La rivoluzione non è affare di partito

Dietro l’ansia identitaria una concezione proprietria del comunismo

Oreste Scalzone

Liberazione domenica 11 gennaio 2009

Ve la vedete la faccia di Marx di fronte alla frase con cui il Segretario generale dell’Unione degli scrittori della Ddr commentò i moti operai del 53 a Berlino-Est: «La classe operaia di Berlino ha tradito la fiducia che il marx1 Partito gli aveva riposto: ora dovrà lavorare duro per riguadagnarsela!» (e che Brecht aveva parafrasato col celebre «Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo»)?
Ve la vedete la faccia di Marx di fronte all’ “economia socialista di mercato”, agli attuali livelli salariali della Cina popolare (per non parlare degli Ogm, della pena di morte e così via)?
Ve la vedete la faccia di Marx al sentir dire, da chi si professa comunista, che «La legalità è il potere dei senza potere»? Ve la vedete la faccia di Marx, al sentir parlare di “identità comunista” ? Il «movimento reale che… aufheben (distrugge, oltrepassa, abolisce, deborda, esorbita) lo stato di cose presente» ridotto a identità, a patrimonio, cioè a qualcosa di proprietario. Identità, nelle sue due fondamentali accezioni – quella di identicità, e quella di distinzione, di identificazione per differenza – è opposto a comune. Nel primo significato, “identità” richiama la serialità, come nella produzione di serie, nell’astratta egalizzazione dei soggetti, come nel caso del cittadino, dell’elettore; nel secondo, rinvia all’astrazione dell’individuo, distinto, differenziato dagli altri e contrassegnato in modo corrispondente, come col numero di serie. Comunismo, comunanza, comunità, messa-in-comune, sono altra cosa rispetto ad entrambi i termini. Comunismo dovrebbe designare il «denominator comune», gli elementi comuni, fra singolarità concrete.
Ve la vedete la faccia di Marx, al sentir dire che la liberazione del proletariato, cioè della specie degli «esseri parlanti» può esser realizzata dall’alto, a mezzo di governo, cioè nelle relazioni di statalità, nel quadro e ad opera di una qualsivoglia forma di Stato?
Ve la vedete la faccia di Marx, a sentirsi dire che il comunismo è morto, è mezzo morto, è nato, sta di casa… e roba simile? Ve la vedete, compagne e compagni, la faccia di Marx, scoprire che una serie di «fronti di lotta» – contro fascismi, colonialismi, imperialismi, dominazioni e oppressioni d’ogni tipo, antiche e moderne, locali e globali, a logiche misogine, omòfobe, etnocentriste, a dispotismi dai più diversi caratteri – divengono alternativi alla lotta per oltrepassare, abolire, fuoriuscire dal sistema integrato capitalistico-statale che è la tendenza dominante dalla modernità in qua?
Ve la vedete la faccia di Marx, di fronte a compagni che – avendo assolutizzato questi temi e ambiti di lotta, fino a considerarli non già estensioni e corollari del «comunismo», oppure terreni primordiali che si condividono anche con altri – ne hanno invece fatto una ragione sociale appannaggio di una “identità comunista” (trasformata in vera e propria ideologia, cultura di sostituzione teorica e pratica della critica radicale, della sovversione). Per non parlare del diffondersi di spiegazioni perfettamente paranoiche dei processi sociali (le teorie del complotto, le non-congetture sofistiche, dunque mai suscettibili di confutazione; l’adesione a forme di razionalizzazione pubblica di deliri identitari, vittimari, di figure e varianti, della «passione triste» del risentimento, razionalizzazione, dicevamo, in termini di alienazione giustizierista, concime per il montante populismo penale degli Stati.
[…] Forse, come afferma Jacques Elul, la forma dell’azione rivoluzionaria oggi è quella di movimenti, “asintotici”, in qualche modo oltre le grandi Rivoluzioni, per così dire “classiche”. In un certo senso, l’espressione «il fine è nulla, il movimento è tutto», era inaccettabile perché il suo coniatore per movimento intendeva più o meno le cooperative; però, posta in tutt’altro contesto di senso, essa può ben interpretare la frase marxiana su ciò che “chiamiamo comunismo”, e restituirci il senso di una scommessa sempre riaperta e sempre in corso. Certo però che, di fronte a queste sfide enormi, i piccoli legittimismi identitari suonano davvero derisori.
Tornando al nostro “mondo piccolo”: la fine di un laboratorio aperto, qual è stato in questi anni Liberazione di Piero Sansonetti, è una ragione seppur piccola di disperare un po’più. «La rivoluzione – scriveva Otto Ruhle – non è, non può essere affare di Partito».

Potete trovare il testo integrale su http://orestescalzone.over-blog.com

Bossnapping, ovvero manuale operaio per la trattativa forzata

File picture of an employee of US tyre-maker Goodyear standing in front of burning tires at the entrance of the plant in Amiens, northern France
Mappa delle resistenze operaie: le altre Innse d’Italia
Innse, un modello di lotta da seguire
Francia, le nuove lotte operaie
New Fabbris, fabbrica minata dagli operai
Bossnapping, gli operai di Continental strappano l’accordo
Il sesso lo decideranno i padroni, piccolo elogio del film Louise Michel

Grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe
Il Bossnapping vince: la Caterpillar cede
Bossnapping, una storia che viene da lontano
Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
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rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia?
Rabbia populista o nuova lotta di classe?

«Le misure alterantive al carcere sono un diritto del detenuto»

L’intervista: parla Alessandro Margara

Paolo Persichetti, Liberazione 4 gennaio 2009

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Tratto da Scarceranda 2009

Ricorre in questi giorni il decennale della morte di Mario Gozzini (2 gennaio 1999). Esponente del cattolicesimo di sinistra, cresciuto accanto a Giorgio La Pira ed Ernesto Balducci, fu senatore della Sinistra indipendente durante la stagione del catto-comunismo e primo firmatario della legge 663, del 1986, che ripristinò, ampliandola, la riforma penitenziaria varata nel 1975 (legge 334), ma la cui applicazione era stata sospesa negli anni dell’emergenza antiterrorismo e che – impropriamente – porta da allora il suo nome.
In realtà alla stesura del testo avevano contribuito in molti: il giurista socialista Giuliano Vassalli, allora presidente della commissione Giustizia (il cui vice era proprio Mario Gozzini), Raimondo Ricci, giurista e avvocato comunista, e Domenico Gallo, professore di diritto penale di area cattolica. Quella “riforma della riforma” varata e poi bloccata 11 anni prima, sotto la spinta e al prezzo di una durissima stagione di lotte carcerarie, non raccoglieva soltanto l’assenso dell’intero «arco costituzionale» (tutte le forze politiche presenti in parlamento, fatta eccezione per i fascisti del Msi), l’impulso dei ministri della Giustizia che si susseguirono durante l’iter parlamentare (i democristiani Martinazzoli e Rognoni) ma anche il contributo di figure riformatrici della magistratura di sorveglianza, come Mario Canepa e Giancarlo Zappa, degli allora dirigenti del dipartimento

La misura alternativa più antica del mondo...

La misura alternativa più antica del mondo…

dell’amministrazione penitenziaria, Nicolò Amato e Luigi Daga, nonché – come ricordò spesso lo stesso Gozzini – dell’area della detenzione politica legata alla dissociazione dalla lotta armata. Approvata nell’ottobre del 1986, e nata inizialmente per abolire le limitazioni imposte dalla legislazione d’emergenza, la nuova legge si trasformò in una vera e propria rivisitazione dell’ordinamento penitenziario introdotto nel 1975, superandone in alcune parti prudenze e timidezze. Restò tuttavia marcata dall’impostazione premialistica, con un forte approccio moralistico a sfondo cattolico che pochi mesi dopo si tradusse nella terza legge sulla «dissociazione dalla lotta armata» del febbraio 1987.
22 anni dopo la sua entrata in vigore, proviamo a tracciare un bilancio sulle luci e le ombre di un dispositivo che ha indubbiamente modificato il carcere, mutato il rapporto con la pena attenuandone (di quanto?) l’impostazione afflittiva, recependo (fino a che punto?) il dettato dell’articolo 27 della costituzione, cambiando la relazione tra la società esterna e il mondo della reclusione. Ne parliamo con Alessandro Margara che è stato magistrato di sorveglianza a Firenze, capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (messo prematuramente alla porta dal controriformatore Oliviero Diliberto, il ministro della Giustizia che reintrodusse i Gom accogliendo le pressioni provenienti dai sindacati della polizia penitenziaria), ed oggi è presidente della fondazione Michelucci di Fiesole.

La legge Gozzini è sotto attacco. In parlamento sono stati calendarizzati diversi disegni di legge (ddl Berselli e altri) che ne prevedono l’abolizione. La destra ne ha fatto un suo cavallo di battaglia mentre la sinistra, travolta dal giustizialismo, non sembra molto interessata a fare resistenza.

Rispetto al testo iniziale, questa legge ha già subito ripetute modifiche. Nel clima d’emergenza antimafia del 90-92 subentrarono delle restrizioni (limiti all’accesso e carcere duro) contro i reati legati alla criminalità organizzata. Nel 1998 ci fu invece una estensione in favore dei reati minori, con pene non superiori ai 3-4 anni (legge Simeone).

E’ vero che i benefici penitenziari contribuiscono ad accrescere il numero dei reati, come sostengono i fautori della certezza della pena?
Questa tesi è smentita da dati ufficiali del Dap. La ricerca più esauriente è del 2006 e dice che nell’arco dei 7 anni precedenti, nel periodo che va dalla fine del 1999 al 2005, la recidiva di chi ha usufruito delle misure alternative o dei benefici penitenziari ha avuto un tracollo, appena lo 0,30%. Nei 5 anni successivi alla fine della pena scende invece al 19% per chi ha ottenuto i benefici, mentre sale al 68,5%, cioè più di tre volte tanto, per chi ne è stato escluso. Ciò dimostra che la pena inflessibile è il vero incentivo a delinquere.

Ma ci sarà pure qualche ombra?
Certo, c’è sempre una parte di rischio dovuta ad errori di valutazione. Ma anche qui i dati ci dicono che le revoche delle misure alternative arrivano appena al 4%. Attenzione, le revoche sono originate da problemi di condotta indisciplinata, di mancato rispetto delle prescrizioni (per esempio ritardi, allontanamenti non autorizzati ecc.). Molti di questi sono tossicodipendenti che trasgrediscono il programma terapeutico stabilito. In realtà soltanto nello 0,14% dei casi, l’1 per mille, sono stati accertati nuovi reati.

Molti studi di settore dimostrano che i tribunali di sorveglianza ricorrono ad una interpretazione impropria della recidiva per i tossicodipendenti. Dove per recidiva non si intende più la realizzazione di un nuovo reato ma la semplice ricaduta nel consumo di droghe.
Per definizione clinica quello della tossicodipendenza è un percorso di recupero segnato da ricadute, tant’è che per il testo della legge la semplice assunzione di stupefacenti non è di per sé una ragione di revoca. L’insuccesso momentaneo del programma non dovrebbe quindi provocare revoche automatiche. Purtroppo qui è intervenuto l’irrigidimento della Fini-Giovanardi.

Nella realtà quotidiana degli uffici di sorveglianza le revoche sono pressoché automatiche, mentre l’ammissione alle misure alternative, anche in presenza dei requisiti previsti e del parere favorevole degli operatori e dei direttori del carcere, resta sottomessa alla valutazione personale del magistrato. L’assenza di automatismi non è forse uno dei limiti strutturali della legge?
Bisogna distinguere tra testo della legge e indirizzo delle magistrature di sorveglianza. Nella “faticosa valutazione” del giudice c’è ovviamente una certa discrezionalità, ma non deve essere una discrezionalità vuota. Permessi, semilibertà, misure alternative sono strumenti di esecuzione ordinaria della pena. È testuale che non si tratta di “benefici” e che esiste dunque un diritto alla concessione. Nella sentenza numero 282, del 1989, la corte costituzionale afferma che le misure alternative non sono una concessione “graziosa” ma un diritto da applicare quando ne ricorrano le condizioni.

Si può dire che da alcuni anni si è affermato nei tribunali di sorveglianza un atteggiamento culturale che tende a sabotare la Gozzini utilizzando le contraddizioni presenti nella legge?
Quando un giudice comincia ad obiettare troppo fuoriesce dalla sua funzione. In questo caso siamo di fronte all’assunzione di un ruolo, quello di difensore della pena, che il magistrato di sorveglianza non ha. La legge gli assegna un altro ruolo, quello di gestore della pena.

Eppure una nuova leva di giudici sembra agire quasi come un quarto grado di giudizio.
Quando accade è un comportamento extra legem. Non compete loro una valutazione del fatto processuale già giudicato dai giudici della sentenza. La pena è già il riassunto di quello che la condanna ha detto.

Il fatto che molti magistrati di sorveglianza vengano dalla procure antimafia è una cosa casuale o dettata da una strategia ben precisa finalizzata a costruire collaboratori di giustizia (pentiti) in ambito carcerario?
Mi sembra un giudizio temerario. Credo che ciò si spieghi soprattutto con l’incombere in un certo periodo della legge Castelli sulle carriere dei magistrati.

L’applicazione flessibile della pena, che ispira la filosofia della Gozzini, ha tra i suoi risvolti anche il fatto che la pena sia divenuta una sorta processo permanente.
Questo è un tema cruciale nelle filosofie del sistema penale. Nel quadro del nostro ordinamento, dove permangono pene lunghe come l’ergastolo, la corte costituzionale ha stabilito, nel 1974, che l’esecuzione deve essere flessibile. C’è un diritto soggettivo della persona detenuta che dopo un certo tempo ha diritto alla verifica del proprio percorso. Ovviamente la flessibilità espone al rischio di arbitrarietà. Ma senza la flessibilità non vi sarebbe sistema e la ricchezza delle valutazioni nel tempo diventa liberatrice. Se il sistema funziona.

Università della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla Digos

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Lapsus…

Il Br dissociato Valerio Morucci era stato invitato, nella veste di ventriloquo del ministero dell’Interno, a tenere il 12 gennaio 2009 una lezione nell’università La Sapienza di Roma.
Questa vicenda segnala un rischio per la libertà di ricerca, di insegnamento, di studio, per la cultura di questo paese che sembra aver perso ogni germoglio critico, sprofondato nel sonno della ragione.
Che storia può mai essere quella promossa dal ministero dell’ordine e della sicurezza? Da quando in qua la polizia di Stato si occupa dei programmi universitari?
Il rettore della Sapienza, prof. Luigi Frati, ha provocatoriamente dichiarato che l’unico luogo per tenere una lezione di storia degli anni 70 sarebbe via Fani, come a dire che gli anni 70 possono essere studiati solo sui marciapiedi o gli angoli di strada dove sono avvenuti gli attentati (a dire il vero, un’altro dissociato, Alberto Franceschini, ebbe la “geniale idea” di farsi intervistare da Claudio Martelli proprio in via Fani, suscitando lo sdegno generale degli stessi che oggi invece, all’improvviso, hanno cambiato idea). In realtà potremmo anche accettare questa proposta, a patto che si possa fare altrettanto nelle piazze e nelle stazioni dove sono avvenute le stragi  di Stato, nelle carceri dove sono state represse le lotte dei detenuti, sulle strade, nelle fabbriche, le università, le campagne dove sono stati uccisi manifestanti, scioperanti, semplici cittadini, giovani militanti, sindacalisti, operai, braccianti, dalle forze di polizia in assetto di ordine pubblico. Oltre 200 morti solo dal 1945 al 1969… dopo vennero gli anni 70. Ma forse – si potrebbe obiettare – i luoghi migliori sarebbero quei cantieri e quelle fabbriche dove si muore di lavoro: come il petrolchimico di Porto Marghera, l’Icmesa di Seveso o la Thyssenkrupp. Già, il lavoro salariato, questo perfetto rimosso del nostro tempo. È lì dentro che sta l’arcano della rivolta armata che mette ancora tanta paura.


Università della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla Digos

Paolo Persichetti
Liberazione
3 gennaio 2009

È stata annullata la conferenza che l’ex brigatista Valerio Morucci doveva tenere il 12 gennaio presso l’università La Sapienza di Roma. La decisione è stata presa dal preside della facoltà di Scienze Umanistiche Roberto Nicolai. Morucci doveva tenere un seminario su «Cultura, violenza e memoria» all’interno di una delle lezioni del prof. Giorgio Mariani, ordinario di Letteratura angloamericana e promotore dell’iniziativa. Morucci non è nuovo ad incontri del genere, come quello tenuto al liceo Giulio Cesare tempo addietro per discutere uno dei suoi ultimi libri. Niente di veramente nuovo, dunque; come abbastanza scontato è stato il vespaio di polemiche suscitato dalla notizia. La vera novità (questa sì piuttosto grossa) si trova, invece, nelle giustificazioni addotte dal prof. Mariani per spiegare le ragioni dell’invito. In una lettera, scritta il 28 dicembre, inviata ai colleghi di facoltà, Mariani sostiene d’aver invitato Morucci «perché sollecitato da un ufficiale della polizia di Stato che segue il percorso post-carcerario di alcuni ex terroristi». Le autorità di polizia e di giustizia – prosegue il docente – «vedono con favore questi incontri che aiutano le nuove generazioni a scansare la tentazione di ripetere scelte sbagliate, in particolare in un momento in cui la protesta legittima di studenti e giovani si fa sentire nuovamente». Capita l’antifona, studenti dell’ Onda?

Università La Sapienza di Roma

Università La Sapienza di Roma

Il funzionario in questione, stando alle parole del rettore della Sapienza Luigi Frati, sarebbe un importante funzionario della Digos (anche se in serata è poi giunta la smentita di rito da parte di questo ufficio della questura). Da tempo va di moda la polemica contro il «presenzialismo mediatico» degli ex militanti della lotta armata. Ora apprendiamo, però, che dietro alcuni di loro – perlopiù ultradissociati e collaboratori di giustizia – agiscono come veri e propri agenti editoriali e addetti alla pubbliche relazioni dei funzionari del ministero degli Interni. Circostanza che chiarisce la reale natura della narrazione degli anni 70 che costoro portano avanti. A questo punto non si comprendono nemmeno i motivi della polemica da parte di chi ne dovrebbe ricavare solo vantaggio. Ma la stupidità è un tratto tipico di molti reazionari attuali. Tempo fa Morucci ha rivendicato il diritto di parola, evocando l’articolo 21 della costituzione. Per farne cosa? Adesso lo sappiamo: diffondere la verità ufficiale del ministero degli Interni, alla faccia della libertà di pensiero.
Solo in un paese dove le parole hanno perso senso e il senso le parole può accadere una cosa del genere. Tutto questo perché sugli anni 70 incombe tuttora l’ipoteca dell’emergenza. A quando una storia libera di essere studiata e discussa senza discriminazioni e senza funzionari di polizia che vengono a suggerirci i testi e gli autori?


L’intervista: il prof dell’invito: «
Era utile ascoltare i suoi tragici errori»

Carlo Piccozza
la Repubblica del 3 gennaio 2009

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Quando la storia la scivevano dagli uffici del governo

Roma – Professor Giorgio Mariani, perché una lezione alla Sapienza di un ex brigatista rosso?
«L’idea era di avere un dialogo con lui, non di farlo salire in cattedra. L’esperienza di chi, come Valerio Morucci, dopo scelte tragicamente sbagliate, valuta criticamente il suo passato, può essere di insegnamento, soprattutto ai giovani. Mentre gli studenti tornano all’impegno politico, avverto la necessità di aiutarli ad acquisire le armi della critica che sono l’antidoto più efficace contro la tentazione macabra delle armi vere».

Ma alcuni suoi colleghi l’hanno criticata sostenendo che non può mettere in relazione la protesta degli studenti con la pratica terroristica.
«Non c’è relazione, infatti, ma la biografia di Morucci nel racconto Schegge di memoria, pomo della discordia dell’incontro da me annullato, non è un recupero romantico né una demonizzazione del movimento studentesco. Solo un’analisi. Una interpretazione critica, forte della memoria sugli errori consumati nel percorso del dopo ’68. Perché scandalizzarzi? Dare la parola a chi ha fatto scelte tragicamente sbagliate, per me non significa legittimare chicchessia. E poi quell’iniziativa mi era stata suggerita da un funzionario di polizia che segue il percorso post-carcerario di alcuni ex terroristi e che sarebbe stato presente all’incontro».

La questura di Roma smentisce, però, che l’incontro sia stato suggerito da qualche funzionario della Digos.
«Non so se fosse della Digos. Ma che fosse un funzionario di polizia, sono certo. D’altro canto quando Morucci si incontrò con gli studenti del liceo Giulio Cesare, lo fece accompagnato da agenti di polizia».

Link
I Ravveduti
Sbagliato andare a Casapound, andiamo nelle periferie
Le veline del manifesto


Università della Sapienza: il seminario sugli anni 70 della Pantera

Libri – Esilio e Castigo, Paolo Persichetti, La città del sole 2005

I seminari sugli anni 70 (estratti dal capitolo 12 )

Agli inizi degli anni 90, gli apparati dell’emergenza mostrarono una notevole insofferenza e palesi timori di fronte al venir meno della ragione logo_pantera1 sociale che aveva giustificato l’esorbitanza del ruolo da loro assunto, il forte potere di supplenza acquisito. Orfani della lotta armata, nostalgici di quel conflitto, come i giapponesi sperduti nelle isole del Pacifico, esercitarono il massimo potere d’interdizione e di minaccia che era loro possibile. Ne sanno qualcosa quei militanti usciti temporaneamente dal carcere sul finire degli anni 80, dopo lunghe detenzioni preventive, e che tentarono di mettere in pratica la discontinuità politica annunciata. A metà del gennaio 1990 erano state avviate numerose occupazioni universitarie, fenomeno che si estese progressivamente a tutto il paese per circa tre mesi, dando vita al primo movimento del genere dopo la fine degli anni 70. Una coincidenza che colpì l’immaginario di molti commentatori e attori istituzionali, i quali vi avevano intravisto il rischio di una riedizione dei fatti del 1977. Una previsione più che azzardata, senza dubbio, ma estremamente rivelatrice dei timori di chi guardava a quegli avvenimenti. D’altronde la simbolicità dei luoghi e di alcuni riti sembrava rievocare la gioventù di molti giornalisti che scrivevano su quegli eventi. Contenuti e modalità erano, in realtà, profondamente differenti, ma l’evocazione del passato tornava a ogni passo realizzato da quell’acerbo movimento, molto poco ideologizzato, con riferimenti culturali confusi e che stentava ad elaborare richieste precise.
Il confronto col passato veniva nel contempo riproposto da minoranze nostalgiche, come un riferimento da emulare; dalla pressione quotidiana dei media e degli apparati di polizia, come un modello da evitare. Continue prove d’affidabilità democratica, di rifiuto della violenza, di fedeltà istituzionale, venivano richieste a quei giovani prim’ancora che essi si fossero dati una forma, una identità, un progetto. L’ombra di un passato volutamente tenuto aperto agiva come un ricatto continuo sul presente, un’ipoteca su ogni possibile futuro.

I seminari
In omaggio all’apparizione misteriosa di un felino nelle campagne laziali, che le autorità avevano inutilmente tentato di catturare, quel movimento assunse il nome di Pantera. «La Pantera siamo noi», gridarono oltre esilio_castigoit centomila studenti scesi in strada. Le analisi del sangue non finivano mai, e forse proprio per questo venne dal suo interno la curiosità di conoscere e capire gli anni 70, quel passato prossimo così stregato e maledetto. Dietro quella domanda non c’era tanto la volontà di apprendere la grammatica di altre rivolte, quanto il desiderio di misurare distanze e differenze, potersi sentire finalmente diversi e assolti. Così a metà febbraio venne organizzato un ciclo di seminari itineranti all’interno dell’Università romana della Sapienza, uno dei centri più attivi delle occupazioni. Erano stati invitati a parteciparvi protagonisti, con o senza pendenze giudiziarie, semplici partecipanti degli anni 70, insieme a docenti, avvocati, giornalisti.
Il primo incontro si tenne del tutto casualmente (disponibilità immediata dell’aula) presso la facoltà di scienze politiche. Relatori della giornata erano Rina Gagliardi, all’epoca giornalista del Manifesto; Edoardo Di Giovanni, avvocato e figura storica del “Soccorso Rosso”, nonché membro del comitato che condusse la controinchiesta sulla strage di piazza Fontana; Raul Mordenti, docente universitario ed esponente del 77 romano.

Domande e risposte dal pubblico
Dopo la conferenza, al momento del dibattito col pubblico, tra le cui fila erano presenti giornalisti di diverse testate, uno studente rivolse un quesito sulle dinamiche che avevano portato alla scelta della lotta armata settori di movimento e sulle ripercussioni che ciò ebbe in gruppi come Lotta continua. Tra le varie risposte, tutte estremamente pacate e caratterizzate da analisi retrospettive, ce ne fu una proveniente da un imputato del processo Moro ter, scarcerato per decorrenza dei termini di detenzione preventiva, seduto tra gli spettatori. mini_zavoli
Il mattino successivo, Repubblica aprì con un richiamo in prima pagina: “Brigatisti all’Università, lezione di mitra in aula”. Ovviamente lo sconsiderato titolo ad effetto e buona parte dell’articolo interno, con tanto di foto, stravolgevano quanto era accaduto e lo spirito stesso dei seminari. Quell’uscita, che suscitò anche malumori nel quotidiano di piazza Indipendenza, perché aggrediva un movimento che al suo interno conteneva forti elementi di critica della stagione craxiana e della cultura commerciale delle televisioni berlusconiane, temi tradizionalmente cari alla redazione di quel giornale-partito, innescava un artificiale clima d’allarme. Si alludeva, infatti, ad un progetto d’infiltrazione e controllo del movimento da parte d’esponenti degli «anni di piombo». I quotidiani di destra, invece, ignorarono completamente l’episodio per ritornarvi sopra pesantemente solo dopo l’artificioso scandalo sollevato da Repubblica. I “liberal” di piazza Indipendenza potevano essere soddisfatti per aver scatenato la canea e tratto in salvo il governo del «Caf», la famosa alleanza della roulotte stipulata nell’ultima stagione della “Prima Repubblica” tra Craxi, Andreotti e Forlani, a cui non sembrava vero di poter uscire dall’angolo in cui erano stati messi dalla fortissima mobilitazione studentesca, utilizzando come capro espiatorio i «terroristi in libertà».

“Terroristi all’università”
Quello di Repubblica non fu un autogol, un atteggiamento irrazionale e suicidario, bensì il risultato d’un intrigato reticolo di connivenze che la rendevano punto d’arrivo e cassa di risonanza degli umori e delle opinioni di quella realtà composita che sono gli “imprenditori dell’emergenza”. Secondo questi ambienti, quel navigare alla luce del sole in situazioni di massa da parte d’imputati di banda armata o di persone appena scarcerate, accusate di reati di «terrorismo», non era altro che la prova di un doppio linguaggio, un doppio livello, una strategia dei due tempi, che ripiegava nei movimenti d’agitazione sociale per riacquistare forza e tornare a colpire. In assenza di formazioni armate in attività, di gruppi che agitassero la propaganda armata, esponenti delle procure antiterrorismo, confortati dal Ros dei carabinieri, imbastivano processi ad intenzioni attribuite, costruivano teoremi sul subconscio. scary
Le simbologie erano fortissime, tant’è che un incauto Giuliano Amato non esitò a evocare la volontà di una fredda provocazione, un agguato premeditato per oltraggiare la memoria di Vittorio Bachelet, vicepresidente del consiglio superiore della magistratura, ucciso anni addietro dalle Brigate rosse all’interno della facoltà di giurisprudenza, prossima al luogo della conferenza. Da settimane circolavano nelle redazioni e nelle sedi di partito alcune veline della questura romana che segnalavano, con nome e cognome, la presenza nelle facoltà occupate di decine di «personaggi implicati in fatti d’eversione». Ovviamente le informative dimenticavano di precisare che nella maggioranza dei casi queste presenze erano più che legittime, trattandosi di studenti regolarmente iscritti a corsi di laurea e non d’intrusi.

Autorità e dissociati al Rettorato
In risposta ai seminari, si tenne al Rettorato una solenne cerimonia, con la partecipazione del senato accademico, del rettore e delle autorità, insieme all’immancabile sfilata di vetture blindate, televisioni e bodygard, per esprimere una «sdegnata condanna del terrorismo». Vi parteciparono anche alcuni dissociati della lotta armata, sempre in prima fila quando occorre prendere parte al rito dell’esportazione della colpa e dell’autocritica degli altri e garantire le cambiali firmate in pegno della propria libertà. A dire il vero, libertà è parola fin troppo grossa in questi casi. Citando La Boétie dovremmo chiamarla «servitù volontaria».

Si scatenò una ferocissima campagna politico-mediatica, una caccia alle streghe che prevaricava, schiacciava, annichiliva, terrorizzava dei ragazzi spesso alla loro prima esperienza politica. Impressionante era la portata dell’attacco sferrato, il peso del sospetto sollevato, commisurato alla realtà delle fragili spalle di quei giovani che scoprivano sulla loro pelle come anche la memoria poteva essere una colpa. Ci sono “passati” che non è bene conoscere, se non nella forma delle versioni ufficiali. Ci sono pagine di storia che devono restare tabù. L’altra lezione che quell’episodio proponeva, riguardava coloro che in diversa misura erano stati coinvolti nelle vicende della lotta armata. Avere tracce di un tale percorso nella propria biografia sottraeva l’accesso pieno ai diritti, come quello di esprimere la propria opinione in un pubblico consesso, salvo recitare il rosario della colpa, trasfigurando la propria esperienza nella rappresentazione del male assoluto. centogiorni1

“Devono tornare in carcere”
Durante le riprese di una delle puntate della “Notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, un livido Antonio Gava, ministro degli Interni, tuonò contro quei brigatisti in libertà che andavano ricacciati in carcere in qualunque modo. Detto fatto: in ossequio alla separazione dei poteri e all’autonomia della magistratura, un servile giudice istruttore confezionò per la bisogna un mandato di cattura contro uno dei presenti ai seminari. Il povero Gava era l’emblema di un ceto politico alla frutta. Imbevuto di supponenza, ebbro d’arroganza, stracolmo d’un potere costruito sul modello dello “scambio occulto”, consenso elettorale in cambio di crediti a pioggia, finanziamenti a fondo perduto, appalti a reti d’imprenditori amici, speculazioni, malaffare, clientelismo pubblico, accordi con gruppi di potere e camorre locali, era incapace di percepire il salto di paradigma che rendeva obsoleta la sua politica. Il nemico che l’avrebbe abbattuto era altrove ma non sapeva avvedersene. Di lì a poco, con aria mesta anch’egli dovette allungare i polsi e lasciarsi ammanettare, finendo come quegli odiati brigatisti che aveva fatto incarcerare. Gli strascichi della campagna nata attorno ai seminari, giunsero fino al processo d’appello alle Br-Udcc, apertosi un anno dopo. Un fondo di Giorgio Bocca annunciava l’esito di una sentenza-ritorsione scritta in anticipo. «Questi sono i peggiori – tuonava l’opinion maker – i più sanguinari, quelli che nel Sessantotto portavano ancora i pantaloni corti». Non facevano parte della meglio gioventù.

I provocatori di piazza Indipendenza
Dopo l’articolo di Repubblica contro i seminari, un adirato corteo di studenti si diresse verso piazza Indipendenza (allora sede della Repubblica) al grido di «venduti!», ma arrivati sotto le finestre della nave ammiraglia del moralismo editoriale italiano, memori delle cronache di quei giorni che raccontavano del grande scontro editorial-imprenditoriale tra De Benedetti e Berlusconi, preferirono passare allo slogan «compràti!». Pare che Eugenio Scalfari, ferito nel suo incommensurabile ego, accolse l’episodio malissimo con sommo gaudio della plebe studentesca.

I centri di potere dell’emergenza contro la soluzione politica
I fatti di quel periodo mostrano come gli apparati dell’emergenza preferivano di gran lunga il perdurare di un lottarmismo residuale, dottrinario e velleitario, fragile e contenibile, ma sufficientemente rumoroso per suscitare allarme sociale e alimentare ricatti emergenziali, risorsa strategica utile a condizionare perennemente i nuovi movimenti e le nuove radicalità, piuttosto che la chiusura dell’epoca precedente e il recupero di quadri e militanti in nuovi percorsi politici. Ciò spiega l’ostilità nei confronti di una soluzione politica e la persecuzione mirata di tutti quegli attori che ne potevano essere il vettore. Il fantasma della lotta armata doveva restare l’antidoto ad ogni fermento critico, l’alibi per non abbandonare la cultura dell’eccezione. Le accuse di «doppio gioco» e «dissimulazione», lanciate da alcuni magistrati, come Armando Spataro, servirono a chiudere definitivamente ogni ipotesi d’amnistia. Liberate da questa scomoda presenza, cullate dalla rimozione, le culture più catacombali hanno trovato campo libero, suscitando all’inizio solo un logorroico verbalismo lottarmista. Col tempo però, l’esorcismo degli apprendisti stregoni istituzionali ha sortito i suoi mirabili effetti ed alla fine degli anni 90 il brusio cospirativo ha lasciato il posto a degli imprevisti passaggi all’atto.

Le veline del Manifesto

C’era una volta un giornale comunista. Al manifesto piace la storia raccontata dal ministero degli Interni
Per Morucci, porte chiuse alla Sapienza

Iaia Vantaggiato
il manifesto
2 gennaio 2009

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Lapsus...

“Certo, fa una certa impressione pensare che a Rabin e Arafat abbiano potuto dare il nobel per la pace e in Italia fa scandalo anche solo il fatto che un  ex-terrorista vada a parlare all’università della sua storia”, commenta Valerio Morucci, ironico ma anche furibondo. Sull’esito dell’ennesimo “scandalo” che lo ha coinvolto, Morucci si fa poche illusioni: è pronto a scommettere che la “lezione” che avrebbe dovuto tenere il 12 gennaio all’università “La Sapienza” di Roma – titolo Schegge di memoria – non ci sarà. La levata di scudi di studenti e docenti, spalleggiata dallo stesso rettore Luigi Frati è bastata e avanzata per convincere il professor Giorgio Mariani, docente di letteratura anglo-americana alla facoltà di Scienze umanistiche, a ripensarci. Dopo le proteste, in questi casi inevitabili, Frati non ci era andato giù leggero. Aveva convocato il preside della facoltà, Nicolai, per esprimergli i sensi del suo più totale disaccordo. Nel caso la sua posizione non risultasse abbastanza chiara aveva aggiunto un truculento testata-manifesto consiglio, quello di “tenere il seminario nello stesso luogo e alla stessa ora in cui il gruppo di fuoco delle Br ha massacrato gli innocenti che facevano da scorta ad Aldo Moro”. Valerio Morucci, ex Potere operaio, ha fatto effettivamente parte del commando Br di via Fani ed è stato poi, con l’allora compagna Adriana Faranda, il “postino delle Br”, incaricato di consegnare tutti i messaggi copj13 brigatisti, nei 55 giorni del sequestro. Sua, tra l’altro, l’ultima telefonata, quella a professor Franco Tritto, in cui le Br annunciavano l’uccisione di Moro e indicavano il luogo dove ritrovare la salma. Uscito dalle Br anche in seguito al dissenso sull’esito di quella tragica vicenda (Morucci era contrario all’uccisione di Moro) è stato tra i primi terroristi a dissociarsi dalla lotta armata. Uscito di prigione, ha scritto numerosi libri sia di narrativa che di analisi storico politica sulle vicende che lo hanno visto protagonista, ed è probabile che anche in questa veste fosse stato invitato a tenere il seminario incriminato da un professore di letteratura  angloamericana. Nel seminario, Morucci avrebbe parlato del suo percorso politico e individuale, dal ’68 alla militanza in Potere operaio allo stretto rapporto con Giangiacomo Feltrinelli, l’editore guerrigliero capo dei Gap. Non avrebbe giustificato nulla ma spiegato molto, come ha già fatto nei suoi molti e apprezzati libri. Avrebbe aiutato a capire, senza indulgenze e senza sciocchi anatemi, come e perché in Italia, non molti anni fa sia nato e cresicuto un fenomeno armato senza pari in occidente. Quello che dovrebbe fare un paese deciso a capire e non a demonizzare. Quello che dovrebbero fare università e rettori degni del nome.

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Universita della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla digos
I Ravveduti
Sbagliato andare a Casapound, andiamo nelle periferie


Paolo Giovagnoli, quando il Pm faceva le autoriduzioni

Gli anni 70 e l’ autoriduzione, due amici contro. Sansonetti: c’ era pure lui. Il magistrato: è falso. Il direttore di «Liberazione» chiama in causa il pm di Bologna Giovagnoli. La replica: sbaglia o mente

Marco Imarisio
Corriere della sera 24 aprile 2006

Vecchi amici, come no. Per celebrare adeguatamente il nobile sentimento che lo lega al magistrato Paolo Giovagnoli, il giornalista Piero Sansonetti scrive un editoriale sul giornale da lui diretto, Liberazione, quotidiano di Rifondazione Comunista, per dire con dichiarata malizia che da ragazzi andavano insieme all’ università, sono entrambi romani, spesso prendevano la pizza insieme – 500 lire birra compresa a San Lorenzo – e una volta addirittura «bloccammo la mensa e imponemmo il prezzo politico di 100 lire… arrivò la polizia, ci fu po’ di bordello».
L’ altra campana, ovvero il magistrato, è meno espansiva, e ha ricordi diversi: «Mi dispiace che si raccontino fatti completamente falsi e inventati per trattare un tema serio, che meriterebbe di essere discusso politicamente». Interpellato, Giovagnoli smentisce, piuttosto indignato. Dice di avere buona memoria. Non nega la passata amicizia con Sansonetti, spiega che entrambi frequentavano la segreteria della sezione universitaria del Pci, ovviamente non nasconde la sua passata militanza di sinistra, ricorda tanti episodi sulle lotte tra rossi e neri, ma la storia della mensa, proprio no. Riconosce che Sansonetti non abusa del termine «vecchio amico», nel senso che lo erano davvero, ma sul punto «sbaglia, oppure mente».
Il chissenefrega sarebbe doveroso, se la vedessero loro e basta con questi amarcord generazionali. Piccolo dettaglio, che ovviamente non sfugge a nessuno e tantomeno a Sansonetti quando scrive di questo fondamentale revival: il suo vecchio amico Giovagnoli è il magistrato che ha indagato alcuni militanti del Movimento (quello di oggi) per l’occupazione e l’ autoriduzione in una mensa universitaria di Bologna, contestandogli anche l’ aggravante dell’eversione. Il segretario cittadino di Rifondazione Comunista e alcuni consiglieri ne hanno fatto una questione personale, attaccando Giovagnoli e chiedendo provvedimenti nei suoi confronti al governo che verrà, atteggiamento definito «berlusconiano» dai Ds bolognesi.
La faccenda sta provocando qualche imbarazzo, perché impila una serie di questioni aperte sul rapporto tra sinistra radicale e magistratura. Sansonetti non entra nel merito, ma si limita a ricordare che da giovane quel magistrato faceva le cose che oggi condanna con accuse piuttosto pesanti. «Non vorrei aver messo nei guai Paolo con questo racconto che è quasi una confessione» è il rovello del direttore di Liberazione. Giovagnoli più di questo non può dire. Nuovamente tirato in ballo, stavolta a mezzo stampa, smentisce che quell’ episodio sia mai avvenuto. I vertici della Procura di Bologna tirano le conclusioni di giornata, con replica a Sansonetti e Fausto Bertinotti («La magistratura ha sbagliato»): «Tutti quelli che intervengono nel dibattito fingono di non capire che il problema non è l’aggravante dell’eversione ma l’impiego delle minacce per fare politica».
Rimane il fondamentale dubbio su quale dei due vecchi amici abbia la miglior memoria. Ma così, a spanne, non sembra essere il punto fondamentale della storia. Quella attuale.

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Paolo Giovagnoli, lo smemorato di Bologna

La dissociazione politica dal terrorismo

Scheda giuridica sui dispositivi legislativi che configuramo le modaliità della dissociazione politica dal terrorismo e la collaborazione giudiziaria

Tre successivi interventi legislativi, concepiti all’interno delle misure speciali varate da governo e parlamento tra la fine degli anni 70 e la prima parte degli anni 80, definiscono progressivamente due particolari figure giuridiche, alle quali vengono riconosciute rilevanti sconti di pena, ipotesi di non punibilità, accesso facilitato alle misure alternative alla detenzione, liberazione n1035440415_221871_65533 condizionale e altri benefici, oltre che un regime penitenziario privilegiato: il collaboratore di giustizia, comunemente definito “pentito”, e il dissociato.

1) Col decreto legge n° 625 del 15 dicembre 1979 (Gazzetta ufficiale n° 342 del 17 dicembre 1979), convertito in legge nel febbraio 1980 (Gazzetta ufficiale n° 37 del 7 febbraio 1980) si introduce la prima formulazione della nozione di “dissociazione”, intesa a definire colui che «dissociandosi dagli altri, si adopera a conseguenze ulteriori, ovvero aiuta concretamente l’autorità di polizia e l’autorità giudiziaria nella raccolta di prove per l’individuazione o la cattura dei complici».

2) Nel maggio 1982, un secondo dispositivo legislativo molto più articolato (Gazzetta ufficiale n° 149 del 2 giugno 1982) introduce una distinzione tra la dissociazione (art. 2) e la collaborazione (art. 3). Può così avvalersi degli sconti di pena per la dissociazione colui che «renda piena confessione di tutti i reati commessi e si adoperi durante il processo per elidere o attenuare le conseguenze dannose o pericolose del reato o per impedire la commissione di reati connessi». Viene invece considerato un collaboratore di giustizia colui che discioglie o recede dal gruppo, si consegna fornendo ogni informazione sulla struttura e sull’organizzazione dell’associazione o della banda, «rende piena confessione di tutti i reati commessi e aiuta l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di prove decisive per l’individuazione o la cattura di uno o più autori di reati commessi per la medesima finalità ovvero fornisce comunque elementi di prova rilevanti per l’esatta ricostruzione del fatto e la scoperta degli autori dello stesso».

3) Il 18 febbraio 1987, viene varata invece un’ultima legge, Misure a favore di chi si dissocia dal terrorismo (Gazzetta ufficiale n° 43 del 21 febbraio 1987) nella quale si definisce, art. 1, «condotta di dissociazione dal terrorismo il comportamento di chi, imputato o condannato per reati aventi finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale, ha definitivamente abbandonato l’organizzazione o il movimento terroristico o eversivo cui ha appartenuto, tenendo congiuntamente le seguenti condotte: ammissione delle attività effettivamente svolte, comportamenti oggettivamente ed univocamente incompatibili con il permanere del vincolo associativo, ripudio della violenza come metodo di lotta politica».

Paolo Giovagnoli, lo smemorato di Bologna

Un vecchio ricordo sul procuratore Giovagnoli…. un giudice che fu eversore…


Liberazione
24 aprile 2006
di Piero Sansonetti

Vorrei brevemente, e senza eccessiva malizia, raccontarvi la storia di un mio vecchio amico, e poi polemizzare con un altro mio amico più recente. I nomi di queste due persone sono da un po’ di tempo alla ribalta della cronaca: il giudice Paolo Giovagnoli di Bologna e Marco Travaglio.
Cominciamo con la polemica, che è con Marco Travaglio. Giornalista di grande bravura, arguto, pieno di informazioni, forte di una memoria d’acciaio, polemista di notevoli capacità (maturate alla scuola pungente e molto aggressiva di Indro Montanelli) ma – da sempre (come del resto il suo maestro) – di idee alquanto reazionarie. Travaglio è un liberale di stampo asburgico. Ed è un personaggio un po’ originale, non per le sue posizioni – che io trovo quasi abominevoli, lo dico con affetto, e tuttavia sono legittimissime e molto lineari – ma perché gli scherzi della vita lo hanno collocato, nella geografia della politica e della intellettualità italiana in un luogo a lui del tutto inadatto: a sinistra. Da diversi anni Marco è diventato quasi un idolo di un “pezzo” di sinistra italiana, ed è stato leader indiscusso del cosiddetto movimento dei “girotondi”, e cioè anche di ragazzetti – orrore, orrore – che indossavano magliette col volto di Che Guevara o che portavano al collo la kefiah di Arafat. Eppure lui, onestamente, non lo ha mai negato: «Sono di destra – dice spesso -, lo giuro, sono di destra». Come è successo questo fraintendimento? Colpa di Berlusconi. Travaglio, liberale e asburgico, è molto legalitario, e non sopporta l’illegalismo berlusconiano. Questo ha spinto tutti all’equivoco. Ma Travaglio non ce l’ha mai avuta con Berlusconi – come succede a noi – perché Berlusconi è ricco e reazionario: ce l’ha avuta e ce l’ha con Berlusconi, e non lo molla di un centimetro, perchè Berlusconi gabba la legge. E se la legge la gabba un poveretto, un bimbo rom, uno studente ribelle, o una nonna povera, per Travaglio (un po’ come per Cofferati) è esattamente la stessa cosa. E grida: «In prigione, in prigione…». Ieri, in un’intervista al Corriere della Sera, Marco si è indignato per le proteste avanzate della sinistra bolognese contro il giudice Giovagnoli, cioè quello che ha incriminato per eversione alcuni studenti che si erano autoridotti il costo del pranzo alla mensa universitaria. E’ inammissibile – ha detto Travaglio-: «la legge è legge, deve essere uguale per tutti, per Previti e per gli studenti». Non si possono fare favoritismi. E’ una protesta curiosa: Travaglio saprà – perché, appunto, ha un archivio molto ricco – che le carceri sono strapiene di poveracci, specialmente di giovanetti e di migranti, e sono quasi prive di ospiti altolocati – avvocati, medici o ricconi – se si fa l’eccezione del povero Ricucci. E dunque la sua polemica è un po’ stonata: stia tranquillo, perché è raro che la magistratura chiuda un occhio a favore del disgraziato per accanirsi sul potente. E’ raro, è molto raro. Ma chi è questo giudice Giovagnoli che sospetta che quei ragazzi di Bologna volessero sovvertire le istituzioni e prendere illegittimamente il potere (eversione, se ho capito bene, più o meno vuol dire questo…)?
Lo conosco Giovagnoli, e tanti anni fa eravamo amici, andavamo all’università insieme, spesso anche a prendere la pizza (a San Lorenzo, a Roma, costava 500 lire, compresa
la birra), e militavamo nella sezione universitaria del Pci. Ci occupammo, qualche volta, anche della mensa universitaria, che si trovava alla casa dello studente, a via de Lollis, e dove il pasto completo costava 300 lire. Mi ricordo che una volta, insieme, e insieme a molti altri compagni della sezione, bloccammo la mensa e imponemmo il prezzo politico di 100 lire. Arrivò la polizia, ci fu un po’ di bordello. Non vorrei adesso avere messo nei guai Paolo, con questo racconto, che è quasi una confessione. E non vorrei neanche avere messo nei guai me stesso. Però sono passati quasi tret’anni, e io penso che – specie dopo la legge Cirielli – sia scattata la prescrizione. Ammenochè – mi viene improvvisamente il sospetto – un reato grave come quello di eversione non sia escluso dai benefici della prescrizione. Se è così ho fatto un bel guaio…

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