L’ideologia della repressione emancipatrice

Riflessioni – Il grande equivoco della penalità: quando la stagione dei diritti si rovescia nel suo contrario affermando la centralità dell’azione penale.
“Nella seconda parte degli anni Settanta, di fronte alla contraddizione introdotta dalla spinta sociale dei movimenti rivoluzionari, si esaurisce la battaglia protesa ad abolire la sopravvivenza di leggi e codici arcaici ereditati dal vecchio Statuto albertino o fascista per sostituirli con le norme inattuate della Costituzione. Si sgretola il terreno della difesa dei diritti, delle garanzie e degli obiettivi di innovazione sociale a tutto vantaggio di una rivalorizzazione e di un ulteriore inasprimento della normativa fascista, che sanziona i reati politici e sottopone ad uno Stato di polizia le libertà pubbliche”

 

Paolo Persichetti
Gli Altri, 14 giugno 2013

p_non-fateci-sognare_2-altan-30ago2007E’ con il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati che l’azione della magistratura si impone come uno dei temi centrali della lotta politica. Dopo un decennio di consenso pressoché unanime attorno alla gestione della “emergenza giudiziaria” contro i movimenti sociali e i gruppi della sinistra rivoluzionaria armata, il protagonismo raggiunto dal sistema giudiziario comincia ad essere messo in discussione. Il “caso Tortora” incrina l’unanimità del sistema politico di fronte ad un’azione penale che era andata oltre la delega ricevuta oltrepassando i binari della sola repressione dei gruppi antisistema. Tuttavia questi tentativi di contrasto non indeboliscono la magistratura che, trovando una solida sponda in una parte del sistema politico (il Pci), può accrescere il proprio bagaglio di legittimità sociale erigendosi ad unica istituzione integra del Paese, dopo il rovinoso effetto domino provocato dalla caduta del muro di Berlino sulle fondamenta della Prima repubblica. Non a caso la centralità dell’azione penale si afferma definitivamente nel decennio successivo con l’avvio del ciclo d’inchieste denominate “Mani pulite”, per restare nel ventennio che segue il perno attorno al quale ruota l’agenda politico-istituzionale e si mobilitano i repertori ideologici delle nuove formazioni politiche populiste che si succedono nel frattempo: Lega nord, Girotondi, Idv, popolo Viola, Rivoluzione civile, M5s.

Giudiziarizzazione della società
Per descrivere questa nuova realtà fu coniato un neologismo, giudiziarizzazione, un fenomeno descritto da autori come Neal Tate e Torbjorn Vallinder in un volume del 1995 che ha fatto scuola, The Global Expansion of Judicial Power, poi divulgato in Europa dai lavori di Antoine Garapon e Denis Salas.
Le radici italiane della giudiziarizzazione risalgono agli anni 60, quando le porte della magistratura si aprono a ceti sociali prima esclusi favorendo lo svecchiamento della cultura giuridica. Fu allora che si mise in discussione la mancata applicazione di buona parte del dettato costituzionale, congelato da una sentenza della Corte di cassazione negli anni in cui questa svolgeva il ruolo di supplenza della Consulta non ancora istituita. La suprema corte aveva suddiviso la costituzione in norme immediatamente attuabili e norme programmatiche che il legislatore avrebbe dovuto completare succesivamente. Tra queste ultime si trovavano le parti a più alto contenuto innovativo in materia economico-sociale e dei diritti.
Per modificare questa situazione la corrente di sinistra della magistratura cominciò ad elaborare la cosiddetta “teoria dell’interferenza”, attraverso la quale – racconta Giovanni Palombarini nel suo Giudici a sinistra, 2000 – si cerca di ripristinare la completezza del dettato costituzionale attraverso un uso dell’interpretazione e delle fonti che riconosce un carattere immediatamente normativo a tutta la Costituzione.
Il reintegro del dettato costituzionale con gli strumenti della “creazione giuridica”, difronte all’inerzia o al sabotaggio legislativo della politica, fa emergere una innovativa concezione del ruolo del magistrato come “guardiano della costituzione”: non più mero organo burocratico asservito alle gerarchie dello Stato-apparato ma «soggetto istituzionale indipendente, operante come momento di raccordo fra lo Stato e la società civile».
Questa nuova funzione interventista, contrapposta alla vecchia immagine conservatrice della casta preposta a funzioni di tutela degli interessi più forti e di salvaguardia dell’ideologia dominante, raggiunge la sua maturità intorno alla metà degli anni Settanta.

La repressione emancipatrice
E’ questo il decennio in cui si afferma il singolare ossimoro ideologico della repressione emancipatrice, il magistrato si autopromuove avanguardia politica che interpreta i bisogni della società civile, demistifica valori e privilegi delle classi dominanti, tutela dagli abusi i ceti meno abbienti e lavora alla realizzazione di una via giudiziaria per la costruzione di una società più giusta. Il vecchio rivoluzionario di professione passa alla professione di magistrato, una contraddizione in termini che ripristina forme di Stato etico e di moralismo giudiziario, per giunta portando ad invertire il rapporto tra costituzione materiale e costituzione legale, tale da indurre a credere – per esempio – che lo Statuto dei lavoratori fosse il risultato dell’azione dei «pretori d’assalto» e non delle lotte operaie.
Nella seconda parte degli anni Settanta, di fronte alla contraddizione introdotta dalla spinta sociale dei movimenti rivoluzionari, si esaurisce la battaglia protesa ad abolire la sopravvivenza di leggi e codici arcaici ereditati dal vecchio Statuto albertino o fascista per sostituirli con le norme inattuate della Costituzione. Si sgretola il terreno della difesa dei diritti, delle garanzie e degli obiettivi di innovazione sociale a tutto vantaggio di una rivalorizzazione e di un ulteriore inasprimento della normativa fascista, che sanziona i reati politici e sottopone ad uno Stato di polizia le libertà pubbliche.
Per l’originaria concezione critica e garantista della funzione giurisprudenziale suona il de profundis, come aveva spiegato Luciano Violante, magistrato passato alla politica, sull’Unità del 27 settembre 1979: «La giurisprudenza alternativa poteva di per sé avere un significato di rottura dieci anni fa; ma oggi?».
La delega totale che il mondo politico aveva concesso alla magistratura per liquidare militarmente la dissidenza dei movimenti più radicali, porta all’affermazione del “giudice sceriffo”. Negli anni Novanta il processo di legittimazione sociale che investe una magistratura sempre più combattente, uscita dai tribunali e scesa – come i generali golpisti – nelle piazze, nei posti di lavoro, nelle scuole, fa affiorare la percezione degli enormi spazi che l’azione penale può aprire davanti a sé. Prende forma la teoria della supplenza «del potere giudiziario, in caso di assenza o di carenze del legislativo», che rivendica per sé un ruolo politico decisivo ed una competenza illimitata che mina i parametri classici della tripartizione dei poteri. Si chiude così la parabola avviata decenni prima. Di fronte al richiamo della statualità l’originario impianto della teoria dell’interferenza escogitato con iniziali intenti progressisti si risolve nel suo contrario: un efficiente apparato concettuale impiegato per definire modelli di regolazione disciplinare della società.

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Devastazione e saccheggio, genealogia di un capo d’imputazione

E’ tempo di aprire una vertenza sull’amnistia a partire dai reati politici e sociali, magari prendendo a modello il progetto di amnistie sociale presentata dai senatori francesi del Pcf per annullare l’effetto dei processi, delle condanne (per reati fino a 10 anni) e delle sanzioni emesse contro sindacalisti, operai, manifestanti, attivisti antimmigrazione, che nell’ultimo decennio hanno partecipato alle lotte sociali e rivendicative, e poi votata anche se in forma emendata nel marzo scorso.
Il momento è maturo dopo la grazia concessa dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al colonnello dell’Air Force Usa Joseph Romano, comandante della base Nato di Aviano, coinvolto con altri 22 esponenti della Cia e dei vertici del Sismi nel rapimento (definito “consegna straordinaria” nei protocolli segreti dell’ammnistrazione Bush) di Abu Omar, imam della moschea di via Quaranta a Milano.
La grazia d’ufficio concessa dal presidente della Repubblica rompe un tabù che inevitabilmente contraddice le posizioni ispirate alla fermezza precedentemente assunte dal Quirinale con la lettera inviata il 16 gennaio 2009 al presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva per sollecitare l’estradizione di Cesare Battisti.
Se forme di clemenza amnistiale si dimostrano possibili, anche per reati molto gravi come quello commesso dal colonnello Romano (complicità nel sequestro di una persona, successivamente torturata in modo bestiale, per altro risultata estranea ai sospetti sollevati nei suoi confronti), sulla base di logiche di opportunità che in questo caso sono state ispirate da ragioni diplomatiche nei rapporti tra Stati alleati, perché esse restino legittime devono rispettare il criterio giuridico dell’eguaglianza dei trattamenti di fronte alla legge.
Se clemenza deve essere, essa non può che avere un carattere generale e non selettivo.
Perché dei giovani che 12 anni fa sono stati coinvolti in scontri di piazza che hanno provocato solo danni materiali debbono scontare condanne che arrivano fino a 15 anni di reclusione e il complice del rapimento di una persona poi torturata, che non ha scontato nemmeno un secondo di prigione cautelare, può essere al contrario graziato?

Devastazione e saccheggio: l’emergenza Italia e l’Italia dell’emergenza

Dal blog di giuseppearagno.wordpress.com
6 aprile 2013

Probabilmente nessuno meglio di Crispi ha mai spiegato il rapporto organico tra dissenso e legalità nell’Italia dell’emergenza. Accusato di aver calpestato la legge, proclamando lo stato d’assedio in Sicilia, l’ex mazziniano, passato dall’opposizione democratica ai monarchici e diventato più realista del re, nel marzo del 1894 non esitò a replicare: “Ai miei avversari, che mi hanno accusato di aver violato lo Statuto e le leggi dello Stato, potrei rispondere che di fronte allo Statuto c’è una legge eterna, quella che impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto”.
Un principio inequivocabile quanto eversivo, che non solo ispirava e ispira da sempre in Italia il legislatore sui temi dell’ordine pubblico e del conflitto sociale, ma dimostra come, a voler leggere la nostra storia dal punto di vista delle classi subalterne, il capitolo giustizia può essere illuminante.
A parte la Toscana, dove il codice locale rimase operante perché non consentiva la pena di morte, alla sua nascita il Regno d’Italia estese all’intero territorio nazionale il codice penale del Regno di Sardegna. Di lì a poco, nel 1862, all’alba della nostra storia, l’approvazione della legge Pica sul cosiddetto “brigantaggio”, descritta come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa” ma prorogata più volte e tenuta in vita fino al 31 dicembre 1865, aprì l’eterna stagione delle leggi speciali nella gestione e nella regolamentazione del conflitto sociale: l’alibi della crisi, la normativa emergenziale, l’indeterminatezza e la strumentale confusione tra reato comune, meglio se confuso col malaffare organizzato, e manifestazione di dissenso politico. In archivio, a Napoli, è conservato un documento inedito che, in questo senso, è molto significativo. In una desolata riflessione scritta a matita nella cella d’un carcere, Luigi Felicò, un tipografo internazionalista che aveva sperimentato i rigori della repressione borbonica e parlava perciò con cognizione di causa, non aveva dubbi: la condizione del dissidente politico nell’Italia unita era diventata di gran lunga più dura.
Con grande ritardo – entrò in vigore il 1° gennaio del 1890 – il codice Zanardelli segnò l’effettiva unificazione legislativa dell’Italia nata dal Risorgimento. Per il giurista liberale, la legge penale non poteva essere in contrasto coi diritti dell’uomo e del cittadino e non si applicava al criminale per nascita inventato da Lombroso. La repressione, quindi, doveva abbinarsi alla correzione e all’educazione. Zanardelli abolì perciò la pena di morte, introdusse la libertà condizionale, adottò il principio rieducativo della sanzione e accrebbe la discrezionalità del giudice, consentendogli di adeguare la pena all’effettiva colpevolezza dell’imputato. Egli, tuttavia, non affrontò direttamente il tema della tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale; la spinosa materia finì così per essere affidata a un “Testo unico” di Polizia, cui il giurista assicurò però la copertura d’una base teorica e strumenti efficaci quanto pericolosi. Egli, infatti, non solo introdusse un nuovo reato – il vilipendio delle istituzioni costituzionali e legislative – ma previde anche l’incitamento all’odio di classe e l’apologia di reato, crimini applicati a «chiunque pubblicamente fa apologia di un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza della legge, ovvero incita all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità». La definizione volutamente vaga e indeterminata del reato consentiva a forza pubblica e magistrati di colpire agevolmente i movimenti sociali e la dissidenza politica ogni qualvolta lo sfruttamento capitalistico produceva dissenso e proteste.
Uno Stato deciso a non dare risposte positive al crescente malessere delle classi subalterne, poteva infine colpire agevolmente le nascenti organizzazioni dei lavoratori, criminalizzando il dissenso in virtù di norme vaghe, contenitori vuoti, pronti ad accogliere le “narrazioni” strumentali di forze dell’ordine che non distinguevano tra generico malcontento e pratica sovversiva. Indeterminatezza, crisi e natura emergenziale della regola – un’emergenza non di rado costruita ad arte e più spesso figlia legittima della reazione allo sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, opposta alla giustizia sociale grazie ad apparati normativi che consentivano di adattare gli strumenti repressivi alle necessità delle classi dominanti.
Giunto al potere, il fascismo inizialmente si limitò a rendere inattive molte delle norme introdotte da Zanardelli, ma nel 1930 varò il nuovo codice firmato da Alfredo Rocco e destinato a sopravvivere al regime. Con la nascita della repubblica, infatti, si pensò inizialmente di tornare a Zanardelli, poi, in nome di una perniciosa continuità dello Stato, si volle confermare quello fascista, certamente più autoritario, ma “tecnicamente” più moderno. Eliminate le sue disposizioni più liberticide, si andò avanti così, in attesa di un nuovo codice che non s’è mai scritto. Se oggi Cancellieri, guarda caso, “tecnico” come Rocco, può tornare al reato di “devastazione e saccheggio”, si capisce il perché: la repubblica antifascista ha confermato l’apparato normativo fascista. Il problema di fondo, tuttavia, non è solo nel codice. Ci sono, infatti, “caratteri permanenti”, che attraversano trasversalmente le età della nostra storia e riguardano la natura classista dello Stato nato dal cosiddetto Risorgimento, le logiche di potere che tutelano l’ordine costituito e il salvacondotto che storicamente consente e assolve a priori condotte che non sono “deviate”, come si vorrebbe far credere, ma generate dalla indeterminatezza di norme consapevolmente discrezionali e consapevolmente madri di gravi abusi. Un meccanismo che procede su due linee parallele e complementari, un filo rosso che non si spezza nemmeno quando mutano le fasi della vicenda storica, e impedisce cambiamenti radicali anche quando di passa dalla monarchia alla repubblica e dalla dittatura alla democrazia. Un filo rosso che non ha soluzione di continuità: liberale, fascista o repubblicana, sul terreno dell’ordine pubblico l’Italia ha una identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso indiscriminato, intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica; dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a forze dell’ordine e magistratura. E’ una sorta di “stato di polizia invisibile”, di “Cile dormiente”, che il potere ridesta appena una contingenza economica negativa fa sì che per il capitale la mediazione e le regole della democrazia siano merci costose che non trova mercato. Su questo sfondo vanno inserite sia l’esplosione programmata di più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida nelle piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si inseriscono l’indifferenza complice verso la tortura, la morte per “polizia” e ogni più efferata violenza: l’innocente muratore Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Bresci sparito, Anteo Zamboni, linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consente il ripristino della pena di morte, e via via, fino ai nostri giorni, Cucchi, Aldovandi, Uva e i tanti morti di polizia.
Non si tratta di età della storia. Se a Napoli Crispi nel 1894, per sciogliere il partito socialista, fa affidamento sull’esperienza del prefetto per imbastire un processo che non lasci scampo – e il processo truccato va in porto –  la repubblica fa di peggio: cancella la verità col segreto di Stato. Sempre e in ogni tempo la vaghezza e la discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. A soggiorno obbligato in età liberale ti spedisce la polizia, il confino negli anni del fascismo è un provvedimento di polizia e alla discrezione delle forze dell’ordine sono affidati in piena repubblica il fermo, la decisione di sparare in piazza; il “Daspo” che la Cancellieri e Maroni, due ministri dell’Interno, vorrebbero estendere oggi ai manifestanti, è un provvedimento amministrativo. Quale sia il criterio vero che regola qui da noi il rapporto tra legalità, tribunali e dissenso è scritto in numeri che non riguardano solo l’età liberale o fascista, ma anche e soprattutto quella repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contarono da tre a sei manifestanti uccisi, nelle piazze italiane la polizia fece sessantacinque vittime. E non si chiuse lì: nove furono poi i morti nel 1960, due caddero ad Avola nel 1968 e via, senza soluzione di continuità. Nel 1968, quando una legge poté deciderlo, l’Italia scoprì che con la repubblica si erano avuti quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie che facevano invidia ai persecutori in camicia nera. E non era finita: di lì a poco, l’ennesima emergenza – il cosiddetto terrorismo – consentì la legge Reale, i morti dei quali la polizia di Stato non è stata mai chiamata a render conto e barbare leggi speciali che dovevano essere eccezionali e sono lì a dimostrare che qui da noi di eccezionale c’è stata probabilmente solo la parentesi democratica nata con la Resistenza.
Così stando le cose, non fa meraviglia se un’auto incendiata può costare a un ragazzo fino a otto anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un giovane inerme, si fa pochi mesi di prigione, esce, rimane in divisa e trova persino la vergognosa solidarietà dei colleghi. Pochi mesi sembrano infatti troppi a questi galantuomini che, dal loro punto di vista, hanno addirittura ragione: per una volta s’è rotto un patto scellerato. Lo Stato non ha garantito al suo fedele “servitore” il tradizionale diritto di uccidere a discrezione e impunemente.

Approfondimenti utili
Francia, amnistia per fatti commessi in occasione di movimenti sociali attività sindacali e rivendicative
Dopo le pesanti condanne per devastazione e saccheggio confermate dalla cassazione torniamo a parlare di amnistia (un libro per riflettere: politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità d’Italia ad oggi)
Movimento 5 stelle, non basta appoggiare la lotta no tav dovete battervi anche per l’amnistia in favore dei reati contestati durante le lotte sociali e la difesa dei territori
Stéphan Gacon, L’Amnistie, Seuil, Paris 2002, pp. 424
L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392
Une histoire politique de l’amnistie a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, pp. 263
Per l’amnistia e contro la tortura

Francia, amnistia per fatti commessi in occasione di movimenti sociali, attività sindacali e rivendicative

Ecco il testo della proposta di legge d’amnistia sociale presentata davanti al senato francese dal Pcf e dal Fronte de Gauche per fatti commesi prima del 6 maggio 2012 passibili di condanne fino a 10 anni di reclusione in occasione di conflitti sui posti di lavoro, attività sindacali o rivendicative, movimenti collettivi rivendicativi, associativi o sindacali relativi a problemi legati all’educazione, la sanità, le lotte per la casa, l’ambiente, i diritti dei migranti, ivi comprese le manifestazioni di piazza o in luoghi pubblici; per sanzioni disciplinari sui luoghi di lavoro, per le agitazioni studentesche anche all’interno degli istituti scolari e universitari che hanno dato luogo a sanziopni disciplinari, in questo caso l’amnistia comporta anche il reintegro in istituto nel caso fosse stata comminata l’espulsione

 

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Stéphan Gacon, L’Amnistie, Seuil, Paris 2002, pp. 424
L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392

Une histoire politique de l’amnistie a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, pp. 263

“Nei secoli fedele”, il docu-film sulla morte di Giuseppe Uva

Nel film “Nei secoli fedele – Il caso di Giuseppe Uva” (di Adriano Chiarelli, regia di Francesco Menghini. Produzione Soulcrime), si racconta la morte violenta di Giuseppe Uva, un quarantaduenne di Varese deceduto in seguito a un brutale arresto. Dopo aver trascorso tre ore in una caserma dell’Arma, in balia di otto tra poliziotti e carabinieri, Giuseppe Uva viene trasportato in ospedale in condizioni critiche.
Nel volgere della notte l’uomo troverà la morte, le cui cause tuttavia restano tutte da chiarire. L’unico processo celebrato finora ha riguardato l’ipotesi di decesso per colpe mediche, ma è stato dimostrato – con sentenza di primo grado – che i medici che hanno tenuto in cura Uva dopo l’arresto non hanno alcuna colpa.
Dopo un supplemento di perizia, sempre disposto dal giudice, è stato scientificamente provato che le cause del decesso coincidono con un complesso di fattori esterni che hanno scatenato un collasso cardiaco: stato di ebbrezza, stress emotivo, lesioni. Chi lo ha ridotto così?
Allo stato attuale nessun nuovo processo è in corso, ma il giudice estensore della sentenza ha disposto ulteriori indagini sull’arco di tempo che la vittima ha trascorso in caserma e sulle reali cause di morte.
In quelle ore è racchiusa la verità.

Da Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, da Aldo Bianzino a Giuseppe Uva, la lunga lista dei morti ammazzati dalle forze dell’ordine dopo brutali pestaggi

Paolo Persichetti
Liberazione 21 marzo 2010

E’ stato rincorso e poi picchiato prima di essere caricato su una macchina delle forze dell’ordine. Giunto in caserma è stato pestato di nuovo. Un testimone racconta di un lasso di tempo lunghissimo nel quale si sentivano distintamente le urla del malcapitato provenire da un’altra stanza. Stiamo parlando del fermo di Giuseppe Uva morto il 14 giugno 2008 dopo le percosse subite in una stazione dei carabinieri e il ricovero coatto in una struttura psichiatrica. La vicenda è stata resa nota ieri da Luigi Manconi dopo che l’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha seguito il caso di Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, ha assunto il patrocinio legale a nome della famiglia. Giuseppe Uva aveva 43 anni e la sera del fermo aveva fatto le ore piccole. Alle tre di notte forse era un po’ brillo mentre si aggirava per le strade di Varese a fare “bischerate”, come in Amici miei. Ricordate il film di Mario Monicelli, girato nel 1975, dove cinque amici ormai cinquantenni si divertono a organizzare scherzi goliardici in giro per la città? Una delle ultime pellicole della commedia all’italiana dove si descriveva un paese ancora in grado di ridere di sé. Una risata piena e disperata, consapevole di una condizione umana ormai persa in un mondo senza grandi prospettive. Le «zingarate» dell’allegra brigata erano una fuga per non morire di tristezza. Un tentativo d’annegare la disillusione in un riso intriso di malinconia. In quell’Italia lì si poteva finire in caserma o in carcere per tante ragioni, spesso politiche, ma non ancora per ridere. Non erano tempi terribili e cupi come quelli dell’Italia attuale, dove un ragazzo che rientra da un concerto, com’è accaduto a Federico Aldovrandi, viene fermato sul ciglio del marciapiede di una strada di Ferrara e massacrato da alcuni poliziotti. Dove un artigiano mite che lavorava il legno come Aldo Bianzino, uno che viveva nel suo casolare umbro senza dare disturbo a nessuno, viene arrestato perché nel suo orto crescevano delle piante di marijuana che consumava solo per sé. Portato in carcere lo ritroveranno morto in cella. L’autopsia segnalerà la presenza di traumi interni, lacerazioni del fegato e degli altri organi dell’addome, manifesta conseguenza di percosse subite. A Riccardo Asman non è andata meglio. Affetto da problemi psichiatrici, mostra segni di forte euforia spogliandosi e tirando petardi dalla finestra di casa, da dove fuoriesce anche musica ad alto volume. L’intervento del 113 finisce in tragedia. L’uomo muore soffocato con le caviglie legate da fil di ferro, le pareti dell’abitazione sporche di sangue e il corpo devastato da brutali percosse praticate con oggetti contundenti. Stefano Cucchi invece è morto disidratato, segnalano i referti, nell’indifferenza e l’incuria di un ospedale penitenziario. Il suo corpo era martoriato da lesioni, fratture ed ematomi. Traumi subiti dopo il suo fermo mentre era nelle mani di chi doveva assicurarne la custodia.
Giuseppe Uva pare avesse spostato delle transenne in mezzo alla via. Non aveva commesso reati, al massimo una violazione al codice della strada. Per questa bischerata è morto. Il suo decesso ricorda quello di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento anche lui fermato per futili motivi e condotto nell’ospedale di Vallo della Lucania dove è deceduto durante un Tso. L’autopsia ha rivelato la presenza di un edema polmonare. Mastrogiovanni era rimasto legato per giorni su un letto di contenzione, lacci ai polsi, contro ogni regola. Qualcosa del genere è accaduta anche a Giuseppe Casu, l’ambulante cagliaritano fermato e poi ricoverato a forza perché non voleva lasciare la sua bancarella vicino al municipio. Sette giorni di letto di contenzione, farmaci somministrati contemporaneamente e in dosi elevate l’hanno ucciso. Queste morti hanno tutte un filo comune: colpiscono piccoli consumatori di droghe, persone con disagi psichiatrici o individui percepiti dalla comunità come “diversi”, troppo originali. Insomma segnalano un problema d’intolleranza e disprezzo verso popolazioni stigmatizzate, fasce considerate immeritevoli di rispetto e diritti. Sollevano poi l’irrisolto problema degli apparati di polizia pervasi da culture sopraffattrici, specchio di un’epoca dove la spoliticizzazione ha aumentato a dismisura il grado di violenza che pervade i rapporti sociali. Infine sollevano un paradosso: una legalità eretta a tabù che si rovescia nel suo esatto contrario.

Link
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Movimento 5 stelle, non basta appoggiare la lotta No tav, dovete battervi anche per l’amnistia in favore dei reati contestati durante le lotte sociali e la difesa dei territori

In Val di Susa il Movimento 5 stelle ha raccolto una valanga di voti, quasi sempre oltre il 40% con il picco di Exilles dove ha raggiunto addirittura il 53,1%.
Il prossimo 23 marzo alla marcia No Tav da Susa a Bussoleno è prevista la partecipazione dei 163 parlamentari grillini. A questo punto l’azione parlamentare in favore della chiusura dei cantieri Tav in valle non può non essere accompagnata anche da un intervento a tutela di tutti coloro che in questi hanno hanno manifestato a difesa dei territori subendo una durissima repressione poliziesca e giudiziaria.
Il sostegno a queste lotte non può prescindere da una inizativa in favore di un’amnistia-indulto generale per le lotte sociali, contro la persecuzione della manifestazioni pubbliche, tutelando la resistenza messa in pratica dai cittadini nelle piazze italiane

La Polizia sgombera il blocco dei NO TAV dell'autostrada A32 Torino Bardonecchia, Torino, 28 febbraio 2012. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Archeologia dell’ignoranza. Se Roberto Saviano ignora Michel Foucault

«Quanto più uno è ignorante, tanto più è audace e pronto a scrivere»

Baruch Spinoza

 di Paolo Persichetti

Domanda: Saviano ha mai letto qualche pagina di Michel Foucault?
Nelle note biografiche si legge che è laureato in filosofia. Ciò lascia supporre che almeno qualche paginetta di antologia sull’autore in questione dovrà pure averla sfogliata prima degli esami in facoltà. A quanto pare non è così. Dopo aver letto la lunga denuncia-querela che nel gennaio di due anni fa pensò di scagliarmi contro, magari con la speranza nemmeno tanto recondita che mi venisse revocata la semilibertà, si ricava la netta sensazione che di Foucault egli non abbia la benché minima cognizione. Zero assoluto. Perché dico questo? Lo vedremo tra poco.

In una intervista uscita su Panorama del 22 dicembre 2009, Saviano aveva fatto un’ammissione coraggiosa, e certamente rivelatrice, riconoscendo un debito culturale verso alcuni importanti autori della tradizione reazionaria. «Come scrittore – spiegò in quella circostanza – mi sono formato su molti autori riconosciuti della cultura tradizionale e conservatrice, Ernst Jünger, Ezra Pound, Louis Ferdinand Celine, Carl Schmitt. E non mi sogno di rinnegarlo, anzi. Leggo spesso persino Julius Evola, che mi avrebbe considerato un inferiore».
Intendiamoci subito, non è mica uno scandalo leggere la letteratura di destra. Personalmente ritengo che uno di questi autori, mi riferisco a Carl Schmitt, pur partendo da una lucida posizione reazionaria abbia coniato dei concetti la cui portata operativa contiene una formidabile potenza cognitiva che esula di gran lunga i confini culturali e politici della sua riflessione. Spesso e volentieri al pensiero dell’umanità è stata più utile la narrazione disincantata del realismo reazionario che l’apologetica dei buoni sentimenti delle anime belle. Ma questo è un altro discorso. A noi qui interessa, se tale è il debito culturale dichiarato (non le letture che possono essere molte altre), la cifra interpretativa del pantheon ideologico di Saviano. Infatti non fu certo un caso se Pierangelo Buttafuoco si gettò su quelle confesioni per sottolinerare, alcuni mesi dopo su Libero (qui), che l’autore di Gomorra era, in realtà, l’icona perfetta dell’immaginario superomista, della politica come potenza, un vero divulgatore di valori e codici di destra. «E’ roba nostra – sosteneva con forza – non regaliamolo alla sinistra. E’ un patriota, un cazzuto, uno che sa tenere una pistola in pugno, uno che sa sbrigarsela al modo dell’uomo vero». Più tardi, distratti come sempre, anche altri commentatori situati su sponde terziste o benpensanti, da Pg Battista (qui) a Michele Serra (qui), riconobbero questa indiscutibile matrice di destra nel discorso tenuto da Saviano.
Non stupisce dunque che Foucault abbia trovato poco spazio in un pensare così intriso di postulati d’ordine, ispirato da paradigmi autoritari e purificatori che si declinano inevitabilmente col verbo legalitario e securitario. Incuriosice semmai che un autore del genere, legato per giunta alla propria origine ebraica, sia così irresistibilmente calamitato dal mondo della criminalità organizzata e dalla letteratura antisemita, quasi fosse soggiocato dal fascino oscuro e demoniaco del male, attratto da ciò che egli designa come il suo contrario ma rispetto alla quale lascia trasparire una seduzione inconfessabile.

Che cosa è un dispositivo?
Torniamo ora al questito iniziale. Perché mi sono chiesto se Saviano conosca Foucault? Perché uno dei concetti foucaultiani più noti, quello di «dispositivo», è stato al centro della querela promossa nei miei confronti. Solo che né Saviano, né tantomeno il suo legale, l’avvocato Antonio Nobile di Caserta (a cui Saviano con una procura speciale ha concesso tutti i poteri di legge per essere rappresentato davanti alla giustizia nella tutela della sua immagine e onorabilità), hanno mostrato di capirlo, direi ancor più, di saperlo.
L’autore di Gomorra si era sentito offesso e diffamato dalla definizione di «dispositivo» che avevo usato nei suoi confronti (senza tanta originalità ma riprendendo il discorso fatto da Alessandro Dal Lago nel suo Eroi di carta, qui) e che chiosava uno dei miei articoli querelati, nel quale raccontavo la vicenda della diffida che il centro Peppino Impastato, insieme ai sui familiari, aveva rivolto ad Einaudi perché desse luogo alla correzione di alcune pagine del libro di Saviano, La parola contro la camorra. Di seguito il passaggio incriminato e qui l’integrale.

Saviano non è nuovo ad operazioni del genere. Quando non abbevera i suoi testi alle fonti investigative da mostra di evidenti limiti informativi. In un’altra occasione aveva anche raccontato di una telefonata ricevuta dalla madre di Impastato, «che abbiamo verificato non essere mai avvenuta» ha spiega Umberto Santino. Quest’ultimo episodio ripropone nuovamente gli interrogativi sul ruolo di amministratore della memoria dell’antimafia che a Saviano è stato attribuito da potenti gruppi editoriali. L’inquietante livello di osmosi raggiunto con gli apparati inquirenti e d’investigazione, che l’hanno trasformato in una sorta di divulgatore ufficiale delle procure antimafia e di alcuni corpi di polizia, dovrebbe sollevare domande sulla sua funzione intellettuale e sulla sua reale capacità d’indipendenza critica. Saviano oramai è un brand, un marchio, una sorta di macchina mediatica in mano ad alcuni apparati. L’uomo Saviano sembra divenuto una marionetta, un replicante. Quest’ultima omissione non appare affatto innocente ma la diretta conseguenza di una diversa concezione dell’antimafia risolutamente opposta all’antimafia sociale di Peppino Impastato. La verità sul suo assassinio venne a lungo tenuta nascosta anche grazie al depistaggio di carabinieri e magistratura. Un passato che con tutta evidenza il dispositivo Saviano non può più raccontare.

Ora, secondo l’avvocato Nobile il significato di dispositivo si può agevolmente desumere «Senza scomodare i dizionari della lingua italiana dalla mera lettura di quanto riportato dalla definizione dal sito internet Wikipedia, appunto alla voce “dispositivo”». Dunque niente Treccani, niente Devoto Oli, nessuna traccia dei, forse troppo noiosi e difficili, dizionari politico-fisosofici.
E cosa scopre il principe del foro casertano su Wikipedia?

Secondo le più comuni definizioni, un dispositivo è «un congegno, un apparecchio che svolge una determinata funzione; una macchina, o parte di una macchina». L’occulto manovratore di questo «congegno», di questa «macchina» – prosegue l’avvocato – sarebbe da individuarsi negli «apparati» cui Persichetti fa cenno en passant, senza dilungarsi sulla giustificazione, o quanto meno sulla spiegazione per i comuni lettori, di tale criptica affermazione. Che oltre ad essere sibillina è evidentemente lesiva della reputazione e dell’onore di Roberto Saviano, che non è una macchina, né un congegno, né un «brand», né un «dispositivo», né una «marionetta». Come non è diritto di cronaca o di critica quello esercitato da Paolo Persichetti, che altro non vuole – e non fa – che vomitare il proprio odio ossessivo ed ossessionato nei confronti di un soggetto, del quale non si preoccupa minimamente di commentare, criticare, stigmatizzare le azioni, ma rispetto al quale esprime un “verdetto”.

Quindi nelle parole del legale di Saviano il dispositivo sarebbe una sentenza, la parte tecnica, quella che riporta la condanna. Così infatti scrive:

Un “dispositivo” – per usare le sue parole – cui, però, non seguirà alcuna motivazione; una vera e propria condanna inappellabile; come inappellabile fu la condanna a morte che dovette subire il generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri, assassinato il 20 marzo 1987 da un commando terroristico; in relazione a tale efferato delitto – con sentenza divenuta irrevocabile – Paolo Persichetti è stato condannato a ventidue anni e sei mesi di reclusione (attualmente, l’editorialista di “Liberazione” risulta scontare il residuo della pena in regime di semilibertà).

Ovviamente nel ricordare processo e condanna l’avvocato Nobile dimostra poca conoscenza del fascicolo, ignora le alterne sentenze che lo caratterizzarono. Insomma al pari del suo cliente dimostra di parlare di cose che non conosce.

Una querela incentrata sul tipo d’autore
Se il dispositivo a cui mi riferivo è con tutta evidenza un’altra cosa, rivelatrice è invece l’interpretazione fornita dall’avvocato Nobile per conto di Saviano. Una lettura stravolta tutta protesa alla ricerca di un effetto di suggestione che tenta di costruire un parallelo tra le vicende giudiziarie che hanno riguardato la mia storia passata e il lavoro giornalistico attuale. Un nesso tuttora giustificato – sostiene il querelante – dalla pratica di «aggressione» e ricorso alla «violenza», seppur eufemizzata attraverso la scrittura.
Siamo in presenza di un utilizzo spregiudicato del diversivo tipologico, impiegato come una clava per svilire e criminalizzare il lavoro giornalistico, l’esercizio della libertà di critica e la serietà metodologica del lavoro svolto:

«sembra di sentire l’eco di un giornalismo aggressivo, figlio di un’epoca fortunatamente chiusasi, ma i cui strascichi ancora avvelenano il presente. L’epoca nella quale molti – “nemici di classe” – trovarono la morte, per mano di coloro i quali (qualcuno [chi?] li definirebbe “vittime della storia”) ritennero la via della violenza maestra del cambiamento della società. E così, dalle colonne di “Liberazione” Persichetti aggredisce Saviano […] Per lui lo scrittore è: «amminitratore della memoria dell’antimafìa», potere asseritamene attribuitogli da: «potenti gruppi editoriali»; «divulgatore ufficiale delle procure antimafia e di alcuni corpi di polizia»; per questo, si suppone, Persichetti mette in guardia i propri lettori: «sulla sua (di Saviano, ndr) reale capacità di indipendenza critica».
E’ consequenziale che l’articolista affermi che: «Saviano è oramai un brand, un marchio, una sorta di macchina mediatica in mano ad alcuni apparati» e che: «L’uomo Saviano sembra divenuto una marionetta, un replicante», per concludere “in bellezza” con la “definizione finale”, secondo la quale egli sarebbe un «dispositivo».
Va dato atto al Persichetti dell’utilizzo di parole in grado di comumcare precisamente il contenuto delle proprie idee, per quanto bislacche e deliranti esse possano essere giudicate dai lettori».

Il dispositivo secondo Foucault (estratto dalla memoria difensiva dell’avvocato Francesco Romeo)

In realtà, la critica mossa da Persichetti attinge ad un livello più sofisticato (che all’evidenza non viene colto, ne compreso dal denunciante). Il “dispositivo” da lui citato si richiama all’elaborazione dei filosofi Michel Foucault, Gilles Deleuze e Giorgio Agamben. In Sorvegliare e punire (Einaudi, Torino 1976 e numerose edizioni successive), Foucault definisce il “dispositivo” come l’insieme di tecniche sociali con cui si crea una relazione tra potere e soggetti: per esempio il carcere moderno è un “dispositivo” discreto che subentra alle punizioni spettacolari e pubbliche della società antecedente la Rivoluzione francese. Giorgio Agamben, in Che cos’è un dispositivo (Nottetempo, Roma 2006) e Gilles Deleuze (Che cos’è un dispositivo, Cronopio, Napoli 2007) estendono il concetto alle tecnologie informali con cui, nella nostra società, i media costruiscono l’identità dei soggetti. Diversamente dalla vecchia nozione di “manipolazione”, il concetto di dispositivo rappresenta il ruolo che alcune mitologie mediali svolgono influenzando il pubblico. In questo senso, Roberto Saviano – inteso come figura pubblica di romanziere-combattente anticamorra-opinionista-showman idolatrato dai media, rappresenta un vero e proprio “dispositivo” di influenza, volta per volta mito “mediale”, “esempio”, “eroe” ecc. Proprio questa funzione di “dispositivo” di Roberto Saviano è stata oggetto di analisi sociologica da parte del Prof. Alessandro Dal Lago nel volume Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee, Manifestolibri, Roma 2010.Dunque, solo una critica legittima e, colta, su quello che Roberto Saviano, al di la della sua persona, rappresenta nel panorama culturale italiano di questo periodo.

Aggiungo solo un’ultima cosa, correndo anche il rischio di nobilitare eccessivamente quello che viene definito un autorevole erede del romanzo d’appendice campano di cui fu caposcuola Francesco Mastriani: la funzione intellettuale svolta da Saviano (attraverso il dispositivo di cui sopra) ricorda la categoria degli imprenditori morali, il prototipo dei creatori di norme, come codificato dal sociologo Howard S. Becker in Outsiders, che in proposito scrisse: «Opera con un’etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri».

Ps: Chi tra di voi ha stima di Saviano, se lo incontra gli regali un libro di Foucault. Compirà un’opera di bene evitandogli altre brutte figure in futuro.

Sur l’affaire Impastato-Saviano
Archeologia dell’ignoranza. Se Roberto Saviano ignora Michel Foucault
Saviano débouté d’une plainte contre le quotidien Liberazione
Filippo Facci – Caso Impastato, Saviano perde la causa contro l’ex-br
Liberazione.it – Criticare Saviano è possibile
www.articolo21.org: Archiviata la querela di Roberto Saviano contro il quotidiano Liberazione
“Persichetti ha utilizzato fonti attendibili”, il gip archivia la querela di Saviano contro l’ex brigatista
Filippo Facci – Caso Impastato, Saviano perde la causa contro l’ex-br
Liberazione – Criticare Saviano è possibile
La bugia e la camorra. La madre di Peppino Impastato non parlò con Saviano
Corriere del mezzogiorno – La madre di Peppino Impastato non parlò con Saviano. Persichetti vince la causa
“Non c’è diffamazione”. Per la procura la querela di Saviano contro l’ex brigatista in semilibertà va archiviata
Saviano e il brigatista

Les deux articles qui ont derangé Saviano
Non c’è verità storica: il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano
Ma dove vuole portarci Saviano?

Pou en savoir plus
Il paradigma orwelliano impiegato da Roberto Saviano
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra
Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano
Alla destra postfascista Saviano piace da morire

Roberto Saviano è una paglietta: parola di Antonio Gramsci
Saviano le pussy riot e Gioacchino Belli
Arriva il partito della legalità
Michele Serra,“Saviano è di destra ma siccome in Italia non c’è una destra politica rispettabile allora lo ospitiamo a sinistra
Ucciso il sindaco di Pollica: dubbi sulla matrice camorristica
Covergenze paralelle: iniziativa con Saviano e confronto Fini-Veltroni

Encore sur Saviano
La denuncia del settimanale albanes “Saviano copia e pure male”
Occupazione militare dello spazio semantico: Saviano e il suo dispositivo

Il ruolo di Saviano. Considerazioni dopo la partecipazione a “Vieni via con me”
Aldo Grasso: “Vieni via con me un po’ come a messa”
La macchina del fango di Saviano contro i manifestanti del 14 dicembre

Un principe d’autorité victimaire
Il capo della mobile: “Contro Saviano minacce non riscontrate”
Il capo della Mobile di Napoli: “Vi spiego perché ero contrario alla scorta per Roberto Saviano”

Un home sur la droite
Pg Battista: “Come ragalare un eroe agli avversari. Gli errori della destra nel caso Saviano”
Il razzismo anticinese di Saviano. L’Associna protesta
Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”

L’héros de papier
Alessandro Dal Lago:“La sinistra televisiva un berlusconismo senza berlusconi”
Daniele Sepe scrive un rap antiSaviano: “E’ intoccabile più del papa”
Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
Saviano, l’idolo infranto
Pagliuzze, travi ed eroi

Des plaintes et des menaces
Saviano in difficoltà dopo la polemica su Benedetto Croce
Marta Herling: “Su Croce Saviano inventa storie”
Saviano, prime crepe nel fronte giustizialista che lo sostiene

 

Per l’amnistia e contro la tortura!

In occasione della riapertura delle udienze, domani 31 gennaio 2013, per i processi che si stanno tenendo contro alcuni manifestanti arrestati a ridosso degli scontri di piazza del 14 dicembre 2010, con una spettacolare iniziativa sui ponti della Capitale diverse strutture politiche e centri sociali romani provano a riaprire la battaglia contro la tortura di ieri e di oggi e contro le estradizioni politiche, per una amnistia generale che includa anche i reati politici, come devastazione saccheggio. I ponti sul Tevere sono stati colorati da striscioni contro la tortura e il carcere, i reati di piazza, l’arsenale giuridico impiegato contro le manifestazioni antigovernative, in solidarietà con Lander Fernadez, militante basco sottoposto a procedura di estradizione su richiesta della Spagna, ed in favore dell’amnistia. Qui sotto il comunicato diffuso sull’iniziativa

Tutte liberi! Vento in poppa ai fuggiaschi

ba412bb8-2d40-43dd-a738-eaa7ccfc5286Domani si celebra il processo per i fatti del 14 dicembre del 2010, una giornata bella ed intensa, un corteo enorme che reagì determinato e rabbioso alla compravendita dei voti in aula per garantire la fiducia al governo Berlusconi, una risposta larga e condivisa che fu capace di rompere il silenzio accumulato in quella stagione. Quel giorno sembra lontano, la dittatura della finanza ha stravolto ancora una volta il quadro politico internazionale, eppure ci sono ancora compagn* che rischiano la propria libertà per quella giornata.
A partire dalla solidarietà nei confronti degli imputati, questa iniziativa vuole alimentare una discussione urgente sul tema giustizia (e non sulla legalità, quello ha già troppi relatori) che sembra sia iniziato nel nostro paese.
Che la repressione sia un strumento del potere per negare il dissenso si sa. Che i diktat finanziari, impongono strette sul controllo è noto, ed è evidente ancor di più nei paesi in cui la condizione sociale è maggiormente aggravata dalla crisi. Ma se la Corte Europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo condanna l’Italia per “violazione dei diritti umani, tortura e trattamento inumano e degradante”, e se Amnesty International dichiara che in italia “essere donne, partecipare a una manifestazione, essere migranti, rom, gay, detenuti, significa correre un serio rischio per i propri diritti umani”, il tema trasborda evidentemente la sensibilità del movimento solamente.
Le gravissime condanne per Genova e per il 15 ottobre, l’utilizzo continuo del reato di devastazione e saccheggio (reato introdotto dal Codice Rocco), la leggerezza con cui si richiedono dure e assurde misure cautelari, le condizioni nelle carceri e l’impunibilità delle forze dell’ordine, la volontà ultima di celebrare il processo contro i notav nell’aula bunker del carcere delle vallette, fanno riferimento tutte ad una sospensione “tecnica” della democrazia in corso, che pone al centro del suo mandato il Codice Rocco, già fondamento teorico del fascismo.

TUTTE LIBERI
VENTO IN POPPA AI\ALLE FUGGIASCHI

c.s.o.a. Corto Circuito, csoa Astra 19, c.s.o.a. Spartaco, Esc Atelier, c.s.o.a. La Strada, c.s.o.a. Sans Papiers, Esc – AtelierAutogestito, Lab! Puzzle, Militant, Strike Spa


Approfondimenti utili

Dopo le pesanti condanne per devastazione e saccheggio confermate dalla cassazione torniamo a parlare di amnistia (un libro per riflettere: politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità d’Italia ad oggi)
Stéphan Gacon, L’Amnistie, Seuil, Paris 2002, pp. 424
L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392
Une histoire politique de l’amnistie, a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, pp. 263

Altri link
Agamben, Europe des libertés ou europe des polices
Agamben, Lo stato d’eccezione
Il caso italiano, lo stato di eccezione giudiziario
La fine dell’asilo politico
La giudiziarizzazione dell’eccezione/2
La giudiziarizzazione dell’eccezione/1
Garapon, l’utopia moralizzatrice della giustizia internazionale
Arriva il partito della legalità
La logica premiale e logica vittimaria ispirano la nuova filosofia penale
Giustizia o giustizialismo? Dilemma nella sinistra
Processo breve, amnistia per soli ricchi
Recidiva: l’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza
Niente amnistia perché ci vogliono i 2/3 del parlamento? Allora abolite le ostative del 4-bis e allungate la liberazione anticipata: basta la maggioranza semplice

Strage di Ustica, «Fondata la tesi del missile». La Cassazione condanna lo Stato a risarcire i familiari delle vittime

La sezione civile della corte di cassazione ha stabilito che l’esplosione di un missile lanciato da un jet militare sia l’ipotesi più congrua per spiegare l’origine della strage di Ustica che provocò l’inabissamento in mare di un Dc-9 Itavia con 81 persone a bordo. Ipotesi «congruamemte motivata», sostengono i giudici della terza sezione civile, che esclude l’esplosione interna e il cedimento strutturale. Per questa ragione i magistrati della suprema corte hanno condannato lo Stato italiano a risarcire i familiari delle vittime che avevano citato in giudizio ben tre ministeri, individuando nell’autorità pubblica una responsabilità per non aver garantito, con sufficienti controlli dei radar civili e militari, la sicurezza dei cieli. 
Questa decisione, forse, aiuterà a mettere fine ad una pluridecennale guerra di depistaggi, ipotesi e ricostruzioni contrapposte che pezzi d’apparato, gruppi di potere, gangli delle istituzioni hanno cominciato a scagliarsi reciprocamente già nelle prime ore che hanno seguito la tragedia.
Ma cosa accadde veramente la sera del 27 giugno 1980?
L’unica cosa ormai accertata è che nei cieli del Mediterraneo si svolse una vera e propria battaglia aerea, uno «scenario bellico» che vide un jet militare occidentale lanciare un missile in direzione del Dc9. Perché?
Clcca qui per continuare a leggere

DC-9 ITAVIA CADUTO AD USTICA

I resti del Dc9 Itavia recuperati

Link
Strage di Ustica, quando Giovannardi fu sputtanato da wikileaks

Gallinari è morto in esecuzione pena, dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale

1990 - Presidio davanti alla Cassazione per chiedere la scarcerazione di Prospero Gallinari

1990 – Presidio davanti alla Cassazione per chiedere la scarcerazione di Prospero Gallinari

L’attenzione pubblica destata dalla morte di Prospero Gallinari, l’ex militante delle Brigate rosse appartenente al cosiddetto “nucleo storico”, coinvolto nel sequestro Moro e che nel corso della sua vita ha incarnato l’intera parabola della storia brigatista, non sembra tuttavia prestare la giusta attenzione ad un aspetto fondamentale della vicenda: al momento della morte, per un malore dovuto alle sue pessime condizioni cardiache effetto dei postumi provocati dalle gravi ferite riportate al momento della cattura nel 1979, Gallinari non era un uomo libero.
Scarcerato nel 1996 con la formula della sospensione pena per i gravi motivi di salute che ne mettevano a rischio la sopravvivenza in carcere, a Gallinari era stata successivamente applicata la misura degli arresti domiciliari con possibilità di lavoro.
Colpito al cervello durante una sparatoria Gallinari era sopravvissuto (leggi qui). Al cranio gli era stata applicata una placca di metallo. Dopo anni di detenzione nelle carceri speciali il cuore cedette, per questo venne sottoposto a ripetuti interventi cardiaci e lunghe degenze nei centri clinici penitenziari. Il potere politico in quel periodo non sarebbe stato in grado di reggere il peso di una morte del genere all’interno del carcere. La liberazione avvenne in una fase politica particolare nella quale sembrava dovessero giungere a termine, con un provvedimento di indulto, i lunghi irrisolti penali della stagione della lotta armata.

Raggiunti i 30 anni di detenzione aveva deciso di chiedere la liberazione condizionale (vedi qui). La magistratura di sorveglianza chiese allora il parere dei familiari delle vittime suscitando, in particolare, la reazione di Sabina Rossa che rinviò al mittente ogni decisione (leggi qui).
Quando si tenne l’udienza, il collegio si riservò, rinviando ogni decisione. In sostanza il tribunale decise di non decidere. Nessuna nuova udienza fu più convocata.
Nel testo che segue Sandro Padula, anche lui ex brigatista, ancora in semilibertà dopo 30 anni di carcere compiuti e la liberazione condizionale rifiutata, brutali torture subite al momento dell’arresto (leggi qui), nel ricordare la storia di Prospero Gallinari pone giustamente l’accento su questo aspetto

di Sandro Padula

Quattordici gennaio 2013. Cielo grigio e piovoso.
“Stamattina è morto Prospero”, leggo in una mail.
“La brutta notizia, – precisa qualche minuto dopo un amico al telefono – è confermata da Sante che vive a Bologna”.
Sante Notarnicola, l’autore del libro “L’evasione impossibile”, conosceva bene Prospero Gallinari, colui che si definì “un contadino nella metropoli” nell’omonimo testo di memorie.
Ex brigatista rosso, 62 anni, in sospensione della pena carceraria per motivi di salute dal 1996, Prospero abitava a Reggio Emilia e, pur essendo stato arrestato l’ultima volta nel 1979, non aveva nemmeno ottenuto la libertà condizionale, la cui istanza fu da lui indirizzata qualche anno fa al tribunale di sorveglianza di Bologna e mai discussa. Sì, mai discussa.
Della libertà condizionale, il beneficio che funge da ultimo tunnel penale prima della libertà, non ha visto nemmeno l’ombra.
La sospensione della sua pena carceraria in senso stretto corrispondeva ad una misura ibrida fra gli arresti domiciliari e la semilibertà: Prospero poteva uscire di casa, in alcuni orari prestabiliti della giornata lavorativa, ma non di notte.
Agli amanti dei misteri non fa scandalo la realtà italiana per cui dopo 3 decenni ci sono ancora dei detenuti politici. Fa scandalo se da ragazzino Prospero era un marxista-leninista ortodosso o se, nei primissimi anni ’70 e per breve tempo, ebbe dei rapporti con Corrado Simioni, il teorico della “superclandestinità” abbandonato al suo destino da tutti i militanti delle Br – nessuno escluso – perché ritenuto megalomane, maldestro e inconcludente.
Prospero ha maturato le proprie idee a Reggio Emilia in un determinato periodo storico e le ha sviluppate nelle metropoli operaie del Nord Italia, nell’esperienza carceraria fra il 1974 e il 1976 e poi, dopo un’evasione, a Roma.
Fu sempre fedele alle persone amiche, condividendo con loro la propria vita e dimostrandosi particolarmente sensibile anche nei momenti più difficili, ad esempio dopo la seconda carcerazione quando, assieme a Linda Santilli, scrisse il primo libro italiano sull’effetto estensivo della pena detentiva ai parenti dei detenuti: “Dall’altra parte: l’odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici” (Feltrinelli, 1995).
Prospero sapeva che in una organizzazione politica come le Br le responsabilità erano collettive e rimase coerente rispetto a tale consapevolezza fino all’ultimo giorno della sua vita.
Nel 2009 ha elaborato la postfazione di “Andate e ritorni. Conversazioni tra passato presente e futuro” (Colibrì editore), un libro dell’ex br Loris Tonino Paroli a cura di Giovanna Panigadi e Romano Giuffrida e con prefazione di Renato Curcio.
Nel 2011 ha partecipato a “Ils étaient les Brigades rouges“, un documentario trasmesso a puntate in una televisione francese (vedasi l’estratto: http://www.dailymotion.com/video/xkua7m_extrait-du-film-ils-etaient-les-brigades-rouges_shortfilms#.UPVDHfI5gcY ).
Prospero resta quindi una figura limpida, una specie di libro multimediale aperto, per tutte le persone che, all’interno e all’esterno delle carceri, ne hanno conosciuto il coraggio, l’umiltà e l’altruismo.

Link
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
A Prospero Gallinari volato via troppo presto
Ciao Prospero
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili

Per saperne qualcosa di più
La biblioteca del brigatista
Il nemico inconfessabile
La biblioteca del brigatista
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
La révolution et l’Etat
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella

Il brigatista torturato chiede la revisione del processo. Vuole sapere tutto sulla squadra speciale guidata da Nicola Ciocia che praticava il waterboarding

Dopo le ammissioni di Nicola Ciocia, il funzionario di polizia che lo torturò, e la testimonianza dell’allora commissario Salvatore Genova, Enrico Triaca chiede la revisione del processo che portò alla sua condanna per calunnia. L’istanza depositata dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo davanti alla corte d’appello di Perugia non mira soltanto all’annullamento del processo farsa che finì con una condanna per calunnia ad un anno e quattro mesi di carcere, che si aggiunse a quella per appartenenza alle Brigate rosse ed in un primo momento anche per il sequestro Moro. L’obiettivo è quello di fare luce sull’esistenza di un apparato di polizia parallelo che con il mandato del governo venne messo in piedi per condurre le indagini sulle organizzazioni rivoluzionarie armate ricorrendo alla tortura

di Marco Grasso e Matteo Indice
Il Secolo XIX 12 dicembre 2012

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Nicola Ciocia è l’uomo di spalle, di bassa statura con la chiera

Per piegare il terrorismo lo Stato italiano fece ricorso alla tortura. Un’accusa che allora, quando a lanciarla era Enrico Triaca, tipografo delle Br coinvolto nel sequestro Moro, finì con una condanna per calunnia. Era il 1978. Oggi, a trentaquattro anni di distanza, l’ex brigatista chiede la revisione del processo: «Era tutto vero». Un atto che potrebbe riaprire una delle pagine più oscure degli anni di Piombo: l’attività di alcuni corpi speciali, che agivano sotto copertura, conosciuti come “I cinque dell’Ave Maria” e “I vendicatori della notte”.
A confermare l’esistenza di un nucleo “parallelo” all’interno della polizia, nel corso degli anni, sono stati alcuni ex funzionari. Ne parlò Salvatore Genova, superinvestigatore che nel gennaio del 1982 liberò il generale americano James Lee Dozier, prigioniero delle Brigate Rosse. Poi anche Nicola Ciocia, anche lui ex poliziotto, che in quelle missioni speciali si celava dietro allo pseudonimo “Professor De Tormentis”. Ciocia, convinto che il fine giustificasse in mezzi («era per il bene dell’Italia»), raccontò la sua verità in un’intervista al Secolo XIX. Tra le rivelazioni anche quella di aver praticato ciò che allora veniva chiamato il «trattamento dell’acqua e sale». Una forma di interrogatorio divenuta famosa in tutto il mondo dopo la guerra in Iraq come waterboarding, tortura che simula l’annegamento del detenuto.
Quelli che fino a ieri erano frammenti sconnessi, adesso sono i pezzi di un mosaico coerente. A rimetterli insieme è una corposa indagine difensiva condotta da Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo, avvocati di Triaca, e presentata alla Corte d’Appello di Perugia. In gioco non c’è solo l’annullamento di un processo, finito con una condanna a un anno e quattro mesi di carcere, arrivata dopo quella per banda armata.
L’obiettivo dichiarato del ricorso è quello di far luce su una delle pagine più oscure del dopoguerra italiano: «È molto facile indignarsi e criticare la tortura quando viene praticata in altri paesi – spiegano – È molto facile zittire con una condanna per calunnia, chi ha denunciato di essere torturato. È difficile, anzi, impossibile, affrontare la propria cattiva coscienza anche se appartiene al passato».
A descrivere il waterboarding è lo stesso Triaca, al blog Insorgenze, punto di riferimento della sinistra più estrema: «Fui prelevato dalla questura, bendato e caricato su un furgone. Mi introdussero in una stanza, mi spogliarono e mi legarono alle quattro estremità di un tavolo, con la testa fuori. Qui, accesa la radio al massimo, iniziò il “trattamento”. L’istinto è quello di agitarti nel tentativo di prendere aria, ma riesco solo a ingoiare acqua. “De Tormentis” dava gli ordini. Dopo un po’ che tieni la testa a penzoloni i muscoli cominciano a farti male e a ogni movimento ti sembra che il primo tratto della spina dorsale ti venga strappato dalla carne».
L’esistenza di una «struttura organizzata» emerse già in un’inchiesta della Procura di Padova degli anni Ottanta, che indagò sulle sevizie commesse ad alcuni membri delle Br, senza riuscire a individuarne gli autori. A colmare quel vuoto, nel 2007, è il capo della squadra, Nicola Ciocia: «I metodi forti sono stati usati, in emergenza e sempre dopo aver avuto la certezza oggettiva di trovarsi davanti il reo, le cui rivelazioni sarebbero state decisive per salvare delle vite. Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo in alcuni casi».
La vicenda è stata anche oggetto di un’interpellanza parlamentare, presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini. A rispondere a nome del governo, notano però i difensori di Triaca, si è presentato Carlo De Stefano, sottosegretario agli Interni, all’epoca dei fatti «uno dei poliziotti che parteciparono al suo arresto».


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