certezza e tassatività (con conseguente divieto di analogia) nonché di irretroattività eccezion fatta per l’applicazione del principio del favor rei, il che sostanzialmente significa il dovere da parte del Giudice di applicare nulla di più e nulla di meno di quanto era scritto al momento in cui ha avuto inizio la commissione del reato.
A seguito dell’ultima modifica del 1986, l’attuale art. 176 Cp stabilisce che “il condannato a pena detentiva che durante il tempo di esecuzione della pena abbia tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento può essere ammesso alla liberazione condizionale se ha scontato almeno la metà della pena inflittagli qualora il rimanente pena non superi i 5 anni” e con specifico riferimento ai condannati all’ergastolo al terzo comma che “il condannato all’ergastolo può essere ammesso alla liberazione condizionale quando abbia scontato almeno 26 anni di pena”.

La norma pertanto, anche per il condannato all’ergastolo, è molto chiara, per accedere alla causa estintiva di cui all’art. 176 Cp occorre che si siano verificate due precise e tassative condizioni di cui una sola delle due risulta affidata alla valutazione del Giudice, essendo l’altra meramente temporale, e pertanto del tutto oggettiva (almeno 26 anni di pena scontata).
Quindi una volta ritenuta, a seguito di rapido conteggio matematico della pena già eseguita, per così dire “ammissibile” la richiesta in oggetto, il Tribunale adito dovrà solo valutare la sussistenza o meno dell’ulteriore requisito, ovvero che il comportamento del condannato durante la esecuzione possa fare ritenere sicuro il suo “ravvedimento”.

Fermo restando che il concetto di “ravvedimento” non può certo richiamare concetti meta-giuridici è necessario capire, attraverso una lettura sistematica del Codice Penale, cosa il legislatore del 1930 avesse inteso allorché ebbe ad inserire, quale condizione necessaria a questa ipotesi di estinzione di pena, l’accertamento del sicuro ravvedimento del condannato.
Posto che da nessuna altra parte del codice è dato di ravvisare siffatto termine, cominciamo da un semplice ragionamento ad excludendum per ricavare che non ci si può richiamare nè a quella previsione di “recesso attivo” di cui all’ultimo comma dell’art. 56 Cp o di cui all’art. 605 Cp et similia, né al diverso concetto di “risarcimento” della vittima di cui alla speciale attenuante ex art. 62 n. 6 Cp che oltretutto richiede, come peraltro nel caso di recesso, che la condizione si verifichi prima del Giudizio di cognizione.

Tornando quindi alla norma in oggetto risulta di immediata evidenza l’inserimento di un duplice e fondamentale richiamo di natura temporale sia con riferimento al momento in cui il comportamento previsto viene richiesto, sia con riferimento al momento in cui detto comportamento deve essere valutato quale ravvedimento ai fini imposti dall’art. 176 Cp, momenti che, come è evidente, non coincidono affatto. Il comportamento del detenuto infatti viene valutato in un momento di molto successivo al suo effettivo verificarsi, giacchè, nel caso dell’ergastolano, il Giudice è chiamato a valutare come prova di odierno “ravvedimento” un comportamento progressivo ed assai lungo tenuto dal condannato nel corso dei suoi precedenti 26 anni di detenzione.
Potremmo dire che si tratti di una sorta di “coda” e di molto successiva a quella precedente valutazione fatta dal Giudice di cognizione al momento di quantificare la giusta pena secondo il disposto di cui all’art. 133 Cp che richiede, come noto, alla lett c) di valutare anche la condotta susseguente al reato, giacchè al Giudice della esecuzione viene in questo caso richiesto di valutare molti anni dopo la condotta susseguente all’inizio della detenzione.
In pratica il Tribunale di sorveglianza deve ricostruire il solo precorso carcerario del condannato e solo sulla base di quello decidere poi se ricorra o meno il requisito dell’intervenuto ravvedimento, nulla di più e nulla di meno.

Ecco quindi che al solo e limitato detto fine possono ben soccorrere, e non già quale similare alveo applicativo bensì quale utile strumento di valutazione, tutte quelle precedentemente citate norme che facoltizzano misure alternative alla detenzione, giacchè, tanto per dire, se il condannato all’ergastolo beneficia proficuamente da anni del regime della semilibertà (ovvero si reca al lavoro durante il giorno e fa ritorno in cella per la notte), la certezza dell’intervenuto ravvedimento è già belle che… raggiunta e comprovata in modo concreto, mentre più approfondita dovrà invece essere la indagine del Tribunale di sorveglianza in caso di reclusione mai interrotta, ma anche a tale fine si ritiene che gli incidentali provvedimenti in materia di liberazione anticipata (beneficio che abbuona ogni 6 mesi 15 giorni di condanna in caso di corretto comportamento carcerario) potrebbero fornire utili elementi di valutazione in tal senso.

Tutto questo appare a chi scrive di preclara chiarezza al punto da non richiedere la stesura della presente nota se non fosse che è risultato che ad alcuni condannati all’ergastolo per i cd. delitti politici degli anni settanta venga da qualche tempo richiesta dai vari Tribunali di sorveglianza italiani una condizione in più per accedere dopo 26 anni di carcere alla prevista estinzione, ossia la prova dell’avvenuto invio da parte del condannato di una lettera di contatto o di scuse alle vittime del delitto per il quale oltre 30 anni fa era intervenuta condanna (???).

In pratica, solo la allegazione di un tale invio, ed a prescindere ovviamente dal suo successivo esito (non trattandosi di domanda di grazia), consentirebbe, secondo le più recenti pronunce, di ritenere sicuro quel ravvedimento richiesto all’art. 176 Cp. Questa è la altrimenti incomprensibile ragione per cui oggi, pur in presenza di identici destini giudiziari, alcuni condannati all’ergastolo hanno ottenuto la liberazione condizionale ed altri no, né risulta, mi si dice, pendente una loro istanza in tal senso.
Ora, fermo restando che anche dal punto di vista “etico” (che peraltro qui di certo non rileva) imporre ad una vittima a distanza di anni la odiosa invasività anche solo della ricezione di uno scritto proveniente da chi anni addietro ha sconvolto la sua esistenza e per di più al dichiarato fine di consentire a quest’ultimo di ottenere la libertà dallo Stato, è fatto invero increscioso e di raro cinismo (e non a caso contro tale assurda giurisprudenza si è mossa da tempo, e con commendevole impegno, la parlamentare Sabina Rossa, figlia di quel Guido Rossa a suo tempo assassinato da un nucleo armato delle BR), occorre osservare che dal punto di vista giuridico tale “prassi” appare del tutto in contrasto sia con lo spirito che con il dettato della norma de quo.
La liberazione condizionale infatti non è un “premio” che lo Stato concede a chi ha chiesto 30 anni dopo scusa alla parte civile o si è dissociato, bensì una precisa e codificata causa di estinzione di una pena che, dopo un determinato (e ragionato e calibrato) lasso di tempo ha, secondo lo Stato (e non altri…) cessato di dispiegare i propri effetti afflittivi e sanzionatori per il reo.

Residuando quindi da valutarsi il secondo aspetto per cui lo Stato ha previsto (e comminato) una pena, ovverosia quello “recuperatorio” al tessuto sociale della collettività, a questo e solo a questo e non ad altro, occorre fare riferimento per l’accertamento della citata estinzione.
Chiedere inopinatamente alle vittime di “togliergli le castagne dal fuoco” appare, da parte dello Stato, non solo fortemente ipocrita e dimostrativo di una inaccettabile perdita di autorità, ma anche e più semplicemente, a mio modesto avviso, palesemente disapplicativo di una precisa disposizione di legge del Codice Penale che peraltro, al momento del fatto per cui è intervenuta condanna, nessuno poteva prevedere avrebbe successivamente sofferto di siffatta inopinata “aggiunta” giurisprudenziale che fino a qualche anno fa non aveva mai fatto la sua comparsa nei tanti provvedimenti in tal senso.

Mi domando sinceramente come sia possibile che sul punto non intervenga una buona volta la Suprema Corte di Cassazione.

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Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs Salvatore Genova: «Squadre di torturatori contro i terroristi rossi»

Padova: quei brigatisti seviziati dalla Celere dopo la liberazione del generale americano. La polizia li chiamava «Vendicatori della notte», erano specializzati nel pestaggio dei detenuti

Enzo Bordin
il mattino di Padova
17 giugno 2007

A 25 anni di distanza dalla liberazione del generale americano James Lee Dozier (27 gennaio 1982) trova conferma l’ipotesi di squadre di polizia specializzate «in torture e sevizie degli arrestati» create alla fine degli anni Settanta. Dopo quanto affermato al processo per i fatti del G8 di Genova dal funzionario di polizia Michelangelo Fournier, ecco le rivelazioni di un altro poliziotto, Salvatore Genova, che ai tempi del caso Dozier, come capo dei Nocs, finì sotto processo a Padova con altre quattro «teste di cuoio».
All’operazione antiterrorismo erano pure presenti alcuni agenti della Cia, peraltro mai identificati. In primo grado (presidente del tribunale Francesco Aliprandi) gli imputati vennero condannati per lesioni volontarie nei confronti del brigatista Cesare Di Lenardo, e un sottufficiale di polizia fu incriminato in aula per falsa testimonianza. In appello l’accusa a carico degli imputati fu derubricata in abuso d’autorità e poi prescritta in Cassazione.
Adesso Genova, dirigente della Polfer alla soglia della pensione, in un’intervista al quotidiano «Il Secolo XIX» conferma a posteriori l’assunto accusatorio delle «squadrette torturatrici» ipotizzato al processo ai Nocs di Padova. «Fin dai tempi delle Br sono esistiti, nella polizia, corpi speciali, soprannominati “I vendicatori della notte” e “I cinque dell’Ave Maria” specializzati nell’esercitare torture e sevizie sugli arrestati», sostiene Genova. Un passato da parlamentare, fu tra i poliziotti in servizio nel luglio 2001 al G8 del capoluogo ligure: «In quell’occasione i superiori ci hanno lasciato in cinquanta davanti a ventimila. Posso permettermi di svelare dopo 30 anni di servizio alcuni dei mali profondi della polizia», rileva, raccontando di aver pure denunciato a più riprese, a chi di dovere, l’esistenza delle «squadrette».
Tornando al trattamento usato coi carcerieri del generale Dozier, secondo l’ex capo dei Nocs almeno cinque brigatisti vennero sottoposti a torture nella sede del reparto mobile di Padova: legati, ad occhi bendati, e obbligati a bere abbondanti, dosi di acqua e sale, una tortura all’«algerina» come solevano fare i francesi dell’Oas contro il fronte di liberazione. Fra destinatari di tale trattamento anche il Br Antonio Savasta. Ecco cosa Genova riferisce sul punto riportando il commento dell’allora capo della colonna brigatista veneta: «Ma perché continuano a torturarci se stiamo collaborando?». Savasta fu pure «narcotizzato con siero della verità», come documentato da Gianni Riotta, allora giornalista del «Manifesto», il 12 febbraio 1982.
Ma negli «esercizi di stile» in fatto di tortura si sarebbero verificate sevizie peggiori. L’avvocato Antonio Lovatini, patrono di parte civile per Di Lenardo al processo contro i Nocs, ricorda che al suo assistito «ruppero un timpano» e «bruciarono testicoli e pene». E venne pure sottoposto ad una «finta fucilazione, nudo e con secchiate d’acqua gelida». Il 27 febbraio 1982, Magistratura democratica riunì l’esecutivo a Bologna elaborando un documento che, letto a posteriori, suona assai significativo: «C’è il dovere di procedere sempre tempestivamente d’ufficio alle opportune indagini e agli esami medico-legali necessari per accertare se arrestati e detenuti abbiano subito illecite violenze», affermarono i giudici della componente progressista. Da parte sua, l’irriducibile Di Lenardo uscirà presto dal carcere per fine pena.

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Parla Nicola Ciocia, alias De Tormentis, il capo dei cinque dell’Ave Maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Le torture contro i militanti della lotta armata