Populismo penale

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Ma dove vuole portarci Saviano?
Luigi Ferrajoli: Populismo penale ovvero la strategia della paura
Di Pietro: “Noi siamo la diarrea montante”
Quando il privilegio indossa la toga, la casta dei giudici in rivolta
La ragnatela di Anemone e la lista che fa paura
Nella lista di Anemone l’intero establishment: lavori o favori?
Congresso Idv: i populisti lanciano un’opa su ciò che resta della sinistra
Retroscena di una stagione: Di Pietro e il suo cenacolo
Di Pietro interrogato a Perugia, sospetti su due appartamenti
La ragnatela di Anemone e la lista che fa paura
Nella lista di Anemone l’intero establishment: lavori o favori?
Saviano, l’idolo infranto
Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
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Dal vertice della consulta una replica alle critiche sul ruolo della corte costituzionale
La farsa della giustizia di classe
Processo breve: amnistia per soli ricchi

Lo scudo di classe di Berlusconi
Retroscena di una stagione: Di Pietro e il suo cenacolo
Congresso Idv: i populisti lanciano un’opa su ciò che resta della sinistra
La sinistra giudiziaria
La farsa della giustizia di classe
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Ho paura dunque esisto
Dipietrismo: malattia senile del comunismo?
Giustizia o giustizialismo, dilemma nella sinistra
Il populismo penale una malattia democratica
Badiou, Sarkozy il primo sceriffo di Francia in sella grazie alla doppia paura
Curare e punire
Il governo della paura
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Populismo penale, una declinazione del neoliberismo
L’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza
Come si vive e si muore nelle carceri italiane
Prigioni i nuovi piani di privatizzazione del sistema carcerario
Carceri private il modello a stelle e strisce privatizzazioni e sfruttamento
Le misure alterantive al carcere sono un diritto del detenuto
Sprigionare la società
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Carcere, gli spettri del 41 bis
Carcerazioni facili, dopo le proteste torna in carcere. Aggirate le garanzie processuali

Nel paese del carcere facile, il Corriere della Sera s’inventa l’ennesima polemica sulle scarcerazioni rapide


La ragnatela di Anemone e la lista che fa paura

L’inchiesta resta a Perugia. Il restroscena sul ritrovamento della lista dei “clienti” della cricca

Paolo Persichetti
Liberazione 15 maggio 2010

Mentre piovono un po’ da tutte le parti le smentite da parte di chi ha visto il proprio nome comparire nella “lista Anemone”, il promemoria ritrovato nel computer del costruttore figura centrale della “cricca” che lucrava grazie all’assegnazione di appalti concessi in deroga, vengono alla luce le circostanze che hanno portato al suo ritrovamento.
Era il 14 ottobre del 2008, e la lista di nomi più bollente d’Italia venne rinvenuta quasi per caso nel corso di un controllo fiscale di routine condotto dal commando provinciale della Guardia di finanza di Roma. In proposito esiste anche una intercettazione della segretaria, Anna, che allarmata telefonava al suo «capo» avvertendolo di quanto era successo: «Sembrerebbe, da quello che sono riuscita a vedere perché mi sono messa lì vicino con una scusa, che stampavano gli elenchi di personale vecchio, lavori, ‘ste cose qua». Sulla diffusione della lista 18 mesi dopo il suo rinvenimento, lista che sembra fosse sconosciuta alla procura di Perugia ed a quella di Roma, che ha diffuso ieri per nome del suo procuratore capo una nota nella quale afferma di non averne mai ricevuto copia (un modo per dire, «non siamo stati noi a renderla pubblica»), esistono anche dei retroscena.
Quello proposto da Franco Bechis su Libero evoca un scontro interno alla Guardia di finanza. Un regolamento di conti tra il generale Emilio Spaziante e Andrea De Gennaro, fratello dell’ex capo della polizia Gianni, rimosso poco tempo fa dalla direzione del comando provinciale della Capitale. Tra Spaziante, vicino all’ex capo del Sismi Pollari e al comandante generale Roberto Speciale (quello della guerra con Visco e delle spigole comprate con l’aereo), e Giovanni De Gennaro, capo dei Servizi interni, suo acerrimo rivale e fratello di Andrea, non sarebbe mai corso buon sangue. Da qui la vendetta contro il fratello finanziere che avrebbe innescato la reazione a catena che avrebbe portato alla diffusione della lista sugli organi di stampa.
Per nuocere a chi? Non si capisce bene. Il danno è bipartizan: nella lista ci sono decine di indirizzi pubblici e privati di ufficiali della Finanza, e sono indicati i lavori realizzati nelle caserme del corpo, al tempo stesso compaiono i nomi di Gianni De Gennaro, Antonio Manganelli e Nicola Cavaliere, come i lavori svolti per la polizia e il ministero dell’Interno. Retroscena a parte, un problema serio per la Guardia di finanza è rappresentato dalla posizione dell’ufficiale Francesco Pittorru, attualmente in forza nei Servizi, che sembra sia stato incastrato dallo stesso Anemone. I legali dell’imprenditore hanno smentito, tuttavia lo 007 pare che si sia trovato in difficoltà nel dimostrare l’origine degli assegni ricevuti dall’architetto Zampolini, al quale Anemone aveva delegato le operazioni di compravendita degli appartamenti da regalare a politici e funzionari sospettati di esser coinvolti nel sistema d’assegnazione fraudolenta degli appalti speciali. Sulle spalle di Pittorru gravano sospetti sull’origine dei due appartamenti ricevuti al centro di Roma e su tre ristrutturazioni realizzate da ditte di Anemone. Quello che viene fuori dalle inchieste in corso, sia a Perugia che a Firenze, è la ragnatela delle relazioni intessute dall’imprenditore e dal suo ispiratore, il potente gran comis dei lavori pubblici Balducci. Nel 2003, a soli 32 anni, grazie a Balducci, Anemone è proiettato nel giro delle commesse speciali. Ottiene fino al 2008 412 lavori. Grazie al Nos, il nulla osta sicurezza, ottiene tutti i pass necessari per lavorare nei ministeri sensibili: Interni, Difesa, Servizi, Presidenza del consiglio. Sotto la gestione Lunardi e Scajola, via il supertecnico Incalza, ottiene appalti come la costruzione del carcere di Sassari e i ripetuti interventi nel minorile di Casal del Marmo. Non lo ferma più nessuno. Con Bertolaso alla Protezione civile fa il botto. Ai tempi di Tangentopoli era stato coniato il termine di «corruzione ambiente». Da allora, nonostante il ciclone di Mani pulite e il presenzialismo giudiziario abbiamo mutato radicalmente il volto della politica, nulla è cambiato. Da sistemica la corruzione è divenuta molecolare. Giustizialismo e populismo hanno giovato solo a se stessi. C’è un’ambigua simbiosi che sorregge corruzione e retorica dell’anticorruzione. Intanto la sinistra ne muore. Sarebbe tempo di aprire una profonda riflessione.

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Nella lista di Anemone l’intero establishment: lavori o favori?
Il magistrato e la lobby dei generali
Luigi Bisignani &co, il potere opaco che divora l’Italia

Mario Tronti, 12 marzo 2010: «Sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro»

Intervista a Mario Tronti, presidente del Centro per la riforma dello Stato

Paolo Persichetti
Liberazione 7 marzo 2010

Che fare? L’eterna domanda di sempre si ripropone di fronte alla sfacciata manovra del governo Berlusconi e del padronato che con la legge 1167-B sono riusciti ad aggirare l’intero sistema dei diritti del lavoro costruito negli ultimi decenni del Novecento, in particolare in quegli anni 70 che furono anni di libertà ed emancipazione. Potremmo dire che l’ultimo capitolo degli anni 70 rimasto ancora aperto è stato chiuso con il voto del Senato di lunedì scorso. Ma questo esito arriva davvero così imprevisto? La domanda è strettamente legata al che fare, soprattutto nel momento in cui giungono le prime critiche sull’insufficiente reazione dell’opposizione. Rifondazione aveva già predisposto dei quesiti referendari in attesa che la nuova normativa assumesse una veste definitiva. Il giuslavorista PierGiovanni Alleva ne ha spiegato su queste pagine i presupposti tecnici. Non solo, ma i giuristi del lavoro attendono al varco la nuova legge per sollevare eccezione d’incostituzionalità alla prima vertenza. Ma tutto questo è sufficiente? La discussione è aperta: per Sergio Cofferati la via del referendum è un’arma spuntata. A fronte dell’enorme sforzo di mobilitazione per la raccolta delle firme è ormai fin troppo facile condizionare l’elettorato affinché non si mobiliti inficiando così, attraverso il mancato quorum, il voto finale. L’ex segretario della Cgil propone la strada della proposta di legge d’iniziativa popolare come leva tribunizia per informare e mobilitare i lavoratori e le loro famiglie, suscitando così una forte reazione di massa. La Cgil fino ad ora è parsa poco reattiva. Colpiti dalla crisi i lavoratori si arrampicano sui tetti per difendere disperatamente i posti di lavoro. Mai come oggi la forza lavoro appare vulnerabile e indifesa. «Governo e padronato – spiega Mario Tronti – registrano un grande momento di debolezza del movimento sindacale. Le confederazioni sono divise, la Cgil isolata, i lavoratori sulla difensiva. Siamo di fronte ad un affondo della politica del governo, un attacco mascherato che stavolta, come dice Luciano Gallino, invece che sparare con le Corazzate sui diritti dei lavoratori sta utilizzando i sottomarini».

Che fare, allora?
Intanto hanno ragione quelli che hanno denunciato il ritardo della Cgil e dei partiti del centrosinistra. A parte i diversi rimedi (referendum, eccezione di costituzionalità), nell’immediato la cosa più importante è la reazione da costruire subito. La Cgil deve modificare i contenuti dello sciopero generale previsto per il 12 marzo. Quanto è accaduto cambia il senso della mobilitazione. La Cgil deve registrare questo passaggio chiamando i lavoratori ad opporsi alla controriforma del diritto del lavoro. Occorre correggere e drammatizzare questo momento anche per conquistare i lavoratori delle altre confederazioni. Vanno denunciate con durezza le scandalose posizioni di Uil e Cisl.

Ormai anche la destra ha una certa presa sul mondo del lavoro. Penso alla Lega nelle fabbriche del Nord ma anche alla destra sociale. Sarebbe interessante sentire cosa ha da dire sulla questione una candidata come la Polverini.
Il rapporto con le altre forze sindacali non può essere sempre di vertice ma deve rivolgersi all’intera forza lavoro, alla base, indipendentemente dall’appartenenza organizzativa. Siamo di fronte ad un punto di passaggio molto serio. Per questo bisogna arrivare a far percepire quanto rischiosa sia sulla pelle delle persone, sul proprio futuro e la propria vita, l’idea dell’arbitrato che cade in mano a figure disposte a soluzioni vicine all’interesse padronale e non dei lavoratori. Questo è un tema che fa breccia. Serve un appello al partito democratico perché si dia una mossa. Questa legge colpisce una parte importante del suo elettorato. Deve prendere posizione e uscire dalla propria ambiguità.

Ma il Pd si mostra una forza politica sempre più estranea alle tematiche sociali?
Bisogna stanarli, prendere alcune iniziative. Stiamo elaborando con il “Tavolo del lavoro”, una struttura del Crs, un appello in appoggio dello sciopero generale. Chiamiamo anche le forze intellettuali e politiche a una convocazione il giorno precedente. In questo momento ci si deve stringere intorno alla Cgil, che resta l’elemento di resistenza, e nello stesso tempo spingerla a una maggiore aggressività che la fase richiede. Sono convinto che esistono le condizioni. Il disagio nel mondo del lavoro è molto forte. Non è possibile che gli operai si trovino utilizzati solo come soprammobili sul palco di Sanremo. Serve un nuovo richiamo alla società civile in generale per ridare visibilità al tema del lavoro. Questione molto più importante dell’oscuramento per un mese dei talk show. E’ evidente che va introdotta una diversa gerarchia dei problemi individuando le contraddizioni centrali. C’è un problema di orientamento politico che i grandi partiti hanno perso.

Non è forse un effetto del paradigma totalizzante dell’antiberlusconismo? Il discorso legalitario e giustizialista si sovrappone alla questione sociale sollevando un problema di egemonia culturale che disarma i lavoratori.
Sostengo da sempre che l’antiberlusconismo è una cosa che finisce per occultare i problemi veri del paese e delle persone in carne e ossa, della quotidianità difficile di chi lavora. Alla fine rischia di nascondere le contraddizioni reali, anche del campo avverso. Bisogna fare breccia nelle persone reali che sono implicate molto più da questi temi e molto meno dei problemi della par condicio.

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1970, come la Fiat schedava gli operai
Ferrajoli, “Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro”
Alleva: “Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale”
“Cara figlia, con questa legge non saresti mai nata”
Cronache operaie

Di Pietro e il suo cenacolo, retroscena di una stagione

Le affinità elettive tra Tangentopoli e i poteri forti. Economia mista e Partecipazioni statali facevano gola al capitale internazionale

Paolo Persichetti
Liberazione 7 febbraio 2010

Non si può certo dire che la Seconda Repubblica – figlia del ciclone giudiziario passato alla storia col nome di “Mani pulite” – sia nata all’insegna della trasparenza. Complice forse il polverone provocato dal crollo del muro di Berlino, ancora oggi una spessa coltre getta un sinistro velo di opacità su molte delle vicende e dei personaggi che hanno dato vita a questa seconda era repubblicana. Due figure più di ogni altra incarnano questa oscurità: Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro. Coppia speculare. Simili, talmente simili da respingersi. Anche se poi, nel lontano 1994, il pm divenuto l’emblema di Tangentopoli tentennò, fino quasi ad accettare il ministero degli Interni offertogli dal leader dell’allora Forza Italia. Proposta che rifiutò dopo che qualcuno lo avvertì dei guai giudiziari in arrivo per il magnate di Arcore.

L’accumulazione originaria di Silvio Berlusconi fa scorrere fiumi d’inchiostro. L’editore Chiarelettere e Marco Travaglio vi hanno costruito sopra una fortuna editoriale. Un tempo, quando Marx veniva ancora studiato, si sapeva che ogni accumulazione originaria è costellata di crimini atroci e illegalità. L’accumulazione originaria della Fiat, per esempio, è intrisa del sangue delle trincee della prima guerra mondiale, alla faccia del «capitale etico» evocato proprio durante tangentopoli da quel licenziatore di operai che porta il nome di Cesare Romiti, lo stesso che negoziò con il pool di Milano una via d’uscita dalle inchieste facendo rifugiare a Londra i suoi manager. L’indignazione avrebbe dovuto rivolgersi al sistema, invece Travaglio e la sua banda l’hanno antropomorfizzata su un solo individuo, confondendo la parte per il tutto.

Ma anche le origini di Antonio Di Pietro muovono da una zona grigia: alle radici contadine, ai lavori da migrante, segue una fulminea laurea in giurisprudenza. Un vero miracolo per un personaggio che con la cultura c’azzecca poco. Ma siamo ancora al piccolo peccato veniale. Arriva l’ingresso in polizia, da commissario Basettoni. Metodi spicci. Poi l’entrata in magistratura. Arranca ma ce la fa. Tipi così hanno un nome ben preciso, «intrallazzini». Hanno il pelo sullo stomaco, s’intrufolano ovunque, sono lesti a cogliere l’occasione, costruiscono relazioni con richieste di favori, scambi, segnalazioni. Un modo di fare conosciuto talmente bene da divenirne, ad un certo punto, un micidiale fustigatore. L’affossatore di quella «Milano da bere» a cui si era per lungo tempo dissetato. Arriviamo al punto. Eliminata buona parte del ceto politico messo sotto inchiesta, Tonino si toglie la toga e ne prende il posto. In un qualsiasi regime liberaldemocratico serio, dove vige la separazione dei poteri, una tale investitura avrebbe sollevato seri interrogativi e durissime resistenze. Invece tutti lo temono, la destra berlusconiana cerca di accaparrarselo. In fondo è grazie a lui se il “partito azienda” si è visto spianata la strada del potere. Sul fronte opposto D’Alema lo «costituzionalizza» facendolo eleggere nella circoscrizione blindata del Mugello, la più rossa d’Italia. Qui la vicenda s’intorbidisce al punto che sui giornali della destra più di una volta è stata evocata la pista del complotto. Una tesi cara ad alcuni settori politici rimasti vittime delle inchieste anticorruzione e tornata d’attualità in questi giorni, dopo la pubblicazione della foto nella sala mensa dei carabinieri del Ros di Roma. Si tratta di un episodio del 15 dicembre 1992, il giorno dell’avviso di garanzia a Bettino Craxi. 12 fotografie, 8 scomparse, 4 riapparse grazie all’avvocato Mario Di Domenico, un altro ex fedelissimo ora in rotta che sta terminando un libro sui retroscena del dipietrismo. In compagnia del pm un parterre di “barbe finte” di tutto rispetto: i colonnelli operanti nei servizi Gargiulo, Del Vecchio, Conforti, il generale Vitagliano, Bruno Contrada del Sisde e poi Rocco Mario Modiati. Chi è costui, definito su alcuni quotidiani l’«amico americano»? Si tratta del capo della Kroll, l’agenzia di sicurezza di Wall Street.
Il clamore destato dalla presenza di Contrada, arrestato pochi giorni dopo per complicità con la mafia, ha posto in secondo piano un aspetto molto più intrigante: che ci faceva il secret service del più forte centro affaristico del mondo?
A nostro avviso la tesi del complotto non regge. Le inchieste anticorruzione sono state solo l’innesco di un crollo che mette radici nel brusco mutamento degli equilibri internazionali dopo la fine dei blocchi e nella crisi di un sistema privo di ricambio politico, a causa della consociazione che aveva prima affossato le potenzialità di rinnovamento contenute nei movimenti conflittuali degli anni 70 e poi al welfare clientelare e corruttivo utilizzato per comprare consenso negli anni 80. Tuttavia in quelle foto è contenuta una narrazione che andrebbe indagata più a fondo. Le inchieste di mani pulite non hanno agito nel vuoto, ma nel crogiolo d’interessi e schieramenti internazionali che vedevano con favore la scomparsa dei vecchi mediatori politici della Prima Repubblica e della loro base sociale, l’economia mista, le partecipazioni statali. Quelle «sacche di socialismo reale», come le aveva definite Francesco Cossiga, facevano gola al capitale internazionale. Si apriva la grande partita delle privatizzazioni. Liberarsi poi dell’uomo di Sigonella e della politica estera mediterranea di marca democristiana faceva gola all’amministrazione Usa.
La domanda è un’altra: che ruolo ha giocato in questa partita la sinistra? A quanto sembra quello degli utili idioti.

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Di Pietro: “Noi siamo la diarrea montante”
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Congresso Idv: i populisti lanciano un’Opa su ciò che resta della Sinistra

Di Pietro alla ricerca della legittimazione democratica s’inventa dopo 12 anni un congresso largamente blindato in partenza. L’uomo dei vizi privati e delle pubbliche virtù cerca di sbancare ciò che resta a Sinistra.
E la Sinistra si inchina

Paolo Persichetti
Liberazione 6 febbraio 2010

Ormai ridottosi a partito fantasma, rimasuglio di lobby, potentati locali, combriccole, senza una strategia, il Pd è costretto a cercare l'abbraccio di Di Pietro per non perdere una base cresciuta a pane e giustizialismo. Il mito dell'azione penale, della funzione salvifica della magistratura, presentano alla fine il conto. La bancarotta culturale, l'asservimento all'ideologia giustizialista e al peronismo dipietrista. Prc, Pdci e Sinistra ecologia e Libertà che speravano nella nascita di un fronte peronista radicale restano a bocca asciutta. Amanti rifiutate, cornute e mazziate

Dodici anni sono passati da quando il 21 marzo 1998 Antonio Di Pietro fondò l’Italia dei valori. Da allora il movimento politico di cui è sempre stato il presidente-padrone dotato di poteri assoluti non ha mai affrontato un congresso. Più che un partito è stato una specie di Spa, una piccola matrioska che nascondeva al proprio interno il segreto di famiglia, il sodalizio tra l’uomo di Montenero di Bisaccia, sua moglie e Silvana Mura, l’inossidabile tesoriera. «Tutto gira in una sorta di associazione “clandestina” – ha ricordato in una intervista rilasciata pochi giorni fa Elio Veltri, stretto collaboratore dell’ex pm e suo ghostwriter fino al 2001 –  fondata da tre persone, nella quale si può entrare solo con il placet di Di Pietro ma, appunto, davanti ad un notaio». In virtù di questo singolare statuto, Di Pietro è il titolare esclusivo della ripartizione dei finanziamenti, della supervisione sugli iscritti, della composizione delle liste elettorali. Nelle sue mani risiede la chiave che consente il cambiamento dello statuto. Insomma un castello fortificato non certo una comunità partecipata. Secondo gli idealtipi della sociologia weberiana si tratta di una classica formazione politica fondata sul potere carismatico del suo leader, improntata al più genuino populismo. In altri tempi, nel Novecento, sarebbe stato catalogato come un movimento politico “predemocratico”. Tuttavia c’è sempre una prima volta per tutti. E così, anche se con grave ritardo, questo movimento ha cominciato timidamente ad aprirsi in direzione della dialettica interna. Ieri si è tenuta presso il Marriot Park Hotel di Roma, vicino all’aeroporto di Fiumicino, la prima assise nazionale del partito. Slogan d’apertura: «L’alternativa per una nuova Italia». I lavori si concluderanno domenica. Tuttavia parlare dell’avvio di un percorso di trasparenza e normale vita partecipativa resta un grosso azzardo, anche se fornire la sensazione della «svolta» è l’obiettivo di questo primo congresso: liberarsi della vecchia immagine personalistica, offrire l’idea di una formazione finalmente democratica, partecipata, aperta alla società. In realtà le modifiche statutarie introdotte sono assolutamente minime, l’Italia dei valori resta proprietà privata di Di Pietro. Si tratta solo di un adeguamento dovuto alla “crisi di crescita” che il movimento ha riscontrato negli ultimi anni, soprattutto dopo la frantumazione della sinistra. In sala erano presenti 3.607 delegati, in rappresentanza di quasi 100 mila iscritti (secondo i dati forniti e che sarebbero raddoppiati nell’arco di un anno) e di 24 deputati, 12 senatori, 7 europarlamentari. Soprattutto il congresso si apre sull’onda di sondaggi molto favorevoli che consoliderebbero per le prossime elezioni regionali l’8% conquistato nelle elezioni europee di un anno fa. Dichiarazioni di voto che hanno spinto alcuni esponenti di punta dell’Idv, come il pm Luigi De Magistris, eletto come indipendente con un numero di voti superiore a quello dello stesso Di Pietro e ritenuto lo sfidante potenziale, ad avanzare l’obiettivo del 10% nell’ottica di un allargamento verso Rifondazione, SeL, noglobal e “popolo viola”. Non a caso all’apertura dei lavori hanno partecipato tutti gli attuali segretari di partito della sinistra, da Pierluigi Bersani a Paolo Ferrero, da Nichi Vendola al segretario della Cgil, Guglielmo Epifani. Una delle decisioni finali del congresso dovrebbe essere quella di togliere il nome di Di Pietro dal simbolo per segnalare che la fase della personalizzazione del partito sarebbe finita. La sostanza della discussione dovrebbe portare, invece, sulle alleanze da costruire e sulla scelta dei territori politici sui quali estendere l’influenza dell’Idv: verso il Pd  o più a sinistra? Uomo di destra, portatore di valori ultramoderati, Di Pietro ha sfoderato tutto il cinismo politico possibile invadendo i territori tradizionali della sinistra popolare e operaia, allargando i temi d’intervento politico, modificando il linguaggio, prestando attenzione non più solo ai temi della legalità ma anche alle questioni sociali sociali e ambientali, alla crisi economica, ai licenziamenti che stanno colpendo i posti di lavoro. Un uomo chiave di questo restyling “operaista” è stato Maurizio Zipponi, già segretario della Fiom di Brescia, uscito da Rifondazione, che gli ha aperto la via nelle roccaforti operaie del nord.  De Magistris, che non sembra avere fretta, all’apertura dei lavori ha subito indicato che voterà la mozione del presidente facendo capire però che lui rappresenta il futuro. Scontato a questo punto l’esito finale del congresso. Nonostante tutto il deputato campano Francesco Barbato si è candidato alla segreteria con un documento che sostiene una «diversa visione del partito costruita su un movimento civico dal basso», senza «i signori delle tessere, la parentopoli dell’Idv, con incarichi a parenti in linea diretta, discendenti e ascendenti, intere famiglie per non dire clan che si sono accasati nell’Idv con doppi e tripli incarichi». Posizione che echeggia il durissimo attacco venuto dalle pagine di Micromega lo scorso settembre con un’inchiesta devastante che metteva in luce un partito di eletti costituito da lobby, cacicchi locali, capibastone. Un sottobosco che ricorda il ceto politico giolittiano del primo Novecento che Salvemini non aveva esitato a definire «malavitoso». Un partito fatto di notabili «a cui mai darei la mano», dice Barbato e segnalano documentatissime inchieste, ma ciò non scalfisce l’immagine di un Di Pietro immacolato difensore delle virtù pubbliche. E’ singolare che la sinistra radicale lo rincorra con l’unico risultato di lasciarsi assorbire, abbandonando alla destra il dovere della battaglia. Una destra un po’ ingrata che deve a Di Pietro e “Mani pulite” lo sdoganamento politico che le ha aperto l’autostrada del potere.

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Di Pietro: “Noi siamo la diarrea montante”
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Feticci della legalità e natura del populismo giustizialista

Botta e risposta a proposito di un articolo apparso su questo blog e nel quale si spiegava che l’aggressione subita da Berlusconi non trova origine in un presunto ritorno al clima degli anni 70 ma nella guerra civile borghese strisciante che traversa l’Italia di oggi

Aggressione a Berlusconi: ma cosa c’entrano gli anni 70? E’ guerra civile borghese

1) Vecchiume

“giovani che sventolavano Il Fatto, quotidiano portavoce del giustizialismo populista più fazioso, «destra d’opposizione» qualunquista, reazionaria, ultralegittimista, borghese e forcaiola”.

Non dico che ci sia anche una parte di verita ma che semplificazione banale. Tra quelli che sventolano il “Fatto” piuttosto che votare “Italia dei Valori” ci sono persone in carne ed ossa, con un nome una storia personale. Molti come il sottoscritto, compagni, che senza dare un significato strategico (non ci si muove solo con campagne super pianificate di lunga durata) magari per protestare contro quei peraccottari di Rifondazione e company hanno anche votato Di Pietro. E cosa siamo: qualunquisti borghesi!
Meno male che ci sei tu a spiegarcelo. Visto che avevi capito tutto a tempi della lotta armata giustamente sei ancora qui a illuminare le nostre deboli menti che tutto questo non capiscono.


2) Asilo d’infanzia

Bè vedi, compagno, “persone in carne ed ossa“ siamo tutti, tutte. Mammiferi bipedi, derivati per uno ‘scarto’ genetico minimo dai primati superiori, con pollice opposto, stazione eretta, epiglottide capace di emettere suoni articolati, diversificatisi in parallelo – iniziando un po’ dopo – di Cro Magnon, e fondamentalmente distintisi come specie di “esseri parlanti“, definiti “specializzati nella parola“ e perciostesso, essendosi sporti fuori dall’essere, inferito la mortalità, riguardatisi, realizzata l’alterità, concepitisi, conosciuti gli interrogativi su cause e fini, su prima e prima del prima, scoperto/inventato il tempo, angosciatisi sul senso, i dilemmi, gli aut-aut, le coppie come felice/infelice…, l’angoscia del finito, effimero, e la claustrofobia dell’eterno….
Perciostesso, dicevamo, specie “pericolosa“, non più governata dalla teleologia dell’istinto, innato, di autoconservazione della specie dunque suscettibili di autodistruggersi…

In carne ed ossa siamo tutti, “uomini ed altri animali”, e fuor di dilemmi su olismi o individualismo/universalismo, fuor di ideologie “umanistiche“, o altro… Che c’entra, però!
Tra l’altro, la furia, il disappunto, vengono dal pensare che ci sia – tra nojaltri – una alienazione della ribellione, della rivoltosità, a favore della caricatura di una denuncia del Tiranno senza nemmeno tirannicidio; un barattare “la primogenitura” dela critica radicale, dell’inimicizia, della sovversione sociale per il “piatto di lenticchie” del risentimento, della denuncia morale, della focalizzazione su una parte per il tutto, dell’illusione di una soluzione penale, del feticcio della “legalità“, del “controllo di legalità“, dell’azione penale e della sanzione giudiziaria e poi dell’esecuzione penitenziaria.

Nessuno qualifica te, o i “tipi come te” che hanno creduto di trovare un punto di forza, di leva, di traduzione del proprio bisogno di rivolta nell’ oltranzismo di un “antibelusconismo” ipnotizzato ed ipnotico, nell’alienazione giudiziaria, nel surrogato penale dell’ “azione collettiva“, nella sua surrogazione che si fa sostituzione, in un diversivo e sfogo contraddittorio con le ‘ragioni per cui’, con i principî enunciati, come borghesi moralisti forcajoli.

Resta, che ciò che fanno e predicano Feticcio della legalità, i Travaglio, i Di Pietro & simili, negli anni ‘70 lo faceva e diceva Il Candido del senatore missino ed ex-repubblichino Giorgio Pisanò.
Ti impenni per articolo, occhiello, titolo, sommario ( “Anni ‘70? Macchè, è guerra civile borghese (…) a contestare il leader del Pdl non c’erano i centri sociali ma giovani che sventolavano Il Fatto, quotidiano portavoce del giustizialismo populista più fazioso, «destra d’opposizione» qualunquista, reazionaria, ultralegittimista, borghese e forcaiola”), e con sarcasmo amaro osservi: “E cosa siamo: qualunquisti borghesi ?”.

Ma il giudizio è sulla natura, per cominciare, “natura di classe” del “manipulitismo”, del giustizierismo in forma giudiziaria, dell’emergenzialismo penale, del feticcio della Legalità (“potere dei senza potere”), del mito e del culto dell’azione penale come panacèa giustiziera e forma di una logica “giustizialista”. Critica del girotondismo, della cultura propinata da Repubblica e da una schiera di “satelliti, ateroidi, pianetini…”.

La critica può eventualmente essere sottoposta a tentativo di confutazione: ma è distorcerla e malintenderla se le si attribuisce sprezzo per quei compagni che – a nostro parere – alienando la loro voglia di rivolta finiscono (a nostro avviso argomentato e, beninteso, offerto a controversia) ad intrupparsi dietro bandiere certamente non loro. Anzi, apertamente nemiche, portatrici di inimicizia frontale implacbile contro “tutti noi” !

Per contro, se posso dirti, sei tu che usi un sarcasmo che rivela un malcelato pregiudizio che il risentimento fa affiorare alla superficie, quando scrivi: “Meno male che ci sei tu a spiegarcelo. Visto che avevi capito tutto a tempi della lotta armata giustamente sei ancora qui a illuminare le nostre deboli menti che tutto questo non capiscono”.

Devo dirti : lo stilema è frusto, estenuato, buono per battute da disputa di coppia in fotoromanzi e telenovela. Se ne evince, o una sorta di reazione da mania di persecuzione o complesso, oppure un giudizio sprezzante e liquidatorio, animoso, rancoroso verso la “lotta armata” e i suoi “tempi”. Non è così?

Oreste Scalzone 16/12/2009

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Populismo armato, alle radici della fraseologia dei Nuclei di azione territoriale
La violenza del profitto: ma quali anni di piombo, gli anni 70 sono stati anni d’amianto
La farsa della giustizia di classe
Processo breve: amnistia per soli ricchi
Ho paura dunque esisto
Giustizia o giustizialismo, dilemma nella sinistra
Il populismo penale una malattia democratica

Lodo Alfano e processo breve: la farsa della giustizia di classe

Il risvolto di una giustizia di classe che protegge i più forti è la persecuzione di classe verso i più deboli. Quella che fomenta i giustizialisti di destra, come la Lega, gli ex di An, Di Pietro, Travaglio e che lascia indifferenti i giustizialisti idealisti di sinistra, poi ci sono le amebe intellettuali come Saviano

Paolo Persichetti
Liberazione 26 novembre 2009

Nessuna revisione per il concorso esterno in associazione mafiosa sarebbe in vista. E’ quanto ha fatto sapere il governo per bocca del guardasigilli Angelino Alfano, interpellato da alcuni giornalisti al termine di un’audizione presso la commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti. Dunque, non sarebbero vere le voci, riprese ieri da alcuni quotidiani, che riferivano di uno studio in corso, da parte del governo, sulla «tipizzazione» del “concorso esterno”. Un reato giurisprudenziale. Vera e propria bestemmia, secondo la tradizione del diritto romano che sancisce l’impossibilità di crimini e pene senza legge certa e scritta. I decenni di eccezione giudiziaria hanno però introdotto la consuetudine anglosassone, facendo del giudice non più la «voce della legge» ma un legislatore. Diverse commissioni, presiedute da Grosso, Nordio e poi Pisapia, avevano proposto di sanare il vuoto legislativo tipicizzando in modo certo i comportamenti da sanzionare. Paradossalmente la destra, forcaiola per natura, non volle approvare una riforma che moderava in parte le pene. La sinistra, giustizialista per vocazione, non fu da meno. E così, davanti alla sacrosanta bocciatura del “lodo Alfano” da parte della Consulta, lo scettro della politica, in particolare della politica d’opposizione, è tornato nelle mani della magistratura. Un fatto quasi inevitabile in una situazione che vede il sistema politico ridotto ad una condizione sempre più evanescente di fronte ad un ipertrofico esecutivo e un peso esterno, che non è più del sociale ma delle lobbies. Di fronte al proliferare della decretazione d’urgenza, addirittura di decreti correttivi d’altri decreti, strumenti privi di qualsiasi fondamento costituzionale, di una produzione legislativa ispirata nella quasi totalità dagli uffici della presidenza del consiglio, con un’aula parlamentare che ha addirittura subito l’onta della sospensione a causa dell’assenza di copertura di bilancio per le leggi in discussione, con una opposizione ridotta alla consistenza di un ectoplasma, la politica la fanno i gruppi editoriali e finanziari che hanno mezzi per condizionare l’opinione, i poteri economici e gli apparati, tra cui eccelle per funzioni, la magistratura. Non tutta, perché in massima parte resta, per natura quasi antropologica, filogovernativa; ma una parte che agisce da efficace minoranza attiva. E così ci siamo ritrovati alla situazione di partenza, all’eterna supplenza giudiziaria che ha aperto la via del potere alle destre e ha gettato l’Italia nel pozzo nero del populismo penale e giustizialista. Sono ritornati in primo piano le inchieste e i processi contro Berlusconi, la creazione del suo impero economico e il suo sistema di potere. Le indagini sul funzionamento di Mediaset, i fondi neri, i giochi finanziari e di bilancio, la corruzione via l’avvocato Mills, e poi le inchieste siciliane e fiorentine, rilanciate dalle ultime dichiarazioni di alcuni pentiti di mafia che hanno consentito di riaprire filoni d’indagine arenati. Spatuzza e Grigoli, due collaboratori di giustizia, sono tornati a parlare del ruolo di Dell’Utri e dei rapporti con i Graviano, famiglia mafiosa trasferitasi al nord. In particolare è molto attesa la deposizione del prossimo 4 dicembre del pentito Spatuzza. Forse troppo attesa dagli spalti giustizialisti che, incapaci di arrivarci con la politica, sognano un Berlusconi finalmente infilzato dalle inchieste e messo definitivamente fuori gioco.
La vecchia scorciatoia giudiziaria torna dunque d’attualità e chi ne soffre di più è ovviamente un’idea di politica carica di progetti, partecipazione e idee. Tutto muore dietro la passione giudiziaria, si fa claque di tribunale, bava da tricoteuses. In un clima del genere non è possibile nemmeno la più timida delle strategie riformiste. Solo ordine, legalità, tribunali, toghe, processi, condanne, odio, risentimento, carceri che però si riempiono solo di poveri cristi. E su questo terreno cresce l’intolleranza, il razzismo, si allungano le radici di una svolta reazionaria delle mentalità che fa egemonia. Berlusconi reagisce tirando fuori dal cilindro, di volta in volta, una soluzione legislativa che pari il colpo (il processo breve è solo l’ultima trovata in ordine di tempo), stravolgendo qualsiasi idea progettuale di riforma del codice penale e di procedura, ridicolizzando il garantismo e rilanciando alla grande la sfacciata rivendicazione di una giustizia di classe, della legge come scudo dei potenti. Il risvolto di una giustizia di classe che protegge i più forti è la persecuzione di classe verso i più deboli. Quella che fomenta i giustizialisti di destra, come la Lega, gli ex di An e Di Pietro, e che lascia indifferenti i giustizialisti idealisti di sinistra.

Link
Processo breve: amnistia per soli ricchi
Cronache carcerarie
Populismo penale

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Dipietrismo: malattia senile del comunismo?
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Sprigionare la società
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Carcere, gli spettri del 41 bis


Indulto e crollo della recidiva: una lezione che non piace a Marco Travaglio

Al pubblico ministero d’Italia non va giù che l’indulto abbia contribuito a ridurre il numero dei reati

Paolo Persichetti
Liberazione 26 agosto 2009

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Ci mancava proprio lui, don Manetta. La calura ci aveva liberato per un po’ dalle sue requisitorie.
Marco Travaglio è tornato a prendersela con l’indulto. Sull’Espresso (20 agosto) definisce un «presunto ragionamento portentoso» l’analisi dei dati della ricerca di Giovanni Torrente, (http://www.ristretti.it/commenti/2009/maggio/pdf15/ricerca_torrente.pdf.) dell’università di Torino, che hanno dimostrato come indulto, benefici e misure alternative, abbiano abbattuto la recidiva delittuosa. Insomma fatto calare i reati. Una cocente sconfitta per i giustizialisti della sua risma.
A Travaglio i numeri non piacciono. Li preferisce solo se declinati in anni di galera, altrimenti adora le parole, ma solo dei pentiti, soprattutto se de relato. È uno da buco della serratura che si trastulla con le intercettazioni telefoniche. Per il pubblico ministero d’Italia, se la recidiva è crollata è solo perché i furfanti non sono stati ancora presi. Aspettate e vedrete, dice. Un vero puzzone, uno di quelli che pur di non starci è disposto a fare carte false.
Caro dottor Manetta a essere calati sono i fatti-reato. Se ci sono meno denunce vuole dire che ci sono stati meno delitti, non meno persone arrestate. Anzi quelle aumentano per effetto di leggi che puniscono l’uso di droghe e la migrazione clandestina. Così le carceri scoppiano.
Ci sono due cose che Travaglio non capirà mai: la prima è che solo a metà degli anni 70 l’Italia ha toccato il suo minimo storico di detenuti. Quando la gente ha una speranza e lotta, non ruba. La seconda è che la pensa come Martelli e Craxi, che per primi introdussero la politica della tolleranza zero.

Link
Giovanni Torrente, indulto. La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.pdf.

I dati che smentiscono la campagna terroristica contro l’indulto
Aumentano i detenuti mentre calano i delitti
L’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza
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Badiou, Sarkozy il primo sceriffo di Francia in sella grazie alla doppia paura
Curare e punire
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Nel paese del carcere facile, il Corriere della Sera s’inventa l’ennesima polemica sulle scarcerazioni rapide

Al manifesto vestono Prada

A proposito dell partecipazione di Sansonetti alla puntata di  Porta a porta boicotatta dal Pd, Repubblica, girotondini, Di Pietro. La Sinistra è un cadavere che puzza

Vincenzo Maggioni
6 maggio 2009

«Collaborazionista» (lo dice persino Bifo), «venduto», addirittura «trasandato», scrive una lettrice chic appena uscita dalla boutique di Prada col manifesto sotto il braccio. Contro Sansonetti si rincorrono nel web epiteti e improperi pieni di livore dopo la sua partecipazione alla puntata di Porta a porta con Berlusconi protagonista, boicottata dall’opposizione Repubblica in testa e tutti gli altri dietro.
I più scatenati sono però i lettori del manifesto. Otto pagine d’insulti a corredo di un’invettiva di Tommaso Di Francesco e una vignetta del laido Vauro sul Sansonetto di peluche. Ma Vauro l’ha mai fatta una vignetta contro Di Pietro? E come ha fatto a frequentare Anno zero senza aver mai detto una parola su un personaggio come Travaglio?
«Barbuto e capelluto (troppo capelluto)», aggiunge un altro lettore che forse vuole insinuare una complicità tricologica (di trapianti) tra Berlusconi e Sansonetti. Più sotto, «A questo punto nessuno mi toglie dalla testa che Piero per fare il suo L’Altro si sia fatto aiutare da quell’altro», e vai con il comprato più ancora del venduto. E poi «Comunista civilizzato», «salottiero», «spalla di Berlusconi», «disertore», «trasformista», «voltagabbana». Dulcis in fundo: «Affossatore dell’Unità e di Liberazione» (sic). Ma non basta, il povero Piero è da esecrare perché ha osato attaccare «Ballarò di Floris, trasmissione del Pd». Capito? Leggono il manifesto, guardano Ballarò, ascoltano Sabina Guzzanti, adorano Anno zero, ridono con Vauro, votano Di Pietro e pensano d’essere pure comunisti.
Ma chi sono i lettori del manifesto? La domanda è molto seria perché in genere uno compra il giornale nel quale si riconosce. Insomma se questo tipo di lettori si rispecchia nel manifesto, che cosa è mai quel giornale che ancora porta sotto la testata quotidiano comunista?
Ma a pensarci bene la domanda va estesa a tutta la sinistra cosiddetta radicale, insomma quella a sinistra del Pd, perché contraddizioni del genere si registrano tranquillamente tra i lettori di Liberazione e anche de L’Altro. Anzi, su queste stesse pagine capita di leggere interventi di Maurizio Zipponi (entrato nell’Idv) e cronache che delineano positivamente la svolta «operaista di Di Pietro» (così è stata definita), come se non si trattasse dell’ultimo e forse definitivo colpo mortale inferto a quel che resta dei ruderi della sinistra. Il populismo penale, la ferocia sicuritaria dell’Idv, si concilierebbero con un discorso attento ai ceti sociali più deboli, anzi ne rappresenterebbero la svolta progressista. Nemmeno ci si accorge dell’impasto peronista che una linea politica del genere riassume. Una specie di leghismo di sinistra.
Siamo al grado zero della chiarezza ideologica. Lasciamo stare la teoria sociale e politica che ormai trovano cittadinanza solo nei tink tank della destra. Siamo al patchwork insulso, ad una melassa confusa. Ci si scanna reciprocamente travolti da risentimenti, alla ricerca di un colpevole, di un capro espiatorio su cui far ricadere il tradimento della causa, senza accorgersi che alla fine questo popolo diviso, e sempre più residuo, s’assomiglia terribilmente.
Quanto a Sansonetti, forse ha sbagliato ad andare a Porta a porta sopravvalutando le sue forze. Cosa mai poteva fare in un programma dove sono ammessi solo due brevi interventi, quando al premier veniva concessa la parola per ore? Forse togliersi le scarpe e tirargliele, come qualcuno ha suggerito. Ma a parte che era in collegamento, ognuno ha il suo stile. E quello di Piero è da scuola del vecchio Pci. Compassato. Tuttavia questo tipo di perplessità non va confusa con le accuse di collaborazionismo lanciate nei suoi confronti. Possibile che non si riesca a concepire un’azione autonoma della sinistra, ma si debba sempre finire col rincorrere gli ordini che vengono da certi salotti della borghesia ostili al blocco di potere berlusconiano?
Non si va a Porta a porta perché l’hanno deciso loro? Chi parla di alleanze è velleitario, in realtà esprime solo sudditanza.
Sansonetti ha agito facendo leva su un’idea forte di autonomia politica e culturale che non passi per De Benedetti, Marchionne, Montezzemolo e compagnia.
I quotidiani della sinistra comunista e radicale sono morti quando sono diventati degli inserti di Repubblica.

«Rabbia populista» o «nuova lotta di classe»?

Francia, fabbriche in rivolta: bloccati i premi per i manager. Si apre la discussione di fronte alla crisi economica

Paolo Persichetti
Liberazione 27 marzo 2009

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«Rabbia populista» o nuova «lotta di classe»? Ieri sulle pagine dei più grandi quotidiani nazionali campeggiava questa domanda: un nuovo spettro si sta aggirando per il globo?
Commenti preoccupati e cronache inquiete s’interrogavano sul reale significato delle notizie provenienti dagli Stati uniti, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. A New York, dopo l’arresto del magnate della speculazione finanziaria Maddof e la minaccia del Congresso di tassare con un’aliquota del 90% i bonus padronali, i dieci manager più pagati del colosso delle assicurazioni mondiali Aig, tra i più coinvolti nel crack delle Borse, hanno restituito i bonus milionari ricevuti come premi per i loro disastri. Per farli rinunciare a un po’ della loro famelica ingordigia è bastato un fine settima di picchetti organizzati da manifestanti davanti alle loro megaville blindate e con l’immancabile piscina.
A Edinburgo, in piena notte, il villone di Sir Fred Goodwin, l’amministratore delegato che ha portato al collasso la Royal bank of Scotland, per poi andarsene serenamente in pensione con un bonus di 16,9 milioni di sterline, alla faccia di migliaia correntisti ridotti al lastrico per aver creduto nei portafogli azionari offerti dai servizi finanziari dell’istituto di credito, è stato assalito da un gruppo di attivisti che hanno rivendicato l’azione con la sigla Bank bosses are criminals, «I banchieri sono dei criminali». Motto che riecheggia quello delle curve da stadio di mezza Europa, All corps are bastards, «Tutte le guardie sono bastarde».
Nel centro della Francia, a Pithiviers, Luc Rousselet, amministratore delegato della 3M, società farmaceutica americana in procinto di licenziare 110 dei suoi 235 dipendenti, è stato “trattenuto” negli uffici dell’azienda per oltre 30 ore dagli operai che era venuto ad incontrare. I lavoratori esigevano dei negoziati con l’azienda sulle modalità del piano di crisi che dovrà accompagnare la brusca riduzione di personale.
Ovviamente per gli operai non si è trattato di un «sequestro», com’è stato scritto sposando il punto di vista “padronale”, ma di un imprevisto prolungamento d’orario della giornata di lavoro del loro capo. Uno straordinario giustificato dall’eccezionalità della situazione venuta a crearsi. I 2700 lavoratori della 3M France, società ripartita su 11 siti, conosciuta per la produzione di “post-it” e del nastro adesivo “Scotch”, sono in sciopero illimitato dal 20 marzo. Un episodio analogo era già accaduto il 12 marzo scorso, quando il presidente-direttore generale di Sony France, Serge Foucher, era stato anche lui costretto a uno “straordinario notturno” in compagnia delle sue maestranze in lotta. Lo stabilimento di Pontonx-sur-l’Adour, nelle Lande, impiega 311 persone e la sua chiusura è fissata per il 17 aprile prossimo. Al direttore della Continental, invece, è toccato in sorte un fitto lancio di uova da parte dei 1120 addetti dell’impianto di Claroix, che proprio ieri sono stati ricevuti in delegazione da un consigliere di Sarkozy all’Eliseo.
Questa volta gli operai non sono isolati, hanno alle spalle il sostegno dell’opinione pubblica indignata di fronte alla notizia dei mega compensi attribuiti ai manager d’imprese che licenziano o di banche in deficit dopo aver sperperato il denaro dei clienti.
La rabbia è montata di fronte alle parole di Laurence Parisot, presidente della confindustria francese, che si era detta indisponibile di fronte alla richiesta del presidente della repubblica d’intervenire sui consigli d’amministrazione affinché i manager rinunciassero ai premi elargiti sotto varie forme (stock options, ovvero azioni con remunerazioni privilegiate, liquidazioni d’oro o pensioni stratosferiche). Il primo ministro ha dovuto annunciare il varo di un decreto per vietare l’attribuzione di questi bonus e stock options per le aziende che ricevono aiuti dallo Stato. A questo punto, dopo le resistenze iniziali, Gerard Mastellet e Jean-Francois Cirelli, presidente e vice presidente di Gdf-Suez, il gigante francese dell’energia, hanno dovuto rinunciare ai loro compensi supplementari piegandosi – hanno detto con malcelata ipocrisia – al «senso di responsabilità».
I titoli tossici immessi nei circuiti finanziari stanno forse scatenando la reazione di sani anticorpi sociali? All’estero, certo non in Italia, l’ira popolare sta cambiando bersaglio: dalla «Casta» alla «Borsa», dai «politici» ai «padroni»; che la barba di Marx stia di nuovo spuntando?
Quel che sta accadendo, in particolare al di là delle Alpi, dimostra quanto devastante sia stata da noi la prolungata stagione del giustizialismo, con il suo corollario d’ideologia penale e vittimismo seguiti alle ripetute emergenze giudiziarie. Il decennio 90 si è accanito contro i corrotti della politica assolvendo i corruttori dell’economia, aprendo la strada non solo alla vittoria politica del partito azienda ma alla sua egemonia politico-culturale sulla società.
Vedremo più in là se ha ragione L’Economist quando descrive, un po’ alla Ballard, l’albeggiare di una rivoluzione del ceto medio proletarizzato; o se invece ci sarà un’irruzione di protagonismo del nuovo precariato sociale. Una cosa è certa: oltreconfine hanno individuato la contraddizione da attaccare. È tutta la differenza che passa tra allearsi contro i padroni o fare le ronde contro i romeni. Ma quel che resta della sinistra italiana l’avrà capito?

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