Libri – stralci da Esilio e Castigo di Paolo Persichetti, La città del sole edizioni 2005, capitolo XII
L’ideologia del ravvedimento
Qualche tempo dopo l’uccisione di Massimo D’Antona da parte delle Ncc che a partire da quell’episodio recuperarono la sigla – da tempo consegnata alla storia – delle Br pccc, la redazione del Manifesto promosse una tavola rotonda alla quale vennero invitati, per fornire una risposta pubblica agli autori dell’attentato, Mario Moretti insieme a Prospero Gallinari e Piero Bertolazzi, membri del nucleo storico delle Brigate rosse. In quella circostanza i tre, oltre a ricordare il mutato contesto sociale e la decisiva discontinuità con l’epoca precedente, spiegarono come la lotta armata fosse già largamente in crisi nei primi anni 80, ma che «fu la dissociazione che impedì all’epoca una riflessione seria». Benché inizialmente contrastata dagli ambienti più ottusi dell’emergenza, che concepivano l’antiterrorismo unicamente come confronto militare, l’operazione dissociazione fu presto recepita e appoggiata da quei settori più avvertiti dello Stato, proprio per sferzare un decisivo colpo politico contro i movimenti sovversivi. Il suo effetto su un’area politica in piena crisi si rivelò devastante, poiché sanzionava qualunque approccio critico al bilancio della lotta armata che mantenesse fermi e chiari dei requisiti d’autonomia e indipendenza e che, in ultima istanza, non risultasse recuperabile dall’antiterrorismo. Tolse così ai prigionieri rinchiusi nelle carceri speciali ogni residuo spazio di riflessione poiché immediatamente percepito come una forma di cedimento.
Quell’incontro non piacque affatto a Sergio Segio, anzi deve essergli andato decisamente di traverso, se è vero che ne parla ancora nel suo libro, Miccia corta. Una storia di Prima linea, DeriveApprodi, 2005. Alla fine del testo, vengono infatti riprodotti diversi materiali d’epoca, tra cui un articolo apparso sulla Repubblica del 1 luglio 1999. Insieme a Susanna Ronconi e Cecco Bellosi, Segio vi critica la mancata «assunzione dell’errore politico e di un’etica della responsabilità» da parte dei tre brigatisti che avevano preso parte al dibattito. Gli argomenti che lì vengono esposti ruotano però attorno ad una insanabile aporia, ovvero un ragionamento ad imbuto secondo il quale non può aversi analisi critica e autocritica degli anni 70 senza approdare alla dissociazione, cioè iscrivendo la propria riflessione all’interno di un dispositivo statuale che ne legittimi la valenza etica e politica, ricevendo in cambio cospicui sconti di pena e vantaggi penitenziari di natura premiale e differenziale. Tant’è che Segio e colleghi, poche righe dopo, definiscono la dissociazione: «l’unico percorso collettivo dei detenuti per gli anni settanta».
Ma che cosa è stata la dissociazione?
Piuttosto che un’etica della responsabilità – come suggerisce Segio – qualcuno, in realtà, potrebbe intravedervi l’assenza assoluta d’etica e morale, ovvero un atteggiamento di mero opportunismo, un comportamento tipicamente anetico. Il problema però non è quello del processo alle intenzioni, quanto l’assunto concettuale. La dissociazione non è stata un gesto equanime dello Stato nei confronti dei suoi nemici sconfitti, ma un proseguimento dello scontro. Un diritto di guerra, una clemenza concessa al nemico in cambio della sua sottomissione, un passaggio alla guerra civile fredda per completare quella calda. La dissociazione è stata la forma moderna del “processo connivenza”, grazie al quale l’impiego della convenzione giuridica si è trasformata da strumento di difesa a mezzo per la contrattazione e lo scambio politico. Una scelta priva di libero arbitrio poiché direttamente legata alla necessità di un riconoscimento da parte dell’autorità giudiziaria e penitenziaria. Non solo, ma come in ogni forma di rendita parassitaria, essa ha tratto e trae senso e forza contrattuale solo dal protrarsi (reale o fittizio) del fenomeno da cui ha preso cinicamente le distanze: “la lotta armata per il comunismo”. Per questo è un qualcosa d’assolutamente opposto al divenire politico del fenomeno stesso, al suo approdare altrove, al suo oltrepassarsi attraverso un tragitto sottratto a qualsiasi forma di connivenza, intelligenza o compiacenza col potere. L’effetto finale che un tale dispositivo ha introdotto è stato quello di trasformare l’intero arco della punizione in un processo permanente, rivolto a dei parametri soggettivi che si insinuano nella coscienza del singolo prigioniero o militante, soppesandone le idee, la visione del mondo, le intenzioni (spesso supposte o attribuite). In effetti, la dissociazione ha contribuito a riportare in auge quella vecchia tipologia d’autore che, soffermandosi sull’identità del soggetto, trasforma quest’aspetto nel vero oggetto della sanzione finale. Non si resta più imprigionati per delle responsabilità che molti anni prima una corte di giustizia ha ritenuto di poter individuare, ma per quello che si è o si è diventati e che non piace al singolo arbitrario giudizio di un giudice, o di un collegio di magistrati, divenuti i sovrani assoluti di ciò che è legittimo e corretto pensare.
Negli anni passati non si è mai voluto seriamente riflettere sui danni giuridici e sullo sfarinamento della cultura critica che l’assunzione del modello dissociativo ha contribuito a diffondere, facendo della repentance un paradigma sempre più alla moda, insieme alla delegittimazione della radicalità, alla mistificazione della storia. Dispositivo infido, poiché non opera minimamente il superamento filosofico del problema, ma unicamente un’esportazione della responsabilità altrove.
La dissociazione dalla lotta armata
Nella dissociazione ostentata da Segio s’intravede la rivendicazione di una sorta di primato: l’aver in precedenza commesso l’errore giusto, distinto dall’errore ingiusto che egli ritualmente annovera tra i brigatisti, ed in seguito l’aver ripudiato nel modo più giusto, la giustezza dell’errore passato. Ne emerge un desiderio di primazìa etica, una sorta d’eccellenza assoluta che, al di là delle stagioni della vita, resta sempre la stessa, immutata. Per il personaggio l’importante è mantenere, quali che siano state le posture, le pieghe, gli inchini, i valzer, i veri e propri strisciamenti assunti nel tempo, l’ambìto status di persona non comune che un tempo si diceva persino comunista. In fondo, chi sfoggia biasimo per se stesso, più che umiltà esprime una giubilazione del negativo. Come spiegava Nietzsche, chi disprezza se stesso continua pur sempre ad apprezzarsi come disprezzatore. Vittima dunque o piuttosto infermo dell’ipertrofia di un super-io, il cui crollo ha provocato la messa in scena del lamento, della derelizione e del risentimento.
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Infine, da non dimenticare, la pittoresca posizione della caleidoscopica area piellina e dintorni: i poeti armati, l’esercito scapigliato, la tribù del “mucchio selvaggio”, gli sturm und drang del settantasette nostrano, come essi stessi amano tanto dipingersi. Bohémiens e cultori del calibro ben oliato, militaristi ma anche sognatori impazienti, adepti del carpe diem, «i nostri attimi sono eterni e ci ripagano di tutto». Quelli del nonostante tutto, fiori appassiti più che fiori del male, maledetti mancati ma redenti riusciti. Quelli che narrano di se l’appartenenza «al novero dei destinati alla sconfitta, che non scelgono l’esilio ma di andare sino in fondo, pagando quel che bisogna pagare al sogno a lungo coltivato». Esteti del combattimento, ma anche «anime capaci di tenerezza» che sceglievano «di morire non nella lenta emorragia della vita ma di fretta, senza risparmio, come candele accese dai due lati[…] non per malattia del corpo ma per quella della coerenza, per un’inguaribile infezione dell’anima». Anche se poi a morire non toccava sempre a loro, ma che importa, quel che conta era il rimirar la poesia del gesto, la metrica dell’intenzione, lasciandosi trasportare, inebriati da bottiglie di Veuve Cliquot e Brut valdo, da quell’eroico «andar incontro alla bella morte» di saloina memoria, cercando di recitare un ingiallito copione dannunziano ma con l’inevitabile lieto fine holliwoodiano, che li ha visti inesorabilmente condannati a vivere ravveduti e contenti.
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Anche per Prima linea, o quanto meno secondo l’opinione di quello che fu un loro capo, si ripropone più che mai lo schema binario. Come degli Enrico Toti di massa lanciati all’assalto dalle affollate trincee del movimento, condivise con creativi, libertari, anarchici, femministe e quant’altro, essi si auto-rappresentavano come «la linea di combattimento più avanzata» di quel vasto schieramento. Fuori restavano soltanto le tanto odiate, quanto imitate, Brigate rosse. Ma la memoria e la storia successiva non ne hanno tenuto conto, oscurando l’impresa dell’armata brancaleone, almeno così lamenta Segio con grande disappunto (una volta tanto gli si può dar ragione. In termini relativi, ovvero proporzionali alla durata del gruppo, 1976-1981, pari a meno di un terzo della vita della famiglia brigatista, Prima linea ha avuto un numero superiore di militanti inquisiti), spiegando ciò come l’ennesimo malefico frutto del brigatismo, troppo speculare ai suoi avversari nel modo di pensare e concepire il potere e quindi da questi meglio riconoscibile. Magari, però, ad averli messi in ombra non è stata solo la vicenda Moro e l‘effetto dirompente che essa ha avuto nell’immaginario nazionale, ma anche la storia della dissociazione, nata come un’operazione di smarcamento proprio dalle Brigate rosse, designate così – non solo dall’avversario – come interpreti assolute e nefaste della lotta armata. Ma «l’eresia comporta il non avere patria e chiese» , chiosa in fine Segio in Miccia corta, col tono un po’ depresso di chi è consapevole della propria sfiga. Ma che eretico è chi si concede all’abbraccio dell’inquisitore, fino ad indossare l’abito domenicano del sacro censore? Apostata ma convertito, apatride ma nazionalizzato, eretico ma ravveduto, egli appare sempre in bilico, consumato dall’eterno dilemma del “vorrei ma non posso”.
Link
Segio: “La mia rivoluzione era un pranzo di gala”
Miccia corta e cervello pure
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L’esportazione della colpa
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“Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà”
“Monsieur de la calomnie”
Scalzone: “Caro Segio, non c’ è nulla da cui mi devo dissociare”
Sergio Segio, il narcisismo del senso di colpa
Segio e l’ideologia del ravvedimento
I ravveduti
Il Merlo, il dissociato e il fuoriuscito
Dopo soli 13 minuti il primo goal, con un raddoppio dopo altri 14. Robinho ubriaca l’intera difesa italiana, dribla tutto quello che gli si para davanti, fa passare la palla tra le orecchie degli azzurri e infila Buffon. Il Brasile stravince a ritmo di samba per 2 a 0 contro Frattini e la schiera di politicanti che volevano giocare col lutto al braccio.
nto il relatore del tribunale federale supremo brasiliano non accoglie la richiesta italiana di annullamento preliminare dell’asilo politico concesso a Battisti. Ora il ministro della Giustizia Tarso Gendro e la difesa di Battisti hanno 10 giorni per deporre delle contro memorie in risposta a quella depositata dallo Stato italiano.



Brasile dopo l’estradizione concessa dalla Francia, non verrà estradato. Il ministro della Giustizia Tarso Genro, anch’egli con un passato di esiliato politico durante gli anni della dittatura e per questo rifugiatosi in Uruguay, gli ha concesso l’asilo politico (sarà libero entro 4 giorni). Decisione che ha capovolto il parere fornito a stretta maggioranza (tre contro due) dal Conare (l’organismo abilitato a fornire un avviso tecnico) il 28 novembre scorso. Arrestato a Copacabana il 18 marzo 2007, Battisti non era riuscito inizialmente a far valere le sue ragioni. Le prime tappe della procedura aveva preso una brutta piega. Insomma l’esito positivo della vicenda non sembrava affatto scontato. Il 2 aprile 2008, il procuratore generale, raccogliendo le pressioni diplomatiche e soprattutto degli ambienti giudiziari italiani, aveva espresso parere favorevole all’estradizione. Per questo la difesa aveva rinunciato a proseguire la sua battaglia sulla via strettamente giudiziaria, che prevedeva il ricorso al tribunale supremo federale (l’equivalente della nostra corte costituzionale), per interpellare direttamente il potere politico. Così in ragione dello “statuto dei rifugiati del 1951” e di una legge del 1997, il ministro della Giustizia ha ritenuto che esistessero tutti i requisiti richiesti per la concessione dell’asilo politico. Tra questi il fatto che gli episodi contestati a Battisti poggiassero tutti sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Pietro Mutti, lautamente remunerato con l’impunità, senza altri fondati elementi di prova; la presenza di una legislazione penale speciale, cioè di una giustizia d’eccezione che sovrasanziona i delitti politici e riduce le garanzie processuali e la sussistenza di un contesto storico caratterizzato da un conflitto sociale acceso. Il mantenimento, a distanza di tanti decenni, di un intento ultrapersecutorio che ha reso tabù qualsiasi chiusura politica delle eredità penali degli anni 70, avrebbe così suscitato quel rischio di «persecuzione politica», evocato per giustificare l’asilo, che tanto scandalo ha suscitato nel ceto politico-giudiziario italiano. A confortare la decisione è intervenuto anche il parere di Francesco Cossiga, già ministro degli Interni e presidente del consiglio negli anni più duri dello scontro tra istituzioni e sovversione di sinistra (nonché promulgatore della legislazione speciale). Alcuni decisivi passaggi della lettera dell’ex presidente della Repubblica sono stati ripresi nello stesso provvedimento emesso dal ministro Genro. Vi si può leggere infatti che «i sovversivi di sinistra venivano considerati nell’Italia degli “anni di piombo”, come semplici terroristi e talvolta criminali comuni. L’autore della lettera – conclude il provvedimento – sostiene, tuttavia, l’impropietà di questa classificazione attribuita al ricorrente». La decisione del Brasile, che si aggiunge a quella della Francia sul caso Petrella, rappresenta un smentita cocente delle arroganti pretese della magistratura e del ceto politico italiano. La dottrina Mitterrand ha trovato in questo modo una rinnovata legittimazione internazionale. L’italia con la sua eccezione giudiziaria resta sempre più sola.
Al Conare si era rivolto questa estate, su richiesta della stessa difesa, il presidente del Supremo tribunale federale brasiliano (l’equivalente della Corte costituzionale), Cesar Peluzo, che nel contempo aveva autorizzato il trasferimento di Battisti dal carcere della Polizia federale al complesso penitenziario di Papuda, sempre a Brasilia, dove le sue condizioni di detenzione sono migliorate.
Arrestato nel marzo del 2007 a Rio, sembra che Battisti abbia subito maltrattamenti che ne hanno pesantemente debilitato lo stato di salute psico-fisico. Nel corso di uno dei numerosi pestaggi ha riportato lo sfondamento del timpano e danni alla zona mascello-mandibolare, che poi non curati hanno dato luogo ad un’infezione. Se la richiesta d’asilo fosse stata accolta, la procedura di estradizione sarebbe stata automaticamente interrotta. A sostegno della propria domanda, la difesa dell’ex militante di sinistra aveva depositato un parere dell’ex capo dello Stato italiano, Francesco Cossiga, ministro dell’Interno e capo del governo nelle fasi più calde della lotta armata e ispiratore (oltre che autore materiale) di buona parte della legislazione speciale. Secondo la prosa sempre sibillina del “presidente emerito”, Battisti «è un delinquente politico, non comune». D’altronde sarebbe assai difficile sostenere il contrario, a meno di non voler contraddire le sentenze di condanna dei tribunali italiani. Altrimenti perché mai sarebbero state applicate le aggravanti speciali per «finalità di sovversione dell’ordine costituzionale»?
umana», aspetti che ne avrebbero attenuato la valenza politica. Secondo il Conare invece sarebbero mancati i presupposti primari per un tale riconoscimento, ovvero l’assenza di una persecuzione provata. Dopo questo rifiuto, la difesa ha 15 giorni per presentare ricorso al ministro della Giustizia, Tarso Genro. Se nulla cambia, il tribunale supremo dovrà fornire il suo parere. L’ultima parola resta al presidente Lula, come prevede la costituzione.
Iniziata nel febbraio 2004, con l’arresto a Parigi architettato dalla polizia sulla scorta di un fittizio litigio di condominio, col passare del tempo e la stratificazione delle polemiche e delle strumentalizzazioni, basti ricordare l’investimento che il caso rappresentò nella campagna presidenziale, sia da parte dal candidato Sarkozy, allora ministro degli Interni, che del segretario dei socialisti Hollande (che si recò in visita al detenuto), l’intera vicenda Battisti lascia sempre più perplessi.
Il gioco delle rappresentazioni mediatiche contrapposte alla fine ha nuociuto a Battisti stesso. Niente è più lontano dalla condizione umana e dalla vita reale del personaggio, della percezione mediatica che si è imposta in Italia. Abilmente costruita dai media e veicolata dal suo stesso entourage , una volta che lui stesso ha rotto con la comunità dei rifugiati pensando di trovare nell’abbraccio dei salotti parigini la salvezza.