Libri – Chi spiava i terroristi. Kgb, Stasi – Br, Raf. I Documenti negli archivi dei servizi segreti dell’Europa “comunista”, Pendragon editore 2009
Chi Spiava i terrorsiti è il titolo di un libro recentemente pubblicato da Pendragon; scritto da Antonio Selvatici, porta come sottotitolo “KGB, Stasi – BR, RAF”, e si basa sui “documenti negli archivi dei servizi segreti dell’Europa ‘comunista’”. Un commento al post precedente (Un Valpreda per Bologna) lo richiama genericamente come argomento o fonte di ‘risposte’ al post medesimo.Il lavoro dell’imprenditore bolognese Selvatici ha senz’altro un paio di pregi. Si tratta di una ricerca impostata sulla consultazione di documenti originali, cosa rara tra i giornalisti italiani specializzati in ‘terrorismo’, abituati a citare se stessi e a dedicarsi più alle interpretazioni delle interpretazioni che ai fatti.Scrivere una ‘analisi’ adeguata alle teorie del momento è ben più facile e pagante che frugare per mesi negli archivi segreti sopravvissuti alla caduta del blocco sovietico, scrutando documenti, vergati in lingue incomprensibili, che non avendo alcun legame con l’attualità non porteranno alcuna gloria.
La ricerca si vuole inoltre impostata con un respiro che tiene conto di prospettive di lettura ‘altre’, cioè non-italiane. Lodevole tentativo di sprovincializzazione, anche se la cosa si riduce ad annoverare tra le fonti bibliografiche alcuni autori anglofoni (che egli impropriamente considera accademici).
Le buone intenzioni vanno però confrontate con due aspetti cruciali: la coerenza con cui le si applica, ed ovviamente i risultati ottenuti.
Sul piano dei risultati, l’unico elemento significativo sembra essere l’assenza di qualsiasi elemento collegabile ad un ‘grande vecchio’, ovvero alla teoria dietrologica a lungo in voga, secondo la quale la lotta armata italiana, ed in particolare quella delle Brigate Rosse, era teleguidata, ‘eterodiretta’ o comunque condizionata dai servizi segreti di questo o quel paese del blocco sovietico.
Dice Selvatici, nelle sue conclusioni: “Ciò che chiaramente emerge da questo libro sono i solidi legami che alcuni membri delle Brigate rosse avevano allacciato con altre formazioni terroristiche.”
E i documenti dei servizi segreti?
Si ha un bel cercare e rileggere per trovare questa chiarezza emersa (chi aveva rapporti con chi, e soprattutto, quando?) e le delusioni si susseguono ad ogni paragrafo. Apprendiamo per esempio (pag. 27), che il giorno dopo la morte di Aldo Moro la Stasi inviò ai posti di confine l’ordine di intensificare i controlli e che un anno dopo ne tracciò un bilancio: “36 investigazioni speciali di cittadini italiani appartenenti alle Brigate rosse”. “Chi erano dunque i brigatisti che tra il maggio 1978 ed il maggio 1979 oltrepassarono il muro? Qual era la ragione della visita?” chiede Selvatici al povero lettore, senza neppure dargli un ‘aiutino’.
Poco più avanti, ma a tutt’altro proposito, ecco qualche nome. Non si tratta di controlli di frontiera, ma della sezione antiterrorismo della Stasi, dove “sono state rinvenute le schede intestate a Barbara Balzarani, Cesare Battisti, Renato Curcio, Adriana Faranda, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Francesco Piperno, Giovanni Zamboni, Mario Moretti, Lauro Azzolini, Alessio Casimirri e Patrizio Peci.”
Finalmente? No, non c’è trippa per gatti nemmeno qui. O Selvatici non ha visto le schede, o sono così irrilevanti che non dice molto di più: due paragrafi dopo (pag. 30) precisa che le schede di Balzarani, Gallinari, Azzolini, Franceschini, Curcio, Morucci e Moretti sono classificate ‘ZAIG-5’, ovvero condivise ed accessibili dai servizi membri di un accordo: Unione Sovietica, Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia, Mongolia, Cuba, Germania dell’est e Vietnam. E racconta che è in un’informativa di questa rete, stilata a Cuba nel settembre 1987, che figurano assieme i nomi di Barbara Balzarani e Cesare Battisti. Barbara Balzarani era all’epoca in galera in Italia già dal 1985. Cesare Battisti, che delle Brigate Rosse non ha mai fatto parte a nessun titolo, era in esilio già da qualche anno tra Messico e Francia.
Il senso di queste non-informazioni, Selvatici non ce lo spiega.
Né ci fa conoscere le fonti che le alimentavano: se ZAIG-5 aveva una funzione analoga all’Interpol (permettendo agli Stati membri di comunicare una misura specifica adottata in relazione all’informazione, come per es. il divieto di ingresso in URSS per Prospero Gallinari) non è impossibile che vi venissero riversate informazioni provenienti proprio dall’Interpol o da servizi occidentali, poi non aggiornate. Lo stesso Selvatici ri-scopre che la Stasi aveva infiltrato il Bundeskriminalamt (BKA, Repubblica Federale Tedesca), e da quella fonte alimentava la sua schedatura; appunto nel caso di Barbara Balzarani, ultima della vecchia guardia brigatista ad essere ancora attiva negli anni ’80.
E poi? Di fronte ai desolanti risultati, Selvatici ricorre alla ‘sua’ bibliografia di 174 testi. Il libro corrisponde allora ad un ‘tutto quello che ho rimediato sulla sinistra italiana e i servizi segreti del blocco orientale’.
E c’è proprio di tutto, dalla bufala giurassica dei campi d’addestramento per brigatisti in Cecoslovacchia, a Primo Greganti, funzionario del PCI arrestato per l’inchiesta anticorruzione ‘mani pulite’, che per il Partito costruiva un sistema di finanziamento con una ditta della Stasi. Su quest’ultimo terreno Selvatici impiega meglio le sue competenze in gestione d’impresa, e la cosa occupa la seconda metà del libro- salvo a chiedersi che c’entrino gli impicci del PCI e i suoi contatti con Mosca con quanto annunciato nel titolo.
Non v’è neppure tentativo di capire quanto intensa fosse la trasmissione del PCI ai partiti fratelli di informazioni sui brigatisti (o sui fascisti); Selvatici è preso dalla sua convinzione che il PCI abbia commesso il “peccato originale” (sic) “di non avere capito che le Brigate rosse non erano ‘compagni che sbagliano’ ma ‘compagni che sparano’”, non lavato dalla sua successiva opera di delazione e di collaborazione coi carabinieri.
En passant, trova modo di buttare lì:
In Svizzera, membri di Soccorso rosso si adoperarono per trovare rifugio al brigatista fuggitivo Piero Morlacchi (marito dell’ex-cittadina della DDR Heidi Peusch. Non dimentichiamoci che Piero Morlacchi, prima d’entrare a far parte del nucleo storico delle Brigate rosse, trascorse alcuni mesi nella DDR).
No, non ce lo dimentichiamo, né dimentichiamo che ci andò nel 1963-64 a lavorare come tipografo sp
ecializzato. Il piccolo veleno di Selvatici è quanto più disonesto se si considera che nella sua bibliografia figura il libro di Manolo Morlacchi (figlio di Pierino) “La fuga in avanti”, dove si può leggere (pag. 98-103) il racconto di Heidi Peusch del drammatico tentativo di ottenere rifugio politico, nel 1974, nella Repubblica Democratica Tedesca.
Non ce lo dimentichiamo, il “racconto di un lungo viaggio verso la libertà” di Heidi Peusch incinta, con il figlio Manolo di 4 anni ed il marito Pierino Morlacchi, che tentano di avere ospitalità fino a farsi bloccare alla frontiera, profughi non riconosciuti. È uno spaccato sul perdurare delle illusioni di chi è nato e cresciuto in una tradizione comunista profonda come quella della famiglia Morlacchi a Milano; è la storia di uno dei primi, rarissimi tentativi di domanda di asilo politico da parte di militanti italiani all’estero; ed è la prova-provata dell’assenza di relazioni positive con la Stasi.
Lo ricordiamo, ad onore della memoria di Heidi e Pierino.
(l’immagine riproduce pag. 190 del libro di Manolo Morlacchi)
Di nuovo Thomas Kram, ‘a gratis’
Si diceva sopra che il lavoro di Selvatici ha l’apparenza di una documentazione verificata, eppure vi si trovano un paio di affermazioni non secondarie senza il più vago riferimento a prove o fonti. E proprio al capitolo ‘Carlos e strage di Bologna’ scrive Selvatici:
Alcuni documenti riguardanti il possibile coinvolgimento di un membro del gruppo Separat nell’attentato alla stazione di Bologna sono già stati verificati con esito positivo dalla polizia italiana. Effettivamente, la notte precedente l’attentato, un membro del gruppo terroristico Separat, Thomas Kram, aveva pernottato a Bologna. Fatto noto alla polizia italiana, il rapporto si trova nell’archivio della DIGOS di Bologna. (pag.39-40)
Segue la citazione del documento, che evidentemente NON dice che Kram era membro di ‘Separat’. La domanda, semplice semplice, è: CHI afferma che Kram era un membro della banda di Carlos?
Diversamente da quasi tutto il resto del libro, dove le affermazioni sono fornite di riferimenti archivistici o documentali, qui niente. L’autore si è fidato della parola del suo amico Gian Paolo Pelizzaro (ex-esperto della ‘commissione Mithrokin’ e detektiv del giornale della destra sociale ‘Area’), e ha fatto male. Continua Selvatici:
Inoltre è stato appurato che Christa Margot Fröhlich (detta ‘Heidi’, arrstata il 18 giugno 1982 all’aeroporto di Fiumicino mentre trasportava una valigia contenete esplosivo) da tempo in contatto con l’organizzazione capeggiata da Carlos, il 2 agosto 1980 alloggiò all’Hotel Jolly di Bologna.
Ancora una domanda semplice semplice: CHI avrebbe appurato che la donna era in quell’albergo?
Se nell’articolo precedente s’era detto abbondantemente di Thomas Kram, di Christa Fröhlich s’era evitato di parlare, poiché gli stessi implacabili accusatori avevano smesso di parlarne, ‘tanto lontano ne è il profilo reale da quello che loro avevano proposto’. Riprendiamo allora quanto pubblicato da Guido Ambrosino sul Manifesto del 1. agosto 2007
I detektiv della Mitrokhin sembrano credere che a Bologna ci fosse anche Christa Fröhlich. Fu fermata a Fiumicino il 18 giugno 1982, con 3,5 chili di esplosivo nella valigia. La stampa pubblicò la sua foto. Un cameriere dell’hotel Jolly vi ravvisò una “certa somiglianza” con una donna vista quasi due anni prima: parlava italiano con accento tedesco, il primo agosto si era fatta portare una valigia alla stazione, il 2 agosto telefonò per accertarsi che i suoi due figli non fossero sul treno investito dalla bomba, aveva lavorato come ballerina nei pressi di Bologna.
Christa Fröhlich ha ora 64 anni, insegna tedesco a Hannover. Confrontata con questa descrizione, non sa se ridere o piangere: “Non ero a Bologna. Non ho figli. Mai un ingaggio da ballerina. E nel 1980 non sapevo una parola di italiano”.
Christa Frohlich ha fatto le sue scelte politiche, e le ha pagate col carcere.
Oggi, va ringraziata per avere tradotto in tedesco ‘L’orda d’oro’ di Primo Moroni, un testo essenziale per chiunque voglia capire qualcosa degli anni ’70.
La ciliegina avvelenata
Perché mai un tipo pacioso come Antonio Selvatici si lancia su provocazioni così pacchiane? I suoi suggeritori hanno forse dimenticato di aggiornarlo, lui non se n’è accorto… Scartabellare schede ingiallite e mute è soporifero per chiunque, anche un topo d’archivio può anelare a un salto nell’attualità.
A fidarsi ciecamente dei suggeritori il ricercatore rischia però la sua credibilità: quando mai un vero giornalista d’inchiesta non verifica le fonti di accuse così gravi?
Ma Selvatici raddoppia:
Vi è una pista investigativa non ancora seguita che proverebbe datati collegamenti tra alcuni membri della banda Carlos ed ex appartenenti a gruppi estremistici italiani. Probabilmente bisognerebbe recarsi in Francia, in un paese a nord di Parigi: Montreuil, e qui cercare di parlare con estremisti italiani che frequentano il luogo. (pag.41)
Tutto ciò che si capisce, è che c’è ancora un suggeritore, e che la voglia di giocare un po’ ad aumma-aumma cresce. Selvatici si confida con un esperto di questi giochi, Cristiano Lovatelli Ravarino:
– Il rapporto tra Carlos e la strage del 2 agosto è un tassello molto delicato. Sappiamo che la Procura della Repubblica sta indagando e il pm Enrico Cieri è già andato a Parigi a interrogare Carlos e diverse volte a Berlino a consultare documenti nell’Archivio Centrale, aspettiamo l’evoluzione di questa indagine… è anche vero peraltro che nel libro prospetto una nuova pista indagativa…”
– Quale pista scusa ?
– Una pista visibile puntando i fari su di un paesettino a nord di Parigi dove terroristi italiani e terroristi stranieri si incontrarono con i risultati che sappiamo. Non sono riuscito a provarlo ma ho una fonte di altissimo livello che me lo ha raccontato e di cui mi fido ciecamente.
– Ma scusa Antonio è una bomba-se mi passi il macabro gioco di parole-non potresti essere più esplicito ?
– Qui habes auduies audiendi audiat. Non sono io a questo punto ma la Procura a cui spetta di verificare la totale veridicità di quello che ho scoperto.
Con o senza latinorum, Montreuil è sempre est di Parigi, non a nord. E per essere un ‘paesetto’ conta 101mila abitanti.
Un modesto suggerimento: prima di andare in missione tra i bistrot del luogo per carpire informazioni con qualche ballon de rouge, il nostro potrebbe dare un’occhiata a Google Street View.
Fosse mai che il volto di qualche estremista italiano rifugiato in Francia non sia ancora stato cancellato?
3 commenti:
- 1. Ringrazio per la recensione. Sono l’autore.
Non mi addentro in questioni archivistiche: sarebbe noioso e per me troppo facile smontare affermazioni non esatte.
Ciò che giustamente avete segnalato è il tentativo (se ben o mal riuscito lo decideranno i lettori) di descrivere da un angolazione differente (quella degli archivi) alcune vicende che hanno profondamente segnato il Paese negli anni Settanta. Non ho nessuna pretesa di essere esaustivo, Anzi. Il mio è un tentativo.
Da un analisi così approfondita del testo mii aspettavo qualche riga riguardo i collegamenti Br- Medio Oriente.
Per quel che riguarda il defunto Morlacchi (spero che il figlio abbia sanato i suoi problemi con la giustizia) abbiamo usato la stessa fonte. Ed è qui che troviamo i racconti del bambino-Morlacchi delle vacanze che assieme ai genitori ed a altri membri delle Br trascorreva in una abitazione-rifugio sulle colline ad una manciata da Bologna: a Castel D’Aiano. Permettimi un po di dietrologia travagliana: è un vero peccato che una così ben frequenatta (numericamente intento) casa vacanze-rifugio non sia mai stato scoperto.
Grazie ancora per la recensione
Antonio Selvatici - 25 settembre 2009 14.23
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- 2. Ti è passato per la testa che forse invece è stata scoperta? Capisco che è dura per un dietrologo. Mi dispiace deludere la tua sete di mistero. Il fatto è che hanno scoperto una casa nella quale andavo in vacanza (rifugio???) con mia nonna, le mie zie, i miei cuginetti (anche venti alla volta) e della quale giustamente non fregava nulla a nessuno. Ma non ti accorgi del ridicolo?
Mia madre scappò dalla DDR perché detestava la politica di quel paese. Le fu vietato di rientrare persino nei primi anni ’80 alla morte di mio nonno. Mio padre scappò dalla DDR dove lavorava come tipografo per il grigiore di quel mondo. Se ne andò a Stoccolma, ben più contento, dove rimase un altro anno.
Il loro errore fu quello di pensare che, in quanto comunisti (come ricorda molto bene l’autore della recensione), potessero essere accolti. Fu proprio in quanto comunisti (non del PCI, dunque) che vennero di fatto consegnati alla polizia occidentale. Il resto, permettimi Selvatici, sono tutte minchiate.
Permettimi anche di dirti che non era solo numericamente ben frequentata la casa di Castel d’Aiano, ma anche e soprattutto umanamente.
Infine, per ciò che concerne i miei problemi con la giustizia, sto trattando con i servizi della Corea del nord per un salvacondotto, tramite Hamas, il Mossad e il mullah Omar…
Saluti,
Morlacchi - 3 ottobre 2009 14.41
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- 3. Caro Morlacchi,
Caro Manolo Morlacchi,
speravo che tu intervenissi. Così come spero tu abbia letto il mio libro.
Se non sbaglio, nel tuo libro a proposito del casolare di Castel D’Aiano riporti anche i ricordi di tuo zio. – Ricordo Ognibene che guarda mia moglie…-. Ti ricordi che si trattava di un vecchio casolare in quel di Roffeno? Naturalmente non si tratta di quel Ognibene che conosco bene. Probabilmente racconto delle – minchiate-, ma più probabilmente tu non sei a conoscenza di atti e documenti che conservo.
Riguarda i tuoi rapporti con la giustizia, sccsa, ma non m’importa nulla.
Antonio Selvatici - 6 ottobre 2009 15.49
Cesare Battisti non era presente in aula, al contrario del rappresentante del ministero di Grazia e Giustizia Italo Ormanni e dell’ambasciatore italiano in Brasile. Dovessimo prender per buone le parole e l’enfasi della stampa italiana, immagineremmo già Cesare Battisti su un volo per l’Italia, con solide manette ai polsi. Urlano tutti giulivi, starnazzano ad un’estradizione praticamente ottenuta quando la realtà è chiaramente diversa e rivela una partita aperta, ancora tutta da giocare. Degli undici membri originari del Supremo tribunale federale saranno solamente nove quelli a votare: Meneses Direito è infatti scomparso da pochi giorni mentre Cesar de Melo ha deciso di astenersi su questo specifico caso. Dei nove magistrati sono stati otto ad essersi già pronunciati .Quattro a favore della richiesta italiana tra cui il giudice relatore Cezar Peluso, ed altri quattro hanno difeso la concessione dello status di rifugiato politico. Marco Aurelio de Mello, l’ultimo a dichiararsi pro-asilo politico ha fatto richiesta di sospendere il processo. Quello che la stampa italiana tende a non sottolineare e quasi ad occultare completamente è che anche i giudici che hanno votato per l’estradizione, hanno posto delle clausole che non saranno molto facili da gestire per il governo italiano. L’Italia fino a questo momento ha recitato la parte dello spettatore rumoroso ed arrogante; senza dover muovere alcun passo è stata a guardare con polemiche dai toni medievali e dagli atteggiamenti spesso razzisti a cui ormai stanno tentando di abituarci. Ma se l’Italia dovesse vincere questa prima battaglia si troverebbe comunque non poco in difficoltà per riuscire a sottostare alle leggi internazionali. Cezar Peluso, giudice relatore, quello che con più enfasi ha dichiarato di esser favorevole a veder tornare Battisti in Italia ha però posto come requisito minimo che l’ergastolo venga commutato ad una pena non superiore ai trent’anni, visto che in Brasile è stato abolito.
Ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini è riuscito a dichiarare: “Spero che la decisione tenga conto del fatto che l’Europa è la culla dei diritti fondamentali e che se accadesse che un cittadino europeo fosse ritenuto rifugiato fuori dall’Europa significherebbe smentire che l’Europa ha una Carta dei diritti fondamentali e che ovviamente nessuno qui può essere torturato, perseguitato, né trattato indegnamente.” Forse non è stato mai informato delle condizioni che vivono i detenuti in Italia, schiacciati da un sovraffollamento unico in Europa e dalle discriminazioni razziali ormai sancite con il nuovo pacchetto sicurezza, testo di legge che dovrebbe almeno farci stare silenziosi su come “trattiamo degnamente” le persone. C’è una differenza di fondo tra il Brasile e questo nostro starnazzante paese: nel rovesciare la dittatura, loro, hanno rivoluzionato anche il sistema penale, abolendo la pena di morte e l’ergastolo perché non rispettosi dei diritti umani fondamentali. E’ incostituzionale una condanna che porti scritto sopra “Fine Pena Mai”, è inconcepibile la ghigliottina legalizzata che nella nostra società appare così normale. Ma d’altronde siamo un paese che, nel rovesciare la propria dittatura, non ha sentito l’esigenza di cambiare anche il proprio codice penale: i nostri giudici sentenziano tuttora con il Codice Rocco tra le mani, non c’è altro da dire. Commutare l’ergastolo di Battisti con una pena inferiore ai trent’anni. Come faranno? Se riuscissero ad ottenere la sua estradizione si riaprirebbero le richieste anche per tutti gli altri militanti della lotta armata italiana rifugiati per la maggior parte in Francia, di cui molti ergastolani. Tolgono l’ergastolo a tutti? E chi, e non sono pochissimi, tra gli ex militanti delle Brigate Rosse sta ancora scontando la pena dopo 32 anni di carcerazione? Anche i loro di ergastoli cancelliamo o continueremo a non concedergli nemmeno la condizionale? Ministri e deputati, giudici e magistrati, giornalisti e parolai che già cantano vittoria in attesa di brindare attorno al nuovo corpo in catene che rientra in patria, inizino a pensare come gestire questo cavillo non da poco posto dai colleghi sudamericani.

Quello che stampa, mondo politico ed esponenti della vittimocrazia italiana omettono di raccontare, è che l’eventuale annullamento dell’asilo politico avrà come unico effetto immediato la riapertura della procedura d’estradizione, sospesa proprio in virtù della copertura fornita dallo status di rifugiato. Insomma non vedremo affatto Battisti manette ai polsi arrivare in Italia, per la delusione del ministro Frattini e del suo collega La Russa, che un po’ di diritto penale comparato e qualche convenzione internazionale potrebbero pure studiarli. In ogni caso la decisione finale – sempre che la magistratura non dichiari irricevibile la richiesta d’estradizione (va ricordato che il mancato riconoscimento dell’asilo politico non inficia minimamente la possibilità di rifiutare una domanda d’estradizione) – spetta in ultima istanza a Lula.


colpa, è parso nel settembre 2002, la soluzione più comoda, l’espediente più facile. E maledetti allora quelli che non si fossero allineati e che da sempre rompevano le righe, come Erri De Luca che conosceva molto bene i fuoriusciti. In una «Lettera a un detenuto politico nuovo di zecca», pubblicata sul Manifesto del 5 settembre, scriveva: «Vedi Paolo, questi poteri hanno bisogno di te[…] di lotta armata si sa tutto, ma si finge di non sapere ancora fino in fondo, per mantenere il fascino in un’opera al nero che ancora sobbolle[…] Tu quarantenne sei quanto di meglio offre il mercato. Sei la selvaggina allevata nella semiprigionia dell’esilio francese[…] Di recente mi hanno chiesto con sincero stupore come mai avevo scritto la prefazione al libro di Scalzone e tuo, Il Nemico inconfessabile. Oggi le parole, i libri tornano ad avere il rispettabile peso del sospetto, e una prefazione può già fornire il brivido del reato associativo. Oggi mi sento associato ai residui penali degli anni Settanta e Ottanta molto più di prima e molto più di una prefazione».


