Il diritto di criticare l’icona Saviano

Alessandro Dal Lago
il manifesto 3 giugno 2010


Non ho intenzione di difendermi dalle «critiche» per il mio libretto sul caso Gomorra-Saviano (anche perché si tratta, per lo più, non di critiche ma di esecrazioni e «vade retro»). Se si è interessati alla questione, mi si può leggere e giudicare di conseguenza. Intervengo invece sull’accusa di dissacrazione che alcuni (per esempio Violante e Flores d’Arcais) mi hanno gettato addosso, visibilmente senza aver letto il testo e, nel caso di Flores, incitando il pubblico a non leggerlo. Qui, come in altri casi (penso a Sofri) non c’è solo un appello alla censura preventiva (mi si critica non per quello che dico ma perché lo dico).
Appare anche un modo di pensare mitologico e autoritario, e quindi sostanzialmente papalino, il che fa specie in persone (parlo di Sofri e Flores) che passano per campioni della libertà di parola e del laicismo. È questa la cultura capace di opporsi a Berlusconi? Per Violante, il mio è un tipico caso di sinistra «iconoclasta». Ne deduco che per lui la sinistra deve adorare le icone. E non diversamente pensa Flores, quando invita a manifestare contro Berlusconi o a darsi al sesso o ad altre attività ricreative, piuttosto che leggermi quando critico Saviano. Insomma, guai a entrare nel merito di quello che Saviano scrive. E soprattutto, guai a interrogarci sul significato politico dell’identificazione di una parte consistente della sinistra nella sua figura e nella sua opera. È semplicemente quanto ho tentato di fare nel mio libro a tre livelli, narrativo, mediale e sociologico (tra parentesi, occuparmi di queste cose è esattamente il mio mestiere, diversamente da quanto Flores, che pure mi conosce da quasi trent’anni, fa credere ai lettori del Fatto quotidiano). Livello narrativo: ho analizzato la «verità» di Gomorra in base al testo e a nient’altro, ignorando qualsiasi pettegolezzo sulle sue fonti, ma portando alla luce il carattere tecnicamente auto-referenziale della narrazione («ci sono stato e ho visto, e quindi dico la verità»); livello mediale: ho discusso la costruzione, in buona parte dei media, dell’eroismo di Saviano, mostrando anche come lo scrittore, nei suoi interventi successivi a Gomorra, abbia in qualche modo fatto proprio il ruolo che gli veniva cucito addosso; livello sociologico (e se vogliamo, politico): che significa il processo di iconizzazione dello scrittore nella sfera pubblica del nostro paese? L’ultimo punto mi sembra decisivo e integra i primi due. La trasformazione di Saviano, a sinistra, in icona del bene contro il male (rappresentato dal crimine organizzato) sposta il conflitto politico in una dimensione morale e moralistica fondamentalmente diversiva e consolatoria. Una dimensione illusoria, in cui – ma questa è solo un’ipotesi – molti scaricano le frustrazioni di una sinistra che in buona parte non è più rappresentata, oppure è impotente di fronte al trionfo della destra. Il fatto interessante è che la categoria dell’eroismo è storicamente appannaggio della destra romantica (penso a Evola), e questo spiega la fortuna di Saviano tra i seguaci di Fini (si veda la fondazione Farefuturo e che cosa pensa di me). Di conseguenza, la classica accusa zdanoviana che mi rivolgono Sofri e Flores («a chi giova?») è risibile, un altro aspetto della loro reazione censoria.
Come si conviene a qualcuno che, volente o nolente, è stato trasformato in icona dell’eroismo, molto spesso le posizioni di Saviano su questioni di interesse pubblico sono unanimiste e apolitiche, e cioè buone per tutti (anche se nel libretto riconosco che talvolta prende posizione contro le derive più clamorose dell’attuale regime in materia di conflitto di interessi). Sostenere che la recente lotta degli studenti contro la distruzione della scuola e dell’università pubblica conta ben poco di fronte al crimine organizzato o ridurre la morte dei soldati in Afghanistan alla questione dei poveri ragazzi del sud che non hanno alternative, senza dire nulla del significato della guerra e dell’implicazione dell’Italia, è qualcosa che non si può passare sotto silenzio. Nessuno chiede a Saviano di occuparsi di questi problemi. Ma se ne scrive o ne parla, naturalmente è criticabile, come chiunque altro. Io trovo grottesco che qualcuno liquidi tutto questo, e cioè la critica di quello che Saviano dice, in termini di «invidia»: è come sostenere che se un critico cinematografico parla male di un film, è perché invidia il regista. Ma dietro tutte queste reazioni, volta per volta isteriche o moraliste, si profila un enorme problema politico: l’impotenza evidente di un’idea di alternativa basata quasi esclusivamente sull’opposizione all’anomalia Berlusconi, e non al blocco di interessi (e valori e simboli) che il cavaliere sintetizza. Di fatto, precari e pensionati, studenti e lavoratori, insegnanti e tutte le altre figure socialmente deboli (per non parlare di marginali, esclusi e stranieri) sono sostanzialmente soli sulla scena politica, in balia di questa destra. E, come le elezioni dimostrano, la mancanza di rappresentanza porta anche quote importanti di elettori di sinistra a votare per gli altri (un classico sintomo di un sistema sociale e politico in preda al populismo). La destra fa politica di classe, eccome, l’opposizione no. E questo è anche un effetto dello spostamento del conflitto in chiave simbolico-morale (e, sì, giustizialista), come dimostra l’ossessione unanime per la legalità. Ecco allora che il conflitto è evacuato, che tutto (dalla questione del lavoro all’ignobile condizione delle nostre carceri o al razzismo imperante) viene minimizzato o comunque messo in secondo piano. Ed è inevitabile se, in nome della legalità, ci mettiamo a priori dalla parte dell’ordine, politico o simbolico che sia.  Di questo, ovviamente, a Saviano non imputo una particolare responsabilità, anche se lo critico, in base ai suoi scritti, per aver contribuito ampiamente alla retorica dell’eroismo. Ma forse i suoi seguaci a priori e a prescindere, le vestali della pubblica indignazione che pontificano dalle tribune mediali, non sono proprio innocenti della spoliticizzazione di cui parlo sopra. E pensando proprio a loro, mi chiedo chi rispetti di più, in ultima analisi, lo scrittore perseguitato dalla camorra: chi lo prende sul serio, discutendolo anche polemicamente, o chi si genuflette davanti alla sua icona.

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La libertà negata di criticare Saviano

Eroi di carta

Marco Bascetta
il manifesto 30 maggio 2010

 

Idee di scorta

Perché manifestolibri ha voluto pubblicare una decisa analisi critica (seria, rigorosa e diffusamente argomentata, come da più parti è stato riconosciuto) di Gomorra e di numerose, successive prese di posizione pubbliche del suo autore, Roberto Saviano? Ci sono diverse ragioni. La prima può essere messa in chiaro dal passo di un articolo che attacca furiosamente Eroi di carta, il libro di Alessandro Dal Lago edito da manifestolibri, pubblicato sul periodico della fondazione finiana Farefuturo: «Un paese che non ha bisogno di eroi è un paese che non ha esempi da seguire, che rinuncia a guardare il futuro con la speranza del cambiamento…». Da un siffatto «futuro», carico di richiami arcaici e inquietanti modelli, volentieri ci teniamo alla larga. È la discussione democratica, il confronto tra posizioni diverse, l’esercizio dello spirito critico e non l’emulazione di santi, martiri ed eroi a fare crescere una collettività. E, forse suo malgrado, Saviano è stato risucchiato proprio in questo genere di tristi retoriche che non vorremmo veder tornare a prevalere. È vero e molto rilevante il fatto che Roberto Saviano sia minacciato, esposto, in una pesante condizione di rischio. Questo dovrebbe spingere a proteggerlo, a cercare di assicurare rapidamente alla giustizia coloro che lo minacciano, a bandire i politici che si avvalgono dell’appoggio delle mafie. Ma non è in nessun modo un argomento che renda indiscutibili le sue «verità», inconfutabili le sue affermazioni, incontestabile la sua interpretazione del fenomeno camorra, sublime la sua scrittura. Certamente Berlusconi e l’ineffabile Fede hanno attaccato Saviano piuttosto volgarmente (con argomenti, precisa la stampa di destra, del tutto diversi da quelli del sovversivo Dal Lago), quando l’arbitrio e le opportunità del momento hanno suggerito loro di farlo, come in passato gli avevano suggerito di apprezzare lo scrittore campano e in futuro potranno tornare a suggerirglielo. Dobbiamo allora subordinare le nostre riflessioni e i tempi della loro espressione alle mutevoli esternazioni del cavaliere e della sua corte? E, del resto, quanti danni ha fatto la logica secondo cui «il nemico del mio nemico è mio amico»? Anche Adriano Sofri non dovrebbe averlo dimenticato. Ricorderà, spero, gli «amici» assai poco presentabili scelti da certo antiamericanismo. Se dovesse essere questo, come purtroppo sembra, uno dei principi dell’antiberlusconismo odierno (da Di Pietro a Murdoch?) lo considererei una grave iattura, per non dire di peggio. E, tuttavia, non si può negare che Saviano abbia meritevolmente attirato l’attenzione di una vasta opinione pubblica sulla criminalità organizzata in Campania. Ma si potrà pur ritenere, argomentandolo, che lo abbia fatto in forme spesso discutibili e che il mito che gli si è costruito intorno abbia indotto più a una sorta di innocua tifoseria (come dimostrano molte reazioni alle critiche di Dal Lago, emotive e del tutto ignare delle sue motivazioni) che all’impegno politico e sociale o alla comprensione di una realtà complessa e contraddittoria come quella meridionale. Come avranno letto Gomorra dalle parti della Lega? È lecito discuterne? Manifestolibri pensa di sì. È abbastanza evidente che la questione vada ben oltre il caso di Gomorra e del suo autore. Ma, allora, ci si chiederà, perché prendersela proprio con Saviano, viste le numerose controindicazioni? Perché ciò che si è raggrumato intorno alla sua figura è l’esempio più vivido, e al tempo stesso più scomodo, di mito che si sostituisce al ragionamento, di predicazione che prende il posto dell’analisi, di moda che subentra alla convinzione, in un paese in cui tutto ciò che non avviene sotto i riflettori, o nel regno delle alte tirature, semplicemente non esiste, e tutto ciò che da questi è invece illuminato assume i tratti incontestabili della verità e dell’oggettività, di un ordine invalicabile del discorso. In un paese in cui il darsi sulla voce nei talk show è diventato la quintessenza dell’agire comunicativo e l’esercizio della critica impiegando strumenti culturali non banali, una colpevole perdita di tempo. Così, almeno, sembra pensarla Paolo Flores d’Arcais che tuttavia ha inspiegabilmente sottratto una frazione (speriamo limitata) del suo prezioso tempo per mettere all’indice (quello dei libri proibiti) su tre colonne del Fatto quotidiano un libro che non ha letto e non intende leggere. Si possono condividere (e io personalmente le condivido), smontare o respingere le critiche che Dal Lago rivolge all’epopea di Gomorra, ma non censurarle o relegarle nella categoria, che a sinistra non dovrebbe avere cittadinanza, della bestemmia. Sono, alla fine, proprio queste reazioni, le quali rivelano una «sinistra» impregnata della retorica degli exempla virtutis, sempre più disposta a sacrificare la comprensione delle radici (legalissime e beneducate) dell’ingiustizia all’indignazione del telespettatore, alle emozioni forti del suddito in cerca di protezione (che è ben diverso dal cittadino in cerca di sicurezza), a testimoniare della necessità di confrontarsi con i temi importanti che Dal Lago pone. Qui a Berlusconia, tra fandonie e miti, tra spettri ed epifanie del Maligno, tra risentimenti e narcisismi (non stiamo più parlando, sia chiaro, di Saviano, ma dei fustigatori di Dal Lago) è in corso da un pezzo una vera e propria guerra all’intelligenza, dove ogni ragionamento di un qualche spessore è tacciato di sabotaggio o di spregio dell’umore popolare. Un antico scrittore puritano americano diceva che quanto più sei colto, arguto, intelligente, tanto più sei pronto a lavorare per Satana (la camorra?). Attenetevi dunque alle sacre scritture, ai sentimenti «sani», all’ammirazione della Virtù. Che questo imperativo provenga dalla sinistra la dice lunga sullo stato in cui versa. Per quanto ci riguarda continueremo a cercare di comprendere il mondo che ci circonda, a pubblicare e leggere libri che ci aiutino a farlo, anche a costo di mettere in questione, magari giovandogli, qualche idolo popolare.

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Alla destra postfascista Saviano piace da morire

Alla destra postfascista Saviano piace da morire

Affinità elettive: lo sperticato omaggio dei finiani di Farefuturo a Roberto Saviano. Giusto un inciso, Celine non ha scritto solo Voyage au but de la nuit, come credono certi snob parvenu, ma anche Bagatelle pour un massacre, un pamphlet immondezzaio in cui sono raccolti i più beceri luoghi comuni antisemiti. Non serve leggere ogni cosa se poi non si è capaci di capire cosa si legge

di Giovanni Marinetti
Ffwebmagazine (periodico della Fondazione Farefuturo), 6 giugno 2010

Delusione e rabbia tra le fila del popolo viola

Ha ragione Rangeri: Saviano 
è un “patrimonio comune”

C’è scritto “bene comune” ma si può leggere, ancora meglio, con più coraggio, “patrimonio comune”. Di tutti gli italiani. Di destra o di sinistra, poco importa. “Saviano bene comune” è il titolo dell’editoriale di Norma Rangeri, il direttore del Manifesto. Ed è una severa bacchettata nei confronti di quel collaboratore anti-Saviano che tanto ha fatto parlare in queste settimane.
«I nostri lettori sono increduli, arrabbiati, disorientati perché leggono come un ingiustificato attacco le pagine che un nostro collaboratore (…) rivolge a Roberto Saviano» nel suo libro. «Li capisco, per un motivo semplice: ho stima di Saviano e credo che la sua battaglia sia anche la mia».
La battaglia di Saviano è una battaglia di tutti. Questo importa. Solo questo. E sulla tesi del libro, che ha rinfocolato una passione distruttiva in molti adepti dell’antisavianismo, la Rangeri è durissima: «La critica letteraria cede il passo a una discussione politica viziata, a mio parere, da un concentrato di ideologia». E l’ideologia, nella lotta alle mafie, diventa sempre, inevitabilmente, miopia: buio che annega la realtà nella notte del pensiero. E l’unica luce spunta solo se si riesce spalancare la finestra della propria mente verso orizzonti diversi e trovare elementi di patrimonio comune. Soprattutto, ripetiamo, quando si parla di mafie.
Sul Domenicale del Secolo di Italia, Fausto Bertinotti, intervistato da Michele De Feudis, risponde così alla domanda «amare la letteratura di Céline o la cinematografia di Eastwood è ancora considerata una “passione proibita” a sinistra?»: «Quando si percepisce il confronto con mondi differenti come un periodo allora si realizza una deprecabile opzione fondamentalista. La morte della sinistra è il prodotto di una incapacità politica di pensare il confronto con l’altro. Leggere sul terreno della cultura altra autori come Céline o Nietzsche è straordinariamente utile per comprendere la crisi della modernità. Sono autori che forniscono energia per quel progetto politico di liberazione che si incarna nel conflitto sociale».
W la Rangeri allora. E fa bene a rivendicare i suoi lati in comune con quel Saviano (e la sua “formazione marxista”) che più volte ha dichiarato di essere cresciuto anche leggendo Céline. Perché, tanto, in Saviano c’è il superamento di quel purismo ideologico che non serve più a nulla.
«Se essere ascoltati – chiude la Rangeri -, avere successo, essere amati, avere a cuore il riscatto dei deboli, essere testimone di storie come quella di don Diana, fare una battaglia per la legalità contro le mafie (nel paese di Falcone e Borsellino) sono trappole borghesi, modi sbagliati di fare politica, mi piacerebbe che in Italia fossimo sempre di più a sbagliare così».
Ce lo auguriamo anche noi.

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Quando il privilegio indossa la toga: la casta dei giudici in rivolta

L’Associazione nazionale magistrati in agitazione: «non toccate i nostri stipendi», ma tra i togati emergono dissensi: «scorretto verso chi guadagna poco»

Paolo Persichetti
Liberazione 5 giugno 2010

Crea sconcerto l’intenzione di scioperare annunciata dall’associazione nazionale magistrati (la data verrà decisa oggi durante la riunione dell’esecutivo), non già contro l’insieme dei tagli draconiani messi in campo dal ministro Tremonti, che ha chiamato soprattutto le fasce più deboli del Paese a pagare il prezzo della speculazione finanziaria, ma contro la sola riduzione degli stipendi ai giudici. Per Angelino Alfano si tratta di «uno sciopero politico». Il governo, ha affermato il Guardasigilli, «chiede ai magistrati un sacrificio così come lo chiede alle altre componenti del Paese, però mi batterò e mi impegnerò a fianco dei giovani magistrati perchè su questo aspetto si chiede un costo individuale troppo alto». Luca Palamara, attuale reggente dell’Anm, replica insoddisfatto che i magistrati «non vogliono essere considerati un costo per lo Stato». Posizione che ha trovato immediato sostegno nei versanti della politica che da decenni si mostrano i più proni di fronte a qualunque desiderata della magistratura. Il Pd, per voce del suo responsabile Giustizia, Orlando, si è subito schierato con le toghe. Di Pietro ha parlato di «vendetta del governo». Lisciando il pelo dei suoi ex colleghi, il leader dell’Idv spera di riuscire a cavarsi fuori dalle ultime inchieste che lo vedono coinvolto nella vicenda degli appartamenti messi a disposizione dalla “Cricca”  Anemone-Balducci. Tuttavia la posizione dell’Anm non ha creato l’unanimità all’interno della categoria. In una intervista, la pm Maria Cordova, si è detta contraria, «lo sciopero – ha spiegato al Corriere della sera – non è corretto nei confronti di chi guadagna una miseria. Ci sono cittadini colpiti che percepiscono stipendi molto più bassi dei nostri. C’è chi vive con 600-700 euro, chi ha perso il lavoro. Di fronte a un operaio mi sento di dire: “questo sciopero non lo farò”». Una secca risposta gli è venuta dal procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli: «Mi riconosco completamente nelle posizioni espresse dai rappresentanti dell’Anm». Atteggiamento senza dubbio coerente, fu lui infatti a condurre una spietata caccia contro gli operai, accusati di simpatie brigatiste, che lavoravano in Fiat. Questa chiusura ultracorporativa delle toghe appare alquanto indecente. I magistrati vivono un’agiata condizione di casta, rappresentano una categoria privilegiata e super remunerata da cui è molto difficile essere licenziati. Esaminati da una commissione disciplinare costituita da colleghi, nella stragrande maggioranza dei casi le sanzioni finiscono con un trasferimento in altra sede. Quando va male in un’amputazione dello stipendio. I vantaggi sono enormi: oltre 50 giorni di ferie l’anno, cioè più di 10 settimane. Per non contare congedi, festività soppresse, malattia, sabbatici, permessi per convegni, formazione e studi. Una vera pacchia. Come cantava De André, «dopo aver vegliato al lume del rancore per preparare gli esami da procuratore, una volta imboccata la strada che dalle panche d’una cattedrale porta alla sacrestia quindi alla cattedra d’un tribunale, giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male», un semplice uditore giudiziario intasca 1700 euro, che sei mesi dopo con le indennità oltrepassano i 2100 euro. Siamo ancora alle briciole: un magistrato di tribunale con 5 anni di anzianità arriva a 8600 euro lordi mensili, in corte d’appello il malloppo sale a 11350 lordi, in corte di Cassazione arriva a 15760, sempre lordi. Ma il super bottino viene intascato dai procuratori generali, 26820 euro lordi al mese, e dal primo presidente di corte di Cassazione con 29570 euro lordi, ogni 30 giorni. Attenti al goriiilla!!!!

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Daniele Sepe scrive un rap anti Saviano: 
«È intoccabile più del Papa»

Il musicista, «comunista» napoletano, accusa lo scrittore di non accettare il contraddittorio e di essere manovrato

Antonio Fiore
Corriere del Mezzogiorno 3 giugno 2010

NAPOLI — Roberto Saviano bugiardo e imbroglione, costruttore del proprio mito, showman interessato più al diritto d’autore che al dovere della verità: se il libro di Dal Lago era una critica all’«eroe di carta», Cronache di Napoli di Daniele Sepe è un attacco senza precedenti all’autore di Gomorra.

Sepe, ma perché ce l’ha tanto con Saviano?

«Non c’è nessuna polemica verso di lui».

Alla faccia: nel suo testo gliene dice di tutti i colori.
«Contesto innanzitutto il fatto che Saviano sia un esperto di mafia».

Nega che a partire dal libro di Saviano sia cambiata nell’opinione pubblica non solo nazionale la percezione del fenomeno camorra?
«Ricordo una bellissima copertina di Der Spiegel negli anni Settanta, quella con la pistola sul piatto di spaghetti. Sin da allora la mafia faceva notizia».

Già, ma quella fu una trovata giornalistica, di costume.
«E anche Gomorra è un libro di costume. Con dentro tante imprecisioni e inesattezze che nessuno si è però preso la briga di verificare».

La storia del container pieno di cinesi morti, va bene. Però Saviano le risponderebbe che…
«Risponderebbe che il suo è un romanzo. D’accordo, anche Sciascia scriveva (straordinari) romanzi sulla mafia. Ma non mi risulta che fosse considerato un esperto di mafia».

Saviano, però, ha portato alla luce gli intrighi di un clan pericolosissimo eppure mediaticamente sottovalutato come quello dei casalesi. Almeno questo, glielo possiamo riconoscere?
«Perché, oltre a quello dei conosciutissimi boss ha fatto mai qualche nome? Se lui sa che i casalesi fanno affari con i grandi della politica e della finanza, perché non ci dice chi sono? Oppure i casalesi il business li fanno con i cinesi morti? Dice di sapere tutto dello scandalo-rifiuti in Campania. Ma quali aziende ha denunciato? Nessuna. Per attaccare un politico – vedi il caso Cosentino – aspetta che i giudici tirino fuori le carte. Saviano è solo una bella cortina fumogena. Se devo informarmi su che cosa è la camorra, scelgo sempre il buon vecchio Napoli fine Novecento. Politici, camorristi, imprenditori di Francesco Barbagallo».


Da un uomo di sinistra, anzi di sinistra radicale, non si sente politicamente scorretto?
«Da comunista dico: quando da decenni la politica è fatta da governi presieduti dagli editori di Saviano, e quando i provvedimenti finanziari si accaniscono sulla povera gente, sicuramente chi ci guadagna è la camorra. La povera gente qualcosa deve pur mangiare, e la legalità è una cosa bellissima, ma non si mangia. Il problema criminale, in Campania e in tutto il Sud, va analizzato tendendo conto che qui sono 20 anni che le aziende chiudono per favorirne altre al Nord, e che la malavita attecchisce per mancanza di alternative, non perché qui vivono scimmie malvage dedite al cannibalismo».

Intanto Saviano, per aver lanciato la sua sfida ai clan, è costretto a vivere sotto scorta. Ma lei ha da ridire anche su questo.
«A me risulta che, a suo tempo, il capo della Mobile dette parere negativo alla concessione della scorta. E per avere espresso questo punto di vista è stato rimbrottato addirittura dal capo della Polizia. Ma allora io mi chiedo: in Italia non c’è solo Padre Pio tra gli intoccabili? Possibile che si possa criticare il Papa, e Saviano no? Che persino Berlusconi accetti il contraddittorio, e Saviano no? Perché non posso dirgli guaglio’, stai dicenno ’na strunzata?».

Forse perché incrinerebbe un fronte di solidarietà verso una persona minacciata di morte?
«Ma chi minaccia Saviano, e perché? Da cittadino italiano avrei il diritto di saperlo: quali sono ’ste minacce? Le telefonate anonime? Non che la cosa mi scandalizzi: in Italia ci sono tante scorte inutili, una in più, una in meno…».

Ma lo sa che cose simili le ha dette Emilio Fede, uno con il quale non credo che lei sia in sintonia?
«Fede è sotto scorta da 15 anni, però continuiamo a criticarlo. E invece Saviano no, è incriticabile?».

Lei comunque non si fa pregare: nel finale della canzone definisce Berlusconi il capo burattinaio che paga l’affitto a Saviano.
«Non sono il capo dei servizi segreti e non ho prove da portare, anche se prendo atto che Saviano è sempre molto deferente verso il suo editore. Del caso Saviano io faccio un’analisi politica: ciò che sta accadendo intorno a questo autore è funzionale a una destra populista, in cui il fenomeno della camorra è ridotto alla cattiveria innata di ceti popolari dediti al malaffare e al loro desiderio di fare soldi il più in fretta possibile. Secondo questa analisi il problema si risolve con più 41 bis, con più esercito, più polizia come vuole Maroni, non a caso amatissimo da Saviano».

E ora come si aspetta che valuteranno a sinistra questa sua presa di posizione?
«Ormai il savianismo è una religione. Credo che come minimo mi scorticheranno vivo».

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I Cinesi a Gomorra

Citazioni da Gomorra di Roberto Saviano



Pagina 11

Uscivano dal container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti. Congelati, tutti raccolti, l’uno sull’altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano iu cinesi che non muoiono mai. Gli eterni che si passano i documenti l’uno con l’altro. […] Avevano tutti messo da parte i soldi per farsi seppellire nella loro città in Cina. Si facevano trattenere una percentuale dal salario, in cambio avevano garantito un viaggio di ritorno. Uno spazio in un container e un buco in qualche pezzo di terra cinese.

Pagina 50
La voce di Xian non si interrompeva mai. La sua lingua veniva sparata fuori dai denti come una mitraglietta. Parlava senza neanche prenmdere respiro dalla narici, come in un’apnea di parole. E poi le flatulenze dei suoi qguardaspalle che saturavano la casa di un odore dolciastro avevano appestato anche la mia stanza. Non era solo la puzza a disgustare ma anche le immagini che quella puzza ti sprigionava in mente. Involtini primavera in putrefazione nei loro stomaci e riso alla cantonese macerato nei suoi succhi gastrici. Gli altri inqulini erano abituati. Chiusa la porta non esisteva che il loro sonno.

 

“Gomorra – scrive Alessandro Dal Lago in Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee – ci trasmette un disgusto in virtù del quale una certa umanità è vista alla stregua di materia fecale. Non le merci globalizzate, ovvero la merda cinese, sono al centro del primo capitolo, ma i cinesi di merda”.

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Attenti, Saviano è di destra. Criticarlo serve alla sinistra

Populismo penale

Populismo penale

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Ma dove vuole portarci Saviano?
Luigi Ferrajoli: Populismo penale ovvero la strategia della paura
Di Pietro: “Noi siamo la diarrea montante”
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Lo scudo di classe di Berlusconi
Retroscena di una stagione: Di Pietro e il suo cenacolo
Congresso Idv: i populisti lanciano un’opa su ciò che resta della sinistra
La sinistra giudiziaria
La farsa della giustizia di classe
Processo breve: amnistia per soli ricchi

Ho paura dunque esisto
Dipietrismo: malattia senile del comunismo?
Giustizia o giustizialismo, dilemma nella sinistra
Il populismo penale una malattia democratica
Badiou, Sarkozy il primo sceriffo di Francia in sella grazie alla doppia paura
Curare e punire
Il governo della paura
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Populismo penale, una declinazione del neoliberismo
L’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza
Come si vive e si muore nelle carceri italiane
Prigioni i nuovi piani di privatizzazione del sistema carcerario
Carceri private il modello a stelle e strisce privatizzazioni e sfruttamento
Le misure alterantive al carcere sono un diritto del detenuto
Sprigionare la società
Desincarcerer la société
Carcere, gli spettri del 41 bis
Carcerazioni facili, dopo le proteste torna in carcere. Aggirate le garanzie processuali

Nel paese del carcere facile, il Corriere della Sera s’inventa l’ennesima polemica sulle scarcerazioni rapide


In mano ai petrolieri l’Abruzzo si ribella

In pericolo il lago di Bomba. Accanto alla più grande diga in terra battuta d’Europa, in una zona a forte rischio idrogeologico e sismico, la Forest oil progetta la costruzione di pozzi d’estrazione di gas metano e di una raffineria. A rischio la salute degli abitanti del posto, effetti devastanti per l’ambiente, l’agricoltura e il turismo

Paolo Persichetti
Liberazione 28 maggio 2010

Foto Valentina Perniciaro

Norther petroleum, Petroceltic, Puma petroleum, Medoil & gas, Forest oil. Non siamo oltre Oceano come i nomi di queste grandi corporation degli idrocarburi potrebbero far credere. Ci troviamo nel verde dell’Abruzzo, ai piedi della Majella, tra parchi nazionali, aree protette, siti d’interesse naturalistico e comunitario, boschi e vigneti di pregiato Montepulciano, ulivi secolari, greggi di pecore e aziende che fabbricano pasta, formaggi, prosciutti, fino al mare dove sorge la costa dei Trabocchi amata da D’Annunzio. Un’oasi di verde e natura sottratta ancora alla grande speculazione turistica ma non a quella del petrolio. A causa anche dell’acquiescenza delle diverse maggioranze passate in regione negli ultimi anni, quasi la metà del territorio abruzzese è finito nelle mani delle grandi multinazionali degli idrocarburi. Senza saperlo il 90% della popolazione vive all’interno di un distretto petrolifero. 221 sono i comuni fino ad ora coinvolti, concentrati nella provincia di Chieti (77%), Pescara (71%) e Teramo (67,5%), secondo quanto riporta una relazione diffusa dal  Wwf e da Legambiente. Alla fine del 2007 erano stati perforati 722 pozzi: 383 per produzioni a terra e 87 attivi in mare, ai quali tra breve se ne aggiungeranno altri 15. Più del Pecorino questa terra evoca ormai la Groviera. Una gigantesca piattaforma petrolifera della compagnia inglese Medoil è prevista a soli 4 km dalla costa teatina, tra San Vito e Ortona (nel Nord Europa il limite è di 50 km e negli Usa di 160 km, con i risultati comunque disastrosi che abbiamo visto recentemente nel golfo del Messico). Ad Ortona per costruire il “Centro oli”, che non è un mega frantoio di olio extra vergine d’oliva ma un polo petrolchimico che raffina e stocca petrolio di bassa qualità da cui si ricaverà solo olio combustibile e non benzine, sono state tagliate le viti del Montepulciamo doc. Tutto questo avverrà in cambio di niente. Le corporation non portano lavoro, hanno i loro tecnici super specializzati che vengono da fuori mentre gli impianti sono automatizzati. Le royalties previste sono ridicole, appena il 10% su terra e solo il 4% in mare, mentre all’estero arrivano fino al 90%. La Libia prende l’85%, il Kazakistan il 90%, la Russia l’80%. Per dire no a questo scempio del territorio che porta solo devastazione ambientale e rischi per la salute, i cittadini abruzzesi, che hanno già raccolto 30 mila firme, si sono dati appuntamento domenica 30 maggio a Lanciano per tenere una manifestazione sotto l’egida del comitato “No petrolio”.
Il governo in questa partita sta giocando sporco. Silvio Berlusconi è venuto meno ai suoi impegni pubblici presi a Chieti e Pescara durante l’ultima campagna elettorale, quando aveva dichiarato che in Abruzzo non ci sarebbero state estrazioni di petrolio. Ma una volta incassati i voti il suo esecutivo ha impugnato di fronte alla Corte costituzionale la legge regionale 32/2009 varata dal suo stesso candidato, Chiodi. La legge tutela il territorio e la costa da perforazioni ed estrazioni selvagge d’idrocarburi liquidi. Una normativa virtuosa che però contiene una falla gigantesca. Permette, infatti, l’estrazione d’idrocarburi gassosi. Un difetto che se non verrà corretto al più presto consentirà il pompaggio di gas metano sotto il lago artificiale di Bomba e la costruzione a ridosso della diga in terra più grande d’Europa di una raffineria con una ciminiera alta più di 40 metri. Estrarre e raffinare gas altamente infiammabile a ridosso di una diga che trattiene 60 milioni di metri cubi d’acqua, in un’area ritenuta ad alto rischio idrogeologico e sismico con smottamenti e frane continue, per giunta  in un paesino di nome Bomba, lascerebbe spazio a timori in chiunque. Non alla Forest Cmi spa, filiale italiana della Forest oil con sede a Denver nel Colorado, titolare della concessione ottenuta nel segreto più assoluto nel 2004. Diverso l’avviso dell’Agip, concessionaria dei terreni, che già negli anni 60 abbandonò ogni progetto dopo la tragedia del Vajont, quando un blocco di montagna franò nel bacino idroelettrico provocando un’onda anomala che oltrepassò la diga e travolse a valle il paese di Longarone. Duemila morti in un mare di fango e detriti, molti mai ritrovati. Nel 1992 la decisione di chiudere finalmente i pozzi per la presenza di un dissesto geologico in progressivo peggioramento. La spalla destra della diga – riferiva il rapporto – poggia su una «frana di notevoli proporzioni» oltre alla presenza di «non trascurabili rischi di carattere sociale e ambientale», per concludere: «Sembra che ancora oggi non esistano le condizioni generali per la messa in coltivazione del giacimento Bomba e che necessita invece l’acquisizione di nuovi dati e/o il verificarsi di mutamenti delle condizioni, quale per esempio la decisione dell’Acea di svuotare il lago». Poiché il metano si trova in prevalenza sotto l’invaso artificiale, l’estrazione provocherebbe quella che i geologi chiamano “subsidenza”, ovvero un abbassamento del terreno con rischio di frane e danni sulla diga. A Ravenna l’estrazione di metano ha prodotto un abbassamento del terreno di 3 metri. Le nuove condizioni richieste dall’Agip non sono mai intervenute ma alla Forest non interessa. La multinazionale statunitense trova comunque conveniente trivellare e raffinare, nonostante l’esiguità del giacimento (appena una settimana del fabbisogno nazionale), perché il costo commerciale del gas in Italia è più elevato degli Usa e permette facilmente di ammortizzare le spese. Inoltre la legislazione italiana, carente in materia di sicurezza, pone vincoli di tutela ambientali e della salute umana molto più bassi di quella statunitense. Morale, la Forest viene ad arricchirsi in Italia avvelenando i cittadini abruzzesi perché non può farlo negli Usa.
I cittadini di Bomba, mille abitanti a 400 metri di altitudine, hanno saputo del progetto soltanto nel 2009, quando la Forest ha pensato bene d’informare la popolazione che un’enorme raffineria doveva nascere appena fuori il paese (apertura prevista degli impianti nel 2012). Forse era il caso, visto che il paese perderà il suo bel panorama sul lago, dove nel 2008 si sono tenuti i giochi del Mediterraneo di canottaggio ed a settembre sono previsti i campionati italiani. Terminato il turismo. Non ci sarà più nemmeno l’aria buona perché – come spiega la professoressa Maria Rita D’Orsogna nei suoi documentati lavori di controinchiesta (http://www.dorsogna.blogspot.com/) – l’idrogeno solforato, residuo rilasciato nell’aria dalla raffinazione indispensabile per ripulire il gas, è una sostanza letale per l’ambiente, estremamente infiammabile, esplosiva, tossica e dallo sgradevole odore di uova marce. L’organizzazione mondiale della sanità raccomanda di non superare 0,005 parti per milione (ppm), mentre in Italia il limite massimo previsto dalla legge per questa sostanza è pari a 30 ppm: ben 600 volte di più. Si vedranno lingue di fuoco e le orecchie saranno allietate dall’assordante rumore di fondo generato dagli impianti di estrazione e raffinazione. Finiti gli ulivi e le vigne, azzerata l’economia eno-gastronomica della zona. Niente più voli d’aquile a sorvolare la valle. La Forest ha pensato di risarcire la comunità promettendo qualche euro in meno sulla bolletta e compensi ridicoli per il comune, intorno alle 100 mila euro l’anno. Appena 42 mila per gli altri comuni interessati, ma i sindaci di Pennadomo, Roccascalegna, Torricella Peligna, Archi, Colledimezzo, Atessa e Villa santa Maria hanno subito detto no al progetto. L’8 maggio anche la giunta comunale di Bomba, dopo le iniziali titubanze, si è detta contraria. I cittadini di Bomba si sono mobilitati dando vita ad un comitato, “Gestione partecipata del territorio” (www.gestionepartecipataterritorio.it). Il loro primo obiettivo è stato quello di informare e sensibilizzare la popolazione dell’intera zona, completamente all’oscuro dei fatti e delle loro conseguenze. Poi hanno deciso di espletare tutti i ricorsi legali possibili prima di prendere altre iniziative. Una petizione contro il progetto ha già raccolto in poco tempo oltre 2 mila firme. Domenica saranno anche loro in piazza.

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Abruzzo, arrestato l’assessore alla sanità. Viene a galla il sistema Chiodi

Il futuro dei comunismi eretici

Intervista a Pier Paolo Poggio curatore di, L’età del comunismo sovietico: 1900-1945, primo dei cinque volumi dell’opera, L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, edito dalla Jaca Book

Paolo Persichetti
Liberazione 16 maggio 2010

Sull’Unità del novembre 2003 Adriano Sofri definiva le correnti eretiche e libertarie del comunismo: «una utopica accezione destinata a non realizzarsi mai e a risorgere sempre, con la potenza di un sogno. Di questo comunismo si può parlare come già si fece dell’anarchismo, come di un’infanzia del movimento che mira a rendere il mondo più giusto». Affermazione che non si discosta da una consolidata vulgata storica, presente a destra come a sinistra, secondo cui l’unico comunismo possibile è stato quello sovietico. Una seria smentita a questa «riduzione del comunismo alla sola realizzazione “sovietica”» si può trovare da pochi giorni nelle librerie. Si tratta di, L’età del comunismo sovietico: 1900-1945, il primo dei cinque volumi di una poderosa opera, L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, edito dalla Jaca Book, che si propone di restituire la ricchezza e la creatività del comunismo eretico novecentesco. Ne parliamo con Pier Paolo Poggio, direttore della fondazione Luigi Micheletti e curatore dell’ambizioso progetto che solo in questa prima uscita raccoglie ben 41 voci e 37 autori.

Narrazioni poliziesche della storia, come quelle contenute nel Libro nero del comunismo, hanno fatto dimenticare che il Novecento è stato anche il secolo del “comunisticidio”.
Il crollo del comunismo sovietico ha consentito di rappresentare i comunisti come colpevoli di ogni male, quindi come carnefici, e non certo come vittime, nel grande cimitero a cui è spesso ridotta la storia del Novecento. In realtà i comunisti, principalmente operai e contadini, sono stati oggetto di massacri sistematici, ad opera della Germania nazista piuttosto che nell’Indonesia di Suharto, e così un po’ in tutto il mondo. Resta il fatto che i comunisti, non necessariamente eretici, sono stati colpiti in primo luogo dai loro stessi governi e partiti.

Il periodo di massimo apogeo del comunismo del Novecento corrisponde anche con l’epoca del trionfo della società fordista. Coincidenza che ha portato alcuni a vedere nel comunismo una variante «collettivista del fordismo». La crisi di quest’ultimo, molto più che la caduta del muro di Berlino, avrebbe portato inevitabilmente al declino del comunismo. Regge una tesi del genere?
La grande fabbrica, cosiddetta fordista, ha sicuramente svolto un ruolo storico formidabile, con la conseguenza di scatenare ogni sorta d’investimento ideologico, sino a sconfinare nella teologia politica. Il comunismo come fenomeno storico e teorico ha però una diversa e più ampia estensione e profondità.

Le idee e le esperienze del comunismo più creativo ed eretico rappresentano ancora un punto di riferimento prezioso per il futuro?
A mio avviso possono essere un utile punto di riferimento a condizione che si capisca la profondità della rottura che si è determinata. E’ su questo versante che si rivelano imprescindibili.

Rispetto ad alcuni nodi cruciali che investono il dibattito politico contemporaneo (crisi della democrazia, critica dell’industrialismo, questione ambientale, beni comuni, post-fordismo, capitalismo finanziario), quali idee utili emergono?
Il lavoro prende in considerazione non solo le eresie del campo comunista ma anche pensatori non allineati rispetto ai sistemi politici dominanti nel secolo scorso. Gli apporti più consistenti concernono la prospettiva di una democrazia post-statale, ad un tempo universale e dal basso. E’ lo stesso terreno su cui s’incardinano le questioni, inestricabilmente interconnesse, dell’industrialismo, della crisi ecologica e dei beni comuni. Le tesi dell’eternità e naturalità del capitalismo, contro cui ha lottato il pensiero critico novecentesco, si dimostrano inconsistenti e pericolose, esse costituiscono il principale ostacolo ad una ripresa della progettualità politica e dell’azione sociale.

Come siete pervenuti a circoscrivere i confini teorici per dare una definizione appagante del comunismo critico ed eretico?
Sul piano strettamente storico la presenza di una o più centrali detentrici dell’ortodossia rende agevole l’individuazione di critici, dissidenti ed eretici. Non mi riferisco solo al partito comunista russo o cinese, ma anche al Pci. In una prospettiva più ampia la “definizione” non è il presupposto del lavoro ma il possibile risultato del suo svolgimento.

Durante questo svolgimento non avete corso il rischio di confinarvi nell’eurocentrismo?
L’eurocentrismo per un verso è inevitabile: il comunismo novecentesco nasce e fallisce in Europa, a meno che non si consideri la Russia un continente extraeuropeo, asiatico. D’altro canto il progetto complessivo prevede che due volumi, il 3° e il 4°, siano dedicati alle Americhe, all’Asia e all’Africa.

Perché avete privilegiato la scelta degli autori a scapito del racconto dei movimenti collettivi? A quando una nuova “Nuit des prolétairesper ridare voce al mondo dei lavoratori manuali delle città e delle campagne che hanno incarnato forme di democrazia autonoma, diretta e consiliare?
I movimenti collettivi non sono stati del tutto trascurati ma innegabilmente abbiamo puntato sui singoli personaggi e autori. Le cause di tale scelta sono state molteplici, sia pratiche che teoriche. La più immediata dipende dal fatto che gli storici che si occupano di movimenti sociali e politici collettivi, specie nel nostro paese, si sono dimostrati poco interessati e disponibili. Un’altra motivazione discende dall’esplicito obiettivo di esaltare la ricchezza, originalità, profondità degli apporti critici e teorici riconducibili al movimento comunista in senso lato, rovesciando la rappresentazione di comodo, moneta corrente a livello informativo.

Non è forse un limite aver ristretto il campo della vostra ricerca soltanto alla critica della politica, ai contributi politico-filosofici, trascurando altri aspetti del pensiero critico nel campo delle scienze sociali, di quelle esatte, della psicanalisi come dell’arte e della letteratura?
Questa osservazione è particolarmente fondata, anche se qualche presenza significativa, non strettamente riconducibile al pensiero politico-filosofico, nel volume appena uscito è rintracciabile: da Bertolt Brecht a Wilhelm Reich. Comunque il problema esiste e ne stiamo discutendo all’interno del gruppo di lavoro, molto stimolante, che cerco di coordinare.

Il primo volume si ferma al 1945, un periodo che vede classificazioni e definizioni abbastanza consolidate tra gli studiosi. Come si giustifica la scelta di autori che difficilmente possono rientrare nella categoria degli eretici e che spesso hanno avuto un ruolo centrale nella rappresentazione ufficiale dei comunismi istituzionali, delle comunistocrazie?
Premesso che non ci interessa e non abbiamo la pretesa di stabilire un canone o di fornire patenti di autenticità, ci mancherebbe altro… aggiungo che abbiamo inserito autori come Lukacs perché fondamentali rispetto all’analisi critica del capitalismo, e d’altro canto antistalinisti come Koestler, approdati su posizioni di destra, perché imprescindibili per l’analisi del comunismo di tipo “sovietico”.

Cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo volume?
Il 2° volume darà più spazio alle correnti di pensiero e ai movimenti politici, attribuendo un ruolo cruciale al 68, in controtendenza con le letture che attualmente vanno per la maggiore.

Tra ciò che resta dei partiti e dei movimenti comunisti, sopravvissuti o sorti dopo l’89, serpeggia una strana sindrome che ha preso il nome di ostalgia (nostalgia dell’Est). Fenomeno che alimenta una neo-ortodossia giunta a punte estreme come la rivalutazione di Stalin, del suo supposto «realismo» contro i presunti utopismi di Marx. Il fenomeno è singolare anche perché spesso riguarda generazioni che prima dell’89 militavano in formazioni critiche del comunismo ufficiale o addirittura che non hanno conosciuto quel periodo. Come spieghi questa voglia di passato così poco curiosa?
L’intero progetto, ma già il 1° volume è abbastanza esplicito, si colloca in aperta polemica contro questa spinta regressiva, omologa a quanto sta avvenendo in altre aree politiche. In termini generali ciò è espressione dell’incapacità di affrontare e guardare in faccia il presente nel suo farsi storico.Cosa comprensibile ma che non può essere incoraggiata. Lo stesso può dirsi per la specifica vicenda del comunismo “sovietico”, che reputo centrale per tutto il Novecento, e che va indagato già a partire dal paradosso beffardo del nome con cui è stato designato, rispetto alla effettiva fenomenologia del potere bolscevico. Ogni sforzo viene fatto per non guardare in faccia la realtà, perpetuando inganni o illusioni. La conoscenza dei comunisti critici e eretici è un tassello indispensabile per uscire da una tale paralisi.

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I comunisti critici oscurati dal Pci
Muro di Berlino, i guardiani delle macerie
Un futuro anticapitalista è fuori dalla storia del Pci
Il secolo che viene

I comunisti critici oscurati dal Pci

Scheda – L’età del comunismo sovietico: 1900-1945, vol. 1° di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, a cura di Pier Paolo Poggio, Jaca Book aprile 2010

«Veniamo da lontano», diceva un famoso slogan del Pci negli anni 70. L’iconografia ufficiale costruita nel dopo guerra si esauriva lungo un asse lineare e senza scossoni gridato nei cortei: “Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer”. Del povero Natta, tornato «a fare il francescano», nemmeno il ricordo. Su Occhetto, che sciolse il partito, è caduto l’anatema.
Il Pci ha sempre oscurato una parte della sua storia. Rientrato in Italia, Angelo Tasca, estromesso dal partito nel 1929, che insieme a Gramsci, Togliatti e Terracini aveva fondato l’Ordine nuovo, provò a contestare questa «storiografia aulica». Numerosi gli eretici espulsi, a cominciare dal primo segretario, quell’Amedeo Bordiga che osò apostrofare Stalin in persona. Oltre a Bordiga e Tasca, in L’età del comunismo sovietico: 1900-1945, primo dei cinque volumi dell’opera, L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, edito dalla Jaca Book, si raccontano le vicende dei comunisti Ante Ciliga e Bruno Rizzi, del socialista Andrea Caffi e dell’anarchico Camillo Berneri.

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