Parla Giovanni Senzani, «Non ho avuto alcun ruolo nel rapimento Moro»

L’intervista – Dopo Sangue, il film girato da Pippo Del Bono, ora esce anche un libro con lo stesso titolo. Senzani rompe il silenzio e comincia a raccontare alcuni passaggi della sua controversa storia politica dentro le Brigate rosse

Katia Ippaso
Garantista 4 ottobre 2014

giovanni-senzani-originalL’uomo che mi siede di fronte indossa una maglietta a righe sopra un’altra maglietta grigia. Sopra le due magliette, pende sbilenco un gilet nero con un bordino rosso. Il tutto un po’ caotico, come se fosse stato messo al buio, di fretta. Una cosa non sta esattamente sopra l’altra, ma insieme all’altra. Sulla testa, un berretto estivo. L’uomo che mi siede davanti porta gli occhiali. Al polso, stretti l’uno all’altro, decine di braccialetti di cuoio che devono essere stati molto usati. E’ lui a scegliere dove sedersi, obliquamente. «Un orecchio non funziona più molto», ci dice con quella sua voce acuta, che a tratti si spegne per andare dietro alla parole che si accartocciano nella corsa. Una voce che ride. Si chiama Giovanni Senzani, è stato uno dei leader delle Br. Oggi ha 72 anni. Ha appena scritto un libro assieme a Pippo Delbono, che si intitola Sangue: un ”dialogo tra un artista buddista e un ex brigatista tornato in lbertà”. imageItemL’ha pubblicato Clichy. C’è il coraggio di chi sopravvive, in quel libro. E’ molto bello. E prima del libro c’era un film, che si intitolava anche lui Sangue e aveva ricevuto premi e critiche pazzesche da Le Monde ma aveva fatto anche arrabbiare qualcuno, per via della presenza di Senzani appunto, di questo uomo che oggi mi siede davanti nella sua mitezza ma che nel film parla dell’esecuzione di Roberto Peci (che lui e i suoi compagni uccisero nel 1981), in un modo che alcuni hanno giudicato gelido. Delbono ha scelto un uomo che ha dato la morte per affrontare il lutto. A distanza di tre giorni l’una dall’altra se ne andavano la madre di Pippo e la moglie di Giovanni, Anna. Rimasti soli, l’artista buddista e l’ex terrorista tornato in libertà hanno affrontato il trapassatoio di chi, dopo aver visto quello che ha visto, è rimasto in vita.
Avremmo dovuto incontrarci nella sua casa di Firenze ma poi lui ha preferito di no. Giovanni Senzani ha preso un treno la mattina presto ed è venuto a Roma. Via della Panetteria la conosceva bene, mi aveva detto per telefono.

Quindi lei viveva qui vicino, tanti anni fa.
Stavamo a via della Vite, con Anna, mia moglie. Era il 1969. Ricordo una casa piena di ospiti, perché Anna voleva sempre gente in casa. All’angolo con via Mario dei Fiori, parlavamo con quelli degli alberghi accanto… Era di una bellezza incredibile. Da quelle finestre lunghe si vedeva il Quirinale… Quell’attico apparteneva a un signore di Genova, lo diede a noi e Anna, che aveva avuto in eredità tre lire dopo la morte del padre, le spese tutte per restaurarlo. Scrissero che vivevamo nella casa di uno dei servizi segreti, ma questa è una fandonia assoluta. E’ solo una delle falsità che si sono dette su di me. Un’altra è che lavoravo per il Ministero di Grazia e Giustizia.

Le cronache di quegli anni parlano di una doppia vita, militante delle Br e consulente del Ministero di Grazia e Giustizia.
292qhvmLa cosa è molto differente. Io sono laureato in legge a Bologna, in diritto del lavoro. E ho cominciato subito a fare il ricercatore. Per la Comunità del Molo, che era un gruppo del dissenso genovese, cominciai una ricerca sul campo in 118 istituti di rieducazione in tutta Italia. Dietro la ricerca c’era la Fondazione Iniziative Assistenziali Pilota di Torino. Naturalmente in questo modo conobbi tutti i direttori delle carceri e ci mancò poco che facessi pure io il direttore… Negli istituti ci andavo con un fotografo. Io ero vissuto come una specie di “ispettore”, ma al fotografo, che si presentava in maniera più informale, i ragazzi affidavano dei bigliettini in cui raccontavano tutta la verità sulla loro condizione negli istituti. Da quell’esperienza nacque un libro che è stato considerato a lungo il libro più importante per le scuole di formazione dei servizi sociali, “L’esclusione anticipata”…
Oggi se cerchi “L’esclusione anticipata” su Google ti dicono che il libro non è disponibile, ma galleggia ancora in rete una recensione che era stata pubblicata l’8 agosto del 1970 sul “Corriere della Sera” firmata da uno dei più autorevoli giornalisti della testata milanese, Giuliano Zincone.

Ha fatto il criminologo?
Ad un certo punto, nel 1972/73, sono andato in America, all’Università di Berkeley, per fare una ricerca su “Deviance and Control” rispetto ai minorenni e alle minoranze black e spanish, e quando sono tornato ho pubblicato e tradotto in Italia un libro di un importante criminologo, “L’invenzione della delinquenza” di Anthony Michael Platt. Non ho mai fatto il criminologo.
$_57Anche di questo libro c’è una traccia, ma più fantasmatica dell’altra. Si vede una copertina marrone ma i caratteri di titolo e autore sono stati cancellati, c’è una riga neutra al loro posto. La scheda dice che la cura del libro è di Giovanni Senzani, 1975, zero recensioni.

Chi erano i suoi genitori?
Dissero che venivo da una famiglia borghese. Io invece sono figlio di una famiglia di contadini di sinistra, sono nato a Forlì. Il Pci lo sa benissimo da dove vengo… Come romagnolo, ero fuori dalla sinistra legata al Pci che governava in quelle terre, al massimo andavamo a sentire Ingrao. Eravamo della cosiddetta sinistra extraparlamentare.

Dove vi siete conosciuti con Anna?
A Genova. Anna era tornata da Londra, dove aveva fatto le scuole internazionali. Scoppiò questa follia dell’amore. Ci sposammo a Genova, ma ci trasferimmo quasi immediatamente a Roma, e subito dopo a Napoli. Ci fu poi l’esperienza americana. Nel frattempo nacquero le nostre due figlie, Francesca e Alessandra. Tornammo a Napoli, dove creai tra le altre cose una biblioteca bellissima di studi marxisti… Poi mi trasferirono a Firenze. Cominciai a fare l’assistente all’Università, per la cattedra di Sociologia. Superai il concorso e diventai professore, prima a Siena e poi a Firenze… Ma a quel punto io ero già una persona impegnata politicamente.

Vuol dire che era già entrato nella lotta armata?
Io sono entrato nelle Br molto tardi.

Come è successo?
La mia generazione era immersa in quel clima, in quel dibattito. Poi il problema è se ai discorsi fai seguire i fatti.

Nel dialogo con Delbono, lei afferma: «Non mi sono mai considerato né mi considero un terrorista, ma un militante politico che praticava la lotta armata come strumento di lotta politica. Non accetto questa specie di guerra di annientamento di tutto e di tutti».
E’ così, io non voglio fare il santo, ma sono contrario alla criminalità.

Lei è contrario alla criminalità?
Sì, lo so che può sembrare assurdo, ma io sono profondamente contrario alla criminalità. Io ero noto perché ero quello che aveva denunciato i direttori delle carceri, che ha fatto chiudere le carceri minorili, mentre poi sono diventato quello che sono diventato. Io volevo aiutare i poveri e soprattutto le persone del sud. Uno degli istituti che avevo frequentato era diretto dai preti, mi scrivevano lettere bellissime… Nel ’68 sono stato da Basaglia, lì mi sono nate delle idee e sono diventato molto rigido contro l’emarginazione.

Lei fu arrestato una prima volta nel 1979, ma ne uscì dopo 5 giorni. Entrò in carcere tre anni più tardi, nell’82.
Mi arrestò Vigna, che era un magistrato che non scherzava. Non sapevo come sarebbe andata a finire…In quei cinque giorni ho visto il carcere in un modo ancora diverso. Da carcerato, mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: e adesso come faccio? Poi questo sentimento è tornato nei miei lunghi isolamenti durati cinque anni. Quando uno è in isolamento o scoppia o impara a reggere, e la resistenza diventa una paradossale forma di rispetto.

Rispetto verso chi?
Verso l’altro e verso te stesso. L’unico rapporto che hai è con una guardia. Qualche volta veniva anche il direttore del carcere che aveva anche una sua umanità e diceva: «Senzani, hai visto? Hai conosciuto il carcere da fuori, l’hai studiato, e adesso sei dentro al carcere. Forse hai voluto viverlo, dovevi fare quest’esperienza». Non era proprio così, ma lui la vedeva così.

Lei ebbe un coinvolgimento nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro?
Non c’entro niente con Moro. E’ stato detto pure che ero una delle menti del processo a Moro. Ma è assurdo. Non si può continuare a parlare delle Br come se fossero una banda di poveracci. Era una struttura militare. Il mio è stato un percorso molto più lento degli altri compagni. Non faccio parte della prima parte della storia delle Br.

Come si spiega che sia stato fatto allora il suo nome?
La faccenda è molto complicata, ma io non ho voluto in qualche caso fare delle smentite, perché per quello che riguarda la lotta armata la mia è una vicenda politica, è una storia politica collettiva. Anche rispetto al sequestro Cirillo non ho mai parlato.

Il nostro giornale ha intervistato quest’estate un ex brigatista che non aveva mai parlato, il napoletano Enzo Olivieri, che aveva preso parte al sequestro Cirillo (rapito da voi il 27 aprile 1981 e rilasciato il 24 luglio). Smentì che ci fu una trattativa Stato-camorra-Brigate Rosse.
ciro cirillo brEnzo Olivieri ha detto esattamente come sono andate le cose. Non ci fu nessuna trattativa. Un mitomane come Cutolo che si sentiva onnipotente si sarà inventato questa cosa per avere notorietà. Può anche essere che dopo aver raccolto noi i soldi del riscatto, loro ne abbiano raccolti altri per conto proprio. Di sicuro non ci fu nessuna mediazione. Non ne avevamo bisogno. Anche perché avevamo deciso di liberare Cirillo e la cosa del riscatto ci venne in mente dopo, solo per raccogliere soldi che ci servivano per autofinanziarci. E la cosa fu talmente farraginosa, quasi comica: l’uomo che fece da mediatore tra noi e gli amici di Cirillo che raccolsero i soldi (Enrico Zimbelli, ndr), fu spedito a Roma con un valigia pesantissima piena di soldi (un miliardo e quattrocentocinquanta milioni, cinquanta se li trattenne lui) che quasi faceva fatica a camminare…

Olivieri ci ha anche detto che lo Stato voleva Moro morto, mentre Cirillo lo voleva vivo.
Può darsi che fosse così, ma comunque noi l’avremmo lasciato vivo. Bisogna capire che a Napoli c’era stato il terremoto e il democristiano Cirillo, che era l’assessore all’Urbanistica, rappresentava il male della politica. A Napoli le case crollavano, le scuole erano occupate, la città era in ginocchio. Non c’erano poteri occulti che ci manovravano. Le Brigate Rosse a Napoli erano fatte di napoletani che vivevano nei quartieri, in mezzo al popolo. Per quei tre mesi abbiamo realizzato diverse azioni e riempito la città di comunicati sonori e volantini. Mettevamo gli altoparlanti alle stazioni dei treni per fare sentire i nostri messaggi. Un giorno si sente la registrazione con la voce di Cirillo che parla napoletano e chiede di esaudire le richieste dei comitati dei terremotati, tra cui la requisizione delle case sfitte perché venissero date, appunto, ai terremotati. E così fu. La gente a Napoli parlava, solidarizzava. Molti tra i proletari ci hanno anche rimproverato di non averlo ucciso perché era una persona odiata. Ma io ero contrario al giustizialismo.

Come fa a dire di essere contrario al giustizialismo?
Uccidere come fa un camorrista perché gli toccano il suo quartiere e i suoi interessi, è ben diverso da come uccidevamo noi. Detto questo, io oggi dico che quella delle Br è stata una storia molto dolorosa e molto pesante. Che sono stati fatti anche degli sbagli militari. Il processo proletario in sé è un’aberrazione. Già allora ero contrario. Quel processo era mutuato da altre esperienze rivoluzionarie, ma a ripensarci ora era una parodia, una cosa ridicola, per non parlare della violenza inutile.

In quella stessa estate del 1981 voi avete sequestrato (il 10 giugno) e ucciso (il 3 agosto) l’operaio Roberto Peci, il fratello di Patrizio Peci, che si era dissociato e pentito. Roberto aveva venticinque anni e aspettava una bambina dalla moglie. Filmaste l’esecuzione.
11449257_intervista-esclusiva-roberta-peci-voglio-un-incontro-con-assassino-di-mio-padre-0Non voglio riaprire questioni di questo tipo perché lì qualsiasi cosa si dica non va bene.
 Qualsiasi cosa si dica in merito a questa storia che è una storia pesante offende le vittime, le famiglie. Che senso ha dopo tanti anni parlare di tutto questo? E poi ci sono i quattro compagni uccisi a via Fracchia, a Genova. Il generale Alberto Dalla Chiesa, che è il protagonista di questa storia, è morto, e la verità con lui.

[Il 28 marzo del 1980 un drappello di 30 uomini dell’antiterrorismo irrompe nel covo Br di via Fracchia, a Genova. E’ notte fonda. All’interno dell’appartamento ci sono 5 militanti della colonna genovese, quattro uomini e una donna. I cecchini dell’antierrorismo, inviati dal generale Dalla Chiesa (che pare avesse ricevuto le informazioni dal pentito Patrizio Peci), non danno ai brigatisti il tempo né per reagire né per arrendersi. Li uccidono subito.]

Nel film “Sangue” lei rivive l’esecuzione di Peci. Racconta qualcosa che non è sogno, forse più un incubo ad occhi aperti. Leggo dalla sceneggiatura: «I compagni avevano sistemato un cartello ”Morte ai traditori” e poi dopo è arrivata quello che noi chiamiamo l’esecuzione, la fucilazione. E quell’urlo: No! È stato improvviso, proprio come sentire uno che in quel momento capiva, che sentiva penetrare i colpi dentro di lui… E’ vero che la morte ai traditori era una cosa abbastanza diffusa all’interno del movimento rivoluzionario, ma farlo in questo modo… Si trattava pur sempre di una persona inerme».
Questa cosa di Peci è venuta fuori nel dialogo in barca con Bobò (oggi primattore della compagnia, è stato sottratto da un vita in manicomio tanti anni fa dallo stesso Delbono, ndr), che si legge nel libro. Bobò però è sordomuto, non mi risponde ma capisce tutto. A lui cercavo di dire proprio questa cosa di Peci. Sono riuscito a raccontargli tutta la mia storia, gli anni della lotta armata, le torture che mi hanno fatto in carcere, l’isolamento. Gli ho detto chi ero, ma quella cosa lì non sono riuscito a dirla bene. Anche perché lui è come sfuggito. E poi la cosa di Peci l’ho raccontata una sera a Pippo in un altro momento, ed è venuta così, e poi lui l’ha messa nel film…. Ho descritto quello che è accaduto nella mia testa, sì, posso immaginare che… Io ho avuto un contatto con la morte… Mi fa effetto. Ma non è bello parlare di queste cose, non posso.

Che sensazione le dava usare un’arma?
Io ho fatto il militare perché mi toccava e ho fatto l’addestratore per l’uso delle armi. Ma non mi piacevano le armi. Cioè le smontavo, le usavo, ma le ignoravo. Solo quando sono diventato brigatista ho capito cosa significhi avere un’arma. A quel punto è diventata una parte di me. Era la garanzia che potevo salvarmi. Se uno di noi usciva senza arma, tornava a casa perché sentiva che gli mancava qualcosa. La domanda bella che ha fatto Pippo è stata: «Ma tu allora facevi la guerra e rischiavi di morire?». «Nella guerra, Pippo, si muore» ho risposto io. E lui: «Io questa cosa non l’accetterei mai». Lui mi ha fatto capire, da buddista, che io disprezzo la vita. Ma io non la vedo così. La morte, la mia morte, era nel percorso, nella scelta che avevo fatto.

C’è una lettera di Roberta Peci, la figlia di Peci, che nacque qualche mese dopo la morte del padre, in cui chiede di incontrare lei.
Ma il giorno dopo è andata da Bruno Vespa.

Nella lettera chiedeva che l’incontro tra voi due avvenisse lontano dai riflettori, in privato.
Ma non ha mai fatto sì che questo accadesse.

Forse sta a lei far sì che questo accada.
Lei voleva venire con le telecamere.

Se al mio posto, qui di fronte a lei, ci fosse Roberta Peci, e se voi foste soli, che cosa le direbbe?
Silenzio.

Che cosa le direbbe?
Le direi che capisco il dolore che ha provato. Che so che la sua vita è stata distrutta da quell’avvenimento. La perdita del padre è una cosa enorme. …E poi c’è stata una costruzione tremenda. Hanno fatto diventare suo padre un personaggio negativo. Le direi che suo padre era invece una persona dignitosa… Io lo so cosa vuol dire passare per mostro. Io non sono quello lì… No, non sono quello lì…. Poi, uno la morte, finché non la prova non la può capire.
Io penso all’Antigone. Penso a Polinice e Antigone. Penso all’importanza del seppellimento dei propri morti. E finché non seppellisci i tuoi morti non hai pace.
Riesco a capire questa cosa. E una riflessione sui morti l’ho fatta anche al funerale di Prospero Gallinari, che si vede anche nel film di Pippo.

Lei ha preferito che ci incontrassimo a Roma perché la sua casa di Firenze è piena della sua vita con Anna?
E’ la casa di Anna.

E’ per questo, quindi?
Sì, è per questo. Non è che ne voglio fare un museo… E’ evidente che… Io adesso vivo solo. Ho una figlia sposata all’estero. L’altra è a Firenze ma vive da un’altra parte… Sono rimasto lì, solo.

Non ha toccato niente delle cose di Anna?
No.
 Silenzio.
Per questo posso capire quando parlavamo prima della figlia di Peci….La perdita di Anna è difficile da rielaborare per me… Per lei è stato difficile accettare la mia scelta, ma io ho sempre pensato che se dici certe cose poi le devi anche fare.

Anna è sempre stata contraria alla sua scelta.
E’ inconcepibile per Anna poter uccidere qualcuno.

Ne parla come se fosse viva.
Anna mi ha aspettato tutta la vita.

Ci sono nel libro suoi racconti di Anna che «prendeva i treni della notte con i pacchi pieni di borse, con il pacco viveri per il carcerato, e magari arrivava all’isola di Pianosa o in quei posti infami in cui ero rinchiuso, lei veniva perquisita, le bambine spogliate, veniva da me dietro un vetro blindato, mi lasciava da mangiare e se ne andava». Cosa l’ha sostenuta per tutti questi anni?
Anna è forte. Io sono fragile. Io sono molto più fragile di Anna. Lei è forte. E’ stata forte anche quando per colpa mia l’hanno licenziata dalla Feltrinelli. Anna ha avuto un unico momento veramente fragile e si vede. Io ho dei ritratti di Anna fatti da pittori, uno non l’avevo mai visto, l’ho visto dopo. E lì si vede come una ribellione… Ma poi è sempre andata avanti. E’ una che ha una dimensione positiva della vita. E’ una che fa le cose.

Cosa immagina quando pensa alla sua di morte, alla morte di Giovanni Senzani?
Non è un gran problema per me il pensiero della mia morte. La frase che c’era nel film e ora è solo nel libro… La frase in cui dico «Questa vita non mi piace, questo mondo non mi piace, di questa libertà non so che farmene» e che mia figlia mi contesta, è vera. Io ogni tanto mi dico: «Basta. Che ci faccio qui? Cosa ci faccio qui?». Poi un altro può rispondere: «Ma come, Giovanni, hai un nipotino a cui sei legatissimo, che dici?». Impazzisco all’idea di non vederlo più.

Però la libertà l’ha aspettata per 27 anni. Dall’82 al 2009, anno in cui è uscito di prigione.
Sì, ho sognato per tanti anni di uscire. Ne sono uscito dignitosamente. Non ho fatto nulla di particolare per ottenere la libertà. Ho fatto un percorso normale. Sono uscito. E quando sono uscito è stato travolgente. All’inizio una persona che viene da altri mondi, come nel film Blade Runner, non se ne accorge subito che non capisce nulla, che non riconosce più niente. Non riconosce niente della realtà. Prima c’era il travaglio che ti portavi in casa quando la tua libertà era intermittente. E poi alla fine torni per sempre perché la Magistratura ha decretato che esci per estinzione della pena. Completamente libero. A quel punto arriva l’imprevisto. Anna che non era mai stata malata nella sua vita si ammala di tumore. Avevo già vissuto questa cosa. Mia sorella tanto amata è morta in un mese. Ma vedere crollare Anna è stato…

Che rapporto ha con la fede?
Non sono credente, ma il mistero della fede lo capisco. Mia madre era cattolica, sono cresciuto in quell’ambiente ma io non mi sono mai avvicinato. Però ho rispettato sempre molto le persone che credono. Quando sono stato quei lunghi anni in isolamento, ed è stato molto pesante, avrei voluto anche avere fede. Perché la fede ti fa vedere cose incredibili. Pippo, che è buddista, vede cose incredibili. Anche Padre Fantuzzi, che è gesuita e ha scritto una bellissima recensione su Sangue, vede cose incredibili. Dice di aver visto il divino persino in me.

Come ha conosciuto Pippo Del Bono?

Una volta, a Firenze, vado a vedere uno spettacolo di Pippo Delbono. Lui viene a sapere che io sarei stato in platea e mi fa sapere che dopo lo spettacolo mi aspetta in camerino. Lo invito a colazione per il giorno dopo. Avevamo comprato i cornetti, io e Anna lo aspettavamo, e sa come è Pippo, non si presenta. Alle due di notte mi telefona e mi dice che si era perso il numero e che poi non si sa come se l’era procurato. Insomma mi chiede: «Posso venire a mangiare adesso da te?». Si presenta a quell’ora e parliamo tutta la notte. Io gli dico: «Ho capito, tu sei abituato a fare le cose con Bobò, con gli emarginati, e adesso vuoi fare una cosa con me che sono un reietto. E’ evidente, tu vuoi fare qualcosa con “Senzani il mostro”». Poi è venuto lo spettacolo, Dopo la battaglia, in cui io leggevo una cosa sul carcere con la mia voce, che lui ha detto fa un po’ schifo la tua voce ma è un po’ come quella di Pasolini che uno se la ricorda, e poi tutto il resto. Ma Anna è stata molto importante in questo incontro, è con lei che Pippo aveva veramente legato, anche se adesso che sono morte sua madre e Anna siamo legati noi.

Lei ha esercitato il potere, fuori e dentro il carcere (il famoso “fronte delle carceri”). La chiamavano “il professore”, era ascoltato e temuto. Molti avevano, e hanno ancora, paura di Giovanni Senzani.
Il potere è una cosa deteriore, anche dentro le Brigate Rosse ci sono state delle lotte di potere.

Le dava piacere comandare?
Una volta mi hanno accusato di questo. Però sì, il potere è rischiosissimo. Uno dovrebbe avere la presenza e quindi la coscienza di sottrarsi. Il potere ti uccide, e uccide.

Un altro “intellettuale” delle Br era suo cognato Enrico Fenzi. Entrambi eravate chiamati “i professori”. Vi frequentate ancora?
Fenzi è un famoso italianista, un intellettuale vero, e io una volta sono andato a sentirlo. Ma i fotografi si sono accorti che io ero tra il pubblico, anche se ero seduto in fondo, mi hanno fatto delle domande e alla fine hanno pubblicato la mia foto con scritto: “Senzani è sempre lo stesso, si rifiuta di parlare”.

Quando suo nipote le chiederà «Nonno, cos’erano le Brigate Rosse?», lei cosa racconterà?
Che la storia delle Brigate Rosse fa parte di una storia più grande, la Storia del Movimento Rivoluzionario, e che bisogna partire dagli albori. Gli direi che la storia delle Brigate Rosse è storia cruenta. Che hanno preso le armi e hanno fatto assurdi processi proletari. Gli direi che anche suo nonno ha creduto che bisognasse fare una rivoluzione nell’Occidente avanzato, ma che questa guerra è stata una scorciatoia. Che i processi storici sono molto più lunghi. Gli direi che con il crollo del Muro di Berlino si è visto che cos’era la rivoluzione russa. Gli direi che io non sono mai stato a favore del socialimperialismo, che io sono stato un brigatista. Che io sono marxista ma non si può prendere Marx e ripeterlo. Gli direi che, al di là dei limiti della nostra impresa politica, i tempi non erano giusti. E che abbiamo messo in moto una cosa che ha comportato tanti lutti. Gli direi che suo nonno amava insegnare e sarebbe stato un bravo professore e la sua vita sarebbe stata tranquilla, gli ricorderei di quando aiutavo i ragazzi devianti a denunciare le loro condizioni. Gli direi che sua nonna era una persona meravigliosa che ha sopportato tutto e che ha avuto tanta forza…. Il problema delle Br non sta solo in me. Io non sono un maestro né cattivo né buono. Ai funerali di Prospero Gallinari c’erano dei ragazzini che partecipavano e alzavano il pugno. C’era Oreste Scalzone, c’erano i compagni della colonna romana, c’eravamo tutti, anche se io e Pippo ci siamo capitati per caso (poi la scena dei funerali di Prospero si vede in Sangue). E nessuno di noi ha alzato il pugno. Non perché siamo vigliacchi, ma perché siamo ormai fuori da questa storia. Abbiamo fallito.

Una volta ha dichiarato che per lei chiedere perdono è un atto osceno. Si ricorda quello che abbiamo detto prima? Che io potrei essere la figlia di Peci.
Chiedere perdono a una persona a cui ho ucciso un parente… Mi sembrava una cosa oscena, sì. Era come farle un’offesa ulteriore. Il perdono me lo dà la persona, se me lo vuole dare. Io non sono nelle condizioni di chiedere niente.

Si può dire: «Ho sbagliato».
Non solo io ho sbagliato, ho fatto molto di più, io ti ho tolto il padre. Non è un semplice errore. E’ qualcosa di molto più grande. Una cosa immensa. Ho inferto una ferità che non si risanerà mai. Ti ho ucciso il padre. Un morto è un morto. Non c’è niente da fare su questa cosa. Chiedendo il perdono, mi sembrava allora di andare ad interferire con la storia umana di una persona e di imporre una ferita ancora più grande. Però tu sei libera di perdonarmi, se lo vorrai.

Ci alziamo entrambi. Senzani è un po’ stordito. Prende la sua bottiglietta d’acqua non ancora finita. Ha davanti a sé diverse ore, riprenderà il treno per Firenze alle sette di sera. E’ indeciso se parlare o no. Prima di uscire dalla stanza si gira verso di me.
G.S. Posso farle io una domanda ora? Prima, quando ha detto quella cosa della casa di Firenze che è piena delle cose di Anna, perché l’ha detto? Come faceva a saperlo?
K.I. Non lo so, quando lei mi ha detto «Preferisco di no, preferisco venire a Roma», ho pensato che fosse per quello, e non perché avesse qualcosa da nascondere.
G.S. Adesso passo a via della Vite. Mi piacerebbe sapere se c’è ancora quella vite americana che avevo piantato nel terrazzino vicino alla cucina. Non è che ci posso entrare. Ma magari c’è ancora.

Fonte il garantista.it 2014/10/04 Ho ucciso tuo padre e non oso chiedere perdono, pero se lo vorrai perdonami

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La vicenda Moro e il sottomercato della dietrologia ormai allo sbando

Secondo Gero Grassi, attuale vice presidente del gruppo parlamentare Pd alla camera dei deputati, la persona raffigurata nella foto qui sotto, come si può leggere nella didascalia, sarebbe Germano Maccari e non Prospero Gallinari.
La chicca si trova nel dossier Moro che il deputato di Terlizzi, grigio esponente politico pugliese di scuola democristiana, ha raccolto (circa 400 pagine) selezionando materiale presente presso l’archivio storico del Senato dove è digitalizzata tutta la documentazione relativa alle due commissioni parlamentari che hanno indagato per diverse legislature, inizialmente sul rapimento del leader democristiano realizzato dalle Brigate rosse per poi allargare il loro raggio d’interesse sull’intero fenomeno della lotta armata e delle stragi in Italia.

Gero

Gallinari spacciato per Maccari

GERMANO MACCARI,PROCESSO MORO QUINQUES

Germano Maccari


Raffaella Fanelli
, autrice del falso scoop sul rapimento Moro apparso nel giugno scorso sulle pagine del settimanale Oggi, ha preannunciato in questi giorni un’azione di risarcimento nei confronti dell’avvocato Davide Steccanella. Secondo quanto asserisce la stessa giornalista freelance il settimanale della galassia Rcs l’avrebbe scaricata dopo l’uscita delle false rivelazioni. Nel pezzo oggetto del contenzioso, per altro scomparso dall’archivio di Oggi e assente dall’archivio web della stessa giornalista, la signora Fanelli riportava una conversazione avuta con uno dei membri del commando delle Br che il 16 marzo 1978 rapirono Moro in via Fani. Con un virgolettato d’apertura, attribuito all’intervistato, lasciava intendere che quella mattina ad attaccare il convoglio del presidente della Democrazia cristiana non ci fossero soltanto militanti delle Brigate rosse ma anche degli sconosciuti.
Le presunte rivelazioni erano state subito smentite dal diretto interessato, l’ex brigatista Raffaele Fiore, su questo blog (leggi qui) e in un articolo apparso sul Garantista.
Altre incongruenze e singolari circostanze contenute nell’intervista erano state segnalate in un articolo, apparso sul sito web Satisfiction (leggi qui), scritto dall’avvocato Davide Steccanella, appassionato osservatore delle vicende di quegli anni ed autore di una efficace cronologia della lotta armata, Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata, Bietti editore 2013.

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Le false rivelazioni della Fanelli

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La smentita dell’ex Br Raffaele Fiore

La nuova commissione
Se la Fanelli è una giornalista che agisce in modo spregiudicato come tanti suoi colleghi (qualche esempio), Gero Grassi (per altro anche lui giornalista), oltre ad avere un importante incarico politico è il promotore del disegno di legge che ha portato all’istituzione di una nuova Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro Moro. I giornali scrivono anche che potrebbe esserne il futuro presidente, sempre che Miguel Gotor sia d’accordo. Ciò, in via teorica, gli dovrebbe conferire una qualità ed una responsabilità ben diversa: detto in altri termini, dovrebbe sapere di cosa parla, capacità che tuttavia sembra mancargli del tutto.
Grassi ha fatto del sequestro Moro la ragione della sua impresa politica. E’ persino l’autore di un libro il cui titolo, Il Ministro e la terrorista, lascia emergere la presenza di un inconscio tormentato da una recondita fascinazione. Oltre al voluminoso dossier ed alla proposta di legge che ha portato sulla carta all’istituzione di una nuova commissione d’inchiesta dalle dimensioni pletoriche (60 membri) e il budget striminzito, ancora ben lontana dall’essere insediata (leggi qui), ha avviato un lungo tour nel Paese (in programma ci sarebbero un centinaio di incontri) sul tema “Chi e perché ha ucciso Aldo Moro”, dove a quanto pare le domande hanno già tutte una risposta.
A sentirle, queste risposte suscitano grande imbarazzo. Emerge una dietrologia fantasmagorica fatta d’approssimazioni, confusione e ignoranza che per giunta considera fallaci o peggio reinventa precedenti acquisizioni della magistratura, delle passate commissioni e dei lavori di ricerca storica più seri (ce ne sono anche se troppo pochi).
Al cospetto la vecchia scuola dietrologica giganteggia di fronte a tanta asineria e la figura di Sergio Flamigni si staglia come una vetta insuperata dell’intossicazione storica.
Così accade di vedere riscritte sentenze e perizie (qui), «In via Fani – afferma Grassi – in base a quanto sostiene la magistratura, con sentenze definitive, c’erano persone non riconducibili alle Brigate rosse». Nell’attesa che un giorno arrivino gli estremi della citazione, sorvoliamo.
Come se non bastasse il presidente in pectore della futura commissione aggiunge: «Poi penso vada chiarita la morte di Moro che non è avvenuta per mano di Prospero Gallinari, come lui stesso ha raccontato prima di morire [sic!] e come il senatore Sergio Flamigni sostiene sin dagli anni novanta»… Per la cronaca, la vicenda è stata affrontata in un processo, il Moro quinques, e ripresa dalla commissione stragi presieduta da Pellegrino con diverse audizioni, tra cui quella di Maccari (leggi qui).
Ed ancora, per la disperazione dell’ex giudice Imposimato, «la prigione di Moro che non è unica, come dicono i brigatisti, perché i rilievi medico-scientifici sul corpo di Moro lo hanno accertato ed escluso».
Il Grassi-pensiero è un condensato delle superstizioni della rete, un wikisapere, una pentola dell’alchimista dove chi ha letto male e capito peggio può dire quel che crede. Vulgata di nuova generazione delle teorie del complotto elaborate all’epoca dei meetup e del newage politico di marca grillina dove il passato non si scava ma si prevede.
Cambiano i personaggi ma l’ordito che tesse il discorso del complotto resta lo stesso: acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori, manipolazioni, invenzioni, sentito dire, correlazioni arbitrarie, affermazioni ipotetiche, false equazioni. Dettagli travisati e aneddoti inventati diventano le pietre miliari del racconto, mentre si perdono i fatti sociali e i processi storici che agiscono sullo sfondo scompaiono. La dietrologia resta il modo migliore per non farsi domande.

E’ questa la miseria del complottismo attuale, abitato da una genia di millantatori, arruffoni, e politici di terza categoria. Messo ormai alla berlina dai suoi stessi esponenti, non più tollerato nemmeno dalla magistratura che a differenza del passato ha cominciato a considerare le sortite dietrologiche dei veri e propri depistaggi, indagando per calunnia gli improbabili personaggi che di volta in volta annunciano rivelazioni, come è accaduto per Giovanni Ladu, l’ex finanziere le cui presunte rivelazioni sulla mancata liberazione di Moro in via Montalcini avevano dato luogo ad un grottesco scoop editoriale attorno al libro dell’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato (qui), oppure a Vitantonio Raso, l’ex artificiere che raccontò del ritrovamento anticipato e poi tenuto nascosto del corpo di Moro in via Caetani (qui).
Anche se il sottomercato della dietrologia attuale riempie ancora gli scaffali delle librerie è ormai allo sbando.

Per saperne di più
A via Fani c’eravamo solo noi delle Brigate rosse. Raffaele Fiore smentisce il settimanale Oggi
Gero Grassi, autocommissione
Lotta armata e teorie del complotto

Docente punito perché si oppose ad un rastrellamento poliziesco all’interno di una scuola

Cani antidroga in classe, un docente dice “No” e viene sospeso per 12 giorni dall’insegnamento e dallo stipendio

Oltre ad esprimere la nostra solidarietà al professor Franco Coppoli segnaliamo i recapiti fax e email dell’Itis di Terni invitando chiunque voglia ad inviare messaggi di sostegno al docente e di protesta contro la misura punitiva.

Istituto Istruzione Superiore Tecnico Industriale e Geometri
“Lorenzo Allievi” – “Antonio da Sangallo” Sezione Geometri
VIA BENEDETTO CROCE, 16 – 05100  TERNI   –    TELEFONO: 0744/285255   FAX: 0744/221091
sito  internet www.itisterni.it           e-mail:  tris004002@istruzione.it

Ci auguriamo che gli studenti e i docenti che non condividono questa punizione diano vita ad una autogestione dell’Istituto della durata di 12 giorni scolastici nei quali invitare il professor Coppoli a tenere lezione ed andare in corteo sotto le finestre del Provveditorato.

Se non ora quando?

153627017-69091923-a1ff-4064-b428-cbf823dc5de5Stato di polizia – Terni, 5 aprile 2014, Istituto per Geometri «Sangallo» classe 5 C. Mentre è in corso la lezione si apre improvvisamente la porta della classe. Sull’uscio si affaccia un cane poliziotto insieme ad un gruppo di operatori delle forze dell’ordine. Vogliono perquisire gli studenti. Il docente, Franco Coppoli, insegnante di lettere, chiede se per caso abbiano con sé un mandato di perquisizione autorizzato dalla magistratura. Sorpresi dalla richiesta, i poliziotti rispondono di no. «Allora non potete entrare», risponde il professore. «L’ingresso in Istituto è stato richiesto dalla preside», replicano gli esponenti delle forze dell’ordine sempre più innervositi. 
La preside può autorizzare l’ingresso in Istituto ma solo negli spazi comuni, nei bagni o nei corridoi, «dentro le classi – ribatte il docente – siamo responsabili noi e siccome non avete alcun mandato della magistratura se provate ad entrate sono costretto a denunciarvi per interruzione di pubblico servizio».
 Basiti per essere stati rimessi in riga di fronte al rispetto di quella legge di cui sarebbero i tutori, i poliziotti hanno richiuso la porta e se ne sono andati. 
Lo stesso controllo antidroga ha interessato quel giorno altre 4 scuole superiori di Terni che su richiesta della questura hanno aperto le loro porte alle forze di polizia con l’accordo dei rispettivi dirigenti scolastici.
 C’è voluto il coraggio e soprattutto la prontezza di riflessi del professor Coppoli per impedire che i principi che fondano l’autonomia e la didattica scolastica non venissero stravolti e soprattutto si venisse a conoscenza di quanto è accaduto.
 Ovviamente il Dirigente scolastico non ha affatto apprezzato avviando un procedimento disciplinare contro il professore. L’Iter punitivo è giunto a termine ed alla riapertura del nuovo anno scolastico Franco Coppoli è stato sanzionato con 12 giorni di sospensione dalle lezioni e dallo stipendio per aver difeso il diritto di insegnare in piena autonomia ed un’idea di scuola dove gli studenti siano considerati persone a pieno titolo, titolari dei loro diritti non dei minus habens o dei potenziali criminali e le aule scolastiche qualcosa di molto diverso e profondamente opposto da una cella di prigione o da un riformatorio.
La polizia avrebbe potuto esercitare i propri controlli all’esterno dell’Istituto scolastico senza dover ricorrere ad un rastrellamento di massa all’interno delle classi, controlli per giunta del tutto gratuiti poiché gli attuali mezzi investigativi (microcamere e microfoni) consentono intercettazioni molto più efficaci e puntuali. Se il problema era quello del microtraffico di stupefacienti (sic!) non c’era certo bisogno di una tale messa in scena della forza muscolare dello Stato.

Di seguito potete leggere il comunicato dei Cobas Umbria che ha reso nota la notizia e un precedente comunicato che nel quale si descriveva l’accaduto

L’UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE SCEGLIE LA SCUOLA-RIFORMATORIO:SOSPESO 12 GIORNI DALL’INSEGNAMENTO E DALLO STIPENDIO IL DOCENTE CHE HA SCELTO DI CONTINUARE AD INSEGNARE OPPONENDOSI AI CONTROLLI ANTIDROGA DURANTE L’ORARIO DI LEZIONE
Sospendere un insegnante perché si rifiuta di interrompere la lezione sembra un paradosso degno di Lewis Carroll, l’autore di Alice nel paese delle meraviglie, ma a Terni succede proprio questo: il dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale, Domenico Petruzzo, irroga il provvedimento disciplinare della sospensione per 12 giorni dal servizio e dallo stipendio a un docente per essersi rifiutato di interrompere la lezione per controlli con cani antidroga in classe. L’insegnante è Franco Coppoli, referente provinciale della Confederazione Cobas. L’esecutivo nazionale dei Cobas della scuola ha deciso di patrocinare il ricorso davanti al giudice che verrà presentato al Tribunale di Terni al termine del periodo di sospensione. A fine marzo 2014 il docente, all’irruzione dei poliziotti in classe, senza alcun mandato del magistrato, si era rifiutato di interrompere la lezione minacciando gli agenti di denuncia per interruzione di pubblico servizio. L’U.S.R. a luglio ha formalizzato il provvedimento che decorre dall’inizio dell’a.s.. dal 15 al 27 settembre.
Quello di interrompere la normale attività didattica da parte della polizia (senza alcun mandato di magistrati) per controlli con cani antidroga è un atto grave, indice del clima sociale e politico nel nostro paese. Vengono alla mente gli stati di polizia, le irruzioni nelle scuole dopo il colpo di stato in Cile o in Argentina o in quei luoghi dove le forze di polizia si arrogano prassi autoritarie che ledono profondamente i diritti civili, la libertà di insegnamento, le prerogative democratiche, nonché la persona degli studenti. Infatti interrompere le lezioni per imporre umilianti controlli antidroga non porta risultati quantitativi tali che possano far pensare che l’operazione serva a debellare spaccio o consumi. In realtà queste sono operazioni repressive con connotazioni mediatico-intimidatorie: servono a “insegnare” agli studenti che sono tutti potenziali criminali, controllabili e perquisibili in ogni momento. Educare al controllo ed alla subalternità ecco l’intento, neppure troppo nascosto, di queste operazioni-spettacolo che attaccano profondamente l’essenza stessa del fare scuola: dell’educare in modo critico e non certamente reprimere, sorvegliare e punire. Se infatti ci fossero (e non c’erano in questo caso) comportamenti collegati all’uso di sostanze psicotrope, che fanno parte dei processi comportamentali dell’adolescenza, quale dovrebbe essere la risposta della scuola? Intervenire, anche tramite esperti, cercando di affrontare il problema in un’ottica educativa oppure riempire gli istituti di polizia e cani arrestando o prelevando adolescenti in possesso di qualche spinello? E’ quello che Susanna Ronconi di Forum Droghe chiama un suicidio educativo: la scuola ed i docenti così abdicano al proprio ruolo, alla propria professionalità per passare dall’educazione alla repressione. Che senso ha proporre la scuola-carcere, la scuola- riformatorio (come avviene già negli USA) in un momento in cui alcuni stati liberalizzano o legalizzano l’uso terapeutico o ricreativo delle droghe leggere, in cui alcune sentenze della Corte costituzionale attaccano la ormai ventennale e fallimentare “lotta alla droga” e hanno smantellato la legge Fini-Giovanardi che ha solo riempito le carceri di tossicodipendenti garantendo ampi profitti alle mafie. I COBAS si mobilitano a fianco di Franco Coppoli, patrocinano il ricorso in tribunale, organizzeranno iniziative di formazione dei docenti, auspicano la solidarietà dei colleghi, operatori del settore e genitori e la mobilitazione degli studenti per il rispetto dei loro diritti.
La scuola è un contesto educativo, non è un riformatorio dove si possono interrompere le attività didattiche per il triste ed inutile spettacolo delle repressione.
COBAS, COMITATI DI BASE DELLA SCUOLA UMBRIA

LE SCUOLE NON SONO CASERME, NO ALLA POLIZIA A SCUOLA
I COBAS A FIANCO DI FRANCO COPPOLI

Un dirigente scolastico avvia un procedimento disciplinare contro Franco Coppoli, un docente dell’Istituto per Geometri di Terni che la settimana scorsa ha impedito l’irruzione in classe a una squadra di poliziotti con cane antidroga che pretendevano di interrompere le lezioni e controllare gli studenti e l’aula come se si trattasse del Bronx. L’insegnante, dopo aver accertato che non ci fosse alcun mandato della magistratura, alla notizia che la polizia era stata “autorizzata” dal dirigente scolastico ha espresso la sua totale opposizione all’interruzione dell’attività didattica e  annunciando agli agenti che -in caso di violazione dell’aula e della lezione- li avrebbe denunciati per interruzione di pubblico servizio, è riuscito ad ottenerne l’allontanamento dall’aula in nome della libertà di insegnamento.
Qualche giorno dopo la dirigente scolastica pro tempore, Cinzia Fabrizi, ha iniziato un procedimento disciplinare contro il prof. Franco Coppoli, trasmettendo gli atti all’Ufficio scolastico provinciale di Terni e alla Direzione dell’Ufficio scolastico Regionale dell’Umbria. Questo significa che la sanzione disciplinare pretesa è superiore ai dieci giorni di sospensione. Siamo in attesa di ricevere le contestazioni di addebito per capire cosa sia contestato al docente, a cui va la solidarietà dei Cobas. (Qui il link con un’intervista al docente)
Il caso non è isolato ma si inquadra all’interno di una operazione mediatico-intimidatoria più vasta a livello nazionale, in quanto la presenza della polizia nelle scuole viene segnalata in molte cìttà, indice di una strategia mediatico, repressiva ede intimidatoria. La scorsa settimana in quattro istituti superiori di Terni le lezioni, le verifiche, la normale attività didattica sono state interrotte da poliziotti accompagnati da un cane antidroga che hanno fatto irruzione nelle aule scolastiche, facendo uscire gli studenti, controllandoli, perquisendoli e fermando qualche ragazzo.
E’ la prima volta che si è assistito, dentro le nostre scuole,  a scene che ricordano gli stati di polizia più che le democrazie moderne o uno Stato di diritto. I comunicati stampa della Questura di Terni affermano che durante il controllo sono state sequestrate (sic!) “20 dosi di hascisc e marijuana”, quindi in totale dovrebbe trattarsi di 4 o 5 grammi al massimo su migliaia di adolescenti. La quantità è irrisoria e non comprendiamo questo spiegamento di forze che ci sembra  inopportuno, e gravissimo. Siamo sicuri che un controllo su migliaia amministratori delegati di aziende, banchieri o politici (ricordiamo l’inchiesta delle Iene di qualche anno fa) avrebbe dato ben altri risultati, ma quello che rimane e vogliamo denunciare, è un operazione senza alcun senso educativo, che viola gli spazi che i ragazzi dovrebbero vivere come propri, che tenta di criminalizzare i giovani e che contro gli auspicabili interventi di prevenzione e riduzione del danno propone la sola opzione repressiva.
L’irruzione nelle classi e l’interruzione dell’attività didattica si configura infatti come una pesante violazione degli spazi educativi, come un tentativo di disciplinamento dei giovani, cercando di far passare un messaggio che criminalizza ed intimidisce gli studenti e distrugge o attacca pesantemente la specificità e l’autonomia degli edifici scolastici.
Questo spettacolo della forza e della repressione avviene inoltre a poche settimane dal pronunciamento della Corte Costituzionale che ha sancito la totale incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi, quella che ha riempito le carceri di consumatori e piccoli spacciatori proprio equiparando le droghe leggere a quelle pesanti. Mentre in Uruguay ed in molti stati USA ormai hascisc e marijuana vengono legalizzati per scopi terapeutici o ricreativi a Terni si scatena un’operazione mediatica di forza e potenza contro le giovani generazioni, cercando di affibbiare agli adolescenti l’etichetta di drogati. Ci chiediamo infatti quale sia la ratio educativa che sta dietro questa operazione chiaramente intimidatoria, se non quella dell’educare alla disciplina ed alla subordinazione prefigurando uno stato di polizia in cui i diritti diventano un optional.
Invitiamo i dirigenti scolastici ad evitare di far entrare, durante l’attività didattica, la polizia a scuola, attivando eventualmente, con operatori professionali, progetti di prevenzione e riflessione sui comportamenti adolescenziali.
Invitiamo i docenti a lottare per difendere la libertà di insegnamento e l’autonomia della scuola (quella vera…) e a rifiutarsi di interrompere le lezioni, visto che l’operazione -a meno che non sia su mandato di un magistrato- si configura come interruzione di pubblico servizio. Invitiamo i colleghi ad intervenire nei casi critici attraverso strumenti educativi e relazionali e non certamente con comportamenti repressivi che potrebbero rovinare il futuro, già nero, dei nostri studenti.
Invitiamo gli studenti a mobilitarsi contro la repressione ed ii tentativo di criminalizzarli ed intimidirli in massa.
Le nostre scuole non sono caserme o discariche sociali, difendiamo la libertà di insegnamento, la libertà degli spazi educativi contro l’intrusione della polizia nelle nostre aule.
LA CONFEDERAZIONE COBAS
COBAS-COMITATI DI BASE DELLA SCUOLA

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Strage di Bologna, ecco i documenti di Mauro Di Vittorio di cui Raisi negava l’esistenza

La pista palestinese si è rivelata inidonea a fornire una spiegazione della strage di Bologna. Ricorrono ad un linguaggio contorto ed involuto i magistrati della procura bolognese per argomentare la loro richiesta di archiviazione dell’indagine supplementare aperta per fugare ogni ombra di dubbio sull’attentato alla stazione che il 2 agosto 1980 provocò la morte di 85 persone e oltre 200 feriti.

«Inserita all’interno di una cornice terroristica internazionale e suggestivamente intrecciata ad un groviglio di fatti storicamente accertati o meramente ipotizzati, la pista palestinese ha rivelato una sostanziale inidoneità a fornire una complessiva spiegazione delle vicende della strage di Bologna, precludendo una ragionevole formulazione dell’imputazione dell’esecuzione della strage di Bologna al gruppo Carlos, nelle sue diverse articolazioni, operative nell’Europa Occidentale, e, direttamente o indirettamente, alle organizzazioni palestinesi».

Alla fine l’inconsistenza del movente (la rappresaglia per la presunta violazione del Lodo Moro) e l’assenza di elementi probatori nei confronti dei due cittadini tedeschi finiti nel registro degli indagati hanno imposto il riconoscimento della loro «sostanziale» estraneità alla strage, nonostante l’imponente campagna politico-mediatica dispiegata nell’ultimo decennio, il flusso incontrollato di documenti provenienti dagli ex archivi dell’Est, a volte inattendibili o male utilizzati, l’azione di quella che può definirsi una “agenzia di disinformazione e depistaggio”.
I magistrati lo hanno fatto scegliendo un profilo basso, rinunciando nonostante le 82 pagine ad infierire lì dove le contraddizioni, le fandonie, i continui aggiustamenti, le palesi falsità e contraffazioni, avrebbero richiesto ben altre parole e potevano persino configurare ipotesi di reato, di fronte ad uno scenario che col tempo ha assunto sempre più le sembianze di un depistaggio piuttosto che quelle di una pista investigativa alternativa.

Una pista senza movente
Un mese prima dell’attentato del 2 agosto l’Italia era riuscita a far riconoscere al Consiglio d’Europa il diritto del popolo palestinese ad un proprio Stato. Era quello il primo riconoscimento a livello internazionale della Resistenza palestinese. Perché mai un mese dopo un’organizzazione come il Fplp, inserita nell’Olp, avrebbe dovuto organizzare per rappresaglia un attentato dalla portata devastante (il più grave in Europa prima delle bombe di Madrid), come la strage alla stazione di Bologna, solo perché due missili di loro proprietà in transito sul territorio italiano erano stati sequestrati e un suo rappresentante arrestato?
Un atto illogico, al di fuori di ogni ragionevole proporzione, rilevano i pm sulla base anche delle testimonianze fornite da esponenti del Sismi, come Armando Sportelli, direttore della Divisione Esteri “R”, dal 1977 al 1985, diretto superiore del colonnello Stefano Giovannone, capocentro a Beirut, uomo di Moro e tessitore dei rapporti con gli esponenti della Resistenza palestinese.
Sportelli fornisce una lettura del “Lodo Moro” ben diversa da quella narrata nella pubblicistica corrente. Nessun passaggio di armi tollerato, ma solo un appoggio politico per il riconoscimento dei diritti dei Palestinesi in cambio della cessazione delle azioni armate contro obiettivi israeliani, e non solo, sul territorio italiano. In realtà i carteggi del Sismi rintracciabili negli archivi segnalano anche un’intensa collaborazione di intelligence.
Secondo Sportelli, il colonnello Giovannone avrebbe poi applicato una sua “personale” interpretazione dell’accordo offrendo garanzie supplementari che provocarono, una volta venute alla luce, il suo trasferimento.
Insomma il “Lodo Moro”, secondo l’interpretazione dei pm bolognesi, non sarebbe stato un protocollo rigido ma una politica puntuale, duttile, messa in atto di volta in volta secondo le situazioni. In sostanza, lasciano capire i magistrati, vi può essere stata rappresaglia contro qualcosa che non esisteva? L’arresto di Saleh, l’indifferenza della magistratura e dei carabinieri alle pressioni di Giovannone, sarebbero la prova dell’assenza di un accordo complessivo, che altrimenti avrebbe legato le mani agli apparati e alle istituzioni.

Margot Christa Frohlich
Entra nell’inchiesta perché un cameriere dell’hotel Jolly di Bologna l’avrebbe riconosciuta due anni dopo la strage in una foto apparsa sui giornali al momento del suo arresto nello scalo aereo di Fiumicino, dove era stata trovata in possesso di una valigetta in cui era nascosta una miccia detonante.
Rodolfo Bulgini è il testimone che l’avrebbe riconosciuta come l’esuberante ballerina con forte accento tedesco che avrebbe fatto di tutto per farsi notare quel giorno chiedendo ad un inserviente di portare la sua valigia in stazione.
Solo che le verifiche del racconto di Bulgini non hanno trovato riscontri. Il locale dove avrebbe lavorato la ballerina era chiuso dal 1976 e nessuno aveva mai visto la Frohlich (che non è ballerina) e tantomeno una qualunque altra ballerina tedesca. Il Bulgini viene descritto dai colleghi di lavoro come una personaggio fantasioso, sempre pronto a inventare storie e situazioni per darsi importanza e mettersi al centro dell’attenzione. Cercato per essere interrogato, il testimone è risultato affetto da una grave invalidità civile per malattia psichiatrica. Insomma del tutto inattendibile, salvo che per Raisi, Pellizaro e Paradisi.
Di squilibrati che parlano a vanvera in questa vicenda ce ne sono fin troppi. Alla pagina 36 della richiesta di archiviazione si trova la testimonianza di una cittadina tedesca, Rosemarie Eberle, affetta secondo una perizia disposta dal tribunale di Darmstadt da «psicosi cronicizzata paranoide» che ha dichiarato di aver visto il futuro ministro degli Esteri tedesco e vice-Cancelliere del governo Schrôder dal 1998 al 2005, Joscka Fischer, aggirarsi con fare sospetto insieme ad altri suoi compagni nella stazione di Bologna il 2 agosto 1980 poco prima dell’esplosione.

Thomas Kram
Non fa parte del gruppo Carlos ma delle Cellule rivoluzionarie e si presenta alla frontiera di Chiasso e in albergo a Bologna con la sua carta d’identità. Un comportamento ben lontano da quello di una persona che si appresta a commettere un grave reato. «La sua presenza ingiustificata a Bologna – scrivono i pm – non è sufficiente alla formulazione dell’accusa di partecipazione alla strage della stazione ferroviaria». Tuttavia i magistrati censurano pesantemente il comportamento di Kram che con il suo atteggiamento reticente non fuga il «grumo di sospetto» che si addensa sulla vicenda.

Mauro Di Vittorio, vittima della strage
Veniamo alla figura di Mauro Di Vittorio, chiamato in causa dall’ex carabiniere missino, poi onorevole trombato, Enzo Raisi.
Quando l’ipotesi della rappresaglia come movente della strage per il sequestro dei missili palestinesi intercettati davanti al porto di Ortona prima del loro imbarco cominciò a traballare, venne introdotta la variante dell’incidente intercorso durante un trasporto di esplosivo.
Tecnicamente le perizie hanno sempre smentito un simile scenario perché la valigia esplosiva era collocata in una posizione tale da far pensare che la deflagrazione dovesse sortire il massimo effetto, e soprattutto conteneva l’innesco. Non si trasporta esplosivo innescato.
Contro ogni principio di realtà tuttavia i sostenitori della pista palestinese hanno cercato il complice italiano, l’anello mancante, quello che avrebbe dovuto portare con sé la valigia, e questo perché nessuno ha mai visto Kram o la Froelich in stazione. Il complice italiano era fondamentale anche per creare il nesso con le organizzazioni armate della sinistra rivoluzionaria italiana.
E così, come fanno le Jene (vedi qui), si è cominciato a rovistare tra i morti. Si cercava un giovane, possibilmente romano, legato all’area dell’autonomia, meglio se al collettivo di via dei Volsci, come Pifano e Baumgartner arrestati ad Ortona con i missili insieme ad Abu Saleh, il rappresentante del Fplp. Ma ancora meglio se fosse stato in odore di Brigate rosse. Magari uno di quei giovani presi nelle retate di Br city, tra la Tiburtina e Cinecittà. Alla fine è sbucato Mauro Di Vittorio, 24 anni, di Tor Pignattara. Non era affatto un militante anche se era conosciuto da chi frequentava la sezione di Lotta continua del quartiere. Di Vittorio guardava altre periferie, quelle londinesi, dove aveva una stanza in uno stabile occupato, portava lunghi capelli un po’ rasta, aveva una barba molto folta (vedi qui la sua storia).
I Pm gli dedicano appena una pagina per scagionarlo. Si affidano ad alcuni rapporti della Digos ed alle parole della sorella Anna, intervenuta per difenderne la memoria nel silenzio più assoluto (leggi qui) dell’associazione delle vittime della strage e del suo presidente, Paolo Bolognesi, che per ragione sociale avrebbe dovuto fare tuoni e fulmini contro questo linciaggio. Un eccesso di sufficienza di fronte ad un’accusa calunniosa rivolta verso una persona che non può più difendersi e che a distanza di decenni viene uccisa una seconda volta. Tanto più che le accuse di Raisi poggiano su evidenti contraffazioni documentali contenute anche in un libro e menzogne sfacciate.

Qui sotto potete trovare una pagina manoscritta del suo diario di viaggio. Respinto alla frontiera londinese, la mattina del 2 agosto dopo un rocambolesco viaggio di ritorno attraverso la Francia (dove venne multato perché privo di biglietto) si ritrovò a Bologna per morire nella deflagrazione.
Enzo Raisi ha sempre negato l’esistenza di questo diario di cui avevamo già pubblicato il testo integrale apparso su Lotta continua nei giorni successivi alla strage (leggi qui).

Quaderno MDV

Per i sostenitori della pista palestinese non solo il diario era una contraffazione costruita postmortem ma Mauro Di Vittorio sarebbe stato a Bologna in anonimato, proprio perché stava trasportando dell’esplosivo. Raisi ha sempre sostenuto che non vi era traccia della sua carta d’identità. Eccolo servito.
La carta d’identità di Mauro è stata restituita alla sorella Anna, insieme con altri effetti personali del fratello, dalla Polfer  il 12 agosto 1980. Ecco l’incipit del processo verbale di consegna presente negli atti dell’inchiesta di cui i pm hanno chiesto l’archiviazione:

L’anno 1980 addì  12 del mese di Agosto, alle ore 11.45, negli Uffici del Comando Posto Polizia Ferroviaria di Bologna, Innanzi a Noi sottoscritti Ufficiali di P.G., è presente la Signorina DI VITTORIO Anna, nata a Roma il 3.8.1954 ivi residente in Via Anassimandro Nr.26, nubile Insegnate, Tessera Mod AT rilasciata dal Ministero della Prubblica Istruzione-Provvedditorato Agli Studi di Roma il 14.1.1977 Nr.38290339.

C.I.Mauro

 

Per saperne di più

0. Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
1. Puntata, L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
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4. Puntata, Cutolilli, Di Vittorio non deve dimostrare la sua innocenza è Raisi che deve giustificare le sue accuse
5. Accuse contro Mauro Di Vittorio, Paradisi e Pellizzaro prendono le distanze da Enzo Raisi ma non convincono affatto

Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

 

 

«A via Fani c’eravamo solo noi delle Brigate rosse». Raffaele Fiore smentisce il settimanale “OGGI”

di Marco Clementi e Paolo Persichetti

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L’intervista manipolata

«In via Fani quella mattina del 16 marzo 1978 c’eravamo solo noi delle Brigate rosse e il convoglio di Moro. Punto». Raffaele Fiore al telefono è perentorio. Operaio, dirigente della colonna torinese, era tra i nove che quella mattina neutralizzarono la scorta e rapirono il presidente della Democrazia cristiana, il “partito regime” per una buona parte dell’opinione pubblica di allora. Condannato all’ergastolo, dopo 30 anni di carcere ha ottenuto la liberazione condizionale. Ora lavora in una cooperativa.
Quando gli telefoniamo sta scaricando un furgone: «sentiamoci tra una mezz’oretta – mi dice – che mi siedo in ufficio e parliamo con più calma».
La dietrologia sulla vicenda Moro è tornata alla carica negli ultimi tempi con la storia della moto Honda guidata dai Servizi, della presenza (presunta) del colonnello Guglielmi, ufficiale del Sismi, in via Fani e ancora prima, poco più di un anno fa, con il libro dell’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato che riprendeva le rivelazioni di un ex finanziere sulla mancata liberazione dell’ostaggio in via Montalcini, e subito dopo per le dichiarazioni di un artificiere sul ritrovamento del corpo del presidente democristiano. In questi due ultimi casi è già intervenuta la magistratura che ha fatto chiarezza incriminando per calunnia sia  Giovanni Ladu (l’ex finanziere) che Vitantonio Raso (l’ex artificiere). Nonostante ciò, a riprova della sordità e della separatezza del ceto politico, una nuova commissione d’inchiesta parlamentare è stata appena varata.

Raso indagato
Ora giungono le dichiarazioni (presunte) di Fiore, uno che a via Fani c’era, apparse sul numero di “Oggi” in edicola: un’intervista di tre pagine realizzata da Raffaella Fanelli che raccoglie, come recita l’occhiello, «la clamorosa confessione di un capo delle BR».
Il pezzo riprende un vecchio leit motiv della dietrologia, ossia che le Br in via Fani non erano da sole: «C’erano persone che non conoscevo», avrebbe detto Fiore, «che non dipendevano da noi […] Che erano altri a gestire».
Clamoroso. Se fosse vero andrebbe riscritta almeno la verità giudiziaria [la storia, si sa, è un work in progress]. Ma il problema è che Fiore quelle parole non le ha mai dette. L’intervista è stata “confezionata” in modo da far dire all’ex brigatista proprio quelle parole, che invece si riferivano ad altro, senza retropensieri e sottintesi. Per questo motivo abbiamo chiamato Fiore.
«Raffaele, insomma, ci spieghi cosa è successo con la giornalista? Che cosa vogliono dire quelle frasi?».
Sentiamo che Fiore non è nemmeno arrabbiato, eppure avrebbe tutte le ragioni al mondo per esserlo.
«In via Fani quella mattina eravamo in nove [Fiore non prende in considerazione la staffetta indicata nelle sentenze processuali nella persona di Rita Algranati, condannata all’ergastolo e attualmente in carcere]. Di questi ne conoscevo sei, i regolari: Mario, Barbara, Valerio, Baffino, Prospero e Bruno (1). Gli altri, due irregolari romani, non li conoscevo ed ancora oggi farei fatica ad identificarli. La giornalista mi ha chiesto se i due situati nella parte superiore di via Fani fossero Lojacono e Casimirri. Ho risposto che non li conoscevo. Che i due che stavano sulla parte alta della via erano della colonna romana e dunque erano altri a gestirli».
Se la domanda sul cancelletto superiore manca nel testo, la risposta può assumere qualsiasi senso. Ed è questo il sotterfugio impiegato dalla giornalista che ha fatto l’intervista, l’origine della “rivelazione”, quell’impasto di livore e odio contro chi ha condotto una lotta in armi in questo paese, cotto da sempre nel forno della dietrologia.
Raffaele Fiore ha semplicemente riposto la propria fiducia nella persona sbagliata. Gli ha parlato a viso aperto, tentando di spiegare ragioni e motivazioni del proprio passato e delle proprie azioni, in generale, non solo su via Fani. Conversando, ha anche provato a ragionare su quella complessa vicenda che è stato il rapimento di Moro. Forse pensava di essere a un convegno di storici ma in realtà non era neanche giornalismo.

Note  
1) Mario Moretti, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Franco Bonisoli (Baffino), Prospero Gallinari e Bruno Seghetti.

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Le 18 risposte ad Aldo Giannuli 2/fine
Stato e dietrologia – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta

Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi

Per saperne di più
Perché ai dietrologi non piace che i documenti sulle stragi non siano più riservati
La retorica del complotto nella storiografia italiana degli anni 70

L’accusa di terrorismo, uno strumento repressivo in perenne estensione [Prima parte]

Riceviamo e pubblichiamo questo intervento del Prison Break Project sulla storia del concetto di terrorismo, accusa (la finalità terroristica) rivolta contro quattro compagni e compagne NoTav, incarcerati in regime di alta sorveglianza dallo scorso 8 dicembre 2013.
La volontà – spiegano gli autori del testo – è quella di contribuire al dibattito pubblico e di movimento sul tema della repressione, a partire dalle sollecitazioni che l’attualità giudiziaria impone su chi partecipa alle lotte in Italia”.
Il testo sarà diviso in tre spezzoni per agevolarne la lettura e per accompagnare simbolicamente le scadenze di questo mese di mobilitazione per la liberazione di compagni e compagne e contro la criminalizzazione della lotta notav.
La prima parte è stata pubblicata su diversi blog e siti il 5 maggio scorso (noi lo facciamo in ritardo e ce ne scusiamo), le altre date previste sono quelle del 12 e 19 maggio prossimi. L’obiettivo è quello di mostrare un piccolo, e speriamo utile, segno tangibile di solidarietà alle lotte contro le dinamiche repressive.

Ben venga questa discussione. Che si apra il dibattito dunque anche se riteniamo non debba limitarsi soltanto alla conoscenza degli strumenti e delle tecniche repressive messe in campo dagli apparati statali ma debba andare oltre, cercando le strade per contrastare i processi repressivi, il loro continuo aggiornamento.
La sfera del giuridico non esprime solo tecnica ma uno degli aspetti più profondi del politico: la continua ridefinizione dei confini del lecito e dell’illecito, della legittimità e dell’illegittimità, quella sorta di pendolo che è la legalità.
La sfera del giuridico è un terreno di conflitto dove però ad essere attrezzata è solo una delle parti. L’altra, i movimenti, chi lotta, il più delle volte recita il ruolo passivo di chi prende colpi senza sapere bene cosa fare, oppure attestandosi su una linea di condotta che non va oltre la resistenza, la capacità di incassare. Tenere botta è importante ma l’avversario si mette in difficoltà schivando i suoi colpi e si stende portando i propri. Dinamismo, movimento, velocità, riflessi, contro staticità. Non ci si può esimere dal costruire un intervento politico sulla giuridicità.
Questa estate si era aperta una discussione attorno ad una proposta definita “amnistia sociale”, era un tentativo di definire un orizzonte prim’ancora che una soluzione concreta: elaborare una strategia che individuasse il nodo centrale dello scontro che veniva costituendosi, ovvero l’attacco alla legittimità stessa di un dissenso fattivo, alla possibilità che dei movimenti potessero esistere e mettersi di traverso, inceppando un sistema sempre più oligarchigo. Diventare il volano di un fronte da allargare per scardinare le ultradecennali stratificazioni dell’emergenza.
Nel fratempo quel dibattito si è arenato mentre le dinamiche repressive oltre ad essersi inasprite hanno allargato il loro fronte in Val Susa come a Roma e i movimenti si sono trovati in grosse difficoltà, senza strumenti, senza aver mai intaccato di un millimetro le strategie repressive che mirano ad isolarli e sconfiggerli.
Forse è il caso di ripensarci!

5 maggio 2014. Terrorizzare e reprimere. Parte 1 di 3

Terrorizzare e reprimere.
Il terrorismo come strumento repressivo in perenne estensione

“When government fears the people, there is liberty. When the people fear the government, there is tyranny”
Thomas Jefferson

Non siamo in grado di trattare con esaustività un tema vasto e controverso come quello del terrorismo.
Ci interessa piuttosto seguire a volo d’uccello la parabola storica della nozione di terrorismo, per mostrare come essa, nata per indicare i più gravi atti di violenza politica indiscriminata, stia finendo per abbracciare virtualmente ogni atto di insubordinazione all’ordine costituito.
Diventa preminente l’esigenza, che impregna tutto il lavoro di Prison Break Project, di non appiattire il discorso critico solo sul piano ostile e ostico del diritto. Perciò, pur nell’inevitabile incompletezza della nostra disamina, anteponiamo all’analisi delle definizioni giuridiche internazionali ed italiane del terrorismo un’approssimativa indagine “filologica” del concetto nel suo manifestarsi storico.
Tra i due piani c’è ovviamente una relazione, dato che persino le parole più falsificate e asservite dal potere devono la loro efficacia persuasiva e di governo alla loro capacità di rinviare a-, a risuonare con-, esperienze collettive che al potere pre-esistono o che comunque hanno una loro, relativamente autonoma, dimensione di realtà.
L’esperienza cui il concetto di terrorismo non può non rimandare è il terrore, esperienza per sua natura soggettiva (ciò che terrorizza te non è detto che terrorizzi me), ma che assume la valenza politico-giuridica che qui rileva solo in quanto si imprime su un soggetto collettivo (il terrore deve comunque colpire un “noi”).
La natura intrinsecamente politica del concetto di terrorismo sta dunque, in ultima analisi, nella decisione su quale sia il soggetto collettivo che si assume colpito dal terrore.

terrorismOrigine, evoluzioni e deformazioni di un concetto ambiguo

La maggiore difficoltà che si frappone all’analisi del fenomeno terroristico risiede nella sua ambiguità, nel senso che la qualificazione di un’azione o di una pluralità di azioni come terroristiche non è frutto di un giudizio di valore assoluto ma relativo. In altri termini, un comportamento che è valutato come terroristico dai suoi destinatari, riceve invece una diversa qualificazione dai suoi autori”.

Queste parole non sono state pronunciate da un legale di soggetti accusati di terrorismo o da qualche scomodo intellettuale radicale. Sono invece tratte da uno scritto1 di Emilio Alessandrini, Pietro Calogero e Pier Luigi Vigna, magistrati titolari di diverse inchieste per terrorismo negli anni ‘70.
Se persino chi ha elargito anni e anni di carcere sulla base della nozione di terrorismo ne ha denunciato l’ambiguità, è chiaro che diventa tanto difficile quanto necessario il tentativo di restituire un minimo di contenuto semantico al concetto.
Nel senso comune del termine, il terrorismo denota una delle modalità più efferate e indiscriminate in cui si può esprimere la violenza politica. Le diverse definizioni accademiche 2 si imperniano intorno ad un minimo comune denominatore che valorizza l’etimologia del termine: terrorismo significa terrorizzare la popolazione attraverso atti violenti indiscriminati in vista di un fine politico o ideologico.
Da questo nucleo semantico tanto vago quanto intrinsecamente carico di disvalore discende la relativa ambiguità e soggettività del concetto, il quale si presta dunque facilmente ad essere strumento di condanna e demonizzazione dell’avversario politico 3.

Nonostante i suoi limiti, tuttavia, questa definizione è un imprescindibile riferimento sia per poter operare una ricostruzione storica del fenomeno che per conquistarsi un minimo di autonomia di giudizio in relazione agli avvenimenti attuali. Un’autonomia di giudizio che serva, se non a valutare quali prassi contemporanee possano essere definite terroristiche, quantomeno a riconoscere con sicurezza ciò che terrorismo non è.
Già da un punto di vista filologico, lo slogan di movimento “terrorista è lo stato” coglie nel segno. Il termine viene coniato a partire dall’esperienza del “Regime del Terrore”, instauratosi nella Francia rivoluzionaria del 1793, a forza di teste ghigliottinate secondo le decisioni sommarie del Comitato di Salute Pubblica 4, organo del governo rivoluzionario giacobino.
I neologismi francesi terrorisme e terroriser, creati a partire dal latino terror, iniziano a circolare in Europa proprio col significato – tuttora attestato nei vocabolari – di “azione del potere politico di incutere terrore nei confronti dei cittadini, attraverso la costrizione e l’uso illegittimo, indiscriminato e imprevedibile della forza” 5.

Un primo capovolgimento semantico avviene con il colonialismo europeo. Le potenze europee si servirono dello stigma legato all’impiego del termine “terrorismo” contro quelle popolazioni asiatiche e africane che provavano a ribellarsi alle politiche coloniali di sterminio e depredazione delle risorse.
In alcuni casi l’accusa di terrorismo aprì la strada a veri e propri genocidi, come avvenne per la popolazione “Herero” trucidata dall’esercito tedesco 6. Contro gli Herero, accusati di terrorismo, furono usati metodi terroristici da manuale: sterminio per fame, avvelenamento dei pozzi, campi di concentramento e terribili esperimenti medici. Secondo il rapporto ONU “Whitaker” del 1995 il genocidio ridusse la popolazione da 80.000 a 15.000 “rifugiati affamati”.
Sorte analoga spettò ai Mau Mau massacrati dagli inglesi. Col pretesto della lotta al terrorismo divenne possibile anche in questo caso legittimare metodi terroristici come i campi di concentramento e l’uso sistematico dell’elettro-choc 7.
D’altronde anche il colonialismo italiano non fu da meno nel dispensare campi di concentramento, stupri di massa e gas nervino in Africa come nei Balcani 8.

Nel corso del Novecento c’è un’altra esperienza in cui il terrorismo assume un ruolo importante. All’indomani della rivoluzione d’ottobre e nel vivo della fase del “comunismo di guerra”, Lev Trockij scrive Terrorismo e Comunismo 9 in cui spiega l’importanza strategica del terrore rivoluzionario, il quale nella sua visione si riallaccia al terrore giacobino e si contrappone al terrorismo controrivoluzionario del regime zarista.
Non ci interessa qui verificare se le valutazioni di Trockij fossero corrette o meno. Non si può cionondimeno ignorare come queste teorizzazioni e pratiche di certo non servirono a porre un argine all’avvento, una quindicina di anni dopo, del Terrore staliniano, chiara forma di terrorismo di stato.
Con quest’ultimo termine si intende il periodo delle purghe staliniane – iniziate nel 1934 dopo l’assassinio del dirigente bolscevico Kirov – che permise l’ampliamento dei poteri della polizia politica (Nkvd) e di varare una legislazione d’emergenza che fu il supporto dei grandi processi pubblici contro i vecchi capi bolscevichi. L’ironia della Storia vuole che proprio Trockij e i suoi seguaci furono tra le vittime di questi processi con l’accusa di terrorismo 10. Ecco dunque un’altra volta il rovesciamento di senso: il terrore stalinista che accusa di terrorismo i suoi oppositori.

E che dire invece dei regimi “democratici” contemporanei? A proposito delle pratiche terroristiche da loro utilizzate ci limitiamo a ricordarne la più compiuta espressione: la guerra. Infatti, se torniamo a considerare la definizione di terrorismo vista all’inizio (terrorizzare la popolazione con una violenza indiscriminata per raggiungere un fine politico) ci rendiamo conto che la guerra, in particolare quella moderna basata sui bombardamenti aerei, vi rientra in pieno.
Il massimo e apocalittico esempio di questo tipo di terrorismo è il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki 11. Tuttavia anche un semplice cacciabombardiere novecentesco che getta “a spaglio” le sue bombe sopra una città non fa altro che seminare terrore e morte in maniera indiscriminata.
Ci ricorda Vladimiro Giacchè come questa inconfutabile valutazione si attagli anche alle contemporanee “guerre chirurgiche”. Questo tipo di bombardamento provoca i cosiddetti “effetti collaterali”, ossia i previsti e voluti massacri di civili. In realtà, l’idea della guerra chirurgica non è certo nuova. Essa era teorizzata già negli anni `20 come “un’operazione chirurgica di aggiustamento internazionale senza quasi spargimento di sangue” mediante l’uso dell’aeronautica militare che “punterà ad abbattere il morale della popolazione”, ossia, ancora una volta, a seminare il terrore 12. In questo quadro, la nuova politica tecnocratica della cosiddetta “guerra dei droni” è l’ennesima innovazione nel campo delle possibilità terroristiche del potere costituito e degli stati 13.

Possiamo, a conclusione di questa panoramica storica, sottolineare un dato di fatto: il terrorismo è un’efferata strategia politico-militare che viene portata avanti anche da singoli e gruppi, ma che in realtà è sistematicamente usata delle organizzazioni statali.
Non vogliamo quindi sostenere che il terrorismo è stato storicamente solo quello di Stato, poiché certamente pratiche terroristiche sono state adottate anche da gruppi e/o individui privi di potere. Attentati esplosivi indiscriminati contro la popolazione civile sono ad esempio stati realizzati da combattenti irlandesi, palestinesi, del risorgimento italiano 14, rivoluzionari e fascisti.
Un discorso a parte meriterebbe invece l’uso che gli Stati hanno fatto dell’accusa di terrorismo su gruppi che usavano la violenza (anche armata) per un fine rivoluzionario che terrorizzava solo i dominanti ma poteva entusiasmare i dominati. Se si condivide infatti l’assunto che la società non è un tutto organico e monolitico, occorre chiedersi quali gruppi sociali siano terrorizzati da una specifica modalità terroristica.
Un bombardamento aereo è certamente un atto idoneo a terrorizzare tutta la popolazione (per quanto quest’ultimo concetto sia un’astrazione). Ma può dirsi lo stesso della gambizzazione di un uomo politico o di un manager?
Secondo noi è tutta questione del punto di vista di classe da cui si guarda la realtà: un regicidio terrorizza regnanti e classi dominanti; una bomba alla stazione terrorizza direttamente chi prende i treni per spostarsi. In questa prospettiva è evidente come la doppiezza del concetto di terrorismo rifletta la contrapposizione ideologica e di classe che può darsi dentro una società.
Il punto che ci preme qui sottolineare è però un altro: quella statale è la forma prototipica di terrorismo, il terrorismo per eccellenza. Il terrorismo è insomma prevalentemente una pratica di governo.
Il terrorismo individuale o di gruppo, al netto di ogni valutazione etica, è un fenomeno incomparabile per micidialità e dimensioni al terrorismo di Stato. Per giungere a questa conclusione non c’è bisogno di “pesare” spietatamente le quantità di vittime dell’uno e dell’altro fenomeno.
È la storia del Novecento a dimostrarlo. I regimi coloniali, i totalitarismi nazifascisti e stalinisti, le guerre mondiali (con la trasformazione della guerra tra eserciti in guerra ai civili), la minaccia atomica, le dittature sudamericane, africane e asiatiche: tutte queste situazioni in cui il terrore e una violenza efferata giocano un ruolo determinante sono “affare di Stato” e non hanno eguali nel terrorismo individuale o di gruppo.
Dietro queste evidenze storiche del carattere principalmente statale del terrorismo vi sono ragioni strutturali: le situazioni in cui avviene una tendenza generale a terrorizzare una popolazione sono appannaggio degli Stati, i quali (servendosi anche dei loro micidiali armamentari bellici e comunicativi) possono ampliarne e declinarne gli effetti, veicolando la propria interpretazione e l’attribuzione dello “scempio” e del “nemico”.
In questa prospettiva suona grottesca la proclamazione di Guerra al Terrorismo lanciata dopo l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. Innanzitutto non è possibile dichiarare guerra ad una forma di guerra, poiché, va ribadito, il terrorismo non è un nemico, non è un soggetto, è una strategia.
Inoltre è paradossale che siano gli Stati Occidentali a lanciare una crociata contro una pratica da essi sempre adottata, difesa e foraggiata 15. Ancora più paradossale è che, per l’ennesima volta nella storia, chi dice di combattere il terrorismo utilizzi metodi terroristici, ad esempio bombardando i civili iracheni nella guerra del 2003. Non lascia adito a dubbi il nome del primo attacco aereo su Baghdad: “Shock and Awe”. Tradotto letteralmente: “colpisci e terrorizza”.

Note

1 Questo scritto è stato testualmente citato dall’avv. Pelazza nell’intervista “colpevoli di resistere”, reperibile all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=03vVyrbmJVU.

2 Per una rassegna di alcune autorevoli definizioni dottrinarie del terrorismo si veda G. Pisapia, “Terrorismo: delitto politico o delitto comune?”, in Giustizia Penale, p. 258 ss., 1975. L’articolo evidenzia anche alcune tipizzazioni che danno conto della complessità del fenomeno: terrorismo di stato (governativo, esterno o “complice”); terrorismo rivoluzionario, subrivoluzionario o repressivo; terrorismo sociale, politico o di diritto comune; terrorismo interno o internazionale; terrorismo diretto e indiretto, eccetera. Cerella fornisce invece una definizione generale del fenomeno in linea con quella da noi riportata, pur dando conto delle difficoltà di un approccio avalutativo quando si intende purificare il concetto di terrorismo dalle sue incrostazioni storiche, A. Cerella, “Terrorismo: storia e analisi di un concetto”, in Trasgressioni, num. 49, pp. 41 e ss., 2010, reperibile su: http://clok.uclan.ac.uk/7969/ /TERRORISMO.%20STORIA%20E%20ANALISI%20DI%20UN%20CONCETTO.pdf.

3 Interessante che il Dictonnary of Politics di Elliott e Summerskill nel 1952 affermi “Terrorista è colui che ricorre alla violenza e al terrore per raggiungere finalità politiche, che frequentemente implicano il sovvertimento dell’ordine stabilito. Il vocabolo è usato anche dai sostenitori di un particolare regime per descrivere e screditare qualsiasi oppositore che ricorra ad atti di violenza. Gli oppositori di un regime, tuttavia, sarebbe meglio definirli partigiani o combattenti della resistenza piuttosto che terroristi” (in Pisapia, 1975, op. cit). Giglioli constata lapidariamente: “Il terrorismo è la violenza degli altri”, D. Giglioli, All’ordine del giorno è il terrore, Bompiani, Milano, 2007, p. 7.

4 Per ciò che concerne il biennio rivoluzionario che la storiografia ufficiale ha etichettato con l’appellativo di “Terrore”, segnaliamo però che la stessa caratterizzazione del periodo come determinato unicamente dalla barbarie giacobina volta ad eliminare fisicamente tutti gli oppositori politici di quello che, in fin dei conti, è un nuovo Stato autoritario, risulta viziata da un certo revisionismo e da un approccio “fintamente” avalutativo della Storia. Questo perché si intende così trasformare quello che è stato, almeno in alcuni suoi aspetti, un tentativo di rivoluzione sociale, pur con tutte le sue contraddittorietà ed i suoi eccessi, in un processo di semplice rivoluzione “borghese”, nella transizione cioè da uno stato autoritario premoderno ad uno democratico borghese. In una concezione di tal genere il “Terrore” non sarebbe altro che un intermezzo dispotico, ad immagine e somiglianza del folle ed incorruttibile Robespierre, nel mezzo di un lineare processo di mutamento di classe dirigente, iniziato con la presa della Bastiglia e terminato con l’avvento e la sconfitta di Napoleone. Non si analizzano cioè le laceranti divisioni in seno al fronte rivoluzionario, che rispecchiavano le differenze politiche dello schieramento, le lotte intestine ed il ruolo da protagonista che gioca la plebe parigina e francese nel tentativo di innalzarsi e liberarsi da schiavitù e sfruttamento. Il filone interpretativo che valorizza questi aspetti concepisce al contrario il 1793 come “punto più alto” della Rivoluzione, poiché vi fu un tentativo di attacco ai privilegi tanto della vecchia classe nobiliare quanto della nuova “borghesia”. Il Terrore, come periodo storico, si sostanzia di tutte queste contraddizioni; l’innamoramento generale per “Madama ghigliottina”, invece, sarà l’aspetto che si ritorcerà contro i rivoluzionari stessi, provocando l’uccisione di Marat, Danton e Robespierre e l’avvento del Termidoro.

5 Mauro Ronco, voce “Terrorismo” in Novissimo Digesto Italiano, Torino, 1986, p. 754.

6 Il Generale Lothar von Trotha, responsabile del genocidio, commesso fra il 1904 e il 1907, scrisse: “Io credo che la nazione come tale (gli Herero) debba essere annientata, o, se questo non è possibile con misure tattiche, debba essere espulsa dalla regione con mezzi operativi ed un ulteriore trattamento specifico… L’esercizio della violenza fracasserà il terrorismo e, anche se con raccapriccio, fu ed è la mia politica. Distruggo le tribù africane con spargimento di sangue e di soldi. Solo seguendo questa pulizia può emergere qualcosa di nuovo, che resterà”. Maggiori dettagli e riferimenti su: http://claudiocanal.blogspot.it/2010/06/herero.html.

7 Ancora a proposito delle strategie militari del colonialismo inglese Noam Chomsky ricorda che “Winston Churchill autorizzò l’uso delle armi chimiche “a scopo sperimentale contro gli arabi ribelli”, denunciando la “schifiltosità” di coloro che facevano obiezioni “sull’uso dei gas contro tribù incivili”, per la maggior parte curde, da lui invece sostenuto perché “avrebbe seminato un grande terrore”, http://www.tmcrew.org/archiviochomsky/501_8_2.html.

8 La questione della rimozione delle crudeltà del colonialismo in salsa italica è un tema storico quantomai attuale: essa si scontra con il mito degli italiani brava gente che costituisce il prodromo dell’accusa implicita di terrorismo e barbarie addossata a chi resisteva e attaccava l’esercito coloniale italiano. Su questo tema si possono citare: i lavori di Del Boca (Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Neri Pozza, Vicenza, 2005; A un passo dalla forca. Atrocità e infamie dell’occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini, Baldini Castoldi, Milano, 2007) e Kersevan (Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Kappa Vu, Udine, 2003; Lager Italiani, Nutrimenti, Roma, 2008) che fanno un bilancio di lunghe ricerche; l’epopea giudiziaria del film Leone del deserto di Moustapha Akkad la cui visione fu proibita per decenni in Italia (analogamente alla Battaglia di Algeri di Pontecorvo in Francia); le narrazioni romanzate in recenti testi dei Wu Ming (Timira, Point Lenana). Segnaliamo anche quest’articolo sui campi di concentramento per gli sloveni: http://contromaelstrom.com/2014/01/29/memoria-ricordiamo-i-crimini-del-colonialismo-italiano/. Lo riteniamo interessante non solo perché contribuisce a restituire verità e contesto storico alla vicenda delle foibe, ma anche perché segnala il processo del Tribunale Speciale per la difesa dello stato tenutosi nel 1940 contro 60 sloveni. Essi erano significativamente accusati di un reato associativo in quanto partecipanti “ad associazioni tendenti a commettere attentati contro l’integrità e unità dello stato” (Marta Verginella, Il confine degli altri, Donzelli editore, 2008, p. 8).

9 Per un’interessante riedizione si veda il testo Zizek presenta Trockij. Terrorismo e comunismo, a cura di Antonio Caronia, editore Mimesis, 2011. Riportiamo un passo dal testo di Trockij: “Chi di principio ripudia il terrorismo – e cioè ripudia le misure di soppressione e di intimidazione nei confronti della controrivoluzione armata – deve rifiutare ogni idea di dittatura politica della classe operaia e rinnegare la sua dittatura rivoluzionaria”. La concezione trotzkista difende tuttavia solo il terrore espresso dalle masse rivoluzionarie organizzate mentre rifiuta il terrorismo individuale o di gruppo in quanto politicamente inefficace. Ciò peraltro a prescindere dall’approvazione morale o dall’umana simpatia che spesso non viene negata da Trockij al gesto individuale, si veda Massari, Marxismo e critica del terrorismo, Newton Compton Editori, 1979, p. 146 e ss.

10 Il primo e probabilmente più famoso è il “processo contro il centro terrorista trotskista-zinovievista”. Fornisce un approfondimento del periodo in questione il trotzkista Vadim Rogovin, 1937: Stalin’s Year of Terror, Mehring Books, 1998. Del testo si trova una traduzione in italiano all’indirizzo:
http://www.marxists.org/italiano/archive/storico/rogovin/1937terrore/1.htm.

11 Sul tema del terrore atomico non si può non rinviare alle bellissime pagine delle “tesi sull’era atomica” e dei “comandamenti sull’era atomica” di Gunther Anders. L’“angoscia atomica” da egli descritta e auspicata è tuttavia un sentimento positivo che nasce dalla consapevolezza della costante possibilità dell’apocalisse atomica e che spinge ad intraprendere le azioni necessarie per far cessare la “situazione atomica”. Si veda Anders, G. Essere o non essere: diario di Hiroshima e Nagasaki, Einaudi, Torino, 1961.

12 L’affermazione riportata in virgolettato è dell’inglese J.M. Spaight, teorico della guerra aerea, citata in V. Giacchè, La fabbrica del falso, Derive Approdi, 2008, p. 120.

13 Come ricorda Chamayou in Teoria del drone, Derive Approdi, 2014, il drone diviene un dispositivo flessibile in grado di coniugare in sé l’indicazione dei soggetti terroristi e la loro eliminazione ed è quindi capace di terrorizzare la popolazione potenzialmente solidale ai “sospetti”. In questo caso avviene l’ennesimo aggiornamento tecnologico che massimizza la criminalizzazione dei “barbari terroristi” oltre a permetterne l’eventuale eliminazione fisica senza minimamente coinvolgere i corpi di militari e forze di polizia.

14 Su questo punto torneremo nel prossimo paragrafo.

15 Solo limitandosi all’esempio Usa, la Scuola delle Americhe ha addestrato dal 1946 oltre 60.000 soldati da adoperare, secondo metodi terroristici, contro i movimenti popolari dell’America Latina. Da quella “scuola” uscirono anche le élites dei vari regimi dittatoriali sudamericani, compreso il Cile di Pinochet. Non dimentichiamo poi che lo stesso Bin Laden così come i Talebani, prima di diventare i Nemici Assoluti degli Stati Uniti, fossero da questi finanziati in quanto alleati nello scacchiere internazionale. Altri esempi di “metamorfosi del terrorista” in V. Giacchè, op. cit., pp. 117-119.

Perché ai dietrologi da fastidio che i documenti sulle stragi non siano più riservati?

Smascheramenti – Il 22 aprile 2014 il capo del governo Matteo Renzi ha disposto la declassificazione degli atti conservati presso le diverse amministrazioni dello Stato (ministero dell’Interno, arma dei Carabinieri, Servizi segreti e altre strutture) riguardanti le stragi di piazza Fontana (1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), questura di Milano (1973), piazza della Loggia a Brescia (1974), Italicus (1974), Ustica (1980), stazione di Bologna (1980), Rapido 904 (1984)

image_galleryLa decisione del presidente del Consiglio fa seguito ad una direttiva impartita nel corso di una riunione del Cisr (Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica), tenutasi venerdì 18 aprile. In quella sede si è deciso il versamento anticipato della documentazione classificata relativa alle stragi in possesso delle diverse amministrazioni dello Stato, in omaggio alla trasparenza e in ottemperanza anche con quanto previsto nella legge 124 del 2007, che regola i nuovi termini del segreto di Stato, opponibile per un periodo non superiore ai 30 anni ma largamente disatteso, salvo alcuni casi circoscritti. Proprio perché il segreto di Stato – secondo la normativa attuale – può essere apposto per 15 anni, reiterabili una sola volta, restava sempre più ingiustificabile quel segreto di Stato strisciante che investe il resto della documentazione classificata prodotta dalle diverse amministrazioni dello Stato. Una inaccessibilità agli atti che incontra in via teorica un vincolo minimo di riservatezza di 40 anni (70 per le informazioni di carattere personale), in realtà spesso di gran lunga superiore per le ragioni più disparate frapposte da un’amministrazione completamente estranea ad una prassi e cultura della trasparenza.

Aboliti i vincoli di riservatezza
Quanto annunciato da alcuni organi d’informazione è risultato inesatto: la direttiva varata del governo non investe il segreto di Stato. Equivoco che ha suscitato diverse reazioni polemiche. Marco Minniti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza della Repubblica, ha precisato che il segreto di Stato «su queste vicende non c’era e non è stato apposto», perché non è opponibile sui documenti riguardanti le inchieste per strage o eversione dell’ordine democratico. Molto più semplicemente – ha spiegato – «sono stati eliminati i 4 livelli di classificazione: “riservato”, “riservatissimo”, “segreto” e “segretissimo” (l’equivalente nostrano della dicitura “Top Secret”)».

Socializzazione delle fonti
Le carte rese disponibili verranno raccolte in ordine cronologico presso l’Archivio centrale dello Stato. Anche se non siamo di fronte a quella rivoluzione copernicana annunciata da Repubblica, per intenderci nulla a che vedere con il Freedom of information act che negli Usa norma la trasparenza degli atti della pubblica amministrazione, si tratta pur sempre di una decisione positiva che faciliterà un accesso maggiore alla consultazione delle fonti d’origine statale (a dimostrazione del fatto che non serve essere di sinistra per fare cose intelligenti. Ricordiamo che quando rappresentanti della sinistra sono saliti al governo hanno fatto l’esatto contrario *).
Non solo specialisti e studiosi ma anche semplici cittadini potranno visionare questa documentazione e, nei limiti delle difficoltà che la lettura e l’interpretazione di materiali del genere presenta, costruirsi un giudizio storico-politico autonomo su quelle vicende. Questa “democratizzazione” degli archivi, questo controllo dal basso delle fonti archivistiche tuttavia non ha suscitato l’unanimità, al contrario è stata accolta con sufficienza e fastidio dai maggiori esponenti della scuola dietrologica e da alcuni portavoce della vittimocrazia che negli ultimi anni si sono visti attribuire il ruolo di tutori del ministero del passato.

L’altroquando, ovvero la verità è sempre altrove
«In quelle carte non ci sono grandi rivelazioni, non troverete nessuna smoking gun», ha subito ribattuto uno dei maggiori esponenti del complottismo italiano. Aldo Giannuli ha tuonato contro la decisione del governo affermando che «La magistratura, sia direttamente che tramite agenti di pg e periti, ha abbondantemente esaminato gli archivi dei servizi e dei corpi di polizia, acquisendo valanghe di documenti che sono finiti nei fascicoli processuali». Anche le commissioni parlamentari – ha proseguito Giannuli – «che si sono succedute sul caso Moro, sulle stragi, sul caso Mitrokhin hanno acquisito molta documentazione in merito (anche se poi è finita negli scatoloni di deposito e non in archivi pubblici). Diversi consulenti parlamentari e giudiziari (a cominciare dal più importante, Giuseppe De Lutiis, a finire al sottoscritto) hanno successivamente utilizzato abbondantemente quella documentazione per i loro libri». Saremmo dunque «alla “quinta spremuta” di queste olive – ha concluso– : ci esce solo la morga, robaccia».
«I segreti stanno altrove», suggerisce quello che è stato il consulente di ben 13 procure e diverse commissioni d’inchiesta parlamentare. «Bisogna cercare nell’archivio riservato della Presidenza della Repubblica, nella sede Nato di Bruxelles, negli uffici Uspa dei ministeri», lì dove l’inaccessibilità ad oggi resta totale.
Insomma il messaggio dei dietrologi è chiaro: è inutile che andiate a cercare, lo abbiamo già fatto noi! Fidatevi di quello che noi vi abbiamo raccontato, lasciate a noi il monopolio del discorso storico!

Una storia dal basso
Se le cose stanno così, se le carte che verranno versate presso l’Acs – come sottolinea Giannuli – non hanno grandi rivelazioni da fornirci, se la verità si trova sempre altrove, nell’altroquando, vorremmo allora capire su quali basi e fonti i dietrologi hanno creato nel corso degli ultimi decenni la loro monumentale produzione letteraria, quell’immensa discarica della storia che è la narrazione dietrologica imperniata sulle varie teorie del doppio Stato, dello Stato parallelo, degli Anelli, collari e guinzagli….
Basterebbe solo questo per comprendere l’importanza di questa declassificazione. L’eventuale persistenza di “santuari del segreto” non toglie nulla al fatto che si sia aperta finalmente una crepa, che si sia rotto il monopolio delle fonti in mano alla magistratura e alle commissioni parlamentari, a quello stuolo di specialisti di corte, quella scia di consulenti di partito, periti della magistratura e funzionari di polizia giudiziaria, cioè gli stessi produttori delle carte esperite, che hanno valutato per decenni queste fonti riservate elargendole in modo selettivo al giornalista amico, orientando scoop e rivelazioni, elaborando il più delle volte narrazioni mistificatorie.
Fermo restando che un giudizio completo sul valore dei documenti declassificati sarà possibile solo dopo la loro consultazione, la possibilità di un libero accesso a fonti prima riservate contiene i germogli di una nuova primavera storiografica libera dalla dipendenza dei discorsi formulati dalla magistratura e dai suoi consulenti. Non è cosa da poco tornare ad una storiografia non più egemonizzata dal paradigma penale, da una concezione indiziaria, da una visione poliziesca che ha fatto del “sospetto” la chiave di lettura della realtà.

I dietrologi snobbano il libero accesso alle fonti d’archivio
Ai dietrologi tutto ciò non piace. Per decenni l’accesso riservato alle carte ha permesso a questi cialtroni di utilizzare gli archivi come un fondo di commercio per i loro libri-spazzatura e per le loro carriere accademiche, ma ancor di più ha messo nelle loro mani un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, totalmente stabilizzatore, una narrazione ostile alla storia dal basso, che nega alla radice l’agire dei gruppi sociali fino a negare la capacità del soggetto di muoversi e pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale, dando vita con questo atteggiamento ad una sorta di nuovo negazionismo storiografico.
La «dietrologia», ovvero questa moderna arte divinatoria protesa a «predire il passato», ha tolto la capacità di capire la storia. È in questo modo che la dietrologia contro le trame di Stato si è fatta dietrologia dello Stato contro la società. Sugli anni 70 si romanza, s’inventa, si fantastica, si fa astrologia e cartomanzia, criminologia, vittimologia, fiction, tutto fuorché scienza sociale.

Ripensare le fonti
È noto come il discorso dietrologico segua una logica ermetica, un procedere circolare, un divenire chiuso. Questa sordità cognitiva lo tutela dalle smentite che si accumulano nel tempo rendendo estenuante e del tutto inefficace la verifica della semplice coerenza interna ed esterna delle sue asserzioni. Le teorie complottiste non recepiscono mai la confutazione, che anzi viene letta come una dimostrazione ulteriore della cospirazione contro la verità (dispositivo che ricorda la famosa «prova diabolica» dell’inquisizione). Tallonare i molteplici e mutevoli asserti che alimentano le teorie del complotto, quegli arcana imperii, quei «lati oscuri», quel «sottosuolo inquietante» sempre evocato, non sortisce risultati per la semplice ragione che la dietrologia è un’antistoria.
In queste vicende la logica e i principi della razionalità illuministica non funzionano di fronte ad una retorica che ricorre a tecniche argomentative come il metodo dell’amalgama, la confusione di tempi e luoghi, l’uso di acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori macroscopici, manipolazioni, invenzioni, sentito dire, correlazioni arbitrarie, affermazioni ipotetiche, false equazioni.
Liberarsi dalle superstizioni e tornare a pensare una realtà traversata da processi, conflitti e contraddizioni, recuperare la categoria di storicità degli eventi, è il solo modo per uscire dalla superstizione del complotto. Emanciparsi dall’idea che il lavoro di ricostruzione storica debba ridursi a una sorta di risalita gerarchica verso un vertice, una struttura a base piramidale che nasconde l’ordito del complotto (variante volgare, nel migliore dei casi, delle ben più solide teorie elitiste) è un grande salto verso la libertà di ricerca.
L’acceso libero alle fonti è sicuramente un passaggio fondamentale per portare avanti questo rinnovamento storiografico, ma non basta. Occorre ripensare anche le fonti, allargare il loro spettro. Cercare fonti nuove, non solo di produzione statale per non restare imprigionati all’interno di quello che fu lo sguardo degli enti statali sui fatti.

 Note
* Nel periodo in cui fu ministro dell’Interno, 1996-1998, Giorgio Napolitano non si distinse certo per un’azione in favore della trasparenza. Il successivo governo di Massimo D’Alema, 1998-1999, promosse addirittura i Carabinieri a quarta arma dello Stato ed allungò i termini del segreto di Stato.

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Il prof. De Tormentis e la pratica della tortura in Italia

Diritto penale contLa rivista Diritto penale contemporaneo dedica un’articolo di commento alla sentenza della corte d’appello di Perugia che il 15 ottobre scorso ha riconosciuto, durante il giudizio di revisione della condanna per calunnia inflitta a Enrico Triaca per aver denunciato le torture subite dopo l’arresto nel maggio 1978, l’esistenza sul finire degli anni 70 e i primissimi anni 80 di un apparato statale della tortura messo in piedi per combattere le formazioni politiche rivoluzionarie che praticavano la lotta armata.
«Più che alla ricerca di verità giudiziarie – si spiega nel testo – questa sentenza deve piuttosto condurre ad essere meno perentori nel sostenere la tesi, così diffusa nel dibattito pubblico e storiografico, secondo cui il nostro ordinamento, a differenza di altri, ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia e del diritto, senza rinunciare al rispetto dei diritti fondamentali degli imputati e dei detenuti. In larga misura ciò è vero, ma è anche vero – e questa sentenza ce lo ricorda quasi brutalmente – che anche nel nostro Paese si è fatto non sporadicamente ricorso a strumenti indegni di un sistema democratico: è bene ricordarlo, per evitare giudizi troppo facilmente compiaciuti su un periodo così drammatico della nostra storia recente, e sentenze come quella di Perugia ci aiutano a non perdere la memoria».

Ipse dixit

Sandro Pertini, presidente della Repubblica ex partigiano (ma proprio ex) non eravamo il Cile di Pinochet:
«In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi»

Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei carabinieri, al Clarin, giornale argentino:
«
L’Italia è un Paese democratico che poteva permettersi il lusso di perdere Moro non di introdurre la tortura»

Domenico Sica, magistrato pm, in una intervista apparsa su Repubblica del 15 marzo 1982:
«Le denunce contro le violenze subite dagli arrestati fanno parte di una campagna orchestrata dai terroristi per denigrare le forze dell’ordine dopo i recenti clamorosi successi ottenuti»

Armando Spataro, magistrato pm, su Paese sera del 19 marzo 1982 in polemica con il capitano di Ps Ambrosini e l’appuntato Trifirò che avevano denunciato le torture praticate nella caserma di Padova:
«Un conto è la concitazione di un arresto, un conto è la tortura. In una operazione di polizia non si possono usare metodi da salotto. La tortura invece è un’altra»

Giancarlo Caselli e Armando Spataro, magistrati e pm, nel libro degli anni di piombo, Rizzoli 2010:
«Nel pieno rispetto delle regole, i magistrati italiani fronteggiarono la criminalità terroristica, ricercando elevata specializzazione professionale e ideando il lavoro di gruppo tra gli uffici (il coordinamento dei 36) […] La polizia doveva, anche allora, mettere a disposizione della magistratura gli arrestati nella flagranza del reato o i fermati entro 48 ore e non poteva interrogarli a differenza di quanto avviene in altri ordinamenti….»

 

www.penalecontemporaneo.it 4 Aprile 2014
Corte d’appello di Perugia, 15 ottobre 2013, Pres. Est. Ricciarelli [Luca Masera]

1.In un recente articolo di Andrea Pugiotto dedicato al tema della mancanza nel nostro ordinamento del reato di tortura (Repressione penale della tortura e Costituzione: anatomia di un reato che non c’è, in questa Rivista, 27 febbraio 2014), l’autore prende in esame gli argomenti utilizzati più di frequente da chi intenda negare rilevanza al problema, e nel paragrafo dedicato all’argomento per cui la questione “non ci riguarda”, elenca una serie di casi di tortura accertati in sede giudiziaria. La sentenza della Corte d’appello di Perugia qui disponibile in allegato aggiunge a questo terribile elenco un nuovo episodio, riconducibile peraltro al medesimo pubblico ufficiale già autore di un fatto di tortura citato nel lavoro di Pugiotto.2. In sintesi la vicenda oggetto della decisione.Nel maggio 1978 Enrico Triaca viene arrestato nell’ambito delle indagini per il sequestro e l’uccisione dell’on Moro, in quanto sospettato di essere un fiancheggiatore delle Brigate Rosse. Nel corso di un interrogatorio di polizia svoltosi il 17 maggio, il Triaca riferisce di aver aiutato un membro dell’organizzazione a trovare la sede per una tipografia clandestina, e di avere ricevuto dalla medesima persona la pistola, che era stata rinvenuta in sede di perquisizione; il giorno successivo, sempre interrogato dalla polizia, indica altresì il nominativo di alcuni appartenenti all’organizzazione. Le dichiarazioni rese all’autorità di polizia vengono poi confermate al Giudice istruttore durante un interrogatorio svoltosi alla presenza del difensore. Il 19 giugno, nel corso di un nuovo interrogatorio, il Triaca ritratta quanto affermato in precedenza, affermando “di essere stato torturato e precisando che verso le 23.30 del 17 maggio era stato fatto salire su un furgone in cui si trovavano due uomini con casco e giubbotto, era stato bendato e fatto scendere dopo avere percorso sul furgone un certo tratto, infine era stato denudato e legato su un tavolo: a questo punto mentre qualcuno gli tappava il naso qualcun altro gli aveva versato in bocca acqua in cui era stata gettata una polverina dal sapore indecifrabile; contestualmente era stato incitato a parlare”. In seguito a queste dichiarazioni, il Triaca viene rinviato a giudizio per il delitto di calunnia presso il Tribunale di Roma, che perviene alla condanna senza dare seguito ad alcuno degli approfondimenti istruttori indicati dalla difesa; la sentenza viene poi confermata in sede di appello e di legittimità.La Corte d’appello di Perugia viene investita della vicenda in seguito all’istanza di revisione depositata dal Triaca nel dicembre 2012. La Corte afferma in primo luogo che “il giudizio di colpevolezza si fondò su argomenti logici, in assenza di qualsivoglia preciso elemento probatorio tale da far apparire impossibile che l’episodio si fosse realmente verificato. Tale premessa è necessaria per comprendere il significato del presente giudizio di revisione, volto ad introdurre per contro testimonianze, aventi la funzione di accreditare specificamente l’episodio della sottoposizione del Triaca allo speciale trattamento denominato waterboarding”. Nel giudizio di revisione vengono dunque assunte le testimonianze di un ex Commissario di Polizia (Salvatore Genova) e di due giornalisti (Matteo Indice e Nicola Rao) che avevano svolto inchieste su alcuni episodi di violenze su detenuti avvenute dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Ottanta (la vicenda più nota è quella relativa alle violenze commesse nell’ambito dell’indagine sul sequestro del generale Dozier nel gennaio 1982: è l’episodio cui viene fatto cenno nel lavoro del prof. Pugiotto, citato sopra) ad opera di un gruppo di poliziotti noto tra le forze dell’ordine come “i cinque dell’Ave Maria”, agli ordini del dirigente dell’Ucigos Nicola Ciocia, soprannominato “prof. De Tormentis”. Il Genova (che aveva personalmente assistito agli episodi relativi al caso Dozier) aveva organizzato, in due distinte occasioni, un incontro tra i suddetti giornalisti ed il Ciocia, il quale ad entrambi aveva riferito delle violenze commesse dal gruppo da lui diretto sul Triaca, che era stato il primo indagato per reati di terrorismo ad essere sottoposto alla pratica del waterboarding, in precedenza “sperimentata” su criminali comuni. Sulla base di queste convergenti testimonianze, e ritenendo che “la mancata escussione della fonte diretta non comporta inutilizzabilità di quella indiretta, peraltro costituente fonte diretta del fatto di per sé rilevante della personale rilevazione da parte del Ciocia”, la Corte conclude che “la pluralità delle fonti consente di ritenere provato che un soggetto, rispondente al nome di Nicola Ciocia, confermò di avere, quale funzionario dell’Ucigos al tempo del terrorismo, utilizzato più volte la pratica del waterboarding (…) la stessa pluralità delle fonti, sia pur – sotto tale profilo – indirette, consente inoltre di ritenere suffragato l’assunto fondamentale che a tale pratica fu sottoposto anche Enrico Triaca”. La sentenza di condanna per calunnia a carico del Triaca viene quindi revocata, e viene disposta la trasmissione degli atti alla Procura di Roma per quanto di eventuale competenza a carico del Ciocia (la Corte ovviamente è consapevole del lunghissimo tempo trascorso dei fatti, ma reputa che “la prescrizione va comunque dichiarata e ad essa il Ciocia potrebbe anche rinunciare”).

3. La sentenza in allegato rappresenta solo l’ultima conferma di quanto la tortura sia stata una pratica tutt’altro che sconosciuta alle nostre forze di polizia durante il periodo del terrorismo. La squadra di agenti comandata dal Ciocia ed “esperta” in waterboarding non agiva nell’ombra o all’insaputa dei superiori: a quanto riferito dal Genova, della cui attendibilità la Corte non mostra di aver motivo di dubitare, i metodi dei “cinque dell’Ave Maria” erano ben noti a quanti, nelle forze dell’ordine, si occupavano di terrorismo, ed addirittura la sentenza riferisce come, in un’intervista rilasciata dallo stesso Ciocia, egli riferisca che l’epiteto di “prof. De Tormentis” gli fosse stato attribuito dal vice Questore dell’epoca, Umberto Improta. Quando poi una delle vittime, come il Triaca, trovava il coraggio per denunciare quanto subito, le conseguenze sono quelle riportate nella sentenza allegata: condanna per calunnia, senza che Il Tribunale svolga alcuna indagine per accertare la falsità di quanto riferito.

Il quadro che emerge dalla sentenza è insomma a tinte assai fosche. Negli anni Settanta-Ottanta, operava in Italia un gruppo di funzionari di polizia dedito a pratiche di tortura; e l’esistenza di questo gruppo era ben nota e tollerata all’interno delle forze dell’ordine, anche ai livelli più alti. La magistratura in alcuni casi ha saputo reagire a queste intollerabili forme di illegalità (esemplare è il processo, anch’esso citato nel lavoro di Pugiotto, celebrato presso il Tribunale di Padova nel 1983 in relazione proprio ai fatti relativi al caso Dozier), in altre occasioni, come quella oggetto della sentenza qui in esame, ha preferito voltarsi dall’altra parte, colpevolizzando le vittime della violenza per il fatto di avere voluto chiedere giustizia .

La sentenza non riferisce fatti nuovi: le fonti su cui si basa la decisione sono le testimonianze di due giornalisti, che avevano pubblicato in libri ed articoli le vicende e le confessioni poste a fondamento della revisione. Fa comunque impressione vedere scritto in un provvedimento giudiziario, e non in un reportage giornalistico, che nelle nostre Questure si praticava la tortura; e fa ancora più impressione se si pensa che la metodica utilizzata, il famigerato waterboarding, è la medesima che in anni più recenti è stata utilizzata dai servizi segreti americani per “interrogare” i sospetti terroristi di matrice islamista: passano gli anni, ma la tortura e le sue tecniche non passano di moda.

Ormai sono trascorsi decenni dalle condotte del prof. De Tormentis e della sua squadra, ed al di là del dato formale – posto in luce dalla Corte perugina – che la prescrizione è rinunciabile, davvero non ci pare abbia molto senso immaginare la riapertura di inchieste penali volte a concludersi invariabilmente con una dichiarazione di estinzione del reato, per prescrizione o per morte del reo, considerato il lunghissimo tempo trascorso dai fatti. Più che alla ricerca di verità giudiziarie, la sentenza qui allegata deve piuttosto condurre ad essere meno perentori nel sostenere la tesi, così diffusa nel dibattito pubblico e storiografico, secondo cui il nostro ordinamento, a differenza di altri, ha sconfitto il terrorismo con le armi della democrazia e del diritto, senza rinunciare al rispetto dei diritti fondamentali degli imputati e dei detenuti. In larga misura ciò è vero, ma è anche vero – e questa sentenza ce lo ricorda quasi brutalmente – che anche nel nostro Paese si è fatto non sporadicamente ricorso a strumenti indegni di un sistema democratico: è bene ricordarlo, per evitare giudizi troppo facilmente compiaciuti su un periodo così drammatico della nostra storia recente, e sentenze come quella di Perugia ci aiutano a non perdere la memoria.

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Le torture contro i militanti della lotta armata
Gli anni spezzati dalla tortura di Stato

Rapimento Moro, ma quali servizi sulla moto Honda di via Fani c’erano due giovani che abitavano nel quartiere

Sulla motocicletta Honda che la mattina del 16 marzo 1978 transitò in via Fani, pochi minuti prima che scattasse l’attacco delle Brigate rosse contro la scorta del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, non c’erano uomini del Sismi ma due giovani del quartiere. I loro nomi, come ha ricordato recentemente un articolo apparso su Contropiano, sono noti da tempo alla magistratura: identificati dalla Digos nella primavera del 1998 chiarirono la loro posizione davanti al pubblico ministero Antonio Marini.
Nonostante la circostanza fosse stata ampiamente chiarita 16 anni fa, non si è esitato a rilanciare sull’Ansa un nuovo depistaggio, partendo da una lettera anonima inviata al quotidiano la Stampa nel 2009 che indicava a cavallo della Honda due presunti agenti del Sismi, i servizi segreti militari, ovviamente deceduti nel frattempo. Pista archiviata nel 2009 dalle procure di Torino e Roma dopo che gli uffici della Digos ne avevano verificato l’inconsistenza.


Su via Fani un’onda di dietrologia

di Marco Clementi e Paolo Persichetti

cb500fk2b2 Abitavano in via Stresa, a poche decine di metri dall’incrocio dove venne portata a termine l’azione più importante delle Brigate rosse. Giuseppe Biancucci aveva 23 anni e Roberta Angelotti 20, quella mattina stavano tornando a casa ignari di quel che stava accadendo, non avevano armi con loro e non facevano parte delle Brigate rosse anche se gravitavano in un’area politica contigua. Erano sulla moto che transitò pochi attimi prima dell’arrivo del convoglio di Moro che subì l’attaccato di un nucleo composto da dieci brigatisti. La motocicletta che passò improvvisamente sulla scena non c’entrava nulla con quell’azione, anzi, creò solo imbarazzo. Biancucci e Angelotti, conosciuti a Roma Nord come “Peppe e Peppa” erano due “compagni” che militavano nel “Comitato proletario di Primavalle Mario Salvi”, dal nome del “militante comunista combattente” ucciso nel 1976 con un colpo di pistola alle spalle da Domenico Velluto, guardia carceraria, alla fine di una manifestazione sotto il ministero della Giustizia.
La loro militanza politica è una circostanza decisiva perché spiega due cose: il comportamento tenuto una volta giunti all’incrocio tra via Fani e via Stresa e il loro successivo silenzio. Dettaglio non da poco, Biancucci e Angelotti vennero arrestati nella primavera successiva nel corso di una inchiesta condotta dai Carabinieri nella zona Nord della capitale contro l’Mpro, un’area che le Brigate rosse stavano tentando di creare al di fuori dell’organizzazione con l’intento di coinvolgere parte del “movimento”.
Come ha raccontato Contropiano, Giuseppe Biancucci conosceva molto bene due persone che erano in via Fani quella mattina: Valerio Morucci, uno degli “steward” che dietro la siepe del bar Olivetti attendevano la vettura di Moro e la sua scorta e Alessio Casimirri, uno dei componenti del “cancelletto superiore”. Con il primo aveva frequentato il liceo mentre con il secondo aveva condiviso la militanza nel comitato di Primavalle. Rallentò perché si accorse di loro, vide Morucci camuffato, capì che stava accadendo qualcosa di grosso, addirittura lo salutò con un cenno di mano e poi via a tutto gas verso casa. Quell’esitazione, gli sguardi di complicità scambiati con i vecchi compagni furono poi interpretati da alcuni testimoni oculari, alquanto confusi e contraddittori, come il segno di una complicità operativa che non ci fu.
La domanda giusta, allora, non è cosa stessero facendo Biancucci e Angelotti sotto casa sulla loro moto con targa regolare, ma perché non hanno mai parlato. Porsi una domanda giusta è il segreto per avere una risposta di qualche interesse. L’esatto opposto di quel che fa la dietrologia. Per la cronaca, Biancucci rientrava dal lavoro, smontava dal turno di notte nel garage del padre situato a poca distanza.
E forse non ha mai parlato, perché in via Fani aveva visto degli amici, perché magari era convinto che stessero facendo una cosa condivisibile, o semplicemente perché un “compagno” non fa la spia. Tempi diversi da quelli odierni.
A parlare ci pensarono poi altri, alcuni pentiti come Raimondo Etro che rientrato da una lunga latitanza all’inizio degli anni 90 per discolparsi dal sospetto di essere stato uno dei passeggeri della moto riferì l’episodio sentito raccontare da Casimirri: «ad un certo punto sono passati quei due cretini su una moto». Individuati dalla Digos, Biancucci e Angelotti vennero ascoltati nella primavera del 1998 dal magistrato che cercò di incastrarli su un’altra vicenda, quella del tentato omicidio di Domenico Velluto, l’assassino di Mario Salvi, e della morte del suo vicino di tavolo, Mario Amato, colpito per errore in una trattoria mentre festeggiava la scarcerazione. I due ammisero di essere passati per via Fani quella mattina ma con tutto il resto non c’entravano nulla. Successivamente, come ha riportato Contropiano la settimana scorsa, uno dei testimoni chiave di via Fani, l’ingegner Marini (citato sempre a sproposito) riconobbe addirittura lo stesso Biancucci, scomparso precocemente nel 2010, come il guidatore della moto.

 Le considerazioni che questa storia suggerisce sono molte:

1) 16 anni fa la magistratura è pervenuta ad una ricostruzione della vicenda della moto di via Fani che si avvale di elementi probanti molto forti: la deposizione dei due motociclisti che hanno ammesso la circostanza, la plausibilità del loro racconto, la prossimità delle loro abitazioni con via Fani, il riconoscimento del testimone, il possesso della moto da parte del Biancucci compatibile temporalmente con i fatti, la testimonianza di uno dei brigatisti presenti in via Fani. Evidenze del tutto ignorate dal circo mediatico che ha rincorso uno scoop fondato su una lettera anonima farcita di contraddizioni. Possibile che nessuno sapesse dell’inchiesta del 1998? Che nessuno si sia ricordato?

2) La lettera anonima e il racconto dell’ex poliziotto in pensione, la stesura romanzata della vicenda facevano acqua da tutte le parti. Ci voleva molto poco per sentire puzza di marcio. L’autore dell’articolo scegliendo un registro narrativo vittimistico-persecutorio ha omesso di raccontare come le procure di Torino (pm Ausilio) e Roma (procuratore aggiunto Capaldo, a cui venne trasmesso il fascicolo per competenza), avessero fatto accertamenti escludendo l’attendibilità di quanto asserito in quella lettera ed inviando la pratica verso una inevitabile archiviazione (Cf. la copia delle lettera).

Lettera Honda copiaSi potevano evincere da subito due grossolane contraddizioni:

a) Stando al suo contenuto, l’anonimo autore del testo (dalla sintassi traballante) sarebbe il passeggero posteriore della motocicletta, quello che secondo uno dei testimoni più citati di via Fani – l’ingegner Marini – aveva un sottocasco scuro sul volto e soprattutto era armato con una piccola mitraglietta con cui avrebbe sparato ad altezza d’uomo (anche se i bossoli non sono mai stati trovati e l’esame balistico non conferma affatto l’episodio). Perché mai dunque la ricerca delle armi si è indirizzata solo sul guidatore (di cui si forniscono tracce nella missiva) che non aveva armi in mano? Ed a lui sarebbe stata trovata una improbabile pistola per nulla riconducibile ad una mitraglietta (vedi l’immagine qui sotto)?

b) Racconta l’ex poliziotto di aver trovato l’arma sospetta nella cantina del supposto guidatore, vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo “Moro rapito dalle Brigate Rosse”. Se non è un copione cinematografico poco ci manca. L’arma era una Drulov cecoslovacca, pistola sportiva monocolpo a gas compresso Co2, con canna molto lunga. Poco maneggevole, basta provarla per capire che va bene solo per il tiro a segno, da posizione immobile e con tempo prestabilito per la mira, inutilizzabile in un’azione come quella di via Fani, impensabile come arma in dotazione a corpi speciali.

Drulov copia

 3) Siamo ormai al terzo tentativo fallito di accreditare in pochi mesi nuove piste, rivelazioni e misteri, dopo la clamorosa defaillance dell’ex magistrato Imposimato, raggirato da un personaggio che si è finto teste chiave assumendo diverse personalità e nikname e per questo ora indagato dalla magistratura. Queste “rivelazioni” assumono rilevanza non per la loro veridicità intrinseca ma solo per l’enorme pressione mediatica che le sospinge e una volontà politica largamente condivisa, decisa a non seppellire il cadavere di Moro per perpetuarne l’uso strumentale nell’arena politica con una nuova commissione parlamentare d’inchiesta.

4) Quale è il significato ultimo di tanta dietrologia sul rapimento Moro? Estirpare da ogni ordine del pensabile l’idea stessa di rivoluzione. Sradicare quegli eventi dall’ordine del possibile. Negarne non solo la verità storica (su cui il dibattito resta, ovviamente, aperto), ma l’ipotesi stessa che possa essere avvenuta. Presentare, quindi, le rivoluzioni come eventi inutili, se non infidi, sempre e comunque manovrati dai poteri forti, in cui c’è sempre un grande vecchio che non si trova e una verità occulta che sfugge continuamente. Si è diffusa una sorta di malattia della conoscenza, una incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una strada diretta al potere. La dietrologia e il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, di pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, ideologica, politica, culturale, religiosa, di genere.
Infine, impedisce di vedere ciò che appare acclarato, talmente grande ed evidente, che finisce sempre per rimanere celato dalle “rivelazioni”: lo Stato, i partiti, assunsero durante i 55 giorni del rapimento Moro una posizione ben precisa. Non trattarono. Fu una legittima scelta politica che, però, conteneva in sé la potenzialità che Moro potesse venire ucciso. Si tratta di una responsabilità non da poco ma, lo ripetiamo, assolutamente legittima. In tale contesto, i servizi potevano logicamente servire a trovare Moro, o a controllare che non uscisse vivo dalla prigione del popolo? Più si insiste sulla seconda ipotesi, più sfugge il lato politico della vicenda. Più si preme il tasto della dietrologia, meno si ricordano le dichiarazioni quotidiane di quei giorni, per cui, come disse un alto esponente del Pci dopo la prima lettera a Cossiga, “per noi Moro è politicamente morto”.

Cosa accadde a via Fani la mattina del 16 marzo 1978?
Roma,16 marzo 1978, in via Fani alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord insieme ad un gruppo di precari romani provano a cambiare la storia d’Italia. Erano le Brigate rosse

Sulle recenti rivelazioni
www.contropiano.org “Un faro nel buio
Radioblackout.org 2014/03/ Chi c’era dietro le Br? Tanti, tanti proletari
Rapimento Moro, il borsista Sokolov non è l’agente del Kgb di cui parlano Imposimato e Gotor

Uno sguardo critico su Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
L
otta armata e teorie del complotto

Per una storia sociale della lotta armata
Gli anni 70 è ora di affidarli agli storici-intervista
Steve Wright: operaismo e lotta armata
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne


Dante e il canto inedito sulla Valle di Susa

Dante in Val susaLasciata alle spalle ogni cosa diletta per scoprire «come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale», l’esule politico Dante Alighieri, in cammino verso la Francia lungo sentieri calpestati secoli più tardi da altri suoi connazionali, s’imbatté in una singolare avventura mentre transitava per la Valle di Susa.
L’episodio rimasto sino ad oggi sconosciuto diede vita ad un canto inedito della Divina commedia che la Casa Editrice Tabor, animata da Daniele Pepino, ha avuto il merito di pubblicare lo scorso dicembre 2013.
Il canto, collocabile secondo l’editore alla fine dell’Inferno, è il risultato di una «sorprendente visione premonitrice» ispirata da una pozione di «spetialissime erbe» che il sommo poeta non esita a descrivere nel dettaglio, assunta nella Sacra di San Michele presso i monaci che gli offrirono riparo e ristoro curandolo dopo l’arresto e le probabili percosse degli armigeri che, al pari di oggi, presidiavano la valle.
Ironia e brio accompagnano il testo. Una menzione speciale per le note a fondo testo.
Il gioco vale davvero la candela.
Consiglio vivamente il libretto (6 euro). Gli studenti lo portino a scuola.
Buona lettura!

La spetialissima pozione
«Eravi nella nomata pozione di certo aliquanta santoreggia, e della artemisia absinta, e poca digitale e laudano in buona mensura; eranvi di poi li fiori di una particulare spezie di canapa, che dicesi venga dalle lontane Indie, ma che bene forte s’accresce anco nello giardino de’ divoti frati, che spesso l’usano per fare dolciumi, manducati li quali spesse volte li fa visita Nostra Signora la Madonna; eravi di poi una radice genziana, et multi pezzi essiccati del fungo, che trovasi nelli boschi attigui, che chiamasi ammannita, et altri funghi di più piccola fatta, che truovano nelle vicinanze delli armenti su le più alte vette, e serbansi nel miele; et essi anco sono di molto aiuto alle lor preci, imperocché ingollata la giusta dose mai fu vana l’attesa di una divina apparizione. E molto altro ancora eravi, che non riconobbi o non sapria nomare»

Il girone infernale dell’economia capitalistica
«Qual è ‘l distinto atroce
che sulle umane genti farà impero
ti si parrà dinnanzi, e quale croce.

Se tu vorrai, potrai per quel sentiero
giungere al loco che darà recetto
al peggior spergio de lo mondo intero.

Si va parando il sito maledetto
in cui si puniranno un dì coloro
che perdean passione ed intelletto.

Tu dei saper che lo disir dell’oro
presto conquisterà l’umani affanni
tanto da ruinar senno e decoro:

una bieca masnada di tiranni
non curerà se per la sua mercede
a la terra imporrà nefasti danni.

Tanta sarà la brama che li fiede
ch’a curar de’ li conti e del successo
si smarriran da che ragion procede,

e verrà dato il nome di progresso
a ciò che forza fornirà, e stromenti
per mantener l’imperio a quel consesso.

Questi s’affermeranno tra le genti
sviluppando la forza produttiva
che le libererà da fame e stenti;

ma, poi che avranno ‘l mondo che languiva
dotato de li mezzi per avere
quell’essenziale a cui la vita ambiva,

non avendo null’altro da offerere,
per conservare lor social postura
stabiliran ciò che si dee volere.

Fabricheranno merci oltre misura;
per mantenere vivo lo mercato
la terra covriran d’ogni lordura.

Tanto il ciclo sarà automatizzato
che l’accumulazion del capitale
doventerà dottrina dello Stato».

Sotto la chioma niente
«Molto, o mio duca, bramerei sapere
perché di tra gli attrezzi da macello»
dimandai «ve n’è uno da barbiere».

E ‘l duca a me «In questo tristo ostello
tra i magistrati ch’avranno confino
un, più che al resto, baderà al capello.

Sarà procuratore di Torino,
sarà a Palermo, sarà in ogni dove
l’imago sua gli segnerà il cammino.

Se un gesto di Colui che tutto move
lo rimenasse alle stagioni sue,
questi andrebbe a ricercare prove

per indagare Giotto e Cimabue
e patteggiare che lo suo sembiante
dovunque ritraessero amendue;

e quando cadrà al diavolo davante
per saldar su la libra li suoi conti
la frangià sarà il pezzo più pesante».