Il coraggio dell’amnistia

Un’amnistia per la lotta armata

Piero Sansonetti
L’Altro 16 maggio 2009

Giampiero Mughini ha raccontato ieri al Corriere della Sera (articolo di Aldo Cazzullo) i suoi ricordi e le sue riflessioni sull’uccisione del commissario Luigi Calabresi (anno 1972), Mughini all’epoca era vicino al gruppo dirigente di Lotta Continua, e quindi basa la sua ricostruzione (ipotetica) dei fatti su ele-menti di conoscenza personale (di abitudini, idee, Callerapporti, modi di comportarsi di quel periodo). Mughini avanza l’ipotesi che Sofri non sia colpevole diretto, ma che sapesse. E che conosca i nomi di chi uccise Calabresi. Tesi che già in passato aveva sostenuto. Personalmente questa ricostruzione non mi convince. Penso che Sofri sia innocente. E constato che, in ogni caso, contro di lui non sono state raccolte prove, e i processi che si sono conclusi con la sua condanna erano processi indiziari, tutti fondati sulle dichiarazioni di un pentito (non verificate e non verificabili) il quale in cambio della condanna di Adriano Sofri ha ottenuto per se la libertà dopo pochissimi mesi di prigione (pur essendo stato condannato come autore materiale dell’uccisione).
Sono assolutamente convinto del principio secondo il quale in mancanza di prove non si può condannare. E credo che un certo numero dei processi che si sono svolti negli anni ’80 (e in parte ’90) contro gli imputati di lotta armata o di reati politici, siano stati processi “zoppi”, poco convincenti, senza garanzie.
Influenzati dal clima politico dell’epoca e condizionati da una legislazione speciale, basata sull’esaltazione del pentitismo, che non dava garanzie né di verità né di equanimità. Che le cose stiano così è abbastanza evidente. E ce ne accorgiamo ogni volta che le nostre autorità chiedono l’estradizione di qualcuno che fu condannato in quegli anni, con quei processi, e non la ottengono (recentissimo caso Battisti). Come mai non l’ottengono? Perché la Francia, il Brasile, il Canada, la Gran Bretagna, la Svezia, la Spagna eccetera, eccetera sono paesi filo terroristi? Non mi pare una spiegazione ragionevole. Non la ottengono perché i processi sono considerati non affidabili. Tutto qui. Vedete bene che il problema esiste, e va affrontato seriamente. In che modo? Riprendendo la riflessione su quegli anni di fuoco, nei quali la lotta politica, in Italia, convisse con la lotta armata; e trovando il modo dì uscire definitivamente da quel clima e da quella storia. C’è un solo modo di uscire da quel clima e da quella storia. Chiudendone tutti gli strascichi giudiziari e penali. Cioè con l’amnistia. Solo l’amnistia può relegare finalmente nel passato gli anni di piombo e di conseguenza permettere l’apertura di una discussione e di una riflessione seria. Quali sono gli argomenti contro l’amnistia? In genere se ne sentono tre. Il primo è il cosiddetto “diritto dei parenti delle vittime”. Il secondo è la certezza della pena e il rischio che gente che ha seminato il male non paghi per il male, la faccia franca. Il terzo è la paura che l’amnistia ci impedisca di scoprire cosa davvero è successo in quegli anni, cosa c’era dietro i delitti.
Il primo argomento mi sembra che non riguardi il diritto. Riguarda semmai la politica. I parenti delle vittime non hanno il diritto dì influire sulle pene dei colpevoli (o, talvolta, dei sospetti). Hanno il diritto ad essere risarciti, aiutati, assistiti. E spesso questo diritto non viene loro riconosciuto dallo Stato, ma l’amnistia non c’entra niente.
Il secondo argomento è sbagliato. Per un motivo molto semplice: la lotta armata degli anni settanta è l’unico capitolo della storia del delitto italiano che ha prodotto un numero altissimo di condanne e di pene. I ragazzi che furono coinvolti nella lotta armata, nella loro quasi totalità hanno pagato con anni e anni di galera. Non esistono altri “rami” del delitto dei quali si possa dire altrettanto. Qualcuno ha pagato per le stragi di Stato? Qualcuno per la corruzione politica? Qualcuno per le responsabilità dell’ecatombe sul lavoro? Ho fatto solo tre esempi, ì più clamorosi, ma potrei continuare. E allora è curioso che si chieda la certezza della pena per gli unici che la pena l’hanno scontata. Giusto? Il terzo argomento è il più controverso. E’ la famosa questione del complotto. Qual’è il problema? Una parte dell’opinione pubblica italiana (specialmente di sinistra) si era convinta, negli anni scorsi, che il fenomeno della lotta armata fosse troppo grande e vasto e potente per potere essere il semplice prodotto dell’impegno diretto e un po’ delirante di alcune migliaia di giovani. E che allora dovesse essere il risultato di un complotto nazionale o internazionale. Devo dire che per molti anni anche io mi ero convinto di qualcosa del genere. Avevo sospettato che il rapimento e l’uccisione di Moro fosse una losca congiura del potere. Però poi, di fronte alla realtà, bisogna arrendersi. I colpevoli sono stati tutti arrestati, sono state raccolte tonnellate di testimonianze, prove, documenti. Sono passati 30 anni. È chiaro che non ci fu complotto. Semplicemente avevamo sottovalutato la forza della rivolta armata. E allora perché negare l’amnistia con la scusa della ricerca della verità? È chiaro che le cose stanno in modo molto diverso. La verità che ancora non conosciamo, che vorremmo conoscere, è quella sulle stragi di Stato (da piazza Fontana 1969, fino alla Stazione di Bologna 1980). Cioè su quella parte di lotta armata (di controguerriglia) che fu organizzata direttamente dalle istituzioni e dal potere e che, tra l’altro, ebbe un peso forte nella nascita – per reazione – delle brigate rosse e delle altre formazioni eversive di sinistra. Nessuno è in prigione per quelle stragi (tranne alcuni estremisti di destra per la strage di Bologna, ma moltissimi esperti ritengono che essi siano innocenti). Con questi misteri l’amnistia non c’entra niente. E probabilmente se ci si decidesse a vararla potrebbe essere un aiuto per riaprire la discussione e la ricerca su quel buco nero della storia italiana.

Link
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati
Il giornalista Buffa arrestato per aver raccontato le torture affiorate
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’unità d’Italia ad oggi
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
Una storia politica dell’amnistia

Amnistia per i militanti degli anni 70
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni-70
Universita della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla digos
Università della Sapienza,il seminario sugli anni 70 della pantera
Quella ferita aperta degli anni 70
Un kidnapping sarkozien
Brasile: niente asilo politico per Cesare Battisti
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

Tarso Gendro: “L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo”
Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Caso Battisti: una guerra di pollaio
Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?
Risposta a Fred Vargas
Corriere della Sera: la coppia Battisti Vargas e la guerra di pollaio

La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori

E il Quirinale affondò l’ideologia del “doppio Stato”

Pierluigi  Battista
Corriere Sera 11 maggio 2009

Storici, politologi, politici, giornalisti, memorialisti, avevano trovato in una formula enigmatica come il «Doppio Stato» (uno ufficiale e democratico, l’altro, occulto e «criminale») la chiave per svelare ogni segreto. Il Presidente della Repubblica ha richiamato al dovere di sciogliere i misteri, liberandosi però della misteriologia superstiziosa, del racconto cospirazionista della storia italiana; di rischiarare tutte le oscurità sulle stragi, senza mettere sotto accusa come «falsa» l’intera democrazia italiana. «Fantomatico», dice perentorio il capo dello Stato. Fantomatico il «Doppio Stato», fantomatici i ghirigori storiografici sul Doppio Stato, fantomatico il «doppiostatismo» inteso come ideologia, racconto cospirazionista della storia italiana, la dietrologia come chiave onnicomprensiva delle vicende d’ Italia. Il presidente della Repubblica ha richiamato al dovere di sciogliere i misteri, liberandosi però della misteriologia superstiziosa. Di rischiarare senza tutte le oscurità sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia, a cominciare da quella di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969, ma non di mettere sotto accusa come «falsa» l’intera democrazia italiana. E lo ha detto avendo accanto Gemma Calabresi e Licia Pinelli. Per chiudere un capitolo di lutti e tragedie. E con esso anche la sua posticcia sovrastruttura retorica: il «doppiostatismo», appunto. Storici, politologi, politici, giornalisti, memorialisti avevano trovato in quella formula all’ apparenza così enigmatica – il «Doppio Stato» – la chiave universale per svelare ogni segreto. Dicevano che la storia italiana repubblicana, tutt’ intera la storia italiana repubblicana, era fatta di due piani. Uno ufficiale e formale, vestito con i panni della democrazia. L’altro, occulto, inconfessabile e «criminale» nella sua essenza. Uno popolato di burattini che mimavano i riti della democrazia: le elezioni, il discorso pubblico, i partiti, la lotta politica. L’altro manovrato dai burattinai che faceva la vera politica con le armi sporche delle stragi, del terrorismo, della corruzione sistematica, della criminalità organizzata. Uno apparentemente autoctono e nazionale. L’altro di matrice internazionale. E quando si diceva internazionale, si diceva l’ America, la Cia. Da sempre e per sempre, con o senza guerra fredda.
La nozione di «Doppio Stato» ha una storia nobile. Risale alla descrizione che Ernst Fraenkel, interpretato in Italia da Norberto Bobbio, aveva fatto della dittatura nazionalsocialista costruita da Hitler. Sul piano accademico, si era avvalsa verso la fine degli anni Ottanta di una rimodulazione erudita per opera di Franco De Felice, uno degli intellettuali più brillanti e versatili che gravitavano attorno all’Istituto Gramsci, la prestigiosa fondazione culturale destinata a una funzione tutt’altro che secondaria soprattutto ai tempi del Pci, ma anche dopo lo scioglimento del partito-madre. Ma sul piano emotivo la narrazione doppiopesista prende forma e coraggio con la celeberrima formula della «strage di Stato», con l’ opuscolo che all’ indomani dell’ eccidio di Piazza Fontana indica al «movimento» la controstoria, non solo la controinchiesta, di quelle bombe che inaugurarono la stagione cruenta della «strategia della tensione»: la certezza che la strage non solo non fosse opera degli anarchici di Valpreda, ma che fosse maturata nel sottoscala torbido dei servizi di sicurezza dello Stato sleali, dei vertici militari in combutta con parti del potere politico, manovrati dal partito «amerikano» e coadiuvati per l’ esecuzione materiale del loro disegno criminoso dalla manovalanza dell’ estremismo fascista e neofascista, adibita alla messa in atto della strategia stragista e adusa all’ infiltrazione della parte più vulnerabile dell’ estremismo di sinistra. Lo spaventoso tributo di sangue pagato dall’ Italia colpita dalle stragi che seguirono quella di Piazza Fontana e soprattutto la palude giudiziaria in cui, tra omertà, reticenze, depistaggi, si impantanarono i processi chiamati a identificare i responsabili di quei massacri, resero la rappresentazione del «doppio Stato» una figura sempre più malleabile e multiuso. Dal terrorismo delle Brigate Rosse («sedicenti» si diceva, proprio perché manovrate dalla parte occulta e «deviata» dello Stato) alla P2, dagli scandali economici (il petrolio) e bancari fino alla grande fioritura della stagione antimafia, tutto divenne materia dei sacerdoti della nuova dottrina del «doppiostatismo». Politicamente se ne fece interprete soprattutto Luciano Violante, l’ ex magistrato e poi presidente della Commissione parlamentare antimafia ai tempi dell’ incriminazione di Andreotti che in anni recenti deplorò la visione «distorta», esageratamente dietrologica di chi riduceva l’ intera storia politica italiana a un romanzo criminale. La Rete di Leoluca Orlando fece del «doppiostatismo» addirittura il credo ufficiale. Tra gli storici più impegnati in una rilettura doppiostatista si segnalarono Nicola Tranfaglia e Paul Ginsborg. Ex politici e studiosi di diritto come Sergio Flamini e Giuseppe De Lutiis diedero vita a una copiosa produzione di libri a sostegno della battaglia contro il tentacolare «doppio Stato». Eredi e continuatori della nobile schiatta di giornalisti detti «pistaroli» per il loro diuturno esercizio di smascheramento delle «piste» segrete che a loro dire avrebbero condotto all’ individuazione dei mandanti e degli esecutori delle stragi e del terrore, si infoltirono le schiere di pubblicisti e ricercatori che prestavano la loro opera di consulenza per le commissioni parlamentari sui «misteri d’ Italia», da Aldo Giannuli ai fratelli Cipriani, da Giovanni Fasanella a Sandro Provvisionato ai tanti altri impegnati a sinistra, da Dimitri Buffa e Nicola Rao, meglio collocati a destra. Fino a lambire la letteratura noir e la fiction politica, come nel caso dello scrittore Carlo Lucarelli. Il «doppiostatismo» si trasformò in una ricostruzione narrativamente avvincente della «vera storia d’ Italia». Immancabilmente partiva, come origine di ogni nefandezza occulta, dal patto («fantomatico», secondo la definizione del capo dello Stato) tra americani e mafia ai tempi dello sbarco alleato in Sicilia. Si snodava attraverso l’ eccidio di Portella della Ginestra. Si sovrapponeva a ogni passaggio oscuro della storia nazionale, dalla morte di Mattei al tentato golpe di Junio Valerio Borghese, al Piano di Rinascita nazionale di Licio Gelli. Si adornava di un lessico formalizzato («terzo livello», «mandanti a volto coperto», «spezzoni deviati» della magistratura, della massoneria, della politica eccetera). La misteriologia doppiostatista ora rischia di andare in soffitta, almeno come storia ufficiale. Come fiction, è un po’ meno sicuro. La scheda L’origine del termine La nozione di «Doppio Stato» risale alla descrizione che il politologo tedesco Ernst Fraenkel aveva fatto della dittatura nazionalsocialista costruita da Adolf Hitler (sopra nella foto). Tale nozione, in Italia è stata interpretata da Norberto Bobbio, e, sul piano accademico, è stata rimodulata per opera di Franco De Felice dell’ Istituto Gramsci Le parole di Napolitano Il presidente Giorgio Napolitano, in occasione del Giorno della memoria, a proposito delle verità mancanti sulle stragi ha osservato: «Il nostro Stato democratico, proprio perché è sempre rimasto uno Stato democratico, e in esso abbiamo sempre vissuto, non in un fantomatico “doppio Stato”, porta su di sé questo peso».

Link
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

I marziani a Reggio Emilia

Teorie del complotto
Fasanella ha trovato finalmente le prove:
gli gnocchi fritti emiliani

di Paolo Nori
Il manifesto 26 aprile 2009

I libri che escono in libreria insieme a un film, uno ha l’impressione che siano un po’ meno libri degli altri libri che escon da soli. Che siano come degli elementi accessori, dei quali si potrebbe benissimo fare a meno se non ci fossero dei motivi, come dire, tributari. Credo che l’Iva sui libri sia più bassa rispetto a quella sui Dvd, e che vendendo la coppia Dvd-libro con l’Iva più bassa si riesca a tenere il prezzo più basso. È un po’ come se quei libri lì, con il fatto di avere abbassato il prezzo, avessero esaurito la loro funzione, e difatti di solito nessuno li legge.image001 Come in tutte le cose, ci sono delle eccezioni e il libro Il sol dell’avvenire, Diario tragicomico di un film politicamente scorretto, di Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone, appena uscito in cofanetto insieme al Dvd Il sol dell’avvenire, Il fim rivelazione sulla nascita delle Brigate Rosse, sempre di Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone (Milano, chiarelettere marzo 2009) sembra una di queste eccezioni. Del film, che è un documentario, si è parlato molto l’estate scorsa per via di un intervento di Sandro Bondi, ministro della cultura, che aveva detto che offendeva «la memoria delle vittime del terrorismo», e aveva fatto sapere di avere «già dato precise direttive affinché venga impedito in futuro che lo Stato possa finanziare opere che non solo non mostrano di possedere alcuna qualità culturale, ma che riaprono drammatiche ferite nella coscienza etica del nostro Paese». Dal momento che io, in modo, forse, superficiale, senza per esempio averlo mai conosciuto di persona, ho una pessima opinione di Sandro Bondi, prima di guardare il documentario ero molto bendisposto. Dopo averlo guardato, e dopo aver letto il libro allegato, libro che racconta la genesi, la lavorazione, e l’uscita del film, la penso in un altro modo. Il film, come è noto, rievoca il momento in cui, a Reggio Emilia, tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70, alcune persone decisero che loro volevano fare la lotta armata. Molti dei testimoni, per usare il termine che usano Fasanella e Pannone, ai quali i due registi si sono rivolti, hanno rifiutato di partecipare al film: i registi, nel libro, dicono che questi rifiuti, numerosi, più delle adesioni, dipendono da «un velo omertoso steso per decenni sulla storia della città». Il libro comincia proprio con i profili biografici dei cosiddetti Testimoni, cioè di quelli che hanno aderito alla richiesta di Fasanella e Pannone. Quello di Alberto Franceschini, detto Franz, nato a Reggio Emilia il 26 ottobre del 1947, comincia così: «Nonno fondatore del Pci e partigiano comunista, papà custode della camera del lavoro di Reggio, egli stesso militante della Federazione Giovanile comunista». Quello successivo, di Paolo Rozzi, detto Poldo, nato a Reggio Emilia il 17 ottobre del 1946, comincia così: «Presidente del IV municipio di Reggio. Proviene da una famiglia di partigiani comunisti, che annovera una zia staffetta partigiana e militante del Pci clandestino». Fasanella al Festival di Locarno Fasanella al Festival di Locarno E quello dopo, di Tonino Loris Paroli, Casina (Re), 17 gennaio 1944, così: «Figlio di un partigiano comunista, alla fine degli anni Sessanta era operaio metalmeccanico alla Lombardini di Reggio e rappresentante sindacale della Cgil, molto seguito dalla base». Ce n’è uno che fa eccezione: Roberto Ognibene (Reggio Emilia, 12 agosto 1954) è «cresciuto in una famiglia di socialisti»; tuttavia, dopo essere entrato nelle Br, viene arrestato nel 1974 dopo uno scontro armato con i carabinieri. «Anche se due anni prima si era già trasferito a Milano, a Reggio la notizia della sparatoria provocò molta sorpresa: il giovane – si legge nel suo profilo – era sempre stato uno studente modello, ritenuto intelligente e carismatico tra i suoi compagni». Adesso, a parte il fatto che da questo profilo si dovrebbe dedurre che a Reggio Emilia i brigatisti venivano considerati pessimi studenti poco intelligenti e poco carismatici, a parte questo, l’organizzazione di questi profili è notevole. Sarebbe un po’ come se io scrivessi il mio così: «Paolo Nori, nato a Parma il 20 maggio del 1963, è figlio di una famiglia di muratori, che annovera una nonna che ha fatto la mondina e un altro nonno molto amante della Russia, del quale si diceva che fosse abbonato alla Pravda, ma non era vero». Torna in mente quel che scriveva, nel 1927, Viktor Šklovskij, quando diceva che «L’eroe (o protagonista) svolge il ruolo della crocetta sulla fotografia o del bastoncino sull’acqua che scorre: semplifica il meccanismo concentrando l’attenzione». Ecco, nel caso del documentario di Fasanella e Pannone, si ha l’impressione che un bastone sia stato immerso nell’acqua della Reggio Emilia degli anni 60 e 70, e, in questo caso, la funzione del libro allegato al Dvd, oltre a quella che si diceva, come si chiamava, tributaria, sembra essere proprio quella di isolare, chiarire, mettere a nudo quel protagonista che determina la concentrazione dell’attenzione del lettore su certi dettagli come una zia staffetta partigiana messa lì, nel bel mezzo del salotto come un soprammobile sopra la televisione. La presenza di questo protagonista, di questo filtro narrativo, è così evidente, nel libro, che non c’è una sola parte che uno legga senza restare in un certo senso stupefatto. In quarta di copertina ci sono due frasi degli autori, la prima è di Fasanella, e dice: «Le Br ci sono ancora, quel terreno non è mai stato bonificato a fondo e qualcuno ci deve dire perché».
Che è una frase che ci dice due cose: che le Br ci sono ancora, e questo si capisce; che quel terreno non è mai stato bonificato a fondo, e qualcuno ci deve dire il perché. E questo, a dire il vero, si fa fatica, a capirlo. Anche il nazismo, c’è ancora, in forme laterali e, per fortuna, largamente minoritare, sembra. Anche quel terreno, però, non è ancora stato bonificato a fondo. E qualcuno, quindi, ci dovrebbe spiegare il perché. La stessa cosa si può dire per il razzismo, per l’antisemitismo, per la corruzione, per la violenza dello stato, per la violenza sessuale, per esempio, che è una cosa che fa accaponare la pelle, ma se uno dicesse: «La violenza sessuale c’è ancora, quel terreno non è mai stato bonificato a fondo, e qualcuno ci deve spiegare perché», non sarebbe una frase sensata. Altrettanto insensata è quella di Fasanella, con in più questa idea di bonificare. Sorvegliare e punire, sembra, non basta più, adesso: bonificare. La frase di Pannone, in quarta di copertina, è questa: «Ci hanno fatto credere che le Br venivano dallo spazio e invece sono figlie di una parte della sinistra storica». Io quando ho letto questa cosa ho pensato che io, il fatto che le Br venivano dalla sinistra storica, forse, l’avevo già sentito. Allora ho provato a andare a vedere su wikipedia. Mi sono connesso e sono andato a cercare cosa c’era sotto la voce Br. Per un attimo, intanto che andavo, ho pensato: “Stai attento che c’è scritto che vengono dallo spazio”. «Brigate Rosse (abbreviato in BR) è il nome di un’organizzazione terrorista di estrema sinistra fondata nel 1970 da Alberto Franceschini, Renato Curcio e Margherita Cagol. Di matrice marxista-leninista considerata come esempio di avanguardia rivoluzionaria da certa critica ne fu il maggiore, più numeroso e più longevo gruppo del secondo dopoguerra esistente in Italia e nell’Europa Occidentale». Niente marziani.
Nel libro c’è scritto che il film è il seguito di un altro libro, un libro intervista che Fasanella ha fatto insieme a Franceschini. Questo capostipite si intitola Che cosa sono le Br, è stato pubblicato da Rizzoli nel 2004 e a un certo punto ci si trova un passaggio in cui si parla del padre di Franceschini, di quando tornò dalla Germania, era stato in Germania durante la guerra. Fasanella chiede: «Tornò a lavorare alle Reggiane?» «Sì, – risponde Franceschini, – dopo la guerra. La fabbrica era in crisi e venne occupata dagli operai, che decisero l’autogestione. Volevano dimostrare che le reggiane potevano produrre anche per uso civile e cominciarono a costruire trattori, il famoso R60 con i cingoli. Lo avevano realizzato con modelli dei carri armati. Uno di quei trattori oggi lo si può ancora vedere nel museo dei fratelli Cervi, a Campeggine». «Proprio in quel periodo, – chiede allora Fasanella – venne assassinato il direttore delle Reggiane. In famiglia ha mai ascoltato racconti di quell’attentato?». «Uno degli imputati di quell’omicido, – risponde Franceschini – venticinque anni dopo, quando feci la scelta della lotta armata, mi diede le sue pistole». Allora: a parte che non è vero che il trattore R60 si trova a Campegine (sembra che nessuno dei tre gli esemplari di R60 costruiti all’epoca sia più a Reggio Emilia o in provinica di Reggio), ma questo è un dettaglio, a parte che Campegine si scrive Campegine con una g e non con due, e anche questo è un dettaglio, la cosa stupefacente, qui, è che chi legge senza sapere niente di quel che è successo allora, connette l’uccisione del direttore delle Reggiane con l’occupazione della fabbrica. Invece no. L’occupazione comincia nel 1950 e finisce nel 1951, l’omicidio del direttore delle Reggiane è del 1946. Io non sono un esperto di Brigate Rosse, non me se sono mai occupato, ma se Fasanella e Franceschini, e con loro Pannone, hanno trattato il tema del brigatismo rosso nello stesso modo in cui hanno trattato il tema dello sciopero delle reggiane, non c’è da meravigliarsi che molti, a Reggio Emilia, avendo magari letto Che cosa sono le Br, abbiano rifiutato di partecipare al film. Fasanella e Pannone, come detto, attribuiscono questo rifiuto al «velo omertoso steso per decenni sulla storia della città», che in un altro punto del libro viene declinato come «muro di omertà degli ex Pci». È con questo muro di omertà che Fasanella e Pannone si spiegano il fatto che, con loro, il vicesindaco Ferretti «aveva sempre qualcosa di più importante da fare», o che, con loro, il segretario nazionale della Fiom-Cgil Gianni Rinaldini «dopo un frettoloso saluto, fugge via», o che, con loro, Prospero Gallinari si comporta come uno che ha «tutta la supponenza e l’arroganza degli irriducibili», e che, con loro, Tiziano Rinaldini, della Cgil, si comporta come «un vecchio agente della polizia sovietica». Quando uno di questi ex Pci, Paolo Rozzi, quello che annovera una zia partigiana, e che si vede nel documentario mentre vende il gnocco fritto per il Partito Democratico, accetta («Certo che ci sto! Quando cominciamo? Perché vi meravigliate? Sì, ne abbiamo fatte di cazzate, poco ci mancava che diventassi un terrorista io stesso. Ma ne voglio parlare, non sono come gli altri, che vorrebbero cancellare il proprio passato»), Fasanella e Pannone commentano: «Finalmente una persona intellettualmente onesta!». Il sol dell’avvenire, diario tragicomico di un film politicamente scorretto, in un certo senso è un libro bellissimo, veramente tragicomico, indifeso e indifendibile, e è bellissimo anche il fatto che, nella rassegna stampa finale, che va da pagina 81 a pagina 127, a parte gli interventi di Bondi, Fasanella e Pannone pubblichino solo gli articoli che parlano bene del loro film, dimenticandosi per esempio quello pubblicato su Liberazione da Paolo Persichetti il 10 agosto del 2008 (intitolato Spazzatura), o quello pubblicata da Tiziano Rinaldini sul manifesto il 15 agosto 2008, o quello pubblicata da Luciano Berselli sull’Unità il 23 agosto 2008. È un libro del quale si potrebbe parlare per ore, un libro in cui tutto è completamente deformato, in cui tutto spinge a dimostrare una tesi, la tesi che il film Il sol dell’avvenire è un film importantissimo che, per primo, in Italia, e forse nel mondo, dimostra il fatto che le Brigate Rosse non vengono da Marte. «Tutti a parlare di questi marziani, questi marziani, questi marziani, non è vero: eran di Reggio Emilia», sembra che dicano continuamente Fasanella e Pannone, e ascoltarli in un certo senso è bellissimo, in un altro senso fa venire il nervoso.

Link
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

La reivenzione del passato tra doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia

Il libro dell’abé gesuita Augustin Barruel capostipite delle moderne teorie del complotto impiegate per spiegare i fenomeni rivoluzionari

Le thème du complot dans l’historiographie-ì italiènne conteporaine
Miseria della storia: quel cialtrone di Aldo Giannuli /1continua
Le 18 risposte ad Aldo Giannuli 2/continua
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Marc Lazar, “Gli anni 70? E’ ora di affidarli agli-storici”

Stefania e i limiti della dietrologia – Marco Clementi
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti

Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Stato e dietrologia – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta

Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti

La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori

Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
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Il rapimento Moro
Sequestrio moro, il borsista Sokolov non è l’agente del Kgb di cui parlano Imposimato e Gotor
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro

Kafka e il magistrato di sorveglianza di Viterbo

Libertà di pensiero e benefici carcerari

Paolo Persichetti
2 ottobre 2006

Per giustificare l’ennesimo rifiuto di concedermi un permesso, il magistrato di sorveglianza di Viterbo ha censurato il contenuto di alcune mie pubblicazioni (un libro e degli articoli, in prevalenza recensioni), poiché vi ha individuato – scrive il giudice – un atteggiamento «che si concepisce come controparte rispetto a tutte le istituzioni pubbliche, accusate di scrivere la storia da vincitori assumendo atteggiamenti vendicativi attraverso “le relazioni delle commissioni parlamentari”, le “sentenze della magistratura” ecc. (pag. 43 del volume Esilio e Castigo, edizioni La Città del Sole)». Ciò dimostrerebbe, sempre a suo avviso, «Il perdurante disprezzo delle istituzioni dello Stato di diritto» che «seppur praticato con “una maturità che gli consente di esporre le proprie idee in modo da rispettare le regole sociali” (come correttamente rilevato nella relazione di sintesi), non si concilia con la condivisione dei valori fondanti del sistema giuridico-democratico italiano».
Ora tralasciamo quella dose di libertà omeopatica che mi è stata negata. Benché sia già da oltre tre anni nei termini legali per avervi diritto, non è di questo che voglio lamentarmi. Il problema è un altro. Gli argomenti sollevati oltrepassano la mia vicenda personale e investono modi di pensare che riguardano molti cittadini italiani, militanti, compagni del movimento, persino gli attuali parlamentari e ministri di Rifondazione, chiunque abbia voglia di pensare con la propria testa.

Una premessa: nel dicembre 1989, dopo due anni e mezzo di detenzione cautelare, sono stato condannato per participazione a “banda armata” (Br-Udcc), ma contemporaneamente assolto dal concorso nell’attentato contro il generale Giorgieri, e scarcerato per decorrenza dei termini di custodia. Nel febbraio 1991, il verdetto venne capovolto senza che venissero forniti elementi d’accusa nuovi, anzi con la sottrazione dei vecchi. Ho sempre contestato l’addebito, portando a mio sostegno testimoni accolti dai giudici della corte d’assise. Non cambierò atteggiamento oggi solo perché un magistrato di sorveglianza, abusando della sua funzione, modifica il codice di procedura e si autoproclama quarto grado di giudizio con l’intento di propormi uno scambio indecente: offrirmi briciole di libertà in cambio di una ammissione che finalmente legittimi con prove mai trovate la condanna emessa quindici anni prima.

Vengo al punto: il magistrato stigmatizza i passaggi di un mio libro (Esilio e castigo. Restroscena di una estradizione, La città del sole 2005) nel quale si affrontano alcuni controversi aspetti del dibattito storiografico sugli anni 70. Come ci hanno insegnato gli antichi Greci, la storia può (anzi deve) essere raccontata anche dai vinti, i quali in genere la scrivono meglio dei vincitori, come hanno dimostrato a quei Romani che – ricordava Orazio – vittoriosi con la spada furono conquistati dall’ingegno («Graecia capta ferum victorem cepi»). È possibile – come suggeriva Benjamin – fare storia dal punto di vista degli oppressi tenendo presente quel che notava Foucault: «I vinti della storia sono per definizione quelli a cui è stata tolta la parola»?
Mi è capitato così di criticare la costruzione del racconto storico contemporaneo sia nel libro come in altri scritti, alcuni dei quali addirittura precedenti la mia estradizione e risalenti al periodo in cui faveco ricerca nell’università di Parigi 8. Citavo, come esempio, i lavori condotti in ripetute legislature dalla commissione parlamentare sul caso Moro e sul terrorismo, distintasi essenzialmente per aver diffuso le cosiddette «teorie del complotto», ovvero una visione dietrologica delle vicende del decennio 70-80 estesa volentieri all’intera storia repubblicana con categorie quali «doppio Stato», «Stato parallelo», «poteri invisibili» eccetera.
Rilievi, oggi per fortuna condivisi da un nuovo indirizzo storiografico “revisionista” presente sia in campo liberale che neomarxista. Il tema non si esaurisce qui, ma solleva anche importanti riflessioni sul rapporto tra costruzione del racconto storico e diffusione di verità politiche declinate a voti di maggioranza.
Oltre a ciò, osservavo l’emergere di nuove figure della narrazione storica, tra cui appunto la magistratura. Fenomeno recente e che si iscrive in un più vasto processo di giudiziarizzazione che non risparmia nemmeno le scienze sociali: querelles negazioniste rinviate di fronte ai tribunali, convocazione di accademici in corte d’assise, come è avvenuto nel corso dei processi Papon e Touvier in Francia. Vicende che hanno aperto Oltralpe un vivace dibattito e prodotto un’importante pubblicistica. In Italia, invece, silenzio assoluto. Ma noi, storiograficamente parlando, siamo una terra di periferia devastata da decenni di dietrologia.
Certo, non pretendo che un magistrato abbia cognizione di tutto ciò, ma proprio questa ragione avrebbe dovuto consigliare alla dottoressa Carpitella una condotta ispirata ad una maggiore prudenza di giudizio, soprattutto alla scelta di altri argomenti. Invece, sono stato rimproverato di aver fatto apparire le istituzioni una «controparte». Attenzione: non «un nemico», ma semplicemente «una controparte». Così è scritto nell’ordinanza.
Ora, la presenza di controparti è un elemento strutturante del pluralismo democratico nei suoi risvolti politici, sociali, culturali, economici. Tralasciamo poi quello che è il funzionamento della società di mercato: non c’è mercato senza controparti che si incontrano e affrontano eccetera. Altrimenti qualsiasi organizzazione sindacale o corporazione che intavoli una vertenza con lo Stato dovrebbe incorrere nei rigori dell’emergenza antiterrorismo e vedersi etichettata come pericolosa socialmente. I tassisti concepiscono il governo, che vuol liberalizzare il mercato del trasporto privato, come controparte; per non dimenticare la stessa magistratura che, con il suo organo di maggiore rappresentanza, l’Anm, nella passata legislatura ha proclamato ben cinque scioperi e clamorose forme di protesta in occasione di solenni cerimonie, come l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Allora dove sarebbe lo scandalo?
Lo scandalo, invece, c’è eccome perché il magistrato di sorveglianza declina fedelmente uno degli assunti fondamentali dello Stato etico, incapace di concepire la presenza di un qualsiasi iato tra se stesso e il cittadino. Il cittadino, o meglio in questo caso il “suddito”, l’“assoggettato”, non può mantenere una propria coscienza separata dalla coscienza istituzionale (che il giudice ritiene di interpretare univocamente). Detto in altri termini, nello Stato etico non c’è spazio sociale o pubblico autonomo e separato dallo spazio statale. Tutto ciò che è autonomia, figuriamoci critica, è immediatamente percepito come una forma di sovversione dell’etica istituzionale costituita. Per questo il rispetto formale della legge, cioè la commisurazione della liceità ai comportamenti concreti della persona, non è più sufficiente. È richiesta invece l’adesione intima, biologica, genetica, microcellulare, neuronica alla norma.
Ma qui subentra un rompicapo irrisolvibile: chi mai avrebbe gli strumenti per leggere l’anima di ognuno di noi? La macchina della verità? Ecco che allora il magistrato si autopromuove giudice della coscienza, metro della purezza, arbitro delle intenzioni altrui, ovviamente per forza di cose supposte o attribuite.
C’è qualcosa fuori tempo e fuori posto in tutto ciò. La dottoressa Albertina Carpitella si è immedesimata troppo nei panni di quel cardinale Bellarmino che costrinse all’abiura un uomo vecchio e malato come il povero Galileo. «Eppur si muove», la leggenda vuole che egli rispose.
In un brano, conosciuto col nome di Frammento del sostituto, Franz Kafka si divertiva a mettere in scena il ragionamento di un sostituto procuratore incaricato di sostenere l’accusa nei confronti di un uomo incolpato di lesa maestà.
Secondo il magistrato, le cose del mondo dovevano attenersi ad una curiosa geometria dell’autorità che vedeva la vita assumere sempre una linea ricurva, nella quale la postura dell’essere aveva senso unicamente se rivolta in posizione arcuata, prona, reclina, flessa, prostrata, accucciata, soprattutto mai dritta:

«Egli credeva che se tutti avessero collaborato con il Re e il Governo nella calma e nella fiducia, si potevano superare tutte le difficoltà[…] più grande era la fiducia, e ancora di più si doveva curvare la schiena, ma in virtù di principi naturali, senza bassezza. Ciò che impediva uno stato di cose così auspicabile, erano personaggi della risma dell’accusato che, usciti da non si sa quali bassi fondi, venivano a disperdere con le loro grida la massa compatta delle brave genti».

L’obiettivo della macchina giudiziaria – faceva intendere l’autore – non era quello d’applicare un semplice castigo ma di spingere a collaborare attivamente alla propria punizione affinché la condanna assumesse il senso di una vera correzione, o piuttosto l’ossimoro della correzione, cioè il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura dell’individuo.
Senza una vera adesione alla propria penitenza non c’è alcuna salvezza possibile. In questo modo l’infrazione penale prende le sembianze di una colpa teologica nella quale crimine e peccato appaiono indissolubilmente intrecciati.
Ecco, negli argomenti sollevati dal magistrato di sorveglianza di Viterbo sembra di ritrovare quella stessa linea ricurva di cui parlava il sostituto procuratore di Kafka.

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Lotta armata e teorie del complotto

Libri – Alberto Franceschini, a cura di Giovanni Fasanella, Che cosa sono le Br, Bur 2004 (Brigades rouges. L’histoire secrète des BR racontée par leur fondateur, Éditions du Panama 2005)

Libri – Guillaume Perrault, Génération Battisti, Plon, Paris 2005

Paolo Persichetti
23 gennaio 2006

Due libri pubblicati negli ultimi tempi in Francia hanno rilanciato in termini estremamente polemici la tesi secondo cui copj13asple insorgenze armate apparse nell’Italia degli anni 70 avrebbero trovato una complicità culturale, se non aperto sostegno, nelle autorità di Parigi. È significativo dei tempi che corrono questo capovolgimento di prospettiva storica. Quella somma di fattori che presero forma nel dopoguerra, congelando per lungo tempo il sistema politico italiano, fino a renderlo privo d’alternanza per 49 anni, una fissità di sistema che secondo la storiografia più avvertita non poteva che facilitare l’apparizione di spinte rivoluzionarie in presenza di una potente tradizione sovversiva, contesto riassunto nella formula dell’«anomalia italiana», si capovolge nel suo contrario: l’«eccezione francese». Il problema non verrebbe più dalle carenze storiche di un paese che resta tuttora incapace di chiudere con un’amnistia stagioni da lungo tempo concluse, ma dalla sua vicina d’Oltralpe. Nell’intervista che Giovanni Fasanella ha fatto a Alberto Franceschini, la Francia viene dipinta come un «santuario del terrorismo», una centrale che avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Siamo nel pieno di una narrazione storica che ripropone alcuni vieti cliché della retorica del complotto e della visione poliziesca della storia. L’obiettivo preso di mira è la cosiddetta «dottrina Mitterrand». Nel corso della sua grottesca testimonianza, un Franceschini ossessionato dalla cultura del sospetto racconta di come il padre, militante comunista ancora impregnato della mentalità staliniana, avuto sentore delle intenzioni bellicose del figlio, l’avesse messo sull’avviso: «ricordati che fuori dal partito c’è soltanto la Cia». Ancora prima della caduta del muro di Berlino, Parigi sarebbe stata dunque un vero incrocio d’intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Così si arriva a sostenere che un asse socialdemocratico, guidato da Mitterrand, avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Quando la storia si trasforma in noir, il racconto può avvalersi di facili licenze narrative e trascurare il rigore cronologico degli eventi, fino a dimenticare che negli anni 70 la Francia era sotto la presidenza di Giscard D’Estaing.
Durante la guerra d’Algeria, l’Italia aveva sempre rifiutato di estradare i militanti dell’Oas e dell’Fln. Jean-Jacques Susini, coinvolto nell’attentato del Petit Clamart contro De Gaulle, rimase per molti anni sotto la protezione della polizia italiana. Non per questo il nostro paese venne accusato di essere una base antifrancese. Negli anni 80, Mitterrand ripagò l’Italia con la stessa moneta. Di fronte al flusso di rifugiati politici che traversavano le Alpi, fece del suolo francese una sorta di camera di decompressione del conflitto che dilagava in Italia, rifiutando le estradizioni nell’attesa di un’amnistia. «Al di la della risposta giudiziaria – ha spiegato una volta Louis Joinet, vero architetto di questa politica d’asilo (Libération del 23 settembre 2002) – si trattava di facilitare il cammino di chi tentava di uscire dalla lotta armata per andare verso una soluzione politica. L’importante era di non marginalizzare quelli che avevano una riflessione politica».
Per il giudice Rosario Priore, autore della postfazione, le cose non stanno affatto così. Deciso a seguire le tracce de l’abbé Augustin Barruel, afferma: «Con ogni probabilità il cervello parigino è esistito, agendo in perfetta intesa con le autorità di quel paese, come hanno provato le inchieste romane». L’istituto di lingue Hyperion avrebbe rimpiazzato la loggia degli Illuminati di Baviera. Ragione che lo spinse a sospettare dell’abbé Pierre, una delle personalità francesi più note, mentre il suo collega Ferdinando Imposimato voleva spiccare un mandato di cattura contro lo stesso Joinet, consigliere giuridico di Mitterrand. 9782755700206
Nel pamphlet scritto per denunciare la campagna di sostegno condotta dalla sinistra e da una parte degli intellettuali francesi contro l’estradizione di Cesare Battisti, chiesta dall’Italia nel febbraio 2004, Guillaume Perrault, convinto che «mai democrazia sia stata così liberale nell’affrontare il terrorismo», si dilunga nel descrivere un’Italia paradisiaca, vero giardino di giustizia e di diritto, rappresentazione che non coincide affatto con l’opinione della destra italiana a cui il suo quotidiano fa riferimento. Preso dall’entusiasmo del neofita, per giustificare il fondamento delle estradizioni richieste contro i fuoriusciti, spiega le meraviglie del rito semi-accusatorio, introdotto nel processo penale italiano con la riforma del 1989 e più volte ritoccato. Dimentica però di precisare che tutti i maxi processi per «terrorismo» sono stati condotti col vecchio rito istruttorio e che l’Italia è il paese più sanzionato dalla corte di giustizia di Strasburgo. Crede – per averlo letto da magistrati come Bruti Liberati – che si possa parlare di giustizia d’emergenza solo in presenza di corti speciali, che l’Italia non ha introdotto, e non sa che l’emergenza può darsi anche attraverso la produzione di una legislazione speciale, che mai abolita trasforma l’eccezione in regola. Come è accaduto fin dalla fine degli anni 70 e come la Corte costituzionale ha riconosciuto, giustificando l’adozione da parte del governo e del parlamento di una legislazione d’eccezione mai emendata. Ripercorre, quindi, la selva di prese di posizione sulla vicenda che gli intellettuali della rive gauche, e molti esponenti della letteratura noir, hanno preso – in realtà – a danno di Battisti stesso e degli altri rifugiati, un po’ come la medicina che uccide il malato. Perrault ha facile gioco nel ridicolizzare l’improvvisata ricostruzione storica degli anni 70 proposta da questi intellettuali. Emergono toni che trasudano risentimento, stucchevoli accenti da letteratura termidoriana, commenti codini e farisei, grottesche uscite scandalizzate che ricordano i gridolini d’orrore di madame la marquise, e argomenti che ricordano le accuse del Merlo, una gazzetta che l’Ovra (la polizia segreta fascista) pubblicava a Parigi per calunniare e denigrare i rifugiati antifascisti. Tratti di un generone cialtronesco che straparla senza pensare. Non sfugge al giornalista una recensione, apparsa su Libération dell’8 ottobre 1998 che, recensendo un libro di Battisti, presenta l’insurrezione sociale degli anni 70 come: «l’epopea di una generazione d’Italiani in secessione armata contro una società che non riconoscono più come la loro, raccontata sullo sfondo di un susseguirsi di rapine, alcool e donne[…] Il protagonista va alla guerra come all’amore, quasi fosse un solitario Don Giovanni».
Per spiegare la folgorazione della sinistra francese più snob verso questa caricatura culturale e politica degli anni 70, l’ex ambasciatore Martinet (autore della prefazione) evoca il «complesso del Marrano». Alla stregua di quegli ebrei spagnoli che per sfuggire alle persecuzioni si convertirono al cattolicesimo, rimanendo tuttavia intimamente fedeli alla vecchia religione, la sinistra francese orfana della rivoluzione cercherebbe ancora dei simboli capaci di rinfocolare i vecchi ideali di gioventù. Per Martinet si tratta ovviamente di un abbaglio sconcertante, che testimonierebbe della persistenza di un arcaismo politico novecentesco dentro la sinistra francese, causa di un clamoroso malinteso che l’avrebbe condotta a prendere lucciole per lanterne e chiamare «rivoluzionari» dei semplici «criminali». La controprova sarebbe venuta dalla reazione indignata della sinistra italiana, ai suoi occhi ben più moderna, riformista e liberale. L’ex ambasciatore di Palazzo Farnese guarda senza dubbio con favore al modello social-liberale blairiano, è singolare dunque che non si accorga di come il primo ministro inglese non abbia esitato a sporcarsi le mani con il conflitto irlandese, negoziando con l’Ira, liberando tutti i prigionieri politici, anche quelli con reati di sangue (e l’Ira, come gli altri gruppi irridentisti cattolici o protestanti, metteva le bombe), e stabilito le tappe di un processo politico che ha condotto alla fine del conflitto. In Italia, invece, il tanto decantato Blair viene guardato dai liberali e social-liberali di sinistra come di destra soltanto per le sue politiche di liberalizzazione e privatizzazione economica e sociale. resizephp2
Martinet compie anche altre omissioni, dimentica così di spiegare come dietro i rimproveri stizziti piovuti dai cugini d’Oltralpe, ci fosse una sindrome altrettanto curiosa: quella dell’«album di famiglia». Per fare fronte alla perenne carenza di legittimazione istituzionale, la sinistra italiana è posta di fronte alla continua necessità di far dimenticare il proprio passato. Le polemiche seguite all’apparizione del volume di Mirella Serri, I Redenti, hanno ricordato come una buona parte dell’intellighenzia ex comunista abbia vissuto diverse vite, passando il proprio tempo a cancellare le precedenti: dal fascismo della gioventù, al comunismo della maturità, al post o all’anticomunismo della senescenza. In un simile contesto culturale, appare chiaro allora perché i prigionieri e i rifugiati degli anni 70 debbano continuare ad essere relegati nel ruolo di capri espiatori, inchiodati ad una funzione cristica: pagare per tutti «la tragedia del Novecento», rispettando alla lettera il rito della esportazione della colpa.
Racconta ancora Perrault che nel pieno delle feroci polemiche che la stampa italiana aveva lanciato contro la sinistra francese, il sindaco di Roma Walter Veltroni si sarebbe precipitato a telefonare al suo omologo parigino, Bertrand Delanoë, per dissuaderlo dall’appoggiare Battisti. Un’ammirevole sensibilità etica che gli era mancata quando, direttore dell’Unità, fece campagna per la liberazione di alcuni neofascisti rei confessi di una decina di omicidi (e formalmente condannati anche per la strage di Bologna – che Perrault mette sul conto dei gruppi armati di sinistra). La clemenza, sembra dire Veltroni col suo gesto, vale per gli avversari della sponda avversa, non per quelli alla propria sinistra. Ma il doppio linguaggio venuto dall’Italia nei mesi di astiose polemiche sul caso Battisti non termina certo qui. Tra i giustizialisti della sinistra favorevoli alle estradizioni, viene citato anche Antonio Tabucchi, sublime personaggio che eccelle nell’arte di selezionare i pentiti: cattivi quelli che accusano i propri amici (Sofri); buoni quelli che chiamano in causa i nemici (Andreotti o Battisti). Dalle fila della magistratura non sono venuti discorsi migliori: mentre il segretario dell’Anm denunciava «i progetti di fascistizzazione dell’ordinamento giudiziario», fuori d’Italia ci si indignava con gli esponenti della rive gauche che ripetevano ingenuamente quanto letto sulla stampa della sinistra italiana. La destra non era da meno, in casa accusava la magistratura di totalitarismo, ma all’estero pretendeva che le sue sentenze fossero venerate, salvo evidentemente quando queste riguardavano Berlusconi.
Sembra finita qui, e invece ecco emergere un retroscena ancora più inquietante: il 13 giugno 2003, il magistrato della procura antiterrorismo di Parigi, Gilbert Thiel, aveva organizzato insieme alla Direzione nazionale antiterrorismo una retata che sarebbe dovuta scattare il successivo lunedì 23. L’obiettivo era quello di arrestare tre fuoriusciti, tra cui Battisti, insieme ad altri due italiani non latitanti, Maj e Czeppel, i soli che di fatto poi vennero catturati. Un’operazione concordata con i vertici del Viminale e la collaborazione della procura bolognese. L’intera operazione era finalizzata a propagandare un legame diretto con l’arresto, avvenuto nel marzo precedente, di una militante del gruppo autore degli attentati D’Antona e Biagi e validare così la leggenda della «centrale francese», proprio mentre questa era clamorosamente smentita dalle indagini. L’intervento di Chirac che, dopo l’estradizione lampo organizzata dal suo rivale Sarkozy, nell’agosto 2002, aveva accentrato i fascicoli sui rifugiati italiani sotto il controllo dei suoi uffici, fece saltare tutto. Il presidente della repubblica francese, infatti, temeva che la retata venisse interpretata come un regalo a Berlusconi che il primo luglio avrebbe assunto, tra i clamori mediatici della grande operazione antiterrorismo, la presidenza della Ue.

Link
Italie, le thème du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
I marziani a Reggio Emilia
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Italie, le thème du complot dans l’historiographie contemporaine

« Rhétorique du complot et représentation judiciaire
dans les récits historiques de l’Italie contemporaine »

Paolo Persichetti
Drôle d’Epoque
, n° 10 : Secrets et silences, printemps 2002

www.revuedroledepoque.com/articles/n10/complot.html

Le thème de la conspiration domine la littérature historique de l’Italie récente. La période républicaine est représentée dans la plupart des cas comme un continuum criminel, un trajet mêlé de mystères et secrets, régi par l’action illégale et connivente des hiérarchies atlantistes avec certains groupes dominants et des élites politiques. images-2
A partir des années 70 des expressions comme “pouvoir invisible”, pouvoirs occultes”, “Etat dans l’Etat”, “Etat parallèle”, sont rentrées dans le lexique courant et dans le sens commun. A plusieurs reprises Norberto Bobbio a évoqué l’action de ces “pouvoirs invisibles” (mafia, camorra, loges maçonniques indépendantes, fractions incontrôlées des services secrets), pour trouver une explication aux événements qui ont traversé l’Italie[1]. Toutes ces expressions ont depuis trouvé une synthèse dans une nouvelle formule: celle de “double Etat”[2].
Ainsi racontée, l’histoire est devenue un récit de crimes[3]. Son explication suit le mode judiciaire, ses sources s’inspirent des enquêtes de police et des arrêts de justice. Le fait social est réduit à un événement délictueux classé parmi les infractions à la loi. La recherche historique ne s’appuie plus sur les outils fournis par les sciences sociales, elle se fait récit de prétoire, ragot de tribunal. Le paradigme pénal devient sa nouvelle clef de lecture. L’ordre étatique, la norme dominante, la légalité courante, sont la trame d’un récit nourri de mystères qui relate ses violations et insoumissions. Les faits sociaux existent en tant qu’infractions du code pénal, les comportements humains intéressent seulement comme agissements déviants. L’histoire se soumet à la loi. Le récit devient un procès verbal. L’historien se déguise en gendarme, ne recherche pas des preuves mais des fautes et puis s’entoure de la robe de magistrat pour les juger.
Selon cette reconstruction, l’histoire de l’Italie de l’après-guerre est interprétée comme la trame d’un “double Etat”: l’un corrompu et aux ramifications occultes, qui aurait, par des manœuvres criminelles, détenu le pouvoir pendant ce qu’on appelle aujourd’hui la “première république”, c’est-à-dire la période qui va de 1946 à 1996; l’autre loyal et qui aurait servi de rempart à l’illégalité atavique des classes dominantes.
Cette forme de récit cache par ailleurs un enjeu: l’affirmation de la légitimité par le biais du monopole historique de la légalité. Une opération culturelle permettant, notamment à la gauche modérée issue de l’ancien parti communiste, une formidable réadaptation du regard sur son propre passé tout à fait compatible avec le nouvel “ordre mondial” consécutif à la chute du mur de Berlin. Un exemple de cette conception de l’histoire, nous est donné par Luciano Violante[4], ex-magistrat, ex-président de la chambre des députés, actuellement président du groupe parlementaire des Démocrates de gauches à la Chambre, responsable de plusieurs éditions des annales Einaudi sur l’histoire de l’Italie récente, mais surtout véritable courroie de transmission avec le monde judiciaire et éminence grise du système de l’urgence en Italie: 
“L’assassinat d’hommes d’Etat a constitué, traditionnellement, un chapitre de la théorie du tyrannicide: l’élimination physique du tyran comme geste désespéré et extrême contre celui qui avait effacé tout droit et liberté. Mais depuis la deuxième guerre mondiale cette interprétation se montre sans fondement. Les hommes d’Etat tués dans les pays développés après 1945 n’étaient pas des tyrans, au contraire ils avaient caractérisé leurs activités par un fort engagement démocratique et ils ont été tués à cause de cela. C’est le cas de Kennedy, de Allende, de Palme et aussi celui de Aldo Moro. Il serait banal de conclure que le pouvoir est devenu “bon” et la société “méchante”. Il est vrai, par contre, que les rapports entre société et Etats sont aujourd’hui plus 
complexes que ceux d’hier car ils sont devenus multiformes, à plusieurs facettes, avec des zones obscures. La société n’est plus le lieu exclusif où prédomine le bien et l’Etat n’est plus le lieu exclusif où prédomine l’abus. L’avancée démocratique qui a accompagné les quarante dernières années n’a pas été 
toujours acceptée par tous. […] La démocratie dans ses lignes de fond est acceptée; mais parfois son développement est considéré comme intolérable. […] Norberto Bobbio a parlé de conjuration pour identifier une catégorie historico-politique capable d’expliquer tout cela. Ce n’est pas rien. Parce que cela signifie qu’il y a des conjurés, qu’il y a une démocratie contre laquelle on conspire et qu’il y a des intérêts en vue desquelles on conjure”[5].
Une des conséquences importantes de cette lecture de l’histoire est la construction du théorème du “grand complot contre la démocratie” à travers l’usage du paradigme de la conspiration. Cette mode culturelle a donné vie à une nouvelle discipline: la “rétrologie”, en italien dietrologia, du mot dietro (derrière). L’écrivain Antonio Tabucchi, dans une lettre ouverte au président de la république italienne Ciampi, parue dans Le Monde du 19 avril 2001, a proposé une analyse “des institutions et des gouvernements qui dirigent et ont dirigé le peuple italien” qui se présente comme une véritable summa journalistique de cette vulgata: 
“A cinquante-cinq ans de distance, on pourrait dire que l‘Italie est une république fondée sur les massacres. Le premier est celui de Portella delle Ginestre[6], en 1947, commis par le bandit Giuliano, qui défendait les intérêts réactionnaires des grands propriétaires fonciers et des séparatistes siciliens […] Je passe, par souci de brièveté, sur certaines “anomalies” préoccupantes survenues entre-temps, telles que des tentatives de coups d’Etat éventées (ou révélées) non pas par les institutions mais par de courageux journalistes, pour en arriver à un massacre qui marque le début d’une série de turpitudes commises sur le dos des Italiens: celui produit par la bombe de la Banca de l’Agricoltura de Milan, le 12 décembre 1969 […] La suite est une litanie que nous connaissons tous: massacre de piazza della Loggia à Brescia; bombes sur le train Italicus; massacre de la gare de Bologne; massacre d’Ustica. Ou encore: obscure mort d’Enrico Mattei; enlèvement et assassinat d’Aldo Moro; Gladio; loge secrète P2; krach du Banco Ambrosiano et assassinat de l’avocat Ambrosoli; empoisonnement de Sindona; massacres de Capaci et via D’Amelio: Falcone et Borsellino; corruption privée et publique: Tangentopoli, c’est-à-dire les pots-de-vin généralisés”.
Chercher non pas un éventuel sens caché des choses mais le présumé marionnettiste qui fait bouger les choses est le motif obsessionnel de cette pratique très répandue dans les milieux intellectuels. Voilà que l’histoire devient un mobile bon pour toute astrologie de l’occulte. Dans cette dérive il y a toute la différence qui existe entre faire de la critique et défaire toute critique. La vérité se résume ainsi en une simple question de volonté qui est toujours entravée par l’éternelle lutte du mal contre le bien.

Des juges historiens

Ce retour en force de l’histoire événementielle à caractère politico-criminel s’explique aussi par l’entrée en scène de nouveaux acteurs dans le récit historique. La segmentation des savoirs et la multiplication des disciplines universitaires ont élargi l’éventail des matières qui ont une relation forte avec l’histoire du temps présent. Dans ce Babel de récits la spécificité italienne réside dans la quasi-monopolisation de la production du discours historique par une catégorie très spécifique de l’appareil d’Etat.
 A partir des années 70 et davantage encore au cours de décennies suivantes, les récits de “l’histoire actuelle” ont vu émerger, à côté de l’historien “classique”, la figure centrale du juge, dont les rôles respectifs tendent à se confondre de plus en plus. Cette course à la judiciarisation des sciences sociales est la dernière étape d’une judiciarisation plus globale de l’espace public qui traverse les sociétés actuelles. Des historiens sont recrutés comme consultants rétribués par les juridictions ou bien ils sont convoqués à la barre pour fournir des expertises et des témoignages sous serment. Inversement, l’arbitrage des juges s’accentue dans les controverses historiographiques (négationnisme, révisionnisme, crimes contre l’humanité, etc.) à tel point que l’écriture et la réécriture de l’histoire se retrouvent souvent confiées aux sentences de l’autorité judiciaire.
C’est la magistrature qui a écrit le plus grand nombre de pages de l’histoire contemporaine de l’Italie: indirectement, par le biais de ses instructions et sentences; directement, par les nombreuses publications, livres, articles, entrevues de ses membres. Cette place centrale conquise dans le fonctionnement social a permis à la magistrature de promouvoir un nouveau “sens commun” et de contribuer à la production d’une philosophie publique, d’un nouvel ordre moral, mais aussi, par une narration historique jalonnée des totems et des tabous, de mythes fondateurs et de comportements diabolisés. Elle nous a habitué à distinguer une histoire sacralisée d’une autre stigmatisée.
D’autres acteurs sont venus porter leur aide aux historiens parés de la toge, des “grandes plumes” du journalisme (Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, pour en citer quelques-uns) et des hommes politiques, par le biais de commissions d’enquête parlementaires créées pour faire de la lumière sur les “pages obscures” de l’histoire récente du pays. On peut évoquer notamment la “commission d’enquête sur la mafia”, renouvelée automatiquement à chaque législature depuis les années 60; la “commission d’enquête sur l’affaire Moro”, active durant les années 80, remplacée ensuite par la “commission d’enquête sur les massacres (attentat à la bombe ndr) et le terrorisme”. Cette dernière, également reconduite par plusieurs législatures.
 Ces commissions, instaurées parfois pour régler des équilibres politiques institutionnels, au moment où la méthode consociative était à son apogée, s’apparentent à de grosses machineries dotées d’un budget conséquent, de pouvoirs d’instruction empruntés à l’autorité judiciaire. Leurs travaux sont très suivis par la presse, notamment au moment des convocations de témoins. Certains journalistes sont devenus des permanents de leurs antichambres jusqu’à nouer des relations de collusion idéologique et de collaboration concrète avec ses structures, à tel point que ces commissions travaillent en réalité comme de véritables agences de presse. Il est très fréquent de voir ces journalistes sortir des entretiens très complices avec des membres de ces commissions.
Ces commissions ont produit durant leur existence une documentation pléthorique. Elles se sont dotées d’une panoplie de consultants à temps plein: magistrats, historiens, criminologues, journalistes improvisés détectives, linguistes, payés pour rendre leurs expertises et évaluations. Cette circonstance est plus que suffisante pour soulever, à elle seule, de sérieux doutes sur la valeur d’un travail miné par la nature de la relation entretenue avec le pouvoir politique commanditaire des travaux. 
En France, quand au moment des procès Touvier et Papon, ou bien à l’occasion des procès pour crimes contre l’humanité menés par des juridictions internationales, des historiens ont accepté de témoigner à la barre sous serment en tant qu’historiens, ayant un discours d’experts impartiaux sur l’époque où s’étaient déroulés les faits contestés en justice, il y a eu beaucoup de discussions et de critiques. Un débat important s’est ouvert et des livres ont été publiés[7]. En Italie, le silence à ce propos est assourdissant. On assiste à une véritable histoire de régime écrite au gré de la couleur des majorités parlementaires. Les relations conclusives, c’est-à-dire la vérité politique, autrefois appelée raison d’Etat, censée être la vérité historique, est le résultat de longues tractations où les mots sont mesurés, pesés, amendés et votés. L’histoire n’est plus un travail de recherche mais le résultat d’une délibération qui statue sur le vrai et le faux, ce qui s’est passé et ce qui ne doit pas s’être passé. C’est une parodie de l’histoire démocratique, comme nous l’explique une certaine philosophie à la mode, on pourrait parler “d’histoire communicationnelle”.
Les historiens de profession ont suivi les mises en forme produites par d’autres acteurs, introduisant parfois quelques précautions sémantiques et ajustements ici ou là, sans véritablement toucher à la structure de ces récits. L’historien s’est transformé en écrivain public de l’histoire officielle inspirée par les majorités parlementaires. Le récit du passé est plongé dans la misère de l’histoire.

Conventio ad excludendum

Helmut Sonnenfeldt, politologue nord-américain aux positions conservatrices, conseiller pour les affaires européennes à la Maison-Blanche et au Département d’Etat, avait élaboré durant les années 70, une doctrine qui envisageait le verrouillage du système politique italien de façon à isoler et empêcher le Pci d’accéder au gouvernement. Ceci à travers l’organisation d’un “pacte pour l’exclusion” conclu entre toutes les autres forces politiques.
Cette stratégie à caractère institutionnel est la dernière version d’une longue panoplie de politiques visant, dans le contexte géopolitique de la guerre froide, à contenir, repousser et si possible empêcher l’arrivée au pouvoir des partis communistes en Occident. Elle a donné lieu à un florilège d’hypothèses, de suppositions et de conjectures, qui expliquaient les difficultés et les obstacles rencontrés par le Pci dans la tentative d’arriver au gouvernement par son existence. Les erreurs, l’émergence de formations rivales dans le même espace politique et social, les coups adversaires et les adversités, étaient le résultat de l’action souterraine des trames du “parti américain”, selon une raison typiquement mono causale.
Dans un essai sur la “Lutte armée et le système politique”, Giorgio Galli, professeur de science politique à l’université Statale de Milan, est un des premiers observateurs à évoquer l’explication des événements socio-politiques de l’Italie contemporaine par la manipulation et l’instrumentalisation de forces étrangères. La thèse soutenue par Galli est nuancée et accompagnée d’un solide argumentaire qui s’inscrit dans le droit-fil d’une réflexion qui tient de la philosophie politique. Il s’agit d’une démonstration intelligente de l’usage possible du paradigme du complot, qui témoigne de l’ancrage en profondeur de cette théorie dans les milieux scientifiquement les plus préparés et qui peuvent lui apporter un niveau d’élaboration de qualité.
 Selon Galli, la règle de l’alternance périodique au gouvernement, c’est-à-dire le passage dans l’opposition d’une des élites organisées en parti, appartient à la logique du bon fonctionnement physiologique de la démocratie représentative. Le renouvellement et l’alternance des élites favorisent la paix civile et réduisent les tensions, ce qui empêche le déclenchement de la guerre civile. Or la longue absence de cette alternance, caractéristique du blocage du système politique italien durant plus de 40 ans (défini alternativement comme “bipartisme imparfait”, “pluralisme polarisé”, “pluralisme centripète”, “fractionnisme hétéro-dirigé”), aurait empêché “le système de démocratie représentative d’évoluer pour assurer le contrôle des tensions selon le modèle occidental. Il s’ensuit une exaspération des tensions dans les formes de la lutte armée”[8]. Raison qui – toujours selon Galli – “permet partiellement, en ce qui concerne la lutte armée en Italie, d’avoir recours aux catégories d’analyse du terrorisme comme phénomène international”. Au contraire, la lutte armée est interprétée comme le prix payé par un système politique incapable de fonctionner selon les règles qu’il s’est lui-même donné.
Mais cette interprétation, qui voit une fonctionnalité diminuée du système dans l’augmentation des tensions et l’absence d’alternance au gouvernement, et, donc, un surgissement subversif, n’apporte aucune réponse satisfaisante pour expliquer l’explosion de la lutte armée seulement dans les années 70 et pas avant, car le “bipartisme imparfait” existait depuis 1948. Giorgio Galli propose, alors, la thèse de l’instrumentalisation de la subversion armée animée par certains secteurs de l’Etat, dans le but de perpétuer ce que Norberto Bobbio a appelé conventio ad excludendum (le principe selon lequel le Pci ne pouvait pas arriver au gouvernement) au moment même où cet obstacle extra jure était en train de se vider de l’intérieur (comme le laissait penser l’avancée électorale du Pci entre 1974-76, ainsi que son nouveau positionnement international, comportant l’acceptation de l’Otan, pendant la campagne électorale de 1976)[9]. Une attitude essentielle de “tolérance et connivence” aurait avantagé, favorisé et accru la “liberté de mouvement”, le développement de la subversion armée de gauche qui, bien que jouissant d’une “implantation sociale partielle'”, aurait pu être facilement enrayée.

Le double Etat
L’historien Franco De Felice avec son essai intitulé “Double loyauté et double Etat”, paru en 1989 dans Studi storici (la revue du l’Institut Gramsci), est à l’origine du succès de la formule “double Etat”, une catégorie qui a donné un semblant conceptuel à toute la successive littérature du complot. En réalité, l’approche de Franco De Felice garde une certaine mesure et des précautions qui n’ont pas laissé de trace chez ses disciples. D’abord il a repris cette formule d’une définition qu’Ernest Fraenkel avait utilisée pour l’Allemagne nazie. Ensuite, il développe une analyse des contraintes internationales, dérivées de la politique de puissance et des systèmes d’alliance, conduisant les groupes dirigeants nationaux (au gouvernement comme à l’opposition) vers des comportements parfois en contradiction avec les intérêts de leurs pays et systèmes institutionnels légitimes. En substance, la fidélité géopolitique, l’allégeance envers un bloc, la légitimité idéologique, priment sur la légalité interne et la fidélité à l’Etat national. Cependant, il prend des précautions contre le risque de simplification de son discours. Il se démarque de ceux qui veulent: “comprendre à l’intérieur d’un même dénominateur des phénomènes très différents […] dévalorisant le caractère procéssuel et expérimental, contradictoire et concurrentiel, convulsif et aussi artificiel, offert par le développement d’éléments de double Etat et de leur capacité d’avoir une incidence”[10].
Or la prudence affichée par Franco De Felice repose davantage sur un escamotage linguistique, un habillage mesuré de la phrase, le choix d’un argumentaire érudit et sobre, que sur une réserve méthodologique réelle. Introduire une notion comme celle de “double Etat”, en 1989, a eu l’inévitable effet de greffer, sur trente ans de littérature du complot, la catégorie conceptuelle qui lui manquait. Ce n’est pas par hasard si le thème de la “double loyauté” (gênant pour la culture rétrospective de la gauche issue du Pci) s’est effacé derrière la notion de “double Etat”. Un Etat dans l’Etat, un Etat légal et un Etat illégal, un Etat fidèle contre un Etat infidèle: quoi de mieux pour le discours d’une force politique qui, ayant souffert d’une delégitimation originaire, pouvait enfin se légitimer comme l’expression historique de l’Etat et de surcroît de l’Etat honnête et légal contre l’autre Etat, corrompu, criminel, illégal et, donc, illégitime?
Le mobile existait déjà: empêcher la maturation démocratique de l’Italie, où, par “maturation”, il fallait entendre l’accès des hommes de l’ex-PCI au gouvernement. Maintenant on pouvait désigner aussi le coupable. Le seul responsable se résumait dans une catégorie unique, l’Etat parallèle[11] et ses agissements, dans lequel on peut tout insérer: ennemis, adversaires et adversités, difficultés, incapacités et contrecoups des virages politiques, mafia, P2, terrorisme et subversion, tentatives de coups d’Etat, corruption, etc. Bien sûr, la chute du mur de Berlin a nécessité une réorientation idéologique: le capitalisme n’étant plus un système en discussion, l’ancienne critique s’est mué en lutte contre les éthiques illégales de la capitalisation; la contradiction capital-travail étant “désuète” la lutte de classe s’est transformée en chasse à tout ce qui est censé perturber la paix de la société civile, ses fantasmes et ses troubles anxieux. De nouvelles “classes dangereuses” ont été désignées: terroristes, criminels, mafieux, corrompus…

La stratégie de la tension: un mythe fondateur
Aldo Moro (homme d’Etat italien enlevé puis tué par les Br en 1978, lorsqu’il était président de la Dc) était connu pour avoir un langage elliptique. Il forgeait des expressions très imagées et de grand succès. Professeur de droit constitutionnel, fin juriste, il n’avait pas hésité à se plonger dans les sciences mathématiques, d’où il avait sorti une formule révolutionnaire qui bouleversait la géométrie plane: “la convergence des lignes droites parallèles”. Métaphore antieuclidienne conçue pour désigner le rapprochement sur la scène politique italienne des catholiques et des communistes, de la Dc et du Pci. Un des préalables à cette convergence était ce qu’il appela par une autre formule, “la stratégie de l’attention”.
 Un étudiant, Mario Capanna, brillant latiniste à l’université catholique, devenu un des tribuns les plus écoutés pendant 68 à l’université Statale de Milan, détourna dans un discours cette expression en “stratégie de la tension” pour désigner l’attentat à la bombe du 12 décembre 1969 qui provoqua 16 morts et 88 blessés. Une des plus grandes légendes de l’histoire contemporaine italienne, un des mythes fondateurs de l’univers symbolique de la gauche en Italie, venait de naître. Il n’y a pas d’autre manière de définir la façon dont l’histoire de la décennie 70 s’est faite “mémoire”, pour se délayer dans une représentation victimaire de la trajectoire politique de la gauche durant les trente dernières années.
Nicola Tranfaglia, dans un essai intitulé “Un capitolo del “doppio Stato La stagione delle stragi e dei terrorismi, 1969-84” (Un chapitre du “double Etat”. La saison des massacres et des terrorismes, 1969-84)[12], donne un exemple flagrant de cette historiographie. D’abord il utilise comme source principale de son discours la Proposition de relation finale avancée, en 1995, par le sénateur Giovanni Pellegrino, président depuis 1994 de la commission parlementaire sur les massacres et le terrorisme. Un texte qui, d’ailleurs, n’aboutira pas en commission et sur lequel, comme l’on verra plus loin, son auteur se rétractera en grande partie[13]. Cet exemple montre clairement comment le discours historique, plutôt que se fonder sur un travail autonome de l’historien sur des sources directes, se structure en réalité par un enchaînement de de relato reprenant des synthèses historico-politiques déjà élaborées dans un contexte n’obéissant pas aux critères requis par la recherche historique. En effet, le travail d’historien est ici conçu comme une activité de divulgation et vulgarisation d’enquêtes parlementaires qui n’ont même pas obtenu le vote majoritaire de ses membres.
Tranfaglia fait un usage désinvolte de la catégorie de double Etat. De cette façon, les quinze années qui vont de 1969 à 1984 deviennent le théâtre où se déroule un projet cohérent de conjuration mené par des hiérarchies atlantistes et des secteurs de la classe dirigeante nationale pour arrêter l’avancée électorale du Pci et renforcer les équilibres modérés de l’Italie, à travers un dosage habile des deux terrorismes de couleur opposée (la théorie des “opposti estremismi”). Dans un article du journal la Repubblica (un des organes de la culture rétrologique) Tranfaglia résumait ainsi la thèse de “l’hétérodirection”: 
“Il faut désormais faire l’hypothèse qu’à cette occasion [l’affaire Moro ndr], encore mieux, dans tout le cycle des attentats à la bombe et des terrorismes, il y a eu des régies occultes qui, après avoir utilisé pendant longtemps le terrorisme noir avec la préparation de tentatives de coups d’Etat ayant pour but d’intimider, ont ensuite retourné leurs efforts vers un autre terrorisme de couleur opposée (et auquel participèrent plusieurs centaines de jeunes restés complètement dans l’ignorance de cette manipulation). Ces régies occultes ont suscité, puis évité d’entraver, en substance instrumentalisée (à travers les infiltrations aux sommets) ce nouveau terrorisme afin de mettre un terme au compromis historique et permettre une stabilisation modérée et anticommuniste de l’horizon politique italien. L’affaire Moro est au centre de ce projet et montre la contemporanéité de ces deux régies à l’intérieur du terrorisme rouge: d’une part, ceux qui choisirent la violence contre l’Etat; d’autre part, ceux qui portèrent à terme, probablement de façon consciente, le plan des élites institutionnelles qui voulaient arrêter Moro et avec lui la présence du Pci dans la majorité parlementaire. Les documents recueillis par la commission parlementaire sur les massacres confirment en grande partie cette interprétation, en montrant l’implication d’hommes politiques et des services secrets italiens et américains.”[14]
La technique argumentative est toujours la même, une ou plusieurs propositions hypothétiques (“il faut faire l’hypothèse”, “il est probable”, “c’est certain”, “sûrement”), qui relatent des ouïe dires, des informations erronées, de véritables mensonges, des allégations jamais confirmées par des preuves, induisent des conclusions péremptoires. Mêmes les absences font guise de preuve: le manque de références, dans le communiqué de revendication de l’attentat réalisé par les Br, en 1976, contre le procureur de Gêne Coco, à l’activité judiciaire que ce magistrat avait eu dans le passé en Sicile, devient un élément qui étaie l’existence de possibles contacts entre mafia et Br[15].
Sergio Flamigni, ex-sénateur à plusieurs reprises membre de la commission parlementaire sur l’affaire Moro, écrit, dans son dernier livre, Convergenze parallele[16], que l’attentat des BR contre le juge Coco “influa sur l’avancée électorale de la Dc au scrutin du 20 juin suivant, et démontra comment il était possible et productif d’utiliser le terrorisme à des fins politiques”. Or dans ces élections la DC atteignit un résultat identique à celui des quatre années précédentes, pendant que le Pci passa de 27,1 à 34,4 %. Selon Flamigni, cet attentat empêcha le Pci de dépasser la Dc. Rappelant cet épisode, l’historien Giorgio Sabbatucci, in “Il golpe in agguato e il doppio Stato”, Miti e storia dell’Italia unita[17], remarque, à juste titre, que l’idée de ce dépassement est ici perçue comme appartenant à l’ordre naturel des choses. Flamigni a dû sans doute songer au complot soviétique quand les troupes du pacte de Varsovie occupèrent Budapest en 1956 et Prague en 1968.
Enfin, pour ce qui concerne l’usage de la formule “stratégie de la tension”, des doutes commencent à émerger. D’abord on remarque que le terme stratégie indique une capacité de combinaison de plusieurs opérations afin d’aboutir à un objectif. Cela présuppose un centre directionnel unifié, un lieu unique qui organise, prédispose, projette et dirige. De même qu’est nécessaire une homogénéité d’intentions et d’objectifs: “chercher un pareil modèle dans les épisodes italiens qui ont suivi 1968 – écrit Franco Ferraresi dans un essai sur l’attentat de la piazza Fontana – serait absurde et dangereusement proche d’une théorie du complot. Le nombre d’acteurs et de structures impliqués fut trop grand, leur autonomie et différence trop marquées, le déroulement des événements trop désordonné pour que l’on puisse penser à un seul et unique plan global”.[18]
Giuseppe De Lutiis, l’historien attitré des services secrets italiens[19] explique, dans une table ronde parue dans la revue Giano[20], en mars 2001, qu’en 1967 les Usa lancèrent “l’opération Chaos”. Celle-ci avait été initialement conçue pour activer un contrôle strict des campus universitaires pendant la guerre du Vietnam, de sorte que l’“on parla à l’époque d’une “Hoover University”, tellement les hommes du Fbi avaient infiltré les universités, envoyés par leur chef qui justement s’appelait Edgar Hoover”. Plus tard l’opération Chaos accroîtra ses ambitions pour devenir, – toujours selon le téméraire De Lutiis – un véritable plan de “contrôle et manipulation des jeunes des pays européens, France et Italie en premier lieu”. A tel point que “durant le Mai 68 français, on ne peut pas exclure qu’il y a eu une action anti-française et anti-De Gaulle de la part des Usa”. Pour conclure, la “contestation” ne fut rien d’autre qu’une action de déstabilisation américaine. Le pauvre général n’avait rien compris ou fut mal renseigné quand il lança le mot de “juif allemand” contre Daniel Cohn-Bendit.

La réversibilité du complot
Depuis les années 70, la rétrologie italienne a pu se reproduire grâce à l’intégration partielle des démentis successifs et à la réadaptation continuelle de ses explications, tout en préservant sa logique. Aujourd’hui personne n’a le courage, les arguments ayant disparu depuis longtemps, de soulever des doutes sur la nature sociale de la lutte armée. Les hommes et les femmes du commando qui neutralisèrent l’escorte et enlevèrent Moro ont été identifiés et condamnés. Il n’y avait pas “d’étrangers qui parlaient allemands”, ni des agents spéciaux des services occidentaux, ni même des camorristes: c’étaient des ouvriers Fiat, des techniciens d’usine, des chômeurs, des étudiants.
Alors la culture du complot change de signe, s’adapte à l’air du temps. Elle est moins anti-américaine et un peu plus anti-soviétique, mais surtout l’époque néo-libérale a fait apparaître un paradigme classiste. Les Br étaient composées d’ouvriers et non pas d’agents atlantistes. Mais cela ne suffit pas, comment aurait-il été possible que de la main d’œuvre d’officine puisse avoir la capacité d’élaborer une telle stratégie, faire des analyses, rédiger des documents, prendre Aldo Moro? Les tenants du complot suggèrent désormais qu’il y a eu indubitablement un contact avec des milieux intellectuels, issus d’autres classes sociales, notamment des personnages de la grande bourgeoisie, capables d’agir dans l’échiquier géopolitique. 
Le sénateur Giovanni Pellegrino a avancé ce scénario dans son livre, Il segreto di Stato (Einaudi, octobre 2000). Dans cet ouvrage, il revient sur ses précédentes positions qui avaient inspiré une large production éditoriale. Ce revirement a suscité des vastes polémiques dans le sein de son parti, les Ds. Sa commission a d’ailleurs renoncé à proposer une relation finale. En effet, la théorie du complot est à bout de souffle, une fois les enjeux géopolitiques disparus et les Ds arrivées au gouvernement. L’impossibilité de son utilisation politique est désormais évidente depuis que: d’une part, les objectifs politiques tant décriés du plan Rinascita nazionale attribué à la P2 (une substantielle verticalisation du système politico-institutionnel, à travers l’introduction du présidentialisme, du scrutin majoritaire, etc.), ont été en partie intégrés au système institutionnel et appartiennent désormais à la culture de la majorité des forces politiques toute tendance confondue; de l’autre, un chef de gouvernement Ds a conduit l’Italie dans une guerre de l’Otan et reconnu le statut de quatrième force armée aux corps des carabiniers, considéré dans le passé comme le fief de toutes les trames de l’histoire italienne.
 C’est pour cela, peut-être, que la gauche, en allant contre son passé[21], une fois percé le mystère du pouvoir s’est trouvée contrainte, avec le gouvernement D‘Alema, de prolonger, de 30 à 50 ans, le secret d’Etat. Unique possibilité de conserver le seul secret – comme le disait Nietzsche – qu’il n’y a pas de secrets.

1 Cf. Norberto Bobbio, La democrazia e il potere invisibile, in “Rivista italiana di scienza politica”, agosto 1980; Il futuro della democrazia, Einaudi, Tourin 1994; La Stampa del 13 novembre 1990, et La Repubblica malata, in “Nuova Antologia”, gennaio-marzo 1991, n. 2177, année 126, Le Monnier, Firenze, pp. 70-75.

2 Cf. Toujours Il futuro della democrazia, op. cit., Norberto Bobbio est le premier à introduire en Italie cette notion citant le travail de Alan Wolfe, The Limits of Legitimacy. Political Contradictions of Contemporary Capitalism, The Free Press, New York 1977. Plus tard Franco De Felice, in “Doppia lealtà e doppio Stato” (Double loyauté et double Etat), Studi Storici, n. 3, 1989, pp. 493-563, s’efforcera de reprendre ce concept sans arriver à le démarquer de sa faible connotation théorique depuis sa première formulation avancée par Ernest Fraenkel, in Il Doppio Stato. Contributi alla teoria della dittatura (1942), Einaudi, Tourin 1983.

3 Un exemple éclairant de ce modèle d’anti-histoire est le volume des annales Einaudi sur l’histoire d’Italie entièrement dédié à la criminalité. Cf. Storia d’Italia (sous la direction de Luciano Violante), Annali 12, Einaudi, 1997.

4 Ancien responsable de la section “problèmes de l’Etat” de l’ex Pci, puis responsable de son groupe parlementaire une fois le Pci devenu Pds, plus tard président de la commission parlementaire contre la mafia. Il visait la place de président de la république mais il a dû y renoncer car son profil d’inquisiteur l’a rendu très peu rassurant et mal-aimé non seulement face à ses ennemis.

5 Cf. Luciano Violante, “Introduction” à Sergio Flamigni, La Tela del ragno. Il delitto Moro, Edizioni Associate, Rome 1998, p. 7.

6 Le 1er mai 1947, à Portella delle Ginestre, dans la campagne sicilienne non loin de Palerme, des paysans et des ouvriers agricoles communistes s’étaient réunis pour la fête du travail. Onze personnes furent tuées et soixante-cinq blessées, fauchées par les mitrailleuses de Salvatore Giuliano et de ses hommes, embusquées au sommet d’une colline. Ils agissaient pour le compte de la mafia.

7 Nous rappelons le refus de l’historien Henry Rousso de comparaître lors du procès Papon; la table ronde parue dans Libération, véritable caricature de tribunal, qui opposa le couple Aubrac à un certain nombre d’historiens.

8 Cf. Giorgio Galli, Il Partito armato. Gli anni di piombo in Italia, 1968-1969. Op. cit. p. 370.

9 Le secrétaire général du Pci, Enrico Berlinguer, avait déclaré dans une entrevue: “Je veux que l’Italie ne sorte pas du Pacte atlantique, et pas seulement parce que notre sortie bouleverserait l’équilibre international. Je me sens plus sûr étant de ce côté car il existe de sérieuses tentatives pour limiter notre autonomie”, in G. P. Pansa, “Berlinguer conta “anche” nella Nato per mantenere l’autonomia da Mosca”, il Corriere della Sera, 15 juin 1976.

10 Cf. Franco De Felice, “Doppia lealtà e doppio Stato”, in Studi Storici, n. 3, 1989, pp. 543.

11 L’expression “Etat parallèle” est tirée du livre de P. Cucchiarelli et A. Giannulli, Lo Stato parallelo: l’Italia oscura nei documenti e nelle relazioni della Commissione stragi, Gamberetti, Rome 1997.

12 Cf. Nicola Tranfaglia in Franco Barbagallo (sous la direction), Storia dell’Italia repubblicana. III: L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, Tomo 2, Istituzioni, politiche, culture, Einaudi, Tourin 1997, pp. 5-80.

13 Cf. L’ouvrage déjà cité de Giovanni Pellegrino, interviewé par Giovanni Fasanella et Claudio Sestieri, Segreto di Stato. La verita da Gladio al caso Moro, Einaudi Tourin 2000.

14 Cf. la Republica du 18 octobre 1997.

15 Cf. Nicola Tranfaglia, in “Un capitolo del “doppio Stato”. La stagione delle stragi e dei terrorismi, 1969-84”, op. cit. p. 58.

16 Sergio Flamigni, Convergenze parallele, Kaos edizioni, Rome 1998, p. 44.

17 Cf. Giorgio Sabbatucci, in “Il golpe in agguato e il doppio Stato”, Aa. Vv., Miti e storia dell’Italia unita, il Mulino, Bologne 1999, p. 214.

18 Cf. Franco Ferraresi, “La strage di piazza Fontana”, in Storia d’Italia (sous la direction de Luciano Violante), Annali 12, Einaudi, 1997, p. 629. Dans cet essai Ferraresi résume un chapitre de son livre, Minacce alla democrazia. La destra radicale e la strategia della tensione in Italia e nel dopoguerra, Feltrinelli, Milan 1995
.

19 Cf. Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Rome 1985.

20 Cf. Giano, Odradek, Rome mars 2001.

21 Cf. Fabrizio Clementi, ldo Musci, Il segreto di Stato. Da caso Sifar alla “giustizi negata” di Ustica e Blogna. Profili giuridici e propspettive di riforma, Csrs, supplément à Democrazia e diritto, editori riuniti 1990.

Link
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