«Notizie su Euridice». La storia degli anni 70 in forma di poesia

Poche parole per dire molto. Il mito di Euridice reiventato come metafora del decennio 70. E’ l’immagine scelta da Erri De Luca per narrare il tentativo rivoluzionario che ha chiuso il 900 italiano. Carico di densità poetica, il testo ha rappresentato una vera e propria sfida poiché destinato ad apparire sull’agenda 2014 di Magistratura democratica. Non a caso – hanno ammesso i curatori nell’introduzione al brano – «Dopo aver ricevuto e letto questo contributo è stata forte la tentazione di non pubblicarlo perché alcuni passaggi si prestano a interpretazioni ambigue che non vogliamo in alcun modo avallare. Ma povero è il gruppo che censura uno scritto così bello anche se altrettanto controverso». Decisione finale che ha mandato su tutte le furie Giancarlo Caselli. Il procuratore di Torino ha colto a pretesto l’episodio per dare le dimissioni lo scorso novembre dall’organo sindacale di cui è stato per decenni uno dei membri di spicco, anticipando di poco la sua dipartita definitiva dalla magistratura per raggiunti limiti di età.
Caselli si era già scontrato questa estate con De Luca e Vattimo, dopo che questi avevano sostenuto il movimento No tav di fronte alla contestazione da parte della procura piemontese di reati come “l’attentato contro lo Stato” e il ricorso all’aggravante della “finalità di terrorismo”.
De Luca aveva rivendicato, e Vattimo appoggiato, le azioni di sabotaggio dei cantieri e contro l’occupazione militare della Valle Susa. Per tutta risposta Caselli aveva lanciato un appello alla cultura italiana affinché si mobilitasse a sostegno delle indagini della sua procura e contro il «laboratorio di violenza politica» che – a detta sempre della procura da lui guidata – sarebbe rappresentato dal movimento No tav, visto come un pericoloso modello di sperimentazione politica sovversiva capace di forti potenzialità espansive.
Ovviamente gli intellettuali si sono ben guardati dal calarsi in trincea. Solo alcuni ex militanti di Lc sono scesi nella mischia cercando di regolare i conti con De Luca, sostenuti dai soliti grandi organi di stampa, Repubblica, Corriere e gazzette giustizialiste. Da qui la ferocia repressiva contro la carica simbolica che agli occhi di Caselli incarna la vertenza No tav. Una manifesta proiezione della vicenda degli anni 70 su contesti e dinamiche sociali profondamente diversi, solo che stavolta non è più il progetto rivoluzionario il nemico da combattere ma la possibilità stessa di opporsi, la libertà di dire no, di esprimere dissenso.


Notizie su Euridice di Erri De Luca

Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione e scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.
C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.
Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali. Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo e stato il più imprigionato per motivi
politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste.
Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.
Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell’esercito, nella aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L’Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta. Chi lo nomina sotto la voce “sessantotto” vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio delle celle dell’isolamento, lei non c’era.
Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all’aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno.

Articoli correlati
La rivendicazione di De Luca,“Si, ho partecipato anch’io ai sabotaggi dei No-tav”
Erri De Luca, Elogio del sabotaggio in valle
Erri De Luca cattivo maestro? Io, sì inservibile ai poteri

La polemica
De Luca-Crainz, la-polemica sul sabotaggio
Emile Pouget e la storia del sabotaggio

Altri interventi di Erri De Luca
Paolo di Tarso che portò l’attacco al cuore dello Stato
Vedi Paolo…
La fiamma fredda del rancore
Stefano Cucchi non è morto di freddo

 

Il funerale che li seppellirà

Vogliono criminalizzare un funerale, finiranno seppelliti dal ridicolo!

Da ieri sappiamo (leggi su Contropiano) che ci sono 4 persone indagate per aver partecipato ai funerali di Prospero Gallinari lo scorso 19 gennaio 2013. L’ipotesi di reato sarebbe quella di apologia della lotta armata (il che spiegherebbe l’avocazione delle indagini da parte della procura distrettuale di Bologna cui fanno capo le inchieste sui fenomeni sovversivi e terroristici dell’Emilia-Romagna), e forse anche di istigazione a delinquere. Le notizie non sono ancora molto chiare, come non è affatto chiaro il dispaccio Ansa in cui si afferma che la procura avrebbe già richiesto l’archiviazione mentre la domanda di proroga delle indagini di altri 6 mesi sarebbe solo un fatto tecnico. Senza entrare in tecnicismi eccessivi è evidente che le due cose sono incompatibili: o si richiede l’archiviazione o si domanda una proroga delle indagini a meno che non sia stata richiesta l’archiviazione per un titolo di reato e il proseguio delle indagini per l’altro. Resta il fatto che è già abnorme aver aperto una inchiesta giudiziaria su una vicenda del genere.
Vedremo nei prossimi giorni quando saranno recapitate tutte le notifiche e forse capiremo anche come si è riusciti ad indagare per apologia chi addirittura non ha pronunciato alcun discorso pubblico (uno dei 4 indagati).

Intanto leggetevi oltre al pezzo apparso ieri su Contropiano questo commento di Baruda.

La cerimonia di saluto
Il discorso: “A Prospero Gallinari. Fine di una storia la storia continua
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri
Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70

Riflessioni
Irriducibili a cosa?
Ancora una volta Prospero Gallinari ha spiazzato tutti
Laboratorio Aq16, Gli anni 70 che non finiscono mai. Riflessioni sulla cerimonia di saluto a Prospero Gallinari

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

La denuncia
www.contropiano.org, 4 indagati per un funerale, quello di Prospero Gallinari

Stavolta i link li metto in apertura invece che ha fine post

Per far capire alla procura di Bologna che se ha intenzione di andare avanti con questa ridicola pantomima allora da lavorare avrà veramente tanto.
Quel giorno a salutare Prospero Gallinari eravamo un migliaio, sotto la neve fitta, dopo che i treni da tutta la penisola ci avevano fatto ritrovare a Coviolo, in provincia di Reggio Emilia.
Un saluto struggente, non retorico, dolce e combattivo quello che in tanti abbiamo portato ad un uomo che non ha mai scambiato la sua dignità per un po’ di libertà, che non ha aperto un conto di cambiali con lo Stato per riappropriarsi della sua vita come in troppi hanno fatto,
che è morto detenuto, fino all’ultimo battito del cuore.
Un uomo tutto intero, con la sua storia in tasca e nello sguardo: un uomo il cui funerale andava proprio fatto così,
nel calore di tanti, tra i canti e le bandiere, tra i sorrisi e quei bicchieri di vino a farci sentire tutti una cosa sola.
Prospero quel giorno ce ne ha fatti tanti di regali,
Prospero quel giorno ha riso con noi, circondato da quella banda di vecchi amici che l’hanno salutato a pugno chiuso e sorriso sul volto,
così come un rivoluzionario va salutato.

Ora … non so che paura possano farvi…
non so come facciate ad aver paura di una generazione ormai anziana, che avete martoriato con ergastoli, isolamento e tortura…
ma che non avete completamente piegato, anzi.
Di che avete paura? Del fatto che ancora siamo vivi, che ancora cantiamo, che il fischio che scaldava le piazze e poi le celle, e poi i tavolacci delle torture, ancora scalda i cuori e scioglie la neve?
Se avete paura di questo allora inquisiteci tutti, questa “istigazione a delinquere in concorso” non è solo per Sante, Tonino, Salvatore (che oltretutto non ha preso parola) e Davide… eravamo mille.
Tutti e mille ci abbiamo messo cuore e faccia… che la procura di Bologna bussi pure,
se ha paura dei morti e del ricordo che portiamo dentro, faccia pure….

Rapimento Moro, il borsista Sokolov non è l’agente del Kgb di cui parlano Imposimato e Gotor

Basta avviarsi sui sentieri della ricerca storica e subito le approssimazioni complottiste della dietrologia finiscono in briciole. Appare subito evidente l’inutilità dell’ennesima commissione parlamentare d’inchiesta proposta in questi giorni da alcuni esponenti politici. Uno dei quali, Miguel Gotor, si trova in evidente conflitto d’interessi. Uno storico che veste i panni del politico non è più uno storico, se poi promuove una legge che vuole istituire una commissione d’inchiesta, o decide di dare le dimissioni da parlamentare per svolgere la funzione di consulente storico, il che ne segnalerebbe comunque la subalternità, oppure è meglio che rinunci alle cariche accademiche per la professione politica. Commissione d’inchiesta che, una volta varata, come le precedenti sarà pronta a scrivere verità politiche a colpi di voti di maggioranza, alla faccia dei fatti storici.
Lo studente borsista sovietico Sergej Fedorovich Sokolov, giunto in Italia con una borsa di studio in storia del Risorgimento e che seguì alcune lezioni di Moro nella facoltà di scienze politiche della Sapienza prima del suo rapimento da parte della Brigate rosse, non è l’agente del Kgb di cui hanno scritto di recente l’ex magistrato Ferdinando Imposimato e il giornalista-complottista Sandro Provvisionato (Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro, Chiarelettere 2013).
E’ quanto ha potuto verificare lo storico Marco Clementi nell’articolo che potete leggere qui sotto.

Indagini poco approfondite, omonimie non verificate e facili sovrapposizioni sono bastate per dare corpo alla pista sovietica che si contende la scena delle «interferenze esterne nel caso Moro» con quella statunitense (vedi il ritorno di attenzione su Steve Pieczenick, il consulente antisequestri impiegato dal ministero dell’Interno nei giorni del rapimento), come se le due piste non si annullassero a vicenda.
Sul manifesto di oggi, 1 ottobre 2013, si spiega che il pm Luca Palamara, titolare dell’ennesimo procedimento aperto sul rapimento e l’uccisione del presidente democristiano, ha disposto il sequestro del file di una intervista di Giovanni Minoli all’esperto americano, già collaboratore di Cossiga nella primavera del 1978, diffusa da Radio 24. Pieczenick ha ribadito cose già dette in passato (cf. Abbiamo ucciso Aldo Moro), ovvero di aver ispirato (l’autostima non gli manca) il rifiuto di ogni trattativa soprattutto dopo le lettere di Moro in cui si chiedeva di avviare negoziati con i suoi rapitori, ricordando la strategia tenuta dal governo italiano con gli irredentisti altoatesini, la guerriglia palestinese e le azioni sporche dei servizi israeliani (il cosidetto “Lodo Moro”).
Lettere scritte dalla base brigatista di via Montalcini a Roma dove era tenuto prigioniero. Per Pieczenick un’ostaggio che invitava alla trattativa, ispirandosi ad una diversa logica della ragion di Stato, andava prima screditato (affermando che quel che scriveva non corrispondeva alla sua volontà perché manipolato, drogato o costretto con la violenza), quindi abbandonato al suo destino, unico modo – a suo avviso – per stabilizzare la situazione politica italiana e sconfiggere le Brigate rosse nella partita a scacchi del sequestro.
Una singolare convergenza con la strategia tenuta dal Pci in quei 55 giorni. Dopo la lettera a Cossiga, Pecchioli annunciò al ministro dell’Interno che per il gruppo dirigente di Botteghe oscure Moro era da considerarsi «già morto»; Berlinguer si spese con tutte le sue forze per affermare che gli scritti dalla prigione del leader democristiano non gli appartenevano perché estorti. “Moro non era Moro e i suoi scritti non erano farina del suo sacco”. Il Pci collaborò strettamente con i vertici piduisti dei servizi segreti e si oppose con ogni ricatto possibile all’apertura di qualsiasi negoziato.
E’ singolare che in tutti questi anni nessuno abbia mai proposto di aprire una commissione d’inchiesta sul comportamento tenuto dai partiti politici in quei giorni, in particolare sui fautori del rigor mortis, la cosidetta linea della fermezza.

Sokolov, chi è costui?
Marco Clementi
il manifesto 1 ottobre 2013

Il caso Moro è recentemente tornato attuale a causa della proposta di istituire una nuova Commissione Parlamentare di Inchiesta e della decisione della Procura di Roma di riaprire un fascicolo sul rapimento dell’allora presidente della Democrazia Cristiana. L’ex giudice Ferdinando Imposimato, autore di lunghi studi sulla vicenda ai quale si sono richiamati i due parlamentari del PD firmatari della proposta di legge per la Commissione, Gero Grassi e Giuseppe Fioroni, sostiene da tempo che nel delitto Moro abbiano avuto un ruolo primario forze esterne e, in particolare, il KGB. Come altri prima di lui, si è concentrato sulla figura di Sergej Sokolov, uno studente sovietico che giunse in Italia pochi mesi prima della strage di via Fani con una borsa di studio in Storia del Risorgimento e che frequentò anche alcune lezioni di Aldo Moro alla “Sapienza”. Lo stesso sarebbe tornato in Italia nel 1981 come corrispondente della Tass, per poi comparire nelle liste dell’Archivio Mitrokhin, rapporto Impedian n° 83 del 23 agosto 1995 dove si dice che tale Sergej Fedorovich Sokolov, nato il 5 giugno 1953 [dove?], è stato un ufficiale del KGB “di comprovata attendibilità, con accesso diretto ma parziale”, e corrispondente della Tass a Roma dal 1981 al 1985.
Al di là del fatto che essere un membro dei servizi di sicurezza sovietici non comporta il necessario coinvolgimento della struttura di appartenenza a un complotto internazionale, prima di qualsiasi discussione sarebbe utile individuare con certezza la persona di cui si parla. La storia del KGB è piena di Sokolov: in una raccolta neanche tanto voluminosa di documenti sulla Ljubjanka, già sede del KGB [330 pp., Mosca 1997] sono presenti tre Sokolov, P.N., Ja.P. e I.I. e altri quattro in una successiva [Mosca 2004], uno senza iniziali, un A.G., un P.A. e un F.V. In tutto, sette Sokolov che hanno avuto a che fare con i servizi, dei quali nessuno è certamente Sergej. Dunque, Sokolov è un cognome molto diffuso in Russia, così come lo è il nome Sergej. Per individuare con certezza una persona in caso di piena omonimia di nome e cognome, l’uso russo fornisce come parte integrante del nome anche la paternità, o patronimoco. Se il Sergej dell’archivio Mitrokhin è lo stesso che nel 1978 frequentò le lezioni di Moro, intanto per cominciare il patronimico deve coincidere. Secondo quanto si legge nel libro “Doveva Morire”, edito da Chiarelettere e scritto da Imposimato insieme a Sandro Provvisionato, il Sergej [Fedorovich?] Sokolov studente che frequentò le lezioni di Moro nel 1978, in patria si occupò del notissimo dissidente Andrej Sacharov e di sua moglie Elena Bonner, che visitò più volte a Gor’kij (oggi Nizhnij Novgorod) durante gli anni dell’esilio. Ecco quanto riportato a p. 230: “Nell’estate del 1985 il governo di Mosca è fortemente preoccupato del fatto che l’attenzione dei media di tutto il mondo sia puntata sul destino dell’intellettuale Andrej Dmitrevic Sacharov, l’emblema stesso del dissenso all’interno dell’impero sovietico. Il compito di controllare l’intellettuale e sua moglie, Yelena Bonner, viene affidato a un ufficiale del KGB, proprio Sokolov, che incontra Sacharov nell’ospedale dove è ricoverato, al confino di Gor’kij”.
La figura di questo ufficiale è messa in cattiva luce sostenendo che incaricò i medici di nutrire in modo coatto Sacharov durante uno sciopero della fame e che in seguito propose un accordo allo stesso fisico sovietico: permettere a lui e alla moglie di andare negli Usa per vedere la famiglia a patto che non rilasciassero dichiarazioni pubbliche. Ebbene, anche il Sokolov che si occupò di Sacharov si chiama Sergej, ma il patronimico comincia con la lettera I [Ivanovich?]. Inoltre, secondo le memorie dello stesso dissidente, quel rapporto sembra essere più complesso. Anzitutto, Sergej I. Sokolov era un agente del KGB già nel 1973. Scrive Sacharov: “Nei primi giorni di novembre [del 1973] Ljusia [Elena Bonner] ricevette una citazione che la convocava in veste di testimone a Lefortovo [dove si trova la sezione istruttoria del KGB; a Lefortovo c’è anche il carcere istruttorio, tecnicamente definito isolamento istruttorio]; la citazione le ingiungeva di presentarsi dal giudice istruttore Gubinskij. Prima dell’interrogatorio la conversazione venne condotta da un certo Sokolov (ora pensiamo si trattasse del capo della sezione locale del KGB; in seguito lo incontrammo varie volte a Gor’kij)”.
Se questo è il Sokolov nato nel 1953, nel 1973 aveva 20 anni. Chi conosce il funzionamento dei servizi sovietici sa che è impossibile che a quell’età si potesse essere già a capo di una sezione locale degli stessi, o avere la responsabilità di dissidenti del livello di Sacharov e Elena Bonner. Più avanti nelle sue memorie, pubblicate in Italia da Sugarco nel 1990, Sacharov riprende il discorso [pp. 707-708]:
“Il mattino del 5 settembre [1985] arrivò [a Gor’kij] inaspettatamentee un inviato del KGB dell’URSS, S.I. Sokolov. Probabilmente era direttore di uno degli uffici del KGB incaricati di seguire il mio caso e quello di Ljusja. Nel novembre del 1973, prima che Ljusja fosse interrogata da Syscikov, Sokolov aveva usato con lei, nel corso di un ‘colloquio’, accenti persuasivi. Nel maggio del 1985 era venuto a trovarci per parlare con me e Ljusja (separatamente). Con me era stato assai duro, voleva convicermi dell’assoluta inutilità dello sciopero della fame allo scopo evidente di costringermi a interromperlo”.
Tre sono le cose importanti di questo passaggio: la prima è che il Sokolov che viene a trovare Sacharov nel 1985 è lo stesso di 12 anni prima. La seconda è che egli non ordinò l’alimentazione coatta, ma cercò di dissuadere Sacharov a continuare lo sciopero della fame. Tanto che quando il fisico premio Nobel per la Pace parla nel suo libro di alimentazione forzosa, non fa alcun riferimento a Sokolov. La terza riguarda l’anno: l’11 marzo 1985 venne eletto segretario generale del CC del Pcus Michail Sergeevich Gorbachev che diede il via all’ultimo tentativo di riforma del sistema sovietico, noto come perestrojka. Sokolov giunse a Gor’kij su incarico dello stesso Gorbachev per contrattare con Sacharov il viaggio all’estero di sua moglie e, eventualmente, quello di Sacharov stesso, al quale chiese esplicitamente una sola condizione vincolante: non rivelare i segreti sugli armamenti nucleari sovietici che il dissidente conosceva perché tra i padri della bomba termonucleare sovietica, cosa per la quale era stato insignito in passato per ben tre volte dell’onorificenza di eroe del lavoro socialista.
Per concludere, prima di ogni altra possibile discussione sul presunto coinvolgimento del KGB nel caso Moro, è bene individuare con precisione il Sokolov di cui si sta parlando. Dai riscontri oggettivi, infatti, appare molto probabile che il borsista sovietico e l’agente dei servizi siano due persone diverse.

Articoli correlati
Società italiana e teorie del complotto

Sequestro Moro
Sequestrio Moro, il borsista Sokolov non è l’agente del Kgb di cui parlano Imposimato e Gotor

Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro


La polemica sul sabotaggio, quando la memoria aiuta

Guido Crainz, già esponente di Lotta continua negli anni 70 ed oggi docente di storia contemporanea presso la facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università di Teramo, saggista e articolista di Repubblica, corre in soccorso del procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli dopo l’appello lanciato agli intellettuali perché si schierassero in difesa delle inchieste dalla procura torinese e dell’accusa di terrorismo lanciata contro i No tav. Lo fa mistificando la storia del sabotaggio, contapponendola ad altre pratiche di lotta, come se fosse separata e non parallela ad altri repertori d’azione. Nulla dice delle accuse esorbitanti mosse dalla procura che individuano condotte terroristiche nella semplice difesa di un territorio. Gli risponde Erri De Luca chiamato in causa nella parte finale dell’articolo. Un non detto soggiace all’intera polemica: la ruggine tra due pezzi della storia di Lotta continua, tra due modi di averla elaborata che si sono contrapposti duramente durante gli anni dell’inchiesta e del processo Calabresi

 

Sabotaggio, quando la memoria aiuta

di Erri de Luca
il manifesto, 15 settembre 2013

Una pratica diffusa che negli anni ’70 produsse bonifiche di ambienti malsani e contratti favorevoli. Uno storico ufficiale, stipendiato per trasmettere storia, che trascura i fatti a beneficio di una sua tesi, commette omissione in atti di suo ufficio. Stabilito questo, non sono uno fabbricastorico ma ho il vantaggio di avere buona memoria. Negli anni ’70 ho fatto parte di una organizzazione rivoluzionaria di nome Lotta Continua che interveniva attivamente nelle lotte di fabbrica, sotto la guida di intellettuali e di operai. Nacque e si ramificò negli impianti industriali del nord. Un paio di strofe di canzoni politiche di allora: «Sabotar la produzione, non c’è altra soluzione» (Canzoniere del Potere Operaio di Pisa). «Pensa un po’, pensa un po’: avvitare due bulloni e il terzo no». Nelle officine di quegli anni si cominciarono a praticare forme di sabotaggio della produzione che rafforzarono enormemente il potere contrattuale degli operai: il salto della scocca, gli scioperi a gatto selvaggio. Il salto della scocca era un’operazione di montaggio non effettuata del singolo pezzo in transito sulla postazione di lavoro. Faceva impazzire i reparti di lavorazione a valle. Sciopero a gatto selvaggio: senza preavviso interrompeva brevemente e a casaccio le lavorazioni di piccole unità, imballando tutta la linea di produzione a monte e a valle. Erano forme di lotta che costavano poco agli operai e molto al padronato. Sono stato operaio in quei capannoni, ho visto, ho praticato. Da quelle interruzioni partivano i cortei interni dentro la fabbrica che andavano a bloccare anche i reparti che continuavano a lavorare. Il chiasso delle officine veniva sovrastato dal frastuono di un corteo di operai che s’ingrossava a torrente finendo in un’assemblea spontanea. Gli operai prendevano così la parola e non la restituivano. I grandi impianti a catena di montaggio erano efficienti ma fragili di fronte a queste nuove forme di lotta. Questa pratica diffusa era un dichiarato sabotaggio della produzione e procurò la grande ondata di lotte operaie degli anni ’70 , vincenti e di massa. Successe così in Italia il più forte decennio di riscatto della manodopera industriale di tutto l’occidente. Quelle lotte massicce per quantità e compattezza produssero contratti di lavoro favorevoli, imponendo aumenti in paga base uguali per tutti, bonifiche di ambienti lavorativi malsani come i reparti di verniciatura. Di recente scioperi a gatto selvaggio sono stati indetti e praticati dai sindacati metalmeccanici degli stabilimenti Indesit di Melano e Albacina. Basta un po’ di memoria di testimone per mettere la parola sabotaggio dentro la più certa tradizione di lotta operaia. Uno storico che si permette di ignorarla è un rinnegato della sua professione.

Sabotaggio, le forme illegali di opposizione. Quando le proteste diventano violenza

Guido Crainz
la Repubblica, 12 Settembre 2013

Forse, davanti alle polemiche di questi giorni sulle proteste contro la Tav, occorre superare il fastidio per il riemergere di retoriche e stilemi che credevamo sepolti con gli anni Settanta. Forse occorre ritornare ancora su discrimini fondanti: su ciò che divide la battaglia quotidiana per consolidare i diritti e la democrazia dalle derive che possono indebolirla o insidiarla. A un primo sguardo è certo facile tracciare il confine fra le forme illegali e violente di lotta e quelle pacifiche e lecite: anche quelle più “estreme”, come gli scioperi della fame portati quasi oltre il limite o quelle forme di dissenso in climi ostili che espongono a ritorsioni – esse sì – violente (come avvenne nelle lotte per i diritti civili nel sud degli Stati Uniti e in molti altri casi). Sarebbe salutare, anche, che fossero molto più diffuse le ricerche sulle potenzialità di forme non violente di lotta anche di fronte a dittature feroci: ha iniziato a farlo molti anni fa Jacques Sémelin per l’Europa occupata dalla Germania nazista (Senz’armi di fronte a Hitler), da noi lo ha fatto anche di recente Anna Bravo muovendosi fra Italia e Tibet, India e Kossovo (La conta dei salvati): e sottolineando la forza dissacratrice dell’ironia, la sua capacità di accendere la potenzialità realmente eversive della fantasia, non dei roghi.
Con altrettanta evidenza, inoltre, la parola sabotaggio evoca sconfitta, debolezza o addirittura impossibilità di esistere del movimento collettivo. Così fu nelle campagne italiane di fine Ottocento ai primi albori del nostro movimento sindacale (che spesso ha nelle campagne appunto la sua origine): erano segnale di debolezza o di impotenza gli incendi dei fienili o il danneggiamento notturno dei raccolti. E lo fu anche il loro isolato riemergere, sconfessato dalle organizzazioni sindacali, all’indomani delle sconfitte del secondo dopoguerra, nel clima della guerra fredda. Per molti versi inoltre il passaggio a forme violente è la negazione, non la prosecuzione della mobilitazione e della presa di coscienza. Agli inizi degli anni settanta, ad esempio, la autoriduzione collettiva del pagamento delle bollette di luce, gas o telefoni fu ampiamente organizzata da comitati di quartieri, organizzazioni sindacali, gruppi di base: alla fine del decennio la possibilità stessa di riprendere quelle forme di lotta fu stroncata dalla pratica leninista di autoriduzione violenta, spinta sino all’esproprio, praticata dai gruppi dell’ “autonomia operaia” (gli stessi che stritolarono le potenzialità dell’ala creativa del movimento del ’77).
Altre osservazioni possono riguardare poi il rozzo pedagogismo giacobino dell'”atto esemplare”: vi è al fondo la sottovalutazione se non il dispregio della capacità di azione autonoma dei cittadini e – sotto altre spoglie – il vecchio mito della avanguardia. A ciò si aggiunse negli anni settanta un altra tragica distorsione. Com’è del tutto ovvio il problema delle forme di lotta si pone in forme radicalmente diverse nelle democrazie o nei regimi totalitari (per non parlare, di nuovo, dell’Europa occupata della seconda guerra mondiale, quando la lotta armata fu integrata dalle forme più diverse di sabotaggio: un modo per estendere, non per restringere la partecipazione alla Resistenza). Il dramma degli anni di piombo iniziò proprio dalla negazione, tendenziale o drastica che fosse, di questa distinzione: in Germania come in Italia nell’ideologia e nella propaganda delle nascenti organizzazioni terroristiche fu centrale l’idea di vivere ormai in uno stato autoritario, se non totalitario, o avviato ad esserlo (intrecciata, naturalmente, al mito della rivoluzione). Da questa convinzione inizia il percorso che porta Giangiacomo Feltrinelli sino al traliccio di Segrate, e anche di questo parla un documento delle future Brigate rosse redatto all’indomani della strage di piazza Fontana.
A ciò si intrecciarono vie in qualche modo “intermedie”: all’inizio del decennio, nel clima della strategia della tensione e in presenza di una gestione rigida (e talora irresponsabile) dell’ordine pubblico, divieti ingiustificati alle manifestazioni favorirono chi tendeva ad “innalzare il livello dello scontro” trasformando i cortei in atti di guerra. Di qui una crescente “militarizzazione” dei servizi d’ordine di taluni gruppi extraparlamentari: e da qui verranno alla fine del decennio, nel declinare delle speranze di trasformazione, non pochi disperati e giovani flussi verso le organizzazioni terroristiche.
È sufficiente evocare quel clima per capire quanto ne siamo abissalmente lontani ma in questa nostra tragedia è iscritto anche l’antidoto più forte, solidamente basato su due cardini. In primo luogo la capacità di alimentare speranza, di contrapporre alle possibili derive la forza e la fiducia nel futuro delle pacifiche mobilitazioni collettive. E al tempo stesso il rispetto intransigente della democrazia, la fermezza nel denunciare ogni abuso anche minimo che possa incrinare la fiducia nello Stato democratico: quel che è successo nel 2001 al G8 di Genova nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto è stato molto più devastante di mille proclami eversivi. Per il resto, a leggere alcune dichiarazioni incendiarie dei giorni scorsi – talora non prive dei toni dannunziani de Il dominio e il sabotaggio di Toni Negri (1978) – vengono solo in mente alcuni versi ironici di Jacques Prévert: «Non bisogna lasciar giocare gli intellettuali con i fiammiferi…».

Per approfondire
Gli angeli e la storia, scritture e riscritture: auando Sofri celebrava l’incompatibilità di Lotta continua con la violenza politica
Emile Pouget e la storia del sabotaggio

Amnistia sociale, Livio Pepino: «Serve un’amnistia anche per i reati politici che vada oltre i delitti bagatellari»

Non una generica amnistia ma un’amnistia politica a tutti gli effetti che copra anche quei reati «commessi con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale e in occasione ed a causa di manifestazioni ed agitazioni determinate da eventi di calamità naturali», come fu per l’amnistia del 1970.
Livio Pepino interviene con forza nel dibattito apertosi sulle pagine del manifesto per sostenere che «i cosiddetti provvedimenti di clemenza non devono riguardare solo i fatti di minima entità. Anche storicamente non è stato sempre così». L’ex magistrato, oggi in pensione, fondatore di Magistratura democratica, pensa «all’amnistia politica concessa con l’articolo 1 del decreto presidenziale 22 maggio 1970, per chiudere i seguiti penali della stagione del ’68-’69 nella quale, con riferimento al solo ultimo quadrimestre del 1969, erano state denunciate – secondo i dati, come sempre errati per difetto, del ministero dell’interno – 8.396 persone per 14.036 reati, tra i quali 235 per lesioni personali, 19 per devastazione e saccheggio, 4 per sequestro di persona, 124 per violenza privata, 1.610 per blocchi stradali e ferroviari, 29 per attentati alla sicurezza dei trasporti, 3.325 per invasione di aziende, terreni ed edifici e 1.376 per interruzione di pubblici servizi. Orbene l’amnistia si estese, allora, a tutti i reati «commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale e in occasione ed a causa di manifestazioni ed agitazioni determinate da eventi di calamità naturali» punibili con una pena non superiore nel massimo a cinque anni e, sempre alle stesse condizioni, per la violenza o minaccia a corpo politico o amministrativo, la devastazione, gli attentati alla sicurezza di impianti, il porto illegale di armi o parte di esse e l’istigazione a commettere taluno dei reati anzidetti. Furono, dunque, amnistiati – se commessi in occasione di manifestazioni politiche – anche delitti puniti con sanzioni assai elevate, come la devastazione, per cui l’articolo 419 del codice penale prevede addirittura una pena da otto a quindici anni di reclusione.

Un’amnistia che guardi al futuro

Livio Pepino, il manifesto 29 Agosto 2013

Hanno ragione Manconi e Anastasia a sostenere, sul manifesto di ieri, che le contingenze politiche e gli interessi personali del cavaliere di Arcore non devono mettere il silenziatore al dibattito su amnistia e indulto, aperto da tempo (seppur sotto traccia) e che ha subìto un’impennata (in qualche modo un abbraccio mortale) con l’improvvida forzatura operata da amici e commensali di Silvio Berlusconi nella spasmodica ricerca di assicurargli salvacondotti o impunità. E hanno ragione anche nel sottolineare che ci si deve guardare dai ricatti al contrario, cioè da quella posizione che, per evitare di assicurare un privilegio a chi non lo può avere, finisce per escludere l’applicazione di un trattamento equo a chi ne avrebbe diritto. Ma c’è, nell’articolo, un punto da approfondire se si vuole indirizzare il dibattito in una prospettiva realistica (seppur non per i tempi brevi), almeno tra chi, già nel 2006, segnalava l’irrazionalità di un indulto non affiancato da amnistia.
Non è vero che i cosiddetti provvedimenti di clemenza devono riguardare solo i fatti di minima entità. Anche storicamente non è stato sempre così. Penso all’amnistia politica concessa con l’articolo 1 del decreto presidenziale 22 maggio 1970, per chiudere i seguiti penali della stagione del ’68-’69 nella quale, con riferimento al solo ultimo quadrimestre del 1969, erano state denunciate – secondo i dati, come sempre errati per difetto, del ministero dell’interno – 8.396 persone per 14.036 reati, tra i quali 235 per lesioni personali, 19 per devastazione e saccheggio, 4 per sequestro di persona, 124 per violenza privata, 1.610 per blocchi stradali e ferroviari, 29 per attentati alla sicurezza dei trasporti, 3.325 per invasione di aziende, terreni ed edifici e 1.376 per interruzione di pubblici servizi. Orbene l’amnistia si estese, allora, a tutti i reati «commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale e in occasione ed a causa di manifestazioni ed agitazioni determinate da eventi di calamità naturali» punibili con una pena non superiore nel massimo a cinque anni e, sempre alle stesse condizioni, per la violenza o minaccia a corpo politico o amministrativo, la devastazione, gli attentati alla sicurezza di impianti, il porto illegale di armi o parte di esse e l’istigazione a commettere taluno dei reati anzidetti. Furono, dunque, amnistiati – se commessi in occasione di manifestazioni politiche – anche delitti puniti con sanzioni assai elevate, come la devastazione, per cui l’articolo 419 del codice penale prevede addirittura una pena da otto a quindici anni di reclusione. La ragione la chiarì, nel dibattito alla camera, il relatore della legge di autorizzazione dell’amnistia affermando che occorreva dare risposta al «disagio diffuso nella pubblica opinione che, pur deprecando taluni episodi di autentica delittuosità e pericolosità sociale, ritiene in gran parte sproporzionata e sostanzialmente ingiusta la rubricazione di quelle vicende sotto titoli di reato che erano stati dettati in un’epoca in cui era sconosciuta la realtà storica dei conflitti che caratterizzano tutti gli stati moderni».
Il punto è proprio qui, in positivo e in negativo, per ciò che si può e per ciò che non si può fare, per ciò che può stare insieme e ciò che non tollera compromessi. Un’amnistia razionale e, per questo, utile anche oltre la contingenza deve fare delle scelte e non mettere dei tratti di penna più o meno a caso. Deve, in particolare, cancellare oggi i reati anacronistici o meno gravi commessi in passato nell’attesa (operosa) che, in futuro, gli stessi siano abrogati o riscritti. Solo così l’amnistia può essere, insieme, un provvedimento socialmente accettato e l’anticipazione di un sistema penale diverso (e non una semplice, ancorché preziosa, aspirina per diminuire temporaneamente la sofferenza di un carcere che scoppia). Se si segue quest’ottica, le conseguenze sono evidenti: non si può concedere amnistia per quei reati, anche se in ipotesi puniti con pene miti, che creano un grande allarme sociale e sul cui contrasto l’intera società civile e politica è, almeno a parole, duramente impegnata. È il caso, per esempio, della corruzione e dell’evasione fiscale, universalmente indicate come responsabili dell’impoverimento del paese. Al contrario, l’amnistia ha un senso – almeno per chi coltiva l’idea di una società giusta e fatta di uguali – per tutti i reati bagatellari (per i quali la sanzione penale è in ogni caso inadeguata e sproporzionata) e, a prescindere dalla pena, per quei delitti che stigmatizzano le persone (ovviamente quelle sgradevoli o sgradite) più che i fatti e di cui si trovano molteplici esempi nella legge sugli stupefacenti, in quella sull’immigrazione e nella parte del codice penale dedicata all’ordine pubblico.
So bene che, oggi, proporre un’amnistia e un indulto siffatti significa andare incontro a scomuniche e veti bipartisan. Ma parlarne significa aprire, finalmente, un dibattito sul diritto penale che vogliamo, sulle regole della nostra convivenza, sulle modalità di gestione del conflitto sociale. Temi che, prima o poi, dovranno entrare anche nelle competizioni elettorali.

Il manifesto per l’amnistia sociale
– L’amnistia per le lotte sociali, il manifesto dei movimenti e le adesioni aggiornate

Approfondimenti
– L’amnistia sociale

Gli anni dell’acqua e sale. Giuliano Amato racconta l’Italia delle torture

craxi-amato-675

E’ la seconda volta che uomini del potere fanno rivelazioni sulla stagione delle torture praticate durante gli anni di piombo, ribattezzati ormai come anni dell’acqua e sale.
Dopo Luigi Bisignani (leggi qui) ora è venuto il momento di Giuliano Amato. Ben altra statura quella del dottor sottile, come venne definito una volta da Eugenio Scalfari.
Amato è un uomo di Stato, anzi molto di più, membro riconosciuto dei circoli internazionali che contano, la sua biografia è lunga e importante: innanzitutto uomo di cultura, professore di diritto costituzionale, negli anni 70 è tra i protagonisti del «duello a sinistra» condotto dalle pagine di Mondoperaio contro l’ossificata egemonia culturale di un Pci impregnato di cattocomunismo. I temi agitati furono diversi, dalla critica dei totalitarismi sulla scia del pensiero arendtiano, all’uso di alcuni concetti della teoria della giustizia di Rawls, alla riscoperta un po’ folcloristica della figura mediocre di Proudhon contro Marx, ad orizzonti un po’ più solidi come la sociologia di Niklas Luhmann. Dopo una iniziale esperienza nel Psiup, Amato entra nel Psi, diventa deputato nei primi anni 80 cooptato da Craxi di cui fu prima consigliere economico e politico poi sottosegretario alla Presidenza del consiglio nei due governi, il Craxi I e il Craxi II, che il leader socialista diresse tra il 1983 e il 1987. Successivamente è ministro del Tesoro (1987-1989) nei governi Goria e De Mita.
Figura decisiva, Amato entra nelle leve del governo in posti chiave per oltre un decennio, ininterrottamente fino al 1989. Poi nel 1992 consuma il grande tradimento con il suo padrino politico, condannato dalla magistratura e sulla via dell’esilio, ed accetta di diventare primo ministro su mandato del presidente della Repubblica Scalfaro.
Con il crollo della prima repubblica Amato assume ruoli più defilati, ma è sempre lì, dal 1994 al 1997 è presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, per poi ritornare al governo dopo l’avvicinamento ai Ds, nel 1998, come ministro delle Riforme dell’esecutivo D’Alema, nel 1999 come ministro del Tesoro e del Bilancio, quindi ancora una volta come capo del governo nel 2000 e infine ministro dell’Interno, nel 2006, con Prodi. Partecipa per conto dell’Italia al gruppo dei saggi che stilano la bozza della costituzione europea ed è consulente della Deutsche bank. Insomma una personalità di rilievo internazionale. Per questo motivo le parole di Amato sulle torture sono qualcosa di più della semplice testimonianza di quello che una figura di potere di così alto spessore ha potuto sapere, sentire, leggere o conoscere nei posti chiave che ha occupato. Se un uomo così parla, dopo alcuni decenni dai fatti, è perché vuole sancire qualcosa. E al di là del consueto linguaggio felpato, delle cautele espressive, il dottor Sottile dice delle cose molto chiare:

a) si è ricorso a strumenti d’eccezione ed extralegali;
b) si è fatto uso della tortura, malgrado le smentite;
c) seppure in numero limitato alcuni magistrati erano al corrente dell’impiego della tortura. In un Paese dove vige l’azione penale obbligatoria sapere e non intervenire significa una cosa sola: coprire. Ergo un pezzo di magistratura, non importa la quantità ma la qualità, ovvero le procure che gestivano le inchieste più importanti sulla lotta armata, hanno coperto e difeso l’impiego strategico della tortura.

Soprattutto trovano una sonora smentita le frasi del presidente della Repubblica Sandro Pertini, che fu compagno di partito di Amato, il quale aveva detto che in Italia il terrorismo era stato sconfitto nelle aule di giustizia e non negli stadi; e ancora di più le incaute dichiarazioni del generale Dalla Chiesa che rispondendo ad un giornale argentino affermò: “L’Italia è un Paese democratico che poteva permettersi il lusso di perdere Moro non di introdurre la tortura”.

Non è poco!

cover AmatoGiuliano Amato, Andrea Graziosi, Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia il Mulino 2013 pp. 152-153

[…] Ma furono la difficile vittoria contro il terrorismo e la lotta contro la criminalità organizzata, l’impegno e la passione civile, nonché i sacrifici – anche in termini di vite umane – che essi richiesero, a far acquistare alla magistratura un prestigio crescente e il sostegno e la gratitudine di vasti settori dell’opinione pubblica, specie nei ceti colti e amanti della legalità. Essa le diede tuttavia anche un senso esaltato della propria potenza e dei propri compiti e una sicurezza nuova nei rapporti con la classe politica, tanto più che quest’ultima aveva fornito senza troppo discutere gli strumenti necessari al successo e aveva coperto il ricorso a metodi e strumenti ai margini della legalità (anche se non della norma in situazioni eccezionali), quando non extralegali, di fatto ammettendo una sorta di sua subordinazione all’iniziativa di inquirenti e polizie.
Accanto alle inchieste coraggiose e ai sacrifici vi fu infatti il ricorso a forme di pressione fisica e psicologica su alcune migliaia di arrestati e detenuti, che nel caso dei primi sembra siano talvolta arrivate, malgrado le smentite, a toccare la tortura. A parlarne sono stati gli stessi funzionari che ne furono i protagonisti. Essi hanno per esempio accennato all’uso del water boarding (allora chiamato «algerina» perché usato dai francesi in Algeria) da parte di un gruppo speciale che – probabilmente ispirandosi a uno «spaghetti western» di successo – si era ribattezzato «I cinque dell’Ave Maria» (16). Le applicazioni controllate furono in tutto poche decine, e di esse si discusse alla Camera per tre volte dal marzo al luglio 1982, quando Rognoni negò ripetutamente la cosa, ma ve ne furono anche di selvagge, come ammise Scalfaro all’epoca ministro dell’Interno (17).
[…]
Se pochissimi magistrati seppero del water boarding e pochi dei pestaggi degli arrestati – che in qualche caso cercarono di contrastare con sentenze coraggiose – diverso è il caso dei trattamenti speciali dei detenuti e della possibilità di usare il carcere come strumento di pressione nei confronti di categorie di persone ritenute particolarmente indegne, che divennero pratiche abbastanza diffuse negli anni Ottanta.

Note
16.
N. Rao, Colpo al cuore, Milano, Spelling & Kupfer, 2011. Questo gruppo sarebbe stato capeggiato dal funzionario Nicola Ciocia, noto come i professor «De Tormentis», divenuto dopo il pensionamento un dirigente della Fiamma tricolore. Sembra che una versione primitiva del water boarding (Toca) fosse già usata dall’Inquisizione e nelle colonie. In Italia pare fosse impiegato nei primi anni del XX secolo in Sicilia e Sardegna contro mafiosi e banditi, e poi usato sporadicamente dalle squadre mobili di Napoli e della Sicilia. I francesi in Algeria lo usarono invece sistematicamente. Cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Waterboarding//Historical_uses e H. Alleg, La question, Paris, Editions de minuit, 1958, con una prefazione di Sartre. A lungo vietato in Francia il libro uscì da Einaudi con il titolo La tortura. Insieme a La battaglia di Algeri di Pontecorvo. Dove sono mostrate scene di tortura con fiamma ossidrica, elettroshock e annegamento parziale, potrebbe essere stato tra le fonti di Ciocia. Un dirigente della polizia, Salvatore Genova, ne ha raccontato la storia su «Il Secolo XIX» del 24 giugno 2007. Ciocia l’avrebbe poi, ma ambiguamente, smentito sul «Corriere del Mezzogiorno» dell’11 febbraio 2012.

17. A Sofri, Le torture della polizia negli anni di piombo, in «la Repubblica», 16 febbraio 2012.

Approfondimenti
Non erano calunnie, il tribunale di perugia riapre il processo sulle torture contro le Br
Processo alle torture, il professor De Tormentis chiamato a testimoniare. Il prossimo 18 giugno la decisione della magistratura
Chi è “De Tormentis”?
Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia

Articoli correlati
Torture contro i militanti della lotta armata

In vino veritas, un omaggio a Franco Serantini da Daniele Sepe e la sua band

artworks-000048171115-ujhzh1-t500x500Franco Serantini era nato a Cagliari, fu abbandonato nel locale brefotrofio e dopo una vita difficile passata tra istituti per minori e riformatorio giunse a Pisa, dove entrò in contatto con il circolo anarchico Giuseppe Pinelli.
Nel 1972 in occasione di un comizio del MSI, tenuto dall’onorevole Niccolai, Lotta Continua organizzò una manifestazione per impedirne lo svolgimento e negli scontri che ne seguirono Franco fu circondato dai celerini e massacrato di botte.
Trasportato nel carcere di Pisa, non avendo ricevuto nessuna assistenza, dopo due giorni morì.
Il processo che ne seguì non condannò nessuno degli autori materiali dell’omicidio, ne il direttore sanitario del carcere, il dottor Mammoli, che però, quando nel ’77 fu assolto, fu colpito alle gambe da un nucleo di Azione Rivoluzionaria.
Giustizia proletaria.sovversivo
Ho sentito questa ballata la prima volta da Ivan Della Mea, il cui fratello, Luciano, si costituì parte civile nel processo.
La ballata fu scritta a caldo, subito dopo gli avvenimenti, da Piero Nissim.
Corrado Stajano scrisse un libro su Franco, chiamato Il sovversivo, che faceva parte delle letture più amate negli anni ’70 dai compagni, e in seguito Giacomo Verde ne trasse un documentario.
Abbiamo preparato questo brano nel maggio 2012, quando ci ha invitati a Pisa per un concerto la Biblioteca Franco Serantini.

Questo brano è dedicato a Nicola Pellecchia e Dario Iacobelli. Il primo irriducibile combattente, persona di cuore, il secondo la persona che mi ha regalato i testi più belli per la mia musica.

La ballata di Franco Serantini (spero che il link funzioni)

InVinoVeritas 2Floriana Cangiano voce
Daniele Sepe sax tenore
Franco Giacoia chitarra elettrica
Tommy De Paola pianoforte e tastiere
Davide Costagliola basso elettrico
Paolo Forlini batteria

Le torture ai brigatisti raccontate da Luigi Bisignani

luigi-bisignani-uomo-sussurra-potenti-acquista-libro-online-sconto-scarica-download-pdf1Chi è Luigi Bisignani? I magistrati che lo hanno arrestato qualche tempo fa per poi concedergli i domiciliari, lo hanno descritto come un «soggetto più che inserito in tutti gli ambienti istituzionali e con forti collegamenti con i servizi di sicurezza». Uno che sa o che lascia credere di sapere, che del posseso di informazioni riservate ha fatto il suo mestiere.
Coinvolto in un’inchiesta sul mondo delle lobby, condotta dai pm napoletani Francesco Curcio e Henry John Woodcock, Bisignani si è visto contestare l’appartenenza ad un’associazione per delinquere finalizzata alla gestione di notizie riservate, appalti e nomine, in un misto, secondo l’accusa, di dossier e ricatti, anche attraverso interferenze su organi costituzionali realizzate manovrando un sistema informativo parallelo.
Trovare una definizione esatta per collocarlo è difficile: faccendiere, lobbista, uomo d’affari, addentro al mondo dell’informazione e dei servizi, capace di far circolare e orientare notizie, a suo tempo iscritto alla loggia P2, insomma un uomo di relazioni, punto di raccordo tra ambienti diversi, sempre capace di far valere i suoi rapporti influenti, la ricca agenda e la quantità di informazioni riservate in suo possesso. Un evergreen del potere discreto, che non agisce in prima fila ma dietro le quinte del palcoscenico.
In un libro-intervista, L’uomo che sussurra ai potenti, appena apparso per Chiarelettere, rispondendo alle domande del giornalista Paolo Madron, Bisignani si diverte a raccontare retroscena, piccoli segreti, gossip, lo fa con ironia, schizza ritratti velenosi di personaggi della finanza, della politica, della chiesa, della magistratura (tra i più gustosi), dei Servizi segreti, dei media, in altri casi è servile, appare un magiordomo del potere, ogni tanto rivela qualche verità. Tra queste, in una paginetta e mezza racconta delle torture condotte nel 1982 dalla squadra del professor De Tormentis, ovvero quel Nicola Ciocia che i lettori assidui di questo blog conoscono molto bene. Se un frequentatore del potere come Bisignani sapeva, quanti altri come lui sapevano?
Eccovi l’estratto, buona lettura

Bisigna 1Bisigna 2bisPer saperne di più
Chi è “Tormentis”?

Il processo di Perugia
Non erano calunnie, il tribunale di perugia riapre il processo sulle torture contro le Br
Il processo alle torture si farà. La corte d’appello di Perugia accoglie la richiesta Enrico Triaca, il tipografo delle Br sottoposto a waterboarding dal poliziotto dell’Ucigos Nicola Ciocia
A Perugia il processo alle torture di Stato di militant blog.org
Dalle torture a Bilderberg, l’ambigua posizione dell’ex magistrato Ferdinando Imposimato
Processo alle torture, il professor De Tormentis chiamato a testimoniare. Il prossimo 18 giugno la decisione della magistratura
Il brigatista torturato chiede la revisione del processo. Vuole sapere tutto sulla squadra speciale guidata da Nicola Ciocia che praticava il waterboarding
Enrico Triaca denunciò le torture ma fu condannato per calunnia. In un libro il torturatore Nicola Ciocia-alias De Tormentis rivela “Era tutto vero”. Parte la richiesta di revisione
Condannato per calunnia dopo aver denunciato le torture, Triaca chiede la revisione del-processo

Per approfondire la storia delle torture
Le torture della repubblica

Non erano calunnie. Il tribunale di Perugia riapre il processo alle torture contro le Br

Anni ’70 – svolta sul “caso Triaca”

Samir Hassan, il manifesto 20 giugno 2013

IMG_1517L’istanza di revisione del processo per calunnia presentata dal collegio difensivo di Enrico Triaca, il tipografo delle Br arrestato il 17 maggio del ’78 nel corso delle indagini sulla morte di Moro, è giunta ad una svolta. Lo scorso 18 giugno la Corte d’appello di Perugia, presieduta da Giancarlo Massei, ha ammesso tre nuovi testi le cui testimonianze potrebbero finalmente far luce su una delle pagine volutamente più dimenticate degli anni ’70. Dopo l’arresto, infatti, Triaca fu pestato e torturato, sottoposto alla pratica del waterboarding da una squadra speciale dell’Antiterrorismo comandata da “De Tormentis”, eteronimo di Nicola Ciocia, dirigente dell’Ucigos. Soprattutto in base a queste premesse, la decisione della corte perugina sembra muovere in una direzione tanto anomala quanto importante. Sentiti i pareri favorevoli sia del procuratore generale sia degli avvocati di Triaca (Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo), i giudici hanno dato il placet affinché, nella prima udienza del dibattimento fissata il prossimo 15 ottobre, vengano ascoltati Matteo Indice, Nicola Rao e Salvatore Rino Genova. Il primo, giornalista de Il Secolo XIX, raccolse nel 2007 le testimonianze di Rino Genova e l’ammissione, fatta però dietro lo pseudonimo di “ Professor De Tormentis”, di Nicola Ciocia che svelò di essere stato a capo di una squadra alle dirette dipendenze degli Interni, creata in seguito al sequestro Moro e specializzata negli interrogatori sotto tortura. Nicola Rao, noto giornalista, è invece autore del libro Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le BR. La storia mai raccontata (Sperling & Kupfer, 2011), in cui sono racchiuse le dichiarazioni di Ciocia in relazione alle torture praticate a Triaca. Il nome di Rino Genova, noto ex commissario Digos, è invece legato alle confidenze di Ciocia da lui raccolte in merito alle torture perpetrate su Triaca, oltre al fatto che lo stesso Rino Genova ha assistito in varie occasioni ai “lavori” della squadra De Tormentis contro altri presunti brigatisti. Nell’accogliere per intero le prove presentate dal collegio difensivo di Triaca (tra cui un’intervista fatta da Fulvio Buffi per il Corriere, nel febbraio 2012, in cui Ciocia rivendica la paternità del nomignolo “De Tormentis”), la corte si è riservata di valutare se sentire anche lo stesso Ciocia, altro teste indicato dagli avvocati di Triaca; una riserva dovuta al fatto che, essendo quelle di Ciocia delle dichiarazioni autoaccusatorie, la posizione di quest’ultimo potrebbe mutare in sede processuale da teste a indiziato (anche se per fatti ad oggi prescritti).
«La decisione della Corte d’appello è un segnale positivo. Da qui si deve partire per mantenere viva l’attenzione su questo caso; far emergere la verità di fondo, inchiodare lo Stato davanti ai suoi crimini e costringerlo, anche se solo formalmente, ad una pubblica assunzione di responsabilità. Ciononostante, ho l’impressione che lo Stato sia trincerato dietro i suoi stessi silenzi, come ben dimostrano l’oscuramento dei media in merito a questo episodio», dichiara lo stesso Triaca. «La portata del processo – continua – assume una forte valenza simbolica, un ariete capace di scardinare il muro di silenzio che impedisce un dibattito aperto e storicizzante su gli anni ‘70». Quanto alla continuità della repressione di Stato, alla tortura sistemica e sistematica degli apparati statali, Triaca afferma: «Oggi lo Stato tortura anche attraverso singoli episodi, di puro e violento sfogo. Contro di noi si combatteva una battaglia più grande, non riconducibile ad un singolo caso, una pianificazione repressiva studiata a tavolino. La continuità dello Stato, oggi, non è tanto nel modo di persecuzione quanto nella capacità di depistare e mentire, di giustificare e assolvere la tortura di Stato». Che si tratti di un passo importante è anche l’opinione di Francesco Romeo, uno dei legali di Triaca, che aggiunge: «Il processo del ’78 fu un processo sommario e sbrigativo, volto non tanto a condannare Triaca quanto a negare la denuncia delle torture. Noi, oggi, puntiamo a ristabilire la verità storica di quanto realmente accaduto».

Per saperne di più sul processo di Perugia
Il processo alle torture si farà. La corte d’appello di Perugia accoglie la richiesta Enrico Triaca, il tipografo delle Br sottoposto a waterboarding dal poliziotto dell’Ucigos Nicola Ciocia
A Perugia il processo alle torture di Stato di militant blog.org
Dalle torture a Bilderberg, l’ambigua posizione dell’ex magistrato Ferdinando Imposimato
Processo alle torture, il professor De Tormentis chiamato a testimoniare. Il prossimo 18 giugno la decisione della magistratura
Il brigatista torturato chiede la revisione del processo. Vuole sapere tutto sulla squadra speciale guidata da Nicola Ciocia che praticava il waterboarding
Enrico Triaca denunciò le torture ma fu condannato per calunnia. In un libro il torturatore Nicola Ciocia-alias De Tormentis rivela “Era tutto vero”. Parte la richiesta di revisione
Condannato per calunnia dopo aver denunciato le torture, Triaca chiede la revisione del-processo

Per approfondire la storia delle torture
Le torture della repubblica

Il Processo alle torture si farà. La corte d’appello di Perugia accoglie la richiesta di Enrico Triaca, il tipografo delle Br sottoposto a waterboarding dal poliziotto dell’Ucigos Nicola Ciocia

La corte d’appello di Perugia ha accolto la richiesta di revisione del processo che portò alla condanna per calunnia di Enrico Triaca, dopo che questi aveva denunciato le torture subite durante gli interrogatori seguiti all’arresto avvenuto il 17 maggio 1978 nell’ambito delle indagini sul rapimento Moro.
IMG_0475La corte, letta l’istanza presentata dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo, sentito il parere favorevole espresso dal procuratore generale, ha ammesso come nuovi testi Nicola Rao, giornalista e autore del libro Colpo al cuore. Dai Pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Spelling & Kupfer, nel quale si riportano le rivelazioni di Nicola Ciocia, ex funzionario dell’Ucigos, in merito alle torture praticate su Enrico Triaca; Salvatore Rino Genova, ex commissario della Digos che ha raccolto le confidenze di Ciocia sulle torture realizzate contro Triaca ed ha assistito alle altre sevizie e torture praticate da Ciocia negli anni successivi sul corpo di altre persone arrestate con l’accusa di appartenere alle Brigate rosse; e infine di Matteo Indice, giornalista del Secolo XIX che nel 2007 raccolse la testimonianza di Genova e le ammissioni di Ciocia che raccontò (a condizione di apparire soltanto con lo pseudonimo di “professor De Tormentis”, il nomignolo che gli era stato affibbiato durante una pausa delle torture da Umberto Improta) di essere stato a capo di una squadra speciale del ministero degli Interni, addetta agli interrogatori sotto tortura, creata nel 1978 durante il sequestro Moro ma che aveva sperimentato i suoi metodi già a metà degli anni 70 nell’inchiesta napoletana contro i Nap e contro la criminalità organizzata, e che ebbe mani libere durante tutto il 1982 dopo la decisione del governo Spadolini di ricorrere in modo sistematico all’uso della tortura per contrastare la lotta armata. La corte ha accolto per intero le prove documentali presentate, tra cui l’intervista di Fulvio Bufi, apparsa sul Corriere della sera del 10 febbraio 2012 (leggi qui), nella quale Ciocia ammette di essere il “professor De Tormentis”.
La corte si è riservata di valutare la posizione di Nicola Ciocia, l’altro teste indicato dalla difesa di Triaca per le sue dichiarazioni autoaccusatorie, rinviando la decisione a dopo l’esame degli altri testimoni. Le loro dichiarazioni infatti potrebbero risultare “indizianti”, modificando la posizione di Ciocia da teste a indiziato seppur per fatti oggi prescritti (ricordiamo che il reato di tortura non è previsto dal codice penale italiano, le sevizie commesse da funzionari dello Stato vengono equiparate a normali violenze e lesioni private i cui tempi di prescrizione sono molto rapidi), trasformandolo in “testimone assistito” dal proprio difensore che proprio perché non potendo più essere imputato o indagato, non potrebbe più avvalersi della facoltà di non rispondere o dichiarare il falso, pena il reato di falsa testimonianza o reticenza, reato che essendo commesso sul momento non sarebbe più cancellato dalla prescrizione.
Di seguito il dispositivo letto dal presidente Giancarlo Massei


Corte d’appello di Perugia

Presidente Giancarlo Massei
Relatore Massimo Ricciarelli
Procuratore generale Massimo Cosucci

La Corte d’appello di Perugia,
letta l’istanza di revisione presentata nell’interesse di Triaca Enrico, valutati gli elementi di prova addotti, letta la lista dei testi depositata nelle more,
rilevato che in relazione alle fonti e ai temi di prova indicati si impone l’ammissione in qualità di testi di Nicola Rao, Salvatore Rino Genova e Matteo Indice, dovendosi invece formulare una riserva con riguardo alla posizione di Nicola Ciocia da rivalutarsi alla luce delle dichiarazioni che saranno rese dagli altri testi potendosi allo stato profilare elementi indizianti tali da determinare incompatibilità alla testimonianza richiesta.
Ritenuto inoltre di ammettere tutte le prove documentali prodotte, per questi motivi ammette le prove documentali prodotte e ammette altresì in qualità di testi Nicola Rao, Salvatore Rino Genova, Matteo Indice, con la riserva in ordine della posizione di Nicola Ciocia.
Dispone che la citazione dei testi avvenga a cura della difesa e rinvia la causa per l’audizione dei testi all’udienza del 15 ottobre 2013 ore 9 invitando le parti a comparire senza ulteriori avvisi.

Perugia 18 giugno 2013

La registrazione audio dell’udienza (fonte www.radioradicale.it)

Per saperne di più
Le torture della repubblica
Dalle torture a Bilderberg, l’ambigua posizione dell’ex magistrato Ferdinando Imposimato
Processo alle torture, il professor De Tormentis chiamato a testimoniare. Il prossimo 18 giugno la decisione della magistratura