«Sergio Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà»

Intervista di Jacopo Iacoboni a Paolo Persichetti

«Segio mi ricorda una frase di Kundera rivolta a coloro che per un po’ dì di futuro hanno venduto il loro passato. La dissociazione è stata uno dei prodotti più velenosi dell’emergenza. Non punisce il passato del militante – i reati commessi – ma il presente carcerario, le sue opinioni»

La Stampa 25 settembre 20002

L’uomo che parla da una cella del «braccio ordinario» del carcere di Marino del Tronto è Paolo Persichetti, il brigatista condannato per l’assassinio del generale Giorgieri ed estradato a fine agosto dal governo neogollista di Jean-Pierre Raffarin. Poco distante, in questo edificio, ci sono le stanze che hanno ospitato negli anni, il «criminologo» delle Br Giovanni Senzani, il padrino della Nuova camorra Raffaele Cutolo, l’attentatore del papa Alì Agca e, adesso, il boss dei boss, Totò Riina. Persichetti, al contrario dei precedenti «ospiti» illustri, è stato fatto accomodare nella sezione comune [in realtà, nel reparto isolamento, sezione nuovi giunti dove rimarrà per tutti i 4 mesi e mezzo di permanenza in quell’istituto]. Gli è stato permesso di scrivere e ricevere posta. Non gli è stato dato un computer. Lo conforta, dice, «l’insurrezione dell’opinione pubblica transalpina, ogni giorno ricevo decine di lettere da cittadini francesi scioccati che mi esprimono caldamente solidarietà». Anche le Monde s’è esposto in sua difesa. Ciononostante, a detta dell’emittente pubblica France 3 esiste già una lista di quattordici latitanti che potrebbero andare a fargli compagnia. In testa Giorgio Pietrostefani, condannato a ventidue anni come mandante dell’omicidio del commissario Calabresi. Nella prima intervista, concessa per iscritto, dopo il rientro forzato in Italia, Persichetti spiega di non credere che quelle estradizioni verranno eseguite: «La Francia ha già fatto marcia indietro di fronte alla reazione indignata della sua opinione pubblica». Chiede ai politici di ascoltare Cossiga, tra i pochi ad aver detto «cose lucide» suggerendo la soluzione-amnistia. Critica con accenti aspri i «professionisti della dissociazione» alla Sergio Segio, «stanno ancora pagando le cambiali della libertà». Sostiene di aver sperimentato, sulla sua pelle, l’esattezza dell’analisi svolta dal ministro Tremonti sulla Stampa, «anche io temo stia prendendo forma un’Europa profondamente anti-giuridica». Ostinati silenzi arrivano, invece, se gli si chiede di dire cosa pensi dell’omicidio di Marco Biagi e di quelle «nuove Br» da cui, pure, s’è già professato arci-distante; oppure dell’agguato che portò alla morte del generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri. Quel passato, par di capire, per il ricercatore di scienze politiche a Paris VIII è un mondo chiuso, finito.

Persichetti, che pensa dell’accordo sulle estradizioni firmato dal Guardasigilli Castelli con il collega Perben?
«Il grande evento simbolico che doveva rappresentare l’incontro dell’11 settembre è finito in una merenda a “pizza e fichi”. La Francia ha chiaramente fatto marcia indietro di fronte alla reazione indignata della sua opinione pubblica. Ha monitorato la situazione giuridica dei fuoriusciti e ha scoperto che tutte le loro sendenze penali erano precedenti al 1982. Così ha stabilito questa data come una soglia invalicabile».

E perché Parigi darebbe marcia indietro?
«Chirac deve tener conto dell’umore degli elettori di sinistra che tanta parte hanno avuto nella sua rielezione plebiscitaria. Forse l’Eliseo non era nemmeno al corrente di quanto stavano tramando i balladuriani Sarkozy e Perben. Smentita nella forma, la dottrina Mitterrand è stata confermata nella sostanza».

Lei in che circostanze è stato fermato? E perché soltanto oggi?
«Potevano venire a casa, ma hanno scelto di prendermi in strada, nell’ultimo fine settimana di agosto, in una Francia ancora distratta. Un sabato sera alle 20.25, in un luogo isolato, una zona di uffici, deserta a quell’ora. Sono stato caricato in macchina, mi è stato impedito di avvisare i miei legali e verso mezzanotte ero già in viaggio per l’Italia. Più che un trasferimento sembrava un «rapimento». Quando in Francia s’è scatenata la riprovazione mediatica, era ormai troppo tardi. La mano degli inquirenti francesi è stata sapientemente forzata facendo balenare sulla mia testa il sospetto per gli ultimi attentati».

Eppure il Viminale ha invitato a non fare collegamenti tra vecchie e nuove Br, tra lei e gli assassini di D’Antona e Biagi. Lei condanna questi omicidi?
«Di sicuro gli Interni hanno istillato il dubbio su un mio collegamento con gli ultimi attentati attraverso il «teorema dei quarantenni» che appassiona il Risiko investigativo a cui giocano alcuni inquirenti. Reo di avere quarantenni e per giunta dimostrandone anche meno, ero la preda migliore da incasellare in questa tipologia del sospetto. Poi dopo le dimissioni di Scajola e il buco clamoroso di San Petronio, avevano bisogno di fabbricare un «grande successo operativo».

Ma gli omicidi? Almeno un’idea sulle nuove Br ce l’avrà? Chi milita in queste organizzazioni?
«La semplice riappropriazione di una sigla rubata dal museo della Storia non vuol dire nulla. Le nuove Br sono solo un logo ad alto contenuto simbolico, che offre maggiore e immediata visibilità. La pubblicità insegna: altro che vecchie Br, qui siamo al post-moderno. Invece il gruppo per la cui appartenenza fui condannato, ovvero le Br-Udcc, s’è autodisciolto nel 1989 dichiarando «concluso il ciclo politico della lotta armata» e aperto il «passaggio alla lotta politica aperta e di massa».

Forse è un po’ poco agli occhi di chi ha perso parenti e amici. A loro l’estradizione – tanto più in un’Europa comunitaria – sembrerà normalissima, non crede?
«La mia estradizione è solo un piccolo tassello di un fenomeno più vasto e inquietante che sta inquinando dalle fondamenta l’edificio europeo. La giudiarizzazione della società come modello di governo. La politica di massa, sia quella radicale che quella riformista, sta morendo spodestata dal protagonismo dei poteri finanziari e delle procure. Prende forma un’Europa profondamente antigiuridica, in cui la partecipazione democratica è del tutto superficiale, modellata sugli interessi dei circoli d’affari: lo ha detto persino Tremonti, sul vostro giornale. Anche il mandato europeo nasce tra le asimmetrie più stridenti dei codici penali».

Era l’obiezione sollevata agli altri paesi Ue dal governo di centro-destra italiano.
«Preoccupazione sensata. Per le profonde diversità dei criteri di formulazione della prova. Per le differenze tra riti accusatori e inquisitori. Per le disparità delle pene».

Toni Negri si augura che il suo arresto possa riaprire la discussione sull’amnistia: sarebbe uno strumento utile per chiudere gli «anni di piombo».
«Cos’altro fare, quando un paese vede un’area sociale che supera il milione – di cui almeno centomila militanti – alimentare per oltre un decennio ondate di movimenti contestatori, sovversivi e armati? Dopo la prima risposta giuridico-militare, logica e buon senso vorrebbero che sopraggiungesse una gestione politica della vicenda. Chiusa l’eccezione, si ripristina la norma comune, sanando l’eccesso. Cossiga, Macaluso, Erri De Luca, gli unici che hanno detto cose lucide dopo la mia estradizione, parlano nel vuoto come profeti nel deserto».

Sergio Segio ha accusato Oreste Scalzone di aver fatto mancare, in questi anni, un’esplicita dissociazione. Scalzone gli ha risposto «non ho niente da cui dissociarmi». Lei come considera la questione della dissociazione?
«Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà. Mi ricorda una frase di Kundera rivolta a coloro che per un po’ dì di futuro hanno venduto il loro passato. La dissociazione è stata uno dei prodotti più velenosi dell’emergenza. Non punisce il passato del militante – i reati commessi – ma il presente carcerario, le sue opinioni. Risultato: Paolo Maurizio Ferrari, condannato per reati associativi è in galera da 28 anni. Segio, reo confesso di numerosi omicidi, è in libertà».

Persichetti, come le pare la sinistra politica italiana?
«Ha navigato a vista, fatto giravolte, cambiato giacca, eleggendo di volta in volta nemici di turno – Andreotti o Craxi – per finire sempre per mangiare nel piatto dove sputava. Il craxismo è diventato parte integrante della cultura della maggioranza diessina. Hanno cavalcato il giustizialismo, senza accorgersi che apriva la strada all’egemonia berlusconiana».

I girotondi?
«La manifestazione del 14 settembre è stata un frullato d’istanze confuse e stati d’animo fugaci. Nanni Moretti è un berluschino in sedicesimo, anche lui ricorre alle proprie risorse aziendali per fare politica. Dov’è la differenza, se non nelle proporzioni?».

In definita, prende le distanze oggi dall’uso della violenza come strumento di lotta politica? Di recente ha criticato il “dogmatismo non violento” di certi no-global…
«Ma di quale violenza si sta parlando? A differenza dei loro maestri non violenti – Ghandi e Thoreau – i no-global condannano la violenza dei deboli che bruciano cassonetti, ma non hanno il coraggio di disobbedire ai veri divieti dei forti».

L’intervista è finita. Paolo Persichetti è un uomo «in cattività», dunque torna in cella. Vuole dire, infine, qualcosa alla vedova del generale Giorgieri, assassinato il 20 marzo 1987 da un comando delle Br-Udcc, «ho apprezzato la misura mostrata dalla signora Giorgieri. Chi soffre merita rispetto e del rispetto fa parte il pudore di non disturbare. Quanto al dialogo, è prerogativa di chi è libero. Io in questo momento posso solo esercitarmi con le quattro mura che mi circondano».

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Sergio Segio, «Quanto mi rode!»

• Subject: Persichetti, o monsieur de la calomnie
• From: “Segio” <sergiosegio@libero.it>
• Date: Thu, 26 Sep 2002 15:36:02 +0200

Persichetti, o monsieur de la calomnie

di Sergio Segio
26 settembre 2002

Un po’ di storia e di verità sugli anni 70 e la detenzione politica. Ho sempre avuto un deciso fastidio per le polemiche tra “ex” e per l’autolesionistica propensione alla rissosità, così radicata nel Dna della sinistra. Ho sempre solidarizzato con chi sta in carcere, non solo per comune condizione ed esperienza, ma in quanto, parafrasando il poeta inglese John Donne, l’imprigionamento di ogni uomo mi diminuisce e mi addolora, perché sono implicato nell’umanità. D’altro canto, dalle calunnie bisogna pur difendersi. Specie se sono gratuite e non episodiche.
Paolo Persichetti, in un’intervista al quotidiano “La Stampa” del 25 settembre, dimostra e conferma di essere un calunniatore professionale. Anche ora, dalle carceri italiane, mantiene una pigra continuità con la pratica di quella esigua parte di fuoriusciti soggiornanti a Parigi che, nel corso degli anni, ha fatto della maldicenza e dell’insulto lo strumento preferito della battaglia politica. Nulla di nuovo: è l’onda lunga e triste dello stalinismo.

Calunnia, calunnia, qualcosa resterà
Per anni, nel pozzo nero delle carceri e dei “braccetti” speciali sottoposti al famigerato articolo 90, abbiamo dovuto sopportare il venticello della calunnia e del rancore che arrivava da alcuni bistrot parigini. Certo, a opera solo di una minoranza dei fuoriusciti a Parigi, una sorta di “banda dei 4”, ma assai rumorosa e petulante, dunque con qualche visibilità ed efficacia, secondo il noto motto: calunnia, calunnia, qualcosa resterà. Temo che, grazie al buco nero nella memoria collettiva e a certa compiacenza o antiche frequentazioni di qualche lobby intellettual-mediatica-salottiera per tale minoranza rumorosa, qualcosa delle reiterate campagne di disinformazione sugli anni 70 e sulla detenzione politica operate da costoro possa attecchire. Soprattutto in chi, per ragioni anagrafiche, non li ha vissuti e stante che, anche nelle assemblee del movimento, si aggirano tuttora ex colleghi o coimputati di Persichetti altrettanto e impudentemente maldicenti.

La delegittimazione della lotta armata
L’accusa che viene rivolta a me e ad altri, ma con ancora maggiore livore a Toni Negri, era ed è che «l’invenzione del concetto della dissociazione e della “delegittimazione dall’interno” della sovversione politica ha fornito – a partire dai primi anni 80 – un contributo molto più decisivo ed efficace di Sofri, e altri dirigenti di Lc, come Marco Boato ed Enrico Deaglio, nella lotta contro la sovversione politica e la lotta armata in Italia» (cfr. Il libro Il nemico inconfessabile, di Persichetti e Scalzone).
Insomma, chi in quegli anni nelle carceri italiane portava avanti il movimento della dissociazione era un traditore, al servizio di uno stato per giunta assai poco riconoscente: «Il trattamento restrittivo e vendicativo che gli [a Toni Negri] è stato riservato dopo il rientro in Italia e la sua costituzione alla giustizia nel luglio 1997, mostra una mancanza di gratitudine da parte dello Stato italiano assai notevole» continuano ironici e compiaciuti gli autori del testo citato.

Dignità e onestà intellettuale
È forte il fastidio di vedere questo livore e disprezzo rivolto a chi, come Adriano Sofri ma come lo stesso Negri, sono in carcere da tempo con una dignità, senso della responsabilità e onestà intellettuale ammirevoli ed evidentemente – letteralmente – incomprensibili a Persichetti e Scalzone. Beninteso: io non sono un sostenitore delle virtù della pena e del carcere. Tutt’altro. Penso che il carcere sia una violenza non necessaria, sempre avvilente e spesso feroce; da tempo sono impegnato anche nel volontariato penitenziario e da anni porto avanti una battaglia per provvedimenti di amnistia e indulto rivolti a tutti i reclusi. Sono però assertore del senso di responsabilità politica, che è cosa assai diversa (ben più alta e più impegnativa) di quella giuridica, e del coraggio dell’autocritica e della revisione. Facoltà queste ultime (autocritica e revisione delle analisi) che Scalzone ammette per sé (cfr. intervista a “L’Espresso” del 28 settembre 1980), ma evidentemente nega agli altri.

Prima disertori, poi censori
Detto ciò, mi pare francamente paradossale che tali accuse e contumelie arrivino da coloro che, nella logica dei movimenti rivoluzionari (e specie se si assume che negli anni 70 in Italia ci fu una sorta di “guerra civile”, come alcuni sostengono), sono da considerarsi dei disertori. Uso questo termine in senso puramente tecnico e fattuale, non certo come insulto, avendo (non in questo caso, ma certo in generale) un’alta considerazione di chi si sottrae alla logica della guerra, di classe, di religione o d’Impero che sia. Per dirla con la Cassandra di Christa Wolf: «Tra morire e uccidere, c’è una terza possibilità: vivere». Dunque, ben vengano i “disertori”, purché non si arroghino in seguito il ruolo dei giudici e dei censori dei comportamenti, delle scelte e della moralità dei prigionieri.

La collettività della Terza via e i crumiri
La mia e nostra scelta nelle carceri fu, appunto, un faticoso e doloroso percorso collettivo di ricerca di una “terza via”, di una diversa soluzione rispetto alle diserzioni individuali, al cannibalismo dei “pentiti”, al continuismo acefalo degli “irriducibili” e all’opportunismo dei “silenti”, poi lesti, come i crumiri in fabbrica, nel fruire delle conquiste collettive, legge sulla dissociazione o “Gozzini” che sia. Fu un percorso di desistenza collettiva e condivisa, nel senso proprio di decisa assieme, in assemblea: e questa mi pare differenza non da poco rispetto alla logica di sopravvivenza, di trattativa o diserzione individuale. E non perché abbia una moralità superiore, ma in quanto ha valore politico. E questo, ad esempio, è anche il motivo per cui oggi nessuno può sognarsi di riesumare la sigla di Prima linea per compiere omicidi, a differenza di quanto avviene per le Br.

Disinnescare la macchina e la logica di guerra
E questo è, veramente, il punto: l’aver “delegittimato dall’interno” la lotta armata, l’aver sciolto pubblicamente Prima linea e altre organizzazioni minori, ovvero essersi assunti la responsabilità di disinnescare la macchina e la logica di guerra che si era in precedenza costruita o accettata, è esattamente il motivo per cui oggi nessuno può più uccidere con quel nome e con quei simboli. Viceversa, il fatto che le Br non abbiano compiuto percorsi analoghi, collettivi e pubblici, contribuisce a far sì che qualcuno, oggi, si senta legittimato a usare quel “logo” per uccidere Biagi e D’Antona. Questo è il punto: la rottura di continuità, pubblica e politica, la proposta di una diversa “Linea di condotta”; che è cosa diversa dal proprio certificato penale. Questo è quanto Scalzone finge di non sapere o effettivamente non capisce.

I magistrati dell’emergenza
Del resto, il nostro percorso carcerario e politico fu fortemente e lungamente osteggiato dai magistrati dell’emergenza antiterrorismo (chi si ricorda della “lobby dei 36”?), nonché dall’apparato penitenziario. Non a caso: perché toglieva spazio e credibilità sia ai “pentiti” sia al continuismo “irriducibile” o “silenzioso” che, a sua volta, veniva usato per legittimare e perpetuare all’infinito la logica dell’emergenza e del sostanzialismo giuridico. Ma sicuramente gli avversatori più tenacemente rancorosi, aggressivi e sleali furono la parigina “banda dei 4” e, in carcere, i “pentiti di essersi pentiti”, ovvero quei militanti che avendo collaborato coi giudici e magari fatto arrestare i loro compagni, poi si “pentirono” di tale scelta e divennero i più implacabili fustigatori di ogni vero o supposto cedimento da parte di altri militanti incarcerati.

La legge sulla dissociazione e la legge Cossiga
Un percorso, quello della dissociazione, che portò infine a una legge: brutta per alcuni aspetti, ma che in ogni modo si tradusse in una sorta di indulto, che consentì l’uscita progressiva e anticipata dal carcere di migliaia di persone, a cominciare dai tantissimi giovani con scarse responsabilità penali ma gravati da condanne esorbitanti, appunto per le logiche e le leggi dell’emergenza (la “legge Cossiga” in primo luogo).
Questo io chiamo responsabilità: chi si è arrogato, o comunque obiettivamente ha avuto, un ruolo trainante nella radicalizzazione violenta del conflitto e nella scelta delle armi, a sconfitta avvenuta, après le déluge come ama dire Scalzone, non può decretare l’“ognuno per sé” o rivendicare e giustificare il “diritto al silenzio” (cfr. intervista a Scalzone su “la Repubblica” del 28 agosto 2002). Nemmeno può fingere che tutto ciò sia stato una specie di laboratorio politico, una semplice rappresentazione in vitro del conflitto: perché è stata carne e sangue, morte e carcere. E di questo bisogna dare conto ed evitare che si ripeta. Non il conflitto, beninteso: la morte e il carcere.

Responsabilità intellettuale e discorso etico
Oltre a tutto questo, appunto, vi sarebbe da fare un ragionamento sulla responsabilità anche umana e intellettuale, non solo politica; un discorso etico, non solo politico, sul rifiuto della violenza, della morte, dell’omicidio politico, sulla sofferenza delle vittime e dei familiari. Ma, in sede di polemica con quelle logiche, mi sembra veramente sprecato e, come dire?, irricevibile.
Fatto sta che è ormai ventennale la campagna di menzogna e di odio alimentata nei confronti del movimento della dissociazione e di suoi singoli esponenti. Campagna che allora diventò una legittimazione, se non una obiettiva istigazione, all’aggressione fisica nei nostri confronti.

Tentativi di omicidio
Proprio pochi giorni fa, Toni Negri ha rivelato a “Le Monde” il tentativo dei brigatisti di ucciderlo durante la sua prima detenzione. Lo stesso successe a me e ad altri nelle carceri speciali, quando istruimmo il percorso politico della dissociazione. Un movimento e un percorso, lo ripeto, collettivo; tanto che, sono costretti a riconoscere gli stessi Persichetti e Scalzone, coinvolse la «quasi totalità di Prima linea», nonché molti altri gruppi minori, pezzi dell’Autonomia e del movimento e tanti singoli, anche delle Br.
Percorso politico, dunque. Che è cosa ben diversa dal «firmare lettere di dissociazione», come dice Scalzone. Percorso politico significa conflitto e mediazione. E questo è stato. Perché l’indulto e l’amnistia, le soluzioni di libertà non basta invocarle. E tanto più dai bistrot o solo per sé. Bisogna contribuire politicamente a renderle possibili. Anche assumendo le responsabilità politiche che competono a ciascuno, in misura maggiore o minore a seconda delle scelte compiute ma anche dei ruoli avuti.

L’innocenza meschina del casellario giudiziario
A questo argomento, Scalzone usa eccepire che non gli vengono contestati omicidi o reati di sangue (cfr. l’intervista a “la Repubblica” già citata). In sostanza rivendica quell’innocenza «che attiene al casellario giudiziario» e che lui stesso definì «meschina» qualche lustro fa (in “Synopsis”, numero speciale del 24 marzo 1984). In ciò mostrando una cocciuta indisponibilità a considerare (a comprendere?) il concetto di responsabilità politica, e non solo penale, rispetto a quegli anni e quegli avvenimenti. Anche questo è paradossale, perché somiglia da vicino alla logica con cui gran parte dei magistrati di quegli anni si rifiutavano di considerare altro che la responsabilità penale, in uno schema binario colpevole/innocente, senza alcuno spazio per la motivazione politica e il contesto storico e sociale di quegli avvenimenti.

Il passato e il futuro, la dignità e la libertà
Su “La Stampa” Persichetti cita Kundera, peraltro con la medesima frase che apre un capitolo del libro scritto con Scalzone. A entrambi, propongo allora questo brano dello stesso autore: «Il muro dietro il quale erano imprigionati uomini e donne era interamente tappezzato di versi, e davanti a quel muro si danzava. Ah no, non una danza macabra. Lì danzava l’innocenza! L’innocenza col suo sorriso insanguinato» (Milan Kundera, La vita è altrove).
È l’innocenza, meschina appunto, non la poesia che ha danzato in questi anni fuori da quelle mura dietro e dentro di cui noi, uomini e donne imprigionati per la sanguinosa utopia cui abbiamo partecipato, vivevamo, morivamo e intanto costruivamo percorsi autocritici, collettivi e dignitosi di libertà e di futuro, prospettive di nuovo impegno sociale in cui, in effetti e per davvero, ora molti di noi sono collocati e attivi.
Infine, e tornando ai veleni di Persichetti («Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà. Mi ricorda una frase di Kundera rivolta a coloro che per un po’ di futuro hanno venduto il loro passato», «Segio, reo confesso di numerosi omicidi, è in libertà»): vorrei tranquillizzarlo. Non ho sottoscritto alcuna cambiale, sono abituato a pagare sempre i miei debiti (e talvolta anche quelli non miei), ma in contanti, di persona e senza elemosinare sconti. Sono ancora sottoposto a misure di restrizione della libertà, pur se dopo 20 anni di carcere la mia condanna sta quasi finendo. So che i tribunali e le carceri del popolo brigatiste hanno pene più severe, ma grazie al cielo non sono sottoposto alla loro giurisdizione. Ho avuto accesso alle misure alternative solo in seguito a un lungo sciopero della fame e grazie alla forte solidarietà di tante persone che in quell’occasione mi hanno sostenuto. Ciò a differenza di tutti gli altri detenuti nelle mie medesime condizioni e con le mie stesse condanne, e a differenza di tantissimi altri detenuti politici non-dissociati, che invece hanno avuto regolare e giusto accesso alle misure alternative allorché si sono trovati nelle condizioni previste. Sono praticamente l’ultimo militante di Pl ancora sottoposto a limitazioni della libertà e a frequentissimi controlli della polizia. Ho avuto il lavoro all’esterno (cd. “articolo 21”), con piantonamento e accompagnamento degli agenti penitenziari, credo caso unico in Italia; poi ho avuto la semilibertà con un trattamento ancor più restrittivo dell’articolo 21.

La strada, l’impegno sociale e i no global
Stante che i reati da me compiuti sono, per propria natura, non individuali i casi sono solo tre: o, come dicono Scalzone e Persichetti per Toni Negri, lo stato non ha mostrato grande gratitudine per il mio “servizio”, a differenza di tutti i miei coimputati e co-dissociati; o io non sono molto bravo a vendermi; o, più semplicemente e veridicamente, non ho mai barattato il passato per il futuro, conservando dolorosa memoria del primo e non rinunciando a pensare in termini collettivi il secondo (del resto, solo uno sciocco può assumere il passato, e l’identità, come materia inerte e immobile). E non rinunciando a lavorare dentro il presente, assieme ai tanti senza futuro e senza diritti con cui ho continuato in questi anni l’impegno sociale. Nelle strade, dentro e fuori le carceri, tra tossici e poveri di varia natura, non nelle università.
Forse sarà per questo che ancora non ho finito la mia pena. Certo è per questa fondamentale differenza che Persichetti non può capire ciò di cui sto parlando. Forse è proprio per tutto ciò che Persichetti arriva a concludere l’intervista su “La Stampa” dicendo che «i no global condannano la violenza dei deboli che bruciano i cassonetti, ma non hanno il coraggio di disobbedire ai veri divieti dei forti». Se non altro, nel disprezzo di Persichetti mi trovo in buona compagnia: assieme alle centinaia di migliaia di donne e uomini che da Genova e ancor prima stanno sognando e costruendo un mondo diverso. Senza ingiustizie, e possibilmente senza calunniatori.

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Miccia corta e cervello pure
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L’esportazione della colpa
Sergio Segio detta l’autocrita, «Scalzone e i parigini condannino la lotta armata»
Paolo Persichetti, «
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Oreste Scalzone: «Caro Segio, non c’ è nulla da cui mi devo dissociare»

Oreste Scalzone: «Caro Segio, non c’è nulla da cui mi devo dissociare»

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Fabrizio Ravelli
Repubblica, 28 agosto 2002

PARIGI – «Nessuno, né un pentito né un magistrato, mi ha mai accusato di essere coinvolto in omicidi politici. Di averli eseguiti o di esserne stato il mandante, o di aver fatto parte di organizzazioni clandestine. Io sono sempre stato contrario all’omicidio politico, e Sergio Segio lo sa bene. E allora perché e di che cosa avrei il dovere etico di fare autocritica?».
Seduto al tavolino di uno scalcinato caffè berbero vicino al Beaubourg, Oreste Scalzone risponde alla sfida lanciata dall’ ex-terrorista dissociato. Magrissimo, male in arnese, torrentizio e acuto: Scalzone dopo 21 anni di esilio in Francia («Quasi ottomila pomeriggi, un pozzo senza fondo») respinge al mittente le richieste di dissociazione.
Dopo l’ estradizione di Persichetti forse la comunità dei rifugiati italiani a Parigi corre qualche rischio. Segio vi chiede una posizione chiara sulla violenza politica. Visto che non l’avete mai fatto. «Guardi, a me gli amici mi hanno sempre rimproverato di essere troppo buono e un po’ fregnone. Adesso mi arrendo, provo a dare una risposta cattiva. Sfido Segio a dire quali sono state le mie posizioni in materia di omicidio politico, di clandestinità, di forma guerrigliera. Lo autorizzo a dire qualsiasi cosa, anche di rilevanza penale. Se poi vuole può anche dire se è vero o no che ero percepito come uno che nella sfera militare era troppo liberale, non settario, uno che non sapeva picchiare il can che affoga. Un vecchio gauchista, che finiva per fare il pompiere. Per noi di Potere operaio, l’omicidio politico era arcaico: una forma di tirannicidio che non può essere un dovere etico, quando un tiranno personale non c’ è più. E io che sia legittimo giustiziare per punire, lo dica un lottarmatista o un dipietrista, non l’ho mai creduto».
Parliamo della comunità parigina, di cui lei è il «sindacalista». «I parigini non mi hanno mai dato una delega a rappresentarli. Sono un insieme variegato e atipico di persone, e pochissimi sono d’ accordo con me. Non sono miei proseliti. Non siamo un gruppo. Siamo uniti non da un’affinità elettiva, ma da una condizione materiale. Quel che rivendico, è la mia voce. Su 84 arresti, con pochi compagni a me affini, abbiamo fatto 84 campagne: Scalzone c’è, perché è l’ espressione di quei pochi che hanno difeso tutti».
Resta il fatto che da questa comunità, dice Segio, una ripulsa chiara della lotta armata non è venuta. «Davvero non so di che cosa parli. La maggior parte dei parigini ha firmato come lui e con lui lettere di dissociazione, fin dal 1987. La violenza l’hanno condannata come lui. Quelli dell’Autonomia hanno scelto una dissociazione dichiarandosi innocenti, e non confessando come Segio. Ma sono faccende fra loro». E gli ex-brigatisti? «Se ce ne sono di clandestini, a Parigi, io non lo so. Quelli che conosco, e che magari hanno degli ergastoli, sono più moderati di me. Non è gente che parli di politica tacendo sulla violenza. No, vogliono starsene zitti e basta. Cosa si dovrebbe fare, secondo Segio, stanarli o contestare il loro silenzio? Ma forse ce l’ ha proprio con me e Persichetti». Vi accusa di aver prodotto soprattutto giudizi ingenerosi e calunniosi su quel che accadeva in Italia: da Genova ai girotondi. «Abbiamo scritto due lettere aperte alle tute bianche e ai cosiddetti black bloc, prima di Genova. Ai casseurs, che non sentiamo il problema etico di condannare, dicevamo: non andate a Genova a fare le comparse, i cascatori della recita. Alle tute bianche di Casarini, invece: non buttate olio sul fuoco, gettate le armi di cartapesta o finirà in una frittata di fragole e sangue. Forse portiamo scalogna. Ma che c’entra con la questione dell’omicidio politico?». C’entra con la violenza. Cosa ne pensa? «Io non ho il dono della nonviolenza, ma riconosco la superiorità etica della nonviolenza assoluta rispetto alla guerriglia speculare al potere. Però cerco di essere coerente. Trovo che le bombe di Hamas non siano migliori di quelle di piazza Fontana. Per me è stragismo anche mandare un ragazzo kamikaze ad ammazzare coetanei. Non so come la pensino Agnoletto o Casarini. So che molti dicono che in quel caso la colpa è del colonialista. Io credo che ci siano mezzi che nessun fine giustifica. Peraltro non siamo d’accordo neanche sui fini. Loro sono giacobini, io comunista libertario». Le daranno del filoisraeliano. «Me ne hanno date di tutte, nessun problema. Io sarò anche uno stracciaculo, ma nessuno mi farà sentire in colpa per esser nato a Terni invece che a Gaza. Mi difendo i brigatisti miei e i miei casseurs, e non credo al valore della punizione. E mi fanno schifo quelli che brinderebbero sapendo che Berlusconi ha un cancro. Gli stessi che vorrebbero dettarmi la mia autocritica. Anzi, che vorrebbero la scrivessi da solo, come dev’ essere secondo loro».

Per approfondire
Miccia corta e cervello pure

Segio: “La mia rivoluzione era un pranzo di gala”
La Prima linea, il film che vorrebbe seppellire gli anni 70 sotto il peso del senso di colpa
L’esportazione della colpa
Sergio Segio: “Scalzone e i parigini condannino la lotta armata”
Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà”

“Monsieur de la calomnie”
Scalzone: “Caro Segio, non c’ è nulla da cui mi devo dissociare”
Sergio Segio, il narcisismo del senso di colpa
Segio e l’ideologia del ravvedimento
I ravveduti
Il Merlo, il dissociato e il fuoriuscito

 

 

Sergio Segio, ovvero il narcisismo del senso di colpa

Il continuo protagonismo di Sergio Segio, l’occupazione sistematica della scena, esprimono nella sua personalità infetta il bisogno di colmare, attraverso la testimonianza di una esemplarità rinfacciata agli altri, la purulenta piaga narcisistica della propria dissociazione

Il suo discorso sugli anni 70 contiene un vizio teologico che ha integrato il senso di colpa come motore della storia, proponendo una visione confessionale ed espiativa della politica, condita di scomuniche, inquisizioni e autodafé.
Il continuo protagonismo di Segio, l’occupazione sistematica della scena, l’interpretazione perenne di un ruolo compunto e contrito, la recita continua del Pater libera nos a malo, oltre ad essere istigato e gradito da alcuni particolari centri editorial-emergenziali, come Repubblica, da correnti di pensiero eredi di un azionismo che ha sempre creduto di poter esercitare un magistero etico, una superiorità morale nonostante i mille voltafaccia esistenziali, dall’orbace all’aggiotaggio passando per via Veneto, probabilmente risponde al bisogno di colmare attraverso la testimonianza di una esemplarità rinfacciata agli altri, la purulenta piaga narcisistica della propria dissociazione.

Link

La Prima linea, il film che vorrebbe seppellire gli anni 70 sotto il peso del senso di colpa
L’esportazione della colpa (1)
Sergio Segio: “Scalzone e i parigini condannino la lotta armata” (2)
Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà” (3)
“Monsieur de la calomnie” (4)
Scalzone: “Caro Segio, non c’ è nulla da cui mi devo dissociare” (5)
Sergio Segio, il narcisismo del senso di colpa (6)
Segio e l’ideologia del ravvedimento (7)
I ravveduti
Il Merlo, il dissociato e il fuoriuscito



Sergio Segio, ovvero l’ideologia del ravvedimento

Libri – stralci da Esilio e Castigo di Paolo Persichetti, La città del sole edizioni 2005, capitolo XII

L’ideologia del ravvedimento

Qualche tempo dopo l’uccisione di Massimo D’Antona da parte delle Ncc che a partire da quell’episodio recuperarono la sigla – da tempo consegnata alla storia – delle Br pccc, la redazione del Manifesto promosse una tavola rotonda alla quale vennero invitati, per fornire una risposta pubblica agli autori dell’attentato, Mario Moretti insieme a Prospero Gallinari e Piero Bertolazzi, membri del nucleo storico delle Brigate rosse. In quella circostanza i tre, oltre a ricordare il mutato contesto sociale e la decisiva discontinuità con l’epoca precedente, spiegarono come la lotta armata fosse già largamente in crisi nei primi anni 80, ma che «fu la dissociazione che impedì all’epoca una riflessione seria». Benché inizialmente contrastata dagli ambienti più ottusi dell’emergenza, che concepivano l’antiterrorismo unicamente come confronto militare, l’operazione dissociazione fu presto recepita e appoggiata da quei settori più avvertiti dello Stato, proprio per sferzare un decisivo colpo politico contro i movimenti sovversivi. Il suo effetto su un’area politica in piena crisi si rivelò devastante, poiché sanzionava qualunque approccio critico al bilancio della lotta armata che mantenesse fermi e chiari dei requisiti d’autonomia e indipendenza e che, in ultima istanza, non risultasse recuperabile dall’antiterrorismo. Tolse così ai prigionieri rinchiusi nelle carceri speciali ogni residuo spazio di riflessione poiché immediatamente percepito come una forma di cedimento.
Quell’incontro non piacque affatto a Sergio Segio, anzi deve essergli andato decisamente di traverso, se è vero che ne parla ancora nel suo libro, Miccia corta. Una storia di Prima linea, DeriveApprodi, 2005. Alla fine del testo, vengono infatti riprodotti diversi materiali d’epoca, tra cui un articolo apparso sulla Repubblica del 1 luglio 1999. Insieme a Susanna Ronconi e Cecco Bellosi, Segio vi critica la mancata «assunzione dell’errore politico e di un’etica della responsabilità» da parte dei tre brigatisti che avevano preso parte al dibattito. Gli argomenti che lì vengono esposti ruotano però attorno ad una insanabile aporia, ovvero un ragionamento ad imbuto secondo il quale non può aversi analisi critica e autocritica degli anni 70 senza approdare alla dissociazione, cioè iscrivendo la propria riflessione all’interno di un dispositivo statuale che ne legittimi la valenza etica e politica, ricevendo in cambio cospicui sconti di pena e vantaggi penitenziari di natura premiale e differenziale. Tant’è che Segio e colleghi, poche righe dopo, definiscono la dissociazione: «l’unico percorso collettivo dei detenuti per gli anni settanta».

Ma che cosa è stata la dissociazione?
Piuttosto che un’etica della responsabilità – come suggerisce Segio – qualcuno, in realtà, potrebbe intravedervi l’assenza assoluta d’etica e morale, ovvero un atteggiamento di mero opportunismo, un comportamento tipicamente anetico. Il problema però non è quello del processo alle intenzioni, quanto l’assunto concettuale. La dissociazione non è stata un gesto equanime dello Stato nei confronti dei suoi nemici sconfitti, ma un proseguimento dello scontro. Un diritto di guerra, una clemenza concessa al nemico in cambio della sua sottomissione, un passaggio alla guerra civile fredda per completare quella calda. La dissociazione è stata la forma moderna del “processo connivenza”, grazie al quale l’impiego della convenzione giuridica si è trasformata da strumento di difesa a mezzo per la contrattazione e lo scambio politico. Una scelta priva di libero arbitrio poiché direttamente legata alla necessità di un riconoscimento da parte dell’autorità giudiziaria e penitenziaria. Non solo, ma come in ogni forma di rendita parassitaria, essa ha tratto e trae senso e forza contrattuale solo dal protrarsi (reale o fittizio) del fenomeno da cui ha preso cinicamente le distanze: “la lotta armata per il comunismo”. Per questo è un qualcosa d’assolutamente opposto al divenire politico del fenomeno stesso, al suo approdare altrove, al suo oltrepassarsi attraverso un tragitto sottratto a qualsiasi forma di connivenza, intelligenza o compiacenza col potere. L’effetto finale che un tale dispositivo ha introdotto è stato quello di trasformare l’intero arco della punizione in un processo permanente, rivolto a dei parametri soggettivi che si insinuano nella coscienza del singolo prigioniero o militante, soppesandone le idee, la visione del mondo, le intenzioni (spesso supposte o attribuite). In effetti, la dissociazione ha contribuito a riportare in auge quella vecchia tipologia d’autore che, soffermandosi sull’identità del soggetto, trasforma quest’aspetto nel vero oggetto della sanzione finale. Non si resta più imprigionati per delle responsabilità che molti anni prima una corte di giustizia ha ritenuto di poter individuare, ma per quello che si è o si è diventati e che non piace al singolo arbitrario giudizio di un giudice, o di un collegio di magistrati, divenuti i sovrani assoluti di ciò che è legittimo e corretto pensare.
Negli anni passati non si è mai voluto seriamente riflettere sui danni giuridici e sullo sfarinamento della cultura critica che l’assunzione del modello dissociativo ha contribuito a diffondere, facendo della repentance un paradigma sempre più alla moda, insieme alla delegittimazione della radicalità, alla mistificazione della storia. Dispositivo infido, poiché non opera minimamente il superamento filosofico del problema, ma unicamente un’esportazione della responsabilità altrove.

La dissociazione dalla lotta armata
Nella dissociazione ostentata da Segio s’intravede la rivendicazione di una sorta di primato: l’aver in precedenza commesso l’errore giusto, distinto dall’errore ingiusto che egli ritualmente annovera tra i brigatisti, ed in seguito l’aver ripudiato nel modo più giusto, la giustezza dell’errore passato. Ne emerge un desiderio di primazìa etica, una sorta d’eccellenza assoluta che, al di là delle stagioni della vita, resta sempre la stessa, immutata. Per il personaggio l’importante è mantenere, quali che siano state le posture, le pieghe, gli inchini, i valzer, i veri e propri strisciamenti assunti nel tempo, l’ambìto status di persona non comune che un tempo si diceva persino comunista. In fondo, chi sfoggia biasimo per se stesso, più che umiltà esprime una giubilazione del negativo. Come spiegava Nietzsche, chi disprezza se stesso continua pur sempre ad apprezzarsi come disprezzatore. Vittima dunque o piuttosto infermo dell’ipertrofia di un super-io, il cui crollo ha provocato la messa in scena del lamento, della derelizione e del risentimento.
[…]
Infine, da non dimenticare, la pittoresca posizione della caleidoscopica area piellina e dintorni: i poeti armati, l’esercito scapigliato, la tribù del “mucchio selvaggio”, gli sturm und drang del settantasette nostrano, come essi stessi amano tanto dipingersi. Bohémiens e cultori del calibro ben oliato, militaristi ma anche sognatori impazienti, adepti del carpe diem, «i nostri attimi sono eterni e ci ripagano di tutto». Quelli del nonostante tutto, fiori appassiti più che fiori del male, maledetti mancati ma redenti riusciti. Quelli che narrano di se l’appartenenza «al novero dei destinati alla sconfitta, che non scelgono l’esilio ma di andare sino in fondo, pagando quel che bisogna pagare al sogno a lungo coltivato». Esteti del combattimento, ma anche «anime capaci di tenerezza» che sceglievano «di morire non nella lenta emorragia della vita ma di fretta, senza risparmio, come candele accese dai due lati[…] non per malattia del corpo ma per quella della coerenza, per un’inguaribile infezione dell’anima». Anche se poi a morire non toccava sempre a loro, ma che importa, quel che conta era il rimirar la poesia del gesto, la metrica dell’intenzione, lasciandosi trasportare, inebriati da bottiglie di Veuve Cliquot e Brut valdo, da quell’eroico «andar incontro alla bella morte» di saloina memoria, cercando di recitare un ingiallito copione dannunziano ma con l’inevitabile lieto fine holliwoodiano, che li ha visti inesorabilmente condannati a vivere ravveduti e contenti.
[…]
Anche per Prima linea, o quanto meno secondo l’opinione di quello che fu un loro capo, si ripropone più che mai lo schema binario. Come degli Enrico Toti di massa lanciati all’assalto dalle affollate trincee del movimento, condivise con creativi, libertari, anarchici, femministe e quant’altro, essi si auto-rappresentavano come «la linea di combattimento più avanzata» di quel vasto schieramento. Fuori restavano soltanto le tanto odiate, quanto imitate, Brigate rosse. Ma la memoria e la storia successiva non ne hanno tenuto conto, oscurando l’impresa dell’armata brancaleone, almeno così lamenta Segio con grande disappunto (una volta tanto gli si può dar ragione. In termini relativi, ovvero proporzionali alla durata del gruppo, 1976-1981, pari a meno di un terzo della vita della famiglia brigatista, Prima linea ha avuto un numero superiore di militanti inquisiti), spiegando ciò come l’ennesimo malefico frutto del brigatismo, troppo speculare ai suoi avversari nel modo di pensare e concepire il potere e quindi da questi meglio riconoscibile. Magari, però, ad averli messi in ombra non è stata solo la vicenda Moro e l‘effetto dirompente che essa ha avuto nell’immaginario nazionale, ma anche la storia della dissociazione, nata come un’operazione di smarcamento proprio dalle Brigate rosse, designate così – non solo dall’avversario – come interpreti assolute e nefaste della lotta armata. Ma «l’eresia comporta il non avere patria e chiese» , chiosa in fine Segio in Miccia corta, col tono un po’ depresso di chi è consapevole della propria sfiga. Ma che eretico è chi si concede all’abbraccio dell’inquisitore, fino ad indossare l’abito domenicano del sacro censore? Apostata ma convertito, apatride ma nazionalizzato, eretico ma ravveduto, egli appare sempre in bilico, consumato dall’eterno dilemma del “vorrei ma non posso”.

Link
Segio: “La mia rivoluzione era un pranzo di gala”
Miccia corta e cervello pure
La Prima linea, il film che vorrebbe seppellire gli anni 70 sotto il peso del senso di colpa
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Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà”
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Sergio Segio, il narcisismo del senso di colpa
Segio e l’ideologia del ravvedimento
I ravveduti
Il Merlo, il dissociato e il fuoriuscito


Anni 70: L’odiosa rivoluzione

Libri – da Il Nemico inconfessabile, Paolo Persichetti e Oreste Scalzone, Odradek 1999


L’odiosa rivoluzione – Capitolo primo

Nuove generazioni in rivolta, figlie di epoche curiose, ritroveranno la traccia delle rivoluzioni sconfitte, dimenticate, estradate dalla storia. Ai loro occhi la potenza del passaggio rivoluzionario ritroverà il suo vigore, la sua energia, i suoi saperi. Quest’oblio è un destino migliore della sorte riservata a quelle rivoluzioni vittoriose, trasfigurate in icone di Stato, disseccate in vuoti simboli paradossali e derisorii del «movimento reale che trasforma le cose presenti».9788886973083g Nondimeno, le rivoluzioni sconfitte subiscono a lungo l’insulto della denigrazione e della criminalizzazione. Ogni strumento è utile per trascinarle nel fango e sottoporle al linciaggio. L’obiettivo è sempre lo stesso: minarne la potenza e stroncare non solo il diritto, ma l’idea stessa della possibilià della rivolta. La dimensione e la profondità sociale, l’estensione temporale e geografica, l’intensità politica della rivolta che ha traversato l’Italia nel corso degli anni Settanta, fino agli echi giunti ben oltre la metà degli anni Ottanta, ne hanno fatto l’episodio rivoluzionario più significativo dell’Europa occidentale dal ’45 a oggi. Ciò spiega anche le ragioni dell’implacabile offensiva denigratrice, potente e sistematica, cui è ancora sottoposta. Il Sessantotto fu «la bella rivoluzione, la rivoluzione della simpatia generale, perché gli antagonismi che si erano manifestati non erano ancora sviluppati, si limitavano all’esistenza della frase, del verbo». Gli anni Settanta furono quelli della «rivoluzione odiosa e ripugnante» perché al posto della «frase subentrò la cosa»(1).  Il Segretario generale del Pci, Enrico Berlinguer, in risposta alla cacciata al grido di «via, via, la nuova polizia!» del Segretario generale della Cgil, Luciano Lama, e del suo servizio d’ordine dall’Università di Roma, definì «untorelli» i protagonisti di quel movimento(2). Fu quello il segnale dello scontro aperto, dichiarato, tra il sommovimento sociale e il partito della classe operaia dentro lo Stato, trasformatosi in partito dello Stato dentro la classe operaia, alla stregua dei suoi fratelli dell’est, al potere nei paesi del «socialismo reale». Allora il più grande Partito comunista d’Occidente dismise l’azione di recupero attraverso il sindacato delle forme di autorganizzazione autonoma delle lotte operaie dei primi anni Settanta, e ostentò l’intenzione di sedare la rivolta a tutti i costi e con ogni mezzo. La strategia del «compromesso storico» – presentato come alleanza tra le masse popolari d’ispirazione comunista, socialista e cattolica, e sul quale il Paese avrebbe dovuto risorgere dalla crisi economica – da mesi aveva partorito una funesta alleanza di governo con gli “avversari” della Democrazia cristiana, annunciandosi come «politica dei sacrifici e dell’austerità», cioè di sistematica concertazione subalterna al padronato. L’atteggiamento di apertura, di mediazione e recupero, verso la contestazione del Sessantotto politico e culturale era finito. Il nuovo ceto politico dei gruppi extraparlamentari era chiamato a entrare per la porta di servizio, nell’area istituzionale, confinato al ruolo di satellite del Pci, oppure sciogliersi o essere criminalizzato. Si apriva una competizione frontale che estendeva ora a ogni angolo della società la contesa che fino ad allora sembrava riguardare solo i luoghi alti del conflitto capitalistico, le fabbriche, dove la si voleva contenere. La «politica dei sacrifici» trovava ostacoli e nemici su tutto il territorio e vedeva di fronte a sé, incontenibile, una pluralità di movimenti sociali ammutinati, autorganizzati (disoccupati, precari, donne, studenti, senza casa, prigionieri) cresciuti attorno all’esempio delle lotte operaie.  Il compromesso storico – strategia che rispondeva al regime di «democrazia a sovranità limitata» attribuito all’Italia – con le sue politiche accomodanti e supine, di contenimento del protagonismo sociale di fronte alle compatibilità economiche, apparve inaccettabile. L’urto tra la situazione dinamica della realtà sociale e le soluzioni statiche messe in piedi dall’alto del sistema politico divenne inevitabile. La risposta alla rivolta sociale fu l’edificazione del sistema dell’emergenza. La nozione di «emergenza»3, concepita inizialmente come esigenza economica, divenne una categoria dello spirito, per poi estendersi al campo giuridico, sociale e politico. Si trasformò in uno strumento per governare il conflitto all’interno di una nuova concezione della democrazia come spazio blindato composto da territori recintati oltre i quali non era consentito fuoriuscire. La legalità era il nuovo filo spinato che designava in modo assolutamente rigido lo spazio dell’agire legittimo. Il conflitto veniva messo a nudo, spogliato di ogni rappresentanza che ne tentasse un recupero in termini di dialettica sociale e politica, per divenire una questione di ordine pubblico, di codice penale. Per avere legittimità i movimenti sociali dovevano rientrare nel recinto stabilito dalle rappresentanze istituzionali, oppure subire la criminalizzazione. Il Pci elaborò la linea di attacco ideologico contro il sommovimento sociale di opposizione facendosi propugnatore di uno «Stato democratico forte» e fu la punta di diamante della risposta statale cercando di costruire il consenso sociale attorno all’azione repressiva delle forze di polizia e magistratura. Una nuova disciplina, la «dietrologia»(4), designò nella figura dell’agente provocatore il profilo di un nemico – particolarmente criminale e pericoloso per la democrazia – attore di un «complotto di destabilizzazione»(5) del processo di ulteriore democratizzazione dell’Italia, cioè l’arrivo al potere del Pci(6). L’assalto sociale armato al cielo della politica, la «critica delle armi», divenne allora la forma espressiva progressivamente dominante della moltitudine del rifiuto e della rivolta, che non volle restare rinchiusa nel recinto della marginalità politica. Nel caso dell’Italia, la contro-insurrezione è andata ben oltre la congiuntura connessa alla necessità di delegittimare l’avversario, attraverso l’uso di menzogne, distorsioni e intossicazioni della realtà, per combatterlo con maggiore efficacia. Si è trattato di una offensiva “totale” che ha raggiunto una dimensione molto più inquietante fino a diventare una specie di “auto-illusione”, di “auto-accecamento”, una catastrofe del mentale, un indizio dell’alienazione del politico che ha colpito nel profondo il pensiero critico. L’ossessione di voler nascondere il carattere politico del nemico interno è uno degli aspetti maggiori delle politiche controrivoluzionarie moderne, recepito in modo unanime oramai in tutti i codici, accordi internazionali e convenzioni sulle estradizioni(7). L’Italia ha dato prova di notevole capacità nell’esercizio di questa ipocrisia. Una lunga serie di norme e leggi speciali, aggravanti e nuove figure di reato, reati associativi, modificazioni procedurali, uso speciale di leggi normali, procedure in deroga, introduzione di un diritto differenziato che premia comportamenti processuali favorevoli alle tesi accusatorie (pentimento e dissociazione), la moltiplicazione dei trattamenti differenziati su base tipologica, a livello penitenziario e giudiziario, hanno di fatto costituito l’edificio di una giustizia reale di eccezione contro i comportamenti di sovversione, e per estensione, di opposizione politica e sociale. Ciò che è definito il sistema delle garanzie – le libertà civili, alcune libertà costituzionali – ha subito molte limitazioni dando luogo a un vero stato d’eccezione opportunamente camuffato. Fin dall’inizio il movimento italiano degli anni Settanta è stato protagonista di una rivoluzione negata, una rivoluzione occultata, e le figure sociali che vi presero parte – gli operai, le donne, i giovani, i disoccupati – apparvero da subito come il nemico inconfessabile.

* * *

Nei capitoli che seguono verranno affrontate alcune matrici, sovradeterminazioni e macrocontesti che hanno caratterizzato lo spazio di azione e di espressione politica delle figure sociali che hanno costituito il nemico inconfessabile. Ne saranno descritte le molteplici originalità, la ricchezza e la potenza del discorso sovversivo, la modernità delle rivendicazioni, l’intuizione di tematiche e contraddizioni che s’imporranno nei decenni successivi. In modo particolare saranno tratteggiati quegli aspetti specifici che hanno contraddistinto i limiti cronici e al tempo stesso le capacità di sviluppo della società italiana, al punto da essere considerati da alcuni come una «anomalia» nel quadro europeo.

Ben al di là di ventimila furono le persone denunciate, oltre quattromila quelle condannate per una cifra globale dell’area sociale sovversiva che il ministero degli Interni stimava oltre le centomila. L’evidenza delle cifre della rivolta toglie sostanza a ogni tentativo di riduzionismo storico. Un’analisi veloce delle cartografie che descrivono la nascita e il rapido sviluppo delle formazioni politiche, classificate dalla giustizia come sovversive, mostra come la violenza politica fosse un elemento endogeno di questa rivolta in un contesto sociale, politico e statale, che già largamente ricorreva al suo impiego. Di fronte all’offensiva sociale, la società politica, in difficoltà, ha risposto severamente a ciò che le sembrava essere (non a torto) la premessa di una catastrofica destabilizzazione. La sua azione si Ë posta all’insegna di una emergenza nata sotto la forma di una eccezione mascherata. L’ipertrofia dell’azione giudiziaria sovraccaricata di compiti morali e politici, la rottura degli equilibri costituzionali tra poteri e contro-poteri, dovuta all’apparizione di un modello di democrazia giudiziaria, ha dato luogo a uno stato d’eccezione permanente. Vero paradigma inconfessato, esso si è imposto come un modello di governo della società, la cui esportazione ha aperto la strada al rischio di una deriva europea. La crescente giudiziarizzazione” della società solleva un dibattito che ormai oltrepassa i confini italiani e le stesse ragioni storiche della sua origine.

La sconfitta, il riflusso e la repressione dei movimenti sociali degli anni 70 hanno suscitato reazioni divergenti. La ricerca affannosa di differenziazioni, nell’intenzione di attenuare le proprie posizioni processuali, ha portato alcuni a esportare le proprie responsabilità politiche. Atteggiamento che sotto l’offensiva inesorabile della giustizia d’eccezione si è trasformato in uno slittamento della colpa giuridica verso altri. La “dissociazione politica dal terrorismo” ha avuto ripercussioni culturali, politiche e giudiziarie ben pi profonde del fenomeno dei “pentiti”. La capacità di critica e di autonomia rispetto all’ordine costituito sono state indebolite da questa stagione del rinnegamento. Il giudizio penale ha mutato natura non rivolgendosi pi all’identificazione delle responsabilità personali ma alla verifica e al sanzionamento delle opinioni della persona giudicata.

Prima di concludere affronteremo le ragioni talvolta sorprendenti, molteplici e complesse, che hanno ostacolato, finora, la realizzazione di una amnistia per tutte le condanne legate alla sovversione sociale e politica che ha attraversato l’Italia tra gli anni 70 e 80. Gli effetti perversi dell’emergenza hanno avuto un ruolo fondamentale nella strutturazione di un blocco sociale trasversale oggettivamente nemico della chiusura di questa epoca. Dagli apparati dello Stato, attori della macchina della giustizia d’eccezione, a certi settori integralisti dell’antagonismo sociale, dalle divisioni dei prigionieri politici all’inconsistenza del ceto politico-istituzionale, dal protagonismo di una magistratura travestita nei panni di cavalieri post-moderni garanti della morale e dell’etica, a certi gruppi editorial-finanziari che fabbricano il mentale e strutturano l’opinione pubblica; tutti da sinistra a destra, sulla base di motivazioni ideologiche e politiche diverse, convergono sulla stessa posizione di boicottagio o di timore dell’amnistia.


Note

1 Il riferimento è a Marx: “La rivoluzione di febbraio era stata la bella rivoluzione, la rivoluzione della simpatia generale, perché gli antagonismi che erano scoppiati in essa contro la monarchia, sonnecchiavano tranquilli l’uno accanto all’altro, non ancora sviluppati; perché la lotta sociale che formava il loro sostrato aveva soltanto raggiunto una esistenza vaporosa, l’esistenza della frase, della parola. La rivoluzione di giugno è la rivoluzione brutta, la rivoluzione repugnante, perché al posto della frase è subentrata la cosa”, Karl Marx Lotte di classe in Francia dal1848 al 1850, Opere, vol. X, Roma, Editori Riuniti, 1977, p. 65.

2

3 Il termine emergenza designa il ricorso a pratiche di eccezione in campo giuridico e politico che si differenziano dalla forma classica dello stato di eccezione. Il termine emergenza, inteso come “stato d’emergenza”, “modello” o “sistema dell’emergenza”, “politica dell’emergenza”, “giustizia dell’emergenza”, “post-emergenza” si è affermato in Italia all’interno del linguaggio politico e giuridico a partire dalla metà degli anni Settanta. Secondo alcuni autori la nozione di emergenza ha costituito una vera e propria ideologia di sostegno al processo di modernizzazione autoritaria della giustizia penale. L’intenzione di perseguire i movimenti armati ha accompagnato la volontà di normalizzare la conflittualità sociale. L’emergenza ha contribuito alla legittimazione degli equilibri politici e del sistema penale.

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5 Secondo questa logica, la storia d’Italia, dal dopoguerra fino alla vittoria elettorale, nel 1996, del Pds, oggi Ds ed ex Pci, è interpretata come la trama di un “doppio Stato”: l’uno corrotto e con propaggini occulte, che ha criminalmente detenuto il potere nella prima Repubblica; l’altro leale e legale che avrebbe fatto da baluardo al sovversivismo atavico delle classi dominanti. Inutile precisare che il Pci-Pds-Ds ne sarebbe sempre stato il pilastro essenziale. Sulla natura del complotto si sono confrontate due “dottrine”: la prima, anche in ordine di tempo, che ha ipotizzato il “ruolo consapevole e diretto” giocato dai movimenti sociali e in particolare dalla lotta armata, il “partito armato”, contro il Pci; la seconda che ha ipotizzato “l’eterodirezione”, la “complicità inconsapevole”, delle Brigate rosse in particolare, come se esse fossero state nient’altro che delle pedine manovrate da potenze occulte. Per chi voglia documentarsi sugli stati modificati della coscienza, suscitati dalla frequentazione eccessiva con queste flatulenze cerebrali, suggeriamo come testo esemplare, per comprendere gli effetti devastanti a cui possono condurre alcune forme irreparabili di psicopatologia della menzogna storica: Sergio Flamign, La tela del ragno. Il delitto Moro, Roma, Edizioni Associate, 1988. Sospinto da oscuri mandanti Sergio Flamigni replica dieci anni dopo in Convergenze parallele, Milano, Kaos edizioni, 1998. Un altro testo che testimonia dei risultati suscitati da queste turbe legate alla sindrome maniacale da ossessione del complotto e metacomplotto è quello di Guy Debord, Préface à la quatrièmme édition italienne de la Société du spectacle, in Commentaires sur la société du spectacle, Gallimard folio, 1997, pp. 133-147; nonché Gianfranco Sanguinetti, Del terrorismo e dello Stato. La teoria e la pratica del terrorismo per la prima volta divulgate, Milano, 1979.

6 Berlinguer, riflettendo sui fatti del Cile, osservava che le sovradeterminazioni geopolitiche avrebbero impedito all’opposizione di governare anche se il Pci avesse da solo raggiunto il 50 % più uno dei suffragi. Lo scenario del golpe cileno, che aveva visto stroncato nel sangue il governo d’Unitad popular di Salvador Allende, era interpretato come l’anticipazione di un possibile scenario italiano che andava evitato. Il Pci, dunque, teorizzava autonomamente l’impossibilità di andare al governo, anche vincendo le elezioni, in assenza di un preventivo accordo con la Dc, di una alleanza con i ceti medi e di un patto col padronato. In realt?, appare evidente come l’ipotesi dello “scenario cileno” abbia favorito una lettura rovesciata (cioé, “mai più senza fucile”) di quella posta a fondamento del “compromesso storico”. Interpretazione che motivava ulteriormente la scelta della rottura rivoluzionaria di quel vuoto simulacro rappresentato da una democrazia a sovranit? limitata che era la Repubblica italiana. Per tutto questo si veda il famoso saggio berlingueriano: “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”, in Rinascita, 28 settembre, 5 e 9 ottobre 1973.

7 Convenzione europea per la repressione del terrorismo, Strasburgo, 1977, ratificata dalla Francia solo nel dicembre 1987; “Convenzione per le estradizioni dell’Unione Europea”, Dublino, settembre 1996.

Università della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla Digos

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Lapsus…

Il Br dissociato Valerio Morucci era stato invitato, nella veste di ventriloquo del ministero dell’Interno, a tenere il 12 gennaio 2009 una lezione nell’università La Sapienza di Roma.
Questa vicenda segnala un rischio per la libertà di ricerca, di insegnamento, di studio, per la cultura di questo paese che sembra aver perso ogni germoglio critico, sprofondato nel sonno della ragione.
Che storia può mai essere quella promossa dal ministero dell’ordine e della sicurezza? Da quando in qua la polizia di Stato si occupa dei programmi universitari?
Il rettore della Sapienza, prof. Luigi Frati, ha provocatoriamente dichiarato che l’unico luogo per tenere una lezione di storia degli anni 70 sarebbe via Fani, come a dire che gli anni 70 possono essere studiati solo sui marciapiedi o gli angoli di strada dove sono avvenuti gli attentati (a dire il vero, un’altro dissociato, Alberto Franceschini, ebbe la “geniale idea” di farsi intervistare da Claudio Martelli proprio in via Fani, suscitando lo sdegno generale degli stessi che oggi invece, all’improvviso, hanno cambiato idea). In realtà potremmo anche accettare questa proposta, a patto che si possa fare altrettanto nelle piazze e nelle stazioni dove sono avvenute le stragi  di Stato, nelle carceri dove sono state represse le lotte dei detenuti, sulle strade, nelle fabbriche, le università, le campagne dove sono stati uccisi manifestanti, scioperanti, semplici cittadini, giovani militanti, sindacalisti, operai, braccianti, dalle forze di polizia in assetto di ordine pubblico. Oltre 200 morti solo dal 1945 al 1969… dopo vennero gli anni 70. Ma forse – si potrebbe obiettare – i luoghi migliori sarebbero quei cantieri e quelle fabbriche dove si muore di lavoro: come il petrolchimico di Porto Marghera, l’Icmesa di Seveso o la Thyssenkrupp. Già, il lavoro salariato, questo perfetto rimosso del nostro tempo. È lì dentro che sta l’arcano della rivolta armata che mette ancora tanta paura.


Università della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla Digos

Paolo Persichetti
Liberazione
3 gennaio 2009

È stata annullata la conferenza che l’ex brigatista Valerio Morucci doveva tenere il 12 gennaio presso l’università La Sapienza di Roma. La decisione è stata presa dal preside della facoltà di Scienze Umanistiche Roberto Nicolai. Morucci doveva tenere un seminario su «Cultura, violenza e memoria» all’interno di una delle lezioni del prof. Giorgio Mariani, ordinario di Letteratura angloamericana e promotore dell’iniziativa. Morucci non è nuovo ad incontri del genere, come quello tenuto al liceo Giulio Cesare tempo addietro per discutere uno dei suoi ultimi libri. Niente di veramente nuovo, dunque; come abbastanza scontato è stato il vespaio di polemiche suscitato dalla notizia. La vera novità (questa sì piuttosto grossa) si trova, invece, nelle giustificazioni addotte dal prof. Mariani per spiegare le ragioni dell’invito. In una lettera, scritta il 28 dicembre, inviata ai colleghi di facoltà, Mariani sostiene d’aver invitato Morucci «perché sollecitato da un ufficiale della polizia di Stato che segue il percorso post-carcerario di alcuni ex terroristi». Le autorità di polizia e di giustizia – prosegue il docente – «vedono con favore questi incontri che aiutano le nuove generazioni a scansare la tentazione di ripetere scelte sbagliate, in particolare in un momento in cui la protesta legittima di studenti e giovani si fa sentire nuovamente». Capita l’antifona, studenti dell’ Onda?

Università La Sapienza di Roma

Università La Sapienza di Roma

Il funzionario in questione, stando alle parole del rettore della Sapienza Luigi Frati, sarebbe un importante funzionario della Digos (anche se in serata è poi giunta la smentita di rito da parte di questo ufficio della questura). Da tempo va di moda la polemica contro il «presenzialismo mediatico» degli ex militanti della lotta armata. Ora apprendiamo, però, che dietro alcuni di loro – perlopiù ultradissociati e collaboratori di giustizia – agiscono come veri e propri agenti editoriali e addetti alla pubbliche relazioni dei funzionari del ministero degli Interni. Circostanza che chiarisce la reale natura della narrazione degli anni 70 che costoro portano avanti. A questo punto non si comprendono nemmeno i motivi della polemica da parte di chi ne dovrebbe ricavare solo vantaggio. Ma la stupidità è un tratto tipico di molti reazionari attuali. Tempo fa Morucci ha rivendicato il diritto di parola, evocando l’articolo 21 della costituzione. Per farne cosa? Adesso lo sappiamo: diffondere la verità ufficiale del ministero degli Interni, alla faccia della libertà di pensiero.
Solo in un paese dove le parole hanno perso senso e il senso le parole può accadere una cosa del genere. Tutto questo perché sugli anni 70 incombe tuttora l’ipoteca dell’emergenza. A quando una storia libera di essere studiata e discussa senza discriminazioni e senza funzionari di polizia che vengono a suggerirci i testi e gli autori?


L’intervista: il prof dell’invito: «
Era utile ascoltare i suoi tragici errori»

Carlo Piccozza
la Repubblica del 3 gennaio 2009

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Quando la storia la scivevano dagli uffici del governo

Roma – Professor Giorgio Mariani, perché una lezione alla Sapienza di un ex brigatista rosso?
«L’idea era di avere un dialogo con lui, non di farlo salire in cattedra. L’esperienza di chi, come Valerio Morucci, dopo scelte tragicamente sbagliate, valuta criticamente il suo passato, può essere di insegnamento, soprattutto ai giovani. Mentre gli studenti tornano all’impegno politico, avverto la necessità di aiutarli ad acquisire le armi della critica che sono l’antidoto più efficace contro la tentazione macabra delle armi vere».

Ma alcuni suoi colleghi l’hanno criticata sostenendo che non può mettere in relazione la protesta degli studenti con la pratica terroristica.
«Non c’è relazione, infatti, ma la biografia di Morucci nel racconto Schegge di memoria, pomo della discordia dell’incontro da me annullato, non è un recupero romantico né una demonizzazione del movimento studentesco. Solo un’analisi. Una interpretazione critica, forte della memoria sugli errori consumati nel percorso del dopo ’68. Perché scandalizzarzi? Dare la parola a chi ha fatto scelte tragicamente sbagliate, per me non significa legittimare chicchessia. E poi quell’iniziativa mi era stata suggerita da un funzionario di polizia che segue il percorso post-carcerario di alcuni ex terroristi e che sarebbe stato presente all’incontro».

La questura di Roma smentisce, però, che l’incontro sia stato suggerito da qualche funzionario della Digos.
«Non so se fosse della Digos. Ma che fosse un funzionario di polizia, sono certo. D’altro canto quando Morucci si incontrò con gli studenti del liceo Giulio Cesare, lo fece accompagnato da agenti di polizia».

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I Ravveduti
Sbagliato andare a Casapound, andiamo nelle periferie
Le veline del manifesto


Le veline del Manifesto

C’era una volta un giornale comunista. Al manifesto piace la storia raccontata dal ministero degli Interni
Per Morucci, porte chiuse alla Sapienza

Iaia Vantaggiato
il manifesto
2 gennaio 2009

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Lapsus...

“Certo, fa una certa impressione pensare che a Rabin e Arafat abbiano potuto dare il nobel per la pace e in Italia fa scandalo anche solo il fatto che un  ex-terrorista vada a parlare all’università della sua storia”, commenta Valerio Morucci, ironico ma anche furibondo. Sull’esito dell’ennesimo “scandalo” che lo ha coinvolto, Morucci si fa poche illusioni: è pronto a scommettere che la “lezione” che avrebbe dovuto tenere il 12 gennaio all’università “La Sapienza” di Roma – titolo Schegge di memoria – non ci sarà. La levata di scudi di studenti e docenti, spalleggiata dallo stesso rettore Luigi Frati è bastata e avanzata per convincere il professor Giorgio Mariani, docente di letteratura anglo-americana alla facoltà di Scienze umanistiche, a ripensarci. Dopo le proteste, in questi casi inevitabili, Frati non ci era andato giù leggero. Aveva convocato il preside della facoltà, Nicolai, per esprimergli i sensi del suo più totale disaccordo. Nel caso la sua posizione non risultasse abbastanza chiara aveva aggiunto un truculento testata-manifesto consiglio, quello di “tenere il seminario nello stesso luogo e alla stessa ora in cui il gruppo di fuoco delle Br ha massacrato gli innocenti che facevano da scorta ad Aldo Moro”. Valerio Morucci, ex Potere operaio, ha fatto effettivamente parte del commando Br di via Fani ed è stato poi, con l’allora compagna Adriana Faranda, il “postino delle Br”, incaricato di consegnare tutti i messaggi copj13 brigatisti, nei 55 giorni del sequestro. Sua, tra l’altro, l’ultima telefonata, quella a professor Franco Tritto, in cui le Br annunciavano l’uccisione di Moro e indicavano il luogo dove ritrovare la salma. Uscito dalle Br anche in seguito al dissenso sull’esito di quella tragica vicenda (Morucci era contrario all’uccisione di Moro) è stato tra i primi terroristi a dissociarsi dalla lotta armata. Uscito di prigione, ha scritto numerosi libri sia di narrativa che di analisi storico politica sulle vicende che lo hanno visto protagonista, ed è probabile che anche in questa veste fosse stato invitato a tenere il seminario incriminato da un professore di letteratura  angloamericana. Nel seminario, Morucci avrebbe parlato del suo percorso politico e individuale, dal ’68 alla militanza in Potere operaio allo stretto rapporto con Giangiacomo Feltrinelli, l’editore guerrigliero capo dei Gap. Non avrebbe giustificato nulla ma spiegato molto, come ha già fatto nei suoi molti e apprezzati libri. Avrebbe aiutato a capire, senza indulgenze e senza sciocchi anatemi, come e perché in Italia, non molti anni fa sia nato e cresicuto un fenomeno armato senza pari in occidente. Quello che dovrebbe fare un paese deciso a capire e non a demonizzare. Quello che dovrebbero fare università e rettori degni del nome.

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Francia, la magistratura congela la chiusura degli anni di piombo

Per una intervista al settimanale l’Express, sospesa la semilibertà a Jean-Marc Rouillan, cofondatore di Action directe

di Paolo Persichetti

Liberazione 10 ottobre 2008

La sintesi di una intervista anticipata mercoledì 1 ottobre sul sito internet del settimanale L’Express è costata la sospensione della semilibertà a Jean-Marc Rouillan, cofondatore di Action directe, il gruppo armato dell’estrema sinistra francese attivo negli anni 80. La misura sospensiva emessa dal magistrato di sorveglianza è intervenuta su richiesta della procura generale di Parigi, titolare in materia di antiterrorismo, che ha domandato la revoca della misura prim’ancora che il testo integrale dell’intervista apparisse nelle edicole.
Dal 2 ottobre Rouillan è di nuovo rinchiuso nel carcere marsigliese delle Baumettes, da dove usciva ogni mattina per raggiungere il suo posto di lavoro presso la casa editrice Agone, in attesa che il prossimo 16 ottobre il tribunale di sorveglianza si pronunci sulla legittimità della richiesta di revoca. All’ex militante di Action directe, la cui domanda di liberazione condizionale doveva essere esaminata il prossimo dicembre, la procura contesta alcune frasi contenute nell’intervista uscita in contemporanea anche sulle pagine di Libération il 2 ottobre. L’anticipazione dell’Express ha bruciato sui tempi il quotidiano parigino che non ha mancato di sollevare una piccola polemica rilevando il carattere «un po’ delinquenziale» di chi dietro la frenetica caccia allo scoop ha innescato un artificioso caso mediatico sulla pelle di un ergastolano. Ed in effetti l’intera vicenda puzza di strumentalizzazione costruita ad arte.
Secondo la procura, Rouillan avrebbe «infranto l’obbligo di astenersi da qualsiasi tipo d’intervento pubblico relativo alle infrazioni per le quali è stato condannato». Condizione che gli era stata imposta al momento della concessione della semilibertà nel dicembre 2007, dopo aver trascorso 20 anni di reclusione tra isolamento e carceri speciali. Il suo avvocato, Jean-Louis Chalanset, contesta però questa interpretazione che considera «infondata giuridicamente». E non ha tutti i torti perché gran parte delle risposte fornite dall’ex esponente di Ad riguardano, in realtà, la sua adesione al processo costituente del Nuovo partito anticapitalista che sta raccogliendo attorno a se la galassia della sinistra sociale e antagonista francese. Ingresso di cui aveva parlato la stampa la scorsa estate dopo un incontro avuto con Olivier Besancenot, il porta parola della Lcr che da mesi svetta nei sondaggi ed ha promosso questo processo d’unificazione.
«Dopo 22 anni di carcere – dichiara l’ex membro di Ad – ho bisogno di parlare, di apprendere di nuovo dalle persone che hanno continuato a lottare in tutti questi anni (…) la mia adesione è una scelta individuale». Che lo scandalo suscitato dalle sue parole sia il prodotto di una manipolazione emerge chiaramente dal raffronto dei due diversi resoconti realizzati dai giornalisti che l’hanno incontrato, Michel Henry di Libération e Gilles Rof dell’Express. Nel testo apparso su Libération vengono riportate delle affermazioni estremamente posate. Rouillan spiega come s’immagini «semplice militante di base. L’epoca dei capi è finita. Sono entrato nell’Npa per imparare dagli altri. Vorrei che dimenticassero chi sono». Ben 11 delle 20 domande riportate sull’Express insistono sulle ragioni di quest’adesione, dunque sul presente, non sul passato. Rouillan non si sottrae però a domande più difficili e spiega a Libération che seppur «assumo pienamente la responsabilità del mio percorso, non incito però alla violenza (…) se lanciassi un appello alla lotta armata commetterei un grave errore». Quando viene incalzato precisa che «il processo della lotta armata per come si è manifestato dopo il 68, nel corso di un formidabile slancio di emancipazione, non esiste più». E di fronte alle ulteriori, e a questo punto tendenziose insistenze del giornalista dell’Express, puntualizza che «quando ci si dice guevarista [il riferimento è a un’autodefinizione di Besancenot, Ndr] si può rispondere che la lotta armata è necessaria in determinati momenti storici. Si può avere un discorso teorico senza per questo fare della propaganda all’omicidio». Nel resto dell’intervista descrive sommariamente la sua concezione conflittuale della lotta politica e il senso di smarrimento di fronte ai disastrosi mutamenti della società scoperti dopo l’uscita dal carcere. Ricorda infine che degli ultimi 4 prigionieri di Ad, una di loro è morta e due sono gravemente malati, risultato dei durissimi anni di detenzione subiti.
Insomma nonostante lo sforzo di fargli dire dell’altro, Rouillan è chiaro. Tuttavia la procura e subito dietro i commentatori della stampa di destra come di sinistra, la presidente di Sos-attentats, un’associazione di vittime del terrorismo, hanno duramente stigmatizzato le sue parole denunciando l’assenza di rimorsi, la mancanza di una richiesta di perdono, intimando a Besancenot di liberarsi di una presenza ingombrante, equivoca, «ripugnante».
Eppure se ci si sofferma qualche istante sull’intervista, ci si accorge che Rouillan non ha fatto altro che attenersi alle prescrizioni del magistrato: «Non ho il diritto di esprimermi sull’argomento… – dice – ma il fatto che non mi esprima è già una risposta. È evidente che se mi pentissi del passato potrei esprimermi liberamente. Ma attraverso quest’obbligo al silenzio s’impedisce alla nostra esperienza di tirare un vero bilancio critico».
Il direttore della redazione dell’Express, Christophe Barbier, alla notizia dell’intervento della procura ha reagito spiegando che se il bilancio di Action directe è «indifendibile», Rouillan è comunque «un cittadino che continua a pagare il suo debito con la società» e ha «diritto alla libertà di espressione». Gilles Rof, il giornalista freelance che ha ceduto il suo pezzo all’Express, si è detto «scioccato» dalla reazione della magistratura e dal cortocircuito mediatico che ha deformato le affermazioni di Rouillan, rivelando che questi per ben due volte in passato aveva rifiutato l’intervista per alla fine accettare a condizione di rileggerne il testo prima della pubblicazione. «Non ha mai detto che non esprimeva rimorso per l’uccisione di Georges Besse [il presidente-direttore generale della Renault ucciso nel 1986, Ndr]. Anzi ha riscritto con cura la risposta per dire che non aveva il “diritto di esprimersi” non che non poteva esprimersi». Benché non avesse concordato domande sui fatti oggetto della condanna, Rof sostiene che evitare l’argomento avrebbe posto una questione di credibilità all’intervista.
Niente di quanto abbia fatto Rouillan durante la semilibertà, o detto nell’intervista, risulta reprensibile. Tra i requisiti previsti dalla legge francese non vi è alcun obbligo di regret, ovvero d’esprimere ravvedimento. Le condizioni poste riguardano invece la verifica della cessata pericolosità sociale e gli obblighi civili di risarcimento. In realtà Rouillan quando sottolinea che il silenzio imposto sui fatti sanzionati dalla legge impedisce la possibilità di una vera rielaborazione critica e pubblica del proprio percorso, mette il dito nella piaga. Sono gli ostacoli frapposti al lavoro di storicizzazione, che presuppone un dibattito pubblico senza esclusioni e preclusioni, che impediscono il processo di oltrepassamento relegando un periodo storico negli antri angusti dei tabù sacralizzati, dell’indicibile se non nella forma dell’esorcismo che ha solo due forme espressive: l’anatema o il pentimento. Qualcosa di simile sta accadendo anche in Italia, dove il paradigma del complotto che ha imperversato per due decenni è stato soppiantato dalla demonizzazione pura e semplice. Così oggi Rouillan rischia di essere ricacciato negli inferi del fine pena mai sulla base di una mancata abiura. Delitto teologico che già ha fatto parlare alcuni di «reato d’opinione reinventato» (Daniel Schneiderman su Libération del 6 ottobre).
Questo intervento della magistratura sembra dare voce al dissenso di una parte degli apparati, e probabilmente di una parte dello stesso ministero della Giustizia, verso la politica messa in campo nei confronti dei residui penali dei conflitti politico-sociali degli anni 70-80. Infatti, dopo una iniziale politica di segno opposto, Nicolas Sarkozy è sembrato rendersi conto – forse anche sulla scia della vicenda Petrella – dell’utilità che poteva rappresentare la chiusura degli «anni di piombo». Sono altre le emergenze che preoccupano il presidente francese. Le nuove politiche sicuritarie si indirizzano altrove: migranti, banlieues, integralismo islamico. I residui penali del novecento rappresentano una zavorra anche per la visibilità sociale dei vecchi militanti incarcerati, sostenuti da una parte della società civile che ne chiede da tempo la scarcerazione. Così il 17 luglio scorso è stata concessa la liberazione condizionale a Nathalie Ménigon, anche lei membro di Action directe e con diversi ergastoli, in semilibertà da un anno. Prima di lei, Joëlle Aubrun, arrestata nel 1987 con Rouillan, Ménigon e Georges Cipriani, aveva ottenuto negli ultimi mesi di vita la sospensione della pena a causa delle gravi condizioni di salute.
Nel quadro delle prescrizioni indicate dalla nuova legge sulla «retenzione di sicurezza» (vedi Queer del 13 luglio 2008), Georges Ibrahim Abdallah, Régis Schleicher, Georges Cipriani, Max Frérot, Emile Ballandras, tutti prigionieri politici con oltre 20 anni di carcere sulle spalle, sono stati concentrati nell’istituto penitenziario di Fresnes, nella periferia sud di Parigi, dove è presente il centro d’osservazione nazionale incaricato di valutare la pericolosità sociale dei detenuti prima che questi vengano ammessi al regime in prova della semilibertà e successivamente in libertà condizionale.
A questo punto la decisione che dovrà prendere la magistratura di sorveglianza il prossimo 16 ottobre non investe solo la sorte di Rouillan, ma il destino dell’intera “soluzione politica”. Intanto oggi e domani si tiene a Parigi un convegno di studi organizzato da uno degli istituti universitari più prestigiosi, la grande école di science po, sostenuto dall’istituto culturale italiano, il comune di Parigi, dedicato a «L’Italia degli anni di piombo: il terrorismo tra storia e memoria». Che sia utile a far riflettere i giudici?