Più case meno Pound

Preceduto da polemiche e appelli contrapposti, finisce in un flop il raduno nazionale del Blocco studentesco patrocinato da CasaPound. Tanto rumore per nulla

Paolo Persichetti
Liberzione 8 maggio 2010


Quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due
. E’ finita proprio così, come recita la filastrocca che vinse lo zecchino d’oro nel 1968, il sit-in nazionale del Blocco studentesco, emanazione di CasaPound, che si è tenuto ieri a Roma. Poche centinaia di militanti raggruppati nell’angolo di una piazza troppo grande per loro. In giro nemmeno l’ombra delle migliaia che avrebbero dovuto marciare sulla Capitale, come preannunciato alla vigilia. Era dunque infondato, oltre che molto discutibile, l’allarme lanciato nei giorni scorsi dall’Anpi (per altro ritiratasi all’ultimo momento dopo aver acceso la miccia), ripreso da un folto gruppo d’intellettuali e personalità che chiedevano l’esclusione del Blocco studentesco dalle elezioni universitarie, dalle forze politiche di sinistra e dai Centri sociali che hanno dato vita ad un presidio di protesta, anche questo senza grande partecipazione. La forte opposizione della sinistra romana aveva spinto la Questura a vietare il corteo chiesto dai «fascisti del terzo millennio» e autorizzato in precedenza dalla Prefettura. Scelta molto “maliziosa” che ha accresciuto le polemiche e acceso i riflettori su una vicenda che con tutta probabilità sarebbe passata quasi inosservata. La sinistra si è divisa, Piero Sansonetti e Massimo Bordin hanno firmato un appello in difesa del diritto di manifestare per chiunque, dunque anche per chi si richiama apertamente ad una delle tante sfumature del fascismo, in questo caso quello del programma di san Sepolcro. Ma quelli di CasaPound non sono gli abitanti di un campo Rom, di tanta solidarietà non avevano gran bisogno perché nel frattempo era arrivato l’appoggio di un bel pezzo di maggioranza, 32 parlamentari del Pdl (molti dei quali finiani), e di due fedeli consiglieri capitolini del centrodestra, Ugo Cassone e Luca Gramazio. Ricevuti dal comprensivo sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, hanno ottenuto la possibilità di una manifestazione stanziale, conclusasi prima del previsto. Tuttavia l’accorta messa in scena disposta in piazza, l’assenza di vessilli e cimeli del fascismo storico, le bocche chiuse e la comunicazione affidata solo ai portaparola ufficiali, lo sfoggio di retorica giovanilista e vitalista con un target studentesco ben preciso, l’estetismo autocontemplativo, il «siamo belli come il sole», «17 anni tutta la vita», «giovinezza al potere» che rinviano ad una sorta di impoliticità ormonale, di onanismo ideologico, di acne militante, le canzoni di Rino Gaetano e Vasco Rossi, non cancellano la lunga lista di aggressioni, iniziative contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoa. Contrariamente a quanto accadeva alla destra radicale non stragista degli anni 70, questa formazione non vive ai margini del sistema ma è la micropropagine ultima del blocco politico-sociale attualmente al governo. Il 20 marzo aveva suoi uomini tra i ranghi del servizio d’ordine della manifestazione che il Pdl ha tenuto in piazza san Giovanni. Dietro l’aria scapigliata e le imitazioni futuriste s’intravede la voglia di poltrone negli assessorati e le municipalizzate. In attesa appalta per conto del Pdl, dietro copertura politica e sostegno materiale, il tentativo di penetrazione nel sociale e nelle scuole e racimola fondi grazie alle delibere comunali e ai servizi d’attacchinaggio durante la campagna elettorale. Insomma quelli di CasaPound non sembrano proprio avere l’aspetto d’un gruppo di perseguitati, al contrario frequentano i salotti buoni, addirittura aspirano a diventare uno di questi. Finito il raduno e svuotata la piazza sul selciato disadorno è rimasta solo una domanda: c’era davvero così bisogno di sollevare tanto allarme?

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Flop del raduno nazionale di CasaPound: «Chi ci attacca è infame come i partigiani»

Alberto Piccinini
il manifesto 8 maggio 2010

«Ecco perché abbiamo deciso che il 7 maggio scenderemo ugualmente in piazza. Con migliaia di uomini e di donne che hanno ancora ‘quella strana luce negli occhi’ e il sorriso degli invitti». Così Gianluca Iannone, leader di CasaPound Italia, a proposito del divieto della manifestazione del Blocco Studentesco, ieri a Roma. La lettera si intitola «una risata vi seppellirà». E’ in Rete. Uno pseudo-Mogol, un D’Annunzio liceale (invitti), gli indiani metropolitani: per entrare nel pantheon dei fascisti del terzo millennio c’è da far la fila. Per entrare a piazza Esedra, ieri mattina, molto meno.
 Sono scesi ugualmente in piazza in tremila, numero dichiarato dal sito di Blocco Studentesco ieri. I ragazzi e ragazze sulla ventina arrivati da mezza Italia a sostenere i candidati alle elezioni universitarie saranno pure un po’ meno di così [in realtà solo poche centinaia], ma non è questo il punto. Parla il candidato Francesco Polacchi, in camicia azzurra, aria vagamente skin, già immortalato nelle riprese e nelle foto degli scontri a piazza Navona: «Quelli che ci attaccano sono infami come i loro nonni partigiani – dice – il nostro cammino sarà la loro distruzione, perchè siamo noi il futuro». Attacca: «La chiamano Liberazione, in realtà è una sconfitta militare».
Apologia di fascismo? Più che altro sembrerebbe un rebus a chiave. Tra fascismo «e» terzo millennio, CasaPound ama camminare sul filo dei paradossi. E’ un movimento paradosso, quasi una boy-band creata in provetta. Kitsch fascio, cialtronesco pop come i gadget di Predappio, le madonne di Lourdes, i badge di Lenin. D’Annunzio, Marinetti. Marciare sì, ma sulle uova. È la versione radicale e liceale del “compagno Fini”, se volete una battuta facile. Orfani della politica come quasi tutti, prima che dell’Msi, quelli di CasaPound amano cercare e sedurre i propri interlocutori, meglio se di sinistra. Per ognuno che li ascolta segnano un punto a favore. 
Esibiscono striscioni. Vendono fanzine. Ascoltano gli ZeroZeroAlfa e Rino Gaetano, Il cielo è sempre più blu. Adorano le t-shirt: «Parte uno, partono tutti». Gli striscioni: «Giovinezza al potere». T-shirt: «Hate for breakfast» (Odio a colazione, è una band skin di Viterbo, sottotitolo fascist and furious). T-shirt: «Ritti sulla cima del mondo» (è il manifesto di Marinetti). Striscione: «17 anni per tutta la vita». Su un muro: «Una sola cosa: restare vivi in un mondo di rovine». E’ una subcultura che può vantare di avere un dono del cielo per scrivere lapidi.
 Quelli del Blocco, quelli di CasaPound sventolano bandiere tricolori con gesti da professionista, tipo sbandieratori di Cori. Fanno garrire le bandiere nere col cerchio e il lampo. Le loro bandiere. Tanto somiglianti al vessillo del British Union of Fascism, il movimento fascista inglese di Oswald Mosley, tifoso di Mussolini negli anni ’30. Per molto meno in altri tempi David Bowie, che osò mostrare il vessillo in un concerto degli anni ’70, dovette autoesiliarsi a Berlino, mentre in Inghilterra nasceva Rock against the racism. L’esempio non viene a caso perchè la sensazione prevalente, girando per la piazza e nonostante il nero prevalente, è quella di trovarsi in un vertiginoso labirinto di segni piovuti dal tempo. 
Qui le subculture inglesi mod, skin, casuals, si danno la mano con gli arditi e gli invitti, i legionari e tutte le falangi. Quelli di CasaPound, quelli del Blocco, si salutano stringendosi gli avambracci, come tanti camerati prima di loro prima che vendessero la casa a Berlusconi, compreso il sindaco Alemanno. A proposito di casa, occupano una casa nell’Esquilino multietnico e propugnano il mutuo sociale. Sostengono di non aver litigato mai con un immigrato, neppure per un parcheggio. Dicono di non essere contro nessuno, a parte il «pensiero unico». E i centri sociali. 
Militaristi nemmeno troppo, semmai alpinisti e camminatori. Sommozzatori (hanno un Gruppo Immersioni Subacquee), qualche pugile. Poca curva di stadio. Tifosi del West Ham (vista una sola maglietta, è un vecchio punto di riferimento dei naziskin). La loro capacità di attrazione nel disastrato mondo delle identità politico-giovanili devastate da trent’anni di marchi e mercato, è un fenomeno di per sè. Il rapporto con la revanche fascista è mediato. Meditato. Vorrebbe essere persino ironico, come si usa in tutte le estetiche postmoderne, anche quelle neosovietiche (fu Malcolm McLaren, prima di inventare i Sex Pistols, a ricoprire i New York Dolls di falci e martelli). Ma si può ricreare un’estetica neo-neofascista e sperare di essere accolti da un sorriso? Quale? Il sorriso degli invitti? 
Alla fine, il rebus non ha soluzione. Potrebbe voler dire quello che non si può dire. Potrebbe voler dire nulla. Pure questo fa parte del gioco. Non è successo quasi niente. Tutti a casa.

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Anatomia del discorso leghista

Libri – Lynda Dematteo, L’Idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie, Cnrs éditions-Editions de la maison des sciences de l’homme, Paris 2007


Paolo Persichetti
Liberazione 16 aprile 2010

Sondare la profondità storica dei discorsi politici può riservare notevoli sorprese proprio perché i comportamenti politici non sono determinati soltanto dagli eventi più recenti, ma si iscrivono in una storicità che in parte sfugge al loro controllo. E’ quanto dimostra Lynda Dematteo, giovane antropologa della politica di scuola francese, (le sue origini sono piemontesi), in un libro per ora pubblicato solo in Francia, L’Idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie, Cnrs éditions-Editions de la maison des sciences de l’homme, Paris 2007 (Ndr: Tradotto e in uscita presso l’editore Feltrinelli con il titolo, L’idiota in politica. Antropologia della Lega nord, giugno 2011).
Dedicato alle modalità del discorso politico tenuto dalla Lega nord, il volume raccoglie un lungo studio sul campo condotto nella zona di Bergamo. Il risultato della ricerca relativizza molto la presunta “rivoluzione leghista” mostrando come nella realtà il discorso padano mobiliti tematiche ancestrali mettendole a profitto con le paure contemporanee. Più che una rivoluzione, l’onda leghista evoca una sorta di Termidoro, quella che potremmo definire una reazione sociale di massa.

Come nasce il discorso leghista?
Esiste una relazione carsica tra l’opposizione cattolica allo stato unitario nei primi decenni di vita nazionale e il leghismo. Vi è una quasi totale sovrapposizione geografica tra ex province bianche e aree leghiste. L’autonomismo nordista ha le sue radici nei movimenti autonomisti che sopravvivono ai margini della Dc negli anni 50. Diffuso in alcune province periferiche, era conosciuto e ripreso da alcuni amministratori ed esponenti politici locali democristiani. L’attuale discorso della Lega nord è stato composto in quel periodo, quando nacquero esperienze come il Movimento autonomista bergamasco di Guido Calderoli che si presenta alle elezioni amministrative del ‘56, il Movimento autonomie regionali padane che partecipa alle elezioni politiche del ‘58 e del ‘67, l’Unione autonomisti padani di Ugo Gavazzeni che approva il suo statuto a Pontida, sempre nel ‘67, federando gruppi autonomisti lombardi, trentini, friulani e piemontesi. Anche se non si tratta di un’elaborazione ideologica vera e propria ma di un diffuso senso comune. Dopo essere sopravvissuto per decenni tra le pieghe profonde del territorio, tenuto a bada nei suoi accenti più reazionari dal partito cattolico, si rigenera e riemerge brutalmente in superficie quando la Dc crolla sotto i colpi delle inchieste giudiziarie.

Nella tua ricerca sostieni che la sua matrice politico-culturale risale ancora più indietro?
Rimonta alla tradizione cattolica antiliberale, al riflesso antigiacobino del clero legittimista, al retroterra guelfo e papalino che fa proprio il discorso del governo locale e delle autonomie e che si lega alle insorgenze popolari delle valli che vissero in modo ostile la campagna bonapartista, il triennio giacobino con le sue riforme che mettevano in discussione i vecchi diritti consuetudinari concessi dalla Serenissima, il Risorgimento delle élites urbane massoniche e rimasero indifferenti alla Resistenza egemonizzata dai comunisti.

Come si concilia tutto ciò col paganesimo delle ampolle e i matrimoni celtici?
Alcuni di questi riti sono inventati, come nel caso dell’ampolla, altri sono ripresi e dirottati, come accade per il giuramento di Pontida. La Lega se ne appropria e li deforma reinventando un proprio mito delle origini. Mentre il rito dell’Ampolla rinvia piuttosto al paganesimo classico dell’estrema destra, il giuramento di Pontida risale alla tradizione neoguelfa, al momento della riconciliazione tra i cattolici rimasti fuori dalla vita politica nazionale e lo Stato italiano. I leghisti ne capovolgono il simbolismo originario per trasformarlo in un patto contro Roma. L’esatto contrario del significato attribuito dalla tradizione neoguelfa che vedeva in Roma la sede del papato.

Non credi che la doppiezza sia uno degli strumenti che hanno favorito il successo alla Lega? Buona parte della sua retorica politica ricorre agli attacchi contro la casta dei politici, i giri di valzer, quando loro stessi sono una delle espressioni più compiute di questo trasformismo. In 20 anni sono passati dall’ultraliberismo delle origini al colbertismo tremontiano, dal paganesimo all’asse col Vaticano, dalla mistica celtica al clericalismo bigotto, la difesa del crocifisso e di Gerusalemme liberata. Dipinta come l’unico e l’ultimo partito ideologico, sembra piuttosto il partito delle giravolte…. La stessa cosa non sembra praticabile a sinistra, dove l’elettorato non perdona il doppio linguaggio e sanziona la doppiezza. Gli elettori della Lega al contrario la premiano.
Non credo che sia proprio così, i militanti vivono male queste giravolte, almeno i più coerenti, c’è un turn over importante nel partito. Gli elettori invece si soffermano solo sulle principali parole d’ordine mai cambiate, quelle contro “Roma ladrona”, “Prima la nostra gente” ecc. Credo che la Lega rappresenti bene le contraddizioni della gente delle provincie bianche. Per esempio il libertinaggio di fatto e il bigottismo di facciata. Questa incoerenza lampante tra i discorsi moralistici e i comportamenti sociali è qualcosa di assai sorprendente per una francese. Anche in economia, più che di colbertismo parlerei di mercantilismo. Sono liberisti quando gli conviene e protezionisti quando si sentono in difficoltà. Hanno una concezione aggressiva delle relazioni commerciali. Non credo che il governo italiano assecondi le imprese come fa il governo francese, soprattutto quelle piccole e medie del Nord-Est che la Lega rappresenta.

Eppure la Lega sfonda in territori nuovi, oltrepassa i confini delle antiche provincie neoguelfe.
La Lega riesce ad avere successo perché non incarna la critica della politica ma la sua parodia. Scimmiottando il potere in qualche modo contribuisce alla dissoluzione del sistema stesso, non al suo rilancio. Nella strategia comunicativa dei suoi leader vi è un uso cosciente del registro buffonesco, del carnevalesco, della maschera. Umberto Bossi e Roberto Maroni hanno studiato a fondo la cultura dialettale. Ai suoi inizi radio Padania era paradossalmente una emittente di sinistra che difendeva la cultura locale, il dialetto, i temi della cultura popolare. Bossi tiene le sue prime conferenze sul dialetto all’inizio degli anni 80. La riattivazione degli stereotipi locali è servita a creare un sentimento d’appartenenza identitaria. In ogni singolo territorio la Lega ha riattivato degli stereotipi che creano legame sociale, un po’ come delle bandiere. La sinistra forse lo ha dimenticato ma i comunisti davano importanza alle maschere, negli anni 50 organizzavano il carnevale per consolidare il legame con le classi popolari.

Nel libro evochi il gozzuto Gioppino, folkloristico valligiano bergamasco la cui idiozia era valorizzata come “un dono di natura”, per sostenere che anche i dirigenti leghisti camuffano la loro astuzia avvolgendola nella grossolanità.
E’ quello che chiamo uso della maschera. Ad un certo punto anche il raffinato professor Tremonti è arrivato a dichiarare: «Noi siamo gente semplice, poche volte ci capita di leggere un libro… ». Recitare la parte dei finti sciocchi serve per sentirsi autorizzati a pronunciare qualsiasi cosa. Presentare il discorso razzista facendo uso del registro comico è una delle strategie tipiche dell’estrema destra. Basti guardare a come Céline camuffa nei suoi testi il razzismo attraverso la derisione e la comicità. Si tratta di una tecnica per far passare l’indicibile, renderlo udibile infrangendo il muro dell’intollerabile fino a sedimentare un senso comune che a forza di minimizzare accetta tutto. Spesso i militanti e i partecipanti ai comizi prendono le distanze e deridono gli eccessi verbali dei dirigenti della Lega. Un modo per esorcizzare e mettersi la coscienza a posto.

A me sembra un gioco molto serio questo osare e imporre il punto di vista di quella porzione di società che rappresentano.
In realtà provocano per ristabilire l’ordine legittimo. Un passo avanti per poterne fare due indietro. Osano, giocano la provocazione carnevalesca per suscitare un riflesso d’ordine. Non mirano alla rottura ma alla restaurazione.

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Racisme dans la ville de Brescia: des gants pour les passagers qui utilsent le bus des immigres
Lynda Dematteo: Brescia, le gant cache misère
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Il prefetto di Venezia rimosso per non aver avvertito le ronde padane
Lega, “banda armata istituzionale” – I paradossi dell’inchiesta di Verona contro la Guardia nazionale padana
Camicie verdi di ieri, ronde di oggi
Le ronde non fanno primavera
Ronde: piccole bande armate crescono

Ancora un episodio di violenza e tortura in una caserma dei carabinieri

Da Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, da Aldo Bianzino a Giuseppe Uva, la lunga lista dei morti ammazzati dalle forze dell’ordine dopo brutali pestaggi

Paolo Persichetti
Liberazione 21 marzo 2010

E’ stato rincorso e poi picchiato prima di essere caricato su una macchina delle forze dell’ordine. Giunto in caserma è stato pestato di nuovo. Un testimone racconta di un lasso di tempo lunghissimo nel quale si sentivano distintamente le urla del malcapitato provenire da un’altra stanza. Stiamo parlando del fermo di Giuseppe Uva morto il 14 giugno 2008 dopo le percosse subite in una stazione dei carabinieri e il ricovero coatto in una struttura psichiatrica. La vicenda è stata resa nota ieri da Luigi Manconi dopo che l’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha seguito il caso di Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, ha assunto il patrocinio legale a nome della famiglia. Giuseppe Uva aveva 43 anni e la sera del fermo aveva fatto le ore piccole. Alle tre di notte forse era un po’ brillo mentre si aggirava per le strade di Varese a fare “bischerate”, come in Amici miei. Ricordate il film di Mario Monicelli, girato nel 1975, dove cinque amici ormai cinquantenni si divertono a organizzare scherzi goliardici in giro per la città? Una delle ultime pellicole della commedia all’italiana dove si descriveva un paese ancora in grado di ridere di sé. Una risata piena e disperata, consapevole di una condizione umana ormai persa in un mondo senza grandi prospettive. Le «zingarate» dell’allegra brigata erano una fuga per non morire di tristezza. Un tentativo d’annegare la disillusione in un riso intriso di malinconia. In quell’Italia lì si poteva finire in caserma o in carcere per tante ragioni, spesso politiche, ma non ancora per ridere. Non erano tempi terribili e cupi come quelli dell’Italia attuale, dove un ragazzo che rientra da un concerto, com’è accaduto a Federico Aldovrandi, viene fermato sul ciglio del marciapiede di una strada di Ferrara e massacrato da alcuni poliziotti. Dove un artigiano mite che lavorava il legno come Aldo Bianzino, uno che viveva nel suo casolare umbro senza dare disturbo a nessuno, viene arrestato perché nel suo orto crescevano delle piante di marijuana che consumava solo per sé. Portato in carcere lo ritroveranno morto in cella. L’autopsia segnalerà la presenza di traumi interni, lacerazioni del fegato e degli altri organi dell’addome, manifesta conseguenza di percosse subite. A Riccardo Asman non è andata meglio. Affetto da problemi psichiatrici, mostra segni di forte euforia spogliandosi e tirando petardi dalla finestra di casa, da dove fuoriesce anche musica ad alto volume. L’intervento del 113 finisce in tragedia. L’uomo muore soffocato con le caviglie legate da fil di ferro, le pareti dell’abitazione sporche di sangue e il corpo devastato da brutali percosse praticate con oggetti contundenti. Stefano Cucchi invece è morto disidratato, segnalano i referti, nell’indifferenza e l’incuria di un ospedale penitenziario. Il suo corpo era martoriato da lesioni, fratture ed ematomi. Traumi subiti dopo il suo fermo mentre era nelle mani di chi doveva assicurarne la custodia.
Giuseppe Uva pare avesse spostato delle transenne in mezzo alla via. Non aveva commesso reati, al massimo una violazione al codice della strada. Per questa bischerata è morto. Il suo decesso ricorda quello di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento anche lui fermato per futili motivi e condotto nell’ospedale di Vallo della Lucania dove è deceduto durante un Tso. L’autopsia ha rivelato la presenza di un edema polmonare. Mastrogiovanni era rimasto legato per giorni su un letto di contenzione, lacci ai polsi, contro ogni regola. Qualcosa del genere è accaduta anche a Giuseppe Casu, l’ambulante cagliaritano fermato e poi ricoverato a forza perché non voleva lasciare la sua bancarella vicino al municipio. Sette giorni di letto di contenzione, farmaci somministrati contemporaneamente e in dosi elevate l’hanno ucciso. Queste morti hanno tutte un filo comune: colpiscono piccoli consumatori di droghe, persone con disagi psichiatrici o individui percepiti dalla comunità come “diversi”, troppo originali. Insomma segnalano un problema d’intolleranza e disprezzo verso popolazioni stigmatizzate, fasce considerate immeritevoli di rispetto e diritti. Sollevano poi l’irrisolto problema degli apparati di polizia pervasi da culture sopraffattrici, specchio di un’epoca dove la spoliticizzazione ha aumentato a dismisura il grado di violenza che pervade i rapporti sociali. Infine sollevano un paradosso: una legalità eretta a tabù si rovescia nel suo esatto contrario.

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Caso Giuseppe Uva: dopo tre anni finalmente la superperizia
Le sevizie contro Giuseppe Uva: parla il legale Fabio Anselmo
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Ponte Galeria, migranti in rivolta salgono sui tetti

Protesta contro le bestiali condizioni di vita e l’internamento ingiustificato

Paolo Persichetti
Liberazione
14 marzo 2010

Mentre il popolo viola si radunava in piazza del Popolo per ascoltare i discorsi dei leader dell’opposizione, da Bersani a Ferrero, da Vendola a Di Pietro, ad una ventina di chilometri di distanza, nella zona suburbana della Capitale, si scatenava la rivolta dentro il Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Dopo aver dato fuoco ai materassi una trentina di migranti sono riusciti a salire sui tetti al grido di «libertà», mentre colonne di fumo e fiamme si alzavano verso il cielo. Altri hanno tentato di arrampicarsi sulle reti di recinzione che separano la zona maschile da quella femminile. Le donne dopo aver provato anche loro a ribellarsi sono state subito rinchiuse al’interno dei reparti. Fuori dalla cinta del campo d’internamento, oltre le reti, il filo spinato, le torrette d’avvistamento e i fari, un presidio dei Centri sociali appoggiava la protesta con slogan e fumogeni colorati. Fotografia sintomatica di due mondi diversi e lontani. Quelli di piazza del Popolo sotto i riflettori occupano la scena mediatica, contraltare quasi speculare della commedia berlusconiana; i secondi, su quei tetti, da dove si arriva quasi a scorgere la linea azzurra del mare che bagna il litorale romano, condannati alla drammatica solitudine dei vinti. D’altronde l’occultamento dello sciopero generale del giorno precedente, dell’unica manifestazione che in questi giorni aveva da proporre qualcosa, un’idea di società un po’ diversa, la dice lunga sul grado zero della politica che sta dietro la nevrastenica e confusa indignazione del variegato universo dei viola. Due mondi che non comunicano, un po’ come accadeva sui ponti del Titanic. I rinchiusi nella stiva, la grande pancia del titano del mare in movimento, e quelli sopra impegnati nello loro dispute mondane. Ecco uno dei problemi, anzi delle voragini che hanno risucchiato la sinistra verso l’inconsistenza, un po’ come quegli smottamenti di terreno che inghiottono i paesini della Calabria. La rivolta delle nude vite lasciata sola. A Ponte Galeria, dopo la fine dello sciopero della fame che gli internati avevano deciso insieme ad altri loro compagni rinchiusi in altri Cie d’Italia, si vivevano giorni difficili pieni di frustrazione e delusione. L’arrivo dei nuovi gestori che hanno rimpiazzato la Croce rossa non ha migliorato le condizioni di vita. Anzi sembra che l’insediamento della cooperativa Auxilium vincitrice della gara d’appalto, e che già gestiva il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Bari, sia coinciso con un giro di vite ulteriore. Regole sempre più dure, cibo scadente privo di vitamine, riscaldamento fuori uso e somministrazione quasi forzata della terapia, una vera sedazione di massa. Gelo, freddo, minacce, umiliazioni e pestaggi, sono il pane quotidiano. Un inferno. La rivolta di ieri era stata preceduta da un’altra sommossa. Proprio nei giorni in cui avveniva il passaggio di consegne, dall’ala inaugurata di recente partiva un tentativo di fuga. Tuttavia solo un ragazzo riusciva a raggiungere il muro di cinta e provare il salto verso la libertà. Ma la speranza durava poco. Subito ripreso, il giovane veniva pestato brutalmente dalle forze dell’ordine. Secondo le testimonianze, tra gli autori della violenta punizione inflitta a mo’ d’esempio vi sarebbe stato lo stesso dirigente della polizia. Dopo le percosse il ragazzo veniva portato via. Iniziava così la protesta. Grida, coperte date alle fiamme e devastazione sistematica di tutto ciò che si riusciva a spaccare. Parola d’ordine: «distruggere il lager». Per sedere la sommossa il giovane veniva ricondotto tra i suoi compagni. Malconcio ma finalmente in mani sicure. Nella serata di ieri i rivoltosi erano ancora sui tetti decisi a restarvi per tutta la notte. Dopo averli rincorsi e colpiti tentando di farli desistere anche con il lancio di gas, la polizia schierata in assetto antisommosa presidia l’edificio. All’esterno, in segno di solidarietà i manifestanti hanno bloccato i treni della linea ferroviaria. Soltanto dopo una lunga trattativa con i funzionari delle forze dell’ordine tutto è tornato tranquillo.

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Cronache migranti
Il nuovo lavoro schiavile
Dopo i fatti di Rosarno manifestazione di protesta al Cie di Crotone
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Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
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La lunga notte di Parigi dove la Cgt da l’assalto ai migranti
Parigi, la Cgt sgombera la bourse du travail occupata dai migranti

Lo scudo di classe di Berlusconi

Ex Cirielli, lodo Alfano, legittimo impedimento, fanno parte di un’arsenale legislativo eretto come uno scudo di classe dal premier Berlusconi. L’esatto opposto di un garantismo giuridico uguale per tutti e per ciascuno (scudo dei più deboli), sistematicamente smantellato con il consenso della magistratura e dell’opposizione, Pd, Idv e sinistra

Paolo Persichetti
Liberazione 28 febbraio 2010

E’ ripreso ieri a Milano il processo stralcio che vede imputato il Presidente del consiglio Silvio Berlusconi per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato Mills. Una vicenda nella quale il legale britannico è indicato dall’accusa nella veste di corrotto perché avrebbe ricevuto un compenso di 600 mila euro da parte della Fininvest, società facente capo al premier che appare dunque nei panni del corruttore, in cambio di dichiarazioni false o reticenti rilasciate nei processi All Iberian e in quello sulla corruzione di alti ufficiali della Guardia di Finanza nell’interesse dello stesso Berlusconi. Dopo l’introduzione del cosiddetto “lodo Alfano”, che imponeva la sospensione dei giudizi per le più alte cariche dello Stato in attività, la posizione del premier venne separata. Da qui la creazione di due iter giudiziari distinti e con tempi di giudizio diversi. La successiva bocciatura del lodo, inflitta dalla Corte costituzionale, ha riaperto il processo contro il capo del governo. Le udienze hanno però subìto un nuovo arresto in attesa di conoscere l’esito del verdetto delle sezioni unite della Cassazione, convocate giovedì scorso per dirimere una complessa questione inerente alla presunta data d’inizio del reato. Novembre 1999, quando secondo l’accusa Fininvest informò Mills dell’ingente somma messa a sua disposizione in cambio delle false testimonianze da prestare in tribunale; oppure febbraio 2000, quando il compenso fu effettivamente versato? Pochi mesi ma decisivi, poiché dalla loro individuazione dipende la prescrizione o meno del reato. La Cassazione si è finalmente pronunciata in favore della prescrizione del delitto, sostenendo che il reato è stato consumato in una data precedente al febbraio 2009. Ieri, dunque, alla ripresa delle udienze tutta l’attenzione era rivolta alle decisioni che avrebbe preso la presidente della decima sezione penale, Francesca Vitale: proseguire oppure sospendere il processo, e i relativi termini di prescrizione come aveva chiesto l’avvocato Ghedini, legale di Berlusconi, in attesa di conoscere le motivazioni scritte della suprema Corte? Il tribunale ha scelto una via intermedia, sospendendo le udienze fino al prossimo 26 marzo. Un mese intero che avvantaggia il presidente del consiglio poiché nel frattempo i termini di prescrizione continuano a scorrere (scadranno nella primavera del 2011). Ancora una volta la schermaglia processuale ruota attorno alle date della prescrizione, strumento principe prescelto dalla difesa del premier per sottrarsi ai processi quando la magistratura non arriva all’assoluzione, grazie ad un arsenale di leggi e leggine (dall’ex Cirielli al Lodo Alfano, ai legittimi impedimenti per le funzioni pubbliche svolte) che di fatto, fino ad oggi, gli hanno consentito di avvalersi di uno «scudo di classe», che è l’esatto opposto di un garantismo giuridico uguale per tutti e per ciascuno (scudo dei più deboli), sistematicamente smantellato. In aula la difesa del premier aveva chiesto la sospensione delle udienze, sostenendo le necessità di conoscere il contenuto della sentenza della Cassazione, poiché il «dispositivo» reso pubblico risulterebbe «assolutamente neutro», ovvero non accerterebbe l’esistenza del reato e non indicherebbe la data esatta da cui avrebbe preso inizio. Sempre secondo l’avvocato Ghedini, l’avvio del reato potrebbe addirittura essere retrodatato al febbraio 1998, come contestato in un primo momento dalla procura. Data che provocherebbe l’immediata prescrizione del delitto. Per il pm, Fabio De Pasquale, il processo non deve subire arresti, la decisione della Suprema corte non contiene dubbi sull’indicazione della colpevolezza di Mills e la prescrizione è ancora lontana. La presidente ha motivato il rifiuto della sospensione perché «non c’è una data certa per il deposito delle motivazioni della Cassazione». In realtà la decisione presa ieri appare del tutto interlocutoria. Saranno le motivazioni contenute nella sentenza di Cassazione a decidere le sorti del processo: se l’esistenza del reato viene accertata e da che momento prenderebbe avvio. Intanto dal verdetto degli Ermellini emerge una singolare circostanza: il risarcimento di 250 mila euro, in favore della Presidenza del consiglio, inflitto a Mills per danno all’immagine dello Stato, vede Silvio Berlusconi, cioè il supposto corruttore, risarcito dal corrotto. Niente male come ironia della storia.

Link
La farsa della giustizia di classe
Processo breve: amnistia per soli ricchi

Cronache carcerarie
Populismo penale

Ho paura dunque esisto
Dipietrismo: malattia senile del comunismo?
Giustizia o giustizialismo, dilemma nella sinistra
Il populismo penale una malattia democratica

Il governo della paura
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Populismo penale, una declinazione del neoliberismo

Sprigionare la società
Desincarcerer la société
Carcere, gli spettri del 41 bis

Valerio Verbano, l’epoca dei becchini

Un articolo recensione del libro di Carla Verbano, Sia folgorante la fine, ha suscitato alcune reazioni in rete. Riporto solo il primo intervento critico, postato in forma anonima su Indymedia lombardia e Bellaciao.org a cui segue la replica. Per chi fosse interessato alla querelle, basta cliccare i link

Lun, 15/02/2010 – 20:04
by Anonimo

Risposta all’articolo https://insorgenze.wordpress.com/2010/02/14/valerio-verbano-a-trentanni-d

…Si auspica a torto lo stesso trattamento, da ingenui quali siamo, spesso noi, a sinistra. Le lotte sono differenti, le mete altrettanto così gli obiettivi. Ma se per scagionare qualcuno ci vuole prima un’accusa e una sentenza, già qui si parla di amnistia. Mi spiace che il compagno Persichetti si sia azzardato a tanto, pur consapevole di essere in acque torbide e la vista non gli conceda di poter gridare (seppur sommessamente) “terra”. Non si può chiedere giustizia giusta e applicata in maniera tanto sbrigativa quando ancora non è stata ascritta e decretata colpevolezza. Inoltre ribaltando i termini l’amnistia non è così che è osservata, come un patteggiamento fra le parti, senza che quella primariamente coinvolta si sia espressa come colpevole o abbia fatto ammissione di correità. Niente di tutto questo. Mettere perciò le mani avanti è scorretto verso chi chiede quella giustizia doverosa, necessaria verso chi ha atteso tanto tempo. Che venga dalle vittime e non dal carnefice. E non illudiamoci che basti mettere il verme sull’amo perché la balena abbocchi. E’ tutto molto più complicato, ci sono sinergie che devono saltare come un domino e rapporti di potere ricattatori che non è dato sapere se sono attuali o meno. Quando il braccio armato è ancora potente e il movente lungi dallo svelarsi, nessuno dovrebbe esprimersi con tanta leggerezza e superficialità. Si rischia di essere fraintesi, come virtuali conniventi o destinatari di un valore aggiunto che sono quelle briciole che cadono dalla tavola, come per sbaglio.

Gli spacciatori di passioni tristi

Quando ai soggetti vivi della storia si sostituiscono i testimoni risentiti della memoria comincia l’epoca dei becchini. La memoria assume così le sembianze del morto che agguanta il vivo, del vampiro che succhia la vita futura

Paolo Persichetti

Le normali regole del contraddittorio prevedono che la tenzone avvenga ad armi pari. In questo caso invece il mio contraddittore interviene in forma anonima. Basterebbe questo per deconsiderare le parole di chi non ha nemmeno il coraggio delle proprie idee. Per altro questo signore mi da del “compagno”, ma io non sono suo compagno. I miei compagni stanno in carcere con l’ergastolo non a fare gli assessori per qualche giunta di centrosinistra o i parolai. Chi mi contesta pare che sappia con certezza chi sono gli assassini di Verbano, allora perché non procede. Gli manca il coraggio?
Potrei chiuderla qui questa polemica, anche perché, come diceva Oscar Wilde, se litighi con un cretino l’unico risultato che ottieni è sembrare cretino pure tu.
Resta che questi post vengono letti comunque da un certo numero di persone; è solo per rispetto di queste che mi costringo ad una replica.

1) Nella storia sono esistite diverse tipologie di amnistia. Quelle politiche applicate in Italia fino al 1970 indicavano nel loro articolato le fattispecie di reato commesse all’interno di un determinato periodo storico. Le persone denunciate, e/o processate, e condannate per quei fatti repressi dalla legge usufruivano dell’amnistia. Lì dove non vi era stata ancora azione penale, veniva meno nel futuro la possibilità di svolgere il processo. L’azione penale restava nella discrezione del pubblico ministero che avrebbe potuto comunque agire conducendo un’inchiesta nell’interesse pubblico dell’accertamento dei fatti (poiché possono sussistere reati non amnistiati), dichiarando alla fine la non procedibilità per sopravvenuta amnistia.
Tuttavia per ovviare al rischio dell’amnistia cosiddetta “preventiva”, che può creare ostacoli all’accertamento della verità (qui ovviamente bisogna ricordare che la “verità giudiziaria” è una mera convenzione che non può essere in alcun modo sovrapposta alla verità storica. Troppi oggi pensano che l’unica via per raggiungere la verità sia quella di fare processi e scrivere sentenze), soprattutto dopo le esperienze delle auto-amnistie dei regimi dittatoriali del Sud America, in Sud Africa è stato sperimentato un modello alternativo denominato “Ubuntu”. Attuato dalla commissione riconciliazione e verità, questo sistema prevedeva il riconoscimento dei fatti-reato da parte dei loro autori, una verifica della loro veridicità attraverso i normali riscontri da parte dell’autorità pubblica, il riconoscimento dell’amnistia e una riparazione materiale e simbolica per le parti lese. Chi riteneva di non dover accedere a questo tipo di procedura conciliativa era passibile in futuro, se individuato, di azione penale secondo i normali criteri procedurali senza possibilità di amnistia.
Nel mio articolo messo sotto accusa pensavo a questo tipo d’ipotesi. Dopo 30 anni senza risultati e con un’esigenza, che dovrebbe imporsi, di storicizzazione, mi sembra ovvio cercare di creare le condizioni che possano facilitare un percorso di verità. Non è scontato che ciò avvenga su ogni episodio rimasto oscuro o parzialmente oscuro, ma esiste la prova contraria. Fino ad oggi non si sono fatti passi avanti. Aggiungo che ai tempi di Valerio si faceva ancora controinchiesta (quella che lui stava conducendo nel famoso dossier). I responsabili di misfatti venivano cercati autonomamente. Non si aspettava la chiamata della polizia giudiziaria. Oggi siamo in grado di fare questo? Non mi sembra, visto che s’invoca l’azione della magistratura. L’amnistia quantomeno ripristinerebbe un principio di autonomia politica da parte nostra.

2) Il 22 febbraio 2010 saremo a 30 anni esatti dalla morte di Valerio. La vecchia normativa ammetteva la prescrizione dei reati più gravi dopo 30 anni dai fatti, riconoscendo un vecchio principio cardinale del diritto che prevede tempi certi e ragionevoli alla durata dei processi e delle condanne. A distanza di troppi decenni, infatti, si riteneva: per un verso, troppo difficile accertare le responsabilità e ricostruire l’esatto contesto dell’epoca; dall’altro, inefficace una condanna contro un individuo diverso da quello che aveva commesso il reato.
La cultura dell’imprescrittibilità dei reati più gravi ha guadagnato terreno negli ultimi decenni e dagli iniziali crimini di genocidio e contro i diritti umani si è via via passati anche ai normali reati del codice penale. Oggi non sono prescrittibili i reati che prevedono la pena automatica dell’ergastolo (praticamente buona parte dei reati politici previsti nel nostro codice). L’omicidio sarebbe tecnicamente prescrittibile solo nel caso in cui non venissero contestate le circostanze aggravanti. La materia è diventata complessa poiché s’intrecciano vecchia e nuova normativa: lì dove il reato è stato commesso sotto la vigenza della vecchia norma ma il processo verrebbe svolto con la nuova, dovrebbe in teoria prevalere la norma più favorevole al reo eventuale, ma non è detto che sia più così. In sostanza oggi, per il gioco delle aggravanti e delle attenuanti, la prescrittibilità del reato d’omicidio sarebbe tutta nelle mani del giudice che potrebbe decidere a seconda dei casi con criteri diversi (proviamo ad immaginare quali?), ingenerando discriminazioni. Il pm agirebbe automaticamente ipotizzando la fattispecie più grave, non foss’altro per poter esercitare l’azione penale. Non mi sembra eccezionale questa situazione.

3) Evase queste noiose note tecniche, vengo alle questioni più politiche:

a) Dovremmo saper fare buon uso della memoria. La vicenda di Valerio è immersa in un contesto storico e sociale ben preciso. La sua morte è legata ad un filo di episodi, di rappresaglie e contro rappresaglie. Chi oggi si lancia in nuove teorie del complotto, ipotizzando chissà quali oscuri agenti, azzera la dimensione storica di quegli anni. La morte di Verbano scatenò una rappresaglia durissima, come avvenne anche per Walter Rossi, contro un militante missino noto picchiatore, Angelo Mancia (che con la sua morte non c’entrava nulla). Omicidio rimasto anche questo, come avrebbe scritto il mio contraddittore, “impunito”. Se per Valerio ci sono stati degli indagati, per Mancia nemmeno l’ombra. Seguendo lo schema di pensiero di chi contesta il mio articolo, dovremmo ricavarne che esiste un “doppio stato comunista” che impedisce l’accertamento della verità sui fascisti uccisi dai rossi.
C’è qualcosa che il mio contestatore fantasma non dice perché la sua logica monca si ferma prima: vorrebbe in galera anche gli assassini di Mancia? Oppure sogna una polizia e una magistratura che fanno giustizia solo per Valerio e non per i fascisti (quella stessa contro la quale magari sbraita (?) quando uccide Carlo Giuliani o Federico Aldovrandi e assolve i poliziotti di Genova)?

b) Un minimo di onestà intellettuale porterebbe a riconoscere che tra le fila della destra ci sono molti più morti senza esito giudiziario di quanti ne sono rimasti a sinistra. Tra le nostre fila invece abbondano i morti senza colpevoli perpetrati dalle forze di polizia. Che strano che non ci si ostini per niente a cercare la verità su chi ha sparato a Giorgiana Masi, a Fabrizio Ceruso, a Pietro Bruno? Contro i fascisti si, ma contro lo Stato no! Come la chiamiamo sindrome legalitaria, statolatria?

c) «Chiedere giustizia», «decretare colpevolezza», «ammissione di correità», «vittime», «carnefice», sono questi alcuni dei termini utilizzati dal fantasma. Denotano una cultura giustizialista intrisa di populismo penale. Dubito che Valerio quando venne ucciso potesse riconoscersi in un linguaggio del genere. Era un giovane militante comunista rivoluzionario, non un criptodipietrista, uno che parla come Diliberto e i suoi Gom. Leggete il libro della madre quando racconta della battaglia pubblica che intraprese dopo l’uccisione a casaccio di Stefano Cecchetti davanti ad un bar di destra nella sua zona. Conosceva Cecchetti perché frequentava la sua scuola, sapeva che non era un militante fascista, aveva solo amici in comune da una parte e dall’altra. Era solo per caso in quel bar quel giorno. Una macchina si è accostata e dai finestrini sono partiti tre colpi. A Torino, anni prima, davanti all’Angelo azzurro accadde una cosa simile. Era un locale ritrovo di militanti di destra. Un corteo dell’estrema sinistra passava nei paraggi. Dal mucchio si sgancia un gruppetto che si mette a lanciare molotov. Invece di uscire, un cliente si rifugia nei bagni dove muore asfissiato. Non era fascista ma solo uno studente lavoratore non politicizzato. Questi episodi disturbano l’epica vittimistica dei becchini della memoria e quindi non dobbiamo raccontarli?

d) Verbano sapeva bene cosa voleva e levò la sua voce pubblicamente contro questo modo di agire simile a quello dei fascisti, dei Giusta Fioravanti che andavano a sparare a caso davanti a una piazza, come accadde per Roberto Scialabba, o nei locali di una radio durante una trasmissione di femministe. Quando ai soggetti vivi della storia si sostituiscono i testimoni risentiti della memoria comincia l’epoca dei becchini. La memoria assume così le sembianze del morto che agguanta il vivo, del vampiro che succhia la vita futura.

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Di Pietro e il suo cenacolo, retroscena di una stagione

Le affinità elettive tra Tangentopoli e i poteri forti. Economia mista e Partecipazioni statali facevano gola al capitale internazionale

Paolo Persichetti
Liberazione 7 febbraio 2010

Non si può certo dire che la Seconda Repubblica – figlia del ciclone giudiziario passato alla storia col nome di “Mani pulite” – sia nata all’insegna della trasparenza. Complice forse il polverone provocato dal crollo del muro di Berlino, ancora oggi una spessa coltre getta un sinistro velo di opacità su molte delle vicende e dei personaggi che hanno dato vita a questa seconda era repubblicana. Due figure più di ogni altra incarnano questa oscurità: Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro. Coppia speculare. Simili, talmente simili da respingersi. Anche se poi, nel lontano 1994, il pm divenuto l’emblema di Tangentopoli tentennò, fino quasi ad accettare il ministero degli Interni offertogli dal leader dell’allora Forza Italia. Proposta che rifiutò dopo che qualcuno lo avvertì dei guai giudiziari in arrivo per il magnate di Arcore.

L’accumulazione originaria di Silvio Berlusconi fa scorrere fiumi d’inchiostro. L’editore Chiarelettere e Marco Travaglio vi hanno costruito sopra una fortuna editoriale. Un tempo, quando Marx veniva ancora studiato, si sapeva che ogni accumulazione originaria è costellata di crimini atroci e illegalità. L’accumulazione originaria della Fiat, per esempio, è intrisa del sangue delle trincee della prima guerra mondiale, alla faccia del «capitale etico» evocato proprio durante tangentopoli da quel licenziatore di operai che porta il nome di Cesare Romiti, lo stesso che negoziò con il pool di Milano una via d’uscita dalle inchieste facendo rifugiare a Londra i suoi manager. L’indignazione avrebbe dovuto rivolgersi al sistema, invece Travaglio e la sua banda l’hanno antropomorfizzata su un solo individuo, confondendo la parte per il tutto.

Ma anche le origini di Antonio Di Pietro muovono da una zona grigia: alle radici contadine, ai lavori da migrante, segue una fulminea laurea in giurisprudenza. Un vero miracolo per un personaggio che con la cultura c’azzecca poco. Ma siamo ancora al piccolo peccato veniale. Arriva l’ingresso in polizia, da commissario Basettoni. Metodi spicci. Poi l’entrata in magistratura. Arranca ma ce la fa. Tipi così hanno un nome ben preciso, «intrallazzini». Hanno il pelo sullo stomaco, s’intrufolano ovunque, sono lesti a cogliere l’occasione, costruiscono relazioni con richieste di favori, scambi, segnalazioni. Un modo di fare conosciuto talmente bene da divenirne, ad un certo punto, un micidiale fustigatore. L’affossatore di quella «Milano da bere» a cui si era per lungo tempo dissetato. Arriviamo al punto. Eliminata buona parte del ceto politico messo sotto inchiesta, Tonino si toglie la toga e ne prende il posto. In un qualsiasi regime liberaldemocratico serio, dove vige la separazione dei poteri, una tale investitura avrebbe sollevato seri interrogativi e durissime resistenze. Invece tutti lo temono, la destra berlusconiana cerca di accaparrarselo. In fondo è grazie a lui se il “partito azienda” si è visto spianata la strada del potere. Sul fronte opposto D’Alema lo «costituzionalizza» facendolo eleggere nella circoscrizione blindata del Mugello, la più rossa d’Italia. Qui la vicenda s’intorbidisce al punto che sui giornali della destra più di una volta è stata evocata la pista del complotto. Una tesi cara ad alcuni settori politici rimasti vittime delle inchieste anticorruzione e tornata d’attualità in questi giorni, dopo la pubblicazione della foto nella sala mensa dei carabinieri del Ros di Roma. Si tratta di un episodio del 15 dicembre 1992, il giorno dell’avviso di garanzia a Bettino Craxi. 12 fotografie, 8 scomparse, 4 riapparse grazie all’avvocato Mario Di Domenico, un altro ex fedelissimo ora in rotta che sta terminando un libro sui retroscena del dipietrismo. In compagnia del pm un parterre di “barbe finte” di tutto rispetto: i colonnelli operanti nei servizi Gargiulo, Del Vecchio, Conforti, il generale Vitagliano, Bruno Contrada del Sisde e poi Rocco Mario Modiati. Chi è costui, definito su alcuni quotidiani l’«amico americano»? Si tratta del capo della Kroll, l’agenzia di sicurezza di Wall Street.
Il clamore destato dalla presenza di Contrada, arrestato pochi giorni dopo per complicità con la mafia, ha posto in secondo piano un aspetto molto più intrigante: che ci faceva il secret service del più forte centro affaristico del mondo?
A nostro avviso la tesi del complotto non regge. Le inchieste anticorruzione sono state solo l’innesco di un crollo che mette radici nel brusco mutamento degli equilibri internazionali dopo la fine dei blocchi e nella crisi di un sistema privo di ricambio politico, a causa della consociazione che aveva prima affossato le potenzialità di rinnovamento contenute nei movimenti conflittuali degli anni 70 e poi al welfare clientelare e corruttivo utilizzato per comprare consenso negli anni 80. Tuttavia in quelle foto è contenuta una narrazione che andrebbe indagata più a fondo. Le inchieste di mani pulite non hanno agito nel vuoto, ma nel crogiolo d’interessi e schieramenti internazionali che vedevano con favore la scomparsa dei vecchi mediatori politici della Prima Repubblica e della loro base sociale, l’economia mista, le partecipazioni statali. Quelle «sacche di socialismo reale», come le aveva definite Francesco Cossiga, facevano gola al capitale internazionale. Si apriva la grande partita delle privatizzazioni. Liberarsi poi dell’uomo di Sigonella e della politica estera mediterranea di marca democristiana faceva gola all’amministrazione Usa.
La domanda è un’altra: che ruolo ha giocato in questa partita la sinistra? A quanto sembra quello degli utili idioti.

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Di Pietro: “Noi siamo la diarrea montante”

Citazioni – congresso Italia dei Valori 6 febbraio 2010

“Se vuoi essere forza del 2 per cento che urla nelle piazze va bene come stiamo, ma il nostro zoccolo duro è transitorio, se accettiamo solo il voto di pancia allora dipenderemo solo dal mal di pancia di quel momento, e adesso c’è tanto, c’è una diarrea in giro che Dio la manda”.

Antonio Di Pietro

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