Il paradigma del capro espiatorio e la nuova filosofia penale nell’ultimo libro di Vincenzo Guagliardo

Dalla Postfazione di Paolo Persichetti

Una delle originalità di questo libro sta nella capacità di cogliere i processi generali attraverso i cambiamenti intercorsi nel microcosmo carcerario. Ancora una volta gli anni ’70 appaiono un decisivo banco di prova. Se la logica della premialità e della differenziazione, introdotti con i dispositivi legislativi limitati inizialmente ai collaboratori di giustizia e ai dissociati, e successivamente estesi al resto della popolazione carceraria, hanno anticipato e sperimentato con successo l’ingresso della contrattazione individuale e della precarietà nel mercato del lavoro; allo stesso modo il rito del capro espiatorio è diventato il nuovo motore ideologico della società. L’analisi di Guagliardo, che fa del ricorso a questo paradigma l’aspetto centrale della sua riflessione critica, è frutto dell’esperienza diretta vissuta dentro il carcere speciale dove l’effetto combinato di fattori esterni e interni, come la crisi progettuale della lotta armata, le mutazioni sociali e produttive, le tecniche d’isolamento e repressione, sfaldano progressivamente la solidarietà «per dar luogo alla concorrenza tra individui».
È qui che Guagliardo scopre l’inarrestabile scatenamento del processo vittimario descritto in uno dei capitoli più forti (il Quinto). Il rito del capro espiatorio è introiettato dai prigionieri al punto da divenire una forma autofagica della propria esperienza.
Di volta in volta i militanti rinchiusi cominciano ad esportare verso l’organizzazione esterna le responsabilità per le difficoltà incontrate. È una sorta di piano inclinato inarrestabile che si trasforma in una voragine e poi nell’abisso della disfatta etica che ha prodotto le figure del pentito-delatore, dell’abiurante-dissociato e dell’inquisitore-killer, che spesso anticipa e presuppone le prime due. In questo dispositivo il carcere speciale appare un laboratorio all’interno nel quale covano fenomeni che poi si riprodurranno su larga scala all’esterno delle cinte murarie.
Non a caso la dissociazione anticipa un modello culturale che farà strame dentro la sinistra minandone la capacità critica e anticipando la stagione delle grandi ipocrisie pentitorie, dove la categoria del ravvedimento non è più quella che assume su di sé la critica o, se vogliamo restare sul piano del linguaggio teologico, la colpa e l’espiazione, ma al contrario esporta fuori di sé ogni colpa e punizione introducendo la moda dell’autocritica degli altri.
Gli strumenti giudiziari d’eccezione e la cultura inquirente congeniata per combattere la lotta armata tracimeranno al punto da travolgere anche il ceto politico della “Prima Repubblica”, quasi a ricordare l’osservazione di Marx sullo scontro tra classi che può concludersi anche con la rovina reciproca delle parti in lotta.
L’impegno profuso nel contrastare la sovversione sociale degli anni ’70, la lunga stagione delle leggi penali speciali e dei maxiprocessi che hanno traversato il decennio ’80, e lo tsunami giudiziario che ha preso il nome di “Tangentopoli” nella prima metà degli anni ’90, conferiscono alla magistratura, e in particolare ad alcune procure, il ruolo di vero e proprio soggetto politico portatore di un disegno generale della società, di una filosofia pubblica capace di sostituirsi a quelli che erano stati gli attori tradizionali della politica: partiti e movimenti.
Il modello del capro espiatorio svolgerà un ruolo centrale nella vicenda passata alle cronache come la rivoluzione di “Mani pulite”. Le conseguenze, per nulla percepite dagli attori dell’epoca, che spesso pensavano di interpretare una stagione di rinnovamento del Paese, saranno enormi. È da lì che prendono forma e si strutturano le ideologie del rancore e del vittimismo che fomentano le attuali correnti populiste, stravolgendo quell’idea di giustizia che per lungo tempo era stata sospinta da ragioni che disprezzavano gli strumenti della penalità e del carcere in favore della ricerca del bene comune. Se prima si trattava di raggiungere obiettivi universali in grado di ripercuotersi in un miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno ora il traguardo più ambito diventa l’aula processuale, la conquista di un posto in prima fila nei tribunali, un ruolo sui banchi della pubblica accusa o delle parti civili.
Un drastico mutamento di prospettiva che è conseguenza anche della crisi delle grandi narrazioni che descrivevano cammini di liberazione. Di emergenza in emergenza, passando per il terrorismo, le mafie, la corruzione, i migranti, la sicurezza, ha preso corpo un populismo penale che ha pervaso trasversalmente la società sovrapponendosi alle vecchie barriere ideologiche fino a farle scomparire.
La sfera giudiziaria è diventata il perno attorno al quale ruotano i conflitti, si pensa e si parla solo attraverso le lenti dell’ideologia penale anche a causa di un processo d’autoinvestitura politica della magistratura, formulata sulla base di una vera e propria “teoria della supplenza” da parte del potere giudiziario, «in caso di assenza o di carenze del legislativo». Una sovrabbondanza che alla fine, è superfluo ricordarlo, non ha creato più giustizia. Come dicevano già i romani: summum ius, summa iniuria*.
Il mito della giustizia penale ha trasformato la politica nel cimitero della giustizia sociale e l’esaltazione della qualità salvifiche del potere giudiziario ha fatto tabula rasa di ogni critica dei poteri.

1/continua

Torture della Repubblica: il movimento argentino degli “escraches”, un esempio di pratica sociale della verità

Ho sospeso per un momento l’inchiesta sulle torture ma ci tornerò sopra molto presto. Molti risvolti di quella vicenda vanno ancora raccontati e soprattutto non va mollata la presa ora che si sono aperte delle crepe importanti all’interno dell’apparato poliziesco che all’inizio del 1982 venne incaricato dal governo Spadolini, con il sostanziale avvallo di gran parte delle forze politiche anche d’opposizione, compreso il Pci, di ricorrere alle torture durante gli interrogatori di polizia. Tutto ciò grazie alle rivelazioni dell’ex commissario Genova:

– prima in alcune interviste rilasciate al Secolo XIX nel 2007, quando la deposizione del dirigente di polizia Michelangelo Fournier fece luce sull’assalto delle forze di polizia all’interno della scuola Diaz a Genova durante il G8 del 2001, brutali violenze definite dallo stesso Fournier «macelleria messicana», scatenò per un breve periodo una discussione pubblica subito riassorbita dal muro di gomma dell’opinione pubblica;

– rivelazioni sulle torture praticate nel corso del 1982 contro le persone che venivano arrestate con l’accusa di appartenere alla Brigate rosse, o ad altre formazioni armate, confermate nel recente libro di Nicola Rao, e nel corso di una puntata di Chi l’ha visto su Rai tre;

– rivelazioni che hanno trovato conferma nelle ammissioni del funzionario del ministerro dell’Interno col grado di 1° dirigente presso l’Ucigos, Nicola Ciocia, conosciuto con il soprannome di De Tormentis, capo di una delle squadrette specializzate negli interrogatori sotto tortura ed in particolare nella tecnica del waterboarding (che suscita un principio di annegamento con acqua e sale).


La verità è anche una pratica sociale: il movimento argentino degli escraches

«Escracher» è un termine dello slang urbano di Buenos Aires che ha per significato il verbo mostrare, smascherare e che in gergo capitolino potremmo tradurre con sputtanare pubblicamente.  L’espressione è stata coniata durante le azioni di denuncia pubblica dei responsabili diretti del terrorismo di Stato coinvolti nelle torture della dittatura militare che dal 1976 al 1983 ha governato il Paese. Periodo nel quale furono commessi circa 2.300 omicidi politici e circa 30 mila persone scomparvero (desaparecidos), 9 mila delle quali accertate dalla Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas.

Questi personaggi venivano affrontati nel loro spazio sociale di vita, sotto le loro abitazioni, davanti ai posti di lavoro, nei quartieri dove abitavano, nei bar e locali che frequentavano, affinché tutti sapessero e conoscessero il loro passato. L’escrache era in sostanza una denuncia pubblica dell’identità e delle gesta del torturatore. Un modo per stanarlo dall’anonimato, per rompere il muro di gomma del silenzio, l’opacità corriva dell’omertà d’apparato e l’ipocrisia delle istituzioni. Un’azione sociale di verità che i movimenti argentini hanno definito «pratica di memoria sovversiva».

Un’esponente di quel movimento racconta così l’escrache: «dopo aver accertato l’identità e il curriculum delle azioni e del ruolo avuto dal torturatore, gli attivisti vanno nel quartiere dove abita e parlano con i vicini spiegando loro le ragioni dell’iniziativa di denuncia, chiedendo anche a loro di parteciparvi. Tutti sono invitati davanti al domicilio in modo che tutto possa divenire visibile e udibile. La facciata del palazzo viene ridipinta, in genere di vernice rossa, mentre le murgas e i tamburi accompagnano i manifestanti equipaggiati di trombe, megafoni e cartelli che raccontano la storia e le gesta del torturatore».

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Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Torture contro i militanti della lotta armata
Mauro Palma: l’Italia tortura
Nicola Ciocia-De-Tormentis: Francesca Pilla del manifesto da che parte stai?
PierVittorio Buffa: “La tortura c’era”
Adriano Sofri, l’uso della tortura negli anni di piombo
«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis

L’uso della tortura negli anni di piombo

Dopo il Corriere della sera anche sulle pagine di Repubblica, il quotidiano di tutte le emergenze e fermezze nazionali, del più feroce rigor mortis, sostenitore imperterrito di polizia e magistratura, grazie ad Adriano Sofri si parla delle torture impiegate per contratstare la lotta armata degli anni 70 e inizio 80, ma non solo. A differenza degli altri pezzi, questa volta l’intervento di Sofri non ha richiami in prima ma si trova confinato nella pagina delle lettere, nella tribuna dedicata alle opinioni marcatamente esterne, estemporanee, a sottolineare la presa di distanza da qusta vicenda della nave ammiraglia scalfariana. Nonostante ciò il muro del silenzio ogni giorno che passa mostra sempre nuove crepe

Adriano Sofri, la Repubblica 16 Febbraio 2012

A prima vista, la notizia è che negli anni ’70 e ’80 ci fu un ricorso non episodico a torture di polizia nei confronti di militanti della “lotta armata” – e non solo. È quello che riemerge da libri (Nicola Rao, Colpo al cuore), programmi televisivi (“Chi l’ha visto“), articoli (come l’intervista del Corriere a Nicola Ciocia, già “professor De Tormentis”, questore in pensione). Non è una notizia se non per chi sia stato del tutto distratto da simili inquietanti argomenti. Nei primi anni ’80 le denunce per torture raccolte da avvocati, da Amnesty e riferite in Parlamento furono dozzine.

A volte la cosa “scappava di mano”, come nella questura di Palermo, 1985. Oscar Luigi Scalfaro, che era allora ministro dell’Interno, dichiarò: “Un cittadino è entrato vivo in una stanza di polizia e ne è uscito morto”. Era un giovane mafioso, fu picchiato e torturato col metodo della “cassetta”: un tubo spinto in gola e riempito di acqua salata. Gli sfondò la trachea, il cadavere fu portato su una spiaggia per simularne l’annegamento in mare. Alla notte di tortura parteciparono o assistettero decine di agenti e funzionari. Avevano molte attenuanti: era stato appena assassinato un valoroso funzionario di polizia, Beppe Montana, “Serpico”. All’indomani della denuncia di Scalfaro, e delle destituzioni da lui decise, la mafia assassinò il commissario Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Una sequenza terribile, ma le attenuanti si addicono poco al ricorso alla tortura, il cui ripudio è per definizione incondizionato. Repubblica sta ricostruendo la tremenda vicissitudine di Giuseppe Gulotta, “reo confesso” nel 1976 dell’assassinio ad Alcamo di due carabinieri, condannato all’ergastolo e detenuto per 22 anni: finché uno dei torturatori, un sottufficiale dei carabinieri, ha voluto raccontare la verità.
L’elenco di brigatisti e affiliati di altri gruppi armati sottoposti a torture è fitto: va dal nappista Alberto Buonoconto, Napoli 1975 (si sarebbe impiccato nel 1981) a Enrico Triaca, Roma 1978, a Petrella e Di Rocco (ucciso poi in carcere a Trani da brigatisti), Roma 1982, ai cinque autori del sequestro Dozier, Padova 1982… In tutte queste circostanze operavano (è il verbo giusto: noi siamo come i chirurghi, dirà Ciocia, “una volta cominciato dobbiamo andare fino in fondo”) due squadre chiamate grottescamente “I cinque dell´Ave Maria” e “I vendicatori della notte”. Ha riferito Salvatore Genova, già capo dei Nocs, inquisito coi suoi per le torture padovane al tempo di Dozier e stralciato grazie all’immunità parlamentare, infine pensionato: “Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale”. Quel modo di tortura – accompagnato da sevizie molteplici, aghi sotto le unghie, ustioni ai genitali, percosse metodiche, esecuzioni simulate; ed efferatezze sessuali nei confronti di militanti donne – non si chiamava ancora waterboarding, e non era un genere di importazione. Lo si usava già coi briganti ottocenteschi. Fu una specialità algerina negli anni ’50. Addirittura, quando Rao chiede a Ciocia se davvero gli ufficiali della Cia che assistettero agli interrogatori per Dozier fossero rimasti stupefatti per quello che vedevano, lui risponde: “Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori… Lì, nell’attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l’hanno come ce l’abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori!”.
Costui accetta di parlare con Rao, che non ne rivela ancora il nome. Solo quel soprannome, “professor De Tormentis”. Il 23 marzo 1982 Leonardo Sciascia prese la parola nel dibattito alla Camera sulle torture ai brigatisti del sequestro Dozier, replicando all’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni. “Ieri sera ho ascoltato con molta attenzione il discorso del ministro e ne ho tratto il senso di una ammonizione, di una messa in guardia: badate che state convergendo oggettivamente sulle posizioni dei terroristi! Personalmente di questa accusa ne ho abbastanza! In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa! Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l’accetto. Non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura. Questo problema è stato rovesciato sulla carta stampata: noi doverosamente lo abbiamo recepito qui dentro, lo agitiamo e lo agiteremo ancora!”.

Successe allora che i giornalisti Vittorio Buffa e Luca Villoresi, che avevano riferito delle torture sull’Espresso e su Repubblica con ricchezza di dettagli, furono arrestati per essersi rifiutati di rivelare le loro fonti e liberati solo dopo che due coraggiosi funzionari di polizia dichiararono, a proprie spese, di aver passato loro le notizie. Certo Sciascia avrebbe meritato di conoscere la conclusione attuale della storia, che tocca quello che gli stava più a cuore, compreso il Manzoni della Colonna infame che citava il trattato duecentesco De tormentis. Da lì il prestigioso poliziotto Umberto Improta aveva ricavato il nomignolo per il suo subordinato. Il nome vero era da tempo noto agli esperti, a cominciare dalle vittime: appartiene a un poliziotto andato in pensione nel 2004 col grado di questore, dopo una carriera piena di successi contro malavita e terrorismo. Poi ha fatto l’avvocato, è stato commissario della Fiamma Nazionale a Napoli. Ora, alla vigilia degli ottant’anni e con la sua dose di malanni, dà interviste che un giorno rivendicano, un giorno smentiscono. Si definisce però “da sempre fascista mussoliniano”.
Ecco qual’è la notizia. Che quando lo Stato italiano e il suo Comitato interministeriale per la sicurezza decisero di sciogliere la lingua ai terroristi, ne incaricarono un signore che aveva già dato prova del proprio talento. Non è lui il problema: vive in pace la sua pensione, e promette di portarsi per quietanza nella tomba i suoi segreti di Pulcinella. Non importa che usassero il nome di tortura: non si fa così nelle ragioni di Stato, e del resto la Repubblica Italiana si guarda dal riconoscere l’esistenza di un reato di tortura. È superfluo, dicono. Bastava assicurare spalle coperte. La difesa della democrazia si affidò a un efficiente fascista mussoliniano. Siamo il paese di Cesare Beccaria e di Pietro Verri, i migliori.

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Torture contro i militanti della lotta armata

«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario a Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, ex funzionario Ucigos torturatore di brigatisti
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1
1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Tortura: quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Torture: l’arresto del giornalista PierVittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982
L’énnemi interieur: genealogia della tortura nella seconda metà del Novecento
Ancora torture
Torture nel bel Paese
Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti

Un’antica ricetta per la memoria condivisa

Uno sguardo retrospettivo sull’impiego della tortura

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Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) è un’ultra centenaria organizzazione non governativa che, analogamente ad altre, si occupa di monitorare le condizioni ed il trattamento di detenuti. Tratta in particolare i prigionieri di guerra, in applicazione del diritto umanitario che deriva dalle Convenzioni di Ginevra del 1949.
Le Convenzioni, da cui il CICR deriva il suo mandato da parte della comunità internazionale, non coprono però solo le persone detenute per un conflitto armato internazionale.
La Croce Rossa Internazionale già in occasione della Comune di Parigi (1872), dell’insurrezione carlista in Spagna (1875) e di quella serba in Erzegovina (1876) cominciò ad intervenire nei conflitti interni, non internazionali.
I suoi primi interventi rispetto ai detenuti politici iniziarono con la rivoluzione russa (1917) e soprattutto con quella ungherese (1919).
Quest’ultimo è considerato (Jacques Moreillon, Le Comité international de la Croix-rouge et la protection de détenus politiques, Lausanne, L’age d’homme, 1973) il primo ‘vero’ caso in questo senso. La presa di potere di Bela Kun trovò infatti scarsissima resistenza e fu quasi incruenta; non si trattava quindi di opera di soccorso alle vittime, altrimenti non curate, di un conflitto interno, ma delle prime visite a detenuti ‘puramente politici’.

È oggi acquisito, per la comunità internazionale, che l’organizzazione può domandare l’accesso a persone detenute per motivi legati a situazioni di violenza di intensità minore di quella di un conflitto armato.

A differenza di organizzazioni che svolgono un’attività analoga, in particolare di Amnesty International, la politica del CICR s’incentra, oltre che sui principi di neutralità, imparzialità ed indipendenza, anche su quello di confidenzialità. Questo implica non solo il poter parlare con i detenuti liberamente, cioè senza le autorità di detenzione, ma soprattutto il fatto di esporre e discutere le osservazioni sulle condizioni di detenzione e sul trattamento dei prigionieri in modo diretto e confidenziale con le sole autorità responsabili.
Nella sua visione strategica, il CICR ritiene che proprio questa confidenzialità gli permetta di ottenere e mantenere l’accesso alle persone detenute (in una settantina di paesi) e di conseguire dei risultati di concreto miglioramento del trattamento e della detenzione, grazie ai suoi soli interventi confidenziali con le autorità.

Il CICR evita dunque ogni presa di posizione nello spazio pubblico, mantenendo segrete le sue osservazioni e proteggendo il proprio lavoro perché resti ‘lontano dai riflettori mediatici’. A differenza appunto di Amnesty International, non lancia denunce o campagne pubbliche, né pubblica tempestivamente i propri rapporti, temendo che possano essere utilizzati per finalità politiche.
Si tratta di una posizione certo criticabile, e che del resto non impedisce le indiscrezioni -tanto più quando una situazione è già posta all’attenzione pubblica ed informazioni analoghe a quelle raccolte dai delegati del CICR possono trovare altri percorsi dalle fonti ai media- ma coerente e rispettabile.

La domanda si pone casomai in senso inverso, ovvero quando un rapporto del CICR viene reso pubblico, perché tanta stampa lo ignora?

Il rapporto del CICR
Recentemente il CICR ha pubblicato il suo rapporto ‘strettamente confidenziale’ fatto nel 2007 alle autorità statunitensi, sulle persone detenute segretamente dalla CIA, e non sembra che i media gli abbiano dedicato molto interesse.
Certo arriva oltre due anni dopo, eppure si tratta con grande probabilità della fonte più attendibile e precisa su una questione tanto controversa ed appunto ‘segreta’ come quella dei prigionieri di Guantanamo Bay. Questione inoltre non secondaria, se già il 22 gennaio 2009 il nuovo Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha firmato diversi decreti, che affermano che l’articolo 3 comune alle Quattro Convenzioni di Ginevra è la norma minima che regola il trattamento di ogni persona detenuta dagli USA nel quadro di un conflitto armato.

Sulla stampa italiana, l’esistenza del rapporto è stata letteralmente ignorata. La notizia figura solo su una breve di 15 righe su La Stampa del 17.3.2009.
Il rapporto che descrive il trattamento subito dai quattordici detenuti “high value” (categoria inventata di sana pianta per tentare di sottrarli a qualsiasi legge e giurisdizione normale) vale invece la pena di essere letto, lo si può sfogliare e scaricare qui :

Si noterà il linguaggio utilizzato, molto diplomatico, strettamente incentrato sui fatti, tanto che né sentimenti né emozioni traspaiono dalle stesse testimonianze dei torturati, ed assolutamente privo di toni accusatori: eppure fermo nel definire le condizioni ed il trattamento specifico dei detenuti come ‘tortura’ e/o ‘trattamento inumano o degradante’.

Scriveva Christian Rocca, su il Foglio del 30.1.2009, che Guantanamo “è probabilmente la prigione d’alta sicurezza più rispettosa dei diritti umani di sempre…” (sic). Infatti la Croce Rossa Internazionale, “salvo casi isolati di abusi fisici, ha lamentato soltanto l’assenza di status giuridico dei detenuti.”

Quel che il CICR ha invece constatato, figura appunto nel Rapporto (ed è solo ‘un’ rapporto).
Sul menu del trattamento, con le differenze tra un caso e l’altro, figuravano, oltre all’isolamento assoluto e la totale assenza di informazioni e comunicazioni da e verso l’esterno (“incommunicado detention”):

  • il soffocamento con l’acqua
  • lo stress da prolungata posizione in piedi
  • lo sbattimento al muro tirando il collare
  • le botte con pugni, calci, schiaffi
  • il confinamento in una piccola gabbia chiusa
  • la nudità prolungata
  • la privazione di sonno
  • l’esposizione a temperature fredde
  • l’ammanettamento prolungato di mani e/o piedi
  • la minaccia di riprendere il trattamento, e di applicarlo ai famigliari
  • la rasatura forzata di barba e capelli
  • la deprivazione di cibo solido.

Il soffocamento con l’acqua, ora mondialmente famoso come ‘water boarding’, consiste nell’immobilizzare il prigioniero con la schiena a terra, o su un ripiano che permetta di inclinarlo in modo che i piedi siano più in alto della testa, e di versargli ininterrottamente dell’acqua sul viso, coperto da un telo, impedendogli di respirare. Non provoca dolore, se non per il fatto che la reazione del corpo che vuole naturalmente svincolarsi può provocare ferite, ma un senso di soffocamento e di morte, che fa leva sul profondo timore animale di annegare per provocare il panico.
Questo metodo ha il vantaggio, dal punto di vista degli inquirenti, di non lasciare tracce visibili, rispetto alle sue varianti, che consistono nel fare ingurgitare molta acqua, talvolta salata, anche infilando un tubo in bocca.
Il senso di questo trattamento, come di tutti gli altri, sta nel desiderio degli interroganti di ottenere risposte confacenti alla propria prospettiva. ‘Condividi con noi, che siamo i buoni, la tua memoria’, dicono, ‘e raccontaci chi sono i cattivi’.

Uomini della CIA ed ‘esperti’ hanno più volte affermato l’efficacia del trattamento, cui gli interrogati resisterebbero solo per lassi di tempo dell’ordine di secondi.
In un articolo su Il Giornale del 2.10.2009, Fausto Biloslavo vanta la bontà dei sequestri di persona chiamati “extraordinary renditions”, e cita i casi di Khalid Sheikh Mohammed e di Abu Zubaydah, catturati in Pakistan dalla CIA e poi trasferiti in varie prigioni segrete fino a Guantanamo Bay:

La CIA li ha sottoposti a tattiche di interrogatorio che sfiorano la tortura. Alla fine hanno ottenuto informazioni cruciali sia con le buone che con le cattive maniere.

Nel rapporto si può leggere la testimonianza diretta di Khalid Sheikh Mohammed, che racconta di essere stato sottoposto 5 volte al water-boarding in quel periodo (si veda per il seguito il New York Times, che parla di 183 volte) e che conclude (p. 38) :

Durante il periodo più duro del mio interrogatorio ho dato un sacco di false informazioni per soddisfare ciò che credevo gli interroganti volessero sentire perché il maltrattamento terminasse. In seguito dissi loro che i loro metodi erano stupidi e controproduttivi. Sono certo che le false informazioni che sono stato forzato ad inventare per far smettere il maltrattamento gli ha fatto perdere un sacco di tempo ed ha portato a far annunciare diversi allarmi rossi negli Stati Uniti.


La tortura tra storia e oblio

Il water boarding venne introdotto dall’amministrazione di George W. Bush nella sua ‘guerra al terrorismo’, ed accompagnato dalla favola memoriale che si trattava di un metodo appreso dalla Corea del Nord ai tempi della guerra fredda.

L’immagine all’inizio di questo post riproduce la copertina della rivista Life del 22 maggio 1902. Il disegno rappresenta dei militari statunitensi che praticano il water-boarding su di un prigioniero filippino. Sotto la figura c’è scritto “Chorus in background: Those pious americans can’t throw stone at us anymore”.
Il “coro sullo sfondo” è composto dai rappresentanti delle potenze coloniali europee, che cantano “Questi pii yankees non potranno più scagliarci pietre”, cioè rimproverarci l’uso di metodi inumani che sono anche i loro.
Gli Stati Uniti, dopo aver fatto guerra alla Spagna (1898), in nome della libertà e dell’indipendenza delle sue principali colonie, Cuba e le Filippine, si accorsero che l’indipendenza delle Filippine non conveniva agli interessi imperialisti –che vedevano quelle isole come una testa di ponte per i mercati cinesi- e giunsero a chiederne alla Spagna la cessione della sovranità (negoziandola per 20 milioni di dollari).

Il disegno caricaturale della copertina di Life magazine non è inventato, ma ripreso direttamente da una fotografia (qui accanto) del 1901 ripubblicata recentemente dal New Yorker, che ricorda come il dibattito su tortura e contro-insurrezione sia già vecchio di un secolo. La notizia delle atrocità commesse dai militari USA nelle Filippine –incendi di villaggi, uccisione di prigionieri e appunto water-boarding- trovò modo di riflettersi nello spazio pubblico americano all’inizio del 1900.

Del water-boarding, o supplizio dell’acqua, esistono tracce e testimonianze che coprono quasi tutto il globo e praticamente ogni epoca.

Ancora gli americani, a Da Nang, in Vietnam: la fotografia venne pubblicata sulla prima pagina del Washington Post del 21.1.1968. Il militare USA che fa la supervisione della tortura applicata ad un prigioniero di guerra del Vietnam del Nord, venne portato due mesi dopo davanti alla corte marziale.

In Algeria, durante la guerra per l’indipendenza, i militari francesi utilizzarono tra i diversi metodi di tortura anche il water-boarding; ne ha ampiamente testimoniato il giornalista francese Henri Alleg che lo subì nel 1957.

Ben più indietro nel tempo, il supplizio era già praticato –sempre col fine di ottenere una confessione- dall’Inquisizione; in quella spagnola veniva chiamato ‘toca’. L’incisione qui riprodotta è tratta da J. Damhoudère, Praxis Rerum Criminalium, Antwerp, 1556: oltre agli esecutori sono rappresentati il cancelliere che verbalizza ed i tre giudici dell’inquisizione fiamminga, il cui presidente tiene in mano una pertica che ne simbolizza il potere.

Gli esempi, come s’è accennato, sono numerosissimi, e vanno dalla Cambogia dei Khmer Rossi, all’Africa, e all’America latina, dove il metodo del ‘submarino’ è stato applicato nelle ‘guerre sporche’ contro il terrorismo in Uruguay, Argentina, Brasile, Perù, Cile, San Salvador, Guatemala, ecc.

Il tratto comune è che gli interrogati sono eretici, sovversivi o terroristi, e gli interroganti sono uomini (e donne, come si legge nel rapporto CICR) del potere.

È probabilmente per questo che la tortura è riconosciuta come oggetto della storia -l’elaborazione distaccata del passato- ma rifiutata dalla memoria -l’uso del passato a fini politici attuali.

L’oblio generalizzato su questo tema porterebbe a credere che in Italia l’uso del water-boarding sia sconosciuto. Non è così, e non solo perché ogni sbirro al mondo ne conosce l’esistenza. Il metodo ‘della cassetta’ era già praticato dagli Ispettorati di PS sotto il fascismo, e riappare regolarmente:

12 dicembre 1951 

A Lucera, si svolge il processo per i fatti di San Severo del 23 marzo 1950, nei quali la polizia ha ucciso il giovane Di Nunzio e ferito decine di manifestanti. Diversi testimoni dichiarano che i rastrellamenti avvennero prima degli scontri ed alcuni imputati denunciano le torture subite: Pietro Forte denuncia la tortura dell’acqua, praticata con un tubo mentre gli era stato messo uno scarafaggio sul ventre, D’Errico dichiara di essere stato appeso ad un uncino, Matteo De Florio di aver avuto i denti spezzati durante l’interrogatorio a causa delle percosse.
24 febbraio 1979
A Milano, sono scarcerati per mancanza di indizi 3 dei 9 componenti del ‘collettivo autonomo della Barona’ arrestati in relazione all’omicidio Torregiani, Umberto Lucarelli, Roberto Villa, Fabio Zoppi. I tre denunciano subito dopo che Roberto è stato torturato mediante ustioni ai testicoli e picchiato e la stessa sorte è toccata a Sisino Bitti, ricoverato al Niguarda per le botte subite e ad Angelo Franco, costretto a ingerire litri d’acqua e bastonato. Anche Anna Casagrande, arrestata per ‘favoreggiamento’ denuncia di essere stata presa a schiaffi durante gli interrogatori.
11 gennaio 1982
A Roma, dinanzi al sostituto procuratore della repubblica Domenico Sica, il brigatista rosso Ennio Di Rocco denuncia di essere stato torturato da agenti di polizia con il metodo della ‘cassetta’ ed altri ancora. All’inizio dell’interrogatorio, su richiesta del suo avvocato Edoardo Di Giovanni, viene dato atto che “l’imputato è stato condotto con le mani ammanettate dietro la schiena, e che ha il polso sinistro sanguinante”. A conclusione dell’interrogatorio, “i difensori chiedono accertamenti medici urgenti e l’immediato trasferimento in carcere dell’imputato”.
2 agosto 1985 
A Palermo, sulla spiaggia di Sant’Erasmo, è trovato seminudo il cadavere di un uomo che sarà identificato, poche ore più tardi, come Salvatore Marino. L’uomo si era presentato spontaneamente in Questura, il giorno precedente, accompagnato dal proprio avvocato di fiducia dopo aver saputo che la polizia lo cercava per interrogarlo nell’ambito delle indagini sull’omicidio del commissario di Ps Giuseppe Montana. Trattenuto in Questura, il giovane viene interrogato nel corso della notte con il metodo della cassetta: sdraiato, con un tubo infilato in bocca attraverso il quale gli fanno bere acqua salata. Il tubo, però, sfonda la trachea e provoca la morte del torturato per insufficienza cardiaca. A quel punto, i poliziotti fanno scomparire i documenti del giovane e ne trasportano il corpo sulla spiaggia di Sant’Erasmo dove lo abbandonano nel tentativo di depistare le indagini.


Su questa pagina si trovano estratti della Sentenza di rinvio a giudizio del 17 marzo 1983 per il water-boarding su Cesare di Leonardo e del verbale in cui Ennio Di Rocco racconta ciò che ha subito.
Vale ancora la pena di ricordare che gli episodi citati del 1979, il trattamento degli arrestati in relazione all’omicidio Torregiani, sono parte del procedimento che ha portato alla condanna di Cesare Battisti, che viene oggi venduta, per ottenerne l’estradizione, come un atto perfettamente rispettoso dello Stato di diritto.

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Torture contro i militanti della lotta armata

Nicola Ciocia, alias De Tormentis, risponde al Corriere del Mezzogiorno – prima parte


«Ho un concetto chiaro dell’interrogatorio.
Una persona deve sentirsi nel potere di colui il quale interroga.
Quando ciò avviene, cede».
Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis
in Valerio Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi.
Ribellione, rivolta e lotta armata
, (Una storia dei Nap)

Ancora del mediterraneo 2010, pagina 182

Paolo Persichetti
11 febbraio 2012

Intervistato da Fulvio Bufi sul Corriere della sera di venerdì 10 febbraio scorso, Nicola Ciocia ha ammesso di essere la persona indicata con lo pseudonimo di «professor De Tormentis». A dargli quel lugubre soprannome (1) – spiega il giornalista del Corriere – fu Umberto Improta del quale Ciocia fu sempre uno stretto collaboratore, sia a Napoli nei primi anni 70, quando era impegnato nei Nuclei speciali antiterrorismo creati da Emilio Santillo, mentre Improta dirigeva la squadra politica della Questura, che all’Ucigos di De Francisci sul finire di quel decennio e l’inizio del successivo. Per dirla più chiaramente: non c’è passo che Ciocia abbia fatto senza che Improta non lo sapesse.

Oggi Ciocia ha 78 anni e racconta a Gianluca Abate del Corriere del Mezzogiorno, in una intervista apparsa questa mattina (11 febbraio 2012), che resta a casa «quasi tutto il giorno» per colpa «del cuore e di un ictus», dovuti – dice lui – ad una vita «tribolata, e ora sto pagando il conto».
Sarà pure rimbambito, come vuol far credere, ma Nicola Ciocia non ha certo perso l’abitudine allo slalom, sa ancora scivolare come un’anguilla tra una mezza ammissione, subito seguita da una denegazione indignata per rimangiarsi quel che aveva detto prima. Dire e non dire, ammettere a mezza bocca per poi negare, blandire e minacciare; insomma un’intera teatralità della menzogna appresa nei lunghi anni del mestiere di sbirro.
Ciocia è fatto così, è l’emblema di un’Italia che non ha il coraggio di metterci la faccia, che si nasconde dietro la ragion di Stato. C’è forse un timbro da qualche parte che ha apposto il segreto? Sono passati trent’anni e gli storici, ne esistono davvero pochi in questo Paese che hanno un po’ di coraggio, hanno tutta la possibilità di andare a cercare negli archivi. Vedremo se accadrà.
Intanto Ciocia prova ad attenuare ancora una volta il suo ruolo: «Ma via, quello è stato un soprannome che mi avranno affibbiato per scherzo, quando ci si rilassa nei tempi morti».
– «Quelli tra una tortura e un’altra?», gli chiede il giornalista.
– «Guardi, io ho fatto il mio dovere nell’interesse dello Stato, e metto in conto anche le critiche in malafede. Perché Rino Genova mi accusa solo trent’anni dopo? Non lo so, vorrei che avesse il coraggio di venire a dirmelo in faccia. È strano che si permetta di parlare di certe cose, è un collega che non ha la cognizione di quello che significa stare in polizia. Quando si parla dello Stato ci sono delle questioni, che non appartengono al soggetto ma a interessi superiori, sulle quali sarebbe meglio tacere. Ammesso e non concesso che siano vere le cose che dice, io ho la coscienza a posto: le Br ammazzavano le persone, io ho fatto il mio dovere».
– «Cos’è, un’implicita ammissione di colpa?», ribatte ancora il cronista.
– «Macché, forse quelle cose Rino Genova le avrà viste da altre parti. Io assolutamente non ho mai fatto quello che dice. Ho sempre tenuto condotte lecite, rispettando le regole della polizia giudiziaria. E poi di questa tecnica dell’annegamento ne ho sentito parlare, ma neppure so come si metta in pratica».
– E qualcun altro lo sa?
– «Siamo in quella sfera delle cose che appartengono allo Stato. E delle quali non parlo. So solo di essermi comportato sempre onestamente: provate a chiederlo ai magistrati con cui ho lavorato».

Facciamo un passo indietro: secondo Nicola Ciocia, Rino Genova, ex commissario coinvolto nel processo per le torture inferte a Cesare Di Lenardo, direbbe cose false perché mosso da risentimento. Anche se fosse vero (Genova è l’unico rimasto impigliato nell’unica inchiesta portata avanti contro le torture), qui non contano le intenzioni ma l’eventuale veridicità dei fatti.
Ma il punto è che a parlare di sevizie tra le file della polizia furono anche altri, come l’allora capitano Ambrosini che per questo venne espulso dall’appena nato Siulp, quello che doveva essere il sindacato democratico di polizia. Ma quel che più conta ad ammettere “i metodi forti” è stato lo stesso De Tormentis in un’intervista a Matteo Indice del 24 giugno 2007, apparsa sul Secolo XIX: «Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura, se così si può definire – disse allora il professore – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti».

Questa struttura speciale – rivela sempre De Tormentis nel libro di Nicola Rao – è intervenuta una prima volta nel maggio 1978 contro il tipografo delle Br, Enrico Triaca. Ma dopo la denuncia del “trattamento” da parte di Triaca la squadretta venne messa in sonno perché – spiega sempre De Tormentis – non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone: «se c’è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci». Infine, riferendosi al commissario Salvatore Genova e alla squadra dei Nocs processati per le torture a Cesare Di Lenardo, un compiaciuto De Tormentis racconta sempre a Rao: «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare».

A questo punto però subentra la logica aristotelica, il cosiddetto principio dell’identità transitiva: se A risulta uguale a B, e B è uguale a C, secondo la proprietà transitiva A non è diversa da C.

Ricapitoliamo: Se Nicola Ciocia (A) è De Tormentis (B), come da lui stesso riconosciuto al Corriere della sera e al Corriere del mezzogiorno, e De Tormentis ha detto quelle cose di cui sopra che noi denominiamo (C): la «tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso»; «Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti»; «Questa struttura speciale – rivela sempre De Tormentis nel libro di Nicola Rao – è intervenuta una prima volta nel maggio 1978 contro il tipografo delle Br, Enrico Triaca»; «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare».

Se ne conclude che (A), ovvero Nicola Ciocia, non è diverso da (C), le torture commesse.

Signor Ciocia, non ci prenda per il culo!
Vede a noi non piacciono le mute dei cani che rincorrono la preda, disciplina che lei invece ha praticato per lunghi anni nel corso della sua carriere in polizia.
Non ci piace nemmeno infierire su una persona indebolita dalla vecchiaia, ormai al crepuscolo della vita, per abietta che possa essere stata.
Io che dopo tredici anni e svariati mesi torno ancora in prigione ogni sera e incrocio prima di entrare in cella lo sguardo di persone torturate dai suoi uomini, non chiedo carcere per lei.
Non condivido l’opinione di quelli che vorrebbero lanciare contro persone come lei l’accusa di violazione dei diritti umani, facendo appello a normative internazionali, lo jus cogens, che consentirebbero di far valere la retroattività contro la prescrizione che oggi fa scudo alle sue, sul piano giudiziario ancora presunte, responsabilità. Penso che il principio di storicità debba prevalere sulla logica penale che ispira l’imprescrittibilità.
Penalmente lei non ha nulla da temere, sul piano della conoscenza storica e delle responsabilità politiche, delle scelte e delle condotte reali che furono assunte in quegli anni dalle forze di polizia, sulle coperture della politica che lei stesso implicitamente ammette evocando la ragion di Stato e della stessa magistratura che non a caso chiama a sua difesa, invece ha molto da chiarire.

(1) Ripreso dal celebre Tractatus De Tormentis scritto da un anonimo criminalista di scuola bolognese sul finire del 1200 (la datazione tuttavia resta incerta secondo altri studiosi), ultracitato dal Manzoni nella sua Storia della colonna infame, e nel quale si inquadra la tortura all’interno di un sistema di minuziose regole procedurali funzionali a dare corpo alla «regina delle prove»: la confessione del reo.

 1/ continua

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Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis, si tratta di Nicola Ciocia

«Sono io l’uomo della squadra speciale anti Br»

Fulvio Bufi
Corriere della Sera
10 Febbraio 2012

Secondo il Corriere della sera Nicola Ciocia sarebbe l’uomo ritratto di spalle, di bassa statura e con una calvizie accennata, situato dietro Francesco Cossiga

NAPOLI — Per chi lavorava in polizia non c’era niente da scherzare negli anni a cavallo tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, quando le Brigate Rosse sparavano e lo Stato combatteva contro i gruppi della lotta armata la sua battaglia più difficile. E non scherzava certo l’allora vicequestore Umberto Improta — che del nucleo speciale di investigatori formato dal Viminale per indagare sulle Br fu il capo operativo — quando affibbiò a un suo collega specializzato nel condurre gli interrogatori, il soprannome di professor De Tormentis. Sapeva quello che diceva, Improta, e stando alle denunce (tutte archiviate) presentate in quegli anni da alcuni brigatisti interrogati dal professore, il soprannome sintetizzava bene i suoi metodi di lavoro.
Metodi che, per come li raccontarono i brigatisti che li subirono, e per come li conferma oggi l’ex dirigente della Digos Rino Genova nelle testimonianze rilasciate prima a Nicola Rao, autore del libro «Colpo al cuore» (Sperling & Kupfer), e poi alla trasmissione «Chi l’ha visto?», che l’altro ieri si è occupata del professor De Tormentis, hanno un solo nome: torture. Con la tecnica del waterboarding, per la precisione, e cioè la somministrazione forzata di acqua salata che provoca nella vittima la sensazione dell’annegamento e in qualche caso anche gli effetti.
Il programma condotto da Federica Sciarelli ha raccolto anche la testimonianza di Enrico Triaca — br che nel 1978 subì il trattamento della squadra guidata dal professore —. Inoltre ha preferito per ora non diffondere il nome di De Tormentis. Il Corriere sceglie invece di farlo dopo aver avuto conferma di quel soprannome dal diretto interessato.
Il professor De Tormentis si chiama Nicola Ciocia, ha 78 anni, è pugliese di Bitonto ma vive a Napoli, città in cui negli anni Settanta diresse prima la squadra mobile e poi la sezione interregionale Campania e Molise dell’Ispettorato generale antiterrorismo. Dalla polizia si dimise nel 1984 con il grado di questore (non accettò la sede di Trapani) e fino a pochi anni fa ha fatto l’avvocato. Ora si è ritirato del tutto, esce raramente dalla sua casa sulla collina del Vomero, e di sé dice: «Io sono fascista mussoliniano. Per la legalità».
Lo si capirebbe anche se non lo dicesse, fosse solo per il busto del duce che tiene sulla libreria. Ciocia non ammette esplicitamente di aver praticato la tortura, anche se a dire il contrario non sono soltanto Genova e Triaca: agli atti di inchieste mai portate avanti ci sono le denunce di molti brigatisti, come per esempio Ennio Di Rocco, che con la sua confessione consentì vari arresti tra cui quello di Giovanni Senzani e per questo fu condannato a morte dalle Br e ucciso in carcere.
Se — come dicono — era bravo a estorcere ammissioni, Nicola Ciocia lo è altrettanto a schivare le domande dirette. Lo stato italiano praticò la tortura attraverso lei e la sua squadra per sconfiggere le Brigate Rosse? «Le Br hanno fatto stragi, e avrebbero continuato se non fossero state debellate da una azione decisa dello stato». Una azione che si concretizzò anche attraverso i suoi interrogatori? «Bisogna avere stomaco per ottenere risultati con un interrogatorio. E bisogna far sentire l’interrogato sotto il tuo assoluto dominio. Non serve far male fisicamente. Io in vita mia ho dato solo uno schiaffo a un nappista che non voleva dirmi il suo nome».
Ciocia sostiene che «non si può affermare che torturavamo i brigatisti, facendo passare noi per macellai e loro per persone inermi». Arriva a dire che «Di Rocco si mise spontaneamente a disposizione della giustizia», e su Triaca si lascia scappare un ambiguo «lui non ha parlato, quindi quei metodi non sempre funzionavano». E insiste pure: «La lotta al terrorismo non si poteva fare con il codice penale in mano, ma io ho fatto sempre e solo il mio dovere, ottenendo a volte risultati e a volte no. Perché non è vero che quei sistemi, quelle pratiche sono sempre efficaci».
«Quei metodi», «quei sistemi», «quelle pratiche»: sembrano tutti modi per non pronunciare la parola tortura. E Ciocia non la pronuncia: «Lo Stato si attivò per difendere la democrazia. I macellai erano loro, non noi».

Per chi volesse approfondire: Le torture affiorate, progetto memoria, Sensibili alle foglie 1998

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Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti

La scomparsa di Angelo Basone, operaio comunista ed ex brigatista

Antonio Savino
il manifesto 11 gennaio 2012


Angelo Basone, operaio comunista ed ex brigatista, non è più tra noi. La sua è una delle tante storie sommerse dell’Italia degli anni 68-80. Dentro una generazione in rivolta, erano in tanti i cavalieri dell’onda a dare l’assalto al cielo. Ci sentivamo grandi e forti, e il compagno Angelo era uno di noi. La storia di Angelo emigrante e operaio Fiat a Torino, è una come tante e insieme singolare. Sognatore di un mondo migliore, è diventato brigatista per motivi sociali, cavalcando onde gigantesche che hanno percorso il mare dei desideranti e dei resistenti in quel colorato e splendido tempo. Tutti giovani e tantissimi avevano costruito una società parallela, con una propria cultura, una propria lingua, un modo di vestirsi, di stare insieme, con un modo di comunicare e modi di lotta propri. Bombe e tentativi di colpi di stato prima, stato di polizia e leggi speciali, tribunali speciali e partitone unico al potere, assenza di opposizione parlamentare, insieme, hanno legittimato la galera per più di 15.000. E ancora, per i più tenaci, carceri speciali, carcere preventivo ricattatorio, torture, omicidi mirati, e successivamente tanta droga “agevolata” propinata alla generazione di rincalzo. Il motto sussurrato era “meglio drogato che brigatista”. Hanno falciato due generazioni per intero. I venti anni di giovani insorgenti sono stati zavorrati da anni di carcere duro senza se e senza ma e seppelliti sotto il tappeto della storia. Di quel periodo c’è solo il racconto retorico dei vincitori, quello dei vinti è stato messo all’indice, ricattato, oscurato. Un nuovo capitolo di “Proletari senza rivoluzione” si dovrebbe aprire per dare voce alla generazione dei senza storia e senza memoria. Perché con la morte non passi anche l’oblio. Questo dobbiamo ad Angelo e a tutti i compagni scomparsi.

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “De Tormentis”

«De Tormentis» è l’eteronimo sotto il quale si nasconde l’identità dell’ex funzionario Ucigos (oggi denominata Polizia di prevenzione) che era a capo della speciale squadretta addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding, utilizzate per estorcere informazioni durante gli interrogatori contro i militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse. In una intervista rilasciata al secolo XIX il 24 giugno 2007, sotto anonimato, “De Tormentis” raccontava di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, dove era entrato alla fine degli anni Cinquanta uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di avvocato (un vero insulto alla categoria) presso il foro di Napoli. Pare, dicono alcune voci, con pessimi risultati; il che non deve certo sorprendere visto il curriculum del personaggio.
Sempre “De Tormentis” aggiungeva di aver lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antitetrrosismo di Santillo all’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati».
Nella stessa intervista riferiva di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4″ dove si trovava il corpo senza vita di Moro

De Tormentis è in questa foto

De Tormentis è in questa foto


Nicola Rao nel suo libro,  Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling&Kupfer 2011, racconta così l’incontro con De Tormentis:

[…]

Nella hall di un albergo di Napoli un sabato pomeriggio, il 12 febbraio 2011. Accompagnato dalla sua signora, che ha preferito rimanere in disparte, il «professor de tormentis» (che, dopo essere stato nominato questore, abbandonò la polizia e oggi fa l’avvocato) ha deciso di affrontare la situazione, accettando di rispondere (anche se alla sua maniera) alle mie domande.

Prima di cominciare, gli ho chiesto se avesse nulla in contrario a che il colloquio fosse registrato, e lui ha acconsentito.

Il personaggio ha una sua dignità e un suo mondo. Nel suo esordio c’è tutto: «Io sono stato un combattente, perché quella contro le Brigate Rosse era una guerra. Una vera e propria guerra». E in guerra ogni mezzo è lecito per concluderla e vincerla.

Entro subito nel merito: «Quando è stato deciso di procedere al trattamento? Quando le è stata delegata la gestione di questa pratica? Quando ha cominciato a mettere su la sua squadra? Perché solo dopo il rapimento di un generale americano e non prima?»

Ecco la sua risposta: «Lo avevamo fatto anche prima… con Triaca [esponente delle Br arrestato subito dopo il delitto Moro, N.d.A.]. Comunque il trattamento è anche una cosa molto razionale. Non solo fisica. Nel senso che, se viene davanti a te una persona arrestata che tu, per l’esperienza che hai, ritieni uno che offende la tua intelligenza, perché nega l’evidenza e magari dice evidenti cazzate, non ha senso dirgli: ‘Scusi, è stato lei a commettere quel delitto?’ Così non si ottiene niente. Allora gli chiedi: ‘Ma perché vuoi offendere la mia intelligenza? Non si offende l’intelligenza di un rappresentante dello Stato’. E allora il… ehm… come dire… il contrasto, ecco, sì, il contrasto fra noi e loro entra nella fase… importante».

E ancora: «Se le Br non fossero state affrontate in certi modi, avrebbero continuato ad ammazzare. Più che trattamento, io la chiamerei ‘decisione’».

Gli domando: «Il ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni, ha più volte detto che il governo italiano ebbe pesanti pressioni dall’amministrazione statunitense, anche perché non era mai accaduto prima che un generale americano venisse rapito in Europa. Immagino che a quel punto il governo abbia a sua volta fatto forte pressione sulle forze dell’ordine per cercare di risolvere la questione…»

Il professore: «Tu (inizialmente aveva esordito chiedendomi se potessimo darci del tu) sei una persona intelligente. Non hai bisogno che te lo dica io. Ma oltre quello che ti ho detto non posso andare, perché non sono segreti che riguardano la mia persona, sono segreti che riguardano qualcosa di ben più grande e di molto più importante: sono segreti che riguardano lo Stato. Devi andare oltre. Sono segreti dello Stato. Quelle richieste ci sono state, ma sono cose che non si possono raccontare… Molto importante è l’ultimo gradino dello Stato, quello che sta in trincea. In casi del genere è l’ultimo gradino, chi fa le investigazioni, che avverte se alle sue spalle c’è qualcuno a coprirlo o non c’è nessuno. E quando si agisce per lo Stato e hai le spalle coperte, la ‘decisione’ aumenta…»

Insisto: «Ma l’acqua e sale, il panno sul viso…»

Mi interrompe subito: «Nooo. Senti, Nicola, non sono cose mie, ma sono cose che riguardano lo Stato, non posso dire nulla di più di quello che ho detto. Me le porterò nella tomba. E poi non è quello che aggiunge qualcosa. E tutto il complesso che deve creare il funzionario responsabile di un’operazione…»

Faccio un ultimo tentativo: «E vero che due funzionari della Cia hanno assistito ad alcuni trattamenti e sono rimasti addirittura meravigliati dalla vostra tecnica?»

«Gli italiani sono i migliori del mondo», mi risponde. «Tu avrai avuto a che fare con tuoi colleghi giornalisti stranieri, immagino. Erano alla tua altezza? Secondo me no. Siamo i migliori, a cominciare da come mangiamo, da come ci vestiamo. Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori. Se quindi eravamo autodidatti? Io sono cresciuto in mezzo alla strada, sono abituato a certi discorsi, a certi ragionamenti. Lì, nell’attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l’hanno come ce l’abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori! A un certo momento i nostri lacciuoli, che ci comprimono e ci condizionano, sono delle scuse per quelle persone che non hanno stomaco. Questa è la verità.»

Dopo due ore e mezzo di duello dialettico, il «professor de tormentis» mi saluta in compagnia della moglie. Pur non dicendomi niente di esplicito, mi ha detto molto. Mi ha confermato l’esistenza del trattamento da lui gestito. Mi ha confermato che qualche apparato superiore glielo ordinò e che si sentiva coperto dai suoi superiori. Mi ha ribadito che certe cose sono accadute perché era l’unico modo per porre fine, al più presto, alla follia omicida delle Br. Un po’ come gli Stati Uniti, che decisero di ricorrere alla bomba atomica per anticipare la fine della guerra ed evitare altre migliaia di morti nelle proprie file.

Terminato il libro, le domande senza risposta si sono moltiplicate. Chi decise di ricorrere a mezzi non convenzionali per distruggere definitivamente le Br? A quale livello? In quale sede? Chi sapeva e chi non sapeva? E perché fu deciso soltanto quando le Br rapirono un generale americano? Come mai le denunce di decine di brigatisti «trattati» sono cadute nel dimenticatoio, mentre le uniche che hanno avuto una conseguenza processuale sono quelle relative a una brutta imitazione del trattamento vero e proprio? Quanto avrebbero ancora ucciso le Br se non si fosse deciso di ricorrere in alcuni casi al waterboarding? Quanto sangue avrebbero ancora versato? E ancora: Dozier sarebbe stato liberato comunque? E gli americani che ruolo ebbero in questa vicenda?

Molti di tali quesiti, probabilmente, sono destinati a rimanere senza risposta per sempre. Ma può anche darsi che qualcun altro, dopo di me, avrà l’interesse, la curiosità, la voglia, la pazienza, gli strumenti per approfondire questa vicenda, e magari anche la fortuna di poterla ricostruire fino in fondo.

[…]

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Le torture della Repubblica /2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

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Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
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Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana

Un’estradizione alla chetichella

Recensioni – Esilio e castigo, Paolo Persichetti, La cità del sole 2005

di Davide Steccanella
25 ottobre 2011

Questo libro è uscito qualche annetto fa, “alla chetichella” si dice in gergo, ma fu una “chetichella” in certo senso obbligata perchè la divulgazione massiccia dei retroscena di “questa” estradizione (vd. sottotitolo del libro di Paolo Persichetti) avrebbero inferto un duro colpo alle tante anime belle non tanto di destra ma soprattutto di sinistra, che sono solite raccontarci di quanto la nostra Giustizia costituisca l’ultimo baluardo in difesa della legalità e via discorrendo. La storia, tutta vera, narrata secondo cronologia e rigorosamente documentata, anche con gli stralci degli atti processuali, non a caso è una “storia” che in Italia conoscono in pochi, e racconta di come 9 anni fa il governo italiano si accordò con il governo francese per ottenere, saltando ogni regola procedurale, la unica estradizione a tuttoggi di uno dei tanti condannati per i cosiddetti anni di piombo, e che come altri da anni viveva a Parigi, solo che lui lo faceva senza nascondersi, con il proprio nome sulla targhetta del citofono, insegnando in una scuola e persino pubblicando molti anni prima un libro a due mani con Oreste Scalzone un pò scomodo (Il Nemico inconfessabile) uscito pure in Italia per la Odradek. Ma come fece il nostro paese ad ottenere siffatto brillante risultato da consentire al MInistro pro tempore di puntualmente festeggiarlo trionfalmente in Tivvù, verrebbe da chiedersi, visto che, giusta o sbagliata che fosse, vigeva la cd. dottrina Mitterand a suo tempo si dice concordata con Craxi per mantenere lontani i tanti esuli di quella guerra perduta e che, come noto, non venne mai scalfita, nè prima nè dopo, neppure in casi ben più eclatanti di quello dello sconosciuto Persichetti ?
Semplice, si prende una vecchia richiesta estradizionale rimasta,  a differenza di tante altre, in sospeso da anni causa varie alternanze ministeriali francesi, e la si attualizza di botto dicendo ai cugini di oltralpe che si tratta nientepopodimeno che dell’assassino di Biagi appena avvenuto in Italia, e così, di fronte alla evidente eclatanza di questa accorata richiesta italica che stavolta non chiede a distanza di anni di regolare vecchi conti ma di fermare la pistola fumante di un omicida in azione, dei gendarmi francesi vanno una mattina presto a prelevare sotto casa l’ignaro Persichetti, lo portano nel tunnel di confine ed ivi lo consegnano alla polizia nostrana che tosto lo ingabbia per la esecuzione della vecchia condanna, gabbia dove tuttora ogni sera da allora egli fa rientro, ma transeat. Ovviamente la pista Biagi si dissolve, anche se neppure tanto in breve, come neve al sole, essendo stata il frutto di una mirabile indagine condotta da un solerte sostituto procuratore di Bologna sulla scorta della testimonianza di una signora di Bologna che disse di avere notato la sera del delitto Biagi un tizio vagamente somigliante al Persichetti e soprattutto indossante uno zaino color camoscio uguale uguale, si disse, a quello trovato in possesso del Persichetti a Parigi. Lo zaino era in realtà blu elettrico ma si disse che il blu era anch’esso un colore chiaro come il camoscio e così per un pò di tempo la “fola” resse, anche se il delito Biagi era maturato in ambito politico tutto diverso da quello cui era appartenuto 20 anni prima il Persichetti ma pretendere anche che si conosca la storia di chi si arresta, seppure si tratti di delitto in ambito politico, è forse troppo, quando si affronta una emergenza e così andò. Certo, molti potranno dire che in fondo il Persichetti ha poco da lamentarsi visto che era stato condannato e che quindi oggi trattasi nè più nè meno che di esecuzione di pena regolarmente inflitta etc. etc.
Come sempre, e vale anche per i casi di acclarata tortura ai militanti arrestati nel 1982 così ben descritti dal recente libro di Rao per Sperling&Kupfer, occorre però mettersi d’accordo su un punto. Se deve valere il criterio meramente sostanzialista per cui quando si è in guerra il fine giustifica ogni mezzo va benissimo, è una opinione più che legittima, ma allora lo si dica a chiare lettere anche agli ignari cittadini cui certe cose, chissà perchè, non vengono invece mai dette. Il codice penale, disse qualcuno, è stato scritto per i colpevoli mentre quello di procedura per gli innocenti, è questo il motivo per cui, nel caso raccontato in questo libro (e in quello di Rao), quest’ultimo fu bellamente calpestato? E quante altre volte però mi verrebbe da chiedere a questo punto ? Almeno questo non sarebbe ora di dirlo dopo più di 30 anni invece che fare calare la solita cortina di silenzio intorno al Persichetti di turno e di indignarsi, la stampa tutta, quando magari l’odioso Battisti afferma che non proprio tutto in Italia andò secondo codice ? Chi ha voglia lo legga questo libro, sempre se…lo trova ovviamente (da Feltrinelli et similia è dura però).

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Exil et chatiment
Esilio e castigo

Miguel Gotor risponde alle critiche contro il suo articolo su Battisti

Dal blog http://baruda.net riprendiamo la risposta che lo storico Miguel Gotor fornisce al post dell’autrice che aveva linkato l’intervista diffusa da Radio onda rossa a proposito di un articolo apparso su Repubblica del 20 agosto nel quale si sostenevano tesi negazioniste sulla esistenza del ricorso alla tortura e alla edificazione di uno stato di emergenza giudiziaria alla fine degli anni 70


Autore: Miguel Gotor (IP: 94.37.43.72 , dynamic-adsl-94-37-43-72.clienti.tiscali.it)

Commento:

Gentile V. P.,
ho letto le tue affermazioni che riguardano il mio articolo su Cesare Battisti, uscito su «la Repubblica» il 29 agosto 2011 e ascoltato il link di «Radio Onda Rossa». Consentimi due puntualizzazioni, a partire dal fatto che nell’articolo mi riferisco solo alle dichiarazioni di Battisti contenute nell’intervista «Istoé» per come sono state riportate dalle principali agenzie di stampa nei giorni scorsi:

1) Battisti avrebbe dichiarato che «i responsabili degli omicidi di cui è stato accusato» (ossia Santoro, Sabbadin, Torreggiani, Campagna) sono stati torturati. A me non risulta e l’ho scritto in buona fede, ma se mi sbagliassi non avrei difficoltà a fare ammenda del mio errore. A quanto ne so subirono gravi maltrattamenti un gruppo di autonomi della Barona che furono però scagionati dalle accuse e dunque non possono essere considerati i responsabili di quegli omicidi. Con questo, naturalmente, non intendo negare che nelle carceri italiane, tra gli anni Settanta e Ottanta, siano avvenuti episodi di tortura e di sevizie come mi viene attribuito impropriamente da te e dalla radio. Sarebbe impossibile farlo. Nel mio volume «Il memoriale della Repubblica» a cui si fa riferimento, cito proprio a questo proposito alle pagine 56 e 126 l’impressionante libro-denuncia a cura di Franca Rame, «Non parlarmi degli archi parlami delle tue galere» del 1984 dedicato alla tragica e umanissima vicenda di Alberto Buonoconto che contiene la foto di Cesare Di Lenardo da te riportata e altre drammatiche immagini che provano quella pratica.

2) nel mio articolo sostengo che non ci siano stati «tribunali straordinari» (ad esempio militari), il che è vero. Altra è la questione delle carceri speciali (che ci furono eccome) e delle cosiddette leggi di emergenza, la cui realtà è fuori discussione. Del resto, che in Italia ci sia stato durante il sequestro Moro uno stato di emergenza non dichiarato, è un asse portante del mio lavoro che si è proposto di indagare proprio il funzionamento di un sistema democratico-parlamentare nei cosiddetti «stati di eccezione» non formalizzati.

Ti ringrazio per l’ospitalità.

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Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata

Cronache sulla latitanza e altre storie di esuli

Le torture contro i militanti della lotta armata
Lo stato di eccezione giudiziario