Il penalista Lovatini: anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze

Parla il difensore di Cesare Di Lenardo: «Nudo, pesto, poi la finta fucilazione»

Enzo Bordin
il mattino di Padova 17 giugno 2007

Al processo contro gli abusi commessi dai Nocs, l’avvocato padovano Antonio Lovatini assisteva, col collega Baccioli di Firenze, il brigatista Cesare Di Lenardo che si era costituito parte civile per il «trattamento» ricevuto dalla polizia dopo la liberazione del generale Dozier. A venticinque anni dai fatti, il penalista accetta di parlare raccontando le torture subite dal suo assistito in quei giorni. «Gli ruppero non solo un timpano ma gli bruciarono pure testicoli e pene, conme evidenziano le foto agli atti del processo. Ma c’è di peggio. Le cosiddette “squadrette” lo portarono nudo in un campo della Guizza e finsero di fucilarlo dopo averlo preso a secchiate d’acqua. Di Lenardo presentava inoltre bruciature alle mani e al petto eseguite con mozziconi di sigaretta». Lovatini si sofferma a parlare anche delle brigatiste arrestate: «Alberta Biliato e la ragazza di Ruggero Volinia, De Angelis, vennero bendate, lasciate per ore e ore coi piedi legati e tenuti sollevati da terra così da gonfiarli a dismusura. Quando vennero recluse alla Giudecca, le suore dissero “ma in che condizioni ce l’avete portate?”». Non solo: furono legate nude e minacciate di violenza. Alla Biliato le «teste di cuoio» infilarono addirittura un uncinetto nell’organo sessuale fingendo di trasmetterle scariche elettriche».
Però il discorso torture non si ferma a Padova. «Le squadrette sono nate alla fine degli anni Settanta, dopo l’uccisione del magistrato genovese Coco per mano delle Br. E a Siena, dal 22 al 25 febbraio 1982 Fornoni, ex Prima Linea, venne appeso per diverse ore ad una corda, completamente nudo. Gli spremettero i genitali con le pinze e gli infilarono aghi sotto le unghie dei piedi. La squadra era di Roma».
Ma successero altri fatti inquietanti. «Ai difensori pervennero, presso il Consiglio dell’Ordine, lettere anonime con minaccia di morte. Durante tutto il processo di Padova, il portone del tribunale fu picchettato da una decina di poliziotti che volantinavano a favore di Genova e dei Nocs. Il pm Borraccetti e il presidente Aliprandi però non si lasciarono intimidire. Certo, esistevano anche violenze più raffinate. Alle brigatiste, in carcere a Voghera e Latina, non davano da leggere un libro completo bensì solo dieci pagine da restituire in cambio di altre dieci. E in bagno avevano una telecamera costante, con luce accesa giorno e notte».

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Torture contro i militanti della lotta armata

Dall’esilio con furore. Cronache dalla latitanza e altre storie di esuli e ribelli

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Croce e le fonti autorevoli di Saviano. 
Ecco perchè il caso non è affatto chiuso

La tutela della memoria e dell’immagine di Benedetto Croce e della sua famiglia. Sono queste le ragioni che 
muovono le contestazioni della signora Marta Herling a Roberto Saviano sulla ricostruzione da lui proposta – nel corso di una delle puntate televisive di “Vieni via con me” e del successivo libro edito da Feltrinelli – delle circostanze che portarono al salvataggio del futuro filosofo napoletano subito dopo il terremoto di Casamicciola.
Esiste tuttavia un secondo aspetto, a mio avviso ancora più rilevante, che 
investe il metodo e l’uso delle fonti. E’ qui che Saviano dimostra di 
non esserre all’altezza delle ambizioni. Per uno che vorrebbe correggere 
le “bozze di Dio”, l’errore è grossolano. Le fonti si citano in modo completo e si verificano. Le 100 mila lire che il padre del giovane Croce avrebbe consigliato al figlio di promettere ai soccorritori per farsi tirare fuori dalle macerie prima degli altri, sono un esempio. Il Papa dell’epoca, Leone XIII (siamo nel 1883), stanziò a nome del Vaticano 20 mila lire per venire in soccorso dei terremotati. E’ evidente che la cifra indicata nelle fonti di Saviano non tiene. C’è un errore macroscopico. Non solo, ma la storia di De Balzo, citata come fonte solo in seconda battuta da Saviano, dopo aver evocato all’inizio Ugo Pirro, che a sua volta citava un cronista anonimo, non porta elementi nuovi in grado di confutare la versione dell’autobiografia di Croce.
Ma a tutto voler concedere, un narratore onesto avrebbe quanto meno fatto riferimento alla controversia delle fonti, citandole tutte per intero. Il punto è questo: si può anche romanzare una vicenda riprendendo la fonte narrativamente più efficace. Basta precisarlo senza pretendere di voler in questo modo raccontare la versione storicamente più fedele.
Ancora una volta si ripropone l’ambiguità originaria del dispositivo narrativo di Saviano, già contestato in “Gomorra”.
Aggiungo che il tema vero che sottende questa polemica è quello del rapporto col passato. Per Saviano, e l’apparato che lo sostiene, si tratta di amministrare una sorta di monopolio del passato sottraendosi ai criteri di verifica e confutazione esistenti nella comunità storico-scentifica.
Esiste un’altra concezioe che ritiene l’approccio al passato un processo, una costruzione plurale che risponde a criteri di verifica pubblica.
Per usare dei paradigmi semplificatori: da una parte si propone una verità di tipo orwelliano, come fa Saviano; dall’altra una verità sul modello galileiano.


L’opinione del direttore del «Corriere del Mezzogiorno»

«La nipote del filosofo pone questioni rilevanti a cui Saviano non risponde. Le sue fonti sono due anonimi»

Marco Demarco
Corriere del Mezzogiorno 15 marzo 2011

Se il mondo si dovesse dividere in due, da una parte gli amici di Saviano e dall’altra i nemici, io non avrei dubbi: come ho già detto mille volte, starei con i primi. Ma vivaddio non siamo ancora a questo punto e dunque mi sento sciolto da un simile dualismo. Sto con Saviano spesso, anzi spessissimo, specialmente quando guida la rivolta civile contro i poteri criminali; ma non sempre. Sulla storia di Croce, tanto per esser chiari, io sono più vicino alle posizioni di Marta Herling che alle sue. Per la semplice ragione che, proprio sulle colonne di questo giornale, Marta Herling ha sollevato due questioni non irrilevanti.
La prima. Perché romanzare la morte della famiglia Croce nel terremoto di Casamicciola del luglio 1883, quando quell’evento era stato già dettagliatamente descritto dall’unico testimone oculare, e cioè dallo stesso Croce? Insomma, perché Saviano si è fidato più di altri che di Croce stesso? È la domanda che lunedì sera, dal Tg1, gli ha rivolto anche il vicedirettore Genny Sangiuliano. La seconda. Perché prendere per buona la storia delle centomila lire offerte chi avrebbe tirato fuori il giovane Croce dalle macerie? La prima questione riguarda la narrazione in sé, suo rapporto con la realtà, se sia giusto o meno arrotondare gli eventi in modo da colpire di più il lettore: da «accileccare» avrebbe detto Gadda. Su questo, Marta Herling ha esposto i suoi dubbi, ma Saviano non le ha risposto. La seconda questione riguarda invece l’uso delle fonti. Saviano, intervistato da Mentana, dice che quel particolare sulle centomila lire offerte tra le macerie e nel vivo di una ferita personale e collettiva, non è una sua invenzione, avendolo tratto da un articolo di Ugo Pirro, scrittore e sceneggiatore autorevolissimo, apparso sul numero di Oggi del 13 aprile 1950. Il che è assolutamente vero, come i lettori del Corriere del Mezzogiorno ben sanno, giacché è stato proprio su queste colonne che Giancristiano Desiderio ha rivelato dove Saviano avesse attinto per il suo racconto.
Almeno su questo punto, dunque, si ammetterà che la lezioncina di Saviano sulla scorrettezza dei giornalisti a tutti può essere rivolta tranne che a noi. Sta di fatto, però, che lo stesso Pirro riporta quel particolare alla stregua di una voce e la fa risalire a un giornalista anonimo che al tempo del terremoto di Casamicciola girava tra gli ospedali e intervistava i feriti. La stessa voce, a quanto si capisce, riferita in un libro intitolato Disastri, Ischia come Giava, edito nel 1883, di autore anonimo. Due anonimi: il giornalista citato da Pirro e l’autore del libro. Probabilmente la stessa persona. Francamente, un po’ poco per non nutrire qualche dubbio. Tanto più che lo stesso Pirro ricorda che, per le vittime di quel terremoto, il Papa «stanziò ventimila lire per gli aiuti più urgenti». Ripeto: ventimila, e parliamo di Leone XIII, il cui nome è legato alla Rerum novarum alla dottrina sociale della Chiesa. Possibile che il papà di Benedetto abbia invece indotto il figlio a offrire cinque volte di più e solo per salvare se stesso? Lo ha detto Pirro, dice Saviano. E allora? E poi, perché offrire tanto? Forse per indurre i soccorritori a salvare il giovane Benedetto prima di altri? Capite quale assurdo dubbio morale pone quel particolare apparentemente così irrilevante? E capisce, Saviano, perché Marta Herling sia rimasta tanto colpita?
Ma Saviano afferma anche che la storia delle centomila lire non è stata mai smentita da Croce stesso, che tra l’altro è morto due anni dopo la pubblicazione dell’articolo di Pirro, cioè nel 1952. Attenzione! Non averlo smentito, con tutte le cose che al tempo si scrivevano sul filosofo, vuol dire farlo passare per vero? E se così fosse, come mai Croce non ne ha mai parlato, nei libri e nelle interviste, ogni qualvolta gli è capitato di tornare su quella tragica vicenda personale? Si è forse autocensurato? E magari lo avrà fatto con la consapevolezza di chi si portava dentro l’atroce ambiguità morale di quell’atteggiamento? Lo dico in modo molto semplice. A me colpisce che Saviano non abbia avuto la sensibilità di capire quale nervo il suo racconto andava a scoprire. E colpisce anche che non si sia rivolto alla Herling con le sole parole che andavano pronunciate. E cioè: cara signora Herling, le ho spiegato le mie ragioni, ma le chiedo scusa se, al di là di esse, il mio racconto abbia potuto ingenerare qualche equivoco e se questo equivoco l’abbia irreparabilmente offesa. E invece no. Saviano ha messo tutti sullo stesso piano: la Herling, i giornalisti che hanno scrupolosamente fatto il loro mestiere e quelli che, come si dice, ci hanno invece «marciato» per partito preso. Ma ripeto: il mondo non si taglia a fette. E meno male.
P. S.— Saviano e Mentana si sono meravigliati per il fatto che i giornalisti abbiano scritto di questa vicenda senza mai consultare lo stesso Saviano. Ma come? Possibile? Prima che qualcuno avverta puzza di fango, mi chiedo: ma Saviano ha forse consultato la Herling prima di scrivere su Croce? Non mi pare.

Fonte: Corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli

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La storia dei cinesi morti che piovono da un container
 nel porto di Napoli raccontata da Roberto Saviano nelle pagine che aprono Gomorra è falsa. Si tratta di una delle tante legende metropolitane dal sapore razzista che circolano in Europa sulle comunità cinesi

Associna 30 dicembre 2006

Gomorra, quando per fare affermazioni gravi sui cinesi le prove sono facoltative 



«I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Uscivano dai container uomini e donne. Morti. Erano i cinesi che non muoiono mai».

«Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a dominare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti. Congelati, tutti raccolti, l’uno sull’altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano i cinesi che non muoiono mai. Gli eterni che si passano i documenti l’uno con l’altro. Ecco dove erano finiti. I corpi che le fantasie più spinte immaginavano cucinati nei ristoranti, sotterrati negli orti d’intorno alle fabbriche, gettati nella bocca del Vesuvio. Erano lì. Ne cadevano a decine dal container, con il nome appuntato su un cartellino annodato a un laccetto intorno al collo. Avevano tutti messo da parte i soldi per farsi seppellire nelle loro città in Cina. Si facevano trattenere una percentuale dal salario, in cambio avevano garantito un viaggio di ritorno, una volta morti. Uno spazio in un container e un buco in qualche pezzo di terra cinese. Quando il gruista del porto mi raccontò la cosa, si mise le mani in faccia e continuava a guardarmi attraverso lo spazio tra le dita …
… Aveva soltanto fatto toccare terra al container, e decine di persone comparse dal nulla avevano rimesso dentro tutti e con una pompa ripulito i resti. Era così che andavano le cose».

Questo testo è tratto dalle prime pagine di Gomorra, libro scritto da Roberto Saviano riguardo alla criminalità organizzata napoletana. 
Il libro ci ha positivamente colpito per la profondità d’analisi dell’autore, della sua bravura nell’esternare sfacettature complesse della realtà partenopea e del suo coraggio nello scriverlo. 

Il primo capitolo però ci ha urtato molto. Non conosciamo il motivo per cui Roberto Saviano abbia voluto iniziare il suo libro con i crani fracassati, le trattenute degli stipendi dei lavoratori cinesi per scavarsi una fossa in Cina, le “etichettature” dei corpi cadenti etc..

.
Non capiamo perchè ogni volta che si debba parlare dei cinesi, anche delle questioni umanamente più gravi, ci si basi spesso e volentieri sul sentito dire, in questo caso del gruista del porto.
L’autore, lungo tutto il libro, si riferisce continuamente alle indagini ufficiali ed alla propria testimonianza diretta. Riguardo ai cinesi però parla delle decine di persone che sono intervenute per ripulire i cadaveri di adulti e ragazzini caduti accidentalmente dai container, parla del riciclaggio di documenti dei defunti a favore di altri connazioni che ne sono sprovvisti, parla di fatti assai gravi e surreali senza però alcun riferimento a fatti oggettivi. Sono congetture che meriterebbero delle indagini più approfondite prima di essere esternate in un libro serio, se non altro per il rispetto della dignità del prossimo.

 Li vorremmo proprio in galera questi ipotetici trafficanti di cadaveri. Chi sono coloro che hanno interesse nel nascondere questa tratta? I cinesi? Abbiamo così tanto influenza e potere al porto di Napoli da far apparire dal nulla decine di uomini che nascondono diligentemente un fatto così cruento? Chi sono coloro che riescono a trattare i propri cari in questo modo? Chi sono coloro che trattengono gli stipendi?
 E soprattutto, chi sono coloro che non sanno che la legislazione cinese a riguardo del trasporto dei corpi è estremamente ferrea?
Lo sanno che in Cina è obbligatoria la cremazione e trasportare dei corpi non cremati è un’impresa che comporta gravissimi rischi non solo morali ma anche legali? 

Il libro ha liquidato la questione in un paio di pagine, e queste domande probabilmente non se l’è proprio poste. Crediamo che sia veramente vergognoso parlare di un argomento così toccante come la morte in questo modo. 

L’autore ha grande sensibilità e conoscenza della realtà napoletana, ma sembra essere molto carente riguardo a quella della comunità cinese.
 Mostra una bassa tolleranza verso i cinesi citando il loro fetore di involtini di primavera putrefatti e il fatto che si siano attribuiti dei nomi italiani, ma è molto più tollerante ad esempio verso il ragazzino napoletano che rapinava le coppiette. Non siamo contro le varie sfumature della realtà decriptata dalla sensibilità dell’autore sulla situazione napoletana, sfumature umane che fanno riflettere, siamo contro la sua insensibilità verso i cinesi di cui conosce veramente poco e in modo superficiale.
Queste parole senza fondamento di Roberto Saviano sono esternazioni che fanno male alla convivenza fra le due comunità in Italia, fanno male soprattutto ai ragazzi cinesi che nascono e crescono in Italia, abituati ad una “vita italiana” nella quale sono pienamente integrati, dove però devono subire queste “bastonate” che spesso creano generalizzazioni e luoghi comuni. Si creano così conflitti contro i “diversi” che non sono affatto diversi, si coltivano delle future generazione rancorose per il peso delle dicerie che devono portarsi dietro solo perché “colpevoli” di avere origini cinesi, colpe inesistenti create da subdole affermazioni come quelle riportate nel primo capitolo di Gomorra.

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«Gli anni 70? E’ ora di affidarli agli storici»

L’Intervista – Parla Marc Lazar che insieme a Marie-Anne Matard-Bonucci ha diretto, Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo in italia, Rizzoli 2010


Paolo Persichetti
Liberazione 30 marzo 2011

La scuola di giornalismo della fondazione internazionale Lelio Basso ha promosso di recente un corso di approfondimento dal titolo, «Lo stragismo in Italia da piazza Fontana a via d’Amelio». Il ciclo di conferenze – hanno spiegato gli organizzatori – ha per obiettivo quello di analizzare «La violenza politica come nodo interpretativo della vicenda repubblicana». Tuttavia volgendo un rapido sguardo al programma si resta colpiti dalla singolare riduzione di significato attribuita alla nozione di “violenza politica”. Non vi è più traccia di legami con le dinamiche dell’azione collettiva e dei conflitti sociali, scompare l’analisi del contesto socio-economico, non si tengono nella dovuta considerazione le influenze di natura culturale e ideologica. Eppure, sarebbe bastato guardare alle ore di sciopero, al numero di manifestazioni e picchetti realizzati in alcuni passaggi salienti del dopoguerra italiano, rileggere giornali e riviste dell’epoca per capire il nesso profondo che lega l’emergere della violenza politica ai conflitti sociali.
Per la fondazione Basso, invece, tutto si riconduce al «fenomeno stragista sviluppatosi come “strategia della tensione” alla fine degli anni 60 e riemerso (caso unico in Europa) in tutta la sua drammaticità dopo la fine della guerra fredda ad inizio anni 90». Si ripropone, in sostanza, l’ennesima vulgata complottista e autoconsolatoria aggiornata agli attentati di mafia dei primi anni 90, al papello di Riina, alla trattativa tra Stato, nella veste del “signor Franco”, e Vito Giancimino per conto di Bernardo Provenzano, almeno stando alle ultime ricostruzioni fornite dal figlio di Giancimino, Massimo, prese sul serio dalla procura di Palermo ma non da quella di Caltanissetta. Una rappresentazione che pretende di racchiudere in un’unica trama criminale fatti lontani, diversi, opposti e conflittuali, per natura, cause, moventi e fenomenologia.
Di questa difficoltà a fare la storia degli anni 70 abbiamo parlato con Marc Lazar, professore di storia e sociologia a Sciences Po-Parigi e alla Luiss, che insieme a Marie-Anne Matard-Bonucci ha curato un interessante lavoro multidisciplinare sugli anni 70 pubblicato nel settembre scorso da Rizzoli: Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo italiano (tradotto dall’edizione francese uscita presso l’editore parigino Autrement).

Nella introduzione affermate che «Gli storici studiano il terrorismo italiano da poco». Perché questo ritardo?
All’inizio ci sono state le investigazioni giornalistiche, con inchieste soprattutto interessate a cercare i legami con Kgb, Cia, insomma la cosiddetta “dietrologia”. Poi sono venute le commissioni parlamentari che hanno fatto un lavoro a volte abbastanza interessante. Ma è stato come se gli storici avessero delegato ai politici il proprio mestiere. Una supplenza pericolosa. Successivamente è arrivato il momento delle testimonianze con le autobiografie di alcuni militanti della lotta armata e di chi era sul fronte opposto. Da un po’ di tempo hanno preso la parola i figli delle vittime o degli attori: Calabresi, Tobagi, Rossa, e dall’altra parte Anna Negri. Credo che ora sia giunto il momento degli storici. Anche se non va dimenticato che già in passato ci sono stati lavori importanti che purtroppo sono rimasti confinati nel limbo dei pionieri. Oggi ho l’impressione che si stia aprendo una nuova fase. Sono colpito dalla presenza di giovani ricercatori italiani e francesi che si rivolgono a questo periodo con uno sguardo molto diverso dal nostro. Sicuramente chi ha partecipato a quegli anni proverà un grosso malessere di fronte all’impatto delle nuove ricostruzioni che forniranno questi giovani.


Perché ci sono voluti 40 anni?
Questo ritardo ha diverse spiegazioni: molte ferite sono ancora aperte, sia da parte dello Stato che di quelli che hanno fatto la scelta della lotta armata. Non dimentichiamo poi le vicende dell’estrema destra, lo stragismo. Il comportamento della giustizia ha mostrato l’esistenza di due pesi e due misure: molto più duro con la sinistra armata, meno con la destra stragista. C’è poi una grossa difficoltà ad accettare l’idea che negli anni 70 la violenza non sia rimasta limitata solo a piccoli gruppi. Al di là dei giudizi negativi che si possono dare, questa violenza politica esprimeva comunque qualcosa che era presente nella società. E’ stata uno specchio dell’Italia, una sorta di autobiografia del Paese. Questa constatazione ha suscitato reazioni molto dure, soprattutto a sinistra. Eppure La storia degli anni 70 non si può ridurre al peso, seppur importante, delle ideologie, o alla scelta strategica dell’uso della violenza da parte di alcuni gruppi. Si tratta di capire le ragioni profonde che hanno favorito quella parte di consenso raccolto dentro la società dalla minoranza armata. In fondo l’Italia è l’unico Paese europeo in cui si è verificato un periodo così lungo di conflitto violento e con dimensioni sociali tanto ampie. Per questa ragione diversi contributi presenti nel libro, come quello di Isabelle Sommier, cercano di ripensare il rapporto tra violenza sociale e politica non solo negli anni 60-70 ma anche in una prospettiva più lunga. La nostra ambizione era di fare una storia politica, sociale e culturale, mettendo assieme i vari aspetti.

Come spieghi questo perdurare delle teorie dietrologiche?
C’è una grande difficoltà a capire che una protesta sociale può avere un rapporto con la violenza e avere sbocchi politici. E’ un po’ la stessa incapacità a comprendere la natura del berlusconismo, il suo essere ormai un fenomeno sociale profondo e non il semplice risultato di una manipolazione dei media. Con questo lavoro abbiamo posto la prima pietra sulla necessità di fare storia dopo tanta dietrologia e letteratura scandalistica. Anche perché sono passati 30-40 anni e cominciano ad esserci un po’ di archivi disponibili. Non tutti sfortunatamente.

Questa presenza francese, prima con la dottrina Mitterrand ora con la scrittura della storia, non potrebbe suscitare qualche malumore?
Anche in Francia è accaduto qualcosa del genere con la storia di Vichy. Solo grazie al contributo dello storico americano Robert Paxton è stato possibile il rinnovamento completo dell’interpretazione storiografica di quel periodo. Forse un contributo straniero può essere utile quando c’è una situazione così intrecciata. La verità è che noi francesi ci siamo ritrovati dentro questa storia, siamo stati attraversati da queste vicende. Era quindi necessario tentare di andare oltre i malintesi franco-italiani. Nel volume diversi contributi spiegano come i francesi abbiano interpretato a caldo gli anni 70, sia sul piano politico che intellettuale. C’è un saggio di François Dosse su Gilles Deleuze e Felix Guattari che appoggiarono il movimento del ’77 e il convegno di Bologna contro la repressione. Abbiamo poi cercato di conoscere la visione dei giuristi francesi sullo stato di diritto in Italia e tentato di ricostruire la cosiddetta dottrina Mitterrand.

Cosa è emerso?
Mancano ancora gli archivi italiani e buona parte di quelli francesi, tuttavia possiamo dire che non si è trattato di una dottrina giuridica ma di una politica. A seconda delle fasi e dell’interlocutore che aveva davanti, Mitterrand ha assunto posizioni contraddittorie. Disse che la Francia avrebbe fornito protezione senza introdurre esclusioni tra i militanti italiani degli anni 70, se questi nel frattempo avessero abbandonato la violenza politica; in altre occasioni aggiunse che questa protezione non riguardava chi era accusato di crimini di sangue. All’inizio si sono manifestati contrasti nel governo. Alcuni avevano posizioni “più comprensive”, altri “più dure” perché temevano il possibile legame tra militanti italiani e componenti del terrorismo corso o basco. Circostanza che dimostra come la “dottrina Mitterrand” abbia preso le mosse da problemi di gestione dell’ordine pubblico interno prim’ancora che da questioni diplomatiche. La vera novità arriva tuttavia dalla scoperta del ruolo decisivo giocato dal presidente del consiglio Bettino Craxi che, come ha documentato Jean Musitelli che ha avuto a disposizione l’archivio Mitterrand, per ragioni di politica interna invitò in più occasioni Mitterand a tenersi i latitanti italiani.

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Avviso per il “Popolo viola”: cambiate giornale. Il Secolo d’Italia fa gli auguri al Fatto quotidiano. Tra fascisti ci si intende

Letture consigliate – Le molte affinità elettive che legano la destra postfascista ai giustizialisti del Fatto quotidiano

«Il Secolo d’Italia fa gli auguri al Fatto quotidiano»

di Luciano Lanna
Il Secolo d’Italia 23 mrzo 2011

Tanti auguri al Fatto Quotidiano che oggi inaugura ufficialmente la nuova sede di via Valadier a Roma, dove la redazione si è trasferita dal primo febbraio, e festeggia i 18 mesi di vita e di successo. Lo facciamo anche perché lo si avverte davvero come un giornale con il quale condividiamo molte cose. Dalla presenza sulle sue colonne della firma del nostro amico Massimo Fini al fatto che molto ci accomuna al direttore e al vicedirettore, Antonio Padellaro e Marco Travaglio. «Mio padre è stato fascista convinto. Zio Nazareno, uno dei discepoli di Bottai», ha confessato tempo fa l’ex direttore dell’Unità Padellaro a Claudio Sabelli Fioretti. Aggiungendo: «I miei miti erano i grandi scrittori americani. Ma la bella stagione è durata poco. Sono stato immesso subito in questo meccanismo mostruoso che è il giornalismo». E ancora: «Non ho mai votato Pci in vita mia. Anzi votai Craxi quando diventò segretario. Ma venivo visto come uno strano giornalista non rassicurante in un posto importante…». Marco Travaglio, poi, montanelliano e di destra, ha ribadito le sue idee anche ieri sera in tv a Niente di personale di Antonello Piroso. E anche lui si era confessato con Sabelli Fioretti: «Non sono stato in Lotta Continua, né in Potere Operaio, né in Cl. Non sono mai stato iscritto a niente. Io sono anticomunista oggi come lo ero allora». Anzi, Travaglio ci tiene a ribadire di non avere niente a che vedere con qualsiasi sinistra: «Se non fosse Berlusconi il capo della destra, io starei lì!». E anche tutto questo, come il dato che Massimo Fini con i suoi libri – da La ragione aveva torto a Il ribelle – sia uno degli autori più letti a destra, è solo la conferma dell’anomalia italiana, quel mondo alla rovescia determinato dal primato dell’antipolitica che da una ventina d’anni allontana l’Italia dagli altri paesi europei. Poi non è di sinistra, ma è da sempre un liberale doc, il responsabile dell’inserto settimanale del Fatto dedicato alla cultura, Riccardo Chiaberge: «Da quando è uscito – dice Padellaro – abbiamo 4mila lettori in più».

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Massimo Papini assolto, «Non faceva parte delle nuove Br»

Crolla il teorema accusatorio costruito contro Massimo Papini. Per i giudici non apperteneva alle nuove Br, aveva solo tentato di assistere la sua amica, Diana Blefari Melazzi, durante la malattia in carcere

Liberazione 24 marzo 2001

I pm Erminio Amelio e Luca Tescaroli avevano chiesto una condanna a sei anni di reclusione al termine di una requisitoria durata circa 14 ore. Per l’accusa era un appartenente alle cosiddette “nuove Brigate rosse”, referente di Diana Blefari Melazzi condannata all’ergastolo per l’attentato Biagi e suicidatasi nel carcere di Rebibbia il 31 ottobre del 2009. Massimo Papini aveva avuto in passato una relazione sentimentale con la donna. Poi le era rimasto vicino tentando in tutti i modi di aiutarla quando in carcere la Blefari cadde in preda a gravi crisi psichiatriche. Ieri pomeriggio la prima corte d’assise lo ha assolto, per non aver commesso il fatto. Una decisione molto netta che sbriciola il teorema dell’accusa. «Con l’assoluzione – hanno affermato gli avvocati difensori Francesco Romeo e Caterina Calia – termina l’atroce supplizio di Massimo Papini che ha subito 18 mesi di detenzione, gran parte della quale in regime di isolamento». Per i legali «Papini è stato sottoposto ad un processo solo per l’accanimento ingiustificato di investigatori ed inquirenti di diversi uffici giudiziari». La sua colpa? «essere rimasto accanto a Diana Blefari Melazzi, cui voleva bene e che ha cercato di far curare viste le terribili condizioni psichiche in cui versava».

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“Scarcerate Papini, accuse senza argomenti
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Cassazione: “Non è reato essere amici di inquisiti per banda armata”

La denuncia del settimanale albanese: «Saviano copia e pure male»

Secondo il settimanale albanese Investigim Saviano avrebbe utilizzato informazioni contenute in una propria inchiesta per redigere un suo articolo senza mai indicare la fonte

Osservatorio italiano
21 marzo 2011


Tirana – Riprendendo l’intervista rilasciata da Roberto Saviano per l’emittente albanese Top-Channel, il settimanale Investigim conferma la paternità dell’inchiesta sui legami tra Camorra e Sigurimi, frutto dell’analisi dei documenti declassificati del regime comunista albanesi, poi tradotta in italiano dall’Osservatorio Italiano (si veda il copyright di Saviano). Nelle sue parole Saviano descrive le dinamiche degli affari tra i camorristi di Michele Zaza e i servizi segreti comunisti per il traffico di armi e sigarette, senza però citare la fonte da cui trae queste informazioni. «Saviano riconosce il diritto d’autore solo quando si tratta di firmare contratti milionari con aziende di Berlusconi. Mentre il diritto d’autore non si applica ai giornalisti albanesi», scrive Alket Aliu, direttore del settimanale Investigim. Nel suo editoriale, Aliu spiega come Saviano – ancora una volta – «copia, ma lo fa male», riportando molte inesattezze e disinformazioni. «Contrariamente da quanto affermato da Saviano, i mezzi di repressione delle manifestazioni popolari, come manganelli di gomma o gas lacrimogeni, sono stati acquistati dal regime di Ramiz Alia non dalla camorra, bensì dalla Cina comunista. Le armi date dalla camorra sono state vendute in contanti e non pagando con la peseta spagnola, bensì con dollari – spiega Aliu, osservando – . Le imprecisioni sono molte e sono conseguenza della tipica arroganza di chi pensa di saper tutto e parla di tutto, ed è stato raccomandato per prendere in giro spudoratamente gli albanesi. E’ un insulto al giornalismo, ai giornalisti e agli albanesi in generale che, per quanto ritengano Saviano, non sono esseri con la coda. Anzi, sono così civili, che hanno cominciato a produrre personailtà politiche e analisti sul modello del Grande Fratello». Egli osserva infine che la stessa giornalista di Top-Channel ha notato nell’intervista che Saviano non forniva nomi e fatti, ma restava sempre su toni vaghi, rimproverando gli albanesi di non sapere ciò che invece lui conosce benissimo. «Se c’è un modo per fare soldi parlando della mafia, Saviano lo ha trovato. Conviene non solo a lui, ma anche chi paga questo spettacolo, chi vuole spostare l’attenzione sulla criminalità di strada, sulla mafia di basso profilo, mentre la vera mafia passa attraverso le banche», conclude Aliu.

Fonte – http://osservatorioitaliano.org/read.php?id=79173

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Saviano e il brigatista

Franz Kafka e i professionisti della correzione

Michael Löwy, Franz Kafka. Rêveurs insoumis, Paris 2004

Riflessioni quanto mai attuali sull’uso della pena. Un’anticipazione dei moderni strumenti d’interiorizzazione della colpa introdotti nell’ordinamento penitenziario con i dispositivi premiali previsti dalla legislazione in favore dei dissociati e successivamente dalla Gozzini. Oggi ulteriormente sviluppati dopo che la figura della vittima è divenuta il perno del sistema penale. Il diritto alla riparazione simbolica dell’offeso è lentamente scivolato verso un potere di punire quantificato in base alla natura e all’entità della pena da infliggere e al riconoscimento di una capacità d’interdizione e ostracismo perpetuo sul corpo del reo. Questo processo di privatizzazione della giustizia trae origine dalla convinzione che la liturgia del processo penale possa svolgere una funzione terapeutica. Il sistema giudiziario perde il proprio ruolo di ricerca delle responsabilità per rivestire la funzione di riparazione psicologica della persona offesa. In questa prospettiva la ricerca della verità giudiziaria non offre scampo. Essendo un momento necessario all’elaborazione del lutto, la dichiarazione di colpevolezza e l’ostracismo perpetuo resta l’unica soluzione accettabile, perché il proscioglimento o la reintegrazione civile dell’accusato ostacolerebbero la guarigione mentale della vittima.
L’uso strumentale della retorica vittimistica ha così legittimato il capovolgimento dell’onere della prova, il passaggio alla presunzione di colpevolezza, l’aggravamento delle sanzioni, la limitazione dei diritti dell’accusato e l’immoralità delle amnistie, fino al paradossale esercizio di un’etica selettiva che perde improvvisamente tutta la sua intransigenza di fronte a quella ragion di Stato che ha premiato pentiti e dissociati


In un brano, conosciuto sotto il nome di frammento del sostituto, e ritrovato nei suoi quaderni postumi, Franz Kafka si diverte a mettere in scena il ragionamento servile e ottuso di un sostituto procuratore incaricato di sostenere l’accusa nei confronti di un uomo incolpato di lesa maestà.
Secondo il magistrato le cose del mondo dovevano attenersi ad una curiosa geometria dell’autorità che vede la vita assumere sempre una linea ricurva, nella quale la postura dell’essere ha senso unicamente se rivolta in posizione arcuata, prona, reclina, flessa, prostrata, accucciata, soprattutto mai dritta: «Egli credeva che se tutti avessero collaborato con il Re e il Governo nella calma e nella fiducia, si potevano superare tutte le difficoltà[…] più grande era la fiducia, e ancora di più si doveva curvare la schiena, ma in virtù di principi naturali, senza bassezza. Ciò che impediva uno stato di cose così auspicabile, erano personaggi della risma dell’accusato che, usciti da non si sa quali bassi fondi, venivano a disperdere con le loro grida la massa compatta delle brave genti». L’obiettivo della macchina giudiziaria non era più quello d’applicare un semplice castigo ma di spingere a collaborare attivamente alla propria punizione affinché la condanna assumesse il senso di una vera correzione, o piuttosto l’ossimoro della correzione, cioè il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura dell’individuo. L’essenziale della pena diventa il processo d’interiorizzazione del sentimento di colpa. Senza una vera adesione alla propria penitenza, non c’era alcuna salvezza possibile. L’infrazione penale prendeva allora le sembianze di una colpa teologica, nella quale crimine e peccato appaiono indissolubilmente intrecciati.

Saviano in difficoltà dopo la polemica su Benedetto Croce

La polemica: Saviano crede a Del Balzo e non a Croce

È «guerra» all’ultima «fonte»
Lo scrittore di nuovo in televisione, dalla Gruber, 
rivela un nuovo riferimento bibliografico

di Giancristiano Desiderio
Corriere del Mezogiorno 17 marzo 2011

Il povero Pasquale Croce, morto nel tremendo terremoto di Casamicciola con la moglie Luisa e la figlioletta Maria, prima di morire disse o no al figlio Benedetto la frase, ormai famosa: «Offri centomila lire a chi ti salva»? No, non la disse, perché l’unico testimone oculare di quella notte calma e stellata è proprio Croce e nelle opere in cui ricorda e ricostruisce quelle ore che mai gli uscirono dalla testa non fa mai alcuna menzione della leggenda delle centomila lire.
«Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi, e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre», scrive nelle Memorie della mia vita, «io istintivamente sbalzai dalla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza. Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò che era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi dopo un poco». Il terremoto gli cambiò la vita degli affetti e dei pensieri. «Quegli anni furono miei più dolorosi e cupi», Scrive durante la Prima guerra mondiale nel Contributo alla critica di me stesso, «i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino, e mi siano sorti persino pensieri di suicidio». L’idea della morte come fine della sofferenza ritornerà in Croce nelle settimane prima della morte corporale, avvenuta il 20 novembre 1952, quando il giovane Raffaello Franchini lo intervistava: «Solo per questo desidero la morte, perché allora finirò di ricordarmi di quella notte» .
Ma se di quel tragico evento e di ciò che comportò nella vita di Croce conosciamo l’unica versione possibile che, per nostra fortuna è anche la più autorevole, perché ci interessiamo della inutile «questione delle centomila lire»? Per il semplice motivo che Roberto Saviano nel suo monologo nella trasmissione «Vieni via con me», ora diventato libro, racconta Casamicciola secondo la versione infondata delle centomila lire e non considera l’unica fonte certa: Benedetto Croce. Anche quando la nipote del filosofo, Marta Herling gli ha fatto notare di mistificare la storia e la memoria lui, Saviano, non ha accettato le critiche suffragate da fatti e riscontri, ma ha ritenuto che la sua versione delle centomila lire sia quella vera perché «Croce non la smentì» . Ma Croce non smentì nulla perché non c’era nulla da smentire. L’unica cosa che qui si smentisce da sola è la versione di Saviano che dal punto di vista della filologia e della storia è infondata. Tutto nasce da questo «fatto» : Saviano nel libro dà una versione romanzata o sceneggiata del terremoto di Casamicciola. È bene riprenderla pari pari: «Nel luglio del 1883 il filosofo Benedetto Croce si trovava in vacanza con la famiglia a Casamicciola, Ischia. Era un ragazzo di diciassette anni. Era a tavola per la cena con la mamma, la sorella e il padre e si accingeva a prendere posto. A un tratto, come alleggerito, vide suo padre ondeggiare e subito sprofondare sul pavimento, mentre sua sorella schizzava in alto verso il tetto. Terrorizzato, cercò con lo sguardo la madre e la raggiunse sul balcone, da cui insieme precipitarono. Svenne e rimase sepolto fino al collo nelle macerie. Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: “Offri centomila lire a chi ti salva”. Benedetto sarà l’unico supersite della sua famiglia massacrata dal terremoto».
La nipote del filosofo dopo aver letto si è arrabbiata perché ha trovato completamente stravolta la verità della storia familiare e ha detto a Saviano di «inventare storie» . Infatti, inventare storie significa inserire nella realtà la fantasia o leggende non accertate e suffragate da fatti. È proprio quanto avvenuto. La cosa più grave, però, è un’altra. Questa: Saviano non accetta di essere corretto e criticato perché ritiene di avere la patente dell’infallibilità. E la cosa allora diventa anche ridicola perché quando lo scrittore di Gomorra cita le fonti della sua cronaca romanzata si avviluppa in una serie di insensatezze e inventa il metodo delle fonti a posteriori e a rate. Un giorno – domenica 13 marzo – va al Tg di Mentana e rivela la sua fonte: un articolo di Ugo Pirro comparso su Oggi il 13 aprile 1950 in cui lo sceneggiatore intervistava Croce. Saviano, però, come è già stato rilevato sul Corriere del Mezzogiorno, dimentica di dire alcune cose fondamentali: che la storia delle centomila lire non esce dalla bocca di Croce e neanche dalla bocca di Pirro. Dimentica di dire che l’intervista di Pirro fa riferimento a un cronista anonimo del 1883. Saviano, però, non dimentica di fare una lezione ai giornalisti che non sanno fare il loro mestiere perché non ricercano e non verificano e critica anche la Herling che, invece, altro non ha fatto che richiamarsi all’unica fonte valida in materia: il nonno.
Passano due giorni e dopo che il Corriere gli ha fatto notare che alla sua fonte manca la cosa più importante, il riscontro certo dei fatti, Saviano va di nuovo in televisione, questa volta da Lilli Gruber, e dice: «La mia fonte è Carlo Del Balzo» . A questo punto il lettore si aspetta che Saviano riveli finalmente una fonte certa e sicura in cui l’unico testimone, cioè Croce, parli e dica come andarono le cose. E invece no perché la cronaca di Carlo Del Balzo dal suo libro del 1883 edito a Napoli nella Tipografia Carluccio, De Blasio &C. intitolato Cronaca del tremuoto di Casamicciola è molto deludente. Eccola qui per i nostri appassionati lettori che potranno venire a capo della vicenda: «Era anche a villa Verde tutta la famiglia Croce di Foggia. Erano nella loro camera la signora Croce e la figliuoletta, il sig. Croce e il primogenito, seduti presso un tavolino, scrivevano, in una stanza attigua; la porta di comunicazione era aperta. La signora Croce e la fanciullina cadono travolte nel pavimento, che crolla tutto: non un grido, non un lamento, muoiono istantaneamente. Al contrario, il sig. Croce, sebbene del tutto sepolto, parla di sotto le pietre. Il suo figliuolo gli è daccanto, coperto fino al collo dalle pietre e dai calcinacci. E il povero padre gli dice: offri centomila lire a chi ti salva; e parla col figlio, che non può fare nulla per sé, nulla pel babbo, tutta la notte!».
Chi disse a Carlo Del Balzo, uomo politico e romanziere, che il povero Pasquale Croce disse al figlio l’idea delle centomila lire? Non lo sappiamo perché Del Balzo non lo dice. Ma è certo che non lo dice Croce dal momento che Del Balzo non afferma neanche che fu il primogenito del signor Croce a riportagli le parole del padre. Ciò nonostante, Saviano crede a Del Balzo e non a Croce. E forse nei prossimi giorni rivelerà un’altra fonte. Magari può citare Casamicciola di Dantone sempre del 1883 oppure un articolo di Gianni Artieri La notte di Casamicciola, ma non vi troverà nulla di buono per suffragare il suo racconto semplicemente perché è sbagliato. Dunque, la filologia del testo di Saviano conduce a un nulla di fatto e a un nulla di vero. Marta Herling gli ha semplicemente ricordato la verità. Saviano poteva chiedere scusa e chiuderla lì. E invece no. Pretende di avere la verità in tasca anche quando in tasca ha il resto di niente (o di centomila lire).

Fonte: corrieredelmezzogiorno.corriere.it

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