Stefano Cucchi, «non l’uccise la morte ma chi volle cercargli l’anima a forza di botte»

«Noi non c’entriamo, la divisa non ha colpa». L’excusatio non petita del maresciallo dei carabinieri che portò alla madre di Stefano Cucchi la notizia del decesso del figlio suona oggi come una confessione manifesta, soprattutto dopo la pubblicazione della telefonata (potete ascoltare l’audio qui e leggere qui) in cui l’ex moglie di uno dei carabinieri che arrestò Cucchi (rimasto sempre coperto nel corso delle passate indagini) rinfaccia all’ex congiunto (che non pagava gli alimenti e la cui cifra umana si può ricavare dal tenore della telefonata. Questi tutori dell’ordine una volta tolta la divisa si sciolgono come maschere d’argilla) le sue confidenze su quel che accadde in caserma quella notte: «di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda».
Il ruolo avuto dai carabinieri nella vicenda, seppure solo oggi sostanziato da elementi di prova che all’epoca non vennero cercati, non è una novità. La dinamica dei fatti emergeva abbastanza chiaramente già all’epoca quando l’autorità giudiziaria, a cui vennero affidate le indagini, supportata dall’allora ministro della Difesa La Russa, fece di tutto per tenere i militi dell’Arma fuori dall’inchiesta nonostante il ruolo da questi avuto nell’arresto e nella “gestione” del fermato durante un’intera notte. Ripubblichiamo la recensione al libro che Stefania Cucchi ha scritto insieme a Giovanni Bianconi, in cui si avanzava chiaramente questo scenario.
A Stefano, come recita la canzone di De André,
non l’uccise la morte ma chi volle cercargli l’anima a forza di botte.
Pestato brutalmente per farlo “cantare”, per estorcergli informazioni sullo spaccio, la rete di fornitori, il nascondiglio dove teneva la merce da vendere. Sottoposto ad una tortura spicciola, fatta da personale esaltato e incapace di applicare quella “economia dello sforzo” che si richiede in una tortura di livello profesionale, utilizzata in altre fasi e livelli di indagine. La scoperta fatta dai famigliari nei giorni successivi alla sua morte di una discreta quantità di stupefacienti nella casa dove Stefano abitava, sconosciuta ai carabinieri, rese evidente fin da allora il movente del brutale trattamento che gli venne riservato.
Gli indizzi c’erano già tutti, dal 118 chiamato quando Cucchi era ancora in una cella di sicurezza di una stazione dei carabinieri, alle condizioni fisiche in cui si trovava all’arrivo nelle celle dei sotterranei del tribunale di piazzale Clodio, ben prima del suo ingresso in carcere.
In questi anni abbiamo assistito ad uno scarica barile: l’apparato più forte ha scaricato la patata bollente su quello più debole, così la polizia penitenziaria si è ritrovata sul banco degli accusati; questi a loro volta hanno fatto di tutto per lasciare con il cerino in mano il personale medico-infermieristico del centro clinico penitenziario dell’ospedale Pertini.
Un ingranaggio dove ogni rotella dello Stato ha giocato la sua parte di responsabilità. E se oggi abbiamo la certezza che a pestare Cucchi furono dei carabinieri (non c’è solo l’audio registrato a D’Alessandro ma anche altre prove documentali, come la falsificazione di un registro, il ruolo giocato dal comandante della stazione dei CC, alcune ammissioni fatte su quel che accadde quella notte), nessun altro apparato ne esce pulito.
Tutti sono coinvolti per l’indifferenza, la superficialità, il cinismo, altre dosi di botte aggiunte alle precedenti e l’omertà dimostrata (basti ricordare le allusive rimostranze di un noto sindacato della penitenziaria che ben sapeva quali erano le condizioni di Cucchi al momento della consegna nelle loro mani… Ma alla penitenziaria conveniva denunciare i carabinieri che poi per ritorsione avrebbero potuto ficcare il naso in quel che avviene quotidianamente nelle carceri?).
La regola è un’altra: ogni apparato nasconde i suoi panni sporchi in famiglia. Si chiama etica dello Stato! Quella che piace tanto ai legalitari.

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Il libro di Ilaria Cucchi sulla morte del fratello Stefano: «Nessuno deve più morire in un carcere o in una caserma». Ostacoli e retroscena su una verità che fa paura alle istituzioni. Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano mio fratello, Rizzoli 2010

Paolo Persichetti
Liberazione 22 ottobre 2010

«Noi non c’entriamo, la divisa non ha colpa». Si congeda con queste parole il maresciallo dei carabinieri che aveva portato alla madre di Stefano Cucchi la notizia del decesso del figlio, esattamente un anno fa nel reparto penitenziario dell’ospedale Sandro Pertini. Non una imbarazzata frase di circostanza ma l’annuncio di una programmatica impunità. L’episodio è rivelato da Stefania Cucchi nel libro scritto insieme al giornalista del Corriere della Sera Giovanni Bianconi, Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano mio fratello, Rizzoli. Di frasi del genere in questa terribile storia che racconta l’oscenità del potere che si impossessa dei corpi, se ne trovano altre, come quella pronunciata da un’altro uomo in divisa davanti al reparto dove Cucchi è morto, «Ci sono tutte le carte a disposizione. Se volete potete controllare, noi siamo tranquilli». L’accesso alle carte sarà invece un percorso labirintico, per nulla spontaneo, dovuto unicamente all’attenzione politico-mediatica accesa sul caso dalla pubblicazione delle foto del corpo straziato di Stefano sul tavolo dell’obitorio e dalla caparbietà della famiglia costretta a rinunciare all proprio lutto privato. Le denunce pubbliche innescheranno una doppia inchiesta, parlamentare e amministrativa, arrivando lì dove l’indagine penale da sola non sarebbe mai giunta senza tuttavia dissolvere le molte ombre. L’autoassoluzione preventiva appartiene alle caratteristiche peculiari delle burocrazie repressive. E’ parte del patto tacito stipulato con le gerarchie in cambio della fedeltà e dei servizi prestati, spesso inconfessabili. Non a caso a sancire l’irresponsabilità è arrivato anche il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, che a conclusione dell’inchiesta ministeriale affermava, «Gli accertamenti amministrativi hanno rilevato fin qui l’assenza di responsabilità da parte della polizia penitenziaria», nonostante l’indagine interna redatta dal numero due del Dap, Sebastiano Ardita, traesse ben altre considerazioni. «Quando ho potuto leggerla – afferma Ilaria Cucchi – mi sono resa conto che si stava tentando di celare perfino quanto scoperto dalle stesse istituzioni». A fargli compagnia le dichiarazioni preventive del ministro della Difesa Ignazio La Russa in favore dell’Arma dei carabinieri, quando le indagini erano ancora al punto di partenza, e la sortita ignobile del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al lotta contro le tossicodipendenze, Carlo Giovanardi, per il quale Cucchi se l’era cercata. In questa gara all’esportazione delle responsabilità non è stata da meno neanche la Asl competente per territorio sull’ospedale Pertini, che appena dieci giorni dopo il trasferimento in via cautelare reintegrava il personale sanitario indagato. Eppure nei sei giorni che l’hanno separato dall’arresto fino all’ultimo respiro Stefano Cucchi non ha fatto altro che passare di mano da una divisa e l’altra attraverso caserme, camere di sicurezza, carceri, reparti penitenziari di ospedali. In realtà le divise e i camici, inquadrati da altre divise, nella sua morte c’entrano eccome. «In tutte le tappe che hanno visto Stefano Cucchi imbattersi nei vari servizi di diversi organi pubblici, emerge una incredibile continuativa mancata risposta alla effettiva tutela dei diritti», afferma il rapporto interno del Dap che riassume così il calvario del giovane: «Assenza di comprensione del disagio, mancata assistenza ai bisogni, trattazione burocratica della tragica vicenda personale e in alcuni casi assenza del comune senso di umanità, si sono susseguiti in un modo probabilmente non coordinato e con condotte indipendenti fra loro, ma con inesorabile consequenzailità». Il tutto condito da tante violenze, prima durante e dopo, testimoniate da un corpo fratturato e pieno di ematomi. A Cucchi, come recita la canzone di De André, non l’uccise la morte ma chi volle cercargli l’anima a forza di botte. Il libro è la testimonianza dolorosa del percorso di una famiglia legata a valori tradizionali, «religione, legge e ordine», che proprio per questo scopre il tradimento delle istituzioni in cui ha sempre creduto. Una presa di coscienza che fa dire a Ilaria, “sorella coraggio”, di aver sentito dire in giro che la morte del fratello fa parte di quegli incidenti «inevitabili conseguenze di pratiche e comportamenti che servono a tutelare la sicurezza della collettività. Forse anch’io, un tempo, mi sarei lasciata andare a cose simili ma oggi so che sono inaccettabili. Perché non ci può essere un motivo valido per cui un ragazzo debba morire in un carcere o in una caserma. Non deve accadere, né deve accadere che l’opinione pubblica lo giustifichi come uno sgradevole inconveniente». Ad Ilaria e alla famiglia diciamo una cosa sola: non vi lasceremo mai soli.

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Pecchioli e il Memoriale Morucci, oltre a Cossiga anche il Pci sapeva /1

Iniziamo oggi una serie di interventi che prendono il via dalla relazione sul primo anno di attività della nuova commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Dopo la conferenza stampa di giovedì 10 dicembre, in cui si è parlato anche di cornetti e colazioni ai tavolini del bar Olivetti, prospicente l’incrocio con via Fani, chiuso in quei mesi ma entrato comunque nell’indagine, un intervento si è fatto impellente. Il deputato Gero Grassi, vicepresidente del gruppo Pd, ha spiegato che «in quegli anni a Roma non tutti i bar avevano i cornetti. Il bar Olivetti invece li aveva ed erano i più buoni della Capitale», mentre il presidente Fioroni ha parlato di 14 brigatisti (4 in più di quelli individuati) e di due moto coinvolte nella vicenda; di nuovo Grassi ha sottolineato che gli assalitori di via Fani erano almeno 20 e non tutti brigatisti ovviamente. Un giornalista ha subito rilanciato, arrivando a 24, ma solo perché aveva paura di dire 23. Infine il commissario Fornaro (anch’egli Pd) ci ha spiegato che a sparare è stato un numero di armi sicuramente superiore a quello indicato nelle perizie. Tombola!
La voce del deputato Lavagno (Pd), che ha invitato al rigore metodologico delle risultanze oggettive e dell’onestà intellettuale, è rimasta sospesa. Parole al vento. Come è noto tra la ragione, il buon senso e i cornetti la differenza la fa la crema. E allora tutti di corsa a inzuppare sui tavolini virtuali del bar Olivetti. Il caso Moro vale almeno un cappuccino!
Attenzione però, anche se la situazione appare tragica, anzi ridicola, noi proveremo a rimanere seri. La Commissione chiede ai brigatisti “verità”, avendo però deciso a priori che il passato è colmo di menzogne (questa asserzione apodittica è contenuta nella stessa legge istitutiva). Per dimostrarlo, si  è cercato di smontare il cosiddetto “Memoriale Morucci”. Un intero anno dedicato a riprendere la tesi dell’ultimo libro dell’ex senatore Flamigni, Patto di Omertà, Kaos edizioni. Anche se noi oggi ci occuperemo di questo testo, mi raccomando non compratelo. Noi lo facciamo solo perché la commissione lo ha scelto come punto di riferimento… poi lo cestiniamo!


di Marco Clementi e Paolo Persichetti

IMG_5642«Non intendiamo proporre una sorta di insussistente storiografia parlamentare né, tanto meno, vogliamo avvalorare l’uso pubblico della storia da parte della politica» (1), con questa premessa contenuta nella relazione sul primo anno di attività svolto, la terza Commissione di inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro ha inteso spiegare il metodo di lavoro finora seguito: un modello ispirato alle caratteristiche peculiari di un organo inquirente, che mira negli intenti dichiarati ad acquisire «prove giuridicamente apprezzabili anche in sede giudiziaria», piuttosto che fare un lavoro di ricerca storico-politica.
Cosa significa? Surrogare l’attività della magistratura non toglie alla Commissione l’essenza politica della sua natura! In altre parole siamo di fronte ad un ibrido che persiste ostinatamente anche a fronte delle tecniche forensi, garanzia solo apparente di oggettività.

Una commissione senza storia
IMG_3667Lo dimostra il fatto che questa Commissione non ha mai rinunciato alle sue premesse politiche: nata sull’onda emotiva di una sensazionalistica campagna mediatica di fronte alla quale la politica ha facilmente ceduto, sedotta dalle teorie del complotto che egemonizzano da decenni la narrazione pubblica sul rapimento Moro e più in generale sugli “anni Settanta”, si è subito ritrovata orfana dei misteri che ne avrebbero dovuto giustificare la ragione sociale perché nel frattempo la magistratura era intervenuta scoperchiando i depistaggi e le millanterie che si celavano dietro le ultime (di allora) sortite dietrologiche.
Lo dimostra ancor di più l’atteggiamento dei consulenti e di quei commissari che sorpresi e infastiditi dai risultati inaspettati delle nuove perizie (la ricostruzione tridimensionale e la nuova perizia balistica della Polizia sull’azione di via Fani confermano la ricostruzione fatta dai brigatisti; le analisi del Ris sulle tracce di Dna escludono la presenza di Moro nella base brigatista di via Gradoli, per fare solo alcuni esempi), hanno lavorato sistematicamente per domesticarne il significato dirompente rispetto alle premesse iniziali: più le ipotesi dietrologiche e gli scenari complottisti si sfaldavano, maggiore è apparso lo sforzo nel cercare puntelli e rattoppi che continuassero a tenerli in piedi.
E le premesse iniziali sono rimaste sempre le stesse, ribadite con forza dal presidente Fioroni anche durante la conferenza stampa tenutasi lo scorso 10 dicembre: dimostrare che la «vulgata brigatista» del rapimento Moro sia una verità artefatta, nella migliore delle ipotesi “parziale”, una versione aggiustata, «condivisa», contrattata, mediata, con un fantomatico “potere” (come se la Commissione parlamentare d’inchiesta non ne fosse essa stessa una emanazione) in cambio di vantaggi (audite audite!) giudiziari e penitenziari.

Il depositario della verità
Non una ricerca a tutto campo dunque (la Commissione ha scelto di non essere un cantiere aperto), ma un insieme di assiomi e postulati che delimitano come un recinto di filo spinato il terreno da manipolare, ovvero quella «versione brigatista» ritenuta soltanto la parte di «verità dicibile», altrimenti detto una “verità di comodo” a fronte di una verità nascosta, quella “verità vera” di cui esisterebbe almeno un depositario. Si tratta dell’ex senatore Sergio Flamigni, sulle cui suggestioni la commissione ha fatto sponda, alla ricerca di un punto di riferimento.
Un appiattimento, a dire il vero, poco apprezzato dallo stesso ex senatore e dal suo entourage che non hanno esitato a prenderne le distanze, come ha sottolineato Benedetta Tobagi in una compiacente recensione del suo ultimo libro, apparsa su Repubblica del 26 ottobre 2015: «La nuova Commissione Moro, agli occhi degli addetti ai lavori, sembra dedita principalmente a confondere le acque e sfornare scoop di dubbia fondatezza con pretese di scientificità (clamorosa la ricostruzione 3D della strage di via Fani che fa a pugni con le perizie)».
Flamigni rimprovera ai Commissari il dilettantismo, quella voglia di strafare che ha prodotto risultati esattamente opposti a quelli ricercati invece di attestarsi prudentemente sul gioco delle estrapolazioni parziali, delle deformazioni, dei documenti letti a metà, o addirittura sfuggiti, recitando per un verso il consueto vittimismo sulle fonti ancora tenute nascoste per poi, al contempo, approfittare di questo presunto vuoto per trasformare una narrazione al condizionale, infarcita di illazioni, supposizioni, ipotesi ipotetiche, autoconvincimenti, idiosincrasie, sospetti, in una storia declinata al passato prossimo.


Il memoriale dei dissociati e il racconto degli altri brigatisti
brigateRosseUnaStoriaItaliaQuello che prende il nome di memoriale Morucci-Faranda (un collage di deposizioni rese in sede istruttoria e processuale in tempi diversi, interpolato di considerazioni successive dello stesso Morucci e dell’allora direttore del Popolo, Remigio Cavedon, con allegati la ricostruzione fatta in sede processuale da altri protagonisti come Franco Bonisoli, Alberto Franceschini e altri brigatisti dissociati), oggetto del libro di Flamigni, Patto di Omertà, Kaos edizioni 2015, non è la sola ricostruzione dei 55 giorni del rapimento, come ha inteso l’autore e anche la Commissione.
In ordine di tempo, Mario Moretti nel 1993, Anna Laura Braghetti, nel 2003, Raffaele Fiore nel 2007, Prospero Gallinari nel 2008, hanno pubblicato libri in cui ricostruiscono, a partire dal ruolo che hanno avuto, l’intera vicenda del rapimento e della uccisione del leader democristiano. A loro vanno aggiunte le dichiarazioni di  Germano Maccari davanti all’autorità giudiziaria. Nonostante la sostanziale coincidenza dei racconti in punto di fatto, esiste una importante differenza politica con le  versioni di Morucci e Faranda: Moretti, Fiore e Gallinari non parlano da dissociati, né erano usciti dalle Br prima di dichiarare, nel 1989, che la lotta armata era conclusa. Come hanno scritto Mosca e Rossanda nella loro prefazione al libro intervista con Moretti nel 1993, fino a quel momento le ricostruzioni dell’assalto di via Fani e dei 55 giorni o erano state del tutto assenti, o erano state fatte da dissociati e pentiti. Insomma, fino al 1993, nessuno dei brigatisti non dissociati aveva mai raccontato quelle vicende.

20060426 - ROMA - SPE - IL LIBRO DEL GIORNO: UN CONTADINO NELLA METROPOLI - La copertina del libro del giorno

Ipostatizzare il racconto primigenio di Morucci, presentandolo come la versione ufficiale della narrazione brigatista, cosa che fa Flamigni e dietro di lui la Commissione, «la “verità ”morucciana avallata da Moretti» (p. 57), è dunque un falso storico, un grave errore metodologico e di merito che diventa inevitabilmente fuorviante per chi si sforza di capire. Quando decidono di parlare Morucci e Faranda oltre ad essersi posizionati sul piano inclinato della collaborazione giudiziaria, come detto non appartengono più da molti anni alle Brigate rosse, da cui erano usciti con clamore e code polemiche prima del loro arresto nel 1979. E dunque, a nome delle Brigate rosse non avrebbero potuto negoziare nessun patto omissivo e del silenzio.
La scelta di collaborare con la giustizia, che è cosa diversa dalla ricostruzione storica dei fatti, è una loro decisione personale che non ebbe implicazioni organizzative poiché in quel frangente i due rappresentano unicamente se stessi, non una organizzazione o una parte di essa. Questo contesto nulla toglie al contenuto fattuale del memoriale, ma ne offre un diverso significato politico per nulla convergente con la posizione dei militanti che hanno rifiutato di collaborare con l’autorità giudiziaria serbando una propria autonomia politica.

Storicizzare e uscire dall’emergenza: la proposta che chiude il ciclo politico della lotta armata
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Morucci e Faranda collaborano per ottenere sconti di pena e una più agevole collocazione penitenziaria, avvalendosi della legislazione premiale preesistente, adottata dallo Stato in modo indipendente dalle loro dichiarazioni e che si sviluppa ulteriormente sotto la spinta generale della dissociazione carceraria che vede una presenza massiccia di militanti di altre organizzazioni combattenti, come Prima linea ad esempio, che nulla hanno a che vedere con il rapimento Moro. Aderiscono alla retorica riabilitativa e riconoscono i valori dello Stato vincitore. Nel farlo tuttavia ripudiano le letture dietrologiche degli eventi (atteggiamento che li distingue dalla quasi totalità degli altri collaboratori), amplificando il valore etico e la portata politica della loro dissidenza interna, addossando furbescamente l’esito finale del rapimento ad una presunata cecità politica delle Brigate rosse, individuando – non a torto – nel Pci l’elemento forte della politica della fermezza (forse è proprio questo che da fastidio a Flamigni) rispetto ad una Dc più cedevole ma ricattata.
Perché, allora, insistere tanto su questo scritto? In altre parole, se l’obiettivo era quello di smontare le versioni brigatiste sul rapimento Moro perché non misurarsi direttamente con i racconti di Moretti e Gallinari?
Forse perché ad una Rossanda che gli chiede a conclusione del libro: «Se un angelo cattivo ti offrisse su un piatto libertà e oblio, e su un altro carcere e memoria, che cosa prenderesti?», Mario Moretti risponde: «Non esistono angeli perfidi, solo gli uomini propongono due modi ugualmente crudeli di morire. Comunque gli direi: dammi la libertà e la memoria. Se non sei capace di tanto, mio caro angelo, allora voli basso, neanche all’altezza della nostra sconfitta» (in Brigate rosse, una storia italiana, p. 258 prima edizione Anabasi 1994).
Nessuno scambio dunque, nessuna trattativa “di vertice” col potere su inesistenti segreti, solo il riconoscimento della fine di un ciclo politico, quello della lotta armata, le cui proporzioni con migliaia di detenuti incarcerati, l’azione di oltre 40 gruppi combattenti che hanno oltrepassato lo spazio di un decennio, parlano da sole e pongono il problema dell’avvio un processo di storicizzazione e di una chiusura dell’emergenza giudiziaria. Questa è la loro posizione.
Non a caso Flamigni è costretto ad antidatare l’origine del presunto patto di omertà ai giorni del sequestro, con 12 anni di anticipo sul memoriale Morucci (p. 44). La mancata diffusione del memoriale Moro, poi, è per Flamigni il frutto di un accordo stipulato con i Servizi segreti. Patto che oltre un decennio più tardi si sarebbe concretizzato nel memoriale Morucci. Una intesa che, stando a questa azzardata ricostruzione, sarebbe avvenuta prima dell’uccisione di Moro. Ma se Moro era ancora vivo, perché non trattare la sua liberazione anziché farlo uccidere (cosa che i brigatisti, se fosse stata questa la loro intenzione, avrebbero potuto fare agevolmente in via Fani senza tirarla per le lunghe e correre così tanti rischi), per poi prendere possesso dei suoi scritti? Tanto valeva averlo vivo. E poi Moro i servizi segreti li conosceva molto bene, li aveva diretti, aveva uomini di fiducia al suo interno. Per sapere i segreti di Moro i servizi non avevano alcun bisogno delle sue carte scritte durante il sequestro.

Lo scambio che non c’è
FullSizeRender-1Insomma il movente alla base del patto ipotizzato da Flamigni fa acqua da tutte le parti. E poi gli accordi prevedono uno scambio: non si capisce, per esempio, che vantaggi avrebbe ottenuto l’ergastolano Moretti in cambio del silenzio. L’ex dirigente brigatista è tuttora un detenuto in regime di semilibertà, con 34 anni di prigionia sulle spalle (Miguel Gotor in Il memoriale della Repubblica (p. 478), pur di tenere in piedi la teoria del patto del silenzio incorre in un grossolano incidente, imperdonabile per uno storico: confonde alcuni giorni di permesso fuori dal carcere concessi a Moretti nel 1994 con una inesistente ammissione alla libertà condizionale). Prospero Gallinari, un altro dei possibili beneficiari del patto, è morto nel gennaio 2013 in regime di esecuzione pena agli arresti domiciliari, concessi a causa di una gravissima patologia cardiaca che lo aveva reso incompatibile con la detenzione dopo lunghi anni di carcere speciale.
Senza scambio non c’è patto. E poi, a ben vedere, le Br non avevano affatto rinunciato alla diffusione del memoriale del presidente democristiano. Avevano soltanto stabilito tempi più lunghi di quelli inizialmente annunciati. Per farlo avevano messo in piedi una base, via Montenevoso a Milano, dato l’incarico ad una militante, Nadia Mantovani, di predisporre la versione da rendere pubblica. La sua pubblicazione sarebbe servita a prolungare la campagna di primavera con una offensiva rivolta contro nuovi obiettivi da colpire (2). I carabinieri arrivarono prima smantellando gran parte della colonna milanese, e metà dell’esecutivo. Era il 1° ottobre 1978, non il 1985!

La calunnia
Flamigni si spinge fino a indicare in Moretti una spia all’origine della delazione che ha portato in carcere Germano Maccari (p.34). L’accusa ha la funzione di rafforzare la tesi dello scambio di favori con il potere, in questo caso non più attraverso il silenzio omertoso ma la denuncia plateale di un proprio compagno. Ancora una volta la circostanza è del tutto falsa: ad indicare Maccari fu Adriana Faranda nel corso di un drammatico interrogatorio svoltosi nell’ottobre del 1993. (3)

Durante un interrogatorio, Faranda rispondendo a una precisa domanda su Maccari possibile quarto uomo di via Montalcini inizialmente disse: «Non lo escludo». Quindi, fuori dal palazzo di giustizia, riconobbe davanti al personale Digos che Maccari era davvero il quarto uomo. Ricondotta davanti al magistrato mise a verbale questa dichiarazione ed aggiunse che su Moro spararono Moretti e Maccari. Al fine di proteggere la fonte, si legge nello stesso documento, sarebbe stato quanto prima interrogato Maccari per ottenere «piena confessione».

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C’è anche è un’altra importante circostanza che stranamente non trova traccia nel libro di Flamigni.
Il memoriale Morucci che suor Teresilla Barillà, una religiosa collaboratrice dei Servizi, fece pervenire il 13 marzo del 1990 al presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Testo che il Quirinale invierà al ministro dell’Interno Antonio Gava il 26 aprile e che quest’ultimo trasmetterà il giorno successivo alla procura della Repubblica, ha un precedente.

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Pecchioli sapeva ma Flamigni non lo dice
L’11 luglio 1985 il segretario generale della Presidenza della Repubblica Antonio Maccanico inviò all’allora ministro degli interni, Oscar Luigi Scalfaro, su incarico del presidente della Repubblica Cossiga, una copia del pro-memoria consegnato dallo stesso Cossiga al giudice Ferdinando Imposimato il giorno prima. Nel testo, datato 10 luglio 1985, leggiamo che attraverso una fonte riservata la religiosa suor Teresilla aveva fatto pervenire al presidente un messaggio di Morucci e Faranda. Questi desideravano «dire la verità sul rapimento a condizione che le notizie fornite non vengano pubblicate».

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In passato, sempre secondo il documento, una simile richiesta era stata formulata, per il tramite del giudice Imposimato, nella forma di un colloquio riservato sia allo stesso Cossiga, all’epoca presidente del Senato, sia al senatore Ugo Pecchioli (un importante dirigente di Botteghe Oscure che svolgeva il ruolo di “ministro dell’Interno ombra del Pci”, responsabile della sezione problemi dello Stato). All’epoca Cossiga si disse disponibile all’incontro, ma dopo attenta considerazione «e valutati i rischi politici in ordine ai procedimenti in corso, di tale iniziativa si convenne, sia da parte del prof. avv. Francesco Cossiga e sia da parte del sen. Ugo Pecchioli, di non dare corso alla richiesta avanzata», cosa sulla quale «consentì il giudice Imposimato».
Questo documento, allegato al fascicolo del memoriale Morucci, situato presso l’Archivio Centrale dello Stato (4) dimostra come il lavorìo preparatorio di quello che poi prese il nome di “memoriale Morucci” era noto alla magistratura, nella veste del magistrato istruttore Imposimato, ma anche alla maggiore forza politica di opposizione, ossia il Partito comunista italiano, che venne coinvolto nella persona di uno dei suoi massimi rappresentanti.
Se trattativa e patto di omertà ci furono, come poté restare in silenzio il Pci, sapendo del precedente del 1985? E se patto ci fu, e il Pci non sollevò obiezioni, allora sorge spontanea la domanda: quali segreti voleva preservare il Pci?

Note

  1. Le parole riprese nella relazione sono del senatore Paolo Corsini che le aveva espresse nel corso del dibattito sulla proposta di istituzione della commissione.
  2. Testimonianza di Lauro Azzolini agli autori.
  3. Ministero degli interni, Caso Moro, Gabinetto speciale, busta 24
  4. Ministero degli interni, Caso Moro, Gabinetto speciale, busta 20

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2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro

Alla ricerca del complotto. Speculazioni, cinismo e buchi nell’acqua di una inutile commissione d’inchiesta sul caso Moro

statua-moro-maglie.scale-to-max-width.825xLa nuova commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro è giunta al suo giro di boa. Entro il mese di ottobre dovrà informare il parlamento sullo stato dei lavori sinora svolti. Dopo due anni di audizioni e nuove indagini peritali, delle tante aspettative iniziali sulla possibilità di fare luce sugli (pseudo)misteri del caso Moro è rimasto solo l’effetto d’annuncio. Il campo era già stato  sgomberato in parte dalla magistratura che nel corso delle sue ultime inchieste aveva accertato l’infondatezza delle rivelazioni sulla mancata liberazione di Moro in via Montalcini da parte dei Servizi. Anche la vicenda del presunto doppio ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani, il 9 maggio 1978, si era rivelata una millanteria con relativa incriminazione dell’autore. Venuti meno per manifesta infondatezza questi due oggetti di indagine, che tanto scandalo avevano suscitato facilitando la nascita della nuova commissione, ai suoi membri non è rimasto altro che concentrare l’attenzione sui fatti di via Fani. Ma anche qui le cose non sono andate nel verso auspicato dai dietrologi: la versione di Alessandro Marini, da sempre ritenuto un testimone chiave, sui due motociclisti che avrebbero dato supporto al rapimento esplodendo alcuni colpi contro il parabrezza del suo motorino, la presenza sulla scena del rapimento di un colonnello dei servizi, il tiratore scelto dalle molte identità, gli spari da destra, l’Austin sempre dei servizi posteggiata in modo da ostacolare la fuga del convoglio di Moro, il bar Olivetti chiuso da mesi ma riaperto di forza da alcuni commissari, i palazzi di via Fani gestiti da società fiduciarie sempre degli onnipresenti servizi, e ancora l’audizione di monsignor Mennini spacciata per la grande novità che avrebbe finalmente permesso di confermare l’esistenza del “canale di ritorno”, e come se non bastasse, la leggenda del fascicolo scomparso (invece soltanto smembrato e ricostituito altrove, presso l’archivio del Gabinetto speciale del ministro dell’Interno attivato durante il sequestro fino alla metà degli anni 90), l’armadio con le carte ancora secretate, l’originale di due fotocopie che non si trova da nessuna parte… Una lunga sequenza di episodi finiti tutti inevitabilmente in briciole. Un buco nell’acqua dietro l’altro che certo non arresterà i perditempo della dietrologia che ignorando ogni refutazione costruiscono sulla produzione industriale di misteri le loro carriere politiche e il loro stipendio. Fascicolo
Tuttavia questo bilancio pessimo, che ci conferma l’inutile spreco di questo carrozzone parlamentare, qualche cosa di nuovo e di buono – anche grazie al lavoro di alcuni commissari – alla fine l’ha dimostrato comunque. Intanto perché finalmente l’accesso alle fonti è aperto. La direttiva Prodi e quella più recente del governo Renzi consentono ormai la libera consultazione di una quantità incredibile di materiali provenienti dai Carabinieri, dal Gabinetto speciale del ministero dell’interno, dal Dis e da altre amministrazioni che si sono intersecate con la vicenda Moro. Esiste una quantità di fondi che fa invidia ad altre vicende storiche, che che ne dicano i maestri della dietrologia, notamment grandi “culi di pietra” che non amano faticare negli archivi. Questo ci dice che siamo difronte ad una realtà nuova: l’epoca del monopolio delle fonti che tanto piaceva a personaggi come Sergio Flamigni è finita. Quanto alla nuova generazione di dietrologi il problema nemmeno si pone, lavorano come pappagalli su fonti di terza o quarta generazione, copia-incolla e basta.
Questa novità ha permesso a nuovi ricercatori che si sono confrontati con questi materiali, che si sono misurati con le fonti primarie, di rimettere al centro il metodo storico e dare vita ad una critica della genealogia del discorso dietrologico. Per la prima volta sono stati auditi in commissione due studiosi di scuola non complottista, come Marco Clementi e Vladimiro Satta. Sembra una banalità eppure non era mai accaduto in precedenza. Nuovi documenti, documenti dimenticati o mai cercati, sono tornati alla luce, come mostra il libro di Gianremo Armeni che ha sgretolato la narrazione complottista di via Fani o il lavoro di Nicola Lofoco. Anche questo blog ha fatto la sua piccola parte scovando l’immagine del motorino col parabrezza privo di colpi d’arma da fuoco e una testimonianza chiave da tutti stranamente sempre taciuta.
Ciao MariniMa c’è stato ancora dell’altro. Una sorta di eterogenesi dei fini. La presunzione che il ricorso alle nuove tecniche forensi avrebbe permesso di acquisire quelle prove mai raggiunte in passsato dai teoremi complottisti, ha spinto incautamente la nuova commissione a chiedere al Servizio centrale antiterrorismo, alla polizia scientifica ed ai Ris dei carabinieri di compiere nuovi accertamenti. Contro ogni attesa la scansione tridimensionale di via Fani, insieme alle nuove indagini ed alla escussione di testimoni, hanno invece definitivamente messo a terra le velleità dietrologiche validando la versione fornita dai brigatisti, il numero delle armi impiegate e dei membri del commando che hanno fatto fuoco, escludendo ancora una volta la presenza di sparatori da destra contro la 132, confermando l’aggiramento in una seconda fase dell’Alfetta da parte di uno degli assalitori e l’inesistenza del mistero della vernice speciale presente su alcuni bossoli. Tutte cose già note e mai accettate dai fautori del complotto.
Pochi giorni fa è stata la volta del Ris che ha informato la commissione sui risultati ottenuti dalle ricerche fatte su 1115 reperti provenienti da alcune basi romane delle Brigate rosse e del Partito guerriglia, risalenti per altro ad epoche diverse: quelle di via Gradoli, via Pesci, via delle Nespole e poi nella stanza dell’appartamento di viale Giulio Cesare nella quale Morucci e Faranda avevano trovato una provvisoria ospitalità dopo l’uscita dall’organizzazione.
Ai tecnici dei carabinieri era stato chiesto di ritrovare tracce organiche della presenza di Moro e di Senzani in via Gradoli e di stabilire il numero dei frequentatori di quella base. L’ipotesi investigativa della commissione poggiava sulla convinzione che Moro fosse stato portato a spasso per Roma durante i 55 giorni e che a gestirlo ed interrogarlo non fosse stato Mario Moretti ma Giovanni Senzani.
Le ricerche effettuate su scarpe e oggetti da toilette (due spazzolini, un rasoio, alcune paia di scarpe e una pinzetta) non hanno evidenziato la presenza di profili di dna compatibili con quello di Moro. Sono emersi invece quattro profili ignoti, due maschili e due femminili. “Per la quasi totalità dna ‘da contatto’ depositato dal sudore”, ha riferito il colonnello Ripani, comandante del Ris. 
Conclusione: Moro non è mai stato in via Gradoli. Fine della storia? Neanche a pensarlo. Che quella base, come è noto, sia stata abitata nel tempo da due coppie di brigatisti (Faranda-Morucci e Balzerani-Moretti e in origine da Maria Carla Brioschi e Franco Bonisoli), per il presidente della commissione Fioroni non è un elemento sufficiente: ora si tenterà una comparazione col dna dei militanti Br condannati per la vicenda Moro. Sempre che questi siano d’accordo!
E perché mai dovrebbero esserlo?
Tracce della saliva di Moro sono state trovate sul bavero della sua giacca, il che –  ha sottolineato sempre il presidente Fioroni – porterebbe a supporre una morte non immediata dopo l’esecuzione. Circostanza, in realtà, già evidenziata dai risultati autoptici conosciuti da decenni e sottolineata con disappunto dal fratello di Moro nel suo libro. Insomma una conferma di quanto già noto se solo fosse letta la documentazione esistente.
L’altro materiale periziato ha riguardato tre gruppi di audiocassette provenienti da via Gradoli, viale Giulio Cesare e via delle Nespole. I Ris hanno provveduto a valutare lo stato di conservazione, a trasferire il materiale su dvd, a migliorare la qualità del parlato e a individuare, qualora presente, la voce dell’onorevole Moro. “Tutti i nastri – ha spiegato sempre il responsabile del Ris – sono in formato stereo 7, in uso negli anni ’70, sono in buone condizioni ma non è mai presente la voce dell’onorevole Aldo Moro”. 
Le diciotto cassette rinvenute nella base di via Gradoli ed in via delle Nespole, ha aggiunto il comandante, “sostanzialmente contenevano o un corso di inglese o della musica o non erano state incise”, con buona pace dell’onorevole Grassi che sognava di trovarvi l’interrogatorio di Moro in tedesco.

Rettifica
“Contenuti potenzialmente significativi”, così li ha definiti il responsabile del Ris, sarebbero stati stati riscontrati in altre cassette rinvenute non in viale Giulio Cesare, come erroneamente indicato all’inizio, ma in via delle Nespole, base del Partito guerriglia scoperta nel gennaio 1982 dopo alcuni interrogatori sotto tortura condotti con la tecnica dell’acqua e sale.
I “contenuti significativi” riferiti dal Ris sarebbero un audio inedito con la finta rivendicazione della esecuzione di Moro. Una voce annuncia il comunicato numero 13 (mai esistito, in tutto furono 9) e il ritrovamento del corpo a Genova. Probabilmente una prova. Le verifiche hanno escluso che si trattasse della voce di Morucci, autore della telefonata finale in cui si annunciava il luogo dove era stato lasciata la Renault 4 con il corpo di Moro. Il testo è sovraregistrato su un precedente audio in cui si sente una voce tenere una sorta di lezione, non si capisce bene se di economia o altra materia, che sembra aver attirato l’attenzione degli esperti del Ris insieme al contenuto di un’altra cassetta, dove comunque non è presente la voce dello statista democristiano.
Convinta di scoprire chissà quali segreti la commissione sta rovistando tra i rimasugli e gli scarti delle passate perqusizioni, recuperando reperti già ampiamente valutati all’epoca e ritenuti insignificanti o inutili per lo sviluppo delle indagini, convinta che la verità si trovi in fondo ad un cestino dei rifiuti.

Segue/Alle spalle di Moro

Per saperne di più
Alla ricerca del complotto. Speculazioni, cinismo e buchi nell’aqua di una inutile commissione d’inchiesta sul caso Moro
Alle spalle di Moro
Ecco la prova che nessuno sparò al motorino di Marini in via Fani
La colonna sonora di via Fani. Dei nuovi documenti smontano la storia della Honda e le fantasie del supertestimone Marini
La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
Su via Fani un’onda di dietrologia. Ecco chi c’era veramente sulla Honda

La dietrologia nel caso Moro
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro
I dietrologi dell’isis su Moro
La falsa novità dell’audizione di monsignor Mennini. Il confessore di Moro interrogato già 7 volte
Povero Moro ridotto a “cold-case”
Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc?
La vicenda Moro e il sottomercato della dietrologia ormai allo sbando

Alle spalle di Moro

Durante il sequestro del leader democristino una parte della Dc attivò i suoi referenti sul territorio per cercare contatti o possibili notizie sul luogo dove era nascosto Aldo Moro. La criminalità organizzata che controllava pacchetti di voti nel Meridione si fece avanti; mafia, camora e ‘ndrangheta, banda della Magliana erano un referente naturale del sistema di potere democristiano. Queste forze offrirono i propri servigi, fingendo si sapere dove era il presidente della Dc chiesero in cambio favori. Uomini d’onore e persino pentiti approfittarono dell’occasione. Questa pagina del sequestro Moro è uno spaccato significativo di quel potere democristiano che le Brigate rosse misero a nudo con il rapimento del loro dirigente più importante.

di Marco Clementi

15-Berlinguer-LapresseSu wikipedia Antonio Nirta è definito “una delle figure criminalmente più prestigiose e carismatiche della storia della ‘Ndrangheta”, ed effettivamente la sua brevissima nota biografia ne mette in luce le doti diplomatiche e la capacità di mediazione tra le famiglie. 
Nato nel 1919 è morto pochi giorni fa, il 1 settembre 2015 a Benestare. Uomo da prima pagina, quando è stato arrestato nel 1993, e da oblio durante tanti anni trascorsi in carcere, è tornato da morto a far parlare di sé in quanto la Commissione Parlamentare di inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro è alla ricerca di una fantomatica fotografia scattata la mattina del sequestro in via Fani, nella quale Nirta, all’epoca latitante, sarebbe ritratto assieme al generale del carabinieri Francesco Delfino. Dopo il laser in via Fani alla ricerca del tiratore scelto e del DNA in via Gradoli per dare un nome al biondo dagli occhi di ghiaccio, ecco spuntare quando meno te lo aspetti un calabrese e un generale, il bandito e un campione. Cosa ci facevano, insieme, in via Fani quel giorno? Ovvietà, mistero.
 Non voglio entrare nei particolari di questa ennesima aberrante storia, né appellarmi al fatto che Nirta si definì, come Ali Agca, Gesù durante un interrogatorio con il pm Marini. Chi di noi, infatti, almeno per una volta in vita sua non si è sentito dio? Hai visto mai…
Però alcune cose vanno chiarite. La prima è che questa lunga indagine, che dura ormai da 37 anni, a guardare bene è stata uno dei dei più grandi successi investigativi della storia d’Italia. Praticamente tutti gli autori del rapimento, dell’uccisione degli uomini di scorta e poi dell’omicidio di Moro sono stati arrestati e hanno scontato, o stanno scontando, decenni di galera. Sono stati recuperati documenti da riempire un fondo archivistico, ci sono state confessioni, pentimenti, torture, fughe, ergastoli a pioggia, leggi speciali, nuclei speciali. 
La seconda, è che si tratta della vicenda su cui più di ogni altra si è speculato, spesso in malafede, inventando impossibili infiltrazioni o eterodirezioni delle Br da parte di CIA, KGB, SISMI, SISDE, ANDREOTTI, COSSIGA, ISRAELIANI e, chi altri ancora? Ah, la mafia. La camorra e la Ndrangheta.
Un complotto da un migliaio di complottardi è qualcosa di insostenibile anche per le menti più depravate. Eppure…
Eppure è arrivato il momento di darci un taglio. E’ giunto il momento che chi scrive un articolo sulla vicenda, studi un po’, apra internet e digiti qualche parola chiave, si legga le fonti, si rilegga atti e documenti alla portata di tutti e poi si interroghi, se non ha la forza di chiedere legittimamente al presidente della Commissione, come mai sta roba qui?
Perché noi continuiamo ad assistere a una Commissione che, invece di parlare delle lettere di Moro, di cosa ha scritto e cosa sosteneva il prigioniero in quei 55 giorni, anziché domandarsi quale fossero i rapporti tra PCI e Stati Uniti allora, rapporti finalmente distesi dopo una viaggio di Napolitano proprio negli Usa durante i 55 giorni, nel corso dei quali incontra anche Kissinger! 
Invece di domandarsi se ci furono spazi di trattativa e perché non si avviò mai una vera apertura a Moro, si chiede se l’ostaggio abbia o meno perso dei liquidi organici in via Gradoli!
 Dov’è, Vi chiedo, lo statista? Dove sono i suoi discepoli? Perché non si indignano di questo trattamento che viene fatto a Moro? Moro non pensava di essere al centro di un complotto, ma di un tentativo di sovversione dello Stato da parte di un gruppo armato comunista. Ma guarda. Ed è su questa cosa che ha ragionato negli ultimi 55 giorni della sua vita. Ha scritto a chiunque, persino al papa.
No. Poi spunta Nirta. Cade lo statista e tutto si riduce a Gesù che cammina sulle acque e a 55 giorni sprecati da Moro di fronte a una classe politica peggiore della sua. Quella che intriga e gli gira le spalle anche da morto.

Segue/Speculazioni, cinismo e buchi nell’aqua di una inutile commissione d’inchiesta sul caso Moro

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Su via Fani un’onda di dietrologia. Ecco chi c’era veramente sulla Honda

La dietrologia nel caso Moro
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro
I dietrologi dell’isis su Moro
La falsa novità dell’audizione di monsignor Mennini. Il confessore di Moro interrogato già 7 volte
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Rapimento Moro: la ricostruzione dell’azione di via Fani disegnata da Mario Moretti

Il disegno, consegnato oggi dallo storico Marco Clementi durante la sua audizione davanti alla nuova commisssione d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro (la puoi ascoltare qui), risale al 2006 ed è stato raccolto nel corso della preparazione del libro Storia delle Brigate rosse, uscito nel 2007 presso Odradek.
Partendo dal basso, che poi è l’alto di via Fani, segnato con il numero 1 è indicata la posizione della militante delle Br incaricata di segnalare l’arrivo del convoglio del presidente della Democrazia cristiana. La donna con un mazzo di fiori compie un gesto e attraversa la strada all’arrivo delle vetture di Moro.

Via Fani Mario

La 128 giardinetta con Moretti alla guida si mette in moto e appena il convoglio passa, la 128 indicata con il numero 2 forma il cancelletto superiore.
All’altezza dello stop Moretti rallenta. Rallenta il convoglio e cominciano gli spari, secondo quanto stablito dal Servizio centrale antiterorismo di recente, mentre le macchine sono ancora in leggero movimento. Le quattro persone del gruppo di fuoco sono suddivise in due sottonuclei: i primi due vicini all’incrocio con via Stresa sparano sulla 130 di Moro colpendo l’autista e il caposcorta; gli altri due attaccano l’Alfetta con i tre uomini della scorta.
Con il numero 3 è indicata l’auto condotta da Moretti, con il 4 la 130 di Moro e il 5 l’Alfetta di scorta. Con il 6 e il 7 i due sottonuclei brigatisti.
Più avanti, di fronte alla macchina di Moretti, col numero 8 è indicato il cancelletto inferiore, composto da una sola persona, che controlla via Stresa e via Fani.
Con il numero 9 invece è rafigurata la 132 blu guidata da un altro brigastista che da via Stresa compie una retromarcia e si avvicina alla 130 per far salire Moro. Poi segue la freccia e scappa per via Stresa.
Alcune precisazioni in ordine alle ultime evidenze uscite dall’audizione della dottoressa Tintisona, audizione per certi versi decisiva, che riconferma un impianto noto da tempo in alcuni punti non di seconda importanza:

Spari da destra:
Morucci affermò a suo tempo che ci furono dei colpi sparati da destra; siamo nel 1985.
ACS, Ministero Interno Gabinetto Speciale, busta 20: “E’ certo – afferma Morucci nella sua memoria difensiva – che le due persone che hanno sparato sugli uomini dell’alfetta ed hanno ucciso Iozzino, si sono subito dopo portati sulla destra dell’auto esplodendo degli altri colpi, dall’alto in basso, come risulta dalla perizia. Ma su questo nessuno mi ha rivolto domande”.

Tamponamento
Sempre in ACS MIGS, busta  24, troviamo una informativa del 16 settembre 1993 in cui si dice: “Nello stesso momento la 128 di Moretti giunta all’incrocio si arresta costringendo a una brusca frenata la vettura di Moro che NON tampona la 128”.

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Ecco la prova che nessuno sparò al motorino di Marini in via Fani
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4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro
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La vicenda Moro e il sottomercato della dietrologia ormai allo sbando

Ecco l’ennesima prova che nessuno sparò al motorino di Marini in via Fani!

Il ciclomotore Boxer(*) della Piaggio che vedete raffigurato nella foto qui sotto è il motorino del famoso super testimone di via Fani, quell’Alessandro Marini che aveva dichiarato d’aver visto una moto Honda partecipare al rapimento di Aldo Moro e successivamente di aver ricevuto dei colpi di arma da fuoco (singoli in alcune deposizioni, a raffica in altre) da uno dei passeggeri della stessa moto (per poi, in realtà, tornare sulle sue parole in altre circostanze). Colpi che a suo dire avevano distrutto il parabrezza del ciclomotore, mentre la moto si allontanava a tutta velocità verso via Stresa dietro la 132 che portava via il presidente della Democrazia cristiana. Anche un senatore, Luigi Granelli, membro della commissione Stragi, nel febbraio del 1994 scrisse in una relazione che il parabrezza era stato attinto da un colpo di pistola, come avrebbe stabilito una perizia.
Gianremo Armeni, nel suo libro appena pubblicato, Questi fantasmi. il primo mistero del caso Moro (Tra le righe libri), ha dimostrato – prove alla mano (leggi qui) – che quella perizia non venne mai realizzata perché il parabrezza, acquisito dalla Digos solo nel settembre 1978, non uscì mai dall’ufficio corpi di reato, salvo in due brevi circostanze (marzo e maggio 1994) per essere sottosposto a ricognizione.

Ciao MariniCome potete vedere dalla foto qui sopra il parabrezza non è affatto distrutto. Appare soltanto lesionato e tenuto con del nastro da pacchi, come lo stesso Marini aveva spiegato quando nel 1994, durante un interrogatorio, gli vennero mostrati i resti del reperto da lui consegnati (vedi qui) nel settembre 1978 alla digos; leggete qui sotto lo stralcio della sua deposizione:

Dep Marini 0 1994

Dep Marini 1994L’immagine che avete appena visto è un dettaglio di questa foto più volte pubblicata su questo blog nelle settimane passate:

8 Motorino nastrato-1 copiaPoco prima della scorsa estate, rileggendo le deposizioni di Marini, avevo notato che in quella del 1994 dichiarava di non ricordare bene quando era tornato a prendere il motorino che aveva lasciato incustodito. A quel punto mi sono chiesto se tra le tantissime foto che raffigurano via Fani la mattina del 16 marzo, non ce ne fosse qualcuna dove era visibile un ciclomotore. Non un ciclomotore qualunque ma un motorino munito di parabrezza. Non un parabrezza qualunque ma – come precisa lo stesso testimone – un parabrezza tenuto trasversalmente da un nastro da pacchi a causa di una caduta dal cavalletto avvenuta nei giorni precedenti.
La cosa sconcertante è che in nessuno dei verbali si indica mai il modello del ciclomotore che pure, stando alle ricostruzioni avvalorate dalla magistratura, avrebbe dovuto rappresentare un reperto decisivo. Nel film di Giuseppe Ferrara, se la memoria non mi tradisce, Marini viene raffigurato su un “Ciao” della Piaggio. Questa indeterminatezza è significativa: mentre si dava per certo modello e colore di una eterea moto di grossa cilindrata, che avrebbe giocato un ruolo nel rapimento, nessuno si peritava di descrivere con minuziosità modello e colore del ciclomotore del teste ritenuto principale, che sarebbe stato oggetto di spari proprio dai passeggeri della moto.
In ogni caso la mia ricerca diede esito positivo, solo che fatta eccezione per la foto qui sopra, le altre da me trovate erano in bianco e nero e molto sgranate.

4. Motorino 1 copia12 Motorino02 copia13 Motorino03 copiaIn ogni caso sufficienti a stabilire che si trattava del motorino descritto da Marini. Era la prova, l’ennesima – come poi ha dimostrato Armeni nel suo saggio – che il super testimone aveva mentito su tutta la linea. Devo riconoscere che l’estrema facilità con la quale sono arrivato a questo risultato mi ha stupito molto, possibile che in tutti questi decenni a nessuno sia venuto in mente di fare una verifica del genere? Comprendo che le verifiche non siano materia per i complottisti, che quando incontrano elementi del genere – che smentiscono le loro ipotesi – fanno una capriola e passano oltre, ma l’esercito di inquirenti, magistrati, consulenti e membri delle commissioni che si sono occupati della vicenda dove guardavano? Un singolare strabismo investigativo su cui torneremo più avanti.

Nelle settimane scorse, Nicola Lo Foco, autore di un saggio pubblicato nel gennaio 2015, Il caso Moro. Misteri e segreti svelati (Gelsorosso editrice), una accurata demistificazione delle ricostruzioni dietrologiche del rapimento Moro, rivolgendo la propria attenzione non solo a quel che accadde in via Fani la mattina del 16 marzo 1978 ma anche ad altri topos della vulgata misteriologica sulla vicenda, come la base delle Brigate rosse di via Gradoli e l’appartamento prigione via Montalcini, nel quale l’uomo di Stato venne tenuto per tutti i 55 giorni del rapimento, dopo aver letto l’inchiesta in 5 puntate apparsa su Insorgenze.net  e sul Garantista, nella quale pubblicavamo le foto del motorino di Marini, ha messo in rete un formato molto più grande della foto a colori in cui è raffigurato il ciclomotore. Immagine di migliore qualità che permette di ingrandire con un efficacia superiore il dettaglio. Lo ringraziamo per questo prezioso contributo. Potete leggere qui il suo articolo apparso su Agoravox: (Lo Foco-Via Fani. Quel 16 marzo).
A questo punto possiamo dire che il cerchio è chiuso, ma facciamo un passo indietro: la descrizione che Marini dà del suo motorino collima con quella della foto. La probabilità che sia lo stesso è altissima. Ora sarebbe il caso, non ci vuole molto, che le autorità competenti facciano l’ultimo passo, realizzando le opportune verifiche ufficiali per chiudere definitivamente questa storia.

lofoco-moro-copPs: Inizialmente avevamo scritto che si trattava di un “Ciao” della Piaggio, ma un lettore ci ha giustamente fatto notare l’errore. Si tratta in realtà di un altro modello della Piaggio in vendità quegli anni: un Boxer.

Boxer Piaggio

Boxer Piaggio

Ciao Piaggio

Ciao Piaggio

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Rapimento Moro, la ricostruzione dell’azione di via Fani disegnata da Mario Moretti
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La colonna sonora di via Fani. Nuovi documenti smontano la storia della Honda e le fantasie del supertestimone Marini

Esclusiva – da pochi giorni è nelle librerie Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro, Tra le righe libri, aprile 2015. Un saggio da non perdere assolutamente se volete liberarvi il cervello da decenni di scorie complottiste. L’autore, Gianremo Armeni, ha trovato documenti ignorati per decenni da magistrati, membri delle commissioni d’inchiesta, complottisti d’ogni risma e colore, mettendo in luce come i dietrologi hanno impunemente arrangiato le loro ricostruzioni deformando la realtà. La storia torna a prendersi la sua grande rivincita. Ecco come andarono veramente le cose in via Fani

Paolo Persichetti
Il Garantista, 23 aprile 2015

armeni-copertina-moro16 marzo 1978, via Fani. Le tre vetture del commando brigatista con Moro a bordo stanno risalendo via Stresa. La scena dell’assalto, ormai alle loro spalle, è avvolta da improvviso silenzio, una sorta di tempo sospeso dopo il crepitìo degli spari, il rombo dei motori e lo strepitìo delle gomme che partono in accelerazione.
Un minuto, forse due e sul posto arriva una volante con a bordo gli agenti Di Berardino e Sapuppo. Si mettono immediatamente in contatto via radio con la centrale operativa per fornire le prime informazioni. Mentre gran parte dei testimoni prendono coraggio e si avvicinano ai corpi riversi all’interno delle vetture colpite, uno di loro punta diretto verso i poliziotti. La sua è un’ansia di parola, è convinto di aver visto tutto, di sapere ogni cosa, lui deve dire, indirizzare subito le indagini. Quel che è accaduto si invera nel suo racconto, egli ne è il depositario. Inizia così il vangelo dei misteri del caso Moro, attraverso il verbo primigenio dell’ingegner Alessandro Marini che, contrariamente a quello che si è voluto lasciar credere fino ad oggi, non ha mai illuminato di verità la storia del rapimento Moro, a cominciare da quel che è realmente accaduto quella mattina: la corretta dinamica dell’assalto brigatista; la presunta funzione attiva svolta da una moto Honda durante le fasi del rapimento; i presunti colpi sparati da uno dei passeggeri contro il parabrezza del suo motorino.
Tutto sommato dettagli difronte alla vicenda politica del rapimento, alla portata storica dell’episodio, al rilievo internazionale che esso ha avuto. Nonostante ciò questi aspetti hanno assunto un rilevo centrale, sono divenuti l’architrave originario della dietrologia sul rapimento, oggetto di una sterminata pubblicistica complottista, di ripetute indagini giudiziarie e processi, dell’attività ultradecennale di ben due commissioni d’inchiesta parlamentare e della recente costituzione di una terza, ma soprattutto hanno reso senso comune la superstizione del complotto.

11 Motorino01 copiaTrentasette anni dopo Gianremo Armeni, una laurea in sociologia, collaborazioni con Limes, un libro su Dalla Chiesa, un volume dedicato alle regole della lotta clandestina, Vademecum del brigatista, e un romanzo d’iniziazione sul nucleo storico delle Brigate rosse, fa piena luce sulla inattendibilità del super testimone con un saggio spietato appena uscito nelle librerie, Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro (Tra le righe libri, aprile 2015, 16 euro).
Quella di Armeni è innanzitutto una grande prova di metodologia storica. Alla stregua di quelli che considera i suoi maestri, Giovanni Sabbatucci, Marco Clementi e Vladimiro Satta (quest’ultimo autore della prefazione), per districarsi dal ginepraio di ricostruzioni cospirazioniste fondate nella migliore delle ipotesi su presupposti che fanno capo al metodo indiziario e deduttivo, dove il soccorso delle prove è carente o inesistente, le fonti trascurate, travisate, omesse o peggio manipolate, Armeni è andato alla ricerca dei fatti, alla sorpresa che riserva l’incontro sempre imprevedibile con le fonti. Cinque anni di lavoro, una ricerca imponente che non trova eguali sulla materia: oltre alle monografie sulla vicenda Moro, ha studiato l’intero complesso di carte processuali e istruttorie che hanno dato corpo ai cinque processi sul rapimento, documentazione conservata presso l’aula bunker di Rebibbia. Per ben tre volte ha riletto i 130 volumi della commissione Moro e scandagliato con maniacale attenzione l’intero filone “caso Moro” della commissione Stragi. Un lavoro mastodontico che non ha tradito le aspettative: cercando «l’ago nel pagliaio», come lui stesso scrive, ha scovato tre documenti fondamentali più altre circostanze che radono al suolo la tesi della funzione attiva della moto in via Fani, gli spari contro il parabrezza del motorino di Marini, mettendo in serio dubbio il corretto operato di alcuni giudici istruttori, sostituti procuratori, presidenti di corte d’assise e membri delle commissioni d’inchiesta che hanno avuto un ruolo nell’accreditare la storia della moto.

8 Motorino nastrato-1 copiaNe fuoriesce un’autopsia implacabile di quella che è la genesi del discorso dietrologico: basta riandare ai minuti successivi dell’agguato quando l’ingegner Marini si avvicina ai poliziotti della volante per raccontare loro di aver visto una moto seguire la Fiat 132 che portava via Moro. Armeni ricostruisce nel dettaglio il percorso compiuto da quella prima e originaria informazione, subito registrata nei brogliacci della centrale operativa che dirama a tutte le volanti l’avviso di ricerca di quella misteriosa Honda, mai vista da nessuno degli altri testimoni che assistono lungo via Stresa alla fuga del commando brigatista. Il brogliaccio della centrale operativa e il successivo rapporto dei due agenti, che riprende le parole di Marini, finisce in una relazione di sintesi che il questore De Francesco invia in quelle prime ore alle massime autorità dello Stato. Nel testo si cita la presenza di una moto senza riferirne la fonte. Nel 2002, uno dei consulenti della commissione Stragi, Silvio Bonfigli, scova la relazione del questore e la pubblica in un libro scritto insieme a Jacopo Sce, Il delitto infinito. Ultime notizie sul sequestro Moro, Kaos edizioni. Prende forma così la leggenda della presenza, certificata da un’autonoma acquisizione della polizia, di una moto nell’azione di via Fani. Informazione – sostengono gli autori – di cui la magistratura non avrebbe tenuto conto aderendo invece alle smentite dei brigatisti. Falso anche questo perché alla fine del primo processo Moro, tra le condanne inflitte contro i componenti del commando che agirono quella mattina, ce ne fu una per complicità nel tentato omicidio dell’ingegner Marini assieme ai due presunti passeggeri della moto mai identificati. Ma che importa, il presupposto della dietrologia è ignorare le refutazioni alimentando una mondo di verità parallele, una controrealtà virtuale che mescola senza scrupoli credenze, suggestioni, incantesimi, malafede e menzogne, spesso a scopo di lucro.

4. Motorino 1 copiaAnche la verità giudiziaria non è da meno: da decenni sentiamo arguire che moto e spari contro Marini sono realtà storica poiché lo ha stabilito un giudicato processuale. Ma se il magistrato deve attenersi a questa regola, lo storico ha la felice libertà di ribaltare l’assunto rimettendo al centro l’indagine sui fatti realmente accaduti, lasciando sullo sfondo le chiacchiere di una sentenza che si è limitata a trascrivere, per altro in parte, una delle tante versioni di un testimone. Questa regola aurea della buona ricerca storica conduce Armeni a nuove sconcertanti scoperte, come la falsa storia della presunta inversione effettuata dolosamente dalla magistratura, quella relativa alla posizione occupata dai due centauri sulla moto, un aspetto questo che ha veicolato l’ennesima ipotesi di complotto; oppure i ripetuti cambi di versione forniti dal supertestimone nelle sue 11 deposizioni, che lo portano persino a cambiare il colore della moto e mettere in dubbio che qualcuno gli abbia sparato. Ritrattazioni mai attenzionate dalle roccaforti cospirazioniste. Anche qui il libro riserva la sorpresa di un documento eccezionale, sottolineato con inchiostro rosso presumibilmente dalle autorità giudiziarie dell’epoca.

Ciao MariniOsservato da vicino Marini è un vero vaso di Pandora: il 16 marzo riferisce d’aver visto la moto ma solo il 5 aprile, 20 giorni dopo, racconterà degli spari contro di lui. Ecco perché – nota Armeni – la polizia scientifica non poté sequestrare il parabrezza del motorino, lasciato incustodito in via Fani la mattina del 16 marzo (come è possibile vedere in alcune foto pubblicate su questo blog), che ritraggono un ciclomotore con il parabrezza nastrato accanto al muretto, sul lato sinistro del marciapiede da dove era sbucato il commando brigatista). Nel settembre successivo, sentito dal giudice istruttore Imposimato, torna sull’episodio e fornisce una fantasiosa mappa dell’agguato. I membri del commando raddoppiano e stranamente manca il cancelletto inferiore. Non c’è la donna armata che pure altri testimoni indicano. In sede processuale ribadirà di non aver mai visto la donna che presidiava l’incrocio tra via Fani e via Stresa.
Moro: Honda con due persone anche in Armeni non molla la presa, viviseziona le parole dell’oracolo Marini fino ad accorgersi di un dettaglio rimasto inosservato: secondo il supertestimone il passeggero della moto avrebbe impiegato il braccio sinistro per esplodere i colpi di pistola diretti contro di lui. Una singolare incoerenza che assomiglia tanto ad un lapsus rivelatore: Marini, infatti, si sarebbe dovuto trovare sul lato basso di via Fani, quindi a destra della moto al momento del suo passaggio. Anche qui Armeni mette in crisi la ricostruzione ufficiale ripescando una testimonianza, sempre ignorata, che solleva forti dubbi sulla posizione dichiarata dall’ingegnere sul motorino quella mattina, per offrirci alla fine una ulteriore chicca che chiude il cerchio sulla natura vertiginosa del personaggio. Il lettore capirà, allora, perché l’autore abbia scelto come titolo del suo saggio, Questi fantasmi, una delle più celebri commedie di Eduardo di Filippo, l’artista napoletano convocato sulla scena del rapimento Moro dallo stesso Marini.

Iter parabrezza 1Uno dei pezzi forti del libro è la documentazione, scovata in un particolare ufficio giudiziario, che ricostruisce la storia del parabrezza, fulcro dell’intera narrazione dietrologica. Si scopre che Marini, dopo averlo sostituito, ne aveva conservato solo due frammenti (circostanza assai singolare per un reperto di quella importanza), presi in consegna dalla Digos il 27 settembre 1978. Da quel giorno rimarrà chiuso nell’ufficio corpi di reato, dove lo spedisce il giudice istruttore Imposimato senza mai farlo periziare fino alla sua distruzione il 9 ottobre 1997. Non risponde al vero, dunque, la relazione del senatore Luigi Granelli, membro della commissione Stragi, che il 23 febbraio 1994 inspiegabilmente scrive di una perizia e di un colpo d’arma da fuoco che avrebbe attinto il Iter parabrezza 2parabrezza. In realtà il reperto non era mai uscito dal deposito dei corpi di reato e la sua esistenza era del tutto ignorata dai periti, come lamenterà uno di essi difronte ai giudici. Soltanto il 31 marzo 1994 e il successivo 17 maggio la magistratura si accorgerà della sua esistenza. Il reperto viene prelevato per non più di 24 ore, quando il pm Marini (omonimo del supertestimone) lo sottoporrà in visione al suo ex proprietario, il quale riconoscendolo rivela con estremo candore che non furono dei colpi di pistola a danneggiarlo ma una caduta del ciclomotore dal cavalletto nei giorni precedenti il 16 marzo (vedi qui, il Garantista del 12 marzo 2015).

Dep Marini 0 1994Dep Marini 1994Quanto basta per concludere che la funzione attiva della Honda nel rapimento è un ectoplasma processuale, che la magistratura giudicante volle inizialmente accreditare per mettere nel cassetto due ergastoli supplementari, divenuta in seguito uno dei cavalli di battaglia delle teorie complottiste a scapito anche della stessa corporazione togata che non avrebbe certo immaginato un giorno di essere all’origine di tanti danni. Nonostante ciò il procuratore generale Antonio Marini si è recentemente opposto all’archiviazione dell’inchiesta, ed ha riconvocato tutti i membri del commando brigatista presenti in via Fani, convinto che la fantomatica moto sia ricomparsa nel 1983 per compiere il ferimento di Gino Giugni, rivendicato dalle Br-pcc.

Ha fatto bene, allora, Gianremo Armeni a portare il colpo conclusivo alla fine del suo saggio. Partendo da alcuni studi sulla memoria uditiva, più affidabile di quella visiva, e dalla constatazione che tutti i testi hanno assistito solo ad alcune sequenze dell’azione, mentre la percezione dei rumori è rimasta ininterrotta, ha ricostruito con un esperimento innovativo la colonna sonora dell’assalto in via Fani. L’esito della prova è di una efficacia sorprendente: riemerge la traccia coerente del «fragore degli spari» e del momento preciso in cui essi hanno avuto termine. L’esame non lascia più spazio alle interpretazioni, alle ipotesi, alle suggestioni: la storia si riappropria di ciò che le era stato sottratto. Finita l’azione cala il silenzio, i testimoni si affacciano, rialzano la testa, escono dai loro momentanei ripari, scopriamo allora che è venuto il tempo di separare la storia dalla farsa.

Postscritum: una volta provato che nel modulo operativo del commando brigatista non era presente alcuna moto, e che nessun’altra ha interferito nell’azione, la questione della Honda diventa superflua. Tuttavia, poiché l’indagine di Armeni non smentisce affatto il passaggio di una motocicletta quella mattina (ne circolano migliaia a Roma ogni giorno), resta legittima la curiosità del lettore sul momento esatto in cui essa si è affacciata sulla scena. Armeni con estremo rigore ricostruisce anche questo, correggendo alcune ricostruzioni circolate in passato. Gli elementi per scoprirlo c’erano già tutti, bastava rimontare i pezzi con un po’ di logica scevra da retropensieri, pregiudizi e strumentalizzazioni. Chi c’era sopra? Questo è stato già scritto (vedi qui). Ora leggete il libro, poi ne riparleremo.

Per saperne di più
Rapimento Moro, la ricostruzione dell’azione di via Fani disegnata da Mario Moretti
Ecco la prova che nessuno sparò al motorino di Marini in via Fani
La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
Su via Fani un’onda di dietrologia. Ecco chi c’era veramente sulla Honda

La dietrologia nel caso Moro
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro
I dietrologi dell’isis su Moro
La falsa novità dell’audizione di monsignor Mennini. Il confessore di Moro interrogato già 7 volte
Povero Moro ridotto a “cold-case”
Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc?
La vicenda Moro e il sottomercato della dietrologia ormai allo sbando

Armeni pag 12

 Armeni pag 13

Tortura investigativa, tortura giudiziaria e tortura punitiva

Nelle sue conclusioni sull’affaire Cestaro contro Italia (richiesta n°6884/11), la quarta sezione della corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo ha ritenuto provata la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, dovuta secondo i giudici che hanno pronunciato la sentenza, ai «maltrattamenti subiti dal ricorrente che devono essere qualificati come “tortura”, ai sensi della disposizione di cui sopra».
Cosa recita l’articolo 3 della
Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali stipulata a Roma nel 1950, quella per intenderci sulla base della quale opera la corte di Strasburgo?
Articolo  3
Proibizione della tortura
Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o a trattamenti inumani e degradanti.
(Fonte: Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali – CEDU. Roma 4 novembre 1950).
Sulla stessa linea si adagia la norma contenuta nell’articolo 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, un trattato delle Nazioni unite adottato nel 1966 ed entrato in vigore nel 1976, nato dall’esperienza della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo
Articolo  7
Nessuno può essere sottoposto alla tortura né a punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, in particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il suo libero consenso, ad un esperimento medico o scientifico.
(Fonte: Patto internazionale sui diritti civili e politici, New York 16 dicembre 1966,
entrata in vigore il 23 marzo 1976.
Queste due definizioni riprendono in modo secco la formulazione presente all’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948:
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti.
Tuttavia negli ultimi anni si è cercato sempre più di estendere e dettagliare la definizione di tortura e di trattamenti inumani e degradanti allargando il campo anche alle sofferenze mentali e morali esercitate da un pubblico ufficiale o da altra persona che agisca a titolo ufficiale o su sua istigazione; da notare tuttavia come tale definizione non venga roconosciuta a sofferenze generate da sanzioni considerate legittime.
La
Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1984 ed entrata in vigore il 26 giugno 1987, stabilisce:
Articolo 1
1. Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate.

In linea generale la violenza esercitata dalle istituzioni può avere due obiettivi: uno giudiziario ed uno politico-simbolico. Nel primo caso si tratta di estorcere informazioni da utilizzare per lo sviluppo successivo delle indagini o da impiegare in sede processuale come dichiarazioni accusatorie; nel secondo il fine è quello di esaltare il potere punitivo dello Stato. I due scopi spesso si sovrappongono: la tortura giudiziaria contiene sempre quella punitiva, mentre la tortura punitiva non sempre contiene la ricerca d’informazioni.
Le torture praticate contro i militanti rivoluzionari accusati di appartenere a gruppi armati tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 erano un classico modello di tortura investigativa. Operate dalle forze di polizia, contenevano entrambi gli obiettivi: estorcere informazioni e disintegrare l’identità politico-personale del militante. La deprivazione sensoriale assoluta, introdotta negli anni 90 attraverso l’isolamento detentivo previsto con il regime carcerario del 41 bis, è invece la forma più avanzata di tortura giudiziaria. Congeniata per sostituire la tortura investigativa, ha rappresentato una ulteriore tappa del processo di maturazione dell’emergenza italiana che ha visto la progressiva giudiziarizzazione delle forme di stato di eccezione, non più controllate dall’esecutivo ma dalla magistratura.
I pestaggi che avvengono nelle carceri o nelle camere di sicurezza delle forze di polizia appartengono invece al genere della tortura punitiva, ispirata dal sopravanzare di visioni etico-morali dello Stato: correggere comportamenti ritenuti fuori norma riaffermando la gerarchia del comando. Così è avvenuto nel carcere di Asti tra il 2004 e il 2005, dove una sentenza della magistratura ha registrato le violenze imposte ai detenuti per ribadire e legittimare i rapporti di potere all’interno dell’istituto di pena.
Una situazione analoga si è verificata nella tragica vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi, anche se in questo caso sussistono fondati sospetti che la violenza punitiva ricevuta nelle camere di sicurezza del tribunale, gestite dalla polizia penitenziaria, sia stata preceduta da violenze subite nella fase investigativa prima dell’ingresso in carcere.
In linea generale le violenze poliziesche hanno un carattere «informe», non a caso Walter Benjamin ne coglieva l’aspetto «spettrale, inafferrabile e diffuso in ogni dove nella vita degli Stati civilizzati», al punto da costituire una delle tipicità proprie dell’antropologia statuale. Queste violenze variano d’intensità, d’episodicità ed estensione con il mutare dei rapporti sociali e il modificarsi della costituzione materiale di un Paese. Ci sono poi momenti storici in cui questa violenza si condensa, assumendo una forma sistemica che si avvale dell’azione d’apparati specializzati. Quella che è una caratteristica permanente degli Stati dittatoriali denota anche il funzionamento delle cosiddette democrazie quando entrano in situazioni d’eccezione. Nell’Italia repubblicana è avvenuto almeno due volte: nel 1982, quando il governo presieduto dal repubblicano Spadolini diede il via libera all’impiego della tortura per contrastare l’azione delle formazioni della sinistra armata e nel 2001, durante le giornate del G8 genovese.
Se nel primo caso si è fatto ampio ricorso alla tortura investigativa e ad un inasprimento del regime carcerario speciale, già in corso da tempo, con una estensione dell’articolo 90 e la sperimentazione di quel che sarà poi il regime del 41 bis, con i pestaggi dei manifestanti, il massacro all’interno della scuola Diaz e le sevizie praticate nella caserma di Bolzaneto durante il G8 genovese si è dato vita ad una gigantesca operazione di tortura punitiva e intimidatoria nei confronti di una intera generazione.
In entrambe le circostanze vi è stato un input centrale dell’esecutivo, la presenza di una decisione politica, la creazione di un apparato preposto alle torture e l’individuazione di luoghi appositi, di fatto extra jure, oltre all’atteggiamento connivente delle procure. Se nel 1982 – fatta eccezione per un solo caso – queste insabbiarono tutte le denunce, nel 2001 hanno facilitato la riuscita del dispositivo Bolzaneto, come dimostra il provvedimento fotocopia predisposto prima dei fermi in vista delle retate di massa. Adottato per ciascuna delle persone arrestate, prevedeva in palese contrasto con la legge il divieto di incontrare gli avvocati. Un modo per garantire l’impenetrabilità dei luoghi dove avvenivano le sevizie che restarono così protetti da occhi e orecchie indiscrete per diversi giorni.
Nonostante tanta familiarità con la storia del nostro Paese, la tortura non è un reato previsto dal codice penale e ciò in aperta violazione degli impegni internazionali assunti dall’Italia, l’ultimo nel 1984. Se la giuridicità ha un senso, il suo divieto andrebbe integrato nella costituzione al pari del rifiuto della pena di morte. La sua condanna, infatti, attiene alla sfera delle norme fondatrici, alla concezione dei rapporti sociali, ai limiti da imporre alla sfera statale. Non è una semplice questione di legalità, la cui asticella può essere innalzata o abbassata a seconda delle circostanze storiche.
In ogni caso introdurre questo capo d’imputazione ha senso solo se prefigurato come “reato proprio”. «La tortura – spiega Eligio Resta – è crimine di Stato, perpetrato odiosamente da funzionari pubblici: vive all’ombra dello Stato», come ha sancito la Convenzione Onu del 1984. Nella scorsa legislatura, invece, il Parlamento italiano aveva elaborato una bozza che qualificava la tortura come reato semplice, un espediente che lungi dal limitare l’uso abusivo della forza statale ne potenziava ulteriormente l’arsenale repressivo alimentando il senso d’impunità profondo dei suoi funzionari.
Ancora nel marzo del 2012, l’allora sottosegretario agli Interni, prefetto Carlo De Stefano, rispondendo ad una interpellanza parlamentare della deputata radicale Rita Bernardini era riuscito ad affermare che almeno fino al 1984 in alcuni trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia erano presenti «limitazioni» di «non di poco conto, (morale e in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica)», al divieto di fare ricorso all’uso della tortura. Un modo per mettere le mani avanti e richiamare una inesistente protezione giuridica alle torture praticate in Italia fino a quel momento.
D’altronde fu lo stesso Presidente della Repubblica Sandro Pertini che nel 1982, per rimarcare la distanza che avrebbe separato l’Italia dalla feroce repressione che i generali golpisti stavano praticando in Argentina, affermò: «In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi». Di lui, ebbe a dire una volta lo storico dirigente della sinistra socialista Riccardo Lombardi, «ha un coraggio da leone e un cervello da gallina».
In Italia le torture c’erano, anche se in quei primi mesi del 1982 non vennero inferte negli spogliatoi degli stadi ma in un villino, un residence tra Cisano e Bardolino, vicino al lago di Garda, di proprietà del parente di un poliziotto (lo ha rivelato al quotidiano L’Arena l’ex ispettore capo della Digos di Verona, Giordano Fainelli e lo ha confermato anche Salvatore Genova, allora commissario Digos). Si torturava anche all’ultimo piano della questura di Verona, requisita dalla struttura speciale coordinata da Umberto Improta, diretta dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci su mandato del capo della Polizia Giovanni Coronas che rispondeva al ministro dell’Interno Virginio Rognoni.
Sulle gesta realizzate da questo apparato parallelo sono emersi negli ultimi tempi fatti nuovi, circostanze, testimonianze, ammissioni. Prima in alcune interviste, poi in un libro apparso nel 2011, Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Nicola Ciocia, oggi ex questore in pensione, ieri funzionario dell’Ucigos, conosciuto con lo pseudonimo di professor De Tormentis, ha ammesso di aver condotto sotto tortura numerosi interrogatori di persone arrestate nel corso di indagini sulla lotta armata. Era alla guida di una squadra speciale del ministero dell’Interno esperta nella pratica del waterboarding. La corte d’appello di Perugia nell’ottobre 2013 ha riconosciuto che queste torture ci furono accettando la richiesta di revisione della condanna per calunnia comminata a Enrico Triaca, dopo che il tipografo delle Brigate rosse aveva denunciato le torture subite nel maggio del 1978. Il seviziatore di Triaca era Nicola Ciocia e quelle torture furono un semplice assaggio di quanto avvenne quattro anni dopo.

Per saperne di più
Le torture della repubblica
Nicola Ciocia, alias De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro
Perché la nuova commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc ?

Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro – 5a e ultima puntata

Concludiamo il nostro piccolo viaggio sui falsi misteri costruiti attorno al sequestro Moro raccontando come il diversivo dietrologico venne impiegato per coprire l’impiego delle torture. Potete leggere qui le puntate precedenti, (1), (2), (3), (4)

Paolo Persichetti
Il Garantista 15 marzo 2015

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«La teoria del complotto è la sottigliezza degli ignoranti». Prendo questa citazione dal libro di Daniel Pipes, Il lato oscuro della storia, (Lindau). Non sempre però l’ossessione del grande complotto affonda le sue radici nella superstizione. Se il cospirazionismo moderno trae origini da teorie politiche che, intrise di controriformismo cattolico, rifiutano la modernità e trovano il loro testo fondatore nell’opera dell’abbé Barruel, avversario del rivoluzione francese, la modernità con il suo corpus di ideologie apologetiche del capitalismo non ne è certo esente. A dire il vero l’intero Novecento fa fatica a liberarsi dai veleni del complottismo che pervadono razzismi, nazionalismi e totalitarismi fascisti e nazisti. E se non è affatto condivisibile la tesi di Popper, che vede nelle teorie critiche ispirate dal marxismo solo delle culture del sospetto nemiche di un idealismo razionalista esente da qualunque pecca, è vero anche che anarchismo, socialismo e comunismo non sono riuscite a sottrarsi al virus complottista.
jpg_2178052Oggi però la crisi del pensiero forte e il balbettio delle teorie politiche danno alimento ad una diversa stagione che vede nelle teorie del complotto un appiglio consolatorio, un riempitivo del vuoto di pensiero. Tanto che se un tempo i complotti erano figli di un pensiero ossessivo, oggi sono solo ossessioni prive di pensiero. Il pregiudizio dietrologico ha avuto però anche applicazioni più strumentali: un esempio di questo utilizzo può essere rintracciato agli albori dell’affaire Moro. La vicenda Triaca, con la quale concludiamo il nostro piccolo viaggio nella dietrologia che circonda la storia del sequestro del presidente della Dc, e stata un esempio di diversivo complottista finalizzato a coprire l’impiego delle torture.
La sera del 17 maggio 1978, Enrico Triaca, il militante che gestiva la tipografia delle Brigate rosse di via Pio Foà a Roma, venne preso in consegna da una squadra travisata di poliziotti che dalla caserma di Castro Pretorio, dove era finito dopo l’arresto avvenuto in mattinata, lo condussero in un luogo segreto. Torturato durante la notte, sotto la guida esperta del professor De Tormentis, soprannome affibbiato al funzionario dell’Ucigos Nicola Ciocia che comandava la squadra speciale del ministero degli Interni esperta negli interrogatori non ortodossi, a Triaca furono estorte alcune informazioni che portarono alla scoperta di una base brigatista, all’Aurelio, e all’arresto di due altri militanti. IMG_0475
Il clamore suscitato dal rinvenimento, avvenuto appena una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani, creò qualche problema agli inquirenti in difficoltà nello spiegare come si era arrivati alla macchina da scrivere a testina rotante con cui era stata redatta la risoluzione strategica del febbraio 1978. Mancava una confessione ufficiale, e legale, perché quelle informazioni erano state strappate con la tortura dell’acqua e sale. Si tentò di correre ai ripari sottoponendo a Triaca una deposizione “spontanea”, ma il funzionario incaricato, Michele Finocchi, fece degli errori ed in ogni caso la data in calce era sempre successiva al ritrovamento della base. I conti non tornavano e bisognava Ciociatenere coperti i metodi illegali impiegati anche perché, nel frattempo, Triaca, ritrovate le energie psicologiche, stava per denunciare il trattamento subito. Cosa che avvenne il 19 giugno davanti al procuratore capo Achille Gallucci che per rappresaglia tentò di tappargli la bocca denunciandolo per calunnia.
In quegli stessi giorni sui giornali cominciarono a filtrare strane ricostruzioni che dipingevano il tipografo delle Br come un personaggio poco chiaro, una «inquietante figura» in contatto con la questura durante il sequestro, scrive la Mazzocchi sulla Stampa del 19 giugno; un «infiltrato», sostiene il Messaggero del 17, che avrebbe condotto di persona la polizia nella base di via Palombini. Lo steso giorno Paese sera titola, «Il tipografo delle Br aveva amici nella Ps», ma Repubblica batté tutti: «C’è un informatore nella colonna romana», mentre nell’occhiello sollevava interrogativi sulla presenza di una «fonte confidenziale» che avrebbe portato agli arresti e rivelò che Triaca al momento della perquisizione aveva nel portafoglio due biglietti omaggio per sale cinematografiche rilasciati dal terzo distretto di polizia.
ComplottoI biglietti, come accerterà l’indagine condotta dalla Digos (n.050714 del 17 giugno 1978), provenivano dalla moglie di un funzionario di polizia che li aveva regalati al personale di una sartoria di cui era cliente, e nella quale lavorava anche la sorella di Triaca che li aveva ceduti al fratello. La “fonte confidenziale” invece c’era, ma Triaca e i suoi compagni ne avevano solo fatto le spese. Anche sulle origini di questa “spiata”, che il 28 marzo segnala il nome di Spadaccini insieme ad altre persone, si è speculato a lungo. Nel libro Doveva Morire di Ferdinando Imposimato e Sandro Provisionato (Chiarelettere), si afferma che si sarebbe trattato di un informatore già impiegato in precedenza contro i Nap, conosciuto in codice come “fonte cardinale”. Questa informazione non trova conferme. Secondo Triaca la segnalazione sarebbe venuta da ambienti del partito comunista del Tiburtino, zona di origine degli arrestati. Uno di loro, Giovanni Lugnini, dopo la scarcerazione ricevette le scuse di un militante della sezione locale del Pci in lacrime. Anche sui tempi dell’indagine, che si concluse il 17 maggio, 50 giorni dopo, ci sono state illazioni e polemiche. La commissione Pellegrino condusse delle verifiche per accertare se davvero gli arresti furono ritardati per favorire l’eterodirezione del sequestro. Il senatore Sergio Flamigni all’epoca, e recentemente Ferdinando Imposimato che fu giudice istruttore e interrogò Triaca ignorando la sua denuncia delle torture, hanno sposato questa tesi; smentiti tuttavia dai risultati della inchiesta condotta dalla commissione. Non ci furono ritardi, dopo lunghi pedinamenti le indagini si concretizzarono solo il primo maggio. Quel giorno Spadaccini fu visto incontrare per la prima volta Triaca. Si viene a scoprire così l’esistenza della tipografia. Il successivo 7 maggio partono le richieste di perquisizione che dovevano scattare il 9 mattina. I provvedimenti contengono una correzione a mano che li posticipa di tre giorni, ma il ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani fa saltare l’operazione che verrà realizzata solo il 17 maggio con tanto di interrogatorio a base di acqua e sale. Repubblica
Si arriva così alla storia della stampatrice presente nella tipografia brigatista di via Pio Foà 31, nel quartiere di Monte Verde vecchio a Roma. I macchinari utilizzati per stampare la famosa risoluzione della Direzione strategica del febbraio 1978 risultarono, infatti, provenienti da stock ministeriali in disuso. La stampante AB-DIK260T apparteneva in origine al raggruppamento unità speciali di forte Braschi, dove aveva sede il Sismi, mentre la fotocopiatrice AB-DIK 675 proveniva dal ministero dei trasporti. Per i dietrologi fu una manna, lo smoking gun tanto agognato. Per anni è stato uno dei loro cavalli di battaglia finché la seconda commissione Moro presieduta dal senatore Pellegrino decise di condurre una propria istruttoria che mise la parola fine sulla vicenda. Acquistata nel 1972 presso la ditta Nebuloni & Picozzi dal ministero della difesa per la cifra di 10 milioni e 500 mila lire, e attribuita al Rus di Forte braschi, la stampatrice fu posta in disuso già nel settembre 1975. Nel novembre successivo venne destinata al magazzino del genio militare per essere venduta ad una ditta rottamatrice ma alla fine del 1976 fu sottratta e venduta illecitamente dal tenente colonnello Federico Appel del Rus al cognato Renato Bruni per sole 30 mila lire. Questi la consegnò come saldo di un debito a Paolo Tomasello che all’inizio del 1977 la cedette a Stefano Noto, un tecnico della Nebuloni & Picozzi che arrotondava lo stipendio riparando vecchie macchine. Tramite un annuncio sul Messaggero Noto la rivende per 3 milioni di lire (provenienti dal sequestro Costa) a Stefano Ceriani Sebregondi ed Enrico Triaca che stavano allestendo la tipografia delle Br. Un percorso simile riguarda la fotocopiatrice acquistata nel 1969 dal ministero dei trasporti. Insomma, una tipica storia italiana di peculato e appropriazione indebita finita per alimentare le più insulse teorie dietrologiche, cinicamente utilizzate per coprire il warterboarding denunciato da Triaca. Altro che misteri, le torture – riconosciute recentemente anche dalla corte di appello di Perugia – sono la vera questione irrisolta del caso Moro. La nuova commissione avrà intenzione di indagare?

5/fine

Le altre puntate
Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia – 1a puntata
Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol – 2a puntata
Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi – 3a puntata
La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani – 4a puntata

Per saperne di più
La dietrologia nel rapimento Moro

Dietrologie torture

Dove sta Zazà? Gabriella Ferri, Gero Grassi e il sequestro Moro

Moro e la “bufala” delle cassette. La nuova commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro conferma la sua assoluta inutilità acquisendo 17 delle 18 cassette ritrovate nella base brigatista di via Gradoli. Materiale ascoltato e protocollato già 37 anni fa. Di cosa si tratta ce lo dice questo articolo. Noi intanto consigliamo a Gero Grassi di ascoltare e riascoltare attentamente la canzone di Gabriella Ferri, Dove sta Zazà? Forse la canzone contiene un messaggio sul luogo esatto dove Moro venne tenuto. Grassi è esperto di queste cose, saprà dirci. Siamo in fervente attesa

 

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Annachiara Valle
Famiglia cristiana 14 marzo 2015

Sul caso Moro c’è sempre qualche scoop dietro l’angolo, soprattutto quando si avvicina la data (16 marzo) dell’anniversario del rapimento dello statista democristiano e dell’uccisione della sua scorta e quella del suo assassinio (9 maggio 1978). 
E così l’ennesima Commisisone Moro, questa volta presieduta da Giuseppe Fioroni ci informa di aver acquisito 17 delle 18 musicassette ritrovate 37 anni fa in via Gradoli. «Oggi», ha spiegato Gero Grassi, uno dei componenti della Commissione, «il presidente della Commissione d’inchiesta sul caso Moro, Giuseppe Fioroni, ha acquisito diciassette cassette audio-registrate. Le cassette sono state ritrovate tra i reperti del covo brigatista di via Gradoli grazie al lavoro della dottoressa Antonia Giammaria, magistrato distaccato presso l’organismo parlamentare. Da quel che si conosce dagli atti erano 18 le cassette registrate ritrovate nel covo e mai ascoltate: ad oggi ne manca dunque una. Per il momento le cassette sono nella cassaforte della Commissione, presto ne conosceremo il contenuto e valuteremo la rilevanza per le nostre indagini».

La Commissione farebbe però bene a leggere anche i verbali del sequestro di via Gradoli. Scorrendo i documenti della questura (acquisiti nel corso dell’VIII legislatura), si apprende infatti che 5 delle musicassette c/60 marca Glod Money erano vuote, la sesta conteneva canzoni di Gabriella Ferri, la settima canzoni di Bob Dylan, l’ottava era vuota, nell’ottava «vi risulta registrata musica “Play Pop” canta ada F. Guccini». L’undicesima, senza custodia e distribuita dalla rca contiene canzoni folcoristiche del Duo Piadena, la dodicesima canzoni di Enzo Iannacci. 
La cassetta più interessante è la tredicesima che contiene canti rivoluzionari e, nella seconda parte, «una voce maschile parla con compagni, per pochi giri, di alcuni articoli». Voce che però non è mai stata identificata. 
La cassetta numero 14 è vuota, la 15 ha canzoni degli Intillimani, la numero 16 di Fausto Papetti, la numero 18 «le più belle canzoni di Gabriella Ferri». Resta la numero 17, di 90 minuti, «registrata da ambo le parti in lingua inglese», senza specificare se si tratti di canzoni, discorsi, corsi di lingua o cos’altro.

Al netto delle grandi discussioni, dunque, la Commissione, che ha già mandato la scientifica a fare i rilievi in via Fani (con i commenti ironici di chi dice che adesso si potrebbe far luce con questi mezzi anche sull’assassinio di Giulio Cesare a largo Argentina),  che ha lanciato come scoop l’ennesimo interrogatorio di monsignor Mennini, che ha dovuto ridire per l’ottava volta che non è andato nel covo dove era tenuto prigioniero Moro per confessarlo, che oggi ci informa del ritrovamento delle musicassette farebbe bene a concentrarsi sul lavoro da fare. Senza la fretta mediatica di dare in pasto mezze verità senza scoprire dove sono le mezze bugie.