Sergio Segio, «Quanto mi rode!»

• Subject: Persichetti, o monsieur de la calomnie
• From: “Segio” <sergiosegio@libero.it>
• Date: Thu, 26 Sep 2002 15:36:02 +0200

Persichetti, o monsieur de la calomnie

di Sergio Segio
26 settembre 2002

Un po’ di storia e di verità sugli anni 70 e la detenzione politica. Ho sempre avuto un deciso fastidio per le polemiche tra “ex” e per l’autolesionistica propensione alla rissosità, così radicata nel Dna della sinistra. Ho sempre solidarizzato con chi sta in carcere, non solo per comune condizione ed esperienza, ma in quanto, parafrasando il poeta inglese John Donne, l’imprigionamento di ogni uomo mi diminuisce e mi addolora, perché sono implicato nell’umanità. D’altro canto, dalle calunnie bisogna pur difendersi. Specie se sono gratuite e non episodiche.
Paolo Persichetti, in un’intervista al quotidiano “La Stampa” del 25 settembre, dimostra e conferma di essere un calunniatore professionale. Anche ora, dalle carceri italiane, mantiene una pigra continuità con la pratica di quella esigua parte di fuoriusciti soggiornanti a Parigi che, nel corso degli anni, ha fatto della maldicenza e dell’insulto lo strumento preferito della battaglia politica. Nulla di nuovo: è l’onda lunga e triste dello stalinismo.

Calunnia, calunnia, qualcosa resterà
Per anni, nel pozzo nero delle carceri e dei “braccetti” speciali sottoposti al famigerato articolo 90, abbiamo dovuto sopportare il venticello della calunnia e del rancore che arrivava da alcuni bistrot parigini. Certo, a opera solo di una minoranza dei fuoriusciti a Parigi, una sorta di “banda dei 4”, ma assai rumorosa e petulante, dunque con qualche visibilità ed efficacia, secondo il noto motto: calunnia, calunnia, qualcosa resterà. Temo che, grazie al buco nero nella memoria collettiva e a certa compiacenza o antiche frequentazioni di qualche lobby intellettual-mediatica-salottiera per tale minoranza rumorosa, qualcosa delle reiterate campagne di disinformazione sugli anni 70 e sulla detenzione politica operate da costoro possa attecchire. Soprattutto in chi, per ragioni anagrafiche, non li ha vissuti e stante che, anche nelle assemblee del movimento, si aggirano tuttora ex colleghi o coimputati di Persichetti altrettanto e impudentemente maldicenti.

La delegittimazione della lotta armata
L’accusa che viene rivolta a me e ad altri, ma con ancora maggiore livore a Toni Negri, era ed è che «l’invenzione del concetto della dissociazione e della “delegittimazione dall’interno” della sovversione politica ha fornito – a partire dai primi anni 80 – un contributo molto più decisivo ed efficace di Sofri, e altri dirigenti di Lc, come Marco Boato ed Enrico Deaglio, nella lotta contro la sovversione politica e la lotta armata in Italia» (cfr. Il libro Il nemico inconfessabile, di Persichetti e Scalzone).
Insomma, chi in quegli anni nelle carceri italiane portava avanti il movimento della dissociazione era un traditore, al servizio di uno stato per giunta assai poco riconoscente: «Il trattamento restrittivo e vendicativo che gli [a Toni Negri] è stato riservato dopo il rientro in Italia e la sua costituzione alla giustizia nel luglio 1997, mostra una mancanza di gratitudine da parte dello Stato italiano assai notevole» continuano ironici e compiaciuti gli autori del testo citato.

Dignità e onestà intellettuale
È forte il fastidio di vedere questo livore e disprezzo rivolto a chi, come Adriano Sofri ma come lo stesso Negri, sono in carcere da tempo con una dignità, senso della responsabilità e onestà intellettuale ammirevoli ed evidentemente – letteralmente – incomprensibili a Persichetti e Scalzone. Beninteso: io non sono un sostenitore delle virtù della pena e del carcere. Tutt’altro. Penso che il carcere sia una violenza non necessaria, sempre avvilente e spesso feroce; da tempo sono impegnato anche nel volontariato penitenziario e da anni porto avanti una battaglia per provvedimenti di amnistia e indulto rivolti a tutti i reclusi. Sono però assertore del senso di responsabilità politica, che è cosa assai diversa (ben più alta e più impegnativa) di quella giuridica, e del coraggio dell’autocritica e della revisione. Facoltà queste ultime (autocritica e revisione delle analisi) che Scalzone ammette per sé (cfr. intervista a “L’Espresso” del 28 settembre 1980), ma evidentemente nega agli altri.

Prima disertori, poi censori
Detto ciò, mi pare francamente paradossale che tali accuse e contumelie arrivino da coloro che, nella logica dei movimenti rivoluzionari (e specie se si assume che negli anni 70 in Italia ci fu una sorta di “guerra civile”, come alcuni sostengono), sono da considerarsi dei disertori. Uso questo termine in senso puramente tecnico e fattuale, non certo come insulto, avendo (non in questo caso, ma certo in generale) un’alta considerazione di chi si sottrae alla logica della guerra, di classe, di religione o d’Impero che sia. Per dirla con la Cassandra di Christa Wolf: «Tra morire e uccidere, c’è una terza possibilità: vivere». Dunque, ben vengano i “disertori”, purché non si arroghino in seguito il ruolo dei giudici e dei censori dei comportamenti, delle scelte e della moralità dei prigionieri.

La collettività della Terza via e i crumiri
La mia e nostra scelta nelle carceri fu, appunto, un faticoso e doloroso percorso collettivo di ricerca di una “terza via”, di una diversa soluzione rispetto alle diserzioni individuali, al cannibalismo dei “pentiti”, al continuismo acefalo degli “irriducibili” e all’opportunismo dei “silenti”, poi lesti, come i crumiri in fabbrica, nel fruire delle conquiste collettive, legge sulla dissociazione o “Gozzini” che sia. Fu un percorso di desistenza collettiva e condivisa, nel senso proprio di decisa assieme, in assemblea: e questa mi pare differenza non da poco rispetto alla logica di sopravvivenza, di trattativa o diserzione individuale. E non perché abbia una moralità superiore, ma in quanto ha valore politico. E questo, ad esempio, è anche il motivo per cui oggi nessuno può sognarsi di riesumare la sigla di Prima linea per compiere omicidi, a differenza di quanto avviene per le Br.

Disinnescare la macchina e la logica di guerra
E questo è, veramente, il punto: l’aver “delegittimato dall’interno” la lotta armata, l’aver sciolto pubblicamente Prima linea e altre organizzazioni minori, ovvero essersi assunti la responsabilità di disinnescare la macchina e la logica di guerra che si era in precedenza costruita o accettata, è esattamente il motivo per cui oggi nessuno può più uccidere con quel nome e con quei simboli. Viceversa, il fatto che le Br non abbiano compiuto percorsi analoghi, collettivi e pubblici, contribuisce a far sì che qualcuno, oggi, si senta legittimato a usare quel “logo” per uccidere Biagi e D’Antona. Questo è il punto: la rottura di continuità, pubblica e politica, la proposta di una diversa “Linea di condotta”; che è cosa diversa dal proprio certificato penale. Questo è quanto Scalzone finge di non sapere o effettivamente non capisce.

I magistrati dell’emergenza
Del resto, il nostro percorso carcerario e politico fu fortemente e lungamente osteggiato dai magistrati dell’emergenza antiterrorismo (chi si ricorda della “lobby dei 36”?), nonché dall’apparato penitenziario. Non a caso: perché toglieva spazio e credibilità sia ai “pentiti” sia al continuismo “irriducibile” o “silenzioso” che, a sua volta, veniva usato per legittimare e perpetuare all’infinito la logica dell’emergenza e del sostanzialismo giuridico. Ma sicuramente gli avversatori più tenacemente rancorosi, aggressivi e sleali furono la parigina “banda dei 4” e, in carcere, i “pentiti di essersi pentiti”, ovvero quei militanti che avendo collaborato coi giudici e magari fatto arrestare i loro compagni, poi si “pentirono” di tale scelta e divennero i più implacabili fustigatori di ogni vero o supposto cedimento da parte di altri militanti incarcerati.

La legge sulla dissociazione e la legge Cossiga
Un percorso, quello della dissociazione, che portò infine a una legge: brutta per alcuni aspetti, ma che in ogni modo si tradusse in una sorta di indulto, che consentì l’uscita progressiva e anticipata dal carcere di migliaia di persone, a cominciare dai tantissimi giovani con scarse responsabilità penali ma gravati da condanne esorbitanti, appunto per le logiche e le leggi dell’emergenza (la “legge Cossiga” in primo luogo).
Questo io chiamo responsabilità: chi si è arrogato, o comunque obiettivamente ha avuto, un ruolo trainante nella radicalizzazione violenta del conflitto e nella scelta delle armi, a sconfitta avvenuta, après le déluge come ama dire Scalzone, non può decretare l’“ognuno per sé” o rivendicare e giustificare il “diritto al silenzio” (cfr. intervista a Scalzone su “la Repubblica” del 28 agosto 2002). Nemmeno può fingere che tutto ciò sia stato una specie di laboratorio politico, una semplice rappresentazione in vitro del conflitto: perché è stata carne e sangue, morte e carcere. E di questo bisogna dare conto ed evitare che si ripeta. Non il conflitto, beninteso: la morte e il carcere.

Responsabilità intellettuale e discorso etico
Oltre a tutto questo, appunto, vi sarebbe da fare un ragionamento sulla responsabilità anche umana e intellettuale, non solo politica; un discorso etico, non solo politico, sul rifiuto della violenza, della morte, dell’omicidio politico, sulla sofferenza delle vittime e dei familiari. Ma, in sede di polemica con quelle logiche, mi sembra veramente sprecato e, come dire?, irricevibile.
Fatto sta che è ormai ventennale la campagna di menzogna e di odio alimentata nei confronti del movimento della dissociazione e di suoi singoli esponenti. Campagna che allora diventò una legittimazione, se non una obiettiva istigazione, all’aggressione fisica nei nostri confronti.

Tentativi di omicidio
Proprio pochi giorni fa, Toni Negri ha rivelato a “Le Monde” il tentativo dei brigatisti di ucciderlo durante la sua prima detenzione. Lo stesso successe a me e ad altri nelle carceri speciali, quando istruimmo il percorso politico della dissociazione. Un movimento e un percorso, lo ripeto, collettivo; tanto che, sono costretti a riconoscere gli stessi Persichetti e Scalzone, coinvolse la «quasi totalità di Prima linea», nonché molti altri gruppi minori, pezzi dell’Autonomia e del movimento e tanti singoli, anche delle Br.
Percorso politico, dunque. Che è cosa ben diversa dal «firmare lettere di dissociazione», come dice Scalzone. Percorso politico significa conflitto e mediazione. E questo è stato. Perché l’indulto e l’amnistia, le soluzioni di libertà non basta invocarle. E tanto più dai bistrot o solo per sé. Bisogna contribuire politicamente a renderle possibili. Anche assumendo le responsabilità politiche che competono a ciascuno, in misura maggiore o minore a seconda delle scelte compiute ma anche dei ruoli avuti.

L’innocenza meschina del casellario giudiziario
A questo argomento, Scalzone usa eccepire che non gli vengono contestati omicidi o reati di sangue (cfr. l’intervista a “la Repubblica” già citata). In sostanza rivendica quell’innocenza «che attiene al casellario giudiziario» e che lui stesso definì «meschina» qualche lustro fa (in “Synopsis”, numero speciale del 24 marzo 1984). In ciò mostrando una cocciuta indisponibilità a considerare (a comprendere?) il concetto di responsabilità politica, e non solo penale, rispetto a quegli anni e quegli avvenimenti. Anche questo è paradossale, perché somiglia da vicino alla logica con cui gran parte dei magistrati di quegli anni si rifiutavano di considerare altro che la responsabilità penale, in uno schema binario colpevole/innocente, senza alcuno spazio per la motivazione politica e il contesto storico e sociale di quegli avvenimenti.

Il passato e il futuro, la dignità e la libertà
Su “La Stampa” Persichetti cita Kundera, peraltro con la medesima frase che apre un capitolo del libro scritto con Scalzone. A entrambi, propongo allora questo brano dello stesso autore: «Il muro dietro il quale erano imprigionati uomini e donne era interamente tappezzato di versi, e davanti a quel muro si danzava. Ah no, non una danza macabra. Lì danzava l’innocenza! L’innocenza col suo sorriso insanguinato» (Milan Kundera, La vita è altrove).
È l’innocenza, meschina appunto, non la poesia che ha danzato in questi anni fuori da quelle mura dietro e dentro di cui noi, uomini e donne imprigionati per la sanguinosa utopia cui abbiamo partecipato, vivevamo, morivamo e intanto costruivamo percorsi autocritici, collettivi e dignitosi di libertà e di futuro, prospettive di nuovo impegno sociale in cui, in effetti e per davvero, ora molti di noi sono collocati e attivi.
Infine, e tornando ai veleni di Persichetti («Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà. Mi ricorda una frase di Kundera rivolta a coloro che per un po’ di futuro hanno venduto il loro passato», «Segio, reo confesso di numerosi omicidi, è in libertà»): vorrei tranquillizzarlo. Non ho sottoscritto alcuna cambiale, sono abituato a pagare sempre i miei debiti (e talvolta anche quelli non miei), ma in contanti, di persona e senza elemosinare sconti. Sono ancora sottoposto a misure di restrizione della libertà, pur se dopo 20 anni di carcere la mia condanna sta quasi finendo. So che i tribunali e le carceri del popolo brigatiste hanno pene più severe, ma grazie al cielo non sono sottoposto alla loro giurisdizione. Ho avuto accesso alle misure alternative solo in seguito a un lungo sciopero della fame e grazie alla forte solidarietà di tante persone che in quell’occasione mi hanno sostenuto. Ciò a differenza di tutti gli altri detenuti nelle mie medesime condizioni e con le mie stesse condanne, e a differenza di tantissimi altri detenuti politici non-dissociati, che invece hanno avuto regolare e giusto accesso alle misure alternative allorché si sono trovati nelle condizioni previste. Sono praticamente l’ultimo militante di Pl ancora sottoposto a limitazioni della libertà e a frequentissimi controlli della polizia. Ho avuto il lavoro all’esterno (cd. “articolo 21”), con piantonamento e accompagnamento degli agenti penitenziari, credo caso unico in Italia; poi ho avuto la semilibertà con un trattamento ancor più restrittivo dell’articolo 21.

La strada, l’impegno sociale e i no global
Stante che i reati da me compiuti sono, per propria natura, non individuali i casi sono solo tre: o, come dicono Scalzone e Persichetti per Toni Negri, lo stato non ha mostrato grande gratitudine per il mio “servizio”, a differenza di tutti i miei coimputati e co-dissociati; o io non sono molto bravo a vendermi; o, più semplicemente e veridicamente, non ho mai barattato il passato per il futuro, conservando dolorosa memoria del primo e non rinunciando a pensare in termini collettivi il secondo (del resto, solo uno sciocco può assumere il passato, e l’identità, come materia inerte e immobile). E non rinunciando a lavorare dentro il presente, assieme ai tanti senza futuro e senza diritti con cui ho continuato in questi anni l’impegno sociale. Nelle strade, dentro e fuori le carceri, tra tossici e poveri di varia natura, non nelle università.
Forse sarà per questo che ancora non ho finito la mia pena. Certo è per questa fondamentale differenza che Persichetti non può capire ciò di cui sto parlando. Forse è proprio per tutto ciò che Persichetti arriva a concludere l’intervista su “La Stampa” dicendo che «i no global condannano la violenza dei deboli che bruciano i cassonetti, ma non hanno il coraggio di disobbedire ai veri divieti dei forti». Se non altro, nel disprezzo di Persichetti mi trovo in buona compagnia: assieme alle centinaia di migliaia di donne e uomini che da Genova e ancor prima stanno sognando e costruendo un mondo diverso. Senza ingiustizie, e possibilmente senza calunniatori.

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Segio: “La mia rivoluzione era un pranzo di gala”
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L’esportazione della colpa
Sergio Segio detta l’autocrita, «Scalzone e i parigini condannino la lotta armata»
Paolo Persichetti, «
Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà»

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Oreste Scalzone: «Caro Segio, non c’ è nulla da cui mi devo dissociare»

Oreste Scalzone: «Caro Segio, non c’è nulla da cui mi devo dissociare»

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Fabrizio Ravelli
Repubblica, 28 agosto 2002

PARIGI – «Nessuno, né un pentito né un magistrato, mi ha mai accusato di essere coinvolto in omicidi politici. Di averli eseguiti o di esserne stato il mandante, o di aver fatto parte di organizzazioni clandestine. Io sono sempre stato contrario all’omicidio politico, e Sergio Segio lo sa bene. E allora perché e di che cosa avrei il dovere etico di fare autocritica?».
Seduto al tavolino di uno scalcinato caffè berbero vicino al Beaubourg, Oreste Scalzone risponde alla sfida lanciata dall’ ex-terrorista dissociato. Magrissimo, male in arnese, torrentizio e acuto: Scalzone dopo 21 anni di esilio in Francia («Quasi ottomila pomeriggi, un pozzo senza fondo») respinge al mittente le richieste di dissociazione.
Dopo l’ estradizione di Persichetti forse la comunità dei rifugiati italiani a Parigi corre qualche rischio. Segio vi chiede una posizione chiara sulla violenza politica. Visto che non l’avete mai fatto. «Guardi, a me gli amici mi hanno sempre rimproverato di essere troppo buono e un po’ fregnone. Adesso mi arrendo, provo a dare una risposta cattiva. Sfido Segio a dire quali sono state le mie posizioni in materia di omicidio politico, di clandestinità, di forma guerrigliera. Lo autorizzo a dire qualsiasi cosa, anche di rilevanza penale. Se poi vuole può anche dire se è vero o no che ero percepito come uno che nella sfera militare era troppo liberale, non settario, uno che non sapeva picchiare il can che affoga. Un vecchio gauchista, che finiva per fare il pompiere. Per noi di Potere operaio, l’omicidio politico era arcaico: una forma di tirannicidio che non può essere un dovere etico, quando un tiranno personale non c’ è più. E io che sia legittimo giustiziare per punire, lo dica un lottarmatista o un dipietrista, non l’ho mai creduto».
Parliamo della comunità parigina, di cui lei è il «sindacalista». «I parigini non mi hanno mai dato una delega a rappresentarli. Sono un insieme variegato e atipico di persone, e pochissimi sono d’ accordo con me. Non sono miei proseliti. Non siamo un gruppo. Siamo uniti non da un’affinità elettiva, ma da una condizione materiale. Quel che rivendico, è la mia voce. Su 84 arresti, con pochi compagni a me affini, abbiamo fatto 84 campagne: Scalzone c’è, perché è l’ espressione di quei pochi che hanno difeso tutti».
Resta il fatto che da questa comunità, dice Segio, una ripulsa chiara della lotta armata non è venuta. «Davvero non so di che cosa parli. La maggior parte dei parigini ha firmato come lui e con lui lettere di dissociazione, fin dal 1987. La violenza l’hanno condannata come lui. Quelli dell’Autonomia hanno scelto una dissociazione dichiarandosi innocenti, e non confessando come Segio. Ma sono faccende fra loro». E gli ex-brigatisti? «Se ce ne sono di clandestini, a Parigi, io non lo so. Quelli che conosco, e che magari hanno degli ergastoli, sono più moderati di me. Non è gente che parli di politica tacendo sulla violenza. No, vogliono starsene zitti e basta. Cosa si dovrebbe fare, secondo Segio, stanarli o contestare il loro silenzio? Ma forse ce l’ ha proprio con me e Persichetti». Vi accusa di aver prodotto soprattutto giudizi ingenerosi e calunniosi su quel che accadeva in Italia: da Genova ai girotondi. «Abbiamo scritto due lettere aperte alle tute bianche e ai cosiddetti black bloc, prima di Genova. Ai casseurs, che non sentiamo il problema etico di condannare, dicevamo: non andate a Genova a fare le comparse, i cascatori della recita. Alle tute bianche di Casarini, invece: non buttate olio sul fuoco, gettate le armi di cartapesta o finirà in una frittata di fragole e sangue. Forse portiamo scalogna. Ma che c’entra con la questione dell’omicidio politico?». C’entra con la violenza. Cosa ne pensa? «Io non ho il dono della nonviolenza, ma riconosco la superiorità etica della nonviolenza assoluta rispetto alla guerriglia speculare al potere. Però cerco di essere coerente. Trovo che le bombe di Hamas non siano migliori di quelle di piazza Fontana. Per me è stragismo anche mandare un ragazzo kamikaze ad ammazzare coetanei. Non so come la pensino Agnoletto o Casarini. So che molti dicono che in quel caso la colpa è del colonialista. Io credo che ci siano mezzi che nessun fine giustifica. Peraltro non siamo d’accordo neanche sui fini. Loro sono giacobini, io comunista libertario». Le daranno del filoisraeliano. «Me ne hanno date di tutte, nessun problema. Io sarò anche uno stracciaculo, ma nessuno mi farà sentire in colpa per esser nato a Terni invece che a Gaza. Mi difendo i brigatisti miei e i miei casseurs, e non credo al valore della punizione. E mi fanno schifo quelli che brinderebbero sapendo che Berlusconi ha un cancro. Gli stessi che vorrebbero dettarmi la mia autocritica. Anzi, che vorrebbero la scrivessi da solo, come dev’ essere secondo loro».

Per approfondire
Miccia corta e cervello pure

Segio: “La mia rivoluzione era un pranzo di gala”
La Prima linea, il film che vorrebbe seppellire gli anni 70 sotto il peso del senso di colpa
L’esportazione della colpa
Sergio Segio: “Scalzone e i parigini condannino la lotta armata”
Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà”

“Monsieur de la calomnie”
Scalzone: “Caro Segio, non c’ è nulla da cui mi devo dissociare”
Sergio Segio, il narcisismo del senso di colpa
Segio e l’ideologia del ravvedimento
I ravveduti
Il Merlo, il dissociato e il fuoriuscito

 

 

Sergio Segio, ovvero il narcisismo del senso di colpa

Il continuo protagonismo di Sergio Segio, l’occupazione sistematica della scena, esprimono nella sua personalità infetta il bisogno di colmare, attraverso la testimonianza di una esemplarità rinfacciata agli altri, la purulenta piaga narcisistica della propria dissociazione

Il suo discorso sugli anni 70 contiene un vizio teologico che ha integrato il senso di colpa come motore della storia, proponendo una visione confessionale ed espiativa della politica, condita di scomuniche, inquisizioni e autodafé.
Il continuo protagonismo di Segio, l’occupazione sistematica della scena, l’interpretazione perenne di un ruolo compunto e contrito, la recita continua del Pater libera nos a malo, oltre ad essere istigato e gradito da alcuni particolari centri editorial-emergenziali, come Repubblica, da correnti di pensiero eredi di un azionismo che ha sempre creduto di poter esercitare un magistero etico, una superiorità morale nonostante i mille voltafaccia esistenziali, dall’orbace all’aggiotaggio passando per via Veneto, probabilmente risponde al bisogno di colmare attraverso la testimonianza di una esemplarità rinfacciata agli altri, la purulenta piaga narcisistica della propria dissociazione.

Link

La Prima linea, il film che vorrebbe seppellire gli anni 70 sotto il peso del senso di colpa
L’esportazione della colpa (1)
Sergio Segio: “Scalzone e i parigini condannino la lotta armata” (2)
Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà” (3)
“Monsieur de la calomnie” (4)
Scalzone: “Caro Segio, non c’ è nulla da cui mi devo dissociare” (5)
Sergio Segio, il narcisismo del senso di colpa (6)
Segio e l’ideologia del ravvedimento (7)
I ravveduti
Il Merlo, il dissociato e il fuoriuscito



Sergio Segio, ovvero l’ideologia del ravvedimento

Libri – stralci da Esilio e Castigo di Paolo Persichetti, La città del sole edizioni 2005, capitolo XII

L’ideologia del ravvedimento

Qualche tempo dopo l’uccisione di Massimo D’Antona da parte delle Ncc che a partire da quell’episodio recuperarono la sigla – da tempo consegnata alla storia – delle Br pccc, la redazione del Manifesto promosse una tavola rotonda alla quale vennero invitati, per fornire una risposta pubblica agli autori dell’attentato, Mario Moretti insieme a Prospero Gallinari e Piero Bertolazzi, membri del nucleo storico delle Brigate rosse. In quella circostanza i tre, oltre a ricordare il mutato contesto sociale e la decisiva discontinuità con l’epoca precedente, spiegarono come la lotta armata fosse già largamente in crisi nei primi anni 80, ma che «fu la dissociazione che impedì all’epoca una riflessione seria». Benché inizialmente contrastata dagli ambienti più ottusi dell’emergenza, che concepivano l’antiterrorismo unicamente come confronto militare, l’operazione dissociazione fu presto recepita e appoggiata da quei settori più avvertiti dello Stato, proprio per sferzare un decisivo colpo politico contro i movimenti sovversivi. Il suo effetto su un’area politica in piena crisi si rivelò devastante, poiché sanzionava qualunque approccio critico al bilancio della lotta armata che mantenesse fermi e chiari dei requisiti d’autonomia e indipendenza e che, in ultima istanza, non risultasse recuperabile dall’antiterrorismo. Tolse così ai prigionieri rinchiusi nelle carceri speciali ogni residuo spazio di riflessione poiché immediatamente percepito come una forma di cedimento.
Quell’incontro non piacque affatto a Sergio Segio, anzi deve essergli andato decisamente di traverso, se è vero che ne parla ancora nel suo libro, Miccia corta. Una storia di Prima linea, DeriveApprodi, 2005. Alla fine del testo, vengono infatti riprodotti diversi materiali d’epoca, tra cui un articolo apparso sulla Repubblica del 1 luglio 1999. Insieme a Susanna Ronconi e Cecco Bellosi, Segio vi critica la mancata «assunzione dell’errore politico e di un’etica della responsabilità» da parte dei tre brigatisti che avevano preso parte al dibattito. Gli argomenti che lì vengono esposti ruotano però attorno ad una insanabile aporia, ovvero un ragionamento ad imbuto secondo il quale non può aversi analisi critica e autocritica degli anni 70 senza approdare alla dissociazione, cioè iscrivendo la propria riflessione all’interno di un dispositivo statuale che ne legittimi la valenza etica e politica, ricevendo in cambio cospicui sconti di pena e vantaggi penitenziari di natura premiale e differenziale. Tant’è che Segio e colleghi, poche righe dopo, definiscono la dissociazione: «l’unico percorso collettivo dei detenuti per gli anni settanta».

Ma che cosa è stata la dissociazione?
Piuttosto che un’etica della responsabilità – come suggerisce Segio – qualcuno, in realtà, potrebbe intravedervi l’assenza assoluta d’etica e morale, ovvero un atteggiamento di mero opportunismo, un comportamento tipicamente anetico. Il problema però non è quello del processo alle intenzioni, quanto l’assunto concettuale. La dissociazione non è stata un gesto equanime dello Stato nei confronti dei suoi nemici sconfitti, ma un proseguimento dello scontro. Un diritto di guerra, una clemenza concessa al nemico in cambio della sua sottomissione, un passaggio alla guerra civile fredda per completare quella calda. La dissociazione è stata la forma moderna del “processo connivenza”, grazie al quale l’impiego della convenzione giuridica si è trasformata da strumento di difesa a mezzo per la contrattazione e lo scambio politico. Una scelta priva di libero arbitrio poiché direttamente legata alla necessità di un riconoscimento da parte dell’autorità giudiziaria e penitenziaria. Non solo, ma come in ogni forma di rendita parassitaria, essa ha tratto e trae senso e forza contrattuale solo dal protrarsi (reale o fittizio) del fenomeno da cui ha preso cinicamente le distanze: “la lotta armata per il comunismo”. Per questo è un qualcosa d’assolutamente opposto al divenire politico del fenomeno stesso, al suo approdare altrove, al suo oltrepassarsi attraverso un tragitto sottratto a qualsiasi forma di connivenza, intelligenza o compiacenza col potere. L’effetto finale che un tale dispositivo ha introdotto è stato quello di trasformare l’intero arco della punizione in un processo permanente, rivolto a dei parametri soggettivi che si insinuano nella coscienza del singolo prigioniero o militante, soppesandone le idee, la visione del mondo, le intenzioni (spesso supposte o attribuite). In effetti, la dissociazione ha contribuito a riportare in auge quella vecchia tipologia d’autore che, soffermandosi sull’identità del soggetto, trasforma quest’aspetto nel vero oggetto della sanzione finale. Non si resta più imprigionati per delle responsabilità che molti anni prima una corte di giustizia ha ritenuto di poter individuare, ma per quello che si è o si è diventati e che non piace al singolo arbitrario giudizio di un giudice, o di un collegio di magistrati, divenuti i sovrani assoluti di ciò che è legittimo e corretto pensare.
Negli anni passati non si è mai voluto seriamente riflettere sui danni giuridici e sullo sfarinamento della cultura critica che l’assunzione del modello dissociativo ha contribuito a diffondere, facendo della repentance un paradigma sempre più alla moda, insieme alla delegittimazione della radicalità, alla mistificazione della storia. Dispositivo infido, poiché non opera minimamente il superamento filosofico del problema, ma unicamente un’esportazione della responsabilità altrove.

La dissociazione dalla lotta armata
Nella dissociazione ostentata da Segio s’intravede la rivendicazione di una sorta di primato: l’aver in precedenza commesso l’errore giusto, distinto dall’errore ingiusto che egli ritualmente annovera tra i brigatisti, ed in seguito l’aver ripudiato nel modo più giusto, la giustezza dell’errore passato. Ne emerge un desiderio di primazìa etica, una sorta d’eccellenza assoluta che, al di là delle stagioni della vita, resta sempre la stessa, immutata. Per il personaggio l’importante è mantenere, quali che siano state le posture, le pieghe, gli inchini, i valzer, i veri e propri strisciamenti assunti nel tempo, l’ambìto status di persona non comune che un tempo si diceva persino comunista. In fondo, chi sfoggia biasimo per se stesso, più che umiltà esprime una giubilazione del negativo. Come spiegava Nietzsche, chi disprezza se stesso continua pur sempre ad apprezzarsi come disprezzatore. Vittima dunque o piuttosto infermo dell’ipertrofia di un super-io, il cui crollo ha provocato la messa in scena del lamento, della derelizione e del risentimento.
[…]
Infine, da non dimenticare, la pittoresca posizione della caleidoscopica area piellina e dintorni: i poeti armati, l’esercito scapigliato, la tribù del “mucchio selvaggio”, gli sturm und drang del settantasette nostrano, come essi stessi amano tanto dipingersi. Bohémiens e cultori del calibro ben oliato, militaristi ma anche sognatori impazienti, adepti del carpe diem, «i nostri attimi sono eterni e ci ripagano di tutto». Quelli del nonostante tutto, fiori appassiti più che fiori del male, maledetti mancati ma redenti riusciti. Quelli che narrano di se l’appartenenza «al novero dei destinati alla sconfitta, che non scelgono l’esilio ma di andare sino in fondo, pagando quel che bisogna pagare al sogno a lungo coltivato». Esteti del combattimento, ma anche «anime capaci di tenerezza» che sceglievano «di morire non nella lenta emorragia della vita ma di fretta, senza risparmio, come candele accese dai due lati[…] non per malattia del corpo ma per quella della coerenza, per un’inguaribile infezione dell’anima». Anche se poi a morire non toccava sempre a loro, ma che importa, quel che conta era il rimirar la poesia del gesto, la metrica dell’intenzione, lasciandosi trasportare, inebriati da bottiglie di Veuve Cliquot e Brut valdo, da quell’eroico «andar incontro alla bella morte» di saloina memoria, cercando di recitare un ingiallito copione dannunziano ma con l’inevitabile lieto fine holliwoodiano, che li ha visti inesorabilmente condannati a vivere ravveduti e contenti.
[…]
Anche per Prima linea, o quanto meno secondo l’opinione di quello che fu un loro capo, si ripropone più che mai lo schema binario. Come degli Enrico Toti di massa lanciati all’assalto dalle affollate trincee del movimento, condivise con creativi, libertari, anarchici, femministe e quant’altro, essi si auto-rappresentavano come «la linea di combattimento più avanzata» di quel vasto schieramento. Fuori restavano soltanto le tanto odiate, quanto imitate, Brigate rosse. Ma la memoria e la storia successiva non ne hanno tenuto conto, oscurando l’impresa dell’armata brancaleone, almeno così lamenta Segio con grande disappunto (una volta tanto gli si può dar ragione. In termini relativi, ovvero proporzionali alla durata del gruppo, 1976-1981, pari a meno di un terzo della vita della famiglia brigatista, Prima linea ha avuto un numero superiore di militanti inquisiti), spiegando ciò come l’ennesimo malefico frutto del brigatismo, troppo speculare ai suoi avversari nel modo di pensare e concepire il potere e quindi da questi meglio riconoscibile. Magari, però, ad averli messi in ombra non è stata solo la vicenda Moro e l‘effetto dirompente che essa ha avuto nell’immaginario nazionale, ma anche la storia della dissociazione, nata come un’operazione di smarcamento proprio dalle Brigate rosse, designate così – non solo dall’avversario – come interpreti assolute e nefaste della lotta armata. Ma «l’eresia comporta il non avere patria e chiese» , chiosa in fine Segio in Miccia corta, col tono un po’ depresso di chi è consapevole della propria sfiga. Ma che eretico è chi si concede all’abbraccio dell’inquisitore, fino ad indossare l’abito domenicano del sacro censore? Apostata ma convertito, apatride ma nazionalizzato, eretico ma ravveduto, egli appare sempre in bilico, consumato dall’eterno dilemma del “vorrei ma non posso”.

Link
Segio: “La mia rivoluzione era un pranzo di gala”
Miccia corta e cervello pure
La Prima linea, il film che vorrebbe seppellire gli anni 70 sotto il peso del senso di colpa
L’esportazione della colpa
Sergio Segio: “Scalzone e i parigini condannino la lotta armata”
Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà”
“Monsieur de la calomnie”
Scalzone: “Caro Segio, non c’ è nulla da cui mi devo dissociare”
Sergio Segio, il narcisismo del senso di colpa
Segio e l’ideologia del ravvedimento
I ravveduti
Il Merlo, il dissociato e il fuoriuscito


Università della Sapienza: il seminario sugli anni 70 della Pantera

Libri – Esilio e Castigo, Paolo Persichetti, La città del sole 2005

I seminari sugli anni 70 (estratti dal capitolo 12 )

Agli inizi degli anni 90, gli apparati dell’emergenza mostrarono una notevole insofferenza e palesi timori di fronte al venir meno della ragione logo_pantera1 sociale che aveva giustificato l’esorbitanza del ruolo da loro assunto, il forte potere di supplenza acquisito. Orfani della lotta armata, nostalgici di quel conflitto, come i giapponesi sperduti nelle isole del Pacifico, esercitarono il massimo potere d’interdizione e di minaccia che era loro possibile. Ne sanno qualcosa quei militanti usciti temporaneamente dal carcere sul finire degli anni 80, dopo lunghe detenzioni preventive, e che tentarono di mettere in pratica la discontinuità politica annunciata. A metà del gennaio 1990 erano state avviate numerose occupazioni universitarie, fenomeno che si estese progressivamente a tutto il paese per circa tre mesi, dando vita al primo movimento del genere dopo la fine degli anni 70. Una coincidenza che colpì l’immaginario di molti commentatori e attori istituzionali, i quali vi avevano intravisto il rischio di una riedizione dei fatti del 1977. Una previsione più che azzardata, senza dubbio, ma estremamente rivelatrice dei timori di chi guardava a quegli avvenimenti. D’altronde la simbolicità dei luoghi e di alcuni riti sembrava rievocare la gioventù di molti giornalisti che scrivevano su quegli eventi. Contenuti e modalità erano, in realtà, profondamente differenti, ma l’evocazione del passato tornava a ogni passo realizzato da quell’acerbo movimento, molto poco ideologizzato, con riferimenti culturali confusi e che stentava ad elaborare richieste precise.
Il confronto col passato veniva nel contempo riproposto da minoranze nostalgiche, come un riferimento da emulare; dalla pressione quotidiana dei media e degli apparati di polizia, come un modello da evitare. Continue prove d’affidabilità democratica, di rifiuto della violenza, di fedeltà istituzionale, venivano richieste a quei giovani prim’ancora che essi si fossero dati una forma, una identità, un progetto. L’ombra di un passato volutamente tenuto aperto agiva come un ricatto continuo sul presente, un’ipoteca su ogni possibile futuro.

I seminari
In omaggio all’apparizione misteriosa di un felino nelle campagne laziali, che le autorità avevano inutilmente tentato di catturare, quel movimento assunse il nome di Pantera. «La Pantera siamo noi», gridarono oltre esilio_castigoit centomila studenti scesi in strada. Le analisi del sangue non finivano mai, e forse proprio per questo venne dal suo interno la curiosità di conoscere e capire gli anni 70, quel passato prossimo così stregato e maledetto. Dietro quella domanda non c’era tanto la volontà di apprendere la grammatica di altre rivolte, quanto il desiderio di misurare distanze e differenze, potersi sentire finalmente diversi e assolti. Così a metà febbraio venne organizzato un ciclo di seminari itineranti all’interno dell’Università romana della Sapienza, uno dei centri più attivi delle occupazioni. Erano stati invitati a parteciparvi protagonisti, con o senza pendenze giudiziarie, semplici partecipanti degli anni 70, insieme a docenti, avvocati, giornalisti.
Il primo incontro si tenne del tutto casualmente (disponibilità immediata dell’aula) presso la facoltà di scienze politiche. Relatori della giornata erano Rina Gagliardi, all’epoca giornalista del Manifesto; Edoardo Di Giovanni, avvocato e figura storica del “Soccorso Rosso”, nonché membro del comitato che condusse la controinchiesta sulla strage di piazza Fontana; Raul Mordenti, docente universitario ed esponente del 77 romano.

Domande e risposte dal pubblico
Dopo la conferenza, al momento del dibattito col pubblico, tra le cui fila erano presenti giornalisti di diverse testate, uno studente rivolse un quesito sulle dinamiche che avevano portato alla scelta della lotta armata settori di movimento e sulle ripercussioni che ciò ebbe in gruppi come Lotta continua. Tra le varie risposte, tutte estremamente pacate e caratterizzate da analisi retrospettive, ce ne fu una proveniente da un imputato del processo Moro ter, scarcerato per decorrenza dei termini di detenzione preventiva, seduto tra gli spettatori. mini_zavoli
Il mattino successivo, Repubblica aprì con un richiamo in prima pagina: “Brigatisti all’Università, lezione di mitra in aula”. Ovviamente lo sconsiderato titolo ad effetto e buona parte dell’articolo interno, con tanto di foto, stravolgevano quanto era accaduto e lo spirito stesso dei seminari. Quell’uscita, che suscitò anche malumori nel quotidiano di piazza Indipendenza, perché aggrediva un movimento che al suo interno conteneva forti elementi di critica della stagione craxiana e della cultura commerciale delle televisioni berlusconiane, temi tradizionalmente cari alla redazione di quel giornale-partito, innescava un artificiale clima d’allarme. Si alludeva, infatti, ad un progetto d’infiltrazione e controllo del movimento da parte d’esponenti degli «anni di piombo». I quotidiani di destra, invece, ignorarono completamente l’episodio per ritornarvi sopra pesantemente solo dopo l’artificioso scandalo sollevato da Repubblica. I “liberal” di piazza Indipendenza potevano essere soddisfatti per aver scatenato la canea e tratto in salvo il governo del «Caf», la famosa alleanza della roulotte stipulata nell’ultima stagione della “Prima Repubblica” tra Craxi, Andreotti e Forlani, a cui non sembrava vero di poter uscire dall’angolo in cui erano stati messi dalla fortissima mobilitazione studentesca, utilizzando come capro espiatorio i «terroristi in libertà».

“Terroristi all’università”
Quello di Repubblica non fu un autogol, un atteggiamento irrazionale e suicidario, bensì il risultato d’un intrigato reticolo di connivenze che la rendevano punto d’arrivo e cassa di risonanza degli umori e delle opinioni di quella realtà composita che sono gli “imprenditori dell’emergenza”. Secondo questi ambienti, quel navigare alla luce del sole in situazioni di massa da parte d’imputati di banda armata o di persone appena scarcerate, accusate di reati di «terrorismo», non era altro che la prova di un doppio linguaggio, un doppio livello, una strategia dei due tempi, che ripiegava nei movimenti d’agitazione sociale per riacquistare forza e tornare a colpire. In assenza di formazioni armate in attività, di gruppi che agitassero la propaganda armata, esponenti delle procure antiterrorismo, confortati dal Ros dei carabinieri, imbastivano processi ad intenzioni attribuite, costruivano teoremi sul subconscio. scary
Le simbologie erano fortissime, tant’è che un incauto Giuliano Amato non esitò a evocare la volontà di una fredda provocazione, un agguato premeditato per oltraggiare la memoria di Vittorio Bachelet, vicepresidente del consiglio superiore della magistratura, ucciso anni addietro dalle Brigate rosse all’interno della facoltà di giurisprudenza, prossima al luogo della conferenza. Da settimane circolavano nelle redazioni e nelle sedi di partito alcune veline della questura romana che segnalavano, con nome e cognome, la presenza nelle facoltà occupate di decine di «personaggi implicati in fatti d’eversione». Ovviamente le informative dimenticavano di precisare che nella maggioranza dei casi queste presenze erano più che legittime, trattandosi di studenti regolarmente iscritti a corsi di laurea e non d’intrusi.

Autorità e dissociati al Rettorato
In risposta ai seminari, si tenne al Rettorato una solenne cerimonia, con la partecipazione del senato accademico, del rettore e delle autorità, insieme all’immancabile sfilata di vetture blindate, televisioni e bodygard, per esprimere una «sdegnata condanna del terrorismo». Vi parteciparono anche alcuni dissociati della lotta armata, sempre in prima fila quando occorre prendere parte al rito dell’esportazione della colpa e dell’autocritica degli altri e garantire le cambiali firmate in pegno della propria libertà. A dire il vero, libertà è parola fin troppo grossa in questi casi. Citando La Boétie dovremmo chiamarla «servitù volontaria».

Si scatenò una ferocissima campagna politico-mediatica, una caccia alle streghe che prevaricava, schiacciava, annichiliva, terrorizzava dei ragazzi spesso alla loro prima esperienza politica. Impressionante era la portata dell’attacco sferrato, il peso del sospetto sollevato, commisurato alla realtà delle fragili spalle di quei giovani che scoprivano sulla loro pelle come anche la memoria poteva essere una colpa. Ci sono “passati” che non è bene conoscere, se non nella forma delle versioni ufficiali. Ci sono pagine di storia che devono restare tabù. L’altra lezione che quell’episodio proponeva, riguardava coloro che in diversa misura erano stati coinvolti nelle vicende della lotta armata. Avere tracce di un tale percorso nella propria biografia sottraeva l’accesso pieno ai diritti, come quello di esprimere la propria opinione in un pubblico consesso, salvo recitare il rosario della colpa, trasfigurando la propria esperienza nella rappresentazione del male assoluto. centogiorni1

“Devono tornare in carcere”
Durante le riprese di una delle puntate della “Notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, un livido Antonio Gava, ministro degli Interni, tuonò contro quei brigatisti in libertà che andavano ricacciati in carcere in qualunque modo. Detto fatto: in ossequio alla separazione dei poteri e all’autonomia della magistratura, un servile giudice istruttore confezionò per la bisogna un mandato di cattura contro uno dei presenti ai seminari. Il povero Gava era l’emblema di un ceto politico alla frutta. Imbevuto di supponenza, ebbro d’arroganza, stracolmo d’un potere costruito sul modello dello “scambio occulto”, consenso elettorale in cambio di crediti a pioggia, finanziamenti a fondo perduto, appalti a reti d’imprenditori amici, speculazioni, malaffare, clientelismo pubblico, accordi con gruppi di potere e camorre locali, era incapace di percepire il salto di paradigma che rendeva obsoleta la sua politica. Il nemico che l’avrebbe abbattuto era altrove ma non sapeva avvedersene. Di lì a poco, con aria mesta anch’egli dovette allungare i polsi e lasciarsi ammanettare, finendo come quegli odiati brigatisti che aveva fatto incarcerare. Gli strascichi della campagna nata attorno ai seminari, giunsero fino al processo d’appello alle Br-Udcc, apertosi un anno dopo. Un fondo di Giorgio Bocca annunciava l’esito di una sentenza-ritorsione scritta in anticipo. «Questi sono i peggiori – tuonava l’opinion maker – i più sanguinari, quelli che nel Sessantotto portavano ancora i pantaloni corti». Non facevano parte della meglio gioventù.

I provocatori di piazza Indipendenza
Dopo l’articolo di Repubblica contro i seminari, un adirato corteo di studenti si diresse verso piazza Indipendenza (allora sede della Repubblica) al grido di «venduti!», ma arrivati sotto le finestre della nave ammiraglia del moralismo editoriale italiano, memori delle cronache di quei giorni che raccontavano del grande scontro editorial-imprenditoriale tra De Benedetti e Berlusconi, preferirono passare allo slogan «compràti!». Pare che Eugenio Scalfari, ferito nel suo incommensurabile ego, accolse l’episodio malissimo con sommo gaudio della plebe studentesca.

I centri di potere dell’emergenza contro la soluzione politica
I fatti di quel periodo mostrano come gli apparati dell’emergenza preferivano di gran lunga il perdurare di un lottarmismo residuale, dottrinario e velleitario, fragile e contenibile, ma sufficientemente rumoroso per suscitare allarme sociale e alimentare ricatti emergenziali, risorsa strategica utile a condizionare perennemente i nuovi movimenti e le nuove radicalità, piuttosto che la chiusura dell’epoca precedente e il recupero di quadri e militanti in nuovi percorsi politici. Ciò spiega l’ostilità nei confronti di una soluzione politica e la persecuzione mirata di tutti quegli attori che ne potevano essere il vettore. Il fantasma della lotta armata doveva restare l’antidoto ad ogni fermento critico, l’alibi per non abbandonare la cultura dell’eccezione. Le accuse di «doppio gioco» e «dissimulazione», lanciate da alcuni magistrati, come Armando Spataro, servirono a chiudere definitivamente ogni ipotesi d’amnistia. Liberate da questa scomoda presenza, cullate dalla rimozione, le culture più catacombali hanno trovato campo libero, suscitando all’inizio solo un logorroico verbalismo lottarmista. Col tempo però, l’esorcismo degli apprendisti stregoni istituzionali ha sortito i suoi mirabili effetti ed alla fine degli anni 90 il brusio cospirativo ha lasciato il posto a degli imprevisti passaggi all’atto.

Kafka e il magistrato di sorveglianza di Viterbo

Libertà di pensiero e benefici carcerari

Paolo Persichetti
2 ottobre 2006

Per giustificare l’ennesimo rifiuto di concedermi un permesso, il magistrato di sorveglianza di Viterbo ha censurato il contenuto di alcune mie pubblicazioni (un libro e degli articoli, in prevalenza recensioni), poiché vi ha individuato – scrive il giudice – un atteggiamento «che si concepisce come controparte rispetto a tutte le istituzioni pubbliche, accusate di scrivere la storia da vincitori assumendo atteggiamenti vendicativi attraverso “le relazioni delle commissioni parlamentari”, le “sentenze della magistratura” ecc. (pag. 43 del volume Esilio e Castigo, edizioni La Città del Sole)». Ciò dimostrerebbe, sempre a suo avviso, «Il perdurante disprezzo delle istituzioni dello Stato di diritto» che «seppur praticato con “una maturità che gli consente di esporre le proprie idee in modo da rispettare le regole sociali” (come correttamente rilevato nella relazione di sintesi), non si concilia con la condivisione dei valori fondanti del sistema giuridico-democratico italiano».
Ora tralasciamo quella dose di libertà omeopatica che mi è stata negata. Benché sia già da oltre tre anni nei termini legali per avervi diritto, non è di questo che voglio lamentarmi. Il problema è un altro. Gli argomenti sollevati oltrepassano la mia vicenda personale e investono modi di pensare che riguardano molti cittadini italiani, militanti, compagni del movimento, persino gli attuali parlamentari e ministri di Rifondazione, chiunque abbia voglia di pensare con la propria testa.

Una premessa: nel dicembre 1989, dopo due anni e mezzo di detenzione cautelare, sono stato condannato per participazione a “banda armata” (Br-Udcc), ma contemporaneamente assolto dal concorso nell’attentato contro il generale Giorgieri, e scarcerato per decorrenza dei termini di custodia. Nel febbraio 1991, il verdetto venne capovolto senza che venissero forniti elementi d’accusa nuovi, anzi con la sottrazione dei vecchi. Ho sempre contestato l’addebito, portando a mio sostegno testimoni accolti dai giudici della corte d’assise. Non cambierò atteggiamento oggi solo perché un magistrato di sorveglianza, abusando della sua funzione, modifica il codice di procedura e si autoproclama quarto grado di giudizio con l’intento di propormi uno scambio indecente: offrirmi briciole di libertà in cambio di una ammissione che finalmente legittimi con prove mai trovate la condanna emessa quindici anni prima.

Vengo al punto: il magistrato stigmatizza i passaggi di un mio libro (Esilio e castigo. Restroscena di una estradizione, La città del sole 2005) nel quale si affrontano alcuni controversi aspetti del dibattito storiografico sugli anni 70. Come ci hanno insegnato gli antichi Greci, la storia può (anzi deve) essere raccontata anche dai vinti, i quali in genere la scrivono meglio dei vincitori, come hanno dimostrato a quei Romani che – ricordava Orazio – vittoriosi con la spada furono conquistati dall’ingegno («Graecia capta ferum victorem cepi»). È possibile – come suggeriva Benjamin – fare storia dal punto di vista degli oppressi tenendo presente quel che notava Foucault: «I vinti della storia sono per definizione quelli a cui è stata tolta la parola»?
Mi è capitato così di criticare la costruzione del racconto storico contemporaneo sia nel libro come in altri scritti, alcuni dei quali addirittura precedenti la mia estradizione e risalenti al periodo in cui faveco ricerca nell’università di Parigi 8. Citavo, come esempio, i lavori condotti in ripetute legislature dalla commissione parlamentare sul caso Moro e sul terrorismo, distintasi essenzialmente per aver diffuso le cosiddette «teorie del complotto», ovvero una visione dietrologica delle vicende del decennio 70-80 estesa volentieri all’intera storia repubblicana con categorie quali «doppio Stato», «Stato parallelo», «poteri invisibili» eccetera.
Rilievi, oggi per fortuna condivisi da un nuovo indirizzo storiografico “revisionista” presente sia in campo liberale che neomarxista. Il tema non si esaurisce qui, ma solleva anche importanti riflessioni sul rapporto tra costruzione del racconto storico e diffusione di verità politiche declinate a voti di maggioranza.
Oltre a ciò, osservavo l’emergere di nuove figure della narrazione storica, tra cui appunto la magistratura. Fenomeno recente e che si iscrive in un più vasto processo di giudiziarizzazione che non risparmia nemmeno le scienze sociali: querelles negazioniste rinviate di fronte ai tribunali, convocazione di accademici in corte d’assise, come è avvenuto nel corso dei processi Papon e Touvier in Francia. Vicende che hanno aperto Oltralpe un vivace dibattito e prodotto un’importante pubblicistica. In Italia, invece, silenzio assoluto. Ma noi, storiograficamente parlando, siamo una terra di periferia devastata da decenni di dietrologia.
Certo, non pretendo che un magistrato abbia cognizione di tutto ciò, ma proprio questa ragione avrebbe dovuto consigliare alla dottoressa Carpitella una condotta ispirata ad una maggiore prudenza di giudizio, soprattutto alla scelta di altri argomenti. Invece, sono stato rimproverato di aver fatto apparire le istituzioni una «controparte». Attenzione: non «un nemico», ma semplicemente «una controparte». Così è scritto nell’ordinanza.
Ora, la presenza di controparti è un elemento strutturante del pluralismo democratico nei suoi risvolti politici, sociali, culturali, economici. Tralasciamo poi quello che è il funzionamento della società di mercato: non c’è mercato senza controparti che si incontrano e affrontano eccetera. Altrimenti qualsiasi organizzazione sindacale o corporazione che intavoli una vertenza con lo Stato dovrebbe incorrere nei rigori dell’emergenza antiterrorismo e vedersi etichettata come pericolosa socialmente. I tassisti concepiscono il governo, che vuol liberalizzare il mercato del trasporto privato, come controparte; per non dimenticare la stessa magistratura che, con il suo organo di maggiore rappresentanza, l’Anm, nella passata legislatura ha proclamato ben cinque scioperi e clamorose forme di protesta in occasione di solenni cerimonie, come l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Allora dove sarebbe lo scandalo?
Lo scandalo, invece, c’è eccome perché il magistrato di sorveglianza declina fedelmente uno degli assunti fondamentali dello Stato etico, incapace di concepire la presenza di un qualsiasi iato tra se stesso e il cittadino. Il cittadino, o meglio in questo caso il “suddito”, l’“assoggettato”, non può mantenere una propria coscienza separata dalla coscienza istituzionale (che il giudice ritiene di interpretare univocamente). Detto in altri termini, nello Stato etico non c’è spazio sociale o pubblico autonomo e separato dallo spazio statale. Tutto ciò che è autonomia, figuriamoci critica, è immediatamente percepito come una forma di sovversione dell’etica istituzionale costituita. Per questo il rispetto formale della legge, cioè la commisurazione della liceità ai comportamenti concreti della persona, non è più sufficiente. È richiesta invece l’adesione intima, biologica, genetica, microcellulare, neuronica alla norma.
Ma qui subentra un rompicapo irrisolvibile: chi mai avrebbe gli strumenti per leggere l’anima di ognuno di noi? La macchina della verità? Ecco che allora il magistrato si autopromuove giudice della coscienza, metro della purezza, arbitro delle intenzioni altrui, ovviamente per forza di cose supposte o attribuite.
C’è qualcosa fuori tempo e fuori posto in tutto ciò. La dottoressa Albertina Carpitella si è immedesimata troppo nei panni di quel cardinale Bellarmino che costrinse all’abiura un uomo vecchio e malato come il povero Galileo. «Eppur si muove», la leggenda vuole che egli rispose.
In un brano, conosciuto col nome di Frammento del sostituto, Franz Kafka si divertiva a mettere in scena il ragionamento di un sostituto procuratore incaricato di sostenere l’accusa nei confronti di un uomo incolpato di lesa maestà.
Secondo il magistrato, le cose del mondo dovevano attenersi ad una curiosa geometria dell’autorità che vedeva la vita assumere sempre una linea ricurva, nella quale la postura dell’essere aveva senso unicamente se rivolta in posizione arcuata, prona, reclina, flessa, prostrata, accucciata, soprattutto mai dritta:

«Egli credeva che se tutti avessero collaborato con il Re e il Governo nella calma e nella fiducia, si potevano superare tutte le difficoltà[…] più grande era la fiducia, e ancora di più si doveva curvare la schiena, ma in virtù di principi naturali, senza bassezza. Ciò che impediva uno stato di cose così auspicabile, erano personaggi della risma dell’accusato che, usciti da non si sa quali bassi fondi, venivano a disperdere con le loro grida la massa compatta delle brave genti».

L’obiettivo della macchina giudiziaria – faceva intendere l’autore – non era quello d’applicare un semplice castigo ma di spingere a collaborare attivamente alla propria punizione affinché la condanna assumesse il senso di una vera correzione, o piuttosto l’ossimoro della correzione, cioè il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura dell’individuo.
Senza una vera adesione alla propria penitenza non c’è alcuna salvezza possibile. In questo modo l’infrazione penale prende le sembianze di una colpa teologica nella quale crimine e peccato appaiono indissolubilmente intrecciati.
Ecco, negli argomenti sollevati dal magistrato di sorveglianza di Viterbo sembra di ritrovare quella stessa linea ricurva di cui parlava il sostituto procuratore di Kafka.

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Benefici carcerari negati a Persichetti (ex Br-Udcc): non basta «il pluriennale rispetto delle regole», occorre «la condivisione dei valori del sistema». Sotto accusa il suo libro, Esilio e castigo, retroscena di una estradizione, La città del sole 2005

Alessandro Mantovani
il manifesto 9 agosto 2006


Non basta che Paolo Persichetti abbia chiuso con la lotta armata nell’87, a 25 anni, quando fu arrestato per la prima volta come appartenente all’Ucc, l’Unione dei comunisti combattenti nata dà una scissione delle Br-Pcc. Non basta che da allora abbia fatto una vita tranquilla, passando dalla Sapienza occupata nel ’90 dalla Pantera al lungo «esilio» nella capitale francese, dove al momento della cattura e della consegna all’Italia, nel 2002, era professore a contratto di scienze politiche all’università Paris VIII. Non basta che oggi, dal carcere di Viterbo, egli collabori stabilmente con Liberazione, giornale di un partito di governo come Rifondazione. A Persichetti non basta neanche aver scontato quasi otto dei ventidue anni inflittigli in contumacia per banda armata e per concorso nell’omicidio del generale Licio Giorgieri (20 marzo ’87), che pure equivalgono a oltre un quarto della pena ovvero al primo requisito previsto per i permessi cosiddetti «premio».
Come da manuale dello stato etico ci vuole l’autocritica, diciamo pure l’abiura: «All’esclusivo fine della fruizione di benefici penitenziari, occorre che sia avviata una riflessione in termini di effettiva revisione critica dei commessi reati», scrive la giudice che ha negato l’ultimo permesso, spiegando che non è sufficiente «un percorso di risocializzazione» a suo dire meramente «formale» ed «esplicitato – si legge ancora nel provvedimento di diniego – dalla pluriennale adesione alle regole di civile convivenza». Il punto sarebbe «l’adesione ai valori di legalità» e «l’inquadramento in termini etici del commesso delitto».
Con il metro della dottoressa Albertina Carpitella, magistrato di sorveglianza a Viterbo, ai benefici carcerari accederebbero solo pentiti e dissociati, ammesso che sappiano convincerla della sincerità del pentimento e della dissociazione. La giudice ha ritenuto di dover indagare sulle manifestazioni del pensiero di Persichetti, sulla sua «visione istituzionale». Così è andata a leggere il libro scritto da in carcere dal detenuto, Esilio e castigo – Retroscena di un’estradizione (ed. La città del sole), nel quale l’ex militante Ucc denuncia la grottesca persecuzione ai suoi danni da parte della procura di Bologna che lo accusava dell’omicidio di Marco Biagi (ipotesi poi archiviata su richiesta dello stesso pm, ma a suo tempo utilizzata per ottenere l’estradizione, l’unica concessa da Parigi) e scrive peste e corna dei «giustizialisti» e dei «girotondini», di quelli che negli anni 70 e 30 facevano la guerra a tutto ciò che si muoveva alla loro sinistra (non solo a chi sparava) e più tardi pretendevano di cambiare l’Italia a colpi di indagini giudiziarie. Sono le stesse cose che Persichetti, fino all’ultimo arresto, diceva e scriveva a Parigi insieme all’amico Oreste Scalzone, le stesse che peraltro si dicono e si scrivono in certi ambienti del parlamento o sul manifesto. E alla giudice il libro non è piaciuto: «Risulta evidente – osserva la dottoressa Carpitella nel motivare il rifiuto del permesso – che Persichetti si considera appartenente a una parte politica che definisce gli ‘sconfitti’ e che concepisce come controparte rispetto a tutte le istituzioni pubbliche, accusate di riscrivere la storia da vincitori, assumendo atteggiamenti vendicativi attraverso le relazioni delle commissioni parlamentari, le sentenze della magistratura ecc…».
Di qui il verdetto: nonostante «una maturità che gli consente di esporre le proprie idee in modo da rispettare le regole sociali», come indicato nella relazione degli operatori del carcere, Persichetti «non condivide i valori fondanti del sistema giuridico-democratico italiano».
Insomma l’ex brigatista finge di essere cambiato. Simula e dissimula. Ma è sempre un terrorista, almeno potenzialmente. La giudice è senz’altro convinta di applicare la legge che le richiede una valutazione prognostica della «pericolosità sociale» del condannato, ma nel provvedimento si ritrova proprio l’atteggiamento «vendicativo» che Persichetti rimprovera a larga parte della magistratura e della sinistra.
In realtà tra l’ex Ucc e la sua giudice c’è lo stesso dibattito che attraversa, o dovrebbe attraversare, larga parte della società italiana. Tra coloro che anche oggi imbracciano le leggi speciali antiterrorismo contro gruppetti innocui o contro la libera espressione dei movimenti – a Bologna la procura contesta l’aggravante di eversione anche per l’autoriduzione al cinema o alla mensa universitaria – e coloro che da anni reclamano una «soluzione politica» per una storia, quella in cui rimase impigliato Persichetti, che è finita da un pezzo. E non è ricominciata neanche quando un gruppuscolo fuori dal tempo, subito identificato come «nuove Br» e poi liquidato dalla polizia, ha ricominciato a uccidere utilizzando la stella a cinque punte, senza trovare alcuna indulgenza in Persichetti. Per numerosi e autorevoli ex brigatisti quella era anzi un’«appropriazione indebita» di nome e simbolo.

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Exil et chatiment
Esilio e castigo

Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto
La polizia del pensiero – Alain Brossat
Kafka e il magistrato di sorveglianza di viterbo

Negati i permessi all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto

Il Giudice di sorveglianza di Viterbo rifiuta la concesione dei permessi all’ex Br «Nel suo libro disprezza lo Stato».
La replica di Persichetti: così tutti dovrebbero tornare in cella. «Il rischio di pericolosità sociale è tutto ideologico. Allora riguarderebbe anche Liberazione che pubblica i miei articoli»

 

Giovanni Bianconi
Corriere della Sera
22 agosto 2006

ROMA – Dei «rifugiati» in Francia che il governo Berlusconi s’era impegnato a rimpatriare è l’unico tornato in un carcere italiano. Semplicemente perché c’era il provvedimento d’estradizione già firmato da tempo, bastava eseguirlo. Accadde quattro anni fa, 25 agosto 2002: Paolo Persichetti, all’epoca quarantenne, già militante dell’ Unione dei comunisti combattenti (frazione scissionista delle antiche Br che nel 1987 uccise il generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri) venne fermato a Parigi e accompagnato in cella. Doveva scontare, per concorso nell’omicidio Giorgieri, 22 anni e mezzo di pena. Oggi, sommati i 4 anni trascorsi alla carcerazione preventiva fatta in Italia e a un periodo di detenzione subìto in Francia, per Persichetti è scattata la possibilità di chiedere i «permessi premio»: qualche ora o qualche giorno da passare fuori dal carcere di Viterbo nel quale l’ex terrorista studia, scrive, lavora al dottorato di ricerca in Scienze politiche all’università Paris VIII dove insegnava prima di essere arrestato, invia articoli al quotidiano di Rifondazione comunista Liberazione; e ha pubblicato prima in Francia e poi in Italia un libro – Esilio e castigo, retroscena di un’estradizione, con prefazione dello scrittore Erri De Luca – di forte critica a tempi e modalità del suo rientro in galera. Libro che ora gli è costato l’ ennesimo «no» del giudice di sorveglianza alla richiesta di permesso. Che Persichetti sia un «ex», come gran parte dei latitanti che in Francia vivono e lavorano alla luce del sole, s’intuiva dai suoi trascorsi a Parigi: da lì stigmatizzò il ritorno all’omicidio politico, quando le nuove Br uccisero Massimo D’Antona, nel 1999. E lo conferma la relazione degli «osservatori» del carcere, i quali hanno scritto a maggio di quest’anno che il detenuto «ha esplicitato la volontà di dimostrare il suo cambiamento inteso come rielaborazione del proprio vissuto e conseguente modifica del modo di agire e di vedere la realtà… Sente ormai lontano il modo di agire di certi gruppi politici… Ha ormai raggiunto una maturità che gli consente di esporre le proprie idee in modo da rispettare le regole sociali».
Ma il giudice Albertina Carpitella, non soddisfatta di queste valutazioni, ha voluto leggere il libro in cui Persichetti descrive la sua estradizione, in estrema sintesi, come un colpo di teatro organizzato dallo Stato italiano per bilanciare i risultati nulli (all’epoca) delle indagini sulle nuove Br: per questo fu anche inquisito per il delitto Biagi sulla base di un labile indizio, e poi prosciolto dopo la scoperta dei veri responsabili. Il giudice di sorveglianza, però, l’ha letto con altri occhi e ne ha tratto la conclusione che l’ex brigatista è ancora «socialmente pericoloso». Pur riconoscendo che il detenuto «è ovviamente libero di interpretare a proprio piacimento le vicende personali e quelle politiche, e di manifestare il proprio pensiero con ogni mezzo», il magistrato sentenzia: «Dalla lettura risulta evidente che egli si considera appartenente a una parte politica, che definisce gli “sconfitti”, che concepisce come controparte rispetto a tutte le istituzioni pubbliche, accusate di scrivere la storia da vincitori assumendo atteggiamenti vendicativi attraverso “le relazioni delle commissioni parlamentari”, le “sentenze della magistratura”, eccetera». Per il giudice, il libro tradisce un «atteggiamento di vittimismo politico» e un «perdurante disprezzo dello stato di diritto» che «non si conciliano né con la condivisione dei valori fondanti del sistema giuridico-democratico italiano né con l’assunzione di responsabilità e la valutazione negativa del commesso omicidio, necessarie alla formulazione di un giudizio di revisione critica».
A parte che molte valutazioni negative sulla sua vicenda processuale vengono svolte da Persichetti proprio in nome dello stato di diritto, dalla sua cella il detenuto protesta: «È un’assurdità: con questi presupposti sia Curcio che Moretti, Balzerani, Negri, Gallinari e compagnia (tutti condannati per reati di terrorismo o affini, e tutti liberi, semiliberi, o comunque ammessi a uscire dal carcere, ndr) dovrebbero rientrare in galera per i loro libri, certamente molto meno critici del mio. E il “non cessato rischio di pericolosità sociale”, tutto ideologico, a rigore dovrebbe estendersi anche a Liberazione che mi pubblica regolarmente…». La battaglia legale di Persichetti e del suo avvocato Francesco Romeo proseguirà, ma intanto resta un paradosso. Il libro di Persichetti si conclude con l’auspico che la sua testimonianza «possa contribuire al processo di storicizzazione di un passato che è sempre più urgente sottrarre alle strumentalizzazioni politiche», per giungere «al più presto alla definitiva chiusura degli strascichi penali degli anni 70 e 80, liberando il futuro dalle ipoteche di stagioni ormai da lungo tempo concluse». Forse per il magistrato di sorveglianza di Viterbo è ancora troppo presto, ma per adesso aver messo nero su bianco quella testimonianza ha fatto sì che l’autore non possa uscire di galera nemmeno per un giorno.

Scheda
Arrestato a Roma il 29 maggio 1987, assolto in primo grado viene scarcerato nel dicembre 1989. Condannato in appello a 22 anni e mezzo di carcere, lascia l’Italia nel 1991. Il 24 agosto 2002 viene fermato a Parigi, caricato in una macchina che si dirige immediatamente verso l’Italia dove viene ceduto all’alba del 25 agosto sotto il tunnel del monte Bianco.
Una “consegna straordinaria” (in aperta violazione delle norme sulle estradizioni), la prima del genere in Italia, provocata dalla montatura giudiziaria architettata dal gruppo di inquirenti guidato da Vittorio Rizzi, che indagavano sull’attentato Biagi, e dal sostituto procuratore di Bologna, Paolo Giovagnoli, che l’ha ufficialmente iscritto nel registro delle indagini per poi dover archiviare’ipotesi d’accusa 18 mesi più tardi.

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L’ex brigatista tra esilio e castigo

Recensione – Esilio e castigo, Paolo Persichetti, La Città del Sole, 2005 pagine

Vincenzo Tessandori
La Stampa
31 dicembre 2005

Solo lo stupido non cambia idea. Lo sostengono in molti, e nel loro personalissimo vocabolario manca il termine «coerenza». Alcuni di noi cercano di non tradirla la coerenza, ed è proprio quella personale e quella politica la cosa a cui sembra più tenere Paolo Persichetti, un protagonista del nostro tempo. Uno che non rinnega il passato, e per questo l’aggettivo che gli viene imposto è irriducibile. Ma irriducibile su che cosa? Su quell’utopia tragica chiamata rivoluzione? Sull’idea forse folle, detta libertà? Le carte giudiziarie ci dicono che militava nelle Brigate rosse, colonna romana; che in qualche modo ha avuto mano nell’assassinio del generale Licio Giorgieri, 20 marzo di un quarto di secolo fa; che viveva a Parigi, in quella colonia di fuoriusciti sospettata dal ministro degli interni italiano di formare, in parte, la «centrale francese», lo zoccolo duro del terrore. Queste carte, e più ancora Esilio e castigo, scritto con collera lucida e amara dall’ex brigatista, ci raccontano anche come un ingranaggio giudiziario possa finire per soffocarti.
È un racconto dal ritmo incalzante e di disincantata ironia ma privo del compiacimento, così irritante, per un passato che pare impossibile declinare al tempo remoto. Al protagonista, un quarantenne intellettuale, sembra non si voglia perdonare di aver avuto vent’anni con il loro corollario di idee, sogni, utopie e pure incubi. La militanza nella sinistra più radicale, l’accusa di terrorismo, l’arresto, il processo, il passaggio in Francia, l’università, l’insegnamento. L’illusione che tutto sia finito dura poco, la condanna è come una spada di Damocle anche per questo signor nessuno, cattivo maestro senza discepoli, «personaggio sconosciuto fino a quel momento, uno dei tanti delle generazioni insorte e inventato mediaticamente in quel frangente».
Il ricercato Persichetti Paolo, che tiene lezioni all’università Parigi 8, che non si nasconde, che conduce un’esistenza visibile e, a detta di tutti, non ne conduce una invisibile, dopo anni di indifferenza viene ammanettato e spedito in Italia. La Francia non era mai stata propensa a concedere estradizioni, con Persichetti decide altrimenti. E l’estradizione sembra trasformarlo in un uomo per ogni stagione e per ogni accusa. Anche quella di aver organizzato l’omicidio di Marco Biagi, 19 marzo 2002. Riconosciuto dallo zainetto. Seguono giorni, settimane di terrore vero, intimo. Finquando l’accusa viene riposta in un cassetto. Ma lui rimane un «nemico», trattato come un nemico, fra i più pericolosi, ci ricorda. Perché? Perché, in fondo, solo lo stupido non cambia idea.

Esilio e castigo, retroscena di una estradizione /1

Estratti dal libro Esilio e castigo, Paolo Persichetti, La città del sole edizioni 2005

Retroscena dell’inchiesta e delle manipolazioni attorno alle indagini condotte dal “gruppo di lavoro sull’omicidio di Marco Biagi” e dalla procura di Bologna

Capitolo VII – “Blu come un camoscio” /Prima parte

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Perché non fu il pm Paolo Giovagnoli stesso a emettere subito il decreto di sequestro, invece di chiedere a un’altra autorità giudiziaria di farlo al suo posto, nell’ambito di un’inchiesta che ben poca utilità potrà ricavare da quel reperto? In quel settembre 2002, l’illecita esigenza di mantenere occulta l’indagine contro Persichetti e preservare la segretezza sembra essere preminente e assoluta. Circostanza che induce la procura bolognese a commettere un grossolano errore, probabilmente indotta dal delirio d’onnipotenza, dal senso d’impunità ricavato dal sostegno politico unanime che l’estradizione, strappata alla Francia con un bluff, aveva ottenuto. Bologna si sente un crocevia delle inchieste sul “nuovo terrorismo”. La città “sazia e disperata” esce dall’alveo della provincia opulenta e sonnacchiosa per salire alla ribalta delle indagini sull’eversione. Sente di avere in mano la pista giusta che la farà emergere sulle procure rivali. Ma la legge è chiara: un bene non può essere sottomesso a vincolo cautelare, e in ragione di ciò abusivamente sottoposto ad atti istruttori, in assenza di un motivato decreto di sequestro. Si pensa allora di aggirare l’ostacolo, interpretando in modo “creativo” l’art. 371 cpp, equiparando lo scambio del reperto a quello delle copie di atti e informazioni che può avvenire tra diverse autorità giudiziarie. In questo modo la procura potrà anche eludere la reazione della difesa, evitando la contestazione del sequestro e il contraddittorio preliminare che avrebbe aperto un varco sul fronte dell’accusa, disvelandone la trama e mettendo in luce l’inconsistenza indiziaria delle sue ipotesi. Per rinforzare il suo teorema con delle prove vere e solide, Giovagnoli

Zainetto color camoscio blu

Daltonismo giudiziario: ecco lo zainetto che secondo il sostituto procuratore di Bologna Paolo Giovagnoli era di color camoscio

cerca in tutti i modi di guadagnare tempo. Solo la possibilità di agire in segreto gli avrebbe offerto la garanzia di poter continuare a indagare senza intralci, o meglio sarebbe dire imbastire impunemente artificiosi castelli indiziari, miserabili patacche probatorie. Solo restando nascosto poteva evitare il rischio di doversi misurare con un’estensione della domanda d’estradizione in presenza di un fascicolo terribilmente vuoto. Il 27 settembre 2002, la Digos romana risponde inviando copia delle agende, nonché gli estremi delle carte di credito e dei codici Imei dei telefonini cellulari sequestrati, e informa Giovagnoli che lo «zainetto marca Samsonite» era stato trasmesso presso l’ufficio del dottor Vitello, titolare del decreto di sequestro. Il 30 novembre 2002, alle ore 12.30, lo zainetto si trova negli uffici del nucleo operativo dei carabinieri di Bologna, dove viene sottoposto a ricognizione.

Com’era finito lì?
La risposta ce la dà Giovagnoli stesso, in una lettera che il 2 novembre aveva indirizzato al dirigente della Digos romana: «Facendo seguito al colloquio presso codesto ufficio del 11.10.2002 – scrive il sostituto procuratore bolognese – chiedo che vogliate trasmettere a questo ufficio per il tramite della polizia giudiziaria Digos, lo zaino nonché la copia del disco per personal computer sequestrati al detenuto in riferimento e della consulenza tecnica disposta sullo stesso disco, nonché di altri atti eventualmente compiuti nell’ambito dello stesso procedimento». Stupisce questo ossessivo attaccamento a un banale portacomputer, dalle pareti rigide e imbottite, che non è destinato ad allargarsi a sacco come un normale zaino da spalla, che dunque non lo è anche se alcuni vorrebbero che fosse. C’è da parte del sostituto procuratore di Bologna una sorta di feticismo compulsivo che ricorda la coperta di Linus, quell’infantile oggetto di transizione che ha preso il posto dell’orsacchiotto o del succhiotto, spesso sinonimo d’infanzia infelice.
Eppure i telefonini, le carte di credito, le agende telefoniche sono tradizionalmente risorse fondamentali per le indagini. Veri e propri tesori informativi. Come mai in questo caso non destano nessun particolare interesse? Ma perché da essi non emerge nulla. Anzi solo prove difensive. Le schede ricaricabili Sim non sono attivabili in Italia. Gli stessi telefoni non funzionano con carte italiane, mentre il traffico telefonico non conduce oltre il giro dei familiari. Le carte di credito funzionano solo Oltralpe. Le agendine sono stracolme di nomi francesi, oppure di giornalisti e addirittura di qualche politico italiano. Quanto all’agenda di lavoro, essa suscita solo imbarazzo negli inquirenti. Infatti, nei giorni che precedono o che coincidono con l’attentato sono annotati numerosi e precisi impegni e appuntamenti. Sono tutti molto dettagliati, quindi verificabili, come[…] gli impegni per il 13, il 14 (lezione all’università, sala b 235, ore 16.30-19.00) […]

di blu c'è solo un bel cielo

Camoscio: di blu c’è solo un bel cielo

Insomma, gli inquirenti avevano in mano una mole enorme d’elementi e spunti d’indagine per verificare da subito, senza particolari difficoltà, i suoi spostamenti in quei giorni del marzo 2002. Peraltro sarebbe bastato chiedere a lui stesso, cosa che al contrario non hanno mai fatto, neanche quando decisero di ascoltarlo come teste informato sui fatti, il 12 febbraio 2003. Periodo nel quale la procura cercava ancora di nascondere le proprie intenzioni. Capziosamente invece si sono solo interessati ai computers presenti nella sua abitazione ed a quelli di due suoi vecchi amici, di cui uno ex coimputato, presso i quali hanno cercato tracce probatorie collegate alle sue attività. Il postulato accusatorio li conduceva a cercare il suo fantasma in Italia e ignorare la sua presenza fisica in Francia.

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