I documenti desecretati smentiscono la destra sulla strage di Bologna

Le informative del capocentro Sismi a Beirut e la fine della pista palestinese sulla strage di Bologna. Su Domani la sintesi della inchiesta in più puntate che potete trovare su questo blog (qui la prima), condotta da Paolo Morando e Paolo Persichetti sui 32 cablogrammi e appunti desecretati nei mesi scorsi. Le carte dimostrano che la trattativa sui lanciamissili sequestrati a Ortona era stata risolta già il 2 luglio 1980 (un mese prima della strage del 2 agosto), accogliendo le richieste del Fplp. Si sbriciola il movente alternativo alle sentenze giudiziarie che hanno condannato i neofascisti dei Nar, costruito dalla destra in questi ultimi anni sulla strage

di Paolo Morando e Paolo Persichetti, Domani 11 marzo 2023

Il 2 luglio del 1980 le richieste del Fronte popolare per la liberazione della Palestina erano state accolte. E le minacce, ventilate nei mesi precedenti, di attentati contro obiettivi italiani non avevano più ragion d’essere. Lo raccontano i cablogrammi dell’allora capocentro del Sismi a Beirut, Stefano Giovannone, documenti da anni al centro di una dura polemica mossa da chi ne chiedeva la desecretazione, sostenendo che lì ci fossero le prove di un legame tra la strage di Bologna e la vicenda di Ortona, di cui si dirà. E dunque una versione alternativa alle sentenze di condanna passate in giudicato dei tre neofascisti dei Nar, Mambro, Fioravanti e Ciavardini, da sempre contestate dalla destra.
Invece non è così. Quelle carte, ora liberamente consultabili all’Archivio Centrale dello Stato, non avvalorano affatto un movente del genere, come da anni si sente invece ripetere dai tanti fautori (politici, storici, giornalisti, ricercatori) della cosiddetta “pista palestinese”, archiviata già nel 2015 dai magistrati bolognesi. E anzi, se lette in parallelo con precisi passaggi giudiziari, dimostrano che la trattativa sottotraccia tra l’Italia e i palestinesi si era conclusa con successo già un mese prima della strage alla stazione. Sono carte che dunque non consentono tentativi politici di riscrittura della storia.

Ricostruzioni fuorvianti
Tutto trae origine dal sequestro di due lanciamissili Sa-7 Strela privi di armamento e dall’arresto, appunto a Ortona in Abruzzo nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979, di tre autonomi del collettivo del Policlinico di Roma (Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Luciano Nieri) che li trasportavano: li tradì un controllo casuale dei carabinieri. Inconsapevoli del contenuto della cassa, erano stati chiamati in aiuto in extremis da Abu Anzeh Saleh, militante del Fplp, pure lui arrestato poco dopo. La vicenda è al centro delle informative di quel periodo di Giovannone, carte visionate (con obbligo di riservatezza) da alcuni membri della Commissione parlamentare d’inchiesta Moro 2 già dal 2016. Venendo meno all’impegno, il senatore del centrodestra Carlo Giovanardi, sostiene da anni che in quelle carte è scolpita la verità sulle stragi di Ustica e Bologna: in particolare un cablo del 27 giugno 1980, in cui si annunciava da parte del Fplp la ripresa dell’iniziativa contro obiettivi italiani.
Nel giugno scorso il Comitato consultivo (istituito presso la Presidenza del Consiglio) che vigila sulle attività di desecretazione e versamento dei fondi archivistici delle Direttive Prodi, Renzi e – ultima – Draghi dell’agosto 2021, ha deciso di togliere il segreto e versare all’Archivio Centrale dello Stato il carteggio, peraltro già visionato dai magistrati romani impegnati sulla vicenda di Ustica. E come recita la relazione del Comitato, datata 12 ottobre 2022, è stato fatto proprio per rispondere «all’esigenza di escludere ricostruzioni fuorvianti del tragico evento, spesso oggetto di strumentalizzazione».

Richieste accolte
Il fascicolo, di 32 documenti, riporta in copertina il titolo “Vicenda Giovannone-Olp”. E non contiene alcun elemento che possa ricondurre alle stragi di Ustica e Bologna. Quei documenti dimostrano invece che la crisi dei lanciamissili palestinesi fu negoziata con grande abilità dal colonnello Giovannone e risolta già un mese prima dell’attentato alla stazione, con il rinvio del processo d’appello, venendo incontro alle richieste palestinesi.
Il processo fu addirittura rinviato altre due volte (novembre 1980 e giugno 1981, per poi finalmente tenersi a gennaio 1982): questa fu infatti la strategia individuata dal governo, e concordata con i palestinesi, per consentire la scarcerazione nell’agosto del 1981 di Saleh, grazie al superamento dei limiti di custodia cautelare.
Successivamente le condanne vennero ridotte per tutti e quattro gli imputati nel corso del processo d’appello: esattamente come richiesto dal Fplp. I palestinesi non hanno dunque mai avuto alcuna ragione per rompere gli accordi presi nel 1973, cioè il cosiddetto “Lodo Moro”.

Caso risolto
Le informative di Giovannone da Beirut vanno di pari passo con l’andamento processuale della vicenda di Ortona. Ed è una lettura inequivocabile. Lo spazio non consente qui di dettagliare il contenuto dei 32 documenti: i lettori potranno trovarlo da oggi sul blog Insorgenze.net (prima puntata), in un’inchiesta in più puntate.
L’appunto del Sismi datato 2 luglio 1980, lo si è detto, è quello che sancisce la soluzione della crisi. È attribuibile al generale Armando Sportelli, nome in codice “Sirio”, che riceveva le informative da Beirut. L’appunto, «per il signor direttore del Servizio» (il generale Giuseppe Santovito), riferisce i diversi interventi compiuti da Giovannone, a nome dello stesso Santovito, sul capo di gabinetto del ministro della Giustizia, il 15 maggio, il 30 giugno e l’1 luglio.
E qualcuno nel frattempo si mosse. Scritto a matita, sul documento si legge infatti: «Visto dal DS [Direttore del Servizio] il mattino del 2 luglio 1980. Processo rinviato». Era avvenuto proprio quella mattina, fu spostato a novembre: come chiedevano i palestinesi. Il caso era quindi stato risolto.

La verità che manca
La soluzione della crisi con l’Fplp fu insomma il frutto di una sofisticata strategia procedurale: le continue richieste di rinvio avanzate dalla difesa, sostenute dall’azione di moral suasion del governo (attivato dal Sismi) sulla magistratura, avevano consentito l’allungamento dei termini di custodia preventiva dei tre autonomi, ma non di Saleh, il cui avvocato non aveva mai presentato alcuna richiesta in merito.
Una mossa che fa supporre che la difesa del palestinese fosse a conoscenza delle trattative. Nell’ultimo documento del carteggio, il trentaduesimo del 19 agosto 1982 inviato al Cesis, il Sismi attesta che l’ultimo attentato palestinese «risale al 17 dicembre 1973» (cioè la strage di Fiumicino) e che i transiti di armi non erano previsti nell’accordo originario, che riguardava solo la “neutralizzazione” del territorio italiano.
In questi giorni, peraltro, qualcuno ha già sostenuto che quel passaggio del documento altro non sarebbe che una excusatio non petita. Mentre l’assenza, nelle carte di Giovannone ora desecretate, di documenti del periodo tra il 2 luglio 1980 (quando la crisi di Ortona si era risolta) e il 25 settembre dello stesso anno, indicherebbe la sparizione di altri cablo.
Quasi una estrema linea del Piave, dopo che per anni è stato sostenuto che in quelle informative stava una verità indicibile sulla strage, mentre ora si sa che non è così. Perché è vero che il totale delle carte di Giovannone comprende 250 documenti, ma lo è altrettanto che i 32 ora versati all’Archivio Centrale dello Stato – come sanno bene proprio quei parlamentari che visionarono l’intero carteggio – ne costituiscono il fulcro.

Nessun legame
La citazione delle informative di Giovannone, in questi anni, si è sempre arrestata sulla soglia del 27 giugno 1980: circostanza curiosa, visto che i commissari della “Moro 2” avevano invece potuto consultarli tutti, anche quelli successivi. Ma evidentemente non conveniva citarli.
Tanto che nessuno rilanciò un altro appunto del Sismi del 15 giugno 1981, diffuso nel luglio 2020 su una testata online: citando Giovannone, si attestava infatti che, a quella data, non si doveva fare «più affidamento sulla sospensione delle operazioni terroristiche in Italia e contro interessi e cittadini italiani, decisa dal Fplp nel 1973».
Sospensione che quindi continuava a reggere, nonostante il tira e molla sulla questione Ortona (si era all’ennesimo rinvio del processo d’appello), dimostrando che le minacce non si erano concretizzate. Mentre dalla strage di Bologna era passato quasi un anno. Una prova dunque contro la tesi di un legame tra la vicenda dei missili e la bomba alla stazione.

Tesi smentite
Lo scorso 22 luglio, a dare notizia della desecretazione, era stato Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna: «Doveva esserci la verità completa sulla cosiddetta pista palestinese, ma non c’è niente», disse. Non lo prese sul serio Enzo Raisi, ex deputato di Alleanza nazionale, bolognese: «Mente sapendo di mentire», replicò, sostenendo che «i documenti veri», quelli letti dai membri della “Moro 2”, erano «atti del 1980, dai missili Strela alla strage alla stazione».
E sono appunto quelli ora consultabili, che arrivano addirittura fino all’agosto 1982. Quando le carte di Giovannone, ormai quasi quattro anni fa, finirono al centro della polemica sulla strage di Bologna, disse la sua anche Giorgia Meloni. E sostenne che «la rivelazione dei documenti del Sismi di Beirut relativi all’estate del 1980 conferma la necessità e l’urgenza della desecretazione dei documenti relativi alla strage di Bologna e al “Lodo Moro”. Lo scorso 2 agosto, ancora a capo solo di un partito, affermò invece che «gli 85 morti e gli oltre 200 feriti meritano giustizia, per questo continueremo a chiederla insieme alla verità». Neppure lei s’era accorta che Draghi aveva già desecretato il dossier. Chissà che cosa dirà il prossimo 2 agosto.

La risposta di Renato Curcio ai pm che lo hanno indagato per i fatti della Spiotta

Memorie di un indagato

Avendo ricevuto comunicazione di essere “indagato” in relazione ad un procedimento che riguarda i fatti avvenuti alla Cascina Spiotta di Arzello il 5 giugno del 1975 credo sia utile esporre con chiarezza la mia reale implicazione al riguardo, come peraltro ho già fatto anche nel 1993 nell’intervista concessa a Mario Scialoja e pubblicata nel libro “A viso aperto”.

Al tempo dei fatti in questione ero da pochi mesi evaso dal carcere di Casale Monferrato in seguito ad una azione condotta da un gruppo armato inter- colonne delle Brigate Rosse. Azione per la quale sono già stato condannato e che dunque non penso possa riguardare quest’indagine. Ritengo tuttavia utile ricordarla poiché avvenne il 18 febbraio del 1975, vale a dire 48 anni or sono, ma da essa presero avvio le vicende inerenti all’indagine che è meglio chiarire.

Va da sé che per il clamore non indifferente che quell’azione fece il mio viso comparve più e più volte su giornali e televisioni e questo, sia per le BR che per me, costituiva un problema. C’era per un verso la preoccupazione che qualcuno notasse e segnalasse la mia presenza e, per un altro, la necessità di salvaguardare chi mi era vicino e le strutture dell’organizzazione. In entrambi i casi era quindi opportuno che me ne stessi tranquillo per un po’ e fuori da quei rischi. Valutazione che fu chiara anche a me e che dunque condivisi. Per oltre un mese rimasi riparato in un piccolo appartamento della Liguria in attesa che sbollissero le acque, come ho raccontato nel libro citato.

All’inizio di aprile si pose però il problema di una ripresa della mia militanza attiva e di una sistemazione più stabile. E questo non poteva avvenire in Piemonte, a Torino, dove a partire dal luglio del 1972 avevo contribuito a costruire la Colonna e dove, inoltre, il giorno 8 settembre del 1974 nel pinerolese ero stato arrestato. Con Margherita valutammo così che fosse più sensato un mio spostamento a Milano benché questo comportasse un qualche allontanamento tra noi. Ritenni comunque di non dover entrare neanche nei ranghi della Colonna milanese per non mettere a repentaglio la sua sicurezza preferendo invece dedicarmi a una nuova tessitura di rapporti in ambienti sociali diversi rispetto a quelli che avevo conosciuto e assiduamente frequentato tra il 1969 e il 1972.

Tra aprile e maggio operai dunque in relativa autonomia a Milano totalmente assorto da questo nuovo compito che peraltro mi portò a frequentare e conoscere un’area nuova dell’effervescenza sociale, quella da cui emerse

Valter Alasia, mio primo collaboratore in questa impresa. Di fatto, in quel breve periodo, non fui in organico né nella Colonna Torinese, né nella originaria Colonna Milanese. Tuttavia, se per un verso questo mi proteggeva dai rischi connessi alle dinamiche interne di quelle due colonne – dalle quali il pur breve periodo del carcere mi aveva completamente disconnesso – per un altro, decretava anche inevitabilmente un sostanziale isolamento rispetto alle loro pratiche ovviamente molto compartimentate. In quel periodo non partecipai dunque ad alcuna loro campagna operativa ma venni invitato ad un solo incontro di discussione tra Margherita per la Colonna di Torino, e Mario Moretti, per quella di Milano, che si era reso opportuno poiché nell’organizzazione stava circolando tra i militanti l’idea di aggiungere agli espropri di banche anche eventuali sequestri di banchieri o comunque di persone facoltose. In quell’incontro, in piena ortodossia brigatista, non si discussero azioni specifiche da compiere – anche se, genericamente, se ne ventilarono alcune – ma si concluse che sarebbero state le singole le Colonne a valutare in proprio i pro e i contro, e a decidere in piena autonomia cosa sarebbe stato meglio fare per ciascuna di esse.

Dico “in piena autonomia” perché nelle Brigate Rosse non ci sono mai stati “esponenti apicali” al di sopra delle Colonne e men che meno “capi colonna” che impartissero ordini a militanti subalterni ed esecutori. Il principio dell’unità della dimensione politica con quella militare – “Chi propone fa!” – ampiamente esposto nei documenti dell’epoca, nelle pratiche e nelle testimonianze postume, venne fin dal primo giorno affermato e rispettato da tutti. Così come quello della partecipazione in prima persona alle azioni che venivano proposte ed accolte.

Per quanto attiene la decisione della Colonna torinese di mettere in opera il sequestro di Vallarino Gancia non conosco alcun particolare specifico poiché, come ho detto, non essendo interno alla Colonna torinese venni tenuto accuratamente all’oscuro della discussione che portò alla sua progettazione operativa, alla sua messa in opera e delle modalità in cui avrebbe dovuto svolgersi. A ridosso del 4 giugno 1975 tuttavia incontrai, come periodicamente accadeva, Margherita. In quell’occasione fu lei a dirmi che i nostri già radi incontri diretti sarebbero stati temporaneamente sospesi per qualche tempo poiché la Colonna torinese sarebbe stata impegnata in una azione a cui lei stessa avrebbe preso parte. In quell’occasione mi indicò anche un altro compagno che avrebbe provveduto a mantenere in sua vece i contatti periodici di sicurezza. E fu proprio quel compagno che il 5 giugno mi fissò un appuntamento urgente a Milano durante il quale mi chiese se avessi sentito i notiziari della radio. Risposi di no e chiesi la ragione per cui avrei dovuto farlo. Fu così che venni a conoscenza di quanto era successo alla cascina Spiotta. Di tutto ciò comunque ho dato un’ampia e pubblica testimonianza nel 1993, vale dire trent’anni fa – ripeto: trent’anni fa! – nel libro all’inizio citato e ampiamente circolato in Italia e all’estero.

Comunque, in uno degli appuntamenti settimanali di sicurezza che seguirono mi venne riferito che il compagno fuggito dalla cascina Spiotta dopo il conflitto a fuoco desiderava incontrarmi per raccontarmi in prima persona quanto era accaduto. In un primo tempo, non conoscendolo preferii non incontrarlo. In un secondo tempo, tuttavia, dopo aver letto la sua relazione ampiamente circolata nelle varie Colonne, decisi – nonostante il rischio – di farlo per conoscere meglio alcuni dettagli relativi agli ultimi confusi minuti della vita di Margherita. Questo incontro si svolse in una località turistica verso la fine di giugno. Non avevo mai visto prima la persona che si presentò e mai più la rividi in seguito. Era un uomo assai afflitto per il “guaio” che era successo e oltremodo turbato per gli errori compiuti e per le morti che ne erano derivate. Lo ascoltai in silenzio. Anche di quell’incontro comunque ho fatto un cenno trent’anni fa nel libro “A viso aperto”.

Di un’unica cosa però in quel libro non ho detto tutto quello che credo resti da dire ancora: il modo in cui è morta Margherita. Dalla relazione scritta dal compagno che era con lei alla cascina, ampiamente circolata nelle Brigate Rosse, rinvenuta in qualche perquisizione e infine anche pubblicata, si può dedurre infatti che sia stata uccisa “dopo il conflitto”; anche se, ovviamente, quella relazione non costituisce una prova. Oggi però con l’autopsia in mano possiamo avere la certezza che il colpo mortale fu un classico “sotto- ascellare”, da sinistra a destra, che le ha perforato orizzontalmente i due polmoni; colpo mortale e inferto con competenza professionale. Su di ciò non possono esserci più dubbi, come sul fatto che Margherita in quel momento fosse disarmata e le sue mani fossero alzate. Restano allora senza risposta due domande: chi realmente ha premuto il grilletto? Era necessario? Non ho voluto fino ad oggi sollevare queste tristissime domande né l’avrei fatto se questa strana comunicazione che mi è stata notificata il 14 febbraio del 2023 in cui leggo di “essere indagato” non me le avesse strappate dal cuore riportandole in qualche modo allo scoperto.

Renato Curcio 18/02/2023

Comunicato per la stampa

Visto che vengo tirato in ballo per i fatti del 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta di Arzello con l’intenzione di attribuirmi una qualche responsabilità in essi, ho fatto presente ai magistrati che mi hanno interrogato, consegnando loro anche una memoria scritta, la mia totale estraneità sia alla decisione di effettuare il sequestro di Vallarino Gancia, sia a tutto ciò che lo ha riguardato.

Poiché sono comparse sulla stampa curiose ricostruzioni accusatorie faccio anche presente che, come ho detto ai magistrati, 47 anni dopo quei fatti non ho ancora saputo chi in quel giorno ha ucciso Margherita Cagol Curcio mentre era disarmata e con le braccia alzate come ha inoppugnabilmente dimostrato l’autopsia.

L’esperienza delle Brigate Rosse si è conclusa con una dichiarazione pubblica, anche mia, nel 1987 e poiché negli anni di quell’esperienza ho collezionato in silenzio un record di concorsi morali anomali scontati interamente come le altre pene inflitte faccio presente che mi difenderò da questa ulteriore e incomprensibile aggressione.

Renato Curcio 25 febbraio 2023

Chi ha ucciso Mara Cagol? Indagato nella nuova indagine sulla sparatoria alla cascina Spiotta di 48 anni fa, Curcio chiede verità sulla uccisione della moglie

«Prima uccidono la moglie poi vogliono indagarlo», si riassume in queste poche parole l’iscrizione nel registro degli indagati da parte della procura torinese di Renato Curcio, tra i fondatori della Brigate rosse: 82 anni, 25 passati in carcere di cui 12 nel circuito di massima sicurezza, per lunghi periodi in articolo 90, il regime antesignano dell’attuale 41 bis.
I magistrati torinesi hanno riaperto le indagini su una sparatoria avvenuta 48 anni fa davanti alla cascina Spiotta di Arzello, in provincia di Alessandria, dove la colonna torinese delle Brigate rosse aveva nascosto da appena 24 ore, dopo averlo rapito, l’industriale dello spumante Vallarino Gancia, scomparso lo scorso 14 novembre 2022.

La sparatoria
All’arrivo di una pattuglia dei carabinieri in perlustrazione nella zona si scatenò un conflitto a fuoco tra due brigatisti, un uomo e una donna, che custodivano l’ostaggio e i militi dell’arma. Nello scontro morì l’appuntato Giovanni D’Alfonso e rimase gravemente ferito il tenente Umberto Rocca e più leggermente il maresciallo Rosario Cattafi. La donna, Mara Cagol, ferita e seduta a terra ormai disarmata, venne uccisa in circostanze mai chiarite con un colpo sotto l’ascella. L’altro brigatista riuscì a fuggire in modo rocambolesco lanciandosi in un boschetto circostante e facendo perdere le proprie tracce. In una relazione, poi ritrovata all’interno della base di via Maderno a Milano, dove Curcio si nascondeva dopo l’evasione dal Carcere di Casale Monferrato, il brigatista fuggito e mai individuato raccontava la sua versione dei fatti spiegando di aver visto Mara Cagol ancora viva dopo essersi lanciato nel bosco. Nascosto nella boscaglia aveva scorto la donna seduta a terra con le mani alzate che si rivolgeva al quarto carabiniere, l’appuntato Pietro Barberis, rimasto di copertura in fondo al viottolo che portava alla cascina. Ecco il suo racconto:

«Urlai a M. Di svignare e corre verso il bosco. Mentre correvo zigzagando nel campo, sentii tre colpi attorno a me. Riuscii ad arrivare al bosco e con un tuffo mi buttai nella macchia piena di spini. Di sopra sentivo la M. che urlava imprecando contro i Cc. Presi l’altra Srcm dalla tasca e pensai di centrare il Cc. Mi affacciai dalla buca e vidi la M. seduta con le braccia alzate che imprecava contro il Cc. Nel vedere la M. Ancora seduta e la mia impossibilità di arrivare a tiro decisi di sganciarmi velocemente, pensando che i rinforzi sarebbero arrivati a minuti. Corsi giù per il pendio e quando stavo per arrivare dall’altra parte della collina, vicino ad un bosco sotto il castello (saranno passati cinque minuti dal momento della mia fuga), ho sentito uno, forse due colpi secchi, poi due raffiche di mitra. Per un attimo ho pensato che fosse stata la M. a sparare con il suo mitra, poi ebbi un brutto presentimento…».

Il confidente della Ferretto
In via Maderno i carabinieri erano arrivati grazie al ruolo di un confidente, un operaio interno all’Assemblea autonoma di Porto Marghera, un ex della Brigata Ferretto (antesignana della colonna veneta della Br) “gestito” dal Centro Sid di Padova tra il 1975 e il 1976. Il confidente fu all’origine di molti arresti: oltre a Nadia Mantovani e Renato Curcio, fece catturare lo stesso giorno Angelo Basone e Vincenzo Guagliardo. Le sue soffiate provocarono la caduta di diversi militanti Br di Porto Marghera; fu sempre lui a consegnare ai carabinieri Giorgio Semeria che dal Veneto rientrava a Milano. E probabilmente la necessità di coprire questa fonte molto importante per l’efficacia dimostrata giustificò il tentativo di omicidio di Semeria al momento della sua cattura sulla banchina della stazione centrale.

Quarantotto anni dopo
Le nuove indagini sono partite proprio dal testo del brigatista superstite, cercando di individuare impronte e tracce di dna presenti sui fogli dattiloscritti e sulla macchina da scrivere impiegata, ritrovata sempre nella base di via Maderno.
Sono stati ascoltati come testi informati dei fatti molti ex brigatisti della prima ora ma nessuno ha fornito elementi utili all’inchiesta: c’è chi si è avvalso della facoltà di non rispondere, chi ha richiamato la compartimentazione, chi era già in carcere o apparteneva ad altre colonne non coinvolte nel sequestro. In un primo momento anche Curcio è stato ascoltato come teste ma lo scorso 20 febbraio è stato convocato una seconda volta come indagato per il reato di concorso in omicidio, in ragione della sua «figura apicale» all’interno dell’organizzazione brigatista. Posizione che lo avrebbe reso responsabile delle direttive fornite ai militanti che hanno materialmente condotto il sequestro e gestito l’ostaggio, tra cui quella che prevedeva in caso di avvistamento del nemico di sganciarsi prima del suo arrivo e se colti di sorpresa «ingaggia[r]e un conflitto a fuoco per rompere l’accerchiamento». Passaggio ripreso da un numero del giornale Lotta armata per il comunismo del 1975, senza firma.

Premeditazione
Sulla base del principio giuridico del «dolo eventuale» e di una estensione iperbolica del concorso morale, i tre pubblici ministeri che conducono l’inchiesta hanno ritenuto Curcio responsabile dei fatti accaduti che egli in qualche modo avrebbe messo in conto, ivi compreso a questo punto non solo la morte dell’appuntato D’Alfonso e il ferimento degli altri carabinieri ma anche la morte della moglie. Circostanza che in passato aveva giustificato il mancato approfondimento della vicenda. Gli organi di polizia, infatti, avevano preferito glissare sull’identità mai accertata del brigatista fuggito per evitare di attirare l’attenzione sulla reale dinamica della morte della Cagol, episodio che all’epoca suscitava ancora dell’imbarazzo tra le fila dell’antiterrorismo.
Eravamo nel 1975, lontani da quel 1980 quando nella notte del 28 marzo i carabinieri non esitarono ad infliggere il colpo di grazia alla nuca ai quattro brigatisti presenti nella base di via Fracchia a Genova, dove avevano fatto irruzione sorprendendoli nel sonno. Tra di loro c’era anche la giovane proprietaria dell’appartamento, Anna Maria Ludman.

Una cattivo sempre utile per tutte le stagioni
La nuova indagine è scaturita da un esposto presentato da Bruno D’Alfonso, figlio dell’appuntato deceduto nello scontro a fuoco, anche lui carabiniere, dove si chiedeva di fare luce sulla identità del brigatista sfuggito alla cattura. L’esposto, realizzato dopo anni di ricerche personali sulla vicenda, ha ispirato la realizzazione di un volume, Brigate rosse – L’invisibile, scritto da Berardo Lupacchini e Simona Folegnani, edizioni Falsopiano. I due autori si dicono convinti di aver individuato con la loro ricerca l’identità dell’«invisibile» nella persona di Mario Moretti, azzardando sulla base di una ricostruzione alambiccata e l’uso del termine «presa» per indicare la cattura dell’industriale Gancia, utilizzato nel rapporto trovato nella base di via Maderno e «diciotto anni dopo nel libro firmato da Moretti», l’individuazione della prova che incastrerebbe quest’ultimo. Certi della solidità della loro prova i due autori ispirati dalle sirene franceschiniane si dilungano nel tratteggiare un presunto movente che avrebbe guidato il comportamento senza scrupoli del cattivissimo Moretti: ormai al riparo nella folta vegetazione un subitaneo pensiero, una preveggenza strategica, l’avrebbe indotto ad abbandonare Mara Cagol al suo destino per prendere così il suo posto alla guida dell’organizzazione. Una quadra della vicenda che ha entusiasmato il giudice Salvini nel corso din una presentazione del volume avvenuta su Fb.
I giudici torinesi non sembrano tuttavia aver apprezzato molto il suggerimento indirizzandosi verso altre strade.

La memoria difensiva
In una memoria molto dettagliata Curcio ha spiegato che in quel periodo, successivo all’evasione dal carcere di casale Monferrato, per ragioni di sicurezza non era più organico ad alcuna colonna e dunque all’oscuro delle singole operazioni che queste portavano avanti. Ha ricordato che nelle Brigate rosse non esistevano ruoli apicali e militanti subalterni. Ha chiesto poi che le nuove indagini facessero finalmente luce sulle circostanze della morte della moglie, Mara Cagol, facendo leva sul referto autoptico che riferiva del colpo mortale portato sotto l’ascella della donna.

Lo stratagemma per evitare la prescrizione
L’accusa così formulata a Curcio serve soprattutto a puntellare un fondamentale requisito giuridico necessario per scongiurare la prescrizione dei reati maturata da lungo tempo, e dunque l’improcedibilità: la premeditazione. L’invenzione della presenza di una direttiva generica tratta dalla citazione di un foglio d’area, la cui paternità viene attribuita a Curcio eletto “monarca assoluto” delle Brigate rosse in spregio alle conoscenze storiche sul funzionamento di quella organizzazione, serve a creare la presenza della premeditazione in una vicenda del tutto occasionale, dove è la stessa dinamica dei fatti e il racconto del superstite sfuggito a dimostrare che i brigatisti non si accorsero dell’arrivo della pattuglia e reagirono in modo del tutto impreparato e confusionario.

Ecco come Valerio Fioravanti e Francesca Mambro hanno giocato con la vita dei familiari di una delle vittime della strage di Bologna /Fine


Riassunto della puntata precedente (qui)
Condannati per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, nonostante si siano sempre proclamati innocenti, Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, avviano uno scambio epistolare con Anna Di Vittorio e suo marito Giancarlo Calidori, familiari di Mauro Di Vittorio una delle 85 vittime della strage. Al rapporto epistolare fanno seguito anche degli incontri che alla fine sfociano nell’invio di una lettera di riconciliazione che nonostante la proclamazione di innocenza dei due induce Francesca Mambro ad allegarne copia alla propria richiesta di liberazione anticipata. Nell’ordinanza i giudici del tribunale di sorveglianza accolgono la domanda menzionando la presenza della lettera. Nel provvedimento ci sono altri due contatti avviati con familiari di vittime che concedono stavolta solo il perdono, ma riguardano altri reati. Per quanto attiene la strage di Bologna, l’imputazione senza dubbio più grave contestata alla coppia di ex Nar, la riconciliazione offerta da Anna di Vittorio è l’unica concessa. A distanza di quattro anni, quando già da alcuni mesi Il parlamentare ex missino di An-Fli Enzo Raisi aveva iniziato a calunniare pubblicamente Mauro Di Vittorio, fratello di Anna, accusandolo di essere con molta probabilità il corriere che trasportava l’ordigno poi esploso nella sala d’attesa di seconda classe, Fioravanti e successivamente Mambro per nulla turbati dal fatto che la memoria della persona che aveva giustificato l’atto di riconciliazione nei loro confronti, banalmente tradotto dai due in perdono, venisse messa in discussione e infangata in quel modo, si rivolgono a Giancarlo e Anna e invece di informarli e prendere le distanze da quella operazione, segnalano alla coppia di seguire attivamente, addirittura leggendo le bozze, la nuova pista. A partire da quel momento prende inizio un sadico gioco con la vita di Anna e Giancarlo destinatari di nuovi messaggi che ne destabilizzano l’esistenza.


Delle Chiaie, il primo a lanciare la pista Di Vittorio
Il primo in assoluto ad indicare la pista di Mauro Di Vittorio nella strage di Bologna fu il fascista Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia nazionale, coinvolto in diverse inchieste sulle stragi e tentativi di golpe negli anni 70, riparato nella Spagna franchista e poi alla corte dei vari regimi dittatoriali sudamericani, Cile, Argentina e Bolivia, dove svolse un ruolo importante come consigliere nella «Operazione Condor», la repressione (torture, omicidi, rapimenti e sparizioni) dei militanti di sinistra.
In una intervista apparsa sul quotidiano boliviano El Meridiano del 17 luglio 1983, Delle Chiaie affermò che dopo l’esplosione della bomba nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna «tra i cadaveri, furono rinvenuti i corpi di due estremisti di sinistra: uno spagnolo, con falsa identità, tale Martinez ed un italiano che, secondo sue precedenti affermazioni avrebbe dovuto trovarsi a Londra, mentre è stato identificato dalla famiglia. Questa pista non è mai stata presa in considerazione. Al contrario, tutti hanno continuato ad accusare il movimento nazionale rivoluzionario».
Ovviamente non rispondeva al vero che il turista spagnolo, poi identificato come Martinez, avesse una identità falsa. Sempre Delle Chiaie, e qui la data è dirimente, nella sua autobiografia, L’aquila e il condor, uscita nel maggio del 2012, nell’elencare alcune piste alternative sulla strage bolognese reiterava, a pagina 273, l’accusa nei confronti del, «militante italiano della sinistra, ritrovato tra le vittime: privo di documenti, alla famiglia aveva detto di essere a Londra».

Raisi copia Delle Chiaie, così nasce la pista dell’«Autonomo del collettivo del Policlinico»
Nelle stesse settimane, quando le bozze di Delle Chiaie circolavano, Raisi e il suo giro di consiglieri ne riprendono i suggerimenti depistanti e lancia l’8 aprile sul Resto del carlino la pista dell’autonomo romano. Ugo Maria Tassinari, uno dei migliori studiosi dell’estrema destra autore di un blog sulla Fascisteria, venne a saperlo grazie ad una imbeccata, per nulla innocente, di una sua fonte della destra romana, al centro di quanto si stava costruendo in quel momento. Pur omettendo il nome di Di Vittorio, la fonte aveva aggiunto un ulteriore dettaglio: quel giovane «autonomo», sarebbe stato un «romano», forse «appartenente al collettivo del Policlinico». Perché proprio quel collettivo?
Circa un anno prima della strage di Bologna, a Ortona, in Abruzzo, erano stati arrestati tre membri del collettivo del Policlinico che stavano trasportando due lancia missili Strela 2 senza armamento per conto dei guerriglieri palestinesi del Fplp, con loro infatti poco dopo venne arrestato anche uno dei membri residenti in Italia, per altro proprio a Bologna, di quel gruppo. I tre non lo sapevano, ma quel trasporto rientrava in un accordo più generale siglato anni prima dall’Italia per mettere in sicurezza il territorio nazionale da attentati causati dalle conseguenze del conflitto israelo-palestinese. L’accordo, che compendiava quello già esistente con lo Stato di Israele, prevedeva alcune contropartite come il passaggio di armi dirette altrove e membri delle organizzazioni palestinesi. La necessità di attribuire quella identità politica a Di Vittorio appariva dunque chiara, in questo modo si costruiva un nesso diretto con la vicenda di Ortona. Di Vittorio doveva essere l’anello mancante che andava a colmare il vulnus della pista palestinese: l’assenza diretta di palestinesi sulla scena della strage.

La trappola schivata
Per nulla convinto della cosa Tassinari si era messo a cercare conferme tra i suoi contatti senza trovarne alcuna. E’ a quel punto che ricevetti la sua telefonata con l’articolo del Carlino e l’invito a fare a mia volta delle verifiche. Nacque così l’inchiesta che ha poi smontato quello che allora appariva l’ultimo dei depistaggi messo in piedi sulla strage di Bologna.
Il 18 aprile Raisi intervenne nuovamente, stavolta sul blog di Tassinari, per replicare a un articolo di Sandro Padula che riteneva infondata la pista sull’autonomo romano. Fu in questa circostanza che il parlamentare fece il nome di Mauro Di Vittorio. Non solo, per Raisi le affermazioni dell’ex Br Padula, già marito di Margot Crista Frolich, conosciuta in carcere attraverso uno scambio epistolare sotto l’occhiuto controllo della censura, vocabolari alla mano perché la donna non parlava italiano, anch’essa ennesima vittima dei fautori della pista palestinese, apparivano una sorta di «excusatio non petita», come scrisse lui stesso. Assistevamo al tipico paradosso del fazioso che fa del proprio pregiudizio una prova.

«Ha attaccato il parlamentare Raisi», la nota Digos su Padula
Lo scambio pubblico con Raisi ebbe una coda velenosa. Nel fascicolo del Tribunale di sorveglianza che doveva pronunciarsi sulla sua liberazione condizionale richiesta da Sandro Padula proprio in quei mesi e poi respinta, la Digos, con una nota del 6 luglio 2012, segnalava come argomento di rilevanza lo scambio avvenuto «sulla rete telematica, lo scorso 16 aprile» nel quale «il Padula, critica apertamente l’onorevole Enzo Raisi di Futuro e Libertà dopo che quest’ultimo, in una intervista apparsa l’8 aprile 2012 sul quotidiano il “Resto del Carlino”, aveva espresso numerose accuse alla Procura di Bologna».

Fioravanti rompe gli indugi e accusa apertamente Di Vittorio
Il 2 agosto 2012 Fioravanti abbandona le cautele impiegate nella mail del 24 giugno con Calidori, i «passaggi ambigui» si sono chiariti, i dubbi si sono tramutati in certezze. Su il Giornale rilancia la pista palestinese accusando Mauro Di Vittorio, dipinto ancora nei panni dell’autonomo romano, come uno dei possibili «giovani romani che il 2 agosto stessero aiutando i loro amici palestinesi a trasportare un carico di armi»:

«È ovvio che se si scopre che tra le vittime di Bologna c’era un giovane dell’Autonomia Operaia romana, le persone ragionevoli si ricordano che solo pochi mesi prima, a Ortona, tre capi dell’Autonomia Operaia romana erano stati arrestati mentre trasportavano un potente missile terra aria per conto di un certo Saleh, dirigente del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina che abitava a Bologna. Viene spontaneo, alle persone semplici, domandarsi se per caso, come era successo pochi mesi prima nelle Marche (rectius: in Abruzzo, ndA), anche il 2 agosto a Bologna dei giovani romani stessero aiutando i loro amici palestinesi a trasportare un carico di armi. Se poi ci aggiungiamo che dal carcere in Francia il capo dei terroristi filopalestinesi dell’epoca, Carlos lo Sciacallo, in diverse interviste ha ammesso che la sua “Organizzazione” quel giorno era presente alla stazione di Bologna…»

L’archivio di Lotta continua
Già alla fine aprile avevamo accertato che Mauro Di Vittorio era estraneo agli ambienti dell’ex collettivo di via dei Volsci e del collettivo del Policlinico. Avevo mostrato la sua immagine presa dai giornali dell’epoca a diversi esponenti che dirigevano quelle strutture nel 1980. Anche alcuni ex appartenenti al Cap, il collettivo autonomo del Pigneto, avevano riferito a Padula di non aver mai conosciuto Di Vittorio. Nel frattempo Raisi, intento a costruire una sorta di teoria del complotto sulla vicenda, spargeva altro fango sulla figura del giovane morto nella strage. A suo avviso la breve bio presente sotto la foto esposta nel sito dell’associazione dei familiari delle vittime sarebbe stato un falso, non contento contestava anche il ritrovamento della sua carta d’identità. Per il parlamentare di Fli era fondamentale che Di Vittorio fosse in incognito, diversamente sarebbe crollato il suo castello di fango. A puntellare la traballante impalcatura complottista era venuto in soccorso anche un altro dietrologo di razza, Giovanni Fasanella che nel libro Il silenzio degli innocenti aveva manipolato tempo prima alcune dichiarazioni di Anna e Giancarlo, raccontando di una telefonata misteriosa che avvertiva del ritrovamento del corpo di Mauro a Bologna.
Appurammo che la bio dell’associazione familiari proveniva da un paginone dedicato a tutte le vittime della esplosione pubblicato dal Resto del Carlino nei giorni successivi all’eccidio e che a sua volta era stato preso altrove. Consultando i vecchi numeri del quotidiano Lotta continua scoprii, alla riapertura degli archivi nel mese di settembre, che nella edizione del 21 agosto 1980 era presente una doppia pagina, corredata da foto, interamente dedicata alla storia di Mauro Di Vittorio, con la trascrizione integrale del suo diario di viaggio verso Dover ripresa dal quaderno che aveva con sè. Gli autori della pagina erano ex appartenenti al circolo Lc di Torpignattara ancora aperto nel 1980. Vi si raccontava che Mauro dopo la morte prematura del padre aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia e che era molto conosciuto, amato e stimato nel quartiere. In una edizione dei giorni successivi trovai una lettera polemica, di altri suoi compagni, che criticavano le modalità troppo militanti con cui il quotidiano l’aveva raccontato (leggi qui).

La ricognizione a Torpignattara
Nei giorni successivi insieme a Sandro Padula andammo in ricognizione nel quartiere, in via Anassimandro, dove all’epoca risiedeva la famiglia. Trovammo anche il locale dove un tempo c’era la vecchia sede di Lotta continua. Nei pressi c’erano le scalinate della chiesa dove Mauro si incontrava col giro di compagni e amici della piazza. Cercammo in tutti i modi di agganciare qualche familiare per avere altri riscontri, ma in quel momento non ci riuscimmo. Anche gli autori che avevano curato la pagina su Lotta continua non c’erano più, come a accadde a molti militanti di Lc di quegli anni che ebbero la sventura di incontrare l’eroina.

L’inchiesta che smonta il depistaggio
Avevo ormai materiale sufficiente per scrivere. Quando nell’ottobre 2012 sono andato a proporre al manifesto l’inchiesta (leggi qui), era capo servizio Marco Boccitto. Appena lesse il nome di Mauro mi disse che lo aveva conosciuto molto bene. Una coincidenza incredibile!
Era molto amico di Marcello, il fratello. Per loro due Mauro, di qualche anno più grande, appariva una specie di mito con i suoi racconti sull’underground musicale londinese, la vita negli squatt, la ganja, i viaggi, il mondo on the road e la sua idea che il conflitto politico degli anni 70 era uno schema da superare con il lavoro sulle relazioni interpersonali. Marco pubblicò la mia inchiesta qualche giorno dopo. Gli chiesi un ricordo di Di Vittorio che pubblicai su Insorgenze.net (leggi qui). Marco mi diede anche i numeri di Anna e Giancarlo che chiamai inviandogli la bozza dell’articolo. Siccome la pubblicazione tardava per ragioni di spazio ne approfittai per migliorare il pezzo. Nel frattempo Giancarlo mi aveva fornito ulteriori dettagli sul viaggio di Mauro verso Londra, dove non arrivò mai perché respinto alla frontiera di Dover e costretto a un rocambolesco ritorno senza biglietto sui treni (aveva finito i soldi), tanto che dopo la sua morte giunse a casa della madre una multa delle ferrovie. Mi parlò della tolfa, la tracolla di Mauro dove vennero ritrovati la carta d’identità intonsa, riconsegnata alla madre dalla Polfer, e il quaderno Pigna con la copertina nera dove si raccontava il viaggio. Mi disse del dissidio con Fasanella per il suo tentativo di manipolarli. Scrissi tutto.
A ruota, tra il 18 e il 30 ottobre 2012 uscirono su Insorgenze.it le altre 4 puntate. (Leggi 2, 3, 4, 5 e ancora qui) Il depistaggio era stato smascherato tanto che lo stesso giorno si aprirono le prime crepe tra gli «esperti» di Raisi, gli «storici dilettanti» come una volta li aveva definiti lo stesso Fioravanti. Giunsero le prima caute prese di distanza, l’ondivaga consapevolezza che forse qualcosa non tornava nella pista Di Vittorio. Alcuni di loro tentarono anche di mettere mano sul diario di Mauro chiedendone copia ai familiari… il tempo alla fine è stato gentiluomo consentendo loro di farsi dimenticare.

Fioravanti e Mambrio giocano a palla con la vita dei familiari di Di Vittorio
Chi non fu mai scalfito dal dubbio, nonostante la quantità ormai non più aggirabile di evidenze, furono loro: Enzo Raisi (che non ha corretto nemmeno la seconda edizione del suo libro, uscita nel febbraio 2013), Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, i moschettieri della calunnia, i perversi persecutori di Anna Di Vittorio e Giancarlo Calidori.
Il 24 novembre 2012, come nulla fosse, giunge una seconda mail a casa Di Vittorio. Stavolta è Francesca Mambro ad inviarla. Il messaggio conteneva un link che rinviava agli interventi tenuti nella serata di presentazione del volume di Raisi dover si accusava Di Vittorio:

Oggetto: «Tutti gli interventi di bomba non bomba della serata del 19 novembre alla sala Baraccano di Bologna».

Il testo è laconico:

«Allego link di Radio Radicale che ha registrato tutti gli interventi della serata del 19. u.s. con intervento del magistrato Priore. Un carissimo saluto! Francesca».

Qui c’è da sottolineare un fatto: Rosario Priore, il giudice istruttore ormai in pensione citato nel testo, si era reso disponibile con Mambro e FIoravanti per raccogliere elementi a discarico e fornire la propria consulenza per la preparazione di una richiesta di revisione della condanna.

Passano altri due mesi e giunge una terza mail. E’ il 18 gennaio del 2013, a scrivere è ancora Francesca Mambro. Stavolta si tratta della presentazione in video del libro di Raisi che accusa sempre Mauro Di Vittorio per la strage di Bologna. Il testo è da scolpire:

«In attesa che sia restituita verità e giustizia. Cari saluti Francesca».

Si noti come Valerio Fioravanti, che nella prima mail del 21 giugno 2012 auspicava addirittura un possibile incontro con Raisi, ormai non scrive più.

Si arriva così al 18 ottobre 2013, dieci mesi dopo. Si fa sentire nuovamente Francesca Mambro che posta una inchiesta giornalistica uscita su Il tempo. Sei articoli sul 2 agosto 1980.

«A futura memoria. Cari saluti», sigla Francesca.

Sciacalli e agnelli, le mail di Fioravanti-Mambro a Anna Di Vittorio e Giancarlo Calidori sulla strage di Bologna /1

E’ nell’aprile del 2012 che l’allora parlamentare ex Msi Enzo Raisi, poi An e Fli, accenna per la prima volta al «ragazzo di Autonomia operaia» morto nella strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Nella intervista rilasciata a Gilberto Dondi sul Resto di Carlino quel giovane non veniva descritto come una vittima della esplosione ma come un possibile complice del massacro. Raisi fondava la sua convinzione sulla base di alcune testimonianze provenienti dall’interno dell’istituto di medicina legale bolognese. Tre medici che prestavano servizio nell’obitorio della città gli avevano riferito che nei giorni successivi all’esplosione due giovani erano entrati nell’istituto per visionare i corpi delle vittime ma giunti davanti al volto del presunto autonomo erano fuggiti immediatamente. I tre medici non erano presenti ma seppero dell’episodio anni dopo da Piergiorgio Sabattani, il primario che raccontava di essere corso dietro i due fuggitivi rimasti ignoti: una ragazza e un giovane dalle sembianze mediorientali, assieme al brigadiere Giancarlo Ceccarelli, morti entrambi nel frattempo e dunque nella impossibilità di confermare. Eppure in un istituto di medicina legale non si entra per effettuare delle ricognizioni senza declinare le proprie generalità.

Voci d’obitorio
Con una formula retorica Raisi si interrogava sull’identità dei due fuggiaschi ma subito dopo lasciava intendere di aver già trovato una risposta quando aggiungeva: «perché il giovane di Autonomia aveva in tasca un biglietto della metropolitana di Parigi, città dove all’epoca viveva Carlos?». Sei giorni dopo fu ancora più preciso rivelando il nome di Mauro Di Vittorio che da quel momento divenne «l’autonomo romano», su cui sarebbe ricaduto il sospetto di essere l’autore della strage. Si capì molto presto che quella identità politica era posticcia e la storiella dell’obitorio completamente falsa. Quella scena era presente in un romanzo di Loriano Machiavelli, uscito nel 1990 con uno pseudonimo, frutto di un gioco di fantasia – chiarì successivamente l’autore. Il carabiniere Ceccarelli non aveva mai stilato una relazione sull’accaduto e il primario non aveva mai rivelato alle autorità che conducevano le indagini quella vicenda. Il racconto dei tre medici depositari del segreto confidato solo a Raisi e taciuto per decenni a magistratura e inquirenti era dunque un classico de relato di una persona defunta. Davanti alla Procura bolognese, che aprì una inchiesta sulla pista palestinese dopo le forti pressioni della destra, Antonio Jesurum, uno dei tre medici ascoltati dopo le rivelazioni di Raisi, aggiunse un dettaglio ulteriore sull’abbigliamento di uno dei fuggitivi per connotarne meglio la provenienza politica: avrebbe portato un Eskimo in pieno agosto. (Leggi qui)

Il Perdono
In quei giorni di aprile Anna Di Vittorio, sorella di Mauro, e Giancarlo, suo marito, erano del tutto ignari della sortita di Raisi, nessuno li aveva ancora informati. Ci penserà con un messaggio di posta elettronica, il 24 giugno successivo, la persona meno adatta: Valerio Fioravanti. Francesca Mambro, moglie di Fioravanti e coimputata nel processo per la strage, aveva ottenuto appena quattro anni prima, nel settembre del 2008, la liberazione condizionale. Nel provvedimento si faceva esplicito riferimento al perdono ricevuto da Anna Di Vittorio, unico dei familiari delle vittime della strage bolognese ad averlo concesso e ritenuto dal Tribunale di sorveglianza una delle prove del percorso di ravvedimento e riconciliazione compiuto dalla donna. Il gesto era arrivato dopo uno scambio epistolare e degli incontri con la coppia condannata per la strage. Nonostante avessero sempre protestato la loro innocenza sulla vicenda, la coppia fece uso del perdono: la Mambro allegò la lettera, dal peso simbolico notevole, nella richiesta della condizionale.

Abiezione parte prima
Nella mail del 24 giugno 2012 inviata a Giancarlo Calidori, dopo una serie di convenevoli in cui forniva informazioni sulle condizioni della propria famiglia partita in vacanza per festeggiare la fine dell’anno scolastico, Fioravanti arrivava al dunque:

«Io sono rimasto qui, al computer, e sto leggendo le bozze dell’ultimo libro di Andrea Colombo incentrato sul “Lodo Moro”, e dell’ultimo libro di Enzo Raisi, deputato bolognese prima del Msi, poi di An, poi del Pdl e infine di Fli, che racconta di come lui abbia vissuto “da destra” il processo per la strage, ma soprattutto racconta le molte cose scoperte se solo si va a guardare gli archivi con un po’ di attenzione… c’è qualche riga dedicata anche la fratello di Anna, ma poi mi ha detto Raisi che si sta consultando con alcuni esperti per capire meglio alcuni passaggi che gli sembrano ambigui.forse un giorno, se ne avrete voglia e tempo, potreste incontrarlo. è vero che abbiamo tutti a cuore la trasparenza e la verità, am proprio in nome della trasparenza meno cose confuse si mettono in circolazione, meglio è! Ce ne sono già abbastanza di cose confuse!!!Intanto, spero di avere da voi se non notizie eccezionali, almeno “tranquillizzanti”! Un forte abbraccio, Valerio»

Il testo dell’ex appartenente ai Nar era sibillino e reticente nonostante la trasparenza invocata nel messaggio: non diceva tutto quel che già era uscito, in particolare sui social dove si era battagliato aspramente sul nome di Di Vittorio. L’accenno agli «esperti» consultati da Raisi è da tenere a mente, perché vedremo apparire una serie di nomi appoggiare, alcuni almeno solo inizialmente, la pista Di Vittorio: un avvocato romano e un gruppo di «sherpa», come verranno etichettati da Ugo Maria Tassinari nel suo blog, che insieme ad Insorgenze.net ne seguiranno attentamente tutta la vicenda smontandola completamente. Ma soprattutto le poche righe su Mauro erano in realtà un intero capitolo, il 10 bis, dove si lanciavano accuse pesantissime: Eccone un piccolo estratto:

«Questo collettivo in cui militava il povero Di Vittorio, era collegato, operativamente parlando, al Collettivo di Via dei Volsci, lo stesso dei tre arrestati a Ortona con Abu Saleh mantre trasportavano i lanciarazzi dell’Fplp Un collettivo che, come ci dimostrano gli atti di sequestro della Digos di Roma, in occasione della loro sede, era una vera e propria “succursale” dell’Fplp. So già che qualcuno si attiverà subito per spiegare quante quali differenze ci fossero tra quelli del Pigneto, di Centocelle e di Via dei Volsci. Ma la strage di Bologna, a mio avviso non è una storia di quartiere. La chiave per capire è un’altra, chiama in causa le ragioni, tuttora da appurare, per cui Di Vittorio si trovò alla stazione di Bologna la mattina dell’esplosione; nessuno ha mai dato una spiegazione logica in questo senso, nessuno ha mai indagato» (Enzo Raisi, Bomba o non bomba, alla ricerca ossessiva della verità, Minerva edizioni, ottobre 2012, p. 186).

Quale meccanismo possa spingere la psiche umana ad un comportamento del genere è difficile da spiegare. Cercarne una ragione nella malvagità e nel sadismo che può celarsi nell’animo o all’interno di personalità turbate sembra rivelarci solo una parte di verità plausibile. Dietro quella mail e le successive (che vedremo nella prossima puntata) emerge qualcosa di più sofisticato e ancora più perverso legato alla vicenda del perdono ricevuto e utilizzato. Girava voce in quel periodo che il gesto di Anna e Giancarlo celasse in realtà un sentimento di colpa per una verità indicibile: la piena consapevolezza della responsabilità di Mauro Di Vittorio nella strage.
Con quella mail la coppia condannata per la strage alla stazione, mal suggerita forse da qualche azzeccagarbugli, pensava di innescare una ammissione della colpa di Mauro Di Vittorio, o almeno il riconoscimento di un qualche dubbio, nella famiglia sul suo ruolo avuto nella strage. Circostanza che avrebbe clamorosamente riaperto la vicenda fornendo quella prova regina a discolpa che avrebbe consentito l’apertura di una procedura di revisione della condanna. Una prova di cinismo abissale che metteva in mostra anche delle personalità totalmente anetiche. Disposte a tutto, soprattutto ad infierire sui più fragili.

Fine prima puntata/continua

E’ morto Giancarlo Calidori. Ha lottato fino all’ultimo contro gli sciacalli che hanno provato a infangare il cognato Mauro Di Vittorio, una delle vittime della strage di Bologna

Si è spento questa mattina Giancarlo Calidori, marito di Anna Di Vittorio, sorella di Mauro Di Vittorio una delle 85 vittime della strage di Bologna la cui storia lungamente raccontata su questo blog (leggi qui), potete trovare nel libro da poco uscito di Paolo Morando, La strage di Bologna, Bellini,i Nar, i mandanti e un perdono tradito, Feltrinelli. Quando nell’ottobre 2012 sono andato a proporre al manifesto l’inchiesta sull’ultimo depistaggio della strage che smontava la pista Di Vittorio (leggi qui), era capo servizio Marco Boccitto. Appena lesse il nome di Mauro mi disse che lo aveva conosciuto molto bene. Che incredibile coincidenza!
Era molto amico del fratello e per loro Mauro, di qualche anno più grande, appariva come una specie di mito con i suoi racconti sull’underground londinese, la vita negli squatt, la ganja, i viaggi, la vita on the road e la sua idea che il conflitto politico degli anni 70 era uno schema da superare con il lavoro sulle relazioni interpersonali. Marco pubblicò la mia inchiesta qualche giorno dopo (con un refuso sul mio nome, tanto per far capire quanto ci conoscessimo tutti) a cui seguì una errata corrige. Gli chiesi un ricordo di Di Vittorio che pubblicai sul blog (leggi qui) e poi il numero di Anna e Giancarlo che chiamai il giorno dopo inviandogli anche la bozza dell’articolo. Siccome la pubblicazione tardava per ragioni di spazio ne approfittai perché nel frattempo Giancarlo mi fornì ulteriori informazioni e precisazioni sul viaggio di Mauro verso Londra, dove non arrivò mai perché respinto alla frontiera di Dover e costretto ad un rocambolesco ritorno senza biglietto (aveva finito i soldi) sui treni, tanto che dopo la sua morte arrivò una multa delle ferrovie.
Iniziò così la nostra conoscenza trasformatasi nel tempo in amicizia. Dieci anni e poco più di infinite telefonate, lunghe chiacchierate e ogni tanto qualche incontro. Giancarlo faceva sofisticate letture filosofiche, era un vero bibliofilo, mi regalava decine di libri ed aveva delle battute folgoranti. Socialista di formazione era profondamente antifascista. Detestava la burocrazia togliattiana di quei personaggi che si erano impadroniti dell’associazione dei familiari della strage, trasformandosi in imprenditori di una memoria falsata e omissiva che girarono la testa altrove quando si scatenò la bufera contro Mauro Di Vittorio, lasciando Anna e Giancarlo soli a di difendere la memoria del loro familiare. Non voglio parlare qui della storia del perdono tradito e del loro progetto di riconciliazione fondato sull’esperienza Sud Africana, mai veramente compreso e strumentalizzato a Destra come a Sinistra. Se ne è già scritto molto e ci sarà modo di tornarci in altri momenti.
Sapere che Giancarlo non c’è, non sentire più dall’altra parte del telefono quella voce resa roca dalla sigarette mi fa sentire più solo. Le sue battute già mi mancano. Ho salutato Giancarlo due domeniche fa, insieme a Sandro Padula e Ugo Maria Tassinari. Siamo corsi da lui appena saputo dell’aggravamento del suo stato di salute. Con il suo libro che Giancarlo è riuscito ad avere tra le mani, Paolo Morando gli ha fatto il regalo più bello. Giancarlo Calidori non è morto solo di un male incurabile, come si dice perché si ha paura di pronunciare quella parola infame che si chiama “cancro”. Ad ucciderlo è stata anche la cattiveria e la malvagità di alcuni che sicuramente si riconosceranno leggendo queste parole. Un caro abbraccio ad Anna che lo ha assitito fino all’ultimo con amore.
Ciao Giancarlo!

La commissione d’inchiesta “privata” del giudice Salvini sul sequestro Moro

E’ stata diffusa ieri la relazione della commissione antimafia sul sequestro Moro. Consulente il giudice Guido Salvini. Un’orgia di dietrologia

E’ stata resa pubblica la relazione prodotta nella scorsa legislatura dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, «sulla eventuale presenza di terze forze, riferibili ad organizzazioni criminali, nel compimento dell’eccidio di via Fani». A conclusione della legislatura la relazione non era ancora pronta, anche se alcune indiscrezioni erano filtrate verso giornalisti amici che ne avevano subito diffuso una velina il 6 maggio 2022 e le bozze preparatorie erano state sintetizzate nel settembre successivo (senza turbare minimamente la magistratura), sempre su The post internationale.

Una commissione omnibus
Presieduta dal 5stelle Nicola Morra, la commissione aveva suddiviso le sue attività d’inchiesta in 24 sezioni che si sono occupate degli argomenti più disparati, molti dei quali distanti anni luce dalle vicende mafiose o di criminalità organizzata: la morte del ciclista Marco Pantani, il massacro di due minori a Ponticelli nel 1983, l’omicidio di Simonetta Cesaroni in via Poma a Roma, i delitti del mostro di Firenze, la morte di Pasolini. Fatti di cronaca nera in parte rimasti irrisolti. Sulle attività mafiose invece si è lavorato sulla strage di via dei Georgofili, le infiltrazioni negli enti locali, massoneria, usura, strage di Alcamo marina, presenza e cultura mafiosa nelle università e nell’informazione. Infine, ciliegina sulla torta, non poteva mancare – come si è visto – via Fani e il rapimento Moro. Insomma una commissione omnibus, aperta a tutte le vicende giudiziarie e non, una sorta di supplemento politico dell’attività investigativa delle forze di polizia e della magistratura. Non solo, ma con ampio utilizzo discrezionale, quasi personale, dello strumento d’inchiesta, che sembra essere sfuggito al mandato e al controllo parlamentare.

Una indagine doppione
Nel caso della relazione sui fatti di via Fani appare evidente l’entrata a gamba tesa sulle inchieste in corso condotte della Procura della repubblica e dalla Procura generale di Roma che hanno ereditato dalla precedente Commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, alcuni filoni d’indagine sulla vicenda Moro. Un doppione d’indagine che sembra quasi voler imporre la “giusta linea politica” all’inchiesta condotta dalla magistratura capitolina. Non solo, emergono ulteriori criticità sulla competenza territoriale: basti pensare al coinvolgimento come consulente del magistrato Guido Salvini, già collaboratore della precedente commissione Moro 2. Insoddisfatto del lavoro svolto nella precedente commissione – senza successo è bene sottolineare – Salvini si è ritrovato tra le mani una commissione tutta per sé, dando sfogo alla propria irrisolta libidine complottista che tormenta la sua esistenza. Questo magistrato, che svolge le proprie funzioni giudiziarie come Gip al settimo piano del tribunale di Milano, in questo modo è riuscito a dotarsi di una competenza sull’intero territorio nazionale per svolgere indagini, interrogatori e altro, senza possedere le dovute conoscenze e competenze sulla materia, e si vede dal risultato dei lavori. Un vero aggiramento politico delle norme e delle procedure giustificato da una sorta di stato d’eccezione complottista perseguito con fanatica voracità.

Il supermercato dei testimomi
A suscitare imbarazzo sono anche i metodi di indagine e le risorse impiegate: per esempio il tentativo di pilotare il ricordo di alcuni testimoni, trascelti perché ritenuti più comodi: tra questi Cristina Damiani che crede di vedere sei persone armate sulla scena, oltre all’agente Iozzino sceso dall’Alfetta di scorta, o ancora il ripescaggio dell’eterno ingegner Marini, uno che è riuscito a raccontare più bugie di Saviano, ricordatevi la storia del parabrezza del suo motorino. O ancora Luca Moschini che parla di una motocicletta vista prima dell’agguato cavalcata da uno dei quattro brigatisti in divisa da stewart dell’Alitalia, in contrasto con le dichiarazioni di tutti gli altri testimoni e con la moto descritta ad azione conclusa da altri due testi, Marini e Intrevado. Insomma la regola è quella del supermercato: mi scelgo i testi che meglio aggradano la mia teoria e ignoro quelli che la smentiscono e così diventa più facile far spuntare la presenza di un quinto sparatore in abiti civili, fuggito a piedi e in direzione opposta agli altri, nonostante sulla scena manchino i bossoli della sua arma, che poi sono l’unico dato obiettivo, e la sua fuga con un’arma lunga in mano (una canna di almeno 30 cm) non sia stata intercettata da nessun altro testimone che era sullo stesso lato del marciapiede nella parte alta di via Fani. E come si sarebbe allontanato dal luogo questo individuo, se non era salito in nessuna delle tre macchine del commando brigatista? Attendendo un mezzo pubblico ad una fermata dell’autobus di via Trionfale con un mitra in mano mentre vetture della polizia confluivano sul posto e l’intero quartiere si riversava in strada? Infine ci sono i soliti Pecorelli, De Vuono, Nirta, i calabresi, l’anello, persino lo stragista fascista Vinciguerra, uno dei cocchi adorati del giudice Salvini che non esita a metterlo dappertutto come il prezzemolo. Una specie di festival canoro di vecchie glorie del complottismo. Mentre chi c’era, i brigatisti, sono sempre dei bugiardi buoni a prendersi solo raffiche di ergastoli.

Il club dei dietrologi digitali
Ancora più problematico appare il ricorso ad alcune «consulenze esterne» del tutto prive di valenza scientifica: amichetti del quartierino complottista, dietrologi digitali, giornaliste da velina, amici della domenica che si dilettano del caso Moro come fosse un gioco di società. Insomma un circo Barnum, roba da avanspettacolo, un vero specchio del livello infimo della politica e delle istituzioni parlamentari attuali.

Se non sei complottista sei ancora un brigatista
Scorrendo le pagine della relazione ho scoperto persino di esser citato, il che devo dire mi suscita solo vergogna. A pagina 37 si richiama il mio ultimo libro, La polizia della storia, La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro (Deriveaprodi 2021). Nel testo mi si attribuisce l’appartenenza alle Brigate rosse che rapirono Moro, di cui parlerei come un conoscitore interno, «facendo mostra di un’adesione ancora attuale al pensiero brigatista». Il 16 marzo 1978 non avevo ancora compiuto 16 anni, ero un ginnasiale e mi trovavo nel mio liceo “sgarrupato” di via Bonaventura Cerretti, quartiere Aurelio di Roma. Era un magazzino di un palazzo sotto il livello stradale, buio, alcune aule piene di scritte del ’77 e dei bagni da dove uscivano i topi. Non c’era altro. Mancavano laboratori, aula magna, palestra. Non era una scuola ma un cesso di periferia. L’avevamo occupato e facevamo autogestione. Eravamo a due passi da Valle Aurelia e il convoglio che portava Moro verso la prigione di via Montalcini al Portuense transitò a due passi da lì, in via Baldo degli Ubaldi. Per parlare della mia esperienza in una delle ultime branche che si separarono da quel che restava delle Brigate rosse, a loro volta figlie della scissione in tre tronconi dei primi anni 80, bisogna attendere ancora otto anni. Altri tempi, altre storie.

Il secondo furgone e le parole ignorate di Moretti
Gli estensori mi citano per la presenza il giorno del sequestro di un secondo furgone, un Fiat 238 di colore chiaro, tenuto di riserva e parcheggiato lungo la via di fuga nella zona di Valle Aurelia. Mezzo da impiegare per un eventuale secondo trasbordo dell’ostaggio ma poi inutilizzato e spostato da uno dei brigatisti che parteciparono all’azione di via Fani. Di questa circostanza parlammo già nel libro uscito nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera (Deriveapprodi). Ne La Polizia della storia ho solo aggiunto il nome di chi realizzò quello spostamento. Aggiungono gli autori della relazione che «la circostanza della suo mancato utilizzo proviene solo, e anche in forma impersonale, dal racconto dei brigatisti in contatto con Persichetti», ciò – proseguono ancora gli esponenti della commissione – «E’ esempio, come in altri casi, di una logica di verità a rate».
A questo punto sarebbe il caso di sottolineare che a rate c’è solo il cervello a fette dei dietrologi, perché del secondo mezzo aveva parlato Mario Moretti nel libro con Rossanda e Mosca nel lontano 1994, «Oltrepassiamo senza fermarci il luogo dove avevamo messo una macchina per un cambio di emergenza qualora non fosse riuscita la prima operazione di trasbordo: è pericolosissima l’eventualità che sia stato notato il furgone col quale ci avviciniamo alla base, perché una segnalazione anche a distanza di giorni consentirebbe di circoscrivere la zona in cui ci troviamo. Ma non è necessario cambiare macchina», (Mario Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, Anabasi 1994, p. 131).
Punto.

Raisi, il lezzo dei falsari di parola e la querela archiviata contro Anna Di Vittorio

Lo scorso ottobre 2022 il giudice per le indagini preliminari Angela Gerardi ha archiviato la querela presentata dall’ex vice segretario dei giovani missini e poi parlamentare di Alleanza nazionale e variabili successive, Enzo Raisi, contro Anna Di Vittorio, sorella di Mauro Di Vittorio, il ventiquattrenne romano ucciso insieme ad altre 84 persone dalla bomba esplosa il 2 giugno 1980 nella stazione di Bologna.

La notizia nel libro di Paolo Morando
A darne notizia è Paolo Morando nel suo libro appena uscito per le edizioni Feltrinelli, La strage di Bologna, Bellini, i Nar, i Mandanti e un perdono tradito. Un volume che riassume con grande perizia gli ultimi due processi sulla strage, le oltre duemila pagine della sentenza Cavallini, la memoria della procura generale e le udienze del processo Bellini (la sentenza non è stata ancora depositata), ma soprattutto racconta una «piccola storia ignobile» poco nota al grande pubblico. La storia di un tradimento, la definisce Morando, la storia di una manipolazione si potrebbe aggiungere: quella che Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti realizzarono sulle spalle di Anna Di Vittorio e suo marito Giancarlo Calidori. Storia che permise a Francesca Mambro di accedere alla liberazione condizionale grazie al perdono richiesto ad Anna Di Vittorio, per poi pugnalarla alle spalle. I due infatti sposarono la tesi, promossa da Enzo Raisi e altri esponenti della destra, che indicava il fratello di Anna come il responsabile della strage rimasto accidentalmente ucciso nell’attentato.

Le nuove calunnie contro Mauro Di Vittorio
La querela di Raisi traeva origine proprio da questa vicenda. In occasione del quarantennale della strage di Bologna l’ex missino era tornato ad accusare Mauro Di Vittorio di essere stato il trasportatore della bomba esplosa nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione, il 2 agosto 1980. Una «ossessione» la sua al punto da aver ripetutamente chiesto negli anni precedenti al cadavere vilipeso di Di Vittorio di dimostrare la propria innocenza dopo avergli attribuito una identità politica di comodo, quella di «Autonomo», membro del collettivo del Policlinico, per poter sostenere i suoi legami con il palestinese Abu Saleh e la vicenda dei missili di Ortona; aver poi diffuso notizie non corrispondenti al vero sulle condizioni del suo corpo al momento del ritrovamento, affermando che fosse completamente carbonizzato. Con questa bugia voleva affermare che fosse vicinissimo alla bomba, per meglio dire che la tenesse con sé, così insinuando che la perizia giurata di ricognizione del cadavere presente negli atti giudiziari fosse falsa; sostenere, inoltre, che non avesse documenti d’identità ma che viaggiasse in incognito e che la carta d’identità ritrovata dai soccorritori fosse giunta intonsa all’obitorio dalle mani dell’anziana madre; così dicendo aveva dato del falso ideologico al verbale di riconsegna dei suoi effetti personali redatto dalla Polfer accusando di conseguenza la madre per la consegna della carta d’identità; aveva giurato che il diario di viaggio di Mauro fosse un clamoroso falso e che il biglietto della metropolitana parigina che aveva nella tasca dei pantaloni fosse la prova provata che egli non si sarebbe mai diretto a Londra ma avrebbe fatto tappa a Parigi per prendere in consegna da Carlos la valigia con l’esplosivo.
Affermazioni reiterate in un lunghissimo elenco di interviste, conferenze stampa, interventi sui social, interpellanze parlamentari, in un libro, Bomba o non bomba. Alla ricerca ossessiva delle verità, Minerva edizioni 2012. All’epoca non era stato il solo a sostenere cose del genere. Poi, davanti alle evidenze (chi prima, chi poi, chi in modo netto, chi in maniera subdola) nessun altro ebbe il coraggio di evocare il nome di Di Vittorio.
Una inchiesta a puntate pubblicata proprio su questo blog (leggi qui) aveva dimostrato, prove alla mano, la malafede di chi accusava Di Vittorio. Successivamente anche la procura di Bologna si era occupata del caso e nella archiviazione della indagine bis sulla strage aveva definito Di Vittorio «vittima oggettiva» della bomba. Nonostante ciò, nell’agosto del 2020 le calunnie di Raisi hanno trovato nuovo ascolto e sono state raccolte tra le dieci domande poste da un intergruppo di parlamentari del centrodestra , ‘La verità oltre il segreto’. Si tratta del quesito numero 9: «Perché sulla vittima Mauro Di Vittorio, legato ad ambienti dell’estrema sinistra romana che per tutti quel giorno doveva essere in Inghilterra, rimasto a lungo non identificato perché senza documenti e stranamente riconosciuto da madre e sorella che in teoria non sapevano della sua presenza a Bologna, non sono mai state fatte ricerche approfondite ma ci si è accontentati di una semplice dichiarazione della sorella che per altro ha dato diverse versioni su come sia arrivata a sapere della notizia della morte del fratello nella strage di Bologna?».

La risposta della sorella Anna
A quel punto Anna Di Vittorio ha preso carta e penna per qualificare su L’Alter-Ugo, il blog di Ugo Maria Tassinari, la condotta umana e civile di Raisi con parole che ne riassumevano, certamente per difetto, l’ostinato atteggiamento tenuto nei confronti del fratello: «mi appaiono in lui – oggettivamente – alcune difficoltà umane che lui, forse, non ha mai avuto il coraggio di affrontare e risolvere. Raisi è assolutamente incapace di saper leggere, saper scrivere, saper parlare in pubblico […] sono certa che Raisi sia – oggettivamente – “inconscio” a se stesso» e più avanti sottolineava la «sua impura malvagità».

Raisi l’offeso
L’ex parlamentare non gradì quelle parole e seguendo l’avventato suggerimento dell’avvocato Valerio Cutonilli, uno di quelli che avevano partecipato fin dall’inizio alla costruzione della pista Di Vittorio, e del deputato Federico Mollicone, definiti «primi soggetti percettori della portata offensiva della pubblicazione», e che pare avvertirono Raisi in una telefonata del primo agosto 2020, come indicato nel fascicolo, presentò querela negando, addirittura, di aver mai indicato Mauro Di Vittorio quale responsabile della strage. Il 2 gennaio del 2021, la procura ritenne infondata la denuncia e chiese l’archiviazione. A quel punto Raisi, reiterando la propria ossessione, impugnò la decisione. Il 19 ottobre 2022 il Gip ha chiuso la vicenda dando torto a Raisi.

Il lezzo della calunnia
Non sappiamo se Dante fosse un uomo di destra come ha sostenuto l’attuale ministro della cultura Sangiuliano, certo è che collocò i falsari di parola nell’ottavo cerchio dell’ultimo girone (canto XXX) condannati ad emanare dal più profondo dei pozzi un lezzo insopportabile.

Per chi volesse saperne di più qui l’intera storia
Strage di Bologna, il depistaggio di Raisi, Fioravanti, Pelizzaro & company contro Mauro Di Vittorio

Il criminologo Francesco Bruno, «Avevamo paura della sue lettere. Sono stato io a suggerire che Moro fosse affetto dalla sindrome di Stoccolma, ma era una menzogna»

Il Professor Francesco Bruno, psichiatria forense, criminologo di fama internazionale, conosciuto dal grande pubblico per la sua partecipazione ai talk televisivi dove era chiamato a commentare i casi di cronaca nera più noti e spinosi degli ultimi decenni, è morto l’11 gennaio scorso. Tutti lo ricordano mentre forniva la sue interpretazioni, spesso tranchants, sul delitto di via Poma, il massacro del bimbo di Cogne, la vicenda del mostro di Firenze che lo vide subire addirittura una perquisizione da parte degli inquirenti. Tuttavia agli albori della sua carriera Bruno si era occupato d’altro trovandosi al posto giusto nel momento giusto. Era stato infatti un giovane collaboratore molto ascoltato del professor Franco Ferracuti, psichiatra forense e criminologo, membro del comitato di esperti del Viminale nominato da Cossiga per elaborare la strategia del governo durante il sequestro del leader democristiano Aldo Moro realizzato dalle Brigate rosse. Divenuto consulente del Sisde al momento della riforma dei Servizi segreti, fu proprio Bruno – per sua stessa ammissione – a suggerire a Ferracuti l’impiego della teoria del condizionamento dell’ostaggio. Secondo questa tesi Moro si sarebbe trovato «sotto influenza», afflitto dalla «sindrome di Stoccolma».
Nel 1978 questa definizione non era ancora granché nota: coniata a seguito di un episodio accaduto a Stoccolma nel 1973 e nel quale due rapinatori tennero in ostaggio per oltre 5 giorni quattro impiegati. Contro ogni aspettativa i sequestrati empatizzarono fortemente con i loro sequestratori, al punto che una delle impiegate ebbe successivamente un lungo rapporto sentimentale con uno dei rapitori e al processo i quattro impiegati chiesero clemenza per i sequestratori. Nel fascicolo che raccoglie le relazioni dei membri del comitato di esperti del Viminale, presenti nelle carte della Direttiva Prodi depositata in Archivio di Stato, si trova ancora la fotocopia del volume di F.M. Ochberg, La vittima del terrorismo, 1978, 2 edizione italiana, citato nel testo di Ferracuti.
«Un primo argomento – si può leggere a pagina 2 del rapporto – in favore della ipotesi che gli aggressori esercitino un notevole controllo psicologico sulla vittima sta nel fatto che le missive da essa inviate si integrano perfettamente con i proclami degli aggressori». Più avanti si prende in considerazione l’ipotesi che questa integrazione «possa essere stata realizzata a posteriori», tuttavia secondo Ferracuti-Bruno «il gioco reciproco, e motivazionale, tra missive della vittima e messaggi degli aggressori è troppo stretta perché si possa escludere un alto grado di controllo sulla vittima stessa». A pagina 4, il duo Bruno-Ferracuti ricordando che Moro «faceva uso abbastanza generoso di farmaci e ne portava con se una scorta personale (scomparsa dal luogo del sequestro)», ritengono persino probabile che «determinati farmaci gli siano stati somministrati al di fuori della sua consapevolezza». Dalle analisi grafologiche – rilevano sempre i due – «si evidenziano segni di fini tremori, attribuibili possibilmente alla somministrazione di farmaci del gruppo dei neurolettici, e specificatamente del gruppo dell’aloperidolo».
Oggi suscita sicuro sconcerto leggere di un’analisi tossicologica elaborata per via grafologica, soprattutto dopo l’opera risolutiva sugli scritti di Moro dalla prigione di via Montalcini apparsa nel 2019 e curata da Michele Di Sivio, Il Memoriale di Aldo Moro, edizione critica, De Luca editore, nel quale la grafologa Antonella Padova, insieme a Di Sivio e Stefano Twardzik, dimostrano come le lettere e il cosiddetto Memoriale siano opera interamente cosciente e lucida di Moro.
L’espediente suggerito da Francesco Bruno, oltre ad essere falso fu una formidabile operazione di disinformazione, una vera e propria azione di controguerriglia psicologica che governo, forze politiche e grande stampa accolsero e utilizzarono cinicamente per sostenere la non veridicità delle lettere scritte da Moro nella prigione brigatista. Strategia che mirava a togliere valore politico all’ostaggio e al peso – altrimenti dirompente – delle sue parole per l’intero sistema politico-istituzionale e per l’opinione pubblica e impedire che la richiesta di una soluzione negoziata, sostenuta da Moro stesso, fosse presa in seria considerazione. Quella strategia ebbe un risultato ambivalente: per un verso fu un indubbio successo, perché condizionò le Brigate rosse che videro depotenziate le parole dell’ostaggio e di conseguenza anche i contenuti dell’interrogatorio a cui era stato sottoposto e che Moro aveva trascritto, in più versioni successive: un corpus complesso di materiali che prese, appunto, il nome di Memoriale. Situazione che ne rallentò il progetto di pubblicazione da parte brigatista. Al tempo stesso fu un drammatico fallimento perché decretando l’isolamento dell’ostaggio, prosciugò ogni margine possibile di manovra favorendo l’esito cruento del sequestro. Fino a quel momento le Brigate rosse non avevano mai giustiziato le persone rapite, i sequestri si erano sempre risolti con la liberazione dell’ostaggio. Circostanza che indusse probabilmente in errore gli analisti del Viminale.
In una intervista del maggio 2007, raccolta da Gianluca Cicinelli per L’Indipendente, Bruno ha sostenuto – forse per attenuare la portata del proprio errore – che la tesi della sindrome di Stoccolma era stata escogitata per fornire una via di uscita onorevole a Moro, una volta riottenuta la libertà. Separarlo dalle sue parole sarebbe servito a tutelarne il futuro politico, la sua carriera istituzionale: «Il mio scopo era di fare in modo che se Moro fosse stato liberato, con la scusa della sindrome, avrebbe potuto ritrovare un suo ruolo politico all’interno delle istituzioni senza perdere la faccia»(1).
Dettaglio non secondario per comprendere fino in fondo i risvolti di questa vicenda è l’appartenenza di Bruno al Pci, forza politica che più di ogni altra sostenne l’inautenticità delle lettere di Moro mostrando singolari assonanze con gli argomenti utilizzati dal duo Bruno-Ferracuti: oltre alla «mollezza» dello statista Dc nelle riunioni della Direzione del Pci si denunciava l’uso di droghe per manipolare la volontà dell’ostaggio(2). Bruno era entrato nel Sisde, in quota Pci, quando Botteghe oscure negoziò nell’ambito dell’accordo con la Dc le modalità di costituzione dei nuovi servizi di informazione e sicurezza «democratici».
Circostanza che oggi porta a rileggere quei fatti in modo diverso e ad interrogarsi sulla capacità di controllo e condizionamento che il Pci seppe esercitare nei 55 giorni, piazzando suoi uomini nei luoghi dove si prendevano decisioni strategiche. Ecco che allora le interminabili polemiche sull’«americano» Steven R. Pieczenik, il funzionario del Dipartimento di Stato (non un membro della Cia), psicologo esperto di guerra psicologica che partecipò anch’egli su richiesta del ministro dell’Interno Cossiga al comitato di esperti, o sull’appartenenza di Ferracuti (successiva al sequestro) e di altri alla P2, sembrano aver intorpidito le acque invece di schiarirle.

Note
(1) Per una ricostruzione più approfondita del contesto di questa vicenda leggi, «Novembre 1977, Aldo Moro chiede aiuto alla Cia per contrastare le Brigate rosse», in La polizia della storia,la fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, cap. 5, «Appunti sul rapimento Moro, pp. 53-59, Deriveapprodi 2022.
(2) Leggi in porposito «La posizione del partito comunista», in Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Parte terza, cap. 3, pp. 401-454, Deriveapprodi 2007.

«Un contadino nella metropoli», esce una nuova edizione del libro di memorie di Prospero Gallinari

Anticipazione – Pubblichiamo la nuova introduzione al libro di memorie scritto da Prospero Gallinari, pubblicato dalle edizioni PGreco. Alla fine del volume sono presenti anche due documenti politici di bilancio storico scritti negli anni 90 che portano la sua firma insieme a quella di altri ex appartennenti alle Brigate rosse con cui Gallinari aveva condiviso impegno e discussione politica dentro le Br e poi negli anni che hanno seguito la chiusura di quella esperienza


Dieci anni fa, il 14 gennaio 2013, Prospero Gallinari moriva a Reggio Emilia. Colpito dall’ultimo e definitivo malore cardiaco, venne trovato nei pressi della sua abitazione, riverso al volante dell’automobile. Era agli arresti domiciliari per motivi di salute. Come ogni giorno, si apprestava a recarsi nella ditta dove aveva il permesso di lavorare svolgendo mansioni di operaio.
Ai suoi funerali presenziarono molte persone. Vecchi militanti delle Brigate Rosse, anziani esponenti del movimento rivoluzionario italiano, tanti emiliani che lo avevano conosciuto da giovane, e tanti giovani che avevano imparato a rispettarlo ascoltando le sue interviste, e leggendo il suo libro di ricordi intitolato Un contadino nella metropoli.
Sembrò e fu veramente un funerale di altri tempi. Una testimonianza di unione, e una occasione per legare insieme passato, presente e futuro, nel ricordo di un uomo la cui integrità era assolutamente incontestabile. La circostanza disturbò parecchio. Piovvero dichiarazioni di condanna e fioccarono persino denunce. Come si era potuto pensare di seppellire quel morto in quel modo? Ci sono cose, nel nostro paese, che non si devono fare. Scoperchiare l’infernale pentola della storia, come la chiamava Marx, può essere pericoloso.
Infatti la storia è un campo di battaglia. E lo è nel duplice senso di mostrarsi come terreno di lotta fra le classi tanto nel suo svolgimento, quanto nella sua ricostruzione postuma. Questo assunto, o se si vuole questa cruda verità, emerge nel modo più chiaro quando si parla degli anni Settanta italiani. A distanza di parecchi decenni, risulta evidente l’importanza politica e la vastità sociale del conflitto che vi si produsse fra il proletariato e la borghesia. Ma non per caso, dopo tutto questo tempo, le polemiche infuriano ancora senza esclusione di colpi, inscenando sempre lo stesso copione: il rifiuto, da parte della classe dominante, di ammettere che il proprio potere venne messo in discussione da una nuova generazione di comunisti, radicata nella società e intenzionata a dare senso concreto alla parola rivoluzione.
È senz’altro una coazione a ripetere. Una ossessione che talora (come nel caso della cosiddetta dietrologia) raggiunge i limiti del grottesco. Ma non dobbiamo stupirci. Corrisponde a un bisogno profondo della borghesia, concepire se stessa come classe universale e come ultima parola della storia. La miseria, le guerre e i fascismi che il suo sistema sociale ha prodotto e produce, non contano. La borghesia espone orgogliosa le sue costituzioni, indifferente alle palesi contraddizioni fra le parole e i fatti. Naturalmente, il gioco salta quando gli oppressi prendono coscienza della loro effettiva condizione, mettendo in discussione in modo razionale e organizzato il capitalismo. È successo molte volte e succederà ancora. Per questo è utile leggere Un contadino nella metropoli. Perché è la storia di un uomo che ha vissuto fino in fondo dentro la sua classe. Perché è un capitolo di storia di una classe che, sapendo annodare i propri fili, ha lanciato e sostenuto sfide temerarie, disposta a ricominciare sempre daccapo.

Qui ha senso dire qualcosa su Prospero Gallinari. Con lui, la natura era stata generosa. Gli aveva dato coraggio, pazienza, saggezza e volontà. In cambio, dopo i trent’anni, si era presa un po’ di salute. Ma gli infarti e le ischemie non avevano piegato l’emiliano della bassa. Conservava senza sforzo il suo istintivo buonumore. E la coerenza, in lui, mostrava qualcosa di semplice e concluso. Non era testarda ostinazione. Non era arrogante protervia. In Prospero Gallinari, la costanza dei modi e delle idee traeva il suo senso da una scelta fatta per sempre. Senza rimpianti. Senza leggerezze. Con il respiro lungo del contadino. E con la responsabilità asciutta del comunista.
Sono caratteristiche esemplari. Oggi è lecito sottolinearlo, davanti all’arco di una vita che si presenta incastonata nel largo mattonato della lotta di classe. Gallinari era nato in una famiglia povera e aveva iniziato molto presto a lavorare. Era stato educato alla fatica e alla soddisfazione del pane guadagnato con le proprie mani. Ma in questa casa, e nella sua Reggio degli anni Cinquanta, aveva anche appreso un orgoglio superiore. Quello del proletariato cosciente. Quello di una classe potenzialmente dirigente che, nel sistema togliattiano dell’Emilia Rossa, vedeva i primi frutti della battaglia anti-fascista, forgiando l’edificio della via italiana al socialismo.
Toccò in sorte a Gallinari, e a molti altri come lui, di dover ridiscutere tutto. Ci furono strappi, fratture, accuse e delusioni. Il Partito Comunista Italiano appariva attardato e titubante davanti alla rottura del 1968. Un intero mondo batteva alle porte del neocapitalismo europeo, chiedendo assai più dell’equità, chiedendo semplicemente la rivoluzione.
Fu davvero un taglio netto. Ed esso restò, insieme al bagaglio precedente, un patrimonio personale di Prospero, evidentissimo nel suo modo di essere. Si può detestare il burocrate senza predicare l’indisciplina. Si può contrastare l’ipocrisia senza cedere all’individualismo. La scuola del comunismo emiliano, con i suoi termometri ampi, non fu mai rinnegata da Gallo, che rifuggiva spontaneamente dai settarismi e dalle manie estremistiche della piccola borghesia. Ma la necessità delle rotture, del saper camminare anche in pochi, di andare controcorrente, rimase sempre vigile in lui, nutrendo una idea di avanguardia che aveva il gusto del destino accettato e compreso.
Non a caso, Prospero Gallinari portò tutta la sua determinazione nelle Brigate Rosse. In questa organizzazione riversò l’insieme delle sue convinzioni: il senso del partito, la mentalità guerrigliera, l’etica di una generazione che pensava in modo internazionale e non aveva paura di tagliare i ponti dietro sé. Le Brigate Rosse erano senz’altro, per lui, il duro strumento di una battaglia radicale. Ma costituivano anche una comunità di uomini e donne uniti da una scelta di vita, dove mettersi alla prova ogni giorno di nuovo. Cambiare la targa di una automobile rubata, partecipare al sequestro di Aldo Moro, stilare un documento politico, o pulire la cella di un carcere speciale, erano compiti che assolveva con la stessa anti-retorica, e spesso ironica, dedizione. Era in grado di imparare, e di ammetterlo senza alcuna difficoltà, dal compagno più inesperto di lui. Era in grado di aiutarlo con brusca delicatezza, indovinando il lato umano del problema.
Non stiamo esagerando. A Gallinari le esagerazioni non piacevano. Stiamo solo parlando dell’uomo, del militante, del brigatista. Alle Brigate Rosse egli diede interamente se stesso, con la naturalezza dei doveri elementari. Ne seguì per intero la parabola. Ricusò ogni compromesso. Scansò ogni facile presa di distanza.
Perché a lui, come a tanti altri rivoluzionari prima di lui, venne incontro la sconfitta. E proprio nella sconfitta Prospero ebbe virtù particolari, un atteggiamento che merita di essere ricordato. Non coltivò sdegnosi personalismi. Non si negò alla discussione con chi ignorava il particolare contesto degli anni Settanta. Il suo cruccio era la trasmissione autentica di un patrimonio di esperienze alle nuove generazioni. Per questo, alieno come risultava da ogni vittimismo, sollecitò fra i movimenti una battaglia a favore della liberazione dei prigionieri politici. E per questo, lontano come era da ogni protagonismo, spiegò ovunque gli fu possibile il senso di una vicenda che veniva calunniata a colpi di dietrologie, di deformazioni interessate, di chiassosi o più sottili schematismi.
Sì, Prospero Gallinari era un comunista che, volendo usare parole grosse, sapeva rispettare la superiorità immanente della storia. Ma sapeva anche che questo orizzonte non comporta un lieto fine assicurato, e tutta la sua vita si è spesa al servizio di una scommessa da impegnare ogni volta di nuovo, negli esperimenti sempre diversi dell’azione collettiva.

Parliamo infine del libro. Il lettore di Un contadino nella metropoli ha davanti a sé una successione ragionata di ricordi. Sono ricordi essenzialmente politici. Eppure non manca l’at- tenzione alle cose della vita, ai tanti significati dell’esistenza quotidiana. Non si tratta del semplice rimpianto del militante o del prigioniero per la privazione degli affetti privati, e dei colori e dei suoni del mondo. Si tratta del rapporto con la terra e con l’aria, della relazione con il susseguirsi delle stagioni, della misura ereditata dalla manualità collettiva del lavoro contadino. In Gallinari tutto questo era radicato nell’animo, e non si era affatto smarrito nel suo viaggio dentro la metropoli. Ne derivava una speciale schiettezza. Una schiettezza niente affatto ingenua che il lettore del libro incontrerà fra le pagine, dove l’uomo, il militante e il dirigente politico riescono a parlare senza orpelli e narcisismi, con una lingua netta e sincera, che rende il ricordo prezioso, consegnandolo alla storia.
Si parla infatti molto spesso, e anche con ragione, dei limiti e dei pericoli della memorialistica. Per le Brigate Rosse ce n’è stata tanta, forse troppa, anche perché l’interdetto scagliato dalla classe dominante sul dibattito storico-politico ha consegnato al racconto, al referto individuale, alla narrazione più o meno veritiera delle esperienze vissute, una funzione di supplenza non sempre positiva. Solo ora alcuni storici cominciano a mettersi in moto con le dosi minime di competenza. E in ogni caso si avverte la mancanza di uno sguardo generale, di uno sguardo complessivo capace di collocare la vicenda della lotta armata dentro l’ampio spazio delle lotte di classe italiane e europee degli anni Settanta, nonché dentro la vicenda più generale del comunismo storico, di cui le Brigate Rosse fanno parte a pieno titolo.
Ecco, forse questo è il contributo più importante che Un contadino nella metropoli fornisce sia al lettore curioso, sia a quello militante, sia infine allo studioso al lavoro sul materiale della storia. Le Brigate Rosse sono state una organizzazione rivoluzionaria e comunista. Sono nate nella classe operaia, con l’esplicito obiettivo di trovare una strada per la conquista del potere politico nelle nuove condizioni create dal capitalismo e dalla situazione mondiale del secondo dopoguerra. Hanno incontrato e provato a risolvere i problemi classici del marxismo rivoluzionario. Hanno dovuto inventare, ma lo hanno fatto dentro un solco più lungo e più ampio della loro esperienza. Hanno scritto e teorizzato, ma il loro pensiero si riallacciava a un dibattito internazionale che andava ben oltre i confini italiani, puntando a riattivare i temi del leninismo nel paese del Biennio rosso, della Resistenza antifascista, del Sessantotto studentesco e del Sessantanove operaio.
Non era un compito facile, e il libro di Prospero Gallinari offre molti spunti per comprendere sia i meriti sia i limiti delle Brigate Rosse. In ogni caso, il suo autore non cerca sconti. Non gioca a fare il duro. Nemmeno scarica colpe sull’epoca, sulle ideologie, sulla tenaglia del Novecento irretito dai doveri totalizzanti. Semplicemente, Gallinari restituisce l’orgoglio della forza e dell’unità, il dispiacere per le divisioni e le scissioni, le domande che una storia collettiva ha posto a se stessa, lasciandole in eredità alle generazioni successive.
Dopodiché non è lecito illudersi. Sentiremo ancora dire che Prospero è stato solamente un assassino, e non avremo risposte facili, perché certamente egli ha usato la violenza contro chi considerava nemico della sua gente. Leggeremo fino alla nausea che ha incarnato il prototipo del militante fanatico, e non potremo svicolare, perché senza dubbio egli aveva rinunciato alla comoda perfezione degli animi imparziali.
La verità è che in questo mondo fatto di oppressione e di dolore, Prospero Gallinari aveva preso in parola il comunismo fin da ragazzo, e ha lasciato almeno il morso dei suoi denti sulla mano che ci percuote da millenni. È un vanto del proletariato saper produrre individui simili, perché è su questi indispensabili, come li chiamava Brecht, che riposa la possibilità di oltrepassare un giorno i confini della società borghese.

Gennaio 2023

Le compagne e i compagni di Prospero