Cattivi maestri e bravi bidelli: le carte truccate di Paolo Granzotto

Biografo di Indro Montanelli, con il quale ha lavorato al Giornale dove è rimasto dopo l’arrivo di Berlusconi, Paolo Granzotto scrive articoli che sembrano manifesti per bourgeois epatés. In realtà, il più delle volte, il suo stile da madama la marchesa finisce solo per essere grottesco. Impreciso, disinformato e disinformatore, i suoi pezzi sono infarciti di menzogne e bugie, senza disdegnare nemmeno sparate razziste come quando scrisse in un articolo del 2009 che bisognava rispedire al mittente «la feccia rumena».
Granzotto è un mio lettore affezionato e questo gli procura ogni tanto qualche gastrite (leggi qui).
Nell’articolo che segue, Granzotto se la prende con una mia intervista apparsa su la Repubblica del 2 gennaio 2011. In difetto d’argomenti da opporre si attacca alla retorica dei cattivi maestri che tanto piace ai bravi bidelli.
Nelle righe del pezzo dedicate a me, 8 su complessive 22, riesce a piazzare due grossolane falsità: la prima è che sarei stato premiato della semilibertà dopo appena sei anni di carcere, argomento che gli serve per spingere sul tasto dell’impunità; nella seconda mi attribuisce una frase mai detta nell’intervista che gli è andata di traverso: «Battisti non commette reati da trent’anni», circostanza per altro vera se togliamo i documenti falsi impiegati per entrare in Brasile. Che bisogno aveva Granzotto di attribuirmi argomenti da me mai impiegati invece di controbattere a quelli da me veramente utilizzati?
Evidentemente questi ultimi lo mettevano in difficoltà ed allora ha preferito crearsene altri.
Per quanto riguarda, invece, la storia dell’impunità bastava informarsi un po’: fino al momento dell’intervista a Repubblica del gennaio 2011 avevo trascorso (tra prigioni italiane e francesi) più di 12 anni della mia vita in carcere. Dodici anni di pena effettiva che per effetto del calcolo della “liberazione anticipata” (per i profani del sistema carcerario vuole dire una sorta di sconto per buona condotta) corrispondono a 15 anni di pena maturata sui 19 complessivi da scontare.

Dal giugno 2008 esco ogni mattino dal carcere per andare a lavorare e vi rientro la sera. Questo regime detentivo prende il nome di semilibertà, o se volete anche “semicarcerazione” (come la storia del bicchiere mezzopieno e mezzovuoto). Questa mezza libertà che inizia con le luci del giorno non è una libertà vera, ovviamente. Il semilibero si porta il carcere addosso lungo tutta la giornata. Non può andare dove vuole ma solo dove i giudici hanno stabilito. Ha degli orari ben precisi che deve rispettare, è consegnato sul posto di lavoro, a meno che l’attività lavorativa svolta non imponga degli spostamenti, tutti preventivamente segnalati e monitoriati dalle autorità di polizia. Terminato il lavoro deve rispettare una fascia di reperibilità che non gli consente alcun altro spostamento. Gli unici spostamenti ammessi sono dal carcere al lavoro, dal lavoro a casa, da casa al ritorno in carcere. Ogni altro eventuale spostamento al di fuori degli orari preventivamente ammessi non è autorizzato.
Al momento della mia estradizione dalla Francia tre delle quattro condanne che mi erano state inflitte erano prescritte. In sostanza il decreto di estradizione firmato dal primo ministro francese nel 1995 non era più valido (il testo riportava in calce come condizione che le pene indicate non fossero prescritte). Di norma una nuova procedura avrebbe dovuto essere riaperta per aggiornare la validità della estradizione. In realtà venni consegnato alle autorità italiane perché la procura di Bologna cercava in tutti i modi di spostare le indagini sull’attentato Biagi verso la pista del “santuario francese”, rivelatasi poi un vero e proprio depistaggio. Una richiesta di “individuazione” e una rogatoria internazionale erano state avviate contro di me. Anche qui il trattato che disciplina le estradizioni tra Paesi europei prevedeva l’attivazione di una nuova procedura di estradizione per i nuovi fatti che mi venivano addebitati. Tutto ciò non avvenne mai. Fui ceduto all’alba del 25 agosto 2002 sotto il tunnel del Monte Bianco senza nuova estradizione, senza possibilità di difendermi, anzi senza nemmeno sapere dell’accusa che m’attendeva in Italia. Per oltre due anni e mezzo sono rimasto indagato nell’inchiesta Biagi, all’inizio in modo occulto, poi formalizzato, per essere alla fine prosciolto. Nei 3 anni successivi mi vennero sistematicamente negati i permessi a causa degli articoli e di un libro che avevo scritto nel frattempo.
Non è affatto vero, come invece ha scritto Giuseppe Cruciani in una specie di lista di proscrizione dal titolo “Gli amici del terrorista. Chi protegge Cesare Battisti”, Sperling & Kupfer 2010, che i detenuti condannati per reati politici possono usufruire dell’indulto di 3 anni concesso dal parlamento nel 2006. I reati aggravati dall’articolo 1 delle legge Cossiga, che sanziona le “finalità di terrorismo e sovversione dell’ordinamento costituzionale”, nonché alcuni dei reati canonici previsti nel capitolo dei delitti contro la personalità interna dello Stato del codice Rocco (banda armata, associazione sovversiva, attentato contro lo Stato) sono stati esclusi dall’applicazione di questo indulto

Ma chi ha ammazzato scenda dalla cattedra

di Paolo Granzotto
Il Giornale 3 gennaio 2011

Possono ben avvolgersi nel sudario dell’ipocrisia i politici, gli intellettuali e i giornalisti che negli anni dell’eversione fecero da sponda (quando non vi militarono) alla lotta armata. Gli stessi che volendosi fare l’appello firmarono in massa (…)
(…) il manifesto-sentenza contro il commissario Calabresi «torturatore»: Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Margherita Hack, Umberto Eco… i soliti noti. Possono far finta di mostrarsi indignati per il no di Lula all’estradizione di Cesare Battisti. Ma ci hanno pensato due reduci della lotta armata dai quali non hanno mai preso le distanze, e anzi, a rivelare quel che rode loro dentro. Si chiamano Sergio D’Elia e Paolo Persichetti, il primo intervistato dal Riformista, il secondo da Repubblica. Appartenente alla banda armata di Prima linea, D’Elia ha scontato quindici anni di carcere per poi essere eletto deputato nelle liste radicali (Marco Pannella ha, sulla coscienza, altri di questi ingiuriosi sberleffi alle istituzioni: Toni Negri, Cicciolina…). Attualmente è a capo di Nessuno tocchi Caino. Naturalmente è ritenuto, dai progressisti più avvertiti, un guru, un maestro di pensiero. Paolo Persichetti, brigatista rosso, area Unione dei comunisti combattenti. Condannato a ventidue anni e sei mesi di reclusione per banda armata, riesce a rifugiarsi in Francia senza però potervi restare a lungo. Ma se è per questo, nemmeno in carcere: estradato, scontati nelle patrie galere sei dei ventidue anni e passa, gode della semilibertà. Giornalista, scrive per Liberazione, organo del Partito della Rifondazione comunista.
«Onore a Lula» gioisce D’Elia, per il quale essendo le nostre carceri «strumento di tortura» e lo Stato «macchiatosi di molte stragi», «l’Italia non ha l’autorità politica nazionale e internazionale per protestare con chicchessia». E dunque, meglio «Battisti libero in Brasile», anche se pluriomicida, perché, spiega D’Elia inoltrandosi in un ragionamento senza né capo né coda, «a me non interessa nulla di Battisti. A me interessa la difesa del detenuto ignoto, non di quello noto». Non poteva mancare, nella rivendicazione dei diritti del serial killer, un riferimento al totem della Costituzione secondo la quale «il carcere serve per rieducare». Non è vero, naturalmente (il carcere è il luogo – e dunque serve a ciò – dove si scontano le pene le quali «devono tendere – dicesi tendere – alla rieducazione del condannato», articolo 27). Ma anche se fosse come dice D’Elia, restano demenzialmente sconclusionate le conclusioni: non essendo «il Battisti di 35 anni fa lo stesso Battisti di oggi» ne consegue che «il Battisti del delitto non è lo stesso della pena. Per cui, Costituzione alla mano, non deve andare in galera». In quanto ai sentimenti dei familiari dei caduti sotto il piombo del terrorista e non certo entusiasti nell’apprendere che Battisti si è sottratto, grazie a Lula, alla giustizia, D’Elia taglia corto: «I parenti delle vittime sono stati traditi non da Battisti, ma dallo Stato».
Ovviamente anche per Paolo Persichetti la decisione presa da Lula è ineccepibile: non solo «Battisti non commette reati da trent’anni» e questo già dovrebbe bastare a farne un uomo libero. Ma perché quella dell’ex presidente brasiliano è, a conti fatti, una salutare lezione: «Questo Paese – lamenta sconsolato Persichetti – non sa rielaborare il proprio passato» insistendo nell’errore di «voler regolare dei conti (così li chiama, i quattro omicidi) in termini giudiziari». Casi come quello di Cesare Battisti devono infatti essere guardati, come li ha guardati Lula, «con gli occhi della storia» affrontando «gli anni di piombo con un atto di chiusura politica».

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Alcune precisazioni su questa intervista apparsa su “la Repubblica”. Purtroppo le poche righe messe a disposizione hanno dato origine ad alcune inesattezze e qualche ambiguità. Fino ad oggi ho passato (tra prigioni italiane e francesi) più di 12 anni della mia vita in carcere, non 6 come alcuni quotidiani di destra hanno immediatamente scritto (in particolare Paolo Granzotto sul “Giornale” del 3 gennaio). 12 anni di pena effettiva corrispondono, per effetto del calcolo della “liberazione anticipata” (per i profani del sistema carcerario vuole dire una sorta di sconto per buona condotta) a 15 anni di pena maturata.
Da 2 anni e mezzo esco ogni mattino dal carcere per andare a lavorare e vi rientro la sera. Questo regime detentivo prende il nome di semilibertà, o se volete anche “semicarcerazione” (come la storia del bicchiere mezzopieno e mezzovuoto). Questa mezza libertà che inizia con le luci del giorno non è una libertà vera ovviamente. Il semilibero si porta il carcere addosso lungo tutta la giornata. Non può andare dove vuole ma solo dove i giudici hanno stabilito. Ha degli orari ben precisi che deve rispettare, è consegnato sul posto di lavoro come in una sorta di arresti lavorativi, a meno che l’attività lavorativa svolta non imponga degli spostamenti, tutti preventivamente segnalati e monitoriati. Terminato il lavoro deve rispettare una fascia di reperibilità che non gli consente alcun altro spostamento. Gli unici spostamenti ammessi sono dal carcere al lavoro, dal lavoro a casa, da casa al ritorno in carcere. Ogni altro eventuale spostamento al di fuori degli orari preventivamente ammessi non è consentito.
Al momento della mia estradizione dalla Francia 3 delle 4 condanne che mi erano state inflitte erano prescritte. In sostanza il decreto di estradizione firmato dal primo ministro francese nel 1995 non era più valido (il testo riportava in calce come condizione che le pene indicate non fossero prescritte). Di norma una nuova procedura avrebbe dovuto essere riaperta per aggiornare la validità della estradizione. In realtà sono stato consegnato alle autorità italiane perché la procura di Bologna cercava in tutti i modi di spostare le indagini sull’attentato Biagi verso quello che chiamava il “santuario francese”, rivelatasi poi un vero e proprio depistaggio. Una richiesta di “individuazione” e una rogatoria internazionale erano state avviate contro di me. Anche qui il trattato che disciplina le estradizioni tra Paesi europei prevedeva l’attivazione di una nuova procedura di estradizione per i nuovi fatti che mi venivano addebitati. Tutto ciò non avvenne mai. Fui consegnato all’alba del 25 agosto 2002 sotto il tunnel del Monte Bianco senza nuova estradizione, senza possibilità di difendermi, anzi senza nemmeno sapere dell’accusa che m’attendeva in Italia. Per oltre due anni e mezzo sono rimasto indagato nell’inchiesta Biagi, all’inizio in modo occulto, poi formalizzato, per essere alla fine prosciolto. Nei 3 anni successivi mi sonso stati sistematicamente negati i permessi a causa degli articoli e di un libro che avevo scritto nel frattempo. Non è affatto vero, come invece ha scritto Giuseppe Cruciani in una specie di lista di proscrizione dal titolo “Gli amici del terrorista. Chi protegge Cesare Battisti”, Sperling & Kupfer 2010, che i detenuti condannati per reati politici possono usufruire dell’indulto di 3 anni concesso dal parlamento nel 2006. I reati aggravati dall’articolo 1 delle legge Cossiga, che sanziona le “finalità di terrorismo e sovversione dell’ordinamento costituzionale”, nonché alcuni dei reati canonici previsti nel capitolo dei delitti contro la personalità interna dello Stato del codice Rocco (banda armata, associazione sovversiva, attentato contro lo Stato) sono stati esclusi dall’applicazione di questo indulto.


Concetto Cecchio
Repubblica
2 gennaio 2011

PERSICHETTI, come valuta la mancata estradizione di Cesare Battisti?
«Mancata estradizione? Giusto rifiuto. Me ne rallegro. Il Brasile si aggiunge alla lunga lista di Paesi che non hanno accolto le richieste dell’Italia: Grecia, Svizzera, Francia, Gran Bretagna, Canada, Argentina, Nicaragua, e non cito il Giappone perché mi ripugna, visto che ha dato la cittadinanza al neofascista Delfo Zorzi».
L’irriducibile Paolo Persichetti, romano, 48 anni, condannato a 19 anni di carcere per la sua partecipazione alle Brigate Rosse della seconda metà degli anni Ottanta- le Br Udcc – è l’unico terrorista che è stato estradato dalla Francia nel 2002. Aveva trascorso undici anni a Parigi, gli ultimi come ricercatore all’Università. Era sospettato, senza saperlo, dell’omicidio Biagi, accusa che poi cadde. Ma qua è rimasto: detenuto per sei anni. Da due anni è semilibero, a Rebibbia. Collabora con il quotidiano Liberazione.

La motivazione di Lula è che tornando in Italia l’incolumità di Battisti sarebbe a rischio. Lei conosce bene le nostre carceri. Non è una motivazione ridicola?
«Guardi che nelle motivazioni si fa soprattutto riferimento all’aggravamento della posizione di Battisti, che finirebbe in un carcere duro nonostante non commetta reati da 30 anni. Nel giudizio dei brasiliani incide poi anche il fatto che nel loro ordinamento non è prevista la pena dell’ergastolo. Soprattutto guardano a quelle vicende con gli occhi della storia, come da tempo dovrebbe fare anche l’Italia. In questo Paese al contrario si vogliono regolare ancora dei conti in termini giudiziari invece che affrontare gli anni di piombo con un atto di chiusura politica».

Ma Battisti non ha scontato un solo giorno di carcere per i quattro omicidi. Le sembra eticamente sostenibile in uno Stato di diritto?
«Ma tra Italia, Francia e Brasile, ha scontato cinque, forse sei anni. Certo, è una piccola parte rispetto all’ergastolo ma di poco inferiore a quella subita dal suo maggiore accusatore, reo confesso di diversi omicidi e premiato con i lauti sconti di pena previsti dalla legislazione speciale antiterrorismo».

C’è di più: Battisti si è sottratto ai processi, fuggendo prima in Messico e poi in Francia.
«Era un suo diritto. Il diritto ammette la possibilità di sottrarsi altrimenti non esisterebbero i trattati internazionali e bilaterali che regolano la disciplina delle estradizioni tra Stati, prevedendo anche la possibilità di offrire protezione. E poi l’Italia ha un presidente del consiglio che si sottrae da anni ai processi partecipando ai summit internazionali senza che ciò crei scandalo. Perché dovrebbe crearlo Battisti».

Le pare che questa è giustizia?
«Cosa vuol dire giustizia? Battisti è sfuggito alle leggi emergenziali di quel decennio. Le faccio notare che quando, nel 2004, le autorità francesi decisero di estradarlo in Italia lo fecero perché il governo italiano promise loro che gli avrebbe rifatto i processi, visto che le condanne erano state comminate in contumacia. Era chiaramente una promessa di marinaio…»

Infatti Battisti preferì scappare di nuovo, in Brasile. E le vittime aspettano da 30 anni: provi a mettersi nei loro panni.
«Lo faccio spesso. Ho incontrato Sabina Rossa per un’intervista ed è stata un incontro doloroso, difficilissimo, avevo paura di sbagliare un solo aggettivo. Dopodiché non credo che la presenza in carcere di Battisti risarcisca i parenti dal loro dolore. Insisto: questo Paese non sa rielaborare il proprio passato, lo strumentalizza continuamente. Risultato: la piaga rimane sempre aperta».

Che ricordo ha di Battisti?
«L’ho incrociato spesso in Francia, anche se avevamo giri diversi. Un personaggio simpatico, guascone, che viene da una famiglia proletaria. Ho conosciuto anche i suoi famigliari, persone oneste che si sono sempre ammazzate di fatica. Cesare era un ragazzo ribelle, che poi ha politicizzato la sua ribellione, come tanti di quella generazione. In ogni caso una estradizione non si decide sulla base della simpatia o antipatia (reale o costruita dai media). Per questo l’Italia perde sempre».

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Estradizione di Cesare Battisti: la menzogna dell’ergastolo virtuale

La disinformatia del governo italiano che tenta di negare l’esistenza dell’ergastolo

Tito Lapo Pescheri
L’Altro
13 settembre 2009

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Propaganda fascista contro Cesare Battisti

L’Italia è disposta a fare carte false pur di riavere Cesare Battisti dal Brasile. È da quando si è riaperta la partita delle estradizioni degli esuli italiani che l’Italia bara su tutti i tavoli, quelli del diritto internazionale, della politica diplomatica e della ricostruzione storica degli anni 70. Qualcuno potrebbe anche dire che in questa partita il fine giustifica i mezzi, ma non si pretenda poi di dare lezioni di morale, non s’invochino etica e vittime, ancora meno si pretenda il rispetto internazionale. Il nostro Paese è la fotografia di un ceto politico (di governo e d’opposizione) che vive della doppiezza dei comportamenti e della verità: impunità per sé e i propri amici, regole e sanzioni solo per gli altri, per i propri nemici. Nella vicenda Battisti l’Italia fino ad ora si è contraddistinta per la scelta d’argomenti strumentali, di circostanza, adattati di volta in volta alla controparte. Una truffa dietro l’altra da consumati giocatori di frodo. La prova sta nella strategia scelta di fronte al tribunale superiore federale del Brasile dove l’argomento della contumacia, rilevante quando la discussione si svolgeva di fronte alla giustizia francese, è totalmente scomparso. In Brasile si è parlato soltanto di politicità dei delitti e d’ergastolo. La prima ridicolamente negata, nonostante l’evidenza delle condanne per reati associativi e la presenza d’aggravanti specifiche applicate per sanzionare atti tesi a «sovvertire l’ordinamento costituzionale». Il secondo, il «fine pena mai», anzi «99/99/9999» come recitano gli attuali certificati penali digitalizzati, trasformato nella favoletta dell’«ergastolo virtuale». E questo perché il relatore del tribunale supremo federale, Cezar Peluso, ha vincolato il via libera all’estradizione al rispetto di una clausola: la revoca dell’ergastolo – pena che il Brasile non riconosce perché abolito dopo la dittatura militare – da commutare ad una condanna non superiore a 30 anni. Un criterio del genere è previsto anche nella nostra costituzione che vieta l’estradizione in Paesi dove la persona subirebbe trattamenti degradanti e non riconosciuti dal nostro sistema giudiziario. Ragion per cui, per esempio, non si accolgono richieste da paesi che prevedono la pena di morte. Per aggirare questo nuovo ostacolo le nostre autorità si accingono a organizzare l’ennesimo raggiro. Il procuratore Italo Ormanni, inviato a Brasilia per perorare gli argomenti del governo avrebbe fornito rassicurazioni al Stf sul fatto che la pena dell’ergastolo prevista nel nostro codice sarebbe solo un «concetto virtuale», non una persecuzione a vita. I tecnici di via Arenula avrebbero spiegato, seguendo i canali diplomatici, che l’ergastolo in Italia non oltrepasserebbe i 26 anni, soglia che secondo l’art. 176 consente di chiedere la liberazione condizionale. Questo argomento era già stato impiegato dal guardasigilli Clemente Mastella nel 2007, omettendo però una circostanza decisiva, ovvero che la condizionale è solo un’ipotesi virtuale non un automatismo. Di fronte alla reazione inferocita di alcuni familiari delle vittime, Mastella fece marcia indietro spiegando che si era trattato solo di uno stratagemma per strappare l’estradizione. Un modo per fregare i brasiliani facendogli credere ciò che non era vero. Ora Angiolino Alfano ci riprova, spalleggiato da Frattini e La Russa e con l’assenso di Napolitano. Per denunciare questa operazione di disinformatia alcuni degli oltre 1400 ergastolani italiani (circa il 4,5% dell’intera popolazione reclusa) scrissero anche una lettera aperta al presidente Lula. «In Italia – spiegavano gli autori – uno sciopero della fame che ha coinvolto migliaia di persone contro una pena socialmente eliminativa, figlia giuridica della pena di morte, non fa notizia come il fatto che siano stati depositati alla corte di Strasburgo ben 739 ricorsi contro l’ergastolo». In Italia l’ergastolo resta a tutti gli effetti una pena perpetua. La concessione della liberazione condizionale, dopo il ventiseiesimo anno di reclusione, resta solo un’ipotesi sottomessa alla discrezionalità della magistratura, per altro difforme da tribunale a tribunale e sempre più impraticabile a causa di una giurisprudenza restrittiva che lega il fine pena ad atti pubblici di contrizione e pentimento degni dell’epoca dell’inquisizione. La legge per altro esclude tutti quelli che sono sottoposti al carcere duro (oltre 500 sono in regime di 41 bis). I detenuti rinchiusi da oltre 20 anni sono 1648, tra questi 56 hanno superato i 26 anni e 37 sono andati oltre i 30. Il record riguarda un detenuto rinchiuso nel carcere di Frosinone con ben 39 anni di reclusione sulle spalle. Di ergastolo si muore. Le autorità brasiliane non possono ignorarlo. Stiano ben attente a non farsi ingannare dalle menzogne che vengono da parte italiana.

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Il Corriere della sera di oggi 31 dicembre 2010 in un articolo di Giovani Bianconi, che prende avvio in prima pagina e poi gira in terza, cita alcuni passaggi di questo testo scritto nell’ottobre 2004, ripreso e sviluppato in uno dei capitoli (le pagine finali del capitolo otto) del libro Esilio e Castigo. Retroscena di una estradizione, La città del sole edizioni. Per completezza d’informazione lo riproponiamo
integralmente in apertura del blog

A scanso d’equivoci
Paolo Persichetti
Carcere di Mammagialla, Viterbo ottobre 2004

Alcune precisazioni sui presupposti politici che hanno contraddistinto le linee difensive condotte dai fuoriusciti italiani davanti alle Chambres d’accusations nel corso degli ultimi vent’anni

Con un lungo articolo apparso su Le Monde del 15 novembre 2004, l’archeologa e scrittrice di romanzi gialli di successo, Fred Vergas, ha esposto tutti i dubbi e le inconsistenze probatorie che hanno caratterizzato le sentenze di condanna da parte della giustizia d’emergenza italiana nei confronti di Cesare Battisti. Verdetti largamente fondati sulle tardive dichiarazioni del superpentito Pietro Mutti (realizzate quando Battisti era già evaso e in fuga in Messico). È a tutti apparso evidente che un così dettagliato ed efficace intervento sarebbe stato molto opportuno nella scorsa primavera, quando di fronte alla Chambre veniva giocata la partita decisiva. Allora nessuno impedì a Battisti di scendere nel merito dei fatti che gli venivano imputati per difendersi anche tecnicamente dalle accuse più gravi. La scelta di non comunicare con la stampa italiana e di farlo in modo alquanto inappropriato con quella francese, è unicamente farina del suo sacco. Al «diritto di… spiegarsi», come affermato nella sua ultima intervista rilasciata alle Iene su Italia uno, ha abbondantemente rinunciato lui stesso in un momento in cui era rincorso da tutti i media, contribuendo non poco alla propria demonizzazione. Una discutibile ma in ogni caso legittima e libera scelta. Proprio per questo sorprende l’attuale atteggiamento del suo entourage ed in modo particolare la parte finale dell’arringa di madame Vergas del 15 novembre, nella quale si lascia intendere che la difesa di merito non sarebbe stata intrapresa prima perché avrebbe potuto «nuocere alla protezione collettiva accordata senza distinzione degli atti commessi», alla «piccola comunità dei rifugiati italiani, protetta da oltre vent’anni dalla parola della Francia», oltre alle ulteriori dichiarazioni riportate su Le Monde del 23 novembre 2004. Piuttosto che adoperarsi per riparare la situazione, sembra che alcuni dei maggiori sostenitori di Battisti cerchino un capro espiatorio su cui scaricare l’errore di linea difensiva. Viene così attribuita alla comunità dei fuoriusciti una oggettiva funzione di condizionamento, un ruolo quasi censorio, che avrebbe vincolato la strategia difensiva al rispetto di una fantomatica «responsabilità collettiva», all’obbligo della difesa politica di principio previa scomunica. persichetti017a0dinu

Quanto è stato più volte riportato da autorevoli quotidiani, che hanno fatto anche menzione di supposti «malumori» di fronte al «nuovo corso» della difesa Battisti, notizie successivamente riprese dalla stessa stampa italiana, impone un necessario chiarimento pubblico riguardo alla politica difensiva adottata nel corso di oltre venti anni dai fuoriusciti di fronte alle chambres d’accusations, al fine di sgombrare il campo da malintesi, equivoci, inesattezze e caricature grottesche.

1. Già nella scorsa primavera, alcuni scrittori sia pur nelle loro generose intenzioni hanno dato vita ad una disastrosa campagna stampa infarcita d’errori, pressapochismi storico-politici e argomenti dilettanteschi sugli anni Settanta e sull’Italia recente, compromettendo notevolmente gli esiti della vicenda Battisti e più in generale fragilizzando lo stesso sostegno di cui hanno sempre usufruito i fuoriusciti italiani. Molti di questi interventi hanno infatti offerto pretesti insperati ai sostenitori delle ragioni dello Stato e della magistratura italiana che, per la prima volta da venti anni a questa parte, sono riusciti a guadagnare terreno benché avessero dalla loro solo argomenti mistificatori della realtà storica e delle vicissitudini giudiziarie di quegli anni. Un contesto sfuggito di mano alla tradizionale linea politica tenuta dai fuoriusciti e improntata ad una rigorosa critica della giustizia d’emergenza ed ai suoi metodi che hanno stravolto il processo penale, capovolto l’onere della prova, eretto la parola remunerata dei pentiti a fondamento delle accuse.

2. Per oltre venti anni, i fuoriusciti hanno sempre rivendicato il principio del rispetto della dottrina Mitterand «per tutti e per ciascuno», senza esclusioni o differenziazioni legate al tipo di reato o d’appartenenza organizzativa contestata. In questo modo si è inteso difendere l’unico criterio oggettivo eguale per tutti. Un minimo comun denominatore politico capace di tradurre su un terreno giuridico la comune appartenenza ad una medesima vicenda storica, al di là delle singole passate differenze di militanza, di cultura politica e d’ideologia. Una posizione che nulla ha a che vedere con formule confuse sul piano politico e assolutamente inconsistenti su quello giuridico, come la cosiddetta «responsabilità collettiva». Principio che per altro Battisti stesso è sempre stato il primo a non rispettare. Innumerevoli sono state, infatti, le occasioni nelle quali egli ha espresso giudizi denigratori – come ribadito anche nella sua ultima intervista dell’estate scorsa – nei confronti di formazioni politiche armate degli anni Settanta diverse dal suo vecchio gruppo d’appartenenza.

3. La nozione di «responsabilità collettiva» può avere pertinenza all’interno di una riflessione etico-politica che investa la ricostruzione storica generale dei movimenti sociali e dei gruppi rivoluzionari che hanno agito negli anni Settanta e Ottanta, oppure per definire la natura etica del legame associativo che ha operato all’interno di ogni singola formazione. Difficilmente una tale nozione può avere valore operativo sul terreno dello scontro giudiziario. La posta in gioco del processo penale è dimostrare la responsabilità personale. Responsabilità di cui la giustizia d’emergenza italiana è addirittura arrivata a fornire interpretazioni largamente estensive, attraverso forme ellittiche di complicità come il concorso morale o psicologico. Appare chiaro, allora, come di fronte ad un’esigenza d’efficacia sia vitale saper tradurre sul piano strettamente giuridico, lì dove se ne presenti la necessità o la possibilità, anche una difesa del corpo singolo, in carne ed ossa, della persona indicata con nome e cognome nella domanda d’estradizione, altrimenti la confusione tra campi che seppur legati restano distinti da codici propri, come la battaglia storico-politica e quella tecnico-giuridica, conduce ad inevitabili catastrofi difensive.

4. Nelle oltre ottanta procedure di estradizione affrontate di fronte alla Chambres, i fuoriusciti ed i loro legali non hanno mai rinunciato, quando se ne presentavano le condizioni, ad introdurre anche la difesa di merito, ritenuta un valore aggiunto nelle argomentazioni difensive. Numerosi – ed anche clamorosi in taluni casi – sono stati gli episodi in tal senso. A nessuno sfugge, infatti, l’enorme valenza politica generale e le numerose ricadute positive sul piano collettivo che possono suscitare la possibilità di smascherare i pentiti, svelare i metodi della giustizia d’emergenza, smontare i teoremi dell’accusa, fornendo l’immagine cruda e reale della giustizia italiana. Indurre a credere, come purtroppo è stato scritto recentemente, che tutto ciò sarebbe stato interpretato dalla comunità dei fuoriusciti come una maniera di «liquidare a poco prezzo il proprio passato» è un atteggiamento irresponsabile, che ha come unico effetto quello di minare l’unità di un gruppo sottoposto ad un durissimo attacco, creando artificiali malintesi e ingiustificate tensioni, oltre a designare i fuoriusciti di fronte all’opinione pubblica come una combriccola di cinici inquisitori.

5. Inoltre, va ricordato che la procedura d’estradizione non è un’anticipazione o un ulteriore grado del processo, legittimato a valutare il merito delle prove a carico o a discarico della persona richiesta dall’autorità statale straniera. Le Chambres d’accusations sono abilitate unicamente a pronunciarsi sulla ricevibilità giuridica delle richieste, analizzandole sotto il profilo della conformità con le norme internazionali e nazionali: convenzione sui diritti umani, convenzione sulle estradizioni, diritto penale e di procedura interno. Per questa ragione le difese hanno sempre dovuto agire dispiegando una strategia fatta di stadi successivi: in primis rispetto dei diritti umani; ostatività dell’estradizione di fronte ad infrazioni di natura politica; assenza di contrasto con i principi di specialità e doppia incriminazione; assenza di contumacia; prescrizione dell’infrazione ecc. In secondo luogo, e sempre se la corte lo consente, la difesa solleva in aula, altrimenti fuori dall’aula, le questioni di merito, come la non colpevolezza. In ultima istanza subentrava la tutela politica prevista dalla dottrina Mitterand.

6. È fuori discussione che la soluzione generale e definitiva al problema dei prigionieri e dei rifugiati possa venire solo dal varo di un’amnistia. Misura che lo Stato italiano ha sempre rifiutato poiché ha trovato nei fuoriusciti un serbatoio di comodi capri espiatori e responsabili di sostituzione. È altrettanto evidente che sollevare di fronte alle Chambres questo argomento ha ben poca efficacia e pertinenza.

7. Benché l’uso del termine «innocenza» risulti improprio per definire la tradizionale difesa tecnica volta a contestare gli addebiti specifici, è evidente che il ricorso ad una tale terminologia da parte dell’attuale difesa di Battisti è più che altro dovuto ad una concessione all’enfasi retorica ed alla semplificazione mediatica. Espedienti che sicuramente non riescono a compensare le innumerevoli falsità e mistificazioni diffuse nei mesi scorsi dai media fautori della sua estradizione. Ciò che invece desta seri dubbi è il tono scelto per giustificare pubblicamente la decisione di passare alla difesa di merito. Quasi che con questa scelta si volesse marcare una differenza individuale con le tradizionali condotte difensive dei fuoriusciti. Un atteggiamento, tanto più sorprendente quanto, in realtà, questa discontinuità non è con la comunità ma con le precedenti convinzioni di Battisti stesso. Stupisce dunque il bisogno di sottolineare una distanza col resto della comunità, come se la diversità fosse d’improvviso divenuta un valore aggiunto. Le cronache degli ultimi anni ci hanno lungamente documentato sulla sorte avuta da strategie difensive costruite sulla enucleazione esasperata del caso individuale rispetto a quello che è stato il sistema dell’emergenza, la catena di montaggio dell’eccezione che ha investito tutti i rifugiati e i prigionieri.

In conclusione, è auspicabile che tutti coloro che hanno una parte in questa vicenda mantengano un atteggiamento più attento e responsabile, improntato all’onesta intellettuale ed al rispetto di chi da decenni si batte contro le estradizioni. Occorre prestare maggiore cura alle affermazioni che vengono immesse nello spazio pubblico, con particolare riguardo all’interesse generale, al destino comune che lega tutti i fuoriusciti.

Caso Battisti: il presidente del Stf brasiliano Cesar Peluzo pronto ad impugnare il no alla estradizione del Presidente Lula

Scontro instituzionale ai vertici della repubblica federale del Brasile. L’avvocatura generale dello Stato rende noto il suo parere contrario alla estradizione di Cesare Battisti e sostiene che il trattato di estradizione tra Brasile e Italia consente al presidente Lula di assicurare l’asilo politico a Battisti, indipendentemente dalla decisione della Corte suprema che si era pronunciata in favore della estradizione, a patto che la pena dell’ergastolo fosse commutata ad una pena non superiore ai 30 anni di reclusione (cosa che l’Italia non ha mai fatto). Per tutta risposta Cesar Peluzo, presidente del Supremo tribunale federale, si è detto pronto ad impugnare la decisione del presidente della repubblica se questa fosse contraria alla estradizione di Cesare Battisti per valutarne la conformità con il trattato bilaterale di estradizione tra Brasile e Italia. Il presidente del Stf sarebbe intenzionato a sollevare un conflitto di attribuzione dei poteri di decisione finale con la presidenza della repubblica. Fatto senza precedenti. Sarebbe questo il retroscena che spiegherebbe le ragioni dell’incontro tenutosi oggi pomeriggio, ore 15 brasiliane (18 italiane) tra Lula e Peluzo e l’avvocato generale dell’Unione, Luiz Inacio Adams, e il ministro della Giustizia Luis Paulo Barreto. Incontro che secondo le ultime indiscrezioni farebbe slittare a domani l’annuncio ufficiale della decisione di Lula.


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Cesare Battisti: la decisione finale nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del Tribunale supremo, Gilmar Mendes

Dopo la notte di odio, gli invasati della vendetta e le tricoteuses che siedono sugli scranni del Parlamento e nelle redazioni dei giornali e delle televisioni costretti a guardare la realtà.
La decisione sull’estradizione di Battisti resta nelle mani del presidente della Repubblica Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del Tribunale supremo, Gilmar Mendes

Paolo Persichetti
Liberazione 20 novembre 2009

Montecitorio, l'aula delle tricoteuses

Cesare Battisti è ancora in Brasile e l’intricata vicenda della sua estradizione è ben lontana dall’essere conclusa. Cessata la danza macabra dei festeggiamenti seguiti all’annuncio del via libera all’estradizione concesso mercoledì sera, anche se di stretta misura (5 contro 4), dal Supremo tribunale federale brasiliano, diradati i fumi dell’odio, seccata la schiuma del rancore, il risveglio per le tante tricoteuses che siedono sugli scranni del Parlamento o nelle redazioni dei giornali e delle televisioni è stato mesto e sbiascicato. Dopo la sbornia il ritorno alla realtà ha infranto il miserabaile sogno della vendetta. Il sabba della sera prima è apparso in tutta la sua fallace illusione, effetto sugestivo, stato di trans della coscienza provocato dall’acido lisergico del livore. L’applauso che ha interrotto i lavori parlamentari all’annuncio del voto favorevole all’estradizione, le centinaia di lanci d’agenzia che riportavano slavine di dichiarazioni avventate e invasate manifestazioni di vittoria, tutto è finito in fumo, svanito come una nube tossica di menzogne, ricordo confuso di una serata di follia. Tanto rumore per nulla. Il golpe giudiziario tentato dal presidente del tribunale supremo federale del Brasile, Gilmar Mendes, non è riuscito. Dopo aver fatto pesare con il proprio voto, ampiamente scontato da mesi, la bilancia contro la concessione dell’asilo politico a Battisti, Mendes aveva puntato tutto sul furto della decisione finale dalle mani del presidente della Repubblica Lula, in barba a tutta la tradizione giuridica internazionale. Tentativo eversivo di modificare unilateralmente l’equilibrio dei poteri previsto nella costituzione. Ma la bilancia del voto si è ribaltata grazie al cambio di fronte del giudice Ayres Britto, che ha permesso alla corte (con un 5 a 4 capovolto) di rispettare il dettato costituzionale. Il capo dello Stato non è un notaio, un passacarte che sigla col suo nome sentenze altrui. Il potere di firma indica una capacità di valutazione qualificata e autonoma. Ora l’argomento della “politicità” dei reati ascritti a Battisti non potrà più essere utilizzato per giustificare il rifiuto della sua estradizione, perché censurato dalla corte, anche se nella dichiarazione di voto Mendes ha ammesso, contraddicendosi, la natura politica di buona parte delle incriminazioni. Lula dovrà fondare l’eventuale rifiuto di consegnarlo all’Italia con altre giustificazioni giuridiche, che tuttavia non mancano nella lunga lista di violazioni, abusi, norme in deroga presenti nel dossier. Non ultimo il fatto che Battisti non avrà diritto ad un nuovo processo, come invece era stato promesso alla Francia pur di estradarlo. Mendes ha sostenuto che la responsabilità diretta o morale negli omicidi contestati a Battisti è priva di politicità perché questi sono stati commessi in azioni individuali, estranei a contesti di piazza, a manifestazioni pubbliche. Ma seguendo questo ragionamento estemporaneo, solo i linciaggi sarebbero politici mentre tutti i tirannicidi della storia rimarrebbero volgari omicidi a carattere privato. E’ con questi fragili argomenti che il Stf ha negato la natura politica dei reati attribuita nelle sentenze dalla stessa magistratura italiana. Come riportava ieri il quotidiano brasiliano O Globo, l’esecutivo sta valutando la possibilità di mantenere Battisti in Brasile utilizzando altre formule legali. «Nessuno, nel governo, crede che Battisti debba tornare in Italia», sostiene una fonte vicina al presidente. Per farlo, Lula ha dalla sua le clausole d’eccezione presenti nel trattato bilaterale, che gli consentono di bloccare anche un processo di estradizione avallato dal massimo potere giudiziario. Ma forse non avrà nemmeno bisogno di farlo, se l’Italia non si dimostrerà in grado di adempiere alla condizione posta dal Stf per concedere l’estradizione: commutare l’ergastolo ad una pena non superiore ai 30 anni.

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L’attentato a Belpietro era un falso. Indiscrezioni annunciano la prossima chiusura dell’inchiesta e l’incriminazione del caposcorta per procurato allarme e simulazione di reato

Presentarsi nei panni della vittima è il nuovo stile del potere

il Giornale di oggi, 28 dicembre 2010, con un informatissimo articolo di Luca Fazzo tenta di salvare dal ridicolo il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, offrendogli una via di uscita sulla vicenda del presunto attentato ai suoi danni denunciato dal suo caposcorta lo scorso 3 ottobre. Il poliziotto, già coinvolto in un precedente del genere, mai confermato dalle indagini successive, quando si occupava della tutela del giudice D’Ambrosio e per questo motivo allontanato dai servizi di scorta per un certo periodo, aveva esploso numerosi colpi di pistola sulle scale dell’abitazione di Belpietro, affermando di aver sventato in questo modo un attentato da parte di un individuo armato che gli avrebbe puntato contro una pistola poi fortunatamente inceppatasi. L’episodio aveva suscitato notevole allarme e riacceso le solite sirene dell’antiterrorismo.
Dopo tre mesi di indagini senza esito la procura di Milano starebbe valutando la possibilità di incriminare il caposcorta per procurato allarme, spari in luogo pubblico e simulazione di reato. Tutte le verifiche condotte sulle immagini video-registrate dalle telecamere della zona, le testimonianze raccolte, i rilievi tecnico-scentifici e le simulazioni dell’episodio realizzate, avrebbero escluso ogni fondamento all’accaduto. L’aggressione sarebbe stata inventata di sana pianta dal poliziotto per ragioni legate al suo stato mentale, suggerisce l’articolista del quotidiano di casa Berlusconi che in questo modo cerca di salvaguardare la buona fede di Belpietro dipinto come vittima della mitomania della sua guardia del corpo.
L’inchiesta, sempre secondo le indiscrezioni riportate anche da alcune agenzie, verrà chiusa nelle prossime settimane ma prima gli inquirenti vogliono sentire un’ultima volta il caposcorta e l’autista che si trovava nell’auto all’ingresso del palazzo. Intanto Il legale del poliziotto che aveva esploso i colpi di pistola ha smentito che il suo assistito sia mai stato allontanato dalla sezione scorte a causa delle sue precarie condizioni psicologiche minate da uno “stato di forte stress”. Alessandro M. sarebbe tuttora nella squadra che tutela il direttore di Libero. Circostanza confermata anche dallo stesso Maurizio Belpietro che in una dichiarazione molto seccata ha mostrato di non aver affatto apprezzato l’offerta d’aiuto venuta dal suo ex quotidiano.

Sulla stessa vicenda
Taxi driver o Enrico IV? Quale è il mistero che si cela dietro il presunto attentato a Maurizio Belpietro

Taxi driver o Enrico IV? Quale è il mistero che si cela dietro il presunto attentato a Maurizio Belpietro?

Nessuno lo dice apertamente ma ormai tutti lo pensano (e lo lasciano intendere): sull’aggressione a Belpietro si moltiplicano i dubbi. Non emergono riscontri a conferma della testimonianza del poliziotto di scorta. Belpietro sarebbe vittima certo, ma del ridicolo. Il discorso del potere ammanta sempre più la propria potenza e la propria violenza dietro la retorica vittimaria: Chiagne e fotte

Per volere della Direzione del quotidiano Liberazione questo articolo è apparso con lo pseudonimo di “Tito Pescheri”


Liberazione
3 ottobre 2010

 


Siamo di fronte ad un nuovo Travis Bickle, l’ex marine reduce dal Vietnam impersonato da Robert De Niro in Taxi driver che tenta di uccidere il corrotto e ipocrita senatore di New York Charles Palantine, oppure ci troviamo immersi nel pieno di una trama pirandelliana, come quella del nobile romano caduto da cavallo durante una festa in maschera che risvegliandosi prende per vero il costume che veste e per il resto della vita recitarà la parte di Enrico IV? In altre parole abbiamo davanti a noi un paranoico giustiziere solitario o un formidabile mitomane in uniforme di polizia affetto dalla sindrome dell’arcangelo Gabriele? Forse soltanto la trama cinematografica o letteraria può aiutarci a capire cosa sia realmente accaduto giovedì sera a Milano, sulla rampa di scale che porta al pianerottolo dell’appartamento dove abita il direttore di Libero, Maurizio Belpietro.
In questa vicenda, che col passar delle ore appare sempre meno chiara, un’unica cosa  è veramente certa: le grida di allarme, le accuse rivolte verso i “cattivi maestri”, il nuovo sempre vecchio terrorismo alla porte, le denunce contro il clima d’odio, istigato quotidianamente dalle stesse testate che poi se ne lamentano, non raccontano la verità, ammucchiano solo menzogne e falsità.
Il testimone, l’unico testimone che racconta la scena, è sempre e soltanto lui, l’uomo della scorta che accompagna Belpietro fino all’uscio di casa. Nessun altro ha visto l’attentatore armato. Per ora tacciono persino le telecamere di sicurezza poste nei pressi del palazzo e della zona circostante. L’altro poliziotto, rimasto in macchina all’ingresso dell’immobile, non ha visto uscire nessuno. Neppure le due possibili vie di fuga alternative hanno fornito indizi. Una era inaccessibile; l’altra, in prossimità di alcuni cespugli, non presenta tracce di rami e foglie rotte o d’impronte. Appare illogica persino la dinamica riportata dal caposcorta: l’aggressore si sarebbe trovato pochi gradini sotto il pianerottolo dell’abitazione di Belpietro. Un errore grossolano. In questi casi, notano maliziosamente voci provenienti dagli ambienti investigativi: chi concepisce un agguato attende sempre sul pianerottolo sovrastante per scendere quando la scorta si allontana evitando così di incrociarla. Insomma nulla torna.
Alessandro N. – questo è il suo nome – nella sua vita di angelo custode non è nuovo ad episodi del genere. Già nel lontano 1995 sventò un presunto attentato contro il magistrato Gerardo D’Ambrosio, che era sotto la sua custodia. Anche allora, come oggi, nessuno vide nulla. La minaccia si concretizzò solo nei suoi occhi. Il presunto attentatore, armato di un presunto fucile, fuggì anche allora saltando un muro. Dall’altra parte ad aspettarlo ci sarebbe stato un complice in moto. Ovviamente nessuno riuscì ad annotare la targa e degli assalitori non si trovò mai traccia. Dell’episodio ha parlato ieri, lasciando trapelare a distanza di tempo le proprie perplessità, anche il magistrato D’Ambrosio. Alessandro N. venne promosso ma subito trasferito alla squadra mobile. Un modo molto elegante per sottrarlo da delicate responsabilità. Nei vertici della polizia qualcuno nutrì molte perplessità sull’accaduto. Gli stessi dubbi che assalgono anche oggi i vertici investigativi messi in imbarazzo dall’insidia del “pacco”, quella che a Roma chiamano “bufala”, ma al tempo stesso dai desideri della politica che vanno in direzione diametralmente opposta. Dalle fila della destra si chiede di accreditare, a prescindere, la veridicità della tentata aggressione per legittimare l’offensiva vittimistica e strumentalizzare ancora una volta un clima di tensione artificialmente costruito, col fine di ricattare e mettere sotto schiaffo l’opposizione di piazza, i settori sociali più conflittuali che tentano di contrastare la dittatura padronale imposta alle nuove relazioni industriali.  L’operazione è chiara: far pagare ai più deboli il prezzo della guerra civile borghese, quella sì in atto nel paese.

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I compagni di Manuel De Santis incontrano gli studenti del Mamiani e chiedono scusa a Cristiano, il giovane colpito con un casco durante il corteo del 14 dicembre

Mario Martucci, uno dei responsabili dei “Katanga”, il famigerato servizio d’ordine del Movimento Studentesco di Milano, poi divenuto Mls, noto negli anni 70 per la sua particolare vocazione a svolgere la funzione di poliziotti dei cortei sempre pronti ad aggredire e pestare tutte le realtà politiche più radicali del movimento presenti sulla piazza milanese, intervistato dal Corriere della sera invita gli studenti a costituire un servizio d’ordine – si badi bene – non per difendere i cortei da aggressioni esterne provenienti dalla polizia o da gruppi di estrema destra, o ancora per garantire i propri spazi di agibilità politica, ma per reprimere la pluralità delle voci interne al movimento stesso.  La vicenda è destinata inevitabilmente ad aprire un dibattito sulle forme d’organizzazione della politica e delle manifestazioni per superare quelle logiche che hanno condotto all’episodio di martedì, soprattutto a quell’inquietante riflesso d’ordine che di fronte ad una situazione imprevista (e che per giunta si sarebbe poi dimostrata la novità e il punto di forza dell’intera giornata) si è tradotto un una reazione repressiva.
Ieri una delegazione di quel settore del movimento che il 14 aveva deciso di improvvisare un servizio d’ordine la cui azione è poi degenerata nella aggressione di un altro manifestante, si è incontrata con gli studendi del Mamiani, compagni del giovane ferito.
Ci auguriamo che la soluzione sia demandata all’iniziativa politica, unico modo per sottrarla alle dinamiche penali e criminalizzatrici. Evitare che Manuel diventi il capro espiatorio di una scelta politica che l’ha sorpassato, far sentire a Cristiano, il ragazzo ferito, la solidarietà e il calore del movimento. Sostenere con una sottoscrizione spese mediche e processuali per entrambi potrebbe essere un modo per arrivare anche ad un incontro pubblico con tutto il movimento

Paolo Persichetti
Liberazione 22 dicembre 2010


Si è svolto ieri un incontro tra una delegazione di Esc, il centro sociale romano di San Lorenzo, insieme ad altri studenti delle facoltà occupate, con gli studenti del Mamiani, il liceo al quale appartiene Cristiano Ciarrocchi, il quindicenne seriamente ferito con un casco martedì scorso da un altro manifestante, Manuel De Santis, che nel frattempo si è fatto avanti riconoscendo la propria responsabilità e chiedendo scusa al ragazzo ferito. L’incontro è servito a chiarire le circostanze che hanno portato all’orribile episodio avvenuto davanti a via degli Astalli, molto vicino alla residenza privata di Silvio Berlusconi. Due blindati dei carabinieri messi di traverso ostruivano l’ingresso della via, molti manifestanti si erano fermati ed avevano cominciato a lanciare di tutto, sacchetti d’immondizia, grossi petardi, frutta e verdura.
All’incontro ha partecipato anche uno dei giovani che era accanto a Manuel De Santis mentre faceva servizio d’ordine, quello che nelle immagini è visto alzare un braccio in modo teso, gesto che sul web ha dato subito spazio ad interpretazioni dietrologiche sulla presenza di militanti di estrema destra nel corteo. Evidentemente non si trattava di un saluto romano, ha spiegato l’attivista, ma di un gesto indirizzato verso il corteo affinché proseguisse il suo cammino. Gli studenti del Mamiani sembrano aver apprezzato questo incontro, «dopo l’episodio di martedì avevamo perso ogni fiducia nei confronti degli universitari», spiega uno di loro. «Noi non siamo contro i servizi d’ordine, anche noi abbiamo il nostro che senza dubbio è più efficiente di quello messo in piazza da Esc. Loro ci hanno risposto che un servizio d’ordine centralizzato oggi non è possibile e che c’è stato un problema di mancato coordinamento». Da quel che si è capito Manuel De Santis non era un “cane sciolto”, «parlavano di lui come di uno che conoscevano» e che era inquadrato nell’attività di controllo del corteo, «affinché defluisse correttamente nella zona di piazza Venezia. «Temevano – ci hanno spiegato – che il corteo si spezzasse subito di fronte al primo blindato a causa dei lanci di uova ed altro che potevano provocare una carica della polizia». Ma l’azione non è stata ben coordinata, anzi era del tutto improvvisata, «l’errore – hanno spiegato – è stato quello di non aver chiamato aiuto». Una sottovalutazione che avrebbe ingenerato per frustrazione il «gesto sconsiderato». Hanno aggiunto – spiega sempre il nostro giovane interlocutore – che «non sapevano come agire con gli studenti medi», che in numero imprevisto e con una loro autonomia d’azione partecipavano alla giornata di lotta. Insomma il successo della giornata avrebbe fatto saltare tutti i piani preordinati. «Si sono scusati ed hanno chiesto di passare le scuse anche a Cristiano. Noi abbiamo replicato che non si potevano giustificare isolando l’autore dell’aggressione, per altro contattandoci solo tre giorni dopo l’accaduto e venendoci ad incontrare una settimana dopo».
Questa descrizione della vicenda corrisponde ad altre apparse in rete in questi giorni. Il gesto compiuto dalla delegazione che ha reso visita agli studenti del Mamiani è certamente positivo, seppure tardivo. Ora però l’errore sarebbe proprio quello di chiudere la vicenda qui, scaricando per altro sulle sole spalle di Manuel De Santis quanto accaduto. L’errore prima che tecnico (aver improvvisato una parodia di servizio d’ordine che ha aumentato confusione e tensione) è politico: sta nell’aver percepito come una minaccia il successo della manifestazione, l’arrivo in massa di una leva giovanissima di manifestanti arrabbiati che hanno trasformato in retroguardia le vecchie leadership, e soprattutto nel demone dell’egemonia, nella pretesa di voler stabilire per tutti modalità e obiettivi della giornata. Con un paradosso estremo che mette con le spalle al muro quella cultura politica avviata sul finire degli anni 90, incentrata sul “conflitto mimato” in nome di una nonviolenza imposta con la forza.

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