Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano, casa editrice Giulio Einaudi

Ecco il testo integrale della lettera di diffida mandata ad Einaudi dal presidente del Centro Giuseppe Impastato, Umberto Santino. Ad essere contestata è la ricostruzione “superficiale” della riapertura delle indagini sull’assassinio di Peppino Impastato nel libro La parola contro la camorra di Roberto Saviano, in cui viene disconosciuto il ruolo del centro e delle lotte fatte negli ultimi trent’anni

Palermo, lì 04.10.2010

Spett. le
Giulio Einaudi Editore S.p.A.
Sede legale
Via Umberto Biancamano n° 2
10100 Torino

Oggetto: Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano, casa editrice Giulio Einaudi

Ho ricevuto incarico dal dott. Umberto Santino, Presidente e legale rapp.te del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo – che unitamente a me sottoscrive la presente – per rappresentarVi che il libro in oggetto contiene affermazioni contrarie alla verità storica che ledono l’identità e l’immagine del suddetto Centro di ricerca e di studi, oltre che dei familiari di Giuseppe Impastato (la madre Felicia Bartolotta deceduta nel dicembre 2004, il fratello Giovanni e la cognata Felicia Vitale), assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 dalla mafia con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia nel territorio di Cinisi (PA) nel corso della campagna elettorale.
E, infatti, nel libro da Voi pubblicato La parola contro la camorra, l’autore Roberto Saviano, alle pagine 6-7 con riferimento all’assassinio di Impastato, ignorando del tutto il ruolo del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” nella ricostruzione della verità su tale delitto, le complesse e lunghe vicende che hanno condotto ai due processi di condanna dei mandanti dell’omicidio di Impastato, nonché il lavoro della Commissione parlamentare Antimafia, scrive: “Quando Impastato fu ucciso, l’opinione pubblica venne inconsapevolmente condizionata dalle dichiarazioni che provenivano da Cosa Nostra. Che si fosse suicidato in una sottospecie di attentato kamikaze per far saltare in aria un binario. Questa era la versione ufficiale, data anche dalle forze dell’ordine. Poi dopo più di vent’anni, nasce un film, I cento passi, che non solo recupera la memoria di Giuseppe Impastato – ormai conservata solo dai pochi amici, dal fratello e dalla mamma – ma addirittura la rende a tutti, come un dono. Un dono alla stato di diritto e alla giustizia. Questa memoria recuperata arriva a far riaprire un processo che si chiuderà con la condanna di Tano Badalamenti, all’epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista”.

Ma, da un semplice esame cronologico dei seguenti fatti emerge:

A) il film “I cento passi” è stato presentato al Festival di Venezia il 31 agosto 2000 ed è uscito nelle sale solo nei mesi successivi;

B) Già nel 1998 la Commissione Parlamentare Antimafia ha costituito un Comitato sul “Caso Impastato” e ha redatto una relazione che è stata approvata nel dicembre del 2000;

C) le indagini (e non già il processo) sono state riaperte molto prima del film: il primo processo, quello con rito abbreviato contro Vito Palazzolo, è cominciato nel marzo del 1999 e si è concluso nel marzo del 2001 con la condanna a trent’anni di reclusione; l’altro, quello contro Gaetano Badalamenti, in videoconferenza si è aperto nel gennaio del 2000 e si è concluso nell’aprile del 2002 con la condanna all’ergastolo.

È, quindi, di tutta evidenza ed emerge dalla constatazione cronologica dei suddetti avvenimenti che la ricostruzione dei fatti operata dal Saviano è, quantomeno, grossolana e superficiale e disconosce ingiustamente l’attività e il ruolo culturale svolto dal Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” che, all’indomani del delitto, ha supportato i familiari e i compagni della vittima e, con insistente impegno, ha contribuito alla riapertura delle indagini e alla ricostruzione storica del delitto e della sua matrice.
A riprova di ciò si dà una breve ricostruzione delle attività del Centro. Subito dopo il delitto, l’11 maggio 1978, il Centro con altri ha presentato un esposto alla Procura sostenendo che Impastato era stato ucciso dalla mafia e la mattina dello stesso giorno il dott. Umberto Santino, fondatore del Centro, ha organizzato un’assemblea presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo e nel pomeriggio a Cinisi ha tenuto il comizio di chiusura della campagna elettorale, che doveva tenere Impastato, indicando il capomafia Gaetano Badalamenti come mandante dell’assassinio.

Nel luglio del 1978 il Centro, attraverso il Comitato di controinformazione “Peppino Impastato”, costituitosi presso il Centro, ha pubblicato il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, ricostruendo l’attività culturale e politica di Impastato e ha sostenuto i familiari costituitisi parte civile nel novembre dello stesso anno. Il 6 novembre il sostituto procuratore Domenico Signorino trasmette gli atti all’Ufficio Istruzione per aprire un procedimento per omicidio premeditato ad opera di ignoti.

Nel gennaio del 1979 il Centro ha sollecitato il partito Democrazia proletaria a costituirsi parte civile e successivamente ha presentato, assieme ai redattori di Radio Aut, la radio fondata da Impastato, un promemoria sull’andamento delle indagini, ribadendo la matrice mafiosa del delitto, e un esposto, in seguito al quale il consigliere istruttore Rocco Chinnici ha chiesto il sequestro delle pratiche del Comune di cui Impastato si era occupato. Nel maggio dello stesso anno, nel primo anniversario dell’assassinio di Impastato, ha organizzato a Cinisi una manifestazione nazionale contro la mafia, la prima della storia d’Italia.

Negli anni successivi il Centro ha organizzato, assieme ai familiari e alcuni compagni di militanza, le iniziative per ricordare Impastato e in seguito all’ordinanza-sentenza del maggio 1984, predisposta dal consigliere Chinnici, assassinato il 29 luglio 1983, e completata dal suo successore Antonino Caponnetto, in cui si affermava la matrice mafiosa del delitto attribuendolo a ignoti, ha pubblicato il dossier Notissimi Ignoti e il libro La mafia in casa mia, con la storia di vita della madre di Impastato, che ha fatto riaprire ancora una volta le indagini. In seguito all’archiviazione disposta dal sostituto procuratore De Francisci (febbraio 1992) il Centro ha ribadito la responsabilità di Badalamenti e nel 1994 ha chiesto che venisse ascoltato il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, della famiglia mafiosa di Badalamenti.

La richiesta del Centro è stata accolta e nel febbraio del 1996 le indagini si sono riaperte. Si arriva così alla richiesta di rinvio a giudizio di Badalamenti e del suo vice Vito Palazzolo e ai processi con le condanne di entrambi come mandanti dell’omicidio.

Le affermazioni del Saviano, proprio perché contenute in un libro a larga diffusione, sono mortificanti e offensive per chi, come il predetto Centro siciliano di documentazione – totalmente autofinanziato e quindi senza mezzi pubblici né mediatici – ha dedicato tutta la vita alla lotta alla mafia e alla ricerca della verità sul delitto Impastato.
Quelle contenute nel libro in contestazione sono una falsa rappresentazione dei fatti che per onore della verità sono andati molto diversamente da quanto sostenuto dal Saviano.

Ed infatti:

1) Ignora la storia il Saviano quando dice: “… Poi dopo più di vent’anni, nasce un film, I cento passi… Dimentica l’autore (consapevolmente?) più di vent’anni di lavoro del dott. Umberto Santino e del Centro di ricerca da lui diretto: le lotte, le manifestazioni all’indomani dell’assassinio nonché quelle annuali (ma non solo) organizzate per gli anniversari dell’assassinio dal Centro Impastato e dai familiari, i lavori di ricostruzione del delitto e le pubblicazioni del Centro Impastato; senza considerare che l’autore ha ignorato il lavoro della Commissione Parlamentare Antimafia (stimolato peraltro dal predetto Centro di ricerca), il lavoro dei magistrati e degli avvocati dei familiari. Nessun film ha “riaperto” il processo. Senza il lavoro continuo e costante del Centro di ricerca diretto dal dott. Umberto Santino, con il prezioso e instancabile contributo quotidiano della dott.ssa Anna Puglisi, e dei familiari di Giuseppe Impastato, le indagini non si sarebbero riaperte.

2) La stessa imprecisione terminologica usata nel testo rivela la leggerezza con cui vengono rappresentati i fatti in questione: i processi non si riaprono, semmai si riaprono le indagini! E nella fattispecie, grazie al lavoro del Centro siciliano di documentazione (dei familiari assistiti dagli avvocati e, ovviamente, del pubblico ministero), sono state riaperte (molto prima del film in questione!) le indagini (e non già un processo!) che hanno condotto a due processi (e non uno come invece sostenuto nel libro). Si ripete: il processo con rito abbreviato contro Vito Palazzolo è cominciato nel 1999 e si è concluso nel marzo 2001 con la condanna a trent’anni del Palazzolo; quello contro Gaetano Badalamenti si è aperto in videoconferenza a gennaio 2000 e si è concluso nell’aprile del 2002 con la condanna all’ergastolo dell’imputato. Il film, invece, è uscito nelle sale cinematografiche solo negli ultimi mesi del 2000!

3) L’autore ignora anche il lavoro svolto dalla Commissione parlamentare antimafia. Nell’ottobre 1998, infatti, su richiesta dei commissari di Rifondazione Comunista, la suindicata Commissione ha costituito un Comitato di lavoro sul “Caso Impastato” e, con la collaborazione del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”, dei familiari e dei compagni ha redatto, dopo due anni di intenso lavoro ed audizioni, una relazione che è stata approvata nel dicembre 2000. Relazione che il Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” ha fatto pubblicare nel libro Peppino Impastato. Anatomia di un depistaggio (Editori Riuniti Roma 2001, 2006).

È di tutta evidenza che l’autore rappresenta in modo falso e con estrema superficialità i fatti, mitizzando il film.

4) “… Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista”: chi studia con serietà i fatti come sopra rappresentati, anche attraverso le pubblicazioni del Centro di documentazione e gli atti dei due processi ai mandanti, sa che la dignità di Giuseppe Impastato è stata salvaguardata proprio dal Centro di documentazione e dal Suo presidente, dott. Umberto Santino, che unitamente ai compagni e ai familiari, già all’indomani del delitto ha affermato ad alta voce e pubblicamente la matrice mafiosa del delitto voluto e organizzato dalla mafia di Cinisi a causa dell’attività politico-culturale svolta da Giuseppe Impastato in quel territorio.

È palese, a questo punto, la violazione del principio della verità storica che grava su chi fa o assume di fare informazione e pubblica notizie. Senza considerare che un testo come quello in questione è destinato a circolare in numerosissime copie e a divulgare una falsa rappresentazione dei fatti.
Non solo, ma il libro viola l’identità personale e l’immagine del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” quale soggetto che, sin dal 1977, è impegnato a lottare la mafia sul territorio e che ha avuto un ruolo essenziale nella ricostruzione dei fatti relativi all’omicidio dell’Impastato, tant’è che ne porta dal 1980 il nome!

Si invita e diffida, pertanto, l’editore a rettificare quanto contenuto nelle pagine 6 e 7 del libro in questione, a ritirare dal commercio l’edizione in corso di distribuzione e a rettificare le edizioni successive tenendo conto delle sopra riportate notizie.
In mancanza, sarò costretto ad agire in giudizio per la tutela delle ragioni tutte – anche risarcitorie – del mio cliente, con conseguente aggravio a Vostro carico anche per spese legali, interessi e risarcimento danni come per legge.

Distinti saluti

dott. Umberto Santino
(n.q. Presidente del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”)

(Avv. Pietro Spalla)
(Avv. Antonina Palazzotto)

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Marcegaglia, il dossier che non c’è. Ennesimo episodio della guerra civile borghese in corso

Il Giornale di Feltri si prende gioco di tutti e pubblica una rassegna stampa dei maggiori quotidiani italiani nella quale si raccontano malefatte e disavventure giudiziarie della holding di famiglia della presidente della Confindustria. Il dossier minacciato e poi cercato dalla procura di Napoli nella redazione del quotidiano della famiglia Berlusconi non esiste, ma i fatti sono noti.
La vicenda, come si apprende dal Corriere della sera di lunedì 11 ottobre, scaturisce da una inchiesta della procura partenopea sulle attività economiche con risvolti illeciti nel settore dello smaltimento dei rifiuti del gruppo Trevi che fa capo al vice presidente della Confindustria Cesare Trevisani. Inchiesta che aveva visto coinvolto anche il gruppo Marcegaglia.
Dall’attività d’intercettazione emerge un contrasto tra il vice direttore del Giornale e il segretario particolare della Marcegaglia (il cui telefono era sotto ascolto) a causa di alcune dichiarazioni critiche rese da quest’ultima sull’operato della maggioranza di Governo. Nicola Porro del Giornale evoca la pubblicazione di un dossier, parla di “segugi” che da Montecarlo (sede dell’inchiesta sull’affaire Fini-Tulliani) andranno ad indagare a Mantova, dove a sede l’impresa familiare della Marcegaglia per “fargli un c…. così”.

La presidente della Confindustria preoccupata che gli affari poco puliti di famiglia possano finire sulle prime pagine di tutti i giornali chiama Fedele Confalonieri per chiedergli di intercedere presso Feltri e farlo recedere dalle cattive intenzioni. Interrogata dalla procura, afferma di aver percepito una minaccia nelle intenzioni del Giornale. La procura apre un indagine nella quale configura il reato di violenza privata e poi cerca il dossier ma resta con un pugno di mosche in mano.
La vicenda fotografa una nuova puntata del feroce scontro di potere tra fazioni della borghesia. Come al solito Repubblica, Unità e Pd si affrettano a promuovere la Marcegaglia ultima eroina della democrazia, nonostante le evasioni fiscali patteggiate, gli appalti irregolari, le tangenti e i fondi neri, sol perché è entrata in rotta di collisione con Berlusconi.
Ma i fatti dicono un’altra cosa: Berlusconi ricatta i suoi avversari, i gruppi finanziari ed economici rivali e le loro emanazioni politiche, perché conosce le loro magagne e sa che non sono diversi da lui. Siamo di fronte ad una guerra tra simili

Paolo Persichetti
Liberazione 10 ottobre 2010


Una collezione di articoli abrasivi sulle disavventure giudiziarie che hanno investito l’attività economica della famiglia Marcegaglia, apparsi nei mesi scorsi sui più importanti quotidiani italiani, Corriere della sera, Repubblica, Stampa, Espresso, Unità e Fatto quotidiano. E’ questo il dossier  sulla presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, annunciato da Vittorio Feltri nel corso della trasmissione, Le invasioni barbariche, tenuta da Irene Bignardi su La 7 e pubblicato ieri dal Giornale. Un vero colpo di genio, va riconosciuto. Feltri si è preso gioco di tutti, in primis dei pm della procura di Napoli che giovedì scorso hanno fatto perquisire la redazione del quotidiano della famiglia Berlusconi in cerca proprio del dossier la cui minaccia di pubblicazione era comparsa durante l’intercettazione di una telefonata intercorsa tra il vice direttore del Giornale, Nicola Porro, e il segretario particolare della presidente della Confindustria, Rinaldo Arpisella, sotto ascolto nell’ambito di una inchiesta su illeciti commessi dalle società della gruppo Marcegaglia. Il dossier non esiste dunque? O meglio “l’officina dei dossier”, come scrive Feltri, appartiene ad altri? La risposta alla prossima puntata.
E sì, perché il feroce scontro di potere senza esclusioni di colpi che oppone da tempo le diverse fazioni che si annidano tra i poteri forti è diventato un serial a puntate, di quelli interminabili, ricchi di colpi di scena, scritti da sceneggiatori di grande fattura. Lo spettacolo è assicurato. La storia italiana degli ultimi decenni è storia fondamentalmente borghese. Borghesi sono gli eroi civili commemorati nelle cerimonie pubbliche, borghesi sono le figure vincenti, i modelli trionfanti, i capitani d’impresa, i maghi del mercato. La società commerciale è divenuta la nuova fonte battesimale, l’unico riferimento culturale legittimo. Borghese è diventato anche il borgataro, come racconta Walter Siti, e un po’ borgatara è diventata certa borghesia dai gusti e modi villani. Il contagio non risparmia nessuno. Questa trama a ceto unico è traversata da un lacerante conflitto, una guerra civile, borghese appunto. Se il monopolio classista della scena non appare affatto in discussione, due gruppi si affrontano per conquistarne il controllo. Vincente da tempo è il blocco berlusconiano che ha tolto lo scettro alla decadente aristocrazia economico-finanziaria di stampo azionista uscita dal dopoguerra. Un populismo che miscela elementi elitari e plebiscitari, premoderni e ipermoderni, che ha riaffermato il ritorno alla leadership carismatica nella quale il potere patrimoniale ha sostituito la vecchia legittimità paternalista-patriarcale. Modello mai accettato dalle vecchie famiglie che dominavano il capitalismo italiano. Tollerato per ragioni di forza maggiore, ma sempre percepito come eversivo. Di volta in volta questi altri poteri sono scesi a patti, hanno tentato di condizionarne il percorso ma periodicamente è riemersa la voglia di buttarlo giù da cavallo. Il gioco di sponda con le procure non ha mai veramente funzionato perché Berlusconi si è difeso dai processi con un fantasioso arsenale di leggi, scudi e artifici non tanto ad personam quanto contra omnes. Per coprire i vantaggi propri inaspriva le norme contro il resto della popolazione, soprattutto più debole. L’offensiva giudiziaria si è rivelata poi il suo miglior strumento di consenso trasformando i magistrati nei suoi (involontari) grandi elettori. I ribaltoni vari, i governi tecnici, il ricorso ai grandi banchieri per guidare coalizioni alternative non lo hanno mai disarcionato una volta per tutte. E così la guerra reciproca prosegue senza risparmio di dossier sparati dai gruppi editoriali di punta delle opposte fazioni. La vicenda D’Addario, le fanciulle che animano i fine serata di palazzo Grazioli o le feste a villa Certosa, da una parte. Per tutta risposta la vicenda Boffo e la grande telenovela dei Tulliani sull’appartamento di Montecarlo, colpo basso contro Gianfranco Fini, dall’altra. Senza dimenticare il caso Unipol-Bnp, con le telefonate di Consorte a Fassino e D’Alema.
Insomma i dossier non li ha inventati Berlusconi, ma di certo i suoi li sanno usare benissimo.

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Campagna per la sicurezza sul lavoro del ministero diretto da Maurizio Sacconi: la colpa è di chi “non si vuole bene” (via Polvere da sparo)

Vincenzo Maggioni
10 ottobre 2010

I morti sul lavoro sarebbero vittima del mancato rispetto di sé, del volersi male al punto da metere a repentaglio la propria vita danneggiando inevitabilmente anche quella dell’imprenditore che offre lavoro per pura filantropia. E’ questo il succo della campagna contro le morti sul lavoro che ci suggerisce il ministero del lavoro e delle politiche sociali diretto da Maurizio Sacconi. La filosofia è molto chiara: le vittime di incidenti sui posti di lavoro se la sono cercata per imprudenza e per voglia di strafare, di lavorare e rischiare più di quanto il datore di lavoro pretenda. Il quale poverino non vede l’ora di rimandare i suoi dipendenti a casa e per carità non pretende straordinari, non vuole ritmi più intensi, certamente prende tutte le precauzioni del caso e segue alla lettera le norme sull’antinfortunistica, anzi sulla base dell’esperienza quotidiana introduce ancora maggiori precauzioni.
Le cose come sappiamo vanno così nei cantieri e nelle officine. Sono andate così alla ThyssenKrupp. Sono andate così alla Dsm, ex Pierrel, di Capua dove tre operai sono morti in una cisterna spinti a scendere d’urgenza in ore straordinarie per una miseria e morti perché per risparmiare l’azienda aveva impiegato durante le pulizie dei silos un gas nocivo al posto di quello inerte. Ma per Sacconi quei tre operai “non si volevano bene” e non volevano bene alle loro famiglie e nemmeno al loro padrone che ora è sotto inschiesta. Avrebbero potuto rifiutarsi, certo. Solo che un attimo dopo sarebbero stati licenziati, grazie alla flessibilità in uscita predicata dai controriformisti come il ministro Sacconi.

Che almeno questi signori di governo abbiano il coraggio e il buon gusto di essere coerenti una volta per tutte applicando anche a loro stessi questa filosofia del rischio quando certi incidenti arrivano a colpire le loro belle e remunerate carriere.
Se dovesse accadergli qualcosa ora sappiamo che se la sono cercata, perché non si volevano bene.

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SCIOPERO DEL LAVORO NERO tra Napoli e Caserta (via Polvere da sparo)

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Francia, ecco la legge che deporta i Rom e toglie la nazionalità ai giovani delle banlieues che prendono parte alle sommosse urbane

Inasprite tutte le norne sull’immigrazione. Dopo la circolare razzista del ministero degli Interni ora viene fuori la nuova banca dati che scheda le minoranze etniche non sedentarizzate

Paolo Persichetti
Liberazione
8 ottobre 2010


I deputati francesi hanno terminato ieri l’esame della legge che introduce nuovi inasprimenti sulle norme che regolano l’ingresso e la presenza sul territorio degli immigrati. Diverse associazioni per la difesa dei diritti umani si sono mobilitate davanti all’Assemblea nazionale per protestare contro i nuovi articoli ritenuti apertamente xenofobi e razzisti. L’approvazione finale è prevista per il prossimo martedì 12 ottobre. Si tratta del quinto testo varato negli ultimi sette anni a riprova della centralità che il tema ha acquisito nell’agenda politica ma anche delle forti controversie che esso suscita. Proprio ieri Le Monde ha rivelato la presenza di una nuova banca dati, l’ennesima, creata per schedare Rom e nomadi la cui presenza sul territorio è considerata dalle autorità illegale e clandestina. Uno schedario etnico ribattezzato Mens, Minoranze etniche non sedentarizzate, gestito dall’ufficio centrale per la lotta alla criminalità itinerante (Ocldi). Dopo la circolare razzista diffusa il 30 luglio scorso dal ministero dell’Interno, nella quale si invitavano «i Prefetti ad avviare in ogni dipartimento una operazione sistematica di smantellamento dei campi illegali, in priorità di quelli Rom», la scoperta del nuovo database ha sconcertato non poco quella parte di opinione pubblica che ha ancora bene in mente la stagione di Vichy, gli anni bui del petainismo, le leggi razziali e la collaborazione con l’occupante-alleato nazista che portò alla famigerate deportazioni di massa delle popolazioni d’origine ebrea e zigana, nonché dei Resistenti nei campi di prigionia e di sterminio del III Reich. Gli avvocati delle quattro principali associazioni Rom e nomadi (gens du voyage) hanno depositato, mercoledì 6 ottobre, presso la procura della repubblica di Parigi una denuncia per «costituzione di uno schedario non dichiarato e conservazione di dati a carattere personale da cui si evincono informazioni sull’origine raziale e etnica delle persone». Reati punibili per la legge francese con una pena fino a 5 anni di carcere e 300 mila euro di multa. Per la stessa ragione Michel Bart, il capo di gabinetto del ministro dell’Interno Brice Hortefeux, che aveva firmato la circolare sullo smantellamento dei campi Rom, è stato convocato dal tribunale il 23 novembre prossimo per verificare la sussistenza negli atti amministrativi del ministero del reato di «incitamento all’odio razziale». L’imbarazzo nelle fila del governo, scrive sempre Le Monde, è notevole. Il ministero dell’Interno ha fatto sapere di non essere a conoscenza dello schedario mentre la gendarmeria ha smentito la sua esistenza. La discussione sulla legge Besson, dal nome del ministro dell’Immigrazione reclutato da Sarkozy nei ranghi del partito socialista, è avvenuto a tamburo battente. 30 ore appena secondo il “tempo contingentato” previsto dal nuovo regolamento parlamentare, suddivise tra i diversi gruppi presenti all’Assemblea e nemmeno impiegate del tutto. Tra le misure più controverse contenute nel nuovo testo c’è il ritiro della nazionalità anche a tutti coloro che, in possesso della naturalizzazione da meno di 10 anni, hanno attentato alla vita di persone depositarie dell’autorità pubblica. Una misura chiaramente rivolta a quei giovani delle banlieues, nati in Francia da genitori stranieri ma che possono acquisire la nazionalità solo con la maggiore età, che prendono parte alle sommosse urbane. Una disposizione esplicitamente richiesta da Sarkozy dopo gli scontri di luglio in una periferia di Grenoble. Le nuove disposizioni prevedono la creazione di “zone d’attesa temporanea” alle frontiere, dove trattenere i richiedenti asilo che fino ad oggi potevano fare liberamente ingresso. Il prolungamento fino a 45 giorni della permanenza nei centri di retenzione, l’equivalente dei nostri Cie e la limitazione del ruolo della giustizia ordinaria nelle procedure d’espulsione. La punizione dei “matrimoni bianchi” con pene fino a 7 anni e 30 mila euro di ammenda, la rigida limitazione dell’accesso alla cure per i cittadini stranieri, il divieto di ingresso sul territorio europeo fino a 5 anni per i migranti che non abbiano rispettato in precedenza l’ordine di lasciare il Paese, l’espulsione di cittadini, comunitari e non, che non abbiano un reddito minimo, una dimora adeguata e siano a carico del sistema sociale del Paese che li ospita. Migranti in cerca di fortuna, nomadi e ribelli sono definitivamente banditi dalla società francese.

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Eutelia-Agile: una talpa del Viminale informava la banda d’imprenditori guidata da Samuele Landi

Lavorava nella segreteria del capo della polizia. Aveva facile accesso ai terminali delle banche dati e ai dossier sensibili. La vicenda mette in luce i sistemi impiegati dal mercato per raccogliere le informazioni riservate necessarie alla competizione economica

Paolo Persichetti
Liberazione 6 ottobre 2010

E’ stato interrogato lunedì, presso il tribunale di L’Aquila, E.R., il funzionario che lavorava nella segreteria del capo della polizia, Antonio Manganelli, arrestato lo scorso 30 settembre su ordine del gip di Roma. Secondo l’accusa E.R. era sul libro paga della banda di imprenditori capeggiata da Samuele Landi. Gli spregiudicati manager specializzati nella rottamazione finanziaria che si erano impadroniti di Eutelia, società attiva nel settore dell’informazione tecnologica, conducendola alla banca rotta. Grazie alla sua delicata posizione Romano avrebbe svolto il ruolo di “talpa”, fornendo informazioni riservate sullo sviluppo delle indagini condotte dalla magistratura sull’operato del gruppo, in cambio di un compenso mensile di 2 mila euro al mese corrisposto fin dalla fine del 2008. Sempre su richiesta della combriccola d’imprenditori Romano avrebbe effettuato ripetuti accessi non autorizzati ai terminali della banca dati delle forze di polizia. Se le accuse raccolte dal nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza dovessero trovare ulteriori conferme verrebbero finalmente chiarite anche le circostanze che hanno favorito la fuga a Dubai dello stesso Landi, sfuggito agli arresti degli luglio scorso. Nel corso dell’interrogatorio, svolto tramite rogatoria, E.R. ha negato di aver percepito compensi o promesse di pagamento da Pio Piccinni, presidente e amministratore delegato di Omega nonché amministratore unico di Agile, figura pilastro della consorteria che aveva messo in piedi il lucroso sistema di frode e spoliazione delle società in crisi, acquisite con la promessa di risanarle. In realtà la banda di capitalisti corsari incassavano le commesse milionarie senza poi pagare dipendenti, contributi previdenziali, tasse, imposte e iva. Rimettevano sul mercato gli asset migliori e abbandonavano al loro destino i lavoratori, derubati dei loro Tfr, salari e contributi. L’aspetto più interessante che emerge da questa inchiesta non è tanto il possibile comportamento disonesto di un funzionario corrotto, circostanza che non giunge certo nuova, ma l’esistenza di un vero e proprio sistema di raccolta illecita di informazioni riservate, la presenza cioè di un mercato clandestino e illegale di notizie, insider, utilizzate per lo svolgimento della competizione economica. Un sistema che tutte le grandi imprese e multinazionali impiegano da sempre e che si è acor più rafforzato da quando le stesse intelligence statali, terminato lo scontro tra blocchi, si sono messe al servizio dell’economia per sostenere le guerre commerciali, la penetrazione nei nuovi mercati, l’accaparramento di materie prime. Ogni impresa che si rispetti ha una sua security, come ha dimostrato la vicenda Telecom con il suo aggressivo Tiger team capace persino entrare nel sancta sanctorum della Kroll, la banca dati dell’agenzia di sicurezza di Wall Street. Tra i risvolti dell’indagine che ha condotto all’arresto di E.R. anche le presunte “aderenze”, vantate nel corso delle intercettazioni telefoniche, con esponenti importanti di Palazzo Chigi che lo avrebbero «sistemato» piazzandolo alla direzione del rinnovato aeroporto di Preturo, rimesso a posto dalla protezione civile dopo il terremoto di L’Aquila. Motivo che l’aveva spinto a frequentare un corso all’Eutelia Enac.

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Castelvolturno: il sindaco e Forza Nuova riesumano il KKK

In vista dello sciopero dei migranti che si terrà venerdì 8 ottobre a Castel Volturno, durante una conferenza stampa il sindaco Antonio Scalzone e Roberto Fiore di Forza nuova riesumano il Ku klux klan

Paolo Persichetti
Liberazione 5 ottobre 2010

Il problema di Castel Volturno sono le tre C: comunisti, clandestini e camorra». E’ questo il succo del pensiero – se così lo si può definire – espresso da Roberto Fiore nella conferenza stampa tenuta sabato scorso nella cittadina domiziana insieme al sindaco Pdl, Antonio Scalzone, in sostituzione della manifestazione indetta dal primo cittadino e dalla sua maggioranza ma poi vietata dalla prefettura per ragioni di ordine pubblico. Divieto che seguiva quello di pochi giorni prima, quando sempre per gli stessi motivi non era stata autorizzata la fiaccolata promossa da Forza nuova per la serata di giovedì 30 settembre. Iniziativa alla quale avrebbe dovuto prendere parte lo stesso sindaco, pronto ad accogliere a braccia aperte gli scalcagnati manipoli del centurione Fiore. «Vengono a portarmi la loro solidarietà ed io li accoglierò volentieri nel mio territorio», ha dichiarato il primo cittadino che pochi giorni prima aveva rifiutato di partecipare alla commemorazione della strage del 18 settembre 2008, nella quale vennero uccisi sei lavoratori ghanesi, cinque dei quali con regolare permesso di soggiorno, mentre il sesto aveva denunciato il datore di lavoro che continuava a sfruttarlo al nero.

La rivolta dei migranti dopo la strage di Castelvolturno

Sei onesti lavoratori trucidati barbaramente da spietati killer della camorra, colpiti a caso nel mucchio per dare l’esempio e sottomettere l’intera comunità migrante al lavoro schiavile. Quel giorno sul luogo dell’eccidio venne posta una stele mentre il sindaco continuava a spargere odio infamando la memoria delle sei vittime, accusate contro ogni evidenza processuale, di «non essere innocenti» ma uccise a causa di un regolamento di conti. Senza dimenticare le vituperate associazioni antirazziste ritenute complici dell’immigrazione clandestina. Difendere i diritti di chi è ridotto a rapporti di semischiavitù lavorativa a causa della clandestinità danneggia gli avidi interessi del gruppo sociale di cui il sindaco è espressione. Così Antonio Scalzone, la cui prima amministrazione venne sciolta nel 1998 per «condizionamenti camorristici», ha trovato man forte in Roberto Fiore, il fascista di dio. L’unto e il manganello. Uno visto male persino dagli altri camerati, quelli  con tendenze turbodinamiche e futuristico-creative. Fiore sembra aver scambiato le rive del Volturno con quelle del Mississippi, ha parlato delle “tre c”, ma sogna le “tre k” di un novello Ku klux klan. Nella conferenza stampa ha dichiarato che la sua organizzazione aprirà una sede a Castel Volturno e si attiverà per la costituzione di comitati popolari misti, composti da militanti di Fn e popolazione locale. Obiettivo: le solite ronde, la caccia all’immigrato e al comunista. Ma i lavoratori si stanno organizzando: l’8 ottobre ci sarà il primo “sciopero delle rotonde”, luogo dove ogni mattina si tiene il mercato spontaneo (e al nero) della forza lavoro immigrata. Per Fiore ci saranno solo tre S: scappa, scompari, sparisci.

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Un importante chiarimento politico si attende……..

Comitato Promotore delle Manifestazioni antirazziste dell’8 e 9 ottobre
Caserta, 2 ottobre 2010


La storia di Forza Nuova da sempre è segnata da quel bagaglio di ignoranza che produce la solita retorica. Stavolta si fa demagogia parlando di “comitati popolari per liberare Castel Volturno dal male” e accostando i clandestini alla camorra.
L’insania di essere l’incarnazione del Bene ha sempre caratterizzato la pretesa legittimazione sia di “programmi” discutibili sia di atteggiamenti e azioni violente da parte di FN.
In una fase del genere non crediamo che gli autoctoni e gli immigrati di Castel Voltuno abbiano bisogno di chi mira ad esasperare ulteriormente le situazioni affrontandole con mentalità da bande di strada o peggio ancora da squadracce in azione.
In un territorio dove a comandare è la violenza imposta dalla criminalità organizzata, solo un’azione consapevole delle radici dei problemi può contribuire ad un cambiamento in positivo. Chi crede che a Castel Volturno, oltre alla camorra, le piaghe sociali siano “comunisti e clandestini” forza la realtà ad un suo schema mentale perché incapace di osservare e trarre conclusioni.
Cosa sarebbe l’economia sul litorale domitio senza i cosiddetti “clandestini”? Come si farebbe a sostenere una produzione dai costi così bassi senza di loro? Chi altri se non loro, costretti alla clandestinità da vuoti legislativi, farebbe risparmiare così tanto sul costo del lavoro? Chi pagherebbe i fitti delle tante case del litorale?
Dei tanti immigrati che grazie al lavoro delle associazioni hanno ottenuto un permesso di soggiorno e sono andati altrove a cercare un lavoro regolare, quanti sarebbero ancora sfruttati a Castel Volturno?
Ma più ancora della superficialità e della sterilità delle proposte di FN, ci stupisce l’atteggiamento del Sindaco di Castel Volturno Scalzone. Di lui certo non si può dire che non conosce il territorio e che è piombato come un “marziano” con le sue ricette preconfezionate.
La Questura e la Prefettura gli hanno vietato la manifestazione per motivi di ordine pubblico e sicurezza e Scalzone prima si offende e poi le ringrazia perchè “i centri sociali e le associazioni  che si occupano degli immigrati avrebbero potuto sfruttare anche questo momento di aggregazione della gente del litorale per destabilizzare il territorio.”
Di destabilizzazione, effettivamente, Scalzone se ne intende: non si è mai tirato indietro quando era possibile lanciare una provocazione, tirare un sasso, scaldare gli animi in una situazione già accesa. L’idea di “fare come a Rosarno”, l’ammiccamento ad un partitino di chiara matrice fascista-nazista, l’accusa alle associazioni di sopravvivere sulle sofferenze degli immigrati, le insinuazioni sulla commemorazione dei morti della strage di S.Gennaro: Scalzone ha sempre perso tutte le occasioni per riflettere sul peso delle sue dichiarazioni che nulla di buono e di concreto hanno reso sia agli autoctoni che agli immigrati.
Invitiamo, dunque, il Sindaco Scalzone a invertire questa tendenza, a chiarire le sue posizioni e dunque a partecipare alle mobilitazioni promosse dalla Rete Antirazzista di Caserta: l’8 ottobre ci sarà il primo sciopero del lavoro nero, ossia un blocco delle rotonde del caporalato tra Napoli e Caserta.
Il 9 ottobre, invece, ci sarà una manifestazione a Castel Volturno contro le camorre e il razzismo e per promuovere solidarietà e diritti per tutti.
Siamo curiosi di sapere se Scalzone, oltre a “compiacersi dell’attenzione” che FN dedica a Castel Volturno, sosterrà la lotta contro lo sfruttamento, il razzismo e le camorre che la rete Antirazzista sta promuovendo o se anche stavolta gli basterà la demagogia con cui ha conquistato l’attenzione dei giornali.
Ci permettiamo, dal basso della nostra esperienza, di dare un consiglio al Sindaco Scalzone: c’è una linea chiara e inaggirabile tra le soluzioni consapevoli dei problemi e la giustizia “fai da te”, sempre parziale e spesso violenta. Scalzone si sta divertendo a saltellare aldiquà e aldilà di questa linea, invocando l’aiuto istituzionale e incitando ad una “nuova Rosarno”, organizzando manifestazioni contro gli immigrati e congratulandosi con la Questura e la Prefettura che l’hanno vietata per motivi di ordine pubblico, ringraziando FN per l’attenzione e rivendicando il ruolo istituzionale della Repubblica nella risoluzione dei disagi. Da questo gioco nessuno esce vincitore: né i castellani né gli immigrati, e prima o poi queste due posizioni inconciliabili andranno in un pericoloso corto circuito.
E infine una domanda! Cosa dicono i partiti, i sindacati e le associazioni sul territorio circa le “strane” posizioni di Scalzone? Cosa dicono circa la sua vicinanza all’organizzazione Forza Nuova? Cosa dice l’opposizione politica in questa provincia? Ed il Partito di governo? Il Pdl cosa dice? Il sindaco Scalzone è stato eletto con i voti di Forza Nuova? Risponde a Forza Nuova? Ci siamo persi qualcosa sulla nuova linea politica del Pdl? E cosa dicono i Finiani di Futuro e Libertà?
Un importante chiarimento politico si attende……..

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Enzo Traverso: “Années de plomb, entre tabou et refoulement”

Le livre entretien de Mario Moretti publié en Italie en 1994 vient de paraitre en France, traduit, préfacé et annoté par Olivier Doubre, chez Amsterdam, 356 pages, 19 euros. C’est l’occasion pour l’historien Enzo Traverso d’analyser le climat politique de la fin des années 1970 italiennes, et de tirer le bilan, aujourd’hui de cet épisode encore peu étudié par les historiens

* (Nei prossimi giorni sarà disponibile in linea anche una versione in italiano di questa intervista. Ndr)

Propos recueillis par Jean-Claude Renard
Politis
1 septembre 2010

Avec le recul, quel regard d’historien portez-vous sur ces années de plomb?
J’ai vécu entre Gênes et Milan entre 1977 et 1981, ce qui correspond aux années les plus dures, d’une lourdeur extrême. Cette période apparaît lointaine: un quart de siècle s’est écoulé, et le monde a totalement changé; c’est en même temps une époque qu’on a du mal à inscrire dans une perspective historique. C’est la grande différence avec Mai 68: on a vu en France il y a deux ans une vague éditoriale, qui n’était pas médiatique mais constituait déjà un début d’historicisation, avec d’importants travaux. L’Italie est encore dans un état hybride, entre le tabou, le refoulement, l’incapacité de faire face à cette période, l’ersatz judiciaire et les demandes d’extradition. Ce passé a plus été élaboré au tribunal que dans l’espace public. Le bilan n’a été tiré ni par les responsables politiques de l’époque ni par les historiens. Les années 1970 commencent seulement à être étudiées. C’est un héritage très lourd, une époque riche de potentiels et qui s’est terminée de la pire des manières. Ce qui explique l’incapacité à lui faire face. Avec une génération, au sens large du terme, qui a produit le meilleur et le pire.

Quelle est cette production du meilleur et du pire?
Aujourd’hui, on trouve des exmilitants de la gauche radicale dans un parti xénophobe, raciste et populiste comme la Ligue du Nord (l’actuel  ministre de l’Intérieur, Roberto Maroni) et dans le Peuple de la liberté, le parti de Berlusconi (le ministre des Affaires étrangères, Franco Frattini). Nombre de gens sont arrivés au berlusconisme en passant par Bettino Craxi, qui, le premier, avait compris que la crise de la gauche radicale jetait dans la nature toute une generation en perte de repères, et qu’on pouvait y puiser. Quant au meilleur, il se trouve dans les universités, où travaillent des philosophes comme Giorgio Agamben et Domenico Losurdo, des historiens comme Guido Crainz, ou dans la littérature, avec des écrivains comme Erri de Luca.

Comment les mouvements d’extrême gauche percevaientils l’existence d’un groupe armé?
Il s’agissait de «camarades qui se trompent». Au départ, on ne sait pas très bien qui sont les Brigades rouges, si elles s’inscrivent dans la tradition de la Résistance ou dans une guerilla à la manière de l’Amérique latine. Dans un climat tendu, militaire, les Brigades rouges étaient le groupe le plus audacieux. Il y avait une réserve, parfois une condamnation, mais, en même temps, les Brigades exerçaient une fascination très forte sur l’extrême gauche en général. Cette fascination est devenue une attraction politique, parfois irrésistible, après 1976, l’année de la dissolution de Lotta continua. Pour toute une mouvance soudainement dépourvue de repères, les Brigades rouges avaient une capacité d’action époustouflante. Elles prétendaient porter l’attaque au coeur de l’État, et c’est ce qu’elles ont fait! Jusqu’à kidnapper Aldo Moro le jour où la stratégie du compromis historique devait être votée à l’Assemblée. Pour moi, trotskiste alors, et pour beaucoup d’autres, les sentiments étaient partagés: d’une part, on critiquait le terrorisme dans la mesure où l’on pensait qu’il remplaçait l’action des masses; de l’autre, on combattait la répression et on défendait tous ceux qui étaient arrêtés. Nous avions forgé le slogan «ni avec les Brigades rouges ni avec l’État», qui n’était pas faux mais traduisait en même temps notre impuissance.

La répression des autorités a été l’occasion d’exactions, de tortures, de lois spéciales, comme le souligne Mario Moretti dans son livre…
Il faut rappeler que le climat était d’une extrême tension. Ainsi, un de nos camarades, dont l’activité n’avait rien de clandestin, a subi une perquisition avec le déploiement d’hélicoptères et des unités spéciales de la police en tenue de combat. Cela n’avait aucun sens! Se réunir simplement dans un café pouvait poser un problème. L’Italie est restée, malgré tout, une démocratie, la torture ne s’est pas généralisée, même si les brigadistes ont parfois subi des massacres, comme dans le cas de via Fracchia, à Gênes, bien décrit dans le livre. Mais il faut rappeler que tout cela se déroulait dans un climat d’accoutumance à la violence qui, au final, banalisait la répression. Tous les jours, la presse rapportait qu’un cadre d’entreprise, un haut fonctionnaire ou un professeur d’université avait été tué ou «gambizzato» (blessé aux jambes par balles). Ce climat explique, à partir des années 1980, le rejet de la violence et une certaine fétichisation des droits de l’homme, qui, comme un contrecoup de la saturation antérieure, sont devenus un substitut de la politique.

Comment expliquez-vous l’émergence et l’importance des Brigades rouges, à la difference d’autres groupes, en Allemagne ou en France?
Les Brigades rouges sont une organization terroriste née dans un pays qui a connu la Résistance comme mouvement de lutte armée de masse. L’Allemagne a également connu une résistance antinazie, numériquement aussi importante qu’en Italie ou en France, mais, pour toute une série de circonstances historiques, en Allemagne, il n’y a pas eu de résistance armée de l’intérieur. Les brigadistes s’inscrivent dans cette tradition, trouvant des relais dans les usines, ayant des contacts avec les militants de base du Parti communiste et les anciens résistants. En Allemagne, la RAF (Fraction armée rouge) n’est pas issue du mouvement ouvrier, il fallait mener la lutte armée contre un État «fasciste», héritier du régime nazi. Les brigadistes ont parfois subi des massacres, comme dans le cas de via Fracchia, à Gênes, bien décrit dans le livre. Mais il faut rappeler que tout cela se déroulait dans un climat d’accoutumance à la violence qui, au final, banalisait la répression. Tous les jours, la presse rapportait qu’un cadre d’entreprise, un haut fonctionnaire ou un professeur d’université avait été tué ou «gambizzato» (blessé aux jambes par balles). Ce climat explique, à partir des années 1980, le rejet de la violence et une certaine fétichisation des droits de l’homme, qui, comme un contre motivations, les perspectives sont donc différentes. Si le terrorisme ne s’est pas enraciné en France, c’est lié à une plus grande stabilité politique des institutions françaises. Il n’y a pas eu de crise de l’État comme en Italie. La Ve République a finalement pu traverser la période des années 1970 sans dommages. Sans comparaison avec l’Italie. D’autre part, l’extrême gauche française avait une orientation politique et idéologique bien différente. L’armure idéologique des trotskistes a empêché certaines dérives. D’une certaine manière, la gauche radicale italienne a dû s’inventer, parce que sans tradition ni forte matrice, contre le Parti communiste. Elle a dû trouver ses repères idéologiques. Du coup, elle a été plus novatrice, mais sur des bases plus instables, plus fragiles. La gauche radicale française était prête à une traversée du désert, ce qui n’était pas le cas en Italie.

Quelle est l’importance du témoignage de Mario Moretti, si l’on songe notamment aux accusations d’infiltrations et de manipulations?
Ce témoignage est d’autant plus important que Mario Moretti dissipe un certain nombre de mythes qui existent encore, même en Italie. Après la chute de l’Union soviétique, certains documents sont sortis prouvant que les Brigades rouges avaient eu des contacts avec certains services des pays de l’Est. Commes elles voulaient faire tomber les institutions italiennes, il est naturel que les Brigades aient suscité l’intérêt des uns et des autres. Dans le contexte d’alors, il est tout à fait possible que l’organisation ait eu des contacts avec l’Est, voire avec l’OLP. Mais que la trajectoire des brigadistes, leur naissance, leur développement, s’explique par le rôle des services secrets de l’Est, de l’OLP ou du Mossad est un mythe qui ne tient pas la route. Il n’y a eu, à l’évidence, aucune manipulation. Mais on peut imaginer des infiltrations de la part de l’État italien. Il faut savoir que celui-ci n’a d’abord rien compris au mouvement. Il y avait un noyau de 150 personnes dans la clandestinité, un autre noyau, plus large, de gens qui pouvaient aussi entrer dans la clandestinité et, enfin, une aire de milliers de sympathisants. Un groupe plus facile à infiltrer. Mais, à vrai dire, l’infiltration relève de la norme dans l’histoire de toute organisation terroriste. En tout cas, face à ce foisonnement d’organisations révolutionnaires, à quelques exceptions près, les hauts fonctionnaires du ministère de l’Intérieur ne comprenaient pas grand-chose.

La mort d’Aldo Moro semble avoir marqué un tournant pour les Brigades rouges.
L’expérience des Brigades rouges s’est mal terminée, et ne pouvait que mal se terminer. Les Brigades ont surgi et se sont nourries de la crise des mouvements sociaux et politiques ayant marqué l’Italie des années 1970. En même temps, leur succès, leurs exploits militaires ont décrété la fin des mouvements d’extrême gauche, la fin de la contestation. Ce que dit clairement Mario Moretti dans ce livre : «Après l’affaire Aldo Moro, nous étions à l’apogée de nos forces, et nous n’avions aucune perspective». Ils ne savaient plus quoi faire. Et, à y réfléchir, l’apogée des Brigades rouges correspond à la défaite du mouvement ouvrier : l’automne1980 est marqué par l’échec de la grève des ouvriers de Fiat, licenciés par milliers, 24 000 à Turin, après un mois de grève. Tous les activistes d’extrême gauche et beaucoup de responsables syndicaux sont virés. C’est un tournant. Les années 1980 seront très différentes de la décennie antérieure.

Enzo Traverso est professeur de sciences politiques à l’université de Picardie, à Amiens.

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Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
Anni Settanta
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Etica della lotta armata
Il nemico inconfessabile
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Steve Wright per una storia dell’operaismo
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”





I paradossi dell’antimafia: Ignazio Sbalanca colpevole di amicizia

Il caso di un giovane siciliano condannato per una “relazione pericolosa”. Il delitto si è consumato a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia, e mette in evidenza i meccanismi perversi dell’antimafia. Depositato un ricorso alla corte europea di Strasburgo

Paolo Persichetti
Liberazione 30 settembre 2010

Nel lontano 1706 una legge inglese incoraggiava i ladri a denunciare i propri complici. In caso di condanna dei denunciati si prometteva a quei “collaboratori ante litteram”, che allora erano ancora chiamati delatori, un compenso di 40 sterline. L’intenzione era quella di smembrare i gruppi criminali facendo in modo che si tradissero reciprocamente. L’effetto in realtà fu un altro, apparve sulla scena una nuova classe d’informatori professionali, di spergiuri che rendevano false testimonianze e ricattavano le proprie vittime (Vincenzo Ruggiero, 2003).

L’eccesso di penalità crea ingiustizia
Quell’invenzione corruppe inevitabilmente il funzionamento della giustizia, conseguenza che al potere interessò ben poco poiché l’innovazione introdusse un vantaggio ben maggiore: l’utilizzo di un nuovo potente strumento di governo. Il binomio omertà-delazione nasce dunque all’esterno delle cinte carcerarie. Questa logica perversa ricevette in Italia un nuovo impulso quando, circa trent’anni fa, con la decretazione d’emergenza e la legislazione premiale antisovversione vennero introdotte le figure del “pentito-delatore” (il collaboratore di giustizia) e del “dissociato” (l’abiurante). Si aprì allora una lunga fase, ancora non conclusa, che legittimò l’avvento di una nuova filosofia pubblica dove l’etica civile si è inchinata alla ragion di Stato. Da quel momento una progressiva espansione del potere giudiziale ha dirottato buona parte dei conflitti – di ogni natura e grado – nei tribunali, trasformati a loro volta in arene giudiziarie. Di emergenza in emergenza, passando per il terrorismo, le mafie, la corruzione, i migranti, la sicurezza, ha preso corpo un populismo penale che ha pervaso trasversalmente la società collocandosi sia a destra che a sinistra degli schieramenti politici, anzi il più delle volte sovrapponendosi alle vecchie barriere ideologiche fino a farle scomparire. La sfera giudiziaria è diventata il perno attorno al quale ruotano tutti i contenziosi, si pensa e si parla solo attraverso le lenti del sistema penale. Una sovrabbondanza che alla fine non ha creato più giustizia. Come dicevano già i romani: summum ius, summa iniuria. Le vicende giudiziarie sono diventate una sorta di biografia della nazione, la filigrana attraverso la quale leggere la storia recente del Paese.

La storia di Ignazio
Una storia siffatta, trasformata in rullo compressore giudiziario, ha trasformato le nostre prigioni in discariche, depositi nei quali seppellire tutto il disagio e il malessere sociale. I ceti più deboli pagano il prezzo più alto, tra immigrati e tossicodipendenti, incapaci di portare a termine quei crimini che alla fine non si pagano mai. Ma questa moderna fabbrica del rito espiatorio miete vittime ovunque, anche tra chi per estrazione sociale mai penserebbe di dover valicare la porta carraia di una prigione. Come è accaduto ad Ignazio Sbalanca, 28 anni, studente di giurisprudenza, famiglia modello con un padre impiegato e una madre insegnante. Attualmente in carcere ad Agrigento, dove sta scontando una pena a due anni e otto mesi per un «favoreggiamento aggravato».

Una cosca d’infiltrati e pentiti
Tutto si svolge a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. Trama letteraria e iter giudiziario s’incrociano quasi inevitabilmente. Nel paese era attiva una cosca coinvolta in una sanguinosa faida. La vicenda è stata raccontata da Gaetano Savatteri in un libro, I ragazzi di Regalpetra, che fa il verso proprio al titolo di un libro di Sciascia. Originario del posto, Savatteri ha incontrato i mafiosi arrestati divenuti nel frattempo collaboratori di giustizia. Ma cosa c’entra Ignazio Sbalanca con tutto ciò? In questa brutta vicenda è tirato per i capelli da un pentito. Non ha mai fatto parte di famiglie mafiose. La circostanza è stata esclusa da quattro delle cinque corti che si sono occupate del caso: il Riesame, che lo scarcerò pochi giorni dopo l’arresto nel luglio 2007, la Cassazione e l’Appello, che derubricò in favoreggiamento la condanna a sei anni e otto mesi per associazione mafiosa inflitta in primo grado e il giudizio definitivo di Cassazione che ha confermato la sua «non intraneità» nel sodalizio mafioso. Ignazio non ha mai posseduto o impugnato armi, non ha mai trafficato sostanze illecite, non ha mai chiesto il pizzo a nessuno, non ha mai custodito o trasferito pizzini. Non ha proferito minacce o esercitato violenza ad alcuno. Non ha mai rubato, ricettato, attentato a cose o persone. Ignazio però ha avuto un amico, poco più grande di lui, conosciuto sui banchi del liceo. Il giovane, che è stato anche allievo della madre, finisce in carcere. Si chiama Luigi Gagliardo ma non confessa subito di essersi messo a disposizione della cosca di Racalmuto. Dopo il suo arresto Ignazio tronca ogni rapporto. Non risponde alle lettere e nemmeno alle sollecitazioni della madre. Vista dall’esterno, questa durezza può apparire persino eccessiva. In fondo tutti possono sbagliare e l’amicizia, che è cosa complessa, dovrebbe servire proprio in questi momenti di difficoltà. Ma Ignazio spiega di essersi sentito tradito dalla doppiezza del suo “ex amico” e non vuol saperne più nulla. Anzi, a suo dire, le accuse mossegli contro dal pentito Beniamino Di Gati sarebbero nate dalla cucina del risentimento covato da Gagliardo per questa drastica rottura.

Delitto d’amicizia
A chi gli rimprovera, come farà Gaetano Savatteri in un articolo apparso lo scorso aprile su S, che in un piccolo paese come Racalmuto «tutti sanno tutto di tutti», e dunque sarebbe stato impossibile non sapere delle frequentazioni mafiose del Gagliardo nonché di un suo fratello latitante per mafia, Sbalanca ha buon gioco nel rispondere che in quella stessa famiglia c’erano anche due poliziotti. Siamo in Sicilia terra dove tutto s’intreccia e al tempo stesso sembrano esserci solo due possibilità, o si sta col bianco o con il nero, o con lo Stato o con la mafia. Insomma Ignazio è arrestato perché il collaborante Beniamino Di Gati, custode del cimitero di Racalmuto, figura ambigua dell’inchiesta e su cui pesa il sospetto di aver iniziato a collaborare molto prima dell’arresto trasformandosi in confidente, fratello del capo cosca Maurizio, anche lui pentito, afferma che sarebbe un «avvicinato». Cosa voglia dire non è chiaro. Ma avvicinato perché? Gli chiedono gli inquirenti. E Di Gati risponde: «Dico avvicinato perché era molto amico di Luigi [Gagliardo] non perché ha avuto un ruolo». Con tutta evidenza questa è solo una supposizione. Vista la vicinanza tra i due, Di Gati ritiene (ma chi glielo avrebbe detto?) che la confidenza fosse tale da fare venire meno ogni segreto tra loro. Tutto ruota intorno ad alcuni «passaggi in macchina» che Beniamino Di Gati dice di aver ricevuto da Luigi Gagliardo in compagnia, ma solo alcune volte, di Ignazio Sbalanca. Tratti di strada molto brevi, avvenuti all’interno del paese senza mai oltrepassare la periferia di Racalmuto. Favori che dovevano permettergli di raggiungere in sicurezza il fratello Maurizio, nascosto – si fa per dire – in un paesino non lontano. Per avere un minimo di credibilità processuale queste accuse avrebbero dovuto trovare il conforto del latitante Maurizio Di Gati e di Luigi Gagliardo. Ma il fratello di Beniamino, che in qualità di capo zona sapeva ogni cosa della famiglia che comandava, esclude ripetutamente che Sbalanca potesse far parte della mafia: «Sbalanca non c’entra nulla con la mafia e non ha mai avuto comportamenti mafiosi». Luigi Gagliardo, tartassato dai magistrati perché confermasse le accuse, con una prosa titubante ammette invece i passaggi in macchina, «non più di 4-5 volte nell’arco di diversi anni», e la presenza occasionale dell’amico: «ogni tanto mi faceva compagnia Sbalanca». Alla domanda se questi sapesse dove stavano andando, Gagliardo risponde: «penso di sì, non lo posso sapere con certezza se era consapevole; perché come ero io era lui nel modo di sapere». Quando, come e dove avevano concordato il “modo di sapere”, non lo dice. In compenso precisa quale era: mimico, fatto per gesti e sottintesi. Quando Beniamino Di Gati gli chiedeva un passaggio non diceva mai dove sarebbe andato. Quella di Gagliardo era solo una «intuizione intima». “Accompagnante occasionale di un accompagnatore” nel viale centrale del paese, dove tutti incrociano tutti, è il comportamento criminale imputato a Sbalanca. Chiunque sarebbe potuto finire al suo posto. E’ proprio il caso di dire che tutto ciò lascia senza parole.

Professionisti dell’antimafia
«Possiamo essere amici di tutti?», gli ha rimproverato ancora una volta Gaetano Savatteri cogliendo la vera essenza della colpa censurata dai giudici: il “delitto d’amicizia” motivato dalle sue incaute frequentazioni. Un giudizio che, se fosse fondato, avrebbe dovuto attenersi alla sola sfera morale si è invece trasformato in sanzione penale. Nel frattempo Savatteri dimentica le proprie amicizie, come tanti padrini dell’antimafia abituati a prendere le distanze solo da quelle degli altri. Questa storia porta alla luce la faccia nascosta del professionismo antimafioso, il purismo inquisitorio che scende a patti con i pentiti e contemporaneamente si erge a cattedra morale per tutti. «L’omertà è un’ignobile legge di sopraffazione, intimidazione e avvilimento: ma le pensioni e l’onore resi alla delazione non sono migliori, e venendo dalle autorità legali, rischiano di essere peggiori», scriveva Adriano Sofri nel lontano 1997 al suo rientro in carcere.

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