La morte di Blefari Melazzi e le carceri italiane

Elettra Deiana
Gli Altri, 6 novembre 2009

Era l’autunno del 2005. Avevano allestito per loro una sezione speciale femminile di massima sicurezza, come da articolo 41 bis, in un carcere, chiamato “Le Costarelle”, di Preturo, all’Aquila. Già affollato di 41 bis ma, fino allora, i casi erano tutti relativi a crimini mafiosi compiuti da mani maschili. Loro, le detenute, per le quali era stato riservato il trattamento di massimo isolamento e che in quell’autunno di quattro anni fa inaugurarono l’apposita sezione, erano Nadia Lioce, Laura Proietti e Diana Blefari. Neo brigatiste della nuova stagione degli assassini politici, gli anni allucinati dei delitti di Sergio D’Antona e Marco Biagi. Stavano ognuna in una cella per contro proprio e non comunicavano tra loro. Perché non ne avevano voglia – come era fin troppo chiaro e potei costatare personalmente durante la visita – oltre che per la situazione di estremo isolamento del 41 bis, che avrebbe mandato in tilt chiunque. Ero andata a visitare Diana Blefari, in modo particolare, per le notizie che mi erano arrivate sul suo stato di salute e per la novità della sezione femminile in quel carcere, che conoscevo bene per altre visite che vi avevo fatto. Ma lei, Blefari, non comunicava soprattutto perché, fin dall’inizio dell’arresto, era caduta in uno stato di profonda prostrazione e inerzia psicologica. Era arrivata al carcere di Pasturo già in condizioni pietose. Così la vidi. Se ne stava rannicchiata tutto il giorno nel letto, con la coperta fino agli occhi e senza nessun cenno di interesse per il mondo. Rifiutava il cibo, non parlava con nessuno, non voleva vedere neanche i familiari. Non rispose a nessuna delle mie sollecitazioni. Era piombata nel cono d’ombra di un distacco da se stessa che non l’ha mai abbandonata. Chiesi in un’interrogazione parlamentare, con Titti De Simone e Giovanni Russo Spena, che Blefari fosse trasferita in un carcere ordinario, senza regime di 41 bis. E rimasi in contatto col direttore del carcere, fino a quando la detenuta non venne trasferita a Sollicciano, struttura di detenzione dotata di un osservatorio psichiatrico. Poi ne persi le tracce. Angiolo Marroni, garante dei detenuti del Lazio, dopo il suicidio di Diana Blefari, avvenuto in questi giorni nel carcere di Rebibbia, ha parlato di “schizofrenia e inabilità psicologica”. Non dubito che Marroni abbia tutti gli elementi per valutare lo stato delle cose. Tutti se ne sarebbero potuti rendere conto. Molti, che in questi anni hanno seguito la vicenda, non si sono meravigliati dell’esito finale. C’è una lunghissima documentazione in proposito e il guardasigilli Angiolino Alfano dovrebbe essere cauto prima di esercitarsi in affermazioni sfrontate, come quelle che ha fatto circa la compatibilità della situazione carceraria con lo stato di salute di Blefari. Che doveva essere curata, messa nelle condizioni di accettare di vivere e invece è stata lasciata a se stessa. Forse Alfano non sa bene quello che dovrebbe sapere, come ministro della Giustizia. Lo Stato e le sue istituzioni, le sue strutture e il suoi apparati, per l’ennesima volta sono mancati all’obbligo di tutelare le vite che la giustizia consegna alla pena detentiva. In un Paese come il nostro, che ha in Costituzione l’articolo 27, parla di stato di diritto e però straparla di diritto alla vita. Per tutti fuorché per le vite incarnate di donne e uomini. Per questo la pena rischia di assomigliare sempre più, per i più deboli e gli emarginati e i disperati, a una soluzione estrema. Di questo Alfano dovrebbe riuscire a dire qualcosa. Non sono in discussione i titoli di reato per i quali Blefari è stata condannata. E’ in discussione la responsabilità dello Stato che deve rispondere se abbia fatto – e non ha fatto – tutto per tutelare la vita di una donna detenuta nelle sue strutture carcerarie. Soprattutto oggi, con tutti i suicidi che si verificano nei luoghi di detenzione e Teramo, con i suoi lugubri echi di violenze sotterranee. Ma ormai il degrado dell’intero sistema carcerario, sotto gli occhi di tutti, e rischia di creare crescente assuefazione e indifferenza.

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Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine



Ignorata la disponibilità offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento

Inutile la disponibilità mostrata dalla “vecchie” brigatiste

Paolo Persichetti
Liberazione 5 novembre 2009

1758590-140x180In alcune redazioni non esitarono a definirla la «belva», e tutto a causa di una minuta sequestrata nella sua cella. Un abbozzo di lettera mai conclusa a un suo coimputato, soprattutto mai spedita. In realtà si trattava della messa per iscritto di un delirio scatenatosi in uno dei momenti più acuti della sua malattia psichiatrica. Era l’estate del 2005, e Diana Blefari Melazzi si trovava in regime di 41 bis aggravato, nella cosiddetta “area riservata” del carcere di Benevento. Nel pozzo più profondo che l’ingegneria sadica della punizione è riuscita a concepire. Ma la «belva» doveva essere lei. Faceva comodo quell’immagine bestiale da sovrapporre alla sparuta pattuglia di aspiranti nuovi brigatisti che, con i loro spari improvvisi, senza radici e senza futuro, avevano bruscamente risvegliato un paese distratto e annoiato. Alcune frasi di odio verso Marco Biagi, estrapolate dal testo, finirono in un rapporto della digos e poi sui giornali. Lo squilibrio mentale venne presentato come un proclama politico. La “pazzia” per la Blefari ha sempre funzionato come un elemento a carico, un’aggravante utile solo per condannarla all’ergastolo. Non è vero che poteva stare nel processo, come i giudici hanno sentenziato con ostinazione. “Doveva” stare nel processo, non aveva scampo. I suoi legali fecero ricorso contro il sequestro di quei fogli privati. Che rilevanza processuale poteva mai avere la parola di una persona ridotta in quello stato? Il tribunale del riesame di Bologna accolse il reclamo e ne dispose la cancellazione dal fascicolo processuale. Un riconoscimento che non ebbe seguito. Per anni la Blefari ha rifiutato le ore di socialità concesse. Non è mai uscita per l’ora d’aria, non ha mai acceso la luce della cella, è stata quasi sempre rintanata sotto le coperte e per lunghi periodi non ha effettuato i colloqui con i familiari e i suoi avvocati. Sospettava che il cibo dell’amministrazione fosse avvelenato e per lunghi periodi non mangiava. Aveva crisi d’identità e disturbi percettivi fino ad arrivare ad allucinazioni visive, particolarmente legate alla televisione nella quale vedeva dei “mostri”, motivo per cui aveva smesso di utilizzarla. Nel 41 bis di L’Aquila rifiutava di avere contatti con le sue coimputate, scambiandone una per Provenzano e l’altra per sua sorella. Rivedeva sua madre, morta suicida dopo una lunga depressione, sul muro di fronte alla sua cella. Nella sua ultima lettera annotava, «continuano le vibrazioni, le sensazioni negative, i sapori di merda in ogni cosa che mangio, le intrusioni nella mia testa sia quando sono sveglia che quando dormo». Ma per i periti nominati dai giudici il suo atteggiamento rientrava nella tipica condotta oppositiva di chi vive un rapporto di inimicizia politica verso le istituzioni. Singolare capovolgimento di fronte. Ogni volta che un detenuto politico è sottoposto a “osservazione scientifica della personalità”, per fruire dei cosiddetti benefici penitenziari deve lottare con chi pensa di poter leggere il suo vissuto politico  come una devianza che rinvia a disturbi della personalità. Quando questi ci sono realmente, vengono interpretati in modo politico. L’avvocato Caterina Calia ha ricordato la disponibilità venuta da molte detenute politiche storiche ad assistere la Blefari. Nelle carceri esiste la figura del “piantone”, ovvero di un detenuto che assume l’incarico di assistere un suo compagno impossibilitato a occuparsi di se stesso. La Blefari poteva essere aiutata, ma venne sempre tenuta isolata dalle altre politiche. C’era chi sperava di strumentalizzarne la sofferenza per farne una collaboratrice di giustizia. All’inizio dell’anno la Procura bolognese, approfittando dei segni di sofferenza mostrati, sentì la donna nel tentativo di sondare una sua eventuale disponibilità a collaborare con le forze dell’ordine e la magistratura. La Blefari è morta anche per “induzione al pentimento”.

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Suicidio Blefari Melazzi, l’uso della malattia come strumento di indagine
Induzione al pentimento
Cronache carcerarie
La morte di Blefari Melazzi e le carceri italiane

Induzione al pentimento. Diana Blefari Melazzi e l’uso del carcere duro come strumento per estorcere collaborazioni con l’autorità giudiziaria

I restroscena del suicidio di Nadia Blefari Melazzi

(ANSA) – BOLOGNA, 2 NOV – All’inizio dell’anno, la Procura bolognese sentì Diana Blefari Melazzi nel tentativo di sondare una sua eventuale disponibilità a collaborare con le forze dell’ordine e la magistratura, tenendo conto anche dei segni di insofferenza per la detenzione già mostrati dalla brigatista. Ma lei – ha riferito la Procura – disse che non voleva collaborare in alcun modo. Gli inquirenti emiliani hanno confermato di essere al corrente dei problemi psichici della donna, fatto emerso anche durante l’interrogatorio a Massimo Papini, arrestato il primo ottobre su iniziativa delle Procure di Bologna e Roma con l’accusa di essere un militante delle nuove Br, ed ex compagno della Blefari. In quell’occasione l’uomo aveva ribadito al pm Enrico Cieri, titolare dell’inchiesta, il disagio psicologico in cui si trovava la brigatista esprimendo preoccupazione per questo. Inoltre, ha ricordato la Procura, durante il processo davanti alla Corte d’Assise di Bologna per l’omicidio Biagi, una perizia psichiatrica sulla donna stabilì che era capace di essere presente al processo. (ANSA). Y1C-GIO 02-NOV-09 15:34 NNN

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Dietrologia – Chi spiava i terroristi

Libri – Chi spiava i terroristi. Kgb, Stasi – Br, Raf. I Documenti negli archivi dei servizi segreti dell’Europa “comunista”, Pendragon editore 2009

autor dementio memoriae
Chi Spiava i terrorsiti è il titolo di un libro recentemente pubblicato da Pendragon; scritto da Antonio Selvatici, porta come sottotitolo “KGB, Stasi – BR, RAF”, e si basa sui “documenti negli archivi dei servizi segreti dell’Europa ‘comunista’”. Un commento al post precedente (Un Valpreda per Bologna) lo richiama genericamente come argomento o fonte di ‘risposte’ al post medesimo.Il lavoro dell’imprenditore bolognese Selvatici ha senz’altro un paio di pregi. Si tratta di una ricerca impostata sulla consultazione di documenti originali, cosa rara tra i giornalisti italiani specializzati in ‘terrorismo’, abituati a citare se stessi e a dedicarsi più alle interpretazioni delle interpretazioni che ai fatti.
Scrivere una ‘analisi’ adeguata alle teorie del momento è ben più facile e pagante che frugare per mesi negli archivi segreti sopravvissuti alla caduta del blocco sovietico, scrutando documenti, vergati in lingue incomprensibili, che non avendo alcun legame con l’attualità non porteranno alcuna gloria.

La ricerca si vuole inoltre impostata con un respiro che tiene conto di prospettive di lettura ‘altre’, cioè non-italiane. Lodevole tentativo di sprovincializzazione, anche se la cosa si riduce ad annoverare tra le fonti bibliografiche alcuni autori anglofoni (che egli impropriamente considera accademici).

Le buone intenzioni vanno però confrontate con due aspetti cruciali: la coerenza con cui le si applica, ed ovviamente i risultati ottenuti.
Sul piano dei risultati, l’unico elemento significativo sembra essere l’assenza di qualsiasi elemento collegabile ad un ‘grande vecchio’, ovvero alla teoria dietrologica a lungo in voga, secondo la quale la lotta armata italiana, ed in particolare quella delle Brigate Rosse, era teleguidata, ‘eterodiretta’ o comunque condizionata dai servizi segreti di questo o quel paese del blocco sovietico.

Dice Selvatici, nelle sue conclusioni: “Ciò che chiaramente emerge da questo libro sono i solidi legami che alcuni membri delle Brigate rosse avevano allacciato con altre formazioni terroristiche.”
E i documenti dei servizi segreti?

Si ha un bel cercare e rileggere per trovare questa chiarezza emersa (chi aveva rapporti con chi, e soprattutto, quando?) e le delusioni si susseguono ad ogni paragrafo. Apprendiamo per esempio (pag. 27), che il giorno dopo la morte di Aldo Moro la Stasi inviò ai posti di confine l’ordine di intensificare i controlli e che un anno dopo ne tracciò un bilancio: “36 investigazioni speciali di cittadini italiani appartenenti alle Brigate rosse”. “Chi erano dunque i brigatisti che tra il maggio 1978 ed il maggio 1979 oltrepassarono il muro? Qual era la ragione della visita?” chiede Selvatici al povero lettore, senza neppure dargli un ‘aiutino’.

Poco più avanti, ma a tutt’altro proposito, ecco qualche nome. Non si tratta di controlli di frontiera, ma della sezione antiterrorismo della Stasi, dove “sono state rinvenute le schede intestate a Barbara Balzarani, Cesare Battisti, Renato Curcio, Adriana Faranda, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari, Francesco Piperno, Giovanni Zamboni, Mario Moretti, Lauro Azzolini, Alessio Casimirri e Patrizio Peci.”

Finalmente? No, non c’è trippa per gatti nemmeno qui. O Selvatici non ha visto le schede, o sono così irrilevanti che non dice molto di più: due paragrafi dopo (pag. 30) precisa che le schede di Balzarani, Gallinari, Azzolini, Franceschini, Curcio, Morucci e Moretti sono classificate ‘ZAIG-5’, ovvero condivise ed accessibili dai servizi membri di un accordo: Unione Sovietica, Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia, Mongolia, Cuba, Germania dell’est e Vietnam. E racconta che è in un’informativa di questa rete, stilata a Cuba nel settembre 1987, che figurano assieme i nomi di Barbara Balzarani e Cesare Battisti. Barbara Balzarani era all’epoca in galera in Italia già dal 1985. Cesare Battisti, che delle Brigate Rosse non ha mai fatto parte a nessun titolo, era in esilio già da qualche anno tra Messico e Francia.

Il senso di queste non-informazioni, Selvatici non ce lo spiega.
Né ci fa conoscere le fonti che le alimentavano: se ZAIG-5 aveva una funzione analoga all’Interpol (permettendo agli Stati membri di comunicare una misura specifica adottata in relazione all’informazione, come per es. il divieto di ingresso in URSS per Prospero Gallinari) non è impossibile che vi venissero riversate informazioni provenienti proprio dall’Interpol o da servizi occidentali, poi non aggiornate. Lo stesso Selvatici ri-scopre che la Stasi aveva infiltrato il Bundeskriminalamt (BKA, Repubblica Federale Tedesca), e da quella fonte alimentava la sua schedatura; appunto nel caso di Barbara Balzarani, ultima della vecchia guardia brigatista ad essere ancora attiva negli anni ’80.

E poi? Di fronte ai desolanti risultati, Selvatici ricorre alla ‘sua’ bibliografia di 174 testi. Il libro corrisponde allora ad un ‘tutto quello che ho rimediato sulla sinistra italiana e i servizi segreti del blocco orientale’.
E c’è proprio di tutto, dalla bufala giurassica dei campi d’addestramento per brigatisti in Cecoslovacchia, a Primo Greganti, funzionario del PCI arrestato per l’inchiesta anticorruzione ‘mani pulite’, che per il Partito costruiva un sistema di finanziamento con una ditta della Stasi. Su quest’ultimo terreno Selvatici impiega meglio le sue competenze in gestione d’impresa, e la cosa occupa la seconda metà del libro- salvo a chiedersi che c’entrino gli impicci del PCI e i suoi contatti con Mosca con quanto annunciato nel titolo.
Non v’è neppure tentativo di capire quanto intensa fosse la trasmissione del PCI ai partiti fratelli di informazioni sui brigatisti (o sui fascisti); Selvatici è preso dalla sua convinzione che il PCI abbia commesso il “peccato originale” (sic) “di non avere capito che le Brigate rosse non erano ‘compagni che sbagliano’ ma ‘compagni che sparano’”, non lavato dalla sua successiva opera di delazione e di collaborazione coi carabinieri.
En passant, trova modo di buttare lì:

In Svizzera, membri di Soccorso rosso si adoperarono per trovare rifugio al brigatista fuggitivo Piero Morlacchi (marito dell’ex-cittadina della DDR Heidi Peusch. Non dimentichiamoci che Piero Morlacchi, prima d’entrare a far parte del nucleo storico delle Brigate rosse, trascorse alcuni mesi nella DDR).

No, non ce lo dimentichiamo, né dimentichiamo che ci andò nel 1963-64 a lavorare come tipografo specializzato. Il piccolo veleno di Selvatici è quanto più disonesto se si considera che nella sua bibliografia figura il libro di Manolo Morlacchi (figlio di Pierino) “La fuga in avanti”, dove si può leggere (pag. 98-103) il racconto di Heidi Peusch del drammatico tentativo di ottenere rifugio politico, nel 1974, nella Repubblica Democratica Tedesca.

Non ce lo dimentichiamo, il “racconto di un lungo viaggio verso la libertà” di Heidi Peusch incinta, con il figlio Manolo di 4 anni ed il marito Pierino Morlacchi, che tentano di avere ospitalità fino a farsi bloccare alla frontiera, profughi non riconosciuti. È uno spaccato sul perdurare delle illusioni di chi è nato e cresciuto in una tradizione comunista profonda come quella della famiglia Morlacchi a Milano; è la storia di uno dei primi, rarissimi tentativi di domanda di asilo politico da parte di militanti italiani all’estero; ed è la prova-provata dell’assenza di relazioni positive con la Stasi.
Lo ricordiamo, ad onore della memoria di Heidi e Pierino.
(l’immagine riproduce pag. 190 del libro di Manolo Morlacchi)

Di nuovo Thomas Kram, ‘a gratis’
Si diceva sopra che il lavoro di Selvatici ha l’apparenza di una documentazione verificata, eppure vi si trovano un paio di affermazioni non secondarie senza il più vago riferimento a prove o fonti. E proprio al capitolo ‘Carlos e strage di Bologna’ scrive Selvatici:

Alcuni documenti riguardanti il possibile coinvolgimento di un membro del gruppo Separat nell’attentato alla stazione di Bologna sono già stati verificati con esito positivo dalla polizia italiana. Effettivamente, la notte precedente l’attentato, un membro del gruppo terroristico Separat, Thomas Kram, aveva pernottato a Bologna. Fatto noto alla polizia italiana, il rapporto si trova nell’archivio della DIGOS di Bologna. (pag.39-40)

Segue la citazione del documento, che evidentemente NON dice che Kram era membro di ‘Separat’. La domanda, semplice semplice, è: CHI afferma che Kram era un membro della banda di Carlos?

Diversamente da quasi tutto il resto del libro, dove le affermazioni sono fornite di riferimenti archivistici o documentali, qui niente. L’autore si è fidato della parola del suo amico Gian Paolo Pelizzaro (ex-esperto della ‘commissione Mithrokin’ e detektiv del giornale della destra sociale ‘Area’), e ha fatto male. Continua Selvatici:

Inoltre è stato appurato che Christa Margot Fröhlich (detta ‘Heidi’, arrstata il 18 giugno 1982 all’aeroporto di Fiumicino mentre trasportava una valigia contenete esplosivo) da tempo in contatto con l’organizzazione capeggiata da Carlos, il 2 agosto 1980 alloggiò all’Hotel Jolly di Bologna.

Ancora una domanda semplice semplice: CHI avrebbe appurato che la donna era in quell’albergo?

Se nell’articolo precedente s’era detto abbondantemente di Thomas Kram, di Christa Fröhlich s’era evitato di parlare, poiché gli stessi implacabili accusatori avevano smesso di parlarne, ‘tanto lontano ne è il profilo reale da quello che loro avevano proposto’. Riprendiamo allora quanto pubblicato da Guido Ambrosino sul Manifesto del 1. agosto 2007

I detektiv della Mitrokhin sembrano credere che a Bologna ci fosse anche Christa Fröhlich. Fu fermata a Fiumicino il 18 giugno 1982, con 3,5 chili di esplosivo nella valigia. La stampa pubblicò la sua foto. Un cameriere dell’hotel Jolly vi ravvisò una “certa somiglianza” con una donna vista quasi due anni prima: parlava italiano con accento tedesco, il primo agosto si era fatta portare una valigia alla stazione, il 2 agosto telefonò per accertarsi che i suoi due figli non fossero sul treno investito dalla bomba, aveva lavorato come ballerina nei pressi di Bologna.
Christa Fröhlich ha ora 64 anni, insegna tedesco a Hannover. Confrontata con questa descrizione, non sa se ridere o piangere: “Non ero a Bologna. Non ho figli. Mai un ingaggio da ballerina. E nel 1980 non sapevo una parola di italiano”.

Christa Frohlich ha fatto le sue scelte politiche, e le ha pagate col carcere.
Oggi, va ringraziata per avere tradotto in tedesco ‘L’orda d’oro’ di Primo Moroni, un testo essenziale per chiunque voglia capire qualcosa degli anni ’70.

La ciliegina avvelenata
Perché mai un tipo pacioso come Antonio Selvatici si lancia su provocazioni così pacchiane? I suoi suggeritori hanno forse dimenticato di aggiornarlo, lui non se n’è accorto… Scartabellare schede ingiallite e mute è soporifero per chiunque, anche un topo d’archivio può anelare a un salto nell’attualità.

A fidarsi ciecamente dei suggeritori il ricercatore rischia però la sua credibilità: quando mai un vero giornalista d’inchiesta non verifica le fonti di accuse così gravi?
Ma Selvatici raddoppia:

Vi è una pista investigativa non ancora seguita che proverebbe datati collegamenti tra alcuni membri della banda Carlos ed ex appartenenti a gruppi estremistici italiani. Probabilmente bisognerebbe recarsi in Francia, in un paese a nord di Parigi: Montreuil, e qui cercare di parlare con estremisti italiani che frequentano il luogo. (pag.41)

Tutto ciò che si capisce, è che c’è ancora un suggeritore, e che la voglia di giocare un po’ ad aumma-aumma cresce. Selvatici si confida con un esperto di questi giochi, Cristiano Lovatelli Ravarino:

– Il rapporto tra Carlos e la strage del 2 agosto è un tassello molto delicato. Sappiamo che la Procura della Repubblica sta indagando e il pm Enrico Cieri è già andato a Parigi a interrogare Carlos e diverse volte a Berlino a consultare documenti nell’Archivio Centrale, aspettiamo l’evoluzione di questa indagine… è anche vero peraltro che nel libro prospetto una nuova pista indagativa…”
– Quale pista scusa ?
– Una pista visibile puntando i fari su di un paesettino a nord di Parigi dove terroristi italiani e terroristi stranieri si incontrarono con i risultati che sappiamo. Non sono riuscito a provarlo ma ho una fonte di altissimo livello che me lo ha raccontato e di cui mi fido ciecamente.
– Ma scusa Antonio è una bomba-se mi passi il macabro gioco di parole-non potresti essere più esplicito ?
– Qui habes auduies audiendi audiat. Non sono io a questo punto ma la Procura a cui spetta di verificare la totale veridicità di quello che ho scoperto.

Con o senza latinorum, Montreuil è sempre est di Parigi, non a nord. E per essere un ‘paesetto’ conta 101mila abitanti.

Un modesto suggerimento: prima di andare in missione tra i bistrot del luogo per carpire informazioni con qualche ballon de rouge, il nostro potrebbe dare un’occhiata a Google Street View.
Fosse mai che il volto di qualche estremista italiano rifugiato in Francia non sia ancora stato cancellato?

3 commenti:

1. Ringrazio per la recensione. Sono l’autore.
Non mi addentro in questioni archivistiche: sarebbe noioso e per me troppo facile smontare affermazioni non esatte.
Ciò che giustamente avete segnalato è il tentativo (se ben o mal riuscito lo decideranno i lettori) di descrivere da un angolazione differente (quella degli archivi) alcune vicende che hanno profondamente segnato il Paese negli anni Settanta. Non ho nessuna pretesa di essere esaustivo, Anzi. Il mio è un tentativo.
Da un analisi così approfondita del testo mii aspettavo qualche riga riguardo i collegamenti Br- Medio Oriente.
Per quel che riguarda il defunto Morlacchi (spero che il figlio abbia sanato i suoi problemi con la giustizia) abbiamo usato la stessa fonte. Ed è qui che troviamo i racconti del bambino-Morlacchi delle vacanze che assieme ai genitori ed a altri membri delle Br trascorreva in una abitazione-rifugio sulle colline ad una manciata da Bologna: a Castel D’Aiano. Permettimi un po di dietrologia travagliana: è un vero peccato che una così ben frequenatta (numericamente intento) casa vacanze-rifugio non sia mai stato scoperto.
Grazie ancora per la recensione
Antonio Selvatici
25 settembre 2009 14.23

2. Ti è passato per la testa che forse invece è stata scoperta? Capisco che è dura per un dietrologo. Mi dispiace deludere la tua sete di mistero. Il fatto è che hanno scoperto una casa nella quale andavo in vacanza (rifugio???) con mia nonna, le mie zie, i miei cuginetti (anche venti alla volta) e della quale giustamente non fregava nulla a nessuno. Ma non ti accorgi del ridicolo?
Mia madre scappò dalla DDR perché detestava la politica di quel paese. Le fu vietato di rientrare persino nei primi anni ’80 alla morte di mio nonno. Mio padre scappò dalla DDR dove lavorava come tipografo per il grigiore di quel mondo. Se ne andò a Stoccolma, ben più contento, dove rimase un altro anno.
Il loro errore fu quello di pensare che, in quanto comunisti (come ricorda molto bene l’autore della recensione), potessero essere accolti. Fu proprio in quanto comunisti (non del PCI, dunque) che vennero di fatto consegnati alla polizia occidentale. Il resto, permettimi Selvatici, sono tutte minchiate.
Permettimi anche di dirti che non era solo numericamente ben frequentata la casa di Castel d’Aiano, ma anche e soprattutto umanamente.
Infine, per ciò che concerne i miei problemi con la giustizia, sto trattando con i servizi della Corea del nord per un salvacondotto, tramite Hamas, il Mossad e il mullah Omar…
Saluti,
Morlacchi
3 ottobre 2009 14.41

3. Caro Morlacchi,
Caro Manolo Morlacchi,
speravo che tu intervenissi. Così come spero tu abbia letto il mio libro.
Se non sbaglio, nel tuo libro a proposito del casolare di Castel D’Aiano riporti anche i ricordi di tuo zio. – Ricordo Ognibene che guarda mia moglie…-. Ti ricordi che si trattava di un vecchio casolare in quel di Roffeno? Naturalmente non si tratta di quel Ognibene che conosco bene. Probabilmente racconto delle – minchiate-, ma più probabilmente tu non sei a conoscenza di atti e documenti che conservo.
Riguarda i tuoi rapporti con la giustizia, sccsa, ma non m’importa nulla.
Antonio Selvatici
6 ottobre 2009 15.49

Ora l’Italia s’inventa l’ergastolo virtuale pur di riavere Battisti

Rinviata la decisione del Supremo tribunale federale brasiliano sull’estradizione. Il procuratore Cesar Peluso favorevole a patto che l’Italia rinunci all’ergastolo commutando la condanna a una pena non superiore a 30 anni

Valentina Perniciaro
L’altro
11 settembre 2009

Dopo otto mesi di stallo il “caso Battisti” è approdato nelle aule del Supremo tribunale federale brasiliano, equivalente alla nostre Corte Costituzionale. Su richiesta del governo italiano, nove magistrati dovranno pronunciarsi per decidere se sospendere o meno l’asilo politico concesso a gennaio a Cesare Battisti, ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo condannato in contumacia all’ergastolo per quattro omicidi, dal ministro della giustizia brasiliano Tarso Gendro. Il dibattimento non ha portato alla sentenza come ci si aspettava, ma ad una richiesta di sospensione che dia il tempo di esaminare ulteriormente le carte. A data da destinarsi, quindi. battisti01gCesare Battisti non era presente in aula, al contrario del rappresentante del ministero di Grazia e Giustizia Italo Ormanni e dell’ambasciatore italiano in Brasile. Dovessimo prender per buone le parole e l’enfasi della stampa italiana, immagineremmo già Cesare Battisti su un volo per l’Italia, con solide manette ai polsi. Urlano tutti giulivi, starnazzano ad un’estradizione praticamente ottenuta quando la realtà è chiaramente diversa e rivela una partita aperta, ancora tutta da giocare. Degli undici membri originari del Supremo tribunale federale saranno solamente nove quelli a votare: Meneses Direito è infatti scomparso da pochi giorni mentre Cesar de Melo ha deciso di astenersi su questo specifico caso. Dei nove magistrati sono stati otto ad essersi già pronunciati .Quattro a favore della richiesta italiana tra cui il giudice relatore Cezar Peluso, ed altri quattro hanno difeso la concessione dello status di rifugiato politico. Marco Aurelio de Mello, l’ultimo a dichiararsi pro-asilo politico ha fatto richiesta di sospendere il processo. Quello che la stampa italiana tende a non sottolineare e quasi ad occultare completamente è che anche i giudici che hanno votato per l’estradizione, hanno posto delle clausole che non saranno molto facili da gestire per il governo italiano. L’Italia fino a questo momento ha recitato la parte dello spettatore rumoroso ed arrogante; senza dover muovere alcun passo è stata a guardare con polemiche dai toni medievali e dagli atteggiamenti spesso razzisti a cui ormai stanno tentando di abituarci. Ma se l’Italia dovesse vincere questa prima battaglia si troverebbe comunque non poco in difficoltà per riuscire a sottostare alle leggi internazionali. Cezar Peluso, giudice relatore, quello che con più enfasi ha dichiarato di esser favorevole a veder tornare Battisti in Italia ha però posto come requisito minimo che l’ergastolo venga commutato ad una pena non superiore ai trent’anni, visto che in Brasile è stato abolito.
499445fa87604_zoomIeri il ministro degli Esteri Franco Frattini è riuscito a dichiarare: “Spero che la decisione tenga conto del fatto che l’Europa è la culla dei diritti fondamentali e che se accadesse che un cittadino europeo fosse ritenuto rifugiato fuori dall’Europa significherebbe smentire che l’Europa ha una Carta dei diritti fondamentali e che ovviamente nessuno qui può essere torturato, perseguitato, né trattato indegnamente.”  Forse non è stato mai informato delle condizioni che vivono i detenuti in Italia, schiacciati da un sovraffollamento unico in Europa e dalle discriminazioni razziali ormai sancite con il nuovo pacchetto sicurezza, testo di legge che dovrebbe almeno farci stare silenziosi su come “trattiamo degnamente” le persone. C’è una differenza di fondo tra il Brasile e questo nostro starnazzante paese: nel rovesciare la dittatura, loro, hanno rivoluzionato anche il sistema penale, abolendo la pena di morte e l’ergastolo perché non rispettosi dei diritti umani fondamentali. E’ incostituzionale una condanna che porti scritto sopra “Fine Pena Mai”, è inconcepibile la ghigliottina legalizzata che nella nostra società appare così normale. Ma d’altronde siamo un paese che, nel rovesciare la propria dittatura, non ha sentito l’esigenza di cambiare anche il proprio codice penale: i nostri giudici sentenziano tuttora con il Codice Rocco tra le mani, non c’è altro da dire. Commutare l’ergastolo di Battisti con una pena inferiore ai trent’anni. Come faranno? Se riuscissero ad ottenere la sua estradizione si riaprirebbero le richieste anche per tutti gli altri militanti della lotta armata italiana rifugiati per la maggior parte in Francia, di cui molti ergastolani. Tolgono l’ergastolo a tutti? E chi, e non sono pochissimi, tra gli ex militanti delle Brigate Rosse sta ancora scontando la pena dopo 32 anni di carcerazione? Anche i loro di ergastoli cancelliamo o continueremo a non concedergli nemmeno la condizionale? Ministri e deputati, giudici e magistrati,  giornalisti e parolai che già cantano vittoria in attesa di brindare attorno al nuovo corpo in catene che rientra in patria, inizino a pensare come gestire questo cavillo non da poco posto dai colleghi sudamericani.

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Le consegne straordinarie degli esuli della lotta armata

Caro Lula, in Italia di ergastolo si muore

Caso Battisti fabula do ergastolo
Governo italiano so obtem-extradicoes
Estradizione Cesare Battisti, la menzogna dell’ergastolo virtuale

Cesare Battisti, un capro espiatorio
Brasile, rinviata la decisione sull’estradizione di Battisti
Brasile: niente asilo politico per Cesare Battisti
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

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Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
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Caso Battisti: una guerra di pollaio
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Il nemico inconfessabile, anni 70
Un kidnapping sarkozien

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La Francia ha deciso di scarcerare Marina Petrella
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Marina Petrella sarà estradata, addio alla dottrina Mitterrand

Cesare Battisti, un capro espiatorio

Fine pena mai: il caso Battisti e l’anomalia italica

Sandro Padula
L’Altro 11 settembre 2009

Caso Cesare Battisti. Mai nella storia della Repubblica italiana c’è stato un così grande e prolungato impegno dei governanti per estradare una persona. A tale scopo, negli ultimi anni, è stato ingigantito artificialmente il ruolo che Battisti avrebbe avuto nei Proletari Armati per il Comunismo (Pac) e si è volutamente taciuto che nei relativi processi contro tale organizzazione fu condannato in contumacia, quindi senza alcuna possibilità di difendersi, sulla base di  vaghe ipotesi accusatorie lanciate da un “pentito” (omicida reo confesso) e rese possibili dalle leggi politiche e antigiuridiche dell’Emergenza. Leggi che da una lato aumentavano di un terzo le pene rispetto a quelle previste dal codice penale per chi, fra le migliaia di inquisiti per  “banda armata” e “associazione sovversiva”, non scaricava le proprie responsabilità su altri e neanche accettava di pronunciare dichiarazioni di abiura; mentre dall’altro concedevano grossi sconti di pena a “pentiti” e a “dissociati”.

Militanti fascisti chiedono l'estradizione di Battisti

Militanti fascisti chiedono l'estradizione di Battisti

I Pac sorsero negli ultimi mesi del 1977, dopo la repressione statuale del forte movimento autonomo di lotta che quell’anno si era sviluppato in tutta Italia, e come risposta alla nuova realtà delle carceri speciali.  Nacquero perciò  nel clima politico e culturale successivo alle critiche di Jean Paul Sartre e molti altri intellettuali francesi nei confronti dell’autoritarismo della democrazia italiana e alcuni anni dopo le taglienti osservazioni di Pier Paolo Pasolini che, pur avendo un sapore generico e quindi populistico, criticavano duramente il trentennale regime democristiano. Dirigenti dei Pac, un’organizzazione composta da oltre una sessantina di persone fra operai, disoccupati, insegnanti e giovani studenti, furono Sebastiano Masala, Giuseppe Memeo e Arrigo Cavallina. Le leggi dell’Emergenza hanno riscritto però la storia stessa dei Pac. Cesare Battisti, colui che era un rapinatore politicizzatosi in carcere, è diventato prima il maggior capro espiatorio di tutta la vicenda dei Pac e poi, negli ultimi anni, il simbolo di un caso strumentalizzato  dai governanti per proporre nuove politiche securitarie e, come ha motivato la richiesta italica di sua estradizione dal Brasile, per non riconoscere il carattere sociale e politico anti-sistemico della lotta armata e nascondere la verità storica del periodo che va dalla seconda metà degli anni ’70 ai primi anni ’80: carceri speciali, torture e leggi liberticide. Tutto ciò significa che esistono due problemi. Il primo riguarda il fatto che in Italia non vi sia stata una soluzione politica degli anni ’70. Il secondo e ben più grave è che il nostro paese, a differenza del Brasile e di tanti altri, anche in Europa, insiste a mantenere l’ergastolo. L’Italia razzola male e predica anche male. Per anni ha preteso che una persona, condannata in contumacia all’ergastolo sulla base delle politiche leggi dell’Emergenza, fosse estradata da un paese in cui non esiste il “fine pena mai” ad uno che ancora lo contempla. La stesse leggi italiane non dicevano e non dicono forse che non si dovrebbe estradare chi, all’estero, rischia pene e sofferenze maggiori?
Mercoledì il  Tribunale Federale Supremo del Brasile ha rinviato la decisione sull’estradizione di Cesare Battisti. Il Presidente Gilmar Mendes, pur essendo favorevole, si è astenuto ”per il momento”  in quanto il suo voto sarebbe risultato decisivo dopo che quattro giudici si erano pronunciati a favore e quattro contro tale provvedimento. È difficile fare delle previsioni su come andranno a finire le cose che oggi si trovano in stato di equilibrio precario. In ogni caso non bisogna dimenticare che Cesar Peluso,  relatore del Tribunale Federale Supremo brasiliano, si è dichiarato favorevole all’estradizione a patto che l’ergastolo sia commutato ad una pena massima pari a 30 anni di carcere.
Chi dovrebbe operare una tale commutazione? Il Presidente della Repubblica italiana? E tale eventuale commutazione non dovrebbe riguardare, in base ai criteri formali dell’uguaglianza di ognuno di fronte alle leggi, tutti i “fine pena mai” esistenti in Italia?

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Brasile, rinviata la decisione sull’estradizione di Battisti

Il relatore del Tribunale supremo del Brasile si pronuncia per l’annulamento dell’asilo politico concesso a Battisti e ne chiede l’estradizione a patto che l’Italia commuti l’ergastolo ad una pena non superiore a 30 anni. Il Brasile infatti non riconosce la pena dell’ergastolo abolita dal proprio codice penale dopo l’uscita dalla dittatura fascista

Una richiesta che mette in seria difficoltà l’Italia. Il ministro degli esteri Frattini e quello della Difesa La Russa, che vantavano i meriti del nostro sistema giudiziario immacolato (salvo quando si occupa di Berlusconi), sono in difficoltà. L’Italia infatti non è disposta ad accogliere una richiesta del genere che inevitabilmente, in ragione del principio di eguaglianza del trattamento, aprirebbe un contenzioso sull’abolizione di questa pena, per altro già prevista nel dettato costituzionale

Insomma l’Italia è sempre più in un vicolo cieco

Paolo Persichetti
Liberazione 11 settembre 2009

Nonostante l’euforia con la quale molti quotidiani italiani, Repubblica in testa, hanno dato per certa l’imminente estradizione di Cesare Battisti, dopo l’udienza tenutasi mercoledì scorso davanti al tribunale supremo brasiliano (l’equivalente della nostra corte costituzionale), la complessa partita politico-giudiziaria che si sta giocando attorno alla vicenda è ancora tutta aperta. ALeqM5igDSk4Oj0Y4UD4b8FwQtlVQjYD1A
Dopo 11 ore di discussione la corte si è aggiornata rinviando ogni decisione a data da destinarsi. Il presidente Gilmar Mendes ha accolto la richiesta di sospensione avanzata del giudice Marco Aurélio Mello. Oltre al merito, infatti, sono state affrontate numerose opzioni procedurali. Nel corso del primo giro di votazioni la corte si è spaccata: il relatore Cezar Peluso e altri tre giudici hanno votato per l’annullamento dell’asilo politico riconosciuto dal ministro della giustizia Tarso Gendro. A loro avviso la scelta di concederlo sarebbe stata infondata perché i reati ascritti a Battisti (condannato a due ergastoli per la sua militanza nella lotta armata nei lontani anni 70) non sarebbero politici ma di «dritto comune». Tuttavia, poiché il Brasile dopo la dittatura militar-fascista ha abolito l’ergastolo dal suo codice penale, il relatore ha legato l’eventuale via libera per l’estradizione all’accoglimento da parte italiana di una clausola che prevede la commutazione dell’ergastolo ad una pena non superiore ai 30 anni.
Joaquim Barbosa e altri due giudici hanno invece difeso la concessione dello status di rifugiato, replicando che sarebbe stato assurdo smentire la politicità dei reati attribuiti a Battisti perché riconosciuta dalla stessa giustizia italiana attraverso l’applicazione di specifiche aggravanti di pena. Ai tre, che hanno anche censurato l’arroganza del governo italiano e le dichiarazioni razziste di alcuni ministri nei confronti del Brasile, trattato alla stregua di una repubblica delle banane, si è aggiunta la posizione più sfumata di Mello.
Quattro contro quattro insomma. Mancavano due membri del collegio, il giudice Menezes Direito deceduto da pochi giorni, ferocemente convinto dell’estradizione di Battisti. In attesa che riacquistasse le forze il presidente del tribunale aveva appositamente rinviato per mesi la discussione del caso, con la segreta speranza di potersi avvalere del suo voto. L’altro magistrato, Celso de Melo, si è pilatescamente tirato fuori dalla contesa. Ago della bilancia potrebbe essere il Presidente Mendes che mercoledì ha preferito non votare, sempre che non si decida di escludere dal voto il relatore, come proposto da alcuni. Mendes, uomo della destra e gran rivale di Lula, è uno dei capofila del partito dell’estradizione, molto sensibile alle pressioni del governo italiano. Terminata la pausa di riflessione, se non ci saranno nel frattempo cambiamenti, l’aritmetica farà il suo corso sfavorevole a Battisti. Se permanesse invece una situazione di parità, dovrebbe prevalere il principio del favor rei.
499e6d2fc191c_zoomQuello che stampa, mondo politico ed esponenti della vittimocrazia italiana omettono di raccontare, è che l’eventuale annullamento dell’asilo politico avrà come unico effetto immediato la riapertura della procedura d’estradizione, sospesa proprio in virtù della copertura fornita dallo status di rifugiato. Insomma non vedremo affatto Battisti manette ai polsi arrivare in Italia, per la delusione del ministro Frattini e del suo collega La Russa, che un po’ di diritto penale comparato e qualche convenzione internazionale potrebbero pure studiarli. In ogni caso la decisione finale – sempre che la magistratura non dichiari irricevibile la richiesta d’estradizione (va ricordato che il mancato riconoscimento dell’asilo politico non inficia minimamente la possibilità di rifiutare una domanda d’estradizione) – spetta in ultima istanza a Lula.
Non è chiaro cosa farà il presidente brasiliano, negli ultimi tempi sembra che per ragioni di politica interna e d’opportunità internazionale abbia ammorbidito la sua posizione e si sia fatto più ricettivo rispetto alle posizioni italiane, nonostante la loro fastidiosa invasività. La stessa scrittrice Fred Vargas, nume tutelare di Battisti, si è fatta portavoce nelle ultime ore di questi timori legati al mutare degli equilibri interni al governo brasiliano, alla necessità per Lula di avvalersi del sostegno elettorale di un ministro rivale di Gendro. Certo la scrittrice poteva pensarci prima. È lei una delle responsabili della disastrosa linea difensiva sempre portata avanti. Per l’Italia, comunque vada, la vicenda Battisti sarà una grosso problema. Con la sua ostinata insistenza si è cacciata in un vicolo cieco. Figuraccia internazionale se il Brasile dovesse alla fine negare l’estradizione, confermando il giudizio pessimo che già in sede internazionale viene espresso nei confronti del suo sistema penale e penitenziario. Sono ben sette i paesi al mondo che nel corso degli ultimi decenni hanno rifiutato l’estradizione di militanti politici degli anni 70. Tra questi, oltre alla Francia della dottrina Mitterrand, c’è stata anche la Gran Bretagna. In caso contrario, l’Italia dovrebbe mettere mano alla pena dell’ergastolo per Battisti adeguandosi a quei parametri internazionali di civiltà giuridica che da noi fanno difetto. A quel punto si porrebbe il problema degli oltre 1400 ergastolani d’Italia, e degli altri detenuti politici in carcere da oltre 30 anni. La disponibilità espressa a suo tempo dal ministro Mastella venne travolta dalla reazione della lobby vittimocratica. A differenza del Brasile, il nostro sistema politico non ha avuto la nitidezza di liberarsi delle eredità della dittatura fascista, di cui conserviamo ancora un codice penale addirittura irrigidito dalle leggi dell’emergenza.

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Indulto e crollo della recidiva: una lezione che non piace a Marco Travaglio

Al pubblico ministero d’Italia non va giù che l’indulto abbia contribuito a ridurre il numero dei reati

Paolo Persichetti
Liberazione 26 agosto 2009

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Ci mancava proprio lui, don Manetta. La calura ci aveva liberato per un po’ dalle sue requisitorie.
Marco Travaglio è tornato a prendersela con l’indulto. Sull’Espresso (20 agosto) definisce un «presunto ragionamento portentoso» l’analisi dei dati della ricerca di Giovanni Torrente, (http://www.ristretti.it/commenti/2009/maggio/pdf15/ricerca_torrente.pdf.) dell’università di Torino, che hanno dimostrato come indulto, benefici e misure alternative, abbiano abbattuto la recidiva delittuosa. Insomma fatto calare i reati. Una cocente sconfitta per i giustizialisti della sua risma.
A Travaglio i numeri non piacciono. Li preferisce solo se declinati in anni di galera, altrimenti adora le parole, ma solo dei pentiti, soprattutto se de relato. È uno da buco della serratura che si trastulla con le intercettazioni telefoniche. Per il pubblico ministero d’Italia, se la recidiva è crollata è solo perché i furfanti non sono stati ancora presi. Aspettate e vedrete, dice. Un vero puzzone, uno di quelli che pur di non starci è disposto a fare carte false.
Caro dottor Manetta a essere calati sono i fatti-reato. Se ci sono meno denunce vuole dire che ci sono stati meno delitti, non meno persone arrestate. Anzi quelle aumentano per effetto di leggi che puniscono l’uso di droghe e la migrazione clandestina. Così le carceri scoppiano.
Ci sono due cose che Travaglio non capirà mai: la prima è che solo a metà degli anni 70 l’Italia ha toccato il suo minimo storico di detenuti. Quando la gente ha una speranza e lotta, non ruba. La seconda è che la pensa come Martelli e Craxi, che per primi introdussero la politica della tolleranza zero.

Link
Giovanni Torrente, indulto. La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.pdf.

I dati che smentiscono la campagna terroristica contro l’indulto
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Erri De Luca, la fiamma fredda del rancore

Tratto dalla prefazione a, Esilio e Castigo, retroscena di una estradizione, Paolo Persichetti, La città del sole edizioni, 2005

di Erri De Luca

A un prigioniero,
Regalerei un binocolo, un atlante,
un altoparlante,
una bussola, una canna da pesca, un portachiavi,
un cane, la figura di un tango,
un’edizione della Costituzione,
diritti e doni persi dai rinchiusi.

È fatta di piccoli pezzi la libertà, di biglie colorate, di una gonna increspata da un valzer, di riposare gli occhi davanti alla prateria del mare. La cella addosso a Paolo Persichetti è saldata con la fiamma fredda del rancore. Prima il raggiro, la truffa di una finta accusa per poterlo estradare, e la complicità dei funzionari che si sono prestati a trafugare un corpo in libertà per consegnarlo ai carcerieri. Poi la penitenza di scontare pene per le rivolte politiche del 1900, quelle scoppiate assai prima della già remote guerre di Bosnia, Kossovo, Afganistan.

Rancori: in Italia non si perdona l’azione di chi andò allo sbaraglio senza alcun tornaconto personale. Chiamano volentieri terrorismo qualunque azione non abbia un riscontro economico. Da noi si perdona tutto, purché commesso per arricchimento. Per i Cecchi-Gori, i Tanzi sono concessi gli arresti domiciliari, qualche settimana di convalescenza. Incomprensibile e perciò imperdonabile è la generazione politica della quale Paolo Persichetti è stato uno degli ultimi iscritti, il più giovane dei noialtri di allora. Li chiamano irriducibili: ma a cosa? La loro vita non è stata riducibile, riconducibile a un principio di interesse personale. Questa deviazione dalla regola è oggi l’offesa maggiore che si può fare a un paese che ha scelto di farsi governare dall’uomo che meglio ha saputo farsi i suoi affari personali.

Paolo Persichetti e gli altri, gli ultimi compagni di pene infinite sono semplicemente l’antigene, l’opposto. Essi hanno trascurato i propri interessi, le sorti personali in nome di tutt’altro. Se oggi penso alla decaduta parola comunismo, ho in mente solo questo: il tutt’altro.

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Tratto da Esilio e Castigo. Retroscena di una estradizione, La citta del sole, 2005


Capitolo II

Il Patto dei Bravi

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È in quel torbido contesto di grave crisi politica e di forte pregiudizio istituzionale che prese forma l’idea di un coup de théatre risolutore. Un gioco di prestigio, un effetto illusionistico, un trompe l’oeil che potesse risollevare le sorti delle istituzioni (e di alcune poltrone), saldando dietro una ritrovata unità emergenziale maggioranza e opposizione, ridando nel contempo lustro e smalto agli investigatori e alla magistratura. Occorreva insomma, subito un colpevole. Un responsabile di sostituzione cui far indossare gli abiti del reo. Un vero capro espiatorio attorno al quale celebrare la catarsi della ritrovata unità nazionale e del trionfo delle istituzioni, il festino di una baldanzosa e tronfia maggioranza che potesse finalmente levare i calici al cielo. Come poi avvenne in una delle dimore estive del premier in Costa Smeralda tra una barzelletta del Cavaliere e una sonata d’Apicella. L’episodio viene così raccontato in una cronaca apparsa sulla Repubblica del 26 agosto 2002:

«La notizia arriva sabato sera a cena, nella villa del premier, e c’è tanta soddisfazione che parte anche un accenno di applauso al tavolo in cui accanto a Berlusconi siedono il ministro Pisanu, il ministro Stanca, con relative consorti, fra il portavoce Bonaiuti, la moglie e la mamma del Cavaliere. Il capo della polizia telefona al titolare del Viminale, e Pisanu dà in diretta l’annuncio: arrestato il brigatista Persichetti, latitante per l’omicidio Giorgieri. La cena a Villa Certosa, che poi si trasformerà in un vertice sulla sicurezza quando Pisanu e Berlusconi si appartano, diventa così un’occasione per festeggiare il successo delle forze di polizia. Soddisfazione che si allarga poi alla pattuglia di una decina di fedelissimi che, attorno alle 23, si presentano a Punta Lada per unirsi alla compagnia: il capo dei deputati europei di Forza Italia Tajani, il vicecapogruppo alla Camera Cicchitto, il responsabile giustizia Gargani, il sottosegretario Viceconte. Per chiudere in bellezza spunta anche la chitarra di Mariano Apicella, musica e canzoni fino a mezzanotte e mezza. Ministro degli Interni escluso: “sono stonato e non ho mai cantato nella mia vita, salvo quando il parroco del mio paese mi scelse per il coro ma solo perché ero arrivato primo al corso di catechismo”».

Il tornaconto sarebbe stato cospicuo per molti: il governo che, vantando uno strepitoso successo, poteva far dimenticare le parole “dal senno uscite” di un suo ministro; i vertici del Viminale che avrebbero potuto così scaricare la loro inettitudine professionale (la burocratica banalità del male?) su un colpevole prefabbricato; la magistratura che sarebbe finalmente tornata all’onore delle cronache potendo imbastire i suoi consueti e deliranti teoremi inquisitori (la «centrale francese»); l’opposizione che avrebbe liberato da una posizione compromettente uno dei suoi uomini più in vista e più ambiziosi.

Una vera soluzione bipartisan, o forse sarebbe più opportuno dire ecumenica, essendo la liturgia rispettata alla lettera grazie alla presenza dell’agnello sacrificale. Fu così che nella fresca alba alpina del 25 agosto 2002 Paolo Persichetti venne scambiato nel tunnel del Monte Bianco. Metafora di un accordo sotterraneo, siglato al di fuori d’ogni trasparenza, nelle stanze buie del potere e per questo concluso nel ventre della terra, lontano dalla luce del sole, distante dal chiarore del giorno, dopo una folle corsa nella notte. Bisognava fare presto, il più presto possibile, prima che la Francia potesse svegliarsi. Mandanti ed esecutori di quel ratto avevano troppe cose da farsi perdonare. Agire in modo furtivo, creare una situazione immodificabile, mettere tutti di fronte al fatto compiuto, erigere un muro che impedisse ogni marcia indietro, era il requisito indispensabile per condurre a termine quell’azione fraudolenta. Un patto tra bravi veniva presentato come un accordo di giustizia, l’anticipazione sinistra di quel che sarà la quotidiana routine dello spazio giudiziario europeo: un mare aperto alle incursioni corsare di pirati e filibustieri di Stato. Per giorni interi le redazioni dei media colmarono l’annoiato vuoto agostano di notizie, trasformando l’episodio in un evento mediatico sottoposto a un proluvio di titoli d’apertura e di commenti. Tromboni e trombette declamarono affrettati giudizi e incaute sentenze, confortati da veline e indiscrezioni diramate con un’accorta regìa. Nulla si è mai sostanziato delle mille chiacchiere, invenzioni, illazioni, brusii e rumori che il cicaleccio inquisitorio aveva sapientemente diffuso per giustificare le sue mosse.

Ma facciamo un passo indietro. Le carte giudiziarie fino ad ora rese note dicono che l’interesse degli inquirenti nei confronti di Persichetti si concentra nel luglio 2002. Il suo rientro in Italia è solo pretestuosamente legato all’esecuzione del decreto d’estradizione riattivato dopo otto anni. All’indomani della sua consegna alle autorità italiane, il ministro degli Interni francese, Nicolas Sarkozy, dichiara (Le Monde del 28 agosto) che «dopo l’assassinio di Marco Biagi il governo italiano ha chiesto ai paesi europei di essere particolarmente vigilanti nei confronti dei vecchi membri delle Brigate rosse». Le autorità francesi hanno acconsentito alla consegna di Persichetti credendo di agevolare le indagini sull’attentato Biagi che secondo la procura di Bologna convergevano sulla sua persona. Prova ne è la richiesta di intercettazione telefonica e di individuazione del 25 luglio, nella quale si afferma che esistono «sufficienti elementi indiziari per ipotizzare che Persichetti Paolo e Oreste Scalzone siano attualmente inseriti nel sodalizio eversivo che ha rivendicato l’omicidio del prof. Biagi»[1], e la successiva richiesta di rogatoria del 23 agosto, precedente di un giorno all’arresto. Altra circostanza determinante è la presenza al momento del fermo di una funzionaria della digos aggregata al “gruppo di lavoro su Marco Biagi”[2]. Paradossalmente, non essendo stata constata alcuna irregolarità al momento della cattura ed essendo solare la sua vita francese, l’unica possibilità che restava per proseguire l’indagine era il ripescaggio del vecchio decreto d’estradizione firmato da Edouard Balladur nel settembre 1994[3].

Un provvedimento fino allora mai eseguito anche per l’intervento diretto del presidente della Repubblica francese François Mitterand, che nel gennaio 1995 richiamò l’attenzione del guardasigilli Pierre Méhaignerie sull’inusuale durata della detenzione di Persichetti in una procedura d’estradizione (14 mesi passati nella maison d’arrêt della Santé)[4], ribadendo indirettamente quanto affermato in un discorso tenuto di fronte alla Lega dei Diritti dell’Uomo, il 20 aprile 1985: «Ho detto al governo italiano che[…] questi italiani erano al riparo da ogni sanzione per via d’estradizione»[5]. Ed è qui che emerge la prima clamorosa irregolarità di tutta la vicenda: la violazione dell’articolo 14 della convenzione europea sulle estradizioni, meglio conosciuto come “principio di specialità”. Secondo questa norma, «la persona estradata non può essere perseguita, giudicata, arrestata per un qualsiasi fatto anteriore alla sua consegna, diverso da quello che ha dato luogo all’estradizione»[6]. Per poter sottoporre Persichetti ad una indagine sull’attentato Biagi e dunque fargli subire quell’infinita serie di atti procedurali invasivi della sfera personale, come i ripetuti sequestri, i relativi accertamenti, gli interrogatori, l’iscrizione nel registro degli indagati con l’inevitabile corollario di inasprimenti penitenziari, l’autorità giudiziaria italiana avrebbe dovuto emettere contro di lui un nuovo mandato d’arresto internazionale, sostanziandolo con cospicui elementi di prova, e sulla base del quale poter chiedere un’estensione dell’estradizione. La Francia a questo punto, però, avrebbe dovuto valutarne il fondamento. Tutto ciò, ovviamente, non è mai avvenuto anche perché le norme internazionali sono diventate carta straccia; perché la magistratura italiana non ha mai avuto in mano il benché minimo indizio da presentare ad una giurisdizione straniera.

La Francia conosceva le reali intenzioni degli italiani ma sarebbe stato imbarazzante esigere una nuova richiesta di estradizione di fronte a un dossier vuoto. Una volta investita, la magistratura d’oltralpe avrebbe potuto esprimere parere negativo, mettendo in difficoltà il governo di destra appena installato. E così l’estradizione per un residuo pena vecchio di quindici anni è servita da copertura ad un tacito accordo tra Stati che ricorda molto da vicino l’omertà dei patti mafiosi.


[1] La richiesta d’intercettazione e analisi del traffico telefonico pregresso viene giustificata nei termini seguenti, in un rapporto della DIGOS di Bologna, Cat.A4/02/DIGOS/3^sez., del martedì 23 luglio 2002: «Nell’ambito delle indagini di cui all’oggetto, questo ufficio ha focalizzato l’attenzione investigativa sui brigatisti latitanti che hanno trovato rifugio in Francia. Gli approfondimenti investigativi esperiti hanno consentito di individuare, oltre ai noti DI MARZIO Maurizio e SCALZONE Oreste, per i quali è già stata richiesta l’autorizzazione all’intercettazione del traffico telefonico diretto dall’Italia alle rispettive utenze francesi, anche il brigatista PERSICHETTI Paolo, in oggetto generalizzato, attualmente latitante[…]. Il PERSICHETTI, appartenente alle BR-UdCC, condannato per l’omicidio GIORGIERI, è soggetto storicamente legato a SCALZONE grazie al quale è riuscito a rifugiarsi in Francia. Come già segnalato nelle precedenti note, dai servizi tecnici attualmente in atto è emerso che il sopramenzionato Oreste SCALZONE è risultato essere in contatto con l’utenza intestata a un noto pregiudicato bolognese [trattasi di un suo vecchio amico, ex militante di Potere operaio, finito in carcere negli anni 70. N.d.A.].

La circostanza segnalata sembra rivestire particolare interesse investigativo, considerato che sembra ragionevole ipotizzare che l’evento criminoso oggetto di indagine possa essere stato consumato solo con l’ausilio di persone gravitanti nell’ambiente eversivo bolognese, che verosimilmente devono aver fornito l’appoggio al gruppo di fuoco[…].

Nell’ambito di tale attività investigativa si è appreso che PERSICHETTI Paolo ha la disponibilità di un’utenza cellulare francese[…], tramite la quale probabilmente mantiene i contatti con le persone a lui collegate e residenti in Italia. Premesso quanto sopra:

– ritenuto che vi siano sufficienti elementi indiziari per ipotizzare che PERSICHETTI Paolo e SCALZONE Oreste siano attualmente inseriti nel sodalizio eversivo che ha rivendicato l’omicidio del prof. BIAGI;

– Atteso che con il traffico pregresso dell’utenza cellulare in uso al PERSICHETTI si potrà verificare se lo stesso abbia mai fatto ritorno in Italia e quali contatti abbia comunque avuto in occasione dell’omicidio del Prof. Marco BIAGI[…]».

L’autorità giudiziaria dispone il decreto d’intercettazione il successivo giovedì 25 luglio 2002. L’intercettazione prende avvio venerdì 26 luglio.

Il 24 luglio una seconda nota Digos precisa meglio i termini della questione: «Di seguito alla richiesta d’intercettazione di cui all’oggetto, si comunica che l’ufficiale di collegamento della DCPP (Direzione centrale della polizia di prevenzione) a Parigi ha segnalato che il governo francese ha mutato l’orientamento riguardo alla posizione del brigatista latitante PERSICHETTI Paolo, colpito da ordine d’esecuzione pena[…]. Provvedimento per cui era già stata concessa l’estradizione, tuttavia mai eseguita a causa di direttive del Ministero di Grazia e Giustizia che di fatto ne impedivano la materiale esecuzione. Alcuni giorni orsono, tuttavia, lo stesso ministero francese ha ufficialmente fatto conoscere che non si opporrà all’esecuzione del provvedimento restrittivo, e alla successiva consegna all’Autorità Giudiziaria italiana, del predetto PERSICHETTI, qualora questi venga localizzato e catturato in territorio francese».

In un rapporto del 9 gennaio 2003, a firma del commissario capo della Divisione nazionale antiterrorismo della polizia francese, Fréderic Veaux, indirizzato al giudice istruttore Jean-Louis Bruguiere, subdelegato per la rogatoria internazionale del 23 agosto e 26 settembre 2002, inviata dalla procura di Bologna, viene ulteriormente chiarita quest’ultima circostanza. Si spiega, infatti, che il decreto d’estradizione emesso dalle autorità francesi il 7 settembre 1994 è stato: «reso applicabile dalla decisione del ministro della Giustizia, guardasigilli, il 18 luglio 2002». Dunque, cinque giorni prima del decreto d’intercettazione disposto dalla procura di Bologna. Ora un tale provvedimento, di natura complessa, non può che aver richiesto un intenso lavorio di preparazione e contatti ad alto livello, tra le due autorità e i rispettivi uffici tecnici di collegamento.  Un’attività che deve aver preso del tempo, forse delle settimane. Insomma Persichetti era sulla linea di mira degli inquirenti da molto prima, a dimostrazione del fatto che il suo coinvolgimento nelle indagini non è stato la conseguenza di risultanze investigative ma di un manifesto pregiudizio accusatorio.

[2] Di fronte ai tre anni d’impasse che avevano caratterizzato l’inchiesta D’Antona, l’uccisione di Biagi spinge i vertici del ministero dell’Interno a mutare strategia. Le indagini non vengono più affidate alla digos competente per territorio, ma viene costituita una speciale squadra investigativa mista, denominata «gruppo di lavoro su Marco Biagi», composta da personale delle digos di Bologna e Milano, a cui vengono aggiunti uomini delle squadre mobili provenienti anche da altre città, sotto la direzione di un funzionario ritenuto un uomo di fiducia del capo della polizia.

[3] Impegno confermato, il 4 marzo 1998, dal primo ministro Lionel Jospin in questi termini: «Il mio governo non ha l’intenzione di modificare l’atteggiamento tenuto dalla Francia fino ad ora. Per questo non ha dato e non darà seguito ad alcuna domanda d’estradizione dei fuoriusciti italiani che sono venuti nel nostro paese[…] a seguito di atti di natura violenta d’ispirazione politica repressi nel loro paese».

[4] In una lettera del 17 gennaio 1995, inviata a l’abbé Pierre che gli aveva segnalato la vicenda, François Mitterand si esprimeva in questo modo: «Lei ha voluto attirare la mia attenzione sulla situazione del Signor Paolo Persichetti. Convengo, con lei, che la durata della sua incarcerazione raggiungerà molto presto un anno e mezzo, allorché essa non può essere assimilata ad una detenzione provvisoria, trattandosi di una procedura d’estradizione in corso d’esame. Ho dunque chiesto al Guardasigilli di seguire con particolare attenzione questa situazione, affinché si dia luogo ad una stretta applicazione delle regole nazionali e internazionali che vigono sulla materia». Nel sistema giudiziario francese le procure della Repubblica dipendono gerarchicamente dal ministero della giustizia. Per questo motivo l’avocat général, ovvero il pubblico ministero d’aula presente nel corso delle numerose udienze della chambre d’accusation che si occupò della procedura d’estradizione, assunse un atteggiamento rigidissimo, sulla base di specifiche indicazioni scritte, inviate dalla Chancellerie del ministero della Giustizia, che traducevano la nuova linea politica del governo Balladur: accettazione completa della richiesta d’estradizione italiana, incluso per la prima volta anche il reato associativo; opposizione sistematica alla rimessa in libertà, nonostante l’imputato soddisfacesse di gran lunga tutte le garanzie richieste, come un lavoro e un’abitazione. In un tale contesto l’intervento di Mitterand fu un elemento di compensazione e d’equilibrio nei confronti delle pressioni politiche sfavorevoli a Persichetti. Lo zelo e l’identificazione con la politica oltranzista dell’esecutivo conservatore era tale che l’avocat général reagì in modo furibondo all’annuncio della missiva del presidente della Repubblica

[5] Impegno confermato, il 4 marzo 1998, dal primo ministro Lionel Jospin in questi termini: «Il mio governo non ha l’intenzione di modificare l’atteggiamento tenuto dalla Francia fino ad ora. Per questo non ha dato e non darà seguito ad alcuna domanda d’estradizione dei fuoriusciti italiani che sono venuti nel nostro paese[…] a seguito di atti di natura violenta d’ispirazione politica repressi nel loro paese».

[6] La norma della convenzione non preclude solo la possibilità di pregiudicare la libertà personale, ma anche ogni altra eventuale intenzione di «perseguire e giudicare», in assenza di una esplicita e specifica estensione dell’estradizione alle nuove imputazioni. L’impossibilità di perseguire e giudicare implica il divieto di adempiere ad atti istruttori, siano essi preliminari o successivi, dunque anche la semplice iscrizione nel registro degli indagati, i relativi decreti di perquisizione e di sequestro, anche se realizzati attraverso l’ausilio di rogatorie internazionali, le ricognizioni, gli interrogatori sotto qualsiasi forma. La norma internazionale prevale su quella nazionale, e ciò a maggior ragione all’interno di quello “spazio giudiziario europeo” che ha come ambizione di giungere ad una omogeneizzazione delle norme e delle prassi giudiziarie. Esigenza che, a quanto pare, vale solo se contra reo. Nel codice di procedura penale italiano, infatti, l’interpretazione del principio di specialità, appare in netto contrasto con quanto prescrive il testo della convenzione europea sulle estradizioni, del 13 dicembre 1957. L’articolo 699 legittima la possibilità di condurre indagini, e dunque di poter realizzare una vasta gamma di atti coercitivi e invasivi sulla persona. Secondo la norma italiana, infatti, ad essere vietata è unicamente «la restrizione della libertà personale o l’assoggettamento ad altre misure restrittive».

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