Il “secolo breve” del testimone di Via Fani

di Pino Narducci, presidente della sezione riesame del Tribunale di Perugia
Questione giustizia, 9 giugno 2023
Rivista trimestrale di Magistratura democratica

La vicenda del testimone mendace Alessandro Marini, la fonte primigenia di tutte le dietrologie su via Fani, la moto Honda e l’invenzione degli spari contro il parabrezza del suo Boxer, le venticinque condanne per un tentato omicidio mai avvenuto, approdano sulla rivista di Magistratura democratica

Le ricerche di una moto Honda blue con due brigatisti a bordo iniziano, attraverso le comunicazioni della Sala Operativa della Questura di Roma, non più tardi delle 9:10, quando è appena terminata l’operazione militare delle BR che, in via Fani, conduce al sequestro di Aldo Moro e all’uccisione di tutti gli uomini della sua scorta. Gli inquirenti ritroveranno, abbandonate in via Licinio Calvo, le tre auto usate dal gruppo brigatista in fuga. Tuttavia, la moto non salta fuori e non sarà rinvenuta nemmeno nelle settimane successive, mentre il sequestro si consuma nell’appartamento di via Montalcini.  
Parallela a questa scorre un’altra vicenda, non meno importante e che anzi si intreccia, come una matassa quasi inestricabile, a quella della Honda e alla identificazione dei suoi due passeggeri. 
È la storia non di una moto di grossa cilindrata, ma di un motorino, anche abbastanza malmesso, un ciclomotore Boxer verde con parabrezza in plastica, nel marzo ‘78 di proprietà del più importante e longevo testimone dell’agguato di via Fani, Alessandro Marini.
I primi ad accorrere sul luogo ove è stata appena trucidata la scorta di Moro, verso le 9:05, sono i poliziotti Marco Di Berardino e Nunzio Sapuppo, componenti dell’autoradio Monte Mario. Quando scendono dall’auto di servizio, Marini si avvicina ai due agenti e fornisce le primissime, rudimentali, informazioni su quello che è appena accaduto. Sinteticamente, racconta di aver visto una moto Honda blue seguire il gruppo dei brigatisti che si è dileguato lungo via Stresa in direzione di piazza Monte Gaudio. 
I primi ad accorrere sul luogo ove è stata appena trucidata la scorta di Moro, verso le 9:05, sono i poliziotti Marco Di Berardino e Nunzio Sapuppo, componenti dell’autoradio Monte Mario. Quando scendono dall’auto di servizio, Marini si avvicina ai due agenti e fornisce le primissime, rudimentali, informazioni su quello che è appena accaduto. Sinteticamente, racconta di aver visto una moto Honda blue seguire il gruppo dei brigatisti che si è dileguato lungo via Stresa in direzione di piazza Monte Gaudio. 

Già alle 10:15, trascorsa solo un’ora dal sequestro Moro, Marini viene sentito dagli uomini della Digos romana. Racconta di aver visto la scena in cui l’on. Aldo Moro viene prelevato dalla Fiat 130, su cui stava viaggiando, per essere messo all’interno di una Fiat 132 (l’auto è quella condotta da Bruno Seghetti e sulla stessa salgono Mario Moretti, Raffaele Fiore e il sequestrato) che si allontana, poi, su via Stresa in direzione Primavalle-Montemario. Il veicolo è seguito da una Honda di grossa cilindrata di colore bleu, a bordo della quale ci sono due individui. Quello seduto sul sedile posteriore, con un passamontagna scuro calato sul viso, esplode vari colpi di mitra nella sua direzione, praticamente ad altezza d’uomo, ma lui non viene colpito. Poi il tiratore, proprio all’incrocio di via Fani con via Stresa, perde il caricatore che resta a terra. Il teste descrive i due soggetti che hanno attentato alla sua vita: se quello seduto sul sellino posteriore ha il passamontagna, Marini, invece, ha visto distintamente il conducente. Ha 20-22 anni, è molto magro, il viso lungo e le guance scavate, insomma somiglia molto all’attore Eduardo De Filippo.
Trascorre un mese circa e, il 5 aprile ‘78, Marini fornisce una nuova versione al Pubblico Ministero di Roma. Questa volta, nel suo racconto, il passamontagna scuro “passa” dal volto del passeggero a quello del conducente e così il “sosia” di De Filippo diventa il brigatista seduto sul sellino posteriore. Poi, aggiunge un particolare di non poco conto che non ha riferito la mattina del 16 marzo. Specifica che, quando il passeggero esplode la raffica di mitra, un proiettile colpisce il parabrezza del suo motorino. 
Così, nel volgere di appena 21 giorni, tra il 16 marzo e il 5 aprile, la ondivaga progressione narrativa di Marini ha il seguente andamento: 1) il conducente, a volto scoperto, è il sosia di De Filippo mentre il passeggero calza un passamontagna; 2) mi correggo, il conducente ha il passamontagna mentre il passeggero è a volto scoperto ed è lui il sosia di De Filippo; 3) il passeggero esplode contro di me una raffica di mitra, ma i proiettili non mi colpiscono; 4) mi correggo, un proiettile esploso dal mitra colpisce il parabrezza del mio motorino.    
Due mesi dopo, Alessandro Marini viene convocato dal Giudice Istruttore e, in maniera sbalorditiva, racconta che gli è rimasta impressa solo la immagine del conducente della moto Honda, un individuo sui 20-22 anni con il viso lungo e le guance scavate.
A distanza di tre mesi dai fatti di via Fani, il teste torna sui propri passi ed anzi, all’insegna del motto “un passo avanti e due indietro”, smentendo seccamente la dichiarazione resa appena due mesi prima, colloca di nuovo «il brigatista con il volto di Eduardo de Filippo» alla guida della moto.  
Nel settembre ‘78, modifica di nuovo la propria narrazione. Al Giudice riferisce di aver visto bene i terroristi a volto scoperto, tranne quello che è alla guida della Honda bleu. Il passeggero della moto spara alcuni colpi di arma da fuoco ed uno di essi colpisce la parte superiore del parabrezza, rompendolo. Marini informa il Giudice che, a casa, conserva i frammenti del parabrezza. 
Ma se Marini, come lui racconta, ha visto il volto di tutti i brigatisti presenti in via Fani, ad eccezione di quello di colui che guida la moto, in realtà implicitamente dichiara che quest’ultimo indossa il passamontagna! 
La Digos procede al sequestro di due frammenti del parabrezza del ciclomotore Boxer. In questa occasione, Marini è puntiglioso nel precisare che i terroristi hanno colpito il parabrezza del motorino mandandolo in pezzi. 
Nel gennaio ’79, di nuovo convocato dal Giudice Istruttore, Marini conferma che il parabrezza viene colpito dalla raffica esplosa dal passeggero della Honda. Sostiene di aver ricevuto minacce telefoniche e rifiuta di sottoscrivere il verbale. 
Infine, depone nel corso del processo Moro 1 davanti la Corte di Assise di Roma. I giudici riportano fedelmente la sua deposizione nella sentenza di primo grado: «…Al di là dell’incrocio, fermi sull’angolo di Via Fani, c’erano quattro individui indossanti una divisa bicolore, ed esattamente giacca bleu e pantaloni grigi, con berretto. Per terra, a fianco di costoro, una grossa borsa nera. Dall’altro lato della strada si trovavano tre autovetture. Dalla Fiat 128 targata CD uscirono l’autista e la persona che gli sedeva accanto e, avvicinatosi alla macchina dell’on. Moro, scaricarono le loro pistole lunghe sull’autista e sul carabiniere accanto. Contemporaneamente i quattro vestiti da aviatori aprirono il fuoco violentemente.  Dall’Alfa Romeo di scorta uscì fuori un uomo con la pistola in mano: contro quest’ultimo continuarono a sparare due individui che, oltre a quelli vestiti da aviatori, erano in borghese ed avevano quasi contemporaneamente già aperto il fuoco. In conclusione sino ad ora operarono otto persone, tutti maschi. Poi arrivò, quasi comparendo dal nulla, una Fiat 132 bleu, seguita da una Fiat 128 chiara: dalla Fiat 132 scura uscirono due uomini che, calmissimi, si avvicinarono alla macchina di Moro e lo tirarono fuori dalla portiera posteriore sinistra. L’onorevole era in uno stato di abulia, inerme e non mi pare che fosse in alcun modo ferito. Lo caricarono sul sedile posteriore e si allontanarono per Via Stresa andando a sinistra. Nella 128 bianca che tallonava la 132 vi erano altri due individui.  Fino ad ora di tutte le dodici persone nessuna era mascherata.  In quel frangente mi accorsi di una moto Honda di colore bleu di grossa cilindrata sulla quale erano due individui, il primo dei quali era coperto da un passamontagna scuro e quello dietro che teneva un mitra di piccole dimensioni nella mano sinistra, sparò alcuni colpi nella mia direzione, tanto che un proiettile colpiva il parabrezza del mio motorino. Il mitra si inceppò, cadde un caricatore che finì a terra quasi all’angolo tra Via Fani e Via Stresa davanti al bar Olivetti. Mi colpì il fatto che l’uomo che teneva il mitra sulla moto, pur essendo giovane, somigliava in maniera impressionante a Eduardo De Filippo».  
La circostanza raccontata da Marini è incontestabilmente vera. In via Fani un mitra si inceppa ed un caricatore perso da un brigatista viene effettivamente rinvenuto sul luogo del delitto. Se si osservano le foto scattate durante la fase del sopralluogo, è ben visibile, sulla pavimentazione stradale, un caricatore accanto ad un berretto da aviere. Tuttavia, non è quello perso dall’equipaggio della Honda. Si tratta del caricatore del mitra M12 usato dal brigatista Raffaele Fiore durante l’azione. Fiore, però, non è a bordo di una moto, ma, vestito da aviere, è posizionato in via Fani, dietro le fioriere del bar Olivetti, accanto a Morucci, Gallinari e Bonisoli. Il suo ruolo consiste nell’esplodere colpi di arma da fuoco contro i componenti della scorta dell’on. Moro, ed il suo mitra si inceppa, per due volte.   

Marini, però, non è l’unico teste oculare dell’agguato.

Giorgio Pellegrini, dopo aver sentito colpi di arma da fuoco, esce sul terrazzo ed assiste alla sparatoria. Agli inquirenti offre questo racconto: «…Mentre i citati individui erano nel crocevia sopra riferito ed uno di essi sparava, ho visto una persona, che non so descrivere, a bordo di una motoretta, mi pare una moto vespa, percorrere l’ultimo tratto di via Stresa in direzione del citato crocevia. L’uomo che era alla guida, vista la scena davanti a sè, si è fermato, ha buttato la moto per terra ed è fuggito. Dalla posizione in cui io mi trovavo non posso dire se abbia proseguito a piedi, se sia ritornato sui suoi passi o si sia nascosto nelle vicinanze». §Appare realmente difficile ipotizzare che la persona che, atterrita, butta la moto a terra e fugge, senza peraltro che nessuno abbia sparato contro di lui, sia diversa da quella che corrisponde al teste Alessandro Marini.
Giovanni Intrevado, giovanissimo poliziotto del Reparto Celere, fuori dal servizio, arriva con la propria Fiat 500 all’intersezione di via Fani con via Stresa proprio nel momento in cui i brigatisti stanno sparando contro le auto della scorta di Moro. Barbara Balzerani – che svolge le mansioni di “cancelletto” inferiore per impedire che l’operazione possa essere intralciata dal passaggio casuale di estranei – gli punta contro il mitra Skorpion che ha nelle mani e gli intima di fermarsi. Intrevado osserva la scena del prelevamento di Moro e la fase della fuga delle auto dei brigatisti. Si trova, quasi esattamente, nello stesso posto in cui dovrebbe trovarsi Marini, ma il testimone non fa mai cenno alcuno ad una persona a bordo di un motorino contro la quale vengono esplosi colpi di mitra. Solo dopo, quando si avvicina ai corpi del maresciallo Leonardi e dell’agente Iozzino, passa accanto a lui, a bassa velocità, una moto di grossa cilindrata di marca giapponese, con due giovani a bordo, a volto scoperto, che infine si dirige verso via Stresa. Alcuni anni dopo, Intrevado precisa che, tra i due giovani della moto, era posizionato un mitra. Ma il racconto del giovane poliziotto, che ricorda il passaggio di un mezzo di grossa cilindrata, non collima affatto con quello di Marini: la moto non è presente durante la fase dell’agguato, ma compare sulla scena solo quando l’azione di fuoco è già terminata.              

I giudici che, nel marzo 1985, scrivono la sentenza di appello del processo Moro 1 e bis non esitano ad esprimono perplessità sulla testimonianza di Marini: «…Invero, per quanto riguarda il numero, solo il teste Marini parla di un numero di persone superiore a nove. Ma, la versione fornita dal predetto teste appare essere più una ricostruzione “a posteriori” del fatto. Se egli fosse stato presente all’intero svolgimento della vicenda – come afferma – sarebbe stato notato da qualcun altro dei testi. Tutti gli altri testimoni, invece, riferiscono ognuno o un momento o parte del fatto, e le loro testimonianze, collegate, offrono una ricostruzione dell’azione che, nel numero dei partecipanti e nelle modalità di svolgimento, corrisponde di più a quella data da Morucci». 
Tra il 1983 e il 1994, vengono pronunciate le sentenze di condanna definitive nei confronti di ventiquattro persone responsabili, a vario titolo, di concorso nel tentato omicidio di Alessandro Marini. 
Ma la definitività delle sentenze non significa affatto la fine delle dichiarazioni del testimone che anzi, dal 1994 al 2015, fornisce altre importanti informazioni sulla propria vicenda, di fatto facendo in modo che, progressivamente, la verità giudiziaria cominci a discostarsi, sempre più sensibilmente, dalla verità storica.  
Proprio nel ‘94, fornisce una clamorosa nuova versione dei fatti di cui è stato, al tempo stesso, vittima e protagonista ben 15 anni prima. Dopo aver osservato i due frammenti del parabrezza del suo motorino, Marini ricorda che, nei giorni precedenti il 16 marzo ’78, il mezzo è caduto dal cavalletto ed il parabrezza si è incrinato. Prima di sostituirlo, ha messo dello scotch per tenerlo unito. Però, in via Fani, il parabrezza si infrange cadendo a terra e si divide in due pezzi. 
Venti anni dopo, nel maggio 2014, torna a sedersi davanti ad un magistrato per riferire testualmente: «L’uomo che era alla guida della moto indossava un passamontagna, l’uomo che si trovava dietro, quello che sparò verso di me, era a volto scoperto e somigliava ad Eduardo de Filippo». 
Effettuando una ennesima torsione narrativa, il teste sconfessa le sue precedenti dichiarazioni e sostiene che il conducente della Honda indossa il passamontagna mentre il brigatista seduto dietro è quello che somiglia a Eduardo De Filippo.

Questa, però, non è ancora l’ultima dichiarazione di Marini. 

Il 16 marzo 1978, in via Fani angolo via Stresa, vengono scattate, non solo ad opera degli inquirenti, centinaia di fotografie ed effettuate riprese filmate dei luoghi dell’agguato brigatista. A partire dagli anni ’90, foto e filmati vengono pubblicati in decine di siti web. Alcuni studiosi della vicenda Moro fanno così una singolare scoperta. In diverse immagini di via Fani e di via Stresa, è possibile vedere nitidamente un motorino con il parabrezza attraversato da una vistosa fascia di scotch di colore marrone. Il parabrezza è integro ed è attraversato in diagonale dalla fascia di scotch marrone. In tutte le immagini, il ciclomotore Boxer è parcheggiato sul marciapiede, in corrispondenza della insegna “Snack Bar-Tavola Calda” del bar Olivetti, tra un’auto Alfa sud di colore giallo (si accerterà che si tratta dell’auto con la quale Domenico Spinella, dirigente la DIGOS romana, è arrivato in via Fani) ed una volante della Polizia di Stato.  
Nel giugno 2015, nel corso di una audizione, lo storico Marco Clementi – autore di rigorosi saggi sulla vicenda Moro e sulla storia delle BR – consegna ai parlamentari della Commissione Moro proprio una di queste foto.  
Anche il procuratore aggiunto della Repubblica di Roma, Franco Ionta, ha occasione di esprimere le proprie convinzioni ai parlamentari e, a proposito del Marini, di manifestare sfiducia sulla affidabilità del teste: «…si, che sosteneva che gli avessero sparato con una mitraglietta; prima diceva che a sparare fosse stato il passeggero e poi diceva che fosse stato il conducente della moto. La mia sensazione…deriva dalla sedimentazione di tuto questo lavoro pluridecennale che ho fatto al riguardo sulle metodiche di funzionamento delle BR, su come facevano le inchieste e su come facevano gli attentati. Io ho maturato la convinzione che una presenza spuria rispetto a che aveva organizzato l’agguato di via Fani sia proprio incompatibile con lo schema di funzionamento delle BR…».    
La Commissione parlamentare affida al Servizio della Polizia Scientifica il compito di ricostruire la dinamica dell’agguato di via Fani. 
Federico Boffi, dirigente del Servizio, espone le conclusioni dell’attività svolta. Quando passa a valutare le dichiarazioni dei principali testimoni, segnala che l’osservazione del teste Marini «non è del tutto coerente con i dati in nostro possesso. La presenza di un’altra persona che esplode dei colpi qui per noi non è compatibile». Boffi è ancor più preciso: «la moto può essere passata, ma non ha lasciato per noi tracce evidenti. Per noi, per la ricostruzione della dinamica, è impossibile posizionare questa motocicletta. Rispetto alle traiettorie che abbiamo determinato non c’è alcuna traiettoria che potrebbe essere compatibile con dei colpi esplosi da un veicolo in movimento rispetto alle posizioni che abbiamo già identificato». Ed ancora: «…tutte le armi utilizzate hanno espulsioni verso destra. Se la moto, come sembra, anzi come è, si muoveva in direzione di via Stresa venendo da via del forte Trionfale, l’espulsione dei bossoli a destra li avrebbe dovuti mandare verso le autovetture ferme, se dalla moto avessero sparato in direzione di Marini. In realtà i bossoli…appartengono a queste sei armi…se un’arma è stata utilizzata sulla moto, doveva essere una di queste sei, perché non ci sono bossoli estranei…». Se ancora residuano dubbi, a questo punto molto pochi in verità, questi vengono fugati proprio dal testimone che compare davanti ai parlamentari della Commissione di inchiesta. La relazione della Commissione, approvata il 10 dicembre 2015, contiene ampi riferimenti alla testimonianza: «…Ad Alessandro Marini sono state mostrate alcune immagini estrapolate da un video dell’epoca, che raffigurano un motociclo verde, modello Boxer, con il parabrezza tenuto unito con dello scotch posto trasversalmente, con una guaina copri gambe di colore grigio, parcheggiato in via Fani, sul marciapiedi, all’altezza del bar Olivetti, accanto a un’Alfa sud e a una volante. Marini, osservando le fotografie, ha riconosciuto senza esitare il proprio motoveicolo e ha affermato che sicuramente lo scotch era stato applicato da lui prima del 16 marzo 1978, come aveva già affermato in occasione di dichiarazioni rese il 17 maggio 1994 dinanzi al pubblico ministero Antonio Marini. Alessandro Marini ha aggiunto di ricordare che il 16 marzo, di ritorno dalla Questura dove era stato portato per rendere dichiarazioni, nel riprendere il motociclo si era accorto che mancava il pezzo superiore del parabrezza che era tenuto dallo scotch e di aver perciò ritenuto che fosse stato colpito da proiettili». La relazione poi prosegue: «…Per il fatto che quel giorno l’ho trovato senza un pezzo di parabrezza, io ho ritenuto che fosse stato colpito dalla raffica esplosa nella mia direzione dalla moto che seguiva l’auto dove era stato caricato l’onorevole Moro. Non ho ricordo della frantumazione del parabrezza durante la raffica; evidentemente quando poi ho ripreso il motorino e poiché mancava un pezzo di parabrezza ho collegato tale circostanza al ricordo della raffica. Tali considerazioni le faccio solo ora e non le ho fatte in passato perché non avevo mai avuto modo di vedere le immagini fotografiche mostratemi oggi, da cui si nota che il parabrezza appare nella sua completezza, seppur con lo scotch…». 

La deposizione all’organismo presieduto dall’On. Fioroni, chiude, in maniera definitiva, l’infinita vicenda del testimone Marini. 
Se il parabrezza del ciclomotore – come dimostrano in maniera inoppugnabile le fotografie – nelle ore successive alla consumazione dei fatti terribili accaduti in via Fani intorno alle 9:02 del 16 marzo 1978 è ancora tenuto insieme con lo scotch, cioè è ancora integro, esattamente come quando Marini era uscito di casa, è impossibile sostenere che qualcuno, seduto su una Honda, abbia esploso una raffica di mitra contro il testimone. 
La deposizione alla Commissione Moro segna l’epilogo di una vicenda, iniziata alle 10:15 del 16 marzo ’78, e poi dipanatasi per ben 37 anni! 
La deposizione alla Commissione Moro segna l’epilogo di una vicenda, iniziata alle 10:15 del 16 marzo ’78, e poi dipanatasi per ben 37 anni! 
Un arco temporale smisuratamente ampio, qualcosa che, prendendo in prestito la celebre definizione che del ‘900 ha dato il grande storico inglese Eric Hobsbawm, potremmo definire il “secolo breve” della testimonianza più lunga e controversa della storia giudiziaria italiana.

E l’epilogo non sembra essere particolarmente brillante per il suo protagonista. 

photo credits: AP Photo – Via Fani, Roma, 16 marzo 1978, ore 9, su ilpost.it, 16 marzo 2018., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=839994 

Sequestro Gancia, dopo mezzo secolo l’ex Br Azzolini torna alla sbarra

Forzatura dopo forzatura va avanti l’inchiesta della procura della Dda Torino sulla sparatoria alla cascina Spiotta, nella quale trovarono la morte quarantotto anni fa l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la brigatista Mara Cagol. La vicenda, ormai prescritta dal punto di vista giuridico ma tenuta proceduralmente in vita dalla procura torinese grazie ad un espediente: l’uso di una aggravante (l’aver commesso un nuovo reato per sottrarsi ad uno precedente) che l’ex legge Cirielli non consente più di riequilibrare nel calcolo tra aggravanti e attenuanti, rendendo di fatto automatuica la pena dell’ergastolo e dunque l’imprescrittibilità. A questa prima circostanza se ne è aggiunta una seconda, «abnorme»: Lauro Azzolini, prosciolto con formula piena dal giudice istruttore di Alessandria che condusse la prima indagine, quando vigeva il vecchio codice di procedura penale Rocco, è tornato indagabile grazie alla revoca da parte del Gip di Torino della vecchia ordinanza-sentenza nel frattempo scomparsa nella alluvione del fiume Tanaro che nel 1994 colpì Alessandria e gli archivi del tribunale e che, per questo motivo, nessuno, l’accusa, la difesa e il Gip stesso, hanno mai potuto leggere. Una revoca alla cieca, insomma. In Alice nel paese delle meraviglie la regina di cuori sovvertendo le regole pronunciava la fatidica frase: «prima la sentenza poi il processo», ora è molto peggio, si processa e si vorrebbe condannare senza nemmeno la sentenza.

Tiziana Maiolo – L’Unità 17 Maggio 2023

Riscrivere la storia di cinquant’anni fa in un’aula giudiziaria. È il senso della decisione di una giudice di Torino di annullare una sentenza con cui un esponente delle Br, Lauro Azzolini, era stato assolto dall’accusa di aver sparato e ucciso un carabiniere e poi di essere scappato. La sentenza è sparita, forse annegata in un’alluvione. Ma va comunque revocata e l’ottantenne ex brigatista va riportato alla sbarra.

E poi, che cosa ve ne fate? Così disse Adriano Sofri di fronte alla possibilità che la terra di Francia “restituisse” all’Italia i suoi figli ex trasgressori e ora pacificati settantenni e ottantenni. Cosa che non avvenne perché diversi giudici, fino alla cassazione, presero le distanze dai procuratori allineati con il governo Macron e anche con quelli di Draghi e di Meloni. E quei giudici parlarono, tra l’altro, del diritto-dovere di considerare il tempo che passa e i cambiamenti delle persone. Senza questa naturale forma di oblio, lasciando la memoria agli storici più che ai giudici, esiste solo la vendetta. Che non è pane per lo Stato di diritto.

Una lezione che ha le radici nella “dottrina Mitterrand”, ma anche, per restare in terra italiana, nel diritto romano. Corpi estranei per certe procure e per certi organi antiterrorismo. Diversamente non avrebbe (non ha) senso il fatto che alla procura di Torino si stia cercando di resuscitare la preistoria del terrorismo italiano. Coinvolgendo in un tragico sequestro di persona di cinquanta anni fa l’ottantenne fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio, con la formuletta, che credevamo solo craxiana, del “non poteva non sapere”. E poi, addirittura con un’accusa di omicidio, l’ottantenne ex brigatista Lauro Azzolini. Eppure sta succedendo.

Una pm della Dda, Diana de Martino, e due colleghi della procura di Torino, Emilio Gatti e Ciro Santoriello, stanno indagando da un anno e mezzo, hanno convocato un bel gruppo di ottantenni ex brigatisti, poi hanno emesso un’informazione di garanzia a carico di Renato Curcio per un sequestro di persona, nella sua veste di fondatore delle Brigate Rosse. E lui ha risposto, per nulla intimidito, fatemi sapere piuttosto come è morta mia moglie Margherita. Così ha squarciato il velo sulla storia di quel che accadde quarantotto anni fa in una cascina del Monferrato dove le Brigate Rosse avevano per la prima volta tenuto prigioniero, dopo averlo sequestrato vicino a casa, un imprenditore, il “re dello spumante” Vittorio Vallarino Gancia, morto novantenne pochi mesi fa.

E’ paradossale, il paradosso della giustizia italiana, che stiamo raccontando una storia che pare quasi ambientata in una casa di riposo. Perché questa generazione di procuratori-storiografi pare non accontentarsi più delle indagini sulla mafia di trent’anni fa, ma ha la pretesa di fare una “nuova giustizia” anche sul terrorismo di cinquant’anni fa. Così, dal momento che la giudice delle indagini preliminari di Torino, Anna Mascolo, ha deciso ieri di accogliere la richiesta dei procuratori, si riapriranno ufficialmente le indagini su un tragico fatto del 5 giugno 1975, quando alla cascina Spiotta, tra le colline dell’alessandrino, dove le Br tenevano segregato Vittorio Vallarino Gancia, in un conflitto a fuoco con i carabinieri, furono uccisi l’appuntato Giovanni D’Alfonso e la brigatista Margherita Cagol, nome di battaglia “Mara”. Un secondo esponente delle Br era riuscito a fuggire. Non è stato mai identificato in tutti questi anni, nonostante le indagini abbiano tentato di portare alla sbarra in particolare Lauro Azzolini, che però fu assolto da un giudice istruttore, con il vecchio rito, per non aver commesso il fatto.

Ora l’ex capo della colonna torinese delle Br è iscritto nel registro degli indagati per omicidio, sulla base di due labilissimi indizi tra loro collegati. Il primo: le perizie dei Ris avrebbero rilevato 11 impronte digitali di Azzolini sui fogli dattiloscritti di una relazione che su quei fatti avrebbe stilato una fonte interna al gruppo terroristico e che è stata ritrovata in una base logistica di Milano. Quelle impronte, sostengono gli investigatori, sembravano intrise di sudore, sintomo di uno stato emotivo, come se chi aveva tenuto quei fogli in mano fosse stato la stessa persona che li aveva scritti. E chi, se non il protagonista stesso di quella tragica giornata? Il secondo indizio l’avrebbe fornito lo stesso Renato Curcio, il quale, in un suo libro, ha sostenuto che quella relazione, che era girata tra diverse mani, dava la versione esatta dei fatti per come erano accaduti, perché era stata scritta dall’esponente delle Br che era stato presente. Ma che cosa dimostra che fosse proprio Azzolini e non uno dei tanti che quei fogli avevano avuto in mano?

Nell’udienza che si è svolta il 9 maggio nell’ufficio della gip di Torino, naturalmente l’avvocato Davide Steccanella, difensore di Azzolini, ha potuto con una certa facilità dare battaglia proprio a partire dalla fragilità degli elementi indiziari raccolti dall’accusa. Il primo è addirittura paradossale, perché l’atto istruttorio che il 3 novembre 1987 ha assolto Lauro Azzolini per non aver commesso il fatto è sparito. Ma è sul merito dell’inchiesta che si mostra la debolezza di questa nuova pretesa punitiva. Intanto le date. Il fatto tragico della cascina Spiotta è del 5 giugno 1975, il ritrovamento del memoriale è di oltre sette mesi dopo, il 18 gennaio 1976 nell’appartamento milanese di via Maderno, quando i fogli sono già passati di mano in mano e non si sa chi li abbia consegnati a Renato Curcio. Lui nel libro, scritto nel 1993, quindi a quasi vent’anni di distanza, ricorda che quel testo era stato scritto da un militante che era stato presente ai fatti tragici di quel giorno. E avanza molti dubbi sulla dinamica di quella sparatoria e sull’uccisione di Mara Cagol, che potrebbe esser stata colpita mentre era con le braccia alzate in segno di resa.

Ma c’è un punto centrale: la descrizione che del brigatista fuggitivo avevano fatto tutti coloro che erano presenti quel giorno alla cascina Spiotta, cioè i tre carabinieri sopravvissuti, il maresciallo Cattafi, l’appuntato Barberis e il tenente Rocca, oltre al sequestrato Vallarino Gancia. Descrivono l’esponente delle Br come alto tra un metro settanta e uno e settantacinque, centimetro più centimetro meno. Ora va detto che Lauro Azzolini era alto oltre uno e novanta, statura rarissima negli anni settanta. Sarebbe stato descritto come un omone e sarebbe stato notato per questa sua particolarità, se fosse stato lui a essere presente e a sparare. Ma ha senso tutto ciò? Che giustizia è -lo diciamo anche ai figli dell’appuntato Giovanni D’Alfonso, ucciso in quel conflitto- quella che arriva cinquant’anni dopo? E che poi magari non arriva perché, ammesso che si giunga a un rinvio a giudizio e poi al primo e secondo e terzo grado di processo, sarà poi inevitabile arrivare a una dichiarazione di prescrizione. E all’ennesimo fallimento dello Stato di diritto.

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I mal di pancia dell’ex procuratore Giancarlo Caselli

Per l’ex procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, oggi in pensione, la decisione della corte di Cassazione francese, che ha confermato il rigetto delle domande di estradizione pronunciato in precedenza dalla corte di Appello di Parigi dei dieci rifugiati italiani, ex militanti delle formazioni della sinistra armata degli anni 70, sarebbe solo un gesto di «arrogante intolleranza», figlio della irresistibile tentazione francese di «insegnare a tutti gli altri (gli italiani in particolare modo) come si sta al mondo».
I contenuti giuridici della decisione – sempre secondo l’ex pm – oscillerebbero tra «il paradossale e l’incredibile». In particolare Caselli non sembra digerire l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, richiamato dai giudici parigini per tutelare i diritti acquisiti nel corso della pluridecennale permanenza sul suolo francese dei dieci esuli italiani, sulla scorta di decisioni giudiziarie, politiche e amministrative, pronunciate nel tempo dalla autorità del posto. Tutto ciò – a detta dell’ex procuratore – non avrebbe alcun valore. Per il diritto interno francese tutte le pene sono prescritte dopo un periodo massimo di venti anni, ciò vale anche per l’ergastolo, che nel nostro ordinamento è diventato invece imprescrittibile, al pari di un crimine contro l’umanità. Nell’ordinamento italiano, il periodo massimo oltre il quale scatta la prescrizione delle pene temporali è pari a trent’anni. Regola che l’autorità giudiziaria ha aggirato in tutti i modi mettendo in campo una serie di sotterfugi e artifici vergognosi pur di impedire che la prescrizione venisse riconosciuta a due dei dieci ex militanti richiesti. In un caso si è addirittura ricorsi ad una fraudolenta dichiarazione di pericolosità sociale, a quaranta anni dai fatti-reato, nei confronti di una persona ormai ultrasettantenne e che nel frattempo ha mantenuto una condotta penalmente irreprensibile sul suolo francese, pur di scongiurare l’applicazione della prescrizione.
Nella dottrina classica del diritto, il decorso del tempo faceva venire meno l’interesse punitivo dello Stato nei confronti del reo. Questo assunto traeva il suo fondamento penalistico dalla convinzione che fuori dal contesto sociale che lo aveva generato, il reato attenuava se non perdeva la sua portata lesiva dell’ordine sociale e politico infranto, perdeva la carica di allarme sociale in esso contenuta e il reo vedeva inevitabilmente modificarsi la sua personalità a distanza di trenta anni dai fatti. A questa concezione Caselli antepone la «punizione infinita», per altro strettamente limitata ai reati di natura politica e di contestazione sociale, secondo una visione etica dello Stato molto vicina ai presupposti culturali dell’attuale maggioranza di governo, a cui senza dubbio può dare molte lezioni.
Ai giudici francesi non è sfuggito questo atteggiamento generale della autorità politiche e giudiziarie italiane, nonché della grande stampa, tanto da aver ritenuto che il via libera alle estradizioni, a fronte dei ripetuti propositi meramente vendicativi enunciati e praticati da parte italiana, avrebbe comportato per gli estradandi un trattamento sproporzionato e iniquo, una violazione insanabile della vita familiare e privata acquista da molti decenni in Francia, infrangendo il percorso di recupero sociale realizzato.
A rendere ancora più furibondo Caselli è stato poi il richiamo al giusto processo, sancito dall’articolo 6 della Cedu. Norma finalizzata a garantire che la persona a rischio di estradizione non sia esposta, nello Stato richiedente, a un flagrante diniego di giustizia che può derivare, in particolare, dall’impossibilità di ottenere una nuova pronuncia giudiziaria sul merito dell’accusa nonostante la condanna sia stata pronunciata in sua assenza. Diverse richieste di estradizione riguardavano, infatti, persone processate e condannate in contumacia. Chi ha seguito tutte le udienze davanti alla corte di appello di Parigi sa bene che i giudici hanno ripetutamente chiesto chiarimenti e garanzie alla parte italiana affinché una volta riconsegnate, le persone condannate in contumacia potessero avere garantito il diritto a un nuovo processo. Per tutta risposta le autorità italiane hanno balbettato, tergiversato a lungo perché incapaci di fornire delle garanzie inesistenti nel nostro ordinamento processuale. Atteggiamento che ha definitivamente convinto la corte francese a rifiutare le domande di estradizione.
Per Caselli tutto ciò sarebbe solo una prova della supponenza d’Oltralpe e non una manifesta deficienza italiana, una incapacità a comprendere che la cultura della eccezione giudiziaria che ha dominato la fase repressiva della lotta armata non è sovrapponibile alle altre culture giuridiche europee a cui sfugge questa eterna riproposizione di logiche d’eccezione originate da contesti non più attuali, conclusi da oltre trent’anni.
Alla ricerca disperata di argomenti per puntellare le proprie tesi, Caselli ricorre ad un esempio surreale, il processo di Torino al nucleo storico delle Brigate rosse, definito un modello del rispetto dei diritti degli imputati. Oggi sappiamo che fu la federazione del Pci torinese a reclutare i giudici popolari di quel processo, come ha raccontato Giuliano Ferrara che quella operazione gestì in prima persona. Sono noti anche i rapporti stretti che Caselli teneva con la federazione torinese del partito comunista, in nome di quella concezione schierata e combattente del ruolo della magistratura che contrasta con la pretesa di dare lezioni morali al mondo, soprattutto se poi è la sua ex procura, in linea con le autorità di governo francesi (cosa c’entra la magistratura di Parigi che per altro nel dossier estradizioni non si è piegata ai diktat dell’Eliseo), a perseguire con uno zelo facinoroso quegli attivisti che sostengono i migranti alla frontiera tra i due paesi.

Il cronologo della lotta armata

Il libro di oggi – Davide Steccanella, Gli anni della lotta armata, cronologia di una rivoluzione mancata, Bietti Milano, 2022, (quarta edizione) 563 pp.

Davide Steccanella è un avvocato molto conosciuto a Milano, un carattere esuberante, interessi culturali molteplici per il cinema e la lirica, il romanzo manzoniano e il decennio Settanta che nel corso del tempo è divenuto una vorace passione di conoscenza. Di quel periodo ha letto tutto il possibile, visto ogni film e documentario, incontrato i protagonisti, gli ex militanti, finendo per difenderne alcuni, ma non solo. La sua professione lo ha portato a conoscere e misurarsi anche con chi era dall’altra parte, magistrati, esponenti delle forze di polizia e familiari delle persone colpite. Un percorso di conoscenza spinto dal bisogno di riempire un vuoto, un momento mancato negli anni della sua gioventù, quando figlio della buona borghesia e dai buoni studi passò accanto a quelle storie, sfiorandole come ha raccontato nel suo romanzo autobiografico, Gli sfiorati (Bietti, 2019).
Nel 2013 dava alle stampe la prima versione de Gli anni della lotta armata, cronologia di una rivoluzione mancata (Bietti), ridando lustro ad un genere letterario dimenticato, la cronaca. Diffuso nel medioevo, la cronica rappresentava una forma di racconto storico che si dipanava lungo la linea del tempo come il filo dal rocchetto, tracciandone in sequenza dei punti. Quei punti erano episodi, eventi, narrati senza approfondire troppo cause e effetti. Non possiamo dimenticare le cronache fiorentine del 300 che ci restituiscono il racconto del conflitto tra guelfi bianchi e neri, in una Firenze traversata dalla guerra civile, dallo scontro politico e sociale che opponeva i ceti borghesi e mercantili emergenti alle famiglie aristocratiche, da una parte i fautori dell’autonomia politica della città, dall’altra chi sosteneva il potere temporale del papato.
Dal quel 2013 è trascorso un decennio e il racconto è cresciuto. Sono uscite altre due edizioni, nel giugno 2013 e nel febbraio 2018, interpolate da un volume di storie di donne rivoluzionarie, Le indomabili (Paginauno 2017) e Milano e la violenza politica, la mappa della città e i luoghi della memoria (1962-1986) (Milieu 2020).
Alla fine del 2022 è apparsa la quarta edizione aggiornata. La cronaca iniziale, di cui Steccanella è divenuto negli anni un maestro, è lievitata: ha preso un’altra forma, grazie ad un paziente lavoro di studio e ricerca le voci sono state integrate e accresciute, il volume conta 573 pagine, si è arricchito delle ultime vicende. L’ultima sezione del volume riguarda gli anni che vanno dal 1990 al 2022, è in queste pagine che troviamo il lavoro più innovativo, quasi del tutto assente nella saggistica che affronta questi temi, dai lavori della commissione Moro 2 alle ultime inchieste giudiziarie che tengono ancora viva l’attenzione su quegli anni. La cronologia degli ultimi venti anni ci aiuta a comprendere quel passato che non passa, la patologica difficoltà di storicizzare, l’uso politico che ancora se ne fa. Il volume presenta un solido apparato di note da leggere con accurata attenzione per la mole imponente di informazioni che vi sono contenute e che fa di questo lavoro non solo un libro che restituisce l’affresco dell’epoca, ma anche un utile strumento per il ricercatore.

La risposta di Renato Curcio ai pm che lo hanno indagato per i fatti della Spiotta

Memorie di un indagato

Avendo ricevuto comunicazione di essere “indagato” in relazione ad un procedimento che riguarda i fatti avvenuti alla Cascina Spiotta di Arzello il 5 giugno del 1975 credo sia utile esporre con chiarezza la mia reale implicazione al riguardo, come peraltro ho già fatto anche nel 1993 nell’intervista concessa a Mario Scialoja e pubblicata nel libro “A viso aperto”.

Al tempo dei fatti in questione ero da pochi mesi evaso dal carcere di Casale Monferrato in seguito ad una azione condotta da un gruppo armato inter- colonne delle Brigate Rosse. Azione per la quale sono già stato condannato e che dunque non penso possa riguardare quest’indagine. Ritengo tuttavia utile ricordarla poiché avvenne il 18 febbraio del 1975, vale a dire 48 anni or sono, ma da essa presero avvio le vicende inerenti all’indagine che è meglio chiarire.

Va da sé che per il clamore non indifferente che quell’azione fece il mio viso comparve più e più volte su giornali e televisioni e questo, sia per le BR che per me, costituiva un problema. C’era per un verso la preoccupazione che qualcuno notasse e segnalasse la mia presenza e, per un altro, la necessità di salvaguardare chi mi era vicino e le strutture dell’organizzazione. In entrambi i casi era quindi opportuno che me ne stessi tranquillo per un po’ e fuori da quei rischi. Valutazione che fu chiara anche a me e che dunque condivisi. Per oltre un mese rimasi riparato in un piccolo appartamento della Liguria in attesa che sbollissero le acque, come ho raccontato nel libro citato.

All’inizio di aprile si pose però il problema di una ripresa della mia militanza attiva e di una sistemazione più stabile. E questo non poteva avvenire in Piemonte, a Torino, dove a partire dal luglio del 1972 avevo contribuito a costruire la Colonna e dove, inoltre, il giorno 8 settembre del 1974 nel pinerolese ero stato arrestato. Con Margherita valutammo così che fosse più sensato un mio spostamento a Milano benché questo comportasse un qualche allontanamento tra noi. Ritenni comunque di non dover entrare neanche nei ranghi della Colonna milanese per non mettere a repentaglio la sua sicurezza preferendo invece dedicarmi a una nuova tessitura di rapporti in ambienti sociali diversi rispetto a quelli che avevo conosciuto e assiduamente frequentato tra il 1969 e il 1972.

Tra aprile e maggio operai dunque in relativa autonomia a Milano totalmente assorto da questo nuovo compito che peraltro mi portò a frequentare e conoscere un’area nuova dell’effervescenza sociale, quella da cui emerse

Valter Alasia, mio primo collaboratore in questa impresa. Di fatto, in quel breve periodo, non fui in organico né nella Colonna Torinese, né nella originaria Colonna Milanese. Tuttavia, se per un verso questo mi proteggeva dai rischi connessi alle dinamiche interne di quelle due colonne – dalle quali il pur breve periodo del carcere mi aveva completamente disconnesso – per un altro, decretava anche inevitabilmente un sostanziale isolamento rispetto alle loro pratiche ovviamente molto compartimentate. In quel periodo non partecipai dunque ad alcuna loro campagna operativa ma venni invitato ad un solo incontro di discussione tra Margherita per la Colonna di Torino, e Mario Moretti, per quella di Milano, che si era reso opportuno poiché nell’organizzazione stava circolando tra i militanti l’idea di aggiungere agli espropri di banche anche eventuali sequestri di banchieri o comunque di persone facoltose. In quell’incontro, in piena ortodossia brigatista, non si discussero azioni specifiche da compiere – anche se, genericamente, se ne ventilarono alcune – ma si concluse che sarebbero state le singole le Colonne a valutare in proprio i pro e i contro, e a decidere in piena autonomia cosa sarebbe stato meglio fare per ciascuna di esse.

Dico “in piena autonomia” perché nelle Brigate Rosse non ci sono mai stati “esponenti apicali” al di sopra delle Colonne e men che meno “capi colonna” che impartissero ordini a militanti subalterni ed esecutori. Il principio dell’unità della dimensione politica con quella militare – “Chi propone fa!” – ampiamente esposto nei documenti dell’epoca, nelle pratiche e nelle testimonianze postume, venne fin dal primo giorno affermato e rispettato da tutti. Così come quello della partecipazione in prima persona alle azioni che venivano proposte ed accolte.

Per quanto attiene la decisione della Colonna torinese di mettere in opera il sequestro di Vallarino Gancia non conosco alcun particolare specifico poiché, come ho detto, non essendo interno alla Colonna torinese venni tenuto accuratamente all’oscuro della discussione che portò alla sua progettazione operativa, alla sua messa in opera e delle modalità in cui avrebbe dovuto svolgersi. A ridosso del 4 giugno 1975 tuttavia incontrai, come periodicamente accadeva, Margherita. In quell’occasione fu lei a dirmi che i nostri già radi incontri diretti sarebbero stati temporaneamente sospesi per qualche tempo poiché la Colonna torinese sarebbe stata impegnata in una azione a cui lei stessa avrebbe preso parte. In quell’occasione mi indicò anche un altro compagno che avrebbe provveduto a mantenere in sua vece i contatti periodici di sicurezza. E fu proprio quel compagno che il 5 giugno mi fissò un appuntamento urgente a Milano durante il quale mi chiese se avessi sentito i notiziari della radio. Risposi di no e chiesi la ragione per cui avrei dovuto farlo. Fu così che venni a conoscenza di quanto era successo alla cascina Spiotta. Di tutto ciò comunque ho dato un’ampia e pubblica testimonianza nel 1993, vale dire trent’anni fa – ripeto: trent’anni fa! – nel libro all’inizio citato e ampiamente circolato in Italia e all’estero.

Comunque, in uno degli appuntamenti settimanali di sicurezza che seguirono mi venne riferito che il compagno fuggito dalla cascina Spiotta dopo il conflitto a fuoco desiderava incontrarmi per raccontarmi in prima persona quanto era accaduto. In un primo tempo, non conoscendolo preferii non incontrarlo. In un secondo tempo, tuttavia, dopo aver letto la sua relazione ampiamente circolata nelle varie Colonne, decisi – nonostante il rischio – di farlo per conoscere meglio alcuni dettagli relativi agli ultimi confusi minuti della vita di Margherita. Questo incontro si svolse in una località turistica verso la fine di giugno. Non avevo mai visto prima la persona che si presentò e mai più la rividi in seguito. Era un uomo assai afflitto per il “guaio” che era successo e oltremodo turbato per gli errori compiuti e per le morti che ne erano derivate. Lo ascoltai in silenzio. Anche di quell’incontro comunque ho fatto un cenno trent’anni fa nel libro “A viso aperto”.

Di un’unica cosa però in quel libro non ho detto tutto quello che credo resti da dire ancora: il modo in cui è morta Margherita. Dalla relazione scritta dal compagno che era con lei alla cascina, ampiamente circolata nelle Brigate Rosse, rinvenuta in qualche perquisizione e infine anche pubblicata, si può dedurre infatti che sia stata uccisa “dopo il conflitto”; anche se, ovviamente, quella relazione non costituisce una prova. Oggi però con l’autopsia in mano possiamo avere la certezza che il colpo mortale fu un classico “sotto- ascellare”, da sinistra a destra, che le ha perforato orizzontalmente i due polmoni; colpo mortale e inferto con competenza professionale. Su di ciò non possono esserci più dubbi, come sul fatto che Margherita in quel momento fosse disarmata e le sue mani fossero alzate. Restano allora senza risposta due domande: chi realmente ha premuto il grilletto? Era necessario? Non ho voluto fino ad oggi sollevare queste tristissime domande né l’avrei fatto se questa strana comunicazione che mi è stata notificata il 14 febbraio del 2023 in cui leggo di “essere indagato” non me le avesse strappate dal cuore riportandole in qualche modo allo scoperto.

Renato Curcio 18/02/2023

Comunicato per la stampa

Visto che vengo tirato in ballo per i fatti del 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta di Arzello con l’intenzione di attribuirmi una qualche responsabilità in essi, ho fatto presente ai magistrati che mi hanno interrogato, consegnando loro anche una memoria scritta, la mia totale estraneità sia alla decisione di effettuare il sequestro di Vallarino Gancia, sia a tutto ciò che lo ha riguardato.

Poiché sono comparse sulla stampa curiose ricostruzioni accusatorie faccio anche presente che, come ho detto ai magistrati, 47 anni dopo quei fatti non ho ancora saputo chi in quel giorno ha ucciso Margherita Cagol Curcio mentre era disarmata e con le braccia alzate come ha inoppugnabilmente dimostrato l’autopsia.

L’esperienza delle Brigate Rosse si è conclusa con una dichiarazione pubblica, anche mia, nel 1987 e poiché negli anni di quell’esperienza ho collezionato in silenzio un record di concorsi morali anomali scontati interamente come le altre pene inflitte faccio presente che mi difenderò da questa ulteriore e incomprensibile aggressione.

Renato Curcio 25 febbraio 2023

Chi ha ucciso Mara Cagol? Indagato nella nuova indagine sulla sparatoria alla cascina Spiotta di 48 anni fa, Curcio chiede verità sulla uccisione della moglie

«Prima uccidono la moglie poi vogliono indagarlo», si riassume in queste poche parole l’iscrizione nel registro degli indagati da parte della procura torinese di Renato Curcio, tra i fondatori della Brigate rosse: 82 anni, 25 passati in carcere di cui 12 nel circuito di massima sicurezza, per lunghi periodi in articolo 90, il regime antesignano dell’attuale 41 bis.
I magistrati torinesi hanno riaperto le indagini su una sparatoria avvenuta 48 anni fa davanti alla cascina Spiotta di Arzello, in provincia di Alessandria, dove la colonna torinese delle Brigate rosse aveva nascosto da appena 24 ore, dopo averlo rapito, l’industriale dello spumante Vallarino Gancia, scomparso lo scorso 14 novembre 2022.

La sparatoria
All’arrivo di una pattuglia dei carabinieri in perlustrazione nella zona si scatenò un conflitto a fuoco tra due brigatisti, un uomo e una donna, che custodivano l’ostaggio e i militi dell’arma. Nello scontro morì l’appuntato Giovanni D’Alfonso e rimase gravemente ferito il tenente Umberto Rocca e più leggermente il maresciallo Rosario Cattafi. La donna, Mara Cagol, ferita e seduta a terra ormai disarmata, venne uccisa in circostanze mai chiarite con un colpo sotto l’ascella. L’altro brigatista riuscì a fuggire in modo rocambolesco lanciandosi in un boschetto circostante e facendo perdere le proprie tracce. In una relazione, poi ritrovata all’interno della base di via Maderno a Milano, dove Curcio si nascondeva dopo l’evasione dal Carcere di Casale Monferrato, il brigatista fuggito e mai individuato raccontava la sua versione dei fatti spiegando di aver visto Mara Cagol ancora viva dopo essersi lanciato nel bosco. Nascosto nella boscaglia aveva scorto la donna seduta a terra con le mani alzate che si rivolgeva al quarto carabiniere, l’appuntato Pietro Barberis, rimasto di copertura in fondo al viottolo che portava alla cascina. Ecco il suo racconto:

«Urlai a M. Di svignare e corre verso il bosco. Mentre correvo zigzagando nel campo, sentii tre colpi attorno a me. Riuscii ad arrivare al bosco e con un tuffo mi buttai nella macchia piena di spini. Di sopra sentivo la M. che urlava imprecando contro i Cc. Presi l’altra Srcm dalla tasca e pensai di centrare il Cc. Mi affacciai dalla buca e vidi la M. seduta con le braccia alzate che imprecava contro il Cc. Nel vedere la M. Ancora seduta e la mia impossibilità di arrivare a tiro decisi di sganciarmi velocemente, pensando che i rinforzi sarebbero arrivati a minuti. Corsi giù per il pendio e quando stavo per arrivare dall’altra parte della collina, vicino ad un bosco sotto il castello (saranno passati cinque minuti dal momento della mia fuga), ho sentito uno, forse due colpi secchi, poi due raffiche di mitra. Per un attimo ho pensato che fosse stata la M. a sparare con il suo mitra, poi ebbi un brutto presentimento…».

Il confidente della Ferretto
In via Maderno i carabinieri erano arrivati grazie al ruolo di un confidente, un operaio interno all’Assemblea autonoma di Porto Marghera, un ex della Brigata Ferretto (antesignana della colonna veneta della Br) “gestito” dal Centro Sid di Padova tra il 1975 e il 1976. Il confidente fu all’origine di molti arresti: oltre a Nadia Mantovani e Renato Curcio, fece catturare lo stesso giorno Angelo Basone e Vincenzo Guagliardo. Le sue soffiate provocarono la caduta di diversi militanti Br di Porto Marghera; fu sempre lui a consegnare ai carabinieri Giorgio Semeria che dal Veneto rientrava a Milano. E probabilmente la necessità di coprire questa fonte molto importante per l’efficacia dimostrata giustificò il tentativo di omicidio di Semeria al momento della sua cattura sulla banchina della stazione centrale.

Quarantotto anni dopo
Le nuove indagini sono partite proprio dal testo del brigatista superstite, cercando di individuare impronte e tracce di dna presenti sui fogli dattiloscritti e sulla macchina da scrivere impiegata, ritrovata sempre nella base di via Maderno.
Sono stati ascoltati come testi informati dei fatti molti ex brigatisti della prima ora ma nessuno ha fornito elementi utili all’inchiesta: c’è chi si è avvalso della facoltà di non rispondere, chi ha richiamato la compartimentazione, chi era già in carcere o apparteneva ad altre colonne non coinvolte nel sequestro. In un primo momento anche Curcio è stato ascoltato come teste ma lo scorso 20 febbraio è stato convocato una seconda volta come indagato per il reato di concorso in omicidio, in ragione della sua «figura apicale» all’interno dell’organizzazione brigatista. Posizione che lo avrebbe reso responsabile delle direttive fornite ai militanti che hanno materialmente condotto il sequestro e gestito l’ostaggio, tra cui quella che prevedeva in caso di avvistamento del nemico di sganciarsi prima del suo arrivo e se colti di sorpresa «ingaggia[r]e un conflitto a fuoco per rompere l’accerchiamento». Passaggio ripreso da un numero del giornale Lotta armata per il comunismo del 1975, senza firma.

Premeditazione
Sulla base del principio giuridico del «dolo eventuale» e di una estensione iperbolica del concorso morale, i tre pubblici ministeri che conducono l’inchiesta hanno ritenuto Curcio responsabile dei fatti accaduti che egli in qualche modo avrebbe messo in conto, ivi compreso a questo punto non solo la morte dell’appuntato D’Alfonso e il ferimento degli altri carabinieri ma anche la morte della moglie. Circostanza che in passato aveva giustificato il mancato approfondimento della vicenda. Gli organi di polizia, infatti, avevano preferito glissare sull’identità mai accertata del brigatista fuggito per evitare di attirare l’attenzione sulla reale dinamica della morte della Cagol, episodio che all’epoca suscitava ancora dell’imbarazzo tra le fila dell’antiterrorismo.
Eravamo nel 1975, lontani da quel 1980 quando nella notte del 28 marzo i carabinieri non esitarono ad infliggere il colpo di grazia alla nuca ai quattro brigatisti presenti nella base di via Fracchia a Genova, dove avevano fatto irruzione sorprendendoli nel sonno. Tra di loro c’era anche la giovane proprietaria dell’appartamento, Anna Maria Ludman.

Una cattivo sempre utile per tutte le stagioni
La nuova indagine è scaturita da un esposto presentato da Bruno D’Alfonso, figlio dell’appuntato deceduto nello scontro a fuoco, anche lui carabiniere, dove si chiedeva di fare luce sulla identità del brigatista sfuggito alla cattura. L’esposto, realizzato dopo anni di ricerche personali sulla vicenda, ha ispirato la realizzazione di un volume, Brigate rosse – L’invisibile, scritto da Berardo Lupacchini e Simona Folegnani, edizioni Falsopiano. I due autori si dicono convinti di aver individuato con la loro ricerca l’identità dell’«invisibile» nella persona di Mario Moretti, azzardando sulla base di una ricostruzione alambiccata e l’uso del termine «presa» per indicare la cattura dell’industriale Gancia, utilizzato nel rapporto trovato nella base di via Maderno e «diciotto anni dopo nel libro firmato da Moretti», l’individuazione della prova che incastrerebbe quest’ultimo. Certi della solidità della loro prova i due autori ispirati dalle sirene franceschiniane si dilungano nel tratteggiare un presunto movente che avrebbe guidato il comportamento senza scrupoli del cattivissimo Moretti: ormai al riparo nella folta vegetazione un subitaneo pensiero, una preveggenza strategica, l’avrebbe indotto ad abbandonare Mara Cagol al suo destino per prendere così il suo posto alla guida dell’organizzazione. Una quadra della vicenda che ha entusiasmato il giudice Salvini nel corso din una presentazione del volume avvenuta su Fb.
I giudici torinesi non sembrano tuttavia aver apprezzato molto il suggerimento indirizzandosi verso altre strade.

La memoria difensiva
In una memoria molto dettagliata Curcio ha spiegato che in quel periodo, successivo all’evasione dal carcere di casale Monferrato, per ragioni di sicurezza non era più organico ad alcuna colonna e dunque all’oscuro delle singole operazioni che queste portavano avanti. Ha ricordato che nelle Brigate rosse non esistevano ruoli apicali e militanti subalterni. Ha chiesto poi che le nuove indagini facessero finalmente luce sulle circostanze della morte della moglie, Mara Cagol, facendo leva sul referto autoptico che riferiva del colpo mortale portato sotto l’ascella della donna.

Lo stratagemma per evitare la prescrizione
L’accusa così formulata a Curcio serve soprattutto a puntellare un fondamentale requisito giuridico necessario per scongiurare la prescrizione dei reati maturata da lungo tempo, e dunque l’improcedibilità: la premeditazione. L’invenzione della presenza di una direttiva generica tratta dalla citazione di un foglio d’area, la cui paternità viene attribuita a Curcio eletto “monarca assoluto” delle Brigate rosse in spregio alle conoscenze storiche sul funzionamento di quella organizzazione, serve a creare la presenza della premeditazione in una vicenda del tutto occasionale, dove è la stessa dinamica dei fatti e il racconto del superstite sfuggito a dimostrare che i brigatisti non si accorsero dell’arrivo della pattuglia e reagirono in modo del tutto impreparato e confusionario.

La commissione d’inchiesta “privata” del giudice Salvini sul sequestro Moro

E’ stata diffusa ieri la relazione della commissione antimafia sul sequestro Moro. Consulente il giudice Guido Salvini. Un’orgia di dietrologia

E’ stata resa pubblica la relazione prodotta nella scorsa legislatura dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, «sulla eventuale presenza di terze forze, riferibili ad organizzazioni criminali, nel compimento dell’eccidio di via Fani». A conclusione della legislatura la relazione non era ancora pronta, anche se alcune indiscrezioni erano filtrate verso giornalisti amici che ne avevano subito diffuso una velina il 6 maggio 2022 e le bozze preparatorie erano state sintetizzate nel settembre successivo (senza turbare minimamente la magistratura), sempre su The post internationale.

Una commissione omnibus
Presieduta dal 5stelle Nicola Morra, la commissione aveva suddiviso le sue attività d’inchiesta in 24 sezioni che si sono occupate degli argomenti più disparati, molti dei quali distanti anni luce dalle vicende mafiose o di criminalità organizzata: la morte del ciclista Marco Pantani, il massacro di due minori a Ponticelli nel 1983, l’omicidio di Simonetta Cesaroni in via Poma a Roma, i delitti del mostro di Firenze, la morte di Pasolini. Fatti di cronaca nera in parte rimasti irrisolti. Sulle attività mafiose invece si è lavorato sulla strage di via dei Georgofili, le infiltrazioni negli enti locali, massoneria, usura, strage di Alcamo marina, presenza e cultura mafiosa nelle università e nell’informazione. Infine, ciliegina sulla torta, non poteva mancare – come si è visto – via Fani e il rapimento Moro. Insomma una commissione omnibus, aperta a tutte le vicende giudiziarie e non, una sorta di supplemento politico dell’attività investigativa delle forze di polizia e della magistratura. Non solo, ma con ampio utilizzo discrezionale, quasi personale, dello strumento d’inchiesta, che sembra essere sfuggito al mandato e al controllo parlamentare.

Una indagine doppione
Nel caso della relazione sui fatti di via Fani appare evidente l’entrata a gamba tesa sulle inchieste in corso condotte della Procura della repubblica e dalla Procura generale di Roma che hanno ereditato dalla precedente Commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, alcuni filoni d’indagine sulla vicenda Moro. Un doppione d’indagine che sembra quasi voler imporre la “giusta linea politica” all’inchiesta condotta dalla magistratura capitolina. Non solo, emergono ulteriori criticità sulla competenza territoriale: basti pensare al coinvolgimento come consulente del magistrato Guido Salvini, già collaboratore della precedente commissione Moro 2. Insoddisfatto del lavoro svolto nella precedente commissione – senza successo è bene sottolineare – Salvini si è ritrovato tra le mani una commissione tutta per sé, dando sfogo alla propria irrisolta libidine complottista che tormenta la sua esistenza. Questo magistrato, che svolge le proprie funzioni giudiziarie come Gip al settimo piano del tribunale di Milano, in questo modo è riuscito a dotarsi di una competenza sull’intero territorio nazionale per svolgere indagini, interrogatori e altro, senza possedere le dovute conoscenze e competenze sulla materia, e si vede dal risultato dei lavori. Un vero aggiramento politico delle norme e delle procedure giustificato da una sorta di stato d’eccezione complottista perseguito con fanatica voracità.

Il supermercato dei testimomi
A suscitare imbarazzo sono anche i metodi di indagine e le risorse impiegate: per esempio il tentativo di pilotare il ricordo di alcuni testimoni, trascelti perché ritenuti più comodi: tra questi Cristina Damiani che crede di vedere sei persone armate sulla scena, oltre all’agente Iozzino sceso dall’Alfetta di scorta, o ancora il ripescaggio dell’eterno ingegner Marini, uno che è riuscito a raccontare più bugie di Saviano, ricordatevi la storia del parabrezza del suo motorino. O ancora Luca Moschini che parla di una motocicletta vista prima dell’agguato cavalcata da uno dei quattro brigatisti in divisa da stewart dell’Alitalia, in contrasto con le dichiarazioni di tutti gli altri testimoni e con la moto descritta ad azione conclusa da altri due testi, Marini e Intrevado. Insomma la regola è quella del supermercato: mi scelgo i testi che meglio aggradano la mia teoria e ignoro quelli che la smentiscono e così diventa più facile far spuntare la presenza di un quinto sparatore in abiti civili, fuggito a piedi e in direzione opposta agli altri, nonostante sulla scena manchino i bossoli della sua arma, che poi sono l’unico dato obiettivo, e la sua fuga con un’arma lunga in mano (una canna di almeno 30 cm) non sia stata intercettata da nessun altro testimone che era sullo stesso lato del marciapiede nella parte alta di via Fani. E come si sarebbe allontanato dal luogo questo individuo, se non era salito in nessuna delle tre macchine del commando brigatista? Attendendo un mezzo pubblico ad una fermata dell’autobus di via Trionfale con un mitra in mano mentre vetture della polizia confluivano sul posto e l’intero quartiere si riversava in strada? Infine ci sono i soliti Pecorelli, De Vuono, Nirta, i calabresi, l’anello, persino lo stragista fascista Vinciguerra, uno dei cocchi adorati del giudice Salvini che non esita a metterlo dappertutto come il prezzemolo. Una specie di festival canoro di vecchie glorie del complottismo. Mentre chi c’era, i brigatisti, sono sempre dei bugiardi buoni a prendersi solo raffiche di ergastoli.

Il club dei dietrologi digitali
Ancora più problematico appare il ricorso ad alcune «consulenze esterne» del tutto prive di valenza scientifica: amichetti del quartierino complottista, dietrologi digitali, giornaliste da velina, amici della domenica che si dilettano del caso Moro come fosse un gioco di società. Insomma un circo Barnum, roba da avanspettacolo, un vero specchio del livello infimo della politica e delle istituzioni parlamentari attuali.

Se non sei complottista sei ancora un brigatista
Scorrendo le pagine della relazione ho scoperto persino di esser citato, il che devo dire mi suscita solo vergogna. A pagina 37 si richiama il mio ultimo libro, La polizia della storia, La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro (Deriveaprodi 2021). Nel testo mi si attribuisce l’appartenenza alle Brigate rosse che rapirono Moro, di cui parlerei come un conoscitore interno, «facendo mostra di un’adesione ancora attuale al pensiero brigatista». Il 16 marzo 1978 non avevo ancora compiuto 16 anni, ero un ginnasiale e mi trovavo nel mio liceo “sgarrupato” di via Bonaventura Cerretti, quartiere Aurelio di Roma. Era un magazzino di un palazzo sotto il livello stradale, buio, alcune aule piene di scritte del ’77 e dei bagni da dove uscivano i topi. Non c’era altro. Mancavano laboratori, aula magna, palestra. Non era una scuola ma un cesso di periferia. L’avevamo occupato e facevamo autogestione. Eravamo a due passi da Valle Aurelia e il convoglio che portava Moro verso la prigione di via Montalcini al Portuense transitò a due passi da lì, in via Baldo degli Ubaldi. Per parlare della mia esperienza in una delle ultime branche che si separarono da quel che restava delle Brigate rosse, a loro volta figlie della scissione in tre tronconi dei primi anni 80, bisogna attendere ancora otto anni. Altri tempi, altre storie.

Il secondo furgone e le parole ignorate di Moretti
Gli estensori mi citano per la presenza il giorno del sequestro di un secondo furgone, un Fiat 238 di colore chiaro, tenuto di riserva e parcheggiato lungo la via di fuga nella zona di Valle Aurelia. Mezzo da impiegare per un eventuale secondo trasbordo dell’ostaggio ma poi inutilizzato e spostato da uno dei brigatisti che parteciparono all’azione di via Fani. Di questa circostanza parlammo già nel libro uscito nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera (Deriveapprodi). Ne La Polizia della storia ho solo aggiunto il nome di chi realizzò quello spostamento. Aggiungono gli autori della relazione che «la circostanza della suo mancato utilizzo proviene solo, e anche in forma impersonale, dal racconto dei brigatisti in contatto con Persichetti», ciò – proseguono ancora gli esponenti della commissione – «E’ esempio, come in altri casi, di una logica di verità a rate».
A questo punto sarebbe il caso di sottolineare che a rate c’è solo il cervello a fette dei dietrologi, perché del secondo mezzo aveva parlato Mario Moretti nel libro con Rossanda e Mosca nel lontano 1994, «Oltrepassiamo senza fermarci il luogo dove avevamo messo una macchina per un cambio di emergenza qualora non fosse riuscita la prima operazione di trasbordo: è pericolosissima l’eventualità che sia stato notato il furgone col quale ci avviciniamo alla base, perché una segnalazione anche a distanza di giorni consentirebbe di circoscrivere la zona in cui ci troviamo. Ma non è necessario cambiare macchina», (Mario Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, Anabasi 1994, p. 131).
Punto.

«Un contadino nella metropoli», esce una nuova edizione del libro di memorie di Prospero Gallinari

Anticipazione – Pubblichiamo la nuova introduzione al libro di memorie scritto da Prospero Gallinari, pubblicato dalle edizioni PGreco. Alla fine del volume sono presenti anche due documenti politici di bilancio storico scritti negli anni 90 che portano la sua firma insieme a quella di altri ex appartennenti alle Brigate rosse con cui Gallinari aveva condiviso impegno e discussione politica dentro le Br e poi negli anni che hanno seguito la chiusura di quella esperienza


Dieci anni fa, il 14 gennaio 2013, Prospero Gallinari moriva a Reggio Emilia. Colpito dall’ultimo e definitivo malore cardiaco, venne trovato nei pressi della sua abitazione, riverso al volante dell’automobile. Era agli arresti domiciliari per motivi di salute. Come ogni giorno, si apprestava a recarsi nella ditta dove aveva il permesso di lavorare svolgendo mansioni di operaio.
Ai suoi funerali presenziarono molte persone. Vecchi militanti delle Brigate Rosse, anziani esponenti del movimento rivoluzionario italiano, tanti emiliani che lo avevano conosciuto da giovane, e tanti giovani che avevano imparato a rispettarlo ascoltando le sue interviste, e leggendo il suo libro di ricordi intitolato Un contadino nella metropoli.
Sembrò e fu veramente un funerale di altri tempi. Una testimonianza di unione, e una occasione per legare insieme passato, presente e futuro, nel ricordo di un uomo la cui integrità era assolutamente incontestabile. La circostanza disturbò parecchio. Piovvero dichiarazioni di condanna e fioccarono persino denunce. Come si era potuto pensare di seppellire quel morto in quel modo? Ci sono cose, nel nostro paese, che non si devono fare. Scoperchiare l’infernale pentola della storia, come la chiamava Marx, può essere pericoloso.
Infatti la storia è un campo di battaglia. E lo è nel duplice senso di mostrarsi come terreno di lotta fra le classi tanto nel suo svolgimento, quanto nella sua ricostruzione postuma. Questo assunto, o se si vuole questa cruda verità, emerge nel modo più chiaro quando si parla degli anni Settanta italiani. A distanza di parecchi decenni, risulta evidente l’importanza politica e la vastità sociale del conflitto che vi si produsse fra il proletariato e la borghesia. Ma non per caso, dopo tutto questo tempo, le polemiche infuriano ancora senza esclusione di colpi, inscenando sempre lo stesso copione: il rifiuto, da parte della classe dominante, di ammettere che il proprio potere venne messo in discussione da una nuova generazione di comunisti, radicata nella società e intenzionata a dare senso concreto alla parola rivoluzione.
È senz’altro una coazione a ripetere. Una ossessione che talora (come nel caso della cosiddetta dietrologia) raggiunge i limiti del grottesco. Ma non dobbiamo stupirci. Corrisponde a un bisogno profondo della borghesia, concepire se stessa come classe universale e come ultima parola della storia. La miseria, le guerre e i fascismi che il suo sistema sociale ha prodotto e produce, non contano. La borghesia espone orgogliosa le sue costituzioni, indifferente alle palesi contraddizioni fra le parole e i fatti. Naturalmente, il gioco salta quando gli oppressi prendono coscienza della loro effettiva condizione, mettendo in discussione in modo razionale e organizzato il capitalismo. È successo molte volte e succederà ancora. Per questo è utile leggere Un contadino nella metropoli. Perché è la storia di un uomo che ha vissuto fino in fondo dentro la sua classe. Perché è un capitolo di storia di una classe che, sapendo annodare i propri fili, ha lanciato e sostenuto sfide temerarie, disposta a ricominciare sempre daccapo.

Qui ha senso dire qualcosa su Prospero Gallinari. Con lui, la natura era stata generosa. Gli aveva dato coraggio, pazienza, saggezza e volontà. In cambio, dopo i trent’anni, si era presa un po’ di salute. Ma gli infarti e le ischemie non avevano piegato l’emiliano della bassa. Conservava senza sforzo il suo istintivo buonumore. E la coerenza, in lui, mostrava qualcosa di semplice e concluso. Non era testarda ostinazione. Non era arrogante protervia. In Prospero Gallinari, la costanza dei modi e delle idee traeva il suo senso da una scelta fatta per sempre. Senza rimpianti. Senza leggerezze. Con il respiro lungo del contadino. E con la responsabilità asciutta del comunista.
Sono caratteristiche esemplari. Oggi è lecito sottolinearlo, davanti all’arco di una vita che si presenta incastonata nel largo mattonato della lotta di classe. Gallinari era nato in una famiglia povera e aveva iniziato molto presto a lavorare. Era stato educato alla fatica e alla soddisfazione del pane guadagnato con le proprie mani. Ma in questa casa, e nella sua Reggio degli anni Cinquanta, aveva anche appreso un orgoglio superiore. Quello del proletariato cosciente. Quello di una classe potenzialmente dirigente che, nel sistema togliattiano dell’Emilia Rossa, vedeva i primi frutti della battaglia anti-fascista, forgiando l’edificio della via italiana al socialismo.
Toccò in sorte a Gallinari, e a molti altri come lui, di dover ridiscutere tutto. Ci furono strappi, fratture, accuse e delusioni. Il Partito Comunista Italiano appariva attardato e titubante davanti alla rottura del 1968. Un intero mondo batteva alle porte del neocapitalismo europeo, chiedendo assai più dell’equità, chiedendo semplicemente la rivoluzione.
Fu davvero un taglio netto. Ed esso restò, insieme al bagaglio precedente, un patrimonio personale di Prospero, evidentissimo nel suo modo di essere. Si può detestare il burocrate senza predicare l’indisciplina. Si può contrastare l’ipocrisia senza cedere all’individualismo. La scuola del comunismo emiliano, con i suoi termometri ampi, non fu mai rinnegata da Gallo, che rifuggiva spontaneamente dai settarismi e dalle manie estremistiche della piccola borghesia. Ma la necessità delle rotture, del saper camminare anche in pochi, di andare controcorrente, rimase sempre vigile in lui, nutrendo una idea di avanguardia che aveva il gusto del destino accettato e compreso.
Non a caso, Prospero Gallinari portò tutta la sua determinazione nelle Brigate Rosse. In questa organizzazione riversò l’insieme delle sue convinzioni: il senso del partito, la mentalità guerrigliera, l’etica di una generazione che pensava in modo internazionale e non aveva paura di tagliare i ponti dietro sé. Le Brigate Rosse erano senz’altro, per lui, il duro strumento di una battaglia radicale. Ma costituivano anche una comunità di uomini e donne uniti da una scelta di vita, dove mettersi alla prova ogni giorno di nuovo. Cambiare la targa di una automobile rubata, partecipare al sequestro di Aldo Moro, stilare un documento politico, o pulire la cella di un carcere speciale, erano compiti che assolveva con la stessa anti-retorica, e spesso ironica, dedizione. Era in grado di imparare, e di ammetterlo senza alcuna difficoltà, dal compagno più inesperto di lui. Era in grado di aiutarlo con brusca delicatezza, indovinando il lato umano del problema.
Non stiamo esagerando. A Gallinari le esagerazioni non piacevano. Stiamo solo parlando dell’uomo, del militante, del brigatista. Alle Brigate Rosse egli diede interamente se stesso, con la naturalezza dei doveri elementari. Ne seguì per intero la parabola. Ricusò ogni compromesso. Scansò ogni facile presa di distanza.
Perché a lui, come a tanti altri rivoluzionari prima di lui, venne incontro la sconfitta. E proprio nella sconfitta Prospero ebbe virtù particolari, un atteggiamento che merita di essere ricordato. Non coltivò sdegnosi personalismi. Non si negò alla discussione con chi ignorava il particolare contesto degli anni Settanta. Il suo cruccio era la trasmissione autentica di un patrimonio di esperienze alle nuove generazioni. Per questo, alieno come risultava da ogni vittimismo, sollecitò fra i movimenti una battaglia a favore della liberazione dei prigionieri politici. E per questo, lontano come era da ogni protagonismo, spiegò ovunque gli fu possibile il senso di una vicenda che veniva calunniata a colpi di dietrologie, di deformazioni interessate, di chiassosi o più sottili schematismi.
Sì, Prospero Gallinari era un comunista che, volendo usare parole grosse, sapeva rispettare la superiorità immanente della storia. Ma sapeva anche che questo orizzonte non comporta un lieto fine assicurato, e tutta la sua vita si è spesa al servizio di una scommessa da impegnare ogni volta di nuovo, negli esperimenti sempre diversi dell’azione collettiva.

Parliamo infine del libro. Il lettore di Un contadino nella metropoli ha davanti a sé una successione ragionata di ricordi. Sono ricordi essenzialmente politici. Eppure non manca l’at- tenzione alle cose della vita, ai tanti significati dell’esistenza quotidiana. Non si tratta del semplice rimpianto del militante o del prigioniero per la privazione degli affetti privati, e dei colori e dei suoni del mondo. Si tratta del rapporto con la terra e con l’aria, della relazione con il susseguirsi delle stagioni, della misura ereditata dalla manualità collettiva del lavoro contadino. In Gallinari tutto questo era radicato nell’animo, e non si era affatto smarrito nel suo viaggio dentro la metropoli. Ne derivava una speciale schiettezza. Una schiettezza niente affatto ingenua che il lettore del libro incontrerà fra le pagine, dove l’uomo, il militante e il dirigente politico riescono a parlare senza orpelli e narcisismi, con una lingua netta e sincera, che rende il ricordo prezioso, consegnandolo alla storia.
Si parla infatti molto spesso, e anche con ragione, dei limiti e dei pericoli della memorialistica. Per le Brigate Rosse ce n’è stata tanta, forse troppa, anche perché l’interdetto scagliato dalla classe dominante sul dibattito storico-politico ha consegnato al racconto, al referto individuale, alla narrazione più o meno veritiera delle esperienze vissute, una funzione di supplenza non sempre positiva. Solo ora alcuni storici cominciano a mettersi in moto con le dosi minime di competenza. E in ogni caso si avverte la mancanza di uno sguardo generale, di uno sguardo complessivo capace di collocare la vicenda della lotta armata dentro l’ampio spazio delle lotte di classe italiane e europee degli anni Settanta, nonché dentro la vicenda più generale del comunismo storico, di cui le Brigate Rosse fanno parte a pieno titolo.
Ecco, forse questo è il contributo più importante che Un contadino nella metropoli fornisce sia al lettore curioso, sia a quello militante, sia infine allo studioso al lavoro sul materiale della storia. Le Brigate Rosse sono state una organizzazione rivoluzionaria e comunista. Sono nate nella classe operaia, con l’esplicito obiettivo di trovare una strada per la conquista del potere politico nelle nuove condizioni create dal capitalismo e dalla situazione mondiale del secondo dopoguerra. Hanno incontrato e provato a risolvere i problemi classici del marxismo rivoluzionario. Hanno dovuto inventare, ma lo hanno fatto dentro un solco più lungo e più ampio della loro esperienza. Hanno scritto e teorizzato, ma il loro pensiero si riallacciava a un dibattito internazionale che andava ben oltre i confini italiani, puntando a riattivare i temi del leninismo nel paese del Biennio rosso, della Resistenza antifascista, del Sessantotto studentesco e del Sessantanove operaio.
Non era un compito facile, e il libro di Prospero Gallinari offre molti spunti per comprendere sia i meriti sia i limiti delle Brigate Rosse. In ogni caso, il suo autore non cerca sconti. Non gioca a fare il duro. Nemmeno scarica colpe sull’epoca, sulle ideologie, sulla tenaglia del Novecento irretito dai doveri totalizzanti. Semplicemente, Gallinari restituisce l’orgoglio della forza e dell’unità, il dispiacere per le divisioni e le scissioni, le domande che una storia collettiva ha posto a se stessa, lasciandole in eredità alle generazioni successive.
Dopodiché non è lecito illudersi. Sentiremo ancora dire che Prospero è stato solamente un assassino, e non avremo risposte facili, perché certamente egli ha usato la violenza contro chi considerava nemico della sua gente. Leggeremo fino alla nausea che ha incarnato il prototipo del militante fanatico, e non potremo svicolare, perché senza dubbio egli aveva rinunciato alla comoda perfezione degli animi imparziali.
La verità è che in questo mondo fatto di oppressione e di dolore, Prospero Gallinari aveva preso in parola il comunismo fin da ragazzo, e ha lasciato almeno il morso dei suoi denti sulla mano che ci percuote da millenni. È un vanto del proletariato saper produrre individui simili, perché è su questi indispensabili, come li chiamava Brecht, che riposa la possibilità di oltrepassare un giorno i confini della società borghese.

Gennaio 2023

Le compagne e i compagni di Prospero

La polizia della Storia tra Kafka e l’angoscia della realtà

Recensioni – La Polizia della storia, la fabbrica delle fake news dall’affaire Moro, Paolo Persichetti, Deriveapprodi aprile 2022, pp. 281


Vincenzo Morvillo, 14 dicembre 2022 Contropiano

«Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato». Si tratta, com’è noto, del celebre incipit de Il Processo di Franz Kafka.
E queste parole ci tornano alla mente sin dalle prime righe di La Polizia della Storia, il libro-denuncia scritto dal compagno ed amico Paolo Persichetti:

«La mattina dell’8 Giugno, dopo aver lasciato i miei figli a scuola,sono stato fermato per strada da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione, dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della Polizia di Stato: Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia Postale».

Da quel momento, la vita di Paolo si è trasformata in una traslazione realistica e angosciante della vicenda di Josef K, narrata dallo scrittore praghese.
Accusato in prima istanza di “associazione sovversiva”, senza che abbia messo in atto alcuna azione tesa al sovvertimento dello Stato.
Poi, di aver divulgato fantomatico “materiale secretato” della Seconda Commissione Moro: materiale che secretato non era, considerato che le bozze delle diverse relazioni stese dalla Commissione circolavano tra le redazioni dei giornali e che tutta la documentazione dell’inchiesta era destinata alla divulgazione pubblica.
Infine, di “favoreggiamento” per aver tenuto contatti con ex brigatisti – nella fattispecie Alvaro Loiacono che a sua volta conversava con Alessio Casimirri – condannati per il sequestro Moro oltre quarant’anni fa.
Il primo ha scontato la pena in Svizzera in quanto cittadino elvetico. Il secondo è fuggito in Nicaragua fin dall’inizio degli anni ’80, dove vive  da uomo libero.
Il primo ha scontato la pena in Svizzera in quanto cittadino elvetico. Il secondo è fuggito in Nicaragua fin dall’inizio degli anni ’80, dove vive  da uomo libero.
Ex Br oramai settantenni, che Persichetti utilizza come “fonti vive” per il suo lavoro di ricercatore e storico. Ma che per la Polizia della Storia e per la Magistratura italiana altro non sarebbero che sovversivi “in servizio attivo” che Paolo starebbe “favorendo”, passando loro informazioni.
Ex Br oramai settantenni, che Persichetti utilizza come “fonti vive” per il suo lavoro di ricercatore e storico. Ma che per la Polizia della Storia e per la Magistratura italiana altro non sarebbero che sovversivi “in servizio attivo” che Paolo starebbe “favorendo”, passando loro informazioni.
Informazioni di cui, naturalmente, l’intera cittadinanza italiana può venire a conoscenza, semplicemente con un click su Google.
Una trama grottesca e surreale, come quella del kafkiano processo intentato ai danni di Josef K.
Ed infatti, a Persichetti, nel narrare la sua assurda vicenda – nella prima parte del libro – non difettano toni ironici e sarcastici, indirizzati agli organi repressivi e di prevenzione di uno Stato che, francamente, si fa fatica a definire “democratico”.
Organi inquirenti, repressivi e di prevenzione i quali, più che individuare una fattispecie di reato, sembrano andare all’astratta ricerca di una qualsivoglia colpa da addebitare a Paolo. Una colpa che andrebbe ricercata, ça va sans dire, tra le carte e i documenti del suo archivio.
Archivio nel quale, tenetevi forte, sarebbe celato l’ultimo dei misteri sul Caso Moro. La madre di tutte le cospirazioni. La Verità di tutte le Verità.
Difficile evitare un po’ di sarcasmo nei confronti dell’azione di Polizia e Magistratura, leggendo le pagine in cui Paolo racconta questa sua surreale vicenda.
Come quelle in cui scrive del modo in cui gli inquirenti siano addirittura arrivati a clonare il cellulare dell’avvocato Davide Steccanella. Importante penalista meneghino, scrittore, autore di un corposo volume sulla storia della lotta armata in Italia, difensore di Cesare Battisti, Steccanella si è trovato intercettato sol perché in contatto con Persichetti.
Come quelle in cui scrive del modo in cui gli inquirenti siano addirittura arrivati a clonare il cellulare dell’avvocato Davide Steccanella. Importante penalista meneghino, scrittore, autore di un corposo volume sulla storia della lotta armata in Italia, difensore di Cesare Battisti, Steccanella si è trovato intercettato sol perché in contatto con Persichetti.
Conclusione, come scrive lo stesso Paolo: «Digos e Polizia di Prevenzione ascoltavano le nostre conversazioni telefoniche che riferivano al Pm. Per tutti quei mesi, l’intera strategia difensiva costruita dall’avvocato Steccanella è stata intercettata permettendo alla Procura di conoscerla in anticipo ed entrare nei segreti della difesa».
Tecniche da Stato totalitario. Strategie da Stato di Polizia. Vietate espressamente da ogni codice di procedura, perché invalidano ogni possibile difesa giudiziaria; ossia legale.
Altro che Urss e Ddr, Le vite degli altri sono qui. Sono le nostre!

La seconda parte del libro, volutamente più rapsodica, discontinua, non sempre coerente sul piano formale, ma disseminata di notizie fondamentali, dettagli storiografici significativi ed essenziali spunti di riflessione, è interamente dedicata al cosiddetto Caso Moro.
Paolo sembra voler dar fondo a tutta la sua intensa attività di ricerca, sembra quasi grattare la crosta della memoria per riversare sul foglio ogni micro-frammento storiografico riguardante quella vicenda.
La sua ci appare un’opera di resistenza e di sfida democratica ad istituzioni totalitarie, che vorrebbero mettere il bavaglio a lui e alla Storia.
Istituzioni orwelliane che pretenderebbero di tacitare la libera espressione del pensiero, soprattutto se essa riguarda un passato che il Potere deve necessariamente porre nell’oblio dei tempi.
Pena il riconoscimento politico di una forza rivoluzionaria che mise in crisi le fondamenta stesse dello Stato borghese.
Ricercatore e Storico, Paolo è dunque vittima, dal giugno 2021, di un attacco concentrico e senza precedenti, portato da Polizia di Prevenzione, Digos e magistratura inquirente, contro la sua persona e la propria famiglia.
Il sequestro di tutto il materiale documentale, dell’archivio, delle fonti storiografiche, dei dispositivi elettronici e addirittura delle cartelle cliniche riguardanti Sirio, il figlio tetraplegico di Paolo e della compagna Valentina Perniciaro – anch’essa non risparmiata dal sequestro – costituiscono un intollerabile attentato alla libertà personale e alla ricerca storiografica, sciolta dai vincoli oppressivi imposti dal pensiero dominante.
Un attacco repressivo, il cui unico scopo “razionale” sembra quello di mettere il guinzaglio all’attività di ricostruzione della Verità storica – che Paolo conduce tenacemente da anni, insieme ad altri validi studiosi – incentrata sull’insorgenza degli anni ’70 e sul più clamoroso evento rivoluzionario, messo a segno da una organizzazione guerrigliera nel cuore dell’Occidente capitalista: il rapimento del Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, ad opera delle Brigate Rosse.
Un evento che, da quaranta e più anni, è diventato la pietra angolare per la costruzione di una narrazione artificiosa della Repubblica Italiana, da cui viene espunto il conflitto di classe e completamente cancellato il quindicennio che – dall’inizio degli anni ’70 alla prima metà degli anni ’80 – ha visto un’intera generazione sollevarsi, anche in armi, contro il regime democristiano, lo Stato, la cultura borghese e contro il modello produttivo del Capitale imperante.
Un attacco repressivo, insomma, per continuare ad imporre una narrazione mistificante, preda del senso di colpa e dei deliri auto-vittimizzanti escogitati, dopo la morte di Moro, dagli ex dirigenti di Pci e Dc.
Una narrazione costruita a tavolino, con il piglio ottuso dell’ossessione cospirazionista, da parte di politici di basso profilo ma con l’ambizione di apparire, come il senatore Sergio Flamigni, il presidente della Seconda e inutile Commissione Moro – Giuseppe Fioroni – il senatore Gero Grassi.
Narrazione perpetuata anche da parte di magistrati posseduti dall’ideologia del complotto.
Da parte di “storici” al servizio di un partito. E di una pletora infinita di giornalisti – un paio di generazioni almeno, con poche ma molto apprezzabili eccezioni – tutti attratti dai facili guadagni (le “consulenze” con la trentennale “commissione parlamentare di inchiesta”), nonché dalla notorietà che la stesura di un libro o un surreale docufilm, infarciti di dietrologia sull’affaire Moro, hanno fin qui garantito.
Una narrazione, infine, il cui vero obiettivo è di natura eminentemente politica: il controllo dalla memoria collettiva rispetto a quel passato rivoluzionario, allo scopo di ipotecare presente e futuro.
Un presente e un futuro che – il potere spera – non abbiano mai più a confrontarsi con genuine aspirazioni o istanze di sovversione e di conflitto, contro l’impero della merce e del profitto. Contro il conformismo dell’intelletto e dell’anima. Affinché sia il Capitale l’unico orizzonte di senso.
Il libro di Paolo, come dicevamo, è quindi un coraggioso atto di testimonianza e di resistenza personale contro tutto questo.
E contro la repressione storiografica preventiva messa in campo dallo Stato Italiano.

 * Il libro sarà presentato a Napoli, presso i locali del Civico7 Liberato, Giovedì 15 Dicembre, a partire dalle ore 18:30. Saranno presenti, con l’autore, il giornalista Fulvio Bufi (Corriere della Sera) e l’avvocato penalista Biagio Gino Borretti. Introduzione di Vincenzo Morvillo, della redazione di Contropiano

Esterno notte, l’ex Br Persichetti: «Bellocchio scrive il romanzo del potere Dc»

«Per il regista il brigatismo è una nevrosi»
15 novembre 2022 https://www.adnkronos.com

Bellocchio scrive «il romanzo del potere Dc», disegna «il ritratto di un interno di Regime» in una «introspezione del mondo democristiano abbastanza riuscita» mentre non comprende il brigatismo, raccontato come «una nevrosi» e vissuto come «una ingiustificata eresia del comunismo». Così l’ex Br Paolo Persichetti, autore di libri e inchieste sul caso Moro, commenta all’Adnkronos Esterno notte, la serie di Marco Bellocchio che sta andando in onda su Rai 1 (stasera la seconda puntata e il 17 l’ultima).

«La scelta iniziale di mostrare cosa sarebbe stato il piano Victor con Moro rinchiuso in una clinica che riceve la visita dei maggiorenti democristiani, Andreotti, Cossiga e Zaccagnini, e la voce fuoricampo che legge il brano contro la Dc mi è sembrata una scelta autoriale molto azzeccata – osserva Persichetti – Non è funambolica e sognatrice come il Moro che passeggia libero di ‘Buongiorno, notte’ ma intrisa di verità storica. Quel piano era stato predisposto e quelle parole Moro le ha scritte per davvero». L’ex Br è colpito anche dalla scena in cui Cossiga conversa con il professor Ferracuti, membro di spicco del comitato di crisi che al Viminale gestì la strategia del governo sul sequestro. «Bellocchio fa mostra di una perfidia sottile – sottolinea – nella scena Ferracuti spiega che alla notizia del sequestro i nevrotici esultano diversamente da paranoici e psicopatici. Se stiamo a queste categorie aggiungerei che gli psicopatici erano i fautori della linea della fermezza e i paranoici i complottisti».

Persichetti, da vero e proprio esegeta del caso Moro, di cui ha provato a ricostruire la dinamica in anni e anni di ricerche, riconosce nella fiction «alcune imprecisioni di dettaglio». Per esempio, spiega, «non è vera la descrizione del primo controllo di polizia in via Gradoli. Non era una ispezione di massa ma un controllo discreto, una verifica alla porta: i Br non erano in casa e mai seppero di quell’episodio altrimenti avrebbero subito smobilitato la base».

L’ex brigatista contesta anche «qualche sorvolo di troppo sulla figura di Berlinguer, poco approfondita, e del Pci in generale il cui ruolo fu decisivo per osteggiare la liberazione di Moro in quei 55 giorni». Anzi, sottolinea, «sarebbe ora che si raccontasse quello che loro si dicevano nelle riunioni di Direzione, e la reazione brutale davanti alla scelta di Moro di cambiare la lista dei ministri del nuovo governo cancellando i tre indicati dal Pci».

Al di là di queste osservazioni, tuttavia, «il giudizio su queste due prime puntate non è negativo – dice – Bisogna vedere il resto, anche se già si comprende che il racconto del movimento del 77, delle Br e delle figure militanti in generale resta sullo sfondo, fatto di figure caricaturali, sfocate, mai sapientemente approfondite. Non si capisce perché Moro viene rapito, chi erano i brigatisti, da dove venivano, come e perché sono arrivati a tanto? Il problema sta nella poca curiosità di Bellocchio, disattenzione e pregiudizio forse legati alle incrostazioni del suo passato dottrinario di militante maoista che percepiva le Brigate rosse come una ingiustificata eresia del comunismo». E poi, aggiunge, «le frequentazioni con lo psicoterapeuta Massimo Fagioli lo portano a categorizzare il brigatismo come una nevrosi».

«Al contrario i ritratti dei politici Dc sono efficaci, veritieri e penetranti sia nella dimensione politica che in quella personale e privata, molto triste. Una introspezione del mondo democristiano abbastanza riuscita. Fin qui è un romanzo del potere Dc, ritratto di un interno di Regime», sottolinea ancora Persichetti, che annota: «Micidiale la frase rivolta al Pci messa in bocca a Cossiga dopo l’arrivo della lettera che Moro gli aveva indirizzato: ‘Loro gli stanno già facendo il funerale e noi li seguiamo con i ceri accesi’. Che poi è il riassunto di quello che accadde nei 55 giorni».