Ecco l’ennesima prova che nessuno sparò al motorino di Marini in via Fani!

Il ciclomotore Boxer(*) della Piaggio che vedete raffigurato nella foto qui sotto è il motorino del famoso super testimone di via Fani, quell’Alessandro Marini che aveva dichiarato d’aver visto una moto Honda partecipare al rapimento di Aldo Moro e successivamente di aver ricevuto dei colpi di arma da fuoco (singoli in alcune deposizioni, a raffica in altre) da uno dei passeggeri della stessa moto (per poi, in realtà, tornare sulle sue parole in altre circostanze). Colpi che a suo dire avevano distrutto il parabrezza del ciclomotore, mentre la moto si allontanava a tutta velocità verso via Stresa dietro la 132 che portava via il presidente della Democrazia cristiana. Anche un senatore, Luigi Granelli, membro della commissione Stragi, nel febbraio del 1994 scrisse in una relazione che il parabrezza era stato attinto da un colpo di pistola, come avrebbe stabilito una perizia.
Gianremo Armeni, nel suo libro appena pubblicato, Questi fantasmi. il primo mistero del caso Moro (Tra le righe libri), ha dimostrato – prove alla mano (leggi qui) – che quella perizia non venne mai realizzata perché il parabrezza, acquisito dalla Digos solo nel settembre 1978, non uscì mai dall’ufficio corpi di reato, salvo in due brevi circostanze (marzo e maggio 1994) per essere sottosposto a ricognizione.

Ciao MariniCome potete vedere dalla foto qui sopra il parabrezza non è affatto distrutto. Appare soltanto lesionato e tenuto con del nastro da pacchi, come lo stesso Marini aveva spiegato quando nel 1994, durante un interrogatorio, gli vennero mostrati i resti del reperto da lui consegnati (vedi qui) nel settembre 1978 alla digos; leggete qui sotto lo stralcio della sua deposizione:

Dep Marini 0 1994

Dep Marini 1994L’immagine che avete appena visto è un dettaglio di questa foto più volte pubblicata su questo blog nelle settimane passate:

8 Motorino nastrato-1 copiaPoco prima della scorsa estate, rileggendo le deposizioni di Marini, avevo notato che in quella del 1994 dichiarava di non ricordare bene quando era tornato a prendere il motorino che aveva lasciato incustodito. A quel punto mi sono chiesto se tra le tantissime foto che raffigurano via Fani la mattina del 16 marzo, non ce ne fosse qualcuna dove era visibile un ciclomotore. Non un ciclomotore qualunque ma un motorino munito di parabrezza. Non un parabrezza qualunque ma – come precisa lo stesso testimone – un parabrezza tenuto trasversalmente da un nastro da pacchi a causa di una caduta dal cavalletto avvenuta nei giorni precedenti.
La cosa sconcertante è che in nessuno dei verbali si indica mai il modello del ciclomotore che pure, stando alle ricostruzioni avvalorate dalla magistratura, avrebbe dovuto rappresentare un reperto decisivo. Nel film di Giuseppe Ferrara, se la memoria non mi tradisce, Marini viene raffigurato su un “Ciao” della Piaggio. Questa indeterminatezza è significativa: mentre si dava per certo modello e colore di una eterea moto di grossa cilindrata, che avrebbe giocato un ruolo nel rapimento, nessuno si peritava di descrivere con minuziosità modello e colore del ciclomotore del teste ritenuto principale, che sarebbe stato oggetto di spari proprio dai passeggeri della moto.
In ogni caso la mia ricerca diede esito positivo, solo che fatta eccezione per la foto qui sopra, le altre da me trovate erano in bianco e nero e molto sgranate.

4. Motorino 1 copia12 Motorino02 copia13 Motorino03 copiaIn ogni caso sufficienti a stabilire che si trattava del motorino descritto da Marini. Era la prova, l’ennesima – come poi ha dimostrato Armeni nel suo saggio – che il super testimone aveva mentito su tutta la linea. Devo riconoscere che l’estrema facilità con la quale sono arrivato a questo risultato mi ha stupito molto, possibile che in tutti questi decenni a nessuno sia venuto in mente di fare una verifica del genere? Comprendo che le verifiche non siano materia per i complottisti, che quando incontrano elementi del genere – che smentiscono le loro ipotesi – fanno una capriola e passano oltre, ma l’esercito di inquirenti, magistrati, consulenti e membri delle commissioni che si sono occupati della vicenda dove guardavano? Un singolare strabismo investigativo su cui torneremo più avanti.

Nelle settimane scorse, Nicola Lo Foco, autore di un saggio pubblicato nel gennaio 2015, Il caso Moro. Misteri e segreti svelati (Gelsorosso editrice), una accurata demistificazione delle ricostruzioni dietrologiche del rapimento Moro, rivolgendo la propria attenzione non solo a quel che accadde in via Fani la mattina del 16 marzo 1978 ma anche ad altri topos della vulgata misteriologica sulla vicenda, come la base delle Brigate rosse di via Gradoli e l’appartamento prigione via Montalcini, nel quale l’uomo di Stato venne tenuto per tutti i 55 giorni del rapimento, dopo aver letto l’inchiesta in 5 puntate apparsa su Insorgenze.net  e sul Garantista, nella quale pubblicavamo le foto del motorino di Marini, ha messo in rete un formato molto più grande della foto a colori in cui è raffigurato il ciclomotore. Immagine di migliore qualità che permette di ingrandire con un efficacia superiore il dettaglio. Lo ringraziamo per questo prezioso contributo. Potete leggere qui il suo articolo apparso su Agoravox: (Lo Foco-Via Fani. Quel 16 marzo).
A questo punto possiamo dire che il cerchio è chiuso, ma facciamo un passo indietro: la descrizione che Marini dà del suo motorino collima con quella della foto. La probabilità che sia lo stesso è altissima. Ora sarebbe il caso, non ci vuole molto, che le autorità competenti facciano l’ultimo passo, realizzando le opportune verifiche ufficiali per chiudere definitivamente questa storia.

lofoco-moro-copPs: Inizialmente avevamo scritto che si trattava di un “Ciao” della Piaggio, ma un lettore ci ha giustamente fatto notare l’errore. Si tratta in realtà di un altro modello della Piaggio in vendità quegli anni: un Boxer.

Boxer Piaggio

Boxer Piaggio

Ciao Piaggio

Ciao Piaggio

Per saperne di più
Rapimento Moro, la ricostruzione dell’azione di via Fani disegnata da Mario Moretti
Ecco la prova che nessuno sparò al motorino di Marini in via Fani
La colonna sonora di via Fani. Dei nuovi documenti smontano la storia della Honda e le fantasie del supertestimone Marini
La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
Su via Fani un’onda di dietrologia. Ecco chi c’era veramente sulla Honda

La dietrologia nel caso Moro
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro
I dietrologi dell’isis su Moro
La falsa novità dell’audizione di monsignor Mennini. Il confessore di Moro interrogato già 7 volte
Povero Moro ridotto a “cold-case”
Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc?
La vicenda Moro e il sottomercato della dietrologia ormai allo sbando

La colonna sonora di via Fani. Nuovi documenti smontano la storia della Honda e le fantasie del supertestimone Marini

Esclusiva – da pochi giorni è nelle librerie Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro, Tra le righe libri, aprile 2015. Un saggio da non perdere assolutamente se volete liberarvi il cervello da decenni di scorie complottiste. L’autore, Gianremo Armeni, ha trovato documenti ignorati per decenni da magistrati, membri delle commissioni d’inchiesta, complottisti d’ogni risma e colore, mettendo in luce come i dietrologi hanno impunemente arrangiato le loro ricostruzioni deformando la realtà. La storia torna a prendersi la sua grande rivincita. Ecco come andarono veramente le cose in via Fani

Paolo Persichetti
Il Garantista, 23 aprile 2015

armeni-copertina-moro16 marzo 1978, via Fani. Le tre vetture del commando brigatista con Moro a bordo stanno risalendo via Stresa. La scena dell’assalto, ormai alle loro spalle, è avvolta da improvviso silenzio, una sorta di tempo sospeso dopo il crepitìo degli spari, il rombo dei motori e lo strepitìo delle gomme che partono in accelerazione.
Un minuto, forse due e sul posto arriva una volante con a bordo gli agenti Di Berardino e Sapuppo. Si mettono immediatamente in contatto via radio con la centrale operativa per fornire le prime informazioni. Mentre gran parte dei testimoni prendono coraggio e si avvicinano ai corpi riversi all’interno delle vetture colpite, uno di loro punta diretto verso i poliziotti. La sua è un’ansia di parola, è convinto di aver visto tutto, di sapere ogni cosa, lui deve dire, indirizzare subito le indagini. Quel che è accaduto si invera nel suo racconto, egli ne è il depositario. Inizia così il vangelo dei misteri del caso Moro, attraverso il verbo primigenio dell’ingegner Alessandro Marini che, contrariamente a quello che si è voluto lasciar credere fino ad oggi, non ha mai illuminato di verità la storia del rapimento Moro, a cominciare da quel che è realmente accaduto quella mattina: la corretta dinamica dell’assalto brigatista; la presunta funzione attiva svolta da una moto Honda durante le fasi del rapimento; i presunti colpi sparati da uno dei passeggeri contro il parabrezza del suo motorino.
Tutto sommato dettagli difronte alla vicenda politica del rapimento, alla portata storica dell’episodio, al rilievo internazionale che esso ha avuto. Nonostante ciò questi aspetti hanno assunto un rilevo centrale, sono divenuti l’architrave originario della dietrologia sul rapimento, oggetto di una sterminata pubblicistica complottista, di ripetute indagini giudiziarie e processi, dell’attività ultradecennale di ben due commissioni d’inchiesta parlamentare e della recente costituzione di una terza, ma soprattutto hanno reso senso comune la superstizione del complotto.

11 Motorino01 copiaTrentasette anni dopo Gianremo Armeni, una laurea in sociologia, collaborazioni con Limes, un libro su Dalla Chiesa, un volume dedicato alle regole della lotta clandestina, Vademecum del brigatista, e un romanzo d’iniziazione sul nucleo storico delle Brigate rosse, fa piena luce sulla inattendibilità del super testimone con un saggio spietato appena uscito nelle librerie, Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro (Tra le righe libri, aprile 2015, 16 euro).
Quella di Armeni è innanzitutto una grande prova di metodologia storica. Alla stregua di quelli che considera i suoi maestri, Giovanni Sabbatucci, Marco Clementi e Vladimiro Satta (quest’ultimo autore della prefazione), per districarsi dal ginepraio di ricostruzioni cospirazioniste fondate nella migliore delle ipotesi su presupposti che fanno capo al metodo indiziario e deduttivo, dove il soccorso delle prove è carente o inesistente, le fonti trascurate, travisate, omesse o peggio manipolate, Armeni è andato alla ricerca dei fatti, alla sorpresa che riserva l’incontro sempre imprevedibile con le fonti. Cinque anni di lavoro, una ricerca imponente che non trova eguali sulla materia: oltre alle monografie sulla vicenda Moro, ha studiato l’intero complesso di carte processuali e istruttorie che hanno dato corpo ai cinque processi sul rapimento, documentazione conservata presso l’aula bunker di Rebibbia. Per ben tre volte ha riletto i 130 volumi della commissione Moro e scandagliato con maniacale attenzione l’intero filone “caso Moro” della commissione Stragi. Un lavoro mastodontico che non ha tradito le aspettative: cercando «l’ago nel pagliaio», come lui stesso scrive, ha scovato tre documenti fondamentali più altre circostanze che radono al suolo la tesi della funzione attiva della moto in via Fani, gli spari contro il parabrezza del motorino di Marini, mettendo in serio dubbio il corretto operato di alcuni giudici istruttori, sostituti procuratori, presidenti di corte d’assise e membri delle commissioni d’inchiesta che hanno avuto un ruolo nell’accreditare la storia della moto.

8 Motorino nastrato-1 copiaNe fuoriesce un’autopsia implacabile di quella che è la genesi del discorso dietrologico: basta riandare ai minuti successivi dell’agguato quando l’ingegner Marini si avvicina ai poliziotti della volante per raccontare loro di aver visto una moto seguire la Fiat 132 che portava via Moro. Armeni ricostruisce nel dettaglio il percorso compiuto da quella prima e originaria informazione, subito registrata nei brogliacci della centrale operativa che dirama a tutte le volanti l’avviso di ricerca di quella misteriosa Honda, mai vista da nessuno degli altri testimoni che assistono lungo via Stresa alla fuga del commando brigatista. Il brogliaccio della centrale operativa e il successivo rapporto dei due agenti, che riprende le parole di Marini, finisce in una relazione di sintesi che il questore De Francesco invia in quelle prime ore alle massime autorità dello Stato. Nel testo si cita la presenza di una moto senza riferirne la fonte. Nel 2002, uno dei consulenti della commissione Stragi, Silvio Bonfigli, scova la relazione del questore e la pubblica in un libro scritto insieme a Jacopo Sce, Il delitto infinito. Ultime notizie sul sequestro Moro, Kaos edizioni. Prende forma così la leggenda della presenza, certificata da un’autonoma acquisizione della polizia, di una moto nell’azione di via Fani. Informazione – sostengono gli autori – di cui la magistratura non avrebbe tenuto conto aderendo invece alle smentite dei brigatisti. Falso anche questo perché alla fine del primo processo Moro, tra le condanne inflitte contro i componenti del commando che agirono quella mattina, ce ne fu una per complicità nel tentato omicidio dell’ingegner Marini assieme ai due presunti passeggeri della moto mai identificati. Ma che importa, il presupposto della dietrologia è ignorare le refutazioni alimentando una mondo di verità parallele, una controrealtà virtuale che mescola senza scrupoli credenze, suggestioni, incantesimi, malafede e menzogne, spesso a scopo di lucro.

4. Motorino 1 copiaAnche la verità giudiziaria non è da meno: da decenni sentiamo arguire che moto e spari contro Marini sono realtà storica poiché lo ha stabilito un giudicato processuale. Ma se il magistrato deve attenersi a questa regola, lo storico ha la felice libertà di ribaltare l’assunto rimettendo al centro l’indagine sui fatti realmente accaduti, lasciando sullo sfondo le chiacchiere di una sentenza che si è limitata a trascrivere, per altro in parte, una delle tante versioni di un testimone. Questa regola aurea della buona ricerca storica conduce Armeni a nuove sconcertanti scoperte, come la falsa storia della presunta inversione effettuata dolosamente dalla magistratura, quella relativa alla posizione occupata dai due centauri sulla moto, un aspetto questo che ha veicolato l’ennesima ipotesi di complotto; oppure i ripetuti cambi di versione forniti dal supertestimone nelle sue 11 deposizioni, che lo portano persino a cambiare il colore della moto e mettere in dubbio che qualcuno gli abbia sparato. Ritrattazioni mai attenzionate dalle roccaforti cospirazioniste. Anche qui il libro riserva la sorpresa di un documento eccezionale, sottolineato con inchiostro rosso presumibilmente dalle autorità giudiziarie dell’epoca.

Ciao MariniOsservato da vicino Marini è un vero vaso di Pandora: il 16 marzo riferisce d’aver visto la moto ma solo il 5 aprile, 20 giorni dopo, racconterà degli spari contro di lui. Ecco perché – nota Armeni – la polizia scientifica non poté sequestrare il parabrezza del motorino, lasciato incustodito in via Fani la mattina del 16 marzo (come è possibile vedere in alcune foto pubblicate su questo blog), che ritraggono un ciclomotore con il parabrezza nastrato accanto al muretto, sul lato sinistro del marciapiede da dove era sbucato il commando brigatista). Nel settembre successivo, sentito dal giudice istruttore Imposimato, torna sull’episodio e fornisce una fantasiosa mappa dell’agguato. I membri del commando raddoppiano e stranamente manca il cancelletto inferiore. Non c’è la donna armata che pure altri testimoni indicano. In sede processuale ribadirà di non aver mai visto la donna che presidiava l’incrocio tra via Fani e via Stresa.
Moro: Honda con due persone anche in Armeni non molla la presa, viviseziona le parole dell’oracolo Marini fino ad accorgersi di un dettaglio rimasto inosservato: secondo il supertestimone il passeggero della moto avrebbe impiegato il braccio sinistro per esplodere i colpi di pistola diretti contro di lui. Una singolare incoerenza che assomiglia tanto ad un lapsus rivelatore: Marini, infatti, si sarebbe dovuto trovare sul lato basso di via Fani, quindi a destra della moto al momento del suo passaggio. Anche qui Armeni mette in crisi la ricostruzione ufficiale ripescando una testimonianza, sempre ignorata, che solleva forti dubbi sulla posizione dichiarata dall’ingegnere sul motorino quella mattina, per offrirci alla fine una ulteriore chicca che chiude il cerchio sulla natura vertiginosa del personaggio. Il lettore capirà, allora, perché l’autore abbia scelto come titolo del suo saggio, Questi fantasmi, una delle più celebri commedie di Eduardo di Filippo, l’artista napoletano convocato sulla scena del rapimento Moro dallo stesso Marini.

Iter parabrezza 1Uno dei pezzi forti del libro è la documentazione, scovata in un particolare ufficio giudiziario, che ricostruisce la storia del parabrezza, fulcro dell’intera narrazione dietrologica. Si scopre che Marini, dopo averlo sostituito, ne aveva conservato solo due frammenti (circostanza assai singolare per un reperto di quella importanza), presi in consegna dalla Digos il 27 settembre 1978. Da quel giorno rimarrà chiuso nell’ufficio corpi di reato, dove lo spedisce il giudice istruttore Imposimato senza mai farlo periziare fino alla sua distruzione il 9 ottobre 1997. Non risponde al vero, dunque, la relazione del senatore Luigi Granelli, membro della commissione Stragi, che il 23 febbraio 1994 inspiegabilmente scrive di una perizia e di un colpo d’arma da fuoco che avrebbe attinto il Iter parabrezza 2parabrezza. In realtà il reperto non era mai uscito dal deposito dei corpi di reato e la sua esistenza era del tutto ignorata dai periti, come lamenterà uno di essi difronte ai giudici. Soltanto il 31 marzo 1994 e il successivo 17 maggio la magistratura si accorgerà della sua esistenza. Il reperto viene prelevato per non più di 24 ore, quando il pm Marini (omonimo del supertestimone) lo sottoporrà in visione al suo ex proprietario, il quale riconoscendolo rivela con estremo candore che non furono dei colpi di pistola a danneggiarlo ma una caduta del ciclomotore dal cavalletto nei giorni precedenti il 16 marzo (vedi qui, il Garantista del 12 marzo 2015).

Dep Marini 0 1994Dep Marini 1994Quanto basta per concludere che la funzione attiva della Honda nel rapimento è un ectoplasma processuale, che la magistratura giudicante volle inizialmente accreditare per mettere nel cassetto due ergastoli supplementari, divenuta in seguito uno dei cavalli di battaglia delle teorie complottiste a scapito anche della stessa corporazione togata che non avrebbe certo immaginato un giorno di essere all’origine di tanti danni. Nonostante ciò il procuratore generale Antonio Marini si è recentemente opposto all’archiviazione dell’inchiesta, ed ha riconvocato tutti i membri del commando brigatista presenti in via Fani, convinto che la fantomatica moto sia ricomparsa nel 1983 per compiere il ferimento di Gino Giugni, rivendicato dalle Br-pcc.

Ha fatto bene, allora, Gianremo Armeni a portare il colpo conclusivo alla fine del suo saggio. Partendo da alcuni studi sulla memoria uditiva, più affidabile di quella visiva, e dalla constatazione che tutti i testi hanno assistito solo ad alcune sequenze dell’azione, mentre la percezione dei rumori è rimasta ininterrotta, ha ricostruito con un esperimento innovativo la colonna sonora dell’assalto in via Fani. L’esito della prova è di una efficacia sorprendente: riemerge la traccia coerente del «fragore degli spari» e del momento preciso in cui essi hanno avuto termine. L’esame non lascia più spazio alle interpretazioni, alle ipotesi, alle suggestioni: la storia si riappropria di ciò che le era stato sottratto. Finita l’azione cala il silenzio, i testimoni si affacciano, rialzano la testa, escono dai loro momentanei ripari, scopriamo allora che è venuto il tempo di separare la storia dalla farsa.

Postscritum: una volta provato che nel modulo operativo del commando brigatista non era presente alcuna moto, e che nessun’altra ha interferito nell’azione, la questione della Honda diventa superflua. Tuttavia, poiché l’indagine di Armeni non smentisce affatto il passaggio di una motocicletta quella mattina (ne circolano migliaia a Roma ogni giorno), resta legittima la curiosità del lettore sul momento esatto in cui essa si è affacciata sulla scena. Armeni con estremo rigore ricostruisce anche questo, correggendo alcune ricostruzioni circolate in passato. Gli elementi per scoprirlo c’erano già tutti, bastava rimontare i pezzi con un po’ di logica scevra da retropensieri, pregiudizi e strumentalizzazioni. Chi c’era sopra? Questo è stato già scritto (vedi qui). Ora leggete il libro, poi ne riparleremo.

Per saperne di più
Rapimento Moro, la ricostruzione dell’azione di via Fani disegnata da Mario Moretti
Ecco la prova che nessuno sparò al motorino di Marini in via Fani
La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
Su via Fani un’onda di dietrologia. Ecco chi c’era veramente sulla Honda

La dietrologia nel caso Moro
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro
I dietrologi dell’isis su Moro
La falsa novità dell’audizione di monsignor Mennini. Il confessore di Moro interrogato già 7 volte
Povero Moro ridotto a “cold-case”
Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc?
La vicenda Moro e il sottomercato della dietrologia ormai allo sbando

Armeni pag 12

 Armeni pag 13

Tortura investigativa, tortura giudiziaria e tortura punitiva

Nelle sue conclusioni sull’affaire Cestaro contro Italia (richiesta n°6884/11), la quarta sezione della corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo ha ritenuto provata la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, dovuta secondo i giudici che hanno pronunciato la sentenza, ai «maltrattamenti subiti dal ricorrente che devono essere qualificati come “tortura”, ai sensi della disposizione di cui sopra».
Cosa recita l’articolo 3 della
Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali stipulata a Roma nel 1950, quella per intenderci sulla base della quale opera la corte di Strasburgo?
Articolo  3
Proibizione della tortura
Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o a trattamenti inumani e degradanti.
(Fonte: Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali – CEDU. Roma 4 novembre 1950).
Sulla stessa linea si adagia la norma contenuta nell’articolo 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, un trattato delle Nazioni unite adottato nel 1966 ed entrato in vigore nel 1976, nato dall’esperienza della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo
Articolo  7
Nessuno può essere sottoposto alla tortura né a punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, in particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il suo libero consenso, ad un esperimento medico o scientifico.
(Fonte: Patto internazionale sui diritti civili e politici, New York 16 dicembre 1966,
entrata in vigore il 23 marzo 1976.
Queste due definizioni riprendono in modo secco la formulazione presente all’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948:
Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti.
Tuttavia negli ultimi anni si è cercato sempre più di estendere e dettagliare la definizione di tortura e di trattamenti inumani e degradanti allargando il campo anche alle sofferenze mentali e morali esercitate da un pubblico ufficiale o da altra persona che agisca a titolo ufficiale o su sua istigazione; da notare tuttavia come tale definizione non venga roconosciuta a sofferenze generate da sanzioni considerate legittime.
La
Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1984 ed entrata in vigore il 26 giugno 1987, stabilisce:
Articolo 1
1. Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate.

In linea generale la violenza esercitata dalle istituzioni può avere due obiettivi: uno giudiziario ed uno politico-simbolico. Nel primo caso si tratta di estorcere informazioni da utilizzare per lo sviluppo successivo delle indagini o da impiegare in sede processuale come dichiarazioni accusatorie; nel secondo il fine è quello di esaltare il potere punitivo dello Stato. I due scopi spesso si sovrappongono: la tortura giudiziaria contiene sempre quella punitiva, mentre la tortura punitiva non sempre contiene la ricerca d’informazioni.
Le torture praticate contro i militanti rivoluzionari accusati di appartenere a gruppi armati tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 erano un classico modello di tortura investigativa. Operate dalle forze di polizia, contenevano entrambi gli obiettivi: estorcere informazioni e disintegrare l’identità politico-personale del militante. La deprivazione sensoriale assoluta, introdotta negli anni 90 attraverso l’isolamento detentivo previsto con il regime carcerario del 41 bis, è invece la forma più avanzata di tortura giudiziaria. Congeniata per sostituire la tortura investigativa, ha rappresentato una ulteriore tappa del processo di maturazione dell’emergenza italiana che ha visto la progressiva giudiziarizzazione delle forme di stato di eccezione, non più controllate dall’esecutivo ma dalla magistratura.
I pestaggi che avvengono nelle carceri o nelle camere di sicurezza delle forze di polizia appartengono invece al genere della tortura punitiva, ispirata dal sopravanzare di visioni etico-morali dello Stato: correggere comportamenti ritenuti fuori norma riaffermando la gerarchia del comando. Così è avvenuto nel carcere di Asti tra il 2004 e il 2005, dove una sentenza della magistratura ha registrato le violenze imposte ai detenuti per ribadire e legittimare i rapporti di potere all’interno dell’istituto di pena.
Una situazione analoga si è verificata nella tragica vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi, anche se in questo caso sussistono fondati sospetti che la violenza punitiva ricevuta nelle camere di sicurezza del tribunale, gestite dalla polizia penitenziaria, sia stata preceduta da violenze subite nella fase investigativa prima dell’ingresso in carcere.
In linea generale le violenze poliziesche hanno un carattere «informe», non a caso Walter Benjamin ne coglieva l’aspetto «spettrale, inafferrabile e diffuso in ogni dove nella vita degli Stati civilizzati», al punto da costituire una delle tipicità proprie dell’antropologia statuale. Queste violenze variano d’intensità, d’episodicità ed estensione con il mutare dei rapporti sociali e il modificarsi della costituzione materiale di un Paese. Ci sono poi momenti storici in cui questa violenza si condensa, assumendo una forma sistemica che si avvale dell’azione d’apparati specializzati. Quella che è una caratteristica permanente degli Stati dittatoriali denota anche il funzionamento delle cosiddette democrazie quando entrano in situazioni d’eccezione. Nell’Italia repubblicana è avvenuto almeno due volte: nel 1982, quando il governo presieduto dal repubblicano Spadolini diede il via libera all’impiego della tortura per contrastare l’azione delle formazioni della sinistra armata e nel 2001, durante le giornate del G8 genovese.
Se nel primo caso si è fatto ampio ricorso alla tortura investigativa e ad un inasprimento del regime carcerario speciale, già in corso da tempo, con una estensione dell’articolo 90 e la sperimentazione di quel che sarà poi il regime del 41 bis, con i pestaggi dei manifestanti, il massacro all’interno della scuola Diaz e le sevizie praticate nella caserma di Bolzaneto durante il G8 genovese si è dato vita ad una gigantesca operazione di tortura punitiva e intimidatoria nei confronti di una intera generazione.
In entrambe le circostanze vi è stato un input centrale dell’esecutivo, la presenza di una decisione politica, la creazione di un apparato preposto alle torture e l’individuazione di luoghi appositi, di fatto extra jure, oltre all’atteggiamento connivente delle procure. Se nel 1982 – fatta eccezione per un solo caso – queste insabbiarono tutte le denunce, nel 2001 hanno facilitato la riuscita del dispositivo Bolzaneto, come dimostra il provvedimento fotocopia predisposto prima dei fermi in vista delle retate di massa. Adottato per ciascuna delle persone arrestate, prevedeva in palese contrasto con la legge il divieto di incontrare gli avvocati. Un modo per garantire l’impenetrabilità dei luoghi dove avvenivano le sevizie che restarono così protetti da occhi e orecchie indiscrete per diversi giorni.
Nonostante tanta familiarità con la storia del nostro Paese, la tortura non è un reato previsto dal codice penale e ciò in aperta violazione degli impegni internazionali assunti dall’Italia, l’ultimo nel 1984. Se la giuridicità ha un senso, il suo divieto andrebbe integrato nella costituzione al pari del rifiuto della pena di morte. La sua condanna, infatti, attiene alla sfera delle norme fondatrici, alla concezione dei rapporti sociali, ai limiti da imporre alla sfera statale. Non è una semplice questione di legalità, la cui asticella può essere innalzata o abbassata a seconda delle circostanze storiche.
In ogni caso introdurre questo capo d’imputazione ha senso solo se prefigurato come “reato proprio”. «La tortura – spiega Eligio Resta – è crimine di Stato, perpetrato odiosamente da funzionari pubblici: vive all’ombra dello Stato», come ha sancito la Convenzione Onu del 1984. Nella scorsa legislatura, invece, il Parlamento italiano aveva elaborato una bozza che qualificava la tortura come reato semplice, un espediente che lungi dal limitare l’uso abusivo della forza statale ne potenziava ulteriormente l’arsenale repressivo alimentando il senso d’impunità profondo dei suoi funzionari.
Ancora nel marzo del 2012, l’allora sottosegretario agli Interni, prefetto Carlo De Stefano, rispondendo ad una interpellanza parlamentare della deputata radicale Rita Bernardini era riuscito ad affermare che almeno fino al 1984 in alcuni trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia erano presenti «limitazioni» di «non di poco conto, (morale e in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica)», al divieto di fare ricorso all’uso della tortura. Un modo per mettere le mani avanti e richiamare una inesistente protezione giuridica alle torture praticate in Italia fino a quel momento.
D’altronde fu lo stesso Presidente della Repubblica Sandro Pertini che nel 1982, per rimarcare la distanza che avrebbe separato l’Italia dalla feroce repressione che i generali golpisti stavano praticando in Argentina, affermò: «In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi». Di lui, ebbe a dire una volta lo storico dirigente della sinistra socialista Riccardo Lombardi, «ha un coraggio da leone e un cervello da gallina».
In Italia le torture c’erano, anche se in quei primi mesi del 1982 non vennero inferte negli spogliatoi degli stadi ma in un villino, un residence tra Cisano e Bardolino, vicino al lago di Garda, di proprietà del parente di un poliziotto (lo ha rivelato al quotidiano L’Arena l’ex ispettore capo della Digos di Verona, Giordano Fainelli e lo ha confermato anche Salvatore Genova, allora commissario Digos). Si torturava anche all’ultimo piano della questura di Verona, requisita dalla struttura speciale coordinata da Umberto Improta, diretta dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci su mandato del capo della Polizia Giovanni Coronas che rispondeva al ministro dell’Interno Virginio Rognoni.
Sulle gesta realizzate da questo apparato parallelo sono emersi negli ultimi tempi fatti nuovi, circostanze, testimonianze, ammissioni. Prima in alcune interviste, poi in un libro apparso nel 2011, Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Nicola Ciocia, oggi ex questore in pensione, ieri funzionario dell’Ucigos, conosciuto con lo pseudonimo di professor De Tormentis, ha ammesso di aver condotto sotto tortura numerosi interrogatori di persone arrestate nel corso di indagini sulla lotta armata. Era alla guida di una squadra speciale del ministero dell’Interno esperta nella pratica del waterboarding. La corte d’appello di Perugia nell’ottobre 2013 ha riconosciuto che queste torture ci furono accettando la richiesta di revisione della condanna per calunnia comminata a Enrico Triaca, dopo che il tipografo delle Brigate rosse aveva denunciato le torture subite nel maggio del 1978. Il seviziatore di Triaca era Nicola Ciocia e quelle torture furono un semplice assaggio di quanto avvenne quattro anni dopo.

Per saperne di più
Le torture della repubblica
Nicola Ciocia, alias De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro
Perché la nuova commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc ?

Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro – 5a e ultima puntata

Concludiamo il nostro piccolo viaggio sui falsi misteri costruiti attorno al sequestro Moro raccontando come il diversivo dietrologico venne impiegato per coprire l’impiego delle torture. Potete leggere qui le puntate precedenti, (1), (2), (3), (4)

Paolo Persichetti
Il Garantista 15 marzo 2015

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«La teoria del complotto è la sottigliezza degli ignoranti». Prendo questa citazione dal libro di Daniel Pipes, Il lato oscuro della storia, (Lindau). Non sempre però l’ossessione del grande complotto affonda le sue radici nella superstizione. Se il cospirazionismo moderno trae origini da teorie politiche che, intrise di controriformismo cattolico, rifiutano la modernità e trovano il loro testo fondatore nell’opera dell’abbé Barruel, avversario del rivoluzione francese, la modernità con il suo corpus di ideologie apologetiche del capitalismo non ne è certo esente. A dire il vero l’intero Novecento fa fatica a liberarsi dai veleni del complottismo che pervadono razzismi, nazionalismi e totalitarismi fascisti e nazisti. E se non è affatto condivisibile la tesi di Popper, che vede nelle teorie critiche ispirate dal marxismo solo delle culture del sospetto nemiche di un idealismo razionalista esente da qualunque pecca, è vero anche che anarchismo, socialismo e comunismo non sono riuscite a sottrarsi al virus complottista.
jpg_2178052Oggi però la crisi del pensiero forte e il balbettio delle teorie politiche danno alimento ad una diversa stagione che vede nelle teorie del complotto un appiglio consolatorio, un riempitivo del vuoto di pensiero. Tanto che se un tempo i complotti erano figli di un pensiero ossessivo, oggi sono solo ossessioni prive di pensiero. Il pregiudizio dietrologico ha avuto però anche applicazioni più strumentali: un esempio di questo utilizzo può essere rintracciato agli albori dell’affaire Moro. La vicenda Triaca, con la quale concludiamo il nostro piccolo viaggio nella dietrologia che circonda la storia del sequestro del presidente della Dc, e stata un esempio di diversivo complottista finalizzato a coprire l’impiego delle torture.
La sera del 17 maggio 1978, Enrico Triaca, il militante che gestiva la tipografia delle Brigate rosse di via Pio Foà a Roma, venne preso in consegna da una squadra travisata di poliziotti che dalla caserma di Castro Pretorio, dove era finito dopo l’arresto avvenuto in mattinata, lo condussero in un luogo segreto. Torturato durante la notte, sotto la guida esperta del professor De Tormentis, soprannome affibbiato al funzionario dell’Ucigos Nicola Ciocia che comandava la squadra speciale del ministero degli Interni esperta negli interrogatori non ortodossi, a Triaca furono estorte alcune informazioni che portarono alla scoperta di una base brigatista, all’Aurelio, e all’arresto di due altri militanti. IMG_0475
Il clamore suscitato dal rinvenimento, avvenuto appena una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani, creò qualche problema agli inquirenti in difficoltà nello spiegare come si era arrivati alla macchina da scrivere a testina rotante con cui era stata redatta la risoluzione strategica del febbraio 1978. Mancava una confessione ufficiale, e legale, perché quelle informazioni erano state strappate con la tortura dell’acqua e sale. Si tentò di correre ai ripari sottoponendo a Triaca una deposizione “spontanea”, ma il funzionario incaricato, Michele Finocchi, fece degli errori ed in ogni caso la data in calce era sempre successiva al ritrovamento della base. I conti non tornavano e bisognava Ciociatenere coperti i metodi illegali impiegati anche perché, nel frattempo, Triaca, ritrovate le energie psicologiche, stava per denunciare il trattamento subito. Cosa che avvenne il 19 giugno davanti al procuratore capo Achille Gallucci che per rappresaglia tentò di tappargli la bocca denunciandolo per calunnia.
In quegli stessi giorni sui giornali cominciarono a filtrare strane ricostruzioni che dipingevano il tipografo delle Br come un personaggio poco chiaro, una «inquietante figura» in contatto con la questura durante il sequestro, scrive la Mazzocchi sulla Stampa del 19 giugno; un «infiltrato», sostiene il Messaggero del 17, che avrebbe condotto di persona la polizia nella base di via Palombini. Lo steso giorno Paese sera titola, «Il tipografo delle Br aveva amici nella Ps», ma Repubblica batté tutti: «C’è un informatore nella colonna romana», mentre nell’occhiello sollevava interrogativi sulla presenza di una «fonte confidenziale» che avrebbe portato agli arresti e rivelò che Triaca al momento della perquisizione aveva nel portafoglio due biglietti omaggio per sale cinematografiche rilasciati dal terzo distretto di polizia.
ComplottoI biglietti, come accerterà l’indagine condotta dalla Digos (n.050714 del 17 giugno 1978), provenivano dalla moglie di un funzionario di polizia che li aveva regalati al personale di una sartoria di cui era cliente, e nella quale lavorava anche la sorella di Triaca che li aveva ceduti al fratello. La “fonte confidenziale” invece c’era, ma Triaca e i suoi compagni ne avevano solo fatto le spese. Anche sulle origini di questa “spiata”, che il 28 marzo segnala il nome di Spadaccini insieme ad altre persone, si è speculato a lungo. Nel libro Doveva Morire di Ferdinando Imposimato e Sandro Provisionato (Chiarelettere), si afferma che si sarebbe trattato di un informatore già impiegato in precedenza contro i Nap, conosciuto in codice come “fonte cardinale”. Questa informazione non trova conferme. Secondo Triaca la segnalazione sarebbe venuta da ambienti del partito comunista del Tiburtino, zona di origine degli arrestati. Uno di loro, Giovanni Lugnini, dopo la scarcerazione ricevette le scuse di un militante della sezione locale del Pci in lacrime. Anche sui tempi dell’indagine, che si concluse il 17 maggio, 50 giorni dopo, ci sono state illazioni e polemiche. La commissione Pellegrino condusse delle verifiche per accertare se davvero gli arresti furono ritardati per favorire l’eterodirezione del sequestro. Il senatore Sergio Flamigni all’epoca, e recentemente Ferdinando Imposimato che fu giudice istruttore e interrogò Triaca ignorando la sua denuncia delle torture, hanno sposato questa tesi; smentiti tuttavia dai risultati della inchiesta condotta dalla commissione. Non ci furono ritardi, dopo lunghi pedinamenti le indagini si concretizzarono solo il primo maggio. Quel giorno Spadaccini fu visto incontrare per la prima volta Triaca. Si viene a scoprire così l’esistenza della tipografia. Il successivo 7 maggio partono le richieste di perquisizione che dovevano scattare il 9 mattina. I provvedimenti contengono una correzione a mano che li posticipa di tre giorni, ma il ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani fa saltare l’operazione che verrà realizzata solo il 17 maggio con tanto di interrogatorio a base di acqua e sale. Repubblica
Si arriva così alla storia della stampatrice presente nella tipografia brigatista di via Pio Foà 31, nel quartiere di Monte Verde vecchio a Roma. I macchinari utilizzati per stampare la famosa risoluzione della Direzione strategica del febbraio 1978 risultarono, infatti, provenienti da stock ministeriali in disuso. La stampante AB-DIK260T apparteneva in origine al raggruppamento unità speciali di forte Braschi, dove aveva sede il Sismi, mentre la fotocopiatrice AB-DIK 675 proveniva dal ministero dei trasporti. Per i dietrologi fu una manna, lo smoking gun tanto agognato. Per anni è stato uno dei loro cavalli di battaglia finché la seconda commissione Moro presieduta dal senatore Pellegrino decise di condurre una propria istruttoria che mise la parola fine sulla vicenda. Acquistata nel 1972 presso la ditta Nebuloni & Picozzi dal ministero della difesa per la cifra di 10 milioni e 500 mila lire, e attribuita al Rus di Forte braschi, la stampatrice fu posta in disuso già nel settembre 1975. Nel novembre successivo venne destinata al magazzino del genio militare per essere venduta ad una ditta rottamatrice ma alla fine del 1976 fu sottratta e venduta illecitamente dal tenente colonnello Federico Appel del Rus al cognato Renato Bruni per sole 30 mila lire. Questi la consegnò come saldo di un debito a Paolo Tomasello che all’inizio del 1977 la cedette a Stefano Noto, un tecnico della Nebuloni & Picozzi che arrotondava lo stipendio riparando vecchie macchine. Tramite un annuncio sul Messaggero Noto la rivende per 3 milioni di lire (provenienti dal sequestro Costa) a Stefano Ceriani Sebregondi ed Enrico Triaca che stavano allestendo la tipografia delle Br. Un percorso simile riguarda la fotocopiatrice acquistata nel 1969 dal ministero dei trasporti. Insomma, una tipica storia italiana di peculato e appropriazione indebita finita per alimentare le più insulse teorie dietrologiche, cinicamente utilizzate per coprire il warterboarding denunciato da Triaca. Altro che misteri, le torture – riconosciute recentemente anche dalla corte di appello di Perugia – sono la vera questione irrisolta del caso Moro. La nuova commissione avrà intenzione di indagare?

5/fine

Le altre puntate
Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia – 1a puntata
Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol – 2a puntata
Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi – 3a puntata
La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani – 4a puntata

Per saperne di più
La dietrologia nel rapimento Moro

Dietrologie torture

Dove sta Zazà? Gabriella Ferri, Gero Grassi e il sequestro Moro

Moro e la “bufala” delle cassette. La nuova commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro conferma la sua assoluta inutilità acquisendo 17 delle 18 cassette ritrovate nella base brigatista di via Gradoli. Materiale ascoltato e protocollato già 37 anni fa. Di cosa si tratta ce lo dice questo articolo. Noi intanto consigliamo a Gero Grassi di ascoltare e riascoltare attentamente la canzone di Gabriella Ferri, Dove sta Zazà? Forse la canzone contiene un messaggio sul luogo esatto dove Moro venne tenuto. Grassi è esperto di queste cose, saprà dirci. Siamo in fervente attesa

 

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Annachiara Valle
Famiglia cristiana 14 marzo 2015

Sul caso Moro c’è sempre qualche scoop dietro l’angolo, soprattutto quando si avvicina la data (16 marzo) dell’anniversario del rapimento dello statista democristiano e dell’uccisione della sua scorta e quella del suo assassinio (9 maggio 1978). 
E così l’ennesima Commisisone Moro, questa volta presieduta da Giuseppe Fioroni ci informa di aver acquisito 17 delle 18 musicassette ritrovate 37 anni fa in via Gradoli. «Oggi», ha spiegato Gero Grassi, uno dei componenti della Commissione, «il presidente della Commissione d’inchiesta sul caso Moro, Giuseppe Fioroni, ha acquisito diciassette cassette audio-registrate. Le cassette sono state ritrovate tra i reperti del covo brigatista di via Gradoli grazie al lavoro della dottoressa Antonia Giammaria, magistrato distaccato presso l’organismo parlamentare. Da quel che si conosce dagli atti erano 18 le cassette registrate ritrovate nel covo e mai ascoltate: ad oggi ne manca dunque una. Per il momento le cassette sono nella cassaforte della Commissione, presto ne conosceremo il contenuto e valuteremo la rilevanza per le nostre indagini».

La Commissione farebbe però bene a leggere anche i verbali del sequestro di via Gradoli. Scorrendo i documenti della questura (acquisiti nel corso dell’VIII legislatura), si apprende infatti che 5 delle musicassette c/60 marca Glod Money erano vuote, la sesta conteneva canzoni di Gabriella Ferri, la settima canzoni di Bob Dylan, l’ottava era vuota, nell’ottava «vi risulta registrata musica “Play Pop” canta ada F. Guccini». L’undicesima, senza custodia e distribuita dalla rca contiene canzoni folcoristiche del Duo Piadena, la dodicesima canzoni di Enzo Iannacci. 
La cassetta più interessante è la tredicesima che contiene canti rivoluzionari e, nella seconda parte, «una voce maschile parla con compagni, per pochi giri, di alcuni articoli». Voce che però non è mai stata identificata. 
La cassetta numero 14 è vuota, la 15 ha canzoni degli Intillimani, la numero 16 di Fausto Papetti, la numero 18 «le più belle canzoni di Gabriella Ferri». Resta la numero 17, di 90 minuti, «registrata da ambo le parti in lingua inglese», senza specificare se si tratti di canzoni, discorsi, corsi di lingua o cos’altro.

Al netto delle grandi discussioni, dunque, la Commissione, che ha già mandato la scientifica a fare i rilievi in via Fani (con i commenti ironici di chi dice che adesso si potrebbe far luce con questi mezzi anche sull’assassinio di Giulio Cesare a largo Argentina),  che ha lanciato come scoop l’ennesimo interrogatorio di monsignor Mennini, che ha dovuto ridire per l’ottava volta che non è andato nel covo dove era tenuto prigioniero Moro per confessarlo, che oggi ci informa del ritrovamento delle musicassette farebbe bene a concentrarsi sul lavoro da fare. Senza la fretta mediatica di dare in pasto mezze verità senza scoprire dove sono le mezze bugie.

Cesare Battisti rimesso in libertà perché «Un giudice di prima istanza non ha titolo per rimettere in discussione una decisione sovrana del presidente della Repubblica»

Il tribunale regionale federale a cui si era rivolto l’avvocato di Cesare Battisti, Igor Sant’Anna Tamasauskas, sottoposto giovedì a detenzione amministrativa presso il comando della polizia federale di San Paolo sulla base di un ordine emesso da un giudice di primo grado lo scorso 26 febbraio, ne ha ordinato l’immediata liberazione perché – come recita il provvedimento – «un giudice federale di prima istanza (una giurisdizione di rango inferiore) non ha titolo per rimettere in discussione una decisione sovrana del presidente della repubblica ratificata dal tribunale federale supremo».
Nelle scorse settimane il giudice Adverci Rates Mendes de Abreu del tribunale di Brasilia, pronunciatosi sul ricorso presentato dalla procura generale, aveva ritenuto illegittima la concessione del permesso di soggiorno permanente a Battisti, perché in violazione della nornativa brasiliana sull’immigrazione che impedisce a chi è entrato illegalmente nel Paese con documenti falsi la regolarizzazione amministrativa. Della questione si discusse lungamente all’interno del tribunale supremo federale che ritenne superata la questione perché assorbita dal rifiuto di concedere l’estradizione. Il giudice di Brasilia aveva deciso l’espulsione di Battisti verso la Francia o il Messico, dove questi era vissuto prima di arrivare in Brasile pensando di aggirare in questo modo la decisone sovrana del potere esecutivo di concedere un asilo di fatto. Misura non ritenuta in contraddizione con il rifiuto della estradizione deciso a suo tempo dal presidente della repubblica Ignacio Lula da Silva.
Nel dispositivo, il tribunale regionale federale che ha rimesso in libertà Battisti, istanza superiore a quello locale di Brasilia, riconoscendo il principio dell’habeas corpus, spiega che la decisione presa a suo tempo dal presidente della repubblica può essere sindacata solo da un istituto del medesimo rango costituzionale, come è il tribunale supremo federale, cosa già avvenuta a suo tempo. Non solo, ma il giudice entra nel merito del pronunciamento di nullità del permesso di soggiorno concesso a Battisti rilevando come esso vada contro l’articolo 63 dello Statuto dello Straniero: “non si procederà ad espulsione se questa mette in questione un’estradizione non ammessa dalla legge brasiliana”. Ora, l’estradizione – conclude il magistrato del tribunale regionale federale – non fu ammessa da Lula e cancellata dallo stesso STF, ragion per cui l’espulsione eseguita implicherebbe un’estradizione obliqua, risultando perciò contraria a volontà Lula e STF.
La sentenza, inoltre, ritiene che la messa in esecuzione della eventuale espulsione di Battisti, prim’ancora che si sia pronunciata l’istanza di appello, creerebbe un vulnus poiché susciterebbe una situazione di irreversibilità nel caso in cui la decisione di primo grado venisse smentita in sede di ricorso.
La decisione del fermo amministrativo, come la sentenza che annulla la concessione del permesso di soggiorno pemanente, appaiono sempre più un segnale dello scontro feroce tra potere giudiziario e potere politico, in atto non solo in Brasile ma un po’ in tutta l’America latina, dall’Argentina al Cile, dove si sta vivendo una sorta di stagione che ricorda l’offensiva giudiziaria di “mani pulite”. Una forzatura senza precedenti quella realizzata ieri che rischia però di trasformarsi in boomerang per i nemici di Battisti.
Intanto la notizia del fermo e le voci di una possibile espulsione verso la Francia hanno provocato le prime reazioni, l’ex presidente della repubblica francese Nicolas Sarkozy alla emittente radio Frace info ha dichiarato: «La questione dell’estradizione di Cesare Battisti riguarda anche la società italiana, che deve voltare la pagina di quegli anni terribili».

Sentenza scarcerazione Battisti 1Sentenza battisti 2

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Caso Battitsi e altre cronache dell’esilio

La leggenda dei due motociclisti che spararono e il tentativo di cambiare la storia di via Fani – 4a puntata

Da quei primi novanta secondi in cui, la mattina del 16 marzo 1978, le Brigate rosse riuscirono a neutralizzare la scorta e portare via il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, il tentativo di cambiare la storia di via Fani non è mai cessato. Oggi raccontiamo la lunga storia delle parole inaffidabili dell’ingegner Alessandro Marini, da sempre ritenute una delle testimonianze più attendibili e ancora oggi utilizzate per dare corpo alle letture cospirazioniste del sequestro. La leggenda dei due motociclisti che sparano e di un parabrezza che va in frantumi restano uno dei pezzi forti attorno al quale si dipana la narrazione dietrologica.  Leggi qui le precedenti puntate (1), (2), (3)

Paolo Persichetti
Il Garantista 12 marzo 2015 (versione integrale)

13 Motorino03 copiaUna moto Honda di grossa cilindrata con due persone a bordo passò davvero in via Fani la mattina del 16 marzo 1978? Se la risposta è affermativa, chi c’era sopra quel mezzo? Due brigatisti mai identificati o due ignari motociclisti piombati nel luogo sbagliato al momento sbagliato? Oppure, come sostengono i dietrologi, i centauri erano uomini dei servizi in appoggio al commando brigatista? La questione tiene banco da anni e recentemente è tornata d’attualità dopo una campagna sensazionalistica ripresa dai media. Un clamore che ha provocato prima l’avocazione dell’inchiesta, ferma da tempo, e poi la richiesta di archiviazione formulata dal pg Luigi Ciampoli (ne abbiamo parlato sul Garantista del 1 marzo 2015). Ora il gip, Donatella Pavone, accogliendo il ricorso del nuovo procuratore generale Antonio Marini (fortemente polemico con il suo predecessore), ha deciso la riapertura delle indagini. Un ping pong tra magistrati della procura segnato da rivalità, sgambetti e divergenze. Se l’attuale pg, “protempore”, Marini si mostra sempre convinto della presenza della motocicletta e che a bordo vi fossero due brigatisti rimasti impuniti, l’ex pm Franco Ionta, lo scorso 3 marzo, di fronte alla nuova commissione parlamentare d’inchiesta ha manifestato grosse perplessità.
Dal punto di vista storico e politico, se si accertasse che la moto passò e che era guidata da due brigatisti rimasti ignoti, non cambierebbe nulla. La questione rivestirebbe solo un residuale interesse giudiziario. Tuttavia i brigatisti hanno sempre smentito l’impiego di una motocicletta quella mattina. D’altronde a cosa sarebbe servita? Non certo per confermare l’imminente arrivo del convoglio che a volte sceglieva itinerari alternativi, perché la moto sarebbe dovuta rimanere troppo vicina alla scorta di Moro col rischio di insospettirla. Per questo le Brigate rosse scelsero una soluzione più discreta, impiegando una giovane militante in cima a via Fani con un mazzo di fiori in mano. Agitandoli, avrebbe dato il segnale. Una presenza talmente discreta che nessuno dei 34 testimoni la notò, e furono gli stessi brigatisti a indicarla quando, ritenuto concluso il ciclo politico della lotta armata, intesero favorire un lavoro di storicizzazione di quelle vicende.
Era superfluo anche l’impiego di una staffetta mobile per verificare che la strada fosse sgombera da presenze inopportune. Il declivio di via Fani consente una visibilità ottima a chi è più in basso. D’altronde intralci improvvisi ci furono, come la 500 che procedeva troppo lentamente, sorpassata dalla 128 giardinetta dei Br e poi con una manovra un po’ avventata dalla scorta di Moro. Il rischio di variabili era stato preso in considerazione, come la possibilità che una qualche vettura anticipasse la giardinetta di Moretti e il convoglio, piazzandosi davanti a tutti all’altezza dello stop. In quel caso l’assalto sarebbe stato portato qualche metro più in alto, all’altezza del furgone del fioraio Spiriticchio. Furgone al quale vennero bucati i pneumatici la sera prima perché non fosse presente quella mattina.
Infine, è al di fuori di qualsiasi schema d’azione brigatista ipotizzare che due militanti a cavallo di una moto si potessero fare strada con le armi in pugno, allertando chiunque li avesse visti e vanificando così quell’effetto sorpresa che forniva loro la supremazia militare, per poi sparare come dei cowboy, addirittura nemmeno contro la scorta di Moro ma verso un inerme testimone.
Come se non bastasse, tutti i mezzi impiegati durante l’azione sono stati abbandonati dopo un breve tragitto, ma della moto invece non si è mai trovata traccia. Non è pensabile immaginare che i due militanti delle Br abbiano attraversato la città su quel mezzo, segnalato da alcuni testimoni, senza mai effettuare un cambio. Pur non avendo risolto queste contraddizioni, la sentenza conclusiva del primo processo Moro, che riunisce le inchieste Moro e Moro bis, stabilì che quella moto ci fu, che sopra c’erano due militanti delle Brigate rosse che spararono ad un testimone, l’ingegner Alessandro Marini, fermo all’incrocio sul lato basso di via Fani. Almeno questo dichiarò il teste perché le perizie balistiche non confermarono mai la presenza di spari nella sua direzione. Insomma i giudici si fidarono ciecamente delle parole di Marini e condannarono anche per concorso in tentato omicidio tutti i componenti del commando brigatista, ritenendo che ve ne fossero altri due ancora da scovare e consegnare all’ergastolo.

Collocazione dei testimoni in via Fani (via Fani 9.02)

Collocazione dei testimoni in via Fani (Fonte via Fani 9.02)

La presenza della moto fu confermata solo da tre testimoni: Luca Moschini che mentre attraversa perpendicolarmente l’incrocio di via Fani, prima che scattasse l’azione, avvista una Honda di colore bordeaux accanto a due avieri (due Br) che stanno sul marciapiede antistante il bar Olivetti. Non vede armi e non sente sparare; l’ingegner Marini, per il quale invece l’Honda è di colore blu, partecipa all’assalto e addirittura sfreccia dietro la 132 blu che porta via Moro; il poliziotto del reparto celere Giovanni Intrevado che colloca il passaggio della motocicletta ad azione conclusa. Il 5 aprile 1978 riferisce di una moto di grossa cilindrata con due persone a bordo che gli «sfrecciò vicino» quando era già sceso dalla sua 500 e correva verso le tre macchine ferme. All’epoca non scorge armi e descrive i due a volto scoperto. Solo nel maggio 1994, sollecitato sulla questione, fa mettere a verbale che i due a bordo della moto procedevano lentamente guardandosi attorno e ricorda qualcosa che assomigliava al caricatore di un mitra posizionato verticalmente tra i due passeggeri, anche se «l’uomo che sedeva dietro teneva le braccia avvinte al guidatore». Circostanza che contrasta apertamente con la scena descritta dall’ingegner Marini, il quale alterna la posizione del passeggero col passamontagna: nella prima deposizione era quello posteriore che gli avrebbe sparato; nella seconda è il guidatore. Nel 1994 non è più sicuro e rimanda a quanto detto negli anni precedenti. Intrevado e Marini, che pure sono entrambi fermi allo stop, non si accorgono mai uno dell’altro. Nessuno degli altri 31 testimoni scorge la moto, durante l’assalto o subito dopo, come per esempio il giornalaio Pistolesi o il benzinaio Lalli. Nemmeno Conti, che dalla sua abitazione alle 9.02 chiama per primo il 113 e avverte che hanno colpito l’auto di Moro.
Domanda: quando è passata la moto? Siccome le tre testimonianze non sono sovrapponibili, stabilirlo è dirimente, perché solo se è passata durante l’azione si può ritenere, senza ombra di dubbio, che la moto facesse parte del commando. Se invece è passata prima, o dopo, non si ha più alcuna certezza. Fino ad oggi la magistratura ha sottovalutato queste divergenze cronologiche dando credito alla versione dell’ingegnere sul motorino.
Ma davvero Marini è così attendibile? In realtà, la sua affidabilità fu già messa in discussione dalla corte d’appello del primo processo Moro, che qualificò la sua testimonianza di «ricostruzione “a posteriori” del fatto». Le deposizioni di Marini hanno tutte una caratteristica particolare: oltre a confondere e sovrapporre le varie fasi dell’assalto brigatista, moltiplicandone i partecipanti, tendono a ricostruire la sequenza degli eventi con una forte carica egocentrica che viene a situarlo al centro di un episodio che ha cambiato la storia.
Il 16 marzo 1978 egli riferì del passeggero posteriore di una moto Honda blu munito di passamontagna che avrebbe esploso dei colpi contro di lui, perdendo un caricatore a terra che poi disse di aver indicato agli investigatori.

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Il 26 settembre successivo dichiarò: «La persona che viaggiava sul sellino della “Honda”, dietro il conducente, sparò alcuni colpi di arma da fuoco dei quali uno colpì anche la parte superiore del parabrezza del motorino rompendolo. Io non sono stato colpito perché nel frattempo istintivamente mi ero abbassato. Conservo ancora a casa i frammenti del parabrezza che mantengo a disposizione della giustizia».
1. Caricatore e cappello copiaPerò del caricatore di cui parla Marini non si è mai vista traccia. L’unico caricatore ritrovato in via Fani, e ritratto nelle foto accanto al berretto da aviere, è quello del mitra che aveva in mano Raffaele Fiore. Il solo dei quattro del commando che doveva fare fuoco che non riuscì a sparare un solo colpo perché la sua arma si inceppò per due volte, anche dopo il cambio di caricatore, come attestano le perizie balistiche e conferma lo stesso Fiore nel libro di Aldo Grandi, L’ultimo brigatista (Bur).
Caricatore copiaIl 17 maggio 1994 l’ingegner Marini, sentito nuovamente dalla procura che stava conducendo nuove indagini, fa una rivelazione che ribalta completamente la storia dei colpi di pistola esplosi dalla Honda: «Riconosco nei due pezzi di parabrezza che mi vengono mostrati, di cui al reperto nr.95191, il parabrezza che era montato sul mio motorino il giorno 16 marzo 1978. Ricordo in modo particolare lo schoch che io stesso ho apposto al parabrezza che nei giorni precedenti era caduto dal cavalletto incrinandosi. Prima di sostituirlo ho messo momentaneamente questo schoch per tenerlo unito. Ricordo che quel giorno, in via Fani, il parabrezza si è infranto cadendo a terra proprio dividendosi in questi due pezzi che ho successivamente consegnato alla polizia». Dunque non sono più i colpi di pistola ad aver distrutto il parabrezza.

Dep Marini 0 1994Dep Marini 1994

Dep Marini 2 1994

4. Motorino 1 copiaTra le tante foto che ritraggono via Fani subito dopo l’assalto brigatista, in alcune si può scorgere, proprio dietro l’Alfasud beige della digos parcheggiata sul lato sinistro della via, un motorino accostato al muretto che separa il bar Olivetti dalla strada con un parabrezza nastrato che assomiglia moltissimo alla descrizione fatta da Marini, il quale nella deposizione del 1994 non ricordava «quando sono andato a ritirare il motorino che avevo lasciato incustodito all’incrocio con via Fani e via Stresa». E’ il suo?
Se, come dice l’ingegner Marini con 16 anni di ritardo, il parabrezza era già incrinato prima di quella mattina, e si danneggia ulteriormente perché impaurito dall’assalto armato lascia cadere il motorino, viene meno l’unico labile indizio richiamato fino a quel momento come prova dei colpi sparati dalla Honda contro di lui. E crolla la versione della Honda con i brigatisti a bordo che avrebbero partecipato al rapimento. 8 Motorino nastrato-1 copiaBoxer nastrato

9 Motorino nastrato-2 copia

12 Motorino02 copiaSe così stanno le cose, l’attuale procuratore generale, Antonio Marini, che ha ripreso in mano le indagini, ha una grande opportunità: fornire un decisivo contributo alla verità approfittando dell’occasione per chiedere la revisione delle condanne per tentato omicidio dell’ingegner Marini emesse nel primo processo Moro.
Appare sempre più chiaro che su quella moto c’erano persone ignare di quel che stava accadendo, passate nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Eliminare l’ipoteca penale costituita del coinvolgimento nel rapimento e l’uccisione dei cinque uomini della scorta permetterebbe, a chi quella mattina si trovò lì per puro caso, di ammettere che, senza volerlo, transitò dentro la storia che stava cambiando.

4/continua

Le altre puntate
 5a puntata

I dietrologi dell’Isis su Moro

Che cosa è la dietrologia, o meglio quel format mediatico intitolato “i misteri del caso Moro” cha da quasi 40 anni ci viene propinato? Una antistoria, anzi una distruzione della storia, ci spiega Francesco Piccioni in questo fulminante articolo: «per alimentare la misteriologia bisogna far strage di prove, equiparandole ai sospetti, alle domande, alle idiozie, mescolando il tutto in un calderone bollente e più volte centrifugato, al punto che nulla conta più nulla. Tranne la volontà del cuoco, che accende il fuoco quando vuole e indica agli attoniti spettatori questo o quel componente che viene portato in superficie dal suo mestolo e poi rapidamente scompare nella sbobba. Siamo al masterchef della Storia, in cui è sempre ammesso un nuovo pirla che porta un nuovo componente o – sempre più spesso, visto quanto tempo è passato – semplicemente un pezzo già usato e dimenticato. Ribollito»

Francesco Piccioni
Contropiano 10 marzo 2015

I dietrologi dell'Isis su Moro

Leggendo le cronache avventurose – sul piano mentale – della nuova commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro di Aldo Moro, ad un certo punto mi è passata davanti l’immagine dell’Isis che distruggeva i resti della civiltà assira. Che c’entrano dei benestanti e benpensanti parlamentari con dei tagliagole che distruggono il passato per affermare il loro eterno presente (secondo loro) dettato da un dio?
La forma mentis, direi.
Il format mediatico intitolato “i misteri del caso Moro” ha quasi 40 anni, assicura a tutti gli interpreti qualche minuto di successo, un portafoglio gonfio, a volte persino una poltrona da parlamentare. Fin qui tutto bene, è la banalità dell’imbrancarsi in un gregge guidato da pastori con mano ferma.
Il problema è che per alimentare la misteriologia bisogna far strage di prove, equiparandole ai sospetti, alle domande, alle idiozie, mescolando il tutto in un calderone bollente e più volte centrifugato, al punto che nulla conta più nulla. Tranne la volontà del cuoco, che accende il fuoco quando vuole e indica agli attoniti spettatori questo o quel componente che viene portato in superficie dal suo mestolo e poi rapidamente scompare nella sbobba. Siamo al masterchef della Storia, in cui è sempre ammesso un nuovo pirla che porta un nuovo componente o – sempre più spesso, visto quanto tempo è passato – semplicemente un pezzo già usato e dimenticato. Ribollito. Che so, “la moto Honda”…
L’audizione dell’ex viceparroco di Santa Lucia, amico di Moro, ora nunzio apostolico in Gran Bretagna è stata un capolavoro di dimostrazione di quanto vado dicendo. Presentata – immancabilmente – come l’evento che avrebbe “permesso di fare chiarezza su uno dei punti più oscuri della vicenda”, si è aperta con il placido prete costretto a premettere che era l’ottava volta che veniva chiamato a deporre sulla stessa cosa. La seconda, davanti a una commissione parlamentare. Non proprio una “prima”… Nella vicenda storica il suo ruolo era stato decisamente minore: allora giovane prete, era stato destinatario di alcune lettere scritte da Moro, perché le girasse alla famiglia. Non serve essere degli esperti in sequestri di personaggi di spicco per sapere che in questi casi la famiglia è sottoposta a controlli stringenti, “blindata” da uomini armati che filtrano ogni spillo in entrata o in uscita dall’abitazione. Un giovane prete senza alcun potere, un collega di università (come il prof. Tritto) o altri personaggi simili diventano una buona “intermediazione” per mandare lettere. Non c’erano i social network, allora; e presumibilmente nessun brigatista li avrebbe usati visto che sono “tracciati” in ogni passaggio. Su di lui era stato sparso uno dei tanti “misteri” della dietrologia, addirittura per bocca di Francesco Cossiga. Che aveva ipotizzato – non saprei dire se a mo’ di battuta mal riuscita o soprassalti di rimorso per piste non seguite – che quel giovane prete fosse stato a sua volta sequestrato per un giorno, portato nella prigione di Moro e lì avesse impartito l’estrema unzione. Sette interrogatori o audizioni non erano bastate a convincere nessun dietrologo che lui, in via Montalcini, non c’era stato. Ed anche ieri, al termine dell’ottava audizione ha commentato tristemente “non penso di aver convinto nessuno”. Lo si può capire. Qualsiasi protagonista di quella vicenda – i brigatisti, Cossiga, l’archivista della stessa commissione stragi, storici, poliziotti e magistrati, ecc – abbia provato a mettere la parola fine su uno qualsiasi dei misteri è stato rapidamente derubricato a “opinione” fra le tante, probabilmente falsificata ad arte, comunque irrilevante. Finendo rapidamente tra i tanti componenti della sbobba che ogni tanto riprende a bollire.Leggiamo come ricorda don Mennini quei giorni:

Ci venne indicato un sacerdote dei pallottini con presunte doti di sensitivo: fu lui ad indicare su una mappa un punto dell’Aurelia. Ne parlai con il professor Tritto (assistente di Moro, ndr) e lui disse che era importante, che dovevamo dirlo al ministro e ottenne un appuntamento. Fummo ricevuti al Viminale dove ci tennero a bagnomaria per 3 o 4 ore, ogni tanto Cossiga entrava e chiedeva a Tritto se era possibile avere qualche indumento di Moro, qualche scritto, ipotizzando pure il coinvolgimento del sensitivo consultato nel caso dell’omicidio di Milena Sutter”. Era un clima “poco esaltante”, “ogni tanto veniva il capo di gabinetto che parlava di una fila di persone importanti che chiedevano biglietti omaggio per lo spettacolo pasquale dell’Opera. A me fu rimproverato di non aver informato la polizia del contatto telefonico con le Br, ma non volevo rischiare di bloccarlo, volevo solo essere utile a una persona alla quale volevo bene e fare nel mio piccolo tutto quello che potevo. E poi, quello che ho visto quel giorno al Viminale mi era bastato..  Tornato a casa, parlando con i miei dissi ‘se le cose funzionano così, Moro può salvarlo solo la Madonna o la Provvidenza’”.

Cioè nessuno. La dietrologia si regge sull’idea che la Storia sia governata da una Spectre onnipotente e onnisciente, che ordisce complotti e sa come intervenire ogni volta che si rischia siano scoperti. La Spectre è insomma un dio oscuro, contro cui il “vero fedele” può soltanto esercitare il rifiuto di tutto ciò che sfugge all’idea di “mondo regolato” che deriva dalla parola del “vero dio”. L’Isis della dietrologia è questa bestia qui, che distrugge tutto – passato, prove, credibilità, ecc – per affermare soltanto la sua esistenza e pretesa di dominio. Anche Moro subì, ancor vivo e prigioniero, lo stesso trattamento: le lettere che scriveva non erano “moralmente ascrivibili” a lui. Tanto da dichiararlo “pazzo” quando, obliquamente e moderatamente, scriveva parole non concilianti con qualche notabile del suo stesso partito iscritto al nuovo e infame “partito della fermezza”. Il partito della dietrologia è una filiazione diretta del “partito della fermezza”. E’ stato messo in piedi dagli stessi uomini, dagli stessi partiti. Vomita merda da quasi 40 anni e ha avvelenato i pozzi a cui si abbeverano i cervelli. Non c’è più – o quasi – un giornalista capace di distinguere una bufala clamorosa da un’ipotesi allettante; e in ogni caso una prova è per loro irriconoscibile. Non esiste, non può esistere un punto fermo, una verifica definitiva – da laboratorio – di quel che è falso e di quel che è vero. Non ci sono testimonianze, né carte, né riscontri che possano mettere in crisi il “mistero”. Non c’è perché non ci deve essere, finirebbe il gioco… Guardiamo ancora dall’audizione di ieri. Grande sorpresa – sia tra i parlamentari della commissione che tra i giornalisti mandati a seguire l’audizione – quando don Mennini ha ricordato che il papa, l’allora Paolo VI, aveva fatto preparare 10 miliardi di lire per un eventuale riscatto in denaro. Una “rivelazione”? Ma se il rifiuto del riscatto compare addirittura in uno dei nove volantini delle Br emessi durante il sequestro… Era ipotesi avanzata su tutti i giornali di quelle settimane, oggetto di “dibattito” tra esperti, politici, giornalisti, specie dopo la richiesta ufficiale di scambiare Moro con 13 prigionieri politici. Tutto cancellato, tutto dimenticato. Solo il “mistero” ha diritto ad esistere, picconando reperti, statue, storie, prove… Continuerà così in eterno, fin quando qualche bastardo vi troverà un guadagno.

Fonte: http://contropiano.org/interventi/item/29576-i-dietroogi-del-isis-su-moro

La falsa novità dell’audizione di monsignor Mennini. Il confessore di Moro è già stato interrogato 7 volte

I lavori della nuova commissione d’inchiesta parlamentare sulla vicenda Moro sembrano dei minestroni riscaldati e pure insipidi. L’audizione di monsignor Mennini è stata spacciata come una svolta voluta da papa Bergoglio che avrebbe autorizzato l’attuale nunzio apostolico in Gran Bretagna a rivelare finalmente chissà quali segreti. In realtà don Mennini in passato, tra interrogatori davanti alla magistratura e audizioni di fronte alle precedenti commissioni d’inchiesta, è stato già ascoltato 7 volte. Al giornalista Antonio Padellaro smentì di essere mai entrato nella casa di via Montalcini dove era trattenuto Moro per confessarlo. Una congettura diffusa da Francesco Cossiga che non si dava pace del fatto che la sua polizia non era mai riuscita a beccare sul fatto i postini delle Br e i loro canali di comunicazione. Mennini, in realtà, fu messo sotto controllo a partire dal 22 aprile 1978, quando si scoprì che nei giorni precedenti aveva consegnato delle lettere di Moro alla famiglia. Pubblichiamo di seguito una ricostruzione molto autorevole realizzata dal sito cattolino Aleteia delle dichiarazioni di Mennini fatte davanti alle varie autorità: magistratura, commissioni parlamentari e stampa, nel corso dei decenni passati. Come si può leggere non è affatto vero che il nunzio si sia mai sottratto alle convocazioni e abbia utilizzando come scudo la sua immunità diplomatica. Una maldicenza messa in giro in perfetta malafede dalla solita vulgata dietrologica

 

Chiara Santomiero 7 marzo 2015
Fonte http://www.aleteia.org (http://www.aleteia.org/it/politica/articolo/la-verita-sul-caso-moro-5226074065600512)

Domani, lunedì 9 marzo, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro si terrà l’audizione di mons. Antonio Mennini. Non sarà la prima volta che parla del suo ruolo

Mennini aula bunker Rebibbia

Don Mennini nell’aula bunker del processo Moro

Riuscirà mons. Antonello Mennini, attuale nunzio apostolico in Gran Bretagna, a sollevare alcuni dei veli che pesano sul caso Moro? E’ quanto viene auspicato dalla nuova Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, che lo attende per un’audizione lunedì 9 marzo a Palazzo S. Macuto. “Ci aspettiamo – ha affermato il presidente della Commissione, Giuseppe Fioroni – un contributo di conoscenza da parte dell’uomo che più di tutti fu spiritualmente vicino ad Aldo Moro. Tanti i punti che potrà affrontare: il suo ruolo in quei giorni, i suoi contatti, l’impegno enorme di Paolo VI ad avviare una trattativa per restituire Moro vivo al Paese e alla sua famiglia e perché questo tentativo non andò in porto” (AdnKronos 27 febbraio).
Mennini, figlio di un importante funzionario della banca vaticana dello Ior, formatosi dai gesuiti del collegio Massimo, era nel 1978 vice parroco a Santa Lucia e in rapporti di confidenza e amicizia con Moro che, dalla sua prigione, lo indicò come “postino” per recapitare alcune lettere.
La convinzione circolata con frequente convinzione nei 37 anni trascorsi dal 16 marzo 1978, il giorno in cui il corpo senza vita del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro fu ritrovato nella famosa Renault rossa in via Caetani a Roma, è che l’allora trentenne don Antonello si sia recato nella “prigione del popolo” in cui le Brigate Rosse detenevano lo statista per recargli il sacramento della Confessione prima che fosse ucciso.
Allo stesso modo si è affermata la convinzione che don Antonello sia stato sottratto in fretta e furia dal Vaticano al confronto con le autorità giudiziarie che investigavano sul caso Moro e infilato in un incarico diplomatico dopo l’altro affinchè non potesse rispondere alle domande sul suo coinvolgimento nella vicenda. Almeno su questo punto, però, è possibile riscontrare una evidenza diversa.
Don Mennini partì per la sua prima destinazione in Uganda, nel 1981, cioè ben tre anni dopo la tragica conclusione del caso Moro. E in, realtà, fu sentito tra procure, corti d’assise e commissioni parlamentari almeno 7 volte. Basta consultare, tra l’altro, l’indice degli atti della prima Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia (http://www.archivioflamigni.org/doc/indice-atti-commissione-moro.pdf) istituita nel 1979.
Il 2 giugno del 1978 Mennini fu sentito dalla Procura della Repubblica di Roma e il 12 gennaio 1979 il Tribunale di Roma lo esaminò in merito a “confessione di Moro”. Nel febbraio del 1979 il sostituto procuratore di Roma, Domenico Sica, volle nuovamente ascoltarlo dopo la pubblicazione nel gennaio di quell’anno di un articolo sul Corriere della Sera a firma del giornalista Antonio Padellaro sempre in merito alla presunta confessione avvenuta nella prigione della BR. Padellaro, ex alunno del Massimo come Mennini, aveva chiesto al vice parroco di Santa Lucia se davvero si fosse recato da Moro e questi aveva risposto: “Magari avessi potuto farlo! Purtroppo non mi è stata data la possibilità di offrire consolazione a una persona che mi onorava di affetto e amicizia”.
Il 22 ottobre del 1980 Mennini testimoniò davanti alla Commissione d’inchiesta su via Fani. Il 21 settembre 1982 fu convocato, ma non ascoltato, davanti alla Corte di Assise di Roma dove si svolgevano i procedimenti riunificati Moro uno e Moro bis con la presidenza del giudice Severino Santiapichi. Di lui, però, aveva parlato davanti alla stessa Corte nell’udienza del 19 luglio la vedova di Aldo Moro, la signora Eleonora Chiavarelli. Al presidente Santiapichi il 28 settembre Mennini inviò una lettera informando che stava ripartendo per il servizio diplomatico in Uganda ma restava a disposizione.
Il servizio diplomatico (consigliere di nunziatura in Uganda e Turchia, nel 2000 nunzio apostolico in Bulgaria, dal 2002 presso la Federazione Russa e successivamente anche in Uzbekistan, quindi dal 2010 nel Regno Unito) non impedì a Mennini di tornare davanti dalla Procura di Roma che indagava per il Moro ter nel settembre del 1986 e davanti alla Corte d’Assise per il Moro-quater, di nuovo con il presidente Santiapichi, nel 1993.
Forse è per questo motivo che Mennini richiesto di una nuova audizione dalla cosiddetta seconda Commissione Moro, la “Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”, istituita nel 1988, inviò una lettera al presidente Giovanni Pellegrino per chiedere, “rispettosamente” come si legge, alla Commissione di fare riferimento alle precedenti deposizioni rese alle autorità sia parlamentari che giudiziarie che confermava e rispetto alle quali non aveva nulla da aggiungere. In ogni caso, non trincerandosi dietro lo status di cittadino del Vaticano e “il ruolo ivi ricoperto” come è stato spesso riportato.
“Un comportamento quest’ultimo – afferma la relazione della Commissione parlamentare – che la Commissione non può omettere di valutare almeno a livello indiziario, per affermare dotata di probabilità, sia pur non elevata a certezza, l’ipotesi che tra la famiglia Moro e le Brigate Rosse si fosse stabilito un cosiddetto ‘canale di ritorno'”. Cioè che le lettere dello statista fatte arrivare all’esterno possano avere avuto una risposta diretta e non solo attraverso i mass media. Una lettera indirizzata da Moro a Mennini, ma che il sacerdote non ricevette, e trovata tra le pagine dattiloscritte scoperte nel covo di via Monte Nevoso a Milano nel 1990, sembrava suggerire questa direzione.
Secondo Francesco Cossiga, nel 1978 ministro dell’Interno, Don Mennini entrò nel covo Br e lo confessò durante i 55 giorni. “Ho sempre creduto – affermò Cossiga- che don Antonello, allora suo confessore, abbia incontrato Moro prigioniero delle Br per raccogliere la sua confessione prima dell’esecuzione dopo la condanna a morte. Come ministro dell’Interno allora mi sentii giocato. Mennini ci scappò. Seguendolo avremmo potuto trovare Moro. Ma ancora oggi il Vaticano è riuscito a fare in modo che Mennini non potesse essere interrogato mai da polizia e carabinieri. Avevamo messo sotto controllo telefonico e sotto pedinamento tutta la famiglia e tutti i collaboratori. Ci scappò Don Mennini. Io credo che le Br gli abbiano permesso di recarsi nel covo per incontrare e confessare Moro. Almeno lo spero. Anche se Moro non ne aveva certo bisogno”.
In realtà il telefono di don Mennini, come risulta da un rapporto della Digos agli atti del processo Moro, era già sotto controllo il 22 aprile 1978, cioè il giorno dopo aver consegnato alcune lettere fattegli recapitare da Moro e precedute da due telefonate del sedicente professor Nicolai, alias il brigatista Valerio Morucci: una il 20 aprile e una, di controllo, la mattina del 21 aprile.
In questi anni monsignor Mennini ha mantenuto il riserbo sulla vicenda che lo ha coinvolto: “Sono sempre stato molto discreto quanto al rapporto che avevo con l’onorevole Moro – ha confermato al giornalista Gian Guido Vecchi -. In tante vicende, vuoi in Italia che altrove, la curiosità della gente, non di rado alimentata dai media, è spesso spinta in una ricerca quasi ossessiva di segreti, misteri non chiariti, fatti taciuti, per cui non ci si contenta mai di stare alla realtà dei fatti verificati e storicamente provati. Va quasi da sé che la tragica scomparsa dell’onorevole Moro, cui possiamo associare tante altre persone vittime innocenti della barbarie del terrorismo, resta una ferita ancora aperta: soprattutto, credo, nel cuore dei suoi famigliari, di quanti gli erano più vicini e lo hanno sinceramente amato, come pure di coloro che si sono trovati a dover compiere delle scelte terribili” (Corriere della Sera 27 dicembre 2010).

Per ulteriori approfondimenti
Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia  /1a puntata
Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol /2a puntata
Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi /3a puntata

Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi /3a puntata

Prosegue con la terza puntata la nostra rassegna dei falsi misteri del rapimento Moro (leggi qui la 1a e 2a puntata). Oggi raccontiamo come ha preso forma la leggenda della presenza di un colonnello del Sismi in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978. Trentaquattro testimoni hanno assistito alle varie fasi dell’azione, solo uno di loro, Alessandro Marini, disse nel 1993, a quindici anni di distanza dai fatti, di aver intravisto una figura sospetta. Subito smentito dal diretto interessato che era un abitante della zona

Paolo Persichetti
Il Garantista 6 marzo 2015

Via Fani dal basso copiaNell’immaginario riprodotto dalle narrazioni dietrologiche la mattina del 16 marzo 1978 via Fani appare un luogo spettrale presidiato dai servizi segreti, un segmento di città privo di vita urbana dove si aggirano misteriose presenze.
Eppure la documentazione storica in nostro possesso ci dice che la realtà di quella mattina è molto diversa. Intorno alle nove, in quel piccolo quadrante residenziale di Roma transitavano numerosi passanti e in strada circolavano diversi veicoli, tanto che alle varie fasi dell’azione brigatista, avvicinamento, assalto e sganciamento, assistono da posizioni diverse più di trenta testimoni, per la precisione 34 persone che nella stragrande maggioranza confermano la ricostruzione fatta dai militanti delle Brigate rosse che vi parteciparono. Di grande aiuto in proposito è la descrizione dei loro movimenti e il racconto delle loro parole raccolto nel libro di Manlio Castronuovo e Romano Bianco, Via Fani ore 9.02 (Nutrimenti edizioni).
Leggendo quel fiume di testimonianze ci accorgiamo che nessuno di loro ha mai confermato la presenza del misterioso personaggio che avrebbe sparato dal lato destro della via, come invece sostengono – anche se in via Fani non c’erano – quelli che contestano la versione dei brigatisti e non accettano i risultati delle perizie balistiche a vantaggio delle affabulazioni dietrologiche. Non solo, nessun testimone ha mai visto il colonnello dei carabinieri Camillo Guglielmi aggirarsi sul teatro dell’azione, né tanto meno ci sono filmati o foto, tra le centinaia scattate quella mattina, che ritraggono questo carabiniere tra la folla di curiosi, autorità e personale di polizia operante sul posto.
Guglielmi, deceduto nel frattempo, oltre ad essere entrato nel Sismi solo dopo i fatti di via Fani, racconterà alla magistratura di non esser mai passato quella mattina per quel tratto di via ma di essere arrivato a casa del suo collega Armando D’Ambrosio (che confermò l’episodio), abitante in via Stresa, intorno alle 9.30, quando via Fani era già invasa da giornalisti, fotografi e televisioni, transitando per le vie adiacenti, probabilmente via Molveno, come ipotizza Vladimiro Satta nel suo Odissea del caso Moro, Edup 2003. Via Molveno sfocia nella parte alta di via Stresa, nei pressi del civico 117 dove abitava appunto D’Ambrosio, ben lontano da via Fani e raggiungibile da quel punto solo dopo un tortuoso tragitto.
Guglielmi, in forza presso la legione carabinieri di Parma, era a Roma in congedo. Il fatto che nella deposizione resa al magistrato affermi di essere andato a casa del suo collega per “pranzare”, e non più correttamente per fare colazione, visto l’orario, ha dato adito alle ironie dei dietrologi sui reali motivi della sua presenza in quella zona di Roma. Certo è che se fosse stato realmente in missione segreta avrebbe avuto il tempo di confezionare per sè ben altra copertura. Chi ha esperienza del modo in cui vengono redatti i verbali di interrogatorio, all’epoca ancora non registrati, sa bene che possono essere realizzate anche sintesi brutali delle risposte, e “restare fino a pranzo” può diventare “andare a pranzo”. In ogni caso, diffusasi l’eco di quanto avvenuto, quel giorno Guglielmi non consumò alcun pasto dal suo amico.
C’è un solo testimone che con anni di ritardo richiama l’attenzione sulla presenza in via Fani di una misteriosa persona subito dopo l’assalto brigatista. Si tratta dell’ingegner Alessandro Marini che ricorda di aver visto aggirarsi uno strano personaggio «che indossava un cappotto di color cammello». Ma lo fa a 15 anni di distanza dai fatti. Questo individuo – riferisce sempre Marini – mostrava «di non essere particolarmente sconvolto, anzi mi appariva lucido e deciso come se sapesse cosa doveva fare» e soprattutto era «con una paletta della polizia in mano».
Affermazione che farà decollare la tesi, alimentata in particolare da Sergio Flamigni, La tela del ragno (edizioni Kaos), ripetutamente aggiornato con edizioni successive, e nel corso della sua attività di membro delle due precedenti commissioni d’inchiesta sul rapimento Moro, di una supervisione da parte dei servizi dell’azione brigatista, con obiettivi che i dietrologi hanno rettificato di volta in volta: recuperare le borse di Moro; controllare che l’operazione non avesse intoppi; colpire il maresciallo Leonardi e dare i colpi di grazia alla scorta. Non a caso Marini è una delle fonti principali a cui si abbeverano da sempre i teorici del complotto.
Che cosa aveva improvvisamente rinfrescato la memoria di questo testimone? Nel 1990 Luigi Cipriani, anche lui membro della commissione che indagava su via Fani, tirò fuori la testimonianza di un certo Pierluigi Ravasio con un passato di carabiniere paracadutista in servizio presso la sede del Sismi di Forte Braschi, a Roma. Ravasio, nel fratempo divenuto guardia giurata, affiliato ad una setta di Templari con dichiarate simpatie per l’estrema destra, riferiva che Pietro Musumeci, allora responsabile dell’ufficio del Sismi da cui dipendeva, aveva un infiltrato nelle Br uno studente di giurisprudenza dell’università di Roma, il quale avrebbe avvertito con una mezzora d’anticipo che Moro sarebbe stato rapito. Uno dei superiori diretti di Ravasio, il colonnello Guglielmi si sarebbe trovato a passare a pochi metri da via Fani, ma disse di non aver potuto fare niente per intervenire.
A dire il vero questo singolare personaggio aggiunse dell’altro: senza temere di contraddirsi affermò anche di aver fatto parte di una struttura che aveva condotto indagini sul caso Moro scoprendo che il rapimento era stato organizzato da ambienti malavitosi vicini alla banda della Magliana. Una volta informati i diretti superiori, Ravasio racconta che le indagini furono stoppate immediatamente per ordine dei soliti Andreotti e Cossiga. Il gruppo venne sciolto, i componenti dispersi ed i rapporti stilati bruciati. Insomma non era più possibile avere le prove di quanto scoperto. Ovviamente! In racconti come questi le prove sono sempre un optional.
Nonostante l’evidente grossolanità delle affermazioni ed il fatto che davanti al pm che lo interrogava Ravasio si fosse ben guardato dal confermare le sue dichiarazioni, il tormentone sulla presenza di un uomo del Sismi in via Fani non si fermò più. Di personaggi del genere è costellata l’intera storia del “caso Moro”, basti ricordare il raggiro in cui caddero Sandro Provvisionato e Vittorio Feltri, direttore dell’Europeo, quando nel 1990 la sua testata sborsò 50 milioni di lire ad un certo “Davide”, che si era presentato nelle vesti di un ex carabiniere che aveva infiltrato le Brigate rosse ed aveva fatto irruzione nella base di via Montenevoso. La grezza messa in scena era stata orchestrata dai fratelli Motta, inquisiti poi dalla magistratura per truffa aggravata insieme ai due giornalisti, accusati di aver diffuso notizie false e tendenziose senza averle accuratamente verificate. Nelle stesso periodo una richiesta di rinvio a giudizio raggiunse anche Demetrio Perrelli, altro ex carabiniere (stavolta vero) che sempre sull’Europeo aveva fornito una versione fantasiosa dell’irruzione nella base di via Montenevoso.
Da alcuni anni, dunque, circolavano voci sulla presenza di uomini dei servizi in via Fani, così nell’ottobre del 1993, nel corso della trasmissione televisiva Il Rosso e il Nero, Alessandro Marini adegua i suoi ricordi suggestionato dalla vulgata dietrologica di moda in quel momento. Versione confermata nel maggio successivo davanti al pm Antonio Marini nel corso dell’inchiesta Moro quater.
Nel frattempo David Sassoli, il giornalista che aveva raccolto la nuova rivelazione, era riuscito a trovare il misterioso personaggio: si trattava di Bruno Barbaro, residente nello stesso quartiere e con un ufficio in via Fani 109, sopra il bar Olivetti, quello chiuso per lavori e dietro le cui siepi si erano appostati i quattro finti stewart delle Brigate rosse. Barbaro, rimasto discreto negli anni precedenti, sentendosi chiamato in causa uscì allo scoperto, smentì Marini e riconobbe di essere l’uomo che quella mattina indossava un giaccone, non un cappotto, color cammello. Descrisse anche con molta precisione l’arrivo dell’alfasud beige della Digos da cui scese con aria stravolta un poliziotto in abiti civili, paletta alla mano, che lanciò un grido disperato alla vista dei colleghi morti e in attesa dell’arrivo di rinforzi si mise a presidiare l’incrocio allontanando con modi bruschi ogni assembramento di curiosi. E’ lui l’uomo con la paletta visto da Marini e da altri testimoni giunti sul posto solo in quel momento. Ancora una volta nessuna traccia di servizi segreti, ma solo le parole di un testimone che sovrappone in maniera confusa i suoi ricordi. Durante l’inchiesta, e poi nel primo processo Moro, alle parole di Alessandro Marini verrà attribuita una grande attendibilità, tanto da essere ritenuto ancora oggi il super testimone di quella mattina. Una fama, come vedremo nella prossima puntata, del tutto immeritata.

 3/continua

3a puntata. Il fantasma di Guglielmi

Le puntate precedenti
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol

Per saperne di più
Lotta armata e teorie del complotto