Archivi categoria: Cronache carcerarie
Mammagialla uccide ancora: a Fallico è “scoppiato” il cuore
I primi risultati dell’autopsia dimostrano che c’è stata omissione di soccorso. Aperta inchiesta per omicidio colposo
Paolo Persichetti,
Liberazione 25 Maggio 2011
Indagini per omicidio colposo«Aveva il cuore spaccato». Circostanza compatibile con un infarto e una emorragia in corso da alcuni giorni, secondo quanto affermato all’avvocato, Caterina Calia, dal consulente nominato dalla famiglia.
E’ morto così Luigi Fallico, “Gigi il corniciaio”, personaggio conosciuto nel popolare quartiere romano di Casal Bruciato, dove aveva la sua bottega che secondo la digos sarebbe stata la base operativa di un progetto di rilancio della sigla Brigate rosse. Una proiezione investigativa che l’aveva portato in carcere nel giugno di due anni fa, insieme ad altre quattro persone. Sono stati proprio loro, vicini di cella, ad accorgersi lunedì mattina che qualcosa non andava ed a prestare i primi soccorsi nel repartino As 2, ricavato al quarto piano del reparto D2 del carcere Mammagialla di Viterbo. Il medico è arrivato solo dopo un quarto d’ora per constatare la morte avvenuta da almeno 3-4 ore.
Prima di coricarsi aveva detto ai suoi compagni di non sentirsi bene, «mi sembra di avere la febbre». Per questo aveva anche chiamato l’infermiere. Il 19 maggio scorso, durante l’udienza del processo nell’aula bunker di Rebibbia, aveva raccontato al suo legale del grave malore subito il giorno precedente. Un «dolore fortissimo» che gli aveva lacerato il petto. In infermeria gli avevano riscontrato un picco di pressione arteriosa a 190, ma invece di portarlo in ospedale per accertamenti urgenti (all’ospedale Belcolle esiste un reparto per detenuti) l’hanno rimandato in cella con un diuretico e una tachipirina. Accertamenti più approfonditi erano stati fissati per martedì (ieri, ndr). Indifferente, disattenta fino allo spregio della vita di chi è detenuto: questa è la burocrazia carceraria, con in più il contesto pesante che da sempre segna la vita carceraria in una struttura come quella del Mammagialla e le restrizioni aggiuntive che gravano sui regimi di detenzione differenziata speciale As 2 (ex Eiv), come quello previsto per i detenuti politici. La salute di Fallico era precaria, negli ultimi tempi aveva subito un intervento alle corde vocali e soffriva dei postumi di una violenta otite, oltre all’ipertensione. La procura ha avviato un procedimento per omicidio colposo contro ignoti. Entro 60 giorni il perito dovrà depositare i risultati dell’esame autoptico. Accertamenti specifici sono stati disposti sul cuore. L’inchiesta che l’aveva portato agli arresti sembrava una farsa, il carcere l’ha trasformata in tragedia.
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Violenze nel carcere minorile di Lecce dietro la morte di Carlo Saturno
Crimini burocratici. Rosario Priore, dirigente degli Istituti di pena per minori, aveva ignorato la relazione, inviata dall’ex direttore dell’Ipm di Lecce, sulle violenze inflitte ai minorenni da alcuni componenti della polizia penitenziaria che lavoravano nell’Istituto minorile. Carlo Saturno era una delle vittime di questi soprusi. Aveva avuto il coraggio di testimoniare al processo. L’inchiesta per “istigazione al suicidio” avviata dalla procura dopo la sua morte in una cella di isolamento del carcere di Bari mira ad accertare se vi siano state pressioni, minacce, ricatti o rappresaglie per indurlo a ritrattare
Paolo Persichetti
Liberazione 10 aprile 2011
Se Carlo Saturno, il detenuto ventiseienne trovato morto in una cella d’isolamento del carcere di Bari il 30 marzo scorso, si è suicidato ce lo diranno abbastanza presto i risultati dall’autopsia. In ogni caso l’inchiesta aperta dalla procura non mette in discussione, per il momento, la dinamica ufficiale della morte. L’attenzione degli inquirenti è rivolta alle cause scatenanti, al movente che avrebbe provocato il gesto disperato. Il reato ipotizzato, infatti, è quello di “istigazione all’omicidio”. Dietro la breve storia di Carlo s’intravede una lunga scia di violenze e pestaggi, di denunce lungamente inascoltate e rancori per aver poi raccontato nel corso di una inchiesta gli abusi e le percosse.
Dietro questo tipo di tragedie ci sono spesso dei crimini burocratici, invisibili per definizione, ma pesanti quanto macigni. La storia di Carlo, per esempio, incrocia nomi importanti che hanno fatto le cronache di questo Paese, come quello di Rosario Priore, giudice istruttore che dalla seconda metà degli anni 70 fino a tutto il decennio 90, con l’inchiesta sull’aereo di linea Itavia abbattuto da forze Nato nei pressi di Ustica, ha seguito le maggiori istruttorie sui fatti d’eversione, dal rapimento Moro alla colonna romana dell Br, fino all’attentato al Papa.
Carlo era rinchiuso nell’Istituto per minori di Lecce quando, «dopo anni di fibrillazioni costanti e ripetuti periodi di grandi difficoltà nel trovare una dirigenza stabile», situazione che provocava il continuo succedersi di nomine nei ruoli guida dell’Istituto, sia del direttore che del comandante della polizia penitenziaria, si arrivò finalmente a scoperchiare il marcio che avvelenava la vita di chi era rinchiuso o lavorava in quel posto.
«Avevo raccolto la richiesta di aiuto da parte di un medico e di un assistente sociale in servizio presso il carcere», ebbe modo di spiegare nel 2007 Alberto Maritati, allora sottosegretario alla Giustizia. «I due – continua sempre Maritati – si sono rivolti alla mia segreteria e lamentavano di non avere trovato ascolto da nessun’altra parte. A quel punto ho inviato la denuncia alla procura di Lecce e una copia al dirigente della sezione penitenziaria del ministero della Giustizia».
A contattarlo era stato Roberto di Giorgia, medico del carcere minorile che aveva denunciato le violenze e gli abusi. Eppure molto prima che Maritati raccogliesse le denunce, il dipartimento che si occupa della Giustizia minorile presso il ministero della Giustizia, aveva ricevuto numerosi esposti. Capo di questa struttura era proprio Rosario Priore che si distinse per aver ignorato la missiva del 29 giugno 2005, inviata dall’ex direttore dell’Ipm di Lecce, Francesco Pallara, nella quale si denunciavano almeno una dozzina di poliziotti penitenziari per le violenze e gli abusi praticati sui minori. Nomi finiti poi nell’inchiesta e nel processo ora in corso ma destinato a cadere in prescrizione prima della pronuncia finale della corte. Imputati di quegli orribili delitti sono Gianfranco Verri (ritenuto nell’inchiesta uno degli artefici materiali delle violenze, comandante della polizia penitenziaria del minorile, chiuso definitivamente dopo l’inchiesta), Giovanni Leuzzi, vice comandante, Ettore Delli Noci, Vincenzo Pulimeno, Alfredo De Matteis, Emanuele Croce, Antonio Giovanni Leo, Fernando Musca e Fabrizio Giorgi, agenti di polizia penitenziaria. Tutti incriminati per fatti avvenuti tra il 2003 e il 2005.
Gli abusi contro i giovani si reggevano su un sistema di punizione che Maritati racconta in questo modo: «i ragazzi venivano costretti dalle guardie a dormire nudi per diverse notti su brande senza materasso, in un sistema repressivo ideato dagli stessi responsabili del centro». Nel carcere regnava un clima di paura. Chi esprimeva dissenso o provava a ribellarsi veniva minacciato di trasferimento o di vessazioni. Alla fine i 20 ragazzi rinchiusi nel centro vennero trasferiti all’istituto di Fornelli di Bari. Carlo era tra questi ma ebbe il coraggio di costituirsi parte civile e testimoniare le violenze subite, i colpi violenti sul volto che gli provocarono la rottura del timpano. Un gesto che, una volta rientrato in carcere per fatti nuovi a causa delle sue problematiche esistenziali, gli è costato caro. La procura sta indagando sulla presenza di eventuali pressioni esercitate nei confronti del giovane affinché ritrattasse.
Don Raffaele, cappellano del carcere di Lecce, segue da molto vicino questa vicenda anche se non ha mai conosciuto Carlo direttamente ma solo per il tramite di alcuni giovani di un’associazione che fa volontariato negli istituti di pena. Proprio ieri insieme a questi giovani ha recuperato un video di 15 minuti girato nel minorile di Lecce nel quale appare anche Carlo. «Mi auguro – ci dice al telefono – che dal punto di vista dell’amministrazione penitenziaria ci sia la massima collaborazione per chiarire tutti i punti oscuri della vicenda». Don Raffaele lancia un appello: «Se ci sono dei detenuti che sanno qualcosa, lo dicano, e se ci sono dei poliziotti penitenziari che hanno visto, parlino, dicano quello che è successo perché la verità fa bene a tutti, anche quando fa male. Fa bene al detenuto e fa bene anche alla polizia penitenziaria. Mi auguro che non s ci siano chiusure di tipo corporativo soprattutto da parte dei sindacati di polizia penitenziaria».
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Cronache carcerarie
Nuovo censimento del Dap sulle carceri, meno misure alternative più affollamento
Reso noto il rapporto di Ristretti orizzonti che elabora i dati ufficiali de l Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria
Paolo Persichetti
Liberazione 9 aprile 2011
Oltre un milione e centomila galline ovaiole “prigioniere” in gabbie sovraffollate ben oltre i limiti di legge sono state sequestrate dai Nas durante una serie di controlli in allevamenti del centro nord, effettuati in vista delle festività pasquali. La presenza nelle gabbie era del 50% superiore al numero di animali consentito dalle attuali normative europee.
Una situazione analoga alla condizione di vera e propria calca che si vive nelle celle delle carceri italiane, dove le persone sono stipate l’una sull’altra. 67.615 presenze registrate alla data del 28 febbraio 2011 per una capienza che sulla carta raggiunge i 45.320 ma in realtà è inferiore.
Molti sono posti fantasma. Intere sezioni, pur disponibili, restano vuote con la conseguenza che la statistica diluisce l’affollamento reale. Il dato medio falsa le condizioni ben più drammatiche che si vivono nei maggiori istituti metropolitani e nelle prigioni del Sud, dove la presenza nelle “stanze di pernottamento” (ma dove si soggiorna 20-22 ore al giorno) raggiunge tranquillamente il doppio della capienza prevista. Insomma si sta peggio delle galline ovaiole tutelate dai Nas.
Se gli stessi criteri utilizzati per i pennuti dalle uova d’oro venissero applicati agli umani, le nostre carceri chiuderebbero come in Germania hanno stabilito i giudici costituzionali in una sentenza. Questo è il primo dato che emerge dall’elaborazione delle ultime stime, rese note dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, realizzato da Ristretti orizzonti, la piattaforma multimediale di cultura e informazione dal carcere promossa da detenuti ed ex detenuti della casa di reclusione Due palazzi di Padova e sostenuta dall’associazione di volontariato “Granello di Senape Padova”.
Si esce di meno e si entra di più
Altra conseguenza significativa registrata dalle cifre ufficiali è il fatto che una volta entrati in carcere non si esce, o meglio, si esce il più tardi possibile. Gli ergastolani, per esempio, sono quasi 1500 e restano in carcere ben oltre i 30 anni reali, che sommati ai giorni di liberazione anticipata (la buona condotta) spesso avvicinano i tetti di pena maturata a cifre da capogiro. Ad essere in semilibertà – che per questo tipo di condanna è ammessa solo dopo aver raggiunto il 20 anno di reclusione – sono appena 29 in tutta Italia. La pena si sconta chiusi in cella fino all’ultimo giorno e chi quell’ultimo giorno non ce l’ha rischia di uscirne solo con i piedi in avanti. Il raffronto proposto tra il numero delle misure alternative applicate al 28 febbraio 2011 e quelle concesse prima che entrasse in vigore la cosiddetta legge Cirielli (251/2005 ), normativa che pone molte limitazioni alla loro applicazione nei confronti di condannati recidivi, non consente repliche.
Oggi sono in misura alternativa 16.018 persone, dei quali 8.604 in affidamento ai servizi sociali, 858 in semilibertà (tra loro gli stranieri sono soltanto 85), 6.556 in detenzione domiciliare (non quella speciale entrata a regime recentemente e utilizzabile da poche decine di persone), a cui vanno sommati i condannati a lavori di pubblica utilità (41 in tutta Italia), ammessi al lavoro esterno (423 persone). Altre 2.023 sono le persone sottoposte alla libertà vigilata e 104 alla libertà controllata.
Prima della Cirielli erano in misura alternativa: 48.195 persone nel 2003, 50.228 nel 2004 e 49.943 nel 2005. Le restrizioni della Cirielli hanno prodotto una riduzione di quasi 2/3 a fronte di un incremento della popolazione reclusa. A causa degli inasprimenti sulla recidiva e di altre norme in materia di sicurezza (tra cui l’estensione della fascia di reati ostativi o che vedono ritardata l’applicazione della Gozzini e delle misure alternative), l’esecuzione penale esterna è tornata ad essere quella dei primi anni 90, quando c’erano 20 mila detenuti in meno. 13mila persone in misura alternativa nel 1994, 15 mila l’anno successivo.
L’industria della punizione gira a pieno regime.
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Cronache carcerarie
Caso Papini, una vicenda esemplare di giustizia dell’emergenza
Conferenza stampa a Montecitorio. I legali denunciano: «Quello di Papini è stato un processo ai sentimenti. Quando venne arrestato, la digos di Bologna sapeva già da un anno, grazie alle intercettazioni telefoniche, che andava in carcere a trovare la Blefari con l’accordo della direzione dell’istituto di pena per tentare di impedire i suoi propositi suicidari dichiarati in una lettera. L’inchiesta è stata una montatura». Dopo l’assoluzione crolla il teorema accusatorio messo in piedi dai pm bolognesi che hanno pilotato da lontano anche l’inchiesta romana e il processo. I magistrati dovrebbero archiviare la sua posizione nell’inchiesta sull’attentato a Marco Biagi, ma sotto le due torri esiste una delle peggiori procure d’Italia
Paolo Persichetti
Liberazione 6 aprile 2011
Chissà cosa avrebbe pensato il marziano di Flaiano se fosse atterrato ieri mattina davanti a Montecitorio? Mentre i post-girotondini del popolo viola presidiavano la piazza per protestare contro il modo in cui il governo e la sua maggioranza parlamentare affrontano i temi della giustizia, srotolando un tricolore lungo circa 60 metri per dare inizio alla giornata della democrazia accanto a molte bandiere dell’Italia dei valori, FdS e Sel, dentro la Camera si teneva una conferenza stampa quasi deserta sul caso di Massimo Papini: uno degli
esempi drammaticamente più concreti di come si esercita la giustizia in Italia. 17 mesi e 23 giorni di carcere duro in custodia preventiva, quando andava bene in regime di alta sicurezza nel braccio speciale di Siano, in Calabria, dove sono rinchiusi una parte dei detenuti politici di sinistra; altrimenti in regime di totale isolamento, peggio del 41 bis, quando durante i lunghi mesi del processo era appoggiato al piano terra del reparto G12 di Rebibbia. Sempre solo in un cubicolo, senza diritto alla socialità con altri detenuti, e con le ore d’aria (per così dire) da passare in un rettangolo di cemento di pochi metri quadrati circondato da alte mura e con il cielo coperto da una grossa griglia metallica. Tutto questo per un’accusa senza fondamento: aver fatto parte delle cosiddette “nuove brigate rosse”, solo perché non aveva rinunciato ad assistere la sua ex fidanzata, Diana Blefari Melazzi, precipitata dopo l’arresto nel labirinto della sofferenza psichiatrica. Strada senza ritorno sfociata nel suicidio, poche settimane dopo l’arresto di Massimo, il 31 ottobre 2009. Una morte quasi indotta da una persecutoria volontà di sfruttare la sua malattia come una opportunità per le indagini. «Assolto per non aver commesso il fatto» hanno stabilito lo scorso 23 marzo i giudici della prima corte d’assise di Roma, ribadendo che la solidarietà, anche per chi è stato dichiarato colpevole, non è reato. Un caso «paradigmatico» hanno spiegato i suo legali, Caterina Calia e Francesco Romeo presenti alla conferenza stampa insieme a Gianluca Peciola, consigliere provinciale Sel e alla deputata radicale (lista Pd) Rita Bernardini, che ha seguito il caso, incontrato più volte Papini in carcere e portato radio radicale a registrare le udienze del processo. Attenzione mediatica che ha infastidito molto la pubblica accusa. Tra i banchi solo qualche sparuto giornalista e gli amici di Massimo, animatori del comitato che l’ha sostenuto nei suoi 17 mesi di detenzione. ![]()
La piazza era piena ma la sala era vuota. Eppure si parla tanto di giustizia al punto che – direbbero i sociologi – questo tema è divenuto il maggiore repertorio di mobilitazione dell’azione politica. Fa scorrere fiumi d’inchiostro, riempie tg e salotti televisivi, ma quando ci si trova di fronte a casi concreti l’interesse svanisce. Davvero una strana idea di giustizia: la destra che grida alle toghe rosse e vede complotti delle procure ovunque si allinea subito dietro l’azione repressiva della magistratura, quando questa si riversa contro soggetti estranei al mondo imprenditoriale, alle classi possidenti; la sinistra, che inneggia alla costituzione e si erge a paladina delle legalità, perde vista, udito e parola di fronte agli abusi, per non parlare del carattere sistemico delle pratiche inquisitorie condotte dalla magistratura inquirente, grazie anche ad una legislazione speciale che gli offre mano libera. Insomma ci si agita molto per non fare nulla. L’arena giudiziaria appare solo il luogo dove si è trasferito lo scontro politico. Alla fine, della giustizia, della giustizia giusta, delle garanzie, non interessa a nessuno. Vince solo la demagogia penale: in galera tutti meno quelli che ci mandano gli altri. E così vicende come quelle di Papini restano sullo sfondo, ignorate. Nessuno chiederà conto alla procura di Bologna che – è già accaduto in altri casi – ha pilotato da lontano l’arresto di Papini e il processo, occultando prove a discarico dell’imputato, come ha denunciato l’avvocato Romeo. Nessuno vorrà sapere perché i testi citati dalla difesa sono stati inchiestati durante il processo, al punto da dover temere che l’azione difensiva fosse diventata un delitto. Il marziano di Flaiano non ha esitato, ha ripreso il volo disgustato.
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Massimo Papini assolto per non aver commesso il fatto
Papini assolto: “Non faceva parte delle nuove Br”
“Scarcerate Papini, accuse senza argomenti”
Amicizia e solidarietà sotto processo
Un altro Morlacchi dietro le sbarre
Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine
Cassazione: “Non è reato essere amici di inquisiti per banda armata”
Sui tetti di Rebibbia in rivolta, 1973

Franz Kafka e i professionisti della correzione
Michael Löwy, Franz Kafka. Rêveurs insoumis, Paris 2004
Riflessioni quanto mai attuali sull’uso della pena. Un’anticipazione dei moderni strumenti d’interiorizzazione della colpa introdotti nell’ordinamento penitenziario con i dispositivi premiali previsti dalla legislazione in favore dei dissociati e successivamente dalla Gozzini. Oggi ulteriormente sviluppati dopo che la figura della vittima è divenuta il perno del sistema penale. Il diritto alla riparazione simbolica dell’offeso è lentamente scivolato verso un potere di punire quantificato in base alla natura e all’entità della pena da infliggere e al riconoscimento di una capacità d’interdizione e ostracismo perpetuo sul corpo del reo. Questo processo di privatizzazione della giustizia trae origine dalla convinzione che la liturgia del processo penale possa svolgere una funzione terapeutica. Il sistema giudiziario perde il proprio ruolo di ricerca delle responsabilità per rivestire la funzione di riparazione psicologica della persona offesa. In questa prospettiva la ricerca della verità giudiziaria non offre scampo. Essendo un momento necessario all’elaborazione del lutto, la dichiarazione di colpevolezza e l’ostracismo perpetuo resta l’unica soluzione accettabile, perché il proscioglimento o la reintegrazione civile dell’accusato ostacolerebbero la guarigione mentale della vittima.
L’uso strumentale della retorica vittimistica ha così legittimato il capovolgimento dell’onere della prova, il passaggio alla presunzione di colpevolezza, l’aggravamento delle sanzioni, la limitazione dei diritti dell’accusato e l’immoralità delle amnistie, fino al paradossale esercizio di un’etica selettiva che perde improvvisamente tutta la sua intransigenza di fronte a quella ragion di Stato che ha premiato pentiti e dissociati

In un brano, conosciuto sotto il nome di frammento del sostituto, e ritrovato nei suoi quaderni postumi, Franz Kafka si diverte a mettere in scena il ragionamento servile e ottuso di un sostituto procuratore incaricato di sostenere l’accusa nei confronti di un uomo incolpato di lesa maestà.
Secondo il magistrato le cose del mondo dovevano attenersi ad una curiosa geometria dell’autorità che vede la vita assumere sempre una linea ricurva, nella quale la postura dell’essere ha senso unicamente se rivolta in posizione arcuata, prona, reclina, flessa, prostrata, accucciata, soprattutto mai dritta: «Egli credeva che se tutti avessero collaborato con il Re e il Governo nella calma e nella fiducia, si potevano superare tutte le difficoltà[…] più grande era la fiducia, e ancora di più si doveva curvare la schiena, ma in virtù di principi naturali, senza bassezza. Ciò che impediva uno stato di cose così auspicabile, erano personaggi della risma dell’accusato che, usciti da non si sa quali bassi fondi, venivano a disperdere con le loro grida la massa compatta delle brave genti». L’obiettivo della macchina giudiziaria non era più quello d’applicare un semplice castigo ma di spingere a collaborare attivamente alla propria punizione affinché la condanna assumesse il senso di una vera correzione, o piuttosto l’ossimoro della correzione, cioè il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura dell’individuo. L’essenziale della pena diventa il processo d’interiorizzazione del sentimento di colpa. Senza una vera adesione alla propria penitenza, non c’era alcuna salvezza possibile. L’infrazione penale prendeva allora le sembianze di una colpa teologica, nella quale crimine e peccato appaiono indissolubilmente intrecciati.
E’ morta Franca Salerno, storica militante dei Nap
Impegnata nelle lotte contro le istituzioni totali
Domani si terrà una cerimonia civile presso il centro sociale Acrobax a Roma dalle 13 alle 16
Paolo Persichetti
Liberazione 4 febbraio 2011
Franca Salerno, militante dei Nap durante gli anni 70, sedici anni di carcere duro sulle spalle, un figlio nato in prigione poco dopo l’arresto, si è spenta ieri a Roma dopo aver resistito a lungo contro la malattia. Quel bambino, Antonio, che aveva tenuto con sé in cella nei primi anni di vita l’aveva perso cinque anni fa, ormai uomo e impegnato politicamente in uno dei centri sociali della Capitale, l’Acrobax, portato via da un incidente sul lavoro. Le foto d’archivio in bianco e nero di Maria Pia Vianale e Franca Salerno col bimbo nel grembo, riprese mentre sorridono dietro la gabbia di un’aula giudiziaria, provocano oggi quasi un senso di vertigine. Una distanza siderale le separa dalle figure femminili che la cronaca politica diffonde in questi giorni. Valerio Lucarelli, autore di un recente volume sulla storia fin troppo dimenticata dei Nap, Vorrei che il futuro fosse oggi. Nuclei armati proletari, ribellione, rivolta e lotta armata (Ancora), sottolinea quanto l’esperienza femminile fosse stata pregnante nella storia di quel gruppo, originale e innovativo nel panorama delle formazioni politiche che impugnarono le armi. D’altronde un ruolo decisivo e di vertice le donne l’ebbero anche in altri gruppi armati della sinistra, dove la presenza femminile è risultata sempre la più alta rispetto ai gruppi legali. Vianale e Salerno furono le prime donne ad evadere. Era il 22 gennaio 1977 quando, aiutate da altri tre militanti giunti dall’esterno, scalarono le mura del carcere di Pozzuoli. Impresa pagata a caro prezzo. Dopo quella fuga i loro volti furono diffusi ovunque e la loro cattura divenne un’ossessione per le forze di polizia. Franca Salerno ebbe modo di raccontare anni dopo che al momento dell’arresto: «se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. Ero incinta e mi picchiarono. Erano fuori di sé perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile».
Nicola Pellecchia, un passato importante nei Nap, racconta: «Quando dal carcere la portarono al Fatebenefratelli di Napoli per partorire, nonostante l’imponente dispiegamento militare mezzo ospedale tifava per lei. Fui uno dei primi a conoscerla. Di lei ricordo la vivacità, la spontaneità, la sua capacità di essere politica senza venire dalla politica. Aveva un intuito formidabile, era una combattente vera». Già, ma cosa erano i Nap? «Senza i Nap – risponde Pellecchia – non ci sarebbe stata la riforma carceraria. 
Il primo regolamento di quella riforma fu scritto dalla commissione carceri dei detenuti di Poggio Reale di cui facevamo parte. Molti istituti innovativi, come la socialità, vennero pensati dalla commissione di Poggio Reale. Prima in carcere si parlava di “ricreazione”, come all’asilo. Venne istituzionalizzata la rappresentanza dei detenuti, poi recepita nel regolamento carcerario». Sante Notarnicola, altro protagonista delle lotte carcerarie, ricorda l’arrivo di Franca Salerno a Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro, qualcosa di molto vicino ad un lager. «Franca arrivò col suo bambino di pochi giorni. Occupava una sezione isolata, la vedevamo e la sentivamo. Ci fu subito la corsa a prendere le celle che davano sul suo lato. La sera si spegnevano tutte le televisioni e sul carcere calava un silenzio surreale. Cominciava così il dialogo. Anche se ero uno dei pochi compagni, e quindi avevo con lei un rapporto privilegiato, Franca era ben attenta a non trascurare nessuno. Il piccino fu subito adottato da tutta la comunità carceraria e così i pacchi di cibo che arrivavano dalle famiglie venivano mandati a lei. Una mattina, fatto insolito, mi urlò dalla cella. Improvvisamente il carcere si ammutolì. Il bambino stava male e le guardie non facevano niente. Franca mi chiese di chiamare il capo delle guardie. Quel silenzio totale risuonò per loro come una minaccia. Il maresciallo arrivò di corsa chiedendoci di restare tranquilli che il medico sarebbe arrivato entro 5 minuti. Una macchina era stata spedita a prenderlo. “Avete rischiato molto – gli dissi -, siete feroci ma non potete immaginare quanto potremmo diventarlo noi per una cosa del genere”». Sante si ferma, è commosso. «Quanta forza venne dai Nap, organizzazione fatta di studenti e detenuti. Di fronte allo sfacelo che c’è oggi nelle carceri, a Franca vorrei dire “avevate ragione voi”».
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Un libro sulla storia dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno
Sono nata in un carcere speciale agli inizi degli anni 80, adesso voglio capire
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Un saluto a Franca Salerno
Un saluto a Franca Salerno
Francesco Piccioni
il manifesto 5 febbraio 2011
Vaglielo a spiegare, oggi, che quarant’anni anni fa si poteva arrivare alla lotta armata partendo dalla vita on the road, in fuga esistenziale da uno schema millenario che inchiodava le donne a ben pochi ruoli. Impossibile, dirà qualcuno. Franca Salerno, occhi blu e un sorriso, dopo sedici anni di carcere speciale e un’evasione, è riuscita a farsi capire dai ragazzi con cui aveva vissuto suo figlio Antonio, nato in carcere e morto cinque anni fa, da giovane pony express precario e figura di riferimento nel Laboratorio Acrobax di Roma. Un luogo vivo dove ognuno può essere se stesso, con le imperfezioni che nessuno qui cercherà di azzerare, tra eguali. Per capirla, in fondo, non era necessario averne sentito la voce, insieme ai pianti di Antonio, nelle notti di Badu ‘e Carros, alla periferia di Nuoro. Ora è evasa anche dalla vita, dopo l’ultima prova feroce che questa aveva voluto infliggerle.
Ieri mattina, nella sala grande di Acrobax, le abbiamo portato l’ultimo saluto in tanti. Anziani guerriglieri rugginosi e ragazzi che l’avevano conosciuta per le qualità umane tutte sue, senza curarsi troppo dell’alone sbiadito del mito. Apprezzandone le imperfezioni che appartengono a tutti e che invece, di solito, vengono citate a sostegno dei pregiudizi.
Il coro di ragazze che l’ha ricordata, una dopo l’altra, è stato lo specchio di questo perfetto stare insieme tra persone diverse che condividono molto. Così come il pianoforte emozionato, un altro modo per ricordare. Una vita fuori dagli schemi, per giornalisti frettolosi e senza troppa fantasia. Una vita contro gli schemi, invece; prima e oltre la politica, la lotta, la galera.
Ciao Franca, tanto prima o poi ci vediamo.
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Un libro sulla storia dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno
Sono nata in un carcere speciale agli inizi degli anni 80, adesso voglio capire
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
La storia dei Nap
Libri – Valerio Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi. Nap, ribellione, rivolta e lotta armata, Ancora edizioni novembre 2010
Un estratto del testo da pagina 109
«Analizzando gli anni Settanta non è difficile cogliere l’assoluta particolarità di un gruppo nato non da spinte ideologiche ma da pulsioni cui le istituzioni non sapevano o non volevano fornire alcuna risposta. I Nuclei armati proletari rappresentavano dunque una concreta minaccia all’ordine precostituito. Potevano costituire l’innesco di una gigantesca polveriera pronta a esplodere da un momento all’altro. Al Nord, trasformato dalla grande migrazione dal Mezzogiorno che aveva sfigurato il territorio, al cui interno si erano sviluppati interi quartieri, quando non cittadine, dove un’edilizia senza freni né decoro rubava il fiato a qualsiasi pur lontana parvenza di futuro. Ma soprattutto al Sud emarginato, largamente illetterato, dove lo stato dava prova quotidiana della sua manifesta latitanza e una nuova criminalità si preparava a metter radici per scippare il domani di quelle terre. E ancora, l’intreccio originale, e perciò temibile, fra studenti della piccola borghesia e il proletariato extralegale. E’ cruciale comprendere fino in fondo l’abbraccio fra giovani universitari e Lumpen. Gli studenti, talvolta accesi da presuntuose certezze, decidono di imboccare una via, scelgono razionalmente di sferrare un assalto alle istituzioni. E lo fanno affrancandosi da remore e pregiudizi, facendo propria la carica dirompente sbrigliata dalla rivolta degli ultimi, più o meno consapevoli del paracadute garantito dal ceto sociale di appartenenza. Gli extralegali no. Loro non decidono. Animati dal fuoco della ribellione, spinti dall’urgenza di prendere l’iniziativa e dall’illusione che ciò possa mutare qualcosa, cementati da rapporti fraterni e immuni da ogni integralismo fideistico, vanno allo scontro in modo del tutto naturale, coscienti delle conseguenze. Deviante affermare che non avessero nulla da perdere. Accadde infatti che dall’altro lato non se ne stettero con le mani in mano. E si sprofondò nel dolore di sempre. Né sarà da meno il durissimo epilogo entro cui andranno incontro al termine di quella tumultuosa stagione.»
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Un saluto a Franca Salerno
E’ morta Franca Salerno storica militante dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno


