Paolo Granzotto e il funzionario giuridico-pedagogico di Rebibbia

Uno dei passaggi della relazione di sintesi postata nei giorni scorsi (Vedi qui), nella quale il Gruppo d’osservazione e trattamento della Casa di reclusione di Rebibbia ha chiesto al Tribunale di sorveglianza di Roma di non concedermi l’affidamento in prova al servizio sociale (articolo 47 dell’ordinamento penitenziario), obiezione accolta dal collegio giudicante che nella camera di consiglio del 3 maggio scorso ha ritenuto: «la misura dell’affidamento non idonea allo stato della rieducazione del condannato e ad assicurare esigenze di prevenzione, apparendo necessaria un consolidamento del processo avviato ed una verifica dello stesso», merita un’attenzione tutta particolare.

Il funzionario giuridico-pedagogico (comunemente definito “educatore”), estensore del testo, scrive a proposito del mio lavoro di giornalista presso la redazione del quotidiano Liberazione che «Tale condizione gli ha consentito e gli consentirà di effettuare legittimamente esternazioni che a taluno (vedasi su internet) sono parse, come detto, ideologiche ed immorali: ci si riferisce, nello specifico, alla difesa del Persichetti della decisione presa alcuni mesi fa dall’allora Presidente del Brasile, Ignazio “Lula” Da Silva, di non estradare in Italia il terrorista Cesare Battisti».

1) Notate il singolare impiego del termine “esternazione”, entrato nel linguaggio comune nei primissimi anni 90 a seguito dei numerosi, e all’epoca inusuali, interventi pubblici in sede non istituzionale del presidente della Repubblica Francesco Cossiga (in realtà aveva cominciato Sandro Pertini nel settennato precedente). Da allora il “Potere di esternare” è diventato uno degli attributi politici più importanti del capo dello Stato, come oggi sottolineano molti costituzionalisti che attribuiscono un significato positivo a questa consuetudine, ritenuta uno strumento di «garanzia ed equilibro» delle istituzioni. Giudizio esattamente opposto a quello espresso ai tempi di Cossiga, quando invece le esternazioni venivano stigmatizzate come un’azione destabilizzatrice. Per questa abitudine l’allora capo dello Stato venne definito «picconatore», al punto che Eugenio Scalfari al comando del partito di Repubblica promosse, seguito a ruota dal Pci-Pds, un tentativo di impeachment contro il Quirinale sulla scorta di quanto previsto dall’articolo 90 della costituzione.
Il potere di esternazione è dunque una innovazione “presidenzialista” della funzione di capo dello Stato che nella originaria interpretazione a centralità parlamentare della carta costituzionale era invece legata ad un maggiore dovere di riserbo: il presidente della Repubblica parlava solo in circostanze solenni o inviando lettere alla camere. Il ricordo di duci, monarchi e imperatori aveva spinto i costituenti ad attribuire alla figura del presidente della Repubblica un ruolo di mera rappresentanza simbolica, diffidando della eccessiva personalizzazione e della concentrazione dei poteri nelle mani di un singolo.
Definire esternazioni gli articoli o le interviste di un detenuto che fa il  giornalista, insinua dunque l’idea di una appropriazione eccezionale e privilegiata della possibilità di parola che altrimenti – si lascia intendere – dovrebbe essere relegata al più stretto riserbo. Come a voler dire che i detenuti non sono cittadini come gli altri, non hanno diritto di libera espressione.

2) Nello stesso passaggio, le cosiddette “esternazioni” vengono sottoposte all’insigne parere di un certo professor «Taluno», che il funzionario giuridico-pedagogico scrive di aver pescato in internet. A detta di questa autorevole fonte i miei articoli e le mie interviste avrebbero caratteristiche «ideologiche ed immorali». Poco prima, il funzionario aveva citato un’altra eminente opinione: quella del signor «Qualcuno», per il quale le mie posizioni non «riflettono un’idea» ma «piuttosto un’ideologia» (segnalata in corsivo nel testo).
Quali fossero le ragioni di questa dotta distinzione (platonico-marxista) tra il mondo sano delle idee e la gramigna dell’ideologia, sia il signor «qualcuno» che il funzionario giuridico-pedagogico non lo dicono.

Andiamo oltre. Incuriosito da tali eminenti pareri dopo aver letto la relazione del Got ho chiesto al funzionario giuridico-pedacogico dove avesse rintracciato i giudizi del signor «Qualcuno» e del professor «Taluno», perché su internet avevo trovato solo l’opinione di un certo «Talaltro», che stranamente prendeva le mie parti. Nel corso della lunga chiacchierata telefonica che fece seguito alla mia chiamata, il funzionario mi ha confessato che il professor «Taluno» altri non era che Paolo Granzotto del Giornale.

L’educatore sosteneva di essersi ispirato per quel giudizio ad un articolo di Granzotto, un giornalista le cui posizioni – come è noto – non riflettono un’ideologia ma un’idea, che poi questa sia di estrema destra, o peggio razzista, non importa.

Ma chi è Paolo Granzotto (leggete qui)? Biografo di Indro Montanelli, con il quale ha lavorato al Giornale dove è rimasto dopo l’arrivo di Berlusconi, Granzotto è stato sanzionato dall’Ordine dei giornalisti per aver scritto in un articolo del 2009, pubblicato su Il Giornale, che bisognava rispedire al mittente «la feccia rumena» (vedi qui). Per queste espressioni xenofobe ha ricevuto la sanzione della censura che viene inflitta nei casi di «abusi o mancanze di grave entità» e «consiste nel biasimo formale per la trasgressione accertata». La fonte battesimale ideale per esprimere giudizi di moralità e liceità sul pensiero altrui. Davvero un’ottima scelta quella del funzionario giuridico-pedagogico di Rebibbia penale.

Ma non è ancora finita. Ho cercato l’articolo di Granzotto (che potete leggere qui), e cosa ho scoperto?
Granzotto non scrive mai la parola immorale. Non pronuncia mai quella frase. Quanto sostiene il funzionario giuridico-pedagogico non c’è. Nel pezzo del 3 gennaio 2011 Granzotto, come suo solito, scrive un sacco di fesserie. In poche righe riesce a piazzare due grossolane falsità: pur di spingere sul tasto dell’impunità dimezza gli anni di carcere da me scontati all’epoca, 6 anziché 12, e mi attribuisce una frase mai detta in una intervista che avevo rilasciato il 2 gennaio 2011 a Repubblica. Nell’articolo non c’è altro.

L’educatore di Rebibbia mente quando dice di aver trovato su internet giudizi che stigmatizzavano i miei articoli. Privo del coraggio delle proprie opinioni, ha cercato malamente di attribuirle ad altri tentando goffamente di fornire loro un manto d’autorità. E quale autorità: il signor «Taluno», alias Paolo Granzotto… che poi non è.

Nell’Ordinamento penitenziario questo lavoro viene pomposamente definito: «osservazione scientifica della personalità».

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Diffusione militante di #OccupyLiberazione, il giornale dei lavoratori di Liberazione che occupano la redazione dal 20 dicembre 2011

#OCCUPYLIBERAZIONE IN PIAZZA AL CORTEO DELLA FIOM
CON UN FOGLIO AUTOPRODOTTO

La prima pagina di #OccupyLiberazione

La storia di Eleftherotypia (Libertà di stampa) il giornale Greco autogestito da giornalisti e poligrafici, senza editore

Un foglio autoprodotto da distribuire gratuitamente a partire dalla manifestazione promossa dalla Fiom.
E’ l’ennesima iniziativa promossa da #OccupyLiberazione, l’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori di Liberazione, giornalisti e poligrafici, che occupa la redazione di viale del Policlinico dal 28 dicembre scorso, in difesa del quotidiano e dei posti di lavoro.

Il foglio (4 pagine a colori interamente autofinanziate), percorre con una serie di rapidi flash metodi ed esperienze di lotta al tempo della crisi globale.
I contributi sono anonimi, come quelli di Eleftherotypia (“Libertà di stampa”), il giornale greco resuscitato dal fallimento dall’autogestione dei lavoratori la cui storia è raccontata in quarta pagina. La filosofia di fondo è quella dell’informazione bene comune.

«La crisi prefabbricata da altri ci strangola. Ci vorrebbero ridurre al silenzio e all’obbedienza. Ma siamo in tante e tanti a ribellarci. A inventarci modi per resistere. Lotte che trasformano chi le fa e la realtà intorno. Così il più grande sindacato metalmeccanico, che i padroni vorrebbero espellere dalle fabbriche, si difende non chiudendosi a riccio, ma aprendosi. Proprio dalla sua capacità di connettersi nasce la prima grande manifestazione contro il governo dei sacrifici a senso unico e la sua maggioranza trasversale», scriviamo nell’articolo di apertura. «OccupyLiberazione non si arrende alla devastazione senza reale confronto di una comunità di lavoro, alla costruzione di teoremi impermeabili al mutare delle condizioni, alle persone spremute e poi buttate via.
Un giornale ha senso (e merita i soldi pubblici) se serve a lettrici e lettori.

Vogliamo continuate a leggere la realtà. Cambiarla e cambiare. Con voi. Collettivamente. In movimento».

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Occupy Liberazione
Liberazione sulle pagine di Left: i lavoratori del quotidiano di via del Policlinico 131 hanno detto “No”
Bonarchionne o Bonaccorsi? Chi è veramente l’imprenditore-direttore di Terra

Liberazione sulla pagine di Left? I lavoratori del quotidiano di via del Policlinico 131 hanno detto “No”

Oggi non avete trovato il pdf del giornale, vi speghiamo perché

da www.liberazione.it

#OccupyLiberazione 13 gennaio 2012

Care lettrici, cari lettori,

oggi dobbiamo deludervi: non trovate il giornale stampabile in Pdf a cui vi state affezionando.
I primi a essere delusi e amareggiati per essere stati costretti a questa decisione siamo noi.
Vi spieghiamo quello che è successo: abbiamo appreso casualmente questa mattina che il numero della rivista Left in edicola da domani, venerdì 13, contiene quattro pagine sotto la testata del nostro giornale. Queste le parole che le introducono: «Left ospita Liberazione. Quattro pagine per garantire al quotidiano la presenza in edicola».
E’ il terzo tentativo che subiamo di far vivere la testata senza i suoi lavoratori.
I primi sono avvenuti col manifesto e con l’Unità: la nostra direzione, dando per già avvenuta la sparizione dalle edicole di Liberazione prima ancora dell’inizio del primo tavolo sindacale convocato per discuterne, aveva concordato con le rispettive direzioni che i due “giornali fratelli” ospitassero una pagina con la nostra testata. In particolare col manifesto era gia stato definito che sarebbe stata un facsimile della nostra prima pagina, con titolo (fatto ovviamente dal direttore), sommarione (fatto ovviamente dal direttore) ed editoriale del giorno (scritto dal direttore o, come si usa, da una firma esterna autorevole su commissione del direttore).
Ci siamo opposti con tutte le nostre forze: quello che le altre testate avevano concepito come un gesto di solidarietà al primo giornale che soccombeva ai tagli di Berlusconi-Monti si tramutava nell’azzeramento della redazione, a rischio di Cassa integrazione a zero ore. Una cosa che non potevamo accettare. Lo abbiamo spiegato, i colleghi – e non smettiamo di ringraziarli – hanno capito e si sono rifiutati a qualsiasi iniziativa che non fosse condivisa anche da noi. Il manifesto in particolare ne ha dato conto diffusamente sulle sue pagine.
Per questo abbiamo trovato incredibile che la cosa si ripetesse alla chetichella con Left. Non una parola: quattro pagine, di cui nessuno della redazione aveva mai sentito parlare, firmate dal direttore Dino Greco e da un collega.
Il fatto è gravissimo per tre motivi:
1) rompe la collaborazione – finora una dialettica difficile, ma che cercavamo di mantenere aperta – tra direzione e redazione occupante;
2) interviene come un’irresponsabile turbativa nell’interlocuzione, appena riaperta, con reciproco impegno di costruttività e trasparenza , tra l’editore Mrc e le rappresentanze sindacali (un primo contatto in sede aziendale mercoledì 11, teso alla riconvocazione di un tavolo nazionale, questa volta speriamo per un autentico confronto);
3) irrompe come un elefante in una una cristalleria nella delicatissima consultazione in corso con il Dipartimento all’Editoria (condotta in totale reciproca autonomia ma con fini si spera convergenti da Cdr e Rsu da una parte e editore dall’altra) sulla continuità editoriale – e relativa possibilità di finanziamento – dopo la interruzione delle pubblicazioni cartacee.
Il giornale che avete letto in questi giorni come sapete è frutto della scelta di lotta dell’assemblea permanente unitaria dei lavoratori di Liberazione che dal 28 dicembre occupano la redazione di viale del Policlinico. Nonostante ci troviamo in ferie non per nostra volontà, nonostante il contratto di solidarietà durissimo in cui siamo impegnati sia stato revocato dal nostro editore, nonostante la richiesta di Cassa integrazione a zero ore per tutti avanzata dall’editore alla Regione Lazio abbiamo messo tutto il nostro impegno e senso di responsabilità a far vivere Liberazione.
Ricominciamo da domani: l’occupazione aperta si arrichisce di idee e presenze, e l’assemblea si riconvoca per dare ulteriore slancio, far fare un nuovo salto di qualità al giornale.

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Bonarchionne o Bonaccorsi? Chi è veramente l’imprenditore-direttore di Terra
Occupy Liberazione


Occupy Liberazione

OCCUPY LIBERAZIONE. LE LAVORATRICI E I LAVORATORI DI LIBERAZIONE
OCCUPANO LA REDAZIONE DEL GIORNALE

Occupazione aperta del giornale, perché Liberazione continui a vivere. E’ questa la decisione dell’assemblea permanente di Liberazione riunita oggi per valutare in che modo proseguire la battaglia per la vita della testata e la difesa dei suoi 50 lavoratori. Dopo la rottura del tavolo sindacale, avvenuta ieri in seguito alla decisione unilaterale e irremovibile della Mrca spa (socio unico il Partito della Rifondazione comunista) di sospendere le pubblicazioni cartacee dal primo gennaio prossimo, l’obiettivo di giornalisti e poligrafici è quello di continuare a fare il giornale, continuando a lavorare tutti, come previsto dai contratti di solidarietà firmati a luglio. Se la Mrc non dovesse tornare sulle sue decisioni, ancora tre uscite su carta e poi il prodotto completo a disposizione dei lettori on line. Già stanotte un gruppo di lavoratori srotolerà i sacchi a pelo sui pavimenti della redazione di viale del Policlinico 131. Perché?
Per un motivo simbolico: rimarcare il fatto che Liberazione non è proprietà privata di nessuno ma appartiene a una grande collettività, stratificata e composita, formata dai lettori, dai militanti di Rifondazione, da tutti quelli e quelle che il giornale hanno fatto negli anni, dai diversi direttori che lo hanno guidato (tra gli altri Luciano Doddoli, Luciana Castellina, Lucio Manisco, Sandro Curzi, Piero Sansonetti, Dino Greco), dai tantissimi pezzi di società e movimenti che il giornale ha raccontato (dal mondo del lavoro a Genova 2001, all’acqua pubblica, ai No Tav, ai No Ponte).
E per un motivo pratico: per chiedere all’editore di riconsiderare le proprie posizioni e venire a costruire nel confronto almeno una soluzione-ponte di un mese, per farsi trovare ancora vivi dalla riforma e dagli stanziamenti del governo.
La redazione è aperta. L’invito è a tutti coloro che hanno a cuore la stampa libera e vogliono portare solidarietà ai lavoratori: collegatevi, passate, scrivete, discutete, partecipate.

L’assemblea permanente di Liberazione Cdr e Rsu di Liberazione

28 dicembre 2011

Mammagialla uccide ancora: a Fallico è “scoppiato” il cuore

I primi risultati dell’autopsia dimostrano che c’è stata omissione di soccorso. Aperta inchiesta per omicidio colposo

Paolo Persichetti,
Liberazione 25 Maggio 2011

Indagini per omicidio colposo«Aveva il cuore spaccato». Circostanza compatibile con un infarto e una emorragia in corso da alcuni giorni, secondo quanto affermato all’avvocato, Caterina Calia, dal consulente nominato dalla famiglia.
E’ morto così Luigi Fallico, “Gigi il corniciaio”, personaggio conosciuto nel popolare quartiere romano di Casal Bruciato, dove aveva la sua bottega che secondo la digos sarebbe stata la base operativa di un progetto di rilancio della sigla Brigate rosse. Una proiezione investigativa che l’aveva portato in carcere nel giugno di due anni fa, insieme ad altre quattro persone. Sono stati proprio loro, vicini di cella, ad accorgersi lunedì mattina che qualcosa non andava ed a prestare i primi soccorsi nel repartino As 2, ricavato al quarto piano del reparto D2 del carcere Mammagialla di Viterbo. Il medico è arrivato solo dopo un quarto d’ora per constatare la morte avvenuta da almeno 3-4 ore.
Prima di coricarsi aveva detto ai suoi compagni di non sentirsi bene, «mi sembra di avere la febbre». Per questo aveva anche chiamato l’infermiere. Il 19 maggio scorso, durante l’udienza del processo nell’aula bunker di Rebibbia, aveva raccontato al suo legale del grave malore subito il giorno precedente. Un «dolore fortissimo» che gli aveva lacerato il petto. In infermeria gli avevano riscontrato un picco di pressione arteriosa a 190, ma invece di portarlo in ospedale per accertamenti urgenti (all’ospedale Belcolle esiste un reparto per detenuti) l’hanno rimandato in cella con un diuretico e una tachipirina. Accertamenti più approfonditi erano stati fissati per martedì (ieri, ndr). Indifferente, disattenta fino allo spregio della vita di chi è detenuto: questa è la burocrazia carceraria, con in più il contesto pesante che da sempre segna la vita carceraria in una struttura come quella del Mammagialla e le restrizioni aggiuntive che gravano sui regimi di detenzione differenziata speciale As 2 (ex Eiv), come quello previsto per i detenuti politici. La salute di Fallico era precaria, negli ultimi tempi aveva subito un intervento alle corde vocali e soffriva dei postumi di una violenta otite, oltre all’ipertensione. La procura ha avviato un procedimento per omicidio colposo contro ignoti. Entro 60 giorni il perito dovrà depositare i risultati dell’esame autoptico. Accertamenti specifici sono stati disposti sul cuore. L’inchiesta che l’aveva portato agli arresti sembrava una farsa, il carcere l’ha trasformata in tragedia.

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«Minacce» al Garante dei detenuti del Lazio: falsari allo sbaraglio

Dubbi sulla sigla Br e la tempistica dell’episodio. Intanto Angiolo Marroni querela l’associazione Papillon-Rebibbia e il quotidiano Liberazione

Fonte: Liberazione 17 novembre 2010


Roma – Una busta con un proiettile calibro 40 Smith & Wesson e un messaggio intimidatorio siglato «Brigate Rosse Nucleo Galesi», è stata recapitata al Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. Lo ha reso noto ieri con una nota lo stesso ufficio del Garante. Il messaggio intimidatorio riporterebbe le seguenti minacce: «Ultimo avviso: i prossimi non arriveranno con la posta. Dimettiti. Onore ai compagni caduti, onore al compagno Mario Galesi». E’ la terza volta – si ricorda sempre nel comunicato – che nei confronti di Marroni «vengono indirizzate intimidazioni da parte di anonimi che si firmano Brigate rosse: la prima volta fu nel febbraio del 2007, la seconda a novembre 2009».
La paternità delle minacce suscita tuttavia molte perplessità. La sigla evocata, infatti, non è più in attività dai primi anni Ottanta, quando le Br si divisero in tre tronconi assumendo denominazioni nuove per poi terminare la loro storia pochi anni dopo. Anche il gruppo riapparso sulla scena nel 1999 recuperò una denominazione diversa da quella indicata nelle minacce al Garante. L’ipotesi, a questo punto, è che la sigla impiegata sia solo un comodo quanto dilettantesco mezzo di copertura utilizzato dai reali autori delle minacce per sviare i sospetti altrove. Certo è che questa intimidazione giunge in un momento molto delicato per il Garante del Lazio al centro di forti polemiche per la conduzione del suo ufficio.
Nei mesi scorsi, infatti, l’associazione di detenuti Papillon-Rebibbia aveva sollevato pubblicamente il problema del mancato rinnovo del Garante dei detenuti del comune di Roma, sostenendo che dietro i continui rinvii vi potesse essere anche un certo fastidio da parte del Garante regionale per la presenza di un’autorità di garanzia concorrente in materia di competenze sul settore carceri. E in effetti l’impegno dilatorio del capogruppo del Pd in consiglio comunale, figlio dell’attuale Garante regionale, non ha mai favorito la piena trasparenza sulla vicenda.
Per tutta risposta Angiolo Marroni ha querelato Vittorio Antonini, coordinatore della Papillon, detenuto all’ergastolo dal 1985 e attualmente in semilibertà, e Liberazione che in un articolo aveva dato voce a questa denuncia. Situazione alquanto paradossale per un Garante dei detenuti che invece di tutelare l’interesse delle persone recluse le porta in tribunale come controparte, insieme ad uno dei pochi quotidiani che da sempre si occupa della drammatica realtà del carcere. Accade così – spiega lo stesso Antonini in un comunicato diffuso in serata – che «mentre stavano prendendo forma interviste, prese di posizione ufficiali e persino mozioni trasversali che avrebbero chiesto di ridiscutere le modalità con le quali al termine della passata legislatura fu riconfermato il mandato ad Angiolo Marroni, giungono puntuali le ennesime minacce per posta». L’auspicio è che questo episodio, sulla cui fondatezza indagheranno le autorità preposte, non metta a tacere l’esigenza di chiarezza e non consenta di liquidare chi esprime critiche come corrivo con gli autori delle minacce.

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Provvedimento disciplinare contro De Angelis: Trenitalia risponde a Liberazione

Liberazione 19 ottobre 2010

Da: Ufficio Stampa Ferrovie dello Stato <ufficio.stampa@ferroviedellostato.it>
Data:
16 ottobre 2010 18:08:43 GMT+02:00
A:
lettere@liberazione.it

Oggetto: Replica FS – Lettera
In relazione all’articolo apparso oggi sulla vicenda del macchinista De Angelis vogliate cortesemente pubblicare la seguente nostra precisazione

I dieci giorni di sospensione al macchinista De Angelis non hanno niente a che vedere con la legittima solidarietà da lui espressa ai metalmeccanici della Fiat di Melfi. Contrariamente a quanto sostiene De Angelis non vi è neppure alcuna analogia tra la sua vicenda (relativa al suo primo licenziamento) e quella degli operai campani. Non è vero cioè che anche lui avesse avuto una sentenza di reintegra nel posto di lavoro e non è vero che la società lo tenesse fuori corrispondendogli la retribuzione. Non essendovi il presupposto di una sentenza a lui favorevole, non avrebbe avuto alcun senso neppure una proposta di tale genere. Fuori è rimasto, e senza stipendio, fino al momento in cui è stata concordata la conciliazione. La realtà è che nel suo caso ogni provvedimento è stato assunto sulla base delle norme disciplinari previste dal contratto di lavoro e in relazione ad evidenti violazioni dello stesso. Il recente provvedimento di sospensione è stato comminato perché in questa occasione e in una precedente, egli ha rilasciato dichiarazioni non veritiere e lesive nei confronti dell’azienda.
Che poi sia stato costretto a rettificarle pubblicamente, come nel caso di quelle rilasciate ad un quotidiano toscano sulla pericolosità delle porte dei treni, non fa altro che confermarne la non veridicità e la gravità. Oltretutto, su tale specifica questione, anche la sua rettifica, inviata al giornale soltanto dopo il ricevimento della contestazione disciplinare, contiene dati ancora non veritieri e assolutamente discordanti da quelli reali.

Federico Fabretti – Direttore Centrale Relazioni con i Media – FS

L’articolo apparso sabato scorso su Liberazione forniva un ampio resoconto, con larghe citazioni, degli argomenti riportati da Trenitalia nella contestazione disciplinare inviata a Dante De Angelis. Per questo motivo potrebbero apparire del tutto superflue le precisazioni inviate dal direttore centrale relazioni media-Fs, senonché il testo del dottor Federico Fabbretti molto capziosamente tende ad attribuire a De Angelis cose che non dice. Per esempio che vi sia stata una sentenza di reintegra. Trenitalia non può fingere di ignorare le “deduzioni” del lavoratore presentate in risposta alle contestazioni. Vi si può leggere: «nelle more del ricorso legale e in presenza di una vertenza sindacale aperta dai sindacati nazionali, codesta ditta ha avanzato per ben due volte proposte conciliative comprendenti entrambe l’estromissione dal posto di lavoro come macchinista e (delegato alla sicurezza)». E’ vero o non è vero che una prima volta fu offerto a De Angelis un trattamento economico sostitutivo del salario comportante l’implicita rinuncia ad agire in giudizio? E’ vero o non è vero che successivamente in sede di conciliazione obbligatoria l’azienda propose una ricollocazione lavorativa con «assunzione ex novo presso altra società controllata dal gruppo Fs»? Sono questi i punti sui quali Trenitalia potrebbe fornire utili chiarimenti. Per quanto riguarda le «dichiarazioni non veritiere e lesive dell’azienda», Trenitalia è in grado di smentire le cifre delle vittime e degli infortuni indicati da De Angelis? Quanto al fatto che i dati siano stati riportati in mesi e non in anni, De Angelis ha spiegato che ciò non è dipeso dalla sua volontà ma è stata la conseguenza di un refuso giornalistico, sanato appena avutane conoscenza con una «rettifica apparsa con particolare evidenza». Se Trenitalia è in grado di provare il contrario fornisca le prove. Senza le quali viene da pensare che dietro lo zelo disciplinare nei confronti di De Angelis via sia soltanto un particolare accanimento persecutorio.

Paolo Persichetti

Trenitalia risponde ancora una volta a Liberazione
29 Ottobre 2010

Lo scorso martedì 19 ottobre nella sua risposta alla nostra replica ad un articolo su De Angelis, Paolo Persichetti ha ritenuto insufficienti le nostre argomentazioni e ci ha posto alcune domande. Rispondiamo volentieri. Alla domanda se «è vero o non è vero che una prima volta fu offerto a De Angelis un trattamento economico sostitutivo del salario comportante l’implicita rinuncia ad agire in giudizio», rispondiamo che non è assolutamente vero. Anzi, dagli atti in possesso di questa Società, si evince in modo netto che la stessa manifestò al De Angelis la volontà di effettuare una verifica volta a riavviare una collaborazione, ricercando nel frattempo una soluzione relativa al trattamento economico. La Società, quindi, non solo non pretese alcuna rinuncia all’azione giudiziale, ma piuttosto offrì la propria disponibilità ad una soluzione. Chiede ancora Persichetti: «è vero o non è vero che successivamente in sede di conciliazione obbligatoria l’azienda propose una ricollocazione lavorativa con assunzione ex novo presso altra società controllata dal Gruppo Fs?». E’ assolutamente vero. Nell’ambito delle trattative tra le parti, al De Angelis fu anche proposta la riassunzione presso una delle Società del Gruppo Fs che a differenza di un’assunzione ex novo, prevedeva il mantenimento dello stesso livello retributivo e dell’anzianità di servizio maturati al momento del licenziamento. Trenitalia può smentire anche i dati sui decessi per guasti delle porte forniti da De Angelis, sia nella prima dichiarazione, sia nella successiva rettifica (inviata al quotidiano dopo tre mesi e solo dopo aver ricevuto contestazione formale). I decessi attribuibili a guasti alle porte negli ultimi 6 anni sono stati 6 e non 21, come invece dichiarato.
Federico Fabretti direttore centrale relazioni con i media – Fs

Nelle sue “deduzioni” Dante De Angelis spiega di aver ricevuto, in cambio «della estromissione dal posto di lavoro come macchinista, la proposta di un trattamento economico sostitutivo del salario, comportante l’implicita rinuncia ad agire in giudizio». Soluzione che avrebbe inevitabilmente compromesso l’esito finale della vertenza, cioè il reintegro in azienda. Il dottor Fabretti pur ricorrendo al manzoniano linguaggio dell’Azzeccagarbugli non smentisce questa circostanza. Conferma invece la seconda offerta di un lavoro ma fuori da Trenitalia. Il che non smentisce la disponibilità a stipendiarlo, ma per un impiego non meglio determinato, purché lontano dai compagni di lavoro. Per quanto riguarda la controversia sul numero dei decessi causati da guasti alle porte, abbiamo pubblicato un dettagliato articolo domenica 24 ottobre che smentisce le cifre fornite da Trenitalia: le quali sono inferiori persino a quelle riportate dall’agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria.
Paolo Persichetti

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